Papa Leone XIV e il “cantiere famiglia”: un invito da estendere anche alle case dei sacerdoti sposati

Città del Vaticano, 3 ottobre 2015. Veglia di preghiera delle Famiglie per il Sinodo, con Papa Francesco / SICILIANI

L’approfondita analisi pubblicata da Avvenire sul tema “Leone XIV e il cantiere famiglia: un cammino fuori dagli schemi tra Vangelo e società” delinea con chiarezza la visione del Pontefice riguardo alle dinamiche familiari contemporanee. La riflessione evidenzia l’urgenza di uno sguardo ecclesiale capace di superare i vecchi schemi rigidi e di porsi in ascolto delle trasformazioni sociali, valorizzando ogni testimonianza di amore, stabilità e fedeltà vissuta nel solco del Vangelo.

In questo percorso di rinnovamento e di apertura pastorale, la riflessione promossa dal Santo Padre si incrocia direttamente con l’esperienza vissuta dalle famiglie dei sacerdoti sposati.

Oltre gli schemi: la famiglia presbiterale come testimonianza evangelica

Se il “cantiere famiglia” delineato da Papa Leone XIV invita la Chiesa a riconoscere la grazia e la bellezza della vita domestica senza pregiudizi o preclusioni formali, appare naturale rivolgere un accorato appello affinché questo abbraccio si estenda ufficialmente anche alle famiglie dei presbiteri coniugati:

  • Una testimonianza viva nel quotidiano: Le case dei sacerdoti sposati rappresentano un punto di sintesi tra la vocazione al ministero ordinato e la concretezza della vita familiare, offrendo una testimonianza di fede, accoglienza e cura reciproca.

  • Un’autentica ricchezza per la comunità: Le spose e i figli dei sacerdoti non costituiscono un ostacolo al ministero, ma una presenza che arricchisce il tessuto parrocchiale, portando empatia, ascolto e prossimità verso le difficoltà delle altre famiglie.

Un passo di realismo pastorale per il bene comune

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con favore le sollecitazioni emerse dall’analisi di Avvenire e rinnova l’invito al Papa e agli Ordinari diocesani affinché le famiglie del clero coniugato vengano coinvolte pienamente nei percorsi di pastoralità familiare.

I sacerdoti sposati — uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie — insieme alle loro famiglie, sono pronti a mettere il proprio cammino a disposizione della Chiesa universale. Coinvolgere queste realtà nel “cantiere famiglia” rappresenta un atto di realismo pastorale e di trasparenza, capace di trasformare una presunta fragilità in una grande risorsa per la cura delle anime, la fraternità presbiterale e il bene comune dei fedeli.

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Avvenire

Quando l’immediato futuro si riempie di interrogativi, sorge quasi spontaneo il desiderio di voltarsi indietro per aggrapparsi a un passato di sogni e speranze, ai simboli di un’epoca e di una spensieratezza giuliva, in cui l’edonismo cominciava a viaggiare a braccetto con il benessere. Era il tempo della Dolce Vita, emanata da Roma, dalle sue star e dalle sue bellezze. Un immaginario (per pochi o per molti, difficile quantificare) legato a un simbolo intramontabile, la Fiat 500, gioventù che sporge dal tetto aperto, a ritmo lento per le strade dell’Urbe, e quelle immagini alla Fontana di Trevi, “Marcello, come here! Hurry up!” immortalate nel tempo e celebrate dal cinema. Un mito che evoca nostalgia, un desiderio di spensieratezza oggi riproposto da Fiat con la 500 Dolcevita, ovviamente in chiave moderna, con l’intrigante versione scoperta ed esclusiva della 500, l’unica nel segmento delle piccole col fascino d’altri tempi, la struttura da cabrio e il tetto aperto verso il cielo azzurro o le stelle come la prima 500 lanciata nel 1957.
Non è una operazione nostalgia dichiarata, ma nasconde sentimenti forse lasciati da parte negli ultimi decenni e rispolverati da Fiat anche attraverso una indovinata operazione d’immagine (basti pensare ai messaggi lanciati da Gerry Scotti nel programma La Ruota della Fortuna di cui Fiat è partner, ma anche il videoclip con Rovazzi, Arisa e Nino D’Angelo).
Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita non è la piccola per tutti, anche se il brand in questo momento attraversa una fase di crescita e ricorda a gran voce di essere “La Fiat per tutti gli italiani”, ma è la piccola compatta e fashion che fa distinguere per esclusività, bellezza (la grande bellezza italiana…), per essere un oggetto fashion e come tale tra dotazioni e chicche tecnologiche deve distinguersi anche nel costo (listino 25.200 euro, in promo a 19.950 euro). Non a caso è proposta in due colori iconici, il bianco ghiaccio o il Celestial Blue, per esaltare lo stile italiano, la freschezza, l’azzurro del mare e del cielo. La capote è in tessuto di tela, un Blu inconfondibile, si apre elettricamente, le calotte degli specchietti sono cromate, i cerchi in lega diamantati, i fari full Led, all’interno la plancia dal disegno ellittico ha lo stesso colore della carrozzeria, i sedili in tessuto/vinile pied-de-poule con tanto di logo ricamato, c’è l’autoradio DAB da 10,25″, il climatizzatore automatico, il sensore pioggia e i sensori di parcheggio posteriori. Un piacere guidarla, agile e facile, pratica e fashion, con un buon livello di isolamento interno, interpreta al meglio quel desiderio di… evasione accompagnato da un messaggio che suona come un claim: “Più luce, il sole sulla pelle e il piacere di godersi ogni istante, questo è lo spirito di Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita: vivere con leggerezza e lasciarsi guidare dal momento”.
Tre porte, quattro posti (i due dietro non sono per giganti) e un bagagliaio che può arrivare a 440 litri (da 185 circa), una citycar racchiusa in 363 cm di lunghezza. Tecnicamente è proposta con il motore FireFly 1.0 Hybrid da 12V, un tre cilindri di ridotte vibrazioni, con 65 CV di potenza e coppia massima di 92 Nm, il cambio è manuale a 6 marce: efficienza e fluidità, consumo dichiarato 5,4 l/100 km con una velocità di punta che arriva a 150 km/h, buono l’assorbimento asperità offerto dalle sospensioni. Aspetti che si accodano a quello primario: stile ed esclusività, un’auto da esibire come un abito da grandi firme .

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Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: L’età dei doveri – Costituzione e solidarietà (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro – lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 – che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza – che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica – non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri.
La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri «ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco». La finalità del libro – che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana – è altrettanto esplicita: «Ridare luce all’occhio dei doveri» per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà.
Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E – per dirla con Violante – il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale.
Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché – scrive l’autrice con un’efficace immagine – i diritti non sono «appesi al cielo come stelle da collezionare» ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è «un punto su un foglio bianco» ma «un nodo da cui si dipartono fili» che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere «è sempre venuto prima del diritto», perché «il padre viene prima del figlio». Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché «se tutto è diritto, allora niente è diritto» e, di fronte a questa bulimia – ci ricorda Tripodina – la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale.
La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione – dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà – è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che – ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 – è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: «Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti»).
Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma – parole di Calamandrei – che i diritti di libertà non sono più «il recinto di filo spinato» entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma «la porta che gli consente di uscire dal suo giardino». È la libertà che si completa nella solidarietà.
La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui – denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona – l’ideologia consumista diventa «il nuovo cemento di una società atomizzata», i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama «inviolabilità senza solidarietà». Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono – per definizione – suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza.
Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una «babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili». È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava «la bassa marea della politica». Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra «dittatura della maggioranza» e «governo dei giudici» – suggerisce l’autrice – dobbiamo perseguire un modello democratico «collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti». E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come «l’istituzione repubblicana più importante»: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, «non è una nostalgia ma un’urgenza nuova» che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza.

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Sarà Mancini bis: come la promessa di una rivoluzione per il calcio italiano è diventata una restaurazione

Roberto Mancini

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Tiri Mancini con ritorno al passato, l’Italia del calcio è un gambero azzurro. I tiri Mancini sono quelli che hanno portato al siluramento di Andrea Pirlo, reo di testimonianza remunerata del gioco d’azzardo (Ambassador della piattaforma russa Fonbet, da 48 ore illegale in Italia e quindi oscurata) e l’assunzione, tanto agognata dal Presidente della Figc Giovanni Malagò, del suo pupillo, Roberto Mancini. L’atto secondo dell’era Malagò, al primo «stavamo a scherzà», direbbe Alberto Sordi, si apre con il licenziamento in tronco voluto dallo stesso Presidente, con le dimissioni «senza polemiche», dice sempre il Presidente, del dt Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo, con l’apertura a un Mancini bis sulla panchina azzurra. Dopo settimane di parole chiave come «rinascimento del pallone italiano, nuova filiera del settore giovanile da ricostruire e valorizzazione del calcio di base», eccolo qua il nuovo che avanza, il caro vecchio Mancio pronto a riprendersi il suo posto e anche a ribadire, umilmente (viene da ridere) le scuse. Quelle per il suo “sgarbo” nazionale consumatosi nell’estate 2023. La rottura di Mancini con l’ex presidente della Figc Gravina e le dimissioni annunciate con una fredda pec spedita sotto il sole della Grecia a bordo del suo yacht. Un gesto da eterno genio ribelle del calcio nostrano che in quel momento storico si sentiva accerchiato e declassato (tagli al suo staff rimasto orfano del “gemello del gol” Gianluca Vialli) dopo che non aveva centrato la qualificazione ai Mondiali del 2022: eliminati dalla Macedonia del Nord. Ma anche quella eliminazione per Malagò fu più colpa di una Federazione vecchia e cattiva, perché per lui c’è un solo vincente in circolazione, il Mancini campione d’Europa, a sorpresa, a Euro2020 e il fantastico tecnico del record, 37 partite senza sconfitte alla guida della Nazionale (primato interrotto il 10 settembre 2021 contro il Portogallo). «Roberto è il miglior ct possibile», ribadisce un raggiante Malagò che cerca di scacciare via tutte le nubi del “caso Pirlo” per riabbracciare quello che per Fabio Capello rimane il “Mancio d’Arabia”, quindi non idoneo per il ritorno.
Quando Mancini disse addio alla Nazionale infatti andò a svernare a Riad da ct dell’Arabia Saudita. Missione lampo, finita dopo una sola stagione da “tackle nel deserto” sopportata solo dietro carovane di milioni di dollari (25 circa). Poi ultima spiaggia all’Al-Sadd Sports Club di Doha, per un altro ingaggio da sceicco di Jesi in Qatar (biennale da 10 milioni). Il figliol prodigo per tornare a Coverciano si è “accontentato” di 2 milioni a stagione, contratto fino al 2030. Ma non è tanto per gli 8 milioni che ha detto «sì»,ma perché quando Giovannino principe dell’Aniene, Circolo del generone romano di cui il “Mancio” è socio più che onorario, chiama, non si può che rispondere “èccome!”. Nel valzer dell’ipocrisia di queste ultime ore abbiamo assistito a uno spettacolo da incubo di una notte di mezza estate. Per nominare un allenatore di calcio, uno straccio di selezionatore, della Nazionale, si sono mossi anche i servizi segreti, e siccome siamo nella Repubblica fondata sul pallone si è rischiato di tornare alle urne. La nostra politica poi, quando scoppiano gli scandali del calcio non perde mai l’occasione di scendere subito in campo e lo invade con i suoi assist che sanno di comizi elettorali. I comizi contro Pirlo poi hanno rasentato il ridicolo e gettato del fango gratuito e ingiusto nei confronti di un campione che ha commesso un solo grave errore, secondo il codice da “Azzurro Vergogna” coniato da tempo immemore da Avvenire: prestare nome e volto a un’agenzia di scommesse che alimenta l’azzardo e le ludopatie giovanili. Tutto il resto è noia, discorso da bar sport, compreso il dibattito fantapolitico. «Ripartiamo da un progetto serio», ha invocato il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, ma è dura fare i seri quando anche la nomina di un tecnico diventa un affare di Stato.
Il nuovo corso Malagò sarebbe dovuto ripartire dalla scelta immediata condivisa e decisa di un ct con il quale avviare un progetto effettivo di rinnovamento. Invece si è iniziato a parlare di fare economia per non allargare la faglia del buco da 30 milioni di euro della Figc generato dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026. Perciò il “ripiego Pirlo” era dettato da ragioni meramente finanziarie, perché gli ingaggi necessari per mettere sotto contratto Mancini o Antonio Conte (il più amato dalla Lega di Serie A, che ora protesta) erano stati cassati alla voce “troppo esosi”. Poi però abbiamo scoperto che si poteva anche ingaggiare persino un mister di platino come Pep Guardiola. Un tiki-taka da 20 milioni l’anno per il Pep catalano e accordo fino al 2030. Roba da City Group, mica da Figc che piange miseria. Se Pirlo non fosse stato tradito dallo scommettificio russo (se fosse stata un’agenzia italiana o inglese saremmo arrivati a tanto?) la Figc se la sarebbe cavata con una spesa da 6 milioni complessivi in quattro anni, ma resta da capire se il nuovo piano di rilancio tecnico dell’Italia del pallone sia in mano a dei commercialisti o a gente che vive e che sa di calcio. Uno che ha vissuto in maniera specchiata in questo strano mondo del pallone e che sa anche tanto di calcio è sicuramente Claudio Ranieri. L’aggiustatore universale di Testaccio, classe 1951, è il nuovo direttore tecnico. Ranieri prende dunque il posto di Paolo Maldini che lasciando la Federcalcio ha detto solo: «Questi non vogliono il cambiamento». Almeno in questo, difficile non dargli ragione.

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Relazione con una quattordicenne dell’oratorio, sacerdote patteggia due anni

Relazione con una quattordicenne

la voce

Una pena di due anni di reclusione, sospesa a condizione che segua un percorso di recupero in una struttura specializzata nella prevenzione dei reati sessuali. Si è concluso con un patteggiamento davanti al Tribunale di Verbania il procedimento a carico di un sacerdote quarantenne, già viceparroco in una comunità dell’Aronese, sul Lago Maggiore.

La vicenda risale al 2023 e riguarda la relazione avuta dal religioso con una ragazza di 14 anni che frequentava l’oratorio. L’inchiesta era cominciata dopo la denuncia presentata dai familiari della minorenne, ai quali la giovane aveva raccontato quanto sarebbe accaduto. La ragazza si era confidata anche con un istruttore, riferendo l’esistenza del rapporto con il sacerdote.

Dopo le prime dichiarazioni, però, la quattordicenne aveva cambiato versione, arrivando a negare quanto raccontato in precedenza. Una ritrattazione che aveva reso più difficile il lavoro degli inquirenti, chiamati a verificare un’accusa delicata senza poter contare su una testimonianza rimasta lineare nel corso del procedimento.

Nel frattempo, quando i sospetti erano emersi all’interno della famiglia, il sacerdote aveva lasciato il proprio incarico nella comunità. La Diocesi di Novara aveva comunicato che il religioso avrebbe trascorso un periodo di riposo, studio e ricerca spirituale, senza entrare nei dettagli dell’indagine penale.

La svolta è arrivata dall’esame del fascicolo compiuto dal giudice per le indagini preliminari di Verbania. Il Gip ha analizzato le chat scambiate tra il sacerdote e la minorenne, individuando conversazioni considerate compatibili con l’esistenza di incontri di natura intima.

I messaggi hanno assunto un peso decisivo proprio a causa della ritrattazione della ragazza. Di fronte ai riscontri digitali, il giudice ha disposto l’imputazione coatta per atti sessuali con minore di sedici anni, ritenendo che gli elementi raccolti dovessero essere sottoposti alla valutazione di un tribunale.

La difesa ha quindi scelto la strada del patteggiamento. La pena è stata concordata in due anni, con il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità. Il giudice ha concesso la sospensione, subordinandola però all’obbligo di seguire un trattamento terapeutico presso un ente specializzato.

Il patteggiamento chiude il procedimento senza arrivare a un dibattimento pubblico nel quale ricostruire testimonianza dopo testimonianza l’intera vicenda. Non rappresenta formalmente una confessione, ma comporta l’applicazione di una pena concordata tra difesa e Procura e successivamente valutata dal giudice.

Il caso riporta l’attenzione sulla protezione dei ragazzi negli ambienti educativi e religiosi. Un oratorio è un luogo fondato sulla fiducia delle famiglie e sul rapporto diretto tra adulti e minorenni. Quando quella fiducia viene messa in discussione, la questione non riguarda soltanto la responsabilità individuale, ma anche la capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali di rischio e intervenire tempestivamente.

Particolarmente delicato è il tema della ritrattazione. Nei procedimenti che coinvolgono minorenni, un cambiamento nel racconto non può essere interpretato automaticamente né come prova della falsità dell’accusa né come conferma dei fatti. Paura, vergogna, legami affettivi, pressione dell’ambiente e timore delle conseguenze possono incidere sulle dichiarazioni di una ragazza adolescente. Per questo gli investigatori devono cercare riscontri esterni e indipendenti.

Nel procedimento di Verbania quei riscontri sono stati individuati nelle comunicazioni digitali. Telefoni, applicazioni di messaggistica e social network possono conservare appuntamenti, richieste, fotografie e frammenti di conversazioni capaci di ricostruire rapporti che, altrimenti, resterebbero affidati soltanto alle versioni contrapposte delle persone coinvolte.

Non è la prima volta che un’inchiesta riguardante un sacerdote e un minorenne raggiunge le aule giudiziarie piemontesi. Negli anni sono stati aperti procedimenti anche nel Torinese, nel Vercellese e nel Cuneese, con vicende ed esiti differenti. Alcuni si sono conclusi con condanne o patteggiamenti, altri con assoluzioni o archiviazioni. Ogni caso deve essere valutato separatamente, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.

Resta però un punto che va oltre il singolo fascicolo: nelle comunità in cui un adulto esercita autorità morale, educativa o religiosa, la tutela dei minorenni non può essere affidata soltanto alla fiducia personale. Servono regole chiare, formazione degli educatori, canali di segnalazione accessibili e interventi immediati quando emergono comportamenti sospetti.

Nella vicenda dell’Aronese, il primo racconto della ragazza sembrava essersi indebolito con la successiva ritrattazione. A cambiare il corso dell’indagine sono state le parole rimaste archiviate nei telefoni. La testimonianza era cambiata. Le chat, invece, erano ancora lì.

I principali candidati alla nomina a Cardinali del Papa Leone XIV

Anche il prossimo papa sarà straniero? • Neodemos

Il card. Michael Czerny S.I., Prefetto emerito del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha compiuto ottant’anni sabato 18 luglio, festeggiando il suo compleanno in Africa.

Con il raggiungimento di questo traguardo, non è più un Cardinale elettore, riducendo così il numero dei Cardinali con diritto di voto a 116. Al momento del Conclave del 2025, i Cardinali elettori erano 136, di cui 133 hanno espresso il proprio voto.

Il numero dei Cardinali elettori è stabilito nella costituzione apostolica Romano Pontifici eligendo circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice di San Paolo VI (1975). La costituzione apostolica stabilisce che «il massimo numero dei Cardinali elettori non deve superare i 120», e San Giovanni Paolo II ha mantenuto questa disposizione nella costituzione apostolica Universi dominici gregis circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice (1996). In pratica, tuttavia, San Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno tutti superato il numero previsto, consentendo che il numero dei Cardinali con diritto di voto salisse oltre i centoventi.

Con la riduzione del numero dei Cardinali elettori, nelle ultime settimane si sono susseguite voci secondo cui entro la fine dell’anno si terrà un Concistoro ordinario per la creazione di nuovi Cardinali. Ulteriori ipotesi suggeriscono che tale Concistoro ordinario potrebbe essere annunciato dopo il soggiorno estivo di Papa Leone XIV a Castel Gandolfo, che dovrebbe concludersi lunedì 27 luglio, oppure essere programmato tra il viaggio apostolico in Francia e quello in Sudamerica.

Se Papa Leone XIV decidesse di nominare nuovi Cardinali semplicemente per sostituire quelli che raggiungeranno l’età pensionabile nel corso del prossimo anno, il Concistoro ordinario sarebbe molto probabilmente di dimensioni relativamente ridotte, con forse meno di dieci nuovi Cardinali. Se, invece, la sua intenzione fosse quella di plasmare il Collegio cardinalizio in vista di un futuro a lungo termine, il Concistoro ordinario potrebbe essere notevolmente più ampio. A titolo di confronto, nel suo ultimo Concistoro ordinario del dicembre 2024, papa Francesco ha nominato ventun nuovi Cardinali.

Ma se quest’anno dovesse tenersi un Concistoro ordinario, chi ha più probabilità di ricevere la berretta rossa?

Il punto di partenza più ovvio è la Curia Romana. Mons. Filippo Iannone O.Carm., attualmente Prefetto del Dicastero per i vescovi, dovrebbe ricevere la berretta rossa. Dopo essere stato scavalcato da papa Francesco in occasione della nomina a Prefetto del Dicastero per i testi legislativi, la carica di prefetto del Dicastero per i vescovi è stata tradizionalmente accompagnata dal Cardinalato. Lo stesso Papa Leone XIV ha ricoperto la carica di Prefetto dal gennaio 2023 fino alla sua elezione al soglio pontificio ed è stato creato Cardinale nel settembre dello stesso anno.

Mons. Luis Marín de San Martín O.S.A., Elemosiniere di Sua Santità e capo del Dicastero per il servizio della carità, è un altro nome che ricorre spesso. Sebbene la carica di Elemosiniere di Sua Santità non sia automaticamente legata al Cardinalato, la sua lunga amicizia agostiniana con Papa Leone XIV rende realistica questa prospettiva. I due hanno lavorato a stretto contatto a Roma quando padre Robert Francis Prevost O.S.A. era Priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino e si conoscono da tre decenni. Esiste inoltre un parallelo con la nomina del card. Konrad Krajewski precedente Elemosiniere di Sua Santità, che era strettamente legato a papa Francesco.

Diversi incarichi di alto livello nella Curia Romana sono ricoperti da Prefetti che hanno già superato la consueta età pensionabile, tra cui il card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per l’unità dei cristiani, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e il card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle cause dei santi.

Ciò fa supporre che Papa Leone XIV possa nominare un nuovo Prefetto per uno di questi Dicasteri prima di annunciare il suo primo gruppo di Cardinali, con il funzionario appena nominato che figurerebbe poi nell’elenco del Concistoro ordinario.

Il successore del card. Kurt Koch come Prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani è oggetto di particolare interesse. Fonti vaticane hanno indicato al sito AdVaticanum che mons. Erik Varden O.C.S.O., Vescovo Prelato di Trondheim in Norvegia ed ex Abate della Mount Saint Bernard’s Abbey di Coalville nel Regno Unito, ha ottime possibilità di essere scelto. Ha lasciato un’impressione notevole quando ha predicato gli esercizi spirituali quaresimali annuali per Papa Leone XIV e la Curia Romana. Mons. Varden vanta inoltre una notevole esperienza nel campo dell’unità dei Cristiani, in particolare con le Chiese orientali, il che lo rende la scelta naturale per la missione del Dicastero.

Passando alla categoria più realistica, ma al contempo più difficile da prevedere, vi sono le sedi cardinalizie tradizionali. Vale la pena notare che quando un Cardinale si dimette da una sede diocesana ma rimane in età di voto, il suo successore non viene solitamente creato Cardinale fino a quando il predecessore non compie ottant’anni.

Nel mondo anglofono, mons. Charles Philip Richard Moth, Arcivescovo metropolita di Westminster, nominato nel dicembre 2025 e insediato nel febbraio 2026, riceverà probabilmente la berretta rossa. Vi è, tuttavia, un’importante precisazione.

Il card. Vincent Gerard Nichols, che ha ricoperto la carica dal 2009 al 2025, ha compiuto ottant’anni nel novembre 2025 ed è ora Cardinale emerito senza diritto di voto. Ogni Arcivescovo metropolita di Westminster, sin dal ripristino della gerarchia, è stato creato Cardinale. Mons. George Basil Hume O.S.B., nominato il 9 febbraio 1976, ricevette la berretta rossa da San Paolo VI il 24 maggio 1976, circa tre mesi e mezzo dopo, proprio nel Concistoro ordinario successivo. Analogamente, mons. Cormac Murphy-O’Connor, nominato il 15 febbraio 2000 e insediato il mese successivo, fu elevato da San Giovanni Paolo II il 21 febbraio 2001, quasi esattamente un anno dopo la sua nomina e in occasione del primo Concistoro ordinario tenutosi dopo il suo insediamento.

Lo stesso mons. Vincent Gerard Nichols, tuttavia, ha atteso quasi cinque anni. Nominato nell’aprile 2009, fu scavalcato nei Concistori ordinari di Papa Benedetto XVI del 2010 e del 2012, prima che papa Francesco lo creasse Cardinale nel febbraio 2014.

In sintesi, mons. George Basil Hume fu creato Cardinale quasi immediatamente, mons. Cormac Murphy-O’Connor al primo Concistoro ordinario disponibile, mentre mons. Vincent Gerard Nichols solo dopo un intervallo notevolmente più lungo che abbracciò due Concistori ordinari intermedi. Non è chiaro se il ritardo di mons. Nichols rifletta una circostanza particolare o un temporaneo cambiamento di atteggiamento nei confronti della sede. Ciò che la storia dimostra è che l’Arcivescovo metropolita di Westminster, senza eccezioni dal ripristino della gerarchia, è stato alla fine nominato Cardinale, secondo lo schema tradizionale che prevede l’elevazione al primo o al secondo Concistoro ordinario successivo alla nomina. Se mons. Charles Philip Richard Moth seguirà questo calendario più rapido spetta, ovviamente, esclusivamente a Papa Leone XIV decidere. I dati storici suggeriscono semplicemente che il prossimo Concistoro ordinario sia il momento in cui ci si aspetterebbe normalmente tale elevazione.

Il nome successivo probabilmente sorprenderà molti lettori e rappresenta una sorta di colpo di scena. Tuttavia, mentre la Chiesa continua a crescere e il suo baricentro si sposta verso l’Asia, le ragioni a favore di mondo. Mons. Peter Chung Soon-taeck O.C.D., Arcivescovo metropolita di Seul, diventano sempre più convincenti. È succeduto al card. Andrew Yeom Soo-jung come Arcivescovo metropolita di Seul nel 2021, ma è stato scavalcato nel Concistoro ordinario del 2024.

Mons. Peter Chung Soon-taeck ha già ottimi contatti a Roma, avendo precedentemente ricoperto la carica di Definitore generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Ancora più determinanti sono i suoi legami personali con il Santo Padre e il fatto che sia il principale organizzatore della 41ª Giornata mondiale della gioventù del 2027 a Seul. È stato fortemente coinvolto nei preparativi per l’evento, che sarà di fatto la «sua» Giornata mondiale della gioventù. Con la Corea del Sud che ospita ancora una volta un importante raduno internazionale, sarebbe naturale che Papa Leone XIV reinserisse Seul nel Collegio cardinalizio e vedesse il suo Arcivescovo metropolita indossare la berretta rossa.

Un altro candidato ovvio è mons. Josef Grünwidl, che è succeduto al card. Christoph Schönborn O.P. come Arcivescovo metropolita di Vienna. Egli rappresenta un altro classico esempio di sede cardinalizia europea tradizionale in attesa della prossima berretta rossa. Nominato da Papa Leone XIV il 17 ottobre 2025 e insediato il 24 gennaio 2026, mons. Grünwidl guidava già l’Arcidiocesi di Vienna in qualità di Amministratore apostolico sin dal pensionamento del card. Schönborn nel gennaio 2025. Figlio della Chiesa viennese, è stato ordinato dal card. Franz König, ha ricoperto il ruolo di segretario personale del card. Schönborn a metà degli anni Novanta, ha poi ricoperto diversi importanti incarichi pastorali, ha presieduto il consiglio presbiteriale ed è diventato Vicario episcopale per il Vicariato meridionale.

Ciò che rende la sua candidatura particolarmente interessante è la combinazione di profonde radici locali e uno stile volutamente sobrio. Mons. Josef Grünwidl ha esitato più volte prima di accettare la nomina, spiegando di ritenere che Dio desiderasse la disponibilità piuttosto che la perfezione.

Il fatto che riceva o meno la berretta rossa nel prossimo Concistoro ordinario dipenderà da quanto fortemente Papa Leone XIV desideri riaffermare il posto di Vienna nel Collegio cardinalizio. Storicamente, gli Arcivescovi metropoliti di Vienna sono stati elevati relativamente in fretta dopo la loro nomina. Molti lo considerano quindi uno dei nomi europei più papabili che potrebbero comparire in una prima lista di nuovi Cardinali.

Un fattore significativo, tuttavia, è il numero dei Cardinali elettori italiani, che è diminuito drasticamente durante il pontificato di papa Francesco. Ventotto italiani entrarono nel Conclave che lo elesse nel 2013, rappresentando quasi un quarto dell’intero elettorato.

Anche dopo tale riequilibrio, tuttavia, l’Italia rimane il Paese con il maggior numero di Cardinali elettori.

Due sedi italiane che tradizionalmente hanno rivestito la berretta rossa sono attualmente prive di rappresentanza nel Collegio cardinalizio: l’Arcidiocesi di Genova, dove mons. Marco Tasca O.F.M.Conv. è succeduto al card. Angelo Bagnasco, e l’Arcidiocesi di Firenze, dove mons. Gherardo Gambelli è succeduto al card. Giuseppe Betori.

Un’altra possibilità intrigante è rappresentata da mons. Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano. Nato nel 1951, raggiungerà l’età pensionabile di settantacinque anni il 29 luglio di quest’anno. Egli ha tuttavia confermato alla stampa italiana che Papa Leone XIV ha fatto sapere che non accetterà immediatamente le sue dimissioni, e mons. Delpini si aspetta quindi di rimanere in carica almeno per il prossimo anno pastorale. Nominarlo Cardinale sarebbe un chiaro gesto di buona volontà nei confronti di una delle sedi vescovili più importanti d’Italia. In tale scenario, secondo la prassi, il suo successore non verrebbe nominato fino a quando mons. Delpini non perdesse definitivamente il diritto di voto all’età di ottant’anni.

Che uno, due o addirittura tre di questi italiani compaiano nell’elenco di un prossimo Concistoro ordinario dipenderà da quanto Papa Leone XIV intenda discostarsi dal modello di internazionalizzazione stabilito dal suo predecessore. Con il numero dei Cardinali elettori già pari a 116 e molte altre sedi cardinalizie che avanzano le proprie richieste, sembra improbabile che ogni importante vacanza italiana venga coperta immediatamente. Come modesto segno di continuità e di unità con la Chiesa italiana, tuttavia, la nomina di almeno un nuovo Cardinale elettore italiano non sarebbe sorprendente.

Detto questo, l’usanza di attendere che un Cardinale in pensione raggiunga l’età di ottant’anni prima di elevare il suo successore non è una regola assoluta ed è già stata disattesa in passato.

San Giovanni Paolo II creò Cardinale mons. Péter Erdő, Arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest, il 21 ottobre 2003, sebbene il card. László Pacilfik Paskai O.F.M., suo immediato predecessore, si fosse dimesso solo l’anno precedente e avesse ancora solo settantasei anni, il che significava che rimaneva Cardinale elettore. Il card. Paskai mantenne il diritto di voto fino al maggio 2007 ed entrambi parteciparono al Conclave del 2005.

Si trattò, tuttavia, di una chiara eccezione alla prassi abituale di evitare che due Cardinali in età di voto fossero legati alla stessa sede residenziale.

Per ora, la possibilità di un Concistoro ordinario in cui vengano creati dei Cardinali rimane ipotetica. Tuttavia, poiché il numero dei Cardinali con diritto di voto continua a diminuire, la probabilità che se ne tenga uno aumenta. Mentre papa Francesco si è dimostrato in qualche modo imprevedibile nella scelta dei Cardinali, Papa Leone XIV si è finora dimostrato generalmente più convenzionale nelle sue decisioni pontifice, il che fa supporre che la sua scelta dei Cardinali possa a sua volta essere più prevedibile.

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Una cena qualunque diventa occasione per interrogarsi sullo sguardo mistico: andare oltre le apparenze e riconoscere il mistero negli incontri inattesi

Codice mistico

Avvenire

Sono a tavola con persone che non conosco per nulla. Provo ad apparire, inutilmente, leggero e a mio agio. Cerco di non far pesare il mio imbarazzo. Ascolto. Sorrido. Abbozzo qualche domanda. Ma in me qualcosa rimane come contratto, come se non riuscissi ad aprirmi alla semplicità dell’incontro. Attendo che tutto si concluda per scivolare alle molte cose che mi aspettano e che io solo sto mentalmente etichettando come urgenti.

Loro sono attenti, sono contenti che io sia lì. Questo mi fa sentire ancora più povero: vorrei essere all’altezza della loro gioia. Ma non riesco.
La cena si conclude e io, a casa, mi imbatto nell’introduzione a “La mistica ebraica” di Giuseppe Laras. Leggo quasi per cercare una fuga. Leggo per staccarmi da quell’episodio. Ottengo il risultato opposto: “Se si volesse sinteticamente definire il pensiero mistico, si potrebbe dire che tale pensiero tende ad andare oltre a ciò che appare, nello sforzo di interpretare i simboli di cui è intessuta la realtà”.
Credevo di leggere qualcosa che mi portasse lontano dall’esperienza appena conclusa, e invece le parole mi riportano a quella tavola. Provo a riavvolgere il nastro del tempo e mi chiedo quanto poco mistico sia stato il mio sguardo nell’incontro con quelle persone.

Così impegnato a cercare, invano, di essere presentabile, alla fine, ancora una volta, mi sono chiuso. Protetto. La città, le sue regole, i suoi ritmi, i suoi riti mi hanno come bloccato. Tutto si è alleato per farmi sentire inadeguato.
Se avessi avuto uno sguardo mistico, sarei riuscito ad andare oltre la differenza di età, la differenza di interessi, la differenza di linguaggio? Se avessi avuto uno sguardo più mistico, di sicuro, avrei abbandonato la carcassa pesante delle mie paure e, forse, avrei potuto anche individuare i simboli di cui è intessuta la realtà: quella che mi si presenta davanti, quella che non scelgo.
Perché è facile essere profondi e attenti con persone che condividono lo stesso stile di stare al mondo. Quasi nessuno sforzo. Ma lì, invece, avrei potuto sforzarmi in modo diverso: passare dalla paura del giudizio degli altri a un lavoro sul mio cuore per provare a mettermi veramente in ascolto dell’anima di quelle persone. Così come erano. Per quel che dicevano. Per quello che in quel momento mostravano. Per ciò a cui la realtà alludeva.

Ancora Laras: “La vita, nella prospettiva del mistico, è allusiva. La realtà è costituita da simboli che è necessario riconoscere e penetrare al fine di cogliere il loro più profondo significato”.
Forse sto solo caricando di eccessivo peso un evento senza troppa importanza. Eppure.
Eppure, credo che una Città possa mostrarsi nella sua altezza solo se è innervata di mistici sguardi che non franano nell’immediato. Facile e quasi scontato lasciare che l’animo venga rapito e portato Altrove quando è a cospetto dell’arte, della poesia, di una liturgia fatta bene.

Ma lì, nell’apparente banalità di un incontro qualsiasi, lì, non c’è davvero nulla da fare? Come guardare anche quel mondo, quel pezzo di realtà che non abbiamo scelto di vedere, come un’epifania del mistero?
Mi sento misero nella mia poca fede, continuo a leggere Giuseppe Laras: “La constatazione che la realtà fisica, e specificatamente quella metafisica, non sono come appaiono, impone la necessità di un codice interpretativo di accesso per spiegarle. E solo il mistico possiede questo codice”.
Chiudo il libro, lascio stare la mistica ebraica, chiudo anche gli occhi, cerco il codice mistico e vedo Gesù, seduto a tavola, tra amici e peccatori, tra avversari, dotti e semplici, tra sacerdoti, prostitute e ladri.

Sto in silenzio. Provo a immaginare il suo stile di incontro, provo a gustare il suo semplice stare tra gli uomini. Sento sempre più nostalgia di intimità con Lui. Mio mistico codice.

Non solo Pirlo: Leonardo e Maldini, tutti dimissionari. Il giorno del caos nel calcio azzurro

Andrea Pirlo

Andrea Pirlo ct? È la nostra scommessa», aveva annunciato raggiante lo scorso weekend la Triade federale Malagò-Maldini-Leonardo. Invece, dalla scommessa siamo passati alla non candidabilità “causa scommesse”. Non le sue personali, sia chiaro, ma per il fatto che Pirlo ha un contratto in essere con un’agenzia russa specialista del betting, la Fonbet. Cartellino rosso dunque decretato dall’olimpico presidente della Federcalcio Giovanni Malagò che deve dire «no, Pirlo non può essere il ct della Nazionale».

Una bocciatura etica che è anche uno schiaffo morale al direttore tecnico Paolo Maldini e all’advisor, alias consulente strategico, Leonardo, i quali c’avevano messo il cuore, quello rossonero, e la faccia, riguardo alla candidatura a ct dell’amico ed ex compagno di battaglie in campo. Dopo la febbre delle voci del sabato sera e una domenica di passione, Malagò ha sbattuto la porta in faccia a Pirlo che ha vissuto un risveglio farsesco da Processo del lunedì. «Ho appreso di non essere più il candidato commissario tecnico», questa la nota amara con cui l’attuale tecnico del Dubai Fc ha informato il popolo della Repubblica fondata sul pallone, la quale si era già spaccata all’annuncio della firma imminente del quadriennale da 1,5 milioni che avrebbe legato Pirlo alla Nazionale. Il Pirlo triste e solitario, da sempre abituato allo spunto offensivo ora è costretto a retrocedere in difesa: «Con la società russa ho esclusivamente un accordo di natura commerciale e sportiva. Nulla di politico». Precisazione quanto mai gradita, anche se nessuno aveva mai pensato a un Pirlo uomo di fiducia del dittatore russo Putin nel deserto arabo e ancor meno in Italia. Il problema qui non è di natura politica, ma rientra in quella pagina nera, da Azzurro Vergogna: titolo della campagna promossa da Avvenire nel 2016 che contestava alla Figc l’accordo di sponsorizzazione siglato con l’agenzia di scommesse e gioco d’azzardo Intralot. Esiste un codice etico che vieta tassativamente ingerenze di queste agenzie nel nostro calcio. Oltretutto la Fonbet da ieri è stata inserita nella black list dei domini dei siti di gioco online non autorizzati alla raccolta in Italia.
Cartellino rosso dunque anche dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Come per l’americana Polymarket, main sponsor della Lazio, facente capo ai gruppi di potere vicini alla famiglia Trump, anche per l’agenzia russa è scattata l’inibizione dei domini Fonbet.com, Fonbet.info e Fonbetpoker.com. Pertanto, doppio fuorigioco per Pirlo che, dal 2025, dai bookmaker della società moscovita era stato nominato global ambassador di Fonbet. In merito, l’Agenzia delle Dogane sta indagando e qualora riscontrasse attività promozionali rilevanti sul territorio nazionale fatte dallo stesso Pirlo, potrebbe far scattare una denuncia nei suoi confronti. Ma i suoi sponsor personali Maldini e Leonardo, che, anche nel momento del triste commiato dall’incarico andato in fumo Andrea Pirlo ringrazia fraternamente, avrebbero dovuto sapere e informare il presidente Malagò che un “caso Pirlo” era già scoppiato nel maggio scorso quando il tecnico era volato a Mosca per prendere parte al “Football Day”, il megaevento organizzato da Fonbet allo stadio Luzhniki. In Ucraina quello stesso giorno a seguito degli attacchi militari sferrati dall’esercito russo avevano letto in quella visita di cortesia – sì fa per dire – di Pirlo, un messaggio di filoputinismo. Noi che conosciamo il nostro Pirlo, sappiamo bene che quello fu un viaggio di lavoro ma l’incidente diplomatico resta e poteva essere un altro elemento ostativo in fase di candidatura. Così non è stato.
Tornando all’oggi, è in programma un caldissimo consiglio federale in cui Malagò sarà costretto a dare risposte convincenti su questo primo flop gestionale che il ministro dello Sport Andrea Abodi bolla come «una pessima figura». La Triade dopo quest’ultima bordata del governo alza bandiera bianca ed è costretta a sciogliersi. Paolo Maldini, che aveva accettato l’incarico dietro pressing quasi asfissiante di Malagò, esce clamorosamente di scena assieme al fido scudiero Leonardo. Oltre al “caso Pirlo” sono volati altri stracci in Federcalcio. Vedi il conflitto di interessi concernente il figlio Christian Maldini che collabora con Gr Sports, l’agenzia del procuratore Giuseppe Riso, il quale da anni controlla diversi calciatori azzurri. La normativa federale parla chiaro in merito: incompatibilità tra incarichi in Figc e rapporti di parentela con agenti sportivi. Maldini jr non risulta iscritto all’albo degli agenti sportivi e lo stesso valeva per il figlio dell’ormai “ct scaricato”, Nicolò Pirlo, che da un anno lavora alla You First-Garsh Sports, in cui svolge attività di intermediazione e scouting per la società che assiste i campioni del mondo spagnoli Fabian Ruiz e il suo ct Luis de la Fuente. L’ex ct campione del mondo nel 2006 con la Nazionale che fu anche di Pirlo, Marcello Lippi, a fronte di quella norma nel 2016 rinunciò all’incarico di direttore tecnico degli azzurri in virtù del fatto che suo figlio Davide, ex operatore della società moggesca della Gea, lavorava alacremente come procuratore di diversi campioni azzurri. In mezzo al caos di questo clima da azzurro tenebra permanente oggi, giornata di Consiglio Federale c’è da rifare la squadra. Malagò oltre a sostituire i due dimissionari al vertice deve risolvere la questione ct che si sta facendo imbarazzante. In pole per la panchina torna prepotentemente in auge il suo pupillo Roberto Mancini. La Lega di Serie A non lo vuole e chiede Antonio Conte. La giornata degli addii si chiude con lo spiazzato Giancarlo Abete presidente della Lega Nazionale Dilettanti che uscendo dalla Federcalcio sospira: «Ora dobbiamo ripartire da un progetto serio». Ecco, siamo seri se potete.

Avvenire

Eclissi solare, il 12 agosto l’evento astronomico (che si potrà ammirare anche dall’Italia). Ecco dove e quanto staremo al buio

Eclissi solare, l'evento astronomico sarà visibile il 12 agosto, lo si potrà ammirare anche dall'Italia, ecco dove

Il Messaggero

Nel corso del prossimo mese, precisamente il 12 agosto, sarà possibile ammirare un fenomeno astronomico che non si verifica da diverso tempo, l’eclissi totale di sole, nella quale il disco solare interamente oscurato dalla luna.

Secondo quanto riporta l’Istituto Nazionale di Astrofisica sarà possibile osservarla lungo un arco sottile che attraversa la Groenlandia, lambisce l’estremità occidentale dell’Islanda, per poi solcare la Spagna da nord-ovest a sud-est, fino alle Isole Baleari.
La particolarità di questa eclissi è che, solamente per pochi istanti, rivela la parte più esterna dell’atmosfera del sole, ovvero la corona. Gli esperti sottolineano inoltre che l’eclissi avrà una durata relativamente breve, con la fase di totalità che durerà tra un minuto e mezzo e due minuti, nel momento in cui il Sole sarà prossimo al tramonto.

In Italia

L’eclissi sarà visibile anche dall’Italia, però in forma parziale, per coloro che vivono o si trovano in quel momento nelle regioni del nord-ovest e in Sardegna, location con l’orizzonte ovest e nord-ovest completamente libero da ostacoli come montagne, alberi o palazzi alti. Il luogo migliore in assoluto lungo lo Stivale sarà Ventimiglia, in Liguria, dove la copertura del disco solare raggiungerà lo straordinario picco del 94,84%. Secondo l’Inaf, oltre il 90% del disco solare sarà occultato e, proprio a causa della prossimità con l’orario del tramonto, il fenomeno interesserà il Sole quando quest’ultimo sarà già piuttosto basso sull’orizzonte.
Gli esperti inoltre raccomandano la massima attenzione per chi visionerà questo fenomeno. Infatti, è indispensabile non guardare mai il Sole direttamente, né durante un’eclissi né in qualsiasi altro momento per evitare danni alla vista. Bisogna utilizzare opportuni sistemi di protezione e/o strumenti per l’osservazione sicura del Sole, come ad esempio occhiali appositi per eclissi, facilmente reperibili cercando la sigla ISO 12312-2. Il professor Paolo De Bernardis, docente di Astrofisica alla Sapienza di Roma, avverte«i filtri devono essere molto neri e molto riflettenti, facendo passare una frazione minuscola della luce».

Casti, poveri, obbedienti ma non perfetti: La rivoluzione umanistica nella formazione dei sacerdoti

Introduzione: La fragilità come risorsa nel ministero pastorale

In una società che richiede costantemente performance impeccabili e modelli esteriori di perfezione, le istituzioni formative e spirituali stanno ripensando i propri percorsi educativi. Riconoscere la fragilità umana non significa abbassare l’asticella dei valori, ma radicare il servizio e la leadership spirituale nella realtà quotidiana e nella vicinanza empatica alle persone.

La Notizia: La tappa “configuratrice” al Seminario di Posillipo

Il reportage sul quotidiano Avvenire svela le dinamiche della formazione dei futuri sacerdoti attraverso l’esperienza del Seminario di Posillipo a Napoli:

  • I Consigli Evangelici e la Vita Reale: La seconda fase del percorso di studi e discernimento (chiamata “configuratrice”) mette al centro l’assimilazione di castità, povertà e obbedienza non come rigidi dogmi formali, ma come scelte di vita e donazione al servizio della comunità.

  • L’Umanità al Posto della Perfezione: Educatori e seminaristi sottolineano come al sacerdote di oggi non sia richiesta una figura d’infallibilità “iper-perfetta”, ma la capacità di riconoscere le proprie vulnerabilità per accogliere con reale umanità le fragilità altrui.

  • Un Percorso Corresponsabile: Il modello formativo coinvolge attivamente anche famiglie e coppie di sposi, creando una sinergia tra la vocazione presbiterale e il tessuto sociale e laicale del territorio.

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