Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1

Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1

Avvenire

C’è un uomo nella storia della Chiesa, un Papa, che, complice un celeberrimo verso della Divina Commedia, è rimasto nella nostra memoria come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Ma Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, è stato molto più della sua scelta di lasciare il pontificato. A raccontarlo arriverà prossimamente su Rai1 Celestino V – L’eremita che diventò Papa, prodotto da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, diretto da Edoardo Re e interpretato da Michele Placido.
Presentato lo scorso martedì in anteprima al Prix Italia, a L’Aquila, il film ripercorre la vicenda umana e spirituale di Pietro da Morrone dal momento in cui viene eletto (il 5 luglio 1294) e poi incoronato Papa (il 29 agosto dello stesso anno) fino alla morte, avvenuta nella rocca di Fumone il 19 maggio
1296. Sono tempi difficili, quelli, per la Chiesa, lacerata dalle lotte tra le potenti famiglie Orsini e Colonna e senza un Papa da due anni. Per mettere a tacere le proteste della gente, il collegio cardinalizio decide di eleggere come nuovo pontefice Pietro da Morrone, un eremita ultraottantenne che vive nella natura, sulle montagne dell’Abruzzo, con i suoi confratelli. Vista l’età avanzata e la totale estraneità alle logiche di potere, quel monaco sembra ai cardinali il candidato ideale per dare alla Chiesa un Papa debole e facilmente manipolabile. Scopriranno presto che non è così: appena salito sul soglio di Pietro, Celestino V, incoronato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, istituisce la Perdonanza (che ancora oggi si celebra a L’Aquila), rendendo gratuita l’indulgenza plenaria che, all’epoca, era spesso legata al pagamento di ingenti somme di denaro. Fissa poi, tra lo sconcerto dei cardinali, la sede della Curia nel Castel Nuovo di Napoli (dove, però, diviene di fatto “ostaggio” del re Carlo d’Angiò) e, in un solo concistoro, nomina ben 13 cardinali. Nonostante il carattere dimostrato, Pietro si rende presto conto che il potere e la gestione della Chiesa non fanno per lui e dopo soli quattro mesi dall’incoronazione, durante un concistoro comunica la sua rinuncia, sostenuto anche dal cardinal Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII, che subito dopo, per timore che il suo predecessore venga rimesso sul trono dai cardinali a lui contrari, provocando uno scisma, lo fa arrestare e rinchiudere nella rocca di Fumone.
«Raccontare quest’uomo è un privilegio – afferma Michele Placido –, Pietro da Morrone non ha mai smarrito la fede, neanche quando il potere cercava di piegarlo. E il suo “gran rifiuto” non era viltà, era il coraggio di chi sa chi è e non tradisce sé stesso nemmeno sul trono. La scelta di Dante di metterlo tra gli ignavi non mi è mai piaciuta». L’attore racconta di essersi innamorato del personaggio al punto di non temere la difficoltà di girare in luoghi impervi: «Siamo andati nei rifugi, salendo ad altissime quote. Faceva freddo e ho anche avuto qualche linea di febbre ma ho resistito perché ho amato Celestino V. Mia madre, dalla quale ho ereditato la fede, sarebbe stata orgogliosa di vedermi nei suoi panni. Con lei – rivela – parlo ancora nonostante sia morta da tanti anni. Lo scorso Natale mi ha detto: “Michelì, famme contenta, vai alla Messa di mezzanotte. E io l’ho fatto. E sono andato nella stessa chiesa dove spesso vado a leggere i copioni, san Gioacchino in Prati, a Roma». Tra l’altro, ricorda Placido con affetto, «da piccolo volevo diventare missionario redentorista come mio zio e andare con lui in Paraguay. Ho anche studiato nell’ex collegio redentorista di Scifelli, sognavo nientemeno di diventare santo».
A raccontare la vicenda di Celestino V nel film o, meglio, a spiegare cosa stia accadendo tra una scena e l’altra è il “narratore” Giovanni Scifoni che, mettendo in fila i fatti, ci restituisce il ritratto di «un uomo che si sentiva uno strumento nelle mani di Dio ma a Lui chiedeva quale dovesse essere il senso della sua vita. Pietro da Morrone accetta di diventare Papa pur non avendo alcuna voglia di farlo, né l’indole né il carisma, perché crede che la chiamata venga da Dio. Una certezza che, però, dura poco, portandolo a una crisi profondissima dalla quale uscirà solo cercando nuovamente sé stesso». L’attore aggiunge: «Lui inorridiva al pensiero, in quanto Papa, di dover venire a contatto con il potere, la ricchezza, gli abiti sontuosi. Quella roba gli faceva schifo, gli procurava un fastidio epidermico. Era un amante dell’essenzialità, la sua idea era che nudi veniamo su questa terra e nudi ce ne andiamo. Ecco perché la spoliazione di tutto ciò che è una zavorra ed ecco perché la Perdonanza, in un periodo storico come il Medioevo in cui la mancanza del perdono divino era insopportabile. Diversamente, purtroppo, da oggi».
«Quella di Celestino V è una storia piena di poesia, immaginandola non sarebbe mai venuta così» osserva il produttore del film Agostino Saccà. Anche lui, come tanti, aveva di Pietro da Morrone l’idea consegnataci dal verso dantesco: «Me lo immaginavo come un poveretto messo lì che, a un certo punto, non ce la fa più. Un guaritore al quale era stato detto che la Chiesa era malata e aveva bisogno di lui, considerato un burattino da manovrare. Poi ho letto il libro Celestino V. Papa, eremita e santo di Maria Burani e ho scoperto che non era affatto così. Lui è stato un rivoluzionario, un uomo coraggioso, altro che vile. E la sua vera storia non poteva non essere raccontata». E, aggiunge, solo Michele Placido «poteva interpretarlo. Quando ne abbiamo parlato mi ha detto sorridendo: “Questo film mi monda dai peccati. E Pietro da Morrone mi accoglierà con amicizia”».

Scontri con le forze dell’ordine, scuole incendiate, presidi aggrediti: i ragazzi delle città e delle banlieue hanno capito che l’austerity colpirà anche loro e si ribellano. Poi c’è chi soffia sul fuoco, come Mélenchon, ora sotto accusa. Ma adesso diverse proteste rischiano davvero di saldarsi

Rivendicazioni e violenza: la rabbia dei giovani francesi può portare a un "autunno caldo"

Avvenire

Licei incendiati, università in agitazione, scontri cruenti fra liceali e forze dell’ordine pure in piccoli capoluoghi francesi. Persino casi di presidi di liceo aggrediti e feriti. Oltralpe, mentre il welfare statale si restringe, la protesta si allarga, soprattutto fra gli studenti delle superiori, mentre sullo sfondo politico resta la corsa per l’Eliseo al via.
Nelle ultime ore, le manifestazioni studentesche hanno preso una virata burrascosa, degenerando in violenze attribuite in certi casi a facinorosi infiltrati ed estranei al movimento vero e proprio: a sera erano quasi 2mila i fermi. Ma in ogni caso, le sigle più rappresentative dei liceali hanno già diramato liste precise di rivendicazioni al mondo politico: classi meno affollate, giornate scolastiche meno lunghe, più risorse anche per installare l’aria condizionata. Da più parti si chiede pure una revisione di “Parcoursup”, il controverso cervellone elettronico centralizzato che gestisce la transizione dei giovani dalle superiori alle formazioni di livello universitario: un “super-algoritmo” che viene accusato, anche da sociologi e altri studiosi, per l’eccessiva opacità. Per le famiglie, invece, è causa di picchi d’ansia all’approssimarsi dei risultati tanto attesi e temuti. Un altro tema spinoso resta l’alta frequenza delle assenze degli insegnanti nel sistema pubblico.
Ieri mattina, le proteste hanno conosciuto acuti in varie regioni, nelle ore in cui il premier Sébastien Lecornu presentava in Consiglio dei ministri un progetto di manovra finanziaria che dovrà ridurre di 54 miliardi la spesa pubblica, in modo da evitare una spirale fatale del debito nazionale già alle stelle, a quota 119% del Pil e tuttora “al galoppo”. Record nero anche per il tasso d’interesse sulle obbligazioni, schizzato al 4,92%, con uno spread di 131 punti.
In modo trasversale, la cura dimagrante riguarderà i bilanci di gran parte dei ministeri, ridimensionando in generale il sistema di sussidi pubblici, un tempo vantato come uno dei più generosi al mondo. Proprio riguardo al welfare, un obiettivo prioritario è di dimezzare l’attuale voragine nella previdenza sociale, portando il deficit annuale a quota 12,7 miliardi. Ai giovani non è affatto sfuggito che la manovra li riguarderà, ad esempio attraverso un aumento delle spese d’iscrizione ad alcuni corsi di formazione di tipo universitario. Inoltre, come nel caso delle pensioni, molti sussidi, come quelli per gli alloggi studenteschi, non seguiranno più il passo dell’inflazione. Si tratta di aiuti mensili che riguardano circa un terzo degli studenti. Una linea che fa reagire pure i sindacalisti, come Sophie Binet, leader della Cgt, per la quale il primo ministro Lecornu sta agendo da «piromane».
Ma fuor di metafora, a proposito di roghi, ha colpito ieri vedere pure un camion dei pompieri finito carbonizzato a Marsiglia, in mezzo agli scontri. La polizia ha già registrato più di 900 manifestazioni e agitazioni associate agli studenti. Da parte delle sigle studentesche è invece giunta la stima di 646 licei coinvolti nelle proteste, ovvero circa un quinto del totale. I roghi più gravi hanno riguardato Nantes e Bordeaux, dove sono andati in fumo un paio di licei. Nella sola regione parigina, più di 200 i licei coinvolti, in un quarto dei casi divenendo teatro di atti violenti, con decine di fermi. Circa una trentina, in parallelo, i campus universitari in agitazione, ma finora senza disordini paragonabili a quelli nei licei.
Édouard Geffray, ministro dell’Istruzione, incontrerà oggi i rappresentanti dei liceali, dopo aver già denunciato atti di «un’estrema gravità», chiedendo di attivare lezioni a distanza per gli studenti “presi in ostaggio” da manifestazioni a cui non vogliono aderire. Da parte sua, l’ultrasinistra mélenchonista de “La France insoumise” ha espresso a più riprese sostegno ai liceali, ricevendo una pioggia di accuse dai partiti conservatori, ma anche dal governo che, citando fonti d’intelligence, addita «manovre» che coinvolgerebbero direttamente la gauche radicale. Per il senatore neogollista Bruno Retailleau, candidato all’Eliseo, il partito mélenchonista deve essere «vietato», in quanto «dirama appelli alla sedizione» fra i giovani, mettendoli in pericolo.
In termini d’ordine pubblico, adesso, c’è chi paventa il rischio di un “autunno caldo” di convergenza dei malcontenti, compreso quello nelle banlieue e aree rurali legato in primis al caro-carburante. Il fragore delle ultime agitazioni pare aver persino messo in sordina il cosiddetto “caso Bardella”, innescato dalle rivelazioni di stampa su presunte esternazioni giovanili antisemite del leader ultranazionalista braccio destro di Marine Le Pen.

Individuare in quali termini le acquisizioni teologiche ed ecclesiologiche del processo sinodale possano tradursi in norme canoniche, distinguendo tre orizzonti temporali

di: Fabrizio Mastrofini Settimana News

chiesa italiana

«Individuare in quali termini le acquisizioni teologiche ed ecclesiologiche del processo sinodale possano tradursi in norme canoniche, distinguendo tre orizzonti temporali». È questo l’obiettivo della Commissione canonistica, il cui Rapporto finale è stato diffuso il 30 settembre dalla Segreteria generale del Sinodo.

«Nel breve periodo», la Commissione «propone modifiche puntuali alla normativa vigente, capaci di sostenere fin da subito la vita ecclesiale nel suo concreto svolgersi». La Commissione individua, inoltre, «alcuni ambiti che, muovendo dalle esigenze sinodali, potranno essere affrontati nel medio periodo, in modo trasversale e insieme ai Dicasteri competenti, attraverso nuove Istruzioni o la revisione di quelle già in vigore».

Nel lungo periodo si prospetta «la necessità di una revisione complessiva dei due Codici di diritto canonico – latino e orientale –, affinché recepiscano le istanze teologiche ed ecclesiologiche emerse».

Nella prima parte del lavoro, la Commissione ha esaminato i nn. 60, 71, 76 e 77 del Documento finale (Df) dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2024, valutando la necessità, ovvero la possibilità o l’opportunità, di proporre qualche revisione dell’attuale normativa del Codice, con particolare riferimento ai canoni 145, 204, 208, 212, 228, 230, 275, 476, 483, 749, 1112, 1421 e 1425, in vista di un aggiornamento del diritto della Chiesa così che risulti adeguato al magistero del recente Sinodo dei vescovi. Questi numeri del Documento finale fanno riferimento alla pari dignità dei fedeli nel Popolo di Dio e le conseguenze che questa uguaglianza, d’indole giuridica, comporta per la capacità dei laici, uomini e donne, di esercitare nella Chiesa uffici, incarichi e ministeri per i quali risultano idonei e competenti, anche nell’ambito del governo ecclesiastico.

La Commissione ha constatato che, per la maggior parte dei casi, l’attuale sistema normativo della Chiesa possiede già strumenti adeguati a una maggiore valorizzazione e designazione dei laici a ricoprire, accanto ai Pastori, ruoli e funzioni di corresponsabilità ecclesiale. Strumenti, questi, spesso disattesi ma anche talvolta bisognosi di maggiore affermazione normativa per essere più fruibili ed efficaci.

Le proposte intendono adeguare qualche aspetto del diritto canonico alle decisioni del Sinodo riguardanti alcune forme e modalità attuali della cooperazione dei laici nella missione della Chiesa.

Di interesse particolare è la dimensione del discernimento e dell’impegno sinodali, tra pastori e altri fedeli, in ordine alla valutazione delle esigenze pastorali e alla provvisione degli uffici ecclesiali, in conformità con l’attenzione dell’attuale magistero universale sulla sinodalità intesa come connaturale alla natura della Chiesa.

Una seconda parte riguarda alcuni canoni sui Concili particolari e sulle Conferenze episcopali da rivedere in prospettiva sinodale. La possibilità di tutti gli esponenti del popolo di Dio a partecipare al concilio particolare con una percentuale pari a quella dei membri «ex officio» (can. 443 § 1-3) e l’eliminazione del «tantum» al voto consultivo loro riconosciuto (cann. 443 §§ 4- 5, 444 §2, 466, 500 §2, 514 §1, 536 §2), sono le innovazioni che configurano quel concilio nella sinodalità che si desidera per tutta la Chiesa.

Inoltre, la novità della cadenza decennale (can. 440 § 1) dovrebbe favorirne la rivitalizzazione.

Maggiore autorità alle Conferenze episcopali è riconosciuta eliminando l’intervento della Santa Sede nella delega al laico per assistere ai matrimoni (can. 1112) e introducendo una presunzione di validità degli atti del concilio se la Santa Sede non risponde entro un anno (can. 446). Alcune nuove esemplificazioni, infine, cercano di chiarire la natura e il ruolo dei vescovi ausiliari (can. 403 § 1), mentre, per valorizzare i vescovi emeriti, è prevista la loro cooptazione nelle commissioni delle Conferenze episcopali (can. 450 § 3).

La terza e ultima parte sottolinea l’urgenza di rinnovare gli organismi di partecipazione per avviare percorsi di «trasformazione missionaria» (Documento finale 103, cf. 11).

Questi organismi, secondo la loro natura e finalità, sostengono l’annuncio del Vangelo e la coerenza della vita del popolo di Dio con esso. La loro funzione è missionaria, non solo organizzativa.

La partecipazione «più ampia possibile» dei battezzati richiede mediazioni istituzionali, soprattutto della Chiesa locale, come previsto dal diritto canonico (Df 103). Tali organismi sono spazi primari di partecipazione, secondo la condizione canonica, i carismi, i ministeri e le competenze dei fedeli coinvolti. Essi contribuiscono al discernimento sull’annuncio inculturato del Vangelo, sulla missione e sulla testimonianza della comunità (Df 103).

Il processo sinodale non toglie la competenza decisionale del vescovo, del collegio episcopale o del papa, ma integra il contributo del popolo di Dio, dando all’atto sinodale un carattere realmente comunitario (Df 92).

«Mentre la Chiesa tutta è impegnata in una riflessione teologica ed ecclesiologica sulla propria natura sinodale, è parso importante avviare una riflessione anche sulle norme – i canoni – che ne reggono l’organizzazione e le relazioni tra i suoi membri. Il diritto canonico, infatti, è la trasposizione in termini giuridici di ciò che, in ogni epoca, la Chiesa percepisce di sé e di ciò che costituisce l’oggetto della sua fede, con le conseguenze che ne derivano per il modo in cui si realizzano le relazioni umane al suo interno.

La medesima riflessione si estenderà al diritto delle Chiese orientali cattoliche, per le quali è stata di recente istituita un’apposita commissione.

«Senza un corrispettivo del diritto canonico, la teologia rimarrebbe incompleta», sottolinea il card. Mario Grech, Segretario generale del Sinodo.

La Russia come falsa paladina dei valori tradizional

di: Sergei Chapnin Settimana News

russia-chapnin

Intervento pronunciato in videoconferenza alla conferenza “La Russia come falsa paladina dei valori tradizionali”, organizzata dal Gruppo ECR al Parlamento europeo in collaborazione con la Fondazione Frontline (Parlamento europeo, Bruxelles, 9 settembre 2026). Il presente intervento si basa sul documento programmatico dell’autore Faith Under Pressure (Fondazione Free Russia, 2026).

Immaginate una chiesa a Mosca. A un sacerdote viene consegnata una preghiera, scritta dal Patriarca Cirillo. La preghiera chiede a Dio di concedere la vittoria alla Santa Rus’ (la Russia di Putin). Il sacerdote cambia una sola parola. Invece della vittoria, chiede la pace. Per quella sola parola, la Chiesa ufficiale lo priva del sacerdozio.

Tenete a mente questa immagine: un sacerdote severamente punito dalla propria Chiesa per aver pregato per la pace. Una volta compreso perché non si tratta di un caso, ma del sistema che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare, capirete tutto ciò che voglio dire.

Ve lo racconto dall’interno. Per quindici anni ho lavorato nel Patriarcato di Mosca. Nel dicembre 2015 sono stato licenziato, su ordine personale del Patriarca Cirillo, dopo una conferenza al Carnegie Center di Mosca, dove avevo avvertito che la Russia – sia la Chiesa che lo Stato – si stava preparando a usare il linguaggio della fede per giustificare la guerra. La gente mi diceva che stavo esagerando. Non era così.

I miei colleghi relatori oggi descrivono la Russia dall’esterno: il quadro dei servizi segreti, la disinformazione e la propaganda, le reti. Io mi avvicino alla questione da una prospettiva diversa. Non sono un analista di sicurezza. Sono un giornalista, uno studioso e un cristiano, e l’unica parte da cui sto è quella dei credenti che questo sistema perseguita, di ogni confessione, non solo della mia.

Ora voglio portarvi all’interno. All’interno della Chiesa che ha costruito la dottrina che le reti conservatrici filo-moscovite stanno diffondendo in tutto il mondo.

Questa conferenza definisce la Russia una falsa paladina dei valori tradizionali. Vorrei essere preciso riguardo a questa accusa. Il problema non è che la Russia difenda questi valori male, o in modo insincero. È che lo Stato e la Chiesa insieme li hanno contraffatti, e questa contraffazione ora autorizza a uccidere.

Partiamo da qui. Voglio sostenere che i «valori tradizionali» (e persino la Chiesa ortodossa stessa, come altri hanno osservato) non sono una decorazione su uno Stato repressivo. Sono integrati nel sistema operativo dello Stato. E la Chiesa ortodossa russa non è un designer a contratto; è la coautrice. Cirillo ha scritto lui stesso questa concezione, tra pochi altri, già nell’anno 2000, dieci anni prima che il Cremlino lo trovasse utile. La Chiesa non si è unita al progetto in un secondo momento. Lo ha avviato lei stessa e lo ha venduto.

Non vi dirò che preoccuparsi della famiglia, dei bambini, della continuità tra le generazioni, sia una cosa vuota. Non lo è. Si tratta di valori reali; molti di voi li sentono, così come milioni di russi. È proprio per questo che la falsificazione funziona, perché non si può contraffare ciò che è privo di valore.

Ma in tempo di guerra, guardate in cosa si trasforma quella falsità. Una dottrina che si proponeva di santificare la nazione e la famiglia ha finito per santificare la violenza e, in ultima analisi, la morte stessa. Nel settembre 2022, il patriarca Cirillo ha detto ai fedeli che un soldato che muore in questa guerra compie un’azione che «laverà tutti i peccati». L’ha paragonata, direttamente, al sacrificio di Cristo sulla croce.

Pensate a cosa questo capovolge. Nella tradizione cristiana, il martire è un testimone, santo perché preferisce morire piuttosto che uccidere. La formula di Cirillo rende santo l’uomo opposto: colui che uccide. Il martire viene sostituito dall’assassino. Mikhail Epstein le dà il nome giusto: una teologia del terrore.

Così il culto della vita finisce per produrre una teologia della morte. La Russia, in quanto autoproclamata difensore del cristianesimo, finisce per produrre un anticristianesimo. Non si tratta di una fede più rigorosa. È una religione diversa, che indossa abiti cristiani.

Una volta che l’uccidere diventa un valore, il sacerdote che prega per la pace non è solo un inconveniente. È un eretico. Ecco perché perde il suo grado nel giro di pochi giorni e gli viene intimato di lasciare il paese nel giro di poche ore. In questo caso la Chiesa non sta seguendo lo Stato. Lo sta precedendo.

E non si tratta di un solo prete, né di una sola preghiera. Nel mio libro Religious Communities Under Pressure: Documenting Religious Persecution in Russia, 2022–2026, ho documentato più di un centinaio di casi, riguardanti più di una dozzina di confessioni. Nella maggior parte di essi, è lo Stato a perseguire direttamente. Il caso ortodosso è diverso: qui la Chiesa punisce i propri fedeli, e il suo tribunale spesso interviene prima ancora che lo Stato agisca.

Perché questo è importante? La domanda più facile è se la Russia di Putin sia sinceramente cristiana o semplicemente cinica. È la domanda sbagliata. La risposta è: né l’una né l’altra. Si tratta di un unico sistema: la Chiesa fornisce il linguaggio morale, e quel linguaggio alimenta una guerra di aggressione all’estero e di repressione in patria. E sì, è stato costruito anche per l’esportazione, per conquistare ammiratori in Occidente, in Africa, in Asia. Se lo scambiate per un alleato cristiano, non siete suoi convertiti. Siete sue reclute.

E questa non è solo una questione di coscienza. È una questione di sicurezza. I miei colleghi relatori analizzano il sistema di lancio; io descrivo la testata, il significato che essa veicola. Una dottrina in grado di benedire la morte di un soldato può dividere le vostre società, reclutare i vostri stessi credenti e conferire a una guerra di aggressione il linguaggio di una missione divina. È rivolta contro di voi non con missili, ma con il significato.

E lasciatemi chiarire la mia posizione. Non sto criticando la tradizione dall’esterno. George Weigel (il biografo di Giovanni Paolo II, e certo non considerato un liberale) e io abbiamo discusso direttamente di queste questioni, e dalle nostre due Chiese, una cattolica e una ortodossa, giungiamo alla stessa conclusione. Non si tratta di Oriente contro Occidente. È la falsità contro il Vangelo.

Vorrei concludere con una nota di speranza, perché è anche quella più concreta. Non sottovalutate la Chiesa russa e non confondetela con il patriarca Cirillo. L’alternativa alla sua dottrina non è il secolarismo occidentale. Esiste già, all’interno della stessa tradizione russa.

All’interno della Chiesa c’è dissenso e c’è resistenza, ma è stata privata della propria voce: spogliata dei voti, incarcerata, cacciata. Ciò che Mosca espelle, Costantinopoli accoglie. Padre Alexei Uminsky (un mio vecchio amico) ha celebrato il funerale di Mikhail Gorbachev ed è stato spretato per aver rifiutato la preghiera per la vittoria. Oggi è di nuovo all’altare, a Parigi; altri come lui si trovano ora in Turchia, in Lituania e in altri paesi europei.

Queste sono le voci a cui prestare ascolto: non il patriarca che benedice la guerra dall’ambone di una cattedrale dalla cupola dorata, ma il sacerdote che egli stesso ha spretato per aver pronunciato la parola «pace».

Un regime che avesse davvero preso a cuore il cristianesimo non avrebbe nulla da temere da un uomo che prega per la pace. Questo invece ha paura di lui, abbastanza da distruggergli la vita in un solo giorno. Quella paura è la testimonianza più sincera che abbiamo. Ci dice quale fede è vera e quale è falsa.

Quando la base ecclesiale e la guida della diocesi si incontrano, allora può prodursi il miracolo di una Chiesa nuova per il XXI secolo

di: Jesús Martínez Gordo (a cura) Settimana News

palencia

Alle Conversazioni teologiche di Montesclaros (Cantabria), svoltesi dal 7 al 9 luglio 2026 e dedicate a «Scrittura e tradizione a partire dall’oggi», ho incontrato un gruppo di persone della diocesi di Palencia. Tra loro c’era Inmaculada Martín Rodrigo, detta «Macu», nominata lo scorso 23 giugno — per un periodo di tre anni — delegata episcopale per la Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi. L’incontro è stata una piacevole sorpresa e mi è sembrata una buona occasione per conoscere meglio la portata di questa nomina e per condividerne le ragioni.

Questo interesse mi ha portato a parlare con Macu — e con altre persone del gruppo palentino — in diversi momenti, sia della sua nomina a delegata episcopale della Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi, sia del percorso e della situazione pastorale della diocesi di Palencia.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la nomina di Macu alla guida di una delle quattro vicarie della diocesi. Lo farà all’interno di un’équipe guidata dal vescovo, mons. Mikel Garciandía, e composta da Miguel Ruiz, vicario generale e moderatore della curia; dai presbiteri Pedro Brouilhet, responsabile della Vicaria episcopale per l’Annuncio della Parola, e David Pérez, responsabile della Vicaria episcopale per la celebrazione e la spiritualità; e dal laico David Saura, responsabile della Vicaria episcopale per la Pastorale sociale e la promozione umana. È qui che risiedeva la ragione della mia sorpresa e del mio interesse a parlare con i palentini e, in particolare, con Macu.

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Questa decisione e questa riorganizzazione diocesana — mi spiegano i palentini presenti a Montesclaros — sono il risultato della recezione del Concilio Vaticano II, che ha avuto uno dei suoi momenti culminanti negli anni 1987-1988 con la celebrazione del Sinodo diocesano, quando era vescovo della Chiesa locale mons. Nicolás Castellanos (1978-1991). A ciò bisogna aggiungere — proseguono — la ricca vita delle comunità cristiane, la formazione dei sacerdoti — impossibile dimenticare don Donaciano Martínez — e quella dei laici, così come le scelte pastorali scaturite da quel Sinodo e che, con maggiore o minore fortuna, sono state portate avanti negli anni successivi. Tra queste occupa un posto d’onore la scelta di essere una Chiesa discepola, al servizio del mondo e, in particolare, dei poveri, attenta alla promozione di un laicato evangelizzatore.

È vero che, nei 35 anni trascorsi dalla celebrazione del Sinodo diocesano ci sono stati alti e bassi, in buona misura legati al profilo di ciascun vescovo. Ma è altrettanto vero che in questa storia occupa un posto importante l’arrivo in diocesi di mons. Manuel Herrero (2016-2023). È stato lui a recuperare lo spirito sinodale, avviando un processo di ascolto e dialogo, affidando incarichi di responsabilità a persone che hanno favorito il lavoro di équipe e reso possibile l’elaborazione, la programmazione condivisa e la verifica di diversi piani pastorali.

Due anni e mezzo fa è arrivato il nuovo vescovo, mons. Mikel Garciandía, che ha fatto proprio questo stile di lavoro. Per questo ha proposto, anzitutto, di riorganizzare — previa consultazione — la struttura diocesana, obiettivo che è stato infine raggiunto; in secondo luogo, di avviare un processo di revisione del piano pastorale per elaborarne uno nuovo; infine, di consultare quali persone potessero guidare le diverse delegazioni e/o assumere responsabilità diocesane (vicarie).

Il risultato è stato, tra le altre cose, la nomina di Macu all’interno dell’attuale struttura organizzativa: un vicario generale e della pastorale, affiancato da quattro vicarie che hanno come riferimento di fondo le quattro dimensioni della vita di ogni comunità.

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Su questo sfondo, Macu diventa il centro della conversazione. Il dialogo che segue raccoglie alcuni elementi chiave di questo percorso: momenti della sua esperienza pastorale, contenuto della sua nuova responsabilità e possibilità che si aprono per una Chiesa palentina più sinodale, corresponsabile e attenta ai carismi delle sue comunità.

  • Per cominciare, niente di meglio di una breve presentazione.

Volentieri. Sono Inmaculada Martín Rodrigo, detta «Macu», nata a Palencia nel dicembre del 1964. Sono sposata e madre di due figli. Una buona parte della mia vita si è svolta nell’ambito educativo e anche in quello pastorale, con una particolare attenzione ai giovani e alla carità. Attualmente insegno presso il collegio Santo Ángel e continuerò a vivere del mio lavoro professionale, cioè non lo lascerò. Spero di continuare a coltivare la mia appartenenza al gruppo dei Professionisti cristiani, così come al Consiglio pastorale e all’Équipe ecclesiale dell’Unità pastorale Santa María del Otero.

  • Qual è stata la tua formazione teologica e dove l’hai ricevuta?

Quando ero giovane, ricordo che si aprì ai laici e alle laiche la possibilità di formarsi teologicamente nel seminario della diocesi. E si poteva studiare senza dover necessariamente frequentare l’intero corso di studi ecclesiastici. Era possibile seguire singole materie, per esempio cristologia o teologia fondamentale. Ho colto questa opportunità che, oltre ad aiutarmi ad approfondire la fede, ha suscitato in me nuovi interessi teologici. Più tardi ho potuto conseguire il diploma in Scienze religiose.

  • Che cosa ti rimane, dopo tanti anni di impegno pastorale «sul campo»?

L’importanza dei processi e dell’accompagnamento. Abbiamo bisogno di ascoltare di più e meglio, di aprire spazi di partecipazione, di credere che «nell’altro e nell’altra», diversi da me, c’è e parla Dio.

Questo è stato possibile grazie al fatto che nella nostra diocesi si è lavorato con entusiasmo e impegno al processo di recezione del Sinodo mondiale sulla sinodalità. Palencia è una diocesi piccola, nella quale quasi cinquemila persone hanno partecipato a questo processo di recezione: non soltanto persone delle nostre comunità, ma anche del mondo universitario, del carcere, persone non credenti ecc.

Alcuni dei gruppi che si sono formati continuano ancora oggi a riunirsi. E gli orientamenti diocesani per il futuro che sono stati individuati hanno segnato e continuano a segnare i piani pastorali e le programmazioni di questi ultimi anni.

Per animare tutto questo lavoro è stata costituita un’équipe diocesana, formata da un religioso, tre laici, due sacerdoti e il vicario della pastorale. La scelta compiuta a suo tempo da mons. Manuel Herrero ha favorito e promosso il lavoro corresponsabile e in équipe. Una scelta che l’attuale vescovo sta portando avanti.

  • Nell’attuale riorganizzazione pastorale esistono o esisteranno équipe ministeriali?

Sì, certamente. Io stessa faccio parte dell’«équipe ecclesiale» dell’unità pastorale alla quale appartengo. Questa équipe ecclesiale è composta da due sacerdoti, tre laici e una religiosa.

Ma ci sono altre équipe ecclesiali che si stanno formando in alcune zone (vicariati foranei) e/o parrocchie. La realtà che abbiamo è molto semplice, con le sue difficoltà, ma allo stesso tempo necessaria e appassionante.

  • Chi sceglie e nomina i membri di questa «équipe ecclesiale»?

L’équipe è nata per iniziativa dei sacerdoti e di alcuni laici. Per il momento, la comunità alla quale appartengo non interviene in questo processo, ma ci sono altre comunità nelle quali si consulteranno le persone che potrebbero far parte di questa équipe, che alcuni chiamano «équipe di animazione». È una delle sfide per il futuro.

Ci sono zone, per esempio nel nord della diocesi, nelle quali le équipe ecclesiali nascono su proposta del Consiglio pastorale. E ce ne sono altre che, ancora ai blocchi di partenza, stanno pensando di mettersi in cammino verso la costituzione di équipe ecclesiali, valutando al tempo stesso quali persone potrebbero farne parte.

  • Avete assemblee parrocchiali come quelle che si celebrano, per esempio, nella parrocchia di San Pio X di Santander (Cantabria), finalizzate a scegliere, nominare e rinnovare le équipe ecclesiali?

Sì. Ci sono assemblee parrocchiali, ma non per eleggere e nominare le équipe ecclesiali. A settembre qualche parrocchia intende proporre questa possibilità. Siamo in una fase di impulso diocesano, cercando di promuovere nelle parrocchie équipe di animazione sinodale, lavorando al tempo stesso sulle linee sinodali che indicano il nostro futuro.

Siamo consapevoli dei nostri limiti e del fatto che abbiamo bisogno di imparare da ciò che si sta facendo in altri luoghi. Per questo, l’anno scorso, abbiamo contattato la parrocchia di San Pio X di Santander (Cantabria), perché ci raccontassero la loro esperienza. In questi ultimi anni, nella diocesi si è puntato molto su una formazione pratica, concreta e sinodale, cercando punti di riferimento in altre persone e in altre realtà.

Nell’esperienza di questa parrocchia cantabrica abbiamo visto come sia possibile creare uno spazio aperto e accogliente, oltre che coerente con le quattro aree pastorali costitutive di ogni comunità cristiana: la Parola e la catechesi; la pastorale sociale; la celebrazione e la spiritualità e, naturalmente, l’organizzazione sinodale e corresponsabile. Lì abbiamo incontrato una proposta pastorale e organizzativa concreta e ben pensata.

  • Alcuni tuoi compagni, presenti a queste Giornate di Montesclaros, mi hanno detto che la tua elezione è stata una vera e propria «plebiscitaria vittoria». Che cosa dici al riguardo?

C’è stata una consultazione diocesana e, successivamente, il vescovo mi ha chiamata e mi ha proposto la responsabilità di una delle vicarie pastorali. Mi sono sentita riconoscente per la fiducia accordatami, ma al tempo stesso sopraffatta dalla responsabilità. Vedevo la difficoltà legata al tempo. Da una parte sono — e voglio continuare a essere — insegnante, con un incarico a tempo pieno, lezioni, riunioni, ecc., oltre a coordinare altre attività educative. Dall’altra, riconoscevo che si trattava di una porta aperta alla corresponsabilità nelle decisioni e di un cammino che si apriva verso la costruzione di una Chiesa più sinodale. Alla fine, dopo le consultazioni e il necessario discernimento, ho accettato di essere delegata episcopale per la Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi.

  • Qual è l’ambito di competenza della tua area?

In questa vicaria rientra tutto ciò che riguarda l’apostolato dei laici (movimenti apostolici, famiglia e vita). Comprende anche tutto ciò che riguarda la vita consacrata (CONFER, vita contemplativa e ordo virginum). Allo stesso modo, riguarda il ministero ordinato (presbiteri e diaconi permanenti), oltre alle missioni, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. È evidente che la prima cosa che devo fare è conoscere la situazione, ampliare — se necessario — l’équipe della vicaria e pensare, insieme a tutte le persone direttamente coinvolte, come procedere: proporre, dialogare e approvare un piano d’azione.

  • Vedo che non ti annoierai…

Sembra proprio di no… Ho — anzi, abbiamo — il compito di coordinare tutti questi ambiti. Speriamo di saper accompagnare processi capaci di aprire strade e suscitare interrogativi nel mondo di oggi. E di saper promuovere e incoraggiare le esperienze concrete che già si stanno realizzando nella diocesi. Sono storie di vita e di comunità che è molto importante continuare a mettere in relazione tra loro. Così come è importante saper valorizzare il lavoro semplice che crea reti di solidarietà e di umanità e che, naturalmente, favorisce l’annuncio e l’accoglienza della «Buona Notizia».

In sintesi: credo sia necessario dare continuità a ciò che già viene fatto bene; continuare a celebrare l’assemblea diocesana all’inizio dell’anno pastorale; le assemblee di ciascuna zona; i percorsi di formazione; dare impulso ai consigli pastorali e alle équipe ecclesiali; ai processi di pastorale sociale e di promozione umana; al lavoro con i giovani, ecc. E, nello stesso tempo, discernere i nuovi cammini che ci permettano di essere «ospedale da campo» e di prenderci cura di «linguaggi che siano significativi» per il mondo di oggi.

***

Mi colpisce molto — commento a Macu — l’impulso che questo processo di rinnovamento riceve dalla guida della diocesi. Nel vostro percorso di recezione sinodale — proseguo — è stata molto importante la scelta del vescovo. Lui ci crede. E questo è fondamentale perché l’«esperimento» non naufraghi. Per questo è importante che si consolidi anche «dal basso», sul modello, per esempio, di quanto da anni si promuove e si realizza a San Pio X (Santander, Cantabria): comunità che si riuniscono, che scelgono le proprie équipe ministeriali per un determinato periodo e che tutto questo riceva poi l’avallo della guida diocesana.

Quando la base ecclesiale e la guida della diocesi si incontrano, allora può prodursi il miracolo di una Chiesa nuova per il XXI secolo, formata da ciò che rimane ma con un futuro, stabile e missionario. Credo che il lavoro di Palencia — dall’alto — si completi con quello di Santander — dal basso e in attesa della ratifica episcopale —. I processi avviati dalla diocesi di Palencia e dalla parrocchia di San Pio X di Santander sono molto importanti per il futuro che anticipano; per questo si completano e hanno bisogno l’uno dell’altro. E, allo stesso tempo, è un processo che richiede non soltanto l’impulso del vescovo e dei suoi collaboratori più vicini, ma anche quello del laicato e, in modo particolare, del presbiterato.

  • Come vedi il coinvolgimento di questi due soggetti ecclesiali?

Credo che nel presbiterato ci sia una realtà che «limita» l’azione. Persone molto anziane, con la volontà di costruire insieme, ma con poca disponibilità o poca energia per dedicare tempo, impegno e passione. C’è anche una realtà del laicato che «accomoda» la responsabilità. Persone più ricettive che propositive, con percorsi esistenziali e di fede non ancora maturi. Ma è anche vero che esistono già esperienze di collaborazione e coinvolgimento (sacerdoti e laici) che rendono possibile una Chiesa più evangelica.

Una delle nostre linee sinodali diocesane consiste nell’imparare a vivere un nuovo stile di relazione tra sacerdoti, religiosi e laici. Relazioni caratterizzate dal rispetto e dal servizio, e non dal potere. L’autorità non deriva da ciò che diciamo o predichiamo, ma dalla coerenza della vita.

  • Pensi che tutto questo possa davvero attecchire?

Sì, certamente. Anzi, non c’è altra strada. Può darsi che alcuni non lo vedano, che interpretino il momento attuale in modo più catastrofico o che cerchino di riprodurre altri tempi e altri modelli di evangelizzazione. Ma esiste anche un sentimento diffuso di apertura verso un’altra Chiesa, più sinodale, partecipativa e corresponsabile, che trasmette entusiasmo e gioia. Forse non sappiamo ancora molto bene come fare, ma scegliamo di creare luoghi di incontro, relazioni positive, spazi di umanità… e questo è già una Buona Notizia.

Sono molte le persone che dicono: «Contate su di me!»; «Dai, andiamo avanti!». Credo che esista una «massa ecclesiale» convinta che questo possa andare avanti, senza per questo dover trascurare alcune necessarie cautele.

In definitiva, c’è motivazione. E c’è perché si è creata una convergenza tra il vescovo e la sua équipe di governo, il laicato e una parte importante del presbiterato diocesano.

  • Insomma, sei fiduciosa…

Sì. Credo che questo possa andare avanti. E andrà avanti se sapremo prenderci cura dell’accompagnamento, se creeremo spazi di incontro, di condivisione delle esperienze e di incoraggiamento, nei quali la vita possa scorrere. Se riusciremo a fare questo, funzionerà e crescerà una sorta di «contagio» capace di suscitare speranza e di mettere in movimento. A Palencia siamo consapevoli che il problema non è che la gente non venga, ma che non si produca quell’effetto di contagio, perché ciò che abbiamo offerto finora non lo genera in misura sufficiente. In definitiva, è possibile accompagnare la vita, accoglierla e leggerla alla luce di Dio.

Macu, è evidente che avete davanti un compito impegnativo e, al tempo stesso, molto interessante; per certi versi, evangelicamente invidiabile… Se l’anno prossimo tornerai alle Conversazioni teologiche di Montesclaros, sono sicuro che torneremo a parlare. E ho il presentimento che sarà per una buona ragione.

Alexandria Ocasio-Cortez: «Voglio cambiare l’America a partire da sanità, salari e diritti dei lavoratori»

Un'immagine in primo piano di Alexandria Ocasio-Cortez

Avvenire

Alexandria Ocasio-Cortez aveva 28 anni quando sconfisse alle primarie uno dei politici più potenti del partito democratico e conquistò un seggio alla Camera Usa. Otto anni dopo, Aoc, come la chiamano tutti negli Stati Uniti, è una delle figure più riconoscibili della sinistra americana, erede politica di Bernie Sanders e possibile candidata alla Casa Bianca nel 2028. In una conversazione con Avvenire, Ocasio-Cortez, che si definisce cattolica ma ha una chiara posizione abortista, ha parlato della continua perdita di dignità dei meno fortunati negli Usa, della sua fede, del proprio futuro politico e di quello di un partito democratico attraversato da una nuova spinta a sinistra.

Lei fa parte di una corrente progressista del partito democratico che sembra affermarsi negli Stati Uniti ma è vista con timore dallo stesso partito. Pensa che questa sinistra possa vincere alle elezioni di novembre?
Quando fui eletta nel 2018 ero una cameriera a New York. Non avevo un’assicurazione sanitaria e non riuscivo a pagare l’affitto, ma vedevo un partito democratico che difendeva gli interessi identitari di alcuni gruppi e le élite, mentre diceva ai lavoratori che tutto andava bene quando non era così. Dopo la mia elezione partecipai a una riunione a porte chiuse con esponenti molto importanti del partito. Avevo appena sconfitto un deputato democratico che era al Congresso da vent’anni, ma sentii liquidare come eccessive le proposte sulle quali avevo fatto campagna: 15 dollari l’ora di salario minimo, università pubblica gratuita, estensione dell’assicurazione sanitaria. Erano considerate troppo radicali. Questo riassume il senso di tradimento che tanti lavoratori americani hanno provato. Da allora abbiamo fatto molta strada, ma ne resta molta da fare. Per la prima volta stiamo assistendo all’ascesa di candidati progressisti, come Abdul El-Sayed in Michigan e Zohran Mamdani a New York, capaci di sconfiggere candidati sostenuti da enormi quantità di denaro. Credo che stia crescendo nel Paese la consapevolezza che, se vogliamo avere successo, dobbiamo costruire una politica centrata sulla classe lavoratrice. Il partito non dovrebbe temere questa energia o trattarla come qualcosa da contenere.
Si candiderà alla presidenza nel 2028?

Lo sto valutando. Ogni elemento della decisione è sul tavolo, ma penso anche a quello che significherebbe concretamente. Se mi candidassi nel 2028 e non vincessi, avrei finito: non sarei più alla Camera. Significa che deve valerne la pena, perché la mia più grande ambizione è cambiare questo Paese attraverso un sistema sanitario universale, salari dignitosi, diritti dei lavoratori e delle donne.
Si sente svantaggiata in quanto donna, latina, giovane, in un Paese che non ha mai eletto una donna presidente?
Quando una candidata solleva la questione della razza o del genere viene immediatamente interpretata come una scusa. Eppure è innegabile che il modo in cui vengono discusse, avvicinate e raccontate le donne in politica non è lo stesso che per gli uomini. Si veda il modo in sono state trattate Hillary Clinton e Kamala Harris. Questo Paese non ha mai eletto una presidente donna e prima o poi lo farà. Ma non si può negare che il sesso abbia un peso.

Quale dovrebbe essere la proposta dei democratici agli americani nell’era Trump?
Il pendolo politico tende a punire il partito percepito come quello che ha tradito i lavoratori. In questo momento quel partito è quello repubblicano al governo. Ma i democratici non possono limitarsi ad aspettare che gli elettori se ne accorgano. Deve costruire una politica attorno alle famiglie che lavorano, perché è necessaria non soltanto per vincere, ma anche per contrastare l’autoritarismo. Quando aumenta la disuguaglianza economica, l’autoritarismo offre sempre un capro espiatorio da incolpare, in questo caso gli immigrati. La risposta deve essere dare alle persone sicurezza materiale e potere. Per questo credo che non dobbiamo aspettare un futuro presidente per introdurre una tassa sulla ricchezza: dovremmo farlo rapidamente in Congresso. Bisogna investire nelle comunità che sono state lasciate indietro.
Lei parla spesso della sua fede. Che ruolo ha nel modo in cui concepisce la politica?

Come cristiana e cattolica non sopporto che Dio e le Scritture vengano distorti per giustificare il fatto che la gente soffra la fame e la povertà. Per me la fede significa qualcosa di molto diverso. Nella dottrina cattolica c’è l’idea che dobbiamo prenderci cura degli ultimi tra noi: di chi ha fame e sete, di chi non ha una casa, dei malati e dei carcerati. E dei bambini, che non sono il futuro, ma il presente. La fede ci pone anche domande difficili sulla giustizia e sul perdono. Penso, per esempio, a mio cugino Marc. Marc era finito nel sistema carcerario, come molti uomini della mia famiglia travolti dalla povertà e dalla mancanza di opportunità negli anni dell’incarcerazione di massa. Oggi è un lavoratore sindacalizzato, sposato e padre di tre figli. Esperienze come questa mi hanno insegnato che la misericordia non è separata dalla politica.
Come riesce a conciliare, se possibile, la sua fede cattolica con la sua posizione pro-aborto?
Non considero la questione dell’aborto semplicemente come una questione di diritti riproduttivi. La vedo attraverso la lente più ampia della giustizia riproduttiva. Quando una donna rimane incinta, che sia una gravidanza pianificata o meno, la discussione non si limita mai solo alla possibilità o meno per la donna di abortire. Emergono questioni legate alla giustizia sociale: i diritti dei lavoratori, la protezione dalla violenza coniugale e dagli abusi, lo status di immigrazione, un ambiente pulito e sicuro e l’accesso a un’istruzione, a un’assistenza sanitaria e a un’assistenza all’infanzia adeguate. Come cattolica vorrei andare oltre il dibattito binario tra pro-scelta e pro-vita e discutere anche del diritto di crescere i bambini in ambienti sicuri e sani. Mi conto tra quel 56% di cattolici statunitensi che credono che l’aborto dovrebbe essere legale e raro, come una questione di giustizia sociale.

Lei si è opposta con forza alla politica sull’immigrazione dell’Amministrazione Trump e ha chiesto l’abolizione dell’Ice. La considera una questione morale?
Faccio fatica a capire come una famiglia americana possa beneficiare dal rastrellamento di persone innocenti o da uno Stato di sorveglianza di massa. Posso invece dirle che ne pagheremo il prezzo. Lo pagheremo economicamente, perché il nostro sistema sanitario rischia di crollare senza gli immigrati, così come quello alimentare e dell’edilizia. L’immigrazione è stata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti sono riusciti ad attraversare economicamente la pandemia meglio di altri Paesi. Poi c’è la questione umana. Quale sarà il prezzo da pagare, come esseri umani e come società, se oggi guardiamo dall’altra parte mentre donne, bambini, persone innocenti, giovani vengono portati via per strada, messi dentro un furgone e fatti sparire? C’è un costo per la nostra anima. In politica può sembrare un discorso ingenuo o retorico. Non credo che lo sia.

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01 Ottobre Santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa

Memoria

Dal Martirologio

Memoria di santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa: entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux in Francia, divenne per purezza e semplicità di vita maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa. Concluse la sua vita il 30 settembre, all’età di venticinque anni.

Luca Favarin, l’ex prete è diventato papà. Il dolce annuncio sui social e la lettera al figlio: «Iniziamo con tanta emozione questo viaggio»

Luca Favarin, l'ex prete è diventato papà. Il dolce annuncio sui social e la lettera al figlio: «Iniziamo con tanta emozione questo viaggio»

di Redazione web
«Zaccaria oggi sei nato nel mondo e iniziamo con tanta emozione questo viaggio». Inizia così la lunga lettera, condivisa sui social, dal neo papà ed ex prete Luca Favarin emozionato per la nascita del suo primo figlio. «Insieme con la mamma condivideremo una parte del tempo delle nostre vite e io ci metterò tutto l’amore e tutta la forza di cui sono capace.. poi verrà un giorno in cui tu andrai per monti e per valli con il sole e talora con la pioggia, custodendo nel tuo cuore il tempo che insieme noi abbiamo trascorso. Ma ora godiamo di questo lungo tempo di grazia che la vita ci dà da condividere insieme perché è il tempo più bello delle nostre vite», ha proseguito.

Chi è Luca Favarin
Luca Favarin è stato prete fino al 2023. Una figura da sempre vicina agli ultimi, ai più fragili, agli stranieri. Prima è stato sospeso a divinis, poi è arrivato il divorzio ufficiale dalla Chiesa cattolica. La decisione di Favarin era stata presa per due motivi: favorevole sia alle unioni tra persone omosessuali sia ad una legge per il fine vita. Ma nella nota con cui la Diocesi di Padova annunciava la decisione definitiva faceva riferimento anche alle attività dell’ex parroco: «Per quanto riguarda l’agire in campo sociale, le iniziative di don Luca Favarin, per quanto pregevoli, sono personali e non pensate, condivise nè maturate insieme alla Chiesa di Padova.In particolare sul fronte dell’accoglienza dei migranti la Diocesi di Padova ha scelto di non porsi come “gestore” diretto delle accoglienze, ma di affidarsi a cooperative sociali qualificate». Parole che non erano state per nulla gradite da Favarin. Che oggi si è rifatto una vita: ha una compagna ed è diventato papà.   Ultimo aggiornamento: martedì 29 settembre 2026, 10:26
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Leggo

La paternità di Luca Favarin e la nascita di Zaccaria: la forza dell’amore umano e la necessità di superare la logica dell’abbandono ministeriale

A Padova il primo wine bar gestito da minori detenuti. 'Un assistente  sociale si è licenziato dopo 4 ore di turno'.

La notizia della nascita del piccolo Zaccaria e la commovente lettera pubblica scritta da Luca Favarin — ex presbitero padovano noto per il suo impegno sociale nell’accoglienza dei migranti e degli ultimi — hanno toccato la sensibilità di tanti lettori e fedeli. Le sue parole, dense di tenerezza («Zaccaria, benvenuto al mondo amore mio. Se serve avrò il coraggio di morire per te»), testimoniano la bellezza, la responsabilità e la sacralità dell’amore paterno e della vita familiare.

Di fronte a un evento così lieto come la nascita di un bambino, il primo pensiero della comunità cristiana non può che essere di benedizione per il neonato e di auguri sinceri per la nuova famiglia.

Oltre la narrazione dell’ex prete: un patrimonio d’amore non in contrapposizione

Come spesso accade nelle cronache mediatiche, la vicenda viene raccontata attraverso la categoria dell’«ex prete» che “cambia vita” o che “lascia il sacerdozio” per diventare padre. Tuttavia, una riflessione matura sul piano pastorale ed ecclesiale impone di andare oltre gli schemi riduttivi:

  1. La paternità non cancella il dono dell’Ordine: L’esperienza di cura, dedizione ed empatia maturata negli anni di ministero e di servizio agli ultimi non si azzera con la nascita di un figlio. Al contrario, la paternità umana e familiare può arricchire ed esaltare la sensibilità spirituale di chi ha dedicato la propria vita al Vangelo.

  2. Nessun conflitto tra amore per Dio e amore per i figli: Accogliere una nuova vita è un atto d’amore che riflette la creatività di Dio. Pretendere che la maturazione di un affetto familiare debba necessariamente tradursi in una rottura o in un “addio” definitivo alla Chiesa rappresenta una ferita sia per il pastore che per la comunità.

La risposta del Realismo Pastorale

La storia di Luca Favarin ed episodi analoghi richiamano la Chiesa a una presa di coscienza non più rinviabile. La proposta portata avanti dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, indica una via di sintesi e di comunione:

  • Superare la perdita di risorse preziose: La Chiesa non può rassegnarsi a perdere uomini e presbiteri dotati di spessore umano, solida formazione teologica formale e titoli pontifici, costringendoli all’emarginazione o all’abbandono istituzionale.

  • Un decreto canonico di riammissibilità: Chiedere a Papa Leone XIV un provvedimento canonico che permetta la riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati significa riconoscere che la Grazia del sacerdozio e la Grazia della famiglia possono camminare insieme, a beneficio di una Chiesa più incarnata, accogliente e vicina alle realtà della vita.

Mentre festeggiamo la nascita di Zaccaria, rinnoviamo l’impegno affinché la paternità non sia più vista come un motivo di esclusione, ma come una benedizione capaci di rigenerare il tessuto umano e spirituale del nostro ministero.

#IlGazzettino, #LucaFavarin, #SacerdotiSposati, #PapaLeoneXIV, #RealismoPastorale

Luca Favarin, 54 anni, è stato per 15 seminarista e per 25 sacerdote a Padova. Poi il cambio di vita. Su Instagram la foto con il piccolo in braccio e la dedica: “Ho visto la cosa più bella, la nascita di un figlio. È lo spettacolo della vita. Non sarai mai solo, avremo cura di te”

Luca Favarin con il piccolo Zaccaria appena nato in braccio. Da prete a papà: "Lo spettacolo della vita" (Foto da Instagram)

Padova, 29 settembre 2026 – “Zaccaria oggi sei nato nel mondo e iniziamo con tanta emozione questo viaggio. Insieme con la mamma condivideremo una parte del tempo delle nostre vite e io ci metterò tutto l’amore e tutta la forza di cui sono capace… poi verrà un giorno in cui tu andrai per monti e per valli con il sole e talora con la pioggia, custodendo nel tuo cuore il tempo che insieme noi abbiamo trascorso”. Inizia così la lettera che Luca Favarin, ex prete e da 24 ore neo papà ha postato su Instagram per il suo bambino.

La metamorfosi di Luca, da don a padre

Luca Favarin, 54 anni, è stato prete fino al 2023. Ex sacerdote padovano responsabile del villaggio dell’accoglienza Kidane ad Altichiero è sempre stata una figura “vicina agli ultimi e ai più fragili”. Seminarista per 15 anni e parroco a Padova per 25, ha voltato pagina e ‘divorziando’ dalla Chiesa cattolica dopo la sospensione a divinis.

Nella nota con cui la Diocesi di Padova annunciava la decisione definitiva faceva riferimento anche alle attività dell’ex parroco: “Per quanto riguarda l’agire in campo sociale, le iniziative di don Luca Favarin, per quanto pregevoli, sono personali e non pensate, condivise nè maturate insieme alla Chiesa di Padova. In particolare sul fronte dell’accoglienza dei migranti la Diocesi di Padova ha scelto di non porsi come “gestore” diretto delle accoglienze, ma di affidarsi a cooperative sociali qualificate”.

Parole che non erano state per nulla gradite da Favarin. Che oggi si è rifatto una vita. Lo scorso anno poi Luca aveva rivelato di essersi innamorato e di desiderare un figlio. E ora quel figlio è arrivato davvero.

Il post con il piccolo Zaccaria in braccio

“Ora godiamo di questo lungo tempo di grazia che la vita ci dà da condividere insieme perché è il tempo più bello delle nostre vite – scrive ancora – . Ci sono tantissime persone attorno a noi che ti stanno aspettando e saranno per te una gran bella famiglia allargata sana, felice e accogliente. Oggi è anche il giorno in cui per me la vita e la morte cambiano radicalmente di significato, in cui l’una o l’altra possono acquistare un valore infinitamente opposto”.

Ti mostrerò il mare meraviglioso e ti racconterò che ci saranno i bellissimi pesci azzurri, ma anche gli squali

“Se serve avrò il coraggio di morire per te perché ho visto la cosa più bella: la nascita di un figlio”

“Se serve avrò il coraggio di morire per te – scrive ancora nel post su Instagram- , perché ho visto la cosa più bella: la nascita di un figlio. Oggi è il giorno in cui la mia esistenza che fino ad un istante fa aveva per me un valore immenso diventa totalmente e infinitamente relativa e insignificante rispetto alla tua. Ti mostrerò il mare meraviglioso e ti racconterò che ci saranno i bellissimi pesci azzurri, ma anche gli squali. Ma non sarai solo. Avremo cura di te. Noi si che avremo cura di te. Nasci nel tempo della vendemmia, di un’ottima annata come frutto della piena maturità e con la forza di essere nutrimento gioioso per gli altri. Benvenuto al mondo amore mio.. è lo spettacolo della vita. La cosa più bella della vita”.