Trump al G7 di Evian: ‘Mosca deve fare un accordo, farò tutto ciò che è in mio potere. Sull’Iran ora si passa alla seconda fase’

FRANCE-G7-POLITICS-DIPLOMACY © ANSA/AFP

Dalla sessione sull’Ucraina sono emersi “tre elementi molto chiari” a partire da un “G7 molto compatto” con un “messaggio di unità del gruppo a sostegno di Zelensky”. Lo riferiscono fonti diplomatiche italiane a margine del summit di Evian, spiegando che il secondo elemento emerso è “rafforzare il sostegno energetico (l’Italia sta facendo “un grande lavoro” con 30-35 milioni di euro sul punto) e in materia di difesa aerea”.

Il terzo elemento “condiviso” è di “continuare e se possibile aumentare” la pressione su Mosca, che continua a “sembrare non disponibile a sedersi al tavolo del negoziato” come mostrano i “bombardamenti di ieri”.

I leader G7 hanno concordato di aumentare la pressione sulla Russia affinché ponga fine alla guerra contro l’Ucraina attraverso ulteriori sanzioni energetiche, secondo quanto riferito da una fonte diplomatica francese. “I leader hanno deciso oggi di aumentare la pressione sulla Russia attraverso sanzioni sul gas e sul petrolio”, ha dichiarato la fonte.

“La Russia deve fare un accordo”: lo ha detto Donald Trump parlando dopo aver incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a margine del G7 di Evian. “Farò tutto ciò che è in mio potere”, ha aggiunto.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è ad Evian-les-Bains, come invitato al G7. E’ stato accolto al suo arrivo dal presidente francese Emmanuel Macron, con il quale poi ha avuto il primo bilaterale. Subito dopo è iniziata la sessione di lavoro alla quale ha partecipato anche il presidente ucraino, poi il faccia a faccia previsto con Donald Trump.

Prima sessione di lavoro del G7, concentrata su “come costruire la pace e la sicurezza per l’Ucraina e per l’Europa”. La riunione è iniziata con circa tre quarti d’ora di ritardo rispetto al programma, perché preceduta dal bilaterale Macron-Zelensky. I due si sono uniti agli altri leader in attesa in sala – tra chiacchiere e battute distese – insieme a Donald Trump. Ad accompagnare il presidente Usa anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Stretta di mano con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al suo ingresso in sala, come mostrano le immagini del circuito interno. Che inquadrano anche il cancelliere Friedrich Merz che regala al tycoon, che l’altro ieri ha compiuto 80 anni, una maglia della nazionale tedesca con il numero 47 (Trump è il 47/o presidente Usa).

ansa

Addio alla scuola primaria più piccola della Gran Bretagna, chiude la storica Ysgol Y Garreg (con soli due alunni)

Addio alla scuola primaria più piccola della Gran Bretagna: chiude la storica Ysgol Y Garreg con soli due alunni

Dopo oltre 100 anni di attività, la Ysgol Y Garreg, descritta come un punto fermo della comunità locale, si prepara a chiudere definitivamente i battenti al termine delle vacanze estive. La scuola, situata a Penrhyndeudraeth, nel Galles del Nord, cesserà ogni operatività il 31 agosto, data in cui gli ultimi due studenti rimasti lasceranno l’istituto.

Storia di una crisi di iscrizioni

La decisione è stata dettata da una drastica diminuzione del numero di alunni: negli ultimi due anni, la scuola ha perso oltre il 90% dei suoi studenti, passando da 17 a soli due. Attualmente, l’istituto non registra iscritti per la scuola dell’infanzia, per l’accoglienza e per le classi dalla prima alla quinta, mentre i due alunni di sesta classe sono in procinto di passare alla scuola secondaria il prossimo anno. Inoltre, nessun nuovo studente si è iscritto per il prossimo anno accademico, lasciando la scuola di fatto vuota.

I motivi della chiusura: costi insostenibili

Nonostante il valore storico della struttura, attiva da circa 143 anni, i membri del gabinetto del Cyngor Gwynedd hanno votato all’unanimità per la chiusura. La motivazione principale è di natura economica: educare un singolo studente presso la Ysgol Y Garreg ha un costo di 21.471 sterline, una cifra superiore di oltre tre volte rispetto alla media nazionale di 5.998 sterline.

Dewi Jones, membro del gabinetto per l’istruzione, ha definito la situazione «dolorosa ma inevitabile», sottolineando come l’ambizione sia sempre quella di «vedere scuole fiorenti e comunità forti», ma che di fronte ai dati attuali non sia stato possibile ignorare la gravità della situazione. Il consigliere ha inoltre espresso gratitudine verso il personale, i governatori, i genitori e l’intera comunità per la dedizione dimostrata nei confronti della scuola nel corso dei decenni. Anche la consigliera June Jones ha espresso profonda tristezza per la conclusione di questa lunga storia di eccellenza educativa.

Il futuro degli studenti

Nonostante la chiusura della storica sede, i bambini residenti nel bacino d’utenza continueranno a ricevere un’istruzione presso la vicina Ysgol Cefn Coch, che ospita attualmente circa 40 alunni.

Redazione sacerdoti sposati

Accordo Stati Uniti-Iran, stop alla guerra anche in Libano

Gli attacchi israeliani in Libano a poche ore dal raggiungimento dell'intesa tra Usa e Iran

Vatican News
Intesa raggiunta ieri sera poco prima della mezzanotte, tra Stati Uniti e Iran: ad annunciarlo il Pakistan, tra i mediatori dell’accordo. La firma è prevista venerdì 19 giugno a Ginevra, in Svizzera, e solo dopo sarà svelato il contenuto della bozza in 14 punti. Resta aperta la questione del nucleare
Roberta Barbi – Città del Vaticano

“La fine immediata e permanente della guerra”, anche tra Israele e Libano: questo il punto forse più significativo dell’intesa raggiunta ieri sera poco prima di mezzanotte, dopo diversi stop and go, tra Stati Uniti e Iran, sottolineato dal viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi. L’accordo sarà sancito da una firma ufficiale prevista venerdì prossimo a Ginevra, in Svizzera, cui presenzierà il vicepresidente americano, JD Vance, ma potrebbe partecipare anche lo stesso presidente, Donald Trump. Ad annunciare per primo l’accordo, il premier pakistano, Shehbaz Sharif, mediatore tra le parti che hanno poi confermato il raggiungimento dell’intesa.

Ancora top secret il contenuto della bozza
Il contenuto della bozza in 14 punti sarà reso pubblico dopo la firma di venerdì, ma già trapelano alcune indiscrezioni: fermo immediato della ostilità anche in Libano, con Teheran che ha sostanzialmente rinunciato a rispondere agli ultimi attacchi di Israele su Beirut (3 i morti causati); rimozione del blocco navale Usa e riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni; sospensione delle sanzioni verso Teheran e scongelamento dei beni iraniani. Sembrerebbe anche che gli Usa e gli alleati si debbano impegnare in piani di ricostruzione dell’Iran per almeno 300 miliardi di dollari. Resta aperta la questione del nucleare, che andrà risolta entro 60 giorni, altrimenti – è la minaccia di Washington – riprenderanno gli attacchi americani.

Le reazioni della comunità internazionale
Una svolta per il Medio Oriente è un “passo cruciale verso una soluzione pacifica”, ha detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres commetando l’accordo, che nella sua forma finale sarà approvato proprio attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’intesa tra Usa e Iran “apre la strada a negoziati più ampi sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente. E dovrebbe porre fine ai programmi nucleari e balistici di Teheran e alle sue attività destabilizzanti nella regione”, ha dichiarato invece la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Soddisfazione è stata espressa in una dichiarazione congiunta anche dai leader di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, che promettono la revoca di alcune sanzioni verso il regime iraniano, ma ribadiscono il loro no ad armi nucleari in mano ai pasdaran.

Gli effetti sull’economia
Gli effetti della notizia sui mercati sono stati immediati: le quotazioni del petrolio hanno già perso oltre il 5%, mentre le principali borse asiatiche hanno chiuso le contrattazioni reagendo con forti rialzi sui titoli. Anche le borsee europee, come quella di Milano, hanno aperto con il segno più: lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi dal 27 febbraio. Avvio brillante per Francoforte (+1,76%) e Parigi (+1,33%). Bene anche Londra (+0,76%).

Riconoscere la persona dietro ogni profilo, sia essa emittente o destinataria, e trasformare i social network da amplificatori dell’ego a spazi di autentica comunione

Un incontro on line dell'Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche

Vatican News

L’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, in collaborazione con la Segreteria del Sinodo, annuncia una serie di webinar internazionali in tre date di giugno, e il lancio del nuovo “Kit della Sinodalità” per formare i fedeli, a vivere e agire in comunione nell’ambiente digitale portando avanti la loro missione. L’iniziativa fa seguito all’appello di Papa Leone XIV espresso nell’enciclica Magnifica humanitas
Vatican News

Riconoscere la persona dietro ogni profilo, sia essa emittente o destinataria, e trasformare i social network da amplificatori dell’ego a spazi di autentica comunione: sono alcuni degli intenti con cui l’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (UMOFC) in stretta collaborazione con la Segreteria Generale del Sinodo, ha annunciato per il 17, 18 e 24 giugno, una serie di webinar internazionali, durante cui si affronteranno le opportunità, ma anche le sfide dell’ambiente digitale. Accogliendo l’appello di Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, sulla dignità umana e la custodia della persona nell’era dell’Intelligenza Artificiale, l’iniziativa mira a diffondere strumenti validi e know-how per custodire i volti e le voci umane in quella che è la missione della Chiesa che senz’altro può e deve avvalersi delle nuove tecnologie, preservando sempre la sua cifra distintiva, la vicinanza, il rispetto, la cura e favorendo con ogni mezzo l’incontro e la comunione.

Abitare il digitale
L’UMOFC, attraverso la sua Scuola di Sinodalità, desidera offrire in questo spazio, come si legge nel comunicato, alcune chiavi di lettura per imparare ad abitare l’ambiente digitale con un atteggiamento di ascolto, discernimento e cammino condiviso, mettendo in comune i doni che ciascuno può offrire alla missione. I webinar saranno realizzati nelle tre lingue principali, spagnolo, francese e inglese, ciascuno con la partecipazione di esperti di comunicazione, teologi e influencer, che offriranno prospettive diverse.

Il Kit della Sinodalità
Nel corso degli incontri sarà inoltre presentato il Kit della Sinodalità, che fa parte della Biblioteca delle Risorse della Scuola di Sinodalità dell’UMOFC. Si tratta di una raccolta di strumenti pratici pensati in particolare per le donne cattoliche che vivono in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di promuovere e diffondere il concetto e la cultura della sinodalità e favorirne la concreta attuazione, dando alle donne, motore di evangelizzazione e custodi di umanità in un mondo che corre alla velocità di sofisticati algoritmi. Il Kit della Sinodalità nasce dal desiderio di raccogliere e valorizzare gli sforzi e i materiali elaborati nel tempo da diverse scuole di sinodalità, fin dall’inizio del cammino sinodale. In questa prima edizione vengono proposti sei moduli dedicati al Cammino Sinodale e alle sue tappe, alla Conversazione nello Spirito, all’arte della facilitazione, al Documento Finale del Sinodo, agli orientamenti per l’attuazione e al rapporto del “Gruppo 5” sulla partecipazione delle donne alla vita e alla leadership della Chiesa. I materiali raccolgono e organizzano in un unico spazio risorse già disponibili della Segreteria Generale del Sinodo e di diverse scuole di sinodalità con cui l’UMOFC collabora. Offrono inoltre indicazioni a coloro che desiderano entrare in contatto con tali realtà per ricevere ulteriore formazione, avviare collaborazioni o richiedere un accompagnamento personalizzato.

Rafforzare le comunità attraverso la rete
Ogni incontro sarà inaugurato da monsignor Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, e si concluderà con l’intervento di Mónica Santamarina, presidente generale dell’UMOFC. In sintonia con la riflessione proposta dalla nuova enciclica “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV la stessa Mónica Santamarina in occasione del lancio dell’iniziativa afferma: “Possiamo utilizzare i social media per rafforzare la comunità oppure per amplificare il nostro ego. Possiamo usarli per ascoltare o per imporre la nostra voce. Possiamo condividere i doni che abbiamo ricevuto oppure competere per attirare l’attenzione. Nell’UMOFC facciamo nostra questa sfida e desideriamo rispondervi con speranza e impegno. Per questo promuoviamo spazi come questi webinar, nei quali possiamo riflettere, dialogare e discernere insieme. Questa è anche la nostra speranza per il mondo digitale. Non siamo condannati a una tecnologia disumanizzante. Siamo chiamati a umanizzare la tecnologia attraverso la nostra presenza, le nostre decisioni e i nostri doni”.

Se la dieta mediterranea fa bene anche al turismo

Se la dieta mediterranea fa bene anche al turismo

È già successo a capitalismo e comunismo: passata la sbornia ideologica, si sono mostrate incapaci di salvare la capra della massa e il cavolo dell’identità. Non a caso, entrambe nascono dall’assolutizzazione del mercato, che lo sposino o lo avversano, e non riescono a far pace con la ricerca di una identità personale. Ora tocca al turismo. Il quale scopre che i numeri non dicono tutto. E soprattutto non assicurano la rimuneratività dell’investimento nel medio termine. Lo segnala Vito Amendolara, presidente dell’Osservatorio Dieta Mediterranea: «Per anni il turismo è stato misurato quasi esclusivamente attraverso i grandi numeri: più visitatori, più presenze, più flussi. Oggi, tuttavia, i limiti dell’overtourism sono sempre più evidenti. La concentrazione dei visitatori in poche destinazioni produce congestione, perdita di identità, pressione sulle comunità locali e una progressiva standardizzazione delle esperienze. Parallelamente sta emergendo una nuova domanda turistica. Sempre più persone cercano autenticità, relazioni, qualità della vita, paesaggi integri, ritmi più lenti e un contatto diretto con le comunità locali. Non desiderano semplicemente visitare un luogo, ma viverlo». Si chiama undertourism ed è una nuova visione del turismo che valorizza aree interne, piccoli centri, borghi, territori rurali e destinazioni meno conosciute, trasformandoli in luoghi di esperienza autentica e sostenibile. La ristorazione, ovviamente, è investita in pieno da questa trasformazione e la Dieta mediterranea, da sedici anni patrimonio Unesco, gioca le sue carte. L’Osservatorio Nazionale della Dieta Mediterranea ha proposto recentemente il Menù della Dieta Mediterranea come punto forte dell’undertourism e ha lanciato una rete di “Ristoranti Messaggeri della Dieta Mediterranea”. Accarezzano la ricerca di identità del turista: un’esperienza che permette di immergersi e far parte di un territorio e della sua Storia, ma anche beneficiare degli effetti che alcuni cibi hanno sulla nostra salute. Oltre il brand del biologico, oltre la cultura slow, oltre il mito (spesso abusato) dell’eccellenza si va sul concreto.
Amendolara guarda anche alle ricadute sociali del fenomeno: «Non si tratta di un turismo minore, ma di un turismo di maggior valore, che non consuma i territori ma li valorizza. Un turismo che distribuisce opportunità economiche, genera occupazione locale, favorisce la permanenza delle giovani generazioni e contribuisce a preservare il patrimonio culturale, ambientale e sociale delle comunità. In questo nuovo paradigma il cibo assume un ruolo centrale la ristorazione non rappresenta più soltanto un servizio, ma può diventare un vero attrattore territoriale». Tutto vero, ma anche perché dopo aver vissuto per decenni incolonnati verso la Riviera Romagnola o rannicchiati sul metro quadrato affittato a peso d’oro su una spiaggia ligure, gli italiani hanno imparato ad acquistare esperienze e a variarle. A partire da quella gastronomica. Che contiene spesso valori etici, come il rispetto dell’ambiente e della stagionalità, incompatibili con il turismo di massa.
«Ogni ristorante che aderisce alla nostra rete – spiega Amendolara – può diventare una porta di accesso al territorio, ogni menù può trasformarsi in un itinerario culturale, ogni esperienza gastronomica può diventare un’occasione per conoscere produzioni locali, tradizioni, percorsi naturalistici, patrimoni storici e comunità. Nasce così una nuova visione dello sviluppo territoriale: non più il turismo delle folle, ma turismo delle relazioni». La sfida lanciata dall’Osservatorio Nazionale della Dieta Mediterranea è quella di fare del Menù un Simbolo di questo cambiamento, promuovendo quei territori che sapranno conservare la propria identità. Ma c’è dell’altro: la Dieta Mediterranea – ricca di cereali integrali, frutta e verdura, legumi e frutta a guscio, pesce e carne bianca uova, latte e olio extravergine di oliva – è stata accreditata dal rapporto della commissione Eat-Lancet 2025, composta da 70 esperti di 35 Paesi, come un’alimentazione sana, sostenibile e equa, in aperto contrasto con i cibi ultraprocessati. Ecco perchè l’Osservatorio ambisce a farne un caposaldo dell’undertourism.
Avvenire

Più sangue donato vuol dire più cure

Più sangue donato vuol dire più cure. Perché l'Avis chiede di rafforzare la raccolta

Avvenire

Nonostante 1,3 milioni di donatori, 900 tonnellate di plasma raccolte nel 2025, e più di 2 milioni di donazioni di sangue, serve «continuare a investire nell’autosufficienza nazionale di plasma», valorizzando la donazione volontaria, «una risorsa preziosa per il Servizio sanitario, un principio che costituisce il fondamento del sistema trasfusionale italiano e contribuisce a garantire equità, sicurezza e disponibilità delle cure per migliaia di pazienti». È il messaggio lanciato da Oscar Bianchi, presidente nazionale dell’Avis, in occasione della Giornata del donatore. Un appuntamento, ha evidenziato Bianchi, per «tutelare questi principi, la piena applicazione della legge 219 e i donatori stessi, garantendo un utilizzo etico e trasparente dei dati e contrastando ogni tentativo di sfruttamento commerciale del dono». Allo stesso tempo, c’è la necessità di «rafforzare la raccolta associativa, e assicurare la sostenibilità del sistema attraverso il rapido aggiornamento delle tariffe attualmente all’esame del ministero della Salute», che servono a ristorare i costi vivi sostenuti dalle associazioni.
Perché difendere il dono, ha infine dichiarato Bianchi, «significa garantire al Paese un sistema fondato sulla solidarietà, sulla sicurezza e sulla responsabilità collettiva». Nei giorni scorsi l’Avis si è fatta promotrice di iniziative di informazione e sensibilizzazione per diffondere la cultura del dono e rafforzare la consapevolezza sull’importanza della donazione. Oggi a bordo degli aerei Ita Airways, verrà diffuso un messaggio dedicato. La campagna sarà inoltre visibile nelle lounge degli aeroporti di Roma Fiumicino e Milano Linate attraverso espositori e spot informativi. Numerosi monumenti e sedi istituzionali in tutta Italia saranno illuminati di rosso per celebrare la ricorrenza, come moltissime saranno le iniziative, gli eventi di piazza, i convegni che avranno luogo nelle oltre 3.300 sedi italiane. I contenuti della campagna saranno inoltre rilanciati sui social network dai partner di Avis. E in molte province verranno organizzate raccolte straordinarie di sangue.
«Possono servire fino a 900 donazioni di plasma per trattare una persona con una particolare patologia per un anno. Il gesto del donatore è quindi direttamente collegato alla terapia del paziente», ha dichiarato il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani. «Dal plasma, non sintetizzabile in laboratorio – ha aggiunto, sottolineando l’importanza di continuare a promuovere la cultura della donazione – si ottengono medicinali essenziali e spesso insostituibili come immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione e altre proteine utilizzati per trattare numerose patologie, comprese molte malattie rare. Circa l’80% del plasma raccolto è destinato proprio alla produzione di plasmaderivati». Trasformare il plasma in farmaci impegna in Italia 4 stabilimenti produttivi, oltre 1.700 addetti e investimenti superiori a 500 milioni nel periodo 2021-2026.
Un appello a donare arriva anche dal Policlinico universitario Gemelli di Roma – affiancato dal Gruppo donatori di sangue “Francesco Olgiati” Odv – che ha lanciato la campagna “Rimetti in circolo la vita. In ogni goccia c’è un domani che scorre”. Chi donerà si assicurerà anche un voucher per visitare i Musei Vaticani a un prezzo ridotto e senza attendere la coda.

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Il pallone globale cancella i tempi morti: il calcio abdica alla sua anima

Il pallone globale cancella i tempi morti: il calcio abdica alla sua anima

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C’era una volta il tempo sospeso del calcio. Quel respiro profondo che separava un fallo dalla ripresa del gioco, quel conciliabolo fitto tra arbitro e capitano, persino quella furbizia un po’ teatrale del difensore che guadagnava secondi preziosi rotolandosi sul manto erboso. Elementi che per un secolo abbiamo chiamato “mestiere”, “tattica” o, più romanticamente, “pathos”. Ma nel Mondiale più ipertrofico della storia – 48 squadre sparse tra i grattacieli statunitensi, l’altitudine del Messico e le foreste canadesi –, tutto questo diventa archeologia. Il calcio volta pagina.
Il nuovo padrone del campo si chiama tempo. Ha debuttato infatti un pacchetto di regole e prassi che ridefiniscono i confini del gioco. La parola d’ordine, declinata con ossessiva insistenza dalla FIFA, è “spettacolarizzazione”. Tradotto per il grande pubblico: azzerare i tempi morti, velocizzare la manovra, garantire emozioni continue. Tradotto per gli azionisti e i colossi radiotelevisivi: blindare i palinsesti, rendere il prodotto appetibile per le generazioni social e, soprattutto, evitare che lo spettatore distolga lo sguardo dallo schermo.
Il Mondiale, del resto, è sempre stato usato come momento di svolta arbitrale. A Sudafrica 2010, il gol di Lampard non visto in Germania-Inghilterra accelerò l’entrata della tecnologia nel calcio: da Brasile 2014 addio ai gol fantasma. Russia 2018 portò con sé la Var, con l’immediata sensazione che non saremmo più tornati indietro. Quattro anni fa, in Qatar, il fuorigioco semi-automatico, la prima donna direttrice di gara, e i mega recuperi, in alcuni casi pericolosamente vicini al tempo effettivo, vedi i ventisette minuti di Inghilterra-Iran.
Clamoroso quello che accadde nel 1992. La norma che vieta il passaggio indietro al portiere volontario (o meglio, che impedisce in questo caso al portiere di raccogliere o toccare il pallone con le mani) è stata introdotta dopo i Mondiali del 1990, deludenti per spettacolo e media gol a partita. Come ricorda Angelo Carotenuto nel suo “I Mondiali immaginari”, fu calcolato infatti che il portiere Bonner, irlandese, trascorse 6 minuti complessivamente con il pallone in mano durante la partita con l’Egitto, per proteggere lo 0-0. Da allora il ruolo dell’estremo difensore è mutato completamente, e con esso lo stile della costruzione del gioco “dal basso”, come si dice oggi. Lo stile ha prodotto più gol, i gol sono diventati highlights, che a loro volta sono diventati contenuti. I contenuti sono diventati prodotto commerciale. Sono nati i diritti tv e i premi, la privatizzazione della Premier League, e la Champions League sempre più ampia. Il 1992 è l’anno dello slittamento definitivo del calcio da gioco popolare a industria dell’intrattenimento globale. Tutto per un passaggio all’indietro vietato.
 Ora è il momento del Mondiale nordamericano, con al centro soprattutto la guerra totale dichiarata ai “furbetti” del cronometro. Gli arbitri fanno scattare un countdown visibile di 5 secondi per le rimesse e i rinvii dal fondo: chi sgarra subisce l’inversione del possesso o, nel caso del portiere, concede un surreale calcio d’angolo agli avversari. Una punizione draconiana, che trasforma un dettaglio in una potenziale occasione da gol. Non meno severo il protocollo per le sostituzioni: 10 secondi per uscire dal campo, pena un “esilio” forzato del subentrante per un minuto intero, lasciando la squadra in dieci.
Ultima fattispecie: gli infortuni tattici e gli interventi medici che ritardano la ripresa. Pugno di ferro anche qui. Se c’è un infortunio, il giocatore soccorso deve restare un minuto fuori dal campo, a meno che il fallo sia stato punito con il cartellino giallo o rosso. Pierluigi Collina, capo degli arbitri mondiali, ha spiegato alla stampa internazionale il vero obiettivo di queste novità: “Puntiamo sull’effetto deterrente e pensiamo che queste regole non saranno applicate molto spesso, perché i giocatori non perderanno più tempo”. Insomma, una sorta di quarantena per smascherare i simulatori.
A prima vista, sembrano riforme di buon senso. Chi non è stanco delle sceneggiate a bordo campo? Eppure, grattando la superficie, emerge una logica industriale che fa tremare i polsi ai puristi. Il calcio, per sua natura, è uno sport a basso punteggio, fatto di attese, di micro-battaglie psicologiche, di pause in cui la tensione si accumula. Imporre il ritmo sincopato dei giochi americani significa snaturarne l’essenza. Significa piegare lo sport alla dittatura del marketing, trasformando l’evento in un gigantesco aggregatore di “highlights” da consumare rapidamente davanti al computer.
Questa mutazione antropologica non risparmia nemmeno l’etica. Tra le norme spicca il cartellino rosso diretto per chi si copre la bocca con le mani o con la maglia durante un litigio. Una misura nata con nobili intenti – contrastare il razzismo e gli insulti indicibili al riparo del labiale –, ma che introduce una censura totale, privando l’atleta dell’ultimo baluardo di privacy emotiva in un’arena totalmente digitalizzata. Tutto deve essere visibile, tutto deve essere vivisezionato dal “Super VAR”, i cui poteri si estendono persino alla correzione dei corner o ai blocchi a palla ferma.
Altra novità del Mondiale nordamericano: lo stop attorno al 22’ di ogni tempo per concedere 3 minuti per dissetarsi contro il caldo. Con il clima del Mondiale, è sacrosanto. Ma il sospetto (fondato) è che non sia la salute degli atleti la ragione ispiratrice, ma la possibilità di avere pause per introdurre ricchissimi spot pubblicitari in tv. Insomma, un altro passo verso l’americanizzazione del calcio, tra chi vorrebbe il tempo effettivo e chi i 4 tempi del basket. Un altro sport, appunto.
Siamo comunque all’atto finale della transizione del calcio da rito collettivo e popolare a show-business globale. Un processo che nell’America dei grandi network trova il suo compimento ideale. Per tutelare lo spettacolo e preservare le “stelle” – la vera merce pregiata da esibire in vetrina – la FIFA ha persino previsto una doppia amnistia per i cartellini gialli. I campioni non devono saltare le partite che contano, perché un grande match senza il suo attore principale perde valore di mercato.
Resta da capire se il pubblico tradizionale accetterà questo calcio “iper-regolamentato”, dove il cronometro soffoca l’astuzia e la tecnologia sostituisce l’errore umano. La sfida che si apre oggi va ben oltre la conquista della Coppa. È la scommessa di un pallone che, nel tentativo di conquistare nuovi consumatori globali, rischia di smarrire l’anima profonda che lo ha reso lo sport più amato del pianeta.

A Evian il G7 delle grandi incognite

Il presidente Emmanuel Macron al suo arrivo a Evian

Avenire

Sulla carta si presenta come un G7 più ricco di spunti (e di esiti, si spera) del solito quello che si apre nelle prossime ore sulle rive del lago Lemano, dove per la 51esima volta torna a riunirsi il gruppo dei Sette Paesi più grandi della terra. Ad Evian-les-Bains, in terra di Francia (anche se è un G7 un po’ anche svizzero, perché tutti gli arrivi sono previsti al non lontano aeroporto di Ginevra), il presidente Emmanuel Macron accoglierà stasera dalle 19 all’Evian Resort, sede del summit, gli altri leader che arrivano carichi delle mille tensioni dei mesi scorsi, ma anche di nuove prospettive dischiuse dal memorandum d’intesa fra Usa e Iran (anche se con le ombre della crisi fra Trump e Netanyahu) e, forse, da una nuova compattezza dell’Occidente sull’Ucraina. Nel messaggio della vigilia Macron ha definito questa riunione <un momento di scossa, speranza e collaborazione>. E non a caso il pranzo inaugurale previsto in serata ha come tema “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”. Ci sperano soprattutto gli europei che già guardano alla riapertura piena e allo sminamento dello stretto di Hormuz come mano tesa (anche sul piano operativo delle navi da inviare) a Donald Trump, che in extremis, dopo non poche frizioni con Parigi, ha concesso al padrone di casa l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles, mercoledì sera, fortemente voluta dall’inquilino dell’Eliseo che ha persino spostato le date del vertice per non farle coincidere con gli 80 anni del presidente Usa. E anche una indiretta celebrazione di questo format, nato nel 1975 come G6 (il Canada si unì l’anno dopo) proprio in Francia, a Rambouillet, quando il presidente Valéry Giscard d’Estaing riunì i suoi colleghi leader mondiali.
Se tutto sarà confermato, sarà non soltanto la conclusione di un G7 riuscito. Ma anche la prova concreta che il tycoon non solo si sarà trattenuto fino a fine vertice, cosa affatto scontata visti i precedenti, ma sarà rimasto ben oltre la fine, prolungando i festeggiamenti del suo compleanno con una cena in suo onore con uno scenario irripetibile. Sul posto tutto è pronto. Sono più di 15mila i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazioni, moto, droni, polizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte al «rischio terrorismo e a quello di sabotaggio o cyberattacco». I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa e che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana”, perché proprio lì fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti. Prima di cena Trump visiterà la reggia, in particolare il Salone degli specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio.
Domani, martedì, a Evian, la giornata sarà dedicata ai dossier internazionali. E si dovrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron: l’incontro di Trump con l’ucraino Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento è probabile, ma non ancora confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei “Volenterosi” non sempre così scontata. Quanto al Medio Oriente, gli europei sono pronti ad applicare i loro piani di gestione della sicurezza a Hormuz, ma il clima sulle rive del lago Lemano dipenderà molto dalle notizie di prima mano che porterà Trump. Sul resto, da Washington è giunto un riconoscimento al lavoro di Macron con il forte apprezzamento della Casa Bianca per la decisione <intelligentissima e pertinente> di Parigi di mettere nell’agenda dei lavori gli squilibri commerciali a livello mondiale – tema molto caro a Trump -, non soltanto per i dazi agli europei, ma soprattutto per le frizioni con la Cina e la sua sovraproduzione. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e il leader dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sidi; e, forse, Qatar ed Emirati arabi (mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu). Il tutto per via dell’allargamento voluto da Macron che fa di questo summit anche una sorta di pre-G20: tra le presenze, anche quelle di Luiz Inàcio Lula da Silva (il presidente del Brasile è stato il primo ad arrivare oggi, alle 10,30), William Ruto, presidente kenyota, e Lee Jae-myung, presidente della Corea del Sud, oltre ovviamente ai vertici europei rappresentati da Ursula von der Leyen e Antonio Costa. Un allargamento conseguenza anche del minor impatto del G7 che, quando nato, rappresentava come insieme di Paesi circa il 60% del Pil mondiale e oggi non supera il 44 per cento, mentre cresce il peso delle grandi economie del Sud e dell’Est del pianeta.
L’attesa è grande, ovviamente, anche per un eventuale faccia a faccia fra la nostra Giorgia Meloni e Trump, dopo le forti frizioni dei mesi scorsi che hanno ibernato quel “ponte ideale” che Palazzo Chigi voleva costruire fra gli Usa e l’Europa. Sul tavolo gli argomenti non mancherebbero, a partire dall’impegno sulle spese militari che vede l’Italia restia anche ad accedere ai prestiti europei di Safe, che sono a interessi bassi e con rimborsi ultradecennali, una resistenza che sta provocando lo scontento anche del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Visto il formato ristretto, i contatti fra Meloni e Trump saranno per forza di cose stretti, ma ben diverso peso politico avrebbe un vero bilaterale, per ora non annunciato. Altro momento topico sarà la sessione conclusiva di mercoledì mattina, dedicata al tema “Garantire una diffusione sicura, rapida ed efficace dell’intelligenza artificiale”. Un tema a cui annette molta importanza anche l’Italia. Secondo quanto riferito da funzionari francesi, dovrebbero partecipare anche dirigenti di aziende leader nel settore dell’IA come Anthropic (forse lo stesso Dario Amodei, reduce dai recenti problemi tecnici avuti con l’amministrazione Usa), Open AI (Sam Altman), Google (Demis Hassabis) e Mistral AI (Arthur Mensch), per cercare una linea di gestione comune di questa nuova realtà sempre più prepotente.

Crolla il petrolio e volano le Borse: l’effetto pace sui mercati

Crolla il petrolio e volano le Borse: l'effetto pace sui mercati

Avvenire

Il petrolio crolla, le Borse corrono, gli investitori tirano un sospiro di sollievo. L’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per mettere fine a una guerra che da quasi quattro mesi scuote il Medio Oriente ha provocato una delle reazioni più nette degli ultimi mesi sui mercati finanziari internazionali. A innescare l’euforia è stata soprattutto la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz, l’arteria energetica attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio commerciato nel mondo. Dall’inizio del conflitto, scoppiato dopo gli attacchi congiunti statunitensi e israeliani contro l’Iran a febbraio, il passaggio era stato progressivamente bloccato, alimentando timori di scarsità dell’offerta e spingendo le quotazioni del greggio verso livelli che non si vedevano da tempo.
La svolta è arrivata nella notte con l’annuncio di un’intesa preliminare tra Washington e Teheran. «Con l’apertura dello Stretto di Hormuz, prevista per venerdì, in concomitanza con la firma dell’accordo e per consentire le operazioni di sminamento, il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio sia della regione che del resto del mondo», ha scritto Donald Trump sul social Truth. Parole che sono bastate a cambiare radicalmente il sentiment degli operatori. Il mercato ha immediatamente scontato il ritorno di consistenti flussi energetici e la riduzione del rischio geopolitico in una delle aree più sensibili del pianeta.
Il risultato si è visto anzitutto sul petrolio. Il Wti americano con consegna a luglio è precipitato a 80,76 dollari al barile, in calo del 4,85%, mentre il Brent del Mare del Nord è sceso a 83,50 dollari, con una flessione del 4,39%. Un movimento brusco che riflette la convinzione degli investitori che la riapertura di Hormuz possa contribuire a normalizzare gli approvvigionamenti energetici dopo mesi di tensioni. L’onda positiva si è propagata rapidamente alle piazze finanziarie. In Asia Tokyo ha chiuso con un balzo vicino al 5%, mentre Seul ha guadagnato oltre il 5%. Bene anche i listini cinesi, favoriti dalla prospettiva di costi energetici più bassi e da un contesto internazionale meno incerto.
La stessa dinamica si è registrata in Europa. Lo Stoxx 600, l’indice che raccoglie le principali società quotate del continente, è salito ai massimi da fine febbraio. Francoforte ha aperto stamane in rialzo di oltre l’1,7%, Parigi dell’1,3%, Londra dello 0,7%. A Milano il Ftse Mib ha avviato la seduta con un progresso superiore all’1,4%, trainato soprattutto dai titoli industriali e dai gruppi più esposti al ciclo economico. In evidenza Stellantis, Ferrari, Buzzi e Brunello Cucinelli, sostenuti dall’aspettativa che una riduzione dei costi energetici possa favorire crescita e consumi. Di segno opposto la reazione dei titoli petroliferi. Eni ha ceduto oltre il 4%, mentre Saipem e Tenaris hanno registrato flessioni superiori al 2%. Un andamento quasi inevitabile: se per l’economia globale un greggio meno caro rappresenta una buona notizia, per le società legate all’estrazione e ai servizi energetici significa prospettive di margini meno generosi.
La reazione dei mercati va oltre il semplice andamento del petrolio. Gli investitori intravedono infatti la possibilità che il rientro dell’emergenza energetica contribuisca ad allentare le pressioni inflazionistiche che hanno accompagnato la guerra. Un greggio più basso riduce i costi di trasporto e produzione, alleggerendo uno dei principali fattori di tensione sui prezzi. Non a caso sono saliti anche i mercati obbligazionari, mentre sono diminuite le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte delle banche centrali. La prospettiva di un’inflazione meno aggressiva offre maggior margine di manovra agli istituti monetari proprio nella settimana in cui sono attese importanti decisioni di politica economica negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone. Resta tuttavia un elemento di cautela. L’accordo annunciato tra Washington e Teheran è ancora preliminare e dovrà essere formalmente firmato nei prossimi giorni. Restano inoltre aperti nodi cruciali, dal programma nucleare iraniano alle modalità di gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz. Ma per ora i mercati hanno scelto di guardare al dato più immediato: dopo mesi di guerra e di paura per le forniture energetiche mondiali, il petrolio potrebbe tornare a scorrere. E questo, almeno per gli investitori, basta per festeggiare.

Non ti conosco da un po’

Non ti conosco da un po’

“Poi ti scrivo una cosa fuori luogo, perché non ti conosco da un po’”, io sorrido alla lettura di quella frase, ripeto mentalmente “non ti conosco da un po’”, sottolineando quel “non” che pare essersi infilato non invitato e rispondo, immediatamente, stupidamente “è un refuso bellissimo, ne farò un articolo”. Ma non era un refuso. Chi mi scriveva quel messaggio voleva proprio dirmi che mi stava scrivendo un messaggio anche se, da un po’ di tempo, non mi conosceva più come credeva di conoscermi un tempo. Cercava di proteggere le sue parole da un’indebita invasione, ammetteva, con frase cristallina, la possibile fragilità della sua tesi. Accettava di parlare da un terreno franoso: quello che io ero diventato a lei sfuggiva, e così rischiava di andare fuori bersaglio. Il cuore del messaggio non importa.
Neppure di quanto abbia mancato il centro, non è quello che conta, è l’intenzione che va salvaguardata, l’approccio relazionale. Io non ti conosco da un po’. E proprio in nome di questo mistero misuro le parole e accetto il rischio di sbagliare: ma te lo dico, mi espongo, quasi mi scuso in anticipo. Ho pensato a quante volte, al contrario, mi capita di incontrare persone che credono di conoscere, che sono convinte di sapere, che si atteggiano a quelle che hanno capito tutto. Ho ripensato a tutti gli incontri, sono i peggiori, in cui qualcuno viene con le idee chiare e, spesso, mettendosi nel ruolo della vittima, cerca in me un alleato contro il “sistema”.
Contro i parroci e le parrocchie e i vescovi, contro chi sta distruggendo il sacro, contro chi è politicamente nel posto sbagliato… di solito mi irrigidisco. Sempre, questi incontri che non incontrano, mi intristiscono. Quando cerchiamo solo alleati e non confronti, quando tentiamo di ammiccare volendo farci accettare, quando crediamo di avere tutto chiaro, lì è la fine. “Non ti conosco da un po’” mi pare la frase da tenere incastrata nel cuore quando ci avviciniamo al mistero della vita dei fratelli. Ho ripensato a tutte le volte che io ho espresso giudizi troppo netti sulle persone, alle volte che ho dato per scontato di conoscere il mistero che ognuno è, all’automatismo innescato da quella frase terribile “ormai ti conosco da un po’…” che andrebbe saggiamente sabotata da un “non”: io non ti conosco da un po’ e, davvero, per fortuna, non ti conoscerò mai davvero del tutto. In mattinata avevo letto le primissime pagine, maestose, di un vecchio libro del teologo Hans Urs Von Balthasar, “Punti Fermi”, le sue parole ruotavano attorno a una poesia di Matthias Claudius:
“Vedete là in alto la luna?
Per metà soltanto la scorgete,
ed è pur rotonda e bella!
Quante cose
leggermente irridiamo
perché con gli occhi non vediamo”
Von Balthasar parla del modo di affrontare i problemi della Chiesa intesa come struttura e commenta:
“Ci lambicchiamo il cervello e ci rompiamo il capo su «problemi di struttura» della Chiesa, quasi che la Chiesa fosse in sé una struttura e non piuttosto, per sua natura, il dono trasparente di se stesso che Dio fa spontaneamente a noi – molto prima che la Chiesa diventi la nostra risposta, che è adeguata solo quando pronuncia il sì, il grazie e l’amen dell’amore”.
A volte, purtroppo, è proprio questo che non vediamo: la parte nascosta e misteriosa delle persone e della Chiesa: “il dono trasparente di se stesso che Dio fa spontaneamente a noi”. Smarrire questo è perdere l’essenziale, è renderci incapaci di vivere nell’amen dell’amore

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