Scienza e fake news: sui vaccini non si scherza

Scienza e fake news: sui vaccini non si scherza

Il 25 ottobre la Camera ha approvato una norma (l’articolo 8 del disegno di legge sulle professioni sanitarie) che apre le porte alla possibilità di reintegro mediante reiscrizione all’Albo professionale dei sanitari che erano stati radiati durante il periodo della pandemia di Covid-19 per le loro posizioni contrarie alla vaccinazione.
Non si tratta di un reintegro automatico. La norma introduce solo la possibilità di chiedere di essere nuovamente iscritti all’Albo delle professioni sanitarie. Riguarda i sanitari radiati per fatti non dolosi, una platea che non coincide automaticamente con i cosiddetti “no-vax”. Il rischio però di un grosso equivoco di fondo resta. Il riesame per una sanzione a suo tempo giustificata dai fatti può essere oggi scambiato per una conferma delle loro tesi. Il messaggio che giunge ai cittadini è che una decisione simile venga percepita come una sorta di “rivincita” dei medici contrari ai vaccini. Una scelta politica inopportuna: una decisione parlamentare non può rendere vera un’affermazione scientificamente infondata.
Lo stesso Presidente della Repubblica ha espresso chiaramente il suo pensiero in proposito. Pur non entrando nel merito del provvedimento, nella giornata dedicata alla ricerca scientifica che si è svolta a fine ottobre al Quirinale, Mattarella ha esplicitamente affermato come «si diffondono credenze irrazionali e fake news distruttive contro i vaccini, inchiodando nella paura parti, sia pur piccole, di popolazione, attraverso un’opposizione pregiudiziale e sconcertante». Una denuncia sulla pericolosa deriva antiscientifica, che non può essere sostenuta da parte della politica.
In ambito sanitario l’importanza del ruolo dei vaccini non può essere messa in discussione. I vaccini rappresentano una delle più grandi vittorie sulle malattie infettive: sono tra le maggiori conquiste della medicina, tra i presidi più efficaci mai resi disponibili per la salute dell’umanità. Hanno rappresentato strumenti fondamentali per la scomparsa dalla faccia della terra di gravi malattie infettive (il vaiolo è stato completamente eradicato nel 1979 e la poliomielite è ormai anch’essa in via di estinzione) e sono oggi mezzi straordinari di prevenzione nei confronti di molte condizioni patologiche. Basti ricordare come il vaccino contro il Covid-19, preparato e distribuito a tempo di record durante la recente pandemia, ha evitato la morte di milioni di persone in tutto il mondo. Anche il rapporto rischi/benefici dei vaccini è senza ombra di dubbio a vantaggio di questi ultimi.
Vi sono professioni che, per essere svolte, non possono prescindere da requisiti minimi di conoscenza e di conseguenti azioni. Se le “regole d’ingaggio” sono chiare devono necessariamente essere accettate da chi vuole svolgere quel tipo di lavoro. Altrimenti si può anche non essere idonei per tale attività. Soprattutto se è in gioco la salute individuale e collettiva.
La verità scientifica è il cardine su cui si basa la professione medica e la tutela della salute. Non può mai essere un’opinione personale e non può essere ignorata da chi lavora in tali ambiti. Per questo ritengo inconcepibile che un sanitario, per il ruolo professionale che riveste, possa opporre un aprioristico rifiuto alla vaccinazione. La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri ha chiesto al Parlamento di rivedere questa disposizione (l’iter legislativo infatti non è concluso perché il provvedimento deve passare ed essere discusso ancora in Senato) in nome delle evidenze scientifiche e della deontologia professionale. La politica può ancora (e credo debba) rivedere le sue scelte, decidendo sulla scorta della verità scientifica e non sulla base di preconcetti e ideologie.
Avvenire

Longevità, un privilegio o una conquista per tutti? Le sfide della finanza

Longevità, un privilegio o una conquista per tutti? Le sfide della finanza

Nell’ultimo secolo e mezzo l’umanità ha compiuto un’impresa straordinaria: ha regalato decine di anni di vita a milioni di persone. Se nel 1872, come ricorda l’Istat, l’Italia era tra i Paesi europei con la speranza di vita più bassa (appena 29,8 anni alla nascita), nel 2025 sono state raggiunte vette impensabili, sfiorando gli 82 anni per gli uomini (81,7 per l’esattezza) e gli 86 per le donne (85,7), come certificano gli ultimi indicatori demografici. Numeri che collocano l’Italia tra i Paesi più longevi al mondo. Eppure, dietro queste cifre, che raccontano l’indiscusso trionfo della medicina e della scienza, si nasconde una realtà più complessa che pone nuove sfide sociali, economiche ed etiche. Oggi in Italia vivono 14,8 milioni di over 65 (un quarto dei residenti) e oltre 2,5 milioni di ultra-ottantacinquenni: una forza demografica che sta trasformando profondamente il volto della nostra società e mettendo a rischio la tenuta del nostro sistema economico e previdenziale.
Ma il punto è anche un altro, e investe questioni di tipo etico: guadagnare anni di vita non significa automaticamente guadagnare anni di benessere. Così la domanda fondamentale cessa di essere “quanto vivremo?” per diventare “riusciremo a vivere più a lungo e soprattutto in salute?
Avvenire

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Sembra impossibile che appena sette giorni fa Meloni, Salvini, Tajani e Giorgetti sedevano insieme in conferenza stampa, felici e sorridenti per la Manovra 2027 (il titolare del Mef un po’ meno, a dire il vero). Oggi il capo della Lega è una retta divergente, il leader di Forza Italia mette sacchi per difendere la sua trincea e a rivendicare l’impostazione della legge di Bilancio sono rimasti solo Palazzo Chigi e il Tesoro. Prevedibile, anche se i toni lasciano l’amaro in bocca alla presidente del Consiglio. A dominare il campo della polemica con gli alleati è Matteo Salvini. Il capo della Lega, partito che esprime il ministro dell’Istruzione Valditara, dice che «tecnici e parlamentari» del Carroccio interverranno per rivedere i tagli di 7mila unità agli organici della scuola, fronte caldissimo. Non solo, sull’utilizzo del “fondo pensioni” non ammette alcun piano che non sia l’uscita a 64 anni nel 2027. «Gli alleati rispettino le priorità della Lega», tuona il vicepremier e ministro delle Infrastrutture. E se queste priorità dovranno tradursi in nuove coperture, beh allora si potrà valutare, dice, l’estensione del contributo delle banche.
Fischiano le orecchie agli istituti, ma anche a Forza Italia che già deve giustificare questi interventi al mondo del credito. Ma soprattutto fischiano le orecchie a Giorgia Meloni, per motivi politici. A rispondere a Salvini, in televisione, ci va il presidente della commissione Finanza del Senato e responsabile economico di FdI, Marco Osnato: «Ha ragione Salvini… Il rispetto dei patti è sacro e in questo caso i patti sono sanciti nella legge di Bilancio». Si prova a mordere il freno delle polemiche, ma il mix di imbarazzo e ira si respira nei palazzi romani. Ai vertici di FdI, la strategia di Salvini viene giudicata non solo sbagliata, ma anche inefficace, perché negli anni questa andatura altalentante verso il Governo non ha giovato alla Lega stessa, si osserva. E nella prospettiva di urne a maggio, può solo restituire l’immagine di una coalizione più lacerata.
Intanto nel concreto il tema della scuola va risolto. FdI aveva trovato una sua narrazione, tra calo demografico e precedenti tagli con la firma del centrosinistra. Ma le uscite di Salvini hanno creato una sorta di obbligo a correggere le norme. La Cisl, tra le più combattive a chiedere una correzione – su questo punto e su quello delle rivalutazioni delle pensioni cinque volte oltre la minima – ha già incontrato Forza Italia, e oggi vedrà i responsabili parlamentari ed economici di Fratelli d’Italia. Il malumore della confederazione sarà certamente arrivato all’orecchio del sottosegretario ed ex leader cislino Luigi Sbarra. Insomma ora sulla scuola una pezza va messa.
Idem sulle rivalutazioni. Qui combatte anche Tajani, chiedendo di rimodulare il taglio degli adeguamenti degli assegni che superano di cinque volte il trattamento minimo. Ma con quali soldi compensare? Salvini, che pure è d’accordo, dice «le banche». Gli istituti sono davvero sul punto di affrontare muso a muso il Governo, ricordando l’accordo dell’anno scorso cui si è cumulato il nuovo intervento per il 2027. E allora, tra le ipotesi tradizionali di incasso, non poteva che spuntare qualche condono. L’ipotesi è una riapertura della sanatoria-Berlusconi del 2003 sulla casa, ma in serata FdI, sentendo già salire il polverone, precisa che l’intervento sarebbe circoscritto alla Campania, che 23 anni fa non utilizzò quella finestra. Ma questo fa capire quanto sia già aperta una seconda caccia alle risorse, che potrebbe essere alleviata solo da una extra-flessibilità concessa dall’Ue (importante in questo senso l’Ecofin della prossima settimana). Intanto tra governatori che oggi si riuniscono in seduta straordinaria per affrontare il nodo delle risorse alla sanità, e malumori che fioccano dai corpi intermedi, la vita reale colpisce duro: a ottobre le bollette del gas sono aumentate del 9,1% per i soggetto vulnerabili, informa l’Arera. Forse anche per questo motivo la manovra si è trovata di colpo ad essere “senza genitori”.
Avvenire

Voto America / Contro il rischio di tensioni ai seggi il Dipartimento della Giustizia ha dispiegato mille osservatori. E spuntano i “cappellani elettorali”. La paura per la presenza di militari della Guardia nazionale. «Può esserci una nuova Capitol Hill»

L'America al voto, si alza l'onda blu dei dem. Crolla la fortezza trumpiana del North Carolina, trema quella in Texas

Lo spoglio delle schede è ancora in corso ma i risultati che arrivano a Washington dai 50 Stati chiamati alle urne per la verifica di midterm cominciano a delineare l’onda blu dei democratici che potrebbe abbattersi sul Congresso. Il primo strappo al Grand Old Party si concretizza in North Carolina: Roy Copper diventa senatore battendo il repubblicano Michael Whatley. Nello Stato “chiave” della Georgia si conferma senatore il giovane Jon Ossoff, “l’Obama del Sud”. Verso la vittoria va anche James Talarico in Texas: qui, i dem non vincevano dal 1994.
La Cnn diffonde i risultati di un sondaggio di contesto: circa tre elettori su quattro dichiarano di essere insoddisfatti di come stanno andando le cose negli Stati Uniti. Quasi quattro su dieci si definiscono addirittura arrabbiati. Tra i principali fattori alla base del malcontento figura l’insoddisfazione per le attuali condizioni economiche.
Un portavoce della Casa Bianca, dove è in corso un party per seguire lo spoglio in diretta, ha confermato il “cauto ottimismo” con il presidente segue gli sviluppi. Da Atlanta, capitale di uno Stato “chiave” come la Georgia, arrivano i primi dati sull’affluenza:  2,8 milioni di persone hanno espresso le proprie preferenze con il voto anticipato, altri 1,2 milioni si sono recati ieri ai seggi.
Sapremo solo domani, se non nei prossimi giorni, l’esito complessivo delle elezioni di midterm. Da questo dipende il futuro della seconda “era Trump”. La chiamata alle urne di milioni di americani ha rappresentato, di fatto, un referendum sulla sua presidenza. Il tycoon ha ostentato sicurezza fino all’ultimo. Intervistato da Fox News, a urne già aperte, ha dichiarato: «Penso che i risultati saranno meglio del previsto, abbiamo tutto sotto controllo». Non è proprio così. Secondo l’ultima analisi del Cook Political Report, i democratici potrebbero ottenere il controllo della Camera con un margine piuttosto alto: i seggi necessari a strapparla ai repubblicani sono 4; le previsioni statistiche parlano invece di un vantaggio tra 9 e 19 deputati. Più incerta è la partita al Senato, segnata dal “testa a testa” tra i candidati di sette Stati: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas.
La posta in gioco è enorme. Il dipartimento della Giustizia americano ha dispiegato circa mille osservatori elettorali in 126 contee e città di tutti i 50 Stati, comprese alcune delle principali aree urbane di quelli in bilico, soprattutto nella comunità considerate roccheforti democratiche. La motivazione ufficiale è garantire “l’integrità elettorale” – il controllo delle barriere architettoniche per i disabili, l’efficienza dell’assistenza linguistica, il rispetto del Voting Rights Act – e prevenire ogni sorta di irregolarità. Approccio che i democratici hanno percepito come una forma di intimidazione “mascherata” in contestazioni arbitrarie delle procedure di voto. Aggravata dal fatto che l’amministrazione Trump ha rifiutato di invitare gli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, interrompendo una tradizione che durava dal 2002. Il rischio di tensioni alle cabine elettorali ha ispirato alcune iniziative de-escalation. Il Franciscan Action Network di Washington, questo è solo un esempio, ha organizzato una rete di “cappellani elettorali”: circa 375 volontari, dislocati nei diversi Stati chiamati al voto, addestrati per portare una presenza di pace ai seggi e dirimere le eventuali controversie nel rispetto della legge statale e federale. «Purtroppo, un nuovo rischio che questa volta compare nell’elenco, e che non c’era mai stato prima, è la possibilità che il nostro stesso governo federale cerchi di interferire in qualche modo, direttamente o indirettamente, nelle elezioni», ha dichiarato il segretario di Stato del Minnesota, il democratico Steve Simon.
In campagna elettorale, Trump ha più volte evocato il rischio di brogli legati all’esercizio del voto di persone prive della cittadinanza americana. Lo spettro di agenti dell’Ice alle urne ha gettato un’ombra cupa sull’Election Day. Gli addetti all’accoglienza schierati all’ingresso del seggio allestito alla Cook Elementary School di Adams Morgan, quartiere periferico della capitale abitato da molti latinos, riescono a scherzarci su: «Qui siamo abbastanza tranquilli perché li hanno portati già tutti via», spiega Margareth offrendo biscotti agli elettori che entrano nell’atrio. Tina, 55 anni, presidia l’ingresso del Columbia Heights Educational Campus, sulla sedicesima strada, insieme a due ragazzi dell’associazione Election Protection: «Siamo fortunati perché qui, a Washington, non votiamo per Camera e Senato ma solo per sindaco, consiglieri, procuratore generale e delegato locale al Congresso – precisa -. Eppure, c’è un clima pessimo. Temiamo possano presentarsi i militari della Guardia Nazionale che, qualche giorno fa, abbiamo visto aggirarsi nel quartiere». Cosa significa? La donna si lascia andare in un amaro sospiro: «Che si stanno preparando… Se per Trump le elezioni andranno male potrebbe esserci un’altra Capitol Hill, la città verrebbe messa in lockdown». Amplificate dall’incertezza delle ultime ore, le paure del passato diventano fantasmi che si aggirano tra le strade tappezzate di volantini che segnalano i posti di blocco dell’Antidroga: «Attenzione, vi fermano e arrestano senza motivo».
Lunghe code sono state registrate ai seggi di diversi Stati: in Georgia, Michigan e Pennsylvania, per esempio, e a New York. A urne aperte, Trump ha mosso due pedine strategiche sullo scacchiere della politica estera: annunciato il taglio dei fondi a Israele («Entro la fine dell’anno») e un incontro alla Casa Bianca, presieduto dalla “First Lady” Melania, tra un rappresentate della Russia e dell’Ucraina (in programma già per giovedì). Proclami elettorali tesi a correggere, se possibile, il tiro dell’ultimo comizio tenuto dal tycoon al Lincoln Memorial: un discorso di 45 minuti dedicato principalmente a un progetto di ristrutturazione da 1,6 miliardi di dollari del monumento e della “vasca riflettente” a cui il presidente vorrebbe dare il suo nome. Uscita che ha irritato molti all’interno dello stesso Grand Old Party attraversato da un brivido di terrore e speranza: «Non può essere vero, è uno scherzo».

Il beato Livatino e don Puglisi “docenti” di Vangelo, Costituzione e cittadinanza

Il beato Livatino e don Puglisi "docenti" di Vangelo, Costituzione e cittadinanza

«Uomini e donne responsabili, cittadini credibili» è il titolo della prima edizione di un corso di formazione per docenti di ogni ordine e grado, promosso dall’Ufficio regionale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Conferenza episcopale siciliana, proposto per l’anno scolastico 2026-2027. Il corso, gratuito e con attestato finale riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, si ispira ai beati Rosario Livatino e a padre Pino Puglisi, testimoni che hanno pagato con la vita la fedeltà al Vangelo e al proprio dovere e che ricordano alla scuola il suo compito più alto, quello di formare coscienze prima ancora di trasmettere nozioni. Sono loro a ricordare che legalità, responsabilità e cittadinanza non sono argomenti da trattare in astratto, ma dimensioni da attraversare, prima nella propria formazione personale e poi nell’azione educativa. Per questo il corso non è un semplice aggiornamento professionale, ma un invito a mettersi in gioco come persone e come educatori.
Il percorso, aperto agli insegnanti di tutta Italia e di ogni disciplina, prevede otto appuntamenti online sulla piattaforma formativa dell’Uciim (Unione cattolica italiana insegnanti, dirigenti, educatori, formatori) per 25 ore comprensive tra lavoro personale, di gruppo o per la creazione di un micro-progetto da attuare nelle proprie classi. Partirà il 6 novembre e si concluderà il 5 marzo 2027. Esperti dei diversi ambiti – coinvolti grazie a una rete di associazioni ed enti come Uciim, Ciofs scuola (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane), Diesse (Centro per la formazione e l’aggiornamento per la didattica e l’innovazione scolastica), Disal (associazione Dirigenti scuole autonome e libere), Aimc (Associazione italiana maestri cattolici) e Cnos scuola (Centro nazionale opere salesiane) – accompagneranno i partecipanti in un cammino tra riflessione, testimonianza e operatività.
Si comincerà con la Costituzione e il Vangelo come bussole al fine di educare al rispetto delle regole e all’amore vero che dona libertà, per poi interrogarsi sulla credibilità del docente come testimone di coerenza. Spazio, poi, alla mafia come antistato e anti-cultura con gli strumenti storici e d’attualità, e alla cura come condizione di una relazione che valorizza il senso del dovere scolastico. Si affronteranno, quindi, il rispetto dell’altro e le periferie esistenziali, per educare all’inclusione, sottolineando la didattica della memoria attiva con itinerari socio-culturali e progetti di service learning . Non mancherà una riflessione su come comunicare l’impegno per la giustizia nell’era digitale tra alfabetizzazione e contrasto ai linguaggi violenti. Il percorso si chiuderà con un laboratorio sulla progettazione scolastica.
Avvenire

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Grado della Celebrazione: COMMEMORAZIONE
Colore liturgico: Viola o Nero    S1102A ;

Liturgia


 



Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio.
Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali (cfr Conc. Vat. II, Costituzione dommatica sulla Chiesa, «Lumen gentium», 49).
La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi (ibidem, 50). Nei riti funebri la Chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. (Cfr Rito delle esequie, 1).
Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV.
Le letture di questa prima Messa illuminano il mistero della morte con la speranza della risurrezione. Giobbe, pur nella sofferenza, proclama la sua fiducia nel Redentore vivente; san Paolo annuncia l’amore di Dio manifestato nella morte di Cristo per noi; Gesù, nel Vangelo, promette di non perdere nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato, ma di risuscitarli nell’ultimo giorno. La preghiera per i nostri defunti diventa così una professione di fede nella vittoria di Cristo sulla morte e nella comunione che continua a unirci a quanti ci hanno preceduto.

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Antifona d’ingresso
Come Gesù è morto e risorto,
così anche Dio, per mezzo di Gesù,
radunerà con lui coloro che sono morti.
E come in Adamo tutti muoiono,
così in Cristo tutti riceveranno la vita.
Colletta
Nella tua bontà, o Padre,
ascolta le preghiere che ti rivolgiamo,
perché cresca la nostra fede nel Figlio tuo risorto dai morti
e si rafforzi la speranza che i tuoi fedeli
risorgeranno a vita nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Gb 19,1.23-27
Io lo so che il mio redentore è vivo.
Dal libro di Giobbe

Rispondendo Giobbe prese a dire:
«Oh, se le mie parole si scrivessero,
se si fissassero in un libro,
fossero impresse con stilo di ferro e con piombo,
per sempre s’incidessero sulla roccia!
Io so che il mio redentore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà strappata via,
senza la mia carne, vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso,
i miei occhi lo contempleranno e non un altro».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 26
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.
Seconda lettura
Rm 5,5-11
Giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 6,40

Alleluia, alleluia.
Questa è la volontà del Padre mio:
che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna;
e io lo risusciterò nell’ultimo giorno, dice il Signore.
Alleluia.
Vangelo
Gv 6,37-40
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Nella comunione di speranza e di carità che neppure la morte può spezzare, celebriamo il ricordo di tutti i defunti e innalziamo a Dio, con umiltà e fiducia, le nostre suppliche.
Preghiamo insieme e diciamo: Dio, nostra speranza, ascoltaci.

1. Dio della pace, accogli nel beato riposo del tuo regno i fratelli e le sorelle che in questo mondo hanno sostenuto l’arduo combattimento della fede. Noi ti preghiamo.
2. Dio, gloria degli umili e premio dei giusti, dona ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, che hanno svolto il loro ministero in mezzo a noi, la pienezza della vita e la gioia promessa ai servi fedeli. Noi ti preghiamo.
3. Dio di ogni bontà, non lasciare che alcuno perisca di coloro che hai affidato a Cristo buon pastore, maestro e guida per i pascoli eterni. Noi ti preghiamo.
4. Dio della vita, donaci il senso cristiano del vivere e del morire e la certezza che al momento della morte entreremo nella verità tutta intera. Noi ti preghiamo.
5. Dio di infinita misericordia, esaudisci la preghiera universale della Chiesa, e purifica ogni creatura con il fuoco della tua carità. Noi ti preghiamo.

O Dio, fondamento della speranza che non delude, confortaci nelle fatiche del pellegrinaggio terreno. Alimenta in noi la certezza di essere sempre in comunione di spirito con i nostri cari defunti, nell’attesa di incontrarci tutti in cielo. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Guarda con benevolenza, o Padre, i nostri doni,
perché i tuoi fedeli defunti siano associati
alla gloria del tuo Figlio,
che tutti ci unisce nel grande sacramento del suo amore.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Prefazio
PREFAZIO dei defunti I-V
Antifona alla comunione
«Io sono la risurrezione e la vita», dice il Signore.
«Chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».

Preghiera dopo la comunione
Fa’, o Signore, che i tuoi fedeli defunti,
per i quali abbiamo celebrato il sacramento pasquale,
entrino nella tua dimora di luce e di pace.
Per Cristo nostro Signore.

(Si può utilizzare la formula della benedizione solenne)

Il Dio di ogni consolazione,
che nella sua bontà ineffabile ha creato l’uomo
e nella risurrezione del suo Figlio unigenito
ha concesso ai credenti la speranza di risorgere,
effonda su di voi la sua benedizione. R. Amen.

A noi, ancora pellegrini sulla terra,
conceda il Signore il perdono dei peccati,
e a tutti i defunti la dimora della luce e della pace. R. Amen.

Doni a tutti noi,
che crediamo in Cristo risorto dai morti,
di vivere con lui nella felicità senza fine. R. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
discenda su di voi e con voi rimanga sempre. R. Amen.

Liturgia 8 Novembre XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Ai tempi di Gesù la sposa aspettava nella casa dei genitori l’arrivo dello sposo. Dopo il tramonto del sole, lo sposo arrivava con un corteo nuziale per portarla nella sua casa. Alcune damigelle seguivano la sposa. Diverse ragioni potevano causare il ritardo dello sposo come, per esempio, lunghi discorsi con i genitori della sposa sui doni e sulla dote. Il tirare in lungo le trattative era di buon auspicio. Ma non è lo stesso per le spose di cui si parla nel Vangelo di oggi. Qui si tratta infatti del ritorno di Cristo e tutto è riassunto nelle ultime parole: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, cioè: “Siate pronte per l’arrivo di Cristo”. Così la parabola delle vergini poteva cominciare con questa frase: “Per il regno dei cieli accadrà come per le dieci vergini che uscirono, con le loro lampade, incontro allo sposo”. Agli occhi di Gesù, è saggio chi veglia, cioè chi pensa sempre, nel suo animo, al giorno del ritorno del Signore e all’ora della propria morte, chi vive ogni giorno nell’amicizia di Dio, nella grazia santificante, e chi si rialza subito se, per debolezza, cade. Allora “Vegliate”, perché nessuno, all’infuori di Dio, conosce il giorno e l’ora.

Antifona d’ingresso
Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio alla mia supplica, Signore. (Sal 87,3)
Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te,
perché, nella serenità del corpo e dello spirito,
possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, voce che ridesta il cuore,
nella lunga attesa dell’incontro con Cristo tuo Figlio
fa’ che non venga a mancare l’olio delle nostre lampade,
perché, quando egli verrà,
siamo pronti a corrergli incontro
per entrare con lui alla festa nuziale.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Sap 6,12-16
La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano.
Dal libro della Sapienza

La sapienza è splendida e non sfiorisce,
facilmente si lascia vedere da coloro che la amano
e si lascia trovare da quelli che la cercano.
Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano.
Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta,
chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni;
poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei,
appare loro benevola per le strade
e in ogni progetto va loro incontro.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 62
Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando nel mio letto di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
Seconda lettura
1Ts 4,13-18
Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.
Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Parola di Dio.

Forma breve:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (4, 13-14)

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 24,42.44

Alleluia, alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate,
viene il Figlio dell’uomo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 25,1-13
Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Rivolgiamo al Padre la nostra preghiera chiedendogli tutto il bene che desideriamo per noi e per l’intera umanità.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascolta, Padre, la nostra supplica.

1. Per la Chiesa: fortificata dallo Spirito Santo, affronti il giudizio del mondo e le persecuzioni mantenendosi sempre fedele al comandamento dell’amore. Preghiamo.
2. Per i pastori della Chiesa: docili all’azione della grazia, trasmettano fedelmente l’annuncio di salvezza e siano maestri di verità e modelli di comunione. Preghiamo.
3. Per i popoli del mondo: l’universale aspirazione alla pace si traduca in scelte coraggiose e concrete, nel rispetto della vera libertà e dignità di ogni vita umana. Preghiamo.
4. Per gli imprenditori che hanno investito nel creare lavoro e si sono pesantemente indebitati: non cedano allo sconforto e siano messi in condizione di proseguire. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la Parola ascoltata e meditata ci aiuti a cogliere e a rendere fruttuose le occasioni di bene che incontreremo sul nostro cammino. Preghiamo.

Padre santo, aiutaci a riconoscerti presente nei doni della tua bontà: con la tua grazia il nostro cammino terreno proceda verso l’incontro festoso dell’ultimo giorno nel regno dei cieli. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
O Padre, volgi benevolo
il tuo sguardo su queste offerte,
perché celebrando nel mistero
la passione del tuo Figlio
vi aderiamo con amore fedele.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. (Sal 22,1-2)

Oppure:
I discepoli riconobbero Gesù, il Signore,
nello spezzare il pane. Alleluia. (Cf. Lc 24,35)

Oppure (Anno A):
Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora
in cui verrà il Signore. (Cf. Mt 25,13)
Preghiera dopo la comunione
Nutriti dei tuoi santi doni ti rendiamo grazie, o Signore,
e imploriamo la tua misericordia:
per il tuo Spirito, comunicato a noi in questi sacramenti,
ci sia data la grazia di rimanere fedeli nel tuo servizio.
Per Cristo nostro Signore.

Kimi Antonelli diventa il più giovane campione del mondo di sempre

MEXICO CITY, MEXICO - NOVEMBER 01: Race winner Max Verstappen of the Netherlands and Oracle Red Bull Racing and Second placed Lewis Hamilton of Great Britain and Scuderia Ferrari lift  2026 F1 World Drivers Champion and third placed Andrea Kimi Antonelli of Italy and Mercedes AMG Petronas F1 Team onto their shoulders on the podium during the F1 Grand Prix of Mexico at Autodromo Hermanos Rodriguez on November 01, 2026 in Mexico City, Mexico. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

È aria fresca, luce dentro a un tempo che adesso porta il suo nome. Andrea Kimi Antonelli ride e piange, corre senza fermarsi come se alle sue spalle ci fosse ancora qualcuno da seminare. Ma non c’è più nessuno là dietro, perché un ventenne italiano è diventato campione del mondo di Formula 1. Eppure Kimi corre lo stesso: in Messico, tra le braccia della sua squadra, appena sceso da una Mercedes che durante la parabola di tutta la stagione gli ha concesso lampi di gloria purissima che ha saputo sfruttare con la calma di un veterano. L’uomo e la macchina, insieme. Perfetti come in ogni grande storia che la Formula 1 abbia mai raccontato. Questa, più di molte, destinata a riempire i libri del motorismo per sempre: diluvi di grandezza per un ragazzo che grande, nell’età, non è ancora. Arrivato nella massima serie a diciotto anni, subito con Mercedes, a sostituire chi, invece, è tra i più grandi di tutti i tempi: Lewis Hamilton. Un bambino nel sedile di un gigante, con tutta la pressione che ne consegue. Da lì un primo anno di alti e bassi, a prendere le misure con un mondo altro, e poi quest’anno – al via di un nuovo regolamento tecnico – subito davanti, subito veloce, imprendibile, puntato con i piedi dentro a un universo che non gli è mai più stato estraneo. Capace di prendersi la testa del Mondiale alla terza gara del campionato per poi non lasciarla più andare: cinque successi consecutivi come base solidissima per costruire il proprio trionfo, cuscino per proteggersi dai colpi dei problemi di affidabilità che lo hanno mandato al tappeto due volte, e poi ancora davanti, con nove vittorie totali e una costanza senza eguali, per definire il profilo perfetto di un titolo iridato vinto con quattro gare di anticipo sul finale della stagione.

Gazzetta

Gp del Messsico, Kimi Antonelli è Campione del mondo - 011126

E se per una attimo smettessimo di distribuire colpe alle generazioni adulte e affrontassimo il tema della rabbia e della violenza dei giovani dal punto di vista delle famiglie? Ci abbiamo provato in questo longform. A partire da un documento della Chiesa.

Genitori nel corteo in Stazione Centrale di venerdì 30 ottobre

Avvenire

Colpa dei genitori, colpa della politica, colpa dei social, colpa di un’immigrazione senza regole, colpa del capitalismo che con i suoi falsi miti illude e confonde, colpa della mancanza di regole chiare, colpa del permissivismo, colpa delle diseguaglianze sociali, colpa della polizia che non ha saputo prevenire, colpa degli amministratori locali che non si curano delle periferie, colpa del vuoto di valori, colpa della scuola, colpa di tutti e di nessuno. Quante ne abbiamo sentite dopo le devastazioni dell’altra settimana a Milano. Tutto condivisibile, o quasi. Ma la questione è tanto vasta, tanto profonda, tanto complessa da sollecitare nuove analisi e nuovi tentativi di capire i motivi che stanno alla base di quanto capitato. Anche se tanto è stato già detto, non è forse azzardato aggiungere qualche pensiero su un versante poco indagato e sempre visto con un certo sospetto, quello dell’educazione alla legalità e alla giustizia. Riflessione non inutile anche per sgomberare il campo dall’equivoco secondo cui ribadire il valore della legalità e della giustizia significa stare con i poteri forti, “dalla parte della polizia” o comunque di coloro che sono visti come sostenitori della repressione. Non è così. E, come Chiesa, abbiamo le carte in regola per dirlo. Nel 1991, in un contesto storico segnato dalle stragi di mafia e dal moltiplicarsi delle inchieste di corruzione, i vescovi italiani pubblicarono un documento, “Educare alla legalità”, che fece molto discutere perché, in modo chiaro e controcorrente, veniva sottolineata l’esigenza di rispondere alla crisi morale dilagante non con l’inasprimento delle leggi, non con la forza delle armi, ma con l’educazione, con il richiamo al senso del bene comune e della responsabilità individuale.
La legalità, nel documento, è presentata come espressione diretta della giustizia che, a sua volta si fonda sull’inalienabile dignità della persona umana e sui suoi diritti-doveri sociali. Spiazzante anche l’idea, espressa nel testo, secondo cui la legalità non è un’arma in mano ai potenti per aumentarne i privilegi oppure per proteggere gli egoismi individuali o di gruppo, ma uno strumento per proteggere innanzi tutto i deboli e gli indifesi, garantendo che i diritti proclamati sulla carta diventino effettivamente fruibili per tutti, senza bisogno di “protezioni” o raccomandazioni. Il documento invita poi a superare la cultura della rassegnazione – il mondo va così e non possiamo farci niente – ma anche quell’atteggiamento da furbastri secondo cui gli interessi collettivi, quando occorre e quando fa comodo, possono sempre essere subordinati a quelli individuali e di parte. Insomma, senso della legalità come antidoto al dilagare della corruzione e del malcostume. Pochi mesi dopo l’uscita di “Educare alla legalità” scoppiava Tangentopoli e non furono pochi quelli che si stupirono per la carica profetica di un testo che sembrava tracciare un quadro chiaro e consapevole dei comportamenti etici, la cui assenza era alla base di quanto doveva succedere. Tanto che il discorso sul valore della coscienza personale da formare in modo paziente e metodico per costruire una più salda coscienza sociale, come premessa di giustizia e di libertà per una società migliore, rimane tra gli spunti più originali – e purtroppo inascoltati – del testo.
Qui però ci interessano soprattutto le indicazioni pedagogiche ed educative arrivate dalla Chiesa italiana per diffondere e radicare, allora come oggi, il senso della legalità e della giustizia. La prima scuola di cittadinanza, spiegano i vescovi, è la famiglia, cioè il luogo primario in cui si apprende la solidarietà, il rispetto dell’altro e il valore delle regole comunitarie attraverso il dialogo e la coerenza degli adulti. Una sottolineatura di assoluta attualità, da condividere e da riprendere con la stessa forza a distanza di oltre 35 anni. Se in questi tre decenni la famiglia è profondamente cambiata, se le trasformazioni e le disgregazioni l’hanno indebolita e atomizzata, certamente non sono cambiati i compiti educativi dei genitori, chiamati a far respirare un clima familiare in cui i ragazzi possono sperimentare il concetto di regola, il senso del rispetto dell’altro, l’esito delle proprie azioni, l’opportunità di scegliere il bene come vantaggio per sé e per gli altri perché – va spiegato – dal male derivano solo conseguenze negative, opportunità effimere ed ingannevoli da cui stare alla larga. Come si impara questa verità in famiglia? Come tutti gli altri processi educativi, quindi con i fatti, con gli esempi e, infine, con le parole.

Perché le regole della casa vanno trasformate in un patto condiviso?

Cominciamo dalle regole che non vanno mai intese come un codice astratto, ma come un aiuto a svolgere meglio un determinato compito. Le regole imposte dall’alto generano spesso rifiuto o sottomissione formale, le regole condivise generano responsabilità. Ma perché questo succeda è indispensabile che i ragazzi comprendano il senso di quanto chiediamo loro e i vantaggi che ne derivano per sé stessi e per gli altri membri della famiglia. Le indicazioni sugli orari di studio, sull’uso corretto dei vari device elettronici, sui comportamenti da adottare per migliorare l’organizzazione della casa, non sono finalizzati a soddisfare le piccole manie dei genitori, ma a costruire benessere per tutti ed esprimono il rispetto e l’amore verso coloro che vivono insieme a noi. Chi trasgredisce non è il più furbo o il più “cattivo”, ma è solo un ragazzo che non è stato aiutato a comprendere la soddisfazione e i vantaggi che derivano dal portare a termine bene i propri compiti. Quando una regola è scelta e discussa insieme, diventa uno stile di vita che entra in profondità nel cuore dei ragazzi e ne modella comportamenti e personalità.
Un punto tanto più vero se spieghiamo loro che ogni regola, quando si rivela inutile e inadeguata, può essere cambiata perché, per sviluppare la costruzione di una responsabilità attiva e consapevole, non servono dogmi rigidi ma leggi che siano davvero al servizio delle persone e delle loro esigenze. Un principio evangelico – “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc, 2,27) – che funziona tra le pareti di casa ma anche a scuola, nel mondo dello sport, nei rapporti sociali, per tracciare quel percorso personale e collettivo che spiega il valore della democrazia. Ecco perché un’autentica educazione alla legalità e alla giustizia, diventa anche una via privilegiata per spiegare il senso della politica come costruzione del bene comune. Concetto quasi impossibile da comprendere per chi oggi guarda al dibattito politico. Eppure non possiamo rassegnarci. Educare vuol dire anche proporre nuovi punti di vista, capaci di ribaltare il pensiero comune per introdurre spunti più originali e stimolanti. Non potremo mai spiegare ai nostri ragazzi il valore della regola, in una chiave di legalità e di giustizia, se non ne indichiamo gli aspetti positivi al servizio di una vita migliore, di un bene che si estende a tutti e ne rafforza identità, dignità e libertà. Ma tutto va costruito con esempi concreti, partendo da episodi della vita reale, da situazioni incontrate e vissute. I ragionamenti teorici, soprattutto su questioni così complesse, difficilmente fanno breccia.

Perché va insegnato che i conflitti non si risolvono con la sopraffazione?

Un altro punto fondamentale per educare alla legalità e alla giustizia è quello della gestione dei conflitti. La violenza e la prevaricazione nascono spesso dall’incapacità di gestire le frustrazioni, di accettare i “no” e di riflettere sui motivi del disaccordo con i propri pari o con gli adulti. In queste situazioni è facile per i genitori cadere nella tentazione di risolvere tutto urlando o imponendo la propria autorità di adulti, della serie “devi fare così perché lo dico io”. Un atteggiamento che non risolve nulla e genera solo malumori e incomprensioni. Occorre invece abituare i ragazzi a non esprimere rabbia, ad ascoltare le ragioni dell’altro, a cercare una mediazione. Si impara la giustizia quando si riconosce che anche l’altro ha dei diritti e che questi diritti vanno rispettati e devono diventare motivo di riflessione. Non c’è altra strada. Anche nelle situazioni più difficili e più delicate, occorre abituare i figli a porsi sistematicamente la domanda: “Se tu fossi al suo posto, come ti sentiresti? Prova a metterti nei suoi panni, cerca di capire perché ha agito in quel modo”. Si tratta di una riflessione che spesso non porta a risultati concreti. Ma il solo fatto di fermarsi a pensare, di cercare insieme le ragioni di un comportamento, possono diventare una via importante per affinare un’abitudine decisiva in una prospettiva di crescita interiore, quella di guardarsi dentro e di esaminare quanto succede alla luce della propria coscienza. E quando si arriva a mettere a fuoco i contorni di un errore, più o meno grave – non parliamo naturalmente di reati – occorre sollecitare i ragazzi a chiedersi come riparare, come porre rimedio all’offesa arrecata. In famiglia non ci sono tribunali o sentenze, ma anche per l’ordinaria gestione di quanto succede tra le pareti di casa, la soluzione più efficace è spesso la giustizia riparativa a cui occorre abituare i ragazzi già nella quotidianità delle piccole dinamiche domestiche.
Ogni gesto, va spiegato, ha una serie di conseguenze che devono essere comprese e risolte. Una lite, un’offesa, una trasgressione vanno riparate con azioni coerenti, senza il timore di perdere la faccia. Anzi, quanto più si è disposti a chiedere perdono e a risarcire concretamente le vittime – non parliamo di denaro ma di incombenze, di gesti di riparazione di cui farsi carico – tanto più si potrà vedere che il bene produce frutti capaci di annullare e cancellare il male. È una lezione straordinaria, da cui si può comprendere in profondità il senso della legalità e della giustizia. Ecco perché uno degli errori più disastrosi che un genitore possa commettere è quello di coprire, nascondere, giustificare gli errori dei propri figli. Di fronte a un ragazzo che sbaglia, minimizzare, ridimensionare o addirittura negare, significa a nostra volta cadere nell’errore, precludergli un futuro da adulto consapevole e condannarlo a una sorta di perenne immaturità.

La coerenza degli adulti: il punto decisivo

Anche per l’educazione alla giustizia e alla legalità l’esempio degli adulti, innanzi tutto dei genitori, è decisivo. Ma i ragazzi sono attentissimi anche ai comportamenti di insegnanti, educatori, allenatori sportivi. L’atteggiamento vincente è sempre la coerenza tra parole e fatti, tra quanto si vorrebbe insegnare con le parole e i nostri comportamenti reali. L’adolescente sviluppa un’estrema sensibilità verso le ipocrisie degli adulti. Dire loro di rispettare le regole mentre si trasgrediscono piccole norme quotidiane distrugge la credibilità educativa. Vale in tutte le circostanze. Se, quando ci mettiamo in auto con i nostri figli, trasformiamo il nostro veicolo in una sorta di mezzo d’assalto da cui inveire contro gli altri automobilisti, superare dove è vietato, parcheggiare in seconda fila e, quando abbiamo la speranza di non essere visti o di non rischiare contravvenzioni, ignorare ogni regole del codice della strada, finiremo per perdere ogni credibilità e daremo ai ragazzi un messaggio sbagliato e dannoso. Anche nella vita quotidiana l’onesta nelle piccole cose, per esempio la correttezza nel non saltare le file, la cortesia verso chi lavora, la fermezza nel rifiutare scorciatoie furbesche, insegnano più di tanti discorsi moralistici.
Troppo spesso dietro una facciata rispettabile, c’è una vita vissuta sul filo dell’illegalità, alla ricerca di espedienti per aggirare leggi e regolamenti. I ragazzi intuiscono e dissentono. Capita ovunque, purtroppo, anche in ambienti come quello del volontariato, del terzo settore, dell’impegno sociale. Una delle esperienze peggiori, in tema di educazione alla legalità e alla giustizia, è quella di verificare che dietro iniziative ammantate di impegno solidale, magari nobilitate da principi evangelici, si nascondono interessi personali, sotterfugi, piccole ingiustizie. Verificare, per esempio – come capitato a una famiglia di amici – che in un gruppo di acquisto solidale, nato nell’ambito di una comunità parrocchiale, c’è chi sottrae la frutta migliore dalle casse destinate alla distribuzione, per rivenderla e intascarne il piccolo guadagno relativo, è un’esperienza che distrugge agli occhi dei ragazzi mille lezioni sulla legalità e sulla giustizia.

Il rispetto della legge deve avvenire anche nel digitale?

Non è facile, certamente, viaggiare sempre sul filo della coerenza. Anche e soprattutto a proposito di tutto quanto avviene in rete. Abbiamo più volte fatto notare come oggi, per la maggior parte degli under 30, ma anche per tutti coloro che si ritengono “diversamente giovani”, i confini tra on line e on life sono talmente sfumati da scomparire. Ma è fuori dubbio che violenza e l’illegalità giovanile passano a doppio filo dai social media e dalla valanga di video che, in ogni istante, scorrono sui cellulari dei nostri figli spesso senza un filo logico, mescolando situazioni, persone, episodi, emozioni. Per un ragazzo non è sempre facile cogliere il senso, spesso confuso, spesso nascosto, spesso ambiguo di questo caleidoscopio stordente ma affascinante. Ecco perché parlare di ciò che accade in rete, spiegare che la privacy altrui va rispettata, che le parole scritte online hanno lo stesso peso di quelle dette a voce e che condividere o deridere il disagio altrui sul telefono è una forma di violenza reale dalla condivisione di video di risse alla gogna online, è ormai parte integrante e irrinunciabile di qualsiasi percorso di educazione alla legalità e alla giustizia. Ma, anche in questo caso, la coerenza è premessa irrinunciabile. Sollecitare un utilizzo coerente dello smartphone significa a nostra volta motivarne l’uso, soprattutto se frequente come spesso avviene, quando si è in compagnia dei nostri ragazzi. Introdurre un’educazione digitale critica serve anche a smascherare la tossicità della cultura dell’apparenza. I giovani devono comprendere che la spettacolarizzazione della violenza online non è un gioco virtuale, ma produce danni reali, ferite profonde e conseguenze giudiziarie indelebili.

Promuovere la cura del bene comune crea appartenenza

Per comprendere il senso della legalità e della giustizia occorre anche aiutare i nostri figli a uscire dai confini del proprio mondo, occorre spiegare loro che facciamo parte di una comunità in cui c’è una storia, c’è un passato comune, ci sono patrimoni culturali, artistici, ambientali che vanno conosciuti, compresi e tutelati. Raccontare il rapporto che esiste tra legalità, giustizia, civiltà, arte, ambiente è una questione decisiva. Ma non si può aiutare i ragazzi a crescere in consapevolezza nei confronti del territorio in cui si vive, se non riusciremo a promuoverne una conoscenza approfondita e meditata. La maggior parte dei giovanissimi italiani, spesso immigrati di seconda generazione, che qualche giorno fa ha distrutto decine di vetrine nei dintorni di piazza Duomo, ignorava quasi certamente il significato dei monumenti e degli edifici che si trovano nel centro di Milano. Il cuore del capoluogo lombardo, come quello di tutte le nostre città, non è solo uno spazio urbano, ma è lo specchio della nostra identità, del nostro sentire comune, di un passato che risulta decisivo anche per tracciare il futuro. Quelle pietre, più che opere d’arte, sono il profilo di una civiltà, un serbatoio di valori, un archivio della memoria. Conoscere il paesaggio urbano in cui ci muoviamo, apprenderne la storia e comprenderne il senso è il primo passo per sviluppare un desiderio di cura e di tutela. Quando un ragazzo impara a prendersi cura di ciò che è di tutti, difficilmente lo danneggerà o tollererà che altri lo facciano. Qui, evidentemente, non servono regole, non servono cartelli con l’elenco dei divieti, ma è indispensabile un lavoro attento di educazione alla conoscenza di quel patrimonio culturale che è parte integrante della nostra civiltà. Quello che un tempo avveniva, almeno in parte, con la trasmissione generazionale, oggi non può evidentemente verificarsi con le famiglie immigrate.
Secondo una ricerca realizzata un paio di anni fa dall’Istituto di antropologia per la cultura della famiglia e della persona, che ha promosso un progetto di integrazione a partire dalla secolare quadreria del Policlinico di Milano, quasi il 90 per cento dei bambini che frequentano le scuole primarie nelle periferie della città, non era mai stato in piazza Duomo. Come pretendere che quei ragazzini, una volta cresciuti, avvertano nei confronti della città che li ospita sentimenti di tutela, di promozione, di custodia? Per loro, come infatti è avvenuto, quelle vie non rappresentano una parte rilevante del patrimonio storico-artistico appartenente a tutta la comunità, ma una zona di nessuno in cui imporre la propria legge, un’esposizione di oggetti di lusso da assaltare e da saccheggiare. Ecco perché l’educazione alla legalità e alla giustizia passa anche attraverso la cura del bene comune, della città in cui si vive, dell’ambiente che ci accoglie. Educare alla legalità e alla giustizia non significa insegnare il rispetto formale delle leggi – quasi impossibile sulla base di indicazioni solo teoriche – ma costruire dal basso il senso civico, insegnare la responsabilità personale e la capacità di abitare lo spazio pubblico come un bene comune da comprendere, da rispettare, da amare.

Perché serve un nuovo patto tra famiglie, scuola, comunità?

Ma chi fa questo lavoro oggi? Le difficoltà della scuola sono ben note, quelle delle famiglie – soprattutto se immigrate – anche. È necessario quindi ricostruire un’alleanza forte e visibile tra genitori, docenti, educatori di strada e istituzioni locali. Genitori e insegnanti devono condividere una linea di valore coerente, evitando di giustificare comportamenti scorretti e diventando essi stessi modelli credibili di legalità quotidiana. E poi c’è il ruolo fondamentale dell’associazionismo, del privato-sociale, della comunità ecclesiale. Pretesa eccessiva quella di tornare a vedere le nostre comunità protagoniste di questi essenziali percorsi educativi, come avvenuto nel 1991, in occasione della promozione del documento “Educare alla legalità”? Crediamo di no. Sarebbe un compito straordinario per la comunità cristiana quello di farsi nuovamente promotrice di un progetto per la formazione di una nuova etica capace di promuovere la responsabilità individuale e collettiva, facendo acquisire ai ragazzi la consapevolezza del loro ruolo fondamentale nel processo di tutela e di custodia del patrimonio storico, artistico, ambientale. Entrare nella contemporaneità, aprire gli occhi sulle difficoltà del presente, significa anche riconoscere il valore delle implicazioni antropologiche e della tradizione storico-culturale come strada maestra di educazione al senso della legalità e della giustizia. E quindi, concretamente, coinvolgere i giovani nella cura attiva e nella rigenerazione dei luoghi in cui vivono. Quando un ragazzo partecipa alla riqualificazione di un parco, alla gestione di un centro sociale oppure a un iniziative di quartiere, il suo legame con il territorio cambia: da spazio da vandalizzare a casa comune da tutelare.

Che alternative ci sono oltre alla repressione?

La violenza giovanile è spesso il sintomo di un profondo disagio inespresso, di un bisogno di visibilità distorta o di una incapacità di gestire la frustrazione e la rabbia. Prima di giudicare, occorre creare spazi di ascolto autentico. I giovani hanno bisogno di sentire che le loro emozioni e le loro fragilità sono viste. L’educazione alla legalità inizia insegnando a riconoscere il dolore dell’altro, trasformando l’empatia nel primo vero argine contro la sopraffazione. Spesso nei contesti di gruppo (il branco) la responsabilità individuale si dissolve, alimentando un senso di onnipotenza e di immunità.
È fondamentale riaffermare che ogni azione ha conseguenze tangibili sugli altri. Educare alla giustizia significa insegnare che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella altrui, e che la trasgressione delle regole non è un “atto di coraggio” o una bravata, ma una lesione dei diritti della comunità. Una scelta che non fa male soltanto a chi la subisce e a chi la compie, ma anche a tutti noi.
Sappiamo bene che la devianza giovanile prospera dove c’è vuoto, noia, mancanza di prospettive e assenza di luoghi aggregativi sani e accessibili. Abbiamo più volte ribadito che la legalità non si impone con i divieti, ma si promuove offrendo opportunità. Sport, musica, teatro, laboratori artistici e percorsi di cittadinanza attiva devono diventare accessibili a tutti, soprattutto nelle periferie. Dare ai giovani la possibilità di esprimere il proprio talento e la propria energia in modo costruttivo è la prevenzione più efficace in assoluto. Se la repressione, come risposta immediata e inflessibile a tutela dell’ordine pubblico e della percezione di sicurezza, è indispensabile per arginare il fenomeno, dall’altro la prevenzione sociale e l’impegno educativo vanno considerati gli unici veri antidoti strutturali per disinnescare le cause profonde del disagio. Prevenzione ed educazione agiscono prima che il reato venga commesso. Intervengono sui fattori di rischio: la dispersione scolastica, la povertà educativa, la mancanza di spazi di aggregazione, il disagio psicologico e l’assenza di punti di riferimento adulti. Strumenti come il potenziamento dei servizi di educazione di strada, i centri di aggregazione giovanile aperti e inclusivi, i laboratori artistici e sportivi nelle periferie e il supporto psicologico nelle scuole mirano a ricucire il tessuto sociale e danno ai ragazzi alternative concrete alla strada e al gruppo deviante. Certo, servono tempi lunghi. I frutti della prevenzione sociale non si vedono nel giro di poche settimane, ma richiedono anni di continuità politica, investimenti economici stabili e una rete territoriale coesa, in cui amministrazione locale, terzo settore, scuole, famiglie possano essere messi nella condizione di agire in modo concordato e coerente. È utopia sperare che questa saldatura virtuosa possa davvero verificarsi in tempi ragionevoli, al di là delle divisioni politiche e degli orientamenti culturali?

Come educare alla legalità con un libro o con un film?

Affrontare temi complessi come la legalità, la giustizia e il valore delle regole insieme ai ragazzi attraverso la lettura o la visione condivisa di un film è uno degli strumenti più efficaci per stimolare il dialogo in famiglia. Le storie aiutano a “uscire dalla morale” calata dall’alto e a immedesimarsi nelle conseguenze delle scelte. Ecco una selezione di libri, film e serie TV pensati per i ragazzi (e ideali per essere discussi insieme) divisi per chiavi di lettura:
“Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando (Rizzoli)
Perché leggerlo: È un grande classico della letteratura civile per ragazzi. Un padre racconta al figlio di dieci anni la storia di Giovanni Falcone, camminando per Palermo. Spiega cos’è la mafia, la paura, il coraggio e perché il rispetto delle regole e della giustizia riguarda la vita di tutti i giorni.
“L’onda” di Todd Strasser (Bur) (ispirato a fatti reali e al celebre esperimento sociale)
Perché leggerlo: Racconta di un professore che, per spiegare come è nato il nazismo, crea in classe un movimento basato su disciplina rigida, regole ferree e spirito di gruppo (“La Onda”). Il romanzo mostra con impressionante lucidità quanto sia facile per i ragazzi cadere nella trappola del conformismo, del branco e della perdita di individualità in nome di un falso senso di appartenenza.
“O’ Maé. Storia di judo e di camorra” di Luigi Garlando (Piemme)
Perché leggerlo: Ambientato a Scampia, racconta la storia di un maestro di judo (ispirato alla figura reale di Gianni Maddaloni) che usa lo sport come argine alla strada e alla criminalità. Insegna che la vera forza non è la prevaricazione, ma la regola accolta e rispettata sul tatami come nella vita.
“La mafia uccide solo d’estate” di Pif (Commedia drammatica)
Perché vederlo: È un film straordinario perché usa l’arma dell’ironia e della leggerezza (visto attraverso gli occhi di un bambino prima e di un adolescente poi a Palermo) per raccontare decenni di storia mafiosa e di assuefazione alla illegalità. Perfetto per ridere insieme ma anche per riflettere su quanto la normalizzazione del malaffare sia pericolosa.
“Il ragazzo con la bicicletta” dei fratelli Dardenne (Drammatico)
Perché vederlo: Racconta la storia di Cyril, un ragazzino arrabbiato, abbandonato dal padre, che sta per scivolare nella microcriminalità e nella violenza di gruppo. Sarà l’incontro inaspettato con una donna (Samantha) che decide di prendersi cura di lui a offrire uno sguardo profondo sulla giustizia, sul perdono e sulla possibilità di un riscatto prima che sia troppo tardi.
“Gran Torino” di Clint Eastwood (Drammatico/Formazione)
Perché vederlo: Indicato per ragazzi adolescenti. Esplora il tema del pregiudizio, del vicinato, delle dinamiche delle gang giovanili di strada e del confine sottile tra farsi giustizia da soli e assumersi una responsabilità etica estrema per proteggere gli altri.
Serie TV: linguaggi vicini ai ragazzi per aprire il dibattito
“Skam Italia” (Netflix)
Perché vederla: Pur essendo una serie teen di grande successo focalizzata sulla vita liceale, affronta con estremo realismo temi cruciali: il rispetto del consenso, la pressione del gruppo, il cyberbullismo, la responsabilità delle proprie azioni digitali e il peso delle colpe e del perdono all’interno delle dinamiche amicali. Ogni stagione adotta il punto di vista di un personaggio diverso, mostrando le sfaccettature morali delle scelte quotidiane.
“Volevo far la rockstar” (RaiPlay)
Perché vederla: Una serie familiare brillante e profonda che racconta le difficoltà di periferia, la responsabilità genitoriale precoce e il valore della solidarietà sociale e della legalità vissuta non come divieto, ma come patto di cura reciproca tra persone che non hanno nulla.

Le domande da porre in famiglia

Quando si affronta con i ragazzi il tema dell’educazione alla legalità e alla giustizia, l’errore da evitare è la predica moralistica (“Vedi cosa succede a comportarsi male?”). Funziona molto di più fare domande aperte, affrontare insieme situazioni specifiche, discutere su quanto visto e ascoltato. Poi lasciare che siano loro a esprimersi. Ecco cinque esempi, con relative domande, da cui possono nascere spunti educativi
1) Gli episodi di cronaca di questi giorni sono uno spunto straordinario per porre domande di questo tipo: “Qual è stato il tuo primo pensiero di fronte alle immagini delle vetrine infrante? Perché quei ragazzi volevano prendere quelle felpe firmate? Per protestare è necessario nascondere il volto?”
2) Dopo aver guardato insieme un film, non necessariamente tra quelli indicati, si può chiedere: “Secondo te perché quel personaggio ha fatto quella scelta? Quanto è stata importante la preoccupazione di essere accettato dal gruppo? Ti è capitato di non essere d’accordo con i tuoi amici? L’hai detto apertamente o hai preferito cambiare discorso”
3) Dopo un litigio a scuola in cui nostro figlio è stato coinvolto: “Credi davvero che il tuo amico avesse torto? Puoi sforzati di capire perché si sia comportato a quel modo? Non credi sia meglio chiarire con lui quello che è successo? Forse dovresti mandargli un messaggio per scusarti e capire insieme come superare il problema?” E il ruolo dei genitori? La decisione va presa, evidentemente, in base all’età dei figli e alla gravità dei fatti, ma la regola di base dovrebbe essere quella di intervenire solo se è lui/lei a chiederlo
4) Dopo un atto vandalico a cui si è assistito. “Adesso occorre aggiustare tutto. Chi dovrebbe preoccuparsi di farlo? Sai qual è il confine tra uno scherzo e un danno reale? Ritieni che si sia trattato di un gesto isolato oppure è qualcosa che capita spesso? Qual è il modo migliore per far capire a quel ragazzo/a che ogni gesto ha qualche conseguenza e che occorre accettare la punizione?”
5) Dopo una passeggiata nel parco: “Chi dovrebbe pulire e sistemare i viali, i prati, le panchine? Non pensi che anche noi potremmo fare qualcosa per rendere migliore questo posto? Domenica c’è un’associazione che organizza una giornata ecologica, perché non partecipiamo?”

Maurizio Trifone in “Motto antico mai smentito” offre storia, usi, rifacimenti di 55 detti celebri. E mostra la vitalità di un “genere” che rischia di sparire scenari

Il proverbio è morto. Viva il proverbio

«Un’immagine vale più di mille parole». A ben vedere siamo di fronte a uno slogan dei tempi moderni. Ma ormai è divenuto proverbiale. Che dire, poi, di «La pubblicità è l’anima del commercio» o, derivando proprio dalla pubblicità, di «Chi beve birra campa cent’anni»? I proverbi non sono dunque solo roba del passato o il sedimento di una saggezza antica, di una vox populi divenuta a volte luogo comune o sedicente verità incontrovertibile. Da quest’ultimo aspetto trae origine il titolo del volume del linguista Maurizio Trifone Motto antico, mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani (Carocci, pagine 328, euro 26,00 qui con 5% sconto su Amazon a euro 24,70).

Il riferimento è all’autocertificazione di affidabilità che molte di tali espressioni esprimono («Proverbio non falla»), anche se non ne mancano altri che, facendo parte della stessa famiglia, disconoscono tale assunto («Con i proverbi non si va lontano»).
I temi affrontati dall’autore nell’introduzione spaziano dallo “status” del proverbio, alla sua origine letteraria (testi poetici delle origini erano detti proverbia ), fino alla forma linguistica e all’essere specchio di un’epoca. E la successiva disamina storica e linguistica di 55 modi di dire italiani non si limita a un repertorio da museo; cerca anzi di farne capire significato e vitalità. Se è vero, infatti, che il declino dei proverbi è stato più volte descritto e che la maggior parte dei 30mila censiti nel dizionario di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio (Utet, 2007) non è più in uso – poiché legati a un mondo scomparso o portatori di valori oggi ritenuti arcaici e superati – in realtà «la rielaborazione di proverbi è frequentissima e anche la creazione di nuovi proverbi è meno rara di quanto si possa immaginare», conferma l’autore, riportando una messe di esempi. Da «Squadra che vince non si cambia», legato al mondo del calcio, a «Una mela al giorno toglie il medico di torno» che deve la sua origine al salutismo imposto all’uomo urbanizzato ed è la traduzione dell’inglese “An apple a day keeps the doctor away” (sul quale ha ironizzato anche Winston Churchill, aggiungendo «se si mira bene»). E ancora «Chi ha voluto la bicicletta pedali», «Donne e motori, gioie e dolori» (mentre nel mondo agricolo la donna, come i buoi, doveva essere del luogo) e “Non si spara sulla Croce Rossa”, ripreso dal francese “On ne tire pas sur un ambulance”. Fecondi in questo campo restano anche i dialetti, che da un lato si appropriano di proverbi, adattandoli, dall’altro ne forniscono alcuni che diventano patrimonio nazionale. Basti pensare al celebre “scarrafone” che piace “a mamma soja”, ormai sulla bocca anche dei non napoletani.
Trifone, già docente nelle Università di Cagliari e Siena, nonché autore del Devoto-Oli dei sinonimi e contrari (Le Monnier, 2013) e, con Luca Serianni, del Nuovo Devoto-Oli (Le Monnier, 2017), nel libro offre di ciascuno dei 55 proverbi “tradizionali” presi in esame l’origine, l’uso che ne è stato fatto nella letteratura e nell’informazione e le rielaborazioni a cui e stato sottoposto nel tempo. A volte molto creative. Non un monumento, insomma, ma un cantiere in movimento. Si prenda «Il fine giustifica i mezzi», erroneamente attribuito a Machiavelli, che viene da Ovidio e approda al goliardico «Il fine giustifica i mezzi, ma non gli interi». Di solito i proverbi sono brevi (anche se vanno distinti dagli aforismi). Fa eccezione, ad esempio, «Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova». Più concisi i latini che dicevano « Via trita, via tuta » (“strada battuta, strada sicura”). Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti ne cita solo la prima parte, narrando di una disavventura di un amante e lo cita in coppia con «Gallina vecchia fa buon brodo», che ha anch’esso la sua storia e la sua fortuna. In Italia compare, appunto, nel Seicento e ha corrispettivi in francese, «La vielle puole fait le bon bouillon», e spagnolo, «Gallina vieja hace buen caldo». Sul fatto che sia preferibile l’uovo di oggi alla gallina di domani si dice sicuro il rispettivo proverbio che Rabelais nel Gargantua e Pantagruel mette in parodia, latinizzandolo in «Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora». Spesso il motto gioca con le parole: «Chi non risica non rosica». Dove “risica” è forma di un verbo “risicare” del quale oggi è di uso comune il solo participio passato “risicato”. Ma Risiko è il nome dato nel 1968 in Italia a un gioco da tavolo che nell’originale francese era La conquête du monde. Oltre a quelli nati nella notte dei tempi, legati al mondo contadino e pastorale, non mancano, infine, stanno i proverbi di origine evangelica come «Chi di spada ferisce, di spada perisce». O «A chi ti percuote, offri l’altra guancia», che il solito burlone Marcello Marchesi ha modificato in «Porgi la guancia… di un altro». Insomma, ce n’è per tutti i gisti. E, come recita il primo dei proverbi censiti, «A buon intenditor poche parole». O almeno quelle sufficienti.