Quando la fede diventa identità e non Vangelo

Quando la fede diventa identità e non Vangelo

PALERMO-ADISTA. Le parole dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, sul dovere di soccorrere chi rischia la vita nel Mediterraneo hanno riaperto una frattura profonda nel cattolicesimo italiano contemporaneo.
Il suo intervento, limpido e privo di retorica, riafferma un principio elementare: ogni vita possiede una dignità inviolabile. Non è un’affermazione politica, né un sostegno a modelli migratori specifici. È la riproposizione del nucleo evangelico: la persona prima di tutto. Eppure, proprio questa semplicità ha generato reazioni violentissime da parte di ambienti mediatici tradizionalisti (articolo pubblicato su voxnews.org il 22 febbraio scorso), che hanno accusato Lorefice di “tradimento”, “buonismo”, “complicità nell’islamizzazione”. La durezza di tali reazioni non si spiega solo sul piano teologico: è il sintomo di una trasformazione sociologica del cristianesimo in identità culturale, più che in fede vissuta. La critica rivolta a Lorefice non nasce dal Vangelo, ma da un paradigma identitario. In questo schema: la fede diventa un marcatore culturale, la Chiesa un presidio dell’Occidente, l’altro un potenziale nemico, la misericordia un segno di debolezza.
È un cristianesimo che non interpella la coscienza, ma difende un confine. Non chiede conversione del cuore, ma protezione dell’appartenenza. È il passaggio dalla tradizione al tradizionalismo: la prima è viva, dinamica, capace di incarnarsi nella storia; il secondo è un culto del passato, un’estetica della sicurezza, un’identità da brandire. Il Vangelo non conosce categorie come “compatibilità culturale”, “rischio di islamizzazione”, “integrazione impossibile”. Conosce solo persone. E chiede di soccorrerle. Dire che ogni vita ha dignità non significa negare le difficoltà dell’integrazione né ignorare la complessità geopolitica. Significa rifiutare l’idea che la dignità umana possa essere graduata in base alla religione o all’utilità sociale. Non si può accogliere solo chi ci assomiglia. L’affermazione secondo cui “l’integrazione è impossibile” è sociologicamente infondata e teologicamente irricevibile. È infondata perché esistono percorsi di integrazione riusciti e strumenti concreti per favorirla. È irricevibile perché, se fosse vera, significherebbe che l’incontro tra culture è destinato al fallimento: un’idea che contraddice l’antropologia cristiana, fondata sulla capacità dell’uomo di dialogare, crescere, trasformarsi. La retorica dell’“islamizzazione” rivela un’altra dinamica sociologica: la paura della perdita identitaria. È una paura comprensibile, ma non può diventare un criterio etico. La Chiesa, quando richiama le istituzioni a scelte più umane, non fa politica: offre una prospettiva morale. Salvare vite non è un’opzione, è un imperativo. La risposta non è demonizzare chi arriva, ma politiche serie e competenti, cooperazione internazionale, contrasto ai trafficanti, percorsi di integrazione reali e verificabili.
La paura non può sostituire la responsabilità. Per secoli gli italiani sono stati migranti. Non venivano accusati di “invadere”, ma cercavano dignità, lavoro, futuro. Erano accolti, aiutati, integrati. Chiedere oggi umanità verso chi arriva sulle nostre coste non è buonismo: è coerenza storica e fedeltà alla nostra tradizione. Mons. Lorefice ricorda che il cristianesimo si misura sulla capacità di vivere il comandamento dell’amore. Potrebbe essere definito l’undicesimo comandamento o l’invito ad amare senza confini proprio perché l’amore non può essere imposto. Non un amore astratto, ma concreto, incarnato, che si sporca le mani. Il cristianesimo identitario, invece, parla molto di Rosario e poco di misericordia, molto di tradizione e poco di giustizia, molto di identità e poco di persone. La Chiesa che salva vite non tradisce il Vangelo. Lo tradisce chi riduce il Vangelo a un baluardo. Il grido di mons. Lorefice non è politico: è evangelico. È un invito a trovare soluzioni senza perdere l’umanità. È un richiamo a non confondere la fede con l’identità, la tradizione con il tradizionalismo, la sicurezza con la chiusura. Il Mediterraneo oggi è uno specchio: riflette ciò che siamo. E la reazione contro Lorefice mostra quanto sia difficile, per una parte del cattolicesimo, accettare un Vangelo che non difende confini, ma custodisce persone.

* Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto superiore di scienze religiose Interdiocesano, Capua; Imma Piccolo è segretaria dell’Issr interdiocesano Capua.

Immagine: opera di Ebrima Danso, pittore migrante ospitato a Vicofaro (Pt) – foto di Luca Kocci 

Nel mondo uccisi 129 giornalisti, quasi la metà a Gaza

La fotocamera della giornalista di Ap Mariam Dagga uccisa a Khan Yunis il 25 agosto 2025

Nel suo 35esimo rapporto annuale il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) denuncia la morte di 129 giornalisti nel 2025 durante lo svolgimento del loro lavoro. Di questi quasi la metà sarebbero stati uccisi a Gaza dalle truppe dell’Idf. Intanto ancora violenze in Cisgiordania, dove alcuni coloni israeliani hanno dato fuoco a strutture agricole appartenenti a palestinesi a nord-est di Gerusalemme
Roberto Paglialonga – Città del Vaticano – Vatican News

Nel 2025, secondo l’ultimo rapporto del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), dei 129 reporter che hanno perso la vita nel mondo nello svolgimento del loro lavoro, quasi la metà sono stati uccisi a Gaza. Un record purtroppo drammatico, quello totale, che segna il secondo picco annuale consecutivo dal 1992, ovvero da quando il Cpj tiene questo conteggio: già nel 2024 le vittime erano state 124.

A Gaza uccisa quasi la metà dei giornalisti colpiti nel mondo
“L’esercito israeliano”, si legge nel 35° rapporto, “ha commesso più omicidi mirati di membri della stampa di qualsiasi altro esercito governativo fino a oggi, e la stragrande maggioranza delle vittime sono giornalisti e operatori dei media palestinesi a Gaza”. Oltre il 60% degli 86 giornalisti, la cui uccisione viene attribuita alle Forze di difesa israeliane (Idf) nel 2025, era palestinese e lavorava a Gaza. Il Cpj ha poi rilevato un aumento nell’uso dei droni per gli attacchi. L’Idf avrebbe la responsabilità della morte di 28 giornalisti uccisi a Gaza sui 39 totali morti a causa di raid condotti con droni. Il Cpj documenta nel suo dossier casi in cui i giornalisti presi di mira da Israele a Gaza erano noti per aver riportato in modo approfondito evidenti crimini di guerra, come la fame o gli attacchi agli ospedali. “Utilizzando questa tattica, le forze israeliane hanno aggravato le violazioni del diritto internazionale, mettendo al contempo a tacere le critiche sul campo”, dice l’Ong.

L’uso di accuse infondate per colpire i media
Inoltre, il rapporto sostiene come l’uso di accuse infondate di attività criminali contro i giornalisti sia una caratteristica degli attacchi alla stampa in generale negli ultimi anni. Questa è una tendenza riscontrabile sia nell’elevato numero di giornalisti detenuti per il loro lavoro sia nella giustificazione delle loro uccisioni. “Israele, in particolare, ha ripetutamente ucciso giornalisti che successivamente — e in alcuni casi preventivamente — ha accusato di essere militanti, senza fornire prove credibili a sostegno delle sue affermazioni”, dice il Cpj. E cita ad esempio il caso di Anas Al-Sharif, il reporter di Al Jazeera ucciso il 10 agosto 2025 assieme ad altri colleghi in una tenda per i media, che più volte aveva pubblicamente avvertito come la sua vita fosse in pericolo “dopo ripetute e infondate” accuse da parte di Israele. Caso simile a quello accaduto il 25 agosto successivo, quando le truppe israeliane hanno attaccato l’ospedale Nasser di Khan Yunis (nel sud della Striscia), uccidendo 5 giornalisti tra le 20 vittime registrate. «Un’indagine della Reuters», evidenzia il rapporto, “ha poi rivelato che l’obiettivo era la telecamera di un giornalista posizionata lì da mesi, con l’assenso dell’Idf, per fornire alla Reuters un feed di notizie in diretta”.

Ancora tensioni in Cisgiordania
La pressione delle truppe israeliane e dei coloni è aumentata negli ultimi mesi anche in Cisgiordania, nello Stato di Palestina. Ieri, riferisce la Wafa citando l’organizzazione per i diritti umani Al-Baydar, un nuovo episodio di violenza, quando settlers violenti hanno incendiato strutture agricole di proprietà palestinese nella zona di Al-Shamis, a nord est di Gerusalemme.

Knesset: primo ok alla legge sull’obbligo del rito ortodosso al Muro del pianto
All’interno di Israele un’ulteriore stretta starebbe arrivando anche in materia religiosa. La plenaria della Knesset ha approvato in lettura preliminare (56 i voti a favore, 47 i contrari) la cosiddetta “legge sul Muro occidentale”, che di fatto proibirebbe ai gruppi ebraici non ortodossi e più laici di pregare nel sito. In base al progetto legislativo, la preghiera dovrebbe essere condotta esclusivamente secondo le prescrizioni dell’ebraismo ortodosso, che prevedono per esempio la rigida separazione tra uomini e donne. Il disegno di legge mira a aggirare la sentenza dell’Alta Corte di giustizia di giovedì scorso, secondo cui lo Stato deve procedere con l’ampliamento della cosiddetta “area egalitaria” del Muro Occidentale, una porzione meno utilizzata del luogo sacro, dove è concesso pregare agli ebrei “non ortodossi”. L’ampliamento, rimasto finora bloccato, faceva parte del “Compromesso sul Muro Occidentale”, concordato dal governo Netanyahu un decennio fa, che prevedeva una piattaforma di preghiera pluralista nel sito. Il nuovo disegno di legge conferirebbe ai due rabbini capo del Paese, entrambi ortodossi, l’autorità ultima su tutta l’estensione dei luoghi sacri ebraici, inclusa l’area utilizzata finora come zona di “preghiera egalitaria”, e definirebbe come “profanazione” qualsiasi attività nel sito contraria alle loro istruzioni, come ad esempio il culto non ortodosso. Perché la proposta diventi legge servono ora altre tre votazioni.

Podcast radio Letture del giorno e commento alla Parola del 26 Febbraio 2026


Giovedì della prima settimana di Quaresima
Antifona d’ingresso
Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole:
intendi il mio lamento.
Sii attento alla voce del mio grido,
mio re e mio Dio. (Sal 5,2-3)

Colletta
Ispiraci, o Padre, pensieri e propositi santi
e donaci la forza di attuarli prontamente,
e poiché non possiamo esistere senza di te,
fa’ che viviamo secondo il tuo volere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Est 4,17k-u
Non ho altro soccorso fuori di te, o Signore.
Dal libro di Ester

In quei giorni, la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si prostrò a terra con le sue ancelle da mattina a sera e disse: «Tu sei benedetto, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, o Signore, perché un grande pericolo mi sovrasta.
Io ho sentito dai libri dei miei antenati, Signore, che tu liberi fino all’ultimo tutti coloro che compiono la tua volontà. Ora, Signore, mio Dio, aiuta me che sono sola e non ho nessuno all’infuori di te.
Vieni in soccorso a me, che sono orfana, e poni sulle mie labbra una parola opportuna davanti al leone, e rendimi gradita a lui. Volgi il suo cuore all’odio contro chi ci combatte, a rovina sua e di quanti sono d’accordo con lui. Quanto a noi, liberaci dalla mano dei nostri nemici, volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza».

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 137
Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

Canto al Vangelo
Sal 50,12

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Crea in me, o Dio un cuore puro;
rendimi la gioia della tua salvezza.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo
Mt 7,7-12
Chiunque chiede, riceve.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
O Signore, che riveli nella storia dell’uomo il disegno della tua provvidenza e ci ami al di sopra di ogni misura, guarda alle necessità del tuo popolo e ascolta il grido della sua preghiera. Diciamo insieme:
Ascoltaci, o Signore.

Perchè la Chiesa annunci sempre che Dio attua con amore unico e ineffabile la sua provvidenza verso di noi, inviandoci il suo Figlio diletto come Salvatore. Preghiamo:
Perchè gli uomini scoprano nella preghiera la gioia di essere figli di Dio. Preghiamo:
Perchè le persone provate dalla vita e abbandonate a se stesse, sull’esempio di Ester, ricorrano fiduciose a Dio, che riempie il vuoto della solitudine con la potenza dell’amore. Preghiamo:
Perchè le comunità ecclesiali, che continuano nel tempo l’insegnamento di Gesù sulla preghiera, creino con l’esempio e con appropriate iniziative pastorali, il clima spirituale favorevole al dialogo con Dio. Preghiamo:
Perchè questa eucaristia, che esprime in maniera perfetta la nostra domanda di salvezza, irradi la sua grazia su tutta la giornata, rendendo efficace ogni altra preghiera. Preghiamo:
Per le persone della nostra parrocchia prive di affetto e di aiuto.
Per tutti coloro che si sentono non accettati dagli altri.

O Dio, nostro Padre, tu ci esaudisci donandoci il tuo Figlio Gesù, che è l’unica cosa veramente buona per noi; fa’ che, pur chiedendo e bussando, non cadiamo nella tentazione di volere ciò che tu non vuoi. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Preghiera sulle offerte
Accogli nella tua bontà, o Dio,
le preghiere e le offerte che ti presentiamo
e converti a te i nostri cuori.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio
PREFAZIO DI QUARESIMA I
Il significato spirituale della Quaresima

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli
di prepararsi con gioia, purificati nello spirito,
alla celebrazione della Pasqua,
perché, assidui nella preghiera e nella carità operosa,
attingano ai misteri della redenzione
la pienezza della vita nuova
in Cristo tuo Figlio, nostro salvatore.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei cori celesti,
cantiamo con voce incessante
l’inno della tua gloria: Santo, …

Oppure
PREFAZI DI QUARESIMA II-V

Antifona alla comunione
Chi chiede riceve, chi cerca trova,
a chi bussa sarà aperto. (Mt 7,8)

Preghiera dopo la comunione
Signore nostro Dio,
questi santi misteri,
che hai affidato alla tua Chiesa
come forza e vigore nel cammino della salvezza,
ci siano di aiuto
per la vita presente e per quella futura.
Per Cristo nostro Signore.

Orazione sul popolo ad libitum
Scenda, o Signore, la tua misericordia
su coloro che ti supplicano;
la sapienza che viene dall’alto
ispiri la loro preghiera,
perché possano ottenere
i doni che invocano con fiducia.
Per Cristo nostro Signore.

Alla crisi di vocazione dei preti si affianca il crollo dei cattolici: la diocesi di Torino deve ripensare la sua presenza sui territori. Si offrono al cardinale Repole i preti sposati

A Vallermosa il ritiro di Quaresima guidato dal cardinale Repole - Il Gazzettino

Crollano i cattolici, crollano i sacerdoti, e la diocesi di Torino avvia un processo per ripensare le modalità della presenza ecclesiastica sul territorio. Per evitare la chiusura delle parrocchie si punterà sempre di più sui laici, formati a svolgere compiti di accoglienza e animazione tra le comunità.

La diocesi di Torino, guidata dal cardinale Repole, affronta una profonda crisi con il crollo dei cattolici e il dimezzamento dei sacerdoti. Per evitare la chiusura delle parrocchie, si prevede il coinvolgimento di 80 laici, inclusi sposati, lavoratori e pensionati. Il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, evidenzia che la sua diocesi ha avuto solo tre ordinazioni in 15 anni, sottolineando la necessità di intercettare una ricerca spirituale che esiste ancora in forme diverse, anche attraverso messe all’alba e in nuovi luoghi.

Alla notizia del tentativo del cardinale Repole rispondono i preti sposati del Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone: “Offriamo la nostra collaborazione a gestire le chiese chiuse. Siamo pronti a ritornare a celebrare la S. Messa, collaborare pastoralmente all’animazione delle parrocchie del territorio della diocesi di Torino. Basterebbe solo un decreto del Papa che riammettesse al ministero pastorale attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano inviandoli nelle diocesi, come quella di Torino, in crisi”.

Fonte: Comunicato Stampa del 24 Febbraio 2026

sacerdotisposati@gmail.com

Articolo tratto da La Stampa.it
Crollano i cattolici, crollano i sacerdoti, e la diocesi di Torino avvia un processo per ripensare le modalità della presenza ecclesiastica sul territorio. Per evitare la chiusura delle parrocchie si punterà sempre di più sui laici, formati a svolgere compiti di accoglienza e animazione tra le comunità. 
 I dati parlano chiaro. Se sul territorio diocesano nel 2021 c’erano 228 parroci, oggi ce ne sono cinquanta in meno, e con un’età media di 68 anni. A dire il vero, il calo riguarda tutti i presbiteri diocesani, passati da 700 a 346 in trent’anni. Il risultato? Su 346 parrocchie presenti nel territorio della diocesi, solo 81 hanno un parroco in esclusiva, contro le 143 del 2019. «E il prossimo anno – spiega don Mario Aversano, vicario episcopale per la Pastorale sul territorio – saranno 60».

Di fatto è un dimezzamento, che costringe i religiosi con ruoli di responsabilità a dividersi tra tre, quattro, a volte anche dieci chiese per celebrare messa e incontrare i fedeli. Significativo il caso di don Claudio Pavesio, parroco di ben undici paesi nelle Valli di Lanzo. «Per incontrare i fedeli faccio anche 70 chilometri al giorno – sorride –. Il mio ufficio? Ormai è l’auto»

In provincia
Le tendenze sono le stesse anche nelle diocesi della provincia. Nel 2004 Susa poteva contare su 59 preti diocesani; oggi sono solo 28, aiutati da 5 sacerdoti missionari stranieri e tre diaconi. Insieme devono gestire 61 parrocchie. A Pinerolo e dintorni, invece, solo 14 chiese su 61 hanno un parroco esclusivo. Anche a Ivrea le chiese sono più dei presbiteri: 141 contro 110.

Gli ordini religiosi
In alcuni casi ci pensano gli ordini religiosi a salvare la presenza cattolica sul territorio. Alcuni esempi su Torino: a Madonna di Campagna ci sono i cappuccini, in Borgo Vittoria i giuseppini, in Valdocco, San Salvario e San Paolo i salesiani, il Sermig in Aurora e in Barriera di Milano.

Il calo dei fedeli
Il calo è inarrestabile anche per quanto riguarda i fedeli, e un ruolo lo gioca anche la demografia. A Torino molte chiese furono realizzate quando la città ospitava 1 milione e 200mila abitanti. Oggi ce ne sono 300mila in meno, la popolazione invecchia e le nascite non tengono il passo. Risultato: i torinesi sono sempre meno e le messe sempre più vuote. 
 Preso atto del fenomeno, dal 2022 l’arcivescovo di Torino Roberto Repole ha messo a punto un percorso formativo per i laici che già operano accanto ai sacerdoti, perché ricoprano ruoli di coordinamento in Caritas, in oratorio o nel catechismo.

I laici in aiuto
L’obiettivo è formare quelli che vengono chiamati “ministeri istituiti”: uomini e donne che non vestono l’abito talare, ma che sono chiamate a dare una mano ai sacerdoti in affanno. «Il vescovo ha deciso di conferire un mandato ufficiale ad alcuni laici – continua don Aversano – per farli tornare nelle parrocchie come figure riconoscibili che collaborano con i presbiteri». I loro compiti? «Progettare sul territorio un’offerta in sintonia con i bisogni delle persone e delle famiglie». Dunque “parroci laici”? No. Semmai «figure che portano avanti l’azione pastorale nelle comunità accanto ai sacerdoti e ai diaconi – riflette Aversano –. Non è una delega, perché l’azione pastorale è di tutta la comunità cristiana».

I primi ottanta ministeri

A dire il vero, l’ingresso dei laici è già in corso da anni, anche dentro le gerarchie diocesane. Laici sono i direttori delle due aree di coordinamento, laica è la cancelliera della diocesi, laico è il portavoce dell’arcivescovo.

Durante la veglia di Pentecoste a maggio è prevista l’istituzione dei primi ottanta ministeri istituiti della diocesi di Torino. Hanno seguito due anni di formazione e avranno un mandato rinnovabile di cinque anni, che svolgeranno a titolo gratuito. Nel 2027 ne arriveranno altri quaranta. «Saranno persone sposate, lavoratori o pensionati. Non vogliamo che scattino meccanismi di clericalizzazione – conclude don Aversano – anzi preferiamo valorizzare la figura del credente laico nella sua capacità di aprirsi al cambiamento»

Incontri sacerdoti sposati per la riforma della Chiesa

Di seguito  il Calendario Incontri 2025 

–  1 marzo 2026 – Verbania

– I meeting sono con costi vitto e alloggio e spese di viaggio a carico di tutti i partecipanti. Per iscrizione all’incontro dopo aver versato quota annuale di 50 Euro (solo per i non iscritti al Movimento) scrivi a sacerdotisposati@gmail.com  – cell.+39 3534552007

Programma: 

Ore 10 Incontro

Ore 11,30 – 12,30: colloqui personali

Ore 13 Pranzo insieme in ristorante del posto (Costo a carico dei partecipanti per il Pranzo 35 Euro)

La redazione 

(Effettuare pagamento da qui versando quota di iscrizione di 50 euro e inviare comunicazione dell’avvenuto pagamento sacerdotisposati@gmail.com )

Successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa

La sessione di apertura del Concilio

Una data fotografa il Concilio non nel tripudio delle fanfare, ma nel “pianissimo” degli archi: l’8 dicembre 1962, festa dell’Immacolata. Giovanni XXIII chiude la prima sessione con un discorso non solenne né encomiastico, ma improntato a un realismo spirituale. Nessun testo è stato approvato, nessuna costituzione varata, nessun decreto firmato. Il colpo d’occhio potrebbe sembrare impietoso: oltre duemila vescovi riuniti da ogni continente, settimane di discussioni serrate, e alla fine… zero documenti. Ma Roncalli non gioca la partita dei risultati immediati. Il suo registro è diverso: non misura il Concilio in provvedimenti votati, ma in coscienze attivate. È come se dicesse ai padri conciliari e al mondo: il motore è acceso, il viaggio è lungo, non scambiate il primo chilometro per l’arrivo.
L’allocuzione ha un tono dimesso, quasi domestico. Lo stesso incipit che ne dà il titolo è feriale: Prima sessio. Non v’è retorica di vittoria; l’apprezzamento verte sull’immagine di un’assemblea che ha imparato a conoscersi. Il Papa insiste su un punto decisivo: prima di produrre testi, la Chiesa deve promuovere ascolto. Vescovi provenienti da culture, lingue, sensibilità teologiche diversissime hanno dovuto misurare le parole, conoscersi e apprendere i codici, se è vero che la cattolicità non è un’idea astratta ma un coro di accenti. Fin qui si sono create le condizioni perché la parola comune portasse a un compromesso non frettoloso. La lentezza esaspera chi avrebbe voluto decisioni rapide; d’altro canto, quell’incedere lento rivela la novità dell’evento: non un concilio “amministrato dall’alto”, ma un laboratorio di collegialità. Le divergenze non vengono nascoste sotto il tappeto come la polvere; vengono affrontate. Roncalli le definisce quasi un bene provvidenziale: si perviene alla verità con momenti di pausa e respirando un po’ di aria fresca, non imboccando corsie preferenziali. Eppure il Papa non si limita a giustificare l’assenza di risultati formali. Compie una scelta strategica che, a posteriori, appare geniale: indicare nella liturgia il primo terreno di maturazione conciliare. Non è un dettaglio tecnico. Significa partire dal luogo dove fede e vita si incontrano ogni giorno, dove la Chiesa respira. Se si riforma il modo di pregare, si riforma il modo di essere. È il contrario dell’ingegneria ecclesiastica: prima il cuore, poi l’architettura. E poi la frase-sigillo: l’attesa di una “nuova Pentecoste”. Non come fuoco d’artificio, ma come incremento di energie spirituali, come stile materno che si estende nei campi dell’umano. In controluce si capisce il paradosso di quella giornata: nessun testo approvato, ma una direzione impressa. Il Concilio non ha ancora prodotto documenti, ma ha prodotto fiducia. Non ha chiuso capitoli, ha aperto orizzonti.
Il discorso in chiaroscuro scorre come un ponte tra due rive. Da una parte, il ricordo dell’11 ottobre, con la sua coreografia monumentale; dall’altra, l’attesa dei mesi di intersessione, silenziosi ma decisivi. Giovanni XXIII invita i vescovi a tornare nelle diocesi non come reduci, ma come portatori di una fiaccola. Il Concilio non si interrompe: cambia scena. Si sposta dalle navate di San Pietro alle scrivanie, alle biblioteche, alle visite pastorali. È una pausa operosa, non una sospensione. E com’è stato il clima dentro e fuori San Pietro? La permanenza a Roma fra sessioni in assemblea, lavoro in commissione, contatti con i confratelli e i teologi conosceva ritmi intensi ed estenuanti; non meraviglia allora che ci fossero momenti di ricreazione al Bar-Abba e al Bar Jonas (locali sempre aperti in basilica per consentire un po’ di relax. Qualche fonte riporta che fu lo stesso Papa a prendere tale decisione: «Poveretti, se non gli avessi concesso un bar, avrebbero fumato dentro le loro mitre!»). In Francia nel 1966 comparve Conciliabules (Bolle del Concilio) un librino che raccoglieva un centinaio di freddure e barzellette, subito riciclate in Italia dal vescovo Luigi Bettazzi per almeno mezzo secolo. Per esempio: «Qual è la conferenza episcopale meglio organizzata e sempre concorde? Facile! Quella del Principato di Monaco: c’è un solo vescovo!». Al segretario del Sant’Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani, indomito difensore della tradizione, non mancavano sortite di verace humor trasteverino. Nel dibattito sulla liturgia auspicò di morire prima della fine del Concilio. Perché mai? «Vorrei davvero poter ricevere un funerale cattolico!».
Tornando all’8 dicembre 1962, papa Roncalli con la sua bonaria fermezza consegna alla storia un criterio più che un bilancio: il successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa. Quel giorno non si chiude una sessione: si inaugura un rilancio paziente e promettente della lunga attraversata del Vaticano II.
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