Le Religioni dovrebbero lavorare per la pace

Il Papa a Castel Gandolfo

Vatican News

“Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo”. È l’appello che Papa Leone XIV condivide con un gruppo di giornalisti fuori da Villa Barberini, la residenza di Castel Gandolfo, dove ha trascorso tra ieri e oggi il consueto giorno di riposo e lavoro.

Mentre in Medio Oriente si moltiplicano gli attacchi e cresce la paura e la tensione nel mondo, il Papa esorta a perseguire l’obiettivo della pace. Al contempo, invita a “cercare veramente di promuovere il dialogo” e “cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi”.

Parole che si pongono sulla scia di quelle pronunciate domenica scorsa all’Angelus, durante il quale, in riferimento all’attacco di Usa e Israele all’Iran e ai bombardamenti di quest’ultimo a diverse regioni mediorientali, Leone XIV aveva detto: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!”. “Che la diplomazia – era l’auspicio del Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico – ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”.

La vita può saltare da un pianeta a un altro grazie agli asteroidi

La vita può saltare da un pianeta a un altro grazie agli asteroidi

avvenire
Una scoperta che cambia le convinzioni degli scienziati sull’origine della vita e sul modo in cui sarebbe iniziata sulla Terra: delle forme di vita microscopiche potrebbero sopravvivere all’espulsione da un pianeta in seguito all’impatto di un asteroide e viaggiare nello spazio fino a raggiungerne un altro. A dimostrarlo è uno studio guidato da K.T. Ramesh e Lily Zhao della Johns Hopkins University e pubblicato su PNAS Nexus, secondo il quale il batterio estremofilo Deinococcus radiodurans, già noto per la sua resistenza a radiazioni, freddo e disidratazione, può sopportare pressioni paragonabili a quelle generate da un’espulsione da Marte. Si tratta di un elemento importante, perché fornisce ulteriori evidenze a sostegno dell’ipotesi della “litopanspermia”: secondo questa teoria, la vita potrebbe trasferirsi da un pianeta all’altro trasportata dai detriti che si generano nei grandi impatti asteroidali.
Per testare le condizioni di sopravvivenza di un microrganismo in quelle condizioni, i ricercatori hanno sottoposto Deinococcus radiodurans a pressioni comprese tra 1 e 3 gigapascal, equivalenti fino a circa 30.000 volte la pressione atmosferica. I batteri sono stati inseriti tra due piastre metalliche, colpite poi con un proiettile sparato a velocità fino a 300 miglia orarie da un’apposita “gas gun”. In questo modo l’esperimento ha simulato lo shock di un impatto e la successiva espulsione. Alla pressione di 1,4 gigapascal quasi tutti i batteri sono sopravvissuti e circa il 60% ha resistito a 2,4 gigapascal. Solo all’aumentare ulteriore della pressione si sono osservati danni alle membrane e alterazioni interne delle cellule, ma i risultati si sono rivelati ben al di sopra di quelli attesi degli studiosi: «Ci aspettavamo che fosse già morto alla prima pressione – ha dichiarato Lily Zhao -. Abbiamo continuato ad aumentare l’intensità per cercare di ucciderlo, ma è stato davvero difficile». Per K. T. Ramesh questo esperimento dimostra che «la vita potrebbe effettivamente sopravvivere all’espulsione da un pianeta e al trasferimento su un altro».
Gli impatti asteroidali, peraltro, sono un fenomeno abbastanza frequente: a testimoniarlo ci sono i crateri che ricoprono la superficie di Marte e le meteoriti marziane già rinvenute sulla Terra. Al di là delle implicazioni sulle ipotesi che tentano di spiegare l’origine della vita sul nostro pianeta, questo studio ha una grande importanza anche per altre ragioni: ad esempio, se dei microrganismi possono sopravvivere a queste condizioni, le missioni spaziali verso pianeti potenzialmente abitabili – come Marte – richiedono protocolli rigorosi per evitare contaminazioni. Lo scopo che si prefigge ora il gruppo di ricerca è verificare se impatti ripetuti possano selezionare delle popolazioni batteriche ancora più resistenti e se altri organismi, come i funghi, siano in gradi di sopravvivere nelle stesse condizioni.

Guerra Iran, l’intelligence: “Con l’escalation aumenta il rischio terrorismo in Europa”

L'allarme dell'intelligence: la guerra in Iran accresce il rischio terrorismo

Secondo la relazione annuale dell’intelligence – diffusa oggi ma scritta prima dell’attacco di Usa e Israele – la situazione in Medio Oriente alimenta tensioni internazionali e fa “temere un’escalation che può avere un impatto anche sulla minaccia terroristica”. “Un ampliamento del conflitto mediorientale, soprattutto verso l’Iran – scrivevano gli 007 – potrebbe accentuare, nel prossimo futuro, i rischi di propagazione del rischio terroristico anche in Europa”. Non può infatti escludersi, aggiunge, “un innalzamento anche in Europa e in Italia del rischio terrorismo, soprattutto rispetto a target israeliani o statunitensi. In prospettiva, la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, strumentalizzare un eventuale conflitto che coinvolga Teheran, invocando un ‘jihad globale’ contro il ‘comune nemico’ occidentale”.

tg24.sky.it

È un nuovo mondo dove l’ONU semplicemente non c’è più. Occorre immaginare un altro spazio di mediazione internazionale

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settimananews

La guerra della Russia contro l’Ucraina prima e l’attacco di Hamas a Israele hanno cambiato le regole. Gli Stati Uniti e Israele hanno risposto alzando a loro volta la posta. È un nuovo mondo dove l’ONU semplicemente non c’è più. Occorre immaginare un altro spazio di mediazione internazionale, che forse dovrebbe e potrebbe nascere sotto l’egida del papa. Una struttura diversa e distinta dalla Santa Sede e dalla sua diplomazia, ma coerente con essa.

Con la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei c’è una conseguenza globale e si aprono tre scenari per l’Iran.

L’effetto globale è che il radicalismo islamico incoraggiato in tutto il mondo, tra sciiti e sunniti, dalla rivoluzione iraniana del 1979, è stato ufficialmente sconfitto e la sua ritirata globale probabilmente sarà accelerata ovunque. La popolarizzazione di chador e sharia in Paesi a maggioranza islamica e non, da oggi cominceranno a ritirarsi. Sarà una ritirata lunga e accidentata, piena di resistenze, ma il mondo ha voltato pagina.

Per l’Iran si aprono tre scenari. Il Paese è diviso tra fazioni, liberali e clerici conservatori, e per cesure etniche, persiani, curdi, beluci, azeri… Allora, potrebbe spaccarsi ed esplodere. È accaduto in Iraq dopo la seconda guerra del Golfo nel 2003.

Altro scenario è che il regime, pur sconfitto, resista. Anche questo è successo con l’Iraq di Saddam Hussein dopo la prima guerra del Golfo nel 1992.

Il terzo scenario, quello auspicato, è che emerga un leader più ragionevole che apra il regime clericale e riallinei il paese secondo esigenze diverse.

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Di certo poi è un ulteriore colpo al consenso mondiale che aveva retto le relazioni internazionali dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Questo consenso è più importante della struttura delle Nazioni Unite, era il cemento che reggeva la costruzione delle Nazioni Unite.

Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran al di là dei suoi piani di riarmo nucleare. Era perché avevano maturato la convinzione che l’idra dell’estremismo islamico armato e terrorizzante, che si allungava dal Medio Oriente fino all’Europa e all’America, andava colpito al suo cuore – l’Iran. Il piano è stato perseguito senza dibattiti pubblici, forse quasi inconsciamente. Del resto, un piano del genere, che prevedeva la fine di un regime di media potenza come l’Iran, non poteva essere affrontato in pubblico.

Le implicazioni di questo sono ampie. Dopo la Seconda guerra mondiale, mondo capitalista e comunista si riconoscevano e riconoscevano delle regole di ingaggio e di mediazione reciproca. La lotta totale non era frontale, ma affidata a processi di sovversione graduale di paesi delle proprie aree “di competenza”. Con la fine della guerra fredda poi gli attacchi erano limitati a Paesi minori e sempre entro parametri in larga parte accettati.

La guerra della Russia contro l’Ucraina prima e l’attacco di Hamas a Israele hanno cambiato le regole e USA e Israele hanno risposto alzando a loro volta la posta.

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Questo ha un’appendice: l’attacco è stato possibile perché l’Iran non aveva armi nucleari. Il Nord Corea, che invece ha perseguito il suo programma nucleare, oggi si può sentire vendicato e più sicuro di ieri, anzi incoraggiato ad allargarlo e a non abbandonarlo.

È un nuovo mondo dove l’ONU semplicemente non c’è più, serve un altro spazio di mediazione internazionale, che forse dovrebbe nascere sotto l’egida del papa, una struttura diversa e distinta dalla Santa Sede e dalla sua diplomazia, ma coerente con essa. Serve poi un nuovo consenso che tenga insieme la struttura.

Questa necessità sembra rafforzata da un incidente quasi casuale ma imbarazzante. Il ministro della difesa Guido Crosetto è bloccato a Dubai, dove è arrivato poche ore prima dell’inizio dell’attacco americano. Cioè il Governo italiano non è stato informato dagli alleati. Non è chiaro perché ciò sia avvenuto, ma certo è un segnale di grande debolezza del Paese nel suo complesso, non è sbadataggine del ministro. Se l’Italia, il territorio dove esiste la Sede del papa, non si rimette in ordine, c’è un interesse globale a una supplenza.

Pubblicato su Appia Institute

Allargare la dimensione del sacerdozio conivolgendo nella formazione i preti sposati

«Formare i futuri preti? Serve l'aiuto di donne e laici»

Il prete? È prima di tutto un uomo di relazione, una persona che è a servizio della comunità e che si lascia accompagnare dalla comunità. Anche nella propria formazione. Su questa convinzione si fonda il Rapporto finale del quarto dei Gruppi di studio istituiti dopo il Sinodo sulla sinodalità, composto da nove membri e chiamato a lavorare su una revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, ovvero il documento che detta le linee per la formazione dei preti. Ne è uscita una proposta che non consiste in un una riforma strutturale della Ratio, ma in un documento orientativo che ne favorisca l’attuazione. Il gruppo, infatti, riconosce che la Ratio del 2016 è «un documento recente, tuttora in fase di recezione» e che ha portato «importanti acquisizioni» per una Chiesa missionaria e sinodale. Per questo si ritiene più opportuno «non mettere mano alla Ratio come tale», ma offrire criteri aggiornati che aiutino le Chiese a realizzarla in modo più coerente al cammino sinodale.
Il cuore del Rapporto è la convinzione che la formazione non possa avvenire in mondi separati dalla vita reale delle comunità. Il Seminario rimane un luogo essenziale, ma non può essere «un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio»: accanto alla residenza tradizionale sono previsti periodi formativi in parrocchie, comunità ecclesiali o altri contesti pastorali, per «abitare la condizione umana ordinaria» e maturare nella responsabilità, nel servizio e nella prossimità. Tra le proposte più forti c’è l’inserimento stabile di laici, famiglie e donne nei processi formativi e di discernimento. Il documento afferma che è indispensabile «una partecipazione ampia e reale di tutte le componenti del Popolo di Dio», riconoscendo il valore dell’apporto femminile anche nelle équipe educative. Questa presenza, sottolinea il testo, aiuta a cogliere aspetti della maturazione umana e relazionale dei candidati che spesso non emergono in contesti esclusivamente clericali. È un passo che contribuisce a formare preti più equilibrati e capaci di collaborazione.
Il Rapporto insiste poi su un curriculum che sviluppi competenze fondamentali per una Chiesa sinodale: ascolto, dialogo, discernimento comunitario, corresponsabilità. Chiede che l’ecclesiologia sia riletta «in chiave sinodale e missionaria» e che si rafforzi la comprensione del presbitero come uomo inserito nel tessuto vivo delle vocazioni e dei carismi. Ugualmente rilevanti sono la formazione alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili e l’attenzione alla cultura digitale, oggi imprescindibile per l’annuncio.
La dimensione missionaria attraversa tutto il percorso. Il Rapporto parla della necessità di una «passione per la missione», da coltivare attraverso esperienze concrete accanto ai poveri, nei contesti di fragilità, nelle periferie sociali e culturali. Sono momenti che aiutano i futuri presbiteri a comprendere che il ministero nasce e cresce nella prossimità, non nell’astrazione. Infine, il documento propone un discernimento più condiviso in vista degli ordini sacri: la valutazione dei candidati non riguarda solo i formatori, ma coinvolge quanti li hanno incontrati nella vita pastorale, comprese donne e famiglie. È un modo per ribadire che la vocazione non appartiene al singolo, ma alla comunità che la riconosce. Il Rapporto indica così un cammino esigente e concreto: formare presbiteri che crescano dentro la vita del Popolo di Dio, capaci di lavorare con tutti, ricchi di relazioni autentiche e radicati nella missione.
da Avvenire

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Nelle aule di oltre dieci istituti toscani sono entrati lo scorso anno due “esperti di bullismo” per insegnare strategie per contenere aggressioni, molestie e attacchi verbali. Erano gli ultimi di una lunga serie di docenti che negli anni sono stati perlopiù ignorati dalle classi. Eppure, in pochi mesi, il loro approccio ha dato ovunque risultati positivi. «In quasi tutte le aule, a nemmeno un anno dall’intervento, sono calati gli episodi violenti. Il motivo è presto detto: gli esperti non provenivano da fuori, ma erano gli stessi compagni di classe formati ad hoc. Anche per questo, le loro parole hanno avuto molto più effetto di quelle dei docenti». A spiegarlo è Ersilia Menesini, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Firenze, che assieme ad altre docenti ha coordinato il progetto toscano NoTrap!, che negli ultimi dieci anni ha guidato con successo centinaia di studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado fuori da circoli viziosi di molestie e aggressioni. La novità? Che i risultati di NoTrap!, misurati a cadenza regolare dagli accademici, hanno permesso ai pedagogisti di trovare una formula vincente per il contrasto al bullismo. «Si tratta di un modello di prevenzione – commenta Menesini – che è rivolto a classi provenienti da contesti diversi. Ha il vantaggio di attivare meccanismi positivi dall’interno del gruppo».
Il primo effetto è che, nelle aule in cui NoTrap! ha raggiunto risultati soddisfacenti, a trarne benefici è la salute psico-fisica degli studenti. «Le vittime di bullismo – spiega Menesini – presentano problemi interiorizzati, come ansia e sintomi depressivi. In più, sono esposte a un rischio maggiore di suicidio». In Italia, il fenomeno riguarda quasi tutti gli alunni. Otto ragazzi su dieci ritengono che la violenza tra coetanei sia un problema serio e solo il 54% dichiara di sentirsi sicuro a scuola (dati Sos Villaggi dei bambini per il 2025). La forma più diffusa – ma non meno pericolosa – è la violenza psicologica, ma un adolescente su due sostiene di aver assistito almeno una volta anche a «toccamenti indesiderati» tra compagni. Non solo. Il 65% ha assistito anche a episodi di aggressioni con spintoni o schiaffi. È in questo contesto che NoTrap! chiede direttamente agli studenti di agire contro la violenza.
Il meccanismo è semplice: all’interno delle classi vengono selezionati dai tre ai cinque alunni, spesso candidati spontanei. A loro, psicologi e pedagogisti offrono una formazione specifica e gratuita, utile a entrare in azione: «Tornano in aula con un manualetto – spiega la professoressa –. Propongono interventi sulla comprensione delle emozioni, come la rabbia o la tristezza o la vergogna. Ma progettano anche strategie molto pratiche per risolvere i problemi assieme alla classe. Devono pensare a come dovrebbero comportarsi sia gli osservatori sia le vittime». Poco importa, in realtà, se gli alunni selezionati, prima di assumere il ruolo provvisorio di docenti, erano bulli, vittime o spettatori della violenza. Nel progetto NoTrap! sono tutti pari. Esistono, però, dei candidati più efficaci: «Sono quelli che hanno già avuto una esperienza vissuta sulla propria pelle. Studenti, cioè, che sono in grado di mettersi nei panni della vittima, di capirne la sofferenza e attivarsi per cambiare la situazione».
Gli interventi in aula vengono ripetuti più volte nel tempo, se necessario a raggiungere il risultato. Ma gli studenti non vengono mai lasciati soli. «Il segreto dell’efficacia – spiega Menesini – è sempre formare anche i docenti. Altri modelli di prevenzione simili non hanno funzionato perché gli studenti, senza docenti formati ad accompagnarli, non ottengono risultati». Per valutare l’impatto di NoTrap!, invece, le coordinatrici del progetto hanno sempre osservato, prima e dopo l’intervento, le ricorrenze degli episodi di violenza: «Vittimizzazione, bullismo e cyberbullismo sono ovunque in diminuzione», sostiene Menesini. «In generale, a cambiare sempre è l’atteggiamento verso il bullo». Nel bullismo, infatti, non sono coinvolte solo le vittime: «Tutti hanno un ruolo – conclude la professoressa –. Si chiamano bystander le persone che assistono indolenti alla violenza. NoTrap! cerca di attivare anche loro. I risultati arrivano quando tutti smettono di essere favorevoli o passivi di fronte alla violenza».
Avvenire

Dove sarà sepolto Khamenei

I tre scenari in Iran per il dopo-Khamenei: «La rivoluzione arriverà dai  giovani»

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali’ Khamenei, sarà sepolto nella città santa di Mashhad. E’ qui che era nato 86 anni fa ed è sepolto suo padre, nel santuario dell’Imam Reza. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Fars, senza precisare una data. (AGI)

Baghdad, 03 mar 21:33 – (Agenzia Nova) – L’ayatollah Ali Khamenei, ucciso sabato scorso negli attacchi di Israele e Stati Uniti, sarà sepolto nella città santa di Mashhad, dopo una cerimonia a Teheran. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa iraniana “Fars”, senza specificare la data della sepoltura.
(Irb) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Mojtaba, figlio di Khamenei, nuova Guida Suprema. In fiamme il consolato Usa a Dubai, colpito da un drone

Mojtaba, figlio di Khamenei, eletto nuova Guida Suprema

(Rouzbeh Fouladi / Middle East Images / Middle East Images via AFP – Mojtaba Khamenei eletto nuova Guida Suprema)

Dai Pasdaran alla nuova Guida, le tante incognite nell’Iran post Khamenei

Dai Pasdaran alla nuova Guida, che cosa può succedere nell'Iran post Khamenei?
AGI – La tempistica dell’elezione della nuova Guida Suprema, la resilienza del regime, il consolidamento dei Pasdaran come centro di potere e la fisionomia stessa della Repubblica islamica post-Khamenei sono alcune delle incognite che accompagnano il delicato processo di transizione in atto in Iran, mentre la guerra con Usa e Israele si allarga alla regione. A individuarle e analizzarle, in un’intervista all’AGI, è Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies.
Il bombardamento della sede a Qom dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo incaricato di votare la nuova Guida Suprema, lascia immaginare che la scelta del nuovo leader della Repubblica islamica “subirà ritardi”, spiega il direttore del think tank specializzato sui temi della politica, della sicurezza e dell’economia nelle regioni del Medio Oriente e dell’Africa.
“Nominare una nuova Guida durante un conflitto significa farla diventare subito un bersaglio molto preciso e chiaro per Stati Uniti e Israele”, fa notare l’analista. D’altronde, “la morte di Khamenei non ha comportato, come alcuni pensavano, un crollo immediato del sistema. L’idea dell’Iran come una struttura monolitica al cui comando c’è solo la Guida Suprema è frutto di un’interpretazione errata della Repubblica islamica che ha, invece, un sistema molto reticolare e stratificato di comando”, prosegue Pedde. Dunque “anche con la morte del leader e delle prime linee di comando delle Forze armate, il sistema è potenzialmente in grado di rigenerare in tempi rapidi queste componenti e di sviluppare una capacità di resilienza maggiore di quanto valutato da parte di Stati Uniti e Israele”.

Il ruolo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale
Un’altra variabile di questa inedita transizione è rappresentata dalla convivenza tra il sistema istituzionale, incarnato dal Consiglio direttivo ad interim – il triumvirato che guida il Paese in attesa dell’elezione della Guida Suprema – e l’organismo che gestisce l’emergenza, vale a dire il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, con il suo potente segretario Ali Larijani. “Il Consiglio supremo”, spiega Pedde, “è fortemente controllato dai Pasdaran e non è incaricato solo della gestione degli affari militari ma di fatto anche di quelli politici, rappresentando una sorta di camera di compensazione politico-militare”.

La consacrazione al potere dei Pasdaran
Tra le incognite di questa fase emerge, invece, una chiara certezza, secondo Pedde: la consacrazione al potere dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), i Pasdaran appunto. “Quello cui stiamo assistendo è la definitiva assunzione di potere di questo gruppo che ha posizioni molto diverse rispetto alla componente clericale, è molto meno pragmatico, molto meno orientato al negoziato”.

Il passaggio di potere alla seconda generazione
Con la morte di Khamenei e di alcune altre figure dell’apparato politico-militare “è venuto meno l’ultimo baluardo della prima generazione del potere, i rivoluzionari. Ora il potere passa nelle mani della seconda generazione, sostanzialmente dell’Irgc, in una transizione importantissima sotto il profilo interno e con effetti ancora da capire sulla fisionomia del regime”.

Riforma costituzionale e ruolo della nuova Guida
In questo senso, è possibile che la nomina della nuova Guida possa transitare attraverso una riforma costituzionale o un mutamento del suo ruolo sotto il profilo istituzionale, ipotizza Pedde: “La seconda generazione non ha interesse a ripristinare un leader politico espressione del clero e non del proprio contesto militare e potrebbe puntare a rafforzare la natura presidenziale delle istituzioni iraniane in modo da poter esercitare un controllo più diretto e soprattutto esprimere figure di vertice”.

La forza dell’Irgc e la crisi
Bisognerà capire, però, quale tipo di organizzazione l’Irgc riuscirà a darsi in questo contesto di crisi. Quello che è certo, conclude l’analista, “è che questa operazione militare ha rimosso i vertici politici, soprattutto dello Stato, ma ha lasciato inalterata la catena di comando e di controllo dei Pasdaran”. Se Usa e Israele puntano a una sollevazione popolare in Iran per rovesciare il regime, “è necessario decapitare la capacità di gestione della repressione e quindi degradare fortemente la forza dell’Irgc, cosa che in questo momento non sta avvenendo e che rappresenta la grande variabile di questa crisi”.

Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina in Udienza 2 vescovi delle Prelature di ex sacerdoti anglicani accolti nella Chiesa Cattolica con mogli e figli. Ancora tabù i preti sposati della Chiesa Cattolica Romana

(I preti sposati ancora in attesa della riammissione nella Chiesa Cattolica; ex sacerdoti Anglicani invece reintegrati con le loro mogli. Due pesi e una misura!!!!)
Papa ha ricevuto questa mattina in Udienza S.E.R. Mons. David Arthur Waller, Ordinario dell’Ordinariato Personale di Our Lady of Walsingham e S.E.R. Mons. Steven Joseph Lopes, Ordinario dell’Ordinariato Personale di The Chair of Saint Peter.
Si tratta di due degli ordinariati nati per volontà di Benedetto XVI.
Sono in aumento le richieste di presbiteri anglicani che cercano la comunione con Roma.