Iran, la prima linea della guerra porta in Giordania. Ecco perché

Avvenire
Ingombri di derrate e merci, i camion diventati lamiere roventi attendono a più di 40 gradi l’ingresso a rilento in Palestina dalla Giordania. Sono aiuti destinati a Gaza. Devono essere ispezionati da meticolose guardie israeliane. A pochi tornanti, sopra il deserto giordano, il frastuono dei caccia che scendono sulle piste delle basi americane indica un’altra rotta della stessa guerra.
I missili iraniani che hanno colpito le postazioni Usa hanno fatto tre morti fra i marines e riacceso paure e rabbia mai sopite. Con il Regno hashemita che deve rassicurare la popolazione e al contempo chiedere aiuto a chi può convincere gli ayatollah. Gli attacchi incrociati sono proseguiti anche ieri. A Shiraz, testimoni iraniani hanno riferito di forti esplosioni. L’agenzia Fars le ha confermate senza precisarne l’origine, mentre la testata dell’opposizione all’estero Iran International sostiene che sia stato colpito un impianto della Iran electronics industries, legata al comparto militare. Quasi contemporaneamente i media di Stato hanno denunciato raid su Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare civile iraniana. Il governatore Mohammad Mozaffari ha parlato di «località colpite dai proiettili del nemico americano», senza chiarire gli obiettivi.
Non scorrono i camion di aiuti e si tentano anche nuovi blocchi in mare, dopo quello di Hormuz. In un discorso televisivo, il portavoce militare degli Houthi ha annunciato che risponderanno «al blocco con un blocco» e «a ogni escalation con un’escalation». Nel mirino ci sono i sauditi, accusati per gli attacchi sull’aeroporto della capitale yemenita. Perciò da Sanaa si dicono pronti ad attuare il blocco della navigazione ai bastimenti direttamente o indirettamente riconducibili a Riad nel Mar Rosso. E mentre i Pasdaran tentano di controllare la navigazione nello Stretto di Hormuz, Washington intensifica i bombardamenti e l’Iran colpisce gli alleati regionali degli Stati Uniti. Nel Golfo, Bahrain e Kuwait hanno annunciato nuove intercettazioni di droni e missili di Teheran.
La guerra ormai corre lungo una linea che unisce le città iraniane alle basi americane in Giordania, gli impianti energetici del Golfo alle macerie di Gaza e ai villaggi palestinesi della Cisgiordania. Le esplosioni segnalate a Shiraz e Bushehr, gli attacchi contro il territorio giordano e la nomina di Khalil al-Hayya alla guida di Hamas compongono la mappa di un unico conflitto che continua ad aprire fronti mentre la diplomazia non li richiude. Teheran sostiene che i contatti indiretti con Washington proseguano. «Abbiamo ricevuto messaggi attraverso i mediatori», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei che ieri è arrivato in Pakistan, principale mediatore nella crisi. Ma la tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai svuotata.
La Giordania è diventata il punto più esposto della catena di rappresaglie. Il Pentagono ha confermato la morte di due militari americani negli attacchi iraniani e la scomparsa di un terzo. Il Central Command ha riferito del ritrovamento di resti umani ancora da identificare. Domenica le difese giordane hanno intercettato tre missili diretti verso Aqaba, mentre un quarto è caduto in una zona remota. Nuovi raid iraniani anche ieri mattina. Amman ha convocato l’incaricato d’affari di Teheran denunciando i «continui e ingiustificati attacchi» contro il regno. «La sicurezza della Giordania rappresenta una linea rossa», ha dichiarato il portavoce Fuad al-Majali. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi continua a respingere l’idea che il Paese sia parte del conflitto, negando che dal territorio giordano siano partite azioni contro l’Iran. Ha ricordato che la presenza di forze statunitensi è nota da tempo, ma proprio questa cooperazione ha trasformato la Giordania in un bersaglio. I Guardiani della rivoluzione iraniana sostengono di aver colpito le basi di al-Azraq e Prince Hassan, senza conferme indipendenti. Teheran insiste di non avere «alcuna ostilità verso la Giordania», sostenendo di prendere di mira soltanto le forze americane. La traiettoria dei missili attraversa però non solo i deserti sassosi, ma centri abitati e snodi logistici e molti temono che prima o poi qualche ordigno cadrà dove non deve. Il dibattito pubblico alterna rassicurazioni a preoccupazioni. Il politologo Amer Sabaileh osserva che «hanno effettivamente cominciato a colpire le basi», mentre l’analista Areej Jabr parla di «uno scontro su più fronti» volto a sovraccaricare le capacità militari americane e israeliane.
La pressione regionale investe anche Gaza. Hamas ha nominato Khalil al-Hayya nuovo leader del movimento in sostituzione di Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024 da un attacco di Tel Aviv. Secondo l’analista palestinese Reham Owda, la scelta conferma il rifiuto del disarmo e la volontà di mantenere l’alleanza con l’Iran. «I negoziati sul disarmo – preconizza – incontreranno ostacoli significativi». A Khan Younis un attacco israeliano contro un’automobile ha ucciso almeno tre palestinesi, mentre in Cisgiordania nell’area di Masafer Yatta, decine di coloni mascherati e armati hanno attaccato il villaggio di al-Tuwani, incendiato una moschea, abitazioni, un caseificio e un’automobile. Una donna incinta è rimasta ferita. Sui muri hanno lasciato un messaggio: «Vendetta» e una stella di David, alludendo a precedenti scontri con i palestinesi. Secondo gli abitanti, esercito e polizia israeliani non sarebbero intervenuti.
Dalle aride alture giordane, dove le greggi cercano l’ombra inseguendo le rocce, si sente ancora l’amara profezia dell’allora ee Hussein: «Il confine non passa tra la Giordania e Israele, ma tra i sostenitori della pace e gli oppositori della pace».
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