Non è la prima volta che si sentono racconti di preti che “lasciano” perché soli e, proprio perché soli, si sono innamorati

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Di preti che lasciano la tonaca si hanno diverse notizie. Dopo quella clamorosa di don Alberto Ravagnani, arriva un’altra notizia, questa volta da Treviso. Si tratta di don Giovanni Gatto. Qui la storia è un po’ diversa. Mentre per don Alberto Ravagnani non si è capito bene quali siano i motivi precisi dell’abbandono, nel caso di don Giovanni Gatto sono chiarissimi. Questione di solitudine e di celibato. Ha chiesto la dispensa a papa Leone e dice di aver ricevuto moltissimi messaggi di altri preti che si trovano in situazioni affettivamente difficili.
Non è la prima volta che si sentono racconti di preti che “lasciano” perché soli e, proprio perché soli, si sono innamorati.
Vorrei fare qualche considerazione dal mio punto di vista di vecchio che, forse – dico forse – ha meno problemi di un prete giovane, non per meriti suoi, ma per i meriti molto banali dell’anagrafe. La vecchiaia porta – sempre forse – un po’ di tranquillità affettiva ma, insieme, anche un colpo d’occhio più vasto semplicemente perché si hanno alle spalle un po’ di anni, molti anni, ahimè.
Il prete solo. Solo? Veramente, in parrocchia mi sembrava di fare i conti non tanto con la troppa solitudine, ma con la troppa compagnia. Certo la compagnia dei colleghi del consiglio di amministrazione o del consiglio pastorale o del gruppo liturgico o dei catechisti non è quella di una donna che si ama, che si accarezza, che ci accarezza e con la quale si fa anche qualcosa di molto altro. E’ vero, verissimo. Ma il prete non è solo. Soprattutto da giovane avevo imparato una parolina magica che permetteva di dare senso alla mia solitudine: sublimazione. Cioè. Il prete deve trovare piacere nel suo “mestiere” di prete, le cose che fa devono piacergli, devono riempire la sua vita. Certo: non la riempie tutta e qualche angolino di affetti sacrificati resta. A quel punto il sacrificio e, diciamolo pure, la sofferenza e anche il rischio di qualche cedimento c’è. Ma arriva alla fine, non all’inizio. Una vita affettiva passata solo a suon di sofferenze è un inferno. E inferno resta anche se vissuta da un prete. E se poi, in una vita di parrocchia “piena” e bella, complessivamente realizzata, arriva qualche debolezza, è una debolezza da cui è possibile uscire. Non è la fine del mondo. Credo che nessun prete andrà all’inferno per quel peccato lì.
Il grosso guaio, dunque, non è la solitudine, ma una solitudine desertificata, senza relazioni, piena di potere ma senza legami o con legami solo formali, istituzionali, freddi: il che è come non averne. Quel potere a cui noi preti siamo così spesso e così patologicamente attaccati. “Decido io”, “il parroco sono io”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questi proclami da piccoli, risibili ras di provincia. Poi, alla fine ci troviamo soli. Ma di chi è la responsabilità della nostra solitudine?
A questo punto arriva il don Giovanni di turno – il don Giovanni Gatto, intendo dire – che proclama: il celibato non va, dobbiamo vivere in pienezza la nostra affettività. Ho la sensazione che non sia il modo migliore per rispondere al problema del celibato. Infatti, potrei dire: il prete può sposarsi. Ma potrei anche dire: chi è sposato può diventare prete. Quando dico che il prete può sposarsi propongo una soluzione che interessa, in prima battuta, il prete e interessa la Chiesa solo di conserva. Quando dico che chi è sposato può diventare prete propongo una soluzione che interessa in prima battuta la Chiesa e il prete solo di conserva.
Non è la stessa cosa. La mia preferenza di prete, di uomo di Chiesa, è per la seconda soluzione. Preferisco non essere io al centro con la mia rivendicazione di matrimonio, ma preferisco che al centro ci sia la Chiesa, con la sua rivendicazione di un servizio alla comunità cristiana. Dico questo, forse, perché, appunto, sono vecchio. Ma, in questi anni in cui i miei conti stanno per chiudersi, mi accorgo acutamente che i miei conti con coincidono con quelli della Chiesa. E non devono coincidere. E quindi. Può darsi che il celibato finisca. Ma preferisco che finisca perché si fanno preti gli sposati e non perché si fanno sposare i preti. Detto in altri termini: rivendicare con tanta enfasi il matrimonio per i preti è una istanza ancora clericale. Motivata finché si vuole, ma clericale.
Con una ulteriore annotazione. Le donne, in questo dibattito, dove sono? Non ci sono, mi sembra. O sono oggetto di conquista o mezzo di consolazione affettiva per il prete in crisi o non ci sono. Le donne, anche in questi casi, sono al margine. Invece in una comunità viva le donne ci sono e come. E contano moltissimo. Il dibattito sul celibato, così come si fa abitualmente e come si sta facendo in questo caso, sarà fondamentale per il prete, ma è ambiguo per le donne. E fa dimenticare il molto, il moltissimo che le donne fanno per la chiesa. Si parla molto di donne quando una di loro si innamora di un prete. Ma bisognerebbe parlarne in maniera diversa, a prescindere.
Allora: auguri a don Giovanni, che sia felice e che la sua donna sia felice con lui. Ma se vorremo risolvere il problema del celibato dovremo dimenticare un po’ lui e pensare un po’ di più alla Chiesa.



