Sulle piattaforme di messaggistica circola un questionario per individuare i prossimi negozi da colpire. E intanto anche l’estrema destra si muove per scendere in piazza per contrastare i “casseur”

Notizie attualità in primo piano e visione profetica per il rinnovamento della Chiesa


Avvenire
Parma è una delle città che sabato scorso ha visto le aule scolastiche svuotarsi per il timore di possibili violenze. «Sui social e nelle chat giravano allarmi su stupri, violenze e aggressioni. Molte famiglie si sono spaventate, anche legittimamente, e hanno deciso di tenere i figli a casa da scuola – nota il sindaco, Michele Guerra –. Abbiamo subito visto che c’era qualcosa di strano: gli stessi messaggi che circolavano nelle chat di Parma sono comparsi anche a Cremona, Bologna, Milano, Como e in tante altre città. In alcuni casi erano addirittura identici. Quello che mi ha colpito è stata proprio questa strategia della paura: mi è sembrato evidente che l’obiettivo fosse creare terrore».
Avete capito chi lanciava e diffondeva gli allarmi?
Nel caso di Parma, già da giovedì la polizia era al lavoro e aveva identificato gli amministratori di una chat che diffondeva messaggi con contenuti anche violenti. Erano minorenni, sono stati diffidati e la manifestazione che preparavano è stata annullata. Nel frattempo, però, alcune forze e soggetti politici locali hanno cavalcato la paura e amplificato quegli allarmi via social. Con il risultato che diverse aule sono rimaste quasi deserte. Se fosse successo soltanto a Parma, avremmo potuto considerarlo un episodio isolato. Ma quando ho visto quello che accadeva anche in altre città e ho parlato con altri sindaci, ho cominciato a pensare che ci fosse una strategia. Ed è una cosa piuttosto inquietante.
Che cosa può fare un sindaco per contrastare questo tipo di disinformazione?
Si fa il possibile per costruire un’informazione consapevole, corretta e fondata sui fatti. Venerdì ho diffuso un video in cui ho spiegato che cosa era accaduto e come avevamo lavorato con la Questura. Non è stato sufficiente: dobbiamo fare in modo che, in casi come questo, tornino a esserci punti di riferimento riconoscibili e autorevoli, capaci di fornire informazioni attendibili. E questo a prescindere dalle appartenenze politiche.
Una manifestazione, alla fine, c’è stata anche a Parma.
Sì, ed è stata una manifestazione tranquilla. Ho parlato con molti giovani: chiedono impegni seri su istruzione, casa, lavoro e protestano per la spesa militare. Sentono che nel mondo che si sta costruendo per la loro generazione non c’è nulla. Gli adulti e la politica non possono ignorarli. Mentre a Parma la manifestazione era pacifica, i controlli della Questura hanno portato al fermo e alla denuncia, nei pressi di un presidio studentesco, di un militante di estrema destra. Aveva con sé un manganello, mentre nell’auto e nell’abitazione sono stati trovate due pistole, un pugnale e simboli nazifascisti.
La violenza giovanile, però, è un problema crescente anche nella sua città. Parma avrebbe rischiato scenari simili a quelli di Milano se la Questura non fosse intervenuta preventivamente?
Non posso dire con certezza se quello che stavano organizzando a Parma avrebbe potuto trasformarsi in una rivolta violenta. Il problema della crescente rabbia dei giovani c’è e ha radici diverse: condizioni socioeconomiche, modelli falsati di realizzazione proposti dai social, un senso profondo di ingiustizia, anche rispetto alle questioni globali come le guerre. Si aggiunga la quasi completa assenza della voce dei giovani dai dibattiti che riguardano il presente e il futuro del Paese e dell’Europa. Mi è capitato spesso di incontrare ragazzi protagonisti di episodi di violenza: ciò che emerge è soprattutto un enorme sentimento di esclusione dai sistemi in cui vivono.
Che risposta può dare loro una città?
Militarizzare le strade non è la soluzione, può servire a smorzare l’incendio ma non spegne il fuoco. Servono politiche sociali sui territori che integrino davvero i giovani nelle nostre società, restituendo loro quella dignità che sentono di non ricevere ad ogni livello, a partire dall’istruzione fino ai giganteschi temi economici e lavorativi. Di fronte agli episodi di violenza di questi giorni è chiaro che abbiamo sottovalutato troppe cose e per troppi anni. Il fatto che la rabbia esploda a livello nazionale ed europeo ci dice che dobbiamo svegliarci e smetterla di credere che basti tamponare la protesta o inventarsi l’ennesimo decreto sicurezza per sentirsi a posto con la coscienza.

Avvenire
Le violenze e i saccheggi dei giorni scorsi a Milano hanno acceso una discussione anche nel mondo del rap e della trap. Sui social, il confronto fra artisti si è presto trasformato in uno scontro a distanza, con accuse e repliche. Ma al di là delle polemiche, la vicenda solleva una questione che merita di essere affrontata senza pregiudizi: quale responsabilità hanno i musicisti quando parlano a una generazione che cerca ascolto, riscatto e riconoscimento?
Le ragioni del disagio non possono essere liquidate. Affitti insostenibili, salari insufficienti, precarietà e disuguaglianze sono problemi reali, che colpiscono soprattutto chi parte con meno opportunità. Il rap, fin dalle origini, ha saputo raccontare questa realtà, dando voce, anche con durezza di toni, a esperienze spesso ignorate. Per questo il king del rap italiano Marracash, cresciuto nel quartiere periferico milanese della Barona, ha rivendicato il proprio impegno contro le disparità sociali, sostenendo che la protesta fosse prevedibile e destinata a continuare. A suscitare le maggiori contestazioni è stata soprattutto una sua frase, «con le buone non cambi le cose», che si presta a interpretazioni ambigue. Il rapper ha poi chiarito di non voler incitare alla violenza, attribuendo all’intera società una responsabilità per quanto accaduto.
Altri artisti hanno condiviso l’esigenza di non fermarsi alla condanna dei disordini. Lo storico rapper torinese Willie Peyote ha detto che non è d’accordo con chi dice che «la violenza va sempre condannata. Viviamo in un sistema molto violento che lascia molti giovani senza prospettive». Il giovane rapper genovese Sayf ha contestato l’indignazione di chi si scandalizza per le vetrine infrante senza interrogarsi sulle disuguaglianze e sulle tragedie internazionali; il rapper Ghali, invece, ha invitato a distinguere chi manifesta pacificamente da chi ricorre alla violenza, senza smarrire le ragioni della protesta. La questione è complessa, sfumata, talora ambigua perché la frustrazione, per quanto comprensibile, non trasforma il furto in una rivendicazione sociale.
In questo senso, la critica di Fedez coglie una contraddizione che merita attenzione. Alcuni artisti solidarizzano con chi contesta i modelli consumistici, ma contribuiscono a diffondere un immaginario nel quale il successo si misura attraverso capi firmati, orologi preziosi, automobili costose e gioielli. Il rapper non ha risparmiato neppure se stesso, riconoscendo la responsabilità della scena musicale nel promuovere quell’idea di affermazione personale: «A promuovere quella idea di successo ci siamo noi». Non è una questione di colpevolizzare chi ha raggiunto il benessere: come ha replicato lo stesso Marracash, aver fatto fortuna non impedisce di desiderare una società più giusta. Il problema è un altro: quei beni, esibiti continuamente come segni di successo, diventano anche gli oggetti del desiderio di tanti giovanissimi. E sono proprio le vetrine di alcuni marchi a essere finite nel mirino dei saccheggi a Milano.
Qui il cortocircuito è evidente. Se il lusso viene raccontato come prova tangibile di essere arrivati, come stupirsi che chi si sente escluso individui in quei negozi il simbolo di tutto ciò che non può permettersi? Sarebbe però ingiusto fermarsi alle contraddizioni. Nel rap italiano non mancano testi di notevole qualità autorale, capaci di raccontare con profondità le periferie, le fragilità, le disuguaglianze e le inquietudini di una generazione. Sono brani che meritano di essere ascoltati e conosciuti, anche più di tanta musica ridotta a slogan, ostentazione e parole vuote.
Lo ha ricordato oggi don Luigi Ciotti alla preapertura del Premio Tenco che si inaugura domani, durante una masterclass all’Ariston dedicata alla forza della musica in quanto presidente onorario dell’associazione “Musica contro le mafie”, davanti a centinaia di studenti delle scuole medie e superiori di Sanremo. Richiamando la lezione di Guccini, De André, Battiato e dei Subsonica, ha parlato della musica come strumento capace di trasmettere contenuti, stimolare coscienze e creare legami. Ai ragazzi ha suggerito di distinguere fra educatori e seduttori: fra chi usa le parole per aprire orizzonti e chi, dietro formule scintillanti, cerca soltanto di vendere merci e trasformare le persone in consumatori. Ha ricordato inoltre, specie alla politica, che le persone vanno incontrate e i problemi affrontati, non il contrario. È una lezione che riguarda anche il mondo della musica contemporanea. Ai giovani servono adulti disposti ad ascoltarli, istituzioni capaci di rispondere e artisti consapevoli della propria influenza.

Nel riprendere le udienze pubbliche e richiamare l’attenzione della Chiesa sulle sfide e sulla bellezza del matrimonio e della famiglia nel mondo contemporaneo, Papa Leone XIV ha lanciato un forte invito a custodire e sostenere il nucleo familiare come cellula fondamentale della società e della comunità ecclesiale. Un’esortazione che richiama la necessità di uno sguardo pastorale sempre aperto all’accoglienza, alla comprensione e alla valorizzazione di ogni legame autentico fondato sull’amore e sulla fede.
In questo quadro di rinnovata attenzione alla famiglia, sorge spontaneo e urgente un interrogativo rivolto all’intera comunità ecclesiale: come può la Chiesa promuovere la bellezza del matrimonio senza riservare piena cittadinanza e accoglienza alle famiglie dei sacerdoti sposati?
La testimonianza vissuta dai presbiteri che hanno contratto matrimonio e dai loro cari rappresenta un ponte prezioso tra la vocazione ministeriale e la concretezza della vita domestica:
La coerenza con il Magistero dell’accoglienza: Parlare di attenzione alla famiglia di oggi significa inevitabilmente superare ogni forma di emarginazione o giudizio nei confronti di chi ha coniugato l’amore coniugale con il carattere indelebile dell’Ordinazione ricevuta.
Una risorsa per la pastorale: Le famiglie dei sacerdoti sposati vivono quotidianamente la fede nelle parrocchie e nel tessuto sociale, offrendo un contributo di ascolto, vicinanza ed empatia che risponde perfettamente agli auspici di prossimità lanciati dal Santo Padre.
Formazione e competenza al servizio: Si tratta di uomini dotati di una solida preparazione teologica pontificia e di un’esperienza pastorale e umana completa, pronti a spendersi per il bene delle comunità.
Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, accoglie con speranza le parole di Papa Leone XIV sulle famiglie e rilancia la necessità di un’azione concreta fondata sul realismo pastorale:
Riammettere per servire: Chiedere al Santo Padre un decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati non significa soltanto offrire una risposta decisiva alla carenza di clero e alla chiusura delle parrocchie, ma sanare una ferita attraverso la logica evangelica della misericordia e dell’inclusione.
Una Chiesa senza esclusioni: Accogliere le famiglie dei presbiteri coniugati significa dimostrare coerenza rispetto agli appelli sulla centralità della famiglia, trasformando le parole in gesti concreti di comunione ecclesiale.
Il futuro della missione passa attraverso il coraggio di accogliere tutte le risorse che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa.
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Il continuo confronto e la riflessione ecclesiale attorno alla possibilità di esplorare nuove forme di ministero — come l’approfondimento sul diaconato — mostrano una Chiesa in cammino, attenta ai segni dei tempi e desiderosa di rispondere alle esigenze di cura pastorale delle comunità. Si tratta di aperture e studi di grande valore teologico e pastorale, volti a rendere la presenza ecclesiale sempre più capillare ed evangelica.
Tuttavia, mentre si esplorano nuove strade ministeriali per il futuro, la Chiesa non può permettersi di trascurare o lasciare inattiva una risorsa straordinaria e già immediatamente disponibile: i sacerdoti sposati.
Guardare al rinnovamento dei ministeri richiede un approccio integrato che non dimentichi chi ha già ricevuto la Grazia del Sacerdozio:
Ministero già conferito e formazione pontificia: I presbiteri che hanno contrato matrimonio sono uomini regolarmente ordinati, dotati di titoli accademici rilasciati dalle Università Pontificie e di un bagaglio teologico, liturgico e pastorale di altissimo livello.
Nessun tempo di attesa o sperimentalismo: Mentre l’istituzione di nuovi ministeri o l’estensione del diaconato richiede tempi lunghi di discernimento canonico e sperimentazione, la riammissibilità dei presbiteri sposati rappresenta una risposta pronta all’uso per arginare l’emergenza di altari e parrocchie rimasti senza Messa.
La sintesi tra Ordine e Matrimonio: La loro vita quotidiana, arricchita dalla grazia del Sacramento del Matrimonio e dalla paternità, offre una testimonianza di vicinanza e comprensione profonda delle dinamiche familiari moderne.
Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, sostiene ogni passo della Chiesa verso una maggiore corresponsabilità battesimale, ma invita le istituzioni vaticane e la CEI a una scelta di fondamentale realismo pastorale:
Unire e non dividere i percorsi di riforma: L’esplorazione di nuove figure ministeriali e l’integrazione dei sacerdoti sposati non sono opzioni in alternativa, ma risposte complementari per far fronte alla gravissima crisi vocazionale e alla chiusura delle parrocchie.
Un decreto canonico per il reintegro: Chiediamo a Papa Leone XIV di non lasciare inascoltata la disponibilità di centinaia di sacerdoti sposati che chiedono solo di poter tornare ad servire le proprie diocesi attraverso un decreto di riammissione al ministero attivo.
Iniziare dal patrimonio di fede, formazione e vocazione già presente all’interno della Chiesa è il primo atto di saggezza pastorale e di giustizia evangelica.
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Sta facendo il giro del web la vicenda, ripresa da diverse testate e riproposta recentemente anche su Decripto.org, di Massiel Pereyra (ex novizia) e Tomás Cam (ex seminarista), i quali, dopo anni di formazione in Perù durante i quali si incrociavano appena, hanno lasciato la vita religiosa e si sono ritrovati su Instagram, diventando una coppia e trasformando la propria storia in contenuti virali su TikTok e YouTube.
I commenti degli utenti oscillano tra la curiosità, la giustificazione della loro scelta («non erano ancora consacrati» o «è importante che siano felici») e, talvolta, critiche di presunto «tradimento» verso la fede. Ma oltre le dinamiche dei social network, questa vicenda offre l’occasione per fare chiarezza su cosa significano davvero la vocazione, il Sacramento dell’Ordine e la grazia del Matrimonio.
Per evitare semplificazioni o distorsioni mediatiche che finiscono per fare di tutta l’erba un fascio, occorre evidenziare due punti centrali:
La distinzione tra discernimento e ministero consacrato: Seminaristi e novizie vivono un percorso di discernimento in cui è del tutto legittimo e fisiologico comprendere che la propria strada sia diversa prima dell’ordinazione o dei voti perpetui.
Il valore indelebile del Sacerdozio: Chi invece ha ricevuto la valida Ordinazione presbiterale ed è stato formato nelle Università Pontificie porta nell’anima un carattere sacro e indelebile. Quando questi presbiteri contraggono matrimonio, non cercano il sensazionalismo o le carriere da content creator sui social, ma desiderano continuare a vivere in fedeltà al Vangelo e nell’amore per la Chiesa.
Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, ribadisce la forza del realismo pastorale di fronte a queste vicende mediatizzate:
No alle narrazioni da “spettacolo”: Il ministero sacerdotale e il Sacramento del Matrimonio non sono materiale da intrattenimento o da trend algoritmici, ma pilastri della vita ecclesiale e della carità pastorale.
Sacerdoti sposati pronti a servire: Esistono presbiteri coniugati con un’altissima formazione teologico-pastorale che chiedono a Papa Leone XIV e ai Vescovi non visibilità social, ma un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per poter aiutare le parrocchie deserte e portare la parola di Dio a chi è solo.
La Chiesa non ha bisogno di storie virali, ma di pastori maturi, preparati e vicini alla realtà quotidiana delle famiglie.
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L’attenzione dei media torna a focalizzarsi su un’emergenza che interpella direttamente il cuore della Chiesa: la drammatica carenza di clero e il record di comunità parrocchiali che, specie nelle grandi aree metropolitane come Torino, si ritrovano senza sacerdoti residenti, con chiese che rischiano la chiusura o la desertificazione spirituale.
Di fronte a questo scenario, inchieste e reportage come quello pubblicato da Today rilanciano con forza la questione dei sacerdoti sposati, indicandoli non solo come una realtà numericamente significativa, ma soprattutto come una risorsa rimasta finora inattesa e preziosa per riaprire le porte dei luoghi di culto.
La situazione delle comunità locali evidenzia un cortocircuito istituzionale che non può più essere ignorato:
Chiese vuote o senza guida: Molte parrocchie faticano a garantire la celebrazione regolare dell’Eucaristia domenicale e l’assistenza pastorale, costringendo i sacerdoti rimasti in servizio a un sovraccarico di lavoro insostenibile.
La risorsa ignorata dei presbiteri coniugati: Esistono centinaia di sacerdoti regolarmente ordinati, dotati di una solida formazione teologica pontificia e arricchiti dall’esperienza umana e spirituale del matrimonio, che chiedono unicamente di poter rimettere i propri talenti al servizio del Popolo di Dio.
Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, raccoglie le istanze che emergono dai territori per ribadire la necessità di una svolta coraggiosa fondata sul realismo pastorale:
Oltre i tabù ideologici: Consentire la riammissione al ministero attivo dei presbiteri sposati non mette in discussione il valore del celibato, ma risponde al principio supremo della salus animarum (la salvezza delle anime), garantendo i Sacramenti alle comunità in sofferenza.
Un decreto per la missione: Rivolgiamo un appello accorato a Papa Leone XIV affinché si valuti con lungimiranza un provvedimento canonico di reintegro. Riportare all’altare i sacerdoti sposati significa restituire vita alle parrocchie, valorizzare competenze già formate e dare un segnale concreto di vicinanza alle famiglie e ai fedeli.
Riaprire le chiese significa prima di tutto riaprire il cuore alla corresponsabilità e alla giustizia evangelica.
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Dopo un’estate di caldo record e a venti giorni dall’inizio della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima di Antalya (COP31), il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato un nuovo rapporto sulle emissioni di gas serra e sulle prospettive del riscaldamento globale. Il quadro delineato è preoccupante: «La possibilità di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali – si legge nel documento – è ormai svanita».
Ciò significa che se anche i governi rispettassero gli impegni climatici assunti con gli Accordi di Parigi, la Terra è avviata verso un aumento delle temperature di circa 2,6 °C entro il 2100.
Pubblicato ogni anno dal 2010, l’Emissions Gap Report dell’UNEP fornisce ai responsabili delle politiche ambientali indicazioni sul divario tra le emissioni di gas serra previste e quelle compatibili con gli obiettivi climatici internazionali. Il rapporto rappresenta uno strumento di riferimento per i negoziati delle conferenze delle Nazioni Unite sul clima come quella che sta per cominicare in Turchia.
Le edizioni precedenti avevano già sollevato dubbi sulla possibilità di rispettare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Quella appena pubblicata descrive il mancato raggiungimento della soglia come «imminente e inevitabile».
Gli scienziati stimano che la temperatura media globale sia già aumentata di circa 1,4 °C rispetto ai livelli preindustriali. Le speranze si concentrano ora sulla possibilità di limitare temporaneamente il riscaldamento a circa 1,8 °C e, successivamente, rimuovere dall’atmosfera una quantità sufficiente di anidride carbonica per riportare le temperature verso la soglia di 1,5 °C. Per limitare i danni è importante anche ridurre il più possibile il periodo durante il quale le temperature globali rimarranno al di sopra della soglia critica.
Il rapporto sottolinea che «ogni ulteriore frazione di grado e ogni anno aggiuntivo di riscaldamento aumenta i rischi climatici». Tra le conseguenze più preoccupanti figurano i cambiamenti potenzialmente irreversibili nelle calotte glaciali, nel carbonio immagazzinato nel permafrost, nella circolazione oceanica e negli ecosistemi corallini, oltre agli impatti sempre più gravi sull’uomo.
Il mondo è ancora «pericolosamente lontano» persino dagli obiettivi minimi, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, aggiungendo però che «disponiamo degli strumenti necessari per cambiare rotta e allontanarci dall’orlo del precipizio».
Ma quali?
Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, ha sottolineato che una drastica riduzione delle emissioni globali di gas serra è l’unica strada per mantenere gli impatti climatici entro limiti gestibili. Secondo gli obiettivi indicati nel rapporto, le emissioni dovrebbero diminuire del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040.
Per raggiungere questi traguardi sarebbe necessario triplicare la capacità di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2035, ridurre drasticamente il ricorso ai combustibili fossili ed eliminare completamente il carbone entro il 2040.
La transizione energetica e la riduzione delle emissioni rappresentano quindi passaggi fondamentali per limitare il riscaldamento globale e contenere i rischi associati ai cambiamenti climatici.
Analizzando nel dettaglio le emissioni di gas serra, il rapporto evidenzia un incremento particolarmente significativo negli Stati Uniti. «In termini quantitativi, l’aumento registrato negli Stati Uniti (133 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente) ha superato di gran lunga quello di tutti gli altri Paesi ed è stato determinato dalla maggiore domanda di elettricità e dalla ripresa della produzione di energia elettrica da carbone», si legge nel documento.
Agli Stati Uniti sarebbe riconducibile il 70% dei 189 milioni di tonnellate di anidride carbonica aggiuntive immesse nell’atmosfera nel 2025. Nel complesso, 124 Paesi avrebbero aumentato le proprie emissioni, mentre 63 (la maggio parte europei) le avrebbero ridotte nell’arco di dieci anni.
«Il messaggio principale è semplice: i governi devono agire subito, adottando politiche che riducano il più rapidamente possibile l’uso dei combustibili fossili», ha affermato Bill Hare, amministratore delegato di Climate Analytics, istituto internazionale che si occupa di scienza e politiche climatiche.

Al bancone frigo una dozzina o poco meno di forme di salumi. Reparti ortofrutta e macelleria svuotati. Già da venerdì scorso. «Le uniche bottiglie rimaste sono quelle dei liquori», fa un mezzo sorriso Maurizio, salumiere, che sbuca da dietro il bancone, mentre passeggia tra gli scaffali vuoti. «Sente l’eco?», si fa strada nei corridoi di un supermercato, periferia ovest di Gela, punto vendita strategico anche per la vicina Butera, borgo a 10 chilometri da qui. «Siamo stati letteralmente presi d’assalto. Penso che tra un paio di giorni, se la situazione non cambia, abbasseremo la saracinesca. Sono rimasti giusto qualche confezione di yogurt, pochi latticini e pacchi di biscotti. Le famiglie hanno comprato farine e ingredienti per far da sé. In alcuni momenti – prosegue – mi tornano in mente i giorni della pandemia», riflette. «Abbiamo svuotato tutti i magazzini», si intromette Giovanni, da qualche settimana alle prese con la nuova mansione. «Abbiamo scaricato le ultime balle di merce circa quindici giorni fa, poi abbiamo riempito le scaffalature con le scorte, ora non c’è più nulla». «Pensi che beffa, oggi ho trovato i volantini delle offerte nella mia cassetta postale, naturalmente non c’è nulla», si fa avanti Roberta che lascia il supermercato dopo una toccata e fuga. La protesta di autotrasportatori e trattoristi è iniziata già venti giorni fa. Prima un timido capannello con bandiere e striscioni; poi un presidio ad oltranza con mezzi e lavoratori che hanno incrociato le braccia ed esposto bandiere e cartelli.
All’ingresso della città il traffico rallenta. Decine di mezzi pesanti a motori spenti costringono gli automobilisti a procedere a passo di lumaca. C’è chi scatta foto e chi procede indifferente; chi a bordo della propria auto si fa largo tra i camion, parcheggia e raggiunge i manifestanti. «La loro protesta non deve rimanere isolata, ci coinvolge tutti e lo stiamo toccando con mano», si avvicina Antonio, in mano un thermos di caffè ed un pacco di biscotti. Il presidio è permanente. Giorno e notte. La coda dei tir si allunga verso la statale per Catania, un’altra decina di camion-container e mezzi agricoli fermi al primo ingresso di Niscemi, ancora chiuso dopo la frana. Ieri mattina la “visita” degli studenti delle scuole superiori della città. In migliaia sono scesi in strada per una pacifica passeggiata fino all’area di protesta per incontrare gli autotrasportatori e gli agricoltori. «Non ce lo aspettavamo», riferiscono all’unisono Matteo e Rosario, entrambi coltivatori diretti e proprietari di carciofeti, raccogliendo la condanna unanime per gli episodi di violenza di queste ultime ore. «Siamo qui per ribadire il valore della partecipazione democratica», interviene Melania, 17 anni, studentessa del Liceo artistico “Majorana”. «Chi oggi protesta è costantemente ignorato e trascurato, nonostante stia alla base della nostra economia. Non sono qui per fare un discorso egoistico e gridare “voglio stare in Sicilia”, ma per stare al fianco di chi storicamente è ignorato e oggi ha invece bisogno di essere ascoltato».
Nella serata consiglio comunale monotematico e straordinario convocato nell’area del presidio dai comuni di Gela, Niscemi e Butera. I disagi si allargano intanto a macchia d’olio. Da giorni carburante esaurito in quasi tutte le stazioni di rifornimento della città con i pendolari del mondo della scuola che valutano di chiedere ai Dirigenti la possibilità di lezioni a distanza. Al mercato settimanale poco meno di una cinquantina le bancarelle allestite a dispetto delle consuete quattrocento con gli avventori che si aggirano tra i commercianti alla ricerca soprattutto di scorte alimentari. «I nostri frigoriferi si svuotano» racconta Francesco, titolare di Sabìa, ristorante e pizzeria che adesso fa i conti con «la merce che non arriva. Soprattutto i prodotti caseari che arrivano dalla provincia di Ragusa e le verdure di stagione. Siamo così costretti a rivedere il nostro menù». «Abbiamo raccolto pochissima carta, cartone e plastica», constata Orazio, operatore ecologico che al secondo turno per il prelievo dei rifiuti differenziati torna in discarica «con il mezzo praticamente semi-vuoto. Se non c’è merce, non si producono rifiuti». Intanto sui social si moltiplicano foto e video di scaffali semi vuoti con supermercati che se fino a qualche giorno fa rassicuravano sulla presenza della merce tra i reparti, oggi pubblicizzano invece solo l’elenco dei prodotti disponibili.
Avvenire

Una nuova tragedia si è abbattuta sulla famiglia Kennedy, in quello che sembra l’ennesimo esempio della maledizione che da decenni infierisce sul clan.
Kyle Kennedy, la figlia di Michael Kennedy e una dei 34 nipoti di Bob e Ethel Kennedy, è morta a 42 anni nella sua casa di Westwood, in Massachusetts. I motivi del decesso non sono noti, ma Kyle era paralizzata nel 2020 per una grave lesione alla spina dorsale.
“Sarà ricordata per la sua dedizione ai figli e per il suo sostegno a favore di una riforma dell’istruzione destinata ai bambini svantaggiati e alle persone con disabilità”, si legge nel suo necrologio.
Dopo aver conseguito una laurea in storia alla Georgetown University, Kyle Kennedy ha ottenuto due master sull’istruzione.
Nel 2012 si è sposata con Liam Kerr, con il quale ha avuto tre figli. La coppia ha avuto due gemelli, Conor e Josie, ma la bambina è deceduta pochi giorni dopo la nascita. Due anni dopo Kyle e Kerr hanno avuto un secondo figlio maschio, Declan.
Negli ultimi anni Kyle era costretta sulla sedia a rotelle in seguito a una lesione al midollo spinale. Da quel momento era diventata una sostenitrice dei diritti delle persone con disabilità. Il suo impegno l’ha vista anche testimoniare a un’audizione sulla discriminazione nell’assistenza sanitaria verso le persone con disabilità di fronte al governo del Massachussets. Già l’inizio della sua vita era però stato contrassegnato da una tragedia la morte del padre quando ancora era piccola per un incidente di sci.
La tragedia di Kyle si aggiunge alle altre della storia della famiglia, con numerose morti premature: dall’assassinio di Jfk nel 1963 e del fratello Bob, nonno di Kyle, nel 1968; nel 1999 John Fitzgerald Kennedy Jr morì in un incidente aereo nei cieli di Martha’s Vineyard. E solo pochi mesi fa, a dicembre scorso, Tatiana Schlossberg, figlia di Caroline Kennedy e nipote di Jfk, è morta all’età di 35 anni per una leucemia acuta.
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