«Francesco Guccini è morto ma Dio no»: l’illusione di addomesticare il senso del sacro nella cultura contemporanea

L’articolo pubblicato sulla rivista teologica L’Isola di Patmos analizza con acume la scomparsa del cantautore Francesco Guccini, prendendo spunto dalla sua celebre canzone «Dio è morto» per tracciare una riflessione sul rapporto tra cultura laica, nichilismo e fede autentica.

La diagnosi tragica contro l’ottimismo facile

L’analisi mette in guardia da una duplice tentazione che caratterizza il dibattito culturale odierno:

  1. La riduzione del nichilismo a pretesto lirico: Usare la celebre intuizione di Nietzsche («Dio è morto») come una semplice premessa per giungere a una soluzione consolatoria («Dio risorge in quel che noi vogliamo») significa snaturare la portata tragica della secolarizzazione. Il nichilismo moderno non è un passaggio indolore, ma una ferita aperta nella coscienza dell’uomo che ha smarrito il fondamento della verità.

  2. L’arruolamento improprio dei maestri laici: Tentare di “battezzare” o arruolare d’ufficio figure della cultura agnostica o anarchica senza rispettarne la coerenza narrativa e umana è un errore morale e intellettuale. Guccini ha sempre cantato l’inquietudine, il dubbio e la ricerca, senza cedere a facili edulcorazioni o a un “umanesimo ottimistico” di maniera.

Il senso del divino oltre i desideri dell’uomo

Il nocciolo teologico dell’articolo risiede nel richiamo al primato oggettivo di Dio. Dio non “risorge” semplicemente perché l’uomo lo desidera o perché si proietta un’aspirazione di giustizia sociale. L’esistenza e la presenza di Dio trascendono le costruzioni ideologiche e i desideri umani:

  • Dio rimane vivo e sovrano, indipendentemente dalle mode culturali e dalle proclamazioni filosofiche o artistiche della sua scomparsa.

  • La vera speranza cristiana non si fonda sull’auto-consolazione dell’uomo, ma sulla Rivelazione e sulla certezza che la Verità sussiste al di là dei mutamenti delle epoche storiche.

Riconoscere il valore della poesia e della canzone d’autore significa apprezzarne la capacità di porre domande profonde, mantenendo però la fondamentale distinzione tra la ricerca umana e la realtà del Mistero divino.

Chiarificazione necessaria: distinguere la causa legittima dei sacerdoti sposati dalle “prelature indipendenti”

Papa Francesco e l'Opus Dei

Immagine giunta dal Portogallo  riaccende i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso: il proliferare di entità ecclesiastiche autonome, prelature e giurisdizioni indipendenti che offrono servizi religiosi, messe, esorcismi e preghiere di guarigione.

Tuttavia, tali realtà rischiano di generare una profonda confusione nella mente dei fedeli, sovrapponendo contesti privi di riconoscimento canonico da parte della Santa Sede con il cammino serio, trasparente ed evangelico dei sacerdoti sposati cattolici.

La distinzione fondamentale: legittimità e fedeltà alla Chiesa Cattolica

È necessario ribadire con chiarezza e fermezza la differenza d’identità e di intenti tra queste organizzazioni autonome e la causa promossa dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  1. Obbedienza a Papa Leone XIV e alla Sede Apostolica: I presbiteri cattolici sposati non fondano prelature parallele, non creano giurisdizioni indipendenti né cercano scorciatoie. Essi riconoscono l’autorità di Papa Leone XIV e dei Vescovi, rimanendo in fiduciosa ed obbediente attesa di un provvedimento canonico ufficiale di riammissibilità al ministero attivo.

  2. Nessun commercio dei Sacramenti o speculazione: Il ministero sacerdotale è un dono gratuito per la cura delle anime. La vera tradizione cattolica respinge qualsiasi mercificazione delle benedizioni, degli esorcismi o delle celebrazioni liturgiche. Il servizio pastorale non si trasforma mai in un’attività a scopo di lucro o di raccolta fondi mascherata.

  3. Formazione teologica formale e titoli pontifici: I sacerdoti sposati cattolici appartengono al clero ordinato della Chiesa, provvisti di una formazione teologica formale d’eccellentissimo livello e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie. La loro identità si fonda sul rigore dottrinale e sul rispetto della disciplina ecclesiale.

Un richiamo al realismo pastorale e alla trasparenza

La diffusione di sigle e prelature indipendenti in Europa — dal Portogallo all’Italia — prospera spesso proprio nei vuoti lasciati dalla mancanza di sacerdoti nelle parrocchie tradizionali. Quando i fedeli si sentono soli o smarriti, corrono il rischio di affidarsi a realtà ambigue.

La risposta di vero realismo pastorale da parte delle autorità ecclesiastiche risiede nella valorizzazione e nella riammissione del clero cattolico regolarmente ordinato. Emanare un decreto canonico di riammissibilità per i sacerdoti sposati appartenenti alla Chiesa di Roma permetterebbe di riaprire le parrocchie ufficiose, garantire Sacramenti trasparenti e proteggere il Popolo di Dio da ogni forma di confusione o speculazione.

Segnali che la seconda venuta di Gesù si sta avvicinando davvero

Segnali che la seconda venuta di Gesù si sta avvicinando davvero

La seconda venuta di Gesù, nota anche come secondo avvento o parusia, è la convinzione che Gesù tornerà sulla terra. Secondo la Bibbia, prima di ascendere al cielo, Cristo promise ai suoi discepoli che sarebbe tornato. Per secoli i credenti hanno atteso il ritorno di Cristo, ma quando tornerà Gesù e perché?

In questa galleria, scaviamo in profondità nella Bibbia e vi forniamo le risposte a queste e a molte altre domande. Cliccate e scoprite cosa sappiamo della seconda venuta di Gesù.

La seconda venuta di Gesù è la convinzione che Cristo tornerà, dopo essere asceso al cielo in seguito alla risurrezione.

Secondo Giovanni 14:1-3, Gesù disse: “Non sia turbato il vostro cuore… Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se non fosse così, ve lo avrei detto. Io vado a prepararvi un posto. E se vado e vi preparo un posto, tornerò e vi accoglierò in me stesso, affinché dove sono io, siate anche voi”.

Giovanni 14:1-3 è piuttosto chiaro al riguardo: “Egli verrà perché ha promesso che lo avrebbe fatto”.

La Bibbia lo spiega in Giovanni 5:25-29: “Egli verrà di nuovo per completare il piano di salvezza, che comprende la nostra risurrezione, la nostra presenza al cospetto di Dio e la vita con Lui in eterno nella terra fatta nuova”.

Anche la lettura di Ebrei 9:28 offre qualche spunto per capire perché Gesù tornerà. “Così Cristo, essendosi offerto di farsi carico dei peccati di molti, apparirà una seconda volta, non per occuparsi del peccato, ma per salvare quelli che lo aspettano con impazienza”.

Quando tornerà Gesù?
È una domanda molto comune, che i discepoli hanno posto a Gesù. Ma sembra che solo Dio conosca la risposta a questa domanda. In Marco 13:32 si legge: “Di quel giorno o di quell’ora nessuno sa, neppure gli angeli del cielo, né il Figlio, ma solo il Padre”. Gesù non ha dato una tempistica ai suoi discepoli, ma ha detto che sarebbe tornato. Che sia domani o tra mille anni, nessuno lo sa veramente.

La Bibbia, tuttavia, ci suggerisce di tenerci pronti, perché può accadere in qualsiasi momento. “Fate attenzione, vegliate e pregate, perché non sapete quando sarà il momento” (Marco 13:33).

Il concetto di essere pronti è sottolineato anche in Matteo 24:44: “Per questo anche voi dovete essere pronti, perché il Figlio dell’uomo viene in un’ora che non vi aspettate”.

uttavia, in Apocalisse 22:12 vi è un accenno al fatto che Gesù tornerà presto. Si legge infatti: “Guardate, io vengo presto! La mia ricompensa è con me e darò a ognuno in base a ciò che ha fatto”.

Giacomo 5:7-9 ci dice di “essere dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore”.

Il nostro concetto di tempo è diverso da quello di Dio. “Presto”, nei termini di Dio, potrebbe non essere un concetto che comprendiamo appieno. La Bibbia lo spiega in Pietro 3:8-9.

“Ma, carissimi, non dimenticate che per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno. Il Signore non è negligente nei confronti della sua promessa, come alcuni considerano, ma è paziente verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano al pentimento” (2 Pietro 3:8-9).

Segni che la Seconda Venuta sta per accadere
I discepoli di Gesù gli chiesero quali sarebbero stati i segnali della sua venuta. In Matteo 24:3 si legge: “Quando avverranno queste cose e quale sarà il segnale della tua venuta e della fine dei tempi?”. Diamo uno sguardo ai segni menzionati nella Bibbia.

Segni: falsi Messia
Matteo 24:5 mette in guardia su questo aspetto. Si legge: “Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Messia”, e inganneranno molti”.

Gesù ci ha inoltre messo in guardia dai falsi messia in Matteo 24:24: “Se poi qualcuno vi dirà: ‘Ecco il Messia!’ o ‘Di qua!’, non credeteci. Sorgeranno infatti falsi messia e falsi profeti che compiranno grandi gesti e prodigi per sviare, se possibile, anche gli eletti”.

I falsi profeti sono menzionati in Matteo 24:8: “Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti”.

Segni: guerre
Gesù ci aveva avvertito che le guerre e i conflitti sarebbero aumentati prima della sua seconda venuta. Matteo 24:6-7 recita: “Sentirete parlare di guerre e di voci di guerre, ma badate di non allarmarvi. Queste cose devono accadere, ma la fine deve ancora venire. La nazione insorgerà contro la nazione e il regno contro il regno”.

Segni: la terra tremerà e la gente morirà di fame
Le catastrofi naturali e gli eventi di sofferenza umana di massa sono un altro segno menzionato nella Bibbia. “Vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi” (Matteo 24:7).

Segni: decadenza della morale
Matteo 24:12 ci avverte che la gente smetterà di preoccuparsi. “Poiché l’illegalità si moltiplicherà, l’amore di molti si raffredderà”.

Segni: diventerà buio
La Bibbia ci dice che in seguito agli eventi che precedono l’arrivo di Gesù, “il sole si oscurerà e la luna non farà più luce; le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno scosse” (Matteo 24:29).

Segni: diventerà buio

Come faremo a sapere quando Gesù sarà tornato?

La Bibbia dice che ci sarà un segno nel cielo. Matteo 24:30 recita: “Allora apparirà il segno del Figlio di Dio nel cielo”.

Chi vedrà Gesù nella sua seconda venuta?

Gesù apparirà a tutti? La Bibbia ci dice che “tutti i popoli della terra piangeranno quando vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo, con grande potenza e gloria” (Matteo 24:30).

Come sarà l’arrivo di Gesù?
In Apocalisse 1:7 viene confermato il modo in cui Gesù arriverà sulla terra. “Guardate, viene con le nuvole e tutti gli occhi lo vedranno, anche quelli che lo hanno trafitto; e tutti i popoli della terra saranno in lutto a causa sua. Così sarà! Amen”.
Matteo 24:27 descrive ulteriormente l’evento: “La luce proviene dall’oriente e lampeggia fino all’occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”.
Cosa sentiremo?
Secondo 1 Corinzi 15:52, “la tromba suonerà”, annunciando la Seconda Venuta.
Un’altra menzione di un suono di tromba si trova in 1 Tessalonicesi 4:16, che descrive la discesa di Gesù dal cielo “con un grido, con la voce dell’arcangelo e con la tromba di Dio”.

Anche le persone saranno ascoltate

Secondo la Bibbia, le persone di ogni angolo del mondo esprimeranno la loro meraviglia e loderanno l’arrivo di Gesù. In Romani 14:11 si legge: “Ogni ginocchio si inchinerà a me e ogni lingua darà lode a Dio”.

Cosa succederà?

La Bibbia ci dice che coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Gesù saranno salvati, anche se sono già morti. Quanto a coloro che hanno fatto il male, saranno giudicati. Giovanni 5:28-29 recita: “Non meravigliatevi di questo, perché viene un’ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri sentiranno la sua voce e usciranno, coloro che hanno fatto il bene verso la risurrezione della vita e coloro che hanno fatto il male verso il giudizio”.

Fonti: (Bibleinfo) (BibleGateway) (Open Bible)


Tra profezie, fine dei tempi e segni del ritorno di Gesù: la vera risposta della Chiesa è il realismo pastorale e la cura delle comunità

Le cicliche discussioni e i contenuti divulgativi rilanciati sui media digitali e sui portali d’informazione riguardo ai “segni della seconda venuta di Gesù” o alle profezie sulla fine dei tempi (spesso legate a eventi naturali, crisi globali o tensioni geopolitiche) intercettano una paura profonda dell’uomo contemporaneo: la sensazione di smarrimento di fronte al futuro e il bisogno di trovare punti di riferimento certi.

Nel linguaggio evangelico e teologico, la riflessione sugli ultimi tempi (escatologia) non è mai stata un invito alla passività o all’attesa catastrofista, ma una chiamata alla vigilanza attiva, alla responsabilità e alla cura concreta del presente.

«Cieli nuovi e terra nuova»: la preghiera dei sacerdoti sposati che alimenta la speranza e l’attesa della Parusia

Nella tradizione cristiana e nella teologia cattolica, l’attesa della Parusia — il ritorno glorioso del Signore Gesù — non è un sentimento di rassegnazione o un’attesa passiva della fine del mondo. È, al contrario, la molla interiore che spinge la Chiesa a rinnovarsi ogni giorno e a lavorare con ardore per anticipare già nel presente quella promessa racchiusa nell’Apocalisse: «Vidi poi un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1).

In questo cammino di speranza, la vita spirituale e la preghiera quotidiana dei sacerdoti sposati rappresentano un’offerta silenziosa ma viva, che alimenta il desiderio profondo di una Chiesa rinnovata, feconda e capace di accogliere l’Eucaristia in ogni comunità.

La redazione

Due manager donne nel Consiglio per l’Economia del Papa: c’è la principessa Gisela del Liechtenstein

Una vista del Vaticano e la principessa Gisela del Liechtenstein

La Repubblica

Leone XIV sceglie di puntare su due giovani donne nel Consiglio per l’economia del Vaticano, l’organismo di indirizzo e vigilanza che sovrintende alle attività amministrative e finanziarie della Santa Sede. Entrambe sono manager con esperienza internazionale. Elena Wettstein Principato, romana di 49 anni, laurea in Economia a Roma Tre, ha un profilo da banchiere d’affari ed è responsabile delle vendite di Ubs Group Ag. L’altra è una principessa, Gisela del Liechtenstein, 36 anni, ha studi ingegneristici al Politecnico di Zurigo, esperienze nell’investment banking e attualmente ceo di Industrie und Finanzkontor Etablissement, società specializzata nella tutela dei patrimoni.

I loro nomi appaiono in un elenco di nomine con le quali il pontefice ha rinnovato otto dei quindici componenti della struttura di controllo dell’economia vaticana alla quale viene sottoposto tra l’altro l’esame finale dei bilanci della Santa Sede. Le novità non riguardano i vertici: coordinatore resta il cardinale Reinhard Marx, confermati anche la sua vice Charlotte Kreuter-Kirchhof – un’altra donna laica, scelta in questo caso nel 2021 da papa Francesco – e il segretario, monsignor Brian Edwin Ferme.

Escono dall’organismo quattro cardinali – ErdőArboreliusPetrocchi Sako – e ne entrano altrettanti: uno è italiano, l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, poi ci sono Grzegorz Ryś (arcivescovo di Cracovia), Ladislav Német (Belgrado), e Jean-Paul Vesco (Algeri). Le altre sostituzioni riguardano i laici. Oltre alle due giovani manager gli innesti riguardano il francese Denis Duverne e l’italiano Paolo Nusiner. Il primo, 73 anni, è stato presidente del cda di Axa. Nusiner, 63 anni, ha invece una lunga esperienza amministrativa legata alle proprietà ecclesiali, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore alla società editrice quotidiano Avvenire.

«Vannacci ha lanciato un’Opa sulla destra italiana. Ecco perché il suo programma è un pericolo»

«Vannacci ha lanciato un'Opa sulla destra italiana. Ecco perché il suo programma è un pericolo»

Il politologo Valbruzzi: «Dalla remigrazione all’assimilazionismo, è un piano irricevibile per Meloni. Ma la vera sorpresa è la sovranità monetaria, che ci allontana dall’euro e avvicina il generale ai tedeschi di Afd»

Avvenire

Nel campo largo della destra italiana, l’avanzata militare di Roberto Vannacci è destinata a provocare molte più fratture di quelle che soltanto qualche mese fa era lecito immaginarsi. «Questo è un programma che ruota del tutto intorno alla figura del generale, non del politico. È un programma su misura» argomenta il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli Federico II e ha curato diverse pubblicazioni per Il Mulino. «Vannacci, con queste linee guida, si posiziona a metà strada tra la destra radicale e la destra estrema, in chiara competizione con Fratelli d’Italia e la Lega. Il suo è un piano studiato per strizzare l’occhio all’area nostalgica dei post-fascisti e oscilla in modo preoccupante sui principi-chiave delle istituzioni liberaldemocratiche».

A cosa sta pensando, in particolare?
Sul piano della remigrazione, ad esempio, Futuro Nazionale si spinge molto più avanti rispetto alle politiche attuali del governo di centrodestra. Cerca evidentemente di mettere in ambasce il partito di Giorgia Meloni puntando sull’assimilazionismo. Parla solo ed esclusivamente ai tanti italiani delusi. C’è anche un po’ di autarchia e di sciovinismo del welfare, ci sono derive patriarcali e una retorica a metà strada tra futurismo e nazionalismo. Ma la vera sorpresa è l’euroscetticismo.
Nel capitolo sulla sovranità monetaria, Fn si tiene le mani libere, non escludendo del tutto l’uscita dall’euro.

Non è ancora Italexit, ma ci siamo vicini. Il messaggio che si vuol dare infatti suona più o meno così: più sovranità nazionale vuol dire meno Europa. L’Italia viene prima, Bruxelles conta solo nella misura in cui fa gioco al nostro Paese. Complessivamente, siamo sulle posizioni dei tedeschi di Afd e un passo oltre Marine Le Pen e il suo Rassemblement National.
Quali effetti possono esserci, viste queste premesse, sulla corsa elettorale?
Vannacci sta lanciando un’Opa sulla destra italiana, sta dicendo a Meloni e Salvini: verrò a prendere il vostro elettorato, perché sono io la vera alternativa. In altre parole, vuole spiegare agli italiani che la premier ha fallito su tutta la linea.

È sicuro che alla fine FdI, Lega e Forza Italia non finiranno per allearsi, vista la legge dei numeri, proprio con il generale?
Viste le parole-chiave del suo programma, sarebbe sorprendente un’intesa elettorale. Per la presidente del Consiglio, il programma di Futuro Nazionale è irricevibile: una volta che ci si accredita come leader moderati in un contesto europeo, diventa difficile poi far accettare piroette elettorali, soprattutto dentro le istituzioni che si rappresentano.
È possibile che un’offerta politica così estrema attiri alle urne anche il popolo degli astensionisti?

Sì, ma in modo marginale e solo per alcune frange della cosiddetta antipolitica. Ripeto: Vannacci sa che deve affermarsi a destra e per questo strizza l’occhio a tante formazioni post-fasciste insoddisfatte dell’azione neoconservatrice di questo governo. La domanda elettorale è in perenne mutazione e in questa fluidità vuole catturare più voti possibili nello stesso “mercato”. Ma agisce dentro il perimetro definito della destra, ben sapendo che la fedeltà dei cittadini è molto bassa e di volta in volta sceglie su chi posarsi, com’è già accaduto in passato con Salvini e con Meloni.
C’è il rischio di una destabilizzazione del quadro politico? O forse stiamo tutti esagerando un po’, sopravvalutando Vannacci e le sue proposte?
Nel programma di Fn si leggono citazioni raccogliticce, da Huntington a Galli della Loggia. Non ho gli strumenti per valutare l’eventuale uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura dei testi, mentre già conosciamo le conseguenze dell’IA sui diversi video fatti circolare ad arte dallo stesso Vannacci in queste settimane. Di sicuro, si può dire che una simile offerta politica spinge con forza verso le ali estreme i due schieramenti, obbligando non solo il centrodestra ma anche il centrosinistra a ragionare sulla soglia non più così sicura del 42% di coalizione da raggiungere, come previsto dalla nuova legge elettorale. Se tale livello non venisse superato, c’è il rischio che salti lo schema bipolare e si arrivi al “liberi tutti”.

Le esperienze stressanti vissute durante l’infanzia lasciano delle ‘cicatrici’ nel cervello

Il mesencefalo, la regione del cervello che nei topi conserva i segni dello stress (fonte:  Michael Shribak, Marine Biological Laboratory, Woods Hole, MA da Flickr CC BY-NC 2.0) - RIPRODUZIONE RISERVATA

Ansa

Le cellule che si trovano in alcune aree conservano una memoria molecolare dei traumi subiti attaccando etichette sul Dna, e ciò rende più vulnerabili ad ansia, depressione e altri disturbi dell’umore anche da adulti.

Il meccanismo è stato osservato nei topi nello studio guidato dall’Università di Princeton e pubblicato sulla rivista Neuron. La scoperta offre, però, un bersaglio preciso per mettere a punto future terapie.

“Attualmente non esistono trattamenti per gli effetti dello stress precoce sul cervello – afferma Catherine Jensen Peña, che ha coordinato lo studio – in parte perché non avevamo un quadro chiaro dei meccanismi molecolari su cui intervenire. Questo studio è entusiasmante – aggiunge la ricercatrice – perché svela un meccanismo preciso e contribuisce, inoltre, a spiegare perché l’impatto dello stress sia allo stesso tempo ampio e latente”.

Ricerche precedenti avevano già permesso di capire che lo stress subito nell’infanzia modifica l’attività dei geni nelle cellule del cervello, ma finora non era chiaro il meccanismo alla base di questo fenomeno. Gli autori dello studio si sono concentrati sulla regione chiamata area tegmentale ventrale, popolata da cellule nervose che producono dopamina in risposta allo stress.

Hanno così scoperto che, nei giovani topi esposti a esperienze stressanti, queste cellule mostrano un’etichetta molecolare in una regione del Dna che la fa rimanere srotolata: ciò vuol dire che i geni lì presenti vengono attivati più facilmente quando si ripresentano avversità. Impedendo all’etichetta di attaccarsi al Dna, infatti, i ricercatori hanno protetto i topi dall’insorgenza dell’ansia anche se erano cresciuti in un ambiente stressante.

«Matrimonio, verginità, ministero ordinato» – la bella riflessione di don Giovanni Frausini, docente di Teologia sacramentaria

matrimonio

Settimana News

«Cielo, mio marito!». Queste parole messe in bocca a una donna all’arrivo improvviso del suo uomo possono esprimere due situazioni opposte: quella della sposa sorpresa in flagrante adulterio o quella della sposa gioiosamente stupita di fronte alla venuta inattesa dello sposo.

Da che mondo è mondo l’amore tra un uomo e una donna non solo ha permesso al genere umano di non estinguersi ma, anche e soprattutto, ha custodito nel cuore di tutti la nostalgia di Dio per quella immagine di Lui presente in ogni coppia umana.

Infatti, sia gli sposati che i celibi sono segno dello stesso desiderio della Chiesa di essere sempre più la sposa fedele che gioiosamente attende lo Sposo, lo riconosce presente e vive unita a Lui, totalmente protesa al servizio dei fratelli: matrimonio e verginità sono due modalità diverse, ma con lo stesso fine; infatti

la Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere a immagine di Dio».

Il loro ministero è far sì che tutta la Chiesa cresca nel desiderio dell’incontro con Cristo, sempre desiderato, mai temuto. Mistero di infinita nostalgia. A conferma di questo basta mettersi in ascolto della lex orandi che nel rito più antico di consacrazione verginale così si rivolge al Padre:

Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, dovevano sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero.

Cosa ha reso possibile l’unità tra celibato e matrimonio, realtà così diverse tra loro?

Quando Dio creò l’essere umano, «maschio e femmina li creò», «a immagine di Dio» (Gen 1,27), ponendo una prima grande testimonianza di sé: una sua immagine nel mondo. Poi, dopo diverse vicende alcune gioiose, altre drammatiche, volle entrare in un rapporto nuovo e ancora più profondo con alcuni uomini chiamando Abramo e donandogli i figli. Così Dio entrò in alleanza con un popolo, il suo popolo, in maniera così unica e piena da poter affermare: «Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio» (Es 6,7). Nel popolo di Dio si entra per generazione, perché figli di Abramo. Per Israele generare figli vuole dire, fino ad oggi, generare il popolo di Dio; allora per ogni ebreo «il matrimonio […] costituisce un dovere», come pure la generazione di figli «è un dovere imposto da Dio, nel momento stesso della creazione della prima coppia umana, […] il celibato […] è una colpa».

Ma Dio dovette fare i conti con la durezza del cuore del suo popolo e per questo l’unità della prima coppia si scontrò con la fragilità umana: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così» (Mt 19,8). Eva che era stata definita da Adamo «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» diventa la colpevole: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gen 3,12).

Poi ecco la svolta, l’unica vera novità della storia: l’incarnazione del Verbo (cf. Desiderio desideravi n. 10). Anche se «tutto è stato fatto per mezzo di lui», ora proprio il Verbo si è fatto carne e questo ci pone di fronte non più solo all’immagine di Dio, ma al Dio fatto uomo, Gesù.

Ora quella che è l’immagine di Dio presente nel dono della coppia uomo-donna raggiunge la sua pienezza nella presenza del Dio fatto carne, Gesù Cristo, uomo Figlio di Dio. Ecco perché quello che era un dovere diventa una possibilità, perché figli di Dio non si diventa più per nascita ma per la fede in Gesù Cristo. La sua persona apre all’umanità possibilità nuove tanto da poter dire che siamo realmente figli (cf. 1Gv 3,1). Anche il problema della morte, che aveva come unica soluzione la generazione di figli nei quali poter continuare a vivere, grazie al dono della risurrezione dei morti e della vita eterna viene superato.

Ormai anche il celibato, accanto al matrimonio, è una condizione di vita possibile per i credenti.

Va anche sottolineato il fatto che con il Vaticano II abbiamo riscoperto la universale vocazione alla santità: la radicalità evangelica è possibile in ogni condizione di vita, a tutto il Popolo di Dio, secondo la chiamata ed il carisma di ciascuno. Anche il matrimonio è, quindi, una via possibile alla santità.

Ciononostante continua ad essere presente nella Chiesa un linguaggio che predilige le differenze: parliamo di speciale consacrazione, diciamo che alcuni gruppi di cristiani sono i consacrati, come se fosse possibile una consacrazione più grande del battesimo. Certo l’esercizio della vita cristiana, la virtù, ci differenzia per come ci lasciamo guidare dal dono della Grazia, ma non certo per lo stato di vita nel quale siamo inseriti.

Anche l’utilizzo della metafora sponsale per descrivere esclusivamente i rapporti tra Cristo e chi vive nel celibato o nella verginità non è adeguata al nostro contesto teologico. La sposa di Cristo è la Chiesa, non un gruppo particolare, ma tutta la Chiesa. È molto significativo che si sta diffondendo il rito della velatio nel matrimonio cristiano: si rende in tal modo evidente il fatto che il sacramento del matrimonio lega la coppia a Cristo con un vincolo nuziale. Non è la donna che riceve il velo ma la nuova coppia che, con le promesse fatte davanti a Dio e alla comunità e l’effusione dello Spirito, è diventata una piccola chiesa, come amava esprimersi Giovanni Crisostomo.

Paradossalmente il fatto che a celebrare il sacramento del matrimonio siano di frequente famiglie esistenti già di fatto da molti anni e persino con figli, rende ancora più evidente che il sacramento del matrimonio, pur avendo nel consenso la propria materia prima, senza della quale non è possibile costruire una famiglia, trasforma quel legame di coppia in un nuovo legame con Cristo, e lo inserisce in quell’unione sponsale che lega Cristo alla Chiesa, sua amatissima sposa.

Il ministero degli sposi si concretizza in una famiglia che, ad immagine della Chiesa, ama e serve il suo Sposo; ma sappiamo bene che Cristo-Sposo rivolge le sue attenzioni amando e servendo la sua Chiesa e l’umanità intera. Così la famiglia cristiana.

Storicamente le ragioni che hanno portato nella Chiesa latina a unire il ministero al celibato sono state diverse, cominciando dalla necessità di salvaguardare i beni della Chiesa; per evitare la dispersione del suo patrimonio, quando i ministri ordinati erano chiamati anche tra persone sposate, si richiedeva loro di abbandonare l’amministrazione dei beni di famiglia, e talvolta anche di vivere la castità assoluta. Poi, la sacerdotalizzazione del ministero, avvenuta gradualmente a partire dal III secolo, ha trovato nel celibato un valido alleato per quella incompatibilità tra culto e sesso che anche Israele ha conosciuto, così come in molte religioni pagane.

Quale senso ha oggi il celibato dei ministri ordinati al presbiterato ed episcopato nella Chiesa latina?

Innanzitutto la testimonianza della presenza del Risorto, vivente in mezzo a noi; anche affettivamente Gesù e la sua Chiesa possono dare pienezza alla nostra umanità che, per disposizione del Creatore, è fatta per mettersi in relazione. «Non è bene che l’uomo sia solo» non è ormai solo la premessa alla relazione di coppia ma si apre anche, per un carisma particolare, al celibato-verginità, che diventa così testimonianza della Pasqua di Cristo, della sua presenza viva in mezzo alla sua Chiesa.

Anche il non generare figli contribuisce a questo scopo: se siamo destinati alla vita eterna non è la generazione di altre creature che ci permette di continuare a vivere oltre la morte, ma la Pasqua di Cristo in noi.

Accanto a queste ragioni che manifestano la preziosità del celibato per il ministero ce ne sono altre, a mio parere, meno significative.

C’è la cosiddetta libertà che il non avere moglie e figli comporterebbe: il tempo pieno. Ma siamo sicuri che questo sia vero? Quando guardiamo alle responsabilità di un parroco (o di un vescovo) ci rendiamo conto che una parte importante del suo tempo non è destinata al proprio del ministero, ma ad adempimenti di altra natura. La condivisione della responsabilità è qui una necessità, non certo una concessione. Nella direzione che lo Spirito sta dando alla Chiesa non può essere questa la ragione del celibato. Anche perché è ormai evidente che la testimonianza fondamentale del Vangelo è soprattutto nella vita dei cristiani e non tra le mura della parrocchia.

Dal Concilio Vaticano II la Chiesa latina, che a differenza della Chiesa orientale, non conosceva un ministero ordinato coniugato, ordina al diaconato anche uomini sposati. Una situazione nuova, sconosciuta in questa parte di Chiesa, che è appena iniziata.

Essa ci testimonia la possibilità di un ministero coniugato, data l’affinità nello scopo di questi due sacramenti, matrimonio e ordine; ma richiede anche l’avvio di una paziente ricerca, teologica e pratica, su come mettere in relazione l’essere sposati e ministri ordinati. L’equilibrio tra questi due sacramenti richiede molta chiarezza e pazienza.

Va anche sottolineato il fatto che questa prima esperienza di ministero coniugato potrà essere particolarmente importante per le future scelte della Chiesa in questo campo. Ma perché la stragrande maggioranza dei diaconi è coniugata? Possibile che il Signore, per mezzo della Chiesa, chiami al diaconato solo sposi?

Fa riflettere come accanto a un’evidente crisi del matrimonio, fatta di separazioni, divorzi e soprattutto di fuga dal matrimonio, si presenti anche una fuga dal celibato, come forma stabile di vita di un credente, dimenticando che essere cristiani è rispondere a una chiamata. Non è facile capire questa situazione: certamente entrano in gioco diversi fattori come la precocità delle relazioni sessuali, la solitudine, il bisogno di quelle conferme affettive che sono talvolta mancate nell’infanzia e altre ragioni ancora.

Ma soprattutto è necessario, a mio parere, riproporre la vita cristiana come relazione con Cristo, nella Chiesa, perché solo dentro a questo incontro è possibile intuire la bellezza e la forza della verginità-celibato per il Regno dei cieli e anche del matrimonio-sacramento. Una occasione d’oro, un kairos, per ritrovare l’essenziale del ministero celibe e sposato: annunciare Gesù Cristo che ha dato se stesso per noi ed è vivo nella sua Chiesa, mentre attendiamo il suo ritorno.

Le indulgenze: il grande inganno religioso che soppianta il Vangelo di Cristo

Le indulgenze: il grande inganno religioso che soppianta il Vangelo di Cristo

Adista

Ogni tot anni, il calendario liturgico annuncia pomposamente quelli che chiamano «Anni Giacobei»: il 2027, il 2032, il 2038 e il 2049 saranno i prossimi. Viene promesso che recandosi a Santiago, visitando la tomba dell’apostolo, confessandosi entro quindici giorni e facendo la comunione, il pellegrino otterrà l’indulgenza plenaria, ovvero la remissione delle pene temporali dovute ai peccati. Una sorta di «tabula rasa» ritualizzata. Eppure, tutto ciò non è altro che un delirio religioso, un meccanismo sacro che soppianta il Vangelo di Cristo e lo rimpiazza con vuote formule umane.

Cristianesimo
Gesù non ha mai parlato di indulgenze, di giubilei o di condizioni formali per ottenere il perdono. Non ha ma imposto scadenze, pellegrinaggi o requisiti esterni. La sua parola è stata chiara, diretta e incisiva: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Nient’altro. Cristo non ha chiesto né certificati sacramentali né visite a santuari. Cristo ha chiesto fede. Ha chiesto amore. Ha chiesto un dono radicale della vita.

«Il giusto vivrà per la fede» (Rm 1,17). Non per pellegrinaggi, né per preghiere imposte, né per un certificato ecclesiastico di perdono, ma per la fede in Cristo.

Ciò che la Chiesa cattolica offre oggi come se fosse grazia divina non è altro che una  religione di rituali che anestetizza le coscienze. Questo è stato denunciato da teologi lucidi come José María Castillo e Xabier Pikaza, quando avvertono che il cristianesimo non può diventare un sistema di meriti accumulati.  Juan José Tamayo lo dice in modo ancora più diretto: queste pratiche sono un meccanismo di controllo, un modo per mantenere i fedeli assoggettati a una struttura che si erge a mediatrice di ciò che appartiene solo a Dio.

E se allarghiamo la nostra prospettiva, ricordiamo che già nel XVI secolo Martin Lutero ha levato la voce contro questa farsa spirituale. Il suo grido continua a risuonare: la salvezza non si compra, non si guadagna, non si ottiene attraverso ritualismi, ma si riceve come un dono gratuito da Dio, mediante la fede.

Spiritualità
Pertanto, di fronte allo spettacolo giacobeo e al fascino di massa che esso produce, dobbiamo parlare francamente: nessuna indulgenza salva. Nessun giubileo redime. Nessuna tomba apostolica perdona i peccati. Solo Cristo salva. Solo Cristo perdona. Solo Cristo riconcilia con il Padre. Tutto il resto è puro teatro religioso, che distoglie lo sguardo dall’essenziale: il Dio vivo che si offre incondizionatamente.

Ma ecco la grande domanda: questo è il Vangelo di Cristo o un sistema religioso che si frappone tra l’uomo e Dio?

Il problema delle indulgenze non è solo teologico, ma anche spirituale: danno l’illusione di avvicinarsi a Cristo, quando in realtà lo celano dietro un sistema religioso. Questo è ciò che Castillo definisce «cristianesimo addomesticato», che riduce la sequela di Gesù a pratiche meccaniche.

Qualcuno crede davvero che per sperimentare il perdono di Dio sia necessario recarsi a Santiago in un anno specifico, adempiere a tre requisiti formali e ricevere così un’indulgenza? La grazia di Dio non dipende da calendari o rituali. Dipende solo da Cristo.

Pertanto, al di là del fascino culturale degli Anni Santi di Compostela, è importante ricordare con chiarezza questo: nessuna indulgenza salva, nessun rito garantisce la salvezza. Solo Dio, rivelato in Gesù, è colui che perdona, libera e dà vita.

L’inganno delle indulgenze continua ad essere un ostacolo alla vera fede. Non sono un ponte verso Dio, ma un muro eretto da strutture religiose che cercano di perpetuare il proprio potere. Il Vangelo non ha bisogno di aggiunte o di condizioni: è pura grazia, gratuita, senza mediazioni umane. Aggrapparsi alle indulgenze significa rinunciare alla libertà che Cristo offre. Chiunque voglia trovare Dio, non si lasci ingannare da calendari o da rituali: guardi a Gesù, l’unico Salvatore. Tutto il resto è ombra, superstizione e menzogna. Solo  Cristo è vita. Solo Cristo è verità. Solo Cristo è via.

Cristianesimo

Quando vederla, come e dove: tutto quello che c’è da sapere sull’eclissi di sole di mercoledì

Quando vederla, come e dove: tutto quello che c'è da sapere sull'eclissi di sole di mercoledì

avvenire

Tutta Europa assisterà a un oscuramento solare, visibile dall’Italia come eclissi parziale al tramonto. Occorre proteggere gli occhi. Un gioco geometrico che da sempre affascina e inquieta

Per qualche minuto sembrerà che qualcosa nell’ordine naturale delle cose sia cambiato. Mercoledì 12 agosto, mentre il Sole scenderà verso l’orizzonte, la Luna comincerà a passargli davanti e dall’Italia assisteremo a un’eclissi, seppur solo parziale. Altrove lo spettacolo sarà totale: l’ombra del nostro satellite attraverserà le regioni artiche, la Groenlandia, l’Islanda e quindi la Spagna, prima di “abbandonare” la Terra “nel Mediterraneo”. Nel nostro Paese l’evento inizierà attorno alle 19.30 e saranno soprattutto le regioni del Nord e dell’Ovest a poterlo osservare: in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna la copertura del disco solare potrà raggiungere e in alcuni casi superare il 90 per cento. Al Centro-Sud, invece, il massimo teorico arriverà quando il Sole sarà già tramontato.
La geometria dell’evento è relativamente semplice. La Luna si trova tra la Terra e il Sole e proietta nello spazio la propria ombra. Chi si trova nella stretta zona raggiunta dall’ombra più scura, l’”umbra”, vede il disco solare scomparire completamente; nella penombra, molto più estesa e all’interno della quale si troverà l’Italia, la Luna ne copre soltanto una parte. Si tratta di un gioco di proporzioni reso possibile da una straordinaria coincidenza: il Sole ha un diametro circa quattrocento volte maggiore di quello lunare, ma è anche circa quattrocento volte più lontano. Visti dalla Terra, i due dischi hanno quindi dimensioni apparenti molto simili. La totalità di domani durerà generalmente tra un minuto e mezzo e due minuti lungo la fascia europea interessata. Per chi rimarrà in Italia servirà però anche un po’ di fortuna geografica. Il Sole sarà molto basso e occorrerà avere l’orizzonte occidentale libero: una montagna, una collina o anche un rilievo relativamente lontano potranno anticiparne la scomparsa. L’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha realizzato mappe che tengono conto proprio dell’orografia italiana e indicano la visibilità alle 19.30, alle 19.50 e alle 20.20. Resta intesa una regola senza eccezioni: durante un’eclissi parziale non bisogna mai osservare direttamente il Sole. Servono occhiali specifici conformi alla normativa Iso: i normali occhiali da sole non proteggono la vista, bisogna fare attenzione. Binocoli, telescopi e fotocamere richiedono filtri solari appositi collocati davanti all’ottica.
Oggi sappiamo prevedere un’eclissi con precisione quasi assoluta. Per millenni, invece, vedere il Sole cambiare improvvisamente forma significava assistere alla rottura dell’ordine del mondo. Cinesi, Babilonesi, Greci e molte altre civiltà cercarono di attribuire un significato a quella luce che diminuiva in pieno giorno. Il cielo era insieme calendario, divinità e strumento politico: se il Sole poteva scomparire, anche l’ordine umano poteva essere messo in discussione. È proprio da quella paura, tuttavia, che nasce una parte della nostra scienza. Registrando le eclissi, confrontandone le ricorrenze e osservando il movimento degli astri, gli uomini cominciarono lentamente a trasformare il prodigio in fenomeno. L’eclissi diventò prevedibile. E quando qualcosa può essere previsto, smette di appartenere soltanto al mito ed entra nel territorio della conoscenza. Secoli dopo, le eclissi sarebbero diventate perfino laboratori naturali: durante quella del 1919, le osservazioni compiute da Arthur Eddington contribuirono alla celebre verifica della deviazione della luce prevista dalla relatività generale di Einstein. Resta però qualcosa di antropologicamente rilevante nel vedere il Sole trasformarsi, perché un’eclissi introduce una discontinuità dentro ciò che consideriamo immutabile. Per qualche minuto cambia la luce, cambiano i colori, cambia la nostra percezione del paesaggio. Poi tutto ritorna esattamente al proprio posto. È una mutazione che contiene già in sé la promessa del ritorno. Ed è difficile non pensare a questo osservandola nell’estate del 2026, mentre il caldo e gli eventi estremi rendono sempre più percepibile una trasformazione di natura completamente diversa: quella del clima. Anche la Terra ha sempre conosciuto mutamenti. Negli ultimi due millenni l’Europa ha attraversato periodi relativamente più caldi e altri più freddi; tra questi ultimi figurano quelli convenzionalmente riuniti sotto il nome di Piccola era glaciale, particolarmente evidenti nei secoli dell’età moderna. Ma quelle oscillazioni non possono essere sovrapposte al riscaldamento contemporaneo. Le ricostruzioni paleoclimatiche e le osservazioni mostrano oggi l’impronta crescente delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e del contributo umano al cambiamento del sistema climatico. Qui sta forse il cortocircuito più interessante del 12 agosto. Guarderemo una trasformazione spettacolare del cielo sapendo esattamente quando comincerà e quando finirà. La Luna avanzerà davanti al Sole e poi proseguirà lungo la propria orbita.
L’eclissi appartiene al regno dei cicli, del ritorno, della prevedibilità. Il cambiamento climatico ci pone invece davanti alla domanda opposta: non quando tutto tornerà come prima, ma quanto di ciò che stiamo in parte modificando assieme alla natura stessa potrà davvero tornare indietro, e in quali tempi. La natura possiede cicli immensamente più lunghi delle nostre vite; ciò che per il pianeta può essere una transizione, per una civiltà rischia di diventare irreversibile. Forse è anche per questo che continuiamo ad alzare gli occhi durante un’eclissi. Duemila anni fa potevamo temere che il Sole non sarebbe più tornato. Oggi sappiamo che riapparirà, possiamo calcolarne persino il secondo. La nostra inquietudine si è spostata altrove: non riguarda più ciò che il cielo farà a noi, ma ciò che noi stiamo facendo alla Terra. La sera del 12 agosto l’ombra passerà. Il Sole riapparirà intero e il giorno terminerà normalmente. È la certezza rassicurante della meccanica celeste. Una certezza che non è più coincidente con il futuro del pianeta.

Giordania, al via preparazione per le celebrazioni del Battesimo di Cristo nel 2030

Il Battesimo di Gesù

Il 10 agosto la prima riunione del Comitato che si occuperà della preparazione e della supervisione del grande evento storico e religioso. Presieduto dal primo ministro Hassan, è composto da ministri, leader religiosi, rappresentanti delle istituzioni. In linea con le direttive del re Abdullah II, mobilitate tutte le risorse per realizzare diversi progetti come un museo e un villaggio per i pellegrini

Vatican News

La Giordania ha avviato i preparativi per la preparazione delle celebrazioni del secondo millennio del Battesimo di Gesù Cristo che si terranno nel 2030. Lunedì 10 agosto il primo ministro giordano, Jafar Hassan, ha presieduto la prima riunione del Comitato nazionale che si occuperà di curare questo evento religioso e storico di grande rilevanza. Il Comitato – informa una nota governativa – è composto da ministri, leader religiosi e comunitari e rappresentanti delle istituzioni competenti. Funge da punto di riferimento nazionale per la preparazione e la supervisione delle celebrazioni ed è responsabile dell’elaborazione delle politiche e delle linee guida generali, del coordinamento delle attività di sensibilizzazione a livello internazionale e delle procedure nazionali, nonché della pianificazione degli eventi legati all’anniversario.

In linea con le direttive di re Abdullah II

Durante la riunione, il premier Hassan ha sottolineato la necessità di avviare immediatamente i preparativi in linea con le direttive di re Abdullah II, al fine di sostenere l’iniziativa avanzata dal Consiglio dei leader ecclesiastici in Giordania, sulla base di un piano globale e di un calendario ben definito. Ha affermato inoltre che “la commemorazione del secondo millennio del Battesimo di Cristo riflette il prestigio storico e religioso della Giordania e il suo ruolo di meta globale per il pellegrinaggio cristiano”, mettendo al contempo in risalto “il messaggio del Regno di convivenza, rispetto per il prossimo, pace, amore e fratellanza umana”. Hassan ha anche dichiarato che “il governo sta mobilitando tutte le risorse disponibili per sostenere l’evento, descrivendolo come un’opportunità per rafforzare la posizione della Giordania come terra di patrimonio religioso e meta mondiale per i pellegrini cristiani”.

Diversi progetti

Durante la riunione sono stati esaminati i piani della Fondazione per lo Sviluppo dei Terreni Adiacenti al Luogo del Battesimo volti alla realizzazione di diversi progetti, tra cui un villaggio per pellegrini e visitatori cristiani, un museo dedicato al Battesimo, un corridoio verde e il potenziamento delle infrastrutture del sito. I partecipanti hanno sottolineato pure l’importanza di costituire sottocomitati specializzati incaricati di supervisionare l’attuazione dei progetti e garantire il raggiungimento degli obiettivi prefissati, con il supporto di esperti e specialisti.

La composizione del Comitato

Il Comitato Nazionale per la preparazione della celebrazione del secondo millennio del Battesimo di Gesù Cristo nel 2030 è presieduto dal primo ministro. Ne fanno parte i ministri della Comunicazione, dell’Interno, dell’Economia digitale e dell’Imprenditoria, nonché del Turismo e dei Beni culturali. L’organismo comprende inoltre: il vescovo Christophoros Atallah, arcivescovo greco-ortodosso di Giordania; l’arcivescovo Iyad Twal, vicario patriarcale latino in Giordania;  l’arcivescovo Hossam Naoum, arcivescovo anglicano; il vescovo Munib Younan, ex vescovo della Chiesa evangelica luterana; il presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione per lo sviluppo del sito del Battesimo; il direttore generale della Commissione del Luogo del Battesimo; il direttore generale dell’Ente Nazionale per il Turismo della Giordania; Nadim Al-Mauasher; Osama Imseeh; Basem Farraj.