San Giuseppe 19 Marzo

San Giuseppe sposo di Maria IT

La più antica menzione del culto di san Giuseppe in Occidente appare intorno all’800 nel nord della Francia. Vi si legge al 19 marzo: “Ioseph sponsus Mariae”. La menzione di Giuseppe sposo di Maria sarà sempre più frequente dal IX al XIV secolo. Nel XII secolo, i crociati, eressero una chiesa in suo onore a Nazaret. Ma è nel XV secolo che il culto a san Giuseppe si diffonderà sotto l’influenza di san Bernardino da Siena e soprattutto di Giovanni Gerson (+ 1420), cancelliere di Notre Dame di Parigi: sarà proprio lui ad alimentare il desiderio di una festa dedicata a san Giuseppe in modo ufficiale. C’erano già alcune celebrazioni, a Milano, presso gli Agostiniani e in molte località della Germania. Comunque sia, dal 1480, con l’approvazione di Papa Sisto IV s’inizia a celebrare la festa il 19 marzo, che diventerà poi obbligatoria con Papa Gregorio XV nel 1621. Pio IX nel 1870 lo dichiara patrono della Chiesa universale, e Giovanni XXIII nel 1962 fa inserire il suo nome nel Canone romano della Santa Messa. E Papa Francesco ha approvato sette nuove invocazioni nelle Litanie di san Giuseppe: custode del Redentore, servo di Cristo, ministro della Salvezza, sostegno nelle difficoltà, patrono degli esuli, patrono degli afflitti, patrono dei poveri.

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore (Mt 1,16.18-21.24).

La liturgia propone anche Lc 2, 41-51

Padre amato

Giuseppe si è posto al servizio del progetto della salvezza. Si è preso cura della Santa Famiglia che Dio gli ha affidato. Si è fatto un servo attento al momento dell’Annunciazione; un servo provvidente nel prendersi cura di Maria e del Bambino che portava in grembo; ha preso le difese della Famiglia nel momento del pericolo. Sono solo alcuni dei tratti di san Giuseppe che spiegano il perché il santo popolo di Dio lo venera con particolare devozione.

Padre nella tenerezza

Giuseppe ha insegnato a Gesù a camminare, tenendolo per mano: Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, uomo giusto. In Giuseppe, Gesù ha visto l’uomo di fede che sa guardare con speranza la vita, perché in mezzo alle tempeste Dio rimane saldo al timone della barca della vita.

Padre nell’obbedienza

A Giuseppe il piano di Dio gli viene svelato attraverso i sogni, e la sua risposta è sempre pronta: nel momento dell’Annunciazione del Signore, quando Erode vuole uccidere il Bimbo, alla morte di Erode. Giuseppe viene guidato da Dio e obbedisce. Gesù ha respirato questa “sottomissione” filiale a Dio, e ha imparato a obbedire ai genitori.

Padre dell’accoglienza

Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato, capace di mettere la dignità e la vita di Maria al di sopra di ogni cosa, anche della sua reputazione. Giuseppe accoglie, certo che ogni cosa è guidata dalla provvidenza di Dio. Ha capito che la vita si svela nella misura che si accoglie il progetto di Dio, che ci si riconcilia con il progetto di Dio. È il realismo cristiano: accogliere in Dio la propria storia, per imparare ad accogliere chi incontriamo.

Padre del coraggio creativo

Di fronte alle difficoltà, Giuseppe ha sempre tirato fuori le risorse più inaspettate. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della salvezza; dove le difficoltà non fermano l’audacia e l’ostinazione di questo uomo giusto e saggio. Dio si fida di quest’uomo, così come si fida di Maria, e da qui, Giuseppe si rivela il Custode della Santa Famiglia: quella di Nazaret, e oggi quella della Chiesa.

Padre lavoratore

Il lavoro, inteso come partecipazione all’opera stessa di Dio, è quanto Giuseppe porta avanti nella sua vita ed è quanto insegna al Figlio Gesù. L’importanza del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di san Giuseppe ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. Il lavoro è garanzia della dignità dell’uomo.

Padre nell’ombra

Essere padri significa introdurre il Figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. La logica dell’amore è sempre logica di libertà: e la gioia di Giuseppe è il dono di sé. Si è reso inutile, si è lasciato mettere in ombra affinché emergesse il Figlio.

Preghiera

Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.

O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.
(cfr citazioni e preghiera riprese dalla Lettera Apostolica Patris Corde, di Papa Francesco)

Vatican News

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale

Sull'Iran gli attacchi «più intensi» dall'inizio della guerra -  L'Osservatore Romano

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale. A porre la questione con la consueta franchezza è Stephen M. Walt, professore di Relazioni internazionali alla Harvard University e columnist della rivista Foreign Policy. In un articolo pubblicato nelle scorse ore, Walt – coautore insieme a John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago del celebre saggio del 2007 The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy – attribuisce una responsabilità specifica alla medesima lobby nell’aver trascinato Washington in guerra contro Teheran.

«Prima di tutto», scrive Walt, «non si tratta di una questione di religione o etnia. La lobby non coincide con la comunità ebraica americana, che anzi – come dimostravano già i sondaggi del 2002-2003 sulla guerra in Iraq – era meno favorevole all’intervento militare rispetto alla media della popolazione. Molti ebrei americani, anzi, si oppongono oggi apertamente al conflitto: J Street, Jewish Voice for Peace e New Jewish Narrative hanno condannato pubblicamente la guerra».

Il vero oggetto dell’analisi è invece una coalizione trasversale – che include sia ebrei sia, in particolare, i cristiani sionisti – il cui obiettivo comune è mantenere una “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele: aiuti militari generosi e copertura diplomatica a prescindere dalle azioni di Tel Aviv. Secondo Walt, le responsabilità primarie restano ovviamente del presidente Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. È Trump ad aver preso la decisione finale, è Netanyahu ad aver premuto per mesi affinché Washington intervenisse.

L’ingerenza della lobby nella politica Usa
Ma nessun presidente agisce da solo. E l’amministrazione Trump, osserva il professore, è permeata di figure profondamente legate alla lobby: il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio (tra i maggiori beneficiari di finanziamenti pro-Israele), gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, la chief of staff Susie Wiles (ex consulente della campagna di Netanyahu). Walt menziona inoltre Miriam Adelson, l’influente vedova del defunto magnate delle scommesse Sheldon Adelson e maggiore donatrice di Trump alle ultime elezioni.

Ma il ruolo della lobby non si limita al cerchio ristretto della Casa Bianca. Per anni, organizzazioni come Aipac, la Foundation for Defense of Democracies, la Zionist Organization of America e United Against Nuclear Iran hanno lavorato sistematicamente per demonizzare l’Iran, impedire affari americani con Teheran e sabotare ogni tentativo di distensione. Walt ricorda che questi stessi gruppi si opposero con forza all’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), spingendo Trump a stracciarlo nel 2018 nonostante l’Iran stesse rispettando gli impegni. Senza quella rottura unilaterale, osserva l’analista, oggi Washington avrebbe avuto molti meno motivi per temere il programma nucleare iraniano.

L’analisi del docente di Harvard
Soprattutto, conclude Walt, la lobby ha reso praticamente impossibile per qualsiasi presidente americano – democratico o repubblicano – esercitare una pressione reale su Israele. Ha così consentito a Netanyahu di condurre una politica di “guida spericolata” in tutto il Medio Oriente: attacchi ripetuti contro Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iran e persino Qatar. Israele non ha “costretto” gli Stati Uniti a entrare in guerra, ammette il professore, ma il clima politico creato dalla lobby ha reso l’intervento quasi inevitabile.

«Fino a quando l’influenza di questo gruppo non verrà ridotta e gli Stati Uniti non stabiliranno con Israele una relazione normale – invece che “speciale” –», avverte Walt, «episodi come questo continueranno a ripetersi. E ogni volta l’America apparirà più come un bullo senza cuore che come una grande potenza responsabile, lasciando tutti noi più poveri e insicuri».

Benché non fosse l’unico fattore, secondo Walt e Mearsheimer fu proprio la Israel Lobby a spingere in modo significativo l’amministrazione Bush ad attaccare l’Iraq, nel 2003. Come hanno ricostruito i due docenti nel loro libro pubblicato nel 2007, infatti, la guerra non fu fatta principalmente per il petrolio, per le armi di distruzione di massa (che non esistevano) o, tantomeno per diffondere la democrazia, ma in buona parte motivata dal desiderio di rendere Israele più sicuro. L’Iraq di Saddam Hussein era visto come una minaccia da Tel Aviv, e la Lobby (una coalizione ampia che include gruppi pro-Israele come Aipac, neoconservatori con legami acon il Likud, e anche alcuni cristiani sionisti) ha svolto un ruolo chiave nel plasmare il dibattito pubblico e le decisioni dell’amministrazione Bush. E quella tesi – così contestata e discussa all’epoca – si ripropone oggi tragicamente con la guerra all’Iran e con le stesse dinamiche di oltre 20 anni fa. E se Walt e Mearsheimer avessero sempre avuto ragione?
insiderover.com

Sacerdozio e Celibato: Il Tabù che uccide la Chiesa. Mentre il Palazzo tace, le parrocchie muoiono. Partiamo dai dati shock delle ultime ore

“Benvenuti a una nuova edizione di Informazione Libera News. Oggi apriamo una pagina che scotta. Una pagina che molti, tra le mura vaticane, vorrebbero tenere sigillata sotto il peso della tradizione. Ma i numeri, quelli veri, non leggono i dogmi. I numeri raccontano una disfatta.”

Sacerdozio e Celibato: Il Tabù che uccide la Chiesa. Mentre il Palazzo tace, le parrocchie muoiono. Partiamo dai dati shock delle ultime ore.”

“Grazie per averci ascoltato. Trovate l’approfondimento e i dati completi sul nostro blog. Condividete questo podcast: la verità rende liberi, ma l’informazione la tiene viva. Alla prossima.”

Preti Sposati: Il tabù che soffoca la Chiesa tra appelli inascoltati e crisi vocazionale senza fine

[Roma, 18 Marzo 2026] – La crisi delle vocazioni sacerdotali nella Chiesa Cattolica continua a mostrare segni allarmanti di aggravamento, come evidenziato da recenti notizie provenienti dalla Spagna e dalla Germania. Questi dati confermano dolorosamente la persistenza di un problema profondo e la necessità urgente di affrontare il tabù del celibato sacerdotale obbligatorio, una questione che, nonostante gli appelli e le discussioni, rimane tragicamente inascoltata ai vertici del Vaticano.

La Disperata Richiesta di Tarazona: “Abbiamo Bisogno di Sacerdoti”

In Spagna, il vescovo di Tarazona, Mons. Vicente Rebollo Mozos, ha lanciato un grido d’allarme accorato nella sua recente lettera pastorale. La situazione nella sua diocesi è descritta come critica, segnata da una drastica scarsità di vocazioni, dall’invecchiamento del clero e dalla totale mancanza di seminaristi.

“Abbiamo bisogno di sacerdoti,” ha affermato Mons. Mozos con brutale onestà. “Ci sono molte parrocchie, siamo pochi sacerdoti, alcuni anziani, che sono ancora attivi.” La diocesi si trova costretta a fare affidamento su 14 sacerdoti provenienti da altre diocesi, la cui presenza è solo temporanea e non risolve la carenza strutturale. L’assenza di seminaristi, nonostante la presenza di un seminario spazioso, è il simbolo più potente di una crisi che mina il futuro stesso della presenza ecclesiale sul territorio.

La Chiesa Tedesca a un Punto di Svolta: Il Record Negativo di Nuovi Preti

La situazione non è migliore in Germania, come riportato dal quotidiano “Il Foglio”. La crisi della Chiesa tedesca sembra non avere fine, toccando un nuovo minimo storico nel numero di ordinazioni sacerdotali. In un anno, sono stati ordinati solo 25 nuovi sacerdoti, meno di uno per diocesi. Questo dato, ancora inferiore ai 29 dell’anno precedente, rappresenta il livello più basso di sempre.

La notizia ha suscitato ironie tra i circoli conservatori, con commenti che paragonano la situazione a quella dell’Austria, un tempo considerata un baluardo del cattolicesimo. Questa emorragia vocazionale, in una nazione con una storia ecclesiale così ricca e complessa, evidenzia l’incapacità delle strutture tradizionali di attrarre e trattenere nuove vocazioni, specialmente tra le giovani generazioni.

Il Tabù Infranto del Celibato e l’Appello Inascoltato del Pala Leone XIV

Queste notizie si inseriscono in un contesto di dibattito crescente all’interno della Chiesa sulla questione del celibato sacerdotale obbligatorio e sulla riammissione al ministero dei sacerdoti sposati. Solo pochi giorni fa, un appello accorato è stato lanciato durante un incontro al Pala Leone XIV, un evento che ha visto la partecipazione di numerosi fedeli e rappresentanti di associazioni ecclesiali impegnate su questo fronte.

L’appello, purtroppo rimasto finora inascoltato dai vertici vaticani, sottolineava l’urgenza di riconoscere il valore dell’esperienza familiare e coniugale come risorsa pastorale e non come ostacolo. Si faceva riferimento alla millenaria tradizione delle Chiese Cattoliche di Rito Orientale, dove la presenza di sacerdoti sposati è una realtà consolidata e fruttuosa.

Informazione Libera a Sostegno della Campagna per la Riammissione

L’articolo odierno del blog “Informazione Libera” si schiera apertamente a sostegno della campagna per la riammissione al ministero dei sacerdoti sposati. Crediamo fermamente che sia giunto il momento di superare un tabù disciplinare che, seppur radicato nella storia della Chiesa Latina, non è un dogma di fede e sta oggi contribuendo a strangolare la vita delle comunità cristiane.

La crisi delle vocazioni non è un fenomeno passeggero, ma un sintomo di una profonda disconnessione tra le strutture ecclesiastiche e la realtà vissuta dai fedeli. Continuare a ignorare le istanze di cambiamento e a respingere gli appelli per un sacerdozio più inclusivo e aperto significa condannare la Chiesa a un isolamento crescente e alla perdita della sua vitalità evangelizzatrice.

Un Bivio per il Futuro della Chiesa

La Chiesa Cattolica si trova a un bivio cruciale. Le notizie da Tarazona e dalla Germania, unite all’appello inascoltato del Pala Leone XIV, sono segnali che non possono più essere ignorati. La scelta è tra l’arroccamento su posizioni tradizionaliste che si stanno rivelando insostenibili e il coraggio di intraprendere un percorso di riforma profonda, che sappia riconoscere e valorizzare le diverse forme di servizio pastorale, compreso quello dei sacerdoti sposati.

“Informazione Libera” continuerà a dare voce a chi chiede un cambiamento, nella convinzione che una Chiesa più aperta e inclusiva sia non solo possibile, ma necessaria per testimoniare il Vangelo nel mondo contemporaneo. Invitiamo i nostri lettori a condividere le loro riflessioni e a unirsi alla nostra campagna per un sacerdozio più vicino alla gente.

SCHEDA BIOGRAFICA: DON GIUSEPPE SERRONE

Il volto della battaglia per i sacerdoti sposati in Italia

Ruolo e Missione: Giuseppe Serrone è il fondatore e l’anima del movimento per i Sacerdoti Sposati in Italia. Da decenni rappresenta il punto di riferimento per migliaia di presbiteri che, dopo aver contratto matrimonio, chiedono di poter tornare a esercitare il ministero sacerdotale. La sua non è una battaglia contro la Chiesa, ma per la Chiesa, affinché si apra a una modernità che affonda le radici nella tradizione dei primi secoli e delle Chiese orientali.

Punti chiave della sua attività:

  • La Fondazione del Movimento: Ha dato voce a una realtà spesso vissuta nel nascondimento e nel senso di colpa, trasformando il disagio individuale in una proposta ecclesiale strutturata.

  • L’Impegno per la Riforma: Serrone sostiene con forza che il celibato sacerdotale sia una norma disciplinare (istituita nel Medioevo) e non un dogma di fede. Per questo, la sua rimozione o flessibilità è una scelta che il Papa può compiere in qualsiasi momento per rispondere alla crisi delle vocazioni.

  • L’Appello del 2026: È stato tra i promotori dell’appello lanciato al Pala Leone XIV,  chiedendo ai vertici vaticani di non ignorare più i preti con famiglia, specialmente in un momento in cui intere diocesi europee (come Tarazona in Spagna o le diocesi tedesche) restano prive di clero giovane.

  • La Visione Pastorale: Don Giuseppe propone il modello del “sacerdote-padre”, convinto che l’esperienza del matrimonio e della genitorialità non sottragga tempo a Dio, ma arricchisca il prete di un’umanità e di una comprensione dei problemi quotidiani necessaria per guidare i fedeli di oggi.

Citazione Celebre:

“Non siamo preti ‘mancati’ o ‘pentiti’. Siamo uomini che amano Cristo e la propria famiglia, e crediamo che queste due realtà possano convivere per il bene della comunità. Escluderci mentre le parrocchie chiudono è uno spreco di grazia che la Chiesa non può più permettersi.”

La Corte d’appello vaticana annulla il processo al cardinale Becciu, tutto da rifare

Il cardinale Angelo Becciu partecipa al concistoro nella Basilica di San Pietro in Vaticano, 27 agosto 2022. (Foto AP/Andrew Medichini, archivio)

euronews

I giudici della corte hanno dichiarato la “nullità relativa” della sentenza in alcune fasi del dibattimento, e hanno ordinato il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

La sentenza invece rimarrà valida nei confronti del cardinale e degli altri otto imputati.

Il cardinale Becciu era stato condannato in primo grado nel dicembre 2023 a cinque anni e sei mesi per peculato. Il Tribunale aveva condannato anche altri otto imputati per appropriazione indebita, abuso d’ufficio, frode e altri reati.
Nell’ordinanza, la Corte ha precisato che “non dichiara la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado: del dibattimento come della sentenza. Questi, infatti, mantengono i propri effetti”. Non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati già prosciolti e rimane valida la costituzione delle parti civili.

“Esprimiamo soddisfazione”, hanno dichiarato gli avvocati del cardinale, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, “per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto alla difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto.”

Le parti compariranno davanti ai giudici il 22 giugno per stabilire il calendario delle prossime udienze.

La sentenza di primo grado è stata annullata per errori procedurali
Il primo grado di giudizio è stato dichiarato parzialmente nullo perché il Promotore di giustizia, Alessandro Diddi, avrebbe effettuato un deposito incompleto del fascicolo dell’istruttoria.

Alcuni documenti sarebbero apparsi coperti da omissis, non nella loro versione integrale. Per questo i giudici hanno stabilito che era evidente il mancato rispetto del “principio della piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase istruttoria da parte dell’imputato e del suo difensore”.

L’ordinanza ha parlato di una situazione “inedita” in quanto senza precedenti nella giurisprudenza vaticana.

Tra i documenti omessi ci sono anche delle chat Whatsapp, pubblicate nei mesi scorsi dal quotidiano Domani. Queste secondo le difese degli imputati dimostrerebbero l’intenzione del Promotore di giustizia di influenzare uno dei testimoni chiave contro Becciu.

Diddi ha respinto le accuse, ma si è comunque ritirato dal ruolo di Promotore per il secondo grado di giudizio.

Il “processo del secolo” a Becciu
Quello al cardinale Becciu è stato ribattezzato “il processo del secolo”. Iniziato nel 2021, riguarda un investimento di 350 milioni di euro del palazzo di Sloane Avenue a Londra.

Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci

Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci

Avvenire

«Dopo i sei mesi che ho trascorso a Düsseldorf, non avrei mai pensato che potesse essere più difficile trovare un affitto in un’altra città europea. Ma poi mi sono trasferito per studio a Milano e mi sono ricreduto: cercare un appartamento a prezzi accessibili in Italia è stato snervante». A parlare è Lukas, studente tedesco di Düsseldorf, che in un resoconto redatto per l’Università della sua città rivela i dettagli dei suoi sei mesi a Milano. Per lo studente, l’idea di trasferirsi a vivere in Italia è ostacolata prima di tutto dall’accesso alla casa: gli alloggi universitari sono pochi e il mercato degli affitti ha costi troppo elevati per le sue tasche. «Le stanze condivise a Milano non solo sono rare – commenta –, ma anche incredibilmente costose». Come lui, centinaia di altri giovani stranieri affidano ogni anno ai report universitari le loro impressioni sul nostro Paese. A leggerli, l’impressione è chiara: quasi nessuno prende davvero in considerazione l’idea di trasferirsi in Italia per lavoro o per completare gli studi. «Milano è nota per gli affitti alti – commenta Matthias, studente berlinese che vive in Italia –. La ricerca di una casa è una sfida ardua». In altre parole, le città universitarie italiane non sono ancora abbastanza attrattive per i giovani europei. Ma non è solo una questione di affitto: «I motivi sono molti. Nelle nostre città si fatica a mettere insieme tutti gli elementi per avere un “pacchetto di vita” soddisfacente. Mi riferisco a un’offerta scolastica internazionale, sociosanitaria e culturale adeguata. E, prima di tutto, ai salari». A parlare è Marco Marcatili, direttore del gruppo Lombardini22, che in una recente indagine ha tentato di misurare l’attrattività delle città italiane.
Il risultato? Le regioni a maggior saldo migratorio positivo interno – quelle, cioè, che attirano più giovani da altre regioni italiane, prevalentemente lungo l’asse Sud-Nord – sono le stesse che presentano anche un maggior saldo negativo verso l’esterno. Ovvero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. In generale, il rapporto tra emigrazione e immigrazione di giovani qualificati, ovvero persone in possesso di una laurea o di un altro titolo terziario, in Italia è pari a 1 a 9: per nove giovani italiani laureati che si trasferiscono all’estero, solo un giovane straniero qualificato si sposta in Italia. Tradotto: se guardiamo alla popolazione che ha ricevuto una formazione elevata, l’Italia è ancora un Paese di emigrati. Il saldo estero negativo degli ultimi dieci anni ammonta a quasi 170mila laureati. Che, secondo le stime di Lombardini22, si traducono in una perdita complessiva di circa 160 miliardi di euro di capitale umano emigrato.
In questo contesto, uno dei primi obiettivi delle città italiane è convincere i fuorisede a rientrare. «Ma i nostri centri urbani faticano a essere attrattivi per i ragazzi che hanno fatto un’esperienza all’estero – continua Marcatili –. Spesso, attorno ai 35 anni, vorrebbero tornare perché hanno un attaccamento familiare al nostro Paese, ma in Italia trovano ancora un divario troppo alto sulla qualità della vita e sui pacchetti aziendali rispetto ad altri Paesi europei». La prima grande differenza è, naturalmente, il salario. Il divario di stipendio tra un laureato che vive a Roma e un collega che abita a Berlino, Londra o Parigi raggiunge il 100% del reddito. E non va meglio incrociando i redditi con i costi abitativi: a Roma e Milano l’affitto mediamente costa dal 65% al 72% dello stipendio. Percentuali simili si trovano anche a Dublino, Londra e Madrid che infatti, come si legge nel report di Lombardini22, attraggono «con meno forza» di altre città.
L’Italia, però, non è la stessa ovunque. «In una parte del Paese le fortissime pressioni abitative hanno incrinato il rapporto tra costi abitativi e retribuzioni – spiegano gli autori dell’indagine –. In un’altra, all’opposto, il prezzo delle case al metro quadro è stagnante o addirittura calante». È l’Italia dei Comuni, circa cento, con una popolazione compresa tra venti e 100mila abitanti. L’Italia che va spopolandosi. Eppure, in tutta Europa sono proprio i centri “fuori dai radar” ad attrarre la maggior parte dei giovani qualificati: Leeds, Rotterdam, Colonia e Stoccarda. «È la rivincita delle cosiddette “seconde città” europee, sintetizza Lombardini22. Non si tratta né di metropoli, né di borghi da ripopolare. Ma di città in cui «i giovani percepiscono di vivere più volentieri che nei grandi centri. Penso a Udine, Trento, Parma o Modena – conclude Marcatili – . Sono centri potenzialmente interessanti per i giovani nella fascia tra i 20 e i 35 anni, ma che ancora non hanno trovato un equilibrio tra offerta lavorativa, culturale e sociosanitaria. È un orizzonte nuovo su cui dobbiamo lavorare nei prossimi anni».

A Kabul un massacro nel silenzio: 400 morti sotto le bombe del Pakistan

A Kabul un massacro nel silenzio: 400 morti sotto le bombe del Pakistan

Le macerie dell’ospedale attaccato dal bombardamento a Kabul, in Afghanistan, il 17 marzo 2026 / REUTERS/Sayed Hassib
Nell’episodio finora più grave di un conflitto in corso dallo scorso anno tra Pakistan e Afghanistan, oggi un’incursione dell’aviazione militare pachistana sulla capitale afghana Kabul ha colpito un ospedale specializzato nella riabilitazione dei tossicodipendenti: almeno 400 morti e 250 feriti. Le immagini diffuse dal regime taleban mostrano una devastazione totale ma la versione ufficiale di un attacco premeditato è confutata dal governo pachistano che nella notte di lunedì, ha dichiarato per voce del ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar che l’azione armata «ha preso di mira con precisione installazione militari e infrastrutture di supporto al terrorismo» e sottolineato come «le esplosioni secondarie che si sono verificate dopo gli attacchi indicano con chiarezza la presenza di un grande deposito di munizioni». Testimoni oculari hanno definito l’episodio come «una apocalisse». Almeno tre esplosioni hanno praticamente dissolto il grande edificio a un piano dell’ospedale e lasciato poche tracce di costruzioni circostanti, tra queste un centro di riabilitazione attraverso attività di artigianato, cosparse di detriti e tracce di chi era all’interno al momento dell’attacco. I soccorritori sono intervenuti cercando di salvare i superstiti nelle aree interessate da incendi ma ancora in piedi, ma a loro è toccato soprattutto recuperare le vittime in un complesso che si stima ospitasse un migliaio tra pazienti e personale.
L’identificazione delle vittime del massacro a Kabul 
L'identificazione delle vittime del massacro a Kabul 
L’azione devastante dei cacciabombardieri di Islamabad potrebbe dare un nuovo corso al conflitto, in un contesto locale e regionale segnato dall’incertezza e dall’instabilità. Significativo della difficoltà nello stato attuale di arrivare a una tregua è che l’attacco si è verificato a poche ore dalla messaggio con cui Pechino – partner di entrambi i contendenti – ha rinnovato la disponibilità a mediare tra le parti, sollecitato a evitare una estensione delle ostilità e chiesto di tornare al tavolo dei negoziati. Significativo, in due Paesi di osservanza musulmana, che la strage sia arrivata a pochi giorni dalla ricorrenza dell’Eid al-Fitr che segna la fine del mese del Ramadan. Il rischio di un aggravamento e estensione del conflitto va valutato anche alla luce degli eventi mediorientali che coinvolgono l’Iran che a sua volta ha problemi con entrambi i Paesi e dove la minoranza sciita è spesso sulla difensiva. Inoltre entrambi i Paesi coltivano alleanze con Stati del Golfo che perseguono politiche non sempre convergenti: rispettivamente l’Arabia Saudita per il Pakistan e il Qatar per l’Afghanistan.
Le macerie dell’ospedale colpito a Kabul / Reuters
Le macerie dell'ospedale colpito a Kabul / Reuters
Alla base dell’inimicizia, esplosa poi in tensioni armate, vi è la convinzione di Islamabad che il regime afghano dia forte sostgno ai taleban pachistani colpevoli di azioni terroristiche, in particolare gli aderenti al Tehreek-e-Taleban Pakistan. Sostegno che Kabul nega pur ammettendo che la comune etnicità pashtun dei taleban dalle due parti del confine rende difficile in controllo dei confini. A sua vota Kabul può controbattere sollevando la situazione di centinaia di migliaia di profughi afghani in fuga dai conflitti nella terra d’origine, in via di espulsione dal Pakistan dove hanno formato consistenti comunità che il governo pachistano negli ultimi anni ha deciso di espellere con il favore della popolazione e la cooperazione dell’esercito.
avvenire.it