26 Settembre, Santi Cosma e Damiano, martiri

Notizie attualità in primo piano e visione profetica per il rinnovamento della Chiesa

Letture del Giorno
Prima Lettura
Dal libro del Qoèlet
Qo 11,9-12,8
Godi, o giovane, nella tua giovinezza,
e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.
Segui pure le vie del tuo cuore
e i desideri dei tuoi occhi.
Sappi però che su tutto questo
Dio ti convocherà in giudizio.
Caccia la malinconia dal tuo cuore,
allontana dal tuo corpo il dolore,
perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.
Ricòrdati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi
e giungano gli anni di cui dovrai dire:
«Non ci provo alcun gusto»;
prima che si oscurino il sole,
la luce, la luna e le stelle
e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;
quando tremeranno i custodi della casa
e si curveranno i gagliardi
e cesseranno di lavorare le donne che macinano,
perché rimaste poche,
e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre
e si chiuderanno i battenti sulla strada;
quando si abbasserà il rumore della mola
e si attenuerà il cinguettio degli uccelli
e si affievoliranno tutti i toni del canto;
quando si avrà paura delle alture
e terrore si proverà nel cammino;
quando fiorirà il mandorlo
e la locusta si trascinerà a stento
e il cappero non avrà più effetto,
poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna
e i piagnoni si aggirano per la strada;
prima che si spezzi il filo d’argento
e la lucerna d’oro s’infranga
e si rompa l’anfora alla fonte
e la carrucola cada nel pozzo,
e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
tutto è vanità.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 89 (90)
R. Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte. R.
Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca. R.
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi! R.
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,43b-45
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Conflitti, povertà, disastri ambientali, operazioni di soccorso. Sono parole che siamo così abituati a sentire che a volte facciamo fatica a ricordarci che riguardano persone in carne ed ossa, situazioni vere e drammatiche. È ciò che ci aiuta a fare la fotografia etica: dare volti, colori ed emozioni alle notizie che sentiamo ogni giorno e ai contesti che pensiamo lontani da noi. Questo approccio trova la sua massima espressione al Festival della Fotografia Etica a Lodi.
“Vogliamo offrire uno spazio in cui la fotografia diventi strumento di conoscenza, capace di farci sentire nostre le storie altrui e di spingerci a pensare con senso critico a ciò che accade vicino e lontano da noi” così il direttore Alberto Prina riassume perfettamente l’anima del Festival che da diciassette anni ospita per cinque weekend i più grandi fotogiornalisti da tutto il mondo e le loro opere. Questa edizione, dal 26 settembre al 25 ottobre, non sarà da meno: 30 mostre, 14 spazi, un ricco calendario di eventi e visite guidate . Il Festival ospiterà anche l’unica tappa lombarda della mostra itinerante del World Press Photo, il concorso di fotogiornalismo più conosciuto al mondo. Nei sinuosi spazi del centro direzionale Bipielle progettato da Renzo Piano, le quasi 150 immagini selezionate, tra cui spicca lo scatto di Carol Guzy, World Press Photo of the Year 2026, che mostra la disperazione di due figlie che si aggrappano alla maglietta del padre mentre gli agenti dell’ICE lo arrestano. “In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente”, aveva commentato Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva del World Press Photo., quando era stato annunciato il vincitore.
Un’istantanea talmente significativa e potente che ha vinto anche la sezione MASTER del World Report Award, il concorso internazionale del Festival che supporta l’impegno sociale dei fotografi nel documentare l’umanità nei suoi aspetti più intimi e profondi. Sempre a palazzo Barni i vincitori delle altre sezioni, che raccontano storie da ogni parte del mondo: la resilienza delle comunità indiane ai test nucleari, il devastante conflitto in Sudan, le mutazioni della Galizia, le insurrezioni studentesche e l’urbanizzazione a Dakha in Bangladesh.
“In un tempo in cui le immagini possono essere fabbricate in pochi secondi, scegliamo storie che qualcuno è andato a vedere davvero” continua Prina: è la filosofia che accompagna tutte le foto in mostra al Festival. La fotografia come presenza e come strumento, come nel caso dello Spazio Non profit, in cui si punta l’obiettivo su progetti di denuncia sociale, umanitaria, femminista, ambientale, portati avanti da organizzazioni non governative internazionali come SOS Humanity che si occupa di operazioni di soccorso nel Mediterraneo documentate da Max Cavallari con il reportage “Acquaintance – search and rescue in the Mediterranean sea” e Pinkishe Foundation che si occupa di povertà mestruale in India, con cui ha collaborato Ginevra Bonina in “Out for blood”. I temi toccati sono numerosi e variegati, dai conflitti più devastanti alle affascinanti geometrie del mondo naturale, dagli ampi reportage di respiro internazionale a fotografie che sanno racchiudere complicate storie in scatti singoli.
Il Festival innerva tutta la città, colorando di arancione gli spazi culturali più conosciuti e quelli che vengono aperti per l’occasione, sino ad includere bar e ristoranti con il circuito OFF, che permette anche ai fotografi emergenti di esporre i propri lavori.
Un appuntamento imperdibile, che trasforma Lodi in una grande finestra aperta sulle urgenze del nostro tempo. Visitare il Festival della Fotografia Etica significa, oggi più che mai, scegliere di non voltare lo sguardo e riappropriarsi del valore dell’empatia.
Avvenire
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Avvenire
Raggiungere l’autonomia energetica mettendo al centro le fonti rinnovabili è strategico e non più rimandabile. Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno reso la sfida del contrasto al cambiamento climatico e la transizione energetica vitali e drammaticamente urgenti. Dal punto di vista ambientale, certamente, perché non possiamo tardare nel processo di decarbonizzazione dei nostri sistemi energetici e mitigazione del riscaldamento globale. Ma anche dal punto di vista finanziario: gli investitori responsabili considerano la sfida della sicurezza energetica rinnovabile centrale per le strategie di investimento e la creazione di valore.
Il Forum per la Finanza Sostenibile rappresenta 180 soci dell’industria finanziaria e della società civile. Alcuni mesi fa abbiamo lanciato la campagna “Finanziamo le rinnovabili: è ora!”, dove diamo voce ai nostri associati attraverso le loro storie di investimento, finanziamento, assicurazione: nell’attuale scenario molto complesso, caratterizzato da una comunicazione in molti casi fuorviante e scorretta sulla sostenibilità, pensiamo sia utile ed efficace portare casi concreti positivi, per alimentare un dibattito pubblico che si svolga su basi scientifiche.
Nonostante gli sconvolgimenti internazionali, si è osservato negli ultimi anni un aumento degli investimenti globali in transizione energetica. Secondo i dati di BloombergNEF, nel 2025 si è raggiunto il livello record di 2.300 miliardi di dollari, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. Gli investimenti in produzione di energia pulita hanno continuato a superare quelli nei combustibili fossili, con un divario che si è ampliato a 102 miliardi di dollari, rispetto agli 85 miliardi del 2024. Un ruolo fondamentale, come mette in luce l’Agenzia Internazionale dell’Energia Rinnovabile, è svolto dagli investitori privati, che da soli coprono il 60% degli investimenti totali. Lo confermano, per l’Italia, le nostre ricerche, da cui emerge come gli operatori istituzionali investano in modo importante nel settore delle energie rinnovabili, soprattutto attraverso gli investimenti tematici e l’impact investing.
Attraverso la campagna abbiamo raccolto esperienze significative dagli operatori finanziari: dalle loro storie concrete emerge come la finanza sostenibile svolga un ruolo decisivo nell’accompagnare la trasformazione del sistema energetico, sostenendo infrastrutture, tecnologie e imprese capaci di generare valore nel lungo periodo. La finanza sostenibile trasforma il capitale paziente in infrastrutture utili a ridurre l’impronta di carbonio.
Tra le esperienze raccolte ci sono casi di operatori che hanno molto aumentato gli impianti per produrre energia verde oggetto di investimento. Uno di loro ci ha riferito, per esempio, di essere passato tra il 2016 e il 2026 da 60 a 523 impianti in portafoglio, per un totale oggi di 909 MW (contro i 157 MW di partenza). Un altro investitore ha calcolato che attraverso i propri impianti si genera ogni anno un impatto concreto pari a 456 GWh di energia prodotta e 241.680 tonnellate di CO₂ evitate. Molti operatori stanno puntando sui sistemi di stoccaggio basati sulle batterie, i così detti BESS (Battery Energy Storage System), decisivi per rafforzare la stabilità di un sistema che vuole puntare sempre più sulle rinnovabili. Per esempio, una società già impegnata negli impianti rinnovabili e nell’efficienza energetica sta sviluppando una pipeline BESS di circa 670 MW.
Più in generale, nelle valutazioni degli investitori la produzione e l’utilizzo di energie verdi da parte di società investibili rappresentano un aspetto sempre più importante, perché collegato a fattori come l’intensità emissiva, le strategie di riduzione delle emissioni, la gestione dei rischi climatici e la solidità dei piani di transizione. Un investitore ci ha raccontato che oltre tre quarti del valore del portafoglio di alcuni suoi fondi ha obiettivi di riduzione delle emissioni e che il 78% della capacità produttiva delle società presenti nei portafogli proviene da fonti rinnovabili.
Inoltre, è considerato importante il valore strategico di partnership sinergie con i diversi stakeholder. Un operatore ci ha raccontato di due importanti piattaforme di collaborazione industriale con altri partner, sottolineando come le soluzioni (produzione on-site, approvvigionamento di energia rinnovabile, elettrificazione e sistemi più efficienti) esistano già, ma la vera sfida sia piuttosto creare le condizioni perché questi interventi possano essere finanziati, realizzati e portati su ampia scala.
È importante infine evidenziare come l’interesse verso le energie verdi e l’efficienza energetica ampli l’universo investibile a numerosi settori a queste collegati, come la mobilità elettrica e l’immobiliare sostenibile. In questo modo, la finanza sostenibile sostiene la transizione dell’economia, con ricadute positive sui costi dell’energia per famiglie e imprese, che si abbassano con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili, e sul contrasto, urgente, alla crisi climatica.

Urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, Paolo Pileri sarà ospite a Eco Sanfra, il festival ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco e dedicato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale, in programma a Perugia da oggi a domenica 27 settembre. Insieme a Don Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI e direttore dell’Ufficio dell’apostolato del mare, Pileri parlerà di suolo, paesaggio e comunità con un occhio alle generazioni future. Ma, anche e soprattutto agli ultimi studi che sta portando avanti sulla cosiddetta “urbanistica del togliere”.
Di cosa si tratta?
È una proposta che stiamo lanciando da qualche tempo, spiegando che il progetto urbano non può essere fatto solamente di addizioni; aggiungiamo qualcosa, ma dobbiamo avere il coraggio di immaginare sottrazioni, quindi togliere. La prima cosa da togliere sono ovviamente gli asfalti e tutto quello che invade gli spazi pubblici. Il caldo quest’estate li ha resi bollenti, invivibili, impraticabili e sui quali non si poteva camminare. Ecco, questo è un esempio dell’urbanistica che deve togliere; che non vuol dire che non ha bisogno di progetto, anzi bisogna mettersi lì, guardare cosa fare. Ripensare gli spazi, ridisegnarli, rivedere le proporzioni, le geometrie, c’è tantissimo da fare. Poi da qui si parte a “scorticare”: via gli asfalti per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante.
Una sfida importante per le città dell’asfalto dovunque…
Una bellissima sfida e importante, certo. In realtà è meno complicata di quello che si può immaginare. Diciamo che la sua complicazione sta nel sovvertire la normalità a cui siamo abituati, cioè che l’urbanistica sia, come ho detto prima, qualcosa che prende un prato e lo fa diventare un bosco verticale, ad esempio, invece la cosa che mi piace pensare è che il bosco verticale lo facciamo tornare a essere un bosco orizzontale.
Sta bocciando uno dei progetti pluripremiati all’insegna della sostenibilità?
Sì, a mio parere è anche una sorta di “forzatura antropocentrica”, cioè l’idea è ragazzi, adesso io prendo la natura e sapete cosa faccio? Gli do la forma che più mi pare e piace. Io sono l’architetto, io sono il deus ex macchina e quindi faccio della natura quello che voglio. Ecco questo è un processo culturalmente tossico.
Ma, tornando all’urbanistica del togliere, cosa ne pensano i sindaci?
Ne stiamo parlando da un po’ e qualche amministrazione si è già avvicinata a questo concetto. Come la città di Genova che sto personalmente aiutando a introdurre il concetto del togliere anche all’interno dei meccanismi di regolamento dell’ urbanistica. C’è anche un piccolo comune in provincia di Padova, Selvazzano Dentro, con cui stiamo lavorando, come Politecnico, e dove il sindaco, si è già detto d’accordo. Poi ci sono molte altre amministrazioni che, lo dico molto francamente, non hanno nemmeno capito di cosa stiamo parlando.
Che cosa vi dicono?
Molti pensano che la parola “togliere” sia una parola da bandire dal vocabolario dello sviluppo e quindi non ne vogliono sentir parlare. C’è anche la miopia dell’Associazione nazionale dei comuni italiani che anziché provare a traghettare – con tutte le difficoltà del caso – un concetto nuovo ma necessario nell’urbanistica, cosa fa? Decide di non avventurarsi .
Forse sono perplessi anche per i costi da sostenere.
Oggi possiamo prevedere dei costi spannometrici, parliamo di circa 100 euro per metro quadrato, se vogliamo togliere l’asfalto, rigenerare il suolo e fare il minimo indispensabile per ripristinare un prato. Sono costi molto spannometrici. Ma il fatto che ci siano dei costi ci rende felici e dovrebbe far felice anche gli ordini professionali e le imprese, quelle ad esempio che fanno capo all’associazione degli asfalti. Perché le frese che vengono usate per togliere l’asfalto sono le stesse che si usano per posizionarlo. Con l’urbanistica del togliere le imprese non perdono lavoro ma vengono pagate lo stesso, pagate per “togliere”.
Ma lei pensa a una città ad asfalto zero o con un tipo di asfalto diverso?
Sono due cose diverse. C’è la depavimentazione, che significa rimozione completa dell’asfalto o altri materiali. Dopo la rimozione c’è la ricostruzione della terra con tecniche particolari. Poi c’è la rimozione completa dell’asfalto e la successiva impermeabilizzazione con tecniche che aumentano la permeabilità del suolo anche se quest’ultimo caso non rispetta tutto quello che sono i valori ecologici di un prato. Così come non è detto che tutta l’acqua riesca a penetrare nel suolo, perché buona parte rimane tra le fughe delle mattonelle. Ecco quindi l’urbanistica del togliere: ovviamente il top è arrivare alla depavimentazione, il meno top è arrivare alla deimpermeabilizzazione.
Al festival parlerà anche delle generazioni future, come si collega quest’altro tema?
Togliamo per le generazioni future. Questo governo ha dovuto approvare nel novembre scorso una legge che si chiama “VIG”, valutazione di impatto generazionale, che valuta gli effetti sociali, economici ed ambientali delle nuove leggi sulle generazioni future. Una legge che obbliga il legislatore, il Parlamento e i parlamentini regionali, ma anche i Comuni. Ma ancora oggi, purtroppo non abbiamo il regolamento per attuare questa norma avveniristica, che “mette le ali” all’ambientalismo. L’urbanistica del togliere può davvero diventare una sfida per l’ambiente e per le prossime generazioni.
Avvenire

Questa settimana scelgo di condividere con voi parole non mie, ma questa bellissima riflessione di Irene, che ha partecipato insieme ad alcune consorelle lo scorso weekend a una tavola rotonda presieduta da Madre Noemi, per raccontare l’importanza di quanto abbiamo da imparare nell’ascolto dell’altro e nella condivisione. “Ieri, 20 settembre 2026, ho avuto la possibilità di partecipare a Gubbio a “A tavola con i Monaci – Dove le fedi si incontrano”. Durante la giornata si è parlato di cristianesimo, ebraismo e islam, ma più ascoltavo, più mi rendevo conto che non ero semplicemente davanti a persone che raccontavano la propria religione. Stavo ascoltando persone che, partendo da strade diverse, cercavano un modo per incontrarsi.
Ognuno portava con sé la propria storia, le proprie domande, il proprio modo di guardare Dio e il mondo, eppure c’era la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro. Mi ha fatto pensare a quanto spesso, invece, nella vita di tutti i giorni, abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Ci basta sapere che una persona crede in modo diverso dal nostro, che ha una cultura diversa o che vede le cose con altri occhi, per costruire immediatamente una distanza. Ieri, invece, ho visto persone scegliere di fare il contrario: avvicinarsi senza avere paura delle differenze, ma con il desiderio di capire e di incontrare l’altro.
La tavola è diventata un luogo di incontro. Non soltanto un posto in cui mangiare, ma uno spazio in cui fermarsi, ascoltare e condividere. Quando siamo intorno a una tavola, per un momento, cadono alcune delle distanze che siamo abituati a costruire. Non ci sono più soltanto una religione davanti a un’altra, una cultura davanti a un’altra, una storia davanti a un’altra. Ci sono persone. Persone che mangiano, parlano, ascoltano, sorridono e raccontano qualcosa di sé, perché a tavola non si condivide soltanto il cibo. Si condividono pezzi di vita. Si fanno domande, si raccontano esperienze, si ascoltano parole che magari non avevamo mai sentito prima. E, poco alla volta, quello che sembrava lontano diventa un po’ più vicino.
In quel momento ho pensato anche a noi giovani. Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente connessi, possiamo parlare con chiunque in pochi secondi e conoscere realtà che si trovano dall’altra parte del mondo, eppure forse facciamo sempre più fatica a incontrarci davvero. Siamo abituati a giudicare dalle immagini, dalle parole scritte velocemente, dalle idee che gli altri mostrano di sé. Ci manca, forse, la pazienza di sederci accanto a qualcuno e dire: “Raccontami chi sei”. Senza avere già una risposta. Senza pensare di dover dimostrare qualcosa.
Quell’incontro mi ha fatto capire che ascoltare veramente l’altro richiede tempo e, soprattutto, richiede di accettare di non avere tutto sotto controllo. Significa lasciare che la storia di un’altra persona ci tocchi, anche quando è diversa dalla nostra. E forse è proprio lì che comincia un incontro vero: non quando smettiamo di essere diversi, ma quando impariamo a non avere paura delle nostre differenze.
Ed è forse proprio continuando ad ascoltare che ho iniziato a capire quanto tutto ciò che stavo sentendo avesse a che fare anche con la nostra vita di ogni giorno. Dietro alle parole sulla fede, sulle tradizioni e sulle differenze, tornava continuamente qualcosa di molto semplice: il modo in cui scegliamo di stare accanto agli altri. Il modo in cui parliamo, il modo in cui ascoltiamo, il modo in cui ci avviciniamo oppure ci allontaniamo.
Mentre ascoltavo tutti questi interventi, mi sono resa conto che alla fine il punto è sempre lo stesso: le cose importanti passano dai gesti semplici. Una tavola, un piatto condiviso, delle mani che si avvicinano. È incredibile come il cibo, qualcosa che facciamo ogni giorno senza pensarci, possa diventare un ponte tra persone diverse. E mentre lo sentivo raccontare, mi veniva da pensare che anche noi giovani, nelle nostre vite di tutti i giorni, abbiamo bisogno di tornare a questi gesti semplici: fermarci, guardarci, stare insieme davvero.
Mi è rimasta dentro quella frase antica: «Rendete grazie a lui perché è buono. Alleluia.» È una parola che Israele ha ricevuto, che ha attraversato secoli e contesti diversi senza perdere la sua forza. E mi fa pensare che alcune parole, quando sono vere, non si consumano. Restano. Ci accompagnano. Ci tengono in piedi. Poi c’è quella frase: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo».
Prima era riferita a Israele, popolo disprezzato. Poi è stata letta come immagine di Cristo rifiutato dagli uomini. La stessa parola, ma occhi diversi, orecchie diverse. E questo mi ha fatto riflettere su quanto spesso noi giovani dividiamo tutto in “vecchio” e “nuovo”, come se il vecchio fosse inutile. In realtà il vecchio è la radice, il nuovo è il ramo. Senza radici, il ramo si spezza. Mi ha colpito anche il fatto che nella tradizione ebraica Dio non ha un nome, perché non si conosce. È un modo per dire che non possiamo possedere tutto, definire tutto, controllare tutto. E forse anche noi dovremmo accettare che alcune cose non si capiscono subito, che ci vuole tempo, che ci vuole silenzio.
“Buono” significa dire bene, benedire. E mi sono chiesta quante volte, tra noi giovani, usiamo le parole per ferire invece che per benedire. Caino uccide Abele perché non aveva più parole. È una frase durissima, ma vera: quando smettiamo di parlare, quando ci chiudiamo, quando non troviamo più le parole giuste, qualcosa dentro di noi muore. E spesso muore anche la relazione con l’altro. La testimonianza del frate francescano mi ha toccato molto. Lui vive da anni in Terra Santa, una terra ferita. Racconta che tante volte, proprio a tavola, si sono risolti problemi enormi: israeliani e palestinesi che, seduti insieme, trovano soluzioni che la politica non vede. E mentre lo ascoltavo, pensavo che anche tra noi, nelle nostre piccole tensioni quotidiane, basterebbe a volte sedersi insieme, parlare, guardarsi negli occhi.
Perché quando mangi accanto a qualcuno, non puoi più vederlo come un nemico. Ma poi arriva il dolore: famiglie senza pane, bambini che muoiono, persone che lasciano la loro terra perché non hanno più nulla. E quando lui dice “dobbiamo imparare ad accettare l’altro come un dono, non come una minaccia”, io penso a quanto questa frase sia vera anche per noi. Perché spesso, tra giovani, l’altro diventa una minaccia senza che ce ne accorgiamo: una minaccia alla nostra sicurezza, alla nostra immagine, al nostro equilibrio. E allora ci chiudiamo. Ma così perdiamo proprio ciò che potrebbe salvarci: la relazione.
Mi ha colpito anche l’idea che Francesco restituisce alla lingua la sua innocenza. Che la voce può diventare preghiera. Che nel momento più buio della sua vita, lui inizia con un ringraziamento. E questo mi fa pensare che forse anche noi, nei momenti difficili, dovremmo provare a dire almeno una parola buona. Una parola che non ferisce. Una parola che apre. Quando si parlava della Bibbia delle donne, della vita quotidiana che attraversa la Scrittura, ho capito che anche noi, nelle nostre giornate normali, possiamo trovare parole che ci tengono insieme. Perché la pace non nasce nei grandi discorsi: nasce nelle piccole cose. Nei messaggi che scegliamo di non mandare con rabbia. Nelle parole che scegliamo di dire con sincerità. Nei silenzi che non usiamo per punire l’altro.
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