Preti sposati. È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica

Addio alla tonaca, l'annuncio ravvicinato di due preti molto amati. Il celibato è ancora indiscutibile?

Don Gatto e Don Ravagnani, il sacerdote influencer, hanno scelto di “spogliarsi” per le troppe privazioni del ruolo. Soprattutto il prelato abruzzese ha ammesso: «Ho avuto relazioni nascoste, ora voglio diventare padre». Forse il momento di ripensare la condizione primaria per l’ordinazione è davvero giunto

orticalab.it ha inserito il titolo soprariportato  a una notizia su Don Gatto e Don Ravagnani. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 dichiara rispetto per le scelte personali dei 2 preti: nello stesso tempo rinnova l’appello ai vertici vaticani di riammettere al ministero i preti sposati con le loro famiglie.

Ètornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica. Ma, stavolta, non come provocazione da talk show o buffoneria da commento social. Come domanda lecita ed esigenza concreta che nasce dalla realtà: quella dimensione che, prima o poi, bussa anche alle porte di chi è abituato a parlare di regni nei cieli e gratificazioni non terrene.

Il pretesto ce lo danno, infatti, le cronache. Non basta la ormai nota e progressivamente crescente crisi delle vocazioni. Due sacerdoti molto amati hanno annunciato, a pochi giorni di distanza, di essersi “spogliati”.

Il primo è il giovane Don Alberto Ravagnani. Il sacerdote più amato dei social – che vanta un profilo Instagram da quasi 300mila follower – ha spiegato con elegante metafora ferroviaria che «il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». Traduzione meno poetica: la vita da prete, così com’è strutturata, non gli basta più. Non rinnega nulla, anzi: il bilancio è «fantastico», il desiderio di Dio intatto, la gratitudine abbondante. Ma del suo commiato alla tonaca ci resta impressa una parola scomoda, lucidissima: la «dissonanza» che sente tra ciò che dovrebbe essere come sacerdote e ciò che sente di essere chiamato a diventare.

Troppo facile ridurre tutto alla mera voglia della vita da VIP che la popolarità digitale ha risvegliato. Una decisione del genere, dopo 8 anni dall’ordinazione come prete, non è indolore. Ma è peggio il continuare un’esistenza di privazioni come sacerdozio impone: «Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più – ha detto l’ormai ex Don Rava al Poretcast condotto da Giacomo Poretti – Prete è un ruolo sociale, a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato».
Sicuramente, dettagli più elaborati saranno contenuti nel suo nuovo libro edito SEM, intitolato proprio La Scelta.

Mentre a dirlo ancora più a chiare lettere è Don Giovanni Gatto, parroco abruzzese con vent’anni di ministero sulle spalle, terremoti veri affrontati e infiltrazioni della criminalità organizzata denunciate quando farlo non era ancora la prassi. Nelle sue parole non ci sono metafore né giri inutili: «Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia». Il desiderio di paternità e di una storia d’amore alla luce del sole è troppo forte, e non può più coincidere con la solitaria vita da sacerdote né con le amanti sottobanco.

Gatto, infatti, ha avuto il coraggio di ammettere apertamente la sua esperienza in «più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete […] E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini».

Avete presente quel “tutti sanno e nessuno lo dice”? Adesso è stato detto. E non possiamo fare finta di niente. Il celibato, accettato (perché sottovalutato) in gioventù, con gli anni è diventato un peso: «Dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo».

Due storie diversissime per età, stile, linguaggio. Ma che hanno in comune una sola cosa: l’umanità dei protagonisti. E l’essere umano non è fatto per la solitudine, né per l’astinenza, che sia essa romantica o sessuale.

Il punto non è se alcuni preti riescano a vivere il celibato con serenità. Molti lo fanno. La questione è se debba essere l’unica forma possibile per attuare il ministero. Un obbligo universale che, come tutti quelli calati sull’esistenza concreta, produce inevitabilmente crepe: solitudini feroci, relazioni clandestine, doppie vite (e morali).
E poi c’è il non detto più pesante, ma alzi la mano chi non ci ha mai pensato. Forse, se ai preti fosse consentito vivere relazioni affettive alla luce del sole, forse molte deviazioni patologiche che ne hanno segnato la sua storia troverebbero meno terreno fertile. Non è una formula magica né una semplificazione sociologica: la realtà della pedofilia e degli abusi è complessa e non si riduce al solo celibato. Però ignorare che isolamento, repressione degli impulsi (fisici ed emotivi) e assenza di vita relazionale possano generare distorsioni sarebbe ingenuo tanto quanto pensare che basti pregare di più per risolvere tutto.

Senza contare un dettaglio non scontato: un sacerdote che conoscesse davvero l’amore, la coppia, l’avere figli, la fatica quotidiana di tenere tutto insieme nel nome dei valori in cui crede, forse capirebbe meglio la comunità che accompagna.

Non siamo ancora al punto – normale in molte realtà religiose, ma fantascienza pura per il cattolicesimo – dell’apertura al sacerdozio alle donne. Ma, forse, quello di liberare chi veste la tonaca dal celibato obbligatorio è giunto.

Continuare a non porsi nemmeno il dubbio, chiudendo le porte ad ogni possibile cambiamento, significa soltanto aumentare la distanza tra Chiesa e realtà. E la storia recente insegna che quando questa distanza cresce troppo, non è mai la realtà a tornare indietro per l’avvicinamento.

(Parte del testo tratto da articolo di Rosaria Carifano – orticalab.it)

Alberto Ravagnani spiega la sua crisi vocazionale: “Celibato e dubbi sulla dottrina della Chiesa” (video)

FOTO REPERTORIO - Milano - Milano, il prete influencer don Alberto Ravagnani incontra i giovani a Palazzo Lombardia. Nella foto don Alberto Ravagnani (Milano - 2022-10-07, Massimo Alberico) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

FOTO REPERTORIO – Milano – Milano, il prete influencer don Alberto Ravagnani incontra i giovani a Palazzo Lombardia. Nella foto don Alberto Ravagnani (Milano – 2022-10-07, Massimo Alberico) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate  (repubblica.it)

In un video pubblicato oggi sul suo canale YouTube, l’ex vicario parrocchiale di San Gottardo al Corso racconta perché ha scelto di lasciare il sacerdozio

Uno a uno, tutti i momenti che non dimenticheremo dell’apertura delle Olimpiadi

Il simbolo della pace nel cuore di San Siro, formato dai corpi dei ballerini

di Alberto Caprotti, Milano
Forse la più bella Cerimonia inaugurale della storia ha mostrato al mondo chi siamo: dalla “genialata” di Mattarella e Valentino Rossi in tram all’eleganza di un grande spettacolo in cui ha trionfato l’orgoglio di essere italiani

Avvenire

Orgoglio, senza pregiudizio. Tre ore di spettacolo per dire cosa siamo, e per dirlo nel modo più bello che si potesse pensare. Genio, fantasia, eleganza: questa è stata la Cerimonia d’Apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina. Forse la più bella della storia di Giochi. Comunque la più misurata, la più densa. Giocata in contemporanea su luoghi diversi, per la prima volta in assoluto con due bracieri e tre tedofori, in un unico fuoco che ha acceso la notte. E un po’ anche le nostre coscienze intorpidite. Due miliardi di telespettatori in tutto il pianeta hanno visto un’Italia che sa fare e che sa mostrare – per una volta almeno – tutto il meglio che ha. Scoprendo che è tantissimo. Storia, arte, cultura, poesia, classe, tanta classe. L’abile regia di Marco Balich ha dipinto un Paese che canta Volare con la voce di Mariah Carey. Che si inventa il tram simbolo di Milano che passa davanti alla Scala, i musicisti che salgono con i portabandiera, un uomo seduto, inquadrato di spalle, con i capelli bianchi, l’arrivo a San Siro. Il signore che scende, ringrazia e saluta. Lo strepitoso cameo del presidente Mattarella con Valentino Rossi autista è stata una genialata fuori catalogo, ancora meglio della regina Elisabetta che ai Giochi di Londra si prestò a farsi riprendere con l’agente 007 per poi buttarsi con il paracadute.
Il momento più iconico, già diventato virale sui social: Mattarella e Valentino Rossi sul tram
Il momento più iconico, già diventato virale sui social: Mattarella e Valentino Rossi sul tram
E poi le modelle vestite da bandiera italiana, fascino puro. Il Tricolore nelle mani di Vittoria Ceretti, in abito bianco, omaggio a re Giorgio, ispirato da un vestito da sposa disegnato da Armani prima di morire. Pierfrancesco Favino intabarrato che recita L’Infinito con il sottofondo del violino di Giovanni Andrea Zanon. L’attrice Matilda De Angelis che agitando la bacchetta come un mestolo dirige Rossini, Verdi e Puccini. L’omaggio ai paparazzi che tanto hanno fatto per la Dolce Vita e a Raffaella Carrà che l’ha resa più vivace con “A far l’amore comincia tu”, mentre grandi tubetti di tempera facevano scendere dall’alto il giallo il blu e il rosso in un cerchio tra spartiti che volano. Laura Pausini che canta l’inno, la sfilata gioiosa delle delegazioni degli atleti. Facce belle, giovani entusiasti, quelli dei quali il mondo ha bisogno. La cerimonia inaugurale di Milano Cortina 2026 è stata un racconto imperfetto, stratificato, a tratti persino disordinato. Ma proprio per questo profondamente italiano. Un affresco che non cercava la perfezione patinata, ma ha fotografato la complessità di un Paese che vive di contrasti, di memoria e di slanci improvvisi. Dentro c’era tutto: l’arte alta e il pop, l’ironia e la retorica, la provincia e il mondo, la Scala e San Siro, Leopardi e Celentano. Un’Italia che non si mette in posa, ma si mostra per quella che è, con coraggio e una certa ostinata sincerità.
La sfilata del Tricolore in Armani e lo splendore di Vittoria Ceretti 
La sfilata del Tricolore in Armani e lo splendore di Vittoria Ceretti 
E poi che bello vedere loro, i protagonisti veri, il pianeta dietro le bandiere. Gli atleti del Benin che le facce gelate, e il Brasile ricoperto da giacconi che fa finta di essere a Copacabana. La Cina che ha più donne che uomini, ma soprattutto non molla il cellulare. Una cerimonia d’apertura così diffusa da mischiare tutto, da Milano a Cortina, Livigno, Predazzo: un caos organizzato e giocoso che si è fatto perdonare tutto. Anche i fischi a Israele, l’Islanda che balla, la divisa surreale di qualche Paese che sembrava più adatta al Palio di Siena, gli Usa che sfilano da terzultimi applauditi e anche molto invidiati per il montgomery bianco mentre il vicepresidente Vance, appena è inquadrato viene sepolto dai fischi. E poi la Francia, con il presidente Macron che non si è degnato di venire, dimenticando che gli assenti non hanno ragione quasi mai.
Gli atleti del Benin: c’è un pezzo d’Africa alle Olimpiadi invernali 
Gli atleti del Benin: c'è un pezzo d'Africa alle Olimpiadi invernali 
Riavvolgendo il nastro di una notte che nessuno avrebbe dovuto perdersi, la genialità della cerimonia è stata nel suo osare composto: nel mischiare Rossini e il “trash”, nell’evitare gli eccessi fuori luogo di Parigi 2024, di passare senza chiedere permesso dall’opera alla televisione generalista, dallo sport alla poesia civile. È stato un inno al nostro modo di stare al mondo, spesso criticato ma inimitabile, capace di far convivere la grazia e il caos. E poi l’orgoglio: quello che esplode nel boato e nella commozione per i grandi campioni del passato che passano il testimone, nella delicatezza di Ghali che canta Rodari («Ci sono cose da non fare mai, né di giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio, la guerra»), nella colomba disegnata dai corpi, nella fiaccola che accende nodi leonardeschi come se il futuro dovesse ancora, inevitabilmente, passare dal nostro ingegno.
Ghali e il suo inno alla pace con le parole di Rodari: un momento bellissimo 
Ghali e il suo inno alla pace con le parole di Rodari: un momento bellissimo 
L’Italia da Paese ospitante, come da copione è arriva per ultima, con il gigante del curling Amos Mosaner che a Cortina si è preso sulle spalle Federica Brignone che aveva già detto di volersi mettere i tacchi perché lui è altissimo. Mentre a Milano ci sono Arianna Fontana, regina dello short track, alla sua seconda volta da portabandiera e Federico Pellegrino molto emozionato e tenero che non sa dove guardare. Belle, anche se un po’ lunghe, le parole di Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina: «Queste Olimpiadi appartengono a voi atleti, ora tocca a voi». Ancora migliori quelle della presidente del Cio, Kirsty Coventry, campionessa olimpica di nuoto: «Siate fieri di essere arrivati fino a qui, cercate di divertirvi e di essere gentili. In Africa da dove provengo abbiamo un detto: io sono perché noi siamo. Cerchiamo di essere umani e di dare il meglio di noi». In piedi, il presidente Mattarella, applauditissimo, ha dichiarato aperti i Giochi. E poco importa che li abbia contati male parlando di 15esima Olimpiade quando invece è la 25esima. Sono i terzi invernali per l’Italia, 70 anni dopo Cortina, 20 dopo Torino.
E ancora Bocelli, con il suo “Nessun dorma”: alle sue spalle i tedofori del cuore di Milano, gli storici capitani di Milan e Inter Franco Baresi e Beppe Bergomi
E ancora Bocelli, con il suo “Nessun dorma”: alle sue spalle i tedofori del cuore di Milano, gli storici capitani di Milan e Inter Franco Baresi e Beppe Bergomi
Infine Andrea Bocelli: nessuno ha dormito, sarebbe stato impossibile. E gli ultimi tedofori, la storia dello sport, altre parole di pace da parte dell’attrice Charlize Theron, sempre così perfetta che potrebbe anche recitare le tabelline e risulterebbe lo stesso affascinante. Finale con Cecilia Bartoli e il pianista cinese Lang Lang. E il giuramento degli atleti a Cortina con l’astronauta Samantha Cristoforetti a rendere concreto il sogno di una bambina che guarda il futuro attraverso i pianeti. Prima che Sofia Goggia a Cortina, e Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano accendessero il braciere che cita i nodi leonardeschi. Non è stata una notte buia e tempestosa, i fuochi l’hanno illuminata e l’allegria degli sportivi è stata la parte più bella. Forse il mondo non avrà capito tutto di questa Italia. Ma ha visto un Paese vivo, colto, emotivo, che non rinuncia alla propria identità pur aprendosi agli altri. Ha visto un’Italia che sa ancora raccontare storie, che crede nella bellezza come linguaggio universale, e nello sport come spazio umano prima che competitivo. Da oggi, come è giusto che sia, toccherà agli atleti spiegare chi siamo. Ma la scorsa notte, tra luci, musica e memoria, l’Italia ha ricordato prima di tutto a se stessa di saper essere grande.

La telecronaca Rai e San Siro da abbattere: quando infierire non serve

 

Infierire, brutta parola. Ma è quella di oggi. Suona male quasi sempre, malissimo dopo aver visto tanta bellezza, l’eleganza con tutti i colori del mondo dentro, in uno stadio agonizzante eppure mai così vivo, moderno, aperto. Ma il segreto della meraviglia è proprio l’imperfezione. Quella degli uomini che sbagliano. E quella di chi, appunto, infierisce sugli errori altrui.
Il secondo giorno di Olimpiade ha ancora negli occhi la meraviglia di una Cerimonia che ha sfiorato la perfezione. Ma nelle parole martella altrove. Prende di mira la telecronaca della Rai che – dice chi l’ha dovuta sopportare in Tv – ha rovinato lo spettacolo di una grande serata. Matilda De Angelis scambiata per Mariah Carey, la presidentessa del CIO, Kirsty Coventry, presentata come la figlia di Mattarella. E poi una serie di gaffe e commenti fuori luogo, con l’aggiunta di amnesie assortire quando ha cantato il rapper Ghali, o il pubblico fischiava Israele e il vicepresidente Usa, Vance. Ma infierire, appunto, non è mai elegante. Specie quando ti pizzica il sospetto che l’indignazione di fronte a certe indubbie storture salga o scenda a seconda del bersaglio, in un Paese in cui persino la neve diventa di destra o di sinistra. E allora mi astengo, anche perché fare diversamente non serve a molto.
Come non serve infierire sulla Svizzera. Che a livello di sentimento popolare di questi tempi non se la passa benissimo. Ora anche ai Giochi. Chiedere per conferma al belga Maximilien Drion. Designato portabandiera dal suo comitato olimpico, venerdì non è arrivato in tempo a Milano a causa di una mancata coincidenza ferroviaria in Svizzera. L’atleta sarebbe dovuto arrivare via Zurigo a Milano solo per la cerimonia, per poi ritornare ad allenarsi in Svizzera in vista delle sue gare a Bormio della seconda settimana. È rimasto bloccato invece da uno dei rarissimi – ovviamente – ritardi sulle linee ferroviarie degli elvetici, quelli sempre precisi e perfetti, quelli che non sbagliano mai.
E nemmeno, infine, serve infierire su chi ha deciso che San Siro dovrà essere abbattuto. Ma qui è difficile astenersi. Perché la Cerimonia d’apertura l’ha confermato: quello non è, non è stato, e non sarà mai semplicemente uno stadio. San Siro è un animale antico che sa di essere arrivato alla fine, ma che non vuole ancora arrendersi. Lo senti nel cemento che trattiene l’umidità, nelle rampe che sembrano scale di un tempio industriale, nell’orgoglio ferito di una balena bianca arpionata dal tempo. Abbandonandolo venerdì notte tra luci e musica ne ho accarezzato gli angoli e l’ho pensato ancora una volta come lo vedeva Gianni Brera: bello e fascinoso, come un favoloso transatlantico in navigazione sull’oceano buio. Quello della nostra coscienza di uomini ingrati.
Avvenire

Zoe uccisa a 17 anni per un “no”. «L’inimmaginabile è accaduto»

 

 

Zoe uccisa a 17 anni per un “no”. «L’inimmaginabile è accaduto»

Nella combo: i carabinieri sul luogo dove Zoe Trinchero è stata trovata morta a Nizza Monferrato e le immagini della ragazza e di Alex Manna. TINO ROMANO/WHATSAPP ZOE TRINCHERO/FACEBOOK ALEX MANNA / Ansa
Aveva 17 anni e molti sogni in testa. Era gentile e brava. E voleva farsi largo nella vita. Dicono che tutti le volevano bene. Ma Zoe è finita strangolata e buttata in un canale, come una bambola di pezza gettata via per capriccio. E a buttar via la vita di Zoe è stato Alex, reo confesso, che di anni ne ha solo qualcuno in più di lei. È accaduto tra il 6 e 7 febbraio scorsi, in una notte fredda e buia, a Nizza Monferrato nell’Astigiano. Tutto è iniziato come una serata normale, anzi eccezionale: era la serata dell’inizio delle Olimpiadi con un messaggio di grande speranza di pace e solidarietà. Messaggio forte, contro la crescita della violenza ovunque, che pare inarrestabile. Quella violenza che si esprime nelle guerre senza fine e negli innumerevoli, diffusi, drammatici atti che popolano le cronache di ogni giorno. Chissà se Zoe e gli altri giovani che hanno trascorso con lei le sue ultime ore, delle Olimpiadi e del loro messaggio hanno parlato? E quanto lontano da questi giovani era il pensiero, il sospetto della violenza che stava per abbattersi su di loro?
«Ci vediamo domani», ha detto Zoe Trinchero, finendo di lavorare nel bar nei pressi della stazione dov’era stata assunta a dicembre e dove molto probabilmente avrebbe continuato a lavorare. Poi il ritrovo con gli amici, due risate, la serenità di chi immagina la vita che dovrà ancora vivere. Poi arriva Alex Manna – 20 anni – che di Zoe pare innamorato. I due parlano e poi si allontanano insieme. Non è chiaro quanto tempo passa, ma ad un certo punto gli amici si accorgono che Zoe non torna, la cercano e, chiamati proprio da Alex, la trovano nel canale, dietro un negozio a pochi metri dal Belbo che scorre lì vicino. Sono sempre gli amici che cercano di soccorrerla, la tirano fuori dall’acqua e scoprono che è morta. Zoe ha il volto e il corpo con ecchimosi e segni di colluttazione.
Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata.
Le indagini però scattano subito. I carabinieri convocano tutti gli amici: si cerca di capire, si vaglia ogni indizio, si sonda ogni traccia. In caserma ci va anche Alex. Due ore di interrogatorio bastano per farlo crollare e dare una spiegazione e non certo una giustificazione: lui si era innamorato di lei e probabilmente era stato rifiutato. Quindi la follia di uccidere Zoe è di gettarla nel canale. E a questa follia se ne aggiunge un’altra, perché è proprio Alex a tentare di addossare la colpa ad un altro ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. «Non dovevo lasciarla da sola e lui l’ha aggredita», sembra che abbia detto Alex ai suoi amici. Proprio quegli stessi che, adesso, appaiono increduli di fronte all’accaduto, che non riescono a darsi spiegazioni e che, nelle prime dichiarazioni, raccolte paiono smarriti di fronte alla violenza vista e subita.
Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.
Avvenire

 

 

Iperturismo e patrimonio culturale, l’importanza di educare alla bellezza

Un'immagine della Fontana di Trevi a Roma (ANSA)

Iperturismo e patrimonio culturale, l’importanza di educare alla bellezza
L’introduzione dal 2 febbraio di biglietti a pagamento in alcuni siti del patrimonio culturale romano, tra cui la Fontana di Trevi, suggerisce una riflessione intorno all’accessibilità e alla conservazione dei monumenti e al fenomeno dell'”overtourism”. Temi che richiamano l’importanza del ruolo civico dell’arte, come sottolinea ai nostri microfoni Marco Ramazzotti, docente del corso di Scienze del Turismo Sostenibile alla Sapienza di Roma
Eugenio Murrali – Città del Vaticano

È una storia antica come l’acqua, l’Acqua Vergine per la precisione, che dai tempi dell’imperatore Augusto ha iniziato a sgorgare al centro di Roma e dal Settecento si è trovata a sfociare in uno dei monumenti più noti e amati al mondo. Nel 1731 Papa Clemente XII bandì un concorso e scelse Nicola Salvi per l’edificazione di una magnifica scenografia marmorea che celebrasse quell’elemento necessario all’esistenza. Da allora la Fontana di Trevi accende di vita il cuore della città, annunciandosi ai romani e ai visitatori già nelle vie vicine con il suo scroscio e imponendosi con la sua grandiosità agli occhi di chi arriva. Piranesi, Fellini, Renato Rascel, Totò alcuni tra gli artisti più noti tra coloro che l’hanno, in qualche modo, resa protagonista delle loro opere. Dall’inizio di questo mese, però, per vedere da vicino il celebre catino che raccoglie, con l’iconico lancio della monetina, sogni e speranze dei visitatori, e la promessa di tornare nella Città Eterna, sarà necessario un biglietto, a pagamento per i non residenti.
Vatican News

In Sudan la fame uccide, nuove aree di carestia in Darfur

Distribuzione dei pasti per i bisognosi in Sudan

Il Paese detiene il primato globale della fame estrema. La denuncia di Azione contro la Fame: oltre 375.000 persone sono a rischio immediato di morte, mentre la risposta umanitaria resta gravemente sottofinanziata e ostacolata dal conflitto
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Vatican News

Secondo gli ultimi dati dell’Ipc (Integrated food security phase classification), la carestia è stata ufficialmente dichiarata in due nuove aree del Darfur settentrionale: Um Baru e Kernoi, entrambe a nord di El Fasher. “Dobbiamo ricordare che carestia non è un termine generico per indicare una mancanza di cibo”, spiega Simone Garroni, Direttore generale di Azione Contro la Fame – Italia. “È una definizione tecnica che si utilizza solo quando si verificano condizioni precise: almeno il 30% dei bambini in stato di malnutrizione acuta e almeno due morti al giorno ogni 10.000 persone. Sono dati che descrivono una situazione incredibilmente difficile”.

Una crisi che dura da anni
La carestia non è un evento improvviso, ma l’esito di un deterioramento prolungato delle condizioni di vita. “Non è qualcosa che succede dall’oggi al domani”, sottolinea Garroni. “È il risultato di almeno due anni di violenze e di una grave scarsità di aiuti, in un contesto in cui le strutture sanitarie sono ormai inesistenti”. Oggi in Sudan circa 30 milioni di persone su una popolazione di 50 milioni vivono in condizioni di bisogno umanitario, con servizi essenziali al collasso e bisogni diffusi in tutto il Paese.

Liturgia domenica 8 Febbraio 2026 Messa del Giorno V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Antifona
Venite: prostrati adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il Signore, nostro Dio. (Cf. Sal 94,6-7)

Si dice il Gloria.

Colletta
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Prima Lettura
La tua luce sorgerà come l’aurora.
Dal libro del profeta Isaìa
Is 58,7-10

Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 111 (112)

R. Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia. R.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. R.

Seconda Lettura
Vi ho annunciato il mistero di Cristo crocifisso.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 2,1-5

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12)

Alleluia.

Vangelo
Voi siete la luce del mondo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte
Signore Dio nostro,
il pane e il vino, che hai creato
a sostegno della nostra debolezza,
diventino per noi sacramento di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Ringraziamo il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini,
perché ha saziato un animo assetato,
un animo affamato ha ricolmato di bene. (Cf. Sal 106,8-9)

Oppure:

Beati quelli che sono nel pianto:
saranno consolati.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia:
saranno saziati. (Mt 5,4.6)

*A
Risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,16)

Dopo la comunione
O Dio, che ci hai resi partecipi
di un solo pane e di un solo calice,
fa’ che uniti a Cristo in un solo corpo
portiamo con gioia frutti di vita eterna per la salvezza del mondo.
Per Cristo nostro Signore. 

Lettura e Vangelo del giorno 8 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa
Is 58,7-10

Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 111 (112)

R. Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia. R.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. R.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 2,1-5

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Lettura e Vangelo del giorno 7 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro dei Re
1Re 3,4-13

In quei giorni, Salomone andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici, perché ivi sorgeva l’altura più grande. Su quell’altare Salomone offrì mille olocausti.
A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Salomone disse: «Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. Tu gli hai conservato questo grande amore e gli hai dato un figlio che siede sul suo trono, come avviene oggi. Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita».

Salmo responsoriale

Sal 118

R. Insegnami, Signore, i tuoi decreti.

Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Osservando la tua parola.
Con tutto il mio cuore ti cerco:
non lasciarmi deviare dai tuoi comandi. R.

Ripongo nel cuore la tua promessa
per non peccare contro di te.
Benedetto sei tu, Signore:
insegnami i tuoi decreti. R.

Con le mie labbra ho raccontato
tutti i giudizi della tua bocca.
Nella via dei tuoi insegnamenti è la mia gioia,
più che in tutte le ricchezze. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.