Lettura e Vangelo del giorno 16 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Salmo Responsoriale

Dal Sal 32 (33)

R. Beato il popolo scelto dal Signore.

Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Cantate al Signore un canto nuovo,
con arte suonate la cetra e acclamate. R.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. R.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,31-35

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

Il suicidio del Protestantesimo

di: Fulvio Ferrario

chiesa

Il declino della partecipazione al culto, soprattutto nelle Chiese protestanti, è il segno di una profonda autosecolarizzazione. La sfida, dunque, non è soltanto parlare alla società, ma riscoprire la centralità della Parola all’interno delle Chiese stesse. Fulvio Ferrario è professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Pubblicato sulla rivista Confronti, 1 settembre 2026

Più volte, anche in questa rubrica, si è parlato della scristianizzazione europea. All’interno del fenomeno, ne va segnalato un altro, almeno altrettanto vistoso che, per semplicità e chiarezza nell’acquisizione dei dati, descrivo in riferimento alla Germania: tra coloro che sono membri della Chiesa, e dunque pagano la relativa tassa ecclesiastica, non proprio irrilevante, la percentuale di protestanti che frequenta regolarmente il culto oscilla, nell’ultimo decennio, tra il 2,4% e il 3,5%; nel Cattolicesimo, essa è leggermente inferiore al 7%: sempre bassa, ma assai migliore rispetto alle Chiese della Riforma.

Si può dunque affermare che al cuore del processo di scristianizzazione del continente europeo (altrove, le cifre non sono migliori di quelle tedesche: in diversi casi, anzi, ancora più drammatiche) c’è l’autosecolarizzazione della Chiesa, in particolare di quella protestante: cioè, in termini più espliciti, il suo suicidio.

Da alcune parti si rileva che, storicamente, la frequenza liturgica non svolge, nella spiritualità protestante, un ruolo identico a quello che riveste in ambito cattolico: da sempre, esiste una passione protestante per la santificazione nella vita secolare; del resto, un’enfasi dell’educazione cristiana, anche cattolica, del secondo Novecento è precisamente l’esigenza di non confinare nelle mura ecclesiastiche lo spazio della qualità credente dell’esistenza. Il Protestantesimo, poi, non conosce un «precetto» relativo alla frequenza al culto.

Cominciamo da quest’ultimo aspetto. Per la sensibilità della Riforma, parlare di un «precetto» liturgico ha lo stesso senso che parlare di un precetto di mangiare o bere. L’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e il canto comuni, appartengono, semplicemente, all’esistenza di fede. Essi vanno oltre l’orizzonte dell’imperativo, fanno parte degli indicativi che strutturano la vita. Che poi non si entri nel Regno soltanto dicendo «Signore, Signore!» non costituisce una scoperta protestante né dice alcunché contro la centralità del culto.

La verità è che la stragrande maggioranza delle persone cristiane, e in particolare di quelle protestanti, ritiene normale trovarsi, la domenica, in un luogo diverso rispetto a quello nel quale il Signore le ha convocate. L’osservazione secondo la quale Iddio si può incontrare anche altrove è, in questo contesto, squallidamente strumentale e non merita replica.

Non dovrebbe stupire che una Chiesa irrilevante per i propri membri (cioè per sé stessa) lo sia anche per la società. Il Cattolicesimo romano può contare sul proprio apparato propagandistico e sulla centralità politica e mediatica del papato: se ciò favorisca la testimonianza del nome di Gesù è questione che qui non affronto, ma certo aiuta non poco la cosiddetta «visibilità».

La Chiesa evangelica è stata rilevante nella società solo quando ha saputo vivere la propria fede cristiana con consapevolezza. Per molte ragioni, alcune anche assai buone, la forma della «propaganda» non è congeniale al Protestantesimo. E la testimonianza, che invece lo è, è faccenda del tutto diversa.

Le conseguenze pastorali sono ovvie: il compito prioritario è evangelizzare la Chiesa stessa. Ricordo con dispiacere l’espressione di sufficienza di una figura dirigente della mia Chiesa nei confronti di questa diagnosi: «Ma che visione ristretta! La nostra parrocchia è il mondo!». Dubito che John Wesley, al quale risale il motto, avrebbe apprezzato l’uso ideologico del suo messaggio. Il mondo, (non solo nel senso critico-negativo che la parola tende ad assumere, ad esempio, nel IV Evangelo) inizia nella Chiesa stessa.

Che la predicazione cristiana non si limiti al proprio orticello è affermazione talmente evidente da renderne banale l’enfatica ripetizione: guai, però, quando essa copre la cecità di fronte all’indifferenza della Chiesa stessa nei confronti della celebrazione della Parola. Tale indifferenza (è anche sociologicamente dimostrato: ma non c’è bisogno di statistiche, basta il buon senso) è l’anticamera dell’abbandono.

Sinodi, teologi e teologhe dicono di essere alla ricerca di una parola da dire alla società. Forse potrebbero cominciare col dire a sé stessi, alle Chiese, la Parola che li ha già trovati.

Settimana News

Preti senza ministero. Anche i preti sposati lo sono

prete

di: Domenico Marrone

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale
Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa
Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente. La domanda non dovrebbe essere: «Dove possiamo collocarlo?» Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero
Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità
Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio
Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale
E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

di: Domenico Marrone in Settimana News

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale
Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa
Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente. La domanda non dovrebbe essere: «Dove possiamo collocarlo?» Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero
Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità
Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio
Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale
E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

Le destre estremiste sfidano politica, società e Chiese

di: Rocco D’Ambrosio

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La Chiesa cattolica tedesca prende di petto Alternative für Deutschland, dopo la clamorosa vittoria in Sassiona-Anhalt, e promette che si opporrà al suo nazionalismo etnico.

«Come molti presenti in questa sala – ha detto a Berlino il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer – anche io in un primo momento sono rimasto senza parole di fronte a questo risultato elettorale. Ma sono determinato a proseguire il mio operato. Non c’è posto – ha proseguito – per questa ideologia basata sul nazionalismo etnico né dentro né fuori dalla casa di Dio, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam» (la Repubblica del 10 settembre 2026).

Fa molto piacere leggere parole chiare e forti, di un autorevole vescovo cattolico, sul fenomeno delle destre estremiste, eticamente e politicamente pericolosissime, in Germania come in Italia e altrove; sperando che il vescovo Wilmer non resti solo.

Le forze sane – presenti ovunque: specie nella società, in politica e nelle comunità ebraiche, cristiane e musulmane – oggi più che mai devono prendere coscienza, approfondire e studiare questo fenomeno dilagante e dannoso, specie per i piccoli e i giovani. Solo uno studio serio – senza fini elettorali, personali o di bottega – può portare a individuare strategie culturali e politiche efficaci. Il momento è così grave che solo gli stupidi e i corrotti non vedono o vogliono vedere le guerre, le discriminazioni verso gli ultimi, la distruzione dell’ambiente e così via.

Dobbiamo essere molto onesti con noi stessi – penso, per esempio, all’ambiente ecclesiale o a quello della sinistra: abbiamo sottovalutato questi fenomeni e spesso, volenti o nolenti, siamo stati anche in parte complici. La Scrittura ci ricorda: «Poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta» (Osea 8,7).

Forse anche negli ambienti più sani non ci si è accorti di «seminare vento». Penso a genitori, educatori e docenti che hanno trascurato gli educandi abbandonandoli alla spazzatura dei social o delle curve degli stadi o di ambienti malsani delle nostre città; penso al livello educativo e culturale che scende sempre più verso il basso nelle scuole, università parrocchie, associazioni. Penso al cambiamento climatico e agli annessi disastri che sono oggetto della più stucchevole retorica, che non muove un dito sulle cause e sulle scelte impellenti da compiere. Ci mancava la cosiddetta Intelligenza artificiale che invece di aiutare le menti, purtroppo le sta spegnendo e imbarbarendo.

E sovrana – perché tale è – si erge l’irresponsabilità della classe politica. Credo nella politica. Non quella degli show, siano di Trump, Netanyahu, Putin, Meloni, Salvini, Siegmund, Musk, Le Pen, Vannacci o chi per loro. La politica è una cosa seria e questa gente, tranne nobili e rare eccezioni, di serio ha ben poco: è immatura umanamente e spesso eticamente, ha solo interesse a tutelare il proprio ego fuori misura, a favorire parenti e compagni di merenda e di affari, a rivincere le elezioni per accrescere questi interessi, a spargere propaganda politica e falsità che non hanno niente da invidiare ai peggiori sistemi totalitari o dittature del Novecento, di destra o sinistra che siano.

Qui non si tratta di discettare su quanto siamo ottimisti o pessimisti. Certo che il buon Dio continua a seminare e realizzare bene ovunque e comunque. Ma questo è – lode a Lui – il suo «mestiere»; a noi sta il mestiere di prendere sul serio la gravità del momento e assumerci le nostre responsabilità.

Dietrich Bonhoeffer scriveva dal lager nazista:

«Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione, o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future, può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».

Settimana News

Bologna: la pace, tra pensiero e azione

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Bologna, 18-20 settembre 2026, Per una filosofia della pace. Etica, diritti, leadership, convivenza solidale, 29° Convegno nazionale dell’Associazione Docenti Italiani di Filosofia (ADIF); Ospitalità San Tommaso, via San Domenico 1, Bologna. Gennaro Cicchese, OMI, è presidente dell’ADIF.

In un tempo attraversato da fratture, dove i conflitti sembrano moltiplicarsi come ombre, la parola «pace» torna a chiedere ascolto. Non come un’idea fragile da proteggere, ma come un compito da assumere. Prima di operare per la pace, occorre pensarla: darle forma, voce, radici. È qui che la filosofia diventa cammino, gesto, responsabilità.

Il convegno Per una filosofia della pace nasce come un invito: tre giorni in cui la comunità degli studiosi si ritrova per interrogare una parola antica e sempre nuova. Non un semplice incontro, ma un laboratorio di pensiero: uno spazio in cui la pace viene guardata da vicino, attraversata, ricostruita. Un luogo dove l’ascolto diventa metodo e la progettazione diventa gesto condiviso.

Per comprendere la pace bisogna risalire alle sue sorgenti: l’interiorità che la custodisce, l’etica che la orienta, il diritto che la difende, la politica che la rende possibile, la spiritualità che la riconsegna alla sua profondità. Le quattro sessioni del convegno accompagneranno i partecipanti in un percorso che va dal cuore dell’umano alla trama della convivenza, dalla responsabilità della leadership alla ricerca della riconciliazione, movimento che riguarda insieme la persona e la società.

A tessere questo dialogo saranno voci provenienti da diverse università italiane: Gennaro Cicchese, Claudia Caneva, Giovanni Salmeri, Federico Badiali, Dario Sacchi, Michele Indellicato, Tommaso Valentini, Angela Ales Bello, Annamaria Pezzella, Angelo Tumminelli, Vera e Stefano Zamagni, Francesco Compagnoni e Pierpaolo Donati. Le loro prospettive comporranno un mosaico che intreccia filosofia, teologia, diritto, economia e scienze sociali: un coro di pensiero che prova a dire la pace con parole nuove.

Il convegno è aperto a tutti: a chi cerca, a chi studia, a chi spera. Vuole essere un luogo reale, abitato, dove la comunità pensante non si limita a discutere, ma prova a immaginare e costruire. Perché parlare di pace significa anche generare strumenti, categorie, visioni capaci di incidere nella vita concreta.

Gli Atti del convegno saranno pubblicati nel numero doppio 2027 (1-2) della rivista Per la filosofia. Filosofia e insegnamento: segno che il cammino non si chiude nei tre giorni dell’incontro, ma continua, si apre, si consegna a un futuro condiviso.

Settimana News

Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo: «Questa notte finirà, è l’ora di provare empatia per vittime e civili»

Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo: «Questa notte finirà, è l’ora di provare empatia per vittime e civili»

Avvenire

«È stata la notte più lunga. Ora che, forse, il mattino è in arrivo, i nostri occhi devono ancora abituarsi alla luce per poterlo vedere». Prima di cominciare l’intervista, Eshkol Nevo riceve una chiamata dalla figlia maggiore: vuole chiedergli in prestito l’auto per la sera. «È la bellezza di essere padre: devi esserci h24. Le mie tre ragazze stanno crescendo. Mi godo, dunque, ogni istante». Lo scrittore 55enne emana una vitalità contagiosa. «Sono affamato di desideri. Mi piace esserlo. Desiderare è stupendo». Eshkol Nevo sembra fuori ormai dal tunnel di oscurità che ha avvolto il suo Paese, Israele, dopo il massacro del 7 ottobre 2023. La notte più lunga , appunto, titolo del suo romanzo più recente, non ancora tradotto dall’ebraico. Una metafora degli ultimi tre anni. «Una lenta agonia per l’intero Medio Oriente», dice l’autore, in Italia per Pordenonelegge dove, il 19 settembre, riceverà il Premio Crédit Agricole “La storia in un romanzo” e dialogherà dei temi delle sue opere: Nostalgia, uscito per Feltrinelli Gramma quest’anno, La simmetria dei desideri rieditato nel 2025 e Legami (sempre Feltrinelli Gramma 2024), da cui è tratto il nuovo film di Nanni Moretti Succederà questa notte , al cinema dal 3 dicembre.

A proposito di desideri, quali sono i suoi ora?
Desidero scrivere altri romanzi e partecipare a nuovi progetti musicali. E desidero ardentemente un cambiamento politico in Israele. Non possiamo andare avanti con l’attuale governo. La società ha necessità di guarigione. Leader privi di empatia e senso di responsabilità non ci consentono di farlo. A volte i desideri si avverano. Sognavo che Nanni Moretti facesse un film da un mio libro e ne ha fatti due.
Forse “la notte più lunga” è giunta al termine. Che impatto ha avuto, però, sulle vite degli israeliani?

Non solo degli israeliani: dei gazawi, dei libanesi, degli iraniani…
Spesso, però, gli israeliani sembrano incapaci di provare empatia nei confronti del dolore dei vicini…
È un processo e credo che, piano piano, sempre più persone lo stiano compiendo. Dopo un forte trauma, ci vuole tempo uscire dalla propria sofferenza e guardare quella altrui. Non parlo di Hamas o del regime di Teheran per cui non provo empatia. Bensì delle vittime della Striscia, degli sfollati del sud del Libano, dei civili iraniani. In La notte più lunga , uno dei personaggi è palestinese. All’inizio, la casa editrice mi ha detto: “Non è troppo presto per provare empatia nei loro confronti? È un grosso rischio”. Ho risposto che valeva la pena correrlo. La letteratura non è intrattenimento. Ha un ruolo fondamentale nel ricordare alle persone la propria umanità. Nell’aiutarle ad ampliare i confini dell’empatia. È una sfida, non lo nego. Il pubblico, però, ha capito.

I suoi romanzi raccontano la Storia attraverso l’impatto che ha sulla vita degli esseri umani. Qual è stato quello del 7 ottobre?
È presto per fare un bilancio. Siamo nel pieno del percorso. Ancora dobbiamo fermarci per analizzare il trauma, la perdita, la sofferenza. Per riflettere. Per elaborare. Per domandarci: come siamo sopravvissuti.
Come siete sopravvissuti?
Come resistono gli esseri umani durante i tempi oscuri? L’interrogativo che mi assilla da sempre. Alcuni si aggrappano a Dio, altri alla famiglia o agli amici, altri ancora alla musica. Personalmente sono andato avanti mettendomi ad aiutare gli altri, in vari modi: rendermi utile era l’unica spinta per alzarmi al mattino. Per la prima volta, dopo il 7 ottobre, la mia immaginazione era paralizzata, non riuscivo a inventare storie. Ho scritto, dunque, due saggi. Poi, durante un laboratorio a Tiberiade, ho domandato a un gruppo di sfollati del nord, di cosa avessero maggiormente nostalgia. Una donna ha risposto: “La mia cucina”. Le mancava così tanto che, a volte, tornava di nascosto a casa per preparare qualcosa. Mi è sembrato meraviglioso. E mi è venuta voglia di raccontarlo. Così sono tornato alla fiction.
Crede che anche Israele e il Medio Oriente possano sopravvivere alla guerra? Ci sarà mai pace?
Ci sarà, ne sono convinto. E sono convinto anche che la vedrò realizzarsi.

Russia / Il velivolo di Copenaghen era in acque internazionali quando da una fregata russa sono partiti due razzi bengala. In Lituania incidente con gli aerei Nato. Altri incidenti alla frontiera con la Polonia

I missili sull'elicottero danese, il drone abbattuto dai jet italiani: la strategia della tensione di Mosca

Avvenire

Un elicottero danese solo per un soffio non abbattuto da una fregata russa. Un drone probabilmente di Mosca centrato da un caccia italiano in Lituania. Appena due giorni dopo l’attacco a un treno a due chilometri dal confine polacco, le tensioni tra Mosca e la Nato continuano a esasperarsi, in un’escalation sempre più pericolosa. Il primo incidente è forse il più spettacolare: solo per miracolo un elicottero di Copenaghen in acque internazionali a largo della Danimarca non è stato abbattuto da due razzi bengala sparati da una fregata russa che il velivolo stava osservando. E questo, ha sottolineato il ministro della Difesa danese Jeppe Bruus, senza alcun tipo di avvertimento da parte russa prima di sparare. «Un’azione irresponsabile» inveisce la premier danese Mette Fredriksen. «Le azioni russe – tuona – mirano a seminare paura e discordia. La nostra risposta sarà di essere ancora più compatti tra noi e di rafforzare la difesa della Danimarca e dell’Europa». «Un comportamento inaccettabile» ha tuonato il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte. Mosca, avverte anche il ministro Bruus, «ha aumentato la sua volontà ad assumersi rischi su quanto noi siamo disposti a spingerci» per reagire. In altre parole: la Russia sempre più “testa” le reazioni dell’Alleanza. L’ambasciatore russo a Copenaghen, Vladimir Barbin, convocato dal governo danese, ha invece accusato il Paese scandinavo di «manovre pericolose».

E poi c’è il drone che ha violato lo spazio aereo lituano, in arrivo dalla Bielorussia. Lunedì sera, questa è la ricostruzione del ministero della Difesa italiano, «due caccia Eurofighter F-2000 della Task Force aerea “Baltic Thunder III” dell’Aeronautica Militare sono decollati in modalità “scramble” (decollo immediato ndr) nell’ambito della missione Nato di difesa aerea sul fianco orientale dell’Alleanza, in seguito alla violazione dello spazio aereo lituano da parte di un drone. Gli equipaggi italiani hanno intercettato il velivolo senza pilota, neutralizzandolo nel rispetto delle procedure operative previste dall’Alleanza». Più tardi lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato «probabile» che si tratti di un velivolo russo. Intanto il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha inviato una nota di protesta a Minsk. Altri incidenti in cui per ora non ci sono piste ufficiali che portino a Mosca hanno interessato Germania e Paesi Bassi. La società olandese di gestione della linea ferroviaria Pro Rail ha dichiarato che sono stati rinvenuti tubi e altri oggetti di vario genere in 30 località in tutto il Paese. I treni nelle vicinanze dei blocchi ferroviari sono stati fermati e si sono registrati gravi disagi anche nei servizi internazionali verso Berlino. Allo stesso tempo, proprio in Germania, è scattata la ricerca dei detriti di un drone che si ritiene sia precipitato vicino al lago Steinhude, nella regione di Hannover, a solo un chilometro dalla base aerea della Bundeswehr di Wunstorf, come riportato da Bild. La testata tedesca sostiene che alcune parti del drone sono già state ritrovate, ma gli investigatori sperano di recuperarne altre «per escludere una potenziale minaccia» e risalire a chi si cela dietro l’operazione.
La tensione è alle stelle. A gettare benzina del fuoco lo stesso ministero della Difesa russo, che oggi ha pubblicato il video di un nuovo attacco con un drone di nuova generazione “Geran-5” nei pressi della frontiera polacca. Nella notte tra lunedì e martedì, afferma il ministero, sono stati colpiti obiettivi «dell’infrastruttura ferroviaria utilizzati per il trasporto di merci di natura militare provenienti dai Paesi europei». Varsavia ha rafforzato intanto la protezione dei posti di confine, mentre da Mosca le arrivano minacce dirette: se la Polonia «entrasse in ostilità con la Russia – ha detto Nikolai Patrushev, consigliere di Putin, «lo Stato polacco cesserebbe di esistere in 2 o 3 giorni».
Certo è che per ora della tregua energetica tra Russia e Ucraina annunciata da Trump non c’è traccia. Secondo le autorità ucraine, la Russia ha lanciato 200 droni contro Kiev e altre città, colpendo due stazioni di servizio nella capitale. L’Ucraina, dal canto suo, ha colpito una raffineria nella regione russa di Samara, sul Volga, e impianti di produzione nelle regioni di Taganrog e Oryol. «La Russia – ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – continua ad attaccare il nostro settore energetico, obiettivi logistici e infrastrutture critiche. La nostra risposta è tangibile». Almeno, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha annunciato che vedrà la controparte Usa Marco Rubio durante l’Assemblea generale dell’Onu. La ripresa di colloqui trilaterali (non a livello di leader), ha detto, «è possibile».

Padre Pino Puglisi e quel sorriso che 33 anni fa Cosa nostra non riuscì a spegnere

Padre Pino Puglisi e quel sorriso che 33 anni fa Cosa nostra non riuscì a spegnere

Nella casa di un sacerdote che non varca la soglia da trentatré anni, il tempo si è cristallizzato, come se lui potesse tornare, da un momento all’altro. La targhetta sulla porta con la semplice scritta “G. Puglisi”, i libri accanto al piccolo letto, la cara foto della madre sul comodino, il pennello da barba in bagno, il telefono con la rotella: tutto racconta il quotidiano del beato Pino Puglisi, nella sua abitazione, a Brancaccio. In più, c’è una reliquia, nella sala da pranzo, dal 15 dicembre del 2023. Qui, in questa piazzetta che adesso porta il nome di un martire, interessata da importanti opere di ristrutturazione, dove padre Puglisi visse e fu assassinato, l’emozione dei visitatori batte forte. Era il 15 settembre del ‘93, quando un uomo di Dio morì per mano dei killer di Cosa nostra a cui offrì l’ultimo sorriso. «Certo che Brancaccio è cambiata, da allora, come è cambiata Palermo, grazie anche al sacrificio di don Pino», dice Maurizio Artale, presidente del Centro “Padre Nostro”, che ha vivificato, con i suoi sforzi, i luoghi della memoria. Gli interventi, cominciati il primo di settembre, riqualificheranno lo spazio, sottraendolo al degrado. Sono previsti il rifacimento della pavimentazione, la piantumazione del prato, la creazione di una “agorà” per accogliere pellegrini, scolaresche e visitatori.

Artale aggiunge una postilla: «Ogni lunedì, l’impresa si trova impossibilitata a effettuare il proprio servizio a causa del mercatino rionale abusivo. Abbiamo avvisto chi di dovere, speriamo che ci sia un intervento, nel nome di una rinascita che non deve fermarsi». Nel febbraio scorso, la consegna dei lavori per l’asilo “I piccoli di Padre Puglisi”. La scuola nasce da un progetto del Centro, con la collaborazione di Reggio Children e con il contributo economico della Fondazione Giovanni Paolo II di Firenze e l’impegno del quotidiano Avvenire e dei suoi lettori. «C’è un chiaro percorso di crescita – dice ancora Maurizio Artale – che ha visto l’attenzione delle istituzioni. Brancaccio è piena di infrastrutture, grazie a quel seme che ha dato tantissimi frutti. Don Pino ci ha accompagnato, lo sentiamo vicino, soprattutto nei normali momenti di difficoltà».
Don Sergio Ciresi, responsabile della Caritas diocesana, da circa è un anno è parroco di Brancaccio, a “San Gaetano”. «Mi trovo benissimo – dice –. La comunità mi ha accolto a braccia aperte. L’essenziale è portare avanti la collaborazione con le associazioni, con le scuole e con le parrocchie limitrofe. Ho celebrato la Messa per strada, un modo per ricordare al quartiere che la Chiesa è vicina. La gente si affacciava dai balconi, commossa. Brancaccio, sì, è cambiata. Ma sconta ancora i tanti problemi delle periferie». Oggi Palermo vive il trentatreesimo anniversario dalla morte di questo martire. Sarà il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, a presiedere in Cattedrale la celebrazione eucaristica alle sei del pomeriggio. Al termine, sempre in Cattedrale, si terrà la presentazione del libro “Il Vangelo per le strade. Discorsi alla città di Palermo” (Ed. Il pozzo di Giacobbe) dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice.
Brancaccio è cambiata, con fatica e con speranza. Nella palazzina che accoglie la casa museo del beato Pino Puglisi, salendo per le scale, si accede prima all’appartamento del sacerdote, poi, allo spazio dedicato alle visite, ai video, agli incontri. Arriva un gruppo dell’Associazione nazionale “Case della memoria”, per lanciare “Spazi di Legalità – Luoghi di Libertà”, «la nuova rete nazionale – si legge sulla pagina Facebook – che prende avvio dalla Sicilia per tracciare una nuova geografia civile». «Così onoriamo la memoria di Puglisi e di tutti coloro che hanno lottato contro la mafia», spiega il presidente dell’associazione, Adriano Rigoli. Matilde Foti-Gurrieri, operatrice museale, esprime una commozione condivisa: «Avvertiamo un senso profondo, qualcosa che ci fa sentire siciliani e ci spinge a impegnarci con amore per la nostra terra». Oltrepassando l’ingresso della casa del beato, si coglie la dolcezza incrollabile della fede, sperimentata senza compromessi, mentre una risacca di memorie sfiora le piccole e immense cose di ogni giorno. Tutto racconta la permanenza di quel sorriso che non è mai andato via.

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Cos’è la verità?

Cos'è la verità?

Avvenire

Aula di tribunale. Un colonnello dei Marines siede al banco dei testimoni. Un giovane avvocato militare – la mano che trema mentre afferra il bicchiere d’acqua – lo incalza.
«I want the truth!»
«You can’t handle the truth!»
È il 1992. Codice d’onore. Aaron Sorkin scrive, Rob Reiner dirige, Jack Nicholson e Tom Cruise interpretano. L’American Film Institute collocherà quella battuta al ventinovesimo posto tra le cento più memorabili del cinema americano. Tradurla è impresa ardua: «Non sei in grado di sostenere la verità».
Sostenere. La verità ha un peso. E la sequenza che stiamo per ripercorrere è la cronaca di un’Umanità che, passo dopo passo, ha disimparato a reggerlo questo peso. La risposta urlata dal colonnello è metafora esatta del nostro tempo.
Duemila anni prima, in un’altra aula, il funzionario di un diverso e più antico impero interroga un differente imputato. Questa volta non urla. Si limita a porre una domanda. E, dopo averla posta, esce di scena. Senza attendere la risposta.
«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E subito: «Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”. E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei».

Rileggiamo. La domanda – forse la più alta che labbra umane possano formulare – viene pronunciata. Ma chi la pronuncia non attende la risposta.
Pilato non è un bugiardo. Il bugiardo – in qualche modo perverso – rende onore alla verità: la teme, la contraddice, la combatte. E per combatterla deve necessariamente prima conoscerla, profondamente. Pilato, invece, non fa nulla di tutto questo. Pilato è l’indifferente alla verità. Non la nega. Almeno non esplicitamente. La ignora, la tratta come questione non degna di attenzione. La considera irrilevante, inesistente in sé.
La storia lo ha ricambiato con un contrappasso sublime. Infatti, quel burocrate di provincia che voleva soltanto tornare a cena senza incidenti diplomatici è entrato nel Credo. Ogni domenica, in ogni lingua del mondo, un miliardo di persone pronuncia il suo nome: crucifixus sub Pontio Pilato. L’uomo che non attese la risposta è diventato la coordinata cronologica della salvezza. Lo scettico è il calendario del Mistero che si incarna nella storia.

Ma ritorniamo alla domanda iniziale: cos’è la verità?
È lungo, molto lungo e accidentato, il cammino di questa domanda nella storia dell’Umanità. Lungo almeno quanto il cammino della stessa storia dell’Umanità.
Percorriamone un tratto a grandi, grandissime linee.

Gli antichi greci le diedero un nome folgorante: Alétheia, da léthe, l’oblio, e da quell’alfa privativa che nega. Non-dimenticanza. Non-nascondimento. Dis-velamento. Per i greci la verità non è una costruzione. È, invece, ciò che sta sotto il velo e chiede di essere svelato. È ciò che sta all’origine e chiede di non essere dimenticato. Non si fabbrica. Si riceve. È dono da bramare, da cercare, da scoprire, da riconoscere, da accogliere, da vivere. Un dono che obbliga. Chi lo riceve deve portarne il peso.
Parmenide ne scrisse in versi, affidando a una dea il compito di indicare al mortale le due opzioni riservate agli uomini: quella della verità e quella dell’opinione. Aristotele ne darà poi la definizione minima e inarrivabile: dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è. Nulla di più. Nulla di meno.
Ma già prima di Aristotele, nella stessa Atene, era arrivato Protagora. Con lui si sovverte la prospettiva. «L’uomo è misura di tutte le cose». Otto parole che spostano il baricentro dell’universo dall’oggetto al soggetto, dalla realtà misurata con l’unità degli assoluti al metro che la misura con l’incertezza dei relativi. I sofisti non inseguivano la verità. Insegnavano a rendere forte il discorso debole. Erano – diciamolo – i primi consulenti di comunicazione della Storia. Si tratta di uno dei primi slittamenti sostanziali. Se la misura è l’uomo, il peso della verità da reggere diminuisce. Perché ciascun uomo si costruirà una verità a propria misura. La verità diventa fatto soggettivo (individuale o collettivo). Il resto fu cronaca. Atene impose la cicuta a Socrate. La folla, davanti a Pilato, scelse Barabba. In entrambi i casi decise una conta. La conta delle verità soggettive. La verità di rado vince nelle assemblee.
Poi vennero i Padri. E vennero con una durezza che oggi, a tratti, potrebbe imbarazzare. Tertulliano, nel De virginibus velandis, incide una frase che dovrebbe stare sul frontone di ogni aula: «Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem cognominavit». Il Signore nostro Cristo si è chiamato verità, non consuetudine. Una consuetudine, per quanto antica, se contraddice il vero, resta comunque errore, soltanto più autorevolmente vestito. Ogni epoca – la nostra più di tutte – è lastricata di false verità affermatesi per inerzia. È la legge del gregge. Consuetudine è ciò che fanno tutti. Verità è ciò che è. Le due cose quasi mai coincidono e la tensione che ne deriva resta costante, lacerante.
A questo proposito, Agostino, nel decimo libro delle Confessioni, si pone una domanda cruciale: perché la verità genera odio? La risposta è puntuale, precisa, chirurgica: gli uomini amano la verità quando risplende e la odiano quando li rimprovera. Amiamo la luce che ci illumina esteriormente. Detestiamo la luce che ci di-svela intimamente. Odiare la verità è il modo più antico per non doverla portare. Secoli dopo, la Scolastica tornerà sul punto. Anselmo definirà la verità come la «rettitudine percepibile alla sola mente». E Tommaso consegnerà al Medioevo la notissima formula dell’adaequatio rei et intellectus. Adeguamento della cosa e dell’intelletto. L’intelletto non genera il vero, lo sposa. E dietro l’adaequatio i medievali collocavano un assioma più radicale: ens et verum convertuntur. Essere e vero si scambiano. Ogni cosa è vera nella misura in cui è ciò che è stata fatta essere. Anche l’uomo. Soprattutto l’uomo.
Sul crinale della modernità si leva, infine, un ultimo testimone dell’ordine antico. Bacone, nel Novum Organum, compila il primo inventario delle nostre distorsioni cognitive: gli idoli della tribù, della caverna, del foro, del teatro. Quattro secoli prima delle neuroscienze e degli algoritmi di raccomandazione, il Cancelliere d’Inghilterra aveva già capito che la piazza – l’idolum fori – deforma la verità attraverso il linguaggio che vi circola. Previsione perfetta. Sbagliò soltanto il nome della piattaforma.
Ma si badi a ciò che Bacone non dice. Non dice mai che la verità è una costruzione. Gli idoli stanno nell’occhio di chi guarda, non nella cosa guardata: basta rimuoverli e il vero torna visibile, intatto, là dove è sempre stato. È ancora, per intero, la posizione dei Greci. E non sarà l’ultimo a sostenerla. La sosterrà Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume. La sosterrà Moore alzando le due mani davanti agli idealisti a dimostrare che il mondo esterno esiste. La sosterranno Russell e, per tutto il Novecento, il realismo tomista di Gilson e Maritain. Ma la sosterranno tutti da imputati. È questa la vera notizia: dopo Bacone la verità diventa una tesi da difendere in tribunale. Il vero non viene negato. Viene messo sotto processo.
Da qui in poi la modernità inclina definitivamente il piano. Lentamente. Deliberatamente. Catastroficamente, a mio avviso. E ad avviso di molti.
Vico compie il passo decisivo, e lo compie in buona fede: verum ipsum factum. Il vero è il fatto. Conosciamo davvero soltanto ciò che facciamo. Intenzione nobilissima – sottrarre la storia all’astrattezza – ed esito devastante: se il vero coincide con il fatto, allora chi fa, fa il vero. Kierkegaard aggiunse che la verità è soggettività, pensando all’appropriazione esistenziale, non all’arbitrio. Nietzsche taglia il nodo in un frammento postumo: non esistono fatti, soltanto interpretazioni. Il pragmatismo di William James rende operativo tutto il conseguente dispositivo: è vero ciò che funziona. Foucault chiude il cerchio: ogni società ha il suo regime di verità, e ogni regime i suoi produttori autorizzati.
Nessuno di questi passaggi, preso da solo, è insensato. E nessuno, preso da solo, era obbligato. Sommati, però, consegnano una civiltà che ha smarrito la differenza tra il vero e il verosimile.
Alla fine di questo percorso, eccoci al suo esito strenuamente perseguito: l’epoca della post-verità. Il termine non nacque nel 2016, quando gli Oxford Dictionaries la elessero parola dell’anno. Era già comparso il 6 gennaio 1992, sulle pagine di The Nation, per mano del drammaturgo serbo-americano premiato con l’Oscar, Steve Tesich, in un saggio intitolato A Government of Lies. E la sua tesi era ben più terribile di quella che oggi ripetiamo. Tesich non scrisse che siamo ingannati. Scrisse che abbiamo scelto di ingannarci. Che scegliamo ogni giorno di ingannarci. Che siamo diventati il prototipo di popolo che i mostri totalitari potevano solo sognare: i dittatori hanno faticato per sopprimere la verità, noi – da popolo libero e liberamente – abbiamo deciso di volere un mondo post-veritativo. La verità è diventata solo un fardello insopportabile. E abbiamo deciso di disfarcene. Volevamo essere più leggeri e ci siamo ritrovati schiacciati dal falso. «Non puoi reggere la verità!»
Prima l’abbiamo trovata pesante. Poi ingombrante. Infine, nemica. Non ci hanno rubato la verità, dunque. L’abbiamo consegnata. L’abbiamo sacrificata. La sacrifichiamo. Ogni giorno. E sacrificando la verità, senza accorgercene, sacrifichiamo noi, sacrifichiamo l’Umanità. Carnefici del vero. Carnefici di vera Umanità. Perché chi rinuncia alla verità non perde soltanto un’informazione. Perde la misura di sé. Anzi: perde sé stesso.
A conclusione di questo lungo ma insufficiente riepilogo, proviamo, allora, a rispondere noi alla domanda che uscì dalla stanza prima di avere una risposta. «Cos’è la verità?»
Iniziamo col dire che la verità è una Persona. La verità è Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. La Verità è il Figlio Unigenito del Padre che si è fatto carne nel seno della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. La Verità è lo Spirito Santo che procede con processione eterna dal Padre e dal Figlio. A immagine della divina Verità era stato creato l’uomo. Ma questi si è fatto falsità. La verità è la Luce eterna. La verità è la Vita eterna. L’uomo, invece, si è fatto tenebra e morte.
Questa verità, che è Persona, è al tempo stesso due verità. Che, a loro volta, sono, insieme, una sola verità. Queste due verità che sono una sola verità possiamo chiamarle: verità di creazione e verità di redenzione. La verità di creazione dice ciò che l’uomo è: non un’opinione su di sé, non un prodotto del relativismo, ma la sua costituzione, il disegno secondo cui fu pensato e plasmato a immagine della divina verità. L’uomo non ha una verità: l’uomo è una verità. E poiché quel disegno è immagine di un Dio che è Amore, la verità di creazione dell’uomo è, alla radice, una verità d’amore. L’uomo è vero quando ama. La verità di redenzione dice, poi, come l’uomo torna a essere ciò che è. Se l’uomo vuole ritornare nella sua verità di creazione, deve necessariamente passare per la verità di redenzione. E la verità di redenzione è solo Cristo Gesù. Che non indica la porta: è la porta. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato».
Oggi la menzogna minaccia entrambe queste verità. Dal loro venir meno dipende il venir meno di tutte le altre verità. Esse sono cadute per conseguenza, come cadono i rami quando si taglia la radice. Senza il recupero di queste verità non potrà esserci recupero di alcun’altra verità. Né scientifica, né giuridica, né economica, né politica, né antropologica. Ogni verità resterà inconsistente. Effimera. Illusoria. Fluida. Falsa. Artificiale.
È stato, ed è, largo, dunque, il sentiero che porta alla dissoluzione della verità. Stretta, invece, è la porta che riporta a essa. Ora la sequenza che abbiamo pazientemente ripercorso si lascia leggere per intero. Protagora che fa dell’uomo la misura, Vico che fa del vero il fatto, Nietzsche che dissolve i fatti in interpretazioni, il pragmatismo che li riduce a funzione, gli algoritmi che li generano per probabilità. Non si tratta di cinque errori diversi, bensì di cinque versioni del medesimo errore. Rientrare nella verità della creazione senza passare per la verità della redenzione. Rifarsi veri da soli. Ogni volta che la creatura ha preteso di essere il proprio redentore, ne è uscita più falsa e più sola. L’ultimo tentativo lo compiamo adesso, con una potenza di calcolo che nessun sofista avrebbe osato immaginare.
Non c’è scorciatoia. Non c’è via alternativa.
«Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero che erano discendenti di Abramo e non erano mai stati schiavi di nessuno. Risposta magnifica nella sua cecità. È la risposta di ogni uomo di ogni tempo, la nostra risposta, la risposta di una modernità convinta che la libertà sia il presupposto della verità. Gesù capovolge la prospettiva: chiunque commette il male è schiavo. Prima la verità, poi la libertà. Mai l’inverso. Chi pretende di essere libero per scegliere la propria verità ha già scelto la propria catena di schiavitù.
Resta, allora, una domanda che non possiamo non porci: se ogni uomo può ritornare nella sua verità di creazione solo passando per la verità della redenzione, come è possibile che oggi, contro la Parola di Cristo Gesù, molti suoi discepoli insegnino che quel ritorno si compia senza alcuna necessità di passare per la redenzione? Chi dice queste cose non condanna soltanto sé stesso: condanna il mondo intero a rimanere nella schiavitù della falsità, delle tenebre e della morte. Di una morte che potrebbe trasformarsi in morte eterna.
Perché senza Cristo l’uomo resta un uomo senza verità. Senza verità di creazione e senza verità di redenzione. E un uomo senza verità è, necessariamente, un uomo senza soluzioni. Non esiste rimedio alla mancanza di verità che non sia la Verità stessa. Perché la Verità che abbiamo perduto – e che possiamo riconquistare soltanto passando per la verità di redenzione fino a quella di creazione – non è un’idea. Non è un pensiero filosofico più o meno sofisticato. Non è un teorema, un principio, un sistema.
È Logos. È Persona. È Amore.
Amore: il cuore della verità.
«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui». Ecco l’intera risposta alla domanda di Pilato e la ragione per cui nessuna filosofia poteva formularla. Cristo Gesù è stato inviato dal Padre a rivelare e a incarnare il suo amore: questa è la verità, l’unica verità nella sua essenza. Siamo troppo figli di Aristotele, di Platone e di qualche altro filosofo, quando concepiamo la verità come qualcosa a sé stante, indipendente dall’uomo. Dio non è un’idea da scoprire, da afferrare, da interpretare, da presentare in un linguaggio più o meno involuto o impossibile da comprendere. Dio è amore. E chiunque voglia parlare di Dio lo deve fare nel linguaggio dell’Amore, il linguaggio della vita, non quello delle idee.
È qui che si misura la differenza infinita tra Cristo e ogni altro maestro che l’Umanità abbia ascoltato. In Lui la verità si è fatta amore. Egli ha fatto la verità perché ha amato. Se non avesse amato, la sua sarebbe stata una verità filosofica e non divina: avrebbe comunicato agli uomini ancora una volta qualcosa di enigmatico, ma non avrebbe salvato l’uomo. Sarebbe stato un pensatore tra i tanti, e la sua parola riposerebbe oggi accanto a quella dei grandi filosofi di ogni tempo, discussa nelle aule e impotente nella vita. Invece ha dato la vita non per affermare un’idea, ma per amore. Un amore concreto, crocifisso: l’amore di chi lava i piedi e annienta sé stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce.
Al di fuori dell’amore non c’è verità. Solo l’amore salva. Solo l’amore si rende credibile. Solo amando si è nella verità. Chiunque annunzi una verità che non è amore è falso. Il cristiano che non ama, che non si offre, diviene il più grande falsario che la storia abbia conosciuto.
L’Armonauta, dunque, si propone di non uscire dalla stanza prima di aver ascoltato la risposta che illumina. Per conoscere l’ordine preciso delle cose e per assumerne interamente il peso. Non pretende di rifarsi vero da sé: si sa creatura ferita e sa che l’unica via del ritorno è Colui che è la Verità. E sa che quel peso si regge in un modo solo. Amando. Perché il giogo della verità è dolce e il carico leggero soltanto per chi ama. Alla Madre di Dio, che concepì nella carne la Verità e la portò in grembo, chiediamo di partorirci alla verità. Non a una nostra verità. Alla Verità. Alla Verità che è Amore.

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In Sassonia-Anhalt l’ultradestra vuole abolire la tassa che ogni cittadino credente versa per finanziare le attività pastorali, tra cui il cosiddetto asilo ecclesiastico, che garantisce protezione temporanea ai rifugiati. La diocesi di Magdeburgo: «Attenti, sono possibili perdite finanziarie anche per i bilanci federali. L’odio non è un buon consigliere»

In Germania l'AfD ha dichiarato guerra alle Chiese. Ecco i servizi a rischio

AfD, in Sassonia-Anhalt, va allo scontro con le Chiese cattolica ed evangelica. Nel suo programma, l’AfD ha annunciato l’intenzione di vietare l’asilo ecclesiastico nel land e di chiamare le Chiese a risponderne finanziariamente. Inoltre, il candidato ministro-presidente della destra ultranazionalista, Ulrich Siegmund, intende abolire la “Kirchensteuer” nel land, la tassa che versa ogni cittadino credente, utilizzata per finanziare le attività delle diocesi. Alternative für in Deutschland ha già introdotto nel suo programma al livello federale «l’impegno ad abolire la riscossione statale di tale tributo». Attualmente, infatti, è l’amministrazione finanziaria dello Stato a riscuotere l’imposta per conto delle Chiese. Secondo l’AfD, «questo privilegio grava sull’amministrazione e non è più giustificato. Le Chiese possono riscuotere autonomamente le quote associative, proprio come fanno le altre associazioni». Tuttavia, la realizzazione di tale proposta avrebbe ripercussioni negative sul bilancio del land, dato che lo Stato si fa retribuire dalle Chiese evangelica e cattolica di Germania per il servizio di riscossione. «Per il bilancio della Sassonia-Anhalt, la mancata riscossione dell’imposta ecclesiastica comporterebbe una perdita annua di due milioni di euro», avverte Mattias Bethke, responsabile dell’Ufficio cattolico della Sassonia-Anhalt che ha sede nella diocesi di Magdeburgo. Il suo giudizio sui piani dell’AfD in Sassonia Anhalt sulla questione Kirchensteuer è netto: «L’odio non è certo un buon consigliere in fatto di politica fiscale».

Per la diocesi di Magdeburgo, che dispone di risorse finanziarie limitate, i piani di politica finanziaria dell’AfD potrebbero mettere a rischio la vita ed il sostentamento della stessa diocesi. Secondo il vescovo Gerhard Feige, i contributi statali costituiscono attualmente il 20 per cento del bilancio diocesano: «Se l’AfD dovesse effettivamente attuare i propri propositi, non saremmo più in grado di gestire parrocchie, centri di formazione e servizi sociali come facciamo ora».
In Sassonia-Anhalt vivono circa 300mila cristiani di confessione evangelica e cattolica: 235mila evangelici e 66mila cattolici. I rappresentanti di AfD hanno spesso accusato le «Chiese, finanziate tramite l’imposta ecclesiastica di essersi spesso allontanate dalla missione cristiana e di agire invece soprattutto in ambito di politica sociale». Per questo motivo le Chiese, «non possono rivendicare la riscossione della Kirchensteuer per svolgere attività che non sono di loro pertinenza». AfD, al livello federale e nei land, critica soprattutto l’aiuto che offrono a migranti e richiedenti asilo. Le Chiese in Germania concedono il cosiddetto “asilo ecclesiastico”, ovvero la concessione di una protezione temporanea all’interno di una struttura di una diocesi cattolica o di una Chiesa evangelica a un rifugiato che, per esempio, rischia l’espulsione. Le comunità religiose offrono ospitalità ai richiedenti asilo qualora ravvisino situazioni di grave disagio umanitario e si adoperano presso l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati affinché il caso venga riesaminato. Di fronte alla possibilità che l’AfD assuma il governo in Sassonia-Anhalt, la Chiesa evangelica della Germania centrale (Ekm) ieri ha annunciato la volontà di chiedere l’aiuto a diocesi in altri land. «Non escludo che saremo costretti a trasferire i migranti: la polizia potrebbe presentarsi alla porta per prelevare le persone», ha sottolineato con preoccupazione il vescovo evangelico, il teologo Johann Friedrich Kramer.
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