Alla crisi di vocazione dei preti si affianca il crollo dei cattolici: la diocesi di Torino deve ripensare la sua presenza sui territori. Si offrono al cardinale Repole i preti sposati

A Vallermosa il ritiro di Quaresima guidato dal cardinale Repole - Il Gazzettino

Crollano i cattolici, crollano i sacerdoti, e la diocesi di Torino avvia un processo per ripensare le modalità della presenza ecclesiastica sul territorio. Per evitare la chiusura delle parrocchie si punterà sempre di più sui laici, formati a svolgere compiti di accoglienza e animazione tra le comunità.

La diocesi di Torino, guidata dal cardinale Repole, affronta una profonda crisi con il crollo dei cattolici e il dimezzamento dei sacerdoti. Per evitare la chiusura delle parrocchie, si prevede il coinvolgimento di 80 laici, inclusi sposati, lavoratori e pensionati. Il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, evidenzia che la sua diocesi ha avuto solo tre ordinazioni in 15 anni, sottolineando la necessità di intercettare una ricerca spirituale che esiste ancora in forme diverse, anche attraverso messe all’alba e in nuovi luoghi.

Alla notizia del tentativo del cardinale Repole rispondono i preti sposati del Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone: “Offriamo la nostra collaborazione a gestire le chiese chiuse. Siamo pronti a ritornare a celebrare la S. Messa, collaborare pastoralmente all’animazione delle parrocchie del territorio della diocesi di Torino. Basterebbe solo un decreto del Papa che riammettesse al ministero pastorale attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano inviandoli nelle diocesi, come quella di Torino, in crisi”.

Fonte: Comunicato Stampa del 24 Febbraio 2026

sacerdotisposati@gmail.com

Articolo tratto da La Stampa.it
Crollano i cattolici, crollano i sacerdoti, e la diocesi di Torino avvia un processo per ripensare le modalità della presenza ecclesiastica sul territorio. Per evitare la chiusura delle parrocchie si punterà sempre di più sui laici, formati a svolgere compiti di accoglienza e animazione tra le comunità. 
 I dati parlano chiaro. Se sul territorio diocesano nel 2021 c’erano 228 parroci, oggi ce ne sono cinquanta in meno, e con un’età media di 68 anni. A dire il vero, il calo riguarda tutti i presbiteri diocesani, passati da 700 a 346 in trent’anni. Il risultato? Su 346 parrocchie presenti nel territorio della diocesi, solo 81 hanno un parroco in esclusiva, contro le 143 del 2019. «E il prossimo anno – spiega don Mario Aversano, vicario episcopale per la Pastorale sul territorio – saranno 60».

Di fatto è un dimezzamento, che costringe i religiosi con ruoli di responsabilità a dividersi tra tre, quattro, a volte anche dieci chiese per celebrare messa e incontrare i fedeli. Significativo il caso di don Claudio Pavesio, parroco di ben undici paesi nelle Valli di Lanzo. «Per incontrare i fedeli faccio anche 70 chilometri al giorno – sorride –. Il mio ufficio? Ormai è l’auto»

In provincia
Le tendenze sono le stesse anche nelle diocesi della provincia. Nel 2004 Susa poteva contare su 59 preti diocesani; oggi sono solo 28, aiutati da 5 sacerdoti missionari stranieri e tre diaconi. Insieme devono gestire 61 parrocchie. A Pinerolo e dintorni, invece, solo 14 chiese su 61 hanno un parroco esclusivo. Anche a Ivrea le chiese sono più dei presbiteri: 141 contro 110.

Gli ordini religiosi
In alcuni casi ci pensano gli ordini religiosi a salvare la presenza cattolica sul territorio. Alcuni esempi su Torino: a Madonna di Campagna ci sono i cappuccini, in Borgo Vittoria i giuseppini, in Valdocco, San Salvario e San Paolo i salesiani, il Sermig in Aurora e in Barriera di Milano.

Il calo dei fedeli
Il calo è inarrestabile anche per quanto riguarda i fedeli, e un ruolo lo gioca anche la demografia. A Torino molte chiese furono realizzate quando la città ospitava 1 milione e 200mila abitanti. Oggi ce ne sono 300mila in meno, la popolazione invecchia e le nascite non tengono il passo. Risultato: i torinesi sono sempre meno e le messe sempre più vuote. 
 Preso atto del fenomeno, dal 2022 l’arcivescovo di Torino Roberto Repole ha messo a punto un percorso formativo per i laici che già operano accanto ai sacerdoti, perché ricoprano ruoli di coordinamento in Caritas, in oratorio o nel catechismo.

I laici in aiuto
L’obiettivo è formare quelli che vengono chiamati “ministeri istituiti”: uomini e donne che non vestono l’abito talare, ma che sono chiamate a dare una mano ai sacerdoti in affanno. «Il vescovo ha deciso di conferire un mandato ufficiale ad alcuni laici – continua don Aversano – per farli tornare nelle parrocchie come figure riconoscibili che collaborano con i presbiteri». I loro compiti? «Progettare sul territorio un’offerta in sintonia con i bisogni delle persone e delle famiglie». Dunque “parroci laici”? No. Semmai «figure che portano avanti l’azione pastorale nelle comunità accanto ai sacerdoti e ai diaconi – riflette Aversano –. Non è una delega, perché l’azione pastorale è di tutta la comunità cristiana».

I primi ottanta ministeri

A dire il vero, l’ingresso dei laici è già in corso da anni, anche dentro le gerarchie diocesane. Laici sono i direttori delle due aree di coordinamento, laica è la cancelliera della diocesi, laico è il portavoce dell’arcivescovo.

Durante la veglia di Pentecoste a maggio è prevista l’istituzione dei primi ottanta ministeri istituiti della diocesi di Torino. Hanno seguito due anni di formazione e avranno un mandato rinnovabile di cinque anni, che svolgeranno a titolo gratuito. Nel 2027 ne arriveranno altri quaranta. «Saranno persone sposate, lavoratori o pensionati. Non vogliamo che scattino meccanismi di clericalizzazione – conclude don Aversano – anzi preferiamo valorizzare la figura del credente laico nella sua capacità di aprirsi al cambiamento»

Incontri sacerdoti sposati per la riforma della Chiesa

Di seguito  il Calendario Incontri 2025 

–  1 marzo 2026 – Verbania

– I meeting sono con costi vitto e alloggio e spese di viaggio a carico di tutti i partecipanti. Per iscrizione all’incontro dopo aver versato quota annuale di 50 Euro (solo per i non iscritti al Movimento) scrivi a sacerdotisposati@gmail.com  – cell.+39 3534552007

Programma: 

Ore 10 Incontro

Ore 11,30 – 12,30: colloqui personali

Ore 13 Pranzo insieme in ristorante del posto (Costo a carico dei partecipanti per il Pranzo 35 Euro)

La redazione 

(Effettuare pagamento da qui versando quota di iscrizione di 50 euro e inviare comunicazione dell’avvenuto pagamento sacerdotisposati@gmail.com )

Successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa

La sessione di apertura del Concilio

Una data fotografa il Concilio non nel tripudio delle fanfare, ma nel “pianissimo” degli archi: l’8 dicembre 1962, festa dell’Immacolata. Giovanni XXIII chiude la prima sessione con un discorso non solenne né encomiastico, ma improntato a un realismo spirituale. Nessun testo è stato approvato, nessuna costituzione varata, nessun decreto firmato. Il colpo d’occhio potrebbe sembrare impietoso: oltre duemila vescovi riuniti da ogni continente, settimane di discussioni serrate, e alla fine… zero documenti. Ma Roncalli non gioca la partita dei risultati immediati. Il suo registro è diverso: non misura il Concilio in provvedimenti votati, ma in coscienze attivate. È come se dicesse ai padri conciliari e al mondo: il motore è acceso, il viaggio è lungo, non scambiate il primo chilometro per l’arrivo.
L’allocuzione ha un tono dimesso, quasi domestico. Lo stesso incipit che ne dà il titolo è feriale: Prima sessio. Non v’è retorica di vittoria; l’apprezzamento verte sull’immagine di un’assemblea che ha imparato a conoscersi. Il Papa insiste su un punto decisivo: prima di produrre testi, la Chiesa deve promuovere ascolto. Vescovi provenienti da culture, lingue, sensibilità teologiche diversissime hanno dovuto misurare le parole, conoscersi e apprendere i codici, se è vero che la cattolicità non è un’idea astratta ma un coro di accenti. Fin qui si sono create le condizioni perché la parola comune portasse a un compromesso non frettoloso. La lentezza esaspera chi avrebbe voluto decisioni rapide; d’altro canto, quell’incedere lento rivela la novità dell’evento: non un concilio “amministrato dall’alto”, ma un laboratorio di collegialità. Le divergenze non vengono nascoste sotto il tappeto come la polvere; vengono affrontate. Roncalli le definisce quasi un bene provvidenziale: si perviene alla verità con momenti di pausa e respirando un po’ di aria fresca, non imboccando corsie preferenziali. Eppure il Papa non si limita a giustificare l’assenza di risultati formali. Compie una scelta strategica che, a posteriori, appare geniale: indicare nella liturgia il primo terreno di maturazione conciliare. Non è un dettaglio tecnico. Significa partire dal luogo dove fede e vita si incontrano ogni giorno, dove la Chiesa respira. Se si riforma il modo di pregare, si riforma il modo di essere. È il contrario dell’ingegneria ecclesiastica: prima il cuore, poi l’architettura. E poi la frase-sigillo: l’attesa di una “nuova Pentecoste”. Non come fuoco d’artificio, ma come incremento di energie spirituali, come stile materno che si estende nei campi dell’umano. In controluce si capisce il paradosso di quella giornata: nessun testo approvato, ma una direzione impressa. Il Concilio non ha ancora prodotto documenti, ma ha prodotto fiducia. Non ha chiuso capitoli, ha aperto orizzonti.
Il discorso in chiaroscuro scorre come un ponte tra due rive. Da una parte, il ricordo dell’11 ottobre, con la sua coreografia monumentale; dall’altra, l’attesa dei mesi di intersessione, silenziosi ma decisivi. Giovanni XXIII invita i vescovi a tornare nelle diocesi non come reduci, ma come portatori di una fiaccola. Il Concilio non si interrompe: cambia scena. Si sposta dalle navate di San Pietro alle scrivanie, alle biblioteche, alle visite pastorali. È una pausa operosa, non una sospensione. E com’è stato il clima dentro e fuori San Pietro? La permanenza a Roma fra sessioni in assemblea, lavoro in commissione, contatti con i confratelli e i teologi conosceva ritmi intensi ed estenuanti; non meraviglia allora che ci fossero momenti di ricreazione al Bar-Abba e al Bar Jonas (locali sempre aperti in basilica per consentire un po’ di relax. Qualche fonte riporta che fu lo stesso Papa a prendere tale decisione: «Poveretti, se non gli avessi concesso un bar, avrebbero fumato dentro le loro mitre!»). In Francia nel 1966 comparve Conciliabules (Bolle del Concilio) un librino che raccoglieva un centinaio di freddure e barzellette, subito riciclate in Italia dal vescovo Luigi Bettazzi per almeno mezzo secolo. Per esempio: «Qual è la conferenza episcopale meglio organizzata e sempre concorde? Facile! Quella del Principato di Monaco: c’è un solo vescovo!». Al segretario del Sant’Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani, indomito difensore della tradizione, non mancavano sortite di verace humor trasteverino. Nel dibattito sulla liturgia auspicò di morire prima della fine del Concilio. Perché mai? «Vorrei davvero poter ricevere un funerale cattolico!».
Tornando all’8 dicembre 1962, papa Roncalli con la sua bonaria fermezza consegna alla storia un criterio più che un bilancio: il successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa. Quel giorno non si chiude una sessione: si inaugura un rilancio paziente e promettente della lunga attraversata del Vaticano II.
Avvenire

Papa ai preti giovani, ‘non isolatevi, parlate delle vostre crisi: ma i preti sposati con famiglia che potrebbero aiutare a superare la crisi ancora tabù

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l Papa, nell’udienza ai sacerdoti romani, ha parlato anche delle difficoltà affrontate dai preti più giovani che “spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca. In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine.

Vi esorto – ha detto il Pontefice – alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi”.
Ai preti più adulti il Papa ha chiesto dunque “un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”, ha concluso.

Ansa

Per il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, manca continuamente nella riflessione del Papa l’accenno e il riferimento ai preti sposati, grande risorsa nella Chiesa Cattolica per arginare la crisi dei preti.

I gruppi ispirati a don Milani votano No al referendum sulla magistratura

Don Milani, la musica e il riscatto - SettimanaNews
FIRENZE-ADISTA. La Fondazione don Milani, il Gruppo don Milani di Calenzano e l’Istituzione don Milani invitano ad esprimere il proprio No al referendum sulla riforma costituzionale sulla magistratura, «che apre la strada ad un sempre maggiore controllo della politica sul potere giudiziario attraverso una radicale modifica degli assetti dell’organo di autogoverno di quel potere, il Consiglio superiore della magistratura».

«Il motivo centrale del nostro No sta nel merito stesso della riforma», si legge nel documento sottoscritto dalle tre associazioni milaniane. «La proposta, nei fatti, consegna enorme potere e influenza sulla giustizia alle maggioranze politiche del momento, avvantaggiandole di volta in volta, come riconosciuto dallo stesso ministro della Giustizia, estensore della riforma.

Questo significa porre le basi per minare alla radice il principio della terzietà del giudice, che è sacro in uno Stato di diritto. Se la carriera, le assegnazioni e il futuro di un magistrato dipendono da chi detiene il potere politico, come può quel giudice essere – e apparire – veramente imparziale e terzo rispetto alle parti? Si rischia di creare due pesi e due misure: una giustizia per chi ha appoggi politici e una per il cittadino comune. Viene così svuotato di senso quanto stabilito della Costituzione, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura attraverso il suo autogoverno.

È il senso di responsabilità che ci ha insegnato don Lorenzo ad imporci questa presa di posizione.

Nella Lettera ai Giudici il priore ricorda che la parola “uguaglianza” scritta in Costituzione deve diventare vita concreta. Una giustizia asservita al potere politico tradisce proprio quel principio di uguaglianza di fronte alla legge. Nella stessa Lettera, don Milani non difendeva solo una causa, ma il ruolo stesso della magistratura come potere autonomo e terzo, unico baluardo a difesa dei diritti di chi non ha voce.
Per don Milani, la Costituzione era un testo sacro, uno strumento di riscatto per gli ultimi. Modificarla in questo senso significa tradirne lo spirito più profondo e tradire il principio della separazione dei poteri, l’unico argine contro l’arbitrio e il sopruso del potente sul povero.
I Care, definisce una dimensione etica antitetica al me ne frego fascista e alla sua violenza prevaricatrice. I Care significa capire le ragioni dell’altro, riconoscere la sua umanità, fondare sul dialogo la convivenza, sentire la responsabilità di difendere, di tutelare, di migliorare ciò che è condiviso e importante per tutti

La parola era per don Milani la chiave fatata per l’emancipazione degli ultimi, e si deve stare in guardia dai tanti tentativi a cui si assiste oggi di stravolgere il senso di tante parole importanti e privarle del loro significato.
La parola “giustizia” diventa un suono vuoto se chi deve amministrarla non è libero. Un giudice che dipende dalla politica non potrà mai ascoltare veramente la parola del povero, dell’emarginato, del “piccolo” a cui don Milani ha dedicato tutta la sua esistenza.
Per tali ragioni, questo referendum non è una semplice questione tecnica, ma una scelta di valori e di sistema. Chiediamo a tutti – cittadini, educatori, giovani – di votare no. Per restare fedeli alla Costituzione e all’insegnamento di Barbiana, per continuare ad avere cura insieme della nostra Costituzione. Pensiamo che di fronte ad una legge ingiusta, che si aggiunge ad altre leggi ingiuste che seguono l’obiettivo di limitare i diritti e rottamare la democrazia, “l’obbedienza non è più una virtù”. Sentiamo forte la responsabilità, oggi, di difendere l’indipendenza della giustizia pilastro irrinunciabile dello stato di diritto e con essa la tradizione democratica della nostra terra. Per continuare ad avere cura di quel fragile compromesso da coltivare e tutelare ogni giorno e che si chiama democrazia, sentiamo la responsabilità di votare No a questo referendum».

Milioni di cristiani e musulmani, in tutto il mondo, iniziano nello stesso giorno un cammino di digiuno, preghiera e carità

Un uomo pulisce la moschea Mahabat Khan in vista del mese sacro musulmano del Ramadan a Peshawar, Pakistan

Quando il digiuno unisce, Quaresima e Ramadan insieme nel 2026

Milioni di cristiani e musulmani, in tutto il mondo, iniziano nello stesso giorno un cammino di digiuno, preghiera e carità: il mondo diventa così un po’ più predisposto all’ascolto, alla comprensione e alla pace

Nel 2026 si verifica una significativa coincidenza temporale. La Quaresima cristiana e il Ramadan islamico iniziano quasi contemporaneamente, offrendo un’opportunità unica per il dialogo interreligioso e la riflessione sui valori condivisi di penitenza, preghiera e carità. Questa sincronia di date, sebbene non inedita, assume un particolare rilievo oggi, mentre il mondo sempre più necessita di ponti di comprensione e rispetto tra le diverse fedi.

La Quaresima, per i cristiani cattolici e altre Chiese cristiane, è un periodo di quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, la celebrazione della resurrezione di Gesù. Inizia con il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo, prima della Messa in Coena Domini. Nel 2026, il Mercoledì delle Ceneri cade il 18 febbraio. Durante questo periodo, i fedeli sono invitati a un cammino di conversione, che include l’ascolto della Parola di Dio, il digiuno e l’astinenza. Il digiuno è un segno di pentimento e aiuta a concentrarsi sulla fame spirituale, mentre l’astinenza proibisce il consumo di carne e cibi e bevande particolarmente ricercati. La durata di quaranta giorni richiama eventi biblici come i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto a digiunare e i quaranta giorni in cui istruì i suoi discepoli dopo la resurrezione. Il digiuno quaresimale è inteso come un aiuto alla conversione a Dio e alla riscoperta del significato della propria fame.

Parallelamente, il Ramadan è il nono mese del calendario islamico, un periodo sacro di digiuno, riflessione, preghiera e comunità per i musulmani di tutto il mondo. Nel 2026, il Ramadan inizia la sera di martedì 17 febbraio, con il primo giorno di digiuno mercoledì 18 febbraio, e termina al tramonto di giovedì 19 marzo. Le date esatte possono variare di un giorno a seconda dell’avvistamento della luna, poiché il calendario islamico si basa sul ciclo lunare. Durante il Ramadan, dall’alba al tramonto, i musulmani si astengono da cibo, bevande, fumo e attività sessuali. Questo digiuno, chiamato Sawm, è uno dei Cinque Pilastri dell’Islam e ha lo scopo di avvicinare i fedeli a Dio e di ricordare la sofferenza dei meno fortunati. Il Ramadan commemora la rivelazione del Corano al profeta Maometto. Il termine “Ramadan” deriva dalla radice araba “ar-ramad”, che significa “calore intenso” o “bruciare”, e si riferisce al “mese benedetto” in cui Allah perdona, benedice e premia i fedeli.

La contemporaneità dell’inizio di questi due importanti periodi religiosi nel 2026 è vista da molti come un’opportunità per promuovere l’amicizia e il dialogo tra cristiani e musulmani. Entrambi i periodi sono caratterizzati da pratiche spirituali come il digiuno, la preghiera e l’attenzione ai poveri, valori che costituiscono un patrimonio spirituale condiviso. Questa coincidenza temporale invita a riscoprire e promuovere l’amicizia e la comprensione reciproca tra le diverse fedi, sottolineando come la fede debba trasformare il cuore e plasmare le azioni, e come il digiuno apra gli occhi alla sofferenza e accresca la compassione. Sebbene le specifiche pratiche e la durata possano differire, il Ramadan e la Quaresima condividono l’obiettivo fondamentale di rinnovamento spirituale e morale, offrendo ai credenti l’opportunità di riflettere sulle proprie vite, correggere gli errori e rafforzare la propria fede, promuovendo empatia e solidarietà all’interno delle comunità.

rsi.ch