Nuovo vaccino per tumore polmone. Il farmaco nasce da uno studio italiano e riguarda la stessa patologia che ha colpito il Papa. Cappuzzo (Int Regina Elena di Roma): «Una nuova arma dopo il fallimento della prima terapia»

Tumore al polmone: un vaccino raddoppia la sopravvivenza nella malattia già avanzata

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Un vaccino di nuova generazione contro il tumore del polmone, nato da uno studio italiano e sviluppato dall’azienda biotecnologica francese Ose Immunotherapeutics, ha dimostrato, nella fase 2 di sperimentazione, di poter quasi raddoppiare la sopravvivenza. È una ulteriore conferma di quell’autentica rivoluzione in atto in campo oncologico, dovuta all’immunoterapia (che comprende anche i vaccini antitumorali).
Quando, nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (il più frequente) in stadio metastatico, già trattati dalle terapie di prima linea, la malattia progredisce o si ripresenta, decretando il fallimento delle precedenti cure, solo il 29% sopravvive a un anno dalla ricomparsa. La somministrazione del vaccino peptidico di precisione chiamato “Tedopi”, invece, porta la sopravvivenza a un anno al 47% in combinazione con la chemioterapia (docetaxel), e al 46% con l’immunoterapia (nivolumab). È quanto sta emergendo dalla ricerca di fase 2 “Combi-Ted”, promosso dalla Fondazione Ricerca Traslazionale (FoRT), il cui primo autore è Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e presidente di FoRT, che lo presenterà, domenica prossima, al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in programma a Madrid.

La ricerca internazionale

Lo studio di rilievo internazionale ha coinvolto 17 centri oncologici di eccellenza, distribuiti tra Italia, Francia e Spagna, confermando così il ruolo di primo piano della rete di ricerca italiana nella sperimentazione dei vaccini terapeutici. I risultati, spiega una nota, segnano una «svolta fondamentale» per una patologia che, solo in Italia, nel 2025 ha fatto registrare 43.000 nuove diagnosi (dati Airtum), confermandosi tra le principali cause di malattia tumorale e la prima in assoluto per mortalità nel nostro Paese. In particolare, la forma “non a piccole cellule” (Nsclc), in questi giorni sotto i riflettori perché ha colpito anche il Papa, rappresenta circa l’85% di tutti i casi di tumore al polmone. In un simile scenario, le opzioni terapeutiche alla progressione della malattia sono ancora oggi «estremamente limitate, con la chemioterapia tradizionale che rimane lo standard di cura nonostante la sua modesta efficacia e la spiccata tossicità».

Come funziona il vaccino

Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia medica 2 dell'Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
«A differenza dei classici vaccini proteici o di quelli preventivi, il vaccino peptidico è costituito da una combinazione sintetica di 10 brevi frammenti di amminoacidi (peptidi) selezionati da antigeni tumorali – dice Cappuzzo –. Il farmaco agisce come un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario: nei pazienti con la caratteristica genetica “Hla-A2 positivi” presenta questi 10 “identikit” ai linfociti T, le cellule difensive dell’organismo, insegnando loro a riconoscere e distruggere le cellule tumorali con chirurgica precisione e senza alcun incremento della tossicità rispetto ai trattamenti standard».

Il trial clinico

Nello studio Combi-Ted, 106 pazienti con malattia in progressione dopo una prima linea di chemo-immunoterapia sono stati divisi in tre gruppi per valutare la somministrazione del vaccino peptidico in associazione alla chemioterapia, il vaccino in associazione all’immunoterapico nivolumab, oppure la sola chemioterapia standard a base di docetaxel. «I risultati – evidenzia Cappuzzo –  sono estremamente positivi: nei pazienti che ricevono il vaccino, la sopravvivenza a un anno è praticamente doppia rispetto al gruppo trattato con la sola terapia tradizionale, senza alcun eccesso in termini di effetti collaterali». Queste persone sono ora monitorate. Anche «i pazienti che proseguivano l’immunoterapia aggiungendo il vaccino peptidico – conclude Cappuzzo – ottenevano un beneficio sostanziale in termini di sopravvivenza». E mentre gli studi su questa possibilità terapeutica vanno avanti – in caso di ulteriori conferme in fase 3 si procederà a chiedere alle autorità regolatorie l’autorizzazione all’immissione in commercio -, i dati presentati a Esmo aprono di fatto una nuova era nell’impiego dei vaccini peptidici in immuno-oncologia, dimostrando che l’addestramento mirato del sistema immunitario può trasformare in modo concreto il futuro terapeutico dei pazienti affetti da tumore al polmone avanzato.

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In Italia sono soltanto quattro le aziende che hanno ottenuto la certificazione CAFE (Age Friendly Employer): formazione continua, travaso di competenze e sentinelle anti discriminazione le ricette adottate

L'ultima frontiera dell'inclusione è il lavoro senza stereotipi generazionali

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Generazioni a confronto. Se le famiglie si accorciano perché si diventa genitori sempre più tardi e nonni e nipoti hanno spesso una distanza anagrafica importante, è nei luoghi di lavoro che il dialogo tra chi ha i capelli bianchi e chi ha appena finito gli studi è diventato la normalità.

L’età della pensione si allunga e trattiene gli over60 mentre i giovani iniziano il loro percorso lavorativo sempre prima grazie a stage e tirocini curriculari. In un Paese dove l’invecchiamento della popolazione ha ormai raggiunto la soglia di non ritorno le aziende si stanno ponendo il problema di come trasformare le differenze anagrafiche, che si portano dietro un diverso approccio al lavoro ma anche diverse necessità organizzative, in opportunità. E se una volta erano i “nuovi arrivati” a soffrire di ansia da prestazione oggi sono i “senior” che temono di venire discriminati.
I lavoratori appartenenti a una stessa classe anagrafica sono accomunati da valori, motivazioni, ambizioni, bisogni e aspettative molto simili rispetto all’impegno professionale. Certo si tratta di stereotipi ma possiamo dire che le quattro generazioni che oggi si trovano contemporaneamente al lavoro hanno alcune caratteristiche che li differenziano. I Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964) sono dediti al lavoro e preferiscono una struttura organizzativa gerarchica, la Generazione X (classe 1965-1980) è nota per la sua capacità di flessibilità e adattamento, i Millennial (nati tra il 1981 e il 1996) hanno come priorità l’equilibrio tra vita privata e professionale, mentre i giovani della Gen Z (classe 1997-2010) sono nativi digitali e molto attenti alle questioni ambientali e sociali.
Già oggi i senior rappresentano la maggioranza e lo saranno ancora di più in futuro. Nel 2030 un lavoratore su tre avrà più di 55 anni e non si potrà considerare in uscita, visto che avrà di fronte ancora parecchi anni di vita attiva. L’ultima frontiera dell’inclusività in azienda è quella legata alla questione anagrafica: in quest’ottica è nata nel 2019 la CAFE (acronimo di Certificazione Age Friendly Employer) rilasciata da un ente americano (l’Age-Friendly Institute) che assegna un bollino di qualità, privo di conseguenze pratiche, alle aziende che facilitano i rapporti tra generazioni diverse. Al momento sono oltre 200 i datori di lavoro certificati in 31 stati americani e in altri 10 Paesi. In Italia, dove il processo è gestito da Learning Edge, società di formazione manageriale con sede a Milano, le aziende “amiche del lavoro senza disparità generazionali” si possono letteralmente sulle dita di una mano. Sono appena quattro e hanno elaborato strategie che si muovono lungo diversi binari, dalla formazione e dal travaso di competenze in maniera bidirezionale alla presenza di “sentinelle” che monitorano i rapporti e prevengono i problemi.

Il gruppo Hera, multiutility con 11mila dipendenti, è l’ultima delle quattro ha appena ricevuto la certificazione ma è stata pioniera su questo fronte visto che già nel 2011 aveva realizzato una ricerca, dal titolo simbolico “GenerAzioni” in collaborazione con l’università di Bologna. L’anno scorso è nato il programma Longevità che ha come scopo principale quello di far vivere bene le persone in azienda, a tutte le età offrendo supporto psicologico gratuito, piani alimentari personalizzati, sedute di fisioterapia, screening gratuiti, supporto alla genitorialità e all’istruzione dei figli. Tutti i dipendenti di Hera hanno diritto a 150 ore di permesso per studio, qualsiasi sia la loro posizione ed età. Un’attenzione particolare è stata posta nella gestione della seniority dei propri dipendenti. Viene promosso l’inserimento (pari a circa il 10% delle nuove assunzioni) degli over50, soprattutto donne, che fanno fatica a rientrare nel mondo del lavoro. Previsto anche un programma specifico di accompagnamento alla pensione, Rewire, per vivere questa delicata fase in modo graduale.
«Il nostro obiettivo, a fronte di un allungamento della vita media e di conseguenza anche di quella lavorativa, è il benessere dei lavoratori a tutte le età. I giovani possono attingere all’esperienza degli adulti che in un mondo estremamente digitalizzato rischia di perdersi» sottolinea Alessandro Camilleri, direttore delle Risorse Umane.
Generazioni a confronto senza pregiudizi: il gruppo Hera con il suo progetto “Longevity” punta a far stare bene in azienda giovani e senior 

Poste Italiane, primo datore di lavoro nel nostro Paese con ben 120mila dipendenti, ha ricevuto da poco la certificazione. Un terzo dei dipendenti sono over50. Le iniziative introdotte sono diverse a partire dagli Age Friends un gruppo di 200 dipendenti che ogni giorno si impegnano per diffondere una cultura dell’inclusione. «Poste Italiane ha scelto di fare della diversità generazionale uno degli elementi qualificanti della propria strategia – sottolinea l’azienda –. Dall’anno scorso sono stati promossi programmi di mentoring e coaching per favorire lo scambio di competenze tra giovani ed è stata avviata una ricerca sul rapporto tra le generazioni in azienda». Tra i progetti al via spicca “Keep Fit & Forward” che accompagna chi ha una lunga esperienza ad affrontare le nuove sfide della transizione digitale con il sostegno di un tutor basato sull’intelligenza artificiale.

Punta sui giovanissimi Allianz con il programma avviato dieci anni fa che ha introdotto in Italia il modello tedesco della dualità scuola-lavoro. Entrare in una grande azienda a 16 anni, lavorando come un dipendente per tre giorni al mese durante l’anno scolastico e due mesi estivi. Da dieci anni il colosso assicurativo apre le porte del suo grattacielo milanese di CityLife agli studenti delle superiori: sono già trecento i ragazzi che hanno partecipato. Un’ottima palestra per scoprire cosa vuole fare da grandi tanto che alcuni, conseguita una laurea, sono tornati in Allianz in pianta stabile. Il progetto della dualità prevede contratti di apprendistato part-time e una retribuzione lorda di 8mila euro e tutti i benefit aziendali dalle visite mediche ai buoni pasto. Con i ragazzi della generazione Alpha di fatto salgono a cinque le generazioni presenti in azienda. «Una combinazione unica di competenze esperienze e prospettive – sottolinea Letizia Barbi responsabile delle Risorse Umane – Allianz ha scelto di trasformare la longevità in un’opportunità strategica, favorendo la collaborazione e le sinergie tra diverse generazioni attraverso persone di reverse mentoring». Il punto essenziale è proprio lo scambio: non ci sono persone in cattedra che insegnano “come si fa” ma ognuno mette a disposizione conoscenze e punti di vista per conseguire obiettivi comuni. A beneficiarne non è solo il clima ma anche la produttività, visto il basso turn-over dei dipendenti. Sulla stessa linea si muove Sanofi Italia che ha scelto di utilizzare il linguaggio inclusivo a partire dalla selezione del personale: nessun riferimento all’età (e al genere ovviamente) negli annunci dell’azienda di biofarmaceutica. Anche Sanofi come Poste si affida a dipendenti volontari che promuovono l’inclusività generazionale facendo proposte concrete. Grande attenzione alla formazione continua per i lavoratori senior e benefit mirati come i servizi di prevenzione sanitaria e i piani di previdenza complementare.
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Perché la protesta autonoma dei Tir accomuna autotrasportatori e agricoltori (e spaventa l’industria)

Perché la protesta autonoma dei Tir accomuna autotrasportatori e agricoltori (e spaventa l'industria)

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A Battipaglia, alla grande rotonda all’uscita dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ieri si leggeva: “Tanto non riusciamo più a venderla. Prendete, è gratis”. Così agricoltori e braccianti della zona invitavano gli automobilisti di passaggio a prendere delle buste di insalata fresca, perché la loro fatica degli ultimi mesi non andasse perduta, così come invece succederà ai loro guadagni. “Dopo una vita intensa è venuta a mancare l’agricoltura”, potevano leggere gli automobilisti in un altro cartello poco più in là, mentre caricavano nel bagagliaio uno di quei beni ortofrutticoli che nei supermercati della zona – e ormai lungo gran parte della Penisola – scarseggiano. È il cortocircuito che sta vivendo l’Italia, stretta tra il caro carburanti, che ha mobilitato autotrasportatori e agricoltori, e la conseguente crisi dell’intero comparto agroalimentare che ricade sugli stessi produttori, i braccianti e tutti i cittadini.

Nonostante lo sblocco da quasi mezzo miliardo di euro annunciato dal vicepremier Matteo Salvini – parte di un pacchetto complessivo da circa un miliardo – e la smobilitazione di alcune zone (in particolare la Sicilia), la protesta continua, con Calabria e Campania in testa. Nel Salernitano ieri si sono registrati blocchi e presidi di tir agli svincoli dell’A2 a Padula-Buonabitacolo, sul raccordo Sicignano-Potenza a Buccino e sull’A30 a Nocera-Pagani. Nelle stesse zone, la paura di restare senza benzina ha generato lunghe code alle pompe dei distributori, mentre sempre a Salerno e in diversi Comuni campani sono stati chiusi i centri di raccolta dei rifiuti per l’impossibilità di garantirne il trasferimento agli impianti di destinazione, con il rischio concreto di una nuova emergenza rifiuti per strada. Negli scali aerei calabresi di Crotone e Reggio Calabria, invece, la protesta degli autotrasportatori ha costretto al razionamento del Jet Fuel per gli aeromobili, con l’invito alle compagnie aeree di rifornire allo scalo di partenza.
Se da un lato la Coldiretti Campania decide di cancellare la manifestazione di piazza prevista per oggi a Napoli per «senso di responsabilità», sul territorio la protesta autonoma continua ad articolarsi per presidi e blocchi stradali, spesso autonomi. Un punto sul quale si sofferma il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che sottolinea: «I blocchi, dopo il comunicato di tutte le associazioni di autotrasporto, sono difficilmente spiegabili». Il ministro ha poi commentato che, analizzando i curriculum e i casellari giudiziari dei leader della protesta, emergono diverse criticità. Ma quello che preme di più a Lollobrigida è «sbloccare l’Italia, dare la possibilità a tutte le merci di circolare» perché il rischio è che «invece di agevolare l’acquisto di prodotti del Sud, noi ci troveremmo a comprare prodotti che magari arrivano da Spagna, Francia, Olanda o altri Paesi extra europei». L’impossibilità di far viaggiare le merci sta infatti prosciugando le scorte della Grande distribuzione organizzata (Gdo) e rischia di frenare anche l’industria. C’è, per esempio, l’avvertimento di Confindustria Vibo Valentia sul rischio di sospensione della produzione entro due giorni da parte di marchi come Callipo, Caffo, Monardo e di quelli della cipolla di Tropea. Legacoop Agroalimentare porta invece diversi esempi di prodotti a rischio. Tonnellate di uva da tavola giacciono bloccate nelle celle frigorifero tra Puglia e Basilicata e continuano rallentamenti e difficoltà anche sugli agrumi, le piantine di fragole destinate al trapianto e gli ortaggi da serra in Sicilia, tra i quali zucchine, melanzane e pomodori.
I serbatoi refrigerati per il latte fresco, sono saturi un po’ ovunque, tanto che in Basilicata la Coldiretti è arrivata a scrivere al Prefetto di Potenza per sollecitare l’adozione di misure straordinarie per garantire la continuità della raccolta e del trasporto. L’effetto domino dello stop arriva anche nei supermercati e si sta muovendo rapidamente dal Mezzogiorno verso il Centro e il Nord Italia. Secondo un monitoraggio di Confesercenti, al Sud 4 attività commerciali su 10 registrano gravissime difficoltà di approvvigionamento. Le criticità si estendono ad Abruzzo, Umbria, Toscana e Lazio, minacciando stangate immediate sui carrelli della spesa. Nella Gdo di Lombardia e Veneto si assiste a consegne contingentate e a singhiozzo e si teme uno svuotamento generalizzato dei supermercati entro il fine settimana.

Di fronte a questo quadro, Salvini si è detto aperto a discutere l’introduzione di un tetto al prezzo del gasolio per i professionisti, ma ha aggiunto: «Non siamo disponibili a tollerare la criminalità. Chi taglia le gomme ai Tir o blocca le autostrade commette reati». Il ministero dell’Interno ha avviato infatti controlli di quanti stanno attuando «in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione». Sono 1.339 gli identificati, 71 i denunciati, 242 i sanzionati sul piano amministrativo. Ha disposto poi la scorta per centinaia di Tir (oltre 500 solo in Campania) per consentire carico e scarico merci, mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha chiesto a prefetti e questori di vigilare sul rischio di infiltrazioni criminali. Il 27 ottobre ci sarà un nuovo incontro tra i sindacati e il ministro Salvini. Intanto, però, ogni singola ora di blocco in più rischia di cancellare mesi di lavoro nei campi e di spegnere le macchine di tante aziende.
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Il presidente della Repubblica ha chiesto «scelte adeguate» per affrontare «una grande questione sociale», invitando a guardare ai ragazzi senza «indifferenza»

Il nuovo richiamo di Mattarella sui giovani e le mosse del governo su Milano: ecco il punto

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Matteo Piantedosi vola a Milano per dare consistenza operativa all’ennesimo decreto sicurezza del Governo, ma è il capo dello Stato Sergio Mattarella a tracciarne implicitamente i limiti, invocando una «visione ampia» e mettendo in guardia su tutto ciò che quel provvedimento non può cogliere: il «malessere dei giovani», soprattutto, e il loro «senso di insicurezza per il futuro».

Il discorso del presidente della Repubblica durante la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del Lavoro riprende da dove si era chiuso il suo intervento di lunedì all’assemblea delle Province italiane, quando aveva chiesto di procedere a «un’analisi approfondita» di quanto avvenuto a Milano. Dunque, «accanto alle necessarie scelte congiunturali», avverte Mattarella, ora occorre sviluppare «strategie adeguate» nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro «timore di asservimento o di emarginazione». Il punto è che la società «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Perché si tratta di «una grande questione sociale», di «una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze» del Paese. In modo tale che «le preoccupazioni del presente» si specchino «nell’impegno a progettare il futuro».
Naturalmente al capo dello Stato non sfuggono le cause di questo sentimento, tra le quali c’è il «grave peso» che un «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» ha sul Paese. Così come un quadro internazionale preoccupante, fatto di «insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche». Parole non molto diverse da quelle dell’ex presidente della Bce ed ex premier, Mario Draghi, convinto che parte delle cause delle rivolte risieda «nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice in un’intervista a Bloomberg.
Intanto Milano attende l’arrivo di cinquecento parà del 186esimo reggimento della Folgore, un intero battaglione di élite dell’Esercito italiano, che nella sua storia ha missioni come quella a Mogadiscio, e che è addestrato, tra le altre cose, nel combattimento urbano, viene schierato contro la violenza minorile. «Sono 500 preparati, addestrati esperti, armati, strutturati», ha confermato il vicepremier Matteo Salvini, ieri in Prefettura a Milano insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il loro utilizzo rientrerà nella cornice giuridica del progetto «Strade Sicure». Quindi con funzioni di pubblica sicurezza, ma non di polizia giudiziaria. Concretamente, possono intervenire per bloccare chi sta spaccando una vetrina, trattenere chi sta aggredendo qualcuno, perquisire o chiedere i documenti per l’identificazione. Ma poi si devono chiamare la Polizia o i Carabinieri per l’eventuale accompagnamento in Questura, così come il fermo resta compito del pm e degli agenti di pg. Militari che inoltre risponderanno al prefetto di Milano Claudio Sgaraglia e al questore Bruno Megale, e che potranno essere impiegati nella guida di droni, fatti volare per controllare il centro di Milano. Oggi «ci sarà la prima realizzazione di questa pianificazione che prevederà la copertura di tutto il territorio cittadino, con la possibilità quindi sia con presenze collocate nei vari quadranti della città, soprattutto nel centro storico, ma anche con la capacità pianificata di poter avere delle squadre mobili di pronto intervento laddove i fenomeni si dovessero manifestare fuori dalle zone individuate preventivamente», ha spiegato Piantedosi, che ha escluso le zone rosse (piazza Duomo resta aperta).

Queste in sintesi le misure di ordine pubblico in vista dell’annunciata mobilitazione del Movimento 17 ottobre, che ha rivendicato le devastazioni di domenica, oltre ad aver disseminato sui social una serie di fake news su università assaltate, incendi e violenze. Nome su cui gli investigatori della Polizia postale stanno indagando per capire chi ci sia dietro, come ha confermato ieri anche Salvini. L’altro movimento su cui si concentrano le attenzioni degli investigatori è “Italia in piazza”, che aveva organizzato la prima manifestazione, sabato 17 ottobre, che degenerò subito in guerriglia urbana, anche più pericolosa. Domenica invece sin dall’inizio l’obiettivo è stato il saccheggio, come risulterebbe anche dai messaggi nelle chat con cui si sono dati appuntamento.
Italia in Piazza che – a differenza del Movimento 17 ottobre, completamente protetto dall’anonimato – ha degli organizzatori con nome e cognome, probabilmente sabato darà forfait. Per Piantedosi si tratta in ogni caso di «un fenomeno assolutamente nuovo, inedito insidiosissimo, molto fluido che non ha un riferimento percepibile a quelle che sono organizzazioni tradizionali alle quali le forze di polizia si contrappongono di tipo antagonistico o quant’altro. Un fenomeno nuovo che va affrontato in modo nuovo».
Per quanto riguarda infine il sospetto, che si tratti di movimenti eterodiretti, sollevato da più parti, a cominciare dal ministro della difesa Guido Crosetto, «è prematuro dirlo, non ci sono evidenze materiali chiare e certe che questo sia avvenuto». Tuttavia, nota sempre Piantedosi, «c’è un’evidente differenza tra lo spontaneismo dei ragazzi nelle risposte date ai magistrati e un’organizzazione nella sollecitazione e partecipazione a questi eventi che è stata fatta in maniera abbastanza solida e importante». In ogni caso sabato, oltre allo spauracchio della discesa dei neo-barbari sensibili ai richiami su Telegram, TikTok&C ci sono anche due classici del sabato milanese in corteo – ProPal e antagonisti – che metteranno ulteriormente alla prova il dispositivo di sicurezza. Ieri in Prefettura il sindaco di Milano Beppe Sala ha fatto appello «per evitare psicosi» come quella «di chiudere preventivamente i negozi».

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Parla don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros. «A Milano non c’erano solo le seconde generazioni, ma anche diversi minori italiani. L’azione a cui abbiamo assistito è stata di tipo predatorio, serpeggiava da tempo e andava compresa prima. I decreti non basteranno»

«Tra i ragazzi violenti c'erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti»

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Sono ragazzini tra i 14 e i 15 anni, in qualche caso anche meno. Diversi di loro sono italiani di seconda generazione con i genitori nativi del Nordafrica e provenienti dall’hinterland, certo. Ma attenti a infilarli nella generica categoria dei «maranza», a meno di far rientrare nella definizione (coniata negli anni 80 per bollare spregiativamente il popolo delle periferie allora abitate da emarginati italiani e rispolverata ai giorni nostri per i figli di nordafricani, ndr) anche i rampolli di connazionali e di famiglie della Milano bene, con un reddito tale da potersi permettere prestigiosi istituti privati cittadini.

L’osservatorio di don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros, è il carcere minorile dove sono finiti quei ragazzi che nel weekend sono stati protagonisti dei disordini e dei saccheggi dei negozi in centro a Milano. «Ma – spiega – preferisco distinguere i disordini e gli assalti ai negozi dalle manifestazioni studentesche, che sono forse state l’innesco, ma la matrice e le ragioni soprattutto sono diverse».
Partiamo dai fatti violenti, sui quali anche don Burgio non vede chiaro, per capire le ragioni dei disordini. «Credo che ci sia una regia – prosegue – che andrà necessariamente compresa, perché secondo me non è possibile che il tam tam sui social abbia radunato così tanti ragazzini in un colpo solo. Bisognerà capire, senza complottismi, chi lo ha fatto partire. Può essere che vi sia anche qualche fonte internazionale. Sono stati coinvolti tanti giovanissimi, quindi 14 e 15 anni, qualcuno anche infraquattordicenne che si trovano in queste ore al “Beccaria”, il carcere minorile».
La totalità dei fermati pare completamente incosciente rispetto ai motivi soprattutto, quindi sono da escludere cause ideologiche e politiche. «Piuttosto – aggiunge il sacerdote, che ha grande esperienza di disagio minorile – hanno agito con uno stile predatorio che ha come scopo l’apparire, l’essere performanti e capaci di arricchirsi. Li ha mossi una rabbia esplosiva che serpeggiava già da molto tempo e che quindi andava già compresa e capita. Il problema è che questa rabbia li porta poi a compiere atti impulsivi e violenti senza una vera ragione e questa la cosa più sconcertante».

Un problema delle seconde generazioni che non si sono integrate? «C’erano anche ragazzi di seconda generazione, certo, a saccheggiare i negozi. Ma quello che mi ha colpito è che c’erano con loro diversi ragazzi italiani e anche di buona famiglia. Alcuni sono liceali, uno addirittura frequentava un istituto cattolico. Questo ragazzino, per esempio, aveva anche un coltello in tasca. Quindi vuol dire che questo disagio è molto trasversale, non riguarda più il ceto sociale, la famiglia di appartenenza, ma è una situazione che sta sfuggendo di mano anche a tante famiglie “normali” e anche buone famiglie. Quindi vuol dire che il problema è anche la solitudine interiore di questi ragazzi. C’è uno spaesamento identitario perché questi ragazzi non sanno a chi appartenere. Evidentemente non sono abituati a parlare, a ragionare con i loro genitori. Un conto è vestirli bene, un altro è accudirli e poi aiutarli a costruire un pensiero critico e questo manca del tutto nei ragazzi incontrati in questi giorni».
Per don Claudio servono in piazza le forze dell’ordine, ma soprattutto c’è bisogno di educatori per andare a fondo al problema e capire le ragioni. «Come mi dicono i ragazzi servono “adulti adulti”, veramente capaci di trasmettere il senso della vita, il perché delle cose che accadono. In queste manifestazioni di odio e di violenza c’è il non senso. Se domandi loro perché l’hanno fatto, i ragazzi che ho incontrato non te lo sanno dire. Quindi a Milano c’è stato un richiamo alle armi, ma senza un fondato motivo. Qualcuno genericamente parla di odio verso le forze dell’ordine perché li trattano male. Però sono ragioni deboli. Vuol dire che non hanno il senso dello Stato, né quello del limite della legge e hanno un senso di impunità che va affrontato». Ma come? «Da una parte è chiaro che ci vuole fermezza per scongiurare altri episodi del genere, anche se temo che ce ne saranno ancora. Dall’altra è chiaro che non bastano i decreti pur legittimi, non bastano gli interventi del governo. Non ce la caviamo così».
Un particolare ha colpito don Burgio e non va trascurato se si vuole capire cosa è successo nella folle due giorni milanese: «Penso a quell’immagine dei vestiti rubati e regalati ai senzatetto. Perché anche questa comunque racconta che c’è anche una cultura della giustizia fai-da-te. Questi ragazzi sono lontanissimi dalle istituzioni, da famiglie, Stato, Chiesa e quindi hanno comunque valori molto poco chiari. Per esempio c’è una solidarietà di alcuni ragazzi italiani nei confronti dei coetanei di seconda generazione. Perciò è una giustizia fai-da-te incontrollata e che dice il bisogno di interlocutori che aiutino a capire cos’è la vera giustizia e come si ottiene. Ma il mondo adulto in questo momento non è di grande aiuto».

E da dove possiamo ripartire? Il cappellano del Beccaria chiede unità. «In questo momento – conclude – serve allearsi e non dividersi, perché è chiaro che in queste ore ognuno incolpa l’altro. È un momento dove allearci, dove essere presenti, dove provare a trovare le ragioni comuni per educare questi ragazzi. È un processo lungo, però, e va cominciato dalla scuola».
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Con il cambio dei coefficienti, gli assegni previdenziali sono destinati ad alleggerirsi. Non solo: l’età per il pensionamento di vecchiaia salirà gradualmente nel prossimo biennio rispetto agli attuali 67 anni. No della Cisl allo sciopero generale

Prime notizie dalla Manovra: pensioni più lontane e più basse nel 2027

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Tra anticipazioni, priorità e rispetto dei tempi, il governo sta lavorando alla legge di Bilancio 2027, con diverse ipotesi di intervento in materia fiscale ed economica. Pensioni, regime forfettario per le partite Iva, detassazione degli aumenti salariali, incentivi per i giovani e nuovi sostegni agli investimenti delle imprese, in particolare nell’ambito tecnologico e dell’intelligenza artificiale, sembrano essere i pilastri della prossima manovra, per ora da 23,5 miliardi. Intanto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato lo slittamento dei tempi: la seduta del Consiglio dei ministri per il varo della legge di Bilancio si terrà «la settimana prossima». Sarà preceduta da una nuova riunione di maggioranza? «Se vogliamo rivederci per i contenuti, non ci sono problemi», ha risposto ai cronisti in Transatlantico.

Il capitolo pensioni
Una novità non certo piacevole arriva intanto per chi andrà in pensione dal 1° gennaio 2027. A parità di contributi accumulati e di età d’uscita, riceverà un assegno più basso. La misura riguarda le pensioni contributive o la parte contributiva delle pensioni calcolate con il metodo misto. È la conseguenza dell’applicazione dei nuovi coefficienti contenuti nel decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia del 16 ottobre scorso (pubblicato poi il 19). Inoltre l’età per il pensionamento di vecchiaia sale, come previsto: dagli attuali 67 anni passa a 67 anni e un mese, per arrivare poi a 67 anni e tre mesi nel 2028. Sugli importi la Cgil ha calcolato che, a 64 anni, una quota di pensione contributiva che con i coefficienti del 2024, prima quindi anche della revisione del 2025, valeva 1.500 euro lordi mensili ora scende a 1.449,36 euro con quelli del 2027. Con la revisione dei coefficienti di trasformazione le pensioni si riducono a parità di condizioni, con una perdita per chi esce a 67 anni dell’1,68% dell’assegno rispetto al 2026 e una riduzione tra il 2024 e il 2027 del 3,65%. «La perdita – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali – è di circa 658 euro lordi annui e nell’intero periodo di pensione attesa raggiunge in totale 14.207 euro per le donne e 11.574 euro per gli uomini».
Mini-pacchi: nuovo rinvio al 2027

Si profila intanto un nuovo piccolo rinvio, con un emendamento, per la tassa nazionale sui mini-pacchi in arrivo da Paesi extra-Ue: da dicembre il balzello da 2 euro slitta al 2027. Mentre è confermato invece il tributo, questo di fonte Ue, che scatta invece dal 1° novembre.
Cisl e sciopero generale
Il “parlamentino” della Cisl ha confermato la scelta della confederazione di puntare sul confronto e sulla negoziazione, non allineandosi alla linea dura già decisa dalla Cgil. «Pur rispettando le decisioni delle altre sigle, il consiglio non condivide il ricorso allo sciopero generale contro una manovra di cui non si conosce ancora il testo». La Cisl considera inoltre «sbagliato chiedere ai lavoratori il sacrificio di una giornata di salario senza conoscere ancora i contenuti della manovra». La linea resta quella di «negoziare per decidere», mantenendo aperta «la possibilità di un’azione comune con le altre organizzazioni sindacali su contenuti, piattaforme e vertenze». In questo senso, il sindacato guidato da Daniela Fumarola ha lanciato la campagna Il Patto che unisce. Lavoro, salari, welfare per lo sviluppo con assemblee e iniziative pubbliche con imprese, amministratori, parlamentari e Terzo settore. Tre gli appuntamenti nazionali: il 7 novembre a Genova, il 28 novembre a Gioia Tauro, a metà dicembre a Roma. L’obiettivo è portare nei luoghi di lavoro e nei territori le proposte del sindacato sul Bilancio e le linee programmatiche del “Libro Verde” per la prossima legislatura.

Allargare la platea
Tornando alla manovra il leader di FI, Tajani, ha sostenuto «più si allarga e meglio è, cioè bisogna allargare a tutto il settore finanziario», a proposito dell’ampliamento del contributo da 5 miliardi, per ora previsto per banche e assicurazioni. Lo ha detto in risposta alla domanda se a suo avviso debba interessare anche il settore petrolifero, precisando che «loro hanno già fatto la loro parte». «Adesso vediamo – ha aggiunto -, il ministro Giorgetti sta vedendo il da farsi». Mentre sulla possibilità di un ruolo anche delle casse di previdenza privatizzate nella manovra economica, pur premettendo di essere «favorevole a investimenti dei privati nell’economia italiana», ha concluso che «non si può fare adesso».

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Sulle piattaforme di messaggistica circola un questionario per individuare i prossimi negozi da colpire. E intanto anche l’estrema destra si muove per scendere in piazza per contrastare i “casseur”

«Quale negozio vorresti saccheggiare?»: nelle chat dei ragazzi il sondaggio choc

Che negozio preferite saccheggiare? Il sondaggio rimbalza tra le chat dei giovani che sono scesi in piazza nel weekend scorso, ma anche sugli schermi di chi lo farà sabato prossimo, partecipando alla mobilitazione generale annunciata dal Movimento 17 ottobre in varie città. In testa alle “preferenze” c’è Footlocker, la catena di abbigliamento sportivo, seguito da Nike, Apple e altri brand. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno depredi chi vuole. Ma sul canale Telegram targato M1710 circolano anche propositi più inquietanti. La “mobilitazione permanente” fissata per ogni sabato a Firenze, in Santa Maria Novella, viene annunciata con un volantino in cui spicca un falcetto affilato. E intanto sul canale continuano a circolare “istruzioni” in vista delle manifestazioni. “Quando saremo in piazza insieme parliamoci, facciamo gruppi Signal con molti admin scelti casualmente tra di noi, per comunicare come e dove si spostano gli sbirri. Cancelliamo immediatamente quei gruppi subito dopo la piazza. Non lasciamo tracce. Usiamoli per dirci come muoverci, dove serve supporto, dove allentare la forza e dove concentrarla per rimanere compatti e insieme”.
Dal canale sono nati diversi sottocanali, uno per ogni città coinvolta nella manifestazione. “In modo da organizzarci meglio e più rapidamente” dicono gli utenti, che hanno già superato quota 4 mila. Si annuncia tempesta, insomma, anche per un altro motivo. I gruppi di estrema destra si stanno organizzando per scendere in piazza e contrastare con le cattive maranza e italici casseur. Per ora siamo alle intenzioni, ma sono già iniziate le sfide a distanza. Con inviti reciproci al confronto diretto. Un “tutti contro tutti” che potrebbe mettere a repentaglio un ordine pubblico che sta già scricchiolando, anche perché altri attori smaniano per recitare una parte in piazza, ovviamente a beneficio di diretta via smartphpone. Gira infatti un “reel” in cui un capetto albanese provoca i nordafricani, ostentando la sua presenza per le vie di Milano. “Quando ci sono in giro gli albanesi non si vedono maranza…” è il suo sberleffo, prima di promettere agli italiani che ci penserà lui, con i suoi compari, a difendere il Belpaese. Smargiassate buone per mietere visualizzazioni, come del resto sta accadendo un po’ ovunque, tra maschere di supereroi e berretti rubati alle forze dell’ordine. Ma vista l’aria che tira in questi giorni, nessun segnale va sottovalutato. Soprattutto dopo la comparsa del “comunicato n.1” del M1710, redatto con cura e fredda lucidità. Una modalità nuova – la diffusione via social – che però richiama toni già sentiti negli anni più cupi degli anni ’70.
Intanto si rafforza anche il “gemellaggio” a cavallo delle Alpi. Da Parigi e dintorni rimbalzano video di devastazione, con i protagonisti in posa. Da Milano hanno risposto facendo altrettanto, in una “battle” virtuale che diventa una gara a chi accumula più like. Perché per molti ragazzini gli scontri sono un grande gioco, anzi un videogame. Ma il dubbio è che dietro le quinte ci sia qualcuno che invece stia facendo maledettamente sul serio.
Avvenire

A Parma, come in altri centri, gli allarmi per possibili violenze e aggressioni nelle classi, fatte girare su social e chat, hanno spaventato le famiglie, che hanno poi tenuto i figli a casa. Erano “fake news” ma hanno creato terrore

Il sindaco di Parma: «Così la strategia della paura ha svuotato le scuole»

Avvenire

Parma è una delle città che sabato scorso ha visto le aule scolastiche svuotarsi per il timore di possibili violenze. «Sui social e nelle chat giravano allarmi su stupri, violenze e aggressioni. Molte famiglie si sono spaventate, anche legittimamente, e hanno deciso di tenere i figli a casa da scuola – nota il sindaco, Michele Guerra –. Abbiamo subito visto che c’era qualcosa di strano: gli stessi messaggi che circolavano nelle chat di Parma sono comparsi anche a Cremona, Bologna, Milano, Como e in tante altre città. In alcuni casi erano addirittura identici. Quello che mi ha colpito è stata proprio questa strategia della paura: mi è sembrato evidente che l’obiettivo fosse creare terrore».

Avete capito chi lanciava e diffondeva gli allarmi?
Nel caso di Parma, già da giovedì la polizia era al lavoro e aveva identificato gli amministratori di una chat che diffondeva messaggi con contenuti anche violenti. Erano minorenni, sono stati diffidati e la manifestazione che preparavano è stata annullata. Nel frattempo, però, alcune forze e soggetti politici locali hanno cavalcato la paura e amplificato quegli allarmi via social. Con il risultato che diverse aule sono rimaste quasi deserte. Se fosse successo soltanto a Parma, avremmo potuto considerarlo un episodio isolato. Ma quando ho visto quello che accadeva anche in altre città e ho parlato con altri sindaci, ho cominciato a pensare che ci fosse una strategia. Ed è una cosa piuttosto inquietante.
Che cosa può fare un sindaco per contrastare questo tipo di disinformazione?

Si fa il possibile per costruire un’informazione consapevole, corretta e fondata sui fatti. Venerdì ho diffuso un video in cui ho spiegato che cosa era accaduto e come avevamo lavorato con la Questura. Non è stato sufficiente: dobbiamo fare in modo che, in casi come questo, tornino a esserci punti di riferimento riconoscibili e autorevoli, capaci di fornire informazioni attendibili. E questo a prescindere dalle appartenenze politiche.
Una manifestazione, alla fine, c’è stata anche a Parma.
Sì, ed è stata una manifestazione tranquilla. Ho parlato con molti giovani: chiedono impegni seri su istruzione, casa, lavoro e protestano per la spesa militare. Sentono che nel mondo che si sta costruendo per la loro generazione non c’è nulla. Gli adulti e la politica non possono ignorarli. Mentre a Parma la manifestazione era pacifica, i controlli della Questura hanno portato al fermo e alla denuncia, nei pressi di un presidio studentesco, di un militante di estrema destra. Aveva con sé un manganello, mentre nell’auto e nell’abitazione sono stati trovate due pistole, un pugnale e simboli nazifascisti.

La violenza giovanile, però, è un problema crescente anche nella sua città. Parma avrebbe rischiato scenari simili a quelli di Milano se la Questura non fosse intervenuta preventivamente?
Non posso dire con certezza se quello che stavano organizzando a Parma avrebbe potuto trasformarsi in una rivolta violenta. Il problema della crescente rabbia dei giovani c’è e ha radici diverse: condizioni socioeconomiche, modelli falsati di realizzazione proposti dai social, un senso profondo di ingiustizia, anche rispetto alle questioni globali come le guerre. Si aggiunga la quasi completa assenza della voce dei giovani dai dibattiti che riguardano il presente e il futuro del Paese e dell’Europa. Mi è capitato spesso di incontrare ragazzi protagonisti di episodi di violenza: ciò che emerge è soprattutto un enorme sentimento di esclusione dai sistemi in cui vivono.
Che risposta può dare loro una città?

Militarizzare le strade non è la soluzione, può servire a smorzare l’incendio ma non spegne il fuoco. Servono politiche sociali sui territori che integrino davvero i giovani nelle nostre società, restituendo loro quella dignità che sentono di non ricevere ad ogni livello, a partire dall’istruzione fino ai giganteschi temi economici e lavorativi. Di fronte agli episodi di violenza di questi giorni è chiaro che abbiamo sottovalutato troppe cose e per troppi anni. Il fatto che la rabbia esploda a livello nazionale ed europeo ci dice che dobbiamo svegliarci e smetterla di credere che basti tamponare la protesta o inventarsi l’ennesimo decreto sicurezza per sentirsi a posto con la coscienza.

Tutti hanno pensato a loro, ai Marracash e ai Fedez, che sono stati tra i primi artisti a cantare il disagio della generazione che oggi contesta tutto. Ecco il dibattito che si è scatenato in questi giorni

Critiche, autocritiche, cortocircuiti: il mondo rap alla prova delle vetrine rotte

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Le violenze e i saccheggi dei giorni scorsi a Milano hanno acceso una discussione anche nel mondo del rap e della trap. Sui social, il confronto fra artisti si è presto trasformato in uno scontro a distanza, con accuse e repliche. Ma al di là delle polemiche, la vicenda solleva una questione che merita di essere affrontata senza pregiudizi: quale responsabilità hanno i musicisti quando parlano a una generazione che cerca ascolto, riscatto e riconoscimento?

Le ragioni del disagio non possono essere liquidate. Affitti insostenibili, salari insufficienti, precarietà e disuguaglianze sono problemi reali, che colpiscono soprattutto chi parte con meno opportunità. Il rap, fin dalle origini, ha saputo raccontare questa realtà, dando voce, anche con durezza di toni, a esperienze spesso ignorate. Per questo il king del rap italiano Marracash, cresciuto nel quartiere periferico milanese della Barona, ha rivendicato il proprio impegno contro le disparità sociali, sostenendo che la protesta fosse prevedibile e destinata a continuare. A suscitare le maggiori contestazioni è stata soprattutto una sua frase, «con le buone non cambi le cose», che si presta a interpretazioni ambigue. Il rapper ha poi chiarito di non voler incitare alla violenza, attribuendo all’intera società una responsabilità per quanto accaduto.
Altri artisti hanno condiviso l’esigenza di non fermarsi alla condanna dei disordini. Lo storico rapper torinese Willie Peyote ha detto che non è d’accordo con chi dice che «la violenza va sempre condannata. Viviamo in un sistema molto violento che lascia molti giovani senza prospettive». Il giovane rapper genovese Sayf ha contestato l’indignazione di chi si scandalizza per le vetrine infrante senza interrogarsi sulle disuguaglianze e sulle tragedie internazionali; il rapper Ghali, invece, ha invitato a distinguere chi manifesta pacificamente da chi ricorre alla violenza, senza smarrire le ragioni della protesta. La questione è complessa, sfumata, talora ambigua perché la frustrazione, per quanto comprensibile, non trasforma il furto in una rivendicazione sociale.
In questo senso, la critica di Fedez coglie una contraddizione che merita attenzione. Alcuni artisti solidarizzano con chi contesta i modelli consumistici, ma contribuiscono a diffondere un immaginario nel quale il successo si misura attraverso capi firmati, orologi preziosi, automobili costose e gioielli. Il rapper non ha risparmiato neppure se stesso, riconoscendo la responsabilità della scena musicale nel promuovere quell’idea di affermazione personale: «A promuovere quella idea di successo ci siamo noi». Non è una questione di colpevolizzare chi ha raggiunto il benessere: come ha replicato lo stesso Marracash, aver fatto fortuna non impedisce di desiderare una società più giusta. Il problema è un altro: quei beni, esibiti continuamente come segni di successo, diventano anche gli oggetti del desiderio di tanti giovanissimi. E sono proprio le vetrine di alcuni marchi a essere finite nel mirino dei saccheggi a Milano.

Qui il cortocircuito è evidente. Se il lusso viene raccontato come prova tangibile di essere arrivati, come stupirsi che chi si sente escluso individui in quei negozi il simbolo di tutto ciò che non può permettersi? Sarebbe però ingiusto fermarsi alle contraddizioni. Nel rap italiano non mancano testi di notevole qualità autorale, capaci di raccontare con profondità le periferie, le fragilità, le disuguaglianze e le inquietudini di una generazione. Sono brani che meritano di essere ascoltati e conosciuti, anche più di tanta musica ridotta a slogan, ostentazione e parole vuote.
Lo ha ricordato oggi don Luigi Ciotti alla preapertura del Premio Tenco che si inaugura domani, durante una masterclass all’Ariston dedicata alla forza della musica in quanto presidente onorario dell’associazione “Musica contro le mafie”, davanti a centinaia di studenti delle scuole medie e superiori di Sanremo. Richiamando la lezione di Guccini, De André, Battiato e dei Subsonica, ha parlato della musica come strumento capace di trasmettere contenuti, stimolare coscienze e creare legami. Ai ragazzi ha suggerito di distinguere fra educatori e seduttori: fra chi usa le parole per aprire orizzonti e chi, dietro formule scintillanti, cerca soltanto di vendere merci e trasformare le persone in consumatori. Ha ricordato inoltre, specie alla politica, che le persone vanno incontrate e i problemi affrontati, non il contrario. È una lezione che riguarda anche il mondo della musica contemporanea. Ai giovani servono adulti disposti ad ascoltarli, istituzioni capaci di rispondere e artisti consapevoli della propria influenza.

L’appello di Papa Leone XIV per la famiglia e il matrimonio: l’invito a riaccogliere e valorizzare la realtà delle famiglie dei sacerdoti sposati

Papa Leone XIV in piazza San Pietro, Vaticano

Nel riprendere le udienze pubbliche e richiamare l’attenzione della Chiesa sulle sfide e sulla bellezza del matrimonio e della famiglia nel mondo contemporaneo, Papa Leone XIV ha lanciato un forte invito a custodire e sostenere il nucleo familiare come cellula fondamentale della società e della comunità ecclesiale. Un’esortazione che richiama la necessità di uno sguardo pastorale sempre aperto all’accoglienza, alla comprensione e alla valorizzazione di ogni legame autentico fondato sull’amore e sulla fede.

In questo quadro di rinnovata attenzione alla famiglia, sorge spontaneo e urgente un interrogativo rivolto all’intera comunità ecclesiale: come può la Chiesa promuovere la bellezza del matrimonio senza riservare piena cittadinanza e accoglienza alle famiglie dei sacerdoti sposati?

Famiglie che uniscono la grazia dell’Altare e del Focolare

La testimonianza vissuta dai presbiteri che hanno contratto matrimonio e dai loro cari rappresenta un ponte prezioso tra la vocazione ministeriale e la concretezza della vita domestica:

  1. La coerenza con il Magistero dell’accoglienza: Parlare di attenzione alla famiglia di oggi significa inevitabilmente superare ogni forma di emarginazione o giudizio nei confronti di chi ha coniugato l’amore coniugale con il carattere indelebile dell’Ordinazione ricevuta.

  2. Una risorsa per la pastorale: Le famiglie dei sacerdoti sposati vivono quotidianamente la fede nelle parrocchie e nel tessuto sociale, offrendo un contributo di ascolto, vicinanza ed empatia che risponde perfettamente agli auspici di prossimità lanciati dal Santo Padre.

  3. Formazione e competenza al servizio: Si tratta di uomini dotati di una solida preparazione teologica pontificia e di un’esperienza pastorale e umana completa, pronti a spendersi per il bene delle comunità.

Realismo Pastorale: tradurre l’appello del Papa in atti di giustizia ecclesiale

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, accoglie con speranza le parole di Papa Leone XIV sulle famiglie e rilancia la necessità di un’azione concreta fondata sul realismo pastorale:

  • Riammettere per servire: Chiedere al Santo Padre un decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati non significa soltanto offrire una risposta decisiva alla carenza di clero e alla chiusura delle parrocchie, ma sanare una ferita attraverso la logica evangelica della misericordia e dell’inclusione.

  • Una Chiesa senza esclusioni: Accogliere le famiglie dei presbiteri coniugati significa dimostrare coerenza rispetto agli appelli sulla centralità della famiglia, trasformando le parole in gesti concreti di comunione ecclesiale.

Il futuro della missione passa attraverso il coraggio di accogliere tutte le risorse che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa.

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