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Svizzera-battesimi adulti: accoglienza e discernimento

battesimo

di: Lorenzo Prezzi in Settomana News

Anche la Svizzera conosce una crescita dei catecumeni adulti e relativi battesimi come in altre aree europee occidentali. Nell’insieme del paese si parla di alcune centinaia.

Il vescovo di Losanna, Charles Morerod, ha riflettuto sul fenomeno nella sua rubrica “parole del vescovo” (1° maggio).

Nella sua diocesi si è passati da 20-25 casi a quasi 80 in quest’ultimo anno. Provenienti dai ceti sociali più diversi e con età prevalentemente giovanili, coloro che chiedono il battesimo manifestano una ricerca interiore di pace, solidarietà, comunione e sicurezza di riferimenti.

Lo spessore critico delle domande si accompagna all’estraneità al patrimonio religioso un tempo condiviso. «La loro conoscenza del cristianesimo è spesso molto lacunosa al punto che faticano a parlarne perché manca loro la cultura specifica (e il vocabolario), oppure hanno acquisito elementi che non sanno come collegare in una visione d’insieme […] Nella nostra società diversificata e frammentata come accogliere persone che arrivano con storie e domanda così diverse? Non possiamo lasciarli semplicemente ai loro quesiti: dobbiamo annunciare loro la fede. E farlo in maniera da permettere una risposta personale per aderire in libertà, tenendo conto dei loro percorsi di vita. È quindi necessaria una risposta personalizzata perché imporre da subito un insieme di formule per loro incomprensibili non permetterebbe una risposta libera all’amore di Dio. Nello stesso tempo, è necessario introdurli alla proclamazione del credo per il quale alcuni credenti hanno dato la vita e quindi rispondere all’amore di Dio che si rivela».

Una trasmissione della fede che richiede nelle comunità una testimonianza della serietà e della pluralità dei vissuti credenti. «Un elemento cruciale è la possibilità, per quanti si avvicinano, di rispettare la loro libertà fino ad offrire loro l’opportunità di capire, perché potrebbero cercare una guida altrove».

Citando John Henry Newman e il suo assoluto rispetto della coscienza altrui, riafferma la gioia di accogliere le domande dei catecumeni e la loro ricerca di fede, sapendo che solo la libertà è garanzia di una fede adulta e profonda. «Stiamo attenti a che le persone che oggi accogliamo non debbano andarsene più avanti dicendo di essersi trovati in una setta».

La breve riflessione del vescovo indica la consapevolezza del fenomeno di un rinnovato interesse per la fede anche in un contesto dove la secolarizzazione procede. Lo stimolo dei nuovi catecumeni suggerisce un rinnovamento delle comunità, l’invenzione di nuove ministerialità (gli accompagnatori) e la disponibilità di ascoltare quanto lo Spirito suggerisce alla Chiesa.

I cattolici e la cultura democratica

Discorso alla città

di: Paola Zampieri in Settimana News

Potere e pensiero, autorità e partecipazione, laicità e diritti, libertà e verità, politica ed etica, giustizia e dignità, persona e servizio, solidarietà e sussidiarietà: sono alcune delle sfaccettature del binomio che lega l’esperienza cristiana e la cultura democratica, emerse nel convegno “Cristianesimo e democrazia” proposto dalla Facoltà teologica del Triveneto a Padova il 29 aprile 2026.

Un rapporto complesso, che è stato indagato con il contributo del giornalista Giampiero Gramaglia, del sociologo Roberto Francesco Scalon, del filosofo Rocco D’Ambrosio, dello storico Stefano Dal Santo, del giurista Gianfranco Maglio e del teologo morale Bruno Bignami, che, all’analisi della situazione, hanno unito aperture su possibili percorsi di riconciliazione tra fede autentica e partecipazione democratica.

Girolami: per ripensare la presenza cristiana nella società odierna
Dare “a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, come disse Gesù, fu il primo passo per l’affermazione della laicità dello stato e di una mentalità nuova con la quale bisogna vedere il potere umano, che non trova la sua sorgente nella divinità.

A dirlo è stato il preside della Facoltà teologica del Triveneto, Maurizio Girolami. «In America del Nord palesemente, ma anche in altri luoghi del globo – ha affermato Girolami – i capi delle nazioni non raramente si ammantano di elementi religiosi per confermare le proprie posizioni di potere. Non di rado, purtroppo, anche gli stessi capi religiosi, pure nel cristianesimo come accade in Russia, hanno favorito la percezione sociale di un’influenza divina su chi esercita un potere politico in una nazione».

Circa la democrazia, Girolami ha citato la frase dell’apostolo Paolo: “né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna”. «Di fronte a Cristo e al dono della sua salvezza – ha chiosato – le distinzioni di carattere etnico, sociale e sessuale non possono diventare motivi di esclusione e di marginalizzazione di alcuno. Il che vuol dire che non possono essere criteri o elementi caratterizzanti la vita cristiana i nazionalismi etnici, i tribalismi familiari e le affermazioni di superiorità di genere. Oggi si parla molto di patriarcato, ma non meno intollerabile è la volontà di eliminare la distinzione sessuale biologica».

La partecipazione giovanile inaspettata all’ultimo referendum in Italia – ma anche alle elezioni in Ungheria – ha fatto toccare con mano la passione per la vita della nazione. «C’è voglia di partecipare alla vita pubblica, a partire dalla Costituzione – ha sottolineato Girolami – che da 80 anni è la bussola e la guida delle istituzioni della Repubblica». «È inaccettabile – ha proseguito – che rappresentanti di istituzioni democratiche accolgano nel loro linguaggio volgarità, disprezzo, delegittimazione, insulti, espressioni assolutiste, tiranniche, con un linguaggio fatto di minacce di distruzione ed eliminazione, facendo perdere credibilità e nobiltà al ruolo di chi deve rappresentare una istituzione. Qualcosa nella vita democratica di un paese, evidentemente, è da rivedere». «Compito della teologia – ha concluso – è ascoltare la vita, ma anche dare gli strumenti perché la realtà sia compresa nella sua complessità, amata nella sua bontà e servita per essere feconda».

Gramaglia: consensi al papa e voti a chi ne ignora le parole
«Dobbiamo purtroppo osservare che il mondo cristiano, il quale, specie dopo la seconda guerra mondiale, è stato all’avanguardia – in quello che, fino a poco tempo fa, era l’Occidente – nell’affermare i valori della democrazia, del rispetto dei diritti umani e sociali, della cooperazione internazionale, tende, oggi, in alcune sue componenti, evangeliche, ortodosse e pure cattoliche, a limitare o a negare quei valori e a praticare il primato della forza sul diritto».

Il giornalista Giampiero Gramaglia ha posto in evidenza che «sono – è vero – scelte di singoli leader, ma di leader che godono di sostegno popolare – e in Russia anche ecclesiale – in Paesi culturalmente e religiosamente cristiani, nel mondo dagli Stati Uniti alla Russia, in Europa dalla Germania all’Italia passando per l’Ungheria». Viene da pensare che il cristianesimo, «valido corroborante della democrazia e del rispetto dei diritti umani e sociali, sia ora divenuto un viatico al tramonto della democrazia, contro le parole e l’operato degli ultimi pontefici, papa Francesco e papa Leone XIV, che, anche per la loro provenienza, rappresentano istanze ben diverse del collegio cardinalizio».

Abbiamo vissuto buona parte del XXI secolo in un contesto in cui «applausi e consensi andavano al papa di turno e i voti invece a chi ne ignora le parole. Nelle ultime settimane, – ha proseguito Gramaglia – anche il freno del rispetto per il papa è venuto meno nelle parole del presidente USA Donald Trump e del suo vice, il convertito cattolico JD Vance, uno che ti fa pensare che le pecorelle smarrite talora è meglio se lo restano».

Il giornalista ha ricordato che, nella prima metà del XX secolo, i “grandi Satana”, da Hitler a Stalin, senza dimenticare Mussolini, erano leader che non ammantavano di sacralità le loro scelte. «I “grandi Satana” di questo scorcio di XXI secolo, quelli già ricercati per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, come Putin e Netanyahu, e quelli che dovrebbero esserlo, come Trump e la leadership iraniana che massacra il proprio popolo, sono invece leader che si presentano come gli “unti del Signore”, quando non si identificano loro stessi con il Messia, e che poggiano il loro potere, anche quando democraticamente conferito, sul fondamentalismo religioso delle loro basi – è vero negli USA come in Israele».

In Europa, in Italia e in Germania, nel dopoguerra, leader cristiani come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer hanno saldamente ancorato i loro Paesi ai valori della democrazia e i loro successori hanno mostrato adesione ai diritti dell’uomo e alla cooperazione e al diritto internazionale. «Ma non altrettanto si può dire dei loro ultimi epigoni: in Germania, la CDU rincorre la risorta estrema-destra neo-nazista sul terreno del populismo: in Italia, la destra che si presenta con il rosario in mano predica sicurezza come alternativa alla solidarietà».

Scalon: la religione come prima istituzione democratica
Con un contributo sul terreno sociologico Roberto Scalon (sociologo, Università di Torino) ha proposto la tesi generale secondo cui «esiste una proporzionalità diretta tra le possibilità che una democrazia liberale si costituisca e persista stabilmente e la presenza, nella sua società civile, di una quota relativamente significativa di cristiani, e in particolare di cattolici; cioè di individui (ovvero di una comunità di individui) effettivamente animati da una semplice e profonda fede e identità cattolica e capaci, di conseguenza, di agire nella società civile e politica in modo tendenzialmente coerente rispetto a tale appartenenza».

Con un costante riferimento alla prospettiva di Alexis de Toqueville (1805-1859) nel suo studio sulla democrazia in America, Scalon ha spiegato perché la religione facilita l’uso della libertà: «La religione sottrae l’esercizio della libertà ai registri dell’arbitrio e della forza e lo inscrive nel registro veritativo e morale, orientandolo e attivandolo secondo un criterio oggettivo: usare la libertà per agire nella società promuovendo il vero, il bene e il giusto declinati in senso evangelico. Che poi è l’essenza di quella che – idealmente da papa Leone XIII (1878-1903) in poi, con riferimento alla fattispecie della società moderna – si chiama dottrina sociale della Chiesa o dottrina sociale cattolica».

Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, «non solo ha una particolare affinità con la democrazia, ma costituisce anche la premessa più favorevole affinché la democrazia si affermi in una configurazione liberale. La democrazia liberale, infatti, per Tocqueville è l’unica democrazia autentica».

Nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, la massima idealità collettiva, l’uguaglianza, e la massima idealità individuale, la libertà, vanno a sintesi in modo insuperabile. Ciò fa del cristianesimo, cioè del cattolicesimo, la prima istituzione politica in America, secondo Toqueville. «Dalla matrice teologica cattolica scaturisce una società democratica di tipo comunitario che possiamo anche, e molto più efficacemente, definire relazionale, solidale e sussidiaria (tutte parole chiave della pensiero/dottrina sociale cattolico/a)».

Considerando che la Rivoluzione francese, nelle sue intenzioni più pure e autentiche, non fa che scommettere sull’individuo che pensa la politica e lo stato come strumenti primari della responsabilità individuale ordinata al bene comune, Scalon conclude che «la vera democrazia liberale costituisce la realtà emergente che scaturisce dal superamento, ovvero dal risolversi, dell’opposizione dinamica tra Cristianesimo e Illuminismo, in forza della quale il cattolicesimo si configura come prima istituzione politica, cioè democratica. Ma attenzione: questa opposizione dinamica si risolve in tal senso se – e solo se, cioè a condizione che – gli elementi che la compongono siano il vero Cristianesimo e il vero Illuminismo».

D’Ambrosio: abituare i cattolici a pensare politicamente
«L’Italia oggi ha una delle pratiche democratiche più critiche al mondo» ha affermato Rocco D’Ambrosio (filosofo, Pontificia Università Gregoriana), presentando un quadro della salute del sistema democratico, a livello nazionale e internazionale. «Secondo il Democracy Index 2025 stilato dall’Economist Intelligence Unit sullo stato della democrazia nel mondo, ci classifichiamo al 37° posto su 167 Paesi, con un punteggio di 7,6 su 10, collocandoci nella categoria delle “democrazie imperfette” (flawed democracies). Si tratta del gradino precedente i regimi ibridi e i regimi autoritari – ha specificato –. L’Italia ha registrato un trend negativo, perdendo posizioni rispetto all’anno precedente, con cali specifici nella cultura politica e nelle libertà civili, a fronte di un miglioramento nella funzionalità di governo. La libertà di stampa, negli ultimi quattro anni, è peggiorata sensibilmente e questo è un problema gravissimo».

Ragionando su come i cattolici italiani possano pensare nuove strategie di testimonianza e di intervento politico, D’Ambrosio ha affermato che «occorre innanzitutto sconfiggere il pregiudizio verso la politica, il “problema” del partito, per così dire. L’etica dei cattolici in politica è al di là degli schieramenti: non esiste un partito che incarni tutto ciò in cui crediamo, ma la medesima fede cristiana può condurre a impegni in ambiti differenti».

I cattolici sono chiamati a lavorare per ridare un’etica, sia costituzionale che di ispirazione cristiana, al nostro paese. «Bisogna pensare alla coerenza dei politici e non all’appartenenza» ha ribadito.

Sulla base di una nota del Dicastero per la dottrina della fede circa l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, sono state richiamate alcune esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili: no all’aborto e all’eutanasia; tutela dei diritti dell’embrione umano; tutela e promozione della famiglia; libertà di educazione; tutela sociale dei minori; liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù; diritto alla libertà religiosa; sviluppo per un’economia al servizio delle persone e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà; promozione della pace; cui si aggiunge la tutela dell’ambiente promossa da papa Francesco con l’enciclica Laudato si’.

Allargando lo sguardo al mondo e considerando l’utilizzo dei media e dei social, D’Ambrosio ha, infine, evidenziato il pericolo della privatizzazione del pubblico nei campi dell’IA, dei big data, l’accesso a informazioni che vengono utilizzate per il controllo e la previsione dei comportamenti, declassando le persone a dati di consumo.

A conclusione, ha ripreso il pensiero di Giuseppe Lazzati: «I valori della libertà, della giustizia, della pace, cercano delle guide. Purtroppo ne troviamo poche, ma questo dipende dal fatto che non abbiamo abituato i cattolici a pensare politicamente».

Dal Santo: lo scontro-incontro tra Chiesa e democrazia
Un excursus nella storia della Chiesa e dei suoi rapporti con la realtà della democrazia in Europa, dalla Rivoluzione francese alle soglie del Concilio Vaticano II, è quanto ha offerto Stefano Dal Santo (storico, Facoltà teologica del Triveneto). «Lo scontro-incontro avviene su due aspetti principali: l’origine dell’autorità in democrazia (da Dio o dal popolo) e, di gran lunga più importante, la questione delle libertà democratiche e del loro fondamento» ha spiegato. La vicenda si sviluppa in quattro atti.

Il primo è lo scontro e la condanna (dal 1789 per quasi tutto il XIX secolo) per l’irruzione nella storia dei principi democratici contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Le libertà moderne – liberté, égalité, fraternité – per papa Pio VI sono contro la verità, sono senza Dio. «Finiva in Francia, il più antico stato cristiano in Europa, la Christianitas, la società cristiana; i principi rivoluzionari scalzavano le fondamenta sulle quali la società cristiana aveva poggiato fino a quel momento».

Il secondo atto si consuma sotto il pontificato di Leone XIII, a cavallo tra Otto e Novecento: la condanna resta, ma cambia l’approccio: si cerca di approfondire, distinguere, argomentare. «Nell’ambito politico e culturale prevale la linea della distensione e del rilancio: si cerca una strada per porsi in relazione con diversi sistemi politici».

Nel terzo snodo, dopo la Prima guerra mondiale, la condanna persiste, però si tenta di costruire un progetto alternativo di società cristiana, sulle ceneri della guerra e della società liberale. «Pio XI, fino al 1931, incoraggiato dalla firma dei Patti lateranensi, coltivò pure l’illusione di servirsi del fascismo per la costituzione di uno stato cattolico, salvo staccarsene una volta rivelatosi il volto totalitario del regime».

Di qui l’ultimo atto, dagli anni Trenta al Secondo dopoguerra, che vide lo scontro con i totalitarismi (tutti), nazista, fascista e comunista e portò all’incontro (parziale) con i diritti umani, le libertà moderne, la democrazia. «Rispetto alle istanze e ai problemi insiti nella democrazia entrata nel mondo occidentale con la Rivoluzione francese, la Chiesa ha attraversato molti passaggi. E altra strada ancora – ha concluso Dal Santo – avrebbe velocemente percorso da lì in poi, con il pontificato giovanneo, il Concilio Vaticano II e il magistero dei papi successivi rispetto ai problemi che su questo fronte rimanevano ancora aperti, in particolare riguardo alla libertà religiosa, snodo centrale dei diritti dell’uomo, che la dichiarazione Dignitatis humanae avrebbe fondato non sull’indifferentismo religioso, in opposizione alla verità, ma sulla dignità della persona umana».

Maglio: il contributo cristiano all’idea democratica
Di una democrazia connaturata alla visione cristiana ha parlato Gianfranco Maglio (giurista, Facoltà teologica del Triveneto), spiegando che «democrazia laica e fattore religioso possono certamente convivere con reciproco vantaggio e in questo ambito l’etica sociale cristiana, nonostante la forte crisi della pratica religiosa, conserva un peso importante nella coscienza civile, come riferimento valoriale e culturale. E in questo senso si può parlare di una laicità positiva o collaborativa».

All’interno dello stato democratico, che si ispira ai valori del dialogo e della partecipazione, si pone il cosiddetto “principio di laicità”, indubbiamente di derivazione cristiana a partire dal celebre discorso di Gesù di dare a Cesare e Dio ciò che ad entrambi spetta. «Il principio di laicità distingue spazi di competenza fra la società civile e quelle religiose (tenendo conto che l’interconfessionalità è oggi, nel nostro occidente, una realtà) ma, lungi dal contrapporle radicalmente, ne auspica la collaborazione e, al riguardo, la nostra tradizione cristiana è portatrice di contenuti etici che aiutano lo stato a muoversi coerentemente con quei valori di libertà e di giustizia che risultano ineludibili. Certi diritti inalienabili dell’uomo sarebbero difficilmente difendibili al di fuori di una consolidata tradizione cristiana che ha contribuito ad affermarne il carattere sacro».

Laicità e sentimento religioso, lungi dal contrapporsi, sono in realtà in un rapporto di proficua correlazione e collaborazione. «È opportuno evitare l’errore, che sovente si è fatto, di interpretare in senso ideologico il principio di laicità, ponendo in secondo piano il suo significato metodologico che consente di attuarlo all’interno di una dialettica aperta e tollerante, nel dialogo fra società civile e società religiosa, fra cittadini credenti e non credenti e fra ragione e fedi. Se è vero che lo stato, quale superiore punto di convergenza della socialità, non può arrogarsi il possesso di alcuna verità assoluta, esso ha tuttavia il compito di realizzare storicamente le condizioni per il bene comune e, per far questo, ha bisogno di un orizzonte di valori che sono poi, in ultima analisi, quelli propri delle persone umane».

Quanto al rapporto d’implicazione, molto spesso evocato, fra laicità e processo di secolarizzazione, «occorre fare molta attenzione alle facili semplificazioni che portano ad accentuare la separazione fra ordinamento civile e società religiosa: la realtà contemporanea sembra ormai collocarsi in un’ottica che va decisamente oltre la secolarizzazione e, in tal senso, è diffuso il riferimento a una società propriamente definita post-secolare, all’interno della quale diventa fisiologico il dialogo aperto fra tutti i saperi, compresi quelli religiosi».

Bignami: coltivare il pensiero per una politica generativa
«Spesso la politica preferisce i fans ai pensatori». Ha esordito con queste parole Bruno Bignami (teologo morale, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana). «Un pensiero puramente gestionale e amministrativo senza un pensiero di cultura politica è destinato a fallire – ha affermato –. I problemi nascono quando le persone smettono di pensare. Ciò brucia alla radice ogni possibilità di speranza. L’assenza di pensiero ha come esito frasi di dura contrapposizione, slogan, atteggiamenti standard. Il nazismo si è nutrito di un pensiero infarcito di slogan semplificatori. Così è successo in molte autocrazie o regimi dittatoriali. L’antidoto è coltivare il pensiero».

Il pensiero è generativo, la politica è generativa, quando fa sì che la società si rinnovi e lo faccia grazie alla partecipazione attiva delle persone, a partire dagli ultimi. «Non servono leadership di persone sole al comando, perché replicano yes man e generano sudditi. In prima battuta sembra guadagnarne un decisionismo che supera la prova della velocità, ma non si attivano processi relazionali in grado di far crescere e sviluppare le comunità».

Il cristianesimo deve poter chiedere alla politica di esplicitare i modelli relazionali sottostanti, di mostrare come questi impattano sugli ultimi, sulle famiglie, sulla città, sui quartieri e sui territori.

Dietro la celebre affermazione di Gesù circa ciò che va dato a Cesare o a Dio – ha sottolineato Bignami – ci sta il riconoscimento dell’autorità politica e la sua contemporanea desacralizzazione. «C’è una politica che addomestica la vita ecclesiale con i beni, i privilegi e la ricchezza in cambio di una rivisitazione dell’universalismo della salvezza cristiana. Tre passaggi presenti nel magistero sociale a partire dagli anni Sessanta sono cruciali: Pacem in terris di Giovanni XXIII ha proposto una universalizzazione dei diritti; Populorum progressio di Paolo VI ha rilanciato il principio della destinazione universale dei beni come criterio di fraternità universale; Laudato si’ di papa Francesco ha esteso la responsabilità alla cura del creato includendo un legame inclusivo con tutte le creature opera di Dio. Proprio intorno a questi temi il potere oggi ammalia e addomestica. Offre privilegi in cambio di silenzio sui diritti, sulla fraternità e sull’ecologia integrale».

La Chiesa non è un agente politico, ma invita i credenti alla realizzazione di una società animata dal Vangelo, segnata dalla centralità della persona, dalla valorizzazione dei suoi diritti e dal rispetto della giustizia sociale. «La Chiesa non rinuncia alla collaborazione ma la consegna ai laici e la credibilità della fede cristiana si misura nello stile attraverso il quale ci si prende cura del mondo».

Arte Vaticano alla Biennale: un giardino
per vedere la voce

Il Vaticano alla Biennale: un giardino
per vedere la voce
di Alessandro Beltrami
Il progetto “L’orecchio è l’occhio dell’anima”, a Venezia, raduna musicisti e poeti attorno alla mistica e al canto di Ildegarda

Avvenire

Si intitola “L’orecchio è l’occhio dell’anima” il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, e prende il nome da una espressione di Alexander Kluge, lo scrittore e regista tedesco scomparso nel marzo scorso a 94 anni, che rielabora l’eredità di Ildegarda di Bingen, attorno alla quale ruota l’intero progetto. Il cardinale José Tolentino de Mendonça ne riassume così il senso: «Tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite». È il filo che lega un padiglione costruito non sull’immagine ma sull’ascolto, dentro la Biennale di Koyo Kouoh che chiede di rallentare il passo.
Il progetto, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, si divide in due sedi tra loro complementari. A Cannaregio, nel Giardino Mistico dei carmelitani, il padiglione assume la forma di una «preghiera sonora»: una accuratissima topografia dell’ascolto àncora allo spazio le nuove opere – costruite a partire dalle composizioni di Ildegarda – commissionate a una costellazione di musicisti, poeti e artisti, tra cui Brian Eno, Patti Smith, Meredith Monk, Caterina Barbieri, Jim Jarmusch, Terry Riley, Kali Malone, così che il camminare, il sostare, persino semplicemente un passo di lato o voltarsi in una direzione costruiscono un’esperienza di paesaggio sonoro denso e stratificato, cangiante, dai confini felicemente labili. Soundwalk Collective ha inoltre costruito uno strumento che “legge” il giardino in tempo reale e ne trasforma gli elementi, dagli insetti all’attività bioelettrica delle piante, in parametri che modellano lo scenario acustico. Il giardino e la musica crescono e fioriscono insieme, sinfonicamente.
A Castello, nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice, il registro cambia. Qui il padiglione diventa uno scriptorium contemporaneo, con i testi di Ildegarda, i libri d’artista di Ilda David’, i progetti di Tatiana Bilbao per un nuovo monastero e l’ultima opera di Kluge, completata prima della morte, 12 Stations to Hildegard of Bingen , composta da frammenti di testi, immagini, suggestioni. Nei momenti prescritti, infine, risuona la liturgia delle ore cantata dalle benedettine dell’abbazia di Eibingen, fondata nel 1165 dalla badessa dottore della Chiesa.
Ildegarda negli ultimi anni è stata tirata per il velo da neosciamanesimi, femminismi, brodami new age. Il progetto, indice di una committenza forte e consapevole, lascia libertà estetica agli artisti, cura che il contenuto non tradisca la figura e insieme ne esalta la complessità. Il contenuto del padiglione resta così cristiano, in piena sintonia con il Giardino carmelitano, costruito sulle tappe del Castello interiore di Teresa d’Avila. L’apice del percorso è costituito dalla cappella dell’Immacolata, all’interno della quale Patti Smith legge una sua poesia, altissima, sulla verginità di Maria. Non solo. Le arti nel cristianesimo hanno sempre avuto una dimensione apocalittica, dando forma al desiderio di affrontare a livello sensibile il contenuto metafisico della fede. Erano apocalittiche le visioni di Ildegarda, proiettate dentro le meccaniche del mistero di Dio, della natura e dell’uomo – una mistica che sarebbe stata accantonata dalla rivoluzione di Francesco, ancorata nella storicità di Cristo. L’esperienza del Giardino riprende quella tradizione, amplifica – letteralmente – la viriditas , la verdeggiante forza vitale ildegardiana, aggiunge nuove dimensioni al paràdeisos carmelitano, al cui centro c’è un albero cristologico (le aiuole ai lati ospitano grano e vite), sotto le cui fronde sentiamo le lunghe note d’organo di Kali Malone. C’è persino un richiamo, significativamente involontario, all’Apocalisse nel titolo stesso del padiglione, ossia al passo in cui Giovanni si volta «per vedere la voce» che parla con lui (Ap 1,12), con una crasi vertiginosa dei sensi che esprime la totalità dell’esperienza. Nel padiglione, dove il suono si fa spazio e lo spazio suono, si ascolta a occhi aperti. E in questo senso emerge la continuità con il progetto nel carcere della Giudecca, solo in apparenza lontanissimo. Entrambi si fondano su un’esperienza profonda di ascolto e di risonanza. Ed entrambi sfuggono al rumore del “mondo”, impossibili come sono da tradurre in un post sui social. Richiedono di essere vissuti, custoditi e amati perché parlano al silenzio.

Claude Shannon e la Chiesa: quando trasmettere norme non basta per comunicare la Vita

Claude Shannon, quando comunicare non basta

Una recente riflessione su Avvenire celebra la figura di Claude Shannon, il genio che ha definito matematicamente cos’è l’informazione. Tuttavia, Shannon stesso sapeva che trasmettere un segnale senza errori non equivale a trasmettere un significato. Questa lezione è quanto mai attuale per la Chiesa di oggi: possiamo avere canali di comunicazione perfetti, documenti ineccepibili e strutture efficienti, ma se il “messaggio” non tocca la carne e il vissuto delle persone, la comunicazione fallisce. Il rischio è quello di diventare trasmettitori di una dottrina che non si fa più “senso” per l’uomo contemporaneo.

Questa discrepanza tra segnale e significato è ciò che i sacerdoti sposati sperimentano da decenni. L’istituzione continua a trasmettere il “segnale” della norma del celibato come valore assoluto, ma questo messaggio arriva spesso come un “rumore” incomprensibile a chi vede la sofferenza di comunità senza pastori e la ricchezza di carismi sprecati. Comunicare significa “mettere in comune”, e la Chiesa non può comunicare davvero se stessa se esclude dal suo linguaggio l’esperienza dell’amore coniugale e della paternità vissuta dai suoi sacerdoti.

Per superare le “interferenze” che bloccano il dialogo tra la gerarchia e i sacerdoti sposati, occorre tornare alla lezione di Shannon: ridurre il rumore. Il rumore, in questo caso, è fatto di pregiudizi storici, chiusure burocratiche e paura del cambiamento. Solo una comunicazione che accetta la sfida del significato può ricostruire il legame tra la norma e la vita. La riammissione dei sacerdoti sposati non sarebbe solo una riforma tecnica, ma un atto di comunicazione profonda: il segno che la Chiesa riconosce nel vissuto quotidiano dei suoi figli un canale privilegiato per trasmettere l’unico messaggio che conta, quello del Vangelo incarnato.

Tag: Claude Shannon, Teoria dell’informazione, Avvenire, comunicazione ecclesiale, sacerdoti sposati, filosofia della scienza, rinnovamento Chiesa

Addio al Cardinale Emil Paul Tscherrig: una vita al servizio del dialogo e della diplomazia

Le esequie del cardinale svizzero Emil Paul Tscherrig, presiedute da Papa Leone XIV, hanno riunito in San Pietro figure di rilievo della diplomazia e della gerarchia ecclesiale. Tscherrig è stato un servitore fedele della Santa Sede, capace di navigare le complessità della politica internazionale con la mitezza e la fermezza del pastore. Il suo operato, specialmente come Nunzio, ha sempre puntato a costruire ponti e a favorire l’incontro, incarnando quella missione di pace che la Chiesa rivendica come sua priorità assoluta.

La scomparsa di un cardinale così influente apre inevitabilmente una riflessione sul ricambio generazionale e sulla natura del servizio nella Chiesa. Mentre salutiamo un uomo che ha speso la vita tra le mura delle nunziature, non possiamo non chiederci come la Chiesa intenda rinnovare i propri quadri operativi. La “diplomazia della carità” e del dialogo non può essere appannaggio solo di una gerarchia celibataria, ma potrebbe trarre nuova linfa dall’inclusione di ministri che conoscono le dinamiche del mondo anche attraverso la famiglia e la vita laicale, come i sacerdoti sposati.

Onorare la memoria di Emil Paul Tscherrig significa continuare la sua opera di pacificazione e di ascolto. Una Chiesa che vuole essere davvero universale deve avere il coraggio di aprirsi a tutte le forme di servizio che lo Spirito suggerisce. Il vuoto lasciato da grandi servitori deve essere colmato non solo con nuove nomine, ma con una visione pastorale che sappia integrare ogni risorsa disponibile, superando le barriere del passato per affrontare le sfide di un mondo che ha sete di guide autentiche, presenti e capaci di parlare il linguaggio della gente comune.

Tag: Emil Paul Tscherrig, Papa Leone XIV, esequie vaticane, diplomazia vaticana, Nunzio Apostolico, sacerdoti sposati, Chiesa Svizzera

Magnifica Humanitas: Papa Leone XIV e la sfida etica dell’Intelligenza Artificiale

L’annuncio della prossima enciclica di Papa Leone XIV, dal titolo evocativo Magnifica Humanitas, segna un punto di svolta nel rapporto tra fede e tecnologia. Come riportato da Formiche.net, il Pontefice si appresta a offrire al mondo una bussola morale per orientarsi nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Al centro del documento ci sarà la difesa della centralità dell’uomo: la tecnologia deve restare uno strumento al servizio della dignità umana, e non un sostituto della coscienza o delle relazioni reali. La Chiesa, dunque, si pone come custode dell’umano in un mondo sempre più mediato da algoritmi.

Questa apertura al futuro e alla complessità della modernità solleva una domanda spontanea: se la Chiesa è pronta a dialogare con l’intelligenza artificiale, come può ancora esitare nel dialogare con la realtà umana e storica dei sacerdoti sposati? L’appello del Papa per una “Magnifica Humanitas” dovrebbe tradursi anche in una pastorale che valorizzi l’umanità integrale dei suoi ministri. La vita familiare, l’esperienza coniugale e la paternità non sono “errori di sistema” o variabili da eliminare, ma componenti essenziali di un’umanità che può arricchire il ministero, rendendolo più empatico e vicino alle sfide quotidiane delle persone reali.

L’enciclica Magnifica Humanitas ci invita a non avere paura del cambiamento, purché esso sia guidato dal bene comune. Accogliere questa sfida significa anche avere il coraggio di riformare ciò che impedisce a tanti sacerdoti sposati di mettere i propri talenti al servizio della comunità. Se il Papa chiede etica e trasparenza per gli algoritmi, noi chiediamo giustizia e ascolto per quegli uomini che, con la loro vita incarnata, testimoniano che la grazia di Dio opera attraverso l’umano in tutte le sue forme. Il futuro della Chiesa, proprio come quello della tecnologia, dipende dalla nostra capacità di restare profondamente, magnificamente umani.

Tag: Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, Intelligenza Artificiale, Formiche.net, etica tecnologica, sacerdoti sposati, umanesimo integrale

Beatificazione don Giussani: la chiusura della fase diocesana e l’eredità di un carisma vivo

L'Arcivescovo sottoscrive il verbale (Cherchi/Chiesadimilano.it)

La solenne cerimonia nella Basilica di Sant’Ambrogio, presieduta dall’Arcivescovo Mario Delpini, segna un passo decisivo nel cammino verso la beatificazione di don Luigi Giussani. Come riportato dai media diocesani di Milano, la conclusione della fase diocesana del processo testimonia l’impatto profondo che il pensiero e la vita di “don Gius” hanno avuto su generazioni di fedeli. Il suo messaggio — centrato sul cristianesimo come incontro umano e ragionevole con la persona di Cristo — continua a essere una bussola per chi cerca di vivere la fede come un’esperienza presente e generativa.

L’eredità di don Giussani ci ricorda che il carisma non è un’istituzione immobile, ma una forza che deve incarnarsi nella realtà. In questa prospettiva, la riflessione sui sacerdoti sposati trova un’eco particolare: don Giussani ha sempre valorizzato l’unità della persona e la bellezza di una fede che abbraccia ogni aspetto dell’umano. Una Chiesa che eleva agli altari figure così dinamiche e attente ai “segni dei tempi” è una Chiesa che, potenzialmente, è pronta a riconoscere che lo Spirito soffia dove vuole, anche attraverso percorsi ministeriali nuovi o dimenticati.

Il cammino di don Giussani verso la santità è un invito per tutti noi a non rassegnarci a una fede burocratica. Come lui ha saputo scuotere le coscienze dei giovani e della società civile, così i sacerdoti sposati oggi portano una “provocazione” salutare all’interno delle comunità: la possibilità di un ministero che non teme il confronto con la vita familiare, ma che ne trae forza per annunciare il Vangelo. Celebrando questa tappa del processo di beatificazione, preghiamo affinché lo sguardo di don Giussani sulla realtà ispiri la Chiesa a essere sempre più una casa dove ogni vocazione autentica possa trovare il suo spazio di servizio e di santità.

Tag: don Luigi Giussani, Beatificazione, Chiesa di Milano, Comunione e Liberazione, Mario Delpini, sacerdoti sposati, carismi cristiani

Papa Leone XIV: “Tutti hanno dignità”. Oltre la pena di morte, verso una carità integrale

Il Papa: «Tutti hanno dignità, no alla pena di morte e alle torture»

Le recenti parole di Papa Leone XIV, riportate da Avvenire, risuonano come un appello profondo alla coscienza universale. Ribadendo il “no” assoluto della Chiesa alla pena di morte e a ogni forma di tortura, il Pontefice ha ricordato che la dignità umana non è un premio per i meritevoli, ma un dono intrinseco a ogni essere nato. Questa posizione, radicata nel Vangelo, sfida le logiche del mondo e chiede alla comunità cristiana di farsi custode della vita in ogni sua fase e condizione, promuovendo una cultura dell’incontro e della misericordia.

Se “tutti hanno dignità”, come afferma con forza il Papa, questa verità deve riflettersi in ogni piega dell’ordinamento e della prassi ecclesiale. La dignità umana, infatti, viene ferita non solo dalla violenza fisica, ma anche dall’esclusione, dal silenzio istituzionale e dalla negazione dei diritti fondamentali all’interno della stessa comunità dei credenti. In questo senso, la causa dei sacerdoti sposati si inserisce pienamente in questo orizzonte di giustizia: chiedere il riconoscimento del proprio ministero e la fine di una marginalizzazione burocratica è, in ultima analisi, una richiesta di dignità.

Una Chiesa che si batte contro la tortura e la morte nel mondo è chiamata a essere coerente al proprio interno, eliminando ogni forma di “morte civile” o pastorale per i suoi figli. La dignità di un sacerdote non scompare con il matrimonio, così come non scompare la dignità di chi ha sbagliato davanti alla legge. Accogliere il messaggio di Leone XIV significa dunque lavorare per una Chiesa dove la carità non sia solo un proclama esterno, ma una realtà vissuta che abbraccia tutti i ministri, valorizzando ogni vita spesa per il Vangelo, oltre ogni barriera giuridica o pregiudizio storico.

Tag: Papa Leone XIV, Avvenire, dignità umana, pena di morte, diritti umani, sacerdoti sposati, giustizia ecclesiale

Donne in Turchia contro la paura: una lezione di dignità che interroga la Chiesa

L’impegno delle donne in Turchia
per smettere di vivere nella paura

L’approfondimento di Avvenire sul movimento delle donne in Turchia mette in luce una realtà fatta di resistenza e speranza. In un contesto segnato da crescenti violenze e pressioni sociali, le donne turche si organizzano per smettere di vivere nella paura, rivendicando il diritto alla sicurezza, alla libertà e alla partecipazione attiva. Questa battaglia non riguarda solo la protezione fisica, ma la trasformazione di una cultura che tende a marginalizzare o silenziare le voci che chiedono cambiamento.

Questa sete di dignità e di riconoscimento risuona profondamente anche all’interno della realtà dei sacerdoti sposati. Molte mogli di sacerdoti vivono quotidianamente una condizione di invisibilità o, peggio, di pregiudizio, sperimentando talvolta una “paura” sottile: quella di essere escluse, di non essere comprese o di vedere i propri mariti privati del diritto di servire la comunità. Come le donne in Turchia lottano per uno spazio pubblico sicuro e dignitoso, così noi chiediamo che la dignità della famiglia sacerdotale sia pienamente riconosciuta e valorizzata nella Chiesa.

Superare la paura significa avere il coraggio di una verità che libera. Una Chiesa che sostiene i diritti delle donne nel mondo deve essere la prima a dare l’esempio di accoglienza e parità al proprio interno. La testimonianza di Albana Ruci e di tante altre consorti di sacerdoti sposati è parte di quel coraggioso “impegno per smettere di vivere nella paura”. Riconoscere il loro ruolo e la missione dei loro mariti significa costruire una comunità cristiana dove nessuno debba sentirsi ai margini, ma dove ogni vita possa fiorire nella libertà dello Spirito e nella giustizia della carità.

Tag: Avvenire, donne Turchia, diritti umani, dignità femminile, sacerdoti sposati, Albana Ruci, coraggio civile

Il sangue dei preti e il coraggio della missione: la Chiesa contro le mafie

Sacerdoti minacciati dalla mafia, Ciotti: «Tutti insieme ai costruttori di  giustizia» - Chiesa di Milano

L’articolo di Avvenire ci ricorda con forza che il sacerdozio, nella sua espressione più alta, è un servizio pagato a caro prezzo. Il sangue dei preti versato per mano mafiosa non è solo memoria storica, ma un monito attuale: la Chiesa deve restare una forza libera da interferenze, capace di abitare le terre difficili e di denunciare il male. Figure come don Pino Puglisi hanno dimostrato che il prete è innanzitutto un uomo del popolo, un testimone la cui forza risiede nella prossimità e nella coerenza della propria vita.

Questa missione di prossimità è la stessa che anima molti sacerdoti sposati. Se il martirio è la testimonianza suprema, la fedeltà quotidiana alla missione in contesti di frontiera è la via ordinaria del servizio ecclesiale. I sacerdoti sposati, proprio perché inseriti profondamente nel tessuto sociale e familiare, possiedono una conoscenza del territorio che può diventare un argine contro l’illegalità e la solitudine. La loro presenza nelle comunità non è una minaccia alla tradizione, ma un potenziamento di quella “Chiesa di strada” che le mafie temono perché non è chiusa nei sacrestie, ma vive tra la gente.

Onorare il sangue dei preti martiri significa anche avere il coraggio di una riforma ministeriale che metta al centro la missione e non la conservazione. Una Chiesa che ha visto i suoi figli morire per la giustizia non può aver paura di riammettere al servizio chi, con la stessa passione e pur vivendo la realtà del matrimonio, chiede di continuare a spezzare il pane della Parola e della carità. La lotta contro le mafie e contro ogni forma di oppressione richiede pastori coraggiosi, credibili e presenti: è tempo di valorizzare ogni risorsa sacerdotale per far sì che quel sacrificio non sia stato invano.

Tag: Avvenire, preti martiri, lotta alle mafie, don Pino Puglisi, sacerdoti sposati, missione chiesa, giustizia sociale

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