Il rendering della nostra futura sede mobile: un ponte tra le comunità per non lasciare nessuno solo.
“In attesa di trovare una sede fisica stabile per il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, abbiamo deciso di non fermarci e di non lasciare nessuno solo. Vogliamo raggiungere i confratelli e le loro famiglie ovunque si trovino, portando ascolto, sostegno pastorale e la gioia della nostra testimonianza.
Per realizzare questo obiettivo, abbiamo un sogno: un Camper Missionario.
Cosa cerchiamo: Cerchiamo un camper (anche usato, purché in buone condizioni meccaniche) che possa diventare il nostro ufficio mobile, il nostro spazio di ascolto e il mezzo per trasportare aiuti e materiali per i nostri incontri.
Come puoi aiutarci a realizzare questo rendering?
Segnalazione: Conosci qualcuno che sta vendendo o dismettendo un mezzo affidabile?
Vendita agevolata: Sei un rivenditore che crede nella nostra missione e può offrirci un prezzo simbolico?
Donazione: Se possiedi un camper che non usi più e desideri destinarlo a una causa no-profit.
Aiutaci a far viaggiare la speranza. Ogni chilometro percorso sarà una benedizione condivisa. Per informazioni o segnalazioni, scrivici tramite e.mail: sacerdotisposati@gmail.com
Una notizia pubblicata oggi dal sito La Barca e il Mare sta scuotendo le acque, già agitate, del dibattito sulla riforma del sacerdozio. Titolo dell’articolo: ‘Strada facendo. I preti anglicani che diventano cattolici. Stimoli e problemi’.
Il fenomeno è consistente e sta assumendo proporzioni che non possono più essere ignorate, specialmente in Gran Bretagna. Molti pastori anglicani, stanchi delle derive liberali della propria comunità, stanno bussando alla porta della Chiesa Cattolica. E la porta, udite udite, si apre.
IL BENVENUTO A CHI HA GIÀ UNA FAMIGLIA Ma c’è un dettaglio che fa saltare sulla sedia: molti di questi pastori sono sposati e hanno figli. La Chiesa Cattolica, con una dispensa papale ormai consolidata, li accoglie, li ri-ordina (o riconosce l’ordinazione, a seconda dei casi) e permette loro di esercitare il ministero sacerdotale a tutti gli effetti, pur mantenendo la propria famiglia.
Questa apertura, che per noi di Informazione Libera è un segno di speranza e maturità pastorale, mette però a nudo un paradosso dolorosissimo, un vero e proprio “doppio metro di giudizio”.
LA DOMANDA CHE CHIEDE RISPOSTA Perché un pastore anglicano sposato può diventare un sacerdote cattolico con tutti i sacramenti, mentre un sacerdote cattolico di rito romano che sceglie il matrimonio è, di fatto, scomunicato e ridotto allo stato laicale?
Siamo di fronte a due pesi e due misure. La Chiesa Cattolica si dimostra “madre” accogliente per chi viene da fuori, ma si trasforma in “matrigna” implacabile per i suoi stessi figli che, come testimoniato da Don Giuseppe Serrone e dal movimento dei preti sposati, chiedono solo di poter servire, amando contemporaneamente la propria famiglia.
UN TABÙ DISCIPLINARE, NON UN DOGMA Questa incongruenza dimostra, una volta di più, che il celibato sacerdotale obbligatorio non è un dogma di fede, ma una legge disciplinare che può — e deve — essere cambiata. Se la Chiesa può fare una dispensa per un ex-anglicano, può farlo anche per un prete cattolico. La crisi delle vocazioni, con seminari vuoti (solo 25 nuovi preti in Germania in un anno!) e parrocchie chiuse, rende questa riforma non più rimandabile.
L’appello del Pala Leone XIV attende ancora una risposta. Chiediamo ai Vescovi italiani e alla Segreteria di Stato Vaticana: fino a quando manterrete questo silenzio ipocrita che svuota le chiese e umilia migliaia di sacerdoti?
Mentre i seminari si svuotano (solo 25 nuovi preti in Germania in un anno!), la Chiesa di Roma accoglie a braccia aperte i pastori anglicani sposati. Ma se sei un prete cattolico che sceglie il matrimonio, sei scomunicato.
È l’incredibile paradosso dei ‘due pesi e due misure’ che analizziamo nel nuovo episodio di Informazione Libera News.
siamo felici di condividere con voi il nostro nuovo banner visivo! Come potete vedere, riflette il cuore della nostra missione: una comunità aperta e accogliente, dove la fede e l’amore familiare camminano di pari passo.
L’immagine raffigura una comunità unita, che abbraccia non solo i preti e le loro famiglie, ma tutte le persone che desiderano vivere la loro fede in un ambiente inclusivo e rispettoso della vita in ogni sua forma, compresa quella coniugale e genitoriale. Crediamo fermamente che il ministero e la famiglia non debbano essere in conflitto, ma possano arricchirsi a vicenda.
E qui arriva la nostra richiesta fondamentale:
Come comunità in crescita, sentiamo il bisogno di spazi fisici appropriati dove poterci riunire, pregare e celebrare l’Eucaristia. Siamo alla ricerca di luoghi di culto – chiese dismesse, cappelle private, o anche sale adatte e dignitose – in Italia e nella Svizzera Italiana, disponibili per le celebrazioni presiedute dai preti sposati.
Perché questa ricerca?
I preti sposati, pur avendo scelto la via del matrimonio, rimangono sacerdoti nel cuore e desiderano continuare a servire il popolo di Dio. Spesso però si trovano ad affrontare barriere nell’accesso alle strutture canoniche tradizionali. Crediamo che ogni cristiano abbia diritto a un luogo dove celebrare la propria fede, e noi cerchiamo questi spazi con umiltà e spirito di collaborazione.
Come potete aiutarci?
Segnalateci spazi potenziali: Se conoscete luoghi in disuso, o di proprietà di privati o associazioni, che potrebbero ospitare le nostre celebrazioni, vi preghiamo di contattarci.
Metteteci in contatto: Se avete conoscenze all’interno di realtà ecclesiali o non, aperte al dialogo e all’accoglienza, vi saremmo grati per una presentazione.
Condividete questo post: Più persone raggiungeremo, maggiori saranno le possibilità di trovare lo spazio giusto per la nostra comunità.
Siamo fiduciosi che la vostra generosità e la vostra rete di contatti ci aiuteranno a compiere questo passo importante. Insieme, possiamo costruire una Chiesa sempre più inclusiva e accogliente, una vera casa per tutti.
Grazie di cuore per il vostro sostegno e le vostre preghiere.
Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento ad impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».
La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi 10 anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.
Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.
Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).
Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti
Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?
Justine Augier – foto di Jean-Luc Bertini
Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è giù un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero». Davide – le tante piccole Davide di questa storia – hanno già vinto sul gigante Golia.
– Informazione Libera / Web Radio Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati
📢 NOTIZIA FLASH. Da Roma arriva un annuncio che accende una speranza concreta per migliaia di famiglie sacerdotali in tutto il mondo. Giacomo Gambassi, su Avvenire, ha rivelato che Papa Leone XIV convocherà i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutti i continenti per un summit straordinario sulla famiglia, in programma per ottobre 2026.
Non sarà un Sinodo, ma un ‘discernimento sinodale’. L’obiettivo dichiarato è ‘un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi’. Un’iniziativa che giunge a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia e che potrebbe rappresentare un punto di svolta.
L’ELEFANTE NELLA STANZA: LA CRISI DEL CLERO Ma c’è un convitato di pietra che non può più essere ignorato in una discussione sulla famiglia. La Chiesa di Roma si trova di fronte a una desertificazione vocazionale senza precedenti. Abbiamo parlato dei seminari vuoti, abbiamo parlato dei ‘due pesi e due misure’ con l’accoglienza degli ex-anglicani sposati.
Ora, di fronte a questo summit globale, ci poniamo una domanda cruciale: si può discernere sulla famiglia oggi, ignorando chi il sacerdozio lo vive ogni giorno proprio dentro una famiglia?
L’APPELLO DI DON GIUSEPPE SERRONE: “IO SPERO DI ESSERE INVITATO” In questo scenario si leva una voce chiara e autorevole. È quella di Don Giuseppe Serrone, fondatore del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati. Don Giuseppe, figura storica della battaglia per la riforma, non chiede solo riforme astratte; chiede ascolto concreto.
La sua speranza è quella di migliaia di fratelli che, come lui, sono stati allontanati dall’altare per aver scelto l’amore familiare, ma che non hanno mai smesso di sentirsi al servizio del Vangelo. Don Giuseppe Serrone rappresenta quella fetta di clero che ha pagato il prezzo dell’esclusione, ma che è pronta a portare testimonianza viva.
UN POSTO A TAVOLA PER CHI VIVE LA CARNE DELLA FAMIGLIA“Noi sacerdoti sposati siamo qui, siamo una risorsa, non un problema.” – dichiara Don Giuseppe Serrone in una nota di Informazione Libera. “Se Papa Leone XIV e i Vescovi vogliono annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, devono ascoltare chi vive la realtà quotidiana: la fatica di crescere i figli, la gestione della casa, l’amore coniugale. Chiediamo solo di poter servire, di non veder morire le nostre comunità per un tabù che non ha più ragione d’essere.”
Immaginate: i vertici della Chiesa che discutono di sfide e accoglienza e, seduto tra loro, un uomo che incarna la sintesi di questa sfida. Un uomo che è prete e che è padre. Sarebbe un segno di vera sinodalità, un atto di coraggio evangelico che renderebbe la Chiesa ‘esperta in umanità’.
SUPPORTE LA CANDIDATURA DI DON GIUSEPPE SERRONE AL SUMMIT Noi di Informazione Libera e del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati crediamo fermamente che la voce di Don Giuseppe sia indispensabile al tavolo di ottobre 2026. Non si può fare un discernimento sulla famiglia senza chi la famiglia la vive ogni giorno nel ministero.
Vi invitiamo a supportare questa causa:
Condividete questo articolo sui vostri canali social.
Usate l’hashtag #SerroneAlSummit e fatelo girare.
Stampate il testo di appello (riportato in basso) tratto dal nostro sito e inviatelo alla vostra Diocesi:
ISTANZA DI APPELLO PER LA RIAMMISSIONE DEI SACERDOTI SPOSATI
Al Vescovo della Diocesi di: _________________________________________
In qualità di: ( ) Fedele ( ) Sacerdote ( ) Rappresentante di Associazione
PREMESSO CHE: I dati 2026 sulle ordinazioni (25 in Germania, seminari vuoti a Tarazona) confermano un collasso vocazionale senza precedenti. Migliaia di sacerdoti sposati, come testimoniato da figure come Don Giuseppe Serrone, sono pronti a servire ma restano esclusi per una norma disciplinare. L’appello del Pala Leone XIV attende ancora una risposta pastorale concreta.
CHIEDE FORMALMENTE: Che la Chiesa Cattolica Latina valuti la riammissione immediata al ministero dei sacerdoti che hanno contratto matrimonio, riconoscendo la compatibilità tra vocazione e famiglia come risorsa per salvare le comunità parrocchiali dall’estinzione.
Messaggio Personale (Opzionale):
Data: Firma: ___________________________
La Chiesa del futuro si costruisce oggi, o non si costruisce affatto.
Contatti della Campagna: sacerdotisposati@gmail.com