“Il prete come custode dell’umano nella complessità odierna”

Otto le ordinazioni in Cattedrale

Custodire l’umano prima delle strutture: la sfida del clero e la risorsa dell’esperienza familiare dei preti sposati

La riflessione proposta evidenzia come la figura del presbitero mantenga la sua rilevanza sociale e spirituale solo se rimane profondamente ancorata all’esperienza reale delle persone. Di fronte al rischio di una Chiesa percepita come distante o focalizzata sulla conservazione dei propri apparati amministrativi, l’articolo ricorda che la vera autorevolezza del pastore risiede nella sua capacità di ascolto, di empatia e di accompagnamento delle esistenze ferite. Questa “custodia dell’umano” richiede un’umanità ricca, equilibrata e pienamente inserita nelle dinamiche del tempo presente.

1. Il superamento del clericalismo funzionale

L’analisi tocca un punto nevralgico della crisi pastorale che investe molte diocesi:

  • La trappola della burocrazia: Spesso il sovraccarico derivante dalla gestione di più parrocchie costringe i sacerdoti ad assumere ruoli quasi esclusivamente organizzativi, riducendo il tempo dedicato all’incontro personale e alla cura spirituale diretta dei fedeli.

  • La centralità delle relazioni: Custodire l’umano significa abitare le periferie esistenziali della solitudine, della crisi familiare e del lavoro. Per fare questo, il sacerdote ha bisogno di strumenti interpretativi radicati nel vissuto comune, superando quella separatezza clericale che per secoli ha allontanato il clero dalla quotidianità laicale.

2. Sacerdozio e stabilità affettiva: un’integrazione feconda

Se la missione principale è la custodia dell’uomo, l’esperienza di vita diventa un valore aggiunto inestimabile per il ministero:

  • I sacerdoti sposati, dotati di una formazione teologica completa e legittima conseguita nelle facoltà universitarie, uniscono alla dottrina la conoscenza diretta e quotidiana delle dinamiche familiari, affettive e lavorative.

  • Questa duplice dimensione consente loro di comprendere dall’interno le sfide che le famiglie affrontano, ponendosi come guide mature capaci di coniugare la grazia sacramentale con il realismo dell’esistenza quotidiana, rispondendo così all’esigenza di pastori vicini al popolo di Dio.

💬 Commento della Redazione: il realismo pastorale nei territori

L’opinione espressa dal quotidiano bresciano coglie il cuore pulsante delle riforme necessarie per il futuro delle comunità cristiane. In un momento in cui i documenti post-sinodali faticano a tradursi in scelte concrete e la carenza di clero rischia di lasciare molte parrocchie prive di una guida stabile, è urgente ridefinire le priorità. La Chiesa non si salva difendendo vecchi modelli istituzionali basati sull’isolamento del presbitero, ma aprendosi alla ricchezza di tutte le vocazioni legittime.

Valorizzare i sacerdoti coniugati e favorire il loro reinserimento nel servizio pastorale non è una concessione alla modernità, ma un atto di realismo per preservare la presenza della Chiesa sul territorio. Questi uomini, formati e radicati nella vita sociale, possono alleggerire il carico del clero celibatario, permettendo alla Chiesa di rimanere ciò che è chiamata a essere: un rifugio umano e spirituale, una “casa” aperta dove la verità del Vangelo viene annunciata attraverso la vicinanza reale e la condivisione delle fatiche del popolo di Dio.

Papa Leone XIV: «soddisfazione» per l’accordo Usa-Iran

Papa Leone XIV: «soddisfazione» per l'accordo Usa-Iran

CITTÀ DELVATICANO-ADISTA. «Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione», ha detto papa Leone XIV questa mattina al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro. «Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli».

Stati Uniti-Iran, i presidenti firmano l’accordo di pace a distanza

Il presidente iraniano Pezeshkian mostra in tv la bozza d'accordo firmata

I presidenti di Stati Uniti e Iran, rispettivamente Donald Trump e Massoud Pezeshkian, hanno firmato a distanza la bozza d’accordo che apre a 60 giorni di intensi negoziati per porre fine alla guerra in Medio Oriente. L’intesa include anche la questione del Libano dove, però, l’escalation non si ferma: Israele annuncia la morte di un proprio soldato durante un combattimento nel sud

Roberta Barbi – Città del Vaticano 

Nella serata di ieri è arrivata la firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti. Uno dei punti previsti dai negoziati dei prossimi 60 giorni è che Teheran s’impegna a diluire il proprio uranio arricchito; mentre Washington, in cambio, revoca immediatamente tutte le sanzioni, a partire da quelle contro il petrolio iraniano.

La cerimonia in Svizzera

Una sigla apposta a distanza tra i presidenti iraniano Pezeshkian e statunitense Trump, che si trova in visita in Francia e che ha firmato a Versailles alla presenza del presidente francese, Emmanuel Macron. La cerimonia è prevista per domani in un resort a Lucerna, in Svizzera, alla presenza del vicepresidente Usa, JD Vance, e del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che l’Iran ha dichiarato ormai “superflua”.

Le reazioni

Soddisfatto il presidente Usa Trump che a margine del G7 di Evian ha dichiarato: “Con questo accordo Teheran non avrà mai l’arma nucleare, ma se non sarà rispettato torneremo ad attaccare”. Dalla parte opposta, il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf ha detto: “Manteniamo il dito sul grilletto. Il mio pessimismo e la mia sfiducia nei confronti dell’America sono massimi”. Accolta con favore l’intesa da parte del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha definito quello per porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio, “un buon accordo”.

Il nodo libanese

La bozza in 14 punti prevede la fine delle ostilità anche in Libano: da qui il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito l’accordo “una grande vittoria” per l’Iran che da sempre appoggia la milizia islamista sciita. Nel Paese dei Cedri, però, di fatto il conflitto prosegue: Israele ha annunciato oggi la morte di un soldato delle forze di sicurezza durante combattimenti non meglio specificati nel sud e anche l’intercettazione di diversi razzi lanciati contro il proprio esercito.

Vatican News

Ucraina: a Kiev brucia la chiesa-simbolo

di: Lorenzo Prezzi
kiev

La Cattedrale di Kiev in fiamme dopo un bombardamento russo, 15 giugno 2026 (AP/Danylo Antoniuk)

È come bruciasse di nuovo Notre-Dame a Parigi: il ministro degli esteri francese, Ja-ean-Noël Barrot ho così tradotto l’impatto simbolico dell’incendio alla cattedrale dell’Assunzione nel plesso monastico della lavra a Kiev.

L’ennesimo attacco dei droni e missili russi nella notte del 15 giugno ha reso esplicita la volontà di distruzione di un popolo e della sua storia da parte di Vladimir Vladimirovic Putin. Nell’attacco sono stati colpiti anche gli studi cinematografici nazionali e il complesso culturale e museale della lavra. Danneggiate anche la rete idrica della capitale e una parte significativa degli impianti elettrici. Undici i morti, cinquantatré i feriti.

Lo sdegno è stato trasversale. Il Consiglio Pan ucraino delle Chiese ha parlato di una «ulteriore atrocità contro l’umanità, il cristianesimo e il patrimonio spirituale». Il Consiglio ecumenico delle Chiese ha chiesto che i responsabili ne rispondano davanti alla giustizia internazionale. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto: «Nessuna persona o argomentazione ragionevole può giustificare questo attacco barbaro e distruttivo di un luogo di pellegrinaggio sacro».

Il nunzio in Ucraina, mons. Visvaldas Hulbokas, ha sottolineato la potenza del simbolo. Il patriarca di Romania ha riconosciuto nella chiesa non solo un edificio sacro ma un santuario della nazione, una perdita per la cristianità e per il patrimonio universale (riconosciuto dall’UNESCO). Anche il metropolita Tikhon, primate della Chiesa ortodossa in America ha espresso l’indignazione dei cristiani ortodossi del mondo.

Nella denuncia si sono unite le due Chiese ortodosse attive nel Paese. Il primate Epifanio (chiesa ortodossa autocefala, filo-costantinopolitana), attuale responsabile della vita monastica della lavra ha parlato di crimine contro l’umanità, la storia e la cristianità. Il metropolita Clemente (Vétchéria) responsabile della comunicazione della Chiesa ortodossa (non autocefala, «filorussa») ha riconosciuto nell’incendio «il riflesso della tragedia profonda dell’intero popolo ucraino, colpito a morte da una guerra che ha ormai superato ogni limite di immoralità».

Anche i preti russi costretti all’esilio per la loro opposizione alla guerra e riuniti nell’associazione «Pace per tutti» rilevano le contraddizioni del patriarcato di Mosca: da un lato, celebra i «santi della terra russa», e fra questi Antonio e Teodosio che sono vissuti nella lavra di Kiev, senza dire nulla del bombardamento, dall’altro, si erge a difensore della Chiesa ortodossa non autocefala ignorando gli 88 preti delle Chiese ucraine uccisi dalle forze armate russe. L’incendio della lavra è l’ennesimo esempio «del cinismo e dell’ipocrisia dei cosiddetti “difensori dell’ortodossia” russi» (cf. qui su SettimanaNews).

Davanti alla prevedibile «disinformazione» delle centrali informative russe che attribuiscono il missile al difettoso sistema antiaereo Patriot in funzione nell’esercito ucraino, subito ripreso dai «filorussi» occidentali, il responsabile militare di Kiev, Tymor Tkarchenko, attesta che l’incendio è stato deliberatamente e intenzionalmente voluto con il missile russo.

Come nell’attacco notturno precedente (6 giugno) i russi colpiscono infrastrutture essenziali, edifici storici e luoghi abitati. Il presidente Volodymir Zelensky ha denunciato «uno dei crimini più gravi commessi finora contro la cultura cristiana» e il suo ministro degli esteri, Andrii Syliha, ha parlato di «barbarie di stato». Assoluto silenzio da parte della Chiesa ortodossa russa che, nello stesso giorno dell’attacco, denuncia sul suo sito l’avvenuto «scasso» da parte dell’amministrazione pubblica di un edificio della lavra sbarrato dai monaci della Chiesa filo-russa sfrattati da tempo.

Del resto anche dopo la distruzione dell’altare della cattedrale di Odessa, consacrato dallo stesso patriarca Cirillo, non vi era stata nessuna denuncia da parte sua. Sono 800 le chiese distrutte dalla guerra, 150 i siti culturali nazionali fortemente danneggiati (45 totalmente distrutti), 1.370 quelli di importanza locale e regionale.

Il sito monastico della lavra a cui la chiesa dell’Assunzione appartiene rimonta all’XI secolo. L’edificio colpito era stata distrutto nel 1941 e riaperto nel 2000 dai monaci ortodossi. Dopo il riconoscimento dell’autocefalia il Governo, proprietario dell’insieme, ha privilegiato la Chiesa di Epifanio allontanando le comunità monastiche che facevano riferimento al metropolita Onufrio. Un conflitto ampiamente raccontato (cf. qui su SettimanaNews).

La commissione di inchiesta nazionale ha concluso nel 2023 che i legami della Chiesa di Onufrio con Mosca erano ancora attivi e una successiva legge (2024; cf. qui su SettimanaNews) ha imposto una più deciso distacco da Mosca che il metropolita ha rifiutato di onorare affermando che i nuovi statuti approvati dal concilio della sua Chiesa nel 2022 erano sufficienti per definire la distanza da Mosca e l’autonomia dal patriarcato (cf. qui su SettimanaNews).

E tuttavia le ambiguità rimangono. Sono ormai un centinaio i monaci, preti e vescovi, condannati in tribunale per fiancheggiamento all’invasore russo. Sono pubbliche le discussioni interne alla Chiesa non autocefala (filo-russa) sulla legittimità delle disposizioni del concilio del 2022 e sulla possibilità che il “sacro crisma” venga consacrato a Kiev piuttosto che a Mosca. Sono almeno tre i metropoliti che rifiutano di interrompere i legami con Cirillo: Antonio di Boruspiol, Feodosy di Cherkasy e Luca di Zaporizhzhya. Nella vivacità del dibattito interno il rettore dell’accademia teologica di Kiev, il vescovo Sylvester di Bilhorod, li ha accusati di favorire il «papismo moscovita».

La legge sulle Chiese nel 2024 ha aperto molti conflitti giuridici che si stanno trascinando da mesi. Anche quello che si ritiene decisivo contro la metropolia di Kiev viene rimandato di mese in mese. Il capo dell’ufficio politico del presidente, Kyrulo Budanos, ha fatto chiaramente capire che i rimandi, formalmente giustificati dalle malattie dei giudici, rispondono all’esigenza di non forzare le cose affidando al tempo la soluzione. Questo giustifica l’ipotesi di un acuto esperto sulle Chiese orientali, Peter Anderson, che attribuisce a Onufrio la seguente strategia: considerare vincolante il concilio del 2022; muoversi come chiesa indipendente; attendere il riconoscimento di altre Chiese ortodosse; evitare scelte che espongano la Chiesa allo scisma rispetto alle altre Chiese come una indipendenza unilateralmente proclamata; riassorbire il dissenso interno.

La chiesa autocefala di Epifanio non ha alcun contenzioso sul fronte dello stato. Non casualmente dopo l’incendio il metropolita ha visitato il sito monastico accanto al presidente Zelensky. Ma ha il problema di assorbire quelle comunità che facevano riferimento al «patriarca» Filarete, recentemente scomparso, e di ottenere il riconoscimento di una decina di Chiese ortodosse nazionali che ancora non l’hanno fatto (cf. SettimanaNews).

Il rapporto fra le due Chiese è a un punto morto e l’altra Chiesa importante, quella greco-cattolica, non sembra interessata o efficace nell’aprire un dialogo trasversale reso peraltro difficilissimo dal dramma della guerra.

Due ulteriori elementi sono indicativi della situazione: i cappellani militari e le migliaia di bambini e adolescenti sottratti dai russi alle famiglie ucraine dei territori occupati.

Nel 2014 i cappellani erano una quindicina, guardati con sospetto da un esercito ancora legato alla tradizione sovietica. Oggi sono 400, di 14 confessioni diverse (ma non della Chiesa di Onufrio per il sospetto filo-russismo). Essi testimoniano dell’estrema tensione di un esercito provato da cinque anni di guerra, chiamati a coltivare i legami con le famiglie e i comandanti, esposti all’orrore della morte e della violenza.

La difesa della «guerra giusta» contro l’aggressore deve fare i conti con uomini che perdono i legami precedenti e trasformano l’aggressività in rabbia furiosa con la domanda implicita: «Come potremo tornare alla vita normale?». La questione dei bambini è tornata a inquietare dopo il rapporto della commissione internazionale indipendente presentata al Consiglio dei diritti umani dell’ONU (cf. qui su SettimanaNews). Dal testo emerge che le autorità russe hanno commesso crimini contro l’umanità attraverso la deportazione e il trasferimento forzato di migliaia di bambini ucraini che solo in piccola parte sono stati riportati alle loro famiglie di origine.

Settimana News

USA-Iran: ultime apocalissi?

di: Riccardo Cristiano

apocalissi

C’è una scritta sul dollaro statunitense: “In Dio noi confidiamo” (In God We Trust). Avrebbe potuto trovarsi senza alcuna problematicità anche sulla valuta iraniana dell’era khomeinista. È necessaria però un’appendice: per molti in America il motto “In Dio noi confidiamo” è una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una fusione tra religione e Stato, tra valori religiosi e politica internazionale, tra teologia ed economia. È in questo senso che avrebbe potuto apparire sulla valuta iraniana.

L’America che ha scelto la quarta Guerra del Golfo, la precedente è stata quella dei bombardamenti dell’Iran nel 2025, ha fallito i suoi obiettivi; non è tutta l’America che conosciamo, è quella che con Lyman Stewart crede nei “Fondamentali”, il suo famosissimo testo di nascita del fondamentalismo evangelicale con il quale un pezzo importante di integralismo cattolico si è alleato, contribuendo all’affermarsi dell’amministrazione Trump.

Questa a sua volta si è alleata con il sionismo religioso, quello che vede Israele non come uno Stato in dati confini, ma come lo Stato definito dai confini indicati da Dio e in quanto tali non passibili di partizione. Come dice il titolo di uno splendido volume dello storico Tom Segev, “One Palestine. Complete”. L’idea, capovolta, è stata alla base della “resistenza islamica” ispirata da Teheran.

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Leggendo il fondo teologico e politico di questo mondo, è chiaro che gli Stati Uniti sono una nazione benedetta da Dio, e ha come nemici ovviamente i comunisti, i modernisti, gli hippy, i gruppi femministi, i musulmani. Questa forse è la chiave con cui il trumpismo tenterà di vincere diverse elezioni europee. Se vogliamo scendere nel localismo possiamo collocare qui dentro l’ex generale Vannacci, la cui “sporca dozzina” (quella che ha richiamato per definire i suoi seguaci) sembra una rilettura fondamentalista dei dodici apostoli.

C’è un testo decisivo per orientarsi nel fiume trumpiano, da rileggere con gli occhi di oggi. È il saggio pubblicato nel 2017 su La Civiltà Cattolica da padre Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa e intitolato: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”.  È un testo di sorprendente attualità per orientarsi; vorrei partire da  alcune sintetiche citazioni: “Per sostenere il livello del conflitto, le loro esegesi bibliche si sono sempre più spinte verso letture decontestualizzate di testi veterotestamentari”; “non si considera il legame esistente tra capitale e profitti e la vendita di armi”; “spesso la guerra stessa è assimilata alle eroiche imprese di conquista del Dio degli eserciti”; “ i disastri naturali… sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in cieli nuovi e terra nuova”.

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Il sapore di un’Armageddon imminente, la resa dei conti tra Bene e Male, ci porta alla visione apocalittica khomeinista, dove i martiri non muoiono, salgono nell’intratempo dell’immaginale – in arabo “malakut” (regno) – e lì rendono testimonianza davanti a Dio sospingendo così il mondo verso il ritorno dell’imam che in quell’intratempo vive nel nascondimento da secoli, nell’attesa di poter tornare per la vittoria finale.

Spadaro e Figueroa ci parlano diffusamente di Rousas John Rushdoony (scomparso nel 2001), che ha molto influenzato Steve Bannon, e intendeva sottoporre lo Stato alla Bibbia. Parole di casa per chi fosse ancora khomeinista a Teheran. Non è possibile proseguire prima di aver citato il pastore Norman Vincent Peale, che amava esprimersi con frasi come “se ripeti Dio è con me, chi è contro di te?”

Se proviamo a leggere con occhi apocalittici, il senso di questo pensiero per i diseredati è evidente: scegliendolo si può morire, ma la vittoria è assicurata, è scritto che il Bene trionferà sul Male. Nonostante i riferimenti apocalittici, espliciti ai tempi di George W. Bush, molti avranno ritenuto che questa guerra ha condotto l’esercito di Dio a determinare prezzi della benzina troppo alti. È per questo che Trump è impegnato nella sua difficilissima corsa a presentare la sua (parziale) resa come una vittoria? Complicato.

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Qui sarà decisivo vedere come si comporterà il regime iraniano nel teatro libanese. Agirà in chiave nazionalista o in quella chiave apocalittica per cui il tempo è fatto da urti che bisogna aggravare per avvicinare l’urto finale, Armageddon. Una reazione militare diretta di Teheran contro Israele, che con i suoi bombardamenti vorrebbe travolgere tutto l’accordo, andrebbe nella direzione del vecchio impianto apocalittico.

Ma l’autorevole sito al-Monitor ci dice in queste ore quale sarebbe l’alternativa che va emergendo dopo aver accantonato (per ora) una risposta militare: “I funzionari iraniani e i loro alleati libanesi guardano alla fase politica che seguirebbe a un accordo. Diverse fonti diplomatiche ben informate sulle discussioni regionali affermano che nel periodo postbellico è probabile che si riaprano i dibattiti su governance, rappresentanza, accordi di sicurezza e distribuzione più ampia del potere in Libano. Teheran considera il futuro di Hezbollah, la posizione della comunità sciita all’interno del sistema politico libanese e l’equilibrio tra istituzioni statali e attori non statali come parte della stessa equazione strategica”.

È rilevante che l’autore viva a Doha, in Qatar. Eppure è lecito il timore che tutto possa saltare in Libano, per la fermezza sulla sua linea di Israele, ma questo si vedrà.

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Se il meccanismo reggerà al no di Israele, saremo al passaggio dalla logica del conflitto esistenziale a quella del dissidio di potere, come si evince dal testo di al-Monitor? È un discorso che accantonerebbe il terreno apocalittico? Ai neo crociati verrebbe meno il contrappeso jihadista.

Chi illustra bene l’idea di chi crede che questo sia un Memorandum di Fraintendimenti è Karim Sadjapour, nome di punta del Carnegie Endowment: per lui i 300 miliardi di investimenti che gli Stati Uniti promuoverebbero col privato in Iran creerebbero per Washington un regime non più rivoluzionario, mentre per Teheran creerebbero le condizioni per riprendersi e poi tornare alla rivoluzione.

Altri però vedono un Iran più militarista, più in mano ai pasdaran che ai mullah. Una giunta con la quale il nazionalismo diverrà più importante dell’Apocalisse? È questo che significherebbe il pendere verso il dissidio di potere piuttosto che verso il confronto esistenziale?

Non parliamo di soggetti “semplici”: una scelta del genere potrebbe rientrare nella dissimulazione, necessaria in certe fasi del conflitto tra Bene e Male. Il punto da affrontare è perché proprio Trump offra all’Iran la via della normalizzazione, lui, che guida il cartello del Bene in lotta con il Male, che ha minacciato di cancellare per sempre una civiltà.  La sua narrazione non funziona più? Vorrebbe uscirne? E la domanda che segue è se possa restare apocalittico, pur volendolo magari, un regime che accetta il ritorno del capitale “imperialista” nel sistema, nel suo spazio, nella sua economia. Perché non aveva alternative? Ma ora dovrà conviverci, con i suoi sistemi e un ulteriore centralismo.

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La perfezione del meccanismo degli opposti analoghi, ci ha tormentato per anni. È stata questa l’intuizione contenuta in un altro saggio fondamentale per capire l’oggi, l’introduzione del professor Massimo Borghesi al suo volume “Il dissidio cattolico”. Vi afferma: “L’11 settembre è l’evento che segna uno spartiacque tra il prima e il poi, rappresenta la crisi dell’era della globalizzazione che si afferma dopo la caduta del comunismo, inaugura il mondo manicheo in cui l’Occidente combatte contro l’asse del male e apre l’era della teopolitica fondata sul contrasto tra amico e nemico. La rinascita del religioso, la desecolarizzazione che caratterizza il nuovo millennio viene iscritta in una concezione militante e guerriera della fede che trova i suoi avversari nel relativismo etico postmoderno e nell’integralismo fanatico dell’islamismo radicale”.

Il cristiano, come osserva Lucio Brunelli, diviene cristianista, cioè si fa un “uso del cristianesimo come vessillo ideologico”.

Il cristianismo è uno dei possibili esiti dell’11 settembre soggiunge Massimo Borghesi, prevedendo molto di questa amministrazione Trump.

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Bin Laden ha impersonato questa contrapposizione apocalittica nel suo duello con George W. Bush, contando su una reazione di pancia araba a decenni di umiliazioni e sopraffazioni (oltre che di errori, ma questo è il mio punto di vista, non quello delle piazze arabe, o non dei più in quelle piazze ai tempi di Bin Laden).

Il suo discorso è stato capito alla perfezione da René Girard: sostituire all’impero globale americano quello islamico, l’impero degli sconfitti che si vendicano. Lui notò che in un discorso sui crimini americani (molti dei quali verissimi) contro i musulmani, Bin Laden inserì anche la bomba di Hiroshima, dove non c’era un solo musulmano. L’impero era davvero globale, contro il male globale.

La trovata inaudita dell’11 settembre è stata quella di “colpire l’impero americano” con i suoi stessi aerei, dando così la dimostrazione di esserne l’apposto analogo. Per questo lo definì una conferma della sua teoria del mimetismo, che trova nell’opposizione tra cristianesimo apocalittico statunitense e islamismo apocalittico khomeinista un’altra sua dimostrazione.

La folle idea trumpiana di distruggere Hezbollah (“tagliagole” nel discorso trumpiano) con i siriani di al Sharaa (“tagliagole” di segno opposto nel suo discorso) lascia attoniti, ma non credo che avrà seguito.

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Noi scopriano ora (esattamente?)  cosa ci sia nel Memorandum d’intesa in attesa di firma, anche perché lo stanno ancora definendo. Sappiamo bene che la sua firma, che dovrebbe aver luogo in Svizzera il prossimo venerdì 19 giugno, non aprirà l’era della pace, forse di una tregua, ma potrebbe essere un più durevole armistizio.

Se reggesse, l’epoca del bianco e nero potrebbe scricchiolare per motivi elettorali. Piaccia o non piaccia, il popolo MAGA ha dimostrato di essere incompatibile con i finanziatori più influenti di Donald Trump, legati ad ambienti intransigenti, più vicini all’idea di Netanyahu che alla sua. Il presidente è preso tra i due poli, deve barcamenarsi.

Ma nel suo orto il Dio delle guerre alla pompa di benzina ha dimostrato di costare troppo. Qui potrebbero aprirsi cieli nuovi e terra nuova per un altro discorso cristiano, non cristianista, che potrebbe risultare convincente non solo in America ma anche nelle piazze arabe e iraniana, un discorso che a mio avviso parte dai benefici della pace, dei quali mai si parla e che dovrebbe riprendere il filo di tutte le guerre da disfare per costruire una vera sicurezza che non sia basata sull’insicurezza altrui.

Qui è difficile non vedere un grande ruolo per la Chiesa di Leone XIV e un’evidente impasse trumpiana. La strada apocalittica è stata tentata. Ne serve un’altra, oggi la esprime Leone.

Settimana News

Tutti i temi di italiano alla Maturità 2026: le tracce di tipologia A, B e C alla prima prova

maturità

Ecco tutte le tracce dei temi di italiano alla prima prova della Maturità 2026: gli autori e i brani scelti quest’anno nelle 7 tracce divise per tre tipologie (tipologia A, analisi del testo, tipologia B, testo argomentativo e tipologia C, il tema di attualità).

A cura di Ida Artiaco

Sono uscite tutte e sette le tracce del tema d’italiano della prima prova della Maturità 2026. Alle ore 8:30 di oggi, giovedì 18 giugno, sono stati aperti i plichi telematici del MIM con i temi di quest’anno, dando ufficialmente agli esami per circa 500mila studenti. Per quanto riguarda la tipologia A per l’analisi del testo sono stati scelti Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, per il tema argomentativo di tipologia B ci sono stati testi di Saragat, Bianucci e Furedi e infine le tematiche della tipologia C per i testi di attualità sono stati Husmann e Calabresi. Il toto-tracce della vigilia (non) è stato dunque rispettato. Quest’anno la prima prova scritta alla Maturità vale un massimo di 20 punti per il voto finale ed è composta dalle classiche sette tracce divise in tre tipologie (tipologia A, analisi e interpretazione di un testo letterario, tipologia B, analisi e produzione di un testo argomentativo, tipologia C, riflessione critica a carattere espositivo-argomentativo su un tema di attualità).

Tracce tipologia A, analisi del testo
Per la Tipologia A, il Ministero prevede l’analisi del testo di due opere, generalmente una poesia e un brano in prosa.

Tipologia A1, poesia – Cesare Pavese “Passerò per piazza di Spagna”
Tra le tracce proposte dal MIM per la Maturità 2026 una su Cesare Pavese. “Passerò per piazza di Spagna” è la poesia scelta per l’analisi del testo. Si tratta di una poesia d’amore del 1950 che racchiude l’intera poetica pavese.

Tipologia A2, prosa – Vitaliano Brancati “I piaceri”
Per la proposta A2 è stato scelto Vitaliano Brancati, I Piaceri, Bompiani, Milano, 1964, pp 5-8.

Tracce tipologia B, testo argomentativo
Per chi sceglie il testo argomentativo (Tipologia B) della Maturità 2026 si trova davanti tre tracce diverse, suddivise tra B1, B2 e B3.

Tipologia B1 – Discorso di Saragat e Assemblea costituente
Il tema proposto ai maturandi al centro di una delle tracce di testo argomentativo (B1) è l’Assemblea Costituente, con un brano tratto dal discorso di insediamento del Presidente Giuseppe Saragat, del 26 giugno 1946.

Tipologia B2 – Piero Bianucci,  brano tratto da “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire”
La traccia di testo argomentativo (B2) parte da un brano del giornalista e scrittore Piero Bianucci, tratto da “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire”; che stimola delle riflessioni su storie di creatività scientifica. Ai diplomandi viene chiesto il motivo per il quale l’autore scrive che “le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena e quale sia la funzione della ‘creatività’ in relazione alle scoperte scientifiche”.

Tipologia B3 – Frank Furedi, brano tratto da “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”
La traccia di testo argomentativo (B3) affronta il tema delle ‘Frontiere’. Lo spunto di partenza è un passaggio di un’opera del sociologo Frank Furedi, “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.

Tracce tipologia C, il tema di attualità
La Tipologia C è quella del tema d’attualità, che a sua volta si suddivide in due tracce.

Tipologia C1 – Husmann, articolo “Funziona a meraviglia”
Per la traccia C1 della Maturità 2026 è stato scelto un brano dall’articolo “Funziona a meraviglia” della giornalista tedesca Wenke Husmann (Die Zeit), pubblicato su Internazionale, su scienza, ragionamento scientifico capacità di farsi stupire.

Tipologia C2 – Calabresi, brano tratto da “Alzarsi all’alba”
Per la tarccia C2 alla Maturità 2026 è stato scelto un brano dal libro “Alzarsi all’alba” di Mario Calabresi, storie di persone che abbracciano la fatica come cifra essenziale dell’esistenza. Nel testo, Calabresi invita a riscoprire il valore del tempo, della pazienza e della costanza attraverso esempi di vite di fatica. Fatica che magari non è detto sia una scelta ma un gesto estremo d’amore.

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Maturità 2026, prima prova di italiano in diretta: tutte le tracce e gli aggiornamenti

Maturità 2026, prima prova di italiano in diretta: tutte le tracce e gli aggiornamenti

Al via la Maturità 2026. Dalle ore 8:30 di oggi, giovedì 18 giugno, oltre 527mila studenti italiani sono sui banchi per affrontare la prima prova scritta, il temuto tema d’italiano comune a tutti gli indirizzi. Con l’apertura del plico telematico da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito, prende ufficialmente il via l’Esame di Stato: sei ore di tempo a disposizione dei candidati per sviluppare una delle 7 tracce ministeriali suddivise tra analisi del testo, testo argomentativo e tema di attualità. Segui qui gli aggiornamenti in tempo reale con le indiscrezioni sugli autori scelti, i temi d’attualità e le prime calde reazioni dei maturandi.

Maturità 2026, la diretta: i temi e le tracce della prima prova scritta. Pavese e Brancati per l’analisi del testo, l’Assemblea Costituente con il discorso di Saragat per il tema argomentativo

Ai Mondiali c’è un’altra classifica: 14 squadre arrivano da Paesi dove la libertà religiosa è a rischio

Ai Mondiali c'è un'altra classifica: 14 squadre arrivano da Paesi dove la libertà religiosa è a rischio

di Antonio Giuliano – Avvenire
Un terzo degli Stati partecipanti al torneo iridato presenta restrizioni o pesanti discriminazioni per cristiani e altre minoranze religiose.
Tra i casi più gravi Iran e Arabia Saudita
C’è un altro Mondiale in questi giorni che non si vede. Non si gioca su un campo da calcio, è lontano dai riflettori, eppure riguarda milioni di persone. Sono tutti quelli a cui è negata o limitata la possibilità di vivere liberamente la propria fede. È il Mondiale invisibile della libertà religiosa: secondo l’ultimo Rapporto della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acn), 14 Paesi partecipanti al torneo iridato in corso in Usa, Canada e Messico sono segnati da restrizioni o discriminazioni del loro credo: di fatto il 30% delle nazioni in campo. Tre Paesi sono classificati come luoghi di persecuzione religiosa mentre altri undici rientrano tra quelli in cui vi è una discriminazione significativa che compromette la libertà di religione o di credo.
In alcuni casi la limitazione della libertà religiosa si intreccia direttamente con l’impianto giuridico dello Stato. È il caso, ad esempio, di Iran e Arabia Saudita, dove interpretazioni rigorose dell’Islam si riflettono nelle leggi e nella vita quotidiana, con pesanti restrizioni soprattutto per i convertiti e per le comunità religiose non riconosciute. Chi sfida questi limiti rischia arresti, reclusione e persino, in alcuni casi, la pena di morte. In altri contesti, invece, il problema non nasce tanto da un sistema normativo restrittivo quanto da instabilità e violenza diffusa. La Repubblica Democratica del Congo ne è un esempio: l’est del Paese continua a essere segnato da una violenza persistente e dall’aumento dell’attività jihadista di gruppi come le Forze Democratiche Alleate (Adf), che hanno ulteriormente aggravato la sicurezza delle comunità religiose.
Diversa ancora è la situazione del Messico, uno dei Paesi ospitanti. Qui le minacce alla libertà religiosa non derivano principalmente da leggi restrittive, ma dalla criminalità organizzata e dal traffico di droga. Sebbene il paese abbia una lunga tradizione di anticlericalismo istituzionale, sacerdoti, leader religiosi e operatori pastorali vengono spesso presi di mira da gruppi criminali che cercano di esercitare controllo sulle comunità locali in diverse regioni del Paese. Ad Haiti, invece, la crisi assume una dimensione ancora più allarmante. La nazionale ha ottenuto la qualificazione ai Mondiali ma solo uno dei 26 giocatori vive attualmente nel Paese. Vaste aree del territorio sono sotto il controllo di bande armate che negli ultimi anni hanno rapito e ucciso numerosi leader religiosi, ostacolando anche il lavoro delle chiese e delle organizzazioni di ispirazione religiosa.
Tutt’altro che trascurabile è poi la situazione di una serie di Paesi in cui la libertà religiosa è formalmente garantita ma di fatto limitata. Marocco, Tunisia, Algeria, Giordania, Qatar, Egitto e Turchia ospitano milioni di persone che non godono pienamente di questo diritto. Le minoranze religiose, tra cui cristiani, baha’i e alcune comunità musulmane, continuano a subire diversi livelli di discriminazione e restrizioni nella pratica e nell’espressione della propria fede, spesso anche a causa di forti pressioni sociali. In Uzbekistan, infine, i rigidi controlli sull’attività religiosa colpiscono credenti di diverse fedi, inclusa la stessa maggioranza musulmana, con limiti stringenti alla libertà di culto e di espressione religiosa. Secondo Marta Petrosillo, direttrice del Centro di Studi sulla Libertà Religiosa dell’Acn e direttrice del Religious Freedom Report, la Coppa del Mondo rappresenta un’opportunità per rendere visibile la situazione nei paesi in cui questo diritto è minacciato. «La Coppa del Mondo riunisce persone di tutte le culture, religioni e nazioni,- afferma Petrosillo – È anche un’opportunità per mettere in luce le sfide che milioni di persone continuano ad affrontare nell’esercitare il loro diritto fondamentale alla libertà religiosa». Petrosillo invita dunque «i governi di tutto il mondo a rispettare e proteggere questo diritto, assicurando che tutti possano praticare, cambiare o condividere liberamente la propria fede, senza timore di discriminazione o persecuzione». Anche se i tifosi supportano squadre diverse – ha aggiunto – la Coppa del Mondo ricorda anche i valori che ci uniscono: rispetto per la dignità umana e libertà di religione».
In questo scenario l’Iraq offre almeno segnali di speranza. Negli ultimi anni, cristiani e altre minoranze religiose hanno subito gravi episodi di persecuzione e continuano a denunciare forme di discriminazione istituzionale. Eppure, proprio la nazionale di calcio è diventata un simbolo di coesione, capace di riunire in campo gruppi etnici e religiosi diversi, dagli arabi ai curdi, dagli sciiti ai sunniti. Quattro dei suoi giocatori sono cristiani, il 15% della squadra, un dato notevole in un Paese in cui la loro presenza è oggi ridotta a meno dell’1% della popolazione. È il potere del calcio e dello sport: riuscire a unire ciò che le società spesso dividono. Ma la libertà religiosa continua a restare il campo più fragile del mondo contemporaneo. Il Mondiale celebra l’incontro tra i popoli, ma fuori dagli stadi c’è una partita ancora tutta da vincere.

Al Parlamento europeo è passata la stretta sui rimpatri: decisivo l’asse tra Ppe e destre

Al Parlamento europeo è passata la stretta sui rimpatri: decisivo l'asse tra Ppe e destre

Avvenire

Due settimane in politica possono essere un’eternità, ma nelle complesse procedure dell’Unione europea equivalgono a un batter di ciglia. Basti pensare che ci sono voluti svariati mesi per incassare (solo due giorni fa) il via libera definitivo del Parlamento europeo sul patto sui dazi tra Ue e Usa. Assume allora un valore politico in sé il fatto che la plenaria dell’Eurocamera abbia dato il via libera definitivo all’inasprimento delle regole sui rimpatri (compresi i centri extra-Ue) con un iter d’urgenza, appena 15 giorni dopo il compromesso negoziato con i governi riuniti nel Consiglio. Il regolamento è stato approvato a Strasburgo con 418 a favore, 218 contrari e 30 astenuti, grazie a una convergenza tutta a destra salutata da un coro ritmato: «Rimandiamoli indietro!». Rompendo con le consuete alleanze centriste, i popolari del Ppe hanno votato insieme ai conservatori di Ecr, ai patrioti e ai sovranisti di Esn (tra i banchi italiani, insomma, si sono ritrovati tutti uniti da FI a FdI, dalla Lega a FnV). “Sì” anche da una nutrita pattuglia di liberali (tra cui alcuni tedeschi e olandesi), che si sono tuttavia spaccati in tre. Per il resto, a dire “no” sono stati i socialisti (seppur con le defezioni di danesi e maltesi, al governo nei rispettivi Paesi e sostengono la linea dura, e astensione di svedesi e finlandesi), verdi e sinistra. Non è l’ultimo atto: la stretta dovrà ancora essere approvata dal Consiglio, ma è solo un passaggio formale. Dovrebbe entrare in vigore appena dopo l’estate, forse già a settembre, indicano fonti diplomatiche.
La riforma che puntella la “Fortezza Europa” prevede l’obbligo di cooperare con le autorità per chi si vede negato l’asilo o riceve una decisione di espulsione. Chi non dovesse farlo – oltre alla riduzione delle indennità –, vedrà i termini di detenzione passare dagli attuali 18 mesi fino a un massimo di 24 (con l’eventualità di prorogarli di altri sei, a 30). La misura si applica pure ai minori, compresi quelli non accompagnati. Vengono ampliati, poi, i poteri investigativi, dalle perquisizioni domestiche al sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici, tanto che fra le organizzazioni non governative si parla di un metodo ispirato all’Ice, un riferimento alla repressione delle persone migranti vista negli Usa con l’amministrazione Trump, mentre gli Stati potranno imporre divieti d’ingresso anche permanenti nei confronti di persone ritenute pericolose.
Ma la novità più dirompente è la controversa possibilità giuridica per gli Stati membri di creare, attraverso accordi ad hoc, degli “hub” di rimpatrio fuori dal territorio Ue (contatti sarebbero già in atto con Paesi africani e dell’Asia centrale). In queste realtà le persone migranti (incluse le famiglie con bambini) potranno essere trasferite anche in assenza di qualsiasi legame. Si segue così, «di fatto, la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania, una soluzione innovativa» che «oggi è uno strumento a disposizione dell’Europa intera», ha rivendicato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con un videomessaggio a margine del G7 di Évian. «Ci hanno dato ragione dopo tempo, però alla fine tutto è bene quel che finisce bene», le ha fatto eco il vice Antonio Tajani. Il Pd ha invece attaccato «pratiche di deportazione non compatibili con i valori democratici dell’Europa» e che «non produrranno maggiore sicurezza», mentre per i Cinque Stelle le nuove norme sono «disumane e costose per l’Italia», poiché «l’estensione dei tempi di trattenimento comporterà un incremento significativo della spesa».
Ma a Bruxelles il nuovo corso sembra tracciato, dopo che anche la concessione dei vantaggi commerciali alle economie emergenti è stata condizionata alla collaborazione sui rimpatri (per cui serve sempre un accordo con il Paese di origine). Il prossimo passo sarà un potenziamento del mandato di Frontex, l’agenzia Ue della guardia costiera e di frontiera, per occuparsi di espulsioni, e la digitalizzazione di un sistema per condividere le informazioni, in attesa della creazione di un “foglio di via” comune.
«Rimettiamo in ordine la casa europea», ha esultato il commissario agli Affari interni Magnus Brunner, nel giorno in cui la presidente Ursula von der Leyen ha mandato l’abituale lettera sulla migrazione ai leader dei Ventisette, alla vigilia del vertice che comincia questo pomeriggio. Da inizio anno «gli attraversamenti illegali dei confini sono diminuiti del 40% con riduzioni significative su quasi tutte le rotte». Se gli arrivi dalla Tunisia all’Italia sono stati quasi azzerati dal 2023 a oggi (-97%), la Libia resta il principale punto di partenza verso il nostro Paese ed è in crescita verso la Grecia. La direttrice resta quella dell’esternalizzazione delle frontiere. La missiva, ad esempio, definisce «indispensabile» il rapporto con la Libia. E anticipa la possibilità di un incontro tecnico, a inizio luglio a Bruxelles, con il governo di unità nazionale di Tripoli e con le autorità non riconosciute di Bengasi.

«L’Ucraina adesso è in vantaggio. Lo ha capito anche l’America»

«L'Ucraina adesso è in vantaggio. Lo ha capito anche l'America»

Avvenire

Sorrisi di circostanza a parte, a Evian-Les-Bains come a Washington, Donald Trump resta il maestro delle giravolte. Non desta particolare stupore che, a margine del G7, prima di avere avuto un incontro «ottimo» con Volodymyr Zelensky, ne avesse tenuto uno – analogamente «ottimo» – con Vladimir Putin. Né che, dopo avere chiesto alla Russia di fare la pace con l’Ucraina e essersi reso disponibile ad «aiutare il più possibile», si sia rapidamente sfilato. «Gli Usa non hanno niente a che fare con questa guerra. Siamo a centinaia di chilometri di distanza», ha tuonato The Donald. Come da copione pure l’apertura sibillina sulla «reintroduzione delle sanzioni sul petrolio di Mosca». Il «presto» del tycoon è diventato un cauto «stiamo valutando» nel giro di qualche ora. Eppure il faccia a faccia tante volte evocato e concretizzato martedì tra il capo della Casa Bianca e il leader di Kiev è stato «differente dagli ultimi due precedenti, negli Stati Uniti e a Davos», sottolinea Vladimir Fesenko, politologo tra i più noti in Ucraina, direttore del centro studi politici applicati “Penta”. «Entrambe le volte – prosegue l’esperto – il tycoon aveva fatto pressione su Kiev affinché cambiasse la propria strategia negoziale e fosse disponibile a ampie concessioni territoriali nel Donbass. Ora non se ne è parlato». A cambiare, secondo l’analista, non sarebbe stato Trump ma l’equilibrio di forze sul campo.
In quale direzione è avvenuto il mutamento?
A favore dell’Ucraina. O, meglio, la Russia ha perso il proprio vantaggio. E gli Stati Uniti, a partire da Donald Trump, se ne rendono conto. Al G7, il presidente Usa non ha fatto promesse specifiche né ha assunto impegni nei confronti di Zelensky. Si è astenuto, però, dal ribadire la propria richiesta di “ammorbidimento”. Ciò denota un cambio nel tipo di approccio.
Cosa l’avrebbe determinato?
L’aumento delle capacità militari dell’Ucraina. Confermato dagli attacchi alle infrastrutture energetiche russe. E questo non è dovuto alle armi occidentali bensì all’evoluzione nella produzione interna di droni da combattimento. Certo, c’è un contributo finanziario degli alleati. La fabbricazione, però, è al 90 per cento ucraina. Un processo graduale in corso da due anni. Che, ora, sul terreno comincia a dare risultati concreti, come hanno ammesso gli stessi servizi logistici russi.
Quale impatto potrebbe avere nella trattativa per mettere fine alla guerra?
La rilanceranno. Anche se temo che per l’intesa ci vorrà ancora tempo. Spero di sbagliarmi, ovviamente, ma temo di no.
Per quale ragione?
Le parti sono ancora molto distanti. L’Ucraina vuole un cessate il fuoco. La Russia, in cambio, chiede concessioni. Ed è improbabile che Kiev si ritiri dal Donbass. Il nodo dei territori è centrale. In particolare il Donetsk che è stato conquistato da Mosca al 70 per cento o poco più. Eppure Putin pretende di avere anche il resto. Resta lo zar il principale scoglio. Poiché non vuole la fine del conflitto a differenza di gran parte della popolazione russa.
Trump potrebbe farlo cedere?
Non sa come fare. Penso che voglia la fine del conflitto. Ma non ha le idee chiare su come ottenerla.
E allora cosa potrebbe indurre il Cremlino a cambiare strada?
Due fattori. Il primo è l’economia. Non è facile per Mosca continuare a investire tante risorse nella guerra. Oltretutto, con la riapertura di Hormuz, Europa e Usa potrebbero stringere di nuovo la morsa delle sanzioni. Un accordo sarebbe, dunque, conveniente. Il problema che prevale un secondo elemento, di tipo psicologico. Putin è ancora convinto di poter vincere. Così va avanti. Non si tratta, però, di un’idea immutabile. Almeno non più. Quest’anno, per la prima volta dall’inizio dell’invasione -, fedelissimi del Cremlino – da alcuni militari a popolari commentatori televisivi – hanno iniziato a parlare di punto morto nella guerra. E della necessità di mettervi fine. È il segnale di scontento che Putin fatica sempre più a controllare. Se diventasse troppo costoso in termini politici continuare a provarci, potrebbe allentare la presa.

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