Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Corriere Toscano

Vivere a lungo? Il segreto è nascosto nelle ore che passiamo sotto le coperte, ma attenzione: la famosa regola delle otto ore è stata ufficialmente messa in discussione. Una ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ha demolito i vecchi miti, dimostrando che per restare biologicamente giovani esiste una “zona magica” molto più precisa, compresa tra le 6 e le 8 ore di riposo. Non si tratta solo di non avere le occhiaie: dormire il giusto tempo agisce come un vero filtro antietà e protegge il cuore, il fegato e i polmoni dall’usura del tempo.

A guidare questa indagine è stato Junhao Wen, un neuroscienziato computazionale della Columbia University di New York, insieme al Multi Consortium, un team internazionale di esperti. Wen, che ironicamente si definisce un “dormiglione leggero” che si sveglia spesso di notte, voleva capire se il sonno influenzasse solo il cervello o l’intero organismo.

Per farlo, i ricercatori hanno attinto alla Uk Biobank, un database immenso che contiene le informazioni sanitarie di oltre 500.000 adulti britannici. Non si sono limitati a chiedere “quanto dormi?”, ma hanno incrociato le risposte con risonanze magnetiche, analisi delle proteine nel sangue (proteomica) e dei prodotti del metabolismo (metabolomica).

Il metodo: 23 orologi per misurare la vecchiaia

La vera innovazione dello studio è stata l’uso di 23 diversi “orologi dell’invecchiamento biologico”. Grazie all’intelligenza artificiale, questi algoritmi sono in grado di analizzare un organo, come il cuore, i polmoni o il fegato, e stabilire se è “più vecchio” o “più giovane” rispetto all’età anagrafica della persona. In pratica, hanno scoperto che puoi avere 40 anni sulla carta, ma un cuore di 45 o un fegato di 35, a seconda di quante ore passi sotto le coperte.

Il mistero delle 8 ore

Lo studio ha rivelato un modello a forma di “U”: sia dormire troppo poco (meno di 6 ore) che dormire troppo (più di 8 ore) accelera l’invecchiamento biologico.

Ma ecco la curiosità che scardina le vecchie certezze: il “minimo” invecchiamento non si trova esattamente a 8 ore, ma fluttua in un intervallo specifico tra 6,4 e 7,8 ore. Una quantità, insomma, che non è né troppa, né troppo poca, ma “giusta” per mantenere le cellule attive e in salute. Nello specifico:

  • Sotto le 6 ore (sonno breve), il corpo subisce un invecchiamento accelerato e sistemico. I dati mostrano un legame diretto con rischi più alti di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiache e depressione.
  • Sopra le 8 ore (sonno lungo), l’invecchiamento accelera, specialmente nel cervello e nei tessuti adiposi. Tuttavia, gli scienziati sospettano che in questo caso dormire molto sia più un segnale di problemi di salute già esistenti piuttosto che la causa diretta dell’invecchiamento.

Ogni organo ha il suo “cuscino” ideale

Un altro dettaglio emerso dalla ricerca è che i nostri organi non invecchiano tutti allo stesso ritmo e non hanno tutti bisogno della stessa quantità di riposo.

La struttura fisica del cervello sembra mantenersi più giovane con circa 6,5 ore di sonno. Ma se guardiamo alla “pulizia” molecolare e alle proteine cerebrali, il bisogno sale a 7,7 ore. Fegato e polmoni, invece, mostrano una sensibilità particolare alle fluttuazioni del sonno, invecchiando più precocemente se si scende sotto la soglia critica delle 6 ore.

Lo studio ha notato, inoltre, che gli uomini mostrano un invecchiamento cerebrale più rapido visibile nelle risonanze magnetiche, mentre le donne mostrano segni più evidenti dalle analisi del sangue.

Il sonno è uno strumento modificabile

La conclusione più importante di questo studio è che le nostre abitudini di sonno non sono scritte interamente nel nostro Dna. I ricercatori hanno trovato pochissimi legami genetici con i pattern di sonno anomali, suggerendo che dormire bene sia un fattore ambientale e modificabile.

Migliorare la durata e la qualità del sonno non serve solo a non avere le occhiaie il giorno dopo: è uno dei modi più semplici e concreti che abbiamo per “riportare indietro le lancette” dei nostri orologi biologici e proteggere ogni singolo organo della nostra complessa macchina umana.

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Come vivere cristianamente le vacanze? La domanda non arriva da un teologo né da un vescovo, ma da Maurizio, un fedele romano che ha deciso di prendere carta e penna per scrivere direttamente a Leone XIV. Non chiede indicazioni su mete di pellegrinaggio o pratiche devozionali, ma un consiglio semplice: come trasformare il tempo del riposo in un’occasione di crescita spirituale, senza ridurlo a una parentesi di evasione.

La risposta del Pontefice, pubblicata sull’ultimo numero della Rivista San Pietro, diretta da padre Enzo Fortunato, traccia una sorta di piccolo decalogo delle ferie cristiane. Nessuna lista di divieti, nessun moralismo, ma alcuni principi che delineano uno stile di vita.

Il primo è la coerenza. «Le vacanze siano coerenti con uno stile cristiano di vita», scrive Leone XIV. Un’indicazione volutamente essenziale, che lascia alla responsabilità personale il compito di tradurre il Vangelo nelle scelte quotidiane, anche quando ci si concede una pausa dal lavoro.

Il secondo richiamo riguarda la sobrietà. Per il Papa il tempo libero non deve trasformarsi in una corsa al consumo o nell’esibizione del benessere. «Utilizziamo anche il tempo dell’estate per vivere il Vangelo della pace e della misericordia. Pensiamo al privilegio che abbiamo quando sosteniamo i poveri e testimoniamo la povertà evangelica. Questo è un servizio che facciamo a Cristo stesso». Da qui l’invito a evitare «gli eccessi e gli sprechi, il materialismo e il consumismo», educandosi alla sobrietà. «Ricordiamoci sempre che l’accumulo dei beni ostacola l’evangelizzazione».

Non è soltanto un’esortazione morale. È una critica, implicita ma chiara, a un modello di vacanza spesso identificato con il lusso, il consumo e la ricerca del superfluo. Per Leone XIV il riposo non perde il suo valore, ma acquista senso quando non interrompe il rapporto con gli altri e con il Vangelo.

C’è poi un passaggio dedicato agli anziani, che riflette una delle costanti del suo magistero. «Alle famiglie dico: non lasciate soli i vostri anziani». Un invito rivolto ai figli e ai nipoti, ma anche ai volontari: «Impegnatevi a portare umanità e speranza ai sofferenti e vedrete frutti di grazia». Le ferie diventano così anche tempo di relazioni ritrovate e di prossimità verso chi rischia maggiormente la solitudine.

Infine il Papa allarga lo sguardo alle tante ferite del mondo. «Pensiamo ai malati, alle persone che hanno perso la fiducia nella vita, a chi è travolto dal dolore per la perdita dei propri cari, alle vittime delle guerre, dell’odio, del terrorismo e della violenza, ai perseguitati a causa della fede e della giustizia, ai detenuti, a chi è rimasto senza lavoro, senza casa, ai migranti umanamente non accolti». Per Leone XIV le vacanze non possono trasformarsi in una sospensione dell’attenzione verso chi soffre. Al contrario, dovrebbero diventare «uno spazio di sospensione dalle occupazioni e dalle preoccupazioni, nel quale poter vivere esperienze autentiche di amicizia».

Ne emerge un’idea precisa del riposo cristiano: non una fuga dalla realtà, ma un tempo per recuperare equilibrio, coltivare relazioni e riscoprire la solidarietà. Una visione che si inserisce nella linea pastorale di Leone XIV, sempre attenta a coniugare spiritualità e responsabilità sociale.

Del resto, lo stesso Pontefice sta vivendo le sue ferie in questa prospettiva. Ospite del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo fino alla fine del mese, alterna momenti di riposo ad appuntamenti di preghiera e pellegrinaggio. Ha ripreso a praticare sport, utilizzando la piscina fatta realizzare da Giovanni Paolo II e i campi da tennis della residenza pontificia, ma ha anche scelto di uscire più volte per visitare alcuni dei principali luoghi della spiritualità italiana: dall’Abbazia di Montecassino ai monasteri di Subiaco, fino al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra. Un modo concreto per mostrare che, anche durante le vacanze, il riposo può convivere con la preghiera, la contemplazione e l’incontro con le radici della fede.

Il Messaggero

Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull’assoluzione

Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull'assoluzione

Le «notizie» riguardo «una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici» sul caso di padre Marko Ivan Rupnik «sono assolutamente infondate». È intervenuto direttamente il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, per smentire le indiscrezioni  «comparse sui media nei giorni scorsi» che riportavano la presunta assoluzione dell’ex gesuita sloveno nel procedimento canonico in corso a suo carico per abusi sessuali, fisici e psicologici e abusi di coscienza. «La valutazione del caso è ancora in corso, si legge ancora nella comunicazione diffusa ai giornalisti, «e il collegio sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dagli interessati e a mezzo stampa». Durante il processo, viene specificato, «come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso e per evitare di ferire tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda».
Nei giorni scorsi, infatti, cinque ex religiose presunte vittime di abusi da parte del sacerdote mosaicista, hanno scritto direttamente al prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, per chiedere informazioni sulla fondatezza delle notizie non confermate riportate dal blog tradizionalista Messainlatino.it il 20 luglio scorso. «Gira insistentemente la voce che don Rupnik sia stato assolto dall’accusa di violenza – ha scritto l’avvocato Laura Sgrò in loro nome -. Nessuna conferma da organi accreditati ma neppure una smentita. Le mie assistite sono assai sconfortate e addolorate». Le ultime notizie ufficiali riguardo il processo risalgono al 13 ottobre del 2025, quando l’ex Sant’Uffizio aveva annunciato la nomina dei cinque giudici del Tribunale che avrebbero affrontato il caso. «Questo processo penale canonico ha natura giudiziale – ha specificato ancora nella nota Bruni – e, come già comunicato, è in deroga alla prescrizione di eventuali reati e potrà dare indicazioni circa la colpevolezza o meno a norma del Diritto Canonico» che «può giudicare e comminare pene per quanto concerne la vita interna alla Chiesa, mentre Marko Ivan Rupnik resta soggetto alla legislazione dei paesi in cui eventuali reati fossero stati commessi e la prescrizione per tali reati è stabilita dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica».
Anche papa Leone XIV, a novembre scorso, rispondendo ai giornalisti a Castel Gandolfo aveva sottolineato l’apertura del nuovo processo, ricordando che «i procedimenti giudiziari richiedono tempo». «Il principio secondo cui una persona è innocente fino a prova contraria vale anche nella Chiesa – aveva aggiunto -. Auspico che questo processo, appena iniziato, possa portare chiarezza a tutte le persone coinvolte». L’indagine vaticana, infatti, era stata avviata nell’ottobre 2023 quando papa Francesco aveva revocato la prescrizione dei delitti contestati. Già nel 2019 la Congregazione per la Dottrina della fede aveva avviato un procedimento penale amministrativo dopo le prime denunce considerate credibili. Nel 2020 il Vaticano annunciò che Rupnik era incorso nella scomunica latae sententiae per aver assolto in confessione una persona con cui aveva peccato contro il sesto comandamento. Scomunica che poi era stata revocata due settimane dopo da papa Francesco. La Compagnia di Gesù ha successivamente espulso Rupnik nel giugno 2023, citando una «persistente mancanza di obbedienza».

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Avvenire

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In tutte le chiese italiane, domenica 26 luglio sarà possibile fare una donazione per le comunità colpite dal terremoto in Venezuela. È la colletta nazionale indetta dalla Conferenza episcopale italiana, «un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà», ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, spiegando il senso dell’iniziativa. Tutte le offerte saranno destinate a progetti di aiuto mirati e coordinati. I fondi arriveranno alle comunità più colpite grazie a Caritas Italia, che lavora in stretto contatto con Caritas Venezuela, attiva sul territorio con di 30mila volontari e centinaia di parrocchie. «La presenza capillare della Chiesa locale consente di raggiungere anche le comunità più isolate – ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana – e di accompagnare le persone con aiuti concreti e con una prossimità che è parte essenziale della risposta». Le donazioni di domenica andranno in questa direzione. Tutte le informazioni aggiuntive si trovano sul sito di Caritas Italia. 
La Guaira non fa più notizia. Ancor più lontane dai riflettori le aree interne, anch’esse distrutte, come il municipio Veroes-Yaracuy uno dei due epicentri del sisma del 24 giugno, colpito anche da inondazioni dopo l’esondazione del canale di irriguo Honda. La crisi umanitaria, in realtà, è appena iniziata. «Gli ospedali non avevano medicine prima del terremoto, figuriamoci adesso – racconta María José Rivas, 74 anni, in fila davanti alla piccola clinica da campo gestita da 40 medici giapponesi a Playa El Yate –. Almeno qui ci danno anche i farmaci, persi sotto le macerie».
Il sistema sanitario dipende da tredici ospedali da campo, allestiti dai vari team stranieri giunti a Caracas dopo il terremoto. Prima della tragedia, la penuria di farmaci e forniture mediche colpiva già il 91 per cento delle strutture. Mancavano anche 100mila operatori sanitari: tutti emigrati, causa crisi e stipendi da fame. Si teme l’insorgere di nuove malattie data l’esposizione dei superstiti a condizioni insalubri e di ulteriori ondate migratorie verso la Colombia. Nel frattempo, la conta dei morti sale a 5.346 mentre i feriti sono 16.740. La preoccupazione più grande riguarda i dispersi, che sono oltre 50mila, molti dei quali ancora sotto le macerie. Le istituzioni, quelle che dovevano rispondere alle crisi, non ci sono più. Sono state smantellate. L’avevano detto i vescovi, dopo il blitz Usa del 3 gennaio, che occorreva «riedificare la struttura istituzionale del Paese» e «restituire indipendenza ai poteri pubblici». Ma è stato il terremoto a smuovere le coscienze di governo e opposizioni, che hanno annunciato l’avvio di «un’agenda di lavoro congiunta» per la ricostruzione del Paese. I colloqui, voluti dagli Usa, prenderanno il via il primo agosto a Caracas.
Saranno coinvolti dieci deputati dell’Assemblea nazionale e altrettanti ex deputati dell’opposizione, eletti nella legislatura precedenti e costretti all’esilio. Il chavismo evoca l’«unità» del Paese e parla di una «road map» volta a «rafforzare la democrazia». L’opposizione parla invece di una «nuova tappa» e parla di «stabilità» e del «recupero» della democrazia, ringraziando il governo Usa per il «fermo sostegno al popolo venezuelano». L’orizzonte: convocare nuove elezioni, poiché il mandato ad interim di Delcy Rodríguez – intenta a sbloccare i beni venezuelani trattenuti all’estero –, è decaduto lo scorso 3 luglio, stando all’articolo 234 della Costituzione. Fonti di Palazzo di Miraflores spiegano ad Avvenire che la presidente sarebbe disposta a fare un passo indietro, ma lo stesso Donald Trump le ha chiesto di restare al suo posto. Il tycoon – che ha protetto Rodríguez da una richiesta risarcitoria da 314 miliardi di dollari da parte di tre cittadini americani presi in ostaggio da Maduro – dice di avere una «relazione incredibile» con Caracas, dove la gente è «molto felice» della presenza americana, ma i tempi non sono ancora maturi per nuove elezioni. Serve prima la ricostruzione dell’infrastruttura petrolifera. Esclusa invece María Corina Machado, che punta a sabotare i colloqui, dividendo le opposizioni attorno all’argomento.
Il protagonismo va invece all’ex parlamentare Dinorah Figuera, mediatrice inviata dagli Usa, che conta sul sostegno diretto del segretario di Stato, Marco Rubio. «L’idea – ha spiegato Rubio – non è solo quella di promuovere una riconciliazione ma anche di avviare un processo di transizione». Secondo il quotidiano Abc, gli Usa hanno affermato il proprio controllo su Caracas seguendo il modello già applicato nel Pacifico, sulle Isole Marshall, che delega a Washington la gestione della sicurezza del territorio. Nel frattempo, la Casa Bianca ha già inviato 3mila tecnici e investito tre miliardi di dollari per il ripristino di autostrade, porti, aeroporti e reti elettriche. Visto il controllo esercitato sul Paese, agli Usa è richiesto di garantire un’equa distribuzione degli aiuti umanitari. «Serve una rendicontazione puntuale dei soccorsi», scrivono quindici Ong, tra cui Comisión de Justicia y Paz e Transparencia Venezuela, al dipartimento di Stato Usa, chiedendo che «l’aiuto venga erogato sulla base dei bisogni e senza discriminazione, in osservanza dei principi di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza».

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Avvenire

Media, Ornella Muti e sua figlia Naike Rivelli fanno domanda per la cittadinanza russa

Ornella Muti e Naike Rivelli - RIPRODUZIONE RISERVATA

Ansa

Naike Rivelli, figlia dell’attrice Ornella Muti, ha dichiarato all’agenzia Ria Novosti che lei e sua madre stanno facendo domanda per la cittadinanza russa.

“Facciamo domanda per la cittadinanza russa per sentirci veramente a casa…

Abbiamo radici russe e non possiamo rinnegare le nostre origini, la nostra famiglia e i nostri amici”, ha affermato Rivelli.

“Molti italiani amano la Russia, le persone che ci vivono e la cultura del Paese. Gli italiani che conoscono la storia non dimenticano i suoi eventi… Anche durante la pandemia di coronavirus, i russi ci hanno sempre sostenuto”, ha aggiunto Rivelli.

Quel sindaco legato alle coop che ha regalato la città ai violenti

Quel sindaco legato alle coop che ha regalato la città ai violenti

Il Giornale

Matteo Lepore è un figlio della Bologna bene. Di professione politico, ha lavorato qualche anno per la rossissima Lega coop. Per il resto, ha sempre fatto lo stesso tragitto: casa, Partito democratico, casa, Partito democratico. Si diploma al Galvani, liceo classico, dove entra in contatto con la borghesia liberal democratica, il soffio prodiano della città. Poi, negli anni universitari, fa la conoscenza di collettivi e centri sociali: gli tornerà utile per il proseguo. Derivato ideologico dell’ex sindaco Virginio Merola, è accusato da destra di aver reso Bologna un hub della droga alla luce del sole. Difficile sostenere il contrario.
Chiunque si avvicini, anche da lontano, lo nota: Bologna, con Lepore, è miele per migranti irregolari, spacciatori e disagiati vari. Scolorito il rosso dei tetti, Bologna assomiglia sempre più a una serra dall’illegalità diffusa. La delinquenza, con questa giunta, è un’infrastruttura sociale.

Spalleggiato dalla Cei di Matteo Maria Zuppi e dall’Ucoii di Yassine Lafram (ex presidente stra-bolognese), Bologna è governata dall’alleanza tra cooperative e centri sociali, entrambi foraggiati volentieri dall’amministrazione Pd/Avs. Nomi che tornano nelle partecipate, porte girevoli tra assisi elettive ed enti gestionali: lo strapotere rosso, a Bologna, è dilagante. Lepore, come chiunque amministri la città metropolitana da sinistra, è alleato fedele degli antagonisti.

Labas, arcinoto centro sociale, se ne sta per gentile concessione del Comune in vicolo Bolognetti, pieno centro. Ieri, i ragazzi di Labas erano a lanciare pietre, nella migliore delle ipotesi, contro le forze dell’ordine. Lepore si affretta: le piazze erano due, dice. Ma anche in quella dei facinorosi ha parecchi conoscenti stretti. Saltato sulla sedia quando IlGiornale ha segnalato il ruolo della moglie nella coop Lai Momo, Lepore, oltre a sostenere i centri sociali, tollera volentieri la proliferazione delle moschee: a Bologna i musulmani hanno toccato quota 40mila. Festeggiano gli «avvocati di strada», architrave della Bologna piddina, impegnatissimi nei ricorsi anti-rimpatri.

Neppure gli universitari si divertono più a Bologna, tra l’insicurezza delle strade e i cantieri che bloccano la viabilità. L’ultima trovata, il naviglio bolognese, è ispirata a Milano ma sta facendo di Bologna una Parigi del XIV secolo: si fa fatica a contare le nutrie e i topi. Poi certo il tram, anche quello in stile meneghino, con la viabilità ingessata, in combinato con la genialata di Bologna 30.

La «rossa e fatale», anche se non lo ammettono, preoccupa anche la sinistra, perché non è più lei. Sotto i portici ci si ripara a fatica. Le mura sono tutte imbrattate. Le osterie, a mano a mano, scompaiono, mentre aumentano i «maranza» che vendono volentieri droga per strada. Poi, a cadenza più o meno regolare, centri sociali e antagonisti vari trovano il pretesto per mettere a ferro e fuoco la città. A Lepore va bene così. E non c’è molto di cui stupirsi. La sorpresa sarebbe se tutto questo andasse bene anche ai bolognesi.

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Avvenire

La fame nel mondo continua a calare lentamente, ma mangiare in modo sano è un diritto ancora negato a una persona su tre. È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del rapporto “The state of food security and nutrition in the world” (Sofi) curato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presentato ieri a Roma. Nel 2025 hanno sofferto la fame 645 milioni di persone, il 7,8% della popolazione mondiale: 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente, terzo calo consecutivo dopo il picco registrato durante il Covid-19. Tuttavia, avverte il rapporto, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo diseguale e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. Se i trend attuali saranno confermati, nel 2030 le persone che soffrono la fame saranno tra i 510 e i 520 milioni. E quasi sei su dieci (il 56%) vivranno in un Paese africano.
Per la prima volta è l’Africa il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Erano 309 milioni nel 2025 davanti ai 292 milioni dell’Asia (che pure ha una popolazione ben più numerosa) e ai 32 milioni dell’America Latina e Caraibi. In termini di incidenza sulla popolazione il divario è ancora più netto: la fame colpisce il 20% degli africani (una persona su cinque) contro il 6% degli abitanti dell’Asia e il 4,8% in America Latina. Anche gli indicatori più ampi sull’accesso al cibo mostrano un quadro simile. Nel 2025, si stima che il 25,8% della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) abbia sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, trovandosi talvolta costretta a ridurre la qualità o la quantità del cibo consumato. Il dato è in calo rispetto al 27,1% del 2024 e al 28,7% del 2020, pur restando su livelli superiori a quelli pre-pandemia. Su questo quadro già fragile pesa un’ulteriore incognita: il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz. In gioco non ci sono solo gas e petrolio, ma anche i fertilizzanti, il cui rincaro si scarica sulla produzione di cibo. Non a caso le proiezioni al 2030 (quei 510-520 milioni di persone ancora esposte alla fame) già scontano l’impatto stimato della crisi: senza il conflitto la stima si sarebbe fermata a 503 milioni.
«I sistemi alimentari mondiali sono ancora fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti e di carburante: l’Asia è particolarmente vulnerabile, seguita dall’Africa», spiega ad Avvenire Federica Diamanti, vice presidente associata dell’Ifad, il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che investe sui piccoli agricoltori nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo. Con minore accesso ai fertilizzanti e un aumento del prezzo dei carburanti (fondamentali per i trasporti e l’irrigazione) «quello che sta già succedendo è che i produttori, in particolare quelli più piccoli, stanno decidendo di seminare meno o di non farlo affatto», spiega. Gli impatti della crisi di Hormuz sono già visibili: in Kenya, ad esempio, buona parte della produzione di montoni destinati all’esportazione verso i Paesi del Golfo per il Ramadan è andata sprecata a causa dello stop ai commerci. «Il ragionamento del produttore diventa: se non ho la certezza di vendere domani, è inutile che produca – spiega Diamanti –. Così queste persone si ritrovano senza reddito e diventano i poveri di domani, se già non lo sono. E allo stesso tempo, con meno cibo prodotto, i prezzi salgono: una spirale che non può che peggiorare il quadro mondiale».
Ma parlare solo della quantità di cibo non è sufficiente; per questo motivo il rapporto Sofi 2026 dedica un affondo sull’accesso a una dieta sana da cui 2,7 miliardi di persone al mondo sono ancora escluse. «Si intende un’alimentazione adeguata, equilibrata, diversificata. Non è così ovunque», spiega Diamanti. A restare esclusi, aggiunge, «sono soprattutto i più poveri e le popolazioni rurali, dove i redditi di sussistenza non consentono di accedere a un’alimentazione bilanciata». Il costo è salito nel 2025 a 4,28 dollari a persona al giorno (a parità di potere d’acquisto), contro i 3,44 del 2021 e i 2,94 del 2017. Una cifra che è circa il 40% più alta della soglia di povertà estrema fissata a livello internazionale, pari a 3 dollari al giorno.
Come affrontare le sfide presenti e, soprattutto, quelle future alla luce delle tante incertezze dello scenario internazionale? La risposta, per l’Ifad, passa da un’agricoltura meno esposta a queste ondate globali: un cambio di logica. «Molti Paesi dipendono interamente dalle importazioni, oppure esportano quasi tutto quello che producono senza costruire catene alimentari locali – osserva Diamanti –. Nel breve periodo esportare dà un’entrata immediata, ma investire nella produzione locale è ciò che genera ricchezza, lavoro, occupazione». E la scelta riguarda anche cosa si coltiva: «Se in Kenya produco mais solo per esportarlo, forse è meglio puntare sul sorgo: una produzione locale che richiede anche meno acqua. Bisogna fare scelte di natura diversa, investendo in alimenti nutrienti e non solo destinati all’export».
È su questo fronte, quello dell’esposizione agli shock dei mercati globali, che secondo Diamanti si gioca la partita: non la ricetta per risolvere le crisi internazionali, ma la strada per renderle meno devastanti là dove colpiscono. «Il piccolo agricoltore in Mali non ha alcuna possibilità di risolvere il conflitto nel Golfo – conclude -, ma ha quella di essere meno vulnerabile: di passare la notte senza che questo cancelli del tutto la sua fonte di sostentamento».

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In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l’annuncio-choc del presidente Ortega

In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega

«Elecciones, nunca más», «Non ci saranno più elezioni». Daniel Ortega ha scelto l’occasione più paradossale per lanciare il nuovo motto: le celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione contro l’interminabile dittatura del clan Somoza. Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: «Libertà o morte». A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. La stessa persona che, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia. La propria. Da oltre un decennio, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu. Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati. Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Quarantesei sono ancora in cella.
Alle ultime presidenziali – vinte con il 76 per cento delle preferenze, nonostante le accuse di frode – di fatto, Ortega non ha avuto rivali dopo l’arresto dei sette candidati dell’opposizione. Le prossime avrebbero dovuto tenersi a novembre. Una controversa riforma costituzionale – che ha blindato il potere del capo della Stato e della moglie, nonché “co-presidente” Rosario Murillo – alla fine del 2025, ha allungato il mandato di governo di un anno, posticipando le consultazioni al 2027. Ora, però, rischiano di saltare. «Dimenticatevene – ha detto il leader 80enne in un’inconsueta apparizione pubblica dopo due mesi di assenza –. Non andremo alle urne per regalare il Paese all’opposizione e perché quest’ultima lo venda agli Stati Uniti». La polemica nei confronti degli Usa è un classico di Ortega. A differenza del Venezuela e di Cuba, il Nicaragua, però, finora non è stato tra le priorità della “dottrina Donroe”, il piano di egemonia continentale coniato da Donald Trump.
La tensione ha cominciato a salire da aprile quando il dipartimento del Tesoro ha sanzionato Daniel e Maurice Ortega, figli della coppia presidenziale ed elementi chiave dell’apparato. A mandare su tutte le furie Washington la firma di una serie di concessioni – ben 84 secondo quanto documentato dalla Fundación del Rio – ad aziende cinesi per un totale di 1,2 milioni di ettari di terra. Ventidue compagnie minerarie di Pechino controllano ormai il 10 per cento del territorio nazionale. Le aree – molte indigene e protette – dove sono collocati i principali giacimenti d’oro. Le ultime due autorizzazioni sono arrivate la settimana scorsa. In quest’ottica si può leggere la veemente risposta del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, all’annuncio dell’imminente abolizione delle elezioni. «Questa dichiarazione La dichiarazione di Daniel Ortega svela la vera natura autoritaria del sistema nicaraguense», ha detto, definendo lo status quo a Managua «inaccettabile» per la Casa Bianca. Il duo Ortega-Murillo finora, però, ha tirato dritto. Pechino permettendo.

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Avvenire

Assisi, la città della pace. Cosa vedere e cosa fare, tra chiese, boschi e sapori dell’Umbria

Assisi ha un territorio collinare (iStock)

Ogni anno è punto di arrivo di milioni di visitatori che vi si recano per apprezzarne i tesori d’arte e le architetture religiose, tra cui la basilica di San Francesco, la chiesa di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse, il duomo di San Rufino e la basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, solo per citare i più importanti, ma anche per apprezzarne i palazzi civici, i musei, le architetture militari e per respirare la storia e la spiritualità di una città senza tempo.

Terra di ulivi e vigne, Assisi è anche luogo di buona tavola, dove apprezzare ricette di grande tradizione.

Dove si trova Assisi
Tra le terre di Perugia e Foligno, Assisi sorge a poco meno di trenta chilometri a sud di Perugia, sul versante nord-occidentale del monte Subasio. Il suo territorio si divide tra zone collinari, di bassa montagna e aree pianeggianti, mentre la città è posta sulla collina.

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