Sacerdote e sposo: il contributo unico dei preti sposati alla pastorale familiare e alla vita della Chiesa

Il recente convegno tenutosi a Catania e ripreso dalle testate ecclesiali, incentrato sull’amore che rende sposi e sul valore delle diverse vocazioni, riporta al centro del dibattito un interrogativo fondamentale e quanto mai attuale: quale apporto specifico possono offrire i sacerdoti sposati alla pastorale e alla missione della Chiesa oggi?

La risposta risiede nell’unione profonda tra la Grazia del Sacramento dell’Ordine e la concretezza dell’esperienza familiare.

Un’integrazione feconda tra ministero ed esperienza familiare

L’immagine del sacerdote che è anche sposo e padre non rappresenta una rottura con la tradizione, ma una ricchezza complementare che può rigenerare la pastorale quotidiana:

  1. Empatia e comprensione pastorale: Un presbitero che vive le dinamiche coniugali, l’educazione dei figli, le difficoltà economiche e le sfide quotidiane delle famiglie possiede una chiave di lettura unica nel contatto con i laici e nella direzione spirituale.

  2. Una testimonianza incarnata per la pastorale familiare: Nelle attività di preparazione al matrimonio, nell’accompagnamento delle coppie e nell’ascolto delle ferite familiari, il sacerdote sposato porta una testimonianza di fede vissuta e una prossimità d’esperienza insostituibile.

  3. Solida formazione e servizio ecclesiale: I presbiteri che hanno contrattato matrimonio custodiscono il carattere indelebile dell’ordinazione presbiterale e una formazione teologica di alto profilo formale e pontificio, che li rende pronti a riprendere il servizio liturgico e catechistico nelle parrocchie.

Realismo Pastorale per la Chiesa di Papa Leone XIV

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, accoglie gli spunti emersi dai dibattiti e dalle riflessioni come quella di Catania per ribadire la propria proposta fondata sul realismo pastorale:

  • Oltre lo steccato del celibato esclusivo: Riconoscere l’apporto dei presbiteri sposati non significa svalutare il celibato presbiterale, ma valorizzare una duplice vocazione che arricchisce la Chiesa di una presenza capillare e paterna.

  • Appello per la riammissibilità canonica: Chiedere a Papa Leone XIV un provvedimento di riammissione al ministero attivo è un atto di responsabilità pastorale per rispondere all’emergenza delle parrocchie senza Messa e per restituire dignità a sacerdoti formati e desiderosi di servire.

L’unione tra la Grazia dell’Altare e la grazia del Focolare è una risorsa di speranza per il futuro dell’evangelizzazione.

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Morto a 108 anni don Avi, il sacerdote più anziano del Trentino

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E’morto all’età di 108 anni don Guido Avi, il sacerdote più anziano del Trentino, e molto probabilmente anche tra i più anziani d’Italia.

Lo scorso febbraio, nel giorno di San Valentino, il suo paese d’origine, Vigalzano, una piccola frazione di Pergine Valsugana, l’aveva festeggiato assieme ai bambini compaesani nati esattamente 100 anni dopo di lui.
La storia di don Avi è la storia del ventesimo secolo, con la dolorosa parentesi della Seconda guerra mondiale.

In pieno conflitto, quand’era parroco di Noriglio, in Vallagarina, diede ospitalità ad un gruppo di soldati italiani e alleati fuggiti dai tedeschi dopo l’8 settembre del 1943. Due anni dopo, invece, don Avi aiutò a salvare un altro soldato, questa volta tedesco, che aveva deciso di disertare. Superando i posti di blocco a Folgaria e in Valsugana, il prete riuscì a portarlo in salvo nella sua casa natale di Vigalzano. Il sacerdote, fino alla sua morte, è rimasto legato al suo paese d’origine.
Il soprannome di don Avi è proprio “don Torta”, perché quand’era parroco di Cristo Re a Trento, disse “Datemi una torta e vi farò una chiesa” e, grazie al coinvolgimento dei fedeli, che risposero subito al suo appello, nel 1952 venne aperta la chiesa di Cristo Re. Anche a 108 anni, era ancora lucido, anche se ovviamente con qualche acciacco.

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«Vivere per il bene»: il richiamo di Papa Leone XIV all’Angelus e i sacerdoti sposati come risorsa concreta contro la crisi della Chiesa

Il Papa all'Angelus

All’Angelus di questa domenica, Papa Leone XIV ha rivolto ai fedeli un accorato invito a superare l’egoismo e le logiche di rendita spirituale per abbracciare uno stile di vita autenticamente evangelico: «vivere per il bene», mettendo la propria esistenza a totale servizio del prossimo e del Regno di Dio.

Un insegnamento alto e impegnativo che risuona con particolare forza e attualità in un’epoca segnata dal drastico calo delle vocazioni, dalla chiusura di molte parrocchie e da una crescente stanchezza del clero in servizio.

Un potenziale di bene inespresso che attende di servire

In questo contesto di profonda crisi strutturale e pastorale, le parole del Papa tracciano una direzione chiara che non può ignorare la presenza e la disponibilità dei sacerdoti sposati:

  1. Uomini impegnati quotidianamente per il bene: I presbiteri che hanno contratto matrimonio continuano a testimoniare la fede e la carità nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e nel sociale, dimostrando che l’amore per Cristo e per la Chiesa non si è mai spento.

  2. Formazione eccellente e valida ordinazione: Si tratta di sacerdoti in possesso di titoli pontifici e di una solida preparazione teologico-pastorale formale. Lasciare inutilizzate queste risorse umane e spirituali contrasta con l’urgenza di “fare il bene” a favore dei fedeli privi dei Sacramenti.

Realismo Pastorale: superare la crisi riaprendo le porte al ministero

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, accoglie l’appello di Papa Leone XIV e rinnova l’auspicio per un atto di coraggio e misericordia canonica:

  • Integrazione anziché esclusione: Consentire la riammissione al ministero attivo dei presbiteri sposati significa dare corpo alle parole del Pontefice, trasformando un potenziale inespresso in una forza viva per il bene delle comunità locali.

  • Un decreto di speranza: Chiedere un provvedimento canonico per il loro reintegro è un gesto di puro realismo pastorale, volto a garantire continuità alla vita parrocchiale e a ridare slancio alla missione della Chiesa nel mondo di oggi.

Ripartire dal bene condiviso è la strada maestra per superare ogni crisi e fare della Chiesa una vera casa accogliente per tutti i suoi operai.

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Indulgenza plenaria per la Giornata Missionaria Mondiale: la riammissione dei sacerdoti sposati come forza viva per la missione della Chiesa

Papa Leone: "Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo"

La decisione di Papa Leone XIV di concedere l’indulgenza plenaria in occasione della Giornata Missionaria Mondiale rappresenta un forte impulso spirituale per rinnovare lo slancio evangelizzatore della Chiesa in tutto il mondo. Il dono dell’indulgenza richiama ogni fedele alla conversione del cuore, alla riconciliazione e al sostegno concreto dell’annuncio del Vangelo in tutte le periferie esistenziali e geografiche.

Tuttavia, affinché l’ansia missionaria del Santo Padre e il dono spirituale dell’indulgenza si traducano in una presenza capillare ed efficace nei territori, occorre guardare con realismo alle forze di cui la Chiesa dispone oggi.

Un’immensa forza missionaria pronta al servizio

Mentre molte parrocchie e stazioni missionarie soffrono per la mancanza di presbiteri, esiste una risorsa preziosa e qualificata che attende soltanto di poter tornare al servizio attivo: i sacerdoti sposati.

  1. Riconciliazione ed evangelizzazione: Il dono dell’indulgenza plenaria parla di misericordia, superamento del passato e comunione riorganizzata. Applicare questa stessa logica di grazia alla condizione dei presbiteri sposati significherebbe compiere un gesto di profonda riconciliazione e giustizia evangelica.

  2. Presenza e vicinanza sul campo: La riammissione al ministero attivo di sacerdoti con solida formazione teologica formale e titoli pontifici offrirebbe uno slancio straordinario alla missione: nuova linfa per la celebrazione dei Sacramenti, il catechismo e la vicinanza pastorale alle famiglie.

Realismo Pastorale per la Chiesa di Papa Leone XIV

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, unisce la propria preghiera alle intenzioni del Santo Padre per la Giornata Missionaria Mondiale, rinnovando la propria disponibilità e fedeltà:

  • Insieme per la missione: Integre il ministero presbiterale con l’esperienza della vita familiare arricchisce la capacità della Chiesa di intercettare le sfide del mondo contemporaneo.

  • L’appello per un decreto canonico: Chiedere a Papa Leone XIV la riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati non è una richiesta di privilegio, ma la disponibilità a mettere nuovamente la propria vita e le proprie competenze al servizio della grande messe del Signore.

Unire il dono spirituale dell’indulgenza al realismo pastorale della riammissione dei presbiteri è la scelta vincente per far correre la Parola di Dio in ogni angolo della terra.

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Jenna Ortega, tra social e IA stiamo perdendo sempre più le relazioni umane. E’ alla Festa del cinema di Roma con Klara e il sole di Waititi da un libro di Ishiguro

Oggi tra social e IA “stiamo perdendo sempre di più le relazioni umane.

Oramai si usa l’intelligenza artificiale anche per scrivere le email, per fare cose molto semplici, ed è lo stesso con i social. E’ molto più facile interagire dietro uno schermo, farlo di persona è un po’ diverso. Oggi molti ragazzi hanno un’ansia sociale più intensa” e “ho la sensazione che l’intelligenza artificiale abbia aumentato queste difficoltà nel rapportarsi con gli altri”. Lo dice una delle dive più amate della nuova generazione, Jenna Ortega, alla Festa del cinema di Roma, dov’è arrivata con il regista Taika Waititi per presentare Klara e il sole, film tratto dall’omonimo romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, con Amy Adams, Mia Tharia, Aran Murphy, Steve Buscemi e Natasha Lyonne che arriverà in sala il 22 ottobre distribuito da Eagle Pictures.

Nella storia distopica, Ortega (che ha da poco finito le riprese della terza stagione della serie Netflix Mercoledì) si cala nei panni di un’androide/amica artificiale che da tempo aspetta di essere scelta per poter svolgere il suo compito.

Resta comunque ottimista: una positività che viene ripagata, quando viene scelta da Josie (Mia Tharia), adolescente diventata geniale, grazie a un potenziamento genetico. La teenager, gravemente malata, trova in Klara una grande sintonia nonostante le resistenze a quell’amicizia, da parte della madre (Amy Adams) che ha già perso una figlia. “Amo della storia il fatto che sebbene questo robot non comprenda appieno il mondo, sappia percepire cosa sia l’amore. Quando lo riconosce nelle persone che la circondano, le guida a connettersi a un livello mai sperimentato prima – osserva -. Si concentra sul rapporto umano, non su quello artificiale”.

Ortega, classe 2002, attrice da quando aveva 11 anni, sottolinea che sin dai primi ruoli ha iniziato “a riflettere sui messaggio, che attraverso di noi arrivano alle persone. All’inizio lavoravo nella televisione per bambini e lì c’era molta pressione: ti insegnano a comportarti o a parlare in un certo modo”. Crescendo, “il mio tipo di recitazione è cambiato, i ruoli sono cambiati, ma le pressioni ci sono sempre, soprattutto dai social, e sono ancora di più quelle che devono affrontare le donne”.

Un personaggio come Klara “è stato molto stimolante perché era diverso da tutto ciò che avevo fatto prima. Guarda il mondo con un livello di ottimismo, gioia ed entusiasmo diverso da quello dei miei altri personaggi recenti, piuttosto depressi, lunatici e angosciati. Questa è la bellezza dell’arte: può essere interpretata in tanti modi diversi da persone diverse.

Mercoledì va in giro a parlare di quanto vorrebbe uccidere le persone, eppure è uno dei personaggi più simpatici che abbia mai interpretato ed è quello con cui il pubblico si identifica di più”. Come attrice “mi metto al servizio della storia nel miglior modo possibile, e a volte questo significa interpretare un personaggio antipatico o ingiusto”. Tutto dipende “dalla propria funzione nella storia. Certo, voglio riflettere messaggi positivi, ma spesso questi arrivano in forme differenti”.

Diventata una diva da adolescente, Ortega ha imparato a proteggere il suo privato e la libertà delle sue scelte: “Penso di essere molto fortunata ad avere un meraviglioso sistema di supporto: la mia famiglia e i miei amici, che conosco da tutta la vita, sono sempre stati così gentili e protettivi con me, senza mai mettermi sotto pressione – spiega -. Ho sperimentato diversi livelli di successo. A volte è stato travolgente e terrificante, facendomi sentire piuttosto disconnessa dal mondo intorno. Ma soprattutto, sono consapevole del fatto che molte persone mi osservino, come personaggio pubblico. Ognuno poi è libero di formarsi le proprie opinioni ed esprimerle online. Non è ragionevole però cercare di accontentare tutti. Non tutti si sentiranno in sintonia con te, ma non posso nemmeno portare il peso del mondo sulle mie spalle. Tutto quello che posso fare è cercare di essere la versione migliore di me stessa, imparare il più possibile ed essere gentile con chi mi sta intorno. Ciò che conta di più sono le persone che amo”. Oggi “mi conosco più a fondo”. Infine a chi le chiede come si comporterebbe Mercoledì con un’amica artificiale come Klara, l’attrice risponde sorridendo: “Non credo durerebbe molto, Mercoledì non la farebbe mai parlare e la farebbe diventare depressa… poi la fine potrebbe essere solo una”, conclude, mimando un’esplosione.

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Il caso Ravagnani a “Ballando con le stelle” e l’attacco della d’Urso: il sensazionalismo TV che danneggia la causa dei sacerdoti

Ballando con le Stelle, fonte: Rai

Lo scontro televisivo durante l’ultima puntata di Ballando con le stelle, che ha visto Barbara d’Urso attaccare duramente l’ex presbitero e influencer Alberto Ravagnani con la provocatoria domanda «Quando facevi messa eri ipocrita?», rappresenta un perfetto esempio di come i media di intrattenimento riducano complesse vicende umane e spirituali a meri “siparietti ad hoc” da audience.

Non è la prima volta che la conduttrice si rende protagonista di attacchi mediatici contro figure legate al mondo sacerdotale: già in passato, dalle frequenze di Canale 5, Barbara d’Urso aveva rivolto attacchi diretti nei confronti di don Giuseppe Serrone, fondatore del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati. Tuttavia, la confusione mediatica che ne deriva rischia di oscurare irrimediabilmente la verità della causa portata avanti dal Movimento.

La distorsione mediatica: spettacolo contro Realismo Pastorale

Sovrapporre le dinamiche dello spettacolo alla drammatica realtà della carenza di clero genera una profonda disinformazione nell’opinione pubblica e tra i fedeli:

  1. La ricerca della provocazione TV: La televisione commerciale predilige lo scontro ideologico e il sensazionalismo, trasformando le storie personali in dibattiti superficiali sull’«ipocrisia» o sul cambio di vita per motivi di visibilità.

  2. Confusione tra percorsi opposti: Viene erroneamente assimilata la scelta di chi abbandona il ministero per intraprendere carriere nello spettacolo o sui social con la posizione dei sacerdoti sposati, che desiderano unicamente continuare a servire la Chiesa in umiltà e preghiera.

La posizione del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati

Di fronte all’ennesimo show mediatico, la linea guida tracciata da don Giuseppe Serrone rimane ferma sul terreno della dignità e della comunione ecclesiale:

  • Nessun intento esibizionista: I sacerdoti sposati rappresentati dal Movimento non cercano le telecamere, i talent show o la notorietà digitale, ma chiedono unicamente di poter riaprire i tabernacoli e celebrare i Sacramenti per le comunità prive di pastore.

  • Formazione e fedeltà: Si tratta di presbiteri regolarmente ordinati, con una solida formazione teologica formale e titoli accademici pontifici, che vivono la grazia del matrimonio senza mai aver rinnegato il dono dell’Ordine.

  • Appello a Papa Leone XIV: La risposta al declino delle parrocchie non passa per i salotti televisivi, ma per un atto d’equità e di realismo pastorale: un decreto canonico di riammissione al ministero attivo che restituisca dignità e servizio a chi è pronto a rimettersi a disposizione delle diocesi.

Prendere le distanze dalle polemiche da studio televisivo è il primo passo per ridare serietà e rispetto alla vita della Chiesa e alla causa dei presbiteri coniugati.

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Psicologia e formazione presbiterale

psicologia

L’impiego delle competenze psicologiche nella formazione al presbiterato non costituisce un elemento marginale o meramente strumentale del percorso seminaristico. Esso coinvolge direttamente la concezione della persona, della libertà, della vocazione e della responsabilità ecclesiale.

La questione fondamentale non consiste, pertanto, nel decidere se la psicologia debba essere utilizzata nella formazione presbiterale, ma nel determinare come essa possa essere utilizzata senza trasformarsi in uno strumento di controllo della persona, della coscienza o della vocazione.

Psicologia e formazione presbiterale: una questione antropologica ed ecclesiologica
La Pastores dabo vobis pone la formazione umana come fondamento dell’intero itinerario formativo, perché «la personalità del sacerdote deve essere ponte e non ostacolo agli altri nell’incontro con Gesù Cristo»[1]. La formazione umana non rappresenta quindi una dimensione preliminare destinata a essere successivamente superata, ma costituisce la condizione concreta attraverso la quale le altre dimensioni — spirituale, intellettuale e pastorale — possono integrarsi.

Questa prospettiva è ulteriormente sviluppata dalla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016, che concepisce la formazione come un processo unitario nel quale le quattro dimensioni interagiscono reciprocamente[2]. La quarta edizione della Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis della Conferenza Episcopale Italiana recepisce tale impostazione e la declina nel contesto ecclesiale italiano. Il documento, approvato dalla 78ª Assemblea Generale della CEI e confermato dal Dicastero per il Clero, è entrato in vigore ad experimentum il 9 gennaio 2025[3].

La nuova Ratio Nationalis individua nella prima fase dell’itinerario formativo un tempo particolarmente significativo per la costruzione della consistenza interiore, la vita spirituale, la conoscenza di sé e il discernimento vocazionale[4]. In tal modo essa riconosce implicitamente che nessun discernimento serio può prescindere dalla realtà concreta della persona, dalla sua storia, dalle sue risorse e dalle sue fragilità.

La legittimità delle competenze psicologiche
L’utilizzo della psicologia nella formazione presbiterale trova dunque una legittimazione precisa: aiutare il candidato a raggiungere una conoscenza più realistica di sé, favorendo quella maturità umana necessaria alla risposta vocazionale.

La Ratio Nationalis afferma esplicitamente, a proposito della tappa propedeutica, che «la presenza di psicologi e psicoterapeuti è importante» ai fini della conoscenza di sé. Al tempo stesso stabilisce che tali professionisti non possano far parte dell’équipe dei formatori, proprio «a salvaguardia della loro professionalità»[5].

Questa disposizione assume un rilievo etico decisivo. La competenza psicologica viene riconosciuta e valorizzata, ma contemporaneamente viene delimitata. Lo psicologo non viene incorporato nell’apparato formativo come un ulteriore educatore, né la sua competenza clinica viene trasformata in una competenza vocazionale.

La Ratio stabilisce inoltre che il Responsabile, con il consenso del Vescovo, individui le diverse figure chiamate a collaborare al percorso e che il Vescovo conservi «la responsabilità ultima del discernimento»[6]. Ne deriva una distinzione essenziale: lo psicologo contribuisce alla conoscenza della persona; i formatori esercitano una responsabilità educativa; il direttore spirituale opera nel foro interno; il Vescovo assume la responsabilità ecclesiale ultima del discernimento.

Non si tratta di una frammentazione della formazione, ma di una corretta articolazione delle competenze.

Conoscenza di sé e discernimento vocazionale
La quarta edizione della Ratio Nationalis offre, su questo punto, una formulazione particolarmente significativa. «La conoscenza del volto autentico di Dio cammina inseparabilmente con la scoperta del proprio volto»: nessuna sequela del Signore è possibile senza un «cammino di conoscenza realistica di sé stessi»[7].

Il dato psicologico viene pertanto inserito all’interno di una prospettiva propriamente vocazionale. Conoscersi non significa semplicemente acquisire informazioni sulla propria personalità, ma imparare a leggere la propria storia alla luce della chiamata e della missione.

La Ratio precisa infatti che la vocazione non è separabile dalla storia personale e richiede un progressivo apprendimento della capacità di raccontarsi, con particolare attenzione anche alla maturazione della dimensione affettiva e sessuale[8].

In questo senso la psicologia può svolgere una funzione autenticamente formativa: aiutare il candidato a riconoscere dinamismi inconsapevoli, ferite, risorse, modalità relazionali e fragilità che potrebbero condizionare la sua capacità di vivere il ministero.

Tuttavia, conoscere psicologicamente una persona non significa giudicarne teologicamente la vocazione. La psicologia può offrire elementi necessari al discernimento, ma non può sostituirsi al discernimento ecclesiale. Una diagnosi psicologica non è una diagnosi vocazionale.

È precisamente qui che si colloca il principio della non riduzione psicologistica della vocazione. La vocazione cristiana eccede ogni interpretazione psicologica perché implica la relazione tra Dio, la persona e la Chiesa. La psicologia può contribuire a verificare la maturità e l’idoneità umana, ma non può pretendere di determinare il mistero della chiamata.

Libertà e responsabilità: il criterio etico fondamentale
Il criterio decisivo per valutare l’uso della psicologia nella formazione presbiterale è pertanto la libertà.

La nuova Ratio Nationalis insiste sulla necessità di un itinerario personalizzato, dotato di «gradi di libertà sufficienti», e invita a offrire ai seminaristi «spazi e tempi di autonomia» per promuovere e verificare la responsabilità e la libertà delle loro scelte[9].

La stessa prospettiva viene ripresa nella dimensione umana della formazione, dove si afferma che la responsabilità interpella sempre la libertà personale e richiede il confronto con la coscienza illuminata dal Vangelo[10].

Questo principio ha una conseguenza etica rilevante: la formazione non può essere identificata con l’adattamento del candidato alle aspettative dell’istituzione.

Una psicologia utilizzata correttamente aiuta la persona a diventare più consapevole e libera. Una psicologia utilizzata impropriamente può invece diventare uno strumento di conformazione: individuare ciò che l’istituzione desidera e utilizzare le categorie psicologiche per ottenere dal candidato l’adeguamento a quel modello.

Il discrimine è dunque chiaro: la psicologia è eticamente corretta quando aumenta la libertà della persona; diventa eticamente problematica quando la riduce.

La distinzione dei ruoli come garanzia della persona
La distinzione tra psicologo, psicoterapeuta, formatore, direttore spirituale e Vescovo non costituisce soltanto una questione organizzativa. Essa rappresenta una vera garanzia etica.

La Ratio Nationalis stabilisce che l’accompagnamento personale coinvolge l’intera équipe formativa, ma precisa contemporaneamente le diverse responsabilità. In particolare, il Direttore spirituale è competente per il cammino spirituale nel foro interno, mentre i formatori operano principalmente nel foro esterno[11].

La stessa Ratio richiama esplicitamente la necessità di rispettare la distinzione tra foro interno e foro esterno[12].

Il rispetto di tale distinzione impedisce che informazioni acquisite in un determinato ambito vengano trasferite automaticamente in un altro. L’asimmetria propria del rapporto formativo rende questa cautela particolarmente importante. Il candidato non deve trovarsi nella condizione di dover scegliere tra libertà della propria coscienza e sicurezza del proprio percorso istituzionale.

La distinzione dei ruoli tutela quindi contemporaneamente la persona formata e il professionista: impedisce allo psicologo di essere trasformato in un controllore dell’idoneità ecclesiale e impedisce al formatore di appropriarsi di competenze cliniche che non gli appartengono.

Riservatezza, foro interno e proporzionalità delle informazioni
Uno dei nodi etici più delicati riguarda la gestione delle informazioni personali. La Ratio Nationalis, nell’Appendice relativa alle norme per l’ammissione, stabilisce che, salvo il rispetto del foro interno, le informazioni riguardanti i candidati siano coperte da «doverosa riservatezza», in coerenza con il diritto alla buona fama e alla tutela dell’intimità personale[13].

La norma aggiunge tuttavia che la riservatezza non può essere utilizzata per nascondere o dissimulare il vero stato delle cose relativamente a ciò che può essere comunicato nel foro esterno[14].

Si configura così un equilibrio tra due esigenze entrambe irrinunciabili: la tutela dell’intimità personale e la responsabilità ecclesiale del discernimento.

Da ciò deriva il principio della proporzionalità: non tutto ciò che è conosciuto deve essere necessariamente comunicato; deve essere comunicato ciò che è pertinente, necessario e legittimamente utilizzabile per il fine formativo o per il discernimento di competenza. L’informazione psicologica non può diventare un patrimonio istituzionale illimitato.

Psicologia, fragilità e non riduzione della persona
Una corretta impostazione etica deve inoltre evitare due riduzionismi opposti.

Il primo consiste nel sottovalutare le fragilità psicologiche, quasi che la vocazione possa neutralizzare automaticamente ogni difficoltà personale. Il secondo consiste nel trasformare ogni fragilità in una patologia o nel leggere l’intera persona a partire dalla categoria diagnostica.

La Ratio Nationalis, già nella tappa propedeutica, invita a prestare attenzione al profilo umano degli aspiranti, evidenziando «risorse come pure limiti e fragilità», e al loro stato di salute fisica e psichica in rapporto alla compatibilità con il cammino vocazionale[15].

La formulazione è significativa perché mantiene insieme due elementi: realismo e non riduzionismo. Il candidato deve essere conosciuto nella verità della propria persona, ma non può essere identificato con le proprie difficoltà.

La fragilità, infatti, non coincide automaticamente con l’inidoneità. Al tempo stesso, il riconoscimento della fragilità non può essere utilizzato come motivo per occultare condizioni realmente incompatibili con le esigenze del ministero.

Il compito della valutazione psicologica è pertanto quello di fornire elementi competenti e proporzionati, non di produrre etichette.

La formazione come processo personalizzato
Un altro elemento della nuova Ratio Nationalis particolarmente rilevante per la questione psicologica è il principio della personalizzazione.

Il documento afferma che l’itinerario formativo possiede una dimensione soggettiva e deve tener conto delle esigenze proprie di ciascun candidato[16]. La personalizzazione non significa tuttavia arbitrio individualistico, ma adeguamento del percorso alla concretezza della persona in vista degli obiettivi comuni della formazione.

In questa prospettiva anche la psicologia deve evitare protocolli standardizzati applicati indistintamente. L’intervento psicologico deve essere proporzionato alla situazione concreta, rispettoso della domanda e finalizzato al bene della persona.

La personalizzazione costituisce così una forma di giustizia formativa: persone differenti non possono essere trattate come se fossero identiche.

Dalla psicologia come controllo alla psicologia come servizio
Il problema etico fondamentale può allora essere formulato in termini più radicali. La psicologia può essere utilizzata secondo una logica di controllo oppure secondo una logica di servizio.

Nel primo caso essa viene impiegata per classificare, selezionare, sorvegliare e conformare. La persona diviene oggetto di osservazione e il sapere psicologico si trasforma in una forma di potere istituzionale.

Nel secondo caso essa aiuta la persona a comprendere la propria storia, ad assumere consapevolmente le proprie responsabilità, a elaborare le proprie fragilità e a crescere nella libertà.

La nuova Ratio Nationalis sembra orientare decisamente verso questa seconda prospettiva: la conoscenza di sé non viene separata dalla sequela di Cristo; la maturazione umana viene collegata al dono di sé; la vocazione viene ricondotta alla missione e non all’autorealizzazione[17].

La psicologia trova dunque il proprio limite e insieme la propria legittimità nel fatto di essere al servizio della persona e non dell’istituzione.

Un modello etico per l’impiego della psicologia nella formazione presbiterale
Alla luce della Ratio Fundamentalis, della nuova Ratio Nationalis italiana e degli Orientamenti CEI del 2008, è possibile sintetizzare alcuni principi etici fondamentali:

Principio della dignità della persona: il candidato non è un oggetto di valutazione, ma un soggetto libero e responsabile.
Principio della competenza: ciascun professionista deve operare entro i limiti della propria competenza.
Principio della finalità: ogni intervento psicologico deve avere una finalità chiaramente definita e legittima.
Principio della proporzionalità: devono essere raccolte e utilizzate soltanto le informazioni pertinenti e necessarie.
Principio della libertà: il ricorso alle competenze psicologiche deve rispettare la libertà della persona.
Principio della riservatezza: le informazioni personali devono essere adeguatamente protette.
Principio della distinzione dei ruoli: psicologo, psicoterapeuta, formatore, direttore spirituale e Vescovo non devono sovrapporre le proprie funzioni.
Principio dell’autonomia professionale: il professionista non può essere ridotto a strumento delle aspettative dell’istituzione.
Principio del non riduzionismo: la persona non può essere identificata con una diagnosi o con una fragilità.
Principio della non manipolazione: la psicologia non può essere utilizzata per produrre conformità istituzionale.
Principio della personalizzazione: il percorso deve tener conto della storia e delle caratteristiche del singolo candidato.
Principio della responsabilità ecclesiale: l’apporto psicologico concorre al discernimento, ma non si sostituisce ad esso.
L’uso delle competenze psicologiche nella formazione presbiterale si colloca oggi dentro una consapevolezza ecclesiale più matura. La nuova Ratio Nationalis italiana non considera la psicologia una presenza estranea alla formazione, ma ne riconosce il valore, soprattutto per la conoscenza di sé e per la maturazione umana. Al tempo stesso ne delimita con chiarezza il campo, salvaguardando la professionalità degli esperti, la distinzione dei ruoli, la responsabilità del Vescovo e la libertà della persona[18].

La questione etica decisiva non è quindi se la psicologia debba entrare nel Seminario, ma con quale idea di persona e di libertà vi entri.

Se la psicologia aiuta il candidato a conoscere la propria storia, ad assumere le proprie fragilità, a maturare relazioni sane e a compiere scelte più libere, essa diventa autentico servizio alla vocazione.

Se invece viene utilizzata per controllare la coscienza, anticipare il giudizio sulla vocazione, raccogliere informazioni non necessarie o ottenere conformità alle aspettative dell’istituzione, essa oltrepassa il proprio statuto e diventa una forma di potere.

La prospettiva eticamente corretta può essere dunque formulata in un principio conclusivo: la psicologia è al servizio della formazione quando rende la persona più libera per il dono di sé; cessa di esserlo quando pretende di appropriarsi della sua coscienza, della sua vocazione o della sua libertà.

[1] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n. 43.

[2] CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 8 dicembre 2016, nn. 89-93.

[3] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i Seminari, quarta edizione, Roma, 2025. Il documento è stato approvato dalla 78ª Assemblea Generale della CEI (Assisi, 13-16 novembre 2023), confermato ad experimentum dal Dicastero per il Clero e promulgato con entrata in vigore il 9 gennaio 2025.

[4] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, nn. 22-24. La nuova Ratio articola l’itinerario in quattro tappe: propedeutica, discepolare, configuratrice e di sintesi vocazionale.

[5] Ivi, n. 32. La disposizione riprende espressamente il principio contenuto in CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, 29 giugno 2008, n. 6.

[6] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, n. 31.

[7] Ivi, n. 34.

[8] Ivi.

[9] Ivi, n. 80.

[10] Ivi, n. 111.

[11] Ivi, n. 112. La Ratio distingue le responsabilità dei diversi formatori e richiama esplicitamente il foro interno e il foro esterno.

[12] Ivi, n. 112, nota 174.

[13] Ivi, Appendice I, art. 1, n. 12.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, n. 24.

[16] Ivi, n. 50. La Ratio sottolinea il carattere soggettivo dell’itinerario e la necessità di percorsi personalizzati.

[17] Ivi, nn. 34-35. La vocazione è presentata come apertura alla missione e al dono di sé, non come mera autorealizzazione.

[18] Cfr. CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, nn. 31-34, 80-82, 111-114, Appendice I.

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Malnutrizione in Nigeria

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Alla vigilia del World Food Day, la presentazione a Milano della seconda edizione della “Mappa delle 10 principali emergenze alimentari globali”. In cima alla lista Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. Due carestie documentate a Gaza e in Sudan, 30 milioni i bambini in stato di malnutrizione acuta e la guerra che rimane la prima causa di deprivazione. Il direttore di Azione Contro la Fame, Garroni: salvare vite è essenziale ma urge una decisiva risposta umanitaria

Cronaca di un pomeriggio in cui il cuore della città di Milano è stato trasformato in un campo di battaglia, con scontri, lanci di transenne e lacrimogeni. Meloni: ci sono teppisti che seminano caos

Giovanissimi, vestiti di nero, senza bandiere: chi ha incendiato Piazza Duomo

Avvenire

Piazza Duomo trasformata in un campo di battaglia ed evacuata. Scontri tra manifestanti e Polizia, con sassaiole e lanci di oggetti da una parte e di lacrimogeni dall’altra. E con feriti da entrambe le parti. Una cinquantina di persone fermate, quasi tutti giovanissimi, metà dei quali minorenni, vestiti di nero e senza alcuna bandiera né simbolo politico. Cinque i feriti portati in ospedale.
È il bilancio provvisorio del corteo di Milano «Italia in Piazza», che si è svolto ieri anche in altre città, contro il carovita. Cinquemila i partecipanti, alcune centinaia quelli che hanno dato vita agli scontri partecipandovi attivamente. L’atmosfera si è incendiata subito. Alla prima svolta, in via Broletto, è partita la sassaiola contro le forze dell’ordine, che hanno effettuato una carica. Gli scontri sono proseguiti nel cuore della città, in piazza Duomo e in Galleria Vittorio Emanuele, tra turisti e passanti terrorizzati. In Galleria i negozianti hanno abbassato le serrande, mentre piazza Duomo è diventata l’arena dello scontro con lanci di transenne e parti di arredo urbano, oltre a oggetti di ogni genere. I passanti si sono rifugiati nella stazione della metropolitana, invasa dal fumo dei lacrimogeni. Gli scontri sono proseguiti a più riprese, con attacchi, lanci e ripiegamenti.
Vandalizzata la piazza, distrutte le pensiline di autobus e tram, incendiati un bagno chimico sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele e diversi cestini dei rifiuti, danneggiati i primi piani degli edifici, distrutto e saccheggiato un negozio di Foot Locker. La guerriglia urbana si è spostata verso San Babila e poi in corso Italia. Disordini anche a Bologna, con scontri davanti alla stazione.In Piazza Medaglie d’Oro sono stati usati idranti e lacrimogeni in risposta alla sassaiola da parte di ragazzini incappucciati. Mentre a Torino è stato vandalizzato il punto vendita delle librerie Feltrinelli nella stazione ferroviaria di Porta Nuova, quando un gruppo di giovani ha tentato di bloccare la stazione. Sono 12 le persone fermate, 10 minorenni. «Ho grande rispetto per le migliaia di persone che oggi hanno manifestato pacificamente, anche partecipando alla mobilitazione indetta dalla Cgil che ha visto anche la partecipazione dei leader della sinistra – ha scritto sui social la premier Giorgia Meloni – . Qualunque siano le idee per le quali si manifesta, la partecipazione è alla base di qualunque sana democrazia. Dall’altro lato, però, non possiamo ignorare quanto accaduto in altre piazze italiane. A Milano lanci di pietre contro le forze dell’ordine, agenti feriti, danneggiamenti e violenze che hanno costretto a interrompere il corteo. A Torino sono state fermate persone con sanpietrini e martelletti frangivetro. A Bologna i disordini hanno portato alla chiusura precauzionale della stazione ferroviaria. Teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città. Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è», ha concluso Meloni chiedendo alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità.
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Il beato Rosario Livatino Patrono dei Magistrati italiani

Rosario Livatino

Il beato Rosario Angelo Livatino, “primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire” (Leone XIV), con decreto del 7 ottobre 2026 è stato dichiarato dal Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti Patrono dei Magistrati italiani.

In tutte le fasi dell’iter di discernimento e approvazione, i Vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta del Comitato promotore, riconoscendo nella figura del giudice Livatino un modello di riferimento, uno speciale intercessore per quanti ogni giorno amministrano la giustizia.

“Il giudice Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera”, sottolinea il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

CEI