«Vuoi una rosa?»: viaggio nel racket dei venditori, sfruttati e stipati in case-pollai

«Vuoi una rosa?»: viaggio nel racket dei venditori, sfruttati e stipati in case-pollai

Avvenire

«Venti rose, venti euro». Zahir stringe i mazzi in una mano e continua a camminare tra i tavoli. Ha 55 anni e da quasi vent’anni vende rose tra ristoranti e locali di Milano, guadagnando poco più di quanto gli costano. Quando ha lasciato il Bangladesh immaginava un’altra vita. «Si parte nella speranza di un futuro migliore», dice accennando un sorriso. Tutto ciò che riesce a risparmiare lo manda a casa: cento, duecento euro. Somme modeste, ma preziose per sostenere l’istruzione di un fratello minore, contribuire alle cure del padre o per ripagare una parte dei debiti di viaggio. «Molti arrivano attraverso la rotta mediterranea: Medio Oriente, Libia e poi il mare. Altri percorrono la rotta balcanica, entrando da Trieste o da Gorizia», spiega Francesco Della Puppa, professore di Sociologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Nel viaggio e anche dopo l’arrivo si appoggiano spesso a mediatori che soddisfano bisogni concreti: trovare un lavoro, una casa, un contatto. Tutto questo ha un costo». Sami lo sa bene. Ha 21 anni ed è arrivato in Italia appena sei mesi fa. «Ho pagato più di 15mila euro per uno “sponsor” che avrebbe dovuto procurarmi un lavoro. Poi è sparito: era una truffa». Una volta entrati, per molti il primo passo è la richiesta di asilo. Nell’attesa di una risposta che però può richiedere diverso tempo, si cerca un lavoro. Senza documenti regolari trovare un impiego stabile è quasi impossibile. «Ci sono giorni in cui faccio più turni in un ristorante, altri in cui vendo rose». È arrivato soprattutto per motivi economici, ma non solo. «In Bangladesh studiavo. Il mio obiettivo è continuare a studiare anche qui all’università». Si ritrae abbassando leggermente la voce. «Qui mi sento solo. A casa tutti mi conoscevano. Qui nessuno sa chi sono».
Chi parte oggi appartiene spesso alla classe media o medio-bassa. «Negli anni Novanta – quando iniziano i primi arrivi con le prime sanatorie – gli immigrati dal Bangladesh erano persone qualificate e istruite, di classe media e medio-alta, proprietari di terreni agricoli, attività industriali e commerciali», spiega Della Puppa. A spingerli non era la povertà assoluta, ma la consapevolezza che non avrebbero avuto opportunità di migliorare la propria condizione nell’instabilità politica ed economica del proprio Paese. «Ogni genitore vuole dare ai propri figli qualcosa in più rispetto a quello che ha avuto». Sognando un futuro diverso almeno per loro, accettano di lavorare nei distretti industriali del nord-est, con alti tassi di sfruttamento, paghe basse e turni massacranti. «Significava però avere una certa stabilità economica, con tutto ciò che ne consegue: dalla casa alla possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare».
Ma negli anni le cose cambiano. E non in meglio. La crisi economica rende l’occupazione più precaria, l’integrazione è complessa e il pregiudizio dell’immigrazione continua a pesare sui loro figli, anche se nati e cresciuti qui. Nel frattempo, le spinte a lasciare il Bangladesh si sono fatte più forti, chi parte è facile che sia stato costretto a indebitarsi, e una volta arrivato in Italia, finisce spesso con un mazzo di rose in mano. «Si appoggiano a reti di connazionali che probabilmente vivono in appartamenti in sub-sub-subaffitto in cui sono molto stipati. In Bangla queste sistemazioni abitative le chiamano case “murghi”, che significa “pollo”, perché in un certo senso sono stipati come polli negli allevamenti a batteria», spiega della Puppa. Anche per Sami è così: «Abito con altre sette persone, non è bello, l’appartamento è molto piccolo». Vive a qualche chilometro da Milano, dove ogniuno paga 200 euro al mese. Capita perfino che lo stesso posto letto venga affittato a due persone: chi lavora di notte in fabbrica, dà il cambio a chi vende rose e ombrelli di giorno. «Ad affittarmi la casa è un uomo proveniente dal Bangladesh, è venuto qui 15 anni fa… Vendeva rose in Duomo, ora ha alcuni negozi!», sorride Sami.
Una gerarchia in cui tutto ha un prezzo: «C’è una sorta di listino, un posto letto in un appartamento con altre otto persone a quella cifra. Se vuoi aggiungere anche la residenza, devi pagare un po’ di più e così via», precisa Della Puppa. Per Mohamed, 32 anni, il tariffario prevede 200 al mese per la casa, altri 200 per mangiare, 500 per vedere sigarette o cavi per il telefono.
Nell’esperienza migratoria – dal viaggio all’inserimento sociale, lavorativo e abitativo – sono necessari moltissimi “mediatori”. «Ci si affida a una serie di “broker della migrazione”, persone che di solito sono a loro volta immigrati presenti da molto tempo in Italia che hanno molte reti – magari anche con l’appoggio di italiani che sanno come funzionano le politiche migratorie – e che soddisfano queste necessità dietro pagamento di un compenso: esiste una parola che li definisce, “dalal”, sono figure che si muovono tra il legale e l’illegale». Questi intermediari “ibridi”, spesso in competizione tra di loro, possono indirizzarli verso un certo tipo di lavoro, indicargli che zona coprire. «Non esiste un clan mafioso transnazionale: ci sono persone specializzate, per esempio, nel farti entrare in un certo cantiere o in un certo distretto. In cambio ogni mese ti chiedono 200 euro del tuo stipendio finché, nel giro di qualche anno, non hai ripagato il debito». E così via: c’è chi assicura una piccola parte di viaggio, chi si occupa della casa. Ma niente è gratis. «Ci può essere una condotta mafiosa, nel senso che prendono soldi dal lavoro altrui, forme di caporalato individuali o anche collettive, però non c’è una grande organizzazione». Quasi nessuno denuncia: un po’ per la paura di ritorsioni e di non trovare più lavoro, un po’ viene accettato come regola non scritta del gioco.
Ripensando al viaggio Mohammed, 32 anni, scuote la testa guardando in basso: «Ho passato lì, in Libia, tre mesi. Tanti problemi, tante persone cattive. Ero chiuso in casa, ho dovuto pagare 10mila euro». Di colpo si incupisce e si muove verso il bordo della strada: guarda i giovani che si stanno avvicinando. «Arrivano in quattro o cinque e mi rubano tutto. Succede spesso». È stanco, solo, disincantato. Torna ad accennare un sorriso solo quando il discorso si sposta sulla sua famiglia, la moglie e la figlia di sette anniÈ per loro è arrivato qui due anni fa: «Quando avrò un documento e un po’ di soldi in più, anche loro mi raggiungeranno».

La sfida a Putin inizia dalle urne: il “no” alla guerra del partito Jabloko

La sfida a Putin inizia dalle urne: il "no" alla guerra del partito Jabloko

«Quelle di settembre non saranno elezioni, bensì un referendum sulla guerra». Ne è convinto Grigorij Javlinskij, fondatore di Jabloko, il partito di opposizione in Russia che chiede la fine del conflitto in Ucraina. Nonostante tutte le difficoltà, Jabloko ha deciso di presentarsi alle legislative del 20 settembre e di candidare molti giovani. Una generazione di uomini e donne nata dopo la fine dell’Unione Sovietica che chiede una Russia libera, democratica, non bellicista. E che guarda al dialogo con Europa, di cui si sente parte integrante. «Bisogna trovare un linguaggio comune», sostiene Javlinskij.
Con quali obiettivi e aspettative Jabloko intende partecipare alle elezioni?
La priorità è quella di fermare la perdita di vite umane, salvare le persone e arrivare prima possibile a un accordo per il cessate il fuoco. Questo è il significato principale del nostro programma elettorale. È composto da appena 43 parole. Queste elezioni non riguardano tasse, tariffe, stipendi o pensioni. Riguardano la vita delle persone, la libertà e il futuro della Russia. Di fatto, si tratterà di un referendum al quale parteciperanno oltre 60 milioni di elettori. Solo Jabloko sostiene un accordo per il cessate il fuoco con l’Ucraina, la libertà e una vita senza paura. Tutti gli altri partiti supportano la linea politica del governo. In realtà, ci saranno due risultati elettorali. Uno sarà quello ufficiale che verrà annunciato. L’altro sarà il risultato reale. Il vero orientamento della volontà popolare sarà noto alle autorità. E sarà questo il principale esito delle elezioni: la massima leadership del Paese vedrà quanti cittadini russi sostengono realmente il cessate il fuoco e l’immagine del futuro della Russia proposta da Jabloko, in linea con le sfide del ventunesimo secolo. Il senso della nostra partecipazione è mostrare ciò che desidera realmente il popolo russo. Da quattro anni non cambiamo la nostra posizione: un accordo immediato per il cessate il fuoco, seguito da negoziati. Le persone vedono ciò che accade. E vedono chi propone una vera via d’uscita.
Negli ultimi mesi Jabloko è stato sottoposto a una pressione senza precedenti. Qual è lo stato d’animo nel partito?
Abbiamo migliaia di membri ufficiali e oltre un milione di sostenitori iscritti, e durante tutto questo periodo nessuno ha lasciato il partito. Questo nonostante otto nostri colleghi siano in carcere per accuse di natura politica, dodici siano sotto procedimenti penali, decine siano stati multati per aver espresso pubblicamente la posizione del partito sul conflitto, e il leader assieme a tutti i deputati in carica sia stato privato del diritto di candidarsi. Eppure, sempre più giovani si iscrivono al partito. Questo dimostra che, nonostante tutte le pressioni, Jabloko ha un futuro.
Perché non ha guidato personalmente la lista elettorale?
Perché bisogna aprire la strada ai giovani in politica. La mia generazione ha fallito, compromettendo completamente le riforme degli anni Novanta. Di conseguenza il Paese è arrivato a una situazione catastrofica. Avevamo un’opportunità storica e non siamo riusciti a coglierla. Ora si sta affacciando una nuova generazione e il nostro compito è sostenerla e aiutarla in ogni modo. Personalmente, sarò al loro fianco e li aiuterò per tutto il tempo necessario. Oggi è molto importante l’immagine del partito, e con essa l’età dei candidati. L’età media della nostra nuova leadership è di 37 anni. Saranno i giovani a costruire il futuro del Paese.
Secondo un sondaggio del canale YouTube di opposizione Živoj Gvozd’, l’84% degli ascoltatori sarebbe pronto a votare per Jabloko. Perché?
C’è anche un altro esempio. In un popolarissimo canale Telegram di notizie è stato condotto un sondaggio al quale hanno partecipato oltre 83 mila persone. Il 29% si è espresso a favore di Jabloko. Aveva una percentuale superiore solo il gruppo di chi non intende votare. Non si tratta solo del fatto che finalmente ci hanno ascoltato. Le persone stanno arrivando alla conclusione che così non si può andare avanti e che noi rappresentiamo la forza politica attraverso la quale possono esprimere il proprio sentire su quanto accade.
E se all’ultimo momento le autorità impedissero al partito di partecipare alle elezioni?
Anche questo potrebbe accadere. Se così fosse, la pressione su di noi diventerebbe ancora più forte. Ma non rinunceremo ai nostri principi, alle nostre convinzioni e al nostro programma. Stiamo facendo tutto ciò che è vitale qui e ora.
In Occidente Jabloko viene spesso criticato per la partecipazione alle elezioni, considerate da alcuni un “gioco” secondo le regole del potere. Qual è la sua risposta?
Chi dice queste cose non comprende la sostanza del problema, oppure ne trae semplicemente vantaggio. Vengano in Russia e poi ne parliamo. La nostra posizione è molto semplice: questo è il nostro Paese e questo è il nostro popolo. Faremo tutto ciò che è necessario affinché le persone non vengano uccise e affinché esista un futuro normale per il nostro Paese, per l’Ucraina e per l’Europa.
Avvenire

Migliaia di migranti in pochi giorni: a Ceuta è in corso un’emergenza umanitaria

Migliaia di migranti in pochi giorni: a Ceuta è in corso un'emergenza umanitaria

Avvenire

L’enclave spagnola di Ceuta, in nord Africa in contiguità con il territorio marocchino, sta affrontando l’arrivo di un numero molto alto di migranti in poche ore: centinaia di persone hanno attraversato il confine dal mezzogiorno di oggi, 30 luglio. Secondo la tv spagnola Tve, sarebbero 2mila (il dato non è stato confermato da altre fonti). Sono soprattutto giovani uomini. Entrano in mare dalla costa marocchina, nuotano per alcuni metri allontanandosi pericolosamente da riva e attraversando il tratto che costeggia il confine via acqua. Quando tornano sulla terraferma, sono in Spagna. Gli ingressi si concentrano attorno al valico di frontiera di Tarajal. Le autorità già da alcuni giorni avevano segnalato un aumento insolito degli arrivi: 1.500 persone in dieci giorni. 
A segnare il confine tra i due Paesi – e tra il continente africano e l’Unione europea – sono un’alta recinzione e una diga frangiflutti che prosegue per alcuni metri anche nel mare. Gli attraversamenti si registrano tutte le estati, il momento dell’anno in cui le condizioni metereologiche sono più favorevoli. In questi giorni, però, i numeri sembrano essere più alti rispetto alla media della stagione. Le immagini mostrano che cosa accade quando le persone raggiungono Ceuta: qualcuno bacia la terra, altri si inginocchiano. Altri ancora urlano “Viva la Spagna”. Molti, poi, iniziano a correre più lontano possibile dalla frontiera. Chi arriva ringrazia anche di essere ancora vivo. Per quanto il tratto di mare sia percorso da centinaia di persone, rimane pericoloso: secondo le autorità locali, 60 persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversarlo dall’inizio di quest’anno. Quattro corpi sono stati trovati dalle autorità locali tra il 29 e il 30 luglio. Quelle immagini richiamano alla mente quanto successe nel maggio del 2021. In dieci giorni, allora, 10mila persone superarono il confine. Fu un evento fuori dall’ordinario, condizionato – secondo alcuni analisti e diverse organizzazioni internazionali – anche da un periodo di rapporti tesi tra Marocco e Spagna e dall’uso dei migranti come arma di pressione politica.
I giornali di Ceuta parlano in questo momento di uno stato di «massima allerta». L’emergenza è soprattutto umanitaria: le centinaia di migranti arrivate non hanno un posto dove stare. Ceuta ha una superficie di 19 chilometri quadrati e una popolazione di circa 80mila persone. La principale struttura – il Centro di Detenzione Temporanea per Immigrati – è già sovraffollato. Decine di persone si sono accampate appena fuori, usando dei materassi e dei vestiti come tende. Le testimonianze che arrivano dall’interno del centro (riportate da El Pais) raccontano di pessime condizioni igieniche, dell’insufficienza di bagni e lavandini, di stanchezza e disperazione come stati d’animo prevalenti tra i migranti.
Le persone arrivate a Ceuta dopo aver nuotato nelle acqua che costeggiano la frontiera con il Marocco / Ansa
Le persone arrivate a Ceuta dopo aver nuotato nelle acqua che costeggiano la frontiera con il Marocco / Ansa
Juan Jesús Vivas, il sindaco di Ceuta, ha chiesto che venga dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Domani arriverà in città il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, che a una tv spagnola ha dichiarato che le autorità si trovano ad affrontare una situazione «straordinaria ed eccezionale». Il primo ministro spagnolo Sanchez ha dichiarato che il governo «è pienamente impegnato a fornire una soluzione immediata» e «sta predisponendo tutte le misure necessarie per ripristinare la normalità il prima possibile» a Ceuta. Il leader del Partito Popolare di opposizione conservatore, Alberto Núñez Feijóo, ha scritto in un post su X: «La situazione a Ceuta è disperata. Il governo non può voltarsi dall’altra parte… perché stiamo affrontando una crisi di sicurezza nazionale». Secondo attivisti sia spagnoli che marocchini, sentiti da Reuters, le persone che stanno attraversando la frontiera sono per la maggior parte di nazionalità marocchina, con una minoranza di origine algerina.
Il ministro dell’Interno Marlaska ha accusato le «reti di trafficanti di esseri umani» di stare «sfruttando» una recente sentenza della Corte Suprema. È una delle letture che vengono date per spiegare l’aumento significativo degli arrivi in pochi giorni: il 9 luglio, la Corte spagnola ha stabilito che chi arriva a Ceuta via mare non può essere immediatamente respinto al di là del confine. Le autorità devono identificare la persona e rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto spagnolo ed europeo; ciascun caso deve essere valutato singolarmente. Diverse associazioni che si occupano di diritti dei migranti sono però dubbiosi sull’ipotesi che lega l’impennata degli ingressi alla sentenza della Corte: la maggior parte delle persone migranti – hanno dichiarato a Reuters – non sono a conoscenza della sentenza.

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Papa chiama a raccolta i parroci italiani: Don Serrone e i sacerdoti sposati chiedono di partecipare al raduno del 12 dicembre 2026

Meno preti, più burocrazia: Leone XIV convoca il clero italiano, fraternità e vocazioni contro la crisi

La notizia diffusa nelle ultime ore dal quotidiano Il Messaggero, a firma della vaticanista Franca Giansoldati, ha acceso una forte carica di speranza nell’intero mondo del clero coniugato. Papa Leone XIV, tramite una lettera inviata ai Vescovi dal presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, ha convocato tutti i parroci italiani in Vaticano per il prossimo 12 dicembre 2026 (evento preceduto da una veglia di preghiera la sera dell’11). L’obiettivo dichiarato è “rinnovare la fedeltà alla propria vocazione e riscoprire la fraternità presbiterale”.

In questa cornice di profonda riflessione sulla crisi del ministero, si inserisce con forza e rispetto la voce di Don Giuseppe Serrone, che esprime il vivo desiderio di poter partecipare all’incontro romano. Una richiesta che si lega alle molteplici appelli e suppliche di riammissibilità al ministero attivo inviate in questi anni al Pontefice, ai Vescovi e ai dicasteri vaticani competenti, finora rimaste senza esito formale.

La fotografia del clero: numeri in calo, solitudine e burnout

L’appuntamento del 12 dicembre nasce dalla necessità di affrontare una stagione tra le più delicate vissute dalla Chiesa italiana negli ultimi decenni:

  • Calo numerico e sovraesposizione: Dal 1990 ad oggi i sacerdoti diocesani sono scesi da 38 mila a meno di 32 mila (-16%), lasciando sempre più parroci a guidare contemporaneamente molteplici parrocchie.

  • Schiacciati dalla burocrazia: La figura del parroco coincide nella legislazione canonica e civile italiana con quella del legale rappresentante e amministratore unico. Responsabilità giuridiche, fiscali ed economiche assorbono tempo ed energie, trasformando spesso i pastori in “funzionari” e portando molti presbiteri al burnout e all’isolamento affettivo.

  • Ammancamento di fraternità: Come ricordato dal cardinale Zuppi, non si possono nascondere le fatiche, la solitudine e lo scoraggiamento che consumano dall’interno la vita dei presbiteri.

Il realismo pastorale: la presenza dei sacerdoti sposati per salvare il ministero

Di fronte alla domanda centrale posta da Papa Leone XIV — come restituire ai sacerdoti la libertà di essere anzitutto pastori senza lasciarli schiacciati da un modello organizzativo insostenibile? — il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre una risposta concreta basata sul realismo pastorale.

La partecipazione di Don Serrone e di una rappresentanza di preti sposati all’incontro di dicembre non rappresenterebbe una spaccatura, ma un gesto di profonda comunione ed evangelica fraternità:

  1. Sostegno concreto e corresponsabilità: I sacerdoti sposati, uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie, possiedono anche l’esperienza pratica della gestione familiare e lavorativa.

  2. Soluzione al burnout: Affiancare i sacerdoti coniugati ai parroci celibatari consentirebbe di distribuire il carico amministrativo e di rappresentanza, permettendo al clero celibe di ritrovare il tempo per la preghiera, la cura delle anime e la vita spirituale.

  3. Fraternità vissuta: La home familiare del sacerdote sposato può diventare un approdo di accoglienza e ascolto per i confratelli soli o scoraggiati, incarnando quella “fedeltà che genera futuro” auspicata dal Santo Padre.

Consentire a Don Serrone e ai sacerdoti sposati di essere presenti il 12 dicembre in Vaticano sarebbe un segnale straordinario di trasparenza e paternità da parte di Papa Leone XIV, dimostrando che la Chiesa italiana è pronta a valorizzare ogni sua risorsa per il bene comune delle comunità e la salvezza delle parrocchie.

Parroco assente e Liturgia della Parola guidata dai fedeli: l’emergenza parrocchie richiede il realismo pastorale dei sacerdoti sposati

Il parroco non c'è, messa celebrata dai parrocchiani

La notizia diffusa da TGcom24 riguardo alla comunità parrocchiale trovatasi senza sacerdote per la celebrazione festiva riporta al centro del dibattito la grave carenza di clero che colpisce molte diocesi. Occorre innanzitutto precisare un aspetto liturgico e canonico fondamentale, spesso confuso dagli organi di informazione: i fedeli laici non hanno celebrato la Santa Messa — atto riservato esclusivamente al sacerdote ordinato — bensì una Liturgia della Parola (o celebrazione domenicale in assenza di presbitero), secondo quanto previsto dalle disposizioni ecclesiastiche per garantire un momento di preghiera e di ascolto della Scrittura.

Se da un lato la reazione dei parrocchiani testimonia un ammirevole senso di responsabilità e di attaccamento alla propria comunità, dall’altro l’episodio rappresenta un campanello d’allarme non più ignorabile sulla sostenibilità della cura pastorale nei territori.

Dalla supplenza laicale alla pienezza sacramentale

La Liturgia della Parola guidata dai laici costituisce una soluzione di emergenza preziosa, ma non può e non deve diventare la norma per la vita della Chiesa. L’Eucaristia rimane la fonte e il culmine di ogni comunità cristiana, e la privazione del Sacramento mortifica il diritto dei fedeli a nutrire la propria vita spirituale.

Continuare ad accorpare parrocchie o a sovraccaricare i pochi presbiteri rimasti con la gestione di molteplici comunità porta inevitabilmente a situazioni di isolamento, stanchezza e burnout. Di fronte a questa realtà, il ricorso a strumenti di pura emergenza rivela i limiti di una gestione burocratica della crisi vocazionale.

L’offerta di collaborazione dei sacerdoti sposati a Papa Leone XIV

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati coglie l’occasione offerta da questo fatto di cronaca per rilanciare con forza al Santo Padre Leone XIV e agli Ordinari diocesani la propria disponibilità alla collaborazione pastorale.

La soluzione allo spopolamento sacramentale delle parrocchie è già presente e matura all’interno del tessuto ecclesiale:

  • Competenza e formazione: I sacerdoti sposati possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie.

  • Prontezza al servizio: Si tratta di presbiteri già ordinati che, qualora un decreto o una disposizione di Papa Leone XIV conceda ai Vescovi la facoltà di riammetterli al ministero attivo, sono pronti a tornare immediatamente in servizio nelle parrocchie prive di pastore.

  • Stabilità e vicinanza: L’unione tra la grazia del ministero e la stabilità della vita familiare offre alle comunità locali una presenza costante, equilibrata e trasparente.

Garantire la presenza dell’Eucaristia e la cura delle anime non è una concessione, ma un dovere di realismo pastorale verso il popolo di Dio. Rispondere alle parrocchie rimaste senza prete con il reintegro dei sacerdoti sposati significa trasformare un’emergenza in un’occasione di rinnovamento e di comunione ecclesiale per il bene comune dei fedeli.

L’Arabia Saudita esce allo scoperto nella guerra che voleva evitare

L 'Arabia Saudita esce allo scoperto nella guerra che voleva evitare - RIPRODUZIONE RISERVATA

La cautela verso l’Iran che l’Arabia Saudita aveva scelto di tenere sottotraccia sembra superata proprio nei giorni in cui il regno consolida con Washington l’architettura di sicurezza: per la prima volta il ministero della difesa di Riad ha rivendicato apertamente l’operazione militare congiunta contro milizie filoiraniane in Iraq, dopo i raid notturni in cui sono stati uccisi una ventina di combattenti sciiti.

Questo dopo tre giorni di attacchi con droni subiti dalle stesse milizie irachene contro gli impianti petroliferi sauditi, e mentre a sud, nello Yemen, Riad deve fronteggiare di nuovo la minaccia Houthi su Bab al-Mandeb.

Il salto di postura arriva appena una settimana dopo la firma a Washington dell’accordo per la cooperazione nucleare civile, accompagnato da un pacchetto di sicurezza militare costruito sull’intesa di difesa strategica siglata lo scorso novembre.

Riad ha tentato di mantenere per almeno cinque anni la stabilità interna e regionale su un doppio binario: la normalizzazione con Teheran mediata da Pechino nel 2023 e l’ombrello di Washington negoziato pezzo per pezzo, dai caccia F-35 ai carri armati fino all’intesa quadro sul nucleare civile finalizzata una settimana fa. Donald Trump aveva però condizionato l’intesa, già firmata, all’adesione del regno al processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, una clausola che non compariva nel testo concordato.

Per alcuni analisti regionali il paradosso è evidente: mentre Washington alza il prezzo politico della propria protezione, Riad si ritrova a incassarla sul campo, nei cieli dell’Iraq. Il prezzo si vede già sul terreno diplomatico: la visita a Riad prevista del premier iracheno è stata cancellata, secondo fonti del governo di Baghdad, proprio per le tensioni legate all’operazione congiunta contro le milizie filoiraniane. E in giornata l’Iran ha lanciato missili contro una base statunitense in Giordania, segno che il fronte resta tutt’altro che stabilizzato nonostante i giorni di relativa calma.

Ma a Riad si ripete da mesi che la normalizzazione con lo Stato ebraico resta subordinata a “un percorso irreversibile e vincolato nei tempi” verso uno Stato palestinese, condizione che il governo israeliano non ha accolto. Proprio del processo verso uno Stato palestinese indipendente ha parlato a Roma il ministro degli esteri saudita, ricevuto alla Farnesina dal suo omologo Antonio Tajani, che ha ribadito “la vicinanza all’Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo per gli attacchi che subiscono dall’Iran”.

Tajani ha definito Riad un partner “politico, economico e di sicurezza” in una regione che dal Mediterraneo, nella sua visione, arriva “al Golfo e oltre all’India”, richiamando implicitamente il corridoio Imec, progetto americano-israeliano tanto caro alla diplomazia italiana e che dovrebbe collegare l’India ai porti del Mediterraneo passando proprio per l’Arabia Saudita.

Osservatori regionali fanno però notare che nel turbolento contesto attuale resta da vedere se l’appoggio sempre più esplicito degli Stati Uniti – tra caccia, carri armati e ora anche il nucleare civile – basterà a Riad per reggere i due fronti aperti da Teheran. Oppure se il regno, come teme da mesi, si ritroverà a pagare sul proprio territorio un allineamento che ha cercato fino all’ultimo di rimandare.

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Il futuro del Buddismo

Il futuro del Buddismo

A differenza della maggior parte delle altre grandi religioni, il buddismo dovrebbe registrare una crescita minima o nulla. A causa dei bassi tassi di fertilità e dell’invecchiamento della popolazione in Paesi come la Cina, il Giappone e la Thailandia, la popolazione buddista globale rimarrà probabilmente delle stesse dimensioni del 2025.

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La religione che dominerà il mondo entro il 2050

La religione che dominerà il mondo entro il 2050

Le religioni sono state a lungo una caratteristica distintiva della civiltà umana e hanno plasmato intere culture e società in tutto il mondo. Ma la composizione religiosa del mondo è tutt’altro che statica: è in costante mutamento a causa dei cambiamenti nella crescita della popolazione, delle migrazioni e persino delle scelte di fede delle singole persone.

Nei prossimi decenni, il panorama religioso subirà trasformazioni significative: alcune fedi cresceranno rapidamente, mentre altre subiranno un processo di stasi o di declino. La demografia gioca un ruolo centrale in questi cambiamenti. I tassi di fertilità, la distribuzione dell’età e la concentrazione geografica contribuiscono all’ascesa e al declino di alcuni gruppi religiosi.

Quanto saranno diverse le comunità religiose nel 2050? Che aspetto avranno le loro popolazioni? Quali fedi guadagneranno terreno e quali si dissolveranno lentamente?

Se attualmente la popolazione del pianeta è di 8,2 miliardi di persone, si prevede che entro il 2050 il numero salirà a 9,3 miliardi, con un aumento di quasi il 14%. Anche alcune confessioni religiose cresceranno, mentre altre subiranno una battuta d’arresto.

Nonostante la rapida crescita dell’Islam, si prevede che il cristianesimo rimarrà la religione più diffusa al mondo. Entro il 2050, i cristiani costituiranno circa il 31% della popolazione, superando di poco i musulmani. Ma la sua crescita avverrà soprattutto nell’Africa subsahariana, mentre diminuirà nelle regioni tradizionalmente cristiane come l’Europa.

Si prevede che i musulmani cresceranno a un ritmo sorprendente, aumentando del 41% tra il 2025 e il 2050. Questa crescita, guidata da alti tassi di fertilità e da un’età demografica giovane, significa che entro il 2050 i musulmani probabilmente comprenderanno il 30% della popolazione globale, quasi eguagliando i cristiani.

Nonostante l’aumento dell’irreligiosità in alcune nazioni occidentali, la quota globale di atei, agnostici e persone non affiliate alla religione si ridurrà. Mentre il loro numero assoluto aumenterà leggermente, la loro percentuale sulla popolazione mondiale diminuirà da circa il 16% nel 2025 al 13% nel 2050.

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Le evidenze sulla morte di Abderrhaim Fakir

di: Francesco Caruso – settimananews.it

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Pubblichiamo l’intervento di Francesco Caruso, magistrato di lungo corso[1] ora in pensione, una tra le voci più lucide e serie ascoltate in questi giorni convulsi.

Filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono   diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima.

I primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso.

I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della CRI e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni.

Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti.

Salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psico motoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia.

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Siamo di fronte a una evidenza del fatto che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. “scudo penale”, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.

Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti.

Che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima.

Risalenti sentenze della Cassazione affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del “matto” non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta.

In situazione simili l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza.

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Comprendo la condizione degli agenti, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova.

Per questo credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello.

Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica.

Piuttosto rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade.

La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca.


[1] Francesco Maria Caruso magistrato per 43 anni. Giudice del c.d. processo ai “mandanti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia (dibattimento a Reggio Emilia). In precedenza: Giudice al tribunale di Modena; Giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo); Presidente del tribunale di Ferrara (settore penale) dove ha guidato il processo a carico di agenti di polizia per la morte del giovane Federico Aldrovandi; Presidente dal 2010 del tribunale di Reggio Emilia, dove prima di Aemilia ha guidato il processo Edilpiovra sulle infiltrazioni mafiose nel territorio. Nel 2016 è stato nominato Presidente del tribunale di Bologna, incarico che ha tenuto fino al collocamento a riposo nel 2022.

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