È morto il filosofo Antiseri, interprete del pensiero di Popper

Il filosofo e storico della filosofia Dario Antiseri, morto oggi a 86 anni (Ufficio stampa Rubbettino)

Filosofo e docente alla Luiss di Roma, ha promosso un dialogo tra filosofia, scienza e fede cristiana, sostenendo un relativismo aperto e responsabile. Autore di numerosi saggi e traduttore de “La società aperta e i suoi nemici” di Popper, contribuì a diffondere in Italia il pensiero critico, conciliandolo con la tradizione cristiana e sottolineando come ragione e fede possano camminare insieme arricchendosi reciprocamente
Martina Accettola – Città del Vaticano – Vatican News

All’età di 86 anni, nella notte tra l’11 e il 12 febbrario, è morto Dario Antiseri: filosofo italiano e allievo di Karl Popper, protagonista della riflessione filosofica contemporanea. Docente presso la Luiss Guido Carli di Roma, autore di numerosi saggi tradotti all’estero e biografie, Antiseri ha promosso un dialogo tra filosofia, scienza, cultura e fede cristiana, convinto del valore pedagogico della filosofia e dedito all’applicazione dei valori cristiani nella vita quotidiana e professionale. “Forse i grandi maestri non muoiono mai davvero – ha commentato l’editore Florindo Rubbettino – le loro idee continuano a vivere nel cuore e nella mente di chi le ha ascoltate e a risuonare nelle pagine dei libri che hanno scritto”.

La carriera accademica
Nato a Foligno il 9 gennaio 1941, Dario Antiseri si era laureato in Filosofia nel 1963 presso l’Università di Perugia. Successivamente aveva perfezionato i suoi studi in diverse università europee, tra cui Vienna, Münster e Oxford, concentrandosi su logica matematica, epistemologia e filosofia del linguaggio. Nel 1968 inizia la carriera accademica, insegnando prima a La Sapienza di Roma e poi all’Università di Siena. Dal 1975 al 1986 è stato professore ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova, mentre dal 1986 al 2009 ha ricoperto la cattedra di Metodologia delle scienze sociali presso la Luiss di Roma, dove successivamente dal 1994 al 1998 ha guidato anche la Facoltà di Scienze Politiche come preside. Tra le numerose onorificenze, si ricorda la laurea honoris causa conferitagli nel 2002 dall’Università di Mosca, insieme a Giovanni Reale, amico e collaboratore con il quale ha scritto uno dei manuali di filosofia più studiati nelle scuole e nelle università di tutto il mondo.

Il pensiero filosofico
Allievo di Karl Popper, Dario Antiseri applicò il razionalismo scientifico a diversi ambiti del sapere e dello spirito, promuovendo un relativismo consapevole. Per lui, il relativismo non significava indifferenza, ma apertura e accoglienza delle idee. Profondamente credente, sosteneva che questa modalità di pensiero fosse il presupposto necessario affinché la fede cristiana potesse essere esercitata liberamente e responsabilmente nella vita quotidiana e professionale. Questo approccio è espresso anche in uno dei suoi libri più noti, Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Antiseri fu anche un alfiere della “società aperta”, promuovendo in Italia la visione dei rapporti tra persone e istituzioni appresa direttamente da Popper. Grazie a lui, nel 1973, venne inoltre pubblicata l’edizione italiana del saggio del suo maestro, La società aperta e i suoi nemici, tradotta dallo stesso Antiseri. In un contesto culturale dominato da una visione principalmente marxista, il filosofo permise a generazioni di studenti italiani di accedere a un pensiero che altrimenti sarebbe rimasto marginalizzato o, addirittura, sconosciuto. Antiseri contribuì in questo modo alla diffusione in Italia di autori come Friedrich von Hayek, Ludvig von Mises, Wilhelm Röpke e di tutta la cosiddetta Scuola Austriaca e dell’Economia sociale di mercato.

Il dialogo tra ragione e fede
Come ha ricordato l’editore Florindo Rubbettino: “In un momento storico segnato dal ritorno di vecchi e nuovi dogmatismi e dall’intolleranza, l’insegnamento del maestro Antiseri, costruttore di ponti tra cultura umanistica e scientifica, tra mondo liberale e cattolico, tra università e scuola, è sempre prezioso. Il suo relativismo non contraddice la fede, ma ne costituisce il presupposto ultimo perché essa possa essere esercitata.” Dario Antiseri non fu solo un grande pensatore critico, ma anche un uomo di fede. Uno dei suoi obiettivi principali era conciliare la tradizione cristiana con il pensiero critico moderno. Per lui l’atto del credere non era un atto di cieca devozione, ma una scelta razionale, difendibile e argomentabile attraverso proprio la riflessione. Un esempio significativo della sua visione si ebbe al Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2018, in occasione della presentazione del volume Ripensare il futuro dalle relazioni. Discorsi all’Europa, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana; durante un dialogo con il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, Antiseri sottolineò come il cristianesimo rappresenti la più grande rivoluzione della storia: sin dalle sue origini, ha agito nell’anima e nel cuore degli uomini, plasmando i valori e i costumi dell’Europa. Viceversa, l’allontanamento dalla fede rischierebbe di compromettere le conquiste in termini di libertà e di rispetto. Tutta la sua opera resta un invito a riflettere su come ragione e fede possano camminare insieme, arricchendosi di pari passo e reciprocamente.

 

Rosario Livatino, la giustizia sotto lo sguardo di Dio

Il beato Rosario Livatino

La testimonianza civile e di fede del giudice beato è stata portata al Senato durante un incontro al quale ha preso parte anche monsignor Carmelo Pellegrino, docente alla Gregoriana: “Importante il suo ricordo affinché i magistrati abbiano una profonda coscienza, meglio se cristiana, lontana dalla dimensione del superuomo”. Il procuratore Airoma: “Suscita una devozione ampia e trasversale”
di Matteo Fracadore

Rosario Livatino “è la risposta alla questione morale della magistratura”. Con queste parole il procuratore della Repubblica Domenico Airoma ha descritto il magistrato, indicato anche come il “giudice ragazzino”, ucciso il 21 maggio del 1990 dalla Stidda, organizzazione mafiosa siciliana, sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento. Occasione è stato un incontro organizzato al Senato e dedicato a Livatino, al quale, tra gli altri, ha preso parte anche monsignor Carmelo Pellegrino, docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

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Elettra Marconi: della radio ci si può fidare più di qualunque altro mezzo

Elettra Marconi bambina, al centro, tra il padre e la madre

“Tutto il mio affetto e tutta la mia riconoscenza”. È l’abbraccio della Principessa Elettra Marconi per i 95 anni della Radio Vaticana, costruita ed inaugurata da suo padre Guglielmo il 12 febbraio del 1931 su invito di Papa Pio XI. Nell’era dell’Intelligenza artificiale ribadisce: “Potrebbe essere positiva, però bisogna controllarla”
Massimiliano Menichetti

È un incontro straordinario quello con la Principessa Elettra Marconi, non solo perché nel suo appartamento in via Condotti, intriso di ricordi e dal quale il padre Guglielmo spingendo un pulsante illuminò, il 12 ottobre 1931, la statua del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, ma per la forza e l’amore di una figlia che ha dedicato tutta la vita a divulgare, con amore sconfinato, il pensiero di uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi.

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Suor Nina Krapić nuova vice direttrice della Sala Stampa della Santa Sede

Suor Nina Krapić, nuova vice direttrice della Sala Stampa della Santa Sede, con Papa Leone XIV
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Oggi la nomina di Papa Leone XIV. La religiosa croata, finora officiale del Dicastero per la Comunicazione, sostituisce Cristiane Murray che lascia l’incarico ricoperto dal luglio 2019
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Papa Leone XIV ha nominato vice direttrice della Sala Stampa della Santa Sede suor Nina Benedikta Krapić M.V.Z., in sostituzione di Cristiane Murray, che ha rinunciato all’incarico ricoperto dal luglio 2019 e che questa mattina è stata ricevuta in udienza dal Pontefice. Lo comunica il bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. La religiosa croata, finora officiale del Dicastero per la Comunicazione, prenderà possesso del suo nuovo incarico il 1° marzo.

Suor Krapić è nata a Rijeka (Croazia) il 7 giugno 1989 e si è laureata in Giurisprudenza nel 2015 all’Università della sua città specializzandosi poi in Pubbliche Relazioni all’Università di Zagabria nel 2023. Ha emesso i voti nella Congregazione delle Suore di Carità di San Vincenzo De’ Paoli il 13 agosto 2023. Ha lavorato come giornalista e come consulente legale per le donne vittime di violenza domestica e per altre persone marginalizzate. È stata responsabile della comunicazione della Caritas dell’arcidiocesi di Rijeka. Dal 2023 è officiale del Dicastero per la Comunicazione e dottorando in Scienze Sociali presso il Collegium Maximum della Pontificia Università Gregoriana di Roma.

“Ringrazio di cuore Cristiane Murray – ha dichiarato il prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini – per la dedizione e la professionalità con cui ha svolto il suo servizio. Faccio nello stesso spirito tanti auguri di buon lavoro a suor Nina Benedikta Krapić contando sulle sue grandi doti professionali e umane”.

Lettura e Vangelo del giorno 14 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dagli Atti degli Apostoli
At 13,46-49

In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore:
“Io ti ho posto per essere luce delle genti,
perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero.
La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 116 (117)

R. Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.

Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode. R.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-9

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Le Parole dei Papi

San Valentino. Cosa vuol dire sentirsi innamorati? Lo spiega il Cantico dei Cantici

MilanoPost | San Valentino: il colore e l'inno all'amore di Marc Chagall
La teologa: nel libro più “scandoloso” della Bibbia, tenerezza e desiderio non sono vissuti come antagonisti ma come complici. E l’attesa diventa giardino di pienezze e di limiti

Avvenuire

Il teologo moralista Dietmar Mieth, raccontando del rapporto con sua la sua defunta moglie, Irene, osò l’espressione “vita in duale”, esplicitandola così: “Già da molto tempo i culmini del multiforme desiderio si erano trasformati, durante gli anni di una approfondita conoscenza vicendevole, nella sensazione, colma di benessere, di essere ‘una cosa sola duplice’, una persona ‘duale’ o ‘dividuale’, nella quale non è però cancellata l’individualità”.

Ed è probabilmente questo l’invito più accorato che ci giunge dal Cantico dei Cantici. Libretto strano nel canone biblico; libretto breve che ha generato sproporzionate pagine e pagine di commenti e spiegazioni; libretto in qualche modo “scandaloso” e in qualche modo “nodale”. Rileggerlo, con calma, soffermandosi senza fretta – magari attraverso una traduzione coraggiosa e con un commentario intelligente – può essere antidoto a questo tripudio di cuoricini, bigliettini, cioccolatini… dei “Valentini”. Tutti “ini”, come se l’amore fosse questione di diminutivi.

Per chi non lo avesse mai letto: nel Cantico dei Cantici si apre un mondo di corpi, di emozioni, di sentimenti, di relazioni che sono, nel contempo: nobili, altere, orgogliose ma anche fragili, liquide, feribili. Un mondo di luci e di oscurità, attraversate da bagliori. Un mondo di luoghi freddi, inabitabili e di luoghi vivibili, rigogliosi. Un mondo di indifferenza e differenza: quanto mai nitide e conviventi, intrecciate! Un mondo di risonanze interiori che duettano con le voci esteriori.

Non entrerò in sottili questioni esegetiche (non è il mio campo). Vorrei solo elencare alcuni spunti che mi paiono importanti nella educazione dei giovani (e anche di noi stessi).

  1. Spesso il Cantico dei Cantici è stato interpretato in modo dicotomico. C’è chi lo ha relegato solo al simbolico, chi solo all’erotico. Ma davvero possiamo separare i piani? L’erotico è simbolico, per definizione; se non lo è: diventa pornografia, semplicemente. I corpi vibranti, frementi, sensibili (e con questo intendo: capaci di riconoscere e dire i sensi – quanto vista, olfatto, tatto, gusto e udito sono predominanti nelle parole o oltre le parole stesse?) non sono solo “carne”, ma “fisicità abitata”. Desiderio e tenerezza, nel Cantico, non sono vissuti come antagonisti, ma come complici. Le due parole stesse che vengono utilizzate per parlare di questa esperienza, dôdim (che più rimanda alla complicità giocosa e gioiosa dei corpi) e ‘ahăbâh (che più allude alle componenti emotive) sono in perpetua circolarità, mai predominati una sull’altra. È davvero ora di ripensare seriamente il rapporto corpo-anima, evitando quel filone dualista di origine platonica, che tanto (e spesso malamente!) ha caratterizzato il nostro pensiero. Dobbiamo uscire dalle grinfie di una sessuofobia, senza cadere in una sessuolatria.
  2. L’attesa è uno dei grandi protagonisti del libro. E uno dei grandi nemici del nostro tempo, tempo di “tutto e subito”, tempo di consumi e di scarti. Ma senza attesa noi non definiamo noi stessi. “Attesa” allora diventa giardino vitale di desideri, di tensioni, di cura e attenzioni, di languori e appetiti, di pienezze e limiti, di confini valicabili e invalicabili. Ma è anche luogo in cui diventiamo attendibili. Proprio perché ci riscopriamo, tramite i nostri stessi sguardi, nelle nostre sfaccettature e non in un unico trancio di noi. L’attesa diurna e notturna degli amanti del cantico è davvero richiamo per noi: a “stare” nelle nostre luci e nelle nostre ombre, in modo attivo. Anche a costo, come per la protagonista, di non essere riconosciti dagli altri, di essere “scambiati” e rischiare la vita stessa.
  3. Questa esperienza totalizzante non è tenuta nascosta, è piuttosto raccontata. Condivisa. Raccontata in dialoghi e raccontata in monologhi. Eppure, sappiamo che c’è anche un non-detto. L’amore è esperienza che siamo stati abituati a incasellare. In modelli o troppo sbilanciati sul sociale o troppo sbilanciati sul personale (per non dire: privatistico). E questo ci richiama, ancora una volta, a equilibri e completezze. L’amore va narrato, non esibito parcellizzato o celato incupito. Non va standardizzato o reso figlio di cliché e neppure taciuto. Abbiamo bisogno di parole e di Parola, per osare avvicinarlo. Insieme e da soli. Non sarà mai un aut-aut tra pubblico e privato. Gli amanti del Cantico vivono di proiezioni e di attese ma anche di certezze; non camminano su strade monotone, ma sanno camminare, perché lo hanno imparato da altri; sanno immersioni in sotterranei già affollati di consapevolezze da assumere, così come sanno ergersi su inaspettati orizzonti. Singolarmente, come coppia, con altri.

E se proprio posso osare… un ultimo punto. Vi rimando alla intervista fatta da Massimiliano Castellani, in data 29 gennaio, al regista Pupi Avati apparsa sempre sulle pagine di questo quotidiano (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/avati-lamore-per-sempre-esiste-ed-la-mia-stupenda-trasgressione). Lo ammetto pubblicamente: amo visceralmente e intensamente lo sguardo che Pupi Avati ha sul mondo. Ma, in questa intervista, ha risuonato proprio il Cantico. Trasgredire oggi è tentare di tenere insieme un “per sempre” e un “per tutto”. Pubblico e intimo. Questa è, secondo me, “vita in duale”, come insegna Mieth.

#milanocortina2026 Quanto costano le medaglie delle Olimpiadi e ogni atleta quanto guadagna se arriva sul podio

APTOPIX - le foto più belle della giornata di Associated Press

Si stanno svolgendo in questi giorni i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, con l’Italia che, tra 6 ori, 3 argenti e 9 bronzi è a quota 18 medaglie (bilancio aggiornato alle 16 di oggi, ndr). Ma qual è il valore di questi premi?

C’è da fare una premessa: come ha ricordato il New York Times, le medaglie d’oro non sono più fatte con vero oro dal 1912, quando, in occasione dei Giochi di Stoccolma, sono state per l’ultima volta composte da 24 carati. Da allora, anche le medaglie d’oro sono realizzate in argento con una patina di 6 grammi d’oro come rivestimento esterno. Ad oggi, le tre medaglie, pesano rispettivamente 506, 500 e 420 grammi.

Quanto valgono le medaglie delle Olimpiadi
Per quanto riguarda il valore, FactSet ha dichiarato che, rispetto al periodo dei Giochi di Parigi 2024, i valori di oro e argento sono schizzati del 107% e del 200%. Quindi, il valore dell’oro è attualmente di 4100 euro per oncia, circa il 70% in più rispetto a un anno fa, quello dell’argento intorno ai 64 dollari per oncia, mentre quello del bronzo non supera i 5 dollari, con il valore della medaglia che rimane comunque immenso. Il valore delle medaglie d’oro si aggira, quindi, intorno ai 2300 dollari (1930 euro) e quelle d’argento sui 1400 dollari (1170 euro).

Quanto guadagnano gli atleti per ogni medaglia
Al di là dei numeri, quanto vale vincere una medaglia? Le offerte, Paese per Paese, sono generose: Singapore garantisce un milione di euro per l’oro, ma difficilmente gli verrà assegnato, dato che schiera un solo atleta (Faiz Basha), per altro molto lontano dal podio. Hong Kong, invece, offre 640 mila euro per l’oro, 320 mila euro per l’argento e 160 mila euro per il bronzo. Tra i paesi europei, l’Italia assicura 180 mila euro per l’oro, 90 mila euro per l’argento e 60 mila euro per il bronzo.

Ma non conta solo il valore: a Milano-Cortina, anche l’immagine fa la sua scena. Le medaglie, realizzate con metalli riciclati dall’Istituto Poligrafico e dalla Zecca dello Stato, puntano su un design essenziale che celebra il valore di squadra e l’unione tra Milano e Cortina. Questo, è il valore delle medaglie Olimpiche, quelle che i nostri atleti stanno continuando a conquistare, con orgoglio.

Il Riformista