
Ringraziamo M.G. per aver sollevato questioni fondamentali. Quando parliamo di reintegro dei sacerdoti sposati, non lo facciamo con astratto idealismo, ma con una visione operativa. La Chiesa che immaginiamo con Papa Leone XIV è una Chiesa che sa gestire le proprie risorse con onestà e lungimiranza. Il “costo” del reintegro non è un peso, ma un investimento sulla cura delle anime.
Dal punto di vista economico, la nostra proposta non grava necessariamente sulle casse diocesane: molti sacerdoti sposati già svolgono professioni civili e sono pronti a mettere il loro ministero al servizio della comunità come “preti lavoratori”, unendo l’autosufficienza economica alla missione spirituale. Per chi invece fosse chiamato a un servizio a tempo pieno, lo statuto canonico andrebbe adeguato prevedendo forme di remunerazione e previdenza che già esistono per i diaconi permanenti o per i sacerdoti delle Chiese Orientali. Non cerchiamo privilegi, ma uno statuto chiaro che permetta di servire la Chiesa con dignità, senza che la famiglia diventi un onere per la comunità, ma anzi una risorsa di testimonianza e di servizio.
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