La svolta comunicativa di Papa Leone XIV e il ruolo di Alvarado: verso un realismo pastorale trasparente che valorizzi i sacerdoti sposati

Giovane e conservatrice: la mossa Alvarado, prima Prefetta laica. Così Papa  Leone rivoluziona la comunicazione | Corriere.it

L’approfondita analisi pubblicata da Silere non possum sulla riorganizzazione della comunicazione vaticana sotto la guida di Papa Leone XIV e del nuovo assetto affidato al Direttore della Sala Stampa e dei Media vaticani evidenzia un cambio di passo decisivo: superare la propaganda e le narrazioni patinate per restituire alla Chiesa un linguaggio di rigore, verità istituzionale e concretezza pastorale. Una comunicazione che non nasconde le complessità, ma le affronta con chiarezza e trasparenza di fronte al Popolo di Dio.

Questo nuovo corso comunicativo ed ecclesiale tocca da vicino una delle realtà più urgenti per la vita concreta delle parrocchie: la gestione della crisi delle vocazioni e il superamento dei tabù legati al ministero presbiterale.

Dialogo cristiano-confuciano, Koovakad: insieme per un mondo più armonioso

I partecipanti al primo colloquio cristiano-confuciano, nella Jeong Hasang Hall dell'Università di Sogang, a Seul (Corea del Sud)

A Seul, in Corea del Sud, il cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha aperto il primo colloquio formale tra le due tradizioni religiose, promosso in collaborazione con l’Accademia Confuciana Coreana Sungkyunkwan: la visione cristiana del “Cielo nuovo e della Terra nuova” e l’ideale confuciano del “Datong” (Grande Unità) “danno voce a una delle aspirazioni più profonde” dell’umanità: “Costruire società pacifiche e solidali”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – Vativan News

La visione cristiana del “Cielo nuovo e della Terra nuova” e l’ideale confuciano del “Datong” (Grande Unità) “nascono in contesti religiosi, filosofici e culturali differenti”. Eppure “entrambi danno voce a una delle aspirazioni più profonde” dell’umanità: “Costruire società pacifiche, inclusive e solidali” che sappiano “edificare un mondo più giusto, più armonioso e più ricco di compassione”. Lo sottolinea il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, nel discorso inaugurale del primo colloquio cristiano-confuciano aperto questa mattina, 4 agosto, presso l’Università cattolica di Sogang, a Seoul, in Corea del Sud. L’incontro, che prosegue fino al 5 agosto, è il primo dialogo formale tra le due tradizioni religiose, promosso dal Dicastero della Santa Sede, in collaborazione con l’Accademia Confuciana Coreana Sungkyunkwan, la Conferenza Episcopale della Corea e l’Università di Sogang.

“Dialogo sul contributo del cristianesimo e del confucianesimo a una società ideale: Nuovo Cielo, Nuova Terra e Datong (Grande Armonia, Grande Unità)” è il tema dell’evento …
Cristianesimo e confucianesimo per una società ideale
Sul tema Dialogo sul contributo del cristianesimo e del confucianesimo a una società ideale: Cielo nuovo, terra nuova e Datong (Grande Unità), si confrontano studiosi confuciani e cattolici, rappresentanti religiosi e operatori del dialogo provenienti da vari Paesi. L’incontro, ricorda il cardinale, si è aperto “con la presentazione della bozza delle Linee guida per il dialogo cristiano-confuciano: un importante traguardo accademico e un passo significativo nel nostro comune cammino di ascolto e di comprensione reciproca”. Al termine della due giorni verrà pubblicata la versione definitiva della Guida, chiarisce il segretario del Dicastero, monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage.

Religioni che ispirano una vita di servizio al bene comune
Il porporato indiano, nel suo discorso, ribadisce che cristianesimo e confucianesimo, due delle grandi tradizioni di civiltà del mondo, “hanno profondamente plasmato lo sviluppo morale, culturale e sociale delle società e continuano ancora oggi a ispirare una vita di virtù e di servizio al bene comune”. Ma il dialogo tra queste due tradizioni “è rimasto finora limitato”, e può essere fondato “sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso per la fraternità e la piena fioritura della persona umana”. Koovakad chiarisce che sia l’ideale confuciano del Datong (Grande Armonia o Grande Unità), sia la visione cristiana del Cielo nuovo e della terra Nuova, sono nati “all’interno di comunità chiamate ad affrontare profonde crisi sociali, politiche e morali”. In entrambi i casi, le tradizioni ereditate “sono state reinterpretate creativamente per delineare un orizzonte di speranza capace di guidare le persone attraverso l’incertezza e il cambiamento”.

Datong: la Grande Armonia nella tradizione confuciana
Confucio, spiega il prefetto, “si rivolse al patrimonio classico per recuperare un’immagine convincente della società ideale” che i suoi discepoli continuarono a sviluppare durante il turbolento periodo degli Stati Combattenti. Nel capitolo Li Yun («L’evoluzione dei riti») del Libro dei Riti (Liji) questa visione viene espressa attraverso l’immagine dell’epoca «in cui la Grande Via (Dao) prevaleva sotto il Cielo», dando origine al Datong, una società governata da valori etici, dalla giustizia e dal bene comune. Il lavoro “era condiviso senza egoismo e le porte delle case rimanevano aperte”. Le persone “lavoravano con impegno, non per il proprio vantaggio, ma perché ritenevano giusto mettere a frutto le proprie capacità”. Viene insomma descritta una “visione integrata della rettitudine, che abbraccia la formazione personale, le relazioni umane e il buon governo”. L’ideale del Datong, quindi, propone “un orizzonte socio-morale ed estetico fondato sulla relazionalità, sulla responsabilità e sul bene comune, riconoscendo l’umanità come una comunità interconnessa, il cui benessere dipende dalla reciproca solidarietà”.

Cielo nuovo e terra nuova nell’Apocalisse
Nel Libro dell’Apocalisse, chiarisce poi il cardinale Koovakad, Giovanni di Patmos, alla fine del I secolo, rivolgendosi alle comunità cristiane dell’Asia Minore, sotto la pressione dell’Impero Romano, rappresentato come “Babilonia”, propone “una speranza nuova attraverso una rinnovata lettura delle promesse profetiche di Israele alla luce della morte e della risurrezione di Cristo”. Al culmine della sua visione “annuncia la venuta di «un cielo nuovo e una terra nuova», dove Dio dimora in mezzo agli uomini, asciuga ogni lacrima e rinnova la creazione nella giustizia, nella pace e nella comunione”. E’ il “compimento definitivo del disegno salvifico di Dio”. Giovanni vuole rassicurare i lettori che “Babilonia”, l’oppressione, la violenza e la morte “non avranno l’ultima parola. Dio non abbandonerà la creazione, ma la rinnoverà. Il suo progetto non riguarda soltanto la salvezza dei singoli individui, bensì la riconciliazione di tutte le cose e la completa trasfigurazione della creazione nella dimora eterna di Dio insieme all’umanità redenta”.

I punti di convergenza tra le due visioni
Sono due prospettive che, per il prefetto indiano, pur plasmate da culture differenti, “continuano ad ispirare “perché uniscono la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un futuro trasformato”. Ed è questo anche il compito di questo Colloquio. che punta “non solo a custodire le nostre rispettive tradizioni, ma anche a farle progredire insieme attraverso l’apprendimento reciproco e l’incontro”. Analizzando i punti di convergenza, Koovakad sottolinea che in un’epoca di rivalità, disuguaglianze e ingiustizie, “sia la speranza cristiana del Cielo nuovo e della Terra nuova, sia l’impegno confuciano per il Datong esprimono una visione profondamente ottimistica, rifiutando l’idea che frammentazione, egoismo e oppressione siano inevitabili”. Entrambe “immaginano un mondo fondato sulla giustizia, sull’armonia e sulla piena fioritura della persona umana”.

I contributi distintivi
Ma secondo Koovakad, i fondamenti di questa trasformazione “differiscono in modo significativo”. Per il cristianesimo “il rinnovamento dell’umanità e della creazione trova il proprio fondamento nell’azione redentrice di Dio attraverso Cristo”. Di conseguenza, “il comportamento etico non costituisce semplicemente una virtù sociale, ma è l’espressione visibile della comunione con Dio”. Per il confucianesimo, al contrario, “l’armonia non nasce dalla redenzione divina, bensì dalla formazione morale della persona, dalla guida di governanti virtuosi, dall’educazione ai riti e dall’ordinamento etico delle relazioni umane”. Per questo, prosegue il prefetto, è importante la domanda: “Se la morale cristiana è radicata nella partecipazione alla vita del Dio santo, quale costituisce la motivazione più profonda dell’agire etico nella tradizione confuciana? La coltivazione di sé? Il bene della società? La fedeltà al Cielo (Tian)? Oppure il riconoscimento di un bene intrinseco?”. Il valore del dialogo, per il cardinale, consiste proprio “nel custodire tali differenze, consentendo nello stesso tempo a ciascuna tradizione di interrogare, arricchire e ampliare l’orizzonte dell’altra”.

Per una giustizia etica vissuta nel calore dell’amicizia
La visione cristiana e l’ideale confuciano, conclude Koovakad, danno voce ad “una delle aspirazioni più profonde dell’umanità: che la nostra vita comune possa accordarsi con una Via autenticamente buona e bella; una giustizia etica vissuta nel calore dell’amicizia e della cura reciproca; una pace che riconosca e promuova la dignità della persona e della comunità; un’armonia che scaturisce dalle differenze, come le note di una musica che si fondono in un’unica melodia o come persone provenienti da luoghi diversi che si ritrovano unite in una sola comunità”. Per questo le religioni hanno la responsabilità di “mettere a disposizione la propria sapienza etica e spirituale per edificare una società giusta e autenticamente umana, promuovendo il rinnovamento morale, l’armonia sociale e il pieno sviluppo della famiglia umana”. La Chiesa cattolica ha fatto propria questa missione attraverso il dialogo con tutte le persone di buona volontà. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et Spes, ha affermato che «La Chiesa proclama sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono collaborare alla giusta edificazione di questo mondo nel quale vivono insieme; ciò però non può realizzarsi senza un dialogo sincero e prudente.».

Kankanamalage: pietra miliare per il dialogo interreligioso
La speranza, per Koovakad, è che questo primo Colloquio cristiano-confuciano “possa costituire un modello per i futuri incontri” e che sia “molto più di un semplice scambio accademico”, ma possa segnare “l’inizio di un’amicizia duratura e di un cammino permanente di dialogo”. Speranza condivisa dal segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, monsignor Kankanamalage, che sottolinea, nel suo indirizzo di benvenuto, la novità del primo colloquio. Si tratta infatti di “un nuovo capitolo nelle relazioni tra cristiani e confuciani e un più ampio orizzonte di dialogo, di apprendimento reciproco e di collaborazione al servizio dell’umanità” e di “una pietra miliare non solo per le relazioni tra cristiani e confuciani, ma per l’intero cammino del dialogo interreligioso”.

La Guida al dialogo cristiano-confuciano
Il segretario del Dicastero cita poi la dichiarazione conciliare Nostra Aetate: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni” sottolineando che nel colloquio “ci ritroviamo oggi non per cancellare le nostre differenze, ma per approfondire la reciproca conoscenza, imparare gli uni dagli altri e collaborare fianco a fianco per il bene comune dell’umanità”. Nella convinzione condivisa che “cristiani e confuciani si trovino ad affrontare molte delle stesse sfide e siano chiamati a rispondervi insieme”. Monsignor Kankanamalage ringrazia il presidente della Sungkyunkwan Confucian Academy, Choi Jong-soo, per aver detto sì a questo primo colloquio e gli altri partner dell’iniziativa. E informa che al termine dei lavori sarà pubblicata una versione definitiva della Guida al dialogo cristiano-confuciano, grazie all’impegno di un gruppo di studiosi, coordinati dal sotto-segretario del Dicastero, padre Paulin Batairwa Kubuya. Una guida destinata ai cattolici e a tutti coloro che sono interessati al dialogo cristiano-confuciano.

Hoon Ri: valori condivisi per rispondere alle sfide dell’umanità
Partner del colloquio è anche la Conferenza Episcopale della Corea, rappresentata dal presidente Matthias Iong Hoon Ri, vescovo di Sowon, che è anche presidente della Commissione per la Promozione dell’unità dei cristiani e il Dialogo Interreligioso. Il vescovo sottolinea che nella nostra società moderna, ferita da divisioni, conflitti, crisi ecologica e incertezza etica, i valori condivisi della visione cristiana e dell’ideale confuciano, “quali la fratellanza universale e lo spirito di riverenza verso il Cielo e di amore per l’umanità” offriranno una risposta chiara “alle sfide che l’umanità si trova ad affrontare”.

Hyeok Sim: i primi cattolici coreani, studiosi di Confucio
Infine padre Luke Jong Hyeok Sim, gesuita presidente della Sogang University, nel suo discoso di benvenuto, ricorda che la Chiesa cattolica in Corea “ebbe umili origini attraverso la ricerca intellettuale, e molti dei suoi primi fedeli erano studiosi formatisi nella tradizione confuciana”. In questa prospettiva, “l’incontro tra queste due tradizioni non rappresenta qualcosa di nuovo per noi, ma la naturale continuazione di una storia che già condividiamo”. In questi tempi segnati da sfide comuni, conclude, non abbiamo bisogno di “un accordo affrettato, ma di un incontro sincero e paziente”.

Il messaggio di Papa Leone XIV a SIGNIS Africa e l’intervento di Ruffini: la comunicazione della Chiesa ha bisogno della verità e della prossimità dei sacerdoti sposati

Il nunzio in Rwanda legge il messaggio del Papa a firma del cardinale Parolin ai partecipanti al World Congress di Signis a Kigali

Il messaggio inviato da Papa Leone XIV all’assemblea di SIGNIS Africa, accompagnato dal significativo intervento del Prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini (come riportato da Vatican News), pone al centro della vita ecclesiale una questione fondamentale: la necessità di una comunicazione autentica, empatica e capace di costruire ponti in un mondo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine. La comunicazione della Chiesa, ha ricordato il Santo Padre, non è mai semplice diffusione di informazioni o gestione mediatica, ma testimonianza viva, prossimità umana e capacità di condividere la vita reale delle persone.

Questa visione di una Chiesa comunicativa e vicina trova un naturale punto di forza nel realismo pastorale e nella testimonianza quotidiana offerta dai sacerdoti sposati.

Comunicare il Vangelo dalla carne della vita quotidiana

Perché la comunicazione ecclesiale sia davvero efficace e incisiva nelle periferie del mondo come nelle parrocchie di casa nostra, non servono strategie di marketing, ma testimoni credibili. L’esperienza dei sacerdoti sposati arricchisce il linguaggio e la presenza della Chiesa con elementi di straordinaria prossimità:

  • Linguaggio di famiglia e di popolo: Vivendo ogni giorno le sfide educative, economiche e relazionali della vita familiare, i sacerdoti sposati parlano la lingua della gente comune, incarnando quella comunicazione “da cuore a cuore” auspicata dai media vaticani.

  • Abattere le barriere dell’isolamento: La presenza di un presbitero coniugato e della sua famiglia nelle comunità parrocchiali è di per sé un atto comunicativo potente: dice che la Chiesa non è un’istituzione distante o burocratica, ma una casa dalle porte aperte dove le fragilità umane vengono accolte e comprese.

Un atto di trasparenza per la cura delle anime

Nel suo intervento, il Prefetto Ruffini ha ribadito che la comunicazione cattolica deve fondarsi sulla verità e sul coraggio di raccontare la realtà senza nascondere i problemi. Applicare questo principio alla vita interna della Chiesa significa affrontare con trasparenza la crisi del clero e la carenza di pastori.

I sacerdoti del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le Pontificie Università. Essi mettono a disposizione la propria vita e le proprie competenze, chiedendo a Papa Leone XIV un decreto canonico di riammissione al ministero attivo.

Includere nuovamente i presbiteri sposati nel servizio pastorale non è soltanto una risposta all’emergenza sacramentale, ma la scelta di una Chiesa che comunica speranza, valorizza le proprie risorse e mette al primo posto il bene comune dei fedeli e la vera cura delle anime.

Podcast dalla web radio News Informazione Libera – 04.08.2026

Titolo Episodio: 🌍 Scontro Italia-Spagna sui migranti | 🏛️ Schlein-Conte: stoccata nel centro-sinistra | 📈 Dati Occupazione | 04 Agosto 2026

Descrizione: Martedì 4 agosto 2026: alta tensione tra Roma e Madrid sull’emergenza migranti a Ceuta e la proposta degli hub extra-UE. Politica interna scossa dal botta e risposta tra Schlein e Conte sulle primarie e sulle armi. Analisi dei dati Istat sul lavoro, andamento dei mercati a Piazza Affari e le ultime novità sul calciomercato estivo.

4 agosto, San Giovanni Maria Vianney. È patrono di tutti i parroci del mondo e del clero con cura d’anime e dei sacerdoti

Santo Curato d'Ars – Diocesi di Crema

Memoria di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza.
Ogni giorno nella catechesi che impartiva a bambini e adulti, nella riconciliazione che amministrava ai penitenti e nelle opere pervase di quell’ardente carità, che egli attingeva dalla santa Eucaristia come da una fonte, avanzò a tal punto da diffondere in ogni dove il suo consiglio e avvicinare saggiamente tanti a Dio.

ladigetto.it

Missione e presenza sacramentale in Brasile: i sacerdoti sposati offrono la loro disponibilità per affiancare le diocesi in affanno

Don Arturo Esposti (primo a sinistra) con l'Arcivescovo, alcuni confratelli e rappresentanti della sua comunità nel 2017

La recente visita dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Delpini, nelle missioni in Brasile — rilanciata dai canali ufficiali della Diocesi di Milano — pone nuovamente in primo piano la drammatica sproporzione tra l’immensità dei territori missionari e il numero di presbiteri disponibili per la cura delle comunità locali. In realtà geografiche sterminate come quelle dell’America Latina e della foresta amazzonica, l’assenza di sacerdoti si traduce spesso in comunità che possono accostarsi ai Sacramenti solo pochissime volte all’anno, affidandosi per il resto del tempo a celebrazioni della Parola guidate da laici.

Di fronte a questo appello e alla necessità di sostenere la missione della Chiesa universale, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre ufficialmente la propria piena disponibilità a collaborare con le diocesi brasiliane e con le missioni fidei donum.

Un ponte di solidarietà per non lasciare i fedeli senza Eucaristia

Mentre l’Arcivescovo Delpini rinnova il legame con i sacerdoti milanesi operanti in Brasile, la realtà dei fatti dimostra che i soli invii di presbiteri celibatari dalle diocesi d’origine non riescono più a colmare i vuoti aperti dalla crisi vocazionale globale.

L’offerta di collaborazione dei sacerdoti sposati rappresenta una risposta di puro realismo pastorale:

  • Esperienza missionaria e comunitaria: Molti presbiteri coniugati mantengono vivo lo zelo missionario e la vocazione al servizio diretto, desiderosi di mettere le proprie energie a disposizione delle parrocchie più isolate e vulnerabili.

  • Stabilità e testimonianza familiare: In contesti sociali e geografici complessi, la presenza della famiglia del sacerdote sposato diventa un centro di attrazione, accoglienza e fraternità per i fedeli, testimoniando la bellezza del Vangelo nel quotidiano.

  • Competenze e formazione: I sacerdoti del Movimento sono provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università, garantendo la massima fedeltà dottrinale e la corretta celebrazione dei Sacramenti.

L’appello a Papa Leone XIV e ai Vescovi

L’emergenza sacramentale delle terre di missione richiede soluzioni coraggiose, trasparenti e immediate. Chiedere a Papa Leone XIV e agli Ordinari diocesani l’emanazione di un decreto canonico di riammissibilità al ministero attivo per i sacerdoti sposati significa spalancare le porte a operai qualificati e pronti a partire.

Permettere la riammissione dei presbiteri coniugati nelle aree di missione e nelle parrocchie a rischio chiusura non è soltanto una scelta di emergenza, ma un gesto di amore verso il Popolo di Dio per tutelare il diritto ai Sacramenti, alleggerire il peso sui missionari celibi e garantire la vera cura delle anime in ogni angolo del pianeta.

Guidare le parrocchie senza snaturare il ministero: la sinergia tra sacerdoti sposati e laici per salvare le comunità a rischio chiusura

Un momento del rito con i nuovi ministri istituiti per le diocesi di Torino e Susa durante la Veglia di Pentecoste / LA VOCE E IL TEMPO-M.BURSUC

L’approfondito articolo pubblicato da Avvenire — intitolato “I laici prenderanno il posto dei sacerdoti? No, ma ecco come può cambiare il loro ruolo” — affronta uno dei nodi più delicati del cammino sinodale della Chiesa italiana. Di fronte alla riduzione del numero dei presbiteri e all’accorpamento delle comunità, la tentazione di trasformare i laici in “sostituti dei preti” rischia di generare confusione sui ruoli o di lasciare le parrocchie prive dell’Eucaristia e dei Sacramenti. La vera risposta non è la clericalizzazione dei laici né la secolarizzazione del ministero, ma un rinnovato modello di corresponsabilità basato sul realismo pastorale.

In questo scenario di trasformazione, l’apporto dei sacerdoti sposati rappresenta l’anello di congiunzione ideale tra la Grazia del Sacramento dell’Ordine e l’esperienza laicale, offrendo una soluzione concreta per evitare la chiusura delle parrocchie.

Una sintesi perfetta tra ministero e corresponsabilità laicale

I sacerdoti sposati non sono in competizione con i laici; al contrario, ne comprendono a fondo il linguaggio, le fatiche familiari e la vita quotidiana. La loro riammissibilità al ministero attivo permetterebbe di strutturare una collaborazione vincente per il governo e la cura delle comunità locali:

  • Custodia sacramentale e pastorale: I sacerdoti sposati garantiscono ciò che i laici non possono offrire: la celebrazione dell’Eucaristia, la Confessione, l’Unzione degli infermi e la guida spirituale ordinata della comunità.

  • Condivisione con i laici d’élite e corresponsabili: Essendo già inseriti nelle dinamiche familiari e lavorative, i presbiteri coniugati possono lavorare spalla a spalla con i laici referenti di pastorale, delegando loro con serenità gli aspetti amministrativi, logistici e organizzativi, proprio come auspicato dalla riflessione di Avvenire.

  • Antidoto al burnout presbiterale: Questa sinergia solleva il sacerdote celibe o coniugato dal ruolo di “amministratore unico”, restituendo al ministero la sua natura originaria di annuncio e cura delle anime.

Il decreto di Papa Leone XIV per riaprire le Chiese

I sacerdoti del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati sono uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università. Non si tratta di inventare nuove figure indefinite, ma di riabilitare operai già pronti e formati.

Emanare un decreto canonico da parte di Papa Leone XIV che consenta agli Ordinari diocesani di riammettere i sacerdoti sposati al ministero attivo consentirà di formare veri “equipe pastorali” con i laici responsabili. Un passo trasparente e necessario per impedire che le parrocchie diventino musei chiusi, garantendo il bene comune dei fedeli e la continuità della vita sacramentale in tutta Italia.

Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

Strage di Bologna, di quel 2 agosto rimane una piazza (antifascista) stanca di fischiare contro le sentenze infondate

STRAGE DI BOLOGNA

Quando alle 10,25 di quel 2 agosto – di cui oggi cade l’anniversario – l’orologio alla stazione di Bologna fu fermato dall’esplosione, la redazione del Manifesto a Roma si mise subito in movimento. Non erano passati che pochi minuti, era il 1980 e c’erano scarsi strumenti di comunicazione, ma la notizia arrivò velocissima, tra noi redattori c’erano diversi bolognesi, e non era un caso. Perché la novità politica di quel gruppo di intellettuali dirigenti del Pci, Rossanda, Pintor, Caprara, Magri, Natoli, Castellina, radiati dopo che avevano osato scrivere su quella rivista, che evocava Il Manifesto di Karl Marx, “Praga è sola” contro l’invasione dei carri sovietici, aveva aperto crepe profonde in quella comunità di cui l’Emilia rossa era la culla.

Non fu un caso il fatto che proprio sulla cellula delle Brigate Rosse nata a Reggio Emilia e cresciuta nella cultura dei padri partigiani, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Rossana Rossanda avesse scritto il famoso articolo “sembra di sfogliare un vecchio album di famiglia”. E sarà Bologna, un po’ di anni dopo, con l’elezione di Giorgio Guazzaloca, a dare alla città un sindaco eletto con i voti del centrodestra. La notizia sbarcò sulla prima pagina del New York Times. Crepe sul fianco sinistro, sfarinamento dall’altra parte. La mitica comunità emiliana, sempre evocata con orgoglio dagli amministratori, non esiste da tempo, e comunque è diventata altro. Ma non manca mai all’appuntamento del 2 agosto, nel nome di una piazza che da antifascista è ormai diventata antigoverno, se a palazzo Chigi ci sono “gli altri”. E quell’Associazione dei parenti delle vittime che nel corso della storia ha aggiunto al ricordo e alla commozione un cappello politico che sa di partito angusto e chiuso, con i presidenti che si susseguono, da Torquato Secci che non c’è più, a Paolo Bolognesi che poi è andato in parlamento, fino all’attuale Paolo Lambertini, che ripetono la stessa cosa. E usano sempre, come scrisse qualche anno fa lo storico Giovanni Orsina, “la storia come una clava da dare in testa a tutta la destra degli ultimi trent’anni”. E ogni anno, ogni 2 agosto, si ripete il rituale.
Solo quella volta fu diverso, per un attimo. Quel giorno, i nostri compagni redattori bolognesi (mi piace ricordare quelli che non ci sono più, il mio grande amico Stefano Bonilli e Maurizio Matteuzzi e Stefano Benni) partirono in lacrime e corsero nella loro città, dove scrissero articoli bellissimi ma aiutarono anche a cercare le persone disperse sotto le macerie, scavando a mani nude. Quel giorno Bologna fu davvero comunità. Furono tutti fratelli e sorelle e compagni, quel giorno. Ma già poco dopo, senza che nulla ancora ci avessero detto neppure le sentenze, una lapide definì senza ombra di dubbio la strage come “fascista”. Comprensibile sul piano dell’ideologia, prima ancora che su quello delle emozioni. Una specie di ottimismo della volontà, senza che la ragione facesse capolino con il suo pessimismo. Quella bomba non poteva che essere fascista, e lo possono capire, anche se solo per un attimo, coloro che, come me, sono nati e cresciuti in Emilia. Ma subito dopo bisogna che la fronte, per quanto pensosa, per quanto ferma su quell’orologio della stazione, venga solcata dall’ombra del dubbio.

Così non è stato per quelle piazze che, anno dopo anno, sono restate immobili e immutabili a fischiare democristiani e socialisti, e poi Berlusconi e ministri di ogni colore. Fino a inseguire Giorgia Meloni. Tutti quelli che sono fuori da un cerchio che non è neanche magico. Non importa più chi siano i colpevoli, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, due ragazzini ventenni estremisti e il loro amico Luigi Civardini, neanche maggiorenne. E la vendetta postuma che tiene di nuovo in carcere Gilberto Cavallini, dopo che ha scontato 43 anni della sua vita in una cella. È stata un’inchiesta che cammin facendo ha perso la gran parte dei pezzi, insieme all’opaca attendibilità di testimonianze cui non darebbe ascolto neanche un bambino. Altro che pistola fumante! Altro che processo indiziario come quello su Calabresi o sull’omicidio di Chiara Poggi. Tutti i processi sulla strage del 2 agosto hanno una sola origine, il teorema costruito a tavolino un po’ nella federazione bolognese del Pci e un po’ in procura, sulla “strategia della tensione”, da Piazza Fontana fino a Brescia e Bologna. Sotto la supervisione, ma che fantasia, del solito Licio Gelli e il suo contorno di barbe finte.

Non è un caso il fatto che, dopo dieci anni dalla strage del 2 agosto, quando la corte d’appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati, saranno ancora i dirigenti comunisti a scagliarsi contro gli eretici del Manifesto, cui va dato l’onore del loro garantismo di allora, tacciandoli di complicità “oggettiva” con gli autori della strage. Insieme a tutti, una cinquantina, quegli intellettuali, magistrati compresi, di sinistra che avevano costituito il Comitato “E se fossero innocenti?”. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò, o quasi. Non esiste più Il Manifesto di Rossanda e Pintor, e neanche il garantismo di Magistratura Democratica. Resiste al contrario quella piazza stanca, forse anche di fischiare, con il pugno di mosche di sentenze fondate sul nulla. E la “soddisfazione” di aver di nuovo sbattuto in galera un uomo di 73 anni che il carcere avrà il compito di rieducare, 46 anni dopo la strage, chissà a che cosa.

Il Riformista

Il nuovo scisma sedevacantista a Papa Stronsay e le ferite della divisione: perché la Chiesa ha bisogno di comunione e realismo pastorale

La notizia pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana riguardo agli sviluppi sulla remota isola scozzese di Papa Stronsay — dove la comunità dei Figli del Santissimo Redentore ha intrapreso la strada dello scisma e del sedevacantismo, dichiarando la Sede Apostolica vacante e rifiutando l’autorità del Papa — apre una ferita profonda nel corpo della Chiesa. Quando gruppi tradizionalisti o rigidi dottrinalmente arrivano a rompere la comunione con Roma, il risultato è sempre la frammentazione del popolo di Dio, lo smarrimento dei fedeli e la creazione di ghetti ideologici isolati dal resto del mondo.

Di fronte alle derive settarie, agli estremismi e alla tentazione di ritenersi “gli unici veri custodi della fede”, la risposta della Chiesa universale non può essere la rigidità formale, ma la costante ricerca della vera comunione e un forte realismo pastorale.

La fedeltà a Roma e la trasparenza dei sacerdoti sposati

Mentre realtà scismatiche come quella di Papa Stronsay scelgono la via dell’auto-isolamento, della contestazione del Papa e della rottura canonica, l’esperienza e la battaglia dei sacerdoti sposati si pongono sul versante diametralmente opposto:

  • Piena obbedienza e comunione con Papa Leone XIV: I presbiteri coniugati non mettono in discussione il Primato Petrino né la legittimità dei Vescovi. Al contrario, vivono nell’attesa fiduciosa e nell’obbedienza, chiedendo unicamente un provvedimento canonico trasparente da parte dell’autorità legittima.

  • Amore per la Chiesa reale, non per un’astrazione: I sacerdoti sposati non cercano un’isola deserta dove rifugiarsi o creare “chiese parallele”. Vogliono stare nelle parrocchie vere, tra la gente reale, per celebrare i Sacramenti, riaprire le chiese chiuse e servire il Popolo di Dio nei territori martoriati dalla solitudine.

Un argine agli estremismi: la maturità del clero coniugato

Gli scismi e le derive sedevacantiste nascono spesso da forme di rigorismo astratto, dall’isolamento presbiterale e dall’incapacità di confrontarsi con la realtà quotidiana. La presenza dei sacerdoti sposati nelle comunità rappresenta un antidoto naturale contro queste deviazioni:

  1. Formazione d’eccellenza e fedeltà alla dottrina: I presbiteri del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati sono uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le Pontificie Università, capaci di insegnare e custodire la vera fede cattolica senza derive o fanatismi.

  2. Maturità familiare e radicamento sociale: L’esperienza della vita familiare, delle responsabilità civili e della vita quotidiana impedisce la nascita di atteggiamenti gnostici o settari, ancorando il ministero al servizio umile delle anime.

Chiedere a Papa Leone XIV un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati significa investire sulla vera comunione ecclesiale, contrastare la solitudine che genera estremismi e garantire la presenza di pastori fedeli, edificate sulla roccia di Pietro e dedicati al bene comune di tutte le parrocchie.

Wallester IT 2024