La paternità di Luca Favarin e la nascita di Zaccaria: la forza dell’amore umano e la necessità di superare la logica dell’abbandono ministeriale

A Padova il primo wine bar gestito da minori detenuti. 'Un assistente  sociale si è licenziato dopo 4 ore di turno'.

La notizia della nascita del piccolo Zaccaria e la commovente lettera pubblica scritta da Luca Favarin — ex presbitero padovano noto per il suo impegno sociale nell’accoglienza dei migranti e degli ultimi — hanno toccato la sensibilità di tanti lettori e fedeli. Le sue parole, dense di tenerezza («Zaccaria, benvenuto al mondo amore mio. Se serve avrò il coraggio di morire per te»), testimoniano la bellezza, la responsabilità e la sacralità dell’amore paterno e della vita familiare.

Di fronte a un evento così lieto come la nascita di un bambino, il primo pensiero della comunità cristiana non può che essere di benedizione per il neonato e di auguri sinceri per la nuova famiglia.

Oltre la narrazione dell’ex prete: un patrimonio d’amore non in contrapposizione

Come spesso accade nelle cronache mediatiche, la vicenda viene raccontata attraverso la categoria dell’«ex prete» che “cambia vita” o che “lascia il sacerdozio” per diventare padre. Tuttavia, una riflessione matura sul piano pastorale ed ecclesiale impone di andare oltre gli schemi riduttivi:

  1. La paternità non cancella il dono dell’Ordine: L’esperienza di cura, dedizione ed empatia maturata negli anni di ministero e di servizio agli ultimi non si azzera con la nascita di un figlio. Al contrario, la paternità umana e familiare può arricchire ed esaltare la sensibilità spirituale di chi ha dedicato la propria vita al Vangelo.

  2. Nessun conflitto tra amore per Dio e amore per i figli: Accogliere una nuova vita è un atto d’amore che riflette la creatività di Dio. Pretendere che la maturazione di un affetto familiare debba necessariamente tradursi in una rottura o in un “addio” definitivo alla Chiesa rappresenta una ferita sia per il pastore che per la comunità.

La risposta del Realismo Pastorale

La storia di Luca Favarin ed episodi analoghi richiamano la Chiesa a una presa di coscienza non più rinviabile. La proposta portata avanti dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, indica una via di sintesi e di comunione:

  • Superare la perdita di risorse preziose: La Chiesa non può rassegnarsi a perdere uomini e presbiteri dotati di spessore umano, solida formazione teologica formale e titoli pontifici, costringendoli all’emarginazione o all’abbandono istituzionale.

  • Un decreto canonico di riammissibilità: Chiedere a Papa Leone XIV un provvedimento canonico che permetta la riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati significa riconoscere che la Grazia del sacerdozio e la Grazia della famiglia possono camminare insieme, a beneficio di una Chiesa più incarnata, accogliente e vicina alle realtà della vita.

Mentre festeggiamo la nascita di Zaccaria, rinnoviamo l’impegno affinché la paternità non sia più vista come un motivo di esclusione, ma come una benedizione capaci di rigenerare il tessuto umano e spirituale del nostro ministero.

#IlGazzettino, #LucaFavarin, #SacerdotiSposati, #PapaLeoneXIV, #RealismoPastorale

Luca Favarin, 54 anni, è stato per 15 seminarista e per 25 sacerdote a Padova. Poi il cambio di vita. Su Instagram la foto con il piccolo in braccio e la dedica: “Ho visto la cosa più bella, la nascita di un figlio. È lo spettacolo della vita. Non sarai mai solo, avremo cura di te”

Luca Favarin con il piccolo Zaccaria appena nato in braccio. Da prete a papà: "Lo spettacolo della vita" (Foto da Instagram)

Padova, 29 settembre 2026 – “Zaccaria oggi sei nato nel mondo e iniziamo con tanta emozione questo viaggio. Insieme con la mamma condivideremo una parte del tempo delle nostre vite e io ci metterò tutto l’amore e tutta la forza di cui sono capace… poi verrà un giorno in cui tu andrai per monti e per valli con il sole e talora con la pioggia, custodendo nel tuo cuore il tempo che insieme noi abbiamo trascorso”. Inizia così la lettera che Luca Favarin, ex prete e da 24 ore neo papà ha postato su Instagram per il suo bambino.

La metamorfosi di Luca, da don a padre

Luca Favarin, 54 anni, è stato prete fino al 2023. Ex sacerdote padovano responsabile del villaggio dell’accoglienza Kidane ad Altichiero è sempre stata una figura “vicina agli ultimi e ai più fragili”. Seminarista per 15 anni e parroco a Padova per 25, ha voltato pagina e ‘divorziando’ dalla Chiesa cattolica dopo la sospensione a divinis.

Nella nota con cui la Diocesi di Padova annunciava la decisione definitiva faceva riferimento anche alle attività dell’ex parroco: “Per quanto riguarda l’agire in campo sociale, le iniziative di don Luca Favarin, per quanto pregevoli, sono personali e non pensate, condivise nè maturate insieme alla Chiesa di Padova. In particolare sul fronte dell’accoglienza dei migranti la Diocesi di Padova ha scelto di non porsi come “gestore” diretto delle accoglienze, ma di affidarsi a cooperative sociali qualificate”.

Parole che non erano state per nulla gradite da Favarin. Che oggi si è rifatto una vita. Lo scorso anno poi Luca aveva rivelato di essersi innamorato e di desiderare un figlio. E ora quel figlio è arrivato davvero.

Il post con il piccolo Zaccaria in braccio

“Ora godiamo di questo lungo tempo di grazia che la vita ci dà da condividere insieme perché è il tempo più bello delle nostre vite – scrive ancora – . Ci sono tantissime persone attorno a noi che ti stanno aspettando e saranno per te una gran bella famiglia allargata sana, felice e accogliente. Oggi è anche il giorno in cui per me la vita e la morte cambiano radicalmente di significato, in cui l’una o l’altra possono acquistare un valore infinitamente opposto”.

Ti mostrerò il mare meraviglioso e ti racconterò che ci saranno i bellissimi pesci azzurri, ma anche gli squali

“Se serve avrò il coraggio di morire per te perché ho visto la cosa più bella: la nascita di un figlio”

“Se serve avrò il coraggio di morire per te – scrive ancora nel post su Instagram- , perché ho visto la cosa più bella: la nascita di un figlio. Oggi è il giorno in cui la mia esistenza che fino ad un istante fa aveva per me un valore immenso diventa totalmente e infinitamente relativa e insignificante rispetto alla tua. Ti mostrerò il mare meraviglioso e ti racconterò che ci saranno i bellissimi pesci azzurri, ma anche gli squali. Ma non sarai solo. Avremo cura di te. Noi si che avremo cura di te. Nasci nel tempo della vendemmia, di un’ottima annata come frutto della piena maturità e con la forza di essere nutrimento gioioso per gli altri. Benvenuto al mondo amore mio.. è lo spettacolo della vita. La cosa più bella della vita”.

Lettura e Vangelo del giorno 30 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro di Giobbe
Gb 9,1-12.14-16

Giobbe rispose ai suoi amici e prese a dire:
«In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
Se uno volesse disputare con lui,
non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille.
Egli è saggio di mente, potente di forza:
chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
Egli sposta le montagne ed esse non lo sanno,
nella sua ira egli le sconvolge.
Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
Comanda al sole ed esso non sorge
e mette sotto sigillo le stelle.
Lui solo dispiega i cieli
e cammina sulle onde del mare.
Crea l’Orsa e l’Orione,
le Plèiadi e le costellazioni del cielo australe.
Fa cose tanto grandi che non si possono indagare,
meraviglie che non si possono contare.
Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo.
Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: “Cosa fai?”.
Tanto meno potrei rispondergli io,
scegliendo le parole da dirgli;
io, anche se avessi ragione, non potrei rispondergli,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
Se lo chiamassi e mi rispondesse,
non credo che darebbe ascolto alla mia voce».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 87 (88)

R. Giunga fino a te la mia preghiera, Signore.

Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti?
O si alzano le ombre a darti lode? R.

Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà nel regno della morte?
Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio? R.

Ma io, Signore, a te grido aiuto
e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi?
Perché mi nascondi il tuo volto? R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,57-62

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

L’Italia “interna” non può perdere i suoi studenti

L'Italia "interna" non può perdere i suoi studenti

Avvenire

Nel dibattito sulle aree interne si dà per scontato che ragazze e ragazzi non ci vengano. Non è vero. Nelle Marche, che conosco meglio, le tre città universitarie “interne” – Urbino, Macerata e Camerino – contano insieme quasi trentamila studenti e studentesse, con cinquemila nuovi arrivi ogni settembre. E il quadro è nazionale: quasi ventimila iscrizioni all’Aquila, quindicimila a Udine, settemila fra Potenza e Matera. Senza che nessuno l’abbia progettata, le università realizzano nell’Italia interna la più grande politica giovanile: la riempiono, ogni anno, di ventenni.
Ragazze e ragazzi, dunque, vengono. Ma non restano. Perché?
La risposta sta nel meccanismo di finanziamento delle università, autentico paradigma del trattamento riservato alle aree interne. In Italia gli atenei si finanziano prevalentemente basandosi sui numeri, e i “premi” a chi ne ha di più vengono prelevati dallo stesso fondo che finanzia tutti: non è un incentivo ma un vero e proprio travaso da chi ha meno studenti a chi ne ha di più. Meno numeri, meno risorse.
Esattamente come accade nelle aree interne per le scuole, i presidi sanitari, il trasporto pubblico locale: dove i numeri calano, i servizi chiudono. Così il territorio s’impoverisce – meno servizi, meno lavoro – e un territorio più povero trattiene meno giovani. La spirale si avvita, sempre per la stessa regola: dare risorse ai numeri. Una regola che non fotografa lo spopolamento: lo produce.
Eppure, la spirale si può invertire. Dalle tre università marchigiane, ad esempio, escono cinquemila laureate e laureati l’anno: trattenerne anche solo uno su dieci significherebbe cinquecento giovani in più ogni anno. Più di tutti i bambini e le bambine che nascono, in un anno, nelle tre città messe insieme.
Né si può dire che chi parte lo faccia perché lo desidera. Una ricerca del Gran Sasso Science Institute (Sonzogno, Urso e Faggian, 2022) ha domandato a quasi mille giovani delle aree interne se intendano andarsene: ha risposto sì appena il 12 per cento; più della metà vuole restare, il resto parte, o resta, per necessità. Come mostra il Forum Disuguaglianze e Diversità nel saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, fra lavoro precario, case introvabili e organizzazioni (partiti compresi) sorde alla voce delle nuove generazioni, andarsene è l’unico gesto di potere che resta a chi ha capito di non contare. La voglia di restare c’è: è restare che è diventato un lusso.
E i lussi sono questione di risorse, quelle che, nelle litanie della politica, mancano sempre. Ma negli anni del Pnrr, il più grande afflusso di risorse europee della storia repubblicana (194 miliardi di euro), l’espatrio netto dei 18-34enni è cresciuto del 55 per cento: i soldi c’erano, ma si è scelto di farne “altro”. L’articolo 3 della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli «di ordine economico e sociale» che impediscono «il pieno sviluppo della persona umana»: rispondere che mancano i soldi significa usare l’ostacolo come alibi per non rimuoverlo.
Le strade per invertire la spirale ci sono. Portare l’investimento in università e ricerca dallo 0,5 all’1 per cento del Pil in cinque anni: un decimo di punto di Pil è appena un cinquantesimo di quanto il governo, in sede Nato, si è impegnato a spendere per la difesa. Attivare, nei territori, misure alla portata di ogni Comune, dalla garanzia pubblica per giovani inquiline e inquilini agli appalti che premiano chi assume giovani. Misure, però, che vanno scritte con loro, non per loro. A settembre ne arriveranno cinquemila in più, solo nelle Marche. Non serve farli nascere, né attirarli. Ci sono già. Ascoltiamoli.
Forum Disuguaglianze e Diversità

© RIPRODUZIONE RISERVATA

A Zungri, nel Vibonese, l’appello dei genitori per un’alunna con grave disabilità: «Diritti negati». Il Comune: «Siamo senza risorse, servono norme ad hoc»

Uno studente disabile aiutato a stare in classe

Avvenire

A Zungri, in provincia di Vibo Valentia, l’assistenza di cui Carol ha bisogno a scuola non risulta ancora pienamente garantita. La ragazza, 15 anni, ha iniziato quest’anno la prima classe della secondaria di primo grado, ma sua madre è costretta a recarsi personalmente in classe per nutrirla e cambiarla. Risultato: da un lato una famiglia che denuncia il disagio quotidiano, dall’altro il dirigente scolastico, Angelo Stumpo, e il sindaco di Zungri, Serafino Fiamingo, che sottolineano entrambi di non avere a disposizione risorse sufficienti da destinare all’assistenza richiesta.

Carol è affetta da tetraparesi discinetica, atrofia cerebellare progressiva ed epilessia: si alimenta anche attraverso una Peg, la sonda inserita nella parete addominale che consente di somministrarle latte, liquidi e farmaci, e ha bisogno di assistenza continua per la postura, la movimentazione, l’igiene personale e il cambio. A oggi, denunciano i genitori Maurizio Crudo e Rosetta Raffa, non risultano pienamente operative le figure necessarie ad assisterla durante l’intera permanenza nel plesso di Zungri dell’Istituto comprensivo Rombiolo-San Calogero-Cessaniti. «Questa situazione è grave, umiliante e inaccettabile», scrivono in un lungo appello.
I genitori ricostruiscono una vicenda che, sostengono, non nasce da un ritardo improvviso. Le necessità di Carol erano note ed erano state oggetto di richieste formali e diffide trasmesse anche tramite i legali: già da luglio, sottolineano, era stata sollecitata «l’attivazione tempestiva di tutte le figure indispensabili per garantire il diritto allo studio e all’inclusione di Carol». Nonostante questo, l’anno è iniziato senza un’assistenza «assicurata in maniera completa e continuativa». Servono, elencano, l’insegnante di sostegno per il monte ore riconosciuto, l’assistente all’autonomia e alla comunicazione, collaboratori scolastici formati per l’igiene e il cambio, e personale in grado di seguirla durante il pasto e nella gestione della Peg secondo le prescrizioni sanitarie. «Queste figure non sono facoltative», scrivono. Un appello che i genitori rivolgono alla dirigenza scolastica, al Comune di Zungri e all’Ufficio scolastico competente.
Una versione più articolata dei fatti arriva da Angelo Stumpo, dirigente dell’istituto da tre anni, che riconduce il nodo a un problema di competenze e risorse. La sua scuola conta 1.682 alunni in sei Comuni e 28 plessi: i disabili sono 81. Con l’ingresso alla secondaria, ricorda, la cattedra di sostegno di Carol è passata da 22 a 18 ore, ma il punto, spiega, riguarda l’assistenza specialistica, che «è una prerogativa dell’ente locale», in questo caso dei Comuni, non della scuola. Il finanziamento arriva ogni anno sulla base della legge regionale 27 del 1985 sul diritto allo studio e si divide tra trasporti, refezione scolastica e supporto agli alunni con disabilità. Ma nei sei Comuni serviti dall’istituto, spiega Stumpo, nessuno bandisce direttamente il reclutamento delle figure specialistiche, il tutto viene demandato alle scuole. È lui, di fatto, a fare il giro delle amministrazioni e poi emettere il bando per reclutare, tra gli altri, un Oss e due assistenti all’autonomia e alla comunicazione, destinati non solo a Carol ma a tutti gli alunni disabili. Il Comune di Zungri eroga 3.200 euro l’anno: con queste risorse, dice, «riesco a coprire al massimo un’ora al giorno per tutto l’anno» nel caso di Carol. Inoltre, all’Oss vengono di fatto richieste competenze infermieristiche, come quelle legate alla Peg, che non rientrano nel suo profilo. «Sono legittime le rivendicazioni della famiglia ma servirebbe un finanziamento dedicato alle scuole per reclutare figure adeguate o un piano di servizi».

Lo stesso senso di impotenza attraversa le parole del sindaco Fiamingo, che pure rivendica quanto fatto dall’amministrazione comunale. «Cosa possiamo garantire con appena tremila euro l’anno?», si chiede, spiegando di immedesimarsi nella condizione della madre ma di non poter, con risorse così ridotte, assicurare un’assistenza specializzata per l’intera giornata. Da quando è sindaco, ricorda, ha fatto installare la rampa di accesso alla scuola che ancora mancava, spendendo settemila euro. Spiega inoltre di aver già sottoposto il caso all’assessore regionale competente e insiste sulla necessità di una normativa dedicata a situazioni come questa: «Ce ne vorrebbe una ad hoc». Se avesse le forze finanziarie, aggiunge, pagherebbe lui stesso l’assistenza per conto del Comune, anche se non rientra tra le sue competenze dirette. «Non siamo contro la famiglia di Carol», conclude, «siamo con lei». Resta, sullo sfondo, una responsabilità che la scuola da sola non può colmare: la partita del sostegno a Carol si decide soprattutto nei bilanci dei Comuni e della Regione, chiamati a stanziare risorse che, per ora, non tengono il passo con i suoi bisogni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dalla società del tutto e subito alla pazienza di Dio. La fretta nasce dall’assenza di fede. Solo la fede che si fa obbedienza lascia maturare frutti che nessuna fretta potrà mai produrre

Chi crede non ha fretta

Avvenire

Un film senza parole. Nessun dialogo, nessuna voce fuori campo, nessuna trama. Solo immagini e musica. Deserti che respirano, nuvole che scorrono come maree. Poi le città. La pellicola accelera: le automobili diventano fiumi di luce, i pendolari si trasformano in un nastro che sale e scende dalle scale mobili, montati con lo stesso ritmo della catena di un’industria alimentare. L’uomo e la merce si confondono. Scorrono. Si somigliano. Sotto, implacabili, gli arpeggi di Philip Glass: si ripetono, si inseguono, non approdano mai. È Koyaanisqatsi, il film che Godfrey Reggio portò sugli schermi nel 1982. Soltanto alla fine compaiono alcune parole. Sono la traduzione del titolo, un termine della lingua hopi: «vita folle; vita in tumulto; vita in disintegrazione; vita fuori equilibrio; uno stato di esistenza che richiede un altro modo di vivere».

Fuori equilibrio. Senza misura. Dunque, senza verità. Ecco il punto.
Viviamo nella società del tutto e subito. Tutto: perché nulla deve restare fuori dalla portata e dalle pretese del desiderio. Subito: perché nessun desiderio deve attendere. La sociologia l’ha descritta con precisione clinica. Hartmut Rosa vi ha riconosciuto una triplice accelerazione – tecnica, del mutamento sociale, dei ritmi di vita – che si alimenta da sé in un circolo senza uscita. Le macchine ci fanno risparmiare tempo; noi, invece di abitarlo, lo riempiamo di altre cose (effimere) da fare, finché il tempo risparmiato diventa tempo mancante. Più andiamo veloci, meno tempo abbiamo. Il paradosso è perfetto. Papa Francesco, nella Laudato si’, ha dato un nome a questa febbre prendendo in prestito un neologismo spagnolo: rapidación. Un’accelerazione continua dei cambiamenti che – scriveva – «contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica». La natura matura. Noi pretendiamo. Tutto e subito, appunto.
C’è però una radice più profonda, che affonda nel modo stesso in cui pensiamo. Daniel Kahneman, psicologo insignito del Nobel per l’economia nel 2002, l’ha messa a nudo in Pensieri lenti e veloci. Nella nostra mente convivono due sistemi. Il primo «opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario»: intuisce, associa, reagisce. Il secondo è lento e faticoso: calcola, verifica, dubita. Il primo è riflesso. Il secondo è giudizio. Il guaio – mostra Kahneman con decenni di esperimenti – è che il secondo è pigro: preferisce avallare le risposte del primo piuttosto che mettersi al lavoro. Così gran parte delle nostre scelte, anche quelle che crediamo ponderate, nasce dalla fretta travestita da ragione. Ora, si osservi il punto decisivo. Un’intera civiltà si è organizzata per nutrire il pensiero veloce e addormentare quello lento. Il marketing parla al primo sistema. La comunicazione politica pure. Lo schermo che teniamo in mano è progettato per catturarlo, stimolarlo, premiarlo. Abbiamo costruito un mondo a misura dell’impulso e dell’istinto. E poi ci stupiamo che impulso e istinto lo governino.

L’economia ne è il laboratorio più evidente. La tirannia della trimestrale e la bulimia del profitto hanno preso il posto della pazienza del seminatore. Si cresce per accumulo, non per maturazione. Si estrae invece di coltivare. Si acquisisce invece di generare. Ne è nato un modello di sviluppo estrattivo, incrementale, acquisitivo: misura il valore in base al ritorno immediato e scarica sul futuro il costo del presente. Mark Carney, allora governatore della Banca d’Inghilterra, lo chiamò nel 2015 la «tragedia dell’orizzonte»: gli effetti più gravi delle nostre scelte cadono oltre l’orizzonte temporale di chi le compie. Chi decide non paga. Chi paga non ha deciso. È un tradimento. Della terra, certo. Ma prima ancora della dignità dell’uomo, ridotto a ingranaggio di un ciclo che non gli chiede di essere, ma solo di produrre e consumare. Possibilmente in fretta. L’uomo diventa mezzo. Il tempo diventa merce. Il futuro diventa discarica. Il patto intergenerazionale si rompe. L’alleanza tra vita e verità si frantuma.
I progressi esponenziali della tecnica digitale hanno peggiorato la situazione. La febbre si è fatta sistema e prassi. Oggi l’attenzione è la merce più contesa del pianeta, e con essa si contraggono i due spazi che la fretta non tollera: la riflessione e la relazione. La riflessione, perché pensare richiede sosta e la sosta è diventata un costo. La relazione, perché l’altro richiede tempo e il tempo è diventato un lusso. Siamo connessi con tutti e presenti a nessuno. Informati di tutto, sapienti di nulla. Hartmut Rosa giunge a una conclusione che dovrebbe inquietarci: nelle società secolarizzate l’accelerazione funziona come un equivalente della promessa di vita eterna. Chi non crede più nell’eternità tenta di stipare più vita nel tempo che gli resta. Più cose. Più esperienze. Più in fretta. Come se la velocità potesse riscattare la finitezza. E ora l’intelligenza artificiale promette di accelerare perfino il pensiero, di consegnarci risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare le domande. Il rischio è evidente: diventare più rapidi e meno sapienti. Più efficienti e meno umani. Più larghi, ma meno profondi.
Gli antichi lo sapevano. Augusto – racconta Svetonio – amava ripetere in greco: «Affrettati lentamente». Festina lente. Ma sono i Padri a scendere fino alla radice. Tertulliano scrisse un trattato sulla pazienza confessando, con disarmante franchezza, di non possederla: miserrimus ego, semper aeger caloribus impatientiae, sempre malato delle febbri dell’impazienza. Eppure, proprio lui pronuncia una sentenza vertiginosa: omne peccatum impatientiae adscribendum. Agostino completa il quadro: patientia comes est sapientiae, non famula concupiscentiae. La pazienza è compagna della sapienza, non serva della brama. Ogni peccato va ricondotto all’impazienza. Se ne può scorgere l’ombra fin nella caduta delle origini: il frutto colto prima del tempo, afferrato invece che ricevuto. Se ne rintraccia il segno nella storia di Israele, che si fabbricò il vitello d’oro perché non seppe sopportare l’indugio di Mosè sul monte. L’idolo nasce dalla fretta. Sempre. Eppure, il popolo di Israele aveva visto i prodigi del suo Dio. La fretta cancella la memoria.

Eccoci allora al cuore. Dal mio punto di vista. La velocità che si fa fretta non nasce dalla tecnica. Non nasce dal mercato. Non nasce nemmeno dalla psicologia. Nasce da una cosa sola: dall’assenza di fede. La fretta, l’ansia di avere e di possedere, è propria dei disperati, di chi ha perso la speranza che è certezza nella fede. Chi non crede che Dio operi nella storia deve fare tutto da sé. E deve farlo subito, perché il tempo è poco e nessuno gli garantisce il domani. La fretta è l’ateismo pratico del nostro tempo. E la mancanza di fede ci rende disobbedienti, agitati, confusi. Disobbedienti, perché chi non attende Dio si costruisce strade proprie. Agitati, perché chi porta da solo il peso del futuro non trova pace. Confusi, perché chi corre non vede.
Succede nelle imprese. Tutti vogliono subito i profitti, e dimenticano la vocazione. Perché ogni impresa ne ha una: generale, servire l’uomo e il bene comune generando valore vero; e talvolta particolare, perché alcune imprese nascono per una missione precisa, affidata a loro e a nessun altro. Quando il rendimento del prossimo trimestre o la massimizzazione dei dividendi e dei guadagni dei soci diventano l’unico orizzonte, la vocazione soffoca. L’impresa può anche macinare utili per qualche stagione. Ma smarrisce l’anima. E un’impresa senza anima è soltanto un meccanismo che attende di guastarsi. Il Vangelo lo aveva detto: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola, «e questa rimane senza frutto» (Mc 4,19).
Succede nella politica. Si cerca di capitalizzare il consenso nel breve termine e i frutti non arrivano mai. È la massima che molti attribuiscono a De Gasperi, ma che il predicatore americano James Freeman Clarke aveva già formulato nell’Ottocento: il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione. Il consenso rapido è un prestito a usura: si incassa oggi, si restituisce domani con gli interessi, e a pagare sono sempre gli altri. Lo statista accetta di essere impopolare oggi per essere giusto domani. Semina alberi alla cui ombra non siederà.

Succede nella formazione. Si studia non per sapere, ma per superare l’esame. Seneca lo lamentava già con Lucilio: non vitae, sed scholae discimus. Non impariamo per la vita, ma per la scuola. I secoli hanno poi rovesciato la frase in un motto edificante. La realtà, invece, è rimasta quella di Seneca. Si ottiene il voto, si accumulano titoli, ma si perde il sapere. Chi ha imparato soltanto a superare gli esami resta disarmato davanti alle prove vere della vita.
Succede nelle relazioni. Tutto è subito. Subito l’intimità, subito la rottura. Si consumano persone come si consumano notizie: basta un gesto del pollice e l’altro scompare. Aristotele osservava che i giovani diventano amici rapidamente e rapidamente cessano di esserlo, perché inseguono il piacere e il piacere muta in fretta. E ricordava un antico proverbio: non ci si conosce davvero prima di aver consumato insieme la quantità di sale che esso prescrive. Il sale. Cioè il tempo. Cioè la fedeltà.
Succede sempre. In ogni ambito in cui l’uomo pretende di sostituire la propria impazienza alla pazienza di Dio.

La Sacra Scrittura, invece, dice altro. Nella Vulgata, Isaia consegna una parola che è già una sentenza: qui crediderit, non festinet (Is 28,16). Chi crede non ha fretta. E poco prima aveva pronunciato un «guai» contro coloro che, sfidando il Signore, dicono: festinet et cito veniat opus eius, ut videamus (Is 5,19). Si affretti, venga presto la sua opera, perché possiamo vederla. Il tutto e subito ha radici antiche. È la pretesa di piegare Dio al nostro orologio. Abramo, per avere un figlio, un solo figlio, dovette vivere ben venticinque anni di attesa nella fede, nella speranza contro ogni speranza. Venticinque anni. Non venticinque giorni. «Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso» (Eb 6,15). E tra la promessa della benedizione e la venuta di Cristo Gesù passarono circa mille e ottocento anni. Dio non ha fretta, perché abita l’eternità. Il chiamato conosce il fine legato alla sua persona man mano che la sua obbedienza diviene storia. Non conosce però il fine che si compie oltre la sua storia personale. L’obbedienza la mette il chiamato. I frutti li dona il Signore. Tra l’obbedienza e il dono la distanza è infinita. Io non so, noi non sappiamo, Dio sa. Io obbedisco, noi obbediamo, Dio produce. Senza obbedienza, Dio non può produrre. E dalla disobbedienza mai potrà nascere la vita. La fede è la virtù del tempo abitato. Non è attesa passiva. È fiducia operosa nell’obbedienza alla chiamata e alla vocazione particolare: fare tutto ciò che ci è chiesto e lasciare a Dio ciò che non ci appartiene. Tutto è dalla fede, e la fede è obbedienza.
C’è un capitolo del Vangelo di Marco che è un intero trattato sulla fretta. Il quarto. Si apre con il seminatore. Una parte del seme cade sul terreno sassoso e «subito germogliò perché il terreno non era profondo» (Mc 4,5), ma al primo sole, non avendo radici, secca. È il sì dell’entusiasmo immediato: accoglie la Parola con gioia e alla prima tribolazione, dice il testo, subito viene meno. Prosegue con il seme che cresce da solo: dorma o vegli il contadino, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. «Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). In mezzo, il granello di senape: il più piccolo di tutti i semi, che diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Ma non in una notte. Si chiude con la tempesta. Nel Vangelo del seminatore c’è un solo «subito» legittimo: quello della falce, quando il frutto è maturo. Ma è il subito di Dio. Non il nostro.
Ecco lo scarto incommensurabile. Da una parte il piccolo frutto a breve termine che ciascuno di noi può desiderare e perfino afferrare, ma con esiti effimeri. Dall’altra l’infinito frutto che Dio fa maturare nel lungo termine, con i suoi tempi, se noi ci manteniamo obbedienti nella fede. Il trenta, il sessanta, il cento per uno. E oltre. Perché quando un uomo dona sé stesso al Padre, il Padre risponde a questo dono di amore donando tutto sé stesso all’uomo. E ogni sì, unito a un altro sì, riceve in dono infiniti altri sì. Nella fede che si fa obbedienza, i frutti arriveranno con certezza. E saranno moltiplicati all’infinito dall’infinita onnipotenza di Dio.

Lo dico per esperienza diretta. L’opera di Dio è sempre minacciata da chi si lascia tentare dall’ansia del tutto e subito, dell’avere e non dell’essere. C’è chi dice no a una prospettiva di fede, fin dal principio. C’è chi dice un sì superficiale, detto con la bocca ma non con il cuore, che crolla alla prima prova. E c’è chi dice sì e poi, rosicchiato dal tarlo dell’impazienza, trasforma quel sì di luce in un no di tenebra: sceglie strade proprie, convince altri a percorrerle, trascina con sé chi si fidava, fino a far morire l’opera stessa. Costoro pretendono i frutti a qualsiasi costo. E li pretendono con ogni falsa scienza, con ogni superbia, con ogni agitazione, confondendo e confondendosi, illudendo e illudendosi. Nel farlo, distruggono l’albero. E nel distruggere l’albero finiscono per distruggere sé stessi. Vogliono tutto e finiscono col perdere tutto. Perché senza fede ogni sì dato a Dio muore. L’ho visto in passato, in una storia particolare e di grande grazia nata da una chiamata d’amore che esigeva una risposta d’amore. Lo vedo ancora oggi in un’altra storia particolare e di grande grazia nata da una risposta d’amore all’iniziale chiamata d’amore, che esige, però, altre risposte d’amore. Sono certo che lo vedrò anche domani.
Si può fare qualcosa per custodire la storia nella verità? Sì: restare fermi e saldi nella fede. Contro tutto e contro tutti. Stat crux dum volvitur orbis: la croce sta, mentre il mondo gira. È il motto dei Certosini, uomini del silenzio e dell’attesa, che da quasi mille anni custodiscono la loro regola senza inseguire le mode del mondo. Il mondo ruota vorticosamente, rincorre sé stesso, cambia volto a ogni stagione. La croce no. La verità no. La fede no. Sta. Non corre. Non insegue. Non si adegua. Non vacilla. Attende e salva. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vede l’opera di Dio compiersi per vie sempre nuove e inimmaginabili. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vedrà il suo sì produrre frutti.
Non sappiamo quando.
Non sappiamo come.
Questo appartiene al mistero di Dio.
Ma siamo certi che li produrrà.
Li sta già producendo.
A noi è chiesto soltanto di non agitarci se il mare sembra in tempesta. Torniamo al quarto capitolo di Marco. Le onde si rovesciano nella barca. Gesù dorme a poppa, sul cuscino. I discepoli lo svegliano gridando: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Egli si desta, minaccia il vento, dice al mare: «Taci, calmati!» (Mc 4,39). E poi la domanda che attraversa i secoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). La paura è figlia della fretta. La fretta è figlia della sfiducia. Alla fine, i discepoli si chiedono chi sia costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono. Il mare obbedisce. Il vento e le onde riconoscono la voce del Creatore; l’uomo, che ne porta l’immagine, è l’unico capace di dubitarne. Tocca a noi. La tempesta non è il segno dell’assenza di Dio. La tempesta serve soltanto a manifestarne una gloria ancora più grande. Come di fronte a Lazzaro: non per la morte, ma per la gloria di Dio.
Ecco allora il proposito dell’Armonauta. Non correre, ma radicarsi. Non estrarre, ma seminare. Non pretendere il frutto, ma custodire il seme. Restare sulla barca quando il vento urla, sapendo chi dorme a poppa. Restare sotto la croce quando il mondo gira. Restare sempre saldo nella fede e fedele alla chiamata originaria. Obbedire nella fede e lasciare a Dio il tempo, il modo, la misura. Perché il frutto che nasce dalla fretta muore con la fretta. Il frutto che nasce dalla fede attraversa i secoli. E si moltiplica. All’infinito.

Papa, cresce l’estrema destra, non è espressione del cristianesimo

© ANSA/EPA

Ansa

“La crescita dei gruppi di estrema destra” in Germania e in altre parti d’Europa e del mondo, vede “la comparsa di espressioni che combinano tali posizioni politiche con una certa forma di religiosità; una religiosità che, a giudizio non solo mio ma anche dei vertici delle Chiese cattolica e protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo.

Dobbiamo tornare ai valori del Vangelo, che non si fondano sull’odio e sulla divisione, bensì sulla comprensione, sulla compassione e sull’accompagnamento”.

Lo ha detto il Papa nella conferenza stampa nel volo di ritorno da Metz a Roma.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

 

Lettura e Vangelo del giorno 29 settembre 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Daniele
Dn 7,9-10.13-14

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 137 (138)

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore! R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall’Himalaya

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall'Himalaya

Avvenire

Aduecento chilometri da New Delhi si aprono già le montagne dell’Himalaya. È una regione semitropicale, con la sua brava jungla (che è una parola indiana), tigri, scimmie, elefanti. Se si comincia a salire su per i tornanti si attraversano gole montane, acque impetuose e santuari di guru antichi e moderni. L’Uttarakhand, il nome dello stato indiano, vi attende con le sue numerose cliniche e centri di benessere, di well-being. Il benessere qui vale sia per i turisti occidentali che per gli indiani che cercano refrigerio e il ripulirsi dai fumi perniciosi delle megalopoli. Se vi inerpicate ancora, arrivate a vedere l’Everest e i suoi grandi fratelli e sorelle, le cime tempestose che dividono dalla Cina e dal Nepal. E raccogliete storie di asceti che hanno vissuto da queste parti in grotte e nevi cogliendo i frutti della moksha, della liberazione. Uno di questi, molto giovane, dal nome Bhole Baba Samaj (che è in realtà anche uno dei nomi di Shiva, la divinità qui più amata per avere sofferto e vissuto come noi) è apparso tra queste aspre valli negli anni ‘70 e vi ha fondato una clinica per venire in soccorso dei rustici abitanti. Dopo avere assolto al suo compito, infondendo serenità tutto intorno, è svanito, passando attraverso uno stato di mahasamadhi, dalla vita attingendo direttamente il Nirvana. Questo è il mondo degli yogi e dell’ascetismo himalayano che ha il suo luogo d’elezione nel monte Kailash (il testo classico è Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, ma anche il bellissimo Nove Vite di William Darlymple).
Il lascito di Bhole Baba è stato raccolto da una équipe di medici ayurvedici da tutta l’india e oggi è un ospedale all’avanguardia che offre i suoi servizi alle popolazioni locale e agli “occidentali” che salgono fin qua. Cos’ è la medicina Ayurvedica? Come dice la stessa parola, è una costellazione della cura che ha origini ai tempi delle prime scritture hindù, i Veda. Si tratta di una pratica bimillenaria basata sull’esperienza, quindi nulla di esoterico: solamente lo studio degli equilibri e delle malattie e la regolazione con erbe e principi naturali – che per altro sono alla base di moltissima industria farmaceutica occidentale, l’India essendo una delle prime fornitrici in questo campo. A differenza della nostra medicina, che ha una storia piuttosto recente, l’empirismo dell’Ayurveda non ha mai avuto un prima e un dopo, ma affonda in una continuità di acquisizioni. Così racconta un grande psicoanalista e medico indiano, Sudir Kakar, in Sciamani, mistici e dottori che tratta della tradizione indiana nel campo della cura. Si dovrebbe parlare di olismo se non fosse un termine abusato. L’ Ayurveda, a cui Kakar dedica due lunghi capitoli nel suo libro, si occupa di corpo senza staccarlo dalla mente e lo fa con una complicatissima classificazione dei tipi umani, delle affezioni e dei principi vitali. Medicina ippocratea? Sì, se non fosse che tra i Greci e noi abbiamo messo una frattura di secoli. Qui la frattura non c’è mai stata ed è il motivo per cui l’Ayurveda offre le cure per tutte le malattie conosciute dalla nostra allopatia con in più dei rimedi che evitano la farmacopea chimica. Ed è il motivo del suo successo crescente tra “occidentali”. In cima ai monti, sulle nuvole, si viene accuditi, esaminati con analisi e tecniche simili a quelle di cui usufruiamo nei nostri ospedali ma con terapie che affondano in una concezione diversa dell’unità psico-fisica.
La chiave della cura è una disintossicazione generale del corpo e della mente, il panchakarma, che ripulisce, drena, libera attraverso massaggi, bagni di vapore, liquidi di varia natura e medicine e diete che agevolano l’espulsione di ristagni. A questo tipo di cura si affianca quella mirata che agisce con preparati naturali specifici. Questo complesso terapeutico, che va dalle gastriti alla oftalmica, al diabete alle malattie mentali, costituisce oggi nel mondo una rete di migliaia di cliniche. Con grande mia meraviglia il tutto è estremamente laico, l’idea di salute e benessere viene coniugata attraverso un attento ascolto del paziente e nessun misticismo a cui aderire. Le cure partono da una anamnesi dettagliata e vengono trattate con terapie prive di un “codice di adesione” spirituale. Ovviamente il tutto avviene dentro una cornice culturale indiana, ma non diversamente da quanto avviene dentro a un nostro ospedale del “Bambin Gesù”. La salute è un effetto di accordo tra visione del mondo, concezione del corpo e della mente. Qualcosa che a noi, abituati all’idea di scienza post-rinascimentale, di rottura tra il mondo alchemico e quello dell’empiria non è familiare. Eppure, il principio su cui si basa la medicina ayurvedica non è dissimile dal paradigma indiziario che Carlo Ginzburg ci ha spiegato essere alla base delle scienze sperimentali. La differenza è che l’ayurvedico si giova di due millenni di sperimentazione e di elaborazione – in testi, archivi e continua ricerca. Se mi ritrovo qui, tra le nuvole himalayane insieme a una nutrita folta di pazienti europei è perché, sperimentalmente, c’è un tipo di efficacia che, fosse anche solo per gli effetti detox generali, è abbastanza evidente. Si aggiunga a questo e alla serietà delle equipe mediche cha hanno una formazione che va dalla allopatia all’ayurvedico, il clima generale offerto da queste cliniche. Non si respira l’aria dei nostri ospedali, c’è una grande attenzione agli aspetti psicologici oltre che a quelli fisiologici, e questo si riflette nell’architettura generale del processo terapeutico. A cui si aggiunge il saluto offerto ogni mattina da centinaia di uccelli, folle di pini e rododendri, decine di allegre scimmie che ci circondano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Perfetta letizia il mio fallimento

Perfetta letizia il mio fallimento

Avvenire

Con voce calma, dolce e spaesata, il prete mi confida: “Io non me la sento di assolvere una persona che mi dice di essere convivente”. Non lo vedevo da moltissimo tempo; è un prete davvero buono e in lui non è possibile trovare nessun segno di durezza, ma mi sorprende che il discorso cada immediatamente lì: si sente che è qualcosa che gli pesa sul cuore. Non vuole passare per cattivo, non lo è, ma non vuole neanche che tutto il mondo su cui ha costruito la sua lunga vita da prete crolli. Anni fa avrei cominciato a difendere una posizione di accoglienza intransigente e radicale. Oggi rimango sospeso: mi concentro soprattutto sul suo disagio, non voglio iniziare nessuna guerra di posizione ideologica. Mi lascio interrogare dal suo smarrimento. E solo alla fine parlo.
Pochi giorni fa intercetto un’amica. Anche qui, lo sento, è un problema che le sta a cuore, che la fa soffrire: inizia a elencare l’incapacità della Chiesa di essere al passo con i tempi, dice che Gesù ha accolto tutti e che nessuno deve giudicare la sua vita affettiva, e che è vergognoso che preti (e pronuncia la parola facendomi capire che non è categoria da potersi permettere prediche moralistiche) non accettino la sua scelta affettiva. Anche qui, memore di antiche battaglie catechistiche, scelgo di concentrarmi solo sul suo disagio. Ascolto. E solo alla fine parlo.
Pensandoci adesso, mi accorgo che in questi miei vent’anni di prete non ho mai preso, su temi morali, una posizione netta. Alla fine cercavo sempre di mostrare agli uni le ragioni dell’altro. Senza chiaramente arrivare a conclusioni. Senza contrapposizioni insanabili. Senza mai perdere la faccia. Ma non era solo pavidità la mia, era davvero qualcos’altro. Che non sapevo immediatamente definire.
Vi scongiuro, adesso, di non scrivermi mail prendendo le parti dell’uno o dell’altro: non è su questo che vorrei parlare qui. Davvero, non sto difendendo nessuno. Solo, con voi, vorrei provare a raccogliere dal gemito delle nostre città la richiesta che ci portiamo dentro di essere “a posto”. A posto e accolti come preti. A posto e accolti come fedeli. A posto e accettati per quel che siamo. Questo mi ha colpito molto. E una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? 
A posto, per me, nel mio sogno di gioventù, era essere un prete di parrocchia amato e riconosciuto. Ho fatto di tutto per essere apprezzato dai superiori, dai parrocchiani, dai vicini e dai lontani. Sognavo serate di convivialità con i miei adolescenti che, cresciuti, mi avrebbero portato i loro bambini da conoscere. Sognavo programmi pastorali avveniristici e comunità parrocchiali così rivoluzionarie da diventare un faro per la nuova evangelizzazione. Io sognavo di essere a posto. E riconosciuto. Di tutto questo non si è avverato niente, per fortuna.
Vi scongiuro, non scrivetemi che non è la stessa cosa, che la mia vita non è nemmeno paragonabile a quella di chi è escluso dal ricevere la comunione. Lo so, e non è questo il centro di questa riflessione. Solo, mi ha fatto interrogare la distanza tra il sogno di essere a posto e la vita che viviamo che, alla fine, spesso ci sposta, ci rende fuori posto, ci impone di accettare il fallimento del non-controllo. E, vi assicuro, è doloroso anche pensare di aver fallito anni interi della propria vita.
Così decido di scendere in cappella e, davanti al Crocifisso, porto il mio amico prete, i miei amici arrabbiati e me stesso, con loro. I fuori posto. Sto davanti al Cristo inchiodato al legno di una croce e sorrido pensando che nemmeno lui è stato al suo posto. È morto fuori da Gerusalemme, e nemmeno il sepolcro è stato il suo luogo definitivo. Sorrido e penso che, alla fine, ed è quello che ho detto anche ai miei amici, io sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, non tanto di essere a posto, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto qui dove sono. Città alta è questo: quando nulla è controllato, io sono nelle sue mani. E, se per sentire questa sua prossimità serve attraversare il fallimento e l’essere rifiutati, allora io dico, lo dico davvero: perfetta letizia il mio fallimento.