SUMMIT SULLA FAMIGLIA 2026: UN POSTO A TAVOLA PER I SACERDOTI SPOSATI? IL MOVIMENTO CHIEDE ASCOLTO AL PAPA

– Informazione Libera / Web Radio Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

📢 NOTIZIA FLASH. Da Roma arriva un annuncio che accende una speranza concreta per migliaia di famiglie sacerdotali in tutto il mondo. Giacomo Gambassi, su Avvenire, ha rivelato che Papa Leone XIV convocherà i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutti i continenti per un summit straordinario sulla famiglia, in programma per ottobre 2026.

Non sarà un Sinodo, ma un ‘discernimento sinodale’. L’obiettivo dichiarato è ‘un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi’. Un’iniziativa che giunge a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia e che potrebbe rappresentare un punto di svolta.

L’ELEFANTE NELLA STANZA: LA CRISI DEL CLERO Ma c’è un convitato di pietra che non può più essere ignorato in una discussione sulla famiglia. La Chiesa di Roma si trova di fronte a una desertificazione vocazionale senza precedenti. Abbiamo parlato dei seminari vuoti, abbiamo parlato dei ‘due pesi e due misure’ con l’accoglienza degli ex-anglicani sposati.

Ora, di fronte a questo summit globale, ci poniamo una domanda cruciale: si può discernere sulla famiglia oggi, ignorando chi il sacerdozio lo vive ogni giorno proprio dentro una famiglia?

L’APPELLO DI DON GIUSEPPE SERRONE: “IO SPERO DI ESSERE INVITATO” In questo scenario si leva una voce chiara e autorevole. È quella di Don Giuseppe Serrone, fondatore del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati. Don Giuseppe, figura storica della battaglia per la riforma, non chiede solo riforme astratte; chiede ascolto concreto.

La sua speranza è quella di migliaia di fratelli che, come lui, sono stati allontanati dall’altare per aver scelto l’amore familiare, ma che non hanno mai smesso di sentirsi al servizio del Vangelo. Don Giuseppe Serrone rappresenta quella fetta di clero che ha pagato il prezzo dell’esclusione, ma che è pronta a portare testimonianza viva.

UN POSTO A TAVOLA PER CHI VIVE LA CARNE DELLA FAMIGLIA “Noi sacerdoti sposati siamo qui, siamo una risorsa, non un problema.” – dichiara Don Giuseppe Serrone in una nota di Informazione Libera. “Se Papa Leone XIV e i Vescovi vogliono annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, devono ascoltare chi vive la realtà quotidiana: la fatica di crescere i figli, la gestione della casa, l’amore coniugale. Chiediamo solo di poter servire, di non veder morire le nostre comunità per un tabù che non ha più ragione d’essere.”

Immaginate: i vertici della Chiesa che discutono di sfide e accoglienza e, seduto tra loro, un uomo che incarna la sintesi di questa sfida. Un uomo che è prete e che è padre. Sarebbe un segno di vera sinodalità, un atto di coraggio evangelico che renderebbe la Chiesa ‘esperta in umanità’.

SUPPORTE LA CANDIDATURA DI DON GIUSEPPE SERRONE AL SUMMIT Noi di Informazione Libera e del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati crediamo fermamente che la voce di Don Giuseppe sia indispensabile al tavolo di ottobre 2026. Non si può fare un discernimento sulla famiglia senza chi la famiglia la vive ogni giorno nel ministero.

Vi invitiamo a supportare questa causa:

  1. Condividete questo articolo sui vostri canali social.

  2. Usate l’hashtag #SerroneAlSummit e fatelo girare.

  3. Stampate  il testo di appello (riportato in basso) tratto dal nostro sito e inviatelo alla vostra Diocesi:

  4. ISTANZA DI APPELLO PER LA RIAMMISSIONE DEI SACERDOTI SPOSATI

    Al Vescovo della Diocesi di: _________________________________________
    Alla Segreteria di Stato Vaticana
     Il/La sottoscritto/a: __________________________________________________ Residente a: __________________________________ Prov: _______________
    In qualità di: ( ) Fedele ( ) Sacerdote ( ) Rappresentante di Associazione
     PREMESSO CHE: I dati 2026 sulle ordinazioni (25 in Germania, seminari vuoti a Tarazona) confermano un collasso vocazionale senza precedenti. Migliaia di sacerdoti sposati, come testimoniato da figure come Don Giuseppe Serrone, sono pronti a servire ma restano esclusi per una norma disciplinare. L’appello del Pala Leone XIV attende ancora una risposta pastorale concreta.
     CHIEDE FORMALMENTE: Che la Chiesa Cattolica Latina valuti la riammissione immediata al ministero dei sacerdoti che hanno contratto matrimonio, riconoscendo la compatibilità tra vocazione e famiglia come risorsa per salvare le comunità parrocchiali dall’estinzione.
     Messaggio Personale (Opzionale):
     Data:                                                                            Firma: ___________________________

La Chiesa del futuro si costruisce oggi, o non si costruisce affatto.


Contatti della Campagna: sacerdotisposati@gmail.com

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È morto Umberto Bossi: inventò la Lega e diede voce all’autonomia

È morto Umberto Bossi: inventò la Lega e diede voce all'autonomia

Umberto Bossi è morto oggi a 84 anni. La notizia è arrivata pochi minuti prima delle 21. Il Senatur si è spento mezz’ora prima all’ospedale di Circolo di Varese, dove era stato ricoverato da mercoledì in terapia intensiva e in condizioni apparse subito critiche. Era malato da tempo e da mesi fuggiva le occasioni pubbliche. Tanto che già ad agosto del 2024 era circolata una fake news sulla sua dipartita, prontamente smentita dalla famiglia, con l’assicurazione che l’attività del padre continuava come sempre, pur con gli impedimenti e le difficoltà del caso. Solo tre giorni fa, in occasione della festa di San Patrizio, aveva trovato il tempo di scrivere un pensiero di auguri dedicato «a tutti gli irlandesi», un popolo che ha sempre ammirato «per l’attaccamento alla sua terra, alla sua storia e alla sua identità».
Neanche l’ictus che lo colpì nel 2004 era riuscito a togliergli l’energia che lo ha sempre contraddistinto, nel bene e nel male, nella volgarità, ma anche nella coerenza. Avanguardista del politicamente scorretto. Anche nel 2022 fu ricoverato, allora fu per un’ulcera gastrica. Gli bastò un giorno di terapia intensiva per venirne fuori. Uomo di eccessi verbali, ma anche di passione, che il figlio Renzo testimonia nelle brevi dichiarazioni a caldo: «È stato fedele fino all’ultimo ai suoi ideali. Amore profondo per la libertà e per la nostra terra».
Nel 2024 era tornato a farsi sentire, parlando della sua Lega, che però, per come la intendeva lui, non c’era più. Quella di Matteo Salvini non lo rappresentava, lo disse al telefono Paolo Grimoldi, già parlamentare e segretario della Lega lombarda: «Fai sapere in giro che io voto Reguzzoni». Cioè un candidato indipendente di Forza Italia. Forse un ultimo omaggio a Silvio Berlusconi, artefice dell’approdo del Carroccio al Governo, altro protagonista indiscusso della politica italiana degli ultimi trent’anni e assieme al quale costruì il centrodestra portando il bipolarismo nel Paese. Un’ossatura che regge ancora oggi con l’esecutivo Meloni a Palazzo Chigi. Antonio Tajani lo ricorda bene e lo riconosce nel post scritto poco dopo la notizia della sua morte: «Con tutta FI piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Berlusconi, politico di grande intelligenza, è stato un protagonista di primo piano del cambiamento in Italia. Alla sua famiglia un grande abbraccio ed una preghiera perché riposi in pace».
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ricorda come «un leader politico appassionato e un sincero democratico». Anche Giorgia Meloni cita «la sua passione politica», che «ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra». Poi si stringe nel dolore «alla sua famiglia e alla sua comunità politica». Il messaggio di Salvini tarda, ma arriva una nota ufficiale del partito: «L’intera comunità della Lega è profondamente scossa e addolorata per la scomparsa del fondatore Umberto Bossi e si stringe con affetto e commozione ai suoi familiari. Tutti gli appuntamenti previsti per domani sono annullati». Lo stesso segretario cancella gli impegni a parte per Milano.
«È arrivata una notizia che non avremmo mai voluto sentire. Nel giorno della Festa del Papà è venuto a mancare il padre della Lega, per me un padre politico. La scomparsa di Umberto Bossi mi riempie di un dolore profondo e lacerante», dice il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Il “collega” del Senato, Ignazio La Russa, gli fa eco poco dopo: «Con la scomparsa di Umberto Bossi perdo un amico, un pezzo della nostra storia politica. Non molto tempo fa lo avevo sentito e gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo».
Addolorato anche il ministro leghista per gli Affari regionali, di Roberto Calderoli: «Per me è stato veramente un secondo padre, da un punto di vista umano e poi da un punto di vista politico. E da ministro, oggi, voglio portare fino in fondo il suo più importante lascito politico: l’autonomia per i territori».
Non manca il tributo degli avversari, a partire dalle «condoglianze» della segretaria del Pd Elly Schlein. «Uno dei protagonisti più rilevanti, nel bene e nel male, della politica italiana degli ultimi trent’anni. Sia per chi lo ha amato, sia per chi lo ha avversato Bossi è stato un pezzo di storia repubblicana», nota Matteo Renzi. «Ha segnato la storia politica dell’Italia – dichiara Angelo Bonelli, di Avs – . Pur nella distanza politica, ne riconosco il ruolo nella storia istituzionale italiana e l’impegno profuso per il suo partito. Un pensiero alla famiglia e ai suoi cari».

Avvenire

“Patto” tra sei Paesi (anche l’Italia) per la sicurezza nello Stretto di Hormuz

Il saluto a Bruxelles tra Meloni e Merz
Mentre è in corso il Consiglio Europeo a Bruxelles, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha firmato una dichiarazione sullo Stretto di Hormuz insieme ai leader di Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. Il documento suona a metà tra un quasi-ultimatum all’Iran e una dichiarazione di disponibilità rivolta agli Usa, dopo i rifiuti ad agire dei giorni scorsi. “Condanniamo con la massima fermezza – dicono i leader – i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto. Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, in particolare sui più vulnerabili. In linea con la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico globali costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. A questo proposito, chiediamo un’immediata e completa moratoria sugli attacchi contro infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas”.

I leader poi aprono a una collaborazione per la sicurezza nello Stretto: “Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle Nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria. Accogliamo con favore la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di autorizzare un rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio. Adotteremo ulteriori misure per stabilizzare i mercati energetici, tra cui la collaborazione con alcuni Paesi produttori per aumentarne la produzione. Ci impegneremo inoltre a fornire supporto alle nazioni più colpite, anche attraverso le Nazioni Unite e le Istituzioni Finanziarie Internazionali. La sicurezza marittima e la libertà di navigazione sono un beneficio per tutti i Paesi. Esortiamo tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a sostenere i principi fondamentali di prosperità e sicurezza internazionali”.

Avvenire

San Giuseppe 19 Marzo

San Giuseppe sposo di Maria IT

La più antica menzione del culto di san Giuseppe in Occidente appare intorno all’800 nel nord della Francia. Vi si legge al 19 marzo: “Ioseph sponsus Mariae”. La menzione di Giuseppe sposo di Maria sarà sempre più frequente dal IX al XIV secolo. Nel XII secolo, i crociati, eressero una chiesa in suo onore a Nazaret. Ma è nel XV secolo che il culto a san Giuseppe si diffonderà sotto l’influenza di san Bernardino da Siena e soprattutto di Giovanni Gerson (+ 1420), cancelliere di Notre Dame di Parigi: sarà proprio lui ad alimentare il desiderio di una festa dedicata a san Giuseppe in modo ufficiale. C’erano già alcune celebrazioni, a Milano, presso gli Agostiniani e in molte località della Germania. Comunque sia, dal 1480, con l’approvazione di Papa Sisto IV s’inizia a celebrare la festa il 19 marzo, che diventerà poi obbligatoria con Papa Gregorio XV nel 1621. Pio IX nel 1870 lo dichiara patrono della Chiesa universale, e Giovanni XXIII nel 1962 fa inserire il suo nome nel Canone romano della Santa Messa. E Papa Francesco ha approvato sette nuove invocazioni nelle Litanie di san Giuseppe: custode del Redentore, servo di Cristo, ministro della Salvezza, sostegno nelle difficoltà, patrono degli esuli, patrono degli afflitti, patrono dei poveri.

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore (Mt 1,16.18-21.24).

La liturgia propone anche Lc 2, 41-51

Padre amato

Giuseppe si è posto al servizio del progetto della salvezza. Si è preso cura della Santa Famiglia che Dio gli ha affidato. Si è fatto un servo attento al momento dell’Annunciazione; un servo provvidente nel prendersi cura di Maria e del Bambino che portava in grembo; ha preso le difese della Famiglia nel momento del pericolo. Sono solo alcuni dei tratti di san Giuseppe che spiegano il perché il santo popolo di Dio lo venera con particolare devozione.

Padre nella tenerezza

Giuseppe ha insegnato a Gesù a camminare, tenendolo per mano: Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, uomo giusto. In Giuseppe, Gesù ha visto l’uomo di fede che sa guardare con speranza la vita, perché in mezzo alle tempeste Dio rimane saldo al timone della barca della vita.

Padre nell’obbedienza

A Giuseppe il piano di Dio gli viene svelato attraverso i sogni, e la sua risposta è sempre pronta: nel momento dell’Annunciazione del Signore, quando Erode vuole uccidere il Bimbo, alla morte di Erode. Giuseppe viene guidato da Dio e obbedisce. Gesù ha respirato questa “sottomissione” filiale a Dio, e ha imparato a obbedire ai genitori.

Padre dell’accoglienza

Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato, capace di mettere la dignità e la vita di Maria al di sopra di ogni cosa, anche della sua reputazione. Giuseppe accoglie, certo che ogni cosa è guidata dalla provvidenza di Dio. Ha capito che la vita si svela nella misura che si accoglie il progetto di Dio, che ci si riconcilia con il progetto di Dio. È il realismo cristiano: accogliere in Dio la propria storia, per imparare ad accogliere chi incontriamo.

Padre del coraggio creativo

Di fronte alle difficoltà, Giuseppe ha sempre tirato fuori le risorse più inaspettate. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della salvezza; dove le difficoltà non fermano l’audacia e l’ostinazione di questo uomo giusto e saggio. Dio si fida di quest’uomo, così come si fida di Maria, e da qui, Giuseppe si rivela il Custode della Santa Famiglia: quella di Nazaret, e oggi quella della Chiesa.

Padre lavoratore

Il lavoro, inteso come partecipazione all’opera stessa di Dio, è quanto Giuseppe porta avanti nella sua vita ed è quanto insegna al Figlio Gesù. L’importanza del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di san Giuseppe ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. Il lavoro è garanzia della dignità dell’uomo.

Padre nell’ombra

Essere padri significa introdurre il Figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. La logica dell’amore è sempre logica di libertà: e la gioia di Giuseppe è il dono di sé. Si è reso inutile, si è lasciato mettere in ombra affinché emergesse il Figlio.

Preghiera

Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.

O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.
(cfr citazioni e preghiera riprese dalla Lettera Apostolica Patris Corde, di Papa Francesco)

Vatican News

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale

Sull'Iran gli attacchi «più intensi» dall'inizio della guerra -  L'Osservatore Romano

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale. A porre la questione con la consueta franchezza è Stephen M. Walt, professore di Relazioni internazionali alla Harvard University e columnist della rivista Foreign Policy. In un articolo pubblicato nelle scorse ore, Walt – coautore insieme a John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago del celebre saggio del 2007 The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy – attribuisce una responsabilità specifica alla medesima lobby nell’aver trascinato Washington in guerra contro Teheran.

«Prima di tutto», scrive Walt, «non si tratta di una questione di religione o etnia. La lobby non coincide con la comunità ebraica americana, che anzi – come dimostravano già i sondaggi del 2002-2003 sulla guerra in Iraq – era meno favorevole all’intervento militare rispetto alla media della popolazione. Molti ebrei americani, anzi, si oppongono oggi apertamente al conflitto: J Street, Jewish Voice for Peace e New Jewish Narrative hanno condannato pubblicamente la guerra».

Il vero oggetto dell’analisi è invece una coalizione trasversale – che include sia ebrei sia, in particolare, i cristiani sionisti – il cui obiettivo comune è mantenere una “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele: aiuti militari generosi e copertura diplomatica a prescindere dalle azioni di Tel Aviv. Secondo Walt, le responsabilità primarie restano ovviamente del presidente Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. È Trump ad aver preso la decisione finale, è Netanyahu ad aver premuto per mesi affinché Washington intervenisse.

L’ingerenza della lobby nella politica Usa
Ma nessun presidente agisce da solo. E l’amministrazione Trump, osserva il professore, è permeata di figure profondamente legate alla lobby: il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio (tra i maggiori beneficiari di finanziamenti pro-Israele), gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, la chief of staff Susie Wiles (ex consulente della campagna di Netanyahu). Walt menziona inoltre Miriam Adelson, l’influente vedova del defunto magnate delle scommesse Sheldon Adelson e maggiore donatrice di Trump alle ultime elezioni.

Ma il ruolo della lobby non si limita al cerchio ristretto della Casa Bianca. Per anni, organizzazioni come Aipac, la Foundation for Defense of Democracies, la Zionist Organization of America e United Against Nuclear Iran hanno lavorato sistematicamente per demonizzare l’Iran, impedire affari americani con Teheran e sabotare ogni tentativo di distensione. Walt ricorda che questi stessi gruppi si opposero con forza all’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), spingendo Trump a stracciarlo nel 2018 nonostante l’Iran stesse rispettando gli impegni. Senza quella rottura unilaterale, osserva l’analista, oggi Washington avrebbe avuto molti meno motivi per temere il programma nucleare iraniano.

L’analisi del docente di Harvard
Soprattutto, conclude Walt, la lobby ha reso praticamente impossibile per qualsiasi presidente americano – democratico o repubblicano – esercitare una pressione reale su Israele. Ha così consentito a Netanyahu di condurre una politica di “guida spericolata” in tutto il Medio Oriente: attacchi ripetuti contro Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iran e persino Qatar. Israele non ha “costretto” gli Stati Uniti a entrare in guerra, ammette il professore, ma il clima politico creato dalla lobby ha reso l’intervento quasi inevitabile.

«Fino a quando l’influenza di questo gruppo non verrà ridotta e gli Stati Uniti non stabiliranno con Israele una relazione normale – invece che “speciale” –», avverte Walt, «episodi come questo continueranno a ripetersi. E ogni volta l’America apparirà più come un bullo senza cuore che come una grande potenza responsabile, lasciando tutti noi più poveri e insicuri».

Benché non fosse l’unico fattore, secondo Walt e Mearsheimer fu proprio la Israel Lobby a spingere in modo significativo l’amministrazione Bush ad attaccare l’Iraq, nel 2003. Come hanno ricostruito i due docenti nel loro libro pubblicato nel 2007, infatti, la guerra non fu fatta principalmente per il petrolio, per le armi di distruzione di massa (che non esistevano) o, tantomeno per diffondere la democrazia, ma in buona parte motivata dal desiderio di rendere Israele più sicuro. L’Iraq di Saddam Hussein era visto come una minaccia da Tel Aviv, e la Lobby (una coalizione ampia che include gruppi pro-Israele come Aipac, neoconservatori con legami acon il Likud, e anche alcuni cristiani sionisti) ha svolto un ruolo chiave nel plasmare il dibattito pubblico e le decisioni dell’amministrazione Bush. E quella tesi – così contestata e discussa all’epoca – si ripropone oggi tragicamente con la guerra all’Iran e con le stesse dinamiche di oltre 20 anni fa. E se Walt e Mearsheimer avessero sempre avuto ragione?
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