La febbre dei “cahiers de vacances”: così la Francia porta i compiti al mare (sfidando IA e smartphone)

Fratello e sorella fanno i compiti della vacanze in tenda in Francia

di Daniele Zappalà, Parigi – Avvenire
Un rito nato quasi per caso nel 1933 è diventato un fenomeno nazionale da quasi 5 milioni di copie l’anno: tra nostalgia, desiderio di apprendere e bisogno di staccarsi dagli schermi, i quaderni estivi conquistano ormai anche gli adulti

Se varcate la frontiera per qualche giorno di vacanza estiva in Francia, la loro presenza difficilmente potrà sfuggirvi. Basta entrare in un supermercato o fermarsi in una stazione di servizio autostradale, per imbattersi in grandi espositori molto vistosi pieni di fascicoletti coloratissimi, sormontanti magari da slogan come questo: «Quest’estate, decolla verso il successo!». Persino sulle spiagge, non è raro vedere gli stessi libriccini in mano a bambini, ragazzini, ma pure a qualche adulto. Oltralpe, i cahiers de vacances, ovvero le raccolte estive d’esercizi delle principali materie scolastiche, sono un’istituzione consolidata che non sembra affatto temere l’avvento dell’era digitale e dell’IA. Si tratta di compiti per le vacanze illustrati in modo allettante e dal taglio generalmente piuttosto ludico, da sfogliare e completare senza vincoli eccessivi, quasi con lo stesso piglio dei patiti di enigmistica. Furono inventati nel 1933 e da allora si sono vieppiù confermati come un grande fenomeno collettivo nazionale. Al punto che nel 2024, il volume complessivo si è avvicinato alla soglia dei 5 milioni di esemplari venduti, secondo una tendenza in crescita nell’ultimo decennio. Quasi il 90% delle vendite si concentra fra maggio e agosto. Una vera manna, dunque, per le case editrici capaci di sfruttare il filone d’oro. Nella scia di questo successo, nonostante la forte concorrenza, i prezzi si avvicinano a quelli dei libri tascabili, in media attorno agli 8 euro.
Ma perché spendere parte delle proprie vacanze a risolvere esercizi di matematica o d’inglese? Il fenomeno può sorprendere, soprattutto quando coinvolge anche gli adulti, come si è constatato negli ultimi anni. Ormai, le case editrici sfornano pure dei ‘quaderni’ esplicitamente rivolti «a tutta la famiglia». Certamente, i cahiers rispecchiano la centralità dell’universo scolastico nella società francese. Da sempre, è chiaro, tutto ciò può apparire un tantino pedante, soprattutto agli sguardi esterni. Ma di fatto, in un Paese in cui i risultati scolastici sono determinanti per l’accesso alle formazioni universitarie più richieste, è molto diffusa la preoccupazione di non dissipare del tutto, nelle settimane estive lontane dai banchi, quella voglia di apprendere che milioni di famiglie cercano pazientemente di trasmettere ai propri virgulti nel corso dell’anno di lezioni. Una preoccupazione rivolta soprattutto ai più piccoli, come conferma il ruolo trainante dei cahiers per gli alunni delle elementari. Per accrescere l’appetibilità dei fascicoli di esercizi, certi editori fanno ricorso, per le illustrazioni, pure a delle licenze di grandi marchi come Disney, o Dragon Ball.
Nell’ottica di tanti genitori, i cahiers sono così divenuti una tappa e uno strumento irrinunciabili in vista della delicata rentrée di settembre. In questo senso, i fascicoletti illustrati svolgono indubbiamente pure una funzione rassicurante. Quasi come i bagnini sulle spiagge che vigilano sui rischi della balneazione. In certi casi, è proprio per affiancare i più piccoli e dare l’esempio che certi genitori scelgono a loro volta di buon grado di svolgere i compitini quotidiani sui cahiers, talora di difficoltà progressiva. Quelli esplicitamente rivolti agli adulti coprono ormai il 15% del mercato, in forte crescita. A volte, può trattarsi pure di una scelta legata a una dolce forma di nostalgia per un rito d’infanzia. Fra i meno giovani, ad esempio, sopravvive pure il ricordo degli anni Cinquanta dorati del decollo economico, quando i cahiers perfettamente completati permettevano pure di vincere dei premi anche importanti, come viaggi e persino automobili. Anche grazie a queste reminiscenze, oggi, prendere in mano un cahier è divenuto il simbolo di una Francia intramontabile. Più in generale, secondo certi sociologi, pesa pure il piacere di accantonare almeno un po’ in estate i terminali digitali, riassaporando i piaceri lenti legati alla manualità della scrittura.
In questo senso, la collana di maggior successo ha un nome, Passeport, divenuto doppiamente evocatore. Per i ragazzi, ciò ricorda l’importanza di non disperdere le nozioni per il seguito del proprio percorso d’apprendimento verso l’università. Per gli adulti, invece, il ‘passaporto’ in questione suona come un diritto estivo d’uscita dal perimetro della vita professionale, sempre pronta ad allungare i propri tentacoli, attraverso l’insieme dei canali digitali, anche durante le ferie. In certi casi recenti, come nelle serie speciali dedicate al ciclismo del Tour de France, i cahiers tendono ad allontanarsi decisamente dalla sfera scolastica, finendo per lambire di fatto sponde molto più simili a quelle dell’enigmistica pura. E dire che nel 1933, tutto cominciò quasi per caso. L’inventore dei cahiers, Roger Magnard, puntò inizialmente sul prodotto semplicemente per smaltire in qualche modo i propri stock invenduti di carta. Una scommessa divenuta con il tempo un vero fenomeno di costume nazionale.

Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

di Matteo Marcelli, Giuseppe Muolo in Avvenire
Prosegue il caso legato a “Report”, ma non si parla dei ritardi sul Media freedom act e le querele. Facciamo il punto

Nessun nuovo passo in avanti sull’inchiesta. Il caso Ranucci resta ancora cosparso di punti interrogativi. Nel frattempo il giornalista ieri è tornato a parlare, tenendo fermamente il punto: «Da due mesi e mezzo viaggio a una media di 200 articoli al giorno, di cui due terzi sono pieni di falsità, anche di giornali da cui non te lo aspetteresti – ha detto ad Asiago durante una nuova tappa della presentazione del suo ultimo libro -. Non posso ovviamente perdere il tempo a smentire ogni cosa perché sarebbe impossibile». E ha aggiunto, sarcasticamente: «L’unica fortuna è che tra qualche settimana mio figlio diventerà avvocato». Intanto le ombre sul coordinatore di Report aumentano: ieri la giornalista e scrittrice Angela Camuso, ha raccontato al Tempo di aver subito delle avance dal conduttore. Una testimonianza che ha scatenato il centrodestra. Kelany (FdI) ha parlato di «nuove accuse di molestie», citando i rapporti con delle stagiste che Ranucci racconta nel suo libro. Episodi che il giornalista ha successivamente bollato come «finzione». Secondo Gasparri (FI) la sua reputazione «è sottozero». Mentre per il dem Verini la destra usa il caso Ranucci per «regolare i conti con Report». Le presunte avance, in ogni caso, non sono legate all’inchiesta, che naviga ancora in mare aperto. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi. Su tutti la genesi dell’attentato a Ranucci. E i rapporti tra il conduttore e il faccendiere Lavitola, reo confesso di essere il mandante. Un puzzle che gli inquirenti si augurano di ricomporre nei prossimi giorni con le dichiarazioni spontanee che Lavitola farà al Tribunale del Riesame e con gli interrogatori dei presunti attentatori.
Sullo sfondo della vicenda Ranucci-Report permane lo stallo sulla governance della Rai, ancora senza un presidente effettivo dopo lo scontro in commissione di Vigilanza, auto-azzerata con le dimissioni di massa a inizio luglio e non ancora ricomposta. Ma al di là dell’intoppo politico (la mancata nomina di Simona Agnes), sul sistema di informazione pubblico pesa un incompiuto ancor più inquietante che, salvo interventi dell’ultima ora, porterà dritto a una procedura di infrazione. Si parla del regolamento europeo sulla libertà dei media ( European Media Freedom Act , Emfa), in vigore già da un anno. Che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepito per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.
Un testo incompatibile con l’attuale sistema di governance, figlio della riforma Renzi del 2015. Michele Anzaldi, ex parlamentare Pd ed ex segretario della commissione di Vigilanza Rai, faceva parte di quella maggioranza e non ha molti dubbi sul fatto che la procedura di infrazione arriverà, visto che la riforma ha dato poteri enormi all’amministratore delegato e che la sua nomina è formalmente affidata al Cda, ma sulla base della proposta dell’assemblea dei soci, cioè del Mef. «Siamo all’opposto di quanto previsto dal regolamento europeo, seguendo il quale il governo dovrebbe essere il più lontano possibile dall’ad. Ma questo era un principio di buon senso valido anche prima della riforma. Pensiamo al caso di Berlusconi, peraltro proprietario di reti private, dal punto di vista politico è inconcepibile che chi governa il servizio pubblico sia emanazione diretta dell’esecutivo. Quindi o si interviene subito o l’Europa interverrà, tanto più che l’ultimo termine per l’applicazione dell’Emfa era l’8 agosto».
Il fatto è che il Mef resta il finanziatore principale dell’azienda (attraverso il canone) ed è difficile ipotizzare di togliergli il potere di indicare l’ad e quindi di incidere sul controllo gestionale della Rai. Per anni si è parlato del modello Bbc, basato su una fondazione. Un modo per spostare il potere decisionale affidando nomine e decisioni strategiche a un ente autonomo. Su questo, spiega ancora Anzaldi, si era anche raggiunto un accordo nel 2010. Anche se applicare un modello del genere all’Italia non è semplice: «Dal punto di vista democratico, il Parlamento rimane l’organo più rappresentativo e questo rende complesso e delicato definire la legittimità di un sistema di nomine interamente delegato a elezioni interne o di settore».
Fin qui il tema della governance, ma c’è anche un altro punto: l’Emfa stabilisce l’obbligo di garantire ai media di servizio pubblico risorse finanziarie certe e stabili per un orizzonte temporale di almeno tre anni. È anche vero, però, che assieme alla sicurezza dei fondi «serve certezza su come vengono utilizzati e come vengono eliminati gli sprechi – osserva Anzaldi –. In nessuna azienda un editore darebbe soldi senza un progetto di rilancio, che preveda un piano di efficientamento e l’abolizione degli sprechi, che purtroppo hanno caratterizzato la gestione dell’azienda da diversi anni».
C’è poi un altro aspetto, che non riguarda solo la Rai, ma l’intero sistema di informazione: le querele temerarie (Slapp, Strategic lawsuit against public participation ). L’Italia, scrive l’Ordine dei giornalisti citando il Case ( Coalition against slapp in Europe ), «è da due anni il Paese Ue con più slapp censite. Senza estensione delle tutele ai casi domestici, oltre il 90% dei bersagli italiani resterebbe privo di tutele». Ma su questo pesa una tendenza culturale che produce molte altre storture non meno preoccupanti. In Italia è estremamente facile distruggere la reputazione di una persona anche solo dando risonanza a un avviso di garanzia. E, al contrario, quando la vicenda giudiziaria si conclude positivamente, magari con un’archiviazione, alla notizia non viene mai dato lo stesso spazio. Questo sbilanciamento, riflette ancora Anzaldi, dimostra «una profonda mancanza di rispetto dei ruoli e una totale assenza di responsabilità da parte della politica e del sistema informativo». Per non parlare delle decine di casi controversi in cui la Rai ha chiuso programmi di successo senza dare spiegazioni nonostante le denunce dell’Ordine. Chiude il quadro l’ultimo report sulla libertà di stampa di Reporters sans frontieres , che colloca l’Italia al 56esimo posto su 180 Paesi, con un calo di sette posizioni rispetto al 2025, dovuto, spiega l’Ong, a pressioni politiche, rischi per la sicurezza dei cronisti e tentativi di limitare il lavoro giornalistico.

Case e scuole inagibili, oltre 3mila sfollati. Ma sull’emergenza dei Campi Flegrei ora c’è chi specula

Uno degli edifici lesionati a Pozzuoli / ANSA

di Antonio Averaimo, Napoli – Avvenire
A un mese dall’ultima scossa sono solo 9 le famiglie rientrate nelle abitazioni sulle 1.391 evacuate. Lo scandalo degli affitti raddoppiati in tutta la zona e la paura per l’inizio delle lezioni

Sono solo nove, su un totale di 1.391, le famiglie rientrate finalmente nella propria casa dalla sera del 31 luglio scorso, quando una forte scossa di magnitudo 4.7 seminò il panico nell’area dei Campi Flegrei. Si tratta in tutto di 28 persone appartenenti alle 3.488, quasi tutte di Pozzuoli, che da quel giorno hanno dovuto lasciare la loro abitazione dichiarata inagibile. Entro questo fine settimana, altri dovrebbero ottenere il via libera al rientro, man mano che le verifiche ai danni subiti dagli edifici, condotte dai Vigili del fuoco, si avviano al termine. Stando ai dati forniti mercoledì dalla prefettura di Napoli, la gran parte degli sfollati (3.321) si trova al momento in casa di parenti o amici, 143 stanno soggiornando in alberghi, mentre 52 hanno trovato rifugio nel palazzetto dello sport di Pozzuoli. Gli edifici dichiarati inagibili sono nel complesso 215, per un totale di 1.081 unità abitative. Martedì, intanto, è arrivato il primo milione – l’intervento totale ammonterà a 5 − stanziato dalla Regione Campania proprio per le famiglie evacuate in seguito al terremoto delle settimane scorse, il più forte mai registrato da quelle parti: 800mila euro sono destinati a quelle che hanno trovato una sistemazione autonoma e 200mila a quelle ospitate in strutture alberghiere. Grazie a quei fondi, il Comune di Pozzuoli sta provvedendo a saldare le domande di contributo per autonoma sistemazione. Su 1.207 richieste, per altrettanti nuclei familiari, sono stati sbloccati già 726 pagamenti.

Ma c’è un altro fronte aperto nella città-simbolo del bradisismo – il fenomeno di sollevamento e abbassamento del suolo alla base dei ripetuti eventi sismici che avvengono nell’area dei Campi Flegrei −, a poche settimane dall’inizio dell’anno scolastico. Da giorni, tecnici e operai sono impegnati in una corsa contro il tempo per rimettere in sesto le 14 scuole puteolane che hanno riportato danni in seguito al sisma di fine luglio. Si va dai casi meno gravi a quelli più gravi, questi ultimi tali da determinare «uno stato di rischio estremamente elevato di crollo anche alla più piccola ulteriore sollecitazione». È quanto si legge nel capitolo relativo agli edifici scolastici contenuto in una relazione richiesta ai propri uffici dal sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni. Il documento, firmato da tre dirigenti comunali, suddivide gli edifici scolastici in «parzialmente utilizzabili» (otto) e «non utilizzabili» (sei). Tra i primi, ci sono anche due istituti situati a Monterusciello, quartiere sorto negli anni Ottanta del secolo scorso proprio per mettere al riparo gli abitanti di una parte della città da un’altra crisi bradisismica che mordeva in quel periodo. Mercoledì, il primo cittadino puteolano ha assicurato che tutte le scuole comunali riapriranno regolarmente per l’inizio dell’anno scolastico, il prossimo 15 settembre. Solo un plesso di un istituto comprensivo resterà chiuso per quella data: le sue classi troveranno posto nelle altre sedi della scuola. In altri due istituti resteranno inagibili invece, fino a ottobre, auditorium e palestra.
C’è poi il capitolo delle richieste provenienti dal territorio, che puntano a integrare il “decreto Campi Flegrei” varato dal governo a inizio agosto, che ha stanziato 100 milioni per la riparazione o riqualificazione delle abitazioni rese inagibili dal sisma. Il provvedimento ha anche istituito un fondo per contribuire in parte alle spese di chi decide di sistemare autonomamente la propria casa principale danneggiata e per questo sgomberata. Per quest’ultima misura, sono stati previsti circa 1,9 milioni per il 2026 e altri 4,5 milioni per il 2027. Ma dal territorio sono giunte altre sollecitazioni, tradotte negli emendamenti al decreto che saranno esaminati in una riunione convocata per oggi nella prefettura di Napoli e poi trasmessi all’esecutivo. Tra i temi più caldi sollevati dai sindaci dell’area e dai comitati dei cittadini, ci sono il caro affitti esploso dopo la scossa del 31 luglio, l’assistenza agli sfollati, un piano di aiuti alle attività commerciali e il ripristino del trasporto pubblico (colpiti, in particolare, i collegamenti marittimi con le isole del Golfo). Nell’area dei Campi Flegrei, come nella zona occidentale di Napoli e nei Comuni del litorale domitio-flegreo più vicini a Pozzuoli, è segnalata una speculazione galoppante sui canoni di locazione che punta ad approfittare del bisogno disperato di case da parte delle famiglie evacuate. Assocasa parla apertamente di prezzi raddoppiati. Nei quartieri di Napoli ovest gli affitti hanno raggiunto le cifre record di 2.500-3.000 euro al mese. Un bilocale a Varcaturo, località di mare a pochi chilometri da Pozzuoli, può arrivare a costare fino a mille euro. La rete cittadina “Pozzuoli esiste ancora” ha denunciato anche fenomeni di discriminazione verso diversi sfollati. «Molto spesso non accettano bambini, persone con disabilità e animali», spiega Raffaele Postiglione, referente della rete. «Oggi la criticità delle famiglie sgomberate è attenuata da una rete sociale e familiare, visto che la stragrande maggioranza è ospite di un amico o un parente. Ma con la fine dell’estate, il ritorno al lavoro e poi a scuola, la convivenza in abitazioni affollate sarà impossibile».
L’assessora regionale alle Politiche abitative, Claudia Pecoraro, che ha annunciato mercoledì la sospensione dei canoni di locazione per gli sfollati che vivono nelle case popolari in capo all’Acer (ex Iacp), sta pensando a «uno strumento di incentivazione per aumentare l’offerta di alloggi a canone concordato per le famiglie sfollate. L’ipotesi sulla quale stiamo lavorando – ha spiegato Pecoraro − prevede un fondo regionale, che abbiamo già individuato in circa 500mila euro, per contribuire alla copertura totale dell’Imu nei Comuni che metteranno a disposizione abitazioni attraverso contratti a canone concordato».

Il messaggio del Papa per i Giochi del Mediterraneo a Taranto: lo sport come ponte di fraternità, pace e riscatto per i territori

La  Croce degli sportivi a Taranto per i Giochi del Mediterraneo 2026

Il messaggio diffuso da Vatican News con cui Papa Leone XIV saluta l’avvicinarsi dei Giochi del Mediterraneo di Taranto rimarca una delle direttrici fondamentali del suo pontificato: l’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali, la promozione della pace e il valore del dialogo tra culture e popoli diversi. Definendo lo sport un formidabile “costruttore di ponti” e un linguaggio universale capace di unire le sponde del Mare Nostrum, il Santo Padre ha voluto rivolgere un pensiero di speranza e di riscatto a una terra complessa e ricca di storia come Taranto e l’intero Mezzogiorno.

In un’epoca segnata da conflitti, divisioni e tensioni sociali, il richiamo papale invita a considerare ogni evento umano, sportivo e comunitario come un’opportunità per rigenerare il tessuto sociale e costruire fraternità autentica.

Costruire ponti e rigenerare le comunità locali

Le parole del Pontefice offrono spunti di riflessione che superano il semplice evento atletico, toccando la vita profonda delle nostre comunità:

  • Incontro e superamento delle barriere: Lo sport e la vita comunitaria mostrano come la diversità di provenienza, cultura ed esperienza possa diventare ricchezza condivisa. I ponti non si costruiscono con dichiarazioni teoriche, ma mettendo al centro la persona, l’ascolto e la collaborazione reciproca.

  • Riscatto sociale e pastorale dei territori: Territori che hanno sofferto ferite ambientali, industriali o d’isolamento sociale chiedono una presenza costante, capace di animare i luoghi di aggregazione, offrire speranza ai giovani e non lasciare nessuno ai margini.

La Chiesa vicina alla vita reale delle persone

La visione di una Chiesa “in uscita”, capace di dialogare con le realtà del territorio e di essere presente dove la gente vive, soffre e spera, si riflette nel quotidiano lavoro di tutte le componenti ecclesiali.

Valorizzare ogni carisma, promuovere la presenza dei pastori tra la gente e sostenere la vitalità delle parrocchie e dei centri di aggregazione rappresentano la via maestra per far sì che il messaggio di fraternità lanciato da Papa Leone XIV a Taranto trovi un riscontro concreto nella vita di ogni giorno.

Gli attacchi tradizionalisti alle aperture dei Vescovi: perché la riammissione dei sacerdoti sposati è una risposta necessaria per la vita della Chiesa

Abp Terlinden: nasz Kościół odnalazł radość i dumę - Vatican News

Le posizioni critiche espresse dagli ambienti tradizionalisti — come le recenti prese di posizione legate alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) nei confronti delle aperture di diversi Vescovi europei — evidenziano la forte resistenza contro qualsiasi ipotesi di riforma della disciplina presbiterale. Quando le gerarchie o i sinodi diocesani riflettono sulla possibilità di integrare o riammettere sacerdoti sposati per far fronte alla grave carenza di pastori, gli ambiti più conservatori bollano spesso tali proposte come un “cedimento allo spirito del mondo” o una “svendita della tradizione”.

Tuttavia, guardare alle sfide attuali della Chiesa con le categorie dell’arroccamento ideologico rischia di ignorare la realtà concreta vissuta quotidianamente da milioni di fedeli.

La vita della Chiesa e il diritto ai Sacramenti

La riflessione sulla riammissibilità dei sacerdoti sposati al ministero attivo non nasce da una speculazione teorica, ma da un bisogno pastorale impellente:

  1. Il dramma delle comunità senza Eucaristia: Centinaia di parrocchie in Europa e nel mondo vedono la progressiva chiusura delle proprie chiese o la drastica riduzione della presenza sacramentale. Porre la tutela di una norma disciplinare al di sopra del bene spirituale dei fedeli rischia di snaturare la missione stessa della Chiesa, che esiste per annunciare il Vangelo e donare i Sacramenti.

  2. Tradizione viva e non immobilismo: La storia della Chiesa dimostra che la disciplina ecclesiastica si è evoluta nel tempo per rispondere alle esigenze della cura delle anime. La coesistenza tra ministero presbiterale e vita familiare è già presente nelle Chiese cattoliche di rito orientale e ha radici profonde nella tradizione apostolica.

Oltre gli attacchi: una proposta di comunione e servizio

Mentre le frange tradizionaliste alimentano la contrapposizione e il sospetto nei confronti dei Vescovi aperti al dialogo, la causa dei sacerdoti sposati si pone in una prospettiva pienamente ecclesiale:

  • Obbedienza e rispetto delle autorità: I sacerdoti sposati non promuovono rotture o contestazioni, ma chiedono con rispetto un intervento canonico da parte di Papa Leone XIV e degli Ordinari diocesani.

  • Una risorsa già pronta: Non si tratta di inventare figure improvvisate, ma di riammettere presbiteri regolarmente ordinati, provvisti di una solida formazione e pronti a rimettersi a disposizione per la guida delle parrocchie e il sostegno al clero celibe.

Rispondere agli attacchi con la ragionevolezza e la carità evangelica è il primo passo per far comprendere che la riammissione dei sacerdoti sposati non distrugge il sacerdozio, ma lo custodisce e lo rende nuovamente accessibile a tante comunità che rischiano il silenzio spirituale.

Lettura e Vangelo del giorno 17 agosto 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechiele
Ez 24,15-24

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, ecco, io ti tolgo all’improvviso colei che è la delizia dei tuoi occhi: ma tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto».
La mattina avevo parlato al popolo e la sera mia moglie morì. La mattina dopo feci come mi era stato comandato e la gente mi domandava: «Non vuoi spiegarci che cosa significa quello che tu fai?».
Io risposi: «La parola del Signore mi è stata rivolta in questi termini: Annuncia agli Israeliti: Così dice il Signore Dio: Ecco, io faccio profanare il mio santuario, orgoglio della vostra forza, delizia dei vostri occhi e anelito delle vostre anime. I figli e le figlie che avete lasciato cadranno di spada. Voi farete come ho fatto io: non vi velerete fino alla bocca, non mangerete il pane del lutto. Avrete i vostri turbanti in capo e i sandali ai piedi: non farete il lamento e non piangerete, ma vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro. Ezechièle sarà per voi un segno: quando ciò avverrà, voi farete proprio come ha fatto lui e saprete che io sono il Signore».

Salmo Responsoriale

Dt 32,18-21

R. Hai dimenticato Dio che ti ha generato.
Oppure:
R. Perdona, o Padre, i peccati dei tuoi figli.

La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!
Ma il Signore ha visto e ha disdegnato
con ira i suoi figli e le sue figlie. R.

Ha detto: «Io nasconderò loro il mio volto;
vedrò quale sarà la loro fine.
Sono una generazione perfida,
sono figli infedeli. R.

Mi resero geloso con ciò che non è Dio,
mi irritarono con i loro idoli vani;
io li renderò gelosi con uno che non è popolo,
li irriterò con una nazione stolta». R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,16-22

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Difesa del celibato o vera comprensione del ministero? La distinzione fondamentale tra abolizione e riammissione dei sacerdoti sposati

celibato dei preti

L’articolo pubblicato da UCCR Online dal titolo “Celibato dei preti: tre ragioni per continuare a difenderlo” interviene nel dibattito ecclesiale offrendo argomentazioni a sostegno del celibato presbiterale. Tuttavia, nell’impostazione generale del discorso, si rischia di cadere in un malinteso di fondo che porta ad attaccare o travisare, più o meno indirettamente, la posizione e la vera identità dei sacerdoti sposati.

La discussione che riguarda il ministero coniugato viene infatti spesso assimilata, in modo sbrigativo, a una semplice battaglia ideologica per l’abolizione dell’obbligo del celibato. È necessario fare chiarezza per evitare banalizzazioni e per comprendere la reale portata della riflessione.

Una distinzione sostanziale: abolizione vs. riammissibilità

La posizione sostenuta dalla grande maggioranza dei sacerdoti sposati e dal loro movimento non nasce dalla volontà di smantellare o svilire il valore del celibato vocazionale nella Chiesa latina. La questione è del tutto diversa:

  • Il celibato come carisma e scelta: Il celibato liberamente scelto e vissuto rimane un dono e una forma alta di testimonianza evangelica, il cui valore non viene messo in discussione.

  • La richiesta di riammissione al ministero: L’istanza principale riguarda la riammissibilità al ministero attivo dei presbiteri regolarmente ordinati che hanno successivamente contratto matrimonio. Non si tratta di cancellare una disciplina, ma di valorizzare la coesistenza di due carismi (il matrimonio e l’Ordine sacro) già storicamente ed ecclesiologicamente presenti nella tradizione cristiana (come nelle Chiese cattoliche di rito orientale).

Superare le contrapposizioni per la cura della Chiesa

Difendere il celibato non deve significare delegittimare chi, avendo seguito un regolare percorso umano e canonico, continua a sentire viva la vocazione sacerdotale e desidera rimettersi a disposizione della comunità.

Di fronte alle sfide pastorali odierne, come lo spopolamento delle parrocchie e la rarefazione della presenza sacramentale, la ricerca di soluzioni non deve essere vista come una resa al secolarismo, ma come un atto di responsabilità. Riconoscere la dignità e la disponibilità dei sacerdoti sposati significa arricchire la Chiesa di un’ulteriore risorsa di fede, formazione e servizio per il bene comune dei fedeli.

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Lettura e Vangelo del giorno 16 agosto 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa
Is 56,1.6-7

Così dice il Signore:
«Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché la mia salvezza sta per venire,
la mia giustizia sta per rivelarsi.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saranno graditi sul mio altare,
perché la mia casa si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli».

Salmo Responsoriale
Dal Sal 66 (679)

R. Popoli tutti, lodate il Signore.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti. R.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra. R.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. R.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Rm 1,13-15.29-32

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Europei di atletica, Italia in testa nel medagliere: 7 ori e supera la Gran Bretagna

Battocletti/Tamberi

rainews

Due ori nella stessa specialità, la maratona di marcia, sia maschile che femminile conquistati stamane da Sofia Fiorini, che ha anche migliorato il record del mondo, e Massimo Stano.

Ieri l’urlo (liberatorio) di Tamberi che torna a vincere alla grande con la medaglia d’oro, e d’oro è anche la vittoria di Nadia Battocletti, eterna nei 10.000 metri.  Così, gli azzurri sono al momento a quota sette vittorie, per un totale di 15 medaglie, superando così la Gran Bretagna con lo stesso numero di medaglie ma un oro in meno.

Terza é la Germania con 12 medaglie, 3 d’oro. Nel medagliere sono presenti 23 Nazioni.

E l’Italia balza al comando del medagliere quando mancano le ultime due giornate dei Campionati europei di atletica di Birmingham.

Europei atletica: argento per Mihai nella mezza maratona. L’azzurra ha vinto il duello finale sul traguardo con l’ucraina Olyanovska (1.31’07). Quinto posto per Antonella Palmisano.

Mezza maratona, argento di Fortunato, bronzo per Cosi

Doppietta azzurra nella mezza maratona di marcia agli Europei di atletica a Birmingham. Francesco Fortunato conquista l’argento, mentre Andrea Cosi si aggiudica il bronzo. Oro allo spagnolo Paul McGrath.

La morte in croce di Gesù, «stoltezza di Dio»

di: Severino Dianich – Settimana News
crocifisso

Felice Casorati, Crocifissione (1051-1952), Musei Vaticani, particolare

Lo scandalo della croce

Quando, a Roma, quel ragazzetto, uno schiavo di lusso, graffiava su una parete della scuola imperiale dei paggi della corte, i tratti di un asino che, bizzarramente, si erge in piedi e allarga le zampe anteriori sul ramo orizzontale di una croce, voleva solo divertirsi alle spalle di Alexamenos, un suo compagno che era cristiano. Chi mai avrebbe potuto pensare, allora, che quello scherzo era destinato a fare storia. Era una chiara risposta alla domanda di quale stima godessero, da parte dei loro concittadini, i cristiani di Roma nel II secolo.

Tra la variegata e vasta mercanzia religiosa, proveniente dalle varie regioni dell’impero, che veniva offerta sulla pubblica piazza, la proposta cristiana appariva certamente come la più bizzarra, se non assurda. Ma ciò nonostante, o forse proprio per questo particolarmente suggestiva.

Paolo ricorda ai suoi cristiani di Corinto con quanta titubanza egli si fosse presentato a loro, consapevole che il suo messaggio sarebbe loro apparso del tutto improponibile:

«Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1Cor 2,1-3).

Fra i cristiani si era ben consapevoli di quanto malamente la loro proposta sarebbe stata giudicata dall’opinione comune: «Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). Il grande mondo estraneo ad Israele l’avrebbe liquidata come una sciocchezza. A Israele, il popolo in attesa di un compimento della promessa di salvezza del Signore, venire a dire che la promessa si era compiuta con la morte del suo messia, condannato come un delinquente, era un insulto.

Non solo l’apostolo confessava senza remore la paradossalità dell’evento ma, addirittura, si preoccupava che i fedeli lasciassero in ombra, per non farsi deridere, questo lato oscuro della loro fede, e così venisse «annullato lo scandalo della croce» (Gal 5,11). Paolo affidava, infatti, la sua credibilità non alla lucidità di un ragionamento, ma solo alle straordinarie manifestazioni dello Spirito, con cui si attendeva venisse accreditati il suo messaggio:

«La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1Cor 2, 4)

Anche se, proprio il fatto che, nonostante la sua intrinseca debolezza, il messaggio si rivelasse capace di penetrare nelle coscienze, avrebbe dimostrato che la predicazione della fede non era un’opera umana, ma era solo vera e propria azione di Dio nel mondo.

«… per i peccati»

Nel capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, Paolo attesta la sua convinzione a proposito della morte di Gesù: «Cristo morì per i nostri peccati» (1Cor 15,3-5), attestando, nel contempo, che questa era la fede comune fra i discepoli della prima ora. Fin dalla prima generazione cristiana, quindi, i cristiani sono convinti che Gesù non è morto, semplicemente, per una disgraziata convergenza di eventi ostili, ma per compiere un disegno divino: «secondo le Scritture». Dalla sua morte sarebbe derivata la riconciliazione dell’uomo con Dio.

Che «Cristo morì per i nostri peccati» viene detto e ripetuto nel Nuovo Testamento per più di venti volte. È un’attestazione laconica, diretta e asciutta, tutt’altro che ovvia: quale nesso mai, si domanda il credente, ci può essere fra i miei peccati e quel disgraziato evento di duemila anni fa? Non stupisce, quindi, che ne sia seguita un’appassionata e complessa opera di interpretazione che, con le sue varianti, di tempo in tempo e da un ambiente culturale all’altro, è venuta a costituire il nerbo portante di tutto il pensiero cristiano. Tutta la teologia cristiana, alla fine, non è altro che questo.

Troppe volte lo si è fatto, concentrando la propria riflessione esclusivamente sull’estremo atto di obbedienza di Gesù al Padre, che fu quel «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42), pronunciato, sudando sangue, nel Getsemani, ma non senza approdare all’esito paradossale di dover immaginare il Padre che chiede al Figlio di andare incontro alla morte; e del Figlio che, consegnandosi ai suoi assassini, intende fare un atto di obbedienza al Padre.

È che non ha senso interrogarsi su quel momento senza tenere presenti tutti gli eventi precedenti, che lo hanno condotto in quella situazione drammatica. La sua obbedienza, infatti, di quel momento finale, ricordata da tutti e quattro i Vangeli, è in realtà un momento emblematico di quella che era stata l’obbedienza di tutta la sua vita.

Anzi, bisogna sottolinearlo, è solo perché egli ha obbedito al Padre, compiendo fedelmente la missione per la quale il Padre lo aveva mandato, che egli, ora, si ritrovava nella drammatica situazione di dover attendere di essere arrestato, senza scendere al compromesso né di una fuga, pur sempre possibile, né di una resistenza armata, come gli veniva suggerito da uno dei discepoli (Mt 26,51-53). Sarebbe bastato, infatti, che egli si fosse astenuto dal denunciare l’ipocrisia degli scribi e dei farisei e, in genere, dei capi del suo paese, di quanti vantavano la devozione delle loro interminabili preghiere, mentre nel condurre i loro affari erano capaci di approfittarsi anche di una povera vedova (Mc 12, 40).

Dai racconti dei Vangeli emerge un particolare che risulterà determinante per le successive interpretazioni del senso della morte di Gesù: egli si esprime e si comporta nei confronti delle interpretazioni della Legge, in modo tale da dare l’impressione di volere lo scontro con le autorità, pronto a subirne le conseguenze: i suoi atteggiamenti, in alcuni casi, sono chiaramente provocatori. Tutto questo, alla fin fine, compreso il doverne subire le conseguenze, fino all’esito tragico della sua condanna e della sua morte, sembra venire a comporre l’insieme della sua missione.

Quel deibisognaè necessario che il Figlio dell’uomo affronti grande sofferenza, di Mc 8, 31, costituisce un modulo che si ripete più di venti volte e ricorre in tutti e quattro i Vangeli. La sua morte quindi non poteva essere consegnata alla memoria della fede come si fosse trattato di un esito disgraziato della sua vicenda, dovuto alle condizioni avverse del contesto. Essa ha costituito il compimento della sua missione di salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte:  «Cristo morì per i nostri peccati» è asserto fondamentale che, a sentire la testimonianza di Paolo, si era imposto fin dall’inizio alla testimonianza della fede (1Cor 15,1-5).

Che egli morì per i nostri peccati è stata la interpretazione originaria e fondamentale con cui la comunità cristiana ha letto gli eventi della morte di Cristo, nel quadro dell’atteso compimento di un disegno divino di salvezza. Nel Nuovo Testamento, infatti, quel «Cristo morì per i nostri peccati» è una specie di ritornello, che segue a tutte le strofe del canto della fede.

Solo l’abitudine del dirlo e continuamente ridirlo, lungo i secoli, ha fatto sembrare ovvio l’asserto che ovvio, in realtà, non lo è affatto: di quale plausibilità può godere mai l’idea che dall’oscura e triste vicenda della condanna a morte di un innocente possa derivare una prospettiva di salvezza dal peccato e dalla morte per l’intera umanità?

Se quindi aver colto il frutto della morte di Gesù nella salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte fu la prima e fondamentale interpretazione degli eventi, questa stessa concezione, tutt’altro che ovvia, ha avuto bisogno, a sua volta, di essere interpretata.

Le immagini della salvezza

Le categorie tradizionali dell’ermeneutica cristiana della salvezza sono ben note: redenzione, riscatto, espiazione, sacrificio, sono le più utilizzate. Lungo la storia della teologia, che in Occidente ha avuto un suo sviluppo soprattutto sui percorsi della concettualizzazione e dell’argomentazione, queste categorie sono state considerate come veicoli di idee, di concetti chiari e distinti, con la conseguenza di un ingrovigliarsi del pensiero in paralogismi senza fine.

Per non irretirsi in questioni insolubili, la teologia deve abbandonare la via della concettualizzazione e dell’argomentazione per entrare in quella dell’immaginazione. La comunità cristiana originaria non sembra fosse luogo di alte elaborazioni speculative, ma era ricca nell’immaginazione e si è creata immagini nelle quali tradurre la sua autocoscienza di fede, assumendole dall’immaginario collettivo del suo tempo nei diversi ambiti della vita vissuta. Del resto è ben più connaturale ai redattori dei testi neotestamentari, che non erano filosofi speculativi, usare immagini e parlare per metafore che elaborare concetti raffinati.

Ora, le immagini sono, per natura loro, polisemiche ed esuberanti, sempre vaghe e cangianti, ricche di particolari attraenti, ma non tutti e ciascuno pertinenti alla res da interpretare, per cui sarebbe assurdo cercarne la corrispondenza, di tutti e ciascuno, nella realtà da interpretare. Colpiscono l’emozione più che servire l’intelletto. Producono prassi prima e più che cognizioni.

In letteratura vi corrispondono le metafore, che dicono cose non vere, ma proprio in quanto stupiscono per questa loro falsità, producono uno scatto dell’intelligenza nell’intuizione di qualcosa di affascinante, di nuovo, di proteso verso una verità più alta. Quella delle metafore, direbbe Paul Ricoeur, è una «vérité tensionnelle». Solo leggendo le immagini che il Nuovo Testamento adotta per interpretare la carica di salvezza derivante dalla morte di Gesù, a partire dalle dinamiche tipiche del linguaggio metaforico, si sarà in grado di coglierne la ricchezza ermeneutica.

  • Redenzione

All’epoca del cristianesimo nascente, vedere un atto di redenzione, cioè dell’acquisto di uno schiavo per ridargli la libertà, era esperienza osservabile nella pratica sociale. Oggi, in una società civile evoluta, per sentirne parlare bisogna aprire un libro di storia o andare al cinema a vedersi un film. È il motivo per cui sentir dire redenzione, non fa più pensare agli eventi del commercio degli schiavi, né ad alcun evento di tipo commerciale: eppure deriva dal latino redimere, e quindi da emere, che significa comprare.

Ne esplicita meglio il significato il greco del Nuovo Testamento che, per dire redenzione, scrive apolýtrōsis portando in primo piano l’idea del riscattare: lytróō viene probabilmente da λύω, “sciogliere”, come dire sciogliere le catene e quindi liberare.

È che oggetto della transazione è la persona umana, la sua libertà e la sua dignità. Al sentir dire che Cristo ci ha redenti, riaffiora in noi la consapevolezza la gioia di sentire che Cristo ci ha liberati dalla miseria di una condizione umana dominata dal peccato e dall’ingiustizia, e insorge un sentimento di commossa gratitudine, nel ricordare che la sua opera gli è costata le fatiche della missione e, alla fine, la condanna e la morte.

Ricollocando il termine redimere nel contesto mercantile della sua origine, viene in risalto il senso del prezzo che egli ha pagato per il nostro riscatto: «Sapendo che non con cose corruttibili, argento o oro, siete stati redenti…, ma con il sangue prezioso di Cristo» (Pt 1,18-19).

Né, in realtà, è pertinente, la questione che non di rado si poneva, domandandosi a chi mai il Cristo avrebbe dovuto pagare il tragico prezzo della sua morte sulla croce, per riscattare l’umanità dalla schiavitù. L’immagine non pretende per sé l’adeguatezza e l’univocità del concetto.

L’immagine non è nata per costruire la teologia della redenzione, bensì per far sentire al credente l’emozione e la gratitudine per quel cosìcosì tanto di Dio che ha amato il mondo «da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Essa è lì, si intreccia ai nostri sentimenti per farci sentire la gioia di una libertà ritrovata nel perdono e nei frutti della conversione.

  • Espiazione

Dalla piazza del mercato, pronunciando la parola espiazione, l’immaginazione ci porta negli spazi paludati del tribunale. A dire il vero, per chi legge la Bibbia, la figura dell’espiazione conduce la mente, con la sua immaginazione, in due luoghi diversi, ben distinti e molto differenti. Il primo è quello del tribunale, con la corte, o un giudice, che emana la sentenza e definisce i termini della pena. Il secondo, per noi oggi, è immaginabile solo attraverso i testi della Scrittura, che descrivono l’antica liturgia dell’Esodo che poi verrà celebrata nel tempio:

«(Aronne) prenderà un po’ del sangue del giovenco e ne aspergerà con il dito il propiziatorio dal lato orientale e farà sette volte l’aspersione del sangue con il dito, davanti al propiziatorio» (Lv 16, 4)

Propiziatorio era il coperchio d’oro dell’Arca dell’alleanza, che nei riti di espiazione veniva aspersa col sangue della vittima. Paolo non aveva mai visto l’Arca santa perché, rapita dai Babilonesi nella conquista di Gerusalemme, a suo tempo non c’era nel tempio, ma anche se ci fosse stata egli non avrebbe potuto vederla perché rinchiusa nel recinto riservato ai sacerdoti.

Leggendo il Levitico, però, egli se ne era fatta una immagine viva, che gli riaffiora nella mente, quando immagina il corpo piagato di Gesù disceso dalla croce. Egli sublima quella scena straziante immaginandola come la solenne liturgia di yom kippur, quando il sommo sacerdote, entrando nel Santo dei Santi, aspergeva con il sangue delle vittime l’hilasterion, cioè il coperchio d’oro dell’Arca: «Dio lo ha stabilito come l’hilasterion, mediante la fede, nel suo sangue…» (Rm 3,25).

Il termine hilastrion porta con sé tutta la complessa semantica cultuale di kappṓret: luogo della presenza divina, luogo dell’incontro con Dio e luogo dell’espiazione mediante il sangue. Tutto questo oggi è per noi il corpo di Cristo morto, macchiato di sangue: l’immagine ci porta a contemplarlo, suscitando in noi le emozioni del ricordo della passione e della morte del Signore nella gratitudine.

  • Sacrificio

Dal mercato al tribunale. E ora, dal tribunale al tempio. Il linguaggio diventa quello della ritualità, che dalla Lettera agli Ebrei, paradossalmente, viene rifiutato per essere riabilitato su di un piano diverso, quello della vita vissuta. L’anonimo apostolo, infatti, non teme di dichiarare esplicitamente che il Cristo in croce «abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo».

È curiosa la sorte subita da questo magnifico testo dell’apostolo, lungo la storia dell’interpretazione. È, in realtà, dichiarazione di una morte avvenuta, la decretata fine della ritualità, e molto spesso viene addotto per dimostrare che nella Chiesa esiste tuttora il sacerdozio e la ritualità sacrificale.

Ne è la ragione l’interpretazione che la tradizione cattolica ha dato della Messa come rinnovamento del sacrificio di Cristo in croce, interpretazione che la teologia protestante rifiuta, perché non è attestata adeguatamente dalla Sacra Scrittura. Il Catechismo della Chiesa cattolica, però, lo ribadisce: «In quanto memoriale della pasqua di Cristo, l’Eucaristia è anche un sacrificio», e ne indica la ragione: «perché ripresenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto» (i corsivi e la parentesi sono del testo: 1365-1366).

Se l’Eucarestia, nella dottrina cattolica, è un sacrificio, la sua ritualità non ne conserva la forma se non nel gesto dell’offerta, restando non espressa, se non nelle parole, e vagamente rievocata nel gesto dello spezzare il pane, la forma dell’immolazione.

Che i traduttori italiani del Missale Romanum di Paolo VI abbiano utilizzato il termine «sacrificio» 433 volte, cioè il doppio delle 213 volte in cui il latino «sacrificium» ricorre nell’originale, traducendo con sacrificio, anche devotiooblatioservitium, svela una posizione ideologica di scarsa simpatia, a dir poco, per la riforma liturgica voluta dal Concilio.

Mai avrei pensato che i traduttori italiani del Messale si sarebbero addirittura permessi di modificare la formula, pur definita da Paolo VI per la Chiesa universale, della consacrazione del pane, «Hoc est enim Corpus meum quod pro vobis tradetur», pur di ripetere ancora una volta il termine amato. Hanno trascurato, infatti, il linguaggio biblico del tradetur, che riprende dalla Vulgata il «quod pro vobis datur» di Luca e il «Filius hominis tradetur» dei preannunci della passione, e sono ritornati, con scarso senso ecumenico, al linguaggio della controversistica postridentina, aggiungendo «offerto in sacrificio per voi».

Non così ha fatto la Chiesa francese («Ceci est mon corps pour vous»), né quella tedesca («der für euch hingegeben wird»), né le molte Chiese anglofone («which will be given up for you»). In compenso nella traduzione del Canone Romano siamo stati felicemente esonerati dal doverci preoccupare paganamente di rendere da Dio «benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque» la nostra offerta per la quale domandiamo solamente Dio si degni «di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto».

Comunque, il termine sacrificio non sarebbe in grado di dire la forma del rito che effettivamente viene celebrato, che non è in alcun modo quella dell’immolazione di una vittima, ma solo quello dell’offerta a Dio della propria vita, nel quadro dell’ultima cena di Gesù, nella quale egli traduce nel gesto rituale del pane spezzato e del vino versato, il dono totale della propria esistenza, in obbedienza all’asserto di Eb 10: «Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,6-7).

Il rito continuerà a decorarsi del termine, ma nella consapevolezza che si tratta di una metafora, per cui l’Eucarestia è, e non è, un sacrificio. È la verità dell’offerta, compiuta da Gesù, della sua vita al Padre per la salvezza degli uomini, non solo nel gesto della sua suprema obbedienza pronunciata, sudando sangue, nel Getsemani, ma in tutta la sua esistenza. Se in quella notte gli è chiesto l’estremo atto della sua dedizione, quello di consegnarsi, senza difendersi e senza fuggire, ai suoi assassini è solo perché mai avrebbe potuto nel momento estremo contraddire quello che è stato il costante motivo di tutta la sua vita.

La teologia e la spiritualità cristiana hanno bisogno in realtà sia di immaginare che di concettualizzare le cose che crede e che sta vivendo: il concetto, con la sua chiarezza e univocità sarà lì a salvaguardare l’immaginazione dall’arbitrio della fantasia, mentre l’immagine preserverà il concetto dalla presunzione di essere esaustivo della realtà.

L’uomo nuovo

La figura che meglio di altre sintetizza tutto il senso della salvezza cristiana è quella della fine dell’uomo vecchio, con il suo modo di sentire la vita e di viverla e l’insorgenza di un uomo nuovo nel suo modo di pensare e di operare. L’acuto confronto, amato dal Nuovo Testamento fra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, ha condotto Paolo a darci la sua spiegazione del Battesimo:

«Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).

Tutte le altre immagini della salvezza cristiana vengono qui sintetizzate nella figura di Gesù che muore e risorge: è il modello della vita cristiana, come superamento del vecchio modo di vivere per intraprenderne uno nuovo: andando più in profondità, è l’alveo di grazia nel quale scorre la vita nuova del cristiano.

Paolo scriveva ai fedeli di Roma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Loghikè latreìa, culto «ragionevole», il solo degno di Dio e dell’uomo che ci sia dato di celebrare, non sta più nei riti, ma nel modo di vivere la vita, facendone un’offerta gradita a Dio. «Ragionevole» preferirei tradurre, piuttosto che «spirituale» (Rm 12,1), come abitualmente si traduce, per non svuotare di senso la sua materiale corporeità.

Paolo qui intende, infatti, il culto che il cristiano offre a Dio con le opere delle sue mani, l’andare e venire dei suoi piedi, gli sguardi dei suoi occhi e le parole della sua bocca, le cose che si fanno, fatte con amore, altrimenti non avrebbe detto ai cristiani di offrire i loro corpi.

A un certo punto della sua vicenda Paolo confessa di rendersi conto che non vivrà a lungo. Egli, che ha sanzionato più di altri la fine della Legge antica, del suo sacerdozio e dei suoi riti, ora, alla fine della sua vita, si immagina di essere un sacerdote, che porta sull’altare la sua offerta. Ciò che egli può donare al Padre è il frutto delle sue fatiche, la vita vissuta delle comunità di fede che ha creato e custodito.

A coronare la sua esistenza, su questa offerta egli verserà, come fosse un rito di libagione, il sangue del suo martirio: «Anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi» (Fil 2,17).