Preti sposati per volontà di Dio? Saggio su una Chiesa a due polmoni

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L’espressione “Chiesa ‘a due polmoni'” ha poco più di settant’anni. Pare l’abbia usata per la prima volta nel 1930 il poeta russo V. Ivanov. Questa suggestiva metafora, ricca di forza simbolica, ha subìto col tempo diverse applicazioni. Giovanni Paolo II l’assume e l’utilizza con continuità, facendone una parola d’ordine del suo pontificato per indicare il progetto di realizzazione della piena comunione tra Oriente e Occidente nell’unità cattolica. Il saggio proposto da Petrà si apre con uno studio sull’evoluzione e sul significato del linguaggio dei ‘due polmoni’, che consente di ben vedere come sotto questa immagine si nasconda in realtà la questione della cattolicità del magistero e come tale questione debba essere formalmente e adeguatamente affrontata per evitare difficili compatibilità all’interno del magistero stesso. Ne sono un esempio alcune differenze che l’autore riscontra tra il Codice di diritto canonico (CIC), il Codice dei canoni delle Chiese Orientali (CCEO), il Catechismo della Chiesa cattolica (CCE) e l’esortazione apostolica Pastores dabo vobis. Il saggio affronta poi concretamente un caso di difficoltà del magistero cattolico, quello concernente la legge sul celibato ecclesiastico. Riscontra l’inclinazione di documenti e testi ad assumere posizioni prettamente latinocentriche, quasi dimentiche dell’esistenza della tradizione orientale, che contempla il sacerdozio uxorato.

 

Per sikh e cristiani la devozione è inseparabile dalla cura dell’uomo

 Il cardinale Koovakad incontra la comunità Sikh a Birmingham

A Birmingham, in Inghilterra, il cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha pronunciato ieri, 22 ottobre, il discorso inaugurale dell’incontro di dialogo tra le due confessioni. Ha individuato la loro convergenza nell’attenzione al servizio disinteressato, vivendo la solidarietà come condivisione di risorse materiali e spirituali. Essa comporta “spesso sacrifici”, che tuttavia mettono a fuoco “il meglio della nostra umanità e religiosità”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – Vatican News

“Namaste!”. Con il saluto tradizionale originario dell’India e del Nepal, il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, ha aperto l’incontro di dialogo tra sikh e cristiani dal titolo “Insieme per promuovere la solidarietà e il servizio a favore della pace nel mondo”, svoltosi ieri, 21 ottobre, al Nishkam Centre di Birmingham, in Inghilterra. Il porporato si trova nel Regno Unito dal 13 ottobre e vi rimarrà fino a oggi, 22 ottobre, per partecipare a una serie di eventi dedicati al dialogo interreligioso. Come ha spiegato Koovakad, l’incontro ha rappresentato un ulteriore impulso ai progressi compiuti nel corso degli anni attraverso i reciproci impegni di collaborazione, in particolare a partire dall’incontro del 15 giugno 2013, svoltosi proprio al Nishkam Centre, al quale prese parte il cardinale Jean-Louis Tauran, allora presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Pensare in termini di comunità
Il cardinale si è quindi soffermato sulla parola “solidarietà”, tema centrale dell’evento, analizzandone il significato etimologico come “un legame di reciproca responsabilità”. Come affermava san Giovanni Paolo II, di cui ricorre oggi la memoria liturgica, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, questa interdipendenza, quando viene riconosciuta “come atteggiamento morale e sociale, come virtù”, costituisce proprio la solidarietà. Papa Francesco, dal canto suo, all’udienza generale del 2 settembre 2020 auspicava una “nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. In questa prospettiva, secondo Koovakad, la solidarietà si traduce nella “condivisione con gli altri delle risorse materiali, spirituali e umane” e comporta spesso sacrifici che mettono tuttavia in luce “il meglio della nostra umanità, della nostra bontà e della nostra religiosità”.

La solidarietà in occasione di calamità ed emergenze
Sul piano del dialogo interreligioso, il prefetto ha sottolineato la “crescente consapevolezza” maturata negli ultimi tempi, specialmente “in occasione di calamità naturali o provocate dall’uomo, situazioni di emergenza e momenti critici per il benessere della società”. In questo contesto, ha espresso il proprio apprezzamento ai “nostri fratelli sikh” per il loro impegno concreto nel sostenere le persone che soffrono e quanti sono colpiti dalle diverse crisi che si verificano nel mondo. Una testimonianza che alimenta la speranza in una società nella quale si diffonde quella “cultura dell’indifferenza” da cui lo stesso Papa Francesco metteva in guardia, invitando a trasformarla in compassione, incontro e, nuovamente, solidarietà.

La comune vocazione al servizio disinteressato
Passando ai punti di contatto tra le due tradizioni religiose, Koovakad ha individuato una comune vocazione al “servizio disinteressato”, che nel sikhismo prende il nome di “seva” e costituisce uno dei suoi tre principi fondamentali. La manifestazione concreta di questo spirito è il langar, la mensa gratuita aperta a tutti nei gurdwara, i luoghi di culto sikh. “Qui ogni uomo e ogni donna, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle, dalla religione professata o dalla condizione sociale, può trovare un pasto gratuito per sfamarsi”, ha spiegato il cardinale. Anche il cristianesimo riconosce nel servizio una “dimensione imprescindibile” del proprio cammino. Dal gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli alle molteplici forme di servizio svolte oggi, in particolare da sacerdoti, religiosi, religiose e operatori ecclesiali impegnati nell’assistenza e nell’azione sociale, tutto costituisce “una testimonianza eloquente della vocazione dei cristiani a servire, soprattutto i poveri, le persone vulnerabili e quanti si trovano nel bisogno”.

Le autorità presenti all’incontro
Presenti all’incontro, e salutati in apertura di discorso da Koovakad, Bhai Sahib Mohinder Singh Ahluwalia, mukhi-sewadar (“volontario principale”) dell’organizzazione sikh Guru Nanak Nishkam Sewak Jatha, con sede proprio a Birmingham; Bernard Longley, arcivescovo della città inglese e presidente del Dipartimento per il Dialogo e l’Unità della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles; Patrick McKinney, vescovo di Nottingham e copresidente del medesimo Dipartimento.

È un ampio e intenso tour in tre città di tre regioni quello che il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, si appresta a compiere da domani, venerdì 23, fino a mercoledì 28 ottobre

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I

L’arcivescovo di Costantinopoli domani all’Angelicum che gli conferirà l’honoris causa in Teologia, prendendo parte alla conferenza “Creta dieci anni dopo” sui 10 anni del concilio della Chiesa ortodossa. Il 26 ottobre sarà pellegrino a Loreto dove venererà le pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio. Ad Assisi, il 27, al meeting “Pace disarmata e disarmante” organizzato da Sant’Egidio. Infine lectio all’Orientale di cui fu studente

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Dall’Angelicum di Roma che gli conferirà un Dottorato honoris causa, a Loreto, dove si recherà pellegrino al Santuario e pregherà nella Santa Casa; poi ad Assisi, a invocare la pace con i leader delle altre religioni e Chiese cristiane, e di nuovo a Roma per una lectio magistralis nel Pontificio Istituto Orientale di cui fu studente negli anni ‘60.

È un ampio e intenso tour in tre città di tre regioni quello che il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, si appresta a compiere da domani, venerdì 23, fino a mercoledì 28 ottobre. L’ultima visita del patriarca a Roma risale a maggio 2025, quando il 18 aveva partecipato alla celebrazione per l’inizio del pontificato del neo eletto Papa Leone XIV, occasione in cui aveva incontrato privatamente il Pontefice, in vista anche del viaggio in Türkiye per i 1700 del Concilio di Nicea. In quei giorni il patriarca aveva visitato pure la tomba di Francesco, Papa al quale era legato da uno speciale rapporto di affetto e fraternità.

Dottore in Teologia all’Angelicum
Domattina, alle 10.30, il primate ortodosso sarà ospite dell’Œcumenicum – Istituto di Studi Ecumenici della Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) nella conferenza Creta dieci anni dopo, per i dieci anni del grande Concilio della Chiesa ortodossa, tenutosi appunto a Creta nel 2016. L’evento riunirà importanti rappresentanti ecclesiastici e studiosi per riflettere sull’eredità teologica e canonica dell’assise e sul suo significato duraturo per il dialogo ecumenico. Il discorso del patriarca sarà il momento chiave della giornata, insieme al conferimento di un Dottorato honoris causa in Teologia.

Pellegrino nella Santa Casa
Evento centrale della visita in Italia di Bartolomeo sarà, tuttavia, il pellegrinaggio al Santuario di Loreto, lunedì 26 ottobre, dove venererà le sacre pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio, destinata ad essere custodita all’interno della Santa Casa, quale “piccolo e forte segno” di comunione. “Un segno che richiama la nativa origine della Santa Casa e la sua vocazione ecumenica: Casa di tutti i cristiani e ponte spirituale tra Oriente e Occidente”, ha detto l’arcivescovo Fabio Dal Cin, delegato pontificio, presentando oggi in conferenza presso il Palazzo Apostolico di Loreto quello che ha definito “un momento di grande spiritualità e grande intensità umana”. “La presenza del patriarca Bartolomeo I ci onora. È una visita che vogliamo vivere con una intensità di grazia”, ha sottolineato Dal Cin. “Il patriarca viene a fare visita alla Santa Casa, quindi venererà le pietre, le sacre pareti che custodiscono la memoria del mistero dell’incarnazione, il ‘sì’ di Maria e la vita anche nascosta della Santa Famiglia. Poi ci sarà un momento di preghiera pubblica aperta a tutti: cattolici, ortodossi e anche cristiani di altre confessioni”. Un momento suggestivo durante il quale sarà intonato l’inno Akathistos (o Acátisto), uno dei più famosi e antichi inni liturgici della tradizione cristiano-bizantina dedicato alla Theotokos la Madre di Dio, conosciuto anche in Occidente.

Invocazione di pace da Loreto ad Assisi
Bartolomeo, come detto, benedirà poi la nuova icona della Vergine Maria. Si tratta di un’opera che trae ispirazione dall’antica effigie presente nella Santa Casa fin dalle origini, ma che poi si perse nei tempi, come ha spiegato l’esperto Giuseppe Santarelli in un lungo excursus storico a partire dal XV secolo e dalle testimonianze dei pellegrini – cattolici e ortodossi -, grazie alle quali si è risaliti alla presenza di un’icona bizantina su una tavoletta di legno nella Santa Casa. La visita di Bartolomeo I suggella, dunque, un cammino lungo secoli. “E ha un carattere anche particolare visti i tempi che stiamo attraversando: vuole essere anche una grande preghiera per la pace. Il fatto di trovarci insieme come cristiani, cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici che pregano per la pace è un grande segno. Viviamo un’epoca di guerra, di conflitti che feriscono il mondo intero ma feriscono anche l’Europa e i Paesi europei e questo evento vuole proprio riscoprire la vocazione ecumenica della Santa Casa”. In “tempi vuoti di pace”, ha aggiunto il presule, “siamo convinti che se i cristiani sono sempre più uniti in Cristo diventa più efficace anche la nostra presenza nel mondo e la nostra invocazione da Dio per il dono della pace”.

E l’invocazione della pace sarà il centro anche di Pace disarmata e disarmante, il meeting organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi i prossimi 25-27 ottobre, per commemorare i quarant’anni del giorno da cui tutto iniziò. Ovvero la preghiera del 1986 – passata alla storia come “Spirito d’Assisi” – di Papa Giovanni Paolo II coi rappresentanti delle religioni di tutto il mondo. In tre giorni si terranno forum, assemblee, momenti di dialogo e musica. Bartolomeo I interverrà nella sessione conclusiva al panel Il Patriarcato Ecumenico: dall’Oriente al mondo globale. Parteciperà poi alla cerimonia finale, dove è prevista la presenza di Leone XIV, che sarà segnata da una Preghiera universale per la pace e un minuto di silenzio in memoria delle vittime di guerra.

Il ritorno di un ex studente dell’Orientale
Di nuovo a Roma il giorno successivo, 28 ottobre, l’arcivescovo di Costantinopoli terrà una lectio nell’Aula Magna del Pontificio Istituto Orientale, in occasione di un atto accademico in suo onore. In realtà, quasi una festa per il ritorno di un ex alunno: Dimitrios Arhondonis, all’epoca diacono, che dal 1963 al 1968 compì a Roma gli studi superiori presso l’Orientale, conseguendo il dottorato in diritto canonico, grazie a una borsa di studio del patriarca Atenagora. In occasione della visita l’Istituto ha preparato una mostra articolata in quindici pannelli, con documenti d’archivio e fotografie provenienti dall’album personale del patriarca che ricordano gli anni della formazione o rimarcano i grandi temi del suo magistero: il primato e la sinodalità, la cura del Creato, le questioni poste dall’IA. Nel corso dell’atto accademico sarà firmata e consegnata all’arcivescovo una carta commemorativa in latino e in greco, ornata dall’icona dell’abbraccio degli apostoli Pietro e Andrea.

Vatican News

Dottrina della Fede: nella crisi della trasmissione della fede ripartire dal kerygma

 Pubblicato il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede “Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”

“Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” è il titolo del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, reso noto oggi, giovedì 22 ottobre. In una società secolarizzata e pervasa da una nuova cultura, “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”

Debora Donnini – Città del Vaticano – vaticannews

In un cambiamento d’epoca segnato dalla crisi nella trasmissione della fede, “bisogna ripartire da una grande stagione” di evangelizzazione mettendo al centro il primo annuncio, il kerygma: Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti.

Questo è il cuore dell’esortazione contenuta nel documento Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca del Dicastero per la Dottrina della Fede reso noto oggi, giovedì 22 ottobre.

Sulla scia del Concilio e del magistero dei Pontefici
Le Considerazioni sono un testo intenso, composto da otto capitoli più un’introduzione e una conclusione, ricco di richiami al magistero dei Pontefici, in particolare di Leone XIV e di Papa Francesco, al Concilio Vaticano II e ad altri documenti. Si precisa anche che il genere del documento è quello delle Considerazioni e non una Nota dottrinale. Per questo il testo prende in esame “una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi”. L’obiettivo specifico è, quindi, quello di suggerire “percorsi concreti per un annuncio del kerygma nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando”.

Il documento è stato approvato dal Papa il 21 agosto 2026 e porta la firma del cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e di monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione Dottrinale dello stesso Dicastero. Prezioso è stato il contributo di tante Conferenze episcopali a questo lavoro e le testimonianze – inviate dai vescovi – di chi ha scoperto o riscoperto il Signore Gesù, riportate nell’ultimo capitolo di queste Considerazioni.

Un incontro che attrae e affascina
Il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della fede su come annunciare il Vangeli nel cambiamento d’epoca
Testimoniare l’esperienza personale dell’incontro con Cristo
Il punto di partenza sono le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Si tratta, come viene indicato nelle conclusioni, di “un appello ai fedeli a tornare al cuore del patrimonio della fede cristiana: il kerygma”, che “illumina tutti i contenuti del depositum fidei, attraendo verso l’esperienza di un incontro personale e comunitario con Cristo vivo”, considerando anche che in alcune regioni del mondo, la trasmissione della fede “si è pressoché interrotta”.

Annunciare l’amore di Dio per tutti
Il primo capitolo inizia proprio sottolineando che “Gesù è realmente la luce vera che illumina ogni essere umano”. “Questa è la buona notizia del Vangelo del Figlio: Dio è per sempre e per tutti amore”. La fede, si aggiunge, “non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose”, ma come “una forma di vita ecclesiale nella quale il credente viene progressivamente introdotto”.

Pastorale anche per adulti non solo per bambini e adolescenti
Nell’analizzare le forme di trasmissione della fede, si evidenzia come la Chiesa si sviluppi “per attrazione”, come la famiglia costituisca “il primo e più essenziale luogo di trasmissione della fede” e l’importanza della sinergia in questo senso fra la Chiesa e la famiglia. Si constata però che la trasmissione della fede nei contesti familiari “si è interrotta in molte parti del mondo” e “il passaggio alle nuove generazioni dell’esperienza della fede cristiana non avviene più in modo, per così dire, automatico”.

“È solo a questo punto, e in un secondo momento, che la comunità ecclesiale entra nel processo della trasmissione della fede”, afferma il documento che constata come “nei Paesi di antica tradizione cristiana, un simile contesto di trasmissione della fede appare oggi compromesso, poiché è caratterizzato sempre più dalla presenza di persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo, non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede”. Di fronte a questa realtà, il documento rileva che “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”.

Il cambiamento d’epoca
Il terzo capitolo si concentra sul contesto, ovvero il cambiamento d’epoca che viviamo. L’urgenza di rispondere alle domande su dove stiamo andando e su quale direzione scegliere, viene manifestata da Leone XIV in Magnifica humanitas riguardo proprio al cambiamento d’epoca. Un aspetto caratteristico, soprattutto in Occidente, è proprio “la crisi della trasmissione generazionale della fede cristiana”. Si rileva, infatti, che “sempre meno i genitori assolvono al compito di mettere i loro figli in contatto con la luce vivente del messaggio evangelico” e che è proprio da questi contesti familiari che proviene quella maggioranza di persone “che, pur avendo frequentato gli ambienti cattolici della parrocchia, giungono poi a vivere il passaggio verso l’età adulta in un atteggiamento di sostanziale indifferenza religiosa”.

Una nuova cultura che relega la fede a un fatto privato
“La crisi della modernità, cifra del cambiamento d’epoca, ha così contribuito alla nascita di una nuova cultura, entrata in competizione con le strutture tradizionali di trasmissione della fede”, si rileva nel documento. La linea di tendenza di questa cultura sembra consistere nell’esaltazione della “sovranità dell’io”, che è uno degli aspetti più evidenti del processo di secolarizzazione, che tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo.

La sfida non è tecnologica ma antropologica
Un altro dei segni del cambiamento d’epoca è il diffondersi delle tecnologie digitali. L’intelligenza artificiale non solo interferisce con gli ecosistemi informativi ma invade anche il rapporto fra persone. “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”, scrive Leone XIV nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2026.

Dove crescono le conversioni cresce anche la difficoltà di perseverare
È vero che in alcune zone del mondo altamente secolarizzate crescono conversioni e ritorni alla Chiesa, ma “si riscontra una parallela difficoltà nella perseveranza dei neofiti, che spesso, dopo un breve periodo dalla ricezione del Battesimo, ritornano a uno stato di indifferenza pratica”. Quindi, la situazione descritta “invita a riscoprire l’importanza della comunità nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei nuovi fedeli”.

La centralità del kerygma
Si ribadisce, dunque, la necessità di “un profondo rinnovamento kerygmatico della catechesi”, con attenzione anche al linguaggio, che deve caratterizzarsi come “un appello al cuore”, e con una relazione interpersonale coinvolgente. L’annuncio del kerygma dovrà “essere capace di presentare la bella notizia dell’amore e della misericordia di Dio in modo tale che coloro che la ricevano possano efficacemente intendere che è proprio a loro che quell’amore e quella misericordia sono rivolte”.

Comunità, Parola di Dio, liturgia e testimonianza
Al centro del capitolo quinto l’importanza della comunità cristiana in relazione alla Parola di Dio, alla liturgia e alla testimonianza. “Appare assolutamente urgente, soprattutto nei Paesi di antica evangelizzazione – si rimarca -, insistere sull’importanza di promuovere, in ogni comunità ecclesiale, gruppi di ascolto, di meditazione, di condivisione e di preghiera della Parola, alla cui convocazione siano dedicati tempi specifici e stabiliti, che si affiancano alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale”.

La seconda considerazione riguarda la liturgia. “Se il cuore dell’annuncio cristiano è l’incontro con l’amore salvifico di Dio in Cristo – spiega il documento -, la liturgia costituisce il luogo privilegiato nel quale questo mistero viene celebrato e comunicato sacramentalmente”. Il terzo aspetto essenziale riguarda la testimonianza dei credenti che ha tre dimensioni: “La testimonianza della santità, quella della prossimità e quella dell’opzione preferenziale per i poveri”. Una quarta osservazione riguarda l’arte e la bellezza e un’attenzione particolare viene data alla musica.

Fede e cultura
Nel testo si parla anche dell’inculturazione della fede che “costituisce un passaggio necessario nella sua trasmissione”. Un esempio particolarmente significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione ragionevole della fede è sicuramente la Dottrina sociale della Chiesa.

Alcune attenzioni specifiche
La prima di tali attenzioni è rivolta alla pietà popolare che “è ancora oggi un importante mezzo di trasmissione della fede”, così come importanti sono i pellegrinaggi di antica e recente formazione e il desiderio di appartenere a qualche confraternita. Viene poi sottolineato il ruolo dell’omelia. Si parla delle attività di volontariato come occasioni di avvicinamento alla realtà della Chiesa. Ancora si mette in luce “la necessità di allargare gli spazi di presenza delle donne nella guida dei processi ecclesiali”.

Conclusioni
Queste Considerazioni vogliono, in sintesi, ricordare con forza che Cristo è la luce vera. “Tocca ora a noi – si esorta – trasmettere lo stesso dono agli uomini e alle donne del nostro tempo”, che attendono anch’essi di “poter accendere la loro esistenza a quella stessa fonte di ogni grazia, luce che risplende nel mondo”.

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Cultura / l’impegno politico di Hemingway per libertà e giustizia. Coinvolgimento civile che segnò anche la sua opera narrativa

E Hemingway seguì la stella dei cronisti

Avvenire

Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica

Per Ernest Hemingway il giornalismo fu una palestra di scrittura che gli fece esprimere la sua visione del mondo, immersa nella realtà, e lo condusse alla letteratura. A testimonianza di ciò stanno i 172 articoli che scrisse per il quotidiano “Toronto Daily Star”, e per la sua edizione settimanale, nell’arco di tempo che va dal febbraio 1920 al gennaio 1924. Questo corpus è alla base del saggio della storica Gabriella Airaldi Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica (Arcadia edizioni, pagine 326, euro 18,00). L’autrice traduce molti di quei pezzi, la maggior parte dei quali mai apparsi in italiano, e attraverso essi offre il profilo di un uomo che «fin da giovanissimo sceglie di mettere al centro della sua vita l’impegno politico». In questo gli è d’aiuto un lavoro che lo costringe a immergersi nei fatti alla ricerca di una verità possibile. Airaldi – che ha insegnato Storia medievale a Genova e ha svolto in vari continenti attività di ricerca per Cnr e ministero degli Esteri – all’inizio convoca due esponenti di spicco della parola storica e di quella poetica: Marc Bloch e Federico García Lorca, la cui riflessione sul duende , il folletto, il daimon che spinge l’uomo a partire dal suo intimo – elaborata in una celebre conferenza del 1933 – apre e chiude il libro. Entrambi vennero uccisi da regimi liberticidi, Bloch dalla Gestapo nel giugno 1944, Garcia Lorca dai nazionalisti spagnoli nel 1936. Hemingway, animato dallo stesso indomito spirito di libertà – un «guerriero vivace e potente», lo definisce l’autrice – soccomberà con il suicidio nel 1961 al male che lo seguì come un ombra: la depressione.
Era uno dei due corni del suo percorso esistenziale scandito dalla scrittura e dall’azione sempre in cerca della grace under pressure , la grazia sotto pressione, che però alla fine è divenuta la (de)pressione che lo ha schiacciato. Airaldi evidenzia bene come le mille esperienze dello scrittore – dalle ambulanze della Grande guerra, ai tori spagnoli, fino alla pesca in alto mare – non fossero solo cieco vitalismo, bensì rispondessero a una precisa visione della vita: vedere con i propri occhi, toccare con mano, insomma fare esperienza di qualcosa prima di raccontarla. Un’esperienza nella quale il giornalismo ha giocato evidentemente un ruolo di primo piano. A evidenziarlo è la scansione del volume, diviso in due parti: la prima copre gli anni dal 1899 – data di nascita che accomuna lo scrittore alla generazione di italiani che incontrerà nella conflagrazione mondiale – al 1924, anno in cui terminò la collaborazione con il “Toronto Star”. La seconda, lungi da essere una cesura, sottolinea la continuità tra i reportage per la testata canadese con il prosieguo della produzione dello scrittore e indaga le radici che connettono la sua attività giornalistica ai capolavori romanzeschi che gli valsero il Nobel nel 1954: Fiesta! , Addio alle armi , Per chi suona la campana , Il vecchio e il mare , per citare i titoli più noti. La storia del pescatore Santiago, ad esempio, uscita nel 1953, è prefigurata in un articolo per il giornale canadese scritto nel 1922 durante il trasferimento in Francia con la prima moglie Hadley Richardson. Una sosta del piroscafo a Vigo gli diede la possibilità di seguire, scrive Airaldi, la «lunga e sanguinosa pesca del tonno, una lotta che dura sei ore ed oggi appare un preludio interessante alla sfida di The old man and the sea », oltre che un assaggio di quella Spagna che negli anni Trenta lo vedrà in prima linea.
Hemingway si immerge nella scrittura e vive la scena parigina, caratterizzata dai fermenti artistici della lost generation , la generazione perduta di artisti americani. Lì trova l’aiuto di Gertrude Stein e conosce James Joyce, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound. Per il “Toronto Star”, sia Daily che Weekly, Ernest incontra nel 1922 anche Benito Mussolini e dà un lucido ritratto dell’uomo e della situazione creata dalla camice nere, pronte a prendere il potere con la violenza. E mentre molti giornalisti Usa sono affascinati dal Duce, lui «nonostante quello che abitualmente si pensa, non esprime un vero giudizio positivo», scrive la storica. Inizialmente non si sbilancia, secondo il suo stile di non assumere una posizione per partito preso, ma in seguito avrà modo di condannare uomo e regime. Lo si vedrà in Spagna. Ma prima di impegnarsi in quella guerra civile, lo scrittore si è misurato con altri conflitti: quello mondiale, come noto, ma anche la guerra greco-turca del 1918.
La sua formazione politica ha un punto di svolta proprio nel primo dopoguerra, quando il giornale di Toronto lo invia a seguire la conferenza di Genova del 1922, quando in sella al governo c’è ancora Facta, ma Mussolini di lì a poco prenderà il potere. Si tratta del momento in cui a livello internazionale si deve decidere della ricostruzione post-bellica e dei rapporti con la Germania sconfitta e con la neonata Unione Sovietica. «A Genova il giovane giornalista americano prende confidenza per la prima volta con la geopolitica mondiale e oggi i suoi reportage, testimonianze precise e profonde di una prima e chiara esposizione delle sue idee politiche, devono essere considerate autentiche lezioni di storia». I numerosi articoli scritti in quell’occasione sono stati utilizzati in minima parte, sottolinea Airaldi, che ne pubblica integralmente alcuni. Hemingway alterna lucidi scenari della politica internazionale (e di quella del paese ospitante che scivola verso la dittatura) a puntuali resoconti dell’andamento della conferenza che vede la delegazione russa opporsi ai progetti degli alleati e poi stipulare un patto con i tedeschi, fino a notazioni sulla scarsa presenza di donne e a ritratti dei vari membri delle delegazioni, dalla Bulgaria a Russia e Germania, nei quali emerge la vena dello scrittore. Non manca un caustico ritratto dei giornalisti tedeschi, vestiti in modo stravagante e che si considerano intellettuali, disprezzando chi, come l’americano, si attiene al racconto dei fatti.
Merito del libro di Airaldi è quello di scavare nelle righe degli articoli in cerca di quello spirito umanistico (e anche religioso) che caratterizza lo scrittore. E che si vede già in uno degli articoli per il “Toronto Syar” del 1923: “ The Blind man’s Christmas Eve” , storia tragica dall’attacco fulminante: «Per tutti tranne uno dei cinquecentomila abitanti di Toronto era Vigilia di Natale. Per l’uomo cieco era solo il ventiquattro dicembre». Un segno della ricerca di grace under pressure che, esemplifica Airaldi, fu il «modello di comportamento» che lo scrittore dalla giovinezza applicò a se stesso, ma anche i protagonisti delle sue storie, «uomini e donne responsabili della proprie scelte, positive o negative che siano, qualsiasi colore della pelle abbiano , qualsiasi sia la loro posizione sociale : miliardari, intellettuali, toreri, pescatori, camerieri, portatori africani».

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Avvenire

Virus Shamonda: Il paziente contagiato è morto a inizio ottobre. Ma «era gravemente immunodepresso». L’ipotesi è quella di una contaminazione tramite la puntura di un moscerino

In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c'è da sapere

Avvenire

Da quando è stato identificato per la prima volta, 61 anni fa in Nigeria, il virus Shamonda non era mai stato riscontrato nell’uomo; è infatti trasmesso da insetti ad animali da allevamento. O almeno lo era. Visto che è stato rilevato per la prima volta in un essere umano. È accaduto in Francia e il soggetto contagiato, morto a inizio di ottobre, era un «paziente gravemente immunodepresso», e in attesa di un trapianto. Così riferiscono, in una nota congiunta, i ministeri della Salute e dell’Agricoltura di Parigi.

«Malgrado il virus Shamonda – recita il comunicato – circoli da diversi decenni in Africa e in Asia, finora non era mai stato documentato alcun caso nell’uomo. Si tratta dunque di un evento eccezionale», verificatosi in un paziente ricoverato a Lione per una patologia grave. Al momento l’ipotesi è di «una contaminazione tramite la puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, un territorio in cui, durante la primavera e l’estate, è stata segnalata la circolazione del virus tra gli animali». Stando agli accertamenti, «le complicazioni cerebrali riscontrate nel paziente immunodepresso prima del decesso sarebbero, con ogni probabilità, riconducibili all’infezione da virus Shamonda». Tuttavia, assicurano a Parigi, al di là di questo caso specifico, «alla luce delle conoscenze attualmente disponibili su tale virus, al momento non è stato individuato alcun rischio sanitario per la popolazione generale».
È bene tuttavia non sottovalutare questo segnale che, evidenzia Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Consiglio superiore di sanità, riafferma la capacità, da parte dei cambiamenti climatici, di «influenzare la diffusione dei patogeni. Ma non dobbiamo aspettarci che il contagio si estenda alla popolazione umana: nonostante si sia verificato un decesso, non abbiamo prove che il virus sia mutato diventando pericoloso per le persone».
Dopo il primo riscontro in Nigeria del 1965, il virus era stato segnalato anche in Australia e Giappone. È dell’estate di quest’anno la presenza negli allevamenti europei. «La trasmissione all’uomo è un evento eccezionale e non dobbiamo preoccuparci che il virus possa diffondersi facilmente tra le persone», spiega Andreoni. «Siamo di fronte al caso di un paziente gravemente immunodepresso, nel quale l’infezione potrebbe aver trovato condizioni particolarmente favorevoli. Non possiamo quindi pensare che il virus si sia necessariamente adattato all’uomo: potrebbe semplicemente aver “approfittato” di una situazione. Abbiamo già osservato casi di batteri e parassiti capaci di provocare infezioni in persone con difese immunitarie compromesse, senza che questo significhi che si siano adattati a infettare l’essere umano». Un’ipotesi alternativa, «ma molto meno probabile», è che il virus abbia subito una mutazione che gli consenta di infettare l’uomo con maggiore facilità. Il vero aspetto preoccupante, precisa Andreoni, «è che questo agente infettivo sia arrivato in Europa. È un ulteriore segnale degli effetti della globalizzazione e, soprattutto, dei cambiamenti climatici, che possono favorire la diffusione di vettori e agenti infettivi in nuove aree geografiche. Un campanello d’allarme – conclude – che merita attenzione e monitoraggio».

In Italia, il ministero della Salute aveva lanciato un “alert” già il 17 settembre sulla circolazione del virus in alcuni allevamenti. «In attesa di ulteriori approfondimenti epidemiologici e scientifici, questo caso rappresenta un ulteriore richiamo all’importanza di non abbassare la guardia nei confronti delle malattie infettive emergenti – sottolinea il presidente della Società italiana d’Igiene, Enrico Di Rosa -. È fondamentale rafforzare i sistemi di sorveglianza epidemiologica, virologica ed entomologica, promuovendo una collaborazione sempre più stretta tra sanità pubblica, medicina veterinaria e tutela dell’ambiente». I cambiamenti climatici, aggiunge Di Rosa, «modificano la distribuzione geografica e la stagionalità degli insetti vettori creando condizioni favorevoli alla diffusione di agenti patogeni anche in territori precedentemente meno interessati, esponendo anche il nostro Paese a rischi infettivi nuovi o finora poco conosciuti. Riteniamo pertanto prioritario investire nel potenziamento dei dipartimenti di Prevenzione per intercettare precocemente questi fenomeni. La prevenzione deve essere in grado di anticipare i rischi, non limitarsi a gestire le emergenze».

Chi ha paura del dialogo? Undici schede per conoscere l’islam e «disarmare i pregiudizi»

Un momento della presentazione delle “Schede per conoscere l’Islam” a Roma con Zuppi e gli esponenti delle comunità musulmane

Avvenire

«Sono musulmano di fede ma cattolico di cultura. I genitori mi hanno fatto frequentare l’ora di religione a scuola e l’oratorio». Yassine Baradai si racconta. Lo fa accanto al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede a Roma. D’origine marocchina, è il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. E tiene a far sapere: «Ho festeggiato sempre il Natale. E la mia compagna è cristiana». Una pausa. «C’è bisogno di scardinare una visione dell’islam che riduce tutto a un problema o a una questione di sicurezza. E l’iniziativa che la Conferenza episcopale italiana propone va in questa direzione». Yassine Baradai si riferisce alle “Schede per conoscere l’islam”, undici tappe realizzate con il Pisai, il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica, e destinate a entrare nelle scuole della Penisola durante l’ora di religione cattolica. Un «laboratorio di cultura e dialogo», non una materia «per fare catechismo», spiega Zuppi che per sette anni è stato insegnante di religione. E un’opportunità per tutti. «Anche per gli stessi ragazzi musulmani che mi auguro possano frequentare l’ora di religione», afferma il cardinale nella presentazione delle “Schede” a Palazzo Borromeo. Perché, aggiunge, «la conoscenza permette di sconfiggere i sospetti. Se il cristiano ha pregiudizi verso il musulmano, perché il musulmano non deve avere pregiudizi verso il cristiano?».
Anche l’Italia fa i conti con la polarizzazione. E con la paura del diverso. Timori che la politica cavalca e strumentalizza. E la religione diventa “arma”. «C’è molta ignoranza, c’è molto sensazionalismo, c’è molta semplificazione. Vale per l’islam. Vale per l’ebraismo», dice Zuppi. Due tradizioni al centro del progetto Cei che porta fino in aula il dialogo fra le fedi. E guarda ai «giovani che hanno bisogno di saperi corretti». Poi il monito: «Leggo titoli pericolosi sui giornali che alimentano l’idea di uno scontro di civiltà, compresa l’islamofobia». La sfida è quella di favorire la comprensione reciproca. Sui passi della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” e a quarant’anni dall’incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 ad Assisi dove aveva radunato i leader delle religioni del mondo. Un anniversario di cui le schede «sono uno dei frutti», sottolinea Zuppi.
Dalle religioni presenti nel Paese arriva un messaggio chiaro: non solo è possibile convivere, ma anche collaborare insieme per il bene della nazione e per la coesione sociale. Persino di fronte alla violenza, come quella giovanile di questi giorni. «Serve una condanna univoca, ma anche una necessaria proposta educativa per rispondere alle domande che i ragazzi ci pongono», dichiara il cardinale facendosi interprete di un desiderio collettivo. È ciò che sta alla base anche del “Patto fra le religioni” coordinato dalla Cei che è stato firmato a giugno e consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Il dialogo è una sfida per l’Italia. Ed è soprattutto il futuro – rimarca il presidente della Cei durante l’incontro a Palazzo Borromeo –. Ma vale persino il contrario: se non parli resti indietro, perché il mondo va avanti». Andare incontro all’altro non significa mettere in discussione l’identità italiana. «Anzi, aiuta a capire ancora di più le radici cristiane del Paese e che cosa può tornare a essere il Mediterraneo», assicura Zuppi.
È il tempo di tessere relazioni di «stima e fiducia», fa sapere il vescovo Gaetano Castello, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Dialogo fra le fedi che non è «un lusso» ma un «modo onesto di cooperare per una società migliore che unisce i nostri credo», chiarisce. Scommettendo sulla formazione. Ecco quindi le “Schede” per le classi. «Una buona pratica da sostenere», osserva in un videomessaggio Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ed evidenzia: «Avere come intento la conoscenza dell’altro vuol dire avere come obiettivo ultimo quello di combattere il pregiudizio». Verso chiunque. «Siamo in tempi difficili caratterizzati da parole apertamente ostili», mette in guardia Massimo Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. E Nadjia Kebour, docente al Pisai e alla Pontificia Università Urbaniana, avverte: «L’ignoranza è una radice del male. Il terrorismo esiste e io l’ho vissuto in Algeria, ma l’islam non è la religione dei terroristi. Come non è solo della sharia, ossia delle leggi, ma anche del misticismo». E il preside del Pisai, Wasim Salman, richiama papa Francesco per raccontare il percorso che con la Cei è stato fatto. «C’è bisogno di creare ponti – ribadiscono don Giuliano Savina e don Alberto Gastaldi, direttori degli Uffici nazionali Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e per l’educazione, la scuola e l’università –. Abbiamo già iniziato un confronto con esponenti del buddismo e dell’induismo per compiere un ulteriore passo».

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Nuovo vaccino per tumore polmone. Il farmaco nasce da uno studio italiano e riguarda la stessa patologia che ha colpito il Papa. Cappuzzo (Int Regina Elena di Roma): «Una nuova arma dopo il fallimento della prima terapia»

Tumore al polmone: un vaccino raddoppia la sopravvivenza nella malattia già avanzata

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Un vaccino di nuova generazione contro il tumore del polmone, nato da uno studio italiano e sviluppato dall’azienda biotecnologica francese Ose Immunotherapeutics, ha dimostrato, nella fase 2 di sperimentazione, di poter quasi raddoppiare la sopravvivenza. È una ulteriore conferma di quell’autentica rivoluzione in atto in campo oncologico, dovuta all’immunoterapia (che comprende anche i vaccini antitumorali).
Quando, nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (il più frequente) in stadio metastatico, già trattati dalle terapie di prima linea, la malattia progredisce o si ripresenta, decretando il fallimento delle precedenti cure, solo il 29% sopravvive a un anno dalla ricomparsa. La somministrazione del vaccino peptidico di precisione chiamato “Tedopi”, invece, porta la sopravvivenza a un anno al 47% in combinazione con la chemioterapia (docetaxel), e al 46% con l’immunoterapia (nivolumab). È quanto sta emergendo dalla ricerca di fase 2 “Combi-Ted”, promosso dalla Fondazione Ricerca Traslazionale (FoRT), il cui primo autore è Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e presidente di FoRT, che lo presenterà, domenica prossima, al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in programma a Madrid.

La ricerca internazionale

Lo studio di rilievo internazionale ha coinvolto 17 centri oncologici di eccellenza, distribuiti tra Italia, Francia e Spagna, confermando così il ruolo di primo piano della rete di ricerca italiana nella sperimentazione dei vaccini terapeutici. I risultati, spiega una nota, segnano una «svolta fondamentale» per una patologia che, solo in Italia, nel 2025 ha fatto registrare 43.000 nuove diagnosi (dati Airtum), confermandosi tra le principali cause di malattia tumorale e la prima in assoluto per mortalità nel nostro Paese. In particolare, la forma “non a piccole cellule” (Nsclc), in questi giorni sotto i riflettori perché ha colpito anche il Papa, rappresenta circa l’85% di tutti i casi di tumore al polmone. In un simile scenario, le opzioni terapeutiche alla progressione della malattia sono ancora oggi «estremamente limitate, con la chemioterapia tradizionale che rimane lo standard di cura nonostante la sua modesta efficacia e la spiccata tossicità».

Come funziona il vaccino

Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia medica 2 dell'Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
«A differenza dei classici vaccini proteici o di quelli preventivi, il vaccino peptidico è costituito da una combinazione sintetica di 10 brevi frammenti di amminoacidi (peptidi) selezionati da antigeni tumorali – dice Cappuzzo –. Il farmaco agisce come un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario: nei pazienti con la caratteristica genetica “Hla-A2 positivi” presenta questi 10 “identikit” ai linfociti T, le cellule difensive dell’organismo, insegnando loro a riconoscere e distruggere le cellule tumorali con chirurgica precisione e senza alcun incremento della tossicità rispetto ai trattamenti standard».

Il trial clinico

Nello studio Combi-Ted, 106 pazienti con malattia in progressione dopo una prima linea di chemo-immunoterapia sono stati divisi in tre gruppi per valutare la somministrazione del vaccino peptidico in associazione alla chemioterapia, il vaccino in associazione all’immunoterapico nivolumab, oppure la sola chemioterapia standard a base di docetaxel. «I risultati – evidenzia Cappuzzo –  sono estremamente positivi: nei pazienti che ricevono il vaccino, la sopravvivenza a un anno è praticamente doppia rispetto al gruppo trattato con la sola terapia tradizionale, senza alcun eccesso in termini di effetti collaterali». Queste persone sono ora monitorate. Anche «i pazienti che proseguivano l’immunoterapia aggiungendo il vaccino peptidico – conclude Cappuzzo – ottenevano un beneficio sostanziale in termini di sopravvivenza». E mentre gli studi su questa possibilità terapeutica vanno avanti – in caso di ulteriori conferme in fase 3 si procederà a chiedere alle autorità regolatorie l’autorizzazione all’immissione in commercio -, i dati presentati a Esmo aprono di fatto una nuova era nell’impiego dei vaccini peptidici in immuno-oncologia, dimostrando che l’addestramento mirato del sistema immunitario può trasformare in modo concreto il futuro terapeutico dei pazienti affetti da tumore al polmone avanzato.

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In Italia sono soltanto quattro le aziende che hanno ottenuto la certificazione CAFE (Age Friendly Employer): formazione continua, travaso di competenze e sentinelle anti discriminazione le ricette adottate

L'ultima frontiera dell'inclusione è il lavoro senza stereotipi generazionali

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Generazioni a confronto. Se le famiglie si accorciano perché si diventa genitori sempre più tardi e nonni e nipoti hanno spesso una distanza anagrafica importante, è nei luoghi di lavoro che il dialogo tra chi ha i capelli bianchi e chi ha appena finito gli studi è diventato la normalità.

L’età della pensione si allunga e trattiene gli over60 mentre i giovani iniziano il loro percorso lavorativo sempre prima grazie a stage e tirocini curriculari. In un Paese dove l’invecchiamento della popolazione ha ormai raggiunto la soglia di non ritorno le aziende si stanno ponendo il problema di come trasformare le differenze anagrafiche, che si portano dietro un diverso approccio al lavoro ma anche diverse necessità organizzative, in opportunità. E se una volta erano i “nuovi arrivati” a soffrire di ansia da prestazione oggi sono i “senior” che temono di venire discriminati.
I lavoratori appartenenti a una stessa classe anagrafica sono accomunati da valori, motivazioni, ambizioni, bisogni e aspettative molto simili rispetto all’impegno professionale. Certo si tratta di stereotipi ma possiamo dire che le quattro generazioni che oggi si trovano contemporaneamente al lavoro hanno alcune caratteristiche che li differenziano. I Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964) sono dediti al lavoro e preferiscono una struttura organizzativa gerarchica, la Generazione X (classe 1965-1980) è nota per la sua capacità di flessibilità e adattamento, i Millennial (nati tra il 1981 e il 1996) hanno come priorità l’equilibrio tra vita privata e professionale, mentre i giovani della Gen Z (classe 1997-2010) sono nativi digitali e molto attenti alle questioni ambientali e sociali.
Già oggi i senior rappresentano la maggioranza e lo saranno ancora di più in futuro. Nel 2030 un lavoratore su tre avrà più di 55 anni e non si potrà considerare in uscita, visto che avrà di fronte ancora parecchi anni di vita attiva. L’ultima frontiera dell’inclusività in azienda è quella legata alla questione anagrafica: in quest’ottica è nata nel 2019 la CAFE (acronimo di Certificazione Age Friendly Employer) rilasciata da un ente americano (l’Age-Friendly Institute) che assegna un bollino di qualità, privo di conseguenze pratiche, alle aziende che facilitano i rapporti tra generazioni diverse. Al momento sono oltre 200 i datori di lavoro certificati in 31 stati americani e in altri 10 Paesi. In Italia, dove il processo è gestito da Learning Edge, società di formazione manageriale con sede a Milano, le aziende “amiche del lavoro senza disparità generazionali” si possono letteralmente sulle dita di una mano. Sono appena quattro e hanno elaborato strategie che si muovono lungo diversi binari, dalla formazione e dal travaso di competenze in maniera bidirezionale alla presenza di “sentinelle” che monitorano i rapporti e prevengono i problemi.

Il gruppo Hera, multiutility con 11mila dipendenti, è l’ultima delle quattro ha appena ricevuto la certificazione ma è stata pioniera su questo fronte visto che già nel 2011 aveva realizzato una ricerca, dal titolo simbolico “GenerAzioni” in collaborazione con l’università di Bologna. L’anno scorso è nato il programma Longevità che ha come scopo principale quello di far vivere bene le persone in azienda, a tutte le età offrendo supporto psicologico gratuito, piani alimentari personalizzati, sedute di fisioterapia, screening gratuiti, supporto alla genitorialità e all’istruzione dei figli. Tutti i dipendenti di Hera hanno diritto a 150 ore di permesso per studio, qualsiasi sia la loro posizione ed età. Un’attenzione particolare è stata posta nella gestione della seniority dei propri dipendenti. Viene promosso l’inserimento (pari a circa il 10% delle nuove assunzioni) degli over50, soprattutto donne, che fanno fatica a rientrare nel mondo del lavoro. Previsto anche un programma specifico di accompagnamento alla pensione, Rewire, per vivere questa delicata fase in modo graduale.
«Il nostro obiettivo, a fronte di un allungamento della vita media e di conseguenza anche di quella lavorativa, è il benessere dei lavoratori a tutte le età. I giovani possono attingere all’esperienza degli adulti che in un mondo estremamente digitalizzato rischia di perdersi» sottolinea Alessandro Camilleri, direttore delle Risorse Umane.
Generazioni a confronto senza pregiudizi: il gruppo Hera con il suo progetto “Longevity” punta a far stare bene in azienda giovani e senior 

Poste Italiane, primo datore di lavoro nel nostro Paese con ben 120mila dipendenti, ha ricevuto da poco la certificazione. Un terzo dei dipendenti sono over50. Le iniziative introdotte sono diverse a partire dagli Age Friends un gruppo di 200 dipendenti che ogni giorno si impegnano per diffondere una cultura dell’inclusione. «Poste Italiane ha scelto di fare della diversità generazionale uno degli elementi qualificanti della propria strategia – sottolinea l’azienda –. Dall’anno scorso sono stati promossi programmi di mentoring e coaching per favorire lo scambio di competenze tra giovani ed è stata avviata una ricerca sul rapporto tra le generazioni in azienda». Tra i progetti al via spicca “Keep Fit & Forward” che accompagna chi ha una lunga esperienza ad affrontare le nuove sfide della transizione digitale con il sostegno di un tutor basato sull’intelligenza artificiale.

Punta sui giovanissimi Allianz con il programma avviato dieci anni fa che ha introdotto in Italia il modello tedesco della dualità scuola-lavoro. Entrare in una grande azienda a 16 anni, lavorando come un dipendente per tre giorni al mese durante l’anno scolastico e due mesi estivi. Da dieci anni il colosso assicurativo apre le porte del suo grattacielo milanese di CityLife agli studenti delle superiori: sono già trecento i ragazzi che hanno partecipato. Un’ottima palestra per scoprire cosa vuole fare da grandi tanto che alcuni, conseguita una laurea, sono tornati in Allianz in pianta stabile. Il progetto della dualità prevede contratti di apprendistato part-time e una retribuzione lorda di 8mila euro e tutti i benefit aziendali dalle visite mediche ai buoni pasto. Con i ragazzi della generazione Alpha di fatto salgono a cinque le generazioni presenti in azienda. «Una combinazione unica di competenze esperienze e prospettive – sottolinea Letizia Barbi responsabile delle Risorse Umane – Allianz ha scelto di trasformare la longevità in un’opportunità strategica, favorendo la collaborazione e le sinergie tra diverse generazioni attraverso persone di reverse mentoring». Il punto essenziale è proprio lo scambio: non ci sono persone in cattedra che insegnano “come si fa” ma ognuno mette a disposizione conoscenze e punti di vista per conseguire obiettivi comuni. A beneficiarne non è solo il clima ma anche la produttività, visto il basso turn-over dei dipendenti. Sulla stessa linea si muove Sanofi Italia che ha scelto di utilizzare il linguaggio inclusivo a partire dalla selezione del personale: nessun riferimento all’età (e al genere ovviamente) negli annunci dell’azienda di biofarmaceutica. Anche Sanofi come Poste si affida a dipendenti volontari che promuovono l’inclusività generazionale facendo proposte concrete. Grande attenzione alla formazione continua per i lavoratori senior e benefit mirati come i servizi di prevenzione sanitaria e i piani di previdenza complementare.
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