Comunicato stampa preti sposati su don Alberto Ravagnani

Cristina Scuccia Don Alberto Ravagnani

Roma 4 Febbraio 2025 – Comunicato Stampa

Nella Messa vigiliare di sabato 31 gennaio e in quelle festive di domenica 1 febbraio, nella parrocchia di San Gottardo al Corso a Milano, è stata letta una comunicazione del Vicario generale della diocesi di Milano monsignor Agnesi, relativa a don Alberto Ravagnani: “Carissimi, è doveroso condividere con voi che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale. Con oggi non svolge più il compito di Vicario Parrocchiale e di Collaboratore della Pastorale Giovanile diocesana”

La decisione di Don Alberto Ravagnani di lasciare il sacerdozio ha fatto molto discutere, ne hanno parlato moltissimi siti internet, ma anche quotidiani e addirittura programmi tv come La Vita in Diretta, ma questo non sorprende, vista la grande popolarità dell’ex prete. La scelta del 33enne ha toccato in particolar modo Cristina Scuccia, che dopo quasi 15 anni, nel 2022 ha lasciato il convento e in esclusiva a Verissimo ha rivelato i motivi che l’hanno spinta a togliere il velo..

Proprio per la situazione simile a Don Alberto, la suora ha dedicato al sacerdote un pensiero e una preghiera: “Non è facile per me parlare delle ferite ricevute in ambito religioso. Forse perché non te le aspetti e fanno ancora più male! Spesso sono ambienti che faticano a dialogare con ciò che è diverso dal “si è sempre fatto così” e così è più semplice prendere le distanze che cercare quei nuovi orizzonti a cui, credo, la fede stessa ci chiami. Non conosco Don Alberto Ravagnani, ma al di là di tutto voglio estendere un pensiero di affetto e una semplice preghiera”.

Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone ha commentato la notizia delle dimissioni di don Ravagnani e delle dichiarazioni di Suor Cristina: “Rispettiamo le scelte dei due personaggi pubblici don Ravagnani e Suor Cristina e invitiamo ancora i vertici della Chiesa Cattolica a riammettere nel ministero i preti sposati e i religiosi e le religiose dimesse dagli incarichi pastorali che sono una grande ricchezza nella Chiesa e potrebbero affiancare i preti in servizio con problemi affettivi normali per una persona adulta.

Dietro la scelta di don Ravagnani e di Suor Cristina tanta sofferenza e solitudine… Buon cammino a loro due per le coraggiose scelte di vita”.

Per maggiori informazioni:

sacerdotisposati@alice.it

cell.  3534552007

Contatti tra Vaticano e la Fraternità San Pio X per evitare strappi, ma ai preti sposati con regolare percorso canonico chiuso ogni dialogo per un eventuale reinserimento nel ministero

Piazza San Pietro
Rispondendo alle domande dei giornalisti, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha sottolineato che, dopo l’annuncio di alcune ordinazioni episcopali a luglio, i colloqui tra le parti proseguono

“Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse”. Così Matteo Bruni, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, rispondendo alle domande dei giornalisti riguardo l’annuncio di ieri, 2 febbraio, da parte della Fraternità, di prossime consacrazioni episcopali in programma il primo luglio nel Seminario Internazionale San Curato d’Ars a Flavigny-sur-Ozerain, in Francia.

Nel comunicato della Fraternità San Pio X, si fa riferimento ad una lettera inviata alla Santa Sede in cui si esprimeva “la necessità particolare della Fraternità di assicurare la continuità del ministero dei propri vescovi”. La Santa Sede – si legge nel comunicato – ha inviato “una lettera che non risponde in alcun modo alle nostre richieste”, da qui la scelta di procedere sulla strada indicata.

La notizia pubblicata in Vatican News è stata commentata dal Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone: “Da anni cerchiamo, inutilmente, il dialogo con le gerarchie vaticane, disponibili e aperte (al contrario dell’atteggiamento verso i preti sposati, verso i lefebvriani.

Lettura e Vangelo del giorno 4 Febbraio 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal secondo libro di Samuèle
2 Sam 24,2.9-17

In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».
Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila.
Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza».
Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».
Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!».
L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 31 (32)

R. Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno. R.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato. R.

Per questo ti prega ogni fedele
nel tempo dell’angoscia;
quando irromperanno grandi acque
non potranno raggiungerlo. R.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,
mi circondi di canti di liberazione.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – FESTA
Colore Liturgico bianco
Grandezza Testo A A A
BENEDIZIONE DELLE CANDELE E PROCESSIONE
Prima forma: Processione
1. All’ora stabilita l’assemblea si raduna in una chiesa minore o in altro luogo adatto al di fuori della chiesa verso la quale si dovrà dirigere la processione. I fedeli tengono in mano le candele spente.

2. Il sacerdote e i ministri indossano le vesti liturgiche di colore bianco come per la Messa; al posto della casula, il sacerdote può indossare il piviale, che deporrà alla fine della processione.

3. Mentre si accendono le candele si canta l’antifona:
Ecco, il Signore nostro verrà con potenza,
e illuminerà gli occhi dei suoi servi. Alleluia.
o un altro canto adatto.

4. Terminato il canto, il sacerdote, rivolto verso il popolo, dice: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dopo aver salutato il popolo, pronuncia una monizione introduttiva per esortare i fedeli a una celebrazione attiva e cosciente del rito che si sta per compiere. Lo può fare con queste o con altre simili parole:

Fratelli e sorelle, sono trascorsi quaranta giorni dalla gioiosa celebrazione del Natale del Signore. Oggi ricorre il giorno nel quale Gesù fu presentato al tempio da Maria e Giuseppe. Con quel rito egli si assoggettava alle prescrizioni della legge, ma in realtà veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede.
Guidati dallo Spirito Santo, vennero nel tempio i santi vegliardi Simeone e Anna. Illuminati dallo stesso Spirito, riconobbero il Signore e pieni di gioia gli resero testimonianza. Anche noi, qui riuniti dallo Spirito Santo, andiamo nella casa di Dio incontro a Cristo. Lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria.

5. Dopo la monizione il sacerdote benedice le candele dicendo, a braccia allargate:

Preghiamo.
O Dio, fonte e principio di ogni luce,
che oggi hai manifestato al giusto Simeone
il Cristo, luce per rivelarti alle genti,
ti supplichiamo di benedire + questi ceri
e di ascoltare le preghiere del tuo popolo
che viene incontro a te con questi segni luminosi
e con inni di lode;
guidalo sulla via del bene,
perché giunga alla luce che non ha fine.
Per Cristo nostro Signore.
R/. Amen.

Oppure:
Preghiamo.
O Dio, vera luce, che crei e diffondi la luce eterna,
riempi i cuori dei fedeli del fulgore della luce perenne,
perché quanti nel tuo santo tempio sono illuminati
dalla fiamma di questi ceri
giungano felicemente allo splendore della tua gloria.
Per Cristo nostro Signore.
R/. Amen.

Il sacerdote asperge le candele con l’acqua benedetta e senza dire nulla infonde l’incenso per la processione.

6. A questo punto il sacerdote riceve dal diacono o da un altro ministro la candela accesa per lui predisposta e comincia la processione, mentre il diacono (o, in sua assenza, lo stesso sacerdote) canta o dice:
Andiamo in pace incontro al Signore.
Oppure:
Andiamo in pace.

Nel qual caso tutti rispondono:
Nel nome di Cristo. Amen.

7. Tutti tengono le candele accese. Mentre si svolge la processione, si canta una delle antifone che seguono: l’antifona Luce per rivelarti con il cantico proprio (Lc 2, 29-32), o l’antifona Adorna il tuo talamo o un altro canto adatto.

I
Antifona
Luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele.

Ora puoi lasciare, o Signore,
che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola.

Antifona
Luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele.

Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza.

Antifona
Luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele.

Preparata da te davanti a tutti i popoli.

Antifona
Luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele.

II
Antifona
Adorna il tuo talamo, o Sion,
e accogli Cristo Re;
abbraccia Maria, vera porta del cielo:
lei porta il Re della gloria,
la vera luce nuova.
Vergine ella rimane
pur porgendo con le mani il Figlio,
generato prima dell’aurora.
Simeone lo accoglie tra le braccia
e annuncia ai popoli:
«Egli è il Signore della vita e della morte,
egli è il salvatore del mondo».

8. Mentre la processione entra in chiesa, si canta l’antifona d’ingresso della Messa. Il sacerdote, una volta giunto all’altare, dopo averlo venerato, secondo l’opportunità, lo incensa. Quindi si dirige alla sede e, deposto il piviale, se lo ha usato durante la processione, indossa la casula. Terminato il canto del Gloria a Dio, dice l’orazione colletta. La Messa prosegue nel modo consueto.

Seconda forma: Ingresso solenne

9. Quando non è possibile svolgere la processione, i fedeli si radunano nella chiesa, tenendo in mano le candele. Il sacerdote, indossate le vesti liturgiche per la Messa, di colore bianco, con i ministri e almeno una parte dei fedeli si reca in un luogo adatto, o davanti alla porta o nella stessa chiesa dove la maggior parte dei fedeli possa opportunamente partecipare al rito.

10. Quando il sacerdote giunge nel luogo stabilito per la benedizione delle candele, queste vengono accese, mentre si canta l’antifona Ecco, il Signore nostro (n. 3), o un altro canto adatto.

11. Quindi il sacerdote, dopo il saluto e la monizione, benedice le candele come descritto ai nn. 4-5 e compie una processione fino all’altare con il canto (nn. 6-7). Per la Messa si osserva quanto stabilito sopra al n. 8.

Antifona
O Dio, accogliamo il tuo amore nel tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende sino ai confini della terra;
è piena di giustizia la tua destra. (Cf. Sal 47,10-11)

Si dice il Gloria.

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guarda i tuoi fedeli riuniti
nella festa della Presentazione al tempio
del tuo unico Figlio fatto uomo,
e concedi anche a noi di essere presentati a te
purificati nello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura
Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate.
Dal libro del profeta Malachìa
Ml 3,1-4

Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia.
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».

Parola di Dio.

Oppure:

Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli.

Dalla lettera agli Ebrei
Eb 2,14-18

Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 23 (24)

R. Vieni, Signore, nel tuo tempio santo.

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia. R.

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

I miei occhi hanno visto la tua salvezza:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele. (Lc 2,30.32)

Alleluia.

Vangelo
I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore.

Forma breve:

I miei occhi hanno visto la tua salvezza.

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 2,22-32

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Parola del Signore.

Sulle offerte
Accogli i doni della Chiesa in festa, o Padre,
come hai gradito l’offerta del tuo Figlio unigenito,
Agnello senza macchia per la vita del mondo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Antifona alla comunione
I miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli. (Lc 2,30-31)

Dopo la comunione
O Padre, che hai esaudito
l’ardente attesa del santo Simeone,
porta a compimento in noi l’opera della tua misericordia;
tu che gli hai dato la gioia, prima di vedere la morte,
di stringere tra le braccia il Cristo tuo Figlio,
concedi anche a noi, con la forza del pane eucaristico,
di camminare incontro al Signore
per ottenere la vita eterna.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Conferenza Episcopale Italiana

Lettura e Vangelo del giorno 1 Febbraio 2026


Prima Lettura
Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate.
Dal libro del profeta Malachìa
Ml 3,1-4

Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia.
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».

Parola di Dio.

Oppure:

Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli.

Dalla lettera agli Ebrei
Eb 2,14-18

Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 23 (24)

R. Vieni, Signore, nel tuo tempio santo.

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia. R.

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

I miei occhi hanno visto la tua salvezza:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele. (Lc 2,30.32)

Alleluia.

Vangelo
I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore.

Liturgia domenica 8 Febbraio 2026 Messa del Giorno V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Antifona
Venite: prostrati adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il Signore, nostro Dio. (Cf. Sal 94,6-7)

Si dice il Gloria.

Colletta
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Prima Lettura
La tua luce sorgerà come l’aurora.
Dal libro del profeta Isaìa
Is 58,7-10

Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 111 (112)

R. Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia. R.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. R.

Seconda Lettura
Vi ho annunciato il mistero di Cristo crocifisso.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 2,1-5

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12)

Alleluia.

Vangelo
Voi siete la luce del mondo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte
Signore Dio nostro,
il pane e il vino, che hai creato
a sostegno della nostra debolezza,
diventino per noi sacramento di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Ringraziamo il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini,
perché ha saziato un animo assetato,
un animo affamato ha ricolmato di bene. (Cf. Sal 106,8-9)

Oppure:

Beati quelli che sono nel pianto:
saranno consolati.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia:
saranno saziati. (Mt 5,4.6)

*A
Risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,16)

Dopo la comunione
O Dio, che ci hai resi partecipi
di un solo pane e di un solo calice,
fa’ che uniti a Cristo in un solo corpo
portiamo con gioia frutti di vita eterna per la salvezza del mondo.
Per Cristo nostro Signore. 

“Trattenere la mano”, il senso antico della tregua olimpica

Anfora panatenaica a figure nere attribuita al Pittore di Euphiletos, con un auriga su quadriga (tethrippon), 550- 540 circa a.C., L’anfora era il premio ufficiale dei Giochi Panatenaici di Atene. Conteneva olio d'oliva sacro. Museo archeologico nazionale di Firenze

Nel tempo che precede i Giochi invernali di Milano Cortina 2026, un’antica consuetudine riemerge nel dibattito pubblico. La sospensione simbolica dei conflitti che accompagna le Olimpiadi affonda le sue radici nel mondo greco, dove il rispetto dei tempi sacri e degli spazi comuni rendeva possibile l’incontro anche tra città in guerra. Ripercorrerne la storia significa interrogarsi sul valore dei limiti, ieri come oggi
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano – Vatican News

Tucidide osserva che anche in guerra gli uomini ricorrono ad accordi quando la necessità lo impone (Guerra del Peloponneso V, 26). Il conflitto non cancella ogni regola: nemmeno la violenza, sembra suggerire lo storico ateniese, è priva di limiti. È da questa consapevolezza – dura, concreta, priva di illusioni – che nasce nel mondo greco antico la tregua olimpica. Non come promessa di pace, ma come riconoscimento di un confine: un tempo sottratto allo scontro, necessario perché la vita comune possa continuare.

Una parola antica che torna nel presente
Nel tempo che precede l’avvio dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, un’espressione che viene da lontano riemerge nel linguaggio pubblico: la cosiddetta tregua olimpica. Non è uno slogan né una formula rituale. È un richiamo che accompagna ogni edizione dei Giochi e che, anche oggi, interroga il rapporto fra sport, politica e responsabilità collettiva.
Per il Comitato Olimpico Internazionale, la tregua olimpica per Milano Cortina 2026 ha inizio il 30 gennaio 2026, sette giorni prima della cerimonia di apertura dei Giochi, ed è destinata a protrarsi fino al settimo giorno dopo la chiusura delle Paralimpiadi invernali. Nel novembre 2025 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a rispettare questo principio nel periodo che circonda Olimpiadi e Paralimpiadi. Un invito privo di forza coercitiva, ma non per questo privo di significato: perché affidato alla parola, e alla sua capacità di orientare il comportamento degli Stati.
La tregua oggi
Nel mondo contemporaneo la tregua olimpica non coincide con un cessate il fuoco formale. Non produce obblighi giuridici né meccanismi di sanzione. È piuttosto una sospensione simbolica, una richiesta esplicita di protezione – degli atleti, delle delegazioni, dei civili – in un tempo segnato da conflitti aperti. La sua forza risiede nel gesto: ricordare che esistono momenti in cui la competizione deve arrestarsi, e che anche la violenza può essere chiamata a fermarsi, almeno per un tempo limitato.

Una radice greca
Questa parola, tuttavia, non nasce oggi. Affonda le sue radici nel mondo greco, dove la tregua olimpica era conosciuta come ekecheiria. Il termine deriva dal verbo ἔχειν (échein, “tenere”) e dal sostantivo χείρ (cheir, “mano”): letteralmente, “trattenere la mano, tenere ferma la mano”. Non un’assenza di conflitto, ma un gesto concreto di sospensione, il segno visibile di un accordo che impedisce, per un tempo determinato, di impugnare le armi. In questa immagine si condensa il senso più profondo della tregua olimpica: non la negazione della guerra, ma la scelta condivisa di arrestarla.
Quando nasce la tregua
Secondo la tradizione antica, l’istituzione della tregua olimpica risalirebbe all’VIII secolo a.C., nel momento stesso in cui i Giochi assumono una forma stabile e panellenica. Pausania ricorda che Ifito di Elide, dopo aver consultato il dio, ristabilì i Giochi olimpici e la tregua, con l’accordo di Licurgo di Sparta e di Cleostene di Pisa. Il patto, secondo l’autore, era inciso su un disco di bronzo conservato nel santuario di Hera a Olimpia, con le lettere disposte in cerchio (Periegesi della Grecia, V, 20, 1-2), una forma che può essere letta come immagine di un accordo destinato a racchiudere e proteggere.

Le fonti antiche
Oltre alle testimonianze già richiamate, altre voci del mondo antico contribuiscono a restituire, in controluce, il senso dei Giochi e il loro significato. Non descrivono direttamente la tregua olimpica, ma aiutano a comprendere il contesto culturale e simbolico in cui essa prende forma. Pindaro, poeta delle vittorie olimpiche, celebra i Giochi come un tempo sottratto all’ordinario. Nelle Olimpiche la competizione non è mai ridotta a prova di forza, ma inscritta in un ordine più ampio, affidato agli dèi, nel quale la gloria dell’atleta è possibile solo perché esiste una misura che la precede. La festa olimpica appare così come un momento di equilibrio, prima ancora che di confronto. Anche Erodoto, nella sua riflessione storica, lascia intravedere l’esistenza di legami capaci di resistere al conflitto. Nel racconto delle guerre persiane ricorda come pratiche condivise – lingua, culti, costumi – contribuiscano a mantenere un orizzonte comune (Storie VIII, 144). Non un’idea di identità chiusa, ma la consapevolezza che la vita collettiva si fonda su elementi riconosciuti, tra cui rientrano anche le grandi feste panelleniche. Letti insieme, questi testi non offrono una definizione della tregua olimpica, ma ne illuminano il presupposto più profondo: l’idea che esistano tempi e spazi in cui la comunità è chiamata a riconoscersi, anche quando il conflitto attraversa la storia.
Una norma condivisa
L’ekecheiria non era un ideale astratto. Era un’istituzione riconosciuta, proclamata prima dei Giochi e fondata sull’autorità religiosa del santuario. Durante quel periodo, l’accesso a Olimpia doveva restare libero e la violenza sospesa almeno lungo i percorsi e nello spazio sacro. Tucidide ricorda che la tregua poteva essere infranta – e che proprio per questo aveva valore politico. Nel racconto del conflitto tra Elide e Sparta, lo storico menziona l’accusa rivolta agli Spartani di aver violato l’ekecheiria con operazioni militari in territorio eleo (Guerra del Peloponneso, V, 49–50). Il fatto stesso che una violazione potesse essere denunciata e discussa mostra che la tregua funzionava come una norma condivisa: un riferimento concreto nei rapporti tra le città greche, sul quale si misuravano responsabilità e legittimità.

Il tempo del sacro
A rendere possibile la tregua era il santuario stesso. I Giochi olimpici erano, prima di tutto, una celebrazione religiosa. Zeus garantiva l’ordine del tempo e dello spazio, e il suo culto imponeva un limite all’azione umana. Per la durata della festa, la guerra doveva “restare fuori”. Non cessare, ma arretrare. È in questo spazio delimitato che la tregua prendeva forma: un tempo sottratto alla violenza, protetto non da eserciti, ma dal riconoscimento condiviso del sacro.

Un’eredità che interroga il presente
Quando oggi le Nazioni Unite riprendono il linguaggio della tregua olimpica, non recuperano un’illusione di armonia. Recuperano un’idea antica: che la convivenza umana abbia bisogno di limiti riconosciuti. La tregua non promette la pace. Chiede piuttosto di riconoscere un limite. E nel suo carattere fragile, temporaneo, incompiuto, continua a dire qualcosa di essenziale sul modo in cui le società – antiche e moderne – provano a convivere con il conflitto senza arrendersi ad esso.