“All You Need Is Love”: solo l’amore efficace libera

“All You Need Is Love”

Avvenire

“All You Need Is Love”. Così cantavano i Beatles. Quattro parole. Tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Eravamo alla vigilia del 1968. La moderna “religione dell’amore universale” era alle porte. Questa canzone ne era l’inno naturale. Risuonò in mondovisione il venticinque giugno 1967. Era di domenica sera. Per la prima volta da quando esiste la specie umana quattro satelliti riunirono insieme cinque continenti in un’unica diretta televisiva. Si chiamava Our World. La guardarono circa quattrocento milioni di persone. A molti parve bellissimo. Ma fu, immediatamente, smentito dalla Storia.
Perché l’Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale si erano sfilati dal collegamento pochi giorni prima, per protesta contro l’esito della Guerra dei Sei Giorni. La trasmissione dell’amore universale nacque, dunque, già amputata: mancava mezzo mondo. Mentre le note salivano dallo studio londinese, sul Vietnam scendeva il napalm. E undici mesi dopo Praga sarebbe stata schiacciata dai cingoli, Memphis e Los Angeles avrebbero sepolto due profeti disarmati, Parigi avrebbe bruciato.
Da allora abbiamo soltanto perfezionato il metodo. Ma la sostanza è rimasta la stessa. L’amore è diventato negli ultimi 50 anni, la parola più inflazionata del vocabolario pubblico. Si invoca ovunque ed in ogni contesto. Tutto si riconduce all’amore. Tutto si spiega con l’amore. Tutto si giustifica con l’amore. Tutto si pretende in nome dell’amore. Abbiamo fatto dell’amore la moneta unica del discorso morale. E poi ne abbiamo stampato quantità illimitate, senza riserve, senza copertura, senza banca centrale. Il risultato era prevedibile: una gigantesca svalutazione.
Milan Kundera aveva capito il meccanismo con anticipo crudele. «Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore», scriveva. E spiegava che il kitsch non produce una lacrima bensì due: la prima davanti ai bambini che corrono sul prato, la seconda – quella decisiva, quella che fa del kitsch il kitsch – davanti alla propria commozione condivisa con l’intera umanità. Non piangiamo per i bambini. Piangiamo per il fatto che stiamo piangendo insieme a tutti. E che bella immagine restituiamo di noi mentre lo facciamo. Potere dell’imagologia contemporanea, effimera e talvolta strumentale.
Ecco il punto. Il sentimentalismo contemporaneo non è un eccesso di amore. È un amore che si è ripiegato sul proprio riflesso. Un amore inefficace. Un amore che non è amore. Un amore senza la verità dell’amore. Ma senza amore siamo “cimbali che tintinnano”. Anche se possediamo tutte la scienza possibile, ci ricorda San Paolo.
Tutto ciò non appaia come un giudizio. Si tratta solo di una semplice constatazione. Gilles Lipovetsky ha chiamato tutto questo morale indolore. Un’etica senza obbligo e senza sanzione. Che chiede di aderire ai valori purché non costino nulla. Che ammira il sacrificio negli altri e lo esenta in se stessa. Luc Boltanski ha descritto la condizione dello spettatore della sofferenza a distanza, sospeso tra l’indignazione, l’intenerimento e la denuncia, e sempre e comunque immobile. Susan Sontag lo aveva detto in modo ancora più asciutto: la compassione è un’emozione instabile; se non viene tradotta in azione, appassisce. E, appassendo, produce assuefazione.
Abbiamo inventato l’amore a chilometro zero emotivo. E a zero calorie morali. Un amore senza la verità dell’amore, abbiamo già detto (ma vale la pena ribadirlo).
Nel 1910 Charles Péguy, in Victor-Marie, comte Hugo, congedava un’intera tradizione filosofica con una frase che sembra scritta oggi: «Le kantisme a les mains pures, mais il n’a pas de mains». Il kantismo ha le mani pulite, ma non ha mani. È esattamente la nostra condizione. La condizione dell’amore senza amore.
Siamo mossi dall’emotività romantica. Gravidi di buone intenzioni. Che, tuttavia, non si traducono in Storia. Perché, come insegnava Max Weber, c’è differenza sostanziale tra l’etica delle intenzioni e l’etica delle responsabilità. Ed in questo scarto, si nascondono le cause di quelle che Roberto Merton chiamava “le conseguenze inattese dell’azione sociale intenzionale”. Cioè: il bene voluto che produce il male non voluto. Non per malizia. Per mancanza (ed ignoranza) di verità.
L’inferno dice infatti il proverbio, è lastricato di buone intenzioni. Ma, a pensarci bene, dovremmo ammettere che il proverbio è addirittura ottimista. L’inferno, spesso, con le buone intenzioni ci viene costruito. Deliberatamente. Abilmente. Ingannevolmente.
A proposito.
Ventisette agosto 1928, Parigi. Quindici nazioni firmano un patto che mette la guerra fuori legge. Non la limita: la abolisce. Le potenze rinunciano solennemente alla guerra come strumento di politica nazionale. Vi aderiranno sessantatré Stati, praticamente tutto il mondo civile. Aristide Briand aveva già ricevuto il Nobel per la pace nel 1926; Frank Kellogg lo riceverà nel 1929. Le cancellerie brindano. I giornali parlano di svolta epocale nella storia dell’umanità. Undici anni dopo, il primo settembre 1939, la Wehrmacht varca il confine polacco. Quel patto, si badi, non è mai stato formalmente abrogato. È semplicemente stato ignorato. È il destino di ogni amore che non abbia verità: sopravvive nei registri e muore nei fatti.
Ventuno aprile 1994. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità la risoluzione 912. All’unanimità: nessun contrario, nessun astenuto. Il testo si dichiara costernato per le violenze in corso in Ruanda e per la morte di migliaia di civili innocenti, donne e bambini compresi. Poi, con la stessa penna e nella stessa seduta, riduce il contingente sul terreno da circa duemilacinquecento uomini a duecentosettanta. Il comandante della missione ne aveva chiesti cinquemila per fermare tutto. Nei cento giorni successivi vennero massacrate ottocentomila persone. Costernazione perfetta. Efficacia zero. Quattordici mesi più tardi, a Srebrenica, ottomila uomini e ragazzi furono uccisi dentro un territorio che le Nazioni Unite avevano dichiarato «zona protetta». Aggettivo mai smentito ufficialmente. Semplicemente inerte. Perché una parola non protegge nessuno.
E poi c’è il caso più ancora, un caso iconico per la sua dimensione pop. Tredici luglio 1985: Live Aid. Il più imponente atto di compassione collettiva mai organizzato nella storia. Tutti noi di quella generazione lo ricordiamo con l’emozione che si riserva ai momenti iconici. Miliardi di spettatori, un pianeta commosso, una montagna di denaro raccolto per la carestia etiope. Molte vite furono realmente salvate, e sarebbe disonesto negarlo. Ma nell’ottobre di quello stesso anno Médecins Sans Frontières denunciò pubblicamente che l’aiuto internazionale veniva utilizzato dal regime di Menghistu come esca per i trasferimenti forzati di popolazione: circa un milione e mezzo di persone deportate, e – secondo le stime dell’organizzazione – decine di migliaia di morti durante gli spostamenti. Nel dicembre 1985 Médecins Sans Frontières fu espulsa dall’Etiopia.
L’Occidente cantava. Il carnefice incassava.
Oggi non è diverso da ieri. A Gaza. A Kiev. A Ceuta. Invochiamo invano un mondo di pace e di amore. Ma l’amore che non affonda le sue radici nella verità non salva. Non può salvare. Mai salverà.
Dovremmo prenderne atto, dunque. Riconoscendo ed ammettendo che esiste, invece, una diversa grammatica dell’amore. La grammatica dell’amore efficace.
Nella Sacra Scrittura c’è una figura capace di insegnare questa grammatica più di ogni altra e nel modo più sublime e raffinato. L’abbiamo incrociata nella Liturgia domenicale della scorsa settimana. L’Evangelista Matteo la chiama: Cananea. Marco la dice greca di lingua e siro-fenicia di origine. Comunque straniera. Comunque pagana. Comunque donna. Tre esclusioni sovrapposte. Nessun titolo per chiedere. Nessun diritto da esibire. E una figlia tormentata da uno spirito impuro.
Prima di lei, però, occorre ricordare che la preghiera non è soltanto una richiesta. La vera preghiera è un atto di verità. La vera preghiera è sempre nella testimonianza della duplice verità: di chi è pregato che deve essere confessato come Creatore; e di chi prega che deve riconoscerci Creatura. Solo così la preghiera diventa dialogo sapiente, intelligente ed eficace con il nostro Dio, per Cristo Gesù, nello Spirito Santo, con il cuore della Madre di Dio e Madre nostra. Sono infatti la sapienza e l’intelligenza donate a noi dallo Spirito che si rivolgono alla sapienza e all’intelligenza eterne del Padre. Il primo dialogo che si fa preghiera, nella Scrittura Santa, avviene tra Dio e Abramo. Un dialogo lungo, ostinato, quasi giuridico, che culmina nell’alleanza e nella promessa di una discendenza numerosa come le stelle. È il grande amore di Dio per Abramo che muove quel dialogo. Ma è il grande amore di Abramo per il suo Dio che gli dona vita.
Con la Cananea, invece, tutto parte dal basso. Tutto parte dall’amore che questa donna nutre per la sua figlioletta. Ma questa donna sa che il suo amore è inefficace. Lo sa. Non se lo nasconde. Anche se consumasse interamente tutti i secondi della sua esistenza consacrandoli all’amore della figlia, il suo dono resterebbe terribilmente inefficace. Nessuna madre ha mai scacciato un demonio a forza di tenerezza. Nessuna dedizione, per quanto totale, guarisce chi si ama.
È la lucidità più dura che esista. Ed è la porta stretta dell’amore vero.
Perché è proprio lì che l’amore di questa donna trova la propria efficacia: nella preghiera che si fa richiesta a Gesù, affinché liberi la sua figlioletta dallo spirito impuro che la possiede. Solo Lui può. La Cananea lo riconosce. E poiché è consumata dall’amore per la sua figlioletta, quello stesso amore la rende inarrestabile nella preghiera. Non si vergogna. Non si stanca. Non si offende.
Poi accade il secondo fatto, il più sconvolgente. Gesù risponde che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini: c’è un mandato, c’è un ordine della missione, c’è un comandamento del Padre. Se Gesù non può per mandato divino, allora – questo è il ragionamento della donna – lei deve trovare la via perché Gesù possa senza trasgredire il comando del Padre.
Qui è tutta la sapienza della Cananea: dare a Gesù la soluzione perché Lui possa dove Lui non può. Così non si trasgredirà il comandamento del Padre e la preghiera può essere ascoltata.
E dove la trova, questa donna, la giusta soluzione da consegnare a Gesù? Non nelle scuole rabbiniche. Non nelle dispute teologiche. Non nell’altezza delle idee. La trova nella vita concreta di ogni giorno. Sotto il tavolo di casa sua.
Il pane è dei figli. Non può essere dato ai cagnolini che stanno nella casa del padrone. Però è diritto dei cagnolini nutrirsi delle briciole che cadono dalla mensa del padrone. E allora: lasciando che i cani si nutrano delle briciole, il padrone nega forse il diritto dei figli? Forse che Gesù, lasciando cadere una briciola dalla sua onnipotenza, verrà meno al comandamento del Padre?
Dinanzi a una sapienza così grande – frutto, nella donna, del suo grande amore per la figlioletta – Gesù non può più opporre alcun rifiuto. Se lo facesse, sarebbe un rifiuto irrazionale e insipiente, non degno del Figlio di Davide.
La briciola cade. La figlioletta è liberata.
Fermiamoci un istante su ciò che è realmente accaduto, perché è bellissimo, sublime. La sapienza dell’amore vince la sapienza dell’obbedienza. O meglio: dona alla sapienza dell’obbedienza una ulteriore sapienza, perché si possa operare là dove operare non si può.
E allora ecco la domanda che ci riguarda tutti. Perché la sapienza del cristiano – che è lo Spirito Santo che agisce in lui – non produce frutti così alti? La ragione è una sola: è sapienza sterile, perché non fecondata dal grande, anzi grandissimo amore.
Non è un difetto di dottrina. È un difetto di amore.
Gesù dialoga con il Padre con il suo amore da Crocifisso. Anche il discepolo di Gesù deve dialogare con il Padre dal suo amore crocifisso, offerto in Cristo al Padre per la salvezza dei suoi fratelli. Quando una vita è interamente consacrata al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo, per la salvezza dei fratelli, allora il dialogo con il Padre si può fare, anzi si deve fare con ogni sapienza e intelligenza nello Spirito Santo, perché il Padre possa dove Lui non può.
È della sapienza amante del figlio di Dio far sì che Dio possa dove Lui non può. La Scrittura Santa è anche questa rivelazione.
E se questo vale per la Cananea, quanto più varrà per Colei che di quell’amore è la misura piena. La Madre di Dio.
Proviamo, allora, a mettere in fila ciò che la Cananea insegna.
Primo. Lei non ama l’umanità. Ama sua figlia. Ha un volto davanti, non una categoria. L’amore inefficace comincia sempre dall’universale. Perché l’universale non protesta. L’amore efficace, invece, comincia dal particolare, dal bisogno specifico, dalla persona che si ha difronte. E all’universale arriva dopo, per via di fedeltà.
Secondo. Non delega. Non firma appelli, non manda comunicati, non incarica i discepoli. Va. Si getta ai piedi. Il corpo, l’anima e le mente sono impegnati interamente. In prima istanza.
Terzo. Conosce il reale. E nel reale sa leggere la verità. La soluzione le viene dall’economia domestica, dalle briciole, dai cani sotto la tavola. L’amore efficace è anzitutto sapienza applicata.
Quarto. Non si offende. Riceve un rifiuto durissimo e lo trasforma in leva. Il nostro amore contemporaneo, invece, si dissolve al primo «no». Lo chiamiamo dignità, ma è suscettibilità travestita.
Quinto. Accetta l’ultimo posto per ottenere il primo bene. Non rivendica parità di trattamento: rivendica una briciola. E ottiene tutto. L’umiltà è sostanza dell’amore.
Sesto. Chiede il minimo indispensabile, non il massimo desiderabile. Noi, al contrario, siamo maestri di massimalismi: manifesti, agende, rivoluzioni annunciate, obiettivi al 2050. Poi non liberiamo (e non amiamo) nessuno.
Settimo. Paga. Non c’è amore efficace a costo zero. L’amore che non costa non trasforma. Al massimo intrattiene.
Trasferiamo tutto questo dalla casa di Tiro alle nostre economie, alle nostre politiche, alle nostre tecnologie. Coloro che oggi detengono potere e responsabilità, quasi sempre, distribuiscono le briciole e si comportano da padrone. Allo stesso modo coloro che il potere lo interrogano, invocando soluzioni per le molteplici crisi della contemporaneità, lo fanno in maniera inefficace. La Cananea, invece, chiede una briciola. Solo una briciola. Con amore. Con amore efficace. E nel farlo resta creatura, e resta madre. Resta se stessa. È la differenza tra un potere che si traveste da amore e un amore che sa piegare il potere.
Ne discende un criterio semplice, e temibile, per misurare qualunque impresa umana: non conta l’intenzione dichiarata, conta il numero di figli effettivamente liberati. Un’innovazione non è armonica perché è amorevole nei propositi. Lo è se libera. Una politica non è giusta perché è compassionevole nei preamboli. Lo è se libera. Una carità non è carità perché commuove chi la esercita. Lo è se libera. È questo l’unico metro di misura possibile. Il resto sono parole.
La Scrittura, del resto, era stata di una brutalità disarmante già duemila anni fa. Giacomo immagina il fratello senza vestiti e senza cibo, e uno che gli dice: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non gli dà il necessario per il corpo. E chiude con quattro parole che valgono tutta la sociologia della compassione contemporanea: «a che cosa serve?». Giovanni, nella sua prima lettera, aveva già fissato il confine: non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
Con i fatti. E nella verità. Le due condizioni sono inseparabili.
Torniamo, per un istante, allora, a quella domenica di giugno del 1967. Ai satelliti, ai quattrocento milioni di spettatori, alle quattro parole più cantate del secolo, all’emozione globale che ne derivò. Non era falso che serva amore. Era (ed è, purtroppo) falso l’amore di cui parliamo. Il mondo non ha bisogno di più amore generico. Il mondo ha bisogno di amore efficace.
La Cananea può insegnarcelo. Ella non ha guidato marce di protesta. Non ha scritto manifesti. Non ha ideato nuove dottrine politiche o economiche. Ha (semplicemente) capito come funziona una tavola imbandita e ha reclamato la sua briciola. E quella briciola ha liberato sua figlia.
La Storia si cambia così. Non per grandi commozioni collettive. Non per sentimentalismi diffusi. Ma per briciole. Ottenute da chi ha amato abbastanza da farsi sapiente.
Che ogni Armonauta lo sappia: la commozione è il principio, mai il compimento. E l’amore che non arriva fino alla liberazione dell’altro non è ancora amore. È solo una bella canzone, cantata a un mondo che intanto brucia di amore inefficace. Siamo chiamati ad essere veri. Solo così saremo efficaci.

Una proposta di legge per rendere strutturali i progetti che uniscono scuola, famiglie, associazioni, oratori e territorio: previsto un fondo da 30 milioni di euro l’anno per contrastare povertà educativa ed emarginazione

Bambini all'oratorio

Avvenire

Una proposta di legge “bipartisan” portata avanti dalle senatrici Mariastella Gelmini (Noi moderati) e Simona Malpezzi (Pd) per un fondo volto a rendere strutturali le “comunità educanti”. Quei progetti che mettono insieme competenze diverse per combattere povertà sociale ed emarginazione, intercettando i ragazzi anche fuori dall’orario scolastico. Coinvolgendo istituzioni, associazioni culturali o sportive, oratori, Ong, le stesse famiglie e in alcuni casi le aziende. Oggi si trovano già molti esempi concreti, da Napoli a Milano, ma l’intenzione della legge è rendere il modello strutturale, con un finanziamento da 30 milioni di euro all’anno per le varie iniziative. Le due relatrici hanno presentato i punti della proposta all’incontro “Riformiamo la scuola. Alcuni spunti per un dibattito” organizzato al Meeting di Rimini e moderato da Massimiliano Tonarini (Compagnia delle Opere). La proposta di legge è «già in Senato – spiega Gelmini a Rimini –. Io mi auguro che possa essere approvata quanto prima e che attraverso la prossima legge di bilancio possa essere finanziata». Mentre l’altra proponente, la dem Malpezzi, torna sulle retribuzioni – «per la media europea, uno stipendio iniziale è sui 1.800 euro, un insegnante in Italia inizia invece con 1.300 euro» – e si sofferma anche sul tema della professionalità dei docenti, partendo dalla sua storia personale, cominciata nel ruolo di insegnante di italiano. «Ho fatto il concorsone del 2000 – spiega la parlamentare del Pd – e mi hanno chiesto quello per cui io ero già “certificata”: la letteratura, il latino. Ma chi ha cercato di verificare che io lo sapessi trasmettere quel sapere?». Da qui la richiesta di una piena attuazione della legge sull’autonomia scolastica e, ovviamente, di retribuzioni migliori per la categoria.

Si dice favorevole a questo «patto bipartisan» per le comunità educanti anche Enrico Borghi (Italia viva) purché sia pensato per consentire ai più giovani di affrontare le «tre grandi rivoluzioni in atto» (tecnologica, geopolitica ed ecologica). Ci sono poi i temi legati alla visione stessa della formazione. Per Valentina Aprea (responsabile del dipartimento istruzione di Forza Italia) «dobbiamo arrivare a una vera e propria autonomia statutaria delle scuole» che garantisca «un modello dinamico, capace di adattarsi» alle differenti situazioni sociali. E oltre alla libertà degli istituti c’è quella delle famiglie: riconosciuta, ricorda Grazia Di Maggio (FdI), anche dalla legge Berlinguer del 2000, per la quale «il sistema nazionale scolastico è costituito da scuole paritarie e da scuole pubbliche. Pertanto la libertà di scelta educativa non dovrebbe essere una velleità ma un diritto garantito a tutti». Oggi invece, prosegue la meloniana, questa scelta non è concessa alle «famiglie italiane se non dinanzi ad un certo tipo di disponibilità economica», viste le rette annuali delle paritarie e a fronte di un costo per ogni studente della “pubblica” che va «dai 7 agli 8mila euro all’anno. Questo significa che se tutto il sistema paritario domani scomparisse, lo Stato non risparmierebbe un euro». Così, conclude Di Maggio, se pure «il ministro Valditara ha portato a casa 120 milioni di euro in più sulla parità» delle scuole adesso si può pensare a «un accordo bipartisan» e «provare a dare nella prossima legge di bilancio ulteriori risorse alla parità». Compiti a casa per migliorare l’istruzione, in attesa che arrivi l’agognata legge bipartisan sulle comunità educanti.

«La guerra deve finire»

L’arcivescovo Gallagher e il ministro degli Esteri russo Lavrov  alla riunione congiunta con la stampa dopo i colloqui a Mosca / ANSA

Avvenire

«Questa guerra deve finire», il prima possibile, «più a lungo durerà, più difficile sarà raggiungere una soluzione adeguata. Ogni giorno i combattimenti generano nuove vittime ostacolando ulteriormente una riconciliazione futura». Con tono fermo e pacato, Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha portato nel cuore di Mosca l’incessante appello per la pace di papa Leone XIV. All’esordio della missione in Russia – dove mancava dal novembre 2021, prima del conflitto con l’Ucraina –, il “ministro degli Esteri” del Vaticano ha incontrato l’omologo Sergeij Lavrov per affrontare – come precisato dalla segreteria di Stato via social – «temi di comune interesse e questioni di attualità internazionale». Al termine, i due diplomatici hanno voluto presentare insieme le proprie dichiarazioni alla stampa. «La posizione della Santa Sede è chiara – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher davanti ai giornalisti che non sono stati autorizzati a fare domande –. Le ostilità non possono essere risolte con mezzi militari. È essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico e avviare un negoziati autentici con il sostegno della comunità internazionale». Da qui l’invito alle parti «a mostrare apertura e buona volontà affinché questo dialogo possa diventare realtà al più presto». In quest’ottica, «il Vaticano continua ad offrire la propria piattaforma di dialogo e buoni uffici», ha affermato il segretario per i rapporti con gli Stati che, il mese scorso, è stato a Kiev dove si è riunito con il presidente Volodimir Zelensky. Pur riconoscendo «divergenze sostanziali» con Mosca, Gallagher ha parlato di un «clima costruttivo» nel corso del colloquio e ha evidenziato alcuni «punti di convergenza» in particolare sulla necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione e di collaborare sulle questioni umanitarie, dal ritorno dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri. Aspetti su cui proseguirà il lavoro del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che dovrebbe recarsi a Mosca entro settembre, dopo i precedenti viaggi del 2023 e 2024.

Nelle parole di Gallagher sull’urgenza di alternative allo scontro a oltranza – «più necessarie che mai», ha ribadito – è risuonato l’ennesimo appello del Pontefice che, lo scorso 9 agosto, citando la guerra russo-ucraina, aveva invitato a «fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace». Lavrov, da parte sua, ha definito il faccia a faccia – in cui ha precisato di aver espresso la proposta russa per la fine della guerra – «molto utile». E ha ringraziato la Santa Sede «per la posizione equilibrata sulla situazione in Ucraina» e «per il coinvolgimento attivo nella risoluzione di una serie di urgenti questioni umanitarie». Nelle stesse ore, un grazie analogo al Papa e alla Santa Sede è arrivato anche da Kiev. In un messaggio diffuso su X, Zelensky ha espresso gratitudine a Leone XIV per «Il forte sostegno spirituale del Vaticano» e l’aiuto tangibile, «inclusi gli sforzi per riportare indietro i nostri bambini rapiti dalla Russia e per aiutare ad avanzare il processo di pace». Il viaggio di Gallagher in Russia proseguirà fino a venerdì con una serie di appuntamenti che confermano la volontà della Santa Sede di continuare a percorrere la strada del dialogo in una delle fasi più difficili delle relazioni internazionali. Domani ci sarà la riunione con Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per la politica estera. A conclusione della missione, dopodomani, la riunione con la comunità cattolica e la Messa nella cattedrale dell’Immacolata della capitale russa.
In Russia il direttore della Cia. Ma resta il “njet” del Cremlino
Il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato oggi a sorpresa a Mosca. A riferirlo i media Usa Axios e Cbs News, svelando il mistero che ha dominato per ore l’atterraggio di un aereo militare Usa Boeing C-17 Globemaster nell’aeroporto della capitale russa, proveniente dalla Joint Base Andrews in Maryland. È il primo viaggio di Ratcliffe a Mosca dopo la sua nomina. Una visita che assume un rilievo particolare dopo il rinvio di quella prevista dei mediatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner (anche se né Mosca né Washington hanno voluto commentare la visita). Un rinvio, secondo il presidente finlandese Alexander Stubb, dovuto anzitutto alla rigidità di Vladimir Putin sul fronte negoziale. Ratcliffe è poi ripartito in serata.  In effetti Mosca ha ribadito il suo “njet” al piano di pace del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, con la creazione di una zona economica libera nel Dombass gestita da una parte terza come cuscinetto tra Russia e Ucraina. «Il Donbass – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmity Peskov – è territorio della Federazione russa, una sua parte costitutiva (Mosca l’ha annesso unilateralmente nel settembre 2022, ndr). Difficilmente una terza parte può amministrare regioni della Federazione russa». E un no secco anche al piano dei Volenterosi di una forza multinazionale in Ucraina una volta raggiunta una tregua credibile. «Abbiamo ripetuto più volte – ha detto Peskov – che lo schieramento di contingenti militari dei Paesi Nato è inaccettabile per noi». Intanto l’ex viceministro degli Esteri russo Andrey Fedorov, molto vicino al Cremlino, ha affermato che Putin sarebbe «sotto fortissima pressione» per «misure contro il Regno Unito» dopo che il premier di Londra Andy Burnham ha annunciato la condivisione con Kiev della tecnologia per fabbricare missili da crociera Storm Shadow.
Intanto la guerra procede a pieno ritmo. Nella notte tra lunedì e ieri da Mosca sono arrivati nuovi intensi attacchi missilistici su Kiev, Dnipro, Kharkiv e Zhaporizhia. Ieri comunque Zelensky ha fatto sapere di aver ricevuto «alcuni« missili anti-aerei Patriot e la promessa di altri di fabbricazione francese Crotale. Del resto anche Kiev è tornata a colpire in profondità in Russia con droni, bombardando una raffineria nella regione di Krasnodar, nei pressi del Mar Nero. Da registrare, infine, il rinvenimento in Slovacchia di esplosivi nei pressi di una fabbrica di droni destinati a Kiev, mentre vicino all’aeroporto di Lipsia è stato trovato un terzo drone esplosivo. «Presto – ha detto il cancelliere Friedrich Merz – renderemo noti i responsabili».

Liturgia 30 Agosto 2026 XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

“Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro scopre così la vera identità di Gesù. Egli fa l’incredibile scoperta che questo carpentiere di Nazaret non è altro che il Cristo, l’unto di Israele, la realizzazione dell’attesa, lunga duemila anni, del suo popolo. Ma Pietro interpreta la missione di Gesù in termini politici. Gesù ben se ne rende conto e spiega che tipo di Messia sarà: andrà a Gerusalemme per soffrire, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno. Ciò è troppo per Pietro: nel suo spirito, l’idea di sofferenza e l’idea di Messia sono semplicemente incompatibili fra loro.
“Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Se Pietro potesse solo rendersene conto, sarebbe pervaso dalla gioia! Il Messia, che si sarebbe immerso nella sofferenza, che avrebbe incontrato l’ostilità degli uomini e che avrebbe subito tutte le conseguenze dell’ingratitudine secolare di Israele verso il Dio dell’Alleanza, era proprio lì! Davanti a lui c’era finalmente colui che avrebbe sconfitto Satana in uno scontro decisivo e che avrebbe, in questo modo, portato a compimento il piano divino di salvezza per l’umanità.
Poiché Pietro “cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai”, Gesù gli disse: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Voltaire scrisse argutamente: “Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza e l’uomo gliela rese proprio bene!”.
Nella nostra tendenza innata a resistere a Dio, noi deformiamo la sua immagine, ci rifiutiamo di lasciare che Dio sia come vuole essere. Il nostro Dio è troppo piccolo, troppo fragile e troppo limitato, mentre il Dio di Gesù Cristo è letteralmente troppo bello per essere vero. Gesù si affretta a percorrere la via che porta a Gerusalemme per svelarcelo sulla croce.
Sulla croce, infatti, Gesù rivelerà l’ultimo ritratto di Dio nel dramma della misericordia che vince il peccato, dell’amore che supera la morte e della fedeltà divina che cancella il tradimento.
Chi avrebbe mai immaginato, sia pure in sogno, che Dio sarebbe intervenuto nella nostra storia in questo modo?
Sfortunatamente, per molti, Gesù è davvero troppo bello per essere vero. “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!” (Gv 4,10).
Antifona d’ingresso
Pietà di me, o Signore, a te grido tutto il giorno:
tu sei buono, o Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi ti invoca. (Sal 85,3.5)
Colletta
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che guardi con amore ai tuoi figli,
ispiraci pensieri secondo il tuo cuore,
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le vie che accrescono la vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Ger 20,7-9
La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna.
Dal libro del profeta Geremìa

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto violenza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno;
ognuno si beffa di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo urlare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me
causa di vergogna e di scherno tutto il giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 62
Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando penso a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene.
Seconda lettura
Rm 12,1-2
Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Ef 1,17-18

Alleluia, alleluia.
Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo
illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Alleluia.
Vangelo
Mt 16,21-27
Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
In comunione con tutta la Chiesa innalziamo al Padre la nostra preghiera, perché ci doni la forza di percorrere con slancio le vie della giustizia e dell’amore.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascolta, o Padre, la nostra supplica.

1. Guarda la tua Chiesa e donale il vigore della fede e della carità: sia sempre luogo di incontro e di riconciliazione e si faccia carico di ogni povertà umana. Noi ti preghiamo.
2. Assisti il papa e tutti i pastori della Chiesa: mossi dal tuo Spirito, annuncino con fermezza la parola di verità, che libera e apre alla salvezza. Noi ti preghiamo.
3. Infondi il tuo Spirito di sapienza in coloro che governano i popoli: depongano ogni progetto di vuoto prestigio e promuovano lealmente il bene comune. Noi ti preghiamo.
4. Dona conforto e speranza ai malati e ai sofferenti: siano toccati dalla mano risanatrice del tuo Figlio, che ha curato le nostre debolezze consolando gli afflitti e guarendo gli infermi. Noi ti preghiamo.
5. Concedi a noi la tua grazia: questa Eucaristia ci dia il coraggio di prendere ogni giorno la croce, rinunciando a noi stessi per servire il Vangelo. Noi ti preghiamo.

Rafforza la nostra fede, o Padre, perché sappiamo sempre annunciare ai nostri fratelli le meraviglie della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
L’offerta che ti presentiamo
ci ottenga la tua benedizione, o Signore,
perché si compia in noi con la potenza del tuo Spirito
la salvezza che celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Quanto è grande la tua bontà, Signore!
La riservi per coloro che ti temono. (Sal 30,20)

Oppure:
Beati gli operatori di pace: saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia:
di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,9-10)

Oppure (Anno A):
Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo
con i suoi angeli,
e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. (Mt 16,27)
Preghiera dopo la comunione
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.

La farsa del “maxi-proroga”: quando lo sconto carburanti dura solo 72 ore

Caro carburanti, scade lo sconto fiscale: benzina quasi a 2 euro, gasolio a 2,10. L'

Titoli altisonanti, annunci a tutta pagina e un’enfasi mediatica da grande occasione: “Prorogato lo sconto sui carburanti!”. Peccato che, andando a leggere le note in piccolo, la tanto decantata misura straordinaria nasconda un’amara sorpresa: l’estensione dura appena tre giorni.

Un’operazione di facciata che rischia di trasformarsi nell’ennesimo episodio di informazione ingannevole a danno dei consumatori.

La trappola della falsa urgenza

Invece di offrire un sollievo concreto alle tasche di famiglie e automobilisti soffocati dal carovita, una proroga di sole 72 ore risponde principalmente a logiche di marketing e comunicazione aggressiva. Il meccanismo psicologico è chiaro:

  • Pressione all’acquisto: Creare un’illusione di scadenza imminente per spingere gli automobilisti a correre ai distributori, generando file e acquisti d’impulso.

  • Titoli acchiappaclick: Sfruttare la sensibilità del tema energia per attirare l’attenzione con slogan altisonanti che mascherano la portata reale del provvedimento.

  • Impatto economico nullo: Tre giorni non modificano la pianificazione delle spese di una famiglia, rappresentando un risparmio irrisorio a fronte di un grande clamore mediatico.

Informazione o specchietto per le allodole?

Quando la comunicazione istituzionale o commerciale ingigantisce una misura marginale presentandola come un grande risultato, il confine tra promozione e informazione ingannevole si fa estremamente sottile. Per chi vive la strada ogni giorno, un’estensione del genere ha il sapore della beffa: una vera risposta all’emergenza prezzi richiederebbe interventi strutturali e di lungo periodo, non un palliativo ad orologeria.

Difendersi da questi annunci richiede uno sguardo critico: dietro l’ennesimo “ultimo weekend di sconti”, troppo spesso si nasconde solo una strategia per fare notizia a costo zero.

Serie A 2026-2027, perché il calcio è ancora un rito collettivo

Serie A 2026-2027, perché il calcio è ancora un rito collettivo

Avvenire

Per molti è Capodanno. Riparte la Serie A, ricomincia un nuovo anno per gli sfegatati del pallone. Sono quelli che dividono il tempo non in anni ma in stagioni, che programmano le vacanze in funzione della prima giornata, che sanno già dove saranno per il derby di ottobre e iniziano a fare i conti con la classifica ancora prima che il campionato cominci. Come del resto insegna lo scrittore inglese Nick Hornby, autore di Febbre a 90°, il romanzo di culto che ha raccontato tic, ossessioni e nevrosi del tifoso. Il calcio non è soltanto uno sport, è una forma singolare di appartenenza, un calendario sentimentale.
Dopo l’ennesima estate a guardare il Mondiale degli altri, dunque, i fan italici del pallone tornano a gioire (e soffrire) per il proprio club nel campionato tricolore. Il primo appuntamento è sabato 22 agosto, l’ultimo sarà il 30 maggio 2027. In mezzo, 38 giornate, tre soste per le nazionali, due turni infrasettimanali e una pausa natalizia: abbastanza per trasformare ancora una volta il campionato in una specie di orologio collettivo.
Si riparte dall’Inter campione d’Italia, inevitabilmente e forse ancora di più squadra da battere. Grazie all’abilità di un dirigente navigato come Beppe Marotta alla presidenza, Cristian Chivu può disporre sempre di una formazione da primato. Dietro i nerazzurri, l’unica seria candidata a contendere lo scudetto sembra il Napoli, affidato a Massimiliano Allegri voglioso di rivalsa dopo l’amaro ritorno in rossonero. Tutta da verificare la consistenza della Juventus di Spalletti, la grande incognita è il Milan di Rúben Amorim, rivoluzionato rispetto alla stagione precedente e con l’acquisto più costoso di sempre: il portoghese Gonçalo Ramos, pagato ben 75 milioni. Non si possono però sottovalutare la Roma di Gasperini che riparte dal terzo posto e la nuova Atalanta di Maurizio Sarri. E poi, certo, c’è il Como milionario dei fratelli Hartono. Non si può definirla ancora sorpresa dopo una stagione che l’ha portato fino alla Champions League, la squadra di Cesc Fàbregas rappresenta la variabile più esplosiva. Intrigante anche l’attivismo della nuova Fiorentina, chi invece già traballa è l’ex ct della Nazionale Gattuso sulla panchina della Lazio.
Difficile però fare tanti pronostici col mercato ancora aperto (chiude il 1 settembre). È uno degli aspetti più paradossali del calcio moderno. Gli allenatori cominciano la stagione mentre i direttori sportivi continuano a telefonare e gli stessi giocatori possono salutare in corso d’opera… Per non parlare degli appassionati del Fantacalcio che devono fare l’asta al buio o far slittare l’inizio della stagione, perché questo ormai è molto più di un gioco tra amici. L’ideatore è considerato il giornalista Riccardo Albini, ma la popolarità arrivò da quando nel 1994 la Gazzetta dello Sport trasformò il Fantacalcio in un concorso nazionale facendone una sorta di secondo campionato parallelo. Un rito che ormai si tramanda di generazione in generazione.
Un calcio da giocare e soprattutto da guardare. Anche quest’anno tutte le partite della Serie A saranno trasmesse da Dazn, mentre Sky ne trasmetterà tre per ogni giornata in co-esclusiva. Il risultato è l’ormai dispersivo “spezzatino”, con un campionato sempre più distribuito tra sabato, domenica e lunedì. Per vedere tutto il calcio bisogna moltiplicare abbonamenti e piattaforme, una situazione che alimenta il fenomeno illegale del “pezzotto”.
Eppure nonostante tutto, ci saranno compleanni spostati per una partita, cene organizzate in funzione del derby, figli che chiederanno di restare svegli per vedere il secondo tempo, nonni che rimpiangeranno gli idoli di una volta… Non mancheranno mariti che prometteranno di accompagnare la moglie a una cena “subito dopo la partita” e genitori che porteranno i figli allo stadio per la prima volta. Il pallone, con tutti i suoi eccessi, continua a esercitare un fascino insopprimibile, dalla Serie A alla terza categoria. In questo coinvolgimento Joseph Ratzinger lesse anche un desiderio d’eternità. Prima di diventare Benedetto XVI, l’allora cardinale tedesco, riflettendo sul significato del gioco, osservava che esso è un’azione libera, senza scopo e senza costrizione, capace però di impegnare tutte le forze dell’uomo. Una sorta di evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e dalla necessità di guadagnarsi il pane, per entrare nella «libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello». Per novanta minuti, milioni di persone possono dedicarsi con assoluta serietà a qualcosa che non è necessario. Ma che rimanda al desiderio di una vita senza fine. Molto più di un gioco. E proprio per questo, una cosa seria.

Renault 4 E-Tech Plein Sud: l’elettrica ritrova il fascino del tetto in tela

Renault 4 E-Tech Plein Sud: l'elettrica ritrova il fascino del tetto in tela

Avvenire

Le auto “scoperte” rappresentano una nicchia, limitata ancora di più perché i migliori prodotti sono in fascia premium o super premium. Anche per questo fa piacere che una Casa generalista quale Renault si sia cimentata sul tema, non  con nostalgia ma per trarre ispirazione nel fare rivivere un concetto piacevole nell’era elettrica.
E così la nuova Renault 4 E-Tech electric  cabrio si affianca alla versione classica, strizzando l’occhio a quanti sposano i valori dell’ambiente con la scelta delle auto a batteria e la vita all’aria aperta. Il modello, non a caso, si chiama  Plein Sud: nome che richiama la Plein Air, la versione completamente scoperta, la Renault 4L, di fine anni ’60. La scelta è stata meno estrema, perché non si tratta di una cabriolet vera e propria ma di un modello con un ampio tetto in tela con l’intento dichiarato di portare a bordo la sensazione del viaggio all’aria aperta.
Il tetto si apre elettricamente in dieci secondi, con un pulsante, oppure a comando vocale. L’apertura misura 92 cm di lunghezza per 80 di larghezza, e si può regolare in ogni posizione intermedia. Per contenere peso e ingombri gli ingegneri francesi hanno adottato un telo premium che si ripiega in tre pieghe invece delle quattro abituali, con elementi strutturali in materiale composito al posto del metallo. Rispetto alle soluzioni che ripiegano il tettuccio nel bagagliaio ha il vantaggio di mantenerne inalterata la capacità, che resta quindi di 420 litri.
Due gli allestimenti già sul mercato: Techno Plein Sud da 36.790 euro e Iconic Plein Sud da 38.790 euro, entrambe proposte con motorizzazione elettrica da 110 kW (150 Cv), abbinata a una batteria da 52 kWh.  Abbiamo provato il nuovo modello nell’entroterra tra Barcellona e Sitges, su strade che consentono di divertirsi anche se (colpa di un clima stranamente autunnale) abbiamo viaggiato con il tetto aperto solo per un breve tratto, constatandone il perfetto funzionamento – anche con il comando vocale – della copertura Se si viaggia en plein air,  entra in funzione un piccolo deflettore in tessuto che si solleva e devia il flusso dell’aria, così il vento resta sempre contenuto e non particolarmente fastidioso. È possibile ascoltare serenamente la radio o dialogare con il passeggero e il tetto si può manovrare con l’auto in marcia fino a 90 km/h. Da sottolineare che la versatilità aumenta perchè lo slittamento dei sedili posteriori e l’ampiezza del tettuccio permettono di trasportare oggetti lunghi oltre due metri, come una tavola da surf.

La settimana nera dei femminicidi: com’è stato possibile? «Le leggi ci sono, ma vanno applicate»

In una combo le ultime vittime di femminicidio: da sinistra Dafne Rebaudo, Ornella Forastefano, Luigia Fortunato e Joanna Rouissi e nella seconda fila Tania Sperindio, Tania Terrin e Daniela Florea

Avvenire

Non sembrano la stessa Italia, quella fotografata dai dati diffusi dal Viminale a Ferragosto e quella di Camponogara, Colleferro, Corigliano. La prima aveva tirato un sospiro di sollievo, raccogliendo per la prima volta i risultati concreti di un impegno condiviso trasversalmente dalla politica e dalla società: giù di oltre il 15% gli omicidi volontari nei primi 6 mesi del 2026, con un impressionante -37% di femminicidi; su, invece, del 10,7% gli ammonimenti del questore e del 24,1% quelli per violenza domestica. Poi, in appena cinque giorni, sei donne sono state uccise. Una sequenza che riporta drammaticamente al centro la domanda sulla capacità del Paese di riconoscere il pericolo e intervenire prima che sia troppo tardi. E che tuttavia «non deve farci cancellare i passi avanti compiuti» osserva Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi e deputata di Noi Moderati.
Onorevole, come si tiene insieme questa contraddizione?
La diminuzione dei femminicidi certificata dal Viminale è il risultato di una serie di provvedimenti importanti, della reattività della società civile, del lavoro dei centri antiviolenza e del patto di corresponsabilità tra famiglia, scuola e società civile a cui siamo arrivati nel corso degli ultimi anni. Quando accadono fatti terribili come quelli di questi giorni, soprattutto così ravvicinati, sembra che tutto ciò che di positivo è stato fatto venga annullato: non deve essere così. La lotta alla violenza di genere continua (deve continuare) con un’attenzione quotidiana e sistematica, lavorando soprattutto sulla prevenzione. Non dobbiamo farci paralizzare né dai dati positivi né da quelli negativi.
Il caso di Tania, a Camponogara, sembra però porre una questione precisa: quella della disarmante incapacità di valutare il rischio che corre una donna, anche dopo ripetute denunce.
È un punto decisivo. Nel caso della povera Tania è evidente come ci sia stato un clamoroso errore nella valutazione di quel rischio. Di fronte a uomini pericolosi non si può adottare una misura troppo leggera rispetto alla loro effettiva letalità. Oggi la legge 181 ha irrobustito la possibilità e la velocità di utilizzare le misure cautelari custodiali: l’ammonimento non può bastare, non in casi come questo.
Come si valuta concretamente il rischio che un uomo violento possa effettivamente arrivare a uccidere?
Non ci si può limitare a scartabellare le carte e nemmeno a vedere se c’è una denuncia. Bisogna ricostruire la storia del soggetto, il suo comportamento, la situazione psicologica, familiare e lavorativa. Sono tutti elementi che possono diventare campanelli d’allarme. Con questo non sto dicendo ovviamente che ogni uomo debba finire in carcere, ma se si scopre che un uomo ha avuto quattro fidanzate e tutte hanno subito violenza e sporto denuncia, qualche dubbio deve sorgere. Per questo è fondamentale la formazione specialistica non solo dei magistrati e dei pubblici ministeri, ma anche delle forze dell’ordine e del personale sociosanitario: quando si raccoglie una denuncia bisogna mettere chi dovrà decidere nelle condizioni di avere davanti il quadro completo.
La sensazione è che quando un uomo vuole uccidere una donna, in ogni caso, riesca sempre a farlo. Anche quando indossa il braccialetto elettronico…
L’Italia ha oggi il numero di braccialetti elettronici più elevato a livello europeo: quasi 10mila, più della metà dei quali riguardano casi di violenza di genere. Parte delle disfunzioni tecniche sono state risolte, ma anche in questo caso resta il nodo della valutazione del rischio: a un uomo molto pericoloso non si dà il braccialetto elettronico, lo ripeto: serve una misura cautelare custodiale. A questo proposito come Commissione stiamo integrando la nostra relazione analizzando dieci casi di femminicidio legati all’utilizzo del braccialetto. Il dato che emerge è proprio questo: non è il braccialetto che non ha funzionato, ma la decisione di metterlo all’uomo sbagliato.
C’è poi il momento successivo alla fatidica denuncia, quando una donna può tornare sui propri passi. L’abbiamo visto succedere anche nei casi di questi giorni.
Una donna che vive una situazione di violenza in molti casi non ha la lucidità necessaria per affrontarla e questa non è affatto una colpa. La denuncia è un passo fondamentale, ma deve essere anche sostenuto. Per questo deve attivarsi la rete socio-familiare. Non possono esserci più amici o parenti che dicono: «Così lo rovini» o «Sei troppo buona». Ancora: se l’uomo chiede un ultimo incontro, bisogna coinvolgere le forze dell’ordine. Se c’è un pericolo concreto, bisogna andare in un centro antiviolenza o in una casa rifugio. Non è giusto che sia sempre la donna a dover cambiare vita, ma nell’immediato, questo voglio dirlo, se andarsene significa salvarsi la vita può essere necessario. E dalla denuncia non si dovrebbe tornare indietro.
Il nuovo reato di femminicidio è stato recentemente criticato perché i giudici sembrerebbero applicarlo ancora poco. Cosa ne pensa?
Quando la presidente della Corte di Cassazione è venuta in audizione ci ha detto una cosa sacrosanta: «Le leggi devono sedimentare». Anche il reato di femminicidio ha bisogno del suo tempo. Non tutti gli omicidi di una donna sono femminicidi. Se si uccide una vicina di casa per una lite di vicinato, non siamo di fronte a un femminicidio. Il femminicidio ha una specificità di genere legata al movente. Più che polemizzare sulla sua utilità, dovremmo formare maggiormente chi deve riconoscere i casi e applicare correttamente la norma. Il reato di femminicidio non è affatto un fallimento: è un indirizzo culturale. Averlo istituito ha contribuito a una prima svolta nel cambiamento che invochiamo da anni nella nostra società.
A settembre lei proporrà un testo unico sulla violenza di genere. Perché?
L’Italia ha l’impianto normativo più robusto in Europa, voglio metterlo bene in chiaro: nell’analisi comparata che abbiamo fatto confrontandolo con quelli degli altri Paesi questo punto è emerso con chiarezza. Abbiamo tante leggi importanti, dunque, ma sono frammentate. Ecco perché vorremmo riprendere la ricognizione normativa e proporre un testo unico che diventi uno strumento chiaro per operatori della giustizia, forze dell’ordine, personale sanitario e società civile: una mappa di cosa fare e come intervenire. E vorremmo utilizzare maggiormente anche lo strumento dell’intelligenza artificiale: a Madrid ho avuto modo di conoscere un sistema che, attraverso indicatori raccolti al momento della denuncia, aiuta a classificare il rischio come verde, giallo o rosso. La decisione finale resta all’essere umano, naturalmente, ma anche la tecnologia può aiutare.
La Commissione si è occupata molto anche degli orfani di femminicidio.
Stiamo lavorando all’aggiornamento di tre decreti: uno riguarda l’aumento delle borse di studio, un altro la creazione di un Osservatorio nazionale sui numeri degli orfani di femminicidio; lavoriamo inoltre sull’aggiornamento dei fondi per il loro sostegno psicologico, scolastico e sportivo. La cosa più importante è che oggi si parla molto di più di questi «orfani silenziosi»: quando una donna viene uccisa abbiamo imparato a vedere anche loro, a intercettare i loro bisogni e quelli dei nonni o dei parenti affidatari. Dobbiamo fare sempre meglio.

Antico Egitto, l’asino
al tempo dei faraoni

Antico Egitto, l’asino
al tempo dei faraoni

Avvenire

Per secoli abbiamo immaginato le grandi rotte carovaniere del deserto attraverso la figura del cammello. Ma prima che la «nave del deserto», come viene spesso indicato questo animale, facesse la sua comparsa in Medio Oriente e nell’Africa nord-orientale (soprattutto a partire dal X-IX secolo a.C.) erano gli asini a rendere possibili i viaggi e i commerci a lunga distanza. Frank Förster, egittologo, archeologo del deserto e curatore del Museo egizio dell’Università di Bonn, ha dedicato una parte importante delle sue ricerche alla ricostruzione di alcune di queste antiche vie carovaniere. La sua prospettiva amplia la geografia conosciuta dell’antico Egitto: non più soltanto la valle del Nilo, con le sue città, i templi e i monumenti, ma anche il profondo deserto sahariano, con tracce quasi invisibili, stazioni artificiali per l’approvvigionamento idrico, giare per la conservazione dell’acqua e animali da soma capaci di attraversare per centinaia di chilometri territori aridi e inospitali. In questa storia l’asino non è semplicemente un animale da lavoro o da trasporto: è uno dei protagonisti della stessa nascita della civiltà egizia.
Dottor Förster, quando pensiamo alle carovane nel deserto, il primo animale che ci viene in mente è il cammello…
«Il cammello ebbe un impatto rivoluzionario sui trasporti e sui commerci nel deserto, ma arrivò relativamente tardi nell’Africa nord-orientale. Nei periodi precedenti, il principale animale da soma era l’asino. Gli antichi egizi avevano poche alternative se volevano trasportare merci, materie prime e rifornimenti attraverso le regioni desertiche. L’asino era robusto, poco esigente e, dopo un adeguato addestramento, particolarmente adatto a percorrere lunghe distanze nel deserto trasportando carichi considerevoli. Un animale ben addestrato poteva percorrere tra i 25 e i 40 chilometri al giorno per settimane, a seconda del terreno, della stagione e delle condizioni meteorologiche. Aveva bisogno di essere abbeverato ogni due o tre giorni e poteva sopportare una notevole disidratazione. Questo è fondamentale per comprendere la mobilità dell’antico Egitto nel Sahara orientale».
Dunque, si parte dai percorsi degli asini per ricostruire il territorio nella sua accezione più ampia…
«Sì, in un certo senso. Per molto tempo l’archeologia egizia si è concentrata soprattutto su tombe, templi, insediamenti, città e valle del Nilo. Ma un territorio non è fatto soltanto dei luoghi in cui le persone vivono. È fatto anche delle vie che li collegano. Nel deserto, una pista è naturalmente molto più difficile da identificare di una città o di una necropoli. Non ci sono mura o monumenti, ma tracce più sottili: piccoli cumuli di pietre, lastre collocate come segnali stradali, frammenti di ceramica, resti di contenitori e stazioni di rifornimento, talvolta ossa o persino escrementi di animali da soma».
Le sue ricerche sulla via carovaniera Abu Ballas sono state decisive per comprendere questo sistema. Di che cosa si trattava esattamente?
«L’Abu Ballas era un’antica e frequentata rotta che collegava l’oasi di Dakhla, nel deserto occidentale egiziano, con regioni estremamente remote del Sahara orientale: quelle del Gilf Kebir e del Gebel Uweinat, dove oggi convergono i confini di Egitto, Libia e Sudan. Da qui il percorso proseguiva verso sud, in regioni subsahariane ricche di prodotti come incenso, pelli di animali, avorio e forse oro. A prima vista, ci troviamo di fronte a un ambiente quasi impossibile da attraversare: centinaia di chilometri senza fonti naturali d’acqua. La scoperta di questa rotta ha cambiato profondamente la nostra comprensione delle capacità degli antichi egizi. Come potevano percorrere distanze simili in un’epoca in cui i cammelli non erano ancora disponibili come animali da soma? La risposta sta in un sistema logistico basato sugli asini e su stazioni artificiali di rifornimento. Lungo il percorso venivano depositate provviste e contenitori, soprattutto grandi giare di ceramica per l’acqua. Gli antichi viaggiatori potevano così spostarsi da una stazione all’altra. Non si trattava di un attraversamento casuale del deserto, ma di una vera e propria rete di comunicazione, basata sulla capacità dell’asino di sopravvivere fino a tre giorni nel deserto senza acqua. Le grandi stazioni di rifornimento erano quindi collocate a intervalli di circa tre giorni di viaggio».
Questa prospettiva cambia anche il modo in cui possiamo leggere l’iconografia egizia.
«Sì, in una certa misura. L’iconografia, cioè il modo di trasmettere informazioni attraverso le immagini, è una fonte importante, ma deve essere interpretata con cautela. Le decorazioni delle tombe egizie mostrano spesso gli asini impegnati nei lavori agricoli, nei campi e nelle aie. Le vere e proprie carovane di asini, invece, sono raffigurate solo molto raramente.
L’asino era un animale ordinario e indispensabile. Proprio per questo poteva essere considerato meno degno di una rappresentazione celebrativa. Il faraone, l’élite e i funzionari erano simboli del potere; l’asino, semplicemente, era lì ogni giorno: trasportava grano, materiali, merci e persone. Era il simbolo della vita quotidiana. Come accade ancora oggi in molte altre culture, questo ruolo importante dell’asino è stato raramente riconosciuto nelle rappresentazioni».
Nella Bibbia l’asino è una presenza costante: gli asini di Abramo e di Giacobbe, l’asina di Balaam…
«L’asino apparteneva alla vita quotidiana dell’antico Vicino Oriente. Era un animale da soma e da lavoro, legato all’agricoltura, ai viaggi e agli spostamenti di famiglie e gruppi, oltre che ai trasporti e ai commerci a lunga distanza. Nel libro della Genesi, per esempio, gli asini compaiono nel contesto delle grandi famiglie pastorali e delle migrazioni dei patriarchi. Abramo possiede asini tra i suoi beni; Giacobbe organizza lo spostamento della sua famiglia e delle sue ricchezze in un mondo nel quale gli animali da soma sono essenziali. La storia di Balaam e della sua asina è particolarmente interessante. L’asina vede ciò che il veggente e indovino, chiamato dal re moabita Balak per maledire Israele, non riesce a vedere: un angelo con la spada sguainata che blocca il cammino, salvando così la vita di entrambi. È un notevole rovesciamento della gerarchia umana. L’animale apparentemente umile e testardo possiede, nel racconto, una percezione del soprannaturale e del divino che l’essere umano non ha».
Lei è anche curatore del Museo egizio dell’Università di Bonn. Quanto è importante per un egittologo lavorare sia sul campo sia in un museo?
«Sono due esperienze profondamente complementari. Il lavoro sul campo permette di incontrare i reperti nel loro contesto originario: ceramiche lungo una pista, un’iscrizione su una parete rocciosa o un deposito di grandi giare in una stazione di rifornimento nel deserto».
Il museo, al contrario, ci costringe a riflettere su come gli oggetti vengono selezionati, conservati, interpretati e presentati al pubblico. Un museo non dovrebbe limitarsi a esporre oggetti belli o famosi. Dovrebbe ricostruire connessioni e contesti: da dove proviene un oggetto? Chi lo ha usato e per quale motivo? Come è arrivato fin lì? Quali rotte ha percorso e in quali stazioni si è fermato?
«Un recipiente di ceramica può sembrare un oggetto modesto. Ma se sappiamo che apparteneva a una stazione di rifornimento nel deserto, diventa la testimonianza di uno straordinario sistema logistico. Il museo può contribuire a rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile».
Quale immagine dell’antico Egitto emerge, dunque, dalla ricerca sulle rotte degli asini?
«Un Egitto molto più mobile e interconnesso di quanto siamo abituati a immaginare. Spesso pensiamo alle civiltà antiche come a realtà immobili: piramidi, templi e statue sono fermi. Ma quelle società erano costantemente in movimento. Per costruire un monumento occorreva trasportare materiali; per procurarsi materie prime bisognava raggiungere luoghi lontani; per commerciare era necessario attraversare regioni difficili. E prima del cammello, fu l’asino, con il suo incedere, a tracciare la mappa dell’antico Egitto».

Col «no al woke» Conte ha lanciato
la sua Opa sul centrosinistra

Col «no al woke» Conte ha lanciato
la sua Opa sul centrosinistra
Il “ coming out inverso” di Alexandra Ocasio Cortez negli Stati Uniti sul «primo woke », come l’ha definito la democratica di scuola Bernie Sanders, getta scompiglio nel campo largo. Sedicenti «da sempre oppositori» del progressismo basato sulle battaglie su identità e genere spuntano come funghi tra gli esponenti del centrosinistra. Criticati da chi ritiene invece che la posizione tenuta finora non vada rivista, semmai rilanciata.
Chi ne approfitta per primo è Giuseppe Conte, che sul tema prova a dare un’altra spallata a Elly Schlein in vista delle eventuali (ma ancora non programmate) primarie di coalizione. Il leader M5s spiega che alla sinistra «non serve il woke », che «il nemico da combattere è questa società di diseguali» e che è ora di «definire le vere priorità». Un’uscita corredata dal ricordo personale della visita di un suo amico di Boston, che l’avrebbe criticato per la statua di una «donna nuda di boteriane fattezze» sulla sua scrivania.
Matteo Renzi, invece, rivendica: osserva che «adesso si svegliano tutti» e finalmente ci si rende conto che «l’ubriacatura woke fa male alla sinistra». Ed è vero che Italia Viva non è mai stata particolarmente vicina al progressismo di genere, ma neanche si ricordano finora prese di distanza così nette da parte dell’ex premier. C’è poi chi, come il leader di Più Europa, Riccardo Magi, la pensa all’opposto. Per lui le battaglie woke in Italia non hanno mai attecchito, tanto è vero che, osserva, «siamo tra gli ultimi in Europa sui diritti civili, le coppie gay non possono adottare, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è consentita solo con il consenso informato preventivo dei genitori». Insomma, per Magi, la lotta alle disuguaglianze non è incompatibile con altre battaglie progressiste. Stesso discorso per l’eurodeputata di Avs, Silvia Salis: «Non facciamoci fregare. In Italia il woke è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali – avverte –. Nella sostanza, serve a delegittimare nell’opinione pubblica le battaglie femministe e antirazziste, contrapponendole falsamente e pretestuosamente alle lotte per la giustizia economica. È una stupidaggine colossale». Osvaldo Napoli, di Azione, se la prende invece con Conte, ma non nel merito, piuttosto per l’inversione di rotta: «Conte-Zelig ci regala un’altra delle sue piroette quando sconfessa il mondo woke per riabilitare una sinistra novecentesca, molto di lotta, ma sempre poco di governo».
Chi non parla è Elly Schlein, che in un certo senso incarna quella cultura di genere e forse proprio per questo non ha bisogno di esprimersi. Ma diversi esponenti dem lo fanno. Tra questi c’è Giorgio Gori con un post sui social: «Mai stato woke ». Oppure il senatore Alessandro Alfieri, convinto che certi eccessi abbiano gonfiato le vele a Roberto Vannacci. Perfino Laura Boldrini ammette che, come ogni «nuova corrente di pensiero che vuole affermarsi e portare temi nel dibattito pubblico, nella sua fase iniziale» anche il woke può «cadere in qualche eccesso». Ma questo, precisa, non toglie nulla alle battaglie civili.
Verrebbe da chiedersi dove fossero tutti questi detrattori nel centrosinistra prima dell’uscita di Ocasio Cortez. E infatti ci pensa la destra. Matteo Salvini è tra i primi, con un post generato dall’Ia in cui Schlein, Conte, Renzi e Gori compaiono seduti in cerchio assieme a una scritta piuttosto eloquente: «Prima riunione dei wokisti anonimi». E poi: «Mi chiamo Conte e non sono più woke da due giorni». Duro il capogruppo in Senato di FdI, Lucio Malan: «Ora la sinistra tenta di sganciarsi dal woke , dopo averlo sostenuto, dopo aver approvato leggi per imporlo, dopo aver rovinato vite, dopo aver detto che non esiste. Stessa procedura seguita per il comunismo, per l’odio verso le imprese private, per la proprietà privata, poi per il pericolo di raffreddamento globale causato dall’uomo».