Incontri sacerdoti sposati per la riforma della Chiesa

Di seguito  il Calendario Incontri 2025 

–  22 Febbraio 2026 – Fiera Milano Rho

– I meeting sono con costi vitto e alloggio e spese di viaggio a carico di tutti i partecipanti. Per iscrizione all’incontro dopo aver versato quota annuale di 50 Euro (solo per i non iscritti al Movimento) scrivi a sacerdotisposati@gmail.com  – cell.+39 3534552007

Programma: 

Ore 10 Incontro

Ore 11,30 – 12,30: colloqui personali

Ore 13 Pranzo insieme in ristorante del posto (Costo a carico dei partecipanti per il Pranzo 35 Euro)

La redazione 

(Effettuare pagamento da qui versando quota di iscrizione di 50 euro e inviare comunicazione dell’avvenuto pagamento sacerdotisposati@gmail.com )

Sempre più parrocchie devono far fronte alla carenza di sacerdoti. Chiesa Cattolica romana apra senza riserve alla riammissione dei preti sposati nel ministero


Comunicato stampa  Roma 19 febbraio 2026
Il Movimento Internazionale dei sacerdoti ha ripreso tramite settimananews.it dal sito Katholisch.de (9 febbraio 2026) l’intervista che Madaleine Spendier ha fatto al teologo pastoralista Paul Michael Zulehner. Uno dei più noti fra i pastoralisti austriaci e di area tedesca, già docente di Teologia pastorale alla Facoltà di Teologia a Vienna, apre ad un ministero di presidenza ecclesiale diverso dall’attuale figura del prete celibe, il ministero laicale delle “personae probatae”. Solo comunità ecclesiali vive e coinvolgenti saranno in grado di coltivare e riconoscere quanti e quante potranno essere al servizio del Vangelo e dei credenti.

Sempre più parrocchie devono far fronte alla carenza di sacerdoti. Il celibato è una delle ragioni di questa carenza. È teologicamente incomprensibile che questo stile di vita per i sacerdoti sia per noi più importante della capacità delle comunità credenti di celebrare l’eucaristia. Se è vero che l’eucaristia è il cuore pulsante della fede, allora dobbiamo affrontare questo problema. Un contributo alla soluzione del problema potrebbe essere dato secondo don Serrone, sacerdote sposato, dalla riammissione al ministero pastorale attivo nelle parrocchie senza preti, dei sacerdoti sposati con regolare percorso canonico di dimissioni, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso.

Non è la prima volta che si sentono racconti di preti che “lasciano” perché soli e, proprio perché soli, si sono innamorati

altropensiero.net

Di preti che lasciano la tonaca si hanno diverse notizie. Dopo quella clamorosa di don Alberto Ravagnani, arriva un’altra notizia, questa volta da Treviso. Si tratta di don Giovanni Gatto. Qui la storia è un po’ diversa. Mentre per don Alberto Ravagnani non si è capito bene quali siano i motivi precisi dell’abbandono, nel caso di don Giovanni Gatto sono chiarissimi. Questione di solitudine e di celibato. Ha chiesto la dispensa a papa Leone e dice di aver ricevuto moltissimi messaggi di altri preti che si trovano in situazioni affettivamente difficili.

Non è la prima volta che si sentono racconti di preti che “lasciano” perché soli e, proprio perché soli, si sono innamorati.

Vorrei fare qualche considerazione dal mio punto di vista di vecchio che, forse – dico forse – ha meno problemi di un prete giovane, non per meriti suoi, ma per i meriti molto banali dell’anagrafe. La vecchiaia porta – sempre forse – un po’ di tranquillità affettiva ma, insieme, anche un colpo d’occhio più vasto semplicemente perché si hanno alle spalle un po’ di anni, molti anni, ahimè.

Il prete solo. Solo? Veramente, in parrocchia mi sembrava di fare i conti non tanto con la troppa solitudine, ma con la troppa compagnia. Certo la compagnia dei colleghi del consiglio di amministrazione o del consiglio pastorale o del gruppo liturgico o dei catechisti non è quella di una donna che si ama, che si accarezza, che ci accarezza e con la quale si fa anche qualcosa di molto altro. E’ vero, verissimo. Ma il prete non è solo. Soprattutto da giovane avevo imparato una parolina magica che permetteva di dare senso alla mia solitudine: sublimazione. Cioè. Il prete deve trovare piacere nel suo “mestiere” di prete, le cose che fa devono piacergli, devono riempire la sua vita. Certo: non la riempie tutta e qualche angolino di affetti sacrificati resta. A quel punto il sacrificio e, diciamolo pure, la sofferenza e anche il rischio di qualche cedimento c’è. Ma arriva alla fine, non all’inizio. Una vita affettiva passata solo a suon di sofferenze è un inferno. E inferno resta anche se vissuta da un prete. E se poi, in una vita di parrocchia “piena” e bella, complessivamente realizzata, arriva qualche debolezza, è una debolezza da cui è possibile uscire. Non è la fine del mondo. Credo che nessun prete andrà all’inferno per quel peccato lì.

Il grosso guaio, dunque, non è la solitudine, ma una solitudine desertificata, senza relazioni, piena di potere ma senza legami o con legami solo formali, istituzionali, freddi: il che è come non averne. Quel potere a cui noi preti siamo così spesso e così patologicamente attaccati. “Decido io”, “il parroco sono io”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questi proclami da piccoli, risibili ras di provincia. Poi, alla fine ci troviamo soli. Ma di chi è la responsabilità della nostra solitudine?

A questo punto arriva il don Giovanni di turno – il don Giovanni Gatto, intendo dire – che proclama: il celibato non va, dobbiamo vivere in pienezza la nostra affettività. Ho la sensazione che non sia il modo migliore per rispondere al problema del celibato. Infatti, potrei dire: il prete può sposarsi. Ma potrei anche dire: chi è sposato può diventare prete. Quando dico che il prete può sposarsi propongo una soluzione che interessa, in prima battuta, il prete e interessa la Chiesa solo di conserva. Quando dico che chi è sposato può diventare prete propongo una soluzione che interessa in prima battuta la Chiesa e il prete solo di conserva.

Non è la stessa cosa. La mia preferenza di prete, di uomo di Chiesa, è per la seconda soluzione. Preferisco non essere io al centro con la mia rivendicazione di matrimonio, ma preferisco che al centro ci sia la Chiesa, con la sua rivendicazione di un servizio alla comunità cristiana. Dico questo, forse, perché, appunto, sono vecchio. Ma, in questi anni in cui i miei conti stanno per chiudersi, mi accorgo acutamente che i miei conti con coincidono con quelli della Chiesa. E non devono coincidere. E quindi. Può darsi che il celibato finisca. Ma preferisco che finisca perché si fanno preti gli sposati e non perché si fanno sposare i preti. Detto in altri termini: rivendicare con tanta enfasi il matrimonio per i preti è una istanza ancora clericale. Motivata finché si vuole, ma clericale.

Con una ulteriore annotazione. Le donne, in questo dibattito, dove sono? Non ci sono, mi sembra. O sono oggetto di conquista o mezzo di consolazione affettiva per il prete in crisi o non ci sono. Le donne, anche in questi casi, sono al margine. Invece in una comunità viva le donne ci sono e come. E contano moltissimo. Il dibattito sul celibato, così come si fa abitualmente e come si sta facendo in questo caso, sarà fondamentale per il prete, ma è ambiguo per le donne. E fa dimenticare il molto, il moltissimo che le donne fanno per la chiesa. Si parla molto di donne quando una di loro si innamora di un prete. Ma bisognerebbe parlarne in maniera diversa, a prescindere.

Allora: auguri a don Giovanni, che sia felice e che la sua donna sia felice con lui. Ma se vorremo risolvere il problema del celibato dovremo dimenticare un po’ lui e pensare un po’ di più alla Chiesa.

È morto il filosofo Antiseri, interprete del pensiero di Popper

Il filosofo e storico della filosofia Dario Antiseri, morto oggi a 86 anni (Ufficio stampa Rubbettino)

Filosofo e docente alla Luiss di Roma, ha promosso un dialogo tra filosofia, scienza e fede cristiana, sostenendo un relativismo aperto e responsabile. Autore di numerosi saggi e traduttore de “La società aperta e i suoi nemici” di Popper, contribuì a diffondere in Italia il pensiero critico, conciliandolo con la tradizione cristiana e sottolineando come ragione e fede possano camminare insieme arricchendosi reciprocamente
Martina Accettola – Città del Vaticano – Vatican News

All’età di 86 anni, nella notte tra l’11 e il 12 febbrario, è morto Dario Antiseri: filosofo italiano e allievo di Karl Popper, protagonista della riflessione filosofica contemporanea. Docente presso la Luiss Guido Carli di Roma, autore di numerosi saggi tradotti all’estero e biografie, Antiseri ha promosso un dialogo tra filosofia, scienza, cultura e fede cristiana, convinto del valore pedagogico della filosofia e dedito all’applicazione dei valori cristiani nella vita quotidiana e professionale. “Forse i grandi maestri non muoiono mai davvero – ha commentato l’editore Florindo Rubbettino – le loro idee continuano a vivere nel cuore e nella mente di chi le ha ascoltate e a risuonare nelle pagine dei libri che hanno scritto”.

La carriera accademica
Nato a Foligno il 9 gennaio 1941, Dario Antiseri si era laureato in Filosofia nel 1963 presso l’Università di Perugia. Successivamente aveva perfezionato i suoi studi in diverse università europee, tra cui Vienna, Münster e Oxford, concentrandosi su logica matematica, epistemologia e filosofia del linguaggio. Nel 1968 inizia la carriera accademica, insegnando prima a La Sapienza di Roma e poi all’Università di Siena. Dal 1975 al 1986 è stato professore ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova, mentre dal 1986 al 2009 ha ricoperto la cattedra di Metodologia delle scienze sociali presso la Luiss di Roma, dove successivamente dal 1994 al 1998 ha guidato anche la Facoltà di Scienze Politiche come preside. Tra le numerose onorificenze, si ricorda la laurea honoris causa conferitagli nel 2002 dall’Università di Mosca, insieme a Giovanni Reale, amico e collaboratore con il quale ha scritto uno dei manuali di filosofia più studiati nelle scuole e nelle università di tutto il mondo.

Il pensiero filosofico
Allievo di Karl Popper, Dario Antiseri applicò il razionalismo scientifico a diversi ambiti del sapere e dello spirito, promuovendo un relativismo consapevole. Per lui, il relativismo non significava indifferenza, ma apertura e accoglienza delle idee. Profondamente credente, sosteneva che questa modalità di pensiero fosse il presupposto necessario affinché la fede cristiana potesse essere esercitata liberamente e responsabilmente nella vita quotidiana e professionale. Questo approccio è espresso anche in uno dei suoi libri più noti, Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Antiseri fu anche un alfiere della “società aperta”, promuovendo in Italia la visione dei rapporti tra persone e istituzioni appresa direttamente da Popper. Grazie a lui, nel 1973, venne inoltre pubblicata l’edizione italiana del saggio del suo maestro, La società aperta e i suoi nemici, tradotta dallo stesso Antiseri. In un contesto culturale dominato da una visione principalmente marxista, il filosofo permise a generazioni di studenti italiani di accedere a un pensiero che altrimenti sarebbe rimasto marginalizzato o, addirittura, sconosciuto. Antiseri contribuì in questo modo alla diffusione in Italia di autori come Friedrich von Hayek, Ludvig von Mises, Wilhelm Röpke e di tutta la cosiddetta Scuola Austriaca e dell’Economia sociale di mercato.

Il dialogo tra ragione e fede
Come ha ricordato l’editore Florindo Rubbettino: “In un momento storico segnato dal ritorno di vecchi e nuovi dogmatismi e dall’intolleranza, l’insegnamento del maestro Antiseri, costruttore di ponti tra cultura umanistica e scientifica, tra mondo liberale e cattolico, tra università e scuola, è sempre prezioso. Il suo relativismo non contraddice la fede, ma ne costituisce il presupposto ultimo perché essa possa essere esercitata.” Dario Antiseri non fu solo un grande pensatore critico, ma anche un uomo di fede. Uno dei suoi obiettivi principali era conciliare la tradizione cristiana con il pensiero critico moderno. Per lui l’atto del credere non era un atto di cieca devozione, ma una scelta razionale, difendibile e argomentabile attraverso proprio la riflessione. Un esempio significativo della sua visione si ebbe al Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2018, in occasione della presentazione del volume Ripensare il futuro dalle relazioni. Discorsi all’Europa, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana; durante un dialogo con il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, Antiseri sottolineò come il cristianesimo rappresenti la più grande rivoluzione della storia: sin dalle sue origini, ha agito nell’anima e nel cuore degli uomini, plasmando i valori e i costumi dell’Europa. Viceversa, l’allontanamento dalla fede rischierebbe di compromettere le conquiste in termini di libertà e di rispetto. Tutta la sua opera resta un invito a riflettere su come ragione e fede possano camminare insieme, arricchendosi di pari passo e reciprocamente.

 

Rosario Livatino, la giustizia sotto lo sguardo di Dio

Il beato Rosario Livatino

La testimonianza civile e di fede del giudice beato è stata portata al Senato durante un incontro al quale ha preso parte anche monsignor Carmelo Pellegrino, docente alla Gregoriana: “Importante il suo ricordo affinché i magistrati abbiano una profonda coscienza, meglio se cristiana, lontana dalla dimensione del superuomo”. Il procuratore Airoma: “Suscita una devozione ampia e trasversale”
di Matteo Fracadore

Rosario Livatino “è la risposta alla questione morale della magistratura”. Con queste parole il procuratore della Repubblica Domenico Airoma ha descritto il magistrato, indicato anche come il “giudice ragazzino”, ucciso il 21 maggio del 1990 dalla Stidda, organizzazione mafiosa siciliana, sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento. Occasione è stato un incontro organizzato al Senato e dedicato a Livatino, al quale, tra gli altri, ha preso parte anche monsignor Carmelo Pellegrino, docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

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