A Ostia torna alla luce un tesoro nascosto del primo cristianesimo

A Ostia torna alla luce un tesoro nascosto del primo cristianesimo

La veduta aerea del sito: in primo piano, le due linee murarie parallele formano la cinta muraria a doppio guscio. Dietro di esse l’aula, il battistero con la vasca battesimale circolare e, più indietro, l’atrio / Archivio del Progetto Ostia
Gli archeologi impegnati nel sito di Ostia Antica hanno riportato alla luce un palazzo episcopale del IV secolo, tra i più antichi complessi cristiani mai scoperti nell’area romana. L’edificio, riccamente decorato con pavimenti in mosaico, comprendeva sale di rappresentanza, ambienti residenziali e spazi destinati all’amministrazione della comunità cristiana e rappresenta una scoperta eccezionale: secondo Sabine Feist, professoressa del dipartimento di Archeologia cristiana dell’Università di Bonn, tra i coordinatori degli scavi, «non abbiamo nulla di paragonabile del periodo costantiniano».
Al di là del valore artistico, il ritrovamento ha importanti risvolti sul piano storico: la presenza di un palazzo episcopale così elaborato mostra come, già in età costantiniana, la Chiesa avesse sviluppato una presenza istituzionale ben organizzata anche al di fuori di Roma. Si tratta di un passaggio cruciale, che testimonia in modo concreto la trasformazione del cristianesimo da culto perseguitato a forza sociale e politica in grado di modificare gli spazi urbani. A questo proposito, gli archeologi che hanno condotto gli scavi hanno sottolineato come a Ostia siano stati rinvenuti altri edifici arricchiti da elementi decorativi, ma comunque non avvicinabili alla ricercatezza del palazzo episcopale: oltre al potere imperiale, anche quello dei vescovi iniziava ad adottare un linguaggio architettonico imponente, segno di una comunità che iniziava a radicarsi in maniera significativa sul territorio.
Ricostruzione della chiesa episcopale basata sui risultati degli scavi / Daniel Hinz
Ricostruzione della chiesa episcopale basata sui risultati degli scavi / Daniel Hinz
La scoperta è stata facilitata dall’uso a cui è stata destinata la zona negli anni: per secoli, infatti, sull’area del ritrovamento sorgevano terreni agricoli. Questo, hanno sottolineato i ricercatori, ha permesso di conservare meglio la struttura, senza che ulteriori costruzioni successive potessero interferire con gli scavi. Dopo che nel 1996 era stato rinvenuto un complesso ecclesiastico di circa 50 metri per 80 nell’area sud-orientale di Ostia, dal 2022 in poi nuovi finanziamenti hanno permesso ulteriori attività di scavo, che con i recenti ritrovamenti permettono di perfezionare le conoscenze sul ruolo sociale del cristianesimo nella tarda antichità. Con la partecipazione dell’università La Sapienza di Roma, gli scavi sono stati diretti da Sabine Bonn dell’Università di Bonn, Michael Heinzelmann (Università di Colonia) e Norbert Zimmermann (Istituto Archeologico Tedesco).
Avvenire

Incontri sacerdoti sposati per la riforma della Chiesa

Di seguito  il Calendario Incontri 2025 

–  15 Febbraio 2026 – Verbania

– I meeting sono con costi vitto e alloggio e spese di viaggio a carico di tutti i partecipanti. Per iscrizione all’incontro dopo aver versato quota annuale di 50 Euro (solo per i non iscritti al Movimento) scrivi a sacerdotisposati@gmail.com  – cell.+39 3534552007

Programma: 

Ore 10 Incontro

Ore 11,30 – 12,30: colloqui personali

Ore 13 Pranzo insieme in ristorante del posto (Costo a carico dei partecipanti per il Pranzo 35 Euro)

La redazione 

(Effettuare pagamento da qui versando quota di iscrizione di 50 euro e inviare comunicazione dell’avvenuto pagamento sacerdotisposati@gmail.com )

Preti sposati. Una vita troppo stretta: riflessioni sull’abbandono del sacerdozio di due preti

Una vita troppo stretta: riflessioni sull'abbandono del sacerdozio di due preti

Adista

«Don Gatto e don Ravagnani, il sacerdote influencer, hanno scelto di “spogliarsi” per le troppe privazioni del ruolo. Soprattutto il prelato abruzzese ha ammesso: “Ho avuto relazioni nascoste, ora voglio diventare padre”. Forse il momento di ripensare la condizione primaria per l’ordinazione è davvero giunto». Il virgolettato è tratto dal sito dei preti sposati in un articolo intitolato “Preti sposati. È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica”. Riferisce di «una notizia su don Gatto e don Ravagnani. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 dichiara rispetto per le scelte personali dei 2 preti: nello stesso tempo rinnova l’appello ai vertici vaticani di riammettere al ministero i preti sposati con le loro famiglie». La “notizia” è un altro articolo – “Addio alla tonaca, l’annuncio ravvicinato di due preti molto amati. Il celibato è ancora indiscutibile?” – pubblicato da orticalab.it (8/2/2026) a firma di Rosaria Carifano, giornalista avellinese come il giornale web in cui scrive.

Il sito dei preti sposati lo riproduce in buona parte (qui). Questo leggiamo:

«È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica. Ma, stavolta, non come provocazione da talk show o buffoneria da commento social. Come domanda lecita ed esigenza concreta che nasce dalla realtà: quella dimensione che, prima o poi, bussa anche alle porte di chi è abituato a parlare di regni nei cieli e gratificazioni non terrene.

Il pretesto ce lo danno, infatti, le cronache. Non basta la ormai nota e progressivamente crescente crisi delle vocazioni. Due sacerdoti molto amati hanno annunciato, a pochi giorni di distanza, di essersi “spogliati”.

Il primo è il giovane don Alberto Ravagnani. Il sacerdote più amato dei social – che vanta un profilo Instagram da quasi 300mila follower – ha spiegato con elegante metafora ferroviaria che «il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». Traduzione meno poetica: la vita da prete, così com’è strutturata, non gli basta più. Non rinnega nulla, anzi: il bilancio è «fantastico», il desiderio di Dio intatto, la gratitudine abbondante. Ma del suo commiato alla tonaca ci resta impressa una parola scomoda, lucidissima: la «dissonanza» che sente tra ciò che dovrebbe essere come sacerdote e ciò che sente di essere chiamato a diventare.
Troppo facile ridurre tutto alla mera voglia della vita da VIP che la popolarità digitale ha risvegliato. Una decisione del genere, dopo 8 anni dall’ordinazione come prete, non è indolore. Ma è peggio il continuare un’esistenza di privazioni come sacerdozio impone: «Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più – ha detto l’ormai ex don Rava al Poretcast condotto da Giacomo Poretti – Prete è un ruolo sociale, a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato».
Sicuramente, dettagli più elaborati saranno contenuti nel suo nuovo libro edito SEM, intitolato proprio La Scelta.
Mentre a dirlo ancora più a chiare lettere è don Giovanni Gatto, parroco abruzzese con vent’anni di ministero sulle spalle, terremoti veri affrontati e infiltrazioni della criminalità organizzata denunciate quando farlo non era ancora la prassi. Nelle sue parole non ci sono metafore né giri inutili: «Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia». Il desiderio di paternità e di una storia d’amore alla luce del sole è troppo forte, e non può più coincidere con la solitaria vita da sacerdote né con le amanti sottobanco.
Gatto, infatti, ha avuto il coraggio di ammettere apertamente la sua esperienza in «più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete […] E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini».
Avete presente quel “tutti sanno e nessuno lo dice”? Adesso è stato detto. E non possiamo fare finta di niente. Il celibato, accettato (perché sottovalutato) in gioventù, con gli anni è diventato un peso: «Dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo».
Due storie diversissime per età, stile, linguaggio. Ma che hanno in comune una sola cosa: l’umanità dei protagonisti. E l’essere umano non è fatto per la solitudine, né per l’astinenza, che sia essa romantica o sessuale.
Il punto non è se alcuni preti riescano a vivere il celibato con serenità. Molti lo fanno. La questione è se debba essere l’unica forma possibile per attuare il ministero. Un obbligo universale che, come tutti quelli calati sull’esistenza concreta, produce inevitabilmente crepe: solitudini feroci, relazioni clandestine, doppie vite (e morali).
E poi c’è il non detto più pesante, ma alzi la mano chi non ci ha mai pensato. Forse, se ai preti fosse consentito vivere relazioni affettive alla luce del sole, forse molte deviazioni patologiche che ne hanno segnato la sua storia troverebbero meno terreno fertile. Non è una formula magica né una semplificazione sociologica: la realtà della pedofilia e degli abusi è complessa e non si riduce al solo celibato. Però ignorare che isolamento, repressione degli impulsi (fisici ed emotivi) e assenza di vita relazionale possano generare distorsioni sarebbe ingenuo tanto quanto pensare che basti pregare di più per risolvere tutto.
Senza contare un dettaglio non scontato: un sacerdote che conoscesse davvero l’amore, la coppia, l’avere figli, la fatica quotidiana di tenere tutto insieme nel nome dei valori in cui crede, forse capirebbe meglio la comunità che accompagna.
Non siamo ancora al punto – normale in molte realtà religiose, ma fantascienza pura per il cattolicesimo – dell’apertura al sacerdozio alle donne. Ma, forse, quello di liberare chi veste la tonaca dal celibato obbligatorio è giunto.
Continuare a non porsi nemmeno il dubbio, chiudendo le porte ad ogni possibile cambiamento, significa soltanto aumentare la distanza tra Chiesa e realtà. E la storia recente insegna che quando questa distanza cresce troppo, non è mai la realtà a tornare indietro per l’avvicinamento».

Nazioni Unite, riforme urgenti per rilanciarne il sistema

Il palazzo delle Nazioni Unite a New York

Di fronte all’odierna fragilità del multilateralismo, si rende necessario agire rapidamente. “Riformare è un passo necessario”, spiega Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi, l’Onu deve “ridurre la burocrazia, evitare le sovrapposizioni, coordinarsi meglio, abbassare drasticamente i costi”
di Roberto Paglialonga

Sono circa 7.000 le organizzazioni non governative e della società civile con uno status consultivo alle Nazioni Unite. Di loro però — a parte pochi casi ben presenti sui media — non si sente parlare mai abbastanza. Eppure esse costituiscono a pieno diritto uno degli architravi del sistema multilaterale, contribuendo direttamente alle politiche globali, fornendo aiuti alle popolazioni in contesti di crisi umanitarie spesso drammatiche e arrivando anche là dove in molte occasioni le istituzioni statali non riescono a essere presenti. Tra queste, tante hanno alla base una forte ispirazione cristiana, come la Fondazione Avsi, che lavora su progetti di sviluppo e di emergenza, principalmente sulle crisi cosiddette dimenticate: Myanmar, Haiti, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Siria. «Sono le più sfidanti per noi, perché le persone hanno bisogni urgenti e gravi ma le risorse scarseggiano; perché praticamente non ne parla nessuno, o quasi; e perché la sicurezza è precaria per i nostri operatori», dice ai media vaticani il suo segretario generale, Giampaolo Silvestri.

Riflettere e agire con urgenza
La fragilità del multilateralismo tocca oggi queste realtà in modo diretto. «Non ci si può nascondere: il multilateralismo è oggettivamente in grave difficoltà», spiega. E le ragioni sono tante, «non ultima una sua sempre minore efficienza, in particolare quanto al rapporto tra la società civile e le agenzie delle Nazioni Unite nei paesi in via di sviluppo, dove queste non sono così efficaci come ci si aspetterebbe. Su questo è necessario riflettere e agire con urgenza». D’altro canto, è pure vero che in molti casi il pessimismo verso una reale possibilità di cambiamento viene utilizzato come alibi per non osare miglioramenti e, magari, incassare interessi individuali, «ma noi tutti crediamo che non si possa fare a meno del multilateralismo», sottolinea, perché «organizzazioni che al di sopra degli Stati possano svolgere funzioni nel campo di pace e sviluppo ci devono essere: ciò che occorre fare, piuttosto, è mettere in campo una loro profonda ristrutturazione».

Gli Stati devono investire
Per rilanciare un modello, fondato ormai alla fine del secondo conflitto mondiale, è indispensabile una riforma delle istituzioni delle Nazioni Unite, della quale tra l’altro si parla da tempo. «Non ci sono dubbi su questo: cambiare la governance, rilanciare l’operatività, procedere a uno snellimento di tanti organismi e a un accorpamento di alcune agenzie, promuovere una diminuzione dei costi, sono tutti aspetti dai quali non si può prescindere», riconosce. «Poi sicuramente occorre che gli Stati investano di più, non solo in termini monetari, ma anche di valorizzazione degli strumenti a nostra disposizione a livello internazionale. Perché oggi è difficile riconoscere un intervento significativo del multilateralismo e dell’Onu». Terzo, ammette, «anche la creazione di strutture parallele che non hanno le caratteristiche del multilateralismo ma che vogliono svolgere quel tipo di funzione crea evidenti problemi al sistema. Gli organismi ci sono già, proviamo a farli funzionare bene». Un aspetto, quest’ultimo, sollevato parlando nello specifico del “Board of Peace” per Gaza anche dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in una sua intervista a «la Repubblica» in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Assenza di risorse
Anche perché, «se continuano così, oltre che all’irrilevanza, si va incontro alla mancanza di efficacia e della possibilità di azione». Un peso notevole lo sta avendo anche il taglio dei fondi all’aiuto pubblico allo sviluppo, da parte di importanti donatori come gli Usa, ma non solo. L’uscita degli Usa da 66 organizzazioni e trattati internazionali sicuramente crea un vulnus nella possibilità di avere risorse e di operare. «Le più grandi agenzie, come Unicef, Wfp, Unhcr, purtroppo sono state costrette a licenziare migliaia di persone, hanno budget ormai quasi dimezzati, non sono in grado di affrontare le principali crisi nel mondo e stanno andando incontro loro malgrado a grossi processi di ristrutturazione e accorpamento. E questo colpisce moltissime organizzazioni della società civile, proprio perché il loro lavoro era impostato su una partnership stretta con l’Onu». Altre — come Avsi, che gode di uno status consultivo all’Ecosoc ed è accreditata presso diverse agenzie delle Nazioni Unite — «si sono attrezzate per far fronte a questo stato di cose, ma subiscono comunque il contraccolpo del taglio dei fondi diretti di Usaid, grazie ai quali riuscivamo a portare avanti molti progetti».

Il rischio collasso finanziario
Le responsabilità, certo, non stanno solo da una parte, in questo ambito, perché «se gli Usa hanno operato un taglio brutale dei fondi, anche altri Paesi hanno programmi di forte riduzione dei finanziamenti allo sviluppo». Tanto è vero che sempre Guterres, in una lettera agli ambasciatori di pochi giorni fa, ha paventato il rischio di un «imminente collasso finanziario», perché molti Stati membri hanno deciso di non onorare il pagamento delle proprie quote. D’altro canto, ciò può costituire anche uno stimolo per le Ong: molte di esse, infatti, sono state spinte «a muoversi per reperire altre tipologie di supporti nel privato e nel sistema delle grandi fondazioni».

Il fallimento della Società delle Nazioni
Sullo sfondo, ma neanche poi tanto, rimane lo spettro del fallimento della Società delle Nazioni, che, istituita nel 1919 con il Trattato di Versailles e ispirata ai “Quattordici punti” del presidente degli Usa, Woodrow Wilson, non riuscì praticamente mai a essere incisiva tra le due guerre mondiali, e venne sciolta nel 1946. «La riforma è un passo necessario. Se l’Onu non la percorre per — in primis — ridurre la burocrazia, evitare le sovrapposizioni, coordinarsi meglio, abbassare drasticamente i costi, il timore che tutto finisca come in quel ventennio è concreto. Prima l’irrilevanza e poi la scomparsa», conclude Silvestri. «La strada è difficile: devono affrontarla le strutture onusiane, ma la volontà degli Stati di spingere in questa direzione è essenziale. Sono loro a esserne membri attivi».

vatican news

Lettura e Vangelo del giorno 9 Febbraio 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro dei Re
1Re 8,1-7.9-13

In quei giorni, Salomone convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d’Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa.
Quando furono giunti tutti gli anziani d’Israele, i sacerdoti sollevarono l’arca e fecero salire l’arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i levìti. Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all’arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità.
I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto. Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto.
Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse:
«Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. Ho voluto costruirti una casa eccelsa,
un luogo per la tua dimora in eterno».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 131 (132)

R. Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza.

Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iàar.
Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi. R.

Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,53-56

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Preti sposati. È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica

Addio alla tonaca, l'annuncio ravvicinato di due preti molto amati. Il celibato è ancora indiscutibile?

Don Gatto e Don Ravagnani, il sacerdote influencer, hanno scelto di “spogliarsi” per le troppe privazioni del ruolo. Soprattutto il prelato abruzzese ha ammesso: «Ho avuto relazioni nascoste, ora voglio diventare padre». Forse il momento di ripensare la condizione primaria per l’ordinazione è davvero giunto

orticalab.it ha inserito il titolo soprariportato  a una notizia su Don Gatto e Don Ravagnani. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 dichiara rispetto per le scelte personali dei 2 preti: nello stesso tempo rinnova l’appello ai vertici vaticani di riammettere al ministero i preti sposati con le loro famiglie.

Ètornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica. Ma, stavolta, non come provocazione da talk show o buffoneria da commento social. Come domanda lecita ed esigenza concreta che nasce dalla realtà: quella dimensione che, prima o poi, bussa anche alle porte di chi è abituato a parlare di regni nei cieli e gratificazioni non terrene.

Il pretesto ce lo danno, infatti, le cronache. Non basta la ormai nota e progressivamente crescente crisi delle vocazioni. Due sacerdoti molto amati hanno annunciato, a pochi giorni di distanza, di essersi “spogliati”.

Il primo è il giovane Don Alberto Ravagnani. Il sacerdote più amato dei social – che vanta un profilo Instagram da quasi 300mila follower – ha spiegato con elegante metafora ferroviaria che «il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». Traduzione meno poetica: la vita da prete, così com’è strutturata, non gli basta più. Non rinnega nulla, anzi: il bilancio è «fantastico», il desiderio di Dio intatto, la gratitudine abbondante. Ma del suo commiato alla tonaca ci resta impressa una parola scomoda, lucidissima: la «dissonanza» che sente tra ciò che dovrebbe essere come sacerdote e ciò che sente di essere chiamato a diventare.

Troppo facile ridurre tutto alla mera voglia della vita da VIP che la popolarità digitale ha risvegliato. Una decisione del genere, dopo 8 anni dall’ordinazione come prete, non è indolore. Ma è peggio il continuare un’esistenza di privazioni come sacerdozio impone: «Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più – ha detto l’ormai ex Don Rava al Poretcast condotto da Giacomo Poretti – Prete è un ruolo sociale, a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato».
Sicuramente, dettagli più elaborati saranno contenuti nel suo nuovo libro edito SEM, intitolato proprio La Scelta.

Mentre a dirlo ancora più a chiare lettere è Don Giovanni Gatto, parroco abruzzese con vent’anni di ministero sulle spalle, terremoti veri affrontati e infiltrazioni della criminalità organizzata denunciate quando farlo non era ancora la prassi. Nelle sue parole non ci sono metafore né giri inutili: «Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia». Il desiderio di paternità e di una storia d’amore alla luce del sole è troppo forte, e non può più coincidere con la solitaria vita da sacerdote né con le amanti sottobanco.

Gatto, infatti, ha avuto il coraggio di ammettere apertamente la sua esperienza in «più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete […] E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini».

Avete presente quel “tutti sanno e nessuno lo dice”? Adesso è stato detto. E non possiamo fare finta di niente. Il celibato, accettato (perché sottovalutato) in gioventù, con gli anni è diventato un peso: «Dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo».

Due storie diversissime per età, stile, linguaggio. Ma che hanno in comune una sola cosa: l’umanità dei protagonisti. E l’essere umano non è fatto per la solitudine, né per l’astinenza, che sia essa romantica o sessuale.

Il punto non è se alcuni preti riescano a vivere il celibato con serenità. Molti lo fanno. La questione è se debba essere l’unica forma possibile per attuare il ministero. Un obbligo universale che, come tutti quelli calati sull’esistenza concreta, produce inevitabilmente crepe: solitudini feroci, relazioni clandestine, doppie vite (e morali).
E poi c’è il non detto più pesante, ma alzi la mano chi non ci ha mai pensato. Forse, se ai preti fosse consentito vivere relazioni affettive alla luce del sole, forse molte deviazioni patologiche che ne hanno segnato la sua storia troverebbero meno terreno fertile. Non è una formula magica né una semplificazione sociologica: la realtà della pedofilia e degli abusi è complessa e non si riduce al solo celibato. Però ignorare che isolamento, repressione degli impulsi (fisici ed emotivi) e assenza di vita relazionale possano generare distorsioni sarebbe ingenuo tanto quanto pensare che basti pregare di più per risolvere tutto.

Senza contare un dettaglio non scontato: un sacerdote che conoscesse davvero l’amore, la coppia, l’avere figli, la fatica quotidiana di tenere tutto insieme nel nome dei valori in cui crede, forse capirebbe meglio la comunità che accompagna.

Non siamo ancora al punto – normale in molte realtà religiose, ma fantascienza pura per il cattolicesimo – dell’apertura al sacerdozio alle donne. Ma, forse, quello di liberare chi veste la tonaca dal celibato obbligatorio è giunto.

Continuare a non porsi nemmeno il dubbio, chiudendo le porte ad ogni possibile cambiamento, significa soltanto aumentare la distanza tra Chiesa e realtà. E la storia recente insegna che quando questa distanza cresce troppo, non è mai la realtà a tornare indietro per l’avvicinamento.

(Parte del testo tratto da articolo di Rosaria Carifano – orticalab.it)

Alberto Ravagnani spiega la sua crisi vocazionale: “Celibato e dubbi sulla dottrina della Chiesa” (video)

FOTO REPERTORIO - Milano - Milano, il prete influencer don Alberto Ravagnani incontra i giovani a Palazzo Lombardia. Nella foto don Alberto Ravagnani (Milano - 2022-10-07, Massimo Alberico) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

FOTO REPERTORIO – Milano – Milano, il prete influencer don Alberto Ravagnani incontra i giovani a Palazzo Lombardia. Nella foto don Alberto Ravagnani (Milano – 2022-10-07, Massimo Alberico) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate  (repubblica.it)

In un video pubblicato oggi sul suo canale YouTube, l’ex vicario parrocchiale di San Gottardo al Corso racconta perché ha scelto di lasciare il sacerdozio