«Vuoi una rosa?»: viaggio nel racket dei venditori, sfruttati e stipati in case-pollai

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Notizie e visione profetica per il rinnovamento della Chiesa

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La notizia diffusa nelle ultime ore dal quotidiano Il Messaggero, a firma della vaticanista Franca Giansoldati, ha acceso una forte carica di speranza nell’intero mondo del clero coniugato. Papa Leone XIV, tramite una lettera inviata ai Vescovi dal presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, ha convocato tutti i parroci italiani in Vaticano per il prossimo 12 dicembre 2026 (evento preceduto da una veglia di preghiera la sera dell’11). L’obiettivo dichiarato è “rinnovare la fedeltà alla propria vocazione e riscoprire la fraternità presbiterale”.
In questa cornice di profonda riflessione sulla crisi del ministero, si inserisce con forza e rispetto la voce di Don Giuseppe Serrone, che esprime il vivo desiderio di poter partecipare all’incontro romano. Una richiesta che si lega alle molteplici appelli e suppliche di riammissibilità al ministero attivo inviate in questi anni al Pontefice, ai Vescovi e ai dicasteri vaticani competenti, finora rimaste senza esito formale.
L’appuntamento del 12 dicembre nasce dalla necessità di affrontare una stagione tra le più delicate vissute dalla Chiesa italiana negli ultimi decenni:
Calo numerico e sovraesposizione: Dal 1990 ad oggi i sacerdoti diocesani sono scesi da 38 mila a meno di 32 mila (-16%), lasciando sempre più parroci a guidare contemporaneamente molteplici parrocchie.
Schiacciati dalla burocrazia: La figura del parroco coincide nella legislazione canonica e civile italiana con quella del legale rappresentante e amministratore unico. Responsabilità giuridiche, fiscali ed economiche assorbono tempo ed energie, trasformando spesso i pastori in “funzionari” e portando molti presbiteri al burnout e all’isolamento affettivo.
Ammancamento di fraternità: Come ricordato dal cardinale Zuppi, non si possono nascondere le fatiche, la solitudine e lo scoraggiamento che consumano dall’interno la vita dei presbiteri.
Di fronte alla domanda centrale posta da Papa Leone XIV — come restituire ai sacerdoti la libertà di essere anzitutto pastori senza lasciarli schiacciati da un modello organizzativo insostenibile? — il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre una risposta concreta basata sul realismo pastorale.
La partecipazione di Don Serrone e di una rappresentanza di preti sposati all’incontro di dicembre non rappresenterebbe una spaccatura, ma un gesto di profonda comunione ed evangelica fraternità:
Sostegno concreto e corresponsabilità: I sacerdoti sposati, uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie, possiedono anche l’esperienza pratica della gestione familiare e lavorativa.
Soluzione al burnout: Affiancare i sacerdoti coniugati ai parroci celibatari consentirebbe di distribuire il carico amministrativo e di rappresentanza, permettendo al clero celibe di ritrovare il tempo per la preghiera, la cura delle anime e la vita spirituale.
Fraternità vissuta: La home familiare del sacerdote sposato può diventare un approdo di accoglienza e ascolto per i confratelli soli o scoraggiati, incarnando quella “fedeltà che genera futuro” auspicata dal Santo Padre.
Consentire a Don Serrone e ai sacerdoti sposati di essere presenti il 12 dicembre in Vaticano sarebbe un segnale straordinario di trasparenza e paternità da parte di Papa Leone XIV, dimostrando che la Chiesa italiana è pronta a valorizzare ogni sua risorsa per il bene comune delle comunità e la salvezza delle parrocchie.
La notizia diffusa da TGcom24 riguardo alla comunità parrocchiale trovatasi senza sacerdote per la celebrazione festiva riporta al centro del dibattito la grave carenza di clero che colpisce molte diocesi. Occorre innanzitutto precisare un aspetto liturgico e canonico fondamentale, spesso confuso dagli organi di informazione: i fedeli laici non hanno celebrato la Santa Messa — atto riservato esclusivamente al sacerdote ordinato — bensì una Liturgia della Parola (o celebrazione domenicale in assenza di presbitero), secondo quanto previsto dalle disposizioni ecclesiastiche per garantire un momento di preghiera e di ascolto della Scrittura.
Se da un lato la reazione dei parrocchiani testimonia un ammirevole senso di responsabilità e di attaccamento alla propria comunità, dall’altro l’episodio rappresenta un campanello d’allarme non più ignorabile sulla sostenibilità della cura pastorale nei territori.
La Liturgia della Parola guidata dai laici costituisce una soluzione di emergenza preziosa, ma non può e non deve diventare la norma per la vita della Chiesa. L’Eucaristia rimane la fonte e il culmine di ogni comunità cristiana, e la privazione del Sacramento mortifica il diritto dei fedeli a nutrire la propria vita spirituale.
Continuare ad accorpare parrocchie o a sovraccaricare i pochi presbiteri rimasti con la gestione di molteplici comunità porta inevitabilmente a situazioni di isolamento, stanchezza e burnout. Di fronte a questa realtà, il ricorso a strumenti di pura emergenza rivela i limiti di una gestione burocratica della crisi vocazionale.
Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati coglie l’occasione offerta da questo fatto di cronaca per rilanciare con forza al Santo Padre Leone XIV e agli Ordinari diocesani la propria disponibilità alla collaborazione pastorale.
La soluzione allo spopolamento sacramentale delle parrocchie è già presente e matura all’interno del tessuto ecclesiale:
Competenza e formazione: I sacerdoti sposati possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie.
Prontezza al servizio: Si tratta di presbiteri già ordinati che, qualora un decreto o una disposizione di Papa Leone XIV conceda ai Vescovi la facoltà di riammetterli al ministero attivo, sono pronti a tornare immediatamente in servizio nelle parrocchie prive di pastore.
Stabilità e vicinanza: L’unione tra la grazia del ministero e la stabilità della vita familiare offre alle comunità locali una presenza costante, equilibrata e trasparente.
Garantire la presenza dell’Eucaristia e la cura delle anime non è una concessione, ma un dovere di realismo pastorale verso il popolo di Dio. Rispondere alle parrocchie rimaste senza prete con il reintegro dei sacerdoti sposati significa trasformare un’emergenza in un’occasione di rinnovamento e di comunione ecclesiale per il bene comune dei fedeli.

La cautela verso l’Iran che l’Arabia Saudita aveva scelto di tenere sottotraccia sembra superata proprio nei giorni in cui il regno consolida con Washington l’architettura di sicurezza: per la prima volta il ministero della difesa di Riad ha rivendicato apertamente l’operazione militare congiunta contro milizie filoiraniane in Iraq, dopo i raid notturni in cui sono stati uccisi una ventina di combattenti sciiti.
Questo dopo tre giorni di attacchi con droni subiti dalle stesse milizie irachene contro gli impianti petroliferi sauditi, e mentre a sud, nello Yemen, Riad deve fronteggiare di nuovo la minaccia Houthi su Bab al-Mandeb.
Il salto di postura arriva appena una settimana dopo la firma a Washington dell’accordo per la cooperazione nucleare civile, accompagnato da un pacchetto di sicurezza militare costruito sull’intesa di difesa strategica siglata lo scorso novembre.
Riad ha tentato di mantenere per almeno cinque anni la stabilità interna e regionale su un doppio binario: la normalizzazione con Teheran mediata da Pechino nel 2023 e l’ombrello di Washington negoziato pezzo per pezzo, dai caccia F-35 ai carri armati fino all’intesa quadro sul nucleare civile finalizzata una settimana fa. Donald Trump aveva però condizionato l’intesa, già firmata, all’adesione del regno al processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, una clausola che non compariva nel testo concordato.
Per alcuni analisti regionali il paradosso è evidente: mentre Washington alza il prezzo politico della propria protezione, Riad si ritrova a incassarla sul campo, nei cieli dell’Iraq. Il prezzo si vede già sul terreno diplomatico: la visita a Riad prevista del premier iracheno è stata cancellata, secondo fonti del governo di Baghdad, proprio per le tensioni legate all’operazione congiunta contro le milizie filoiraniane. E in giornata l’Iran ha lanciato missili contro una base statunitense in Giordania, segno che il fronte resta tutt’altro che stabilizzato nonostante i giorni di relativa calma.
Ma a Riad si ripete da mesi che la normalizzazione con lo Stato ebraico resta subordinata a “un percorso irreversibile e vincolato nei tempi” verso uno Stato palestinese, condizione che il governo israeliano non ha accolto. Proprio del processo verso uno Stato palestinese indipendente ha parlato a Roma il ministro degli esteri saudita, ricevuto alla Farnesina dal suo omologo Antonio Tajani, che ha ribadito “la vicinanza all’Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo per gli attacchi che subiscono dall’Iran”.
Tajani ha definito Riad un partner “politico, economico e di sicurezza” in una regione che dal Mediterraneo, nella sua visione, arriva “al Golfo e oltre all’India”, richiamando implicitamente il corridoio Imec, progetto americano-israeliano tanto caro alla diplomazia italiana e che dovrebbe collegare l’India ai porti del Mediterraneo passando proprio per l’Arabia Saudita.
Osservatori regionali fanno però notare che nel turbolento contesto attuale resta da vedere se l’appoggio sempre più esplicito degli Stati Uniti – tra caccia, carri armati e ora anche il nucleare civile – basterà a Riad per reggere i due fronti aperti da Teheran. Oppure se il regno, come teme da mesi, si ritroverà a pagare sul proprio territorio un allineamento che ha cercato fino all’ultimo di rimandare.
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Gli indù registreranno una crescita moderata, in linea con le tendenze demografiche globali. Si prevede che la popolazione indù crescerà del 34%, passando da poco più di un miliardo nel 2010 a quasi 1,4 miliardi nel 2050.
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A differenza della maggior parte delle altre grandi religioni, il buddismo dovrebbe registrare una crescita minima o nulla. A causa dei bassi tassi di fertilità e dell’invecchiamento della popolazione in Paesi come la Cina, il Giappone e la Thailandia, la popolazione buddista globale rimarrà probabilmente delle stesse dimensioni del 2025.
msn.com
Le religioni sono state a lungo una caratteristica distintiva della civiltà umana e hanno plasmato intere culture e società in tutto il mondo. Ma la composizione religiosa del mondo è tutt’altro che statica: è in costante mutamento a causa dei cambiamenti nella crescita della popolazione, delle migrazioni e persino delle scelte di fede delle singole persone.
Nei prossimi decenni, il panorama religioso subirà trasformazioni significative: alcune fedi cresceranno rapidamente, mentre altre subiranno un processo di stasi o di declino. La demografia gioca un ruolo centrale in questi cambiamenti. I tassi di fertilità, la distribuzione dell’età e la concentrazione geografica contribuiscono all’ascesa e al declino di alcuni gruppi religiosi.
Quanto saranno diverse le comunità religiose nel 2050? Che aspetto avranno le loro popolazioni? Quali fedi guadagneranno terreno e quali si dissolveranno lentamente?
Se attualmente la popolazione del pianeta è di 8,2 miliardi di persone, si prevede che entro il 2050 il numero salirà a 9,3 miliardi, con un aumento di quasi il 14%. Anche alcune confessioni religiose cresceranno, mentre altre subiranno una battuta d’arresto.
Nonostante la rapida crescita dell’Islam, si prevede che il cristianesimo rimarrà la religione più diffusa al mondo. Entro il 2050, i cristiani costituiranno circa il 31% della popolazione, superando di poco i musulmani. Ma la sua crescita avverrà soprattutto nell’Africa subsahariana, mentre diminuirà nelle regioni tradizionalmente cristiane come l’Europa.
Si prevede che i musulmani cresceranno a un ritmo sorprendente, aumentando del 41% tra il 2025 e il 2050. Questa crescita, guidata da alti tassi di fertilità e da un’età demografica giovane, significa che entro il 2050 i musulmani probabilmente comprenderanno il 30% della popolazione globale, quasi eguagliando i cristiani.
Nonostante l’aumento dell’irreligiosità in alcune nazioni occidentali, la quota globale di atei, agnostici e persone non affiliate alla religione si ridurrà. Mentre il loro numero assoluto aumenterà leggermente, la loro percentuale sulla popolazione mondiale diminuirà da circa il 16% nel 2025 al 13% nel 2050.
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Pubblichiamo l’intervento di Francesco Caruso, magistrato di lungo corso[1] ora in pensione, una tra le voci più lucide e serie ascoltate in questi giorni convulsi.
Filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima.
I primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso.
I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della CRI e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni.
Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti.
Salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psico motoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia.
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Siamo di fronte a una evidenza del fatto che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. “scudo penale”, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.
Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti.
Che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima.
Risalenti sentenze della Cassazione affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del “matto” non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta.
In situazione simili l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza.
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Comprendo la condizione degli agenti, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova.
Per questo credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello.
Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica.
Piuttosto rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade.
La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca.
[1] Francesco Maria Caruso magistrato per 43 anni. Giudice del c.d. processo ai “mandanti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia (dibattimento a Reggio Emilia). In precedenza: Giudice al tribunale di Modena; Giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo); Presidente del tribunale di Ferrara (settore penale) dove ha guidato il processo a carico di agenti di polizia per la morte del giovane Federico Aldrovandi; Presidente dal 2010 del tribunale di Reggio Emilia, dove prima di Aemilia ha guidato il processo Edilpiovra sulle infiltrazioni mafiose nel territorio. Nel 2016 è stato nominato Presidente del tribunale di Bologna, incarico che ha tenuto fino al collocamento a riposo nel 2022.