Benedizioni senza preti a Gallarate e l’appello ai giovani: la crisi del clero spinge sui laici, ma i sacerdoti sposati restano la vera risorsa inattesa

Prevosto Riccardo Festa

La notizia riportata da La Prealpina riguardo alla comunità pastorale San Cristoforo di Gallarate accende nuovamente i riflettori su una realtà ormai comune a molte diocesi italiane: di fronte alla diminuzione numerica dei presbiteri, le tradizionali visite per le benedizioni natalizie vengono affidate a volontari laici e persino a giovani dai 16 anni in su. Come spiegato dal prevosto monsignor Riccardo Festa, la carenza di clero costringe a organizzare la presenza sul territorio con squadre di supporto che non raccolgono offerte e portano la preghiera casa per casa.

Un’iniziativa lodevole di corresponsabilità che tuttavia evidenzia, ancora una volta, una profonda contraddizione strutturale all’interno della vita ecclesiale.

La supplenza dei laici e il tabù dei presbiteri coniugati

Ricorrere all’impegno dei fedeli e dei giovani per colmare i vuoti lasciati dalla mancanza di sacerdoti è la spia di un’emergenza che non può essere affrontata solo con soluzioni tampone:

  1. Il valore insostituibile del Sacramento: Se i laici e i giovani possono portare conforto e preghiera nelle case, non possiedono tuttavia la potestà sacramentale per celebrare l’Eucaristia o amministrare la riconciliazione.

  2. La risorsa ignorata dei sacerdoti sposati: Esistono centinaia di presbiteri regolarmente ordinati, dotati di una solida preparazione teologica pontificia e arricchiti dalla grazia e dall’esperienza della vita familiare, che continuano a essere tenuti ai margini del ministero attivo.

  3. Una discrepanza difficile da giustificare: Mentre si mobilitano volontari laici per le benedizioni e si affrontano complessi incastri organizzativi nelle parrocchie — dove i preti riescono a passare nelle case solo ogni due o tre anni —, si continua a ignorare la disponibilità di pastori formati e pronti a tornare a servire l’altare.

Realismo Pastorale: la risposta alla crisi passa per la riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, guarda a queste esperienze locali con rispetto per la generosità dei laici, ma ribadisce con forza la via maestra del realismo pastorale:

  • Oltre i tabù disciplinari: Affidare i compiti pastorali ai laici è un segno di vitalità, ma non sostituisce la necessità di ristabilire la piena dignità ministeriale a chi ha ricevuto il carattere indelebile dell’Ordine.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo al Santo Padre di considerare con lungimiranza la situazione delle nostre parrocchie e di concedere un decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati.

Riaprire le porte del ministero a chi è già formato significa restituire linfa vitale, sacramenti e speranza alle nostre comunità.

Don Schena, Alberto Ravagnani e la corsa mediatica alla visibilità: mentre i salotti TV polemizzano, la vera causa dei sacerdoti sposati viene dimenticata e strumentalizzata

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Il dibattito mediatico attorno ai volti noti del clero e del post-clero digitale continua a infuriare. L’ultimo scontro, rilanciato anche dalle testate di settore come Everyeye, vede contrapposti il prete-influencer Don Schena e le dinamiche televisive legate ad Alberto Ravagnani, con accuse di «violenza gratuita» e polemiche accese attorno a interviste e botta e risposta televisivi.

Salotti TV, polemiche social, diatribe tra creator in tonaca o ex in cerca di audience: lo spettacolo continua a riempire le pagine dei siti di intrattenimento. Ma in tutto questo bailamme mediatico, dove finiscono i reali problemi della Chiesa? E soprattutto, che fine fa la drammatica e seria causa dei sacerdoti sposati?

Lo spettacolo della visibilità contro la sofferenza reale

Assistere a polemiche digitali e televisive in cui la figura del sacerdote viene piegata alle logiche dello share e del posizionamento social evidenzia un cortocircuito profondo:

  1. La ricerca esasperata di visibilità: Mentre alcuni preti influencer o ex presbiteri rincorrono i riflettori dei format televisivi e delle polemiche a tesi, l’opinione pubblica viene distolta dai veri drammi ecclesiali, riducendo la vocazione e il ministero a mero fenomeno di costume.

  2. La strumentalizzazione della Chiesa: Usare i panni sacerdotali o il proprio passato ecclesiale come trampolino per dinamiche di spettacolo o per difendere spazi di protagonismo mediatico svaluta la dignità del Sacramento dell’Ordine.

  3. Il silenzio sui veri problemi pastorali: Di fronte alla spettacolarizzazione mediatica, a pagare il prezzo più alto è la Chiesa reale: quella delle parrocchie deserte, delle comunità senza Eucaristia e dei sacerdoti che chiedono giustizia.

Realismo Pastorale: basta con i riflettori, spazio alla giustizia e alla riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, alza la voce per denunciare questa deriva e contrapporre la forza del realismo pastorale al teatrino dei social:

  • Fuori dai salotti, dentro la vita delle comunità: I sacerdoti sposati non cercano la visibilità televisiva o lo scontro da prima pagina. Custodiscono il carattere indelebile dell’Ordine e una solida preparazione teologica pontificia con l’unico desiderio di tornare a servire l’altare.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo che l’attenzione della Chiesa e dei media si sposti dalle polemiche effimere dei preti-influencer alla realtà dei presbiteri coniugati, invocando un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per sanare la crisi delle parrocchie.

La Chiesa ha bisogno di pastori autentici e dediti al Vangelo, non di comparse da rotocalco televisivo.

Papa e gli abusi sessuali dei preti in Perù: «Leone XIV incontrerà le vittime»

scomunica lefebvriani papa leone xvi

Open

Mentre Papa Leone XIV è in viaggio per l’America Latina, alcuni attivisti peruviani hanno esortato il Pontefice a espellere dalla Chiesa cattolica i responsabili di abusi sessuali, invocando giustizia in un caso che si trascina da tempo. L’organizzazione non profit statunitense «Bishop Accountability» ha tenuto oggi una conferenza stampa per presentare un elenco di 77 ecclesiastici «accusati pubblicamente di aver abusato sessualmente di minori» in Perù. Nell’elenco figurano diversi alti prelati.

I 77 ecclesiastici
Il Papa sta per iniziare un tour che toccherà Uruguay, Argentina e Perù, dove ha vissuto per quasi vent’anni lavorando come missionario, parroco e vescovo. Il Vaticano ha reso noto che, durante il viaggio Leone incontrerà alcune vittime di abusi, senza tuttavia fornire dettagli in merito. «Ciò che il Papa può fare in questo momento per porre fine, o quantomeno per migliorare sensibilmente, questa deplorevole situazione è attuare tolleranza zero nei confronti di chiunque sia riconosciuto colpevole di abusi sessuali», ha detto ai giornalisti Anne Barrett Doyle, co-direttrice dell’organizzazione. «La Chiesa dovrebbe allontanare definitivamente non solo i colpevoli degli abusi, ma anche coloro che li hanno coperti», ha concluso.

La commissione d’inchiesta
L’organizzazione ha chiesto anche l’apertura di una commissione d’inchiesta su quanto accaduto in Perù. «L’ostinata segretezza dei vertici della Chiesa peruviana mette a rischio i bambini, nega alle vittime il riconoscimento del loro vissuto e impedisce alle autorità civili di identificare e perseguire i complici», ha fatto sapere Barrett Doyle.

Papa Leone XIV riceve i Pooh: “La musica sia uno strumento per la pace”

I Pooh da Papa Leone XIV

Rai News

Dopo aver ricevuto ieri Bob Dylan, e a poche ore dalla partenza per il lungo viaggio apostolico in Sud America, oggi Papa Leone XIV ha ricevuto i Pooh, in Vaticano, in udienza privata.

Nel corso dell’incontro si è parlato del valore della musica come messaggio di pace e del suo contributo alla costruzione di un mondo libero dai conflitti. Un’occasione per condividere con il Pontefice il significato di un percorso artistico che attraversa sei decenni di storia italiana.

I Pooh hanno consegnato a Leone XIV alcuni doni legati alla loro storia: il libro ufficiale del gruppo, una copia originale dell’album “Parsifal“, disco che ha segnato una svolta fondamentale nella loro vicenda musicale, e una compilation dedicata ai sessant’anni di carriera. Tra i regali anche le bacchette della batteria portate da Phil.

All’udienza hanno partecipato, insieme ai componenti della band, anche i rispettivi familiari, in un momento di incontro che ha unito la dimensione artistica a quella personale e spirituale. 

Bob Dylan, incappucciato dal Papa: perché?

Sì, io c’ero. Non all’incontro con il Papa, ovviamente, ma a quel concerto, che tanto ha fatto discutere, tenutosi a Milano all’Unipol Dome. Bob Dylan alla fine è così: controverso per via delle sue scelte, che possono essere condivise o meno.

Ne apprezzi l’artista, la storia, forse un po’ meno la decisione di presentarsi su un palco praticamente al buio: poche luci e lui ancor più defilato, con un cappuccio nero tirato su a nascondergli quasi completamente il volto. Dagli spalti non puoi nemmeno aiutarti con lo zoom del telefono per inquadrarlo, perché all’ingresso è stato sigillato in un sacchetto.

Sono anni che il bardo americano si presenta sul palco con il cappuccio tirato sulla testa: una scelta dettata dalla volontà di far arrivare la musica prima della sua immagine. Una scelta condivisibile o meno: ma al cospetto del Papa? Forse è un po’ troppo

Vanityfair.it

Come 22 bombe atomiche: l’asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c’è una data)

Come 22 bombe atomiche: l'asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c'è una data)

Il Messaggero

I ricercatori hanno stabilito la data precisa in cui un asteroide potrebbe potenzialmente colpire la Terra, con una potenza pari a quella di 22 bombe atomiche. Questo oggetto celeste, chiamato Bennu, si avvicina al nostro pianeta ogni sei anni. Tuttavia, gli scienziati ritengono che il 24 settembre 2182 potrebbe essere la data in cui sussiste un rischio reale di collisione tra la Terra e l’asteroide.

Nonostante la data potenziale di questo evento apocalittico sia ancora lontana, la NASA è attualmente impegnata in intensi sforzi per deviare l’asteroide Bennu e si trova nella fase finale della sua missione. L’agenzia spaziale americana ha lanciato una sonda verso l’asteroide con l’obiettivo di raccogliere campioni, nella speranza che le informazioni raccolte possano aiutare a prevenire un possibile incontro catastrofico. I campioni sono in fase di studio dal ritorno della sonda nel 2023.

Nel corso degli anni, gli asteroidi hanno colpito la Terra molte volte. Dai un’occhiata alla galleria per vedere alcuni degli impatti più significativi.

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Avvenire

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta. Nella vita monastica, la quotidianità non è mai una gabbia o una ripetizione sterile; è piuttosto il luogo teologico in cui Dio si lascia incontrare attraverso i gesti più ordinari, come spezzare il pane, dosare un pugno di farina o mescolare una salsa sul fuoco.
Questa verità si è fatta carne e sorriso nei giorni scorsi, quando la nostra foresteria ha spalancato le porte a una famiglia speciale: mamma, papà e due fratellini, D. e S., uno dei quali con una «fragilità», come ci è stata raccontata.
Sono venuti al monastero spinti dal semplice desiderio di conoscerci, di «stare un po’ con noi» e di condividere un tempo senza orologi e senza ansia da prestazione. Tra le mani e nelle parole portavano un dono prezioso: la loro personale versione delle nostre ricette. Polenta pasticciata, gnocchi al latte e fritti sono stati al centro delle conversazioni durante il tempo trascorso insieme.
Ascoltarli raccontare il modo in cui vivono la cucina a casa è stato come assistere a una piccola liturgia della gioia. D. e S. non seguono semplicemente dosi o passaggi tecnici: per loro cucinare è un viaggio sensoriale fatto di profumi che sorprendono, di consistenze toccate con meraviglia, di colori che accendono gli occhi. In quella narrazione, ogni piccolo ingrediente diventava un mondo intero da esplorare.
La presenza di quella «fragilità», vissuta con tanta serenità, semplicità e persino gioia, lungi dall’essere una nota stonata, è stata la chiave armonica che ha rivelato la profondità dell’incontro. Il suo modo di percepire la realtà, così attento ai dettagli, limpido e privo di sovrastrutture, ci ha richiamato direttamente alla prima parola della Regola di san Benedetto: «Ascolta».
Un ascolto che non si fa solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con il cuore, capaci di sintonizzarsi su un ritmo diverso. Come accade in cucina, dove ogni spezia e ogni ingrediente hanno bisogno del proprio tempo per sprigionare il loro sapore, così la relazione con lui ci ha insegnato l’arte di rallentare, accogliendo la diversità non come una mancanza, ma come una straordinaria ricchezza che educa l’intera famiglia alla cura e alla pazienza reciproca.
Tra i due fratellini si respira una complicità naturale, un’alleanza tenera in cui il gioco e la cucina diventano ponti di comunicazione immediata. Guardarli insieme, circondati dall’amore discreto e tenace dei loro genitori, ci ha ricordato che la felicità non risiede in grandi eventi eccezionali, ma nella capacità di abitare con gratitudine le piccole cose del quotidiano.
È attorno alla tavola di casa che si impara che «nessuno si salva da solo», scoprendo che l’amore vero si nutre di sguardi condivisi, di briciole raccolte insieme e di risate che riempiono la stanza.
D. e S. ci hanno lasciato una lezione luminosa: ci hanno ricordato che il sapore autentico della vita non si misura nella perfezione del risultato, ma nello stupore con cui ci si accosta alla realtà e nella gratuità con cui ci si dona agli altri.
Grazie a questi due piccoli maestri per aver portato nei nostri chiostri il profumo fresco della semplicità e per averci insegnato, ancora una volta, che la santità feriale ha il gusto dolce e meraviglioso delle cose fatte insieme.

Vivere al Sud dovrebbe essere un destino possibile

Il Mezzogiorno prova a fermare l'esodo: ci sono progetti e reti per la “restanza”

Avvenire

Ma tra denatalità e spopolamento il rischio è che il Mezzogiorno si trasformi in una landa desolata, priva della sua risorsa più preziosa: le nuove generazioni. I dati descrivono una situazione drammatica dal 2001 ad oggi sono “spariti” 730mila abitanti, negli ultimi sei anni 150mila laureati si sono trasferiti altrove. Senza un cambio di rotta da qui al 2080, secondo i dati Istat, ci sarà una flessione di ben 8 milioni di residenti. Una vera e propria “estinzione naturale” che la Fondazione con il Sud, che a Napoli ha festeggiato i suoi primi 20 anni di attività, prova a contrastare con interventi di rigenerazione del territorio e di recupero del patrimonio artistico.
All’evento “Sud Vivo. 20 anni con il Sud” che si è svolto presso il complesso monumentale Donnaregina hanno partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni locali e il cardinale Domenico Battaglia. Il capo dello Stato ha auspicato che chi «nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e possa aggiungersi chi viene da fuori per arrivare qui» facendo riferimento ai quattro pilastri della campagna contro lo spopolamento. «Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha aggiunto. L’arcivescovo Battaglia ha messo l’accento sul processo di inclusione sociale e di solidarietà che la Fondazione ha avviato a Napoli, grazie all’impegno di «persone che non si rassegnano alle diseguaglianze». Nella splendida cornice della chiesa barocca anche i giovani protagonisti di questo cambiamento, 130 ragazzi che hanno fatto della “restanza” il loro modello di vita, accompagnati dai loro bambini.
«Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta» ha sottolineato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud. Indispensabile l’impegno trasversale di istituzioni e società civile, mondo economico e della cultura, giovani e adulti. Ma soprattutto un nuovo modo di pensare che guardi alla realtà senza illusioni, focalizzando l’attenzione più su ciò che si ha e non su ciò che manca. Presentata l’indagine sullo spopolamento realizzata da Demopolis che evidenzia come il tema preoccupi il 73% degli italiani, mentre la denatalità addirittura l’80%.
Il 20esimo compleanno è stata l’occasione per presentare anche la campagna “Sud Vivo”, sorretta da una rete di 200 co-promotori, che include piccole e grandi organizzazioni tra cui il Forum nazionale del Terzo Settore, le fondazioni e le associazioni Acri e Assifero. Nei suoi 20 anni di attività la Fondazione con il Sud ha sostenuto oltre 2.000 iniziative. Uno degli interventi simbolo è proprio quello fatto a Napoli, nel rione Sanità. Un quartiere che sorge a pochi passi dal centro storico eppure per due secoli è rimasto come tagliato fuori, una sorta di corpo estraneo. Un ghetto che all’inizio del nuovo millennio sembrava senza speranza. La criminalità organizzata era padrona del quartiere, la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile a livelli altissimi. Eppure, coperto da un mantello di disagio e incuria, quel quartiere custodiva un patrimonio straordinario: chiese barocche, palazzi nobiliari, botteghe artigiane e sotto la superficie un mondo sotterraneo fatto di catacombe paleocristiane. A gettare il seme di un rinnovamento il parroco don Antonio Loffredo: arriva al Rione nel 2001 e coinvolge i ragazzi del quartiere, facendo scattare in loro il desiderio di riscatto ma soprattutto il senso di appartenenza. Nel 2006 nasce la cooperativa sociale La Paranza e due anni dopo vengono riaperte al pubblico le catacombe e la basilica di San Gennaro. Una rinascita crea lavoro per i giovani, soprattutto per quelli considerati “pietre scartate”, senza titolo di studio o con storie di devianza, che sono diventati i punti di riferimento del quartiere. Anno dopo anno il “metodo Sanità” com’è stato ribattezzato ha conquistato premi e riconoscimenti, tra gli altri quello della Commissione Europea, ed ha riaperto altri luoghi simbolici come il cimitero delle Fontanelle, nato come cava di tufo e diventato un luogo di sepoltura soprattutto durante la peste e il colera, e il Chiostro di San Giovanni a Carbonara, che è nato su un luogo dove si raccoglievano i rifiuti.
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
Nel 2024 per “gemmazione” è nata un’altra cooperativa di Comunità, la Sorte, parallelamente è partito il progetto del Museo Diocesano Diffuso (Mudd) che ha sottratto all’abbandono molte chiese del centro, a partire dal Duomo. L’entusiasmo e la voglia di fare comunità sono il segreto del successo di questa rigenerazione del quartiere.
«La cosa più bella è stata scoprire che si può cambiare modo di guardare un luogo senza doverlo abbandonare». Sara ha 23 anni, voleva fuggire da Napoli, si domandava cosa venissero a fare i turisti tra quei vicoli degradati. La cooperativa ha cambiato la sua prospettiva: la fa sentire parte di un qualcosa di più grande, le consente di condividere passioni e speranze. Patrizia cercava l’evasione nei quartieri altolocati, per sfuggire alle sue umili origini. Poi sono arrivati i bambini di un asilo nido, dove ha iniziato ad insegnare durante il Servizio civile. «Ho capito quanto l’educazione possa fare la differenza in contesti così fragili».
Samuele con una laurea in lingue straniere era pronto a trasferirsi al Nord o all’estero. Cercare fortuna altrove sembrava un destino già scritto. Poi la riapertura del cimitero delle Fontanelle, proprio nella via dove lui è nato e cresciuto, gli ha permesso di restare. Adesso si impegna per far sì che altri possano fare questa scelta.

Il Governo in Israele?

Il Governo in Israele? Il presidente Herzog darà l'incarico domenica. Ecco le coalizioni possibili

Avvenire

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso questa sera le consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre. Ha annunciato che deciderà domenica a chi affiderà l’incarico. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari – ha spiegato -, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi». Il presidente ha spiegato che 67 parlamentari hanno raccomandato il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, mentre sono 46 i parlamentari che hanno sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu. Quindi Eisenkot dovrebbe ottenere il mandato. Mettere insieme una maggioranza di 61 seggi alla Knesset  si annuncia comunque come un’impresa complicata: preclusioni incrociate, rivalità personali e interessi difficilmente conciliabili rischiano di riportare più volte le trattative al punto di partenza. Il professor Sergio Della Pergola, demografo e tra i più accreditati analisti israeliani, ha individuato cinque percorsi possibili e, conti (dei seggi) alla mano, ne valuta con Avvenire le chance di successo.

1 – Coalizione di Netanyahu con Ra’am

Sarebbe la soluzione più facile  (Bibi ha 53 seggi e con gli 8 del partito arabo Ra’am raggiungerebbe quota 61), ma è anche la prima da scartare. E del resto Ra’am proprio ieri ha dichiarato che indicherà Eisenkot come primo ministro. «Tengo però a citarla come possibilità – spiega Della Pergola – per ricordare che in passato Netanyahu aveva già provato a tirare in coalizione con sé Mansour Abbas (leader di Ra’am). Smotrich (Sionismo religioso) gli aveva messo il veto, e quindi Abbas entrò nel governo Bennett-Lapid del 2021-2022. Un esempio di come, quando si tratta di formare un governo, anche i “sacri principi” e tutta questa “purezza” nel rifiutare la collaborazione con gli arabi possano evaporare in un attimo».

2 – Governo di minoranza di Eisenkot con gli arabi

Bisogna fare una premessa: con il sostegno di entrambi i partiti arabi (Ra’am e Lista comune), Eisenkot arriverebbe a 67 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta. Ma una soluzione aritmeticamente possibile si scontra con i veti politici all’interno del suo stesso schieramento. Resta allora la strada di un governo di minoranza. «Eisenkot parte da 48 seggi: deve cercarne 13 – spiega Della Pergola -. Con i soli seggi di Abbas (8), arriverebbe a 56, e quindi niente di fatto. Ma con l’astensione dell’altro partito arabo, Lista comune (11 seggi), la sua coalizione risulterebbe comunque vincente rispetto a quella di Bibi, che ha 53 seggi. Avremmo un governo, perché non occorre avere la maggioranza assoluta della Knesset, ma la maggioranza semplice».
In questo scenario, bisogna però considerare tre variabili. La prima è Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (7 seggi). «Ha dichiarato solennemente “Né Bibi, né Tibi” – ricorda Della Pergola, con riferimento ad Ahmad Tibi, numero due della Lista comune, che si è detto disponibile ad appoggiare un governo alternativo a Netanyahu –. Ma un conto è entrare in coalizione con i partiti arabi, un altro è formare un governo grazie alla loro astensione. E voglio proprio vedere se Lieberman resterà fermo sulle sue posizioni, rinunciando alla possibilità di mandare Bibi all’opposizione».
Anche perché c’è una seconda variabile che potrebbe rendere meno decisiva la posizione di Lieberman: i haredim di Ebraismo unito della Torah (7 seggi). «Hanno fatto sapere questa mattina che non indicheranno nessuno come premier, il che rappresenta una grossa crepa nello schieramento di Netanyahu. Non solo: il capolista, Yaakov Asher, ha dichiarato di “essere sullo scaffale”, insomma a disposizione, in attesa della migliore offerta politica. Esiste quindi, almeno in teoria, la possibilità che Ebraismo unito della Torah si astenga o addirittura voti a favore di Eisenkot. E qui i conti diventano interessanti: se Lieberman negasse i suoi 7 voti a Eisenkot, quest’ultimo scenderebbe a 49. Ma con l’astensione dei 7 deputati ultraortodossi, anche Netanyahu perderebbe altrettanti voti, scendendo a 46. Eisenkot potrebbe quindi ottenere la fiducia anche senza Lieberman».
Infine, la terza variabile, la più seria. «Riguarda Balad, partito nazionalista palestinese, fortemente anti-israeliano e vicino alle istanze di Hamas, che fa parte della Lista comune. Se si oppone, se si sfila, cade tutto il progetto».
Un primo banco di prova di questi equilibri arriverà già il 10 novembre, quando la nuova Knesset si riunirà per il giuramento dei deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. «L’attuale presidente è Amir Ohana, del Likud – spiega Della Pergola -. È gay, e i due partiti haredim (ultraortodossi), Ebraismo unito della Torah e Shas, contrari al riconoscimento delle unioni omosessuali e ai diritti LGBTQ, nella precedente legislatura avevano votato a favore della sua nomina tenendo il capo basso in segno di disapprovazione, ma accettando per convenienza politica. Questa volta, invece, Ebraismo unito della Torah ha annunciato che uscirà dall’Aula durante la votazione. Il Likud perderebbe così sette voti per la conferma di Ohana. Eisenkot potrebbe riuscire a eleggere un presidente della Knesset diverso da quello uscente. E sarebbe un passaggio politicamente molto importante, perché il presidente organizza i lavori parlamentari e può incidere sull’agenda legislativa anche prima della formazione del governo».
Si aprirebbe una situazione straordinariamente interessante: «Alcuni giorni di democrazia parlamentare pura, nei quali la Knesset potrebbe assumere iniziative di grande rilievo. Per esempio, avviare il percorso per istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, intervenire sulle leggi della contestata riforma giudiziaria o introdurre un limite alla durata del mandato del primo ministro. C’è poi la questione del controllore di Stato, l’ombudsman: la carica è vacante da luglio, dopo che la Corte Suprema ha annullato l’elezione di Michael Rabello, italiano e storico avvocato di Netanyahu, per irregolarità nella segretezza del voto. Spetterà alla nuova Knesset eleggerne il successore. Tanto più che Rabello ha rinunciato alla candidatura. Potremmo quindi vedere Netanyahu in minoranza ancora prima della nascita del nuovo governo».

3 – Governo di unità nazionale con
mandato a Eisenkot

Eisenkot potrebbe tentare di arruolare il Likud di Netanyahu senza Netanyahu. Ma il Likud  potrebbe porre come condizione proprio il premierato di Netanyahu.  «Bibi – spiega Della Pergola -, anche a causa dei processi che lo riguardano, ha tutto l’interesse a mantenere la carica di primo ministro (in base alla legislazione israeliana chi è sotto processo può fare il premier ma non il ministro). Difficilmente, quindi, accetterebbe un governo di unità nazionale presieduto da Eisenkot. Si potrebbe immaginare un governo a rotazione: due anni Netanyahu, poi due anni Eisenkot, con la prospettiva di un provvedimento di clemenza per Bibi e magari, in seguito, di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Ma Eisenkot ha escluso categoricamente l’ipotesi della rotazione. Peraltro, conosce bene il precedente di Benny Gantz», che nel 2020 accettò un accordo di alternanza alla guida del governo con Netanyahu, senza però arrivare mai ad assumere l’incarico di premier: il governo cadde prima che scattasse la rotazione.

4 – Governo di unità nazionale con
mandato a Netanyahu

Eisenkot potrebbe fallire nel tentativo di formare un governo e il mandato passare a Netanyahu, che resta il leader del primo partito israeliano. «Bibi ha già dichiarato di voler aprire le porte a chiunque sia disposto a unirsi alla sua coalizione, compresi Ben-Gvir e Smotrich – osserva Della Pergola –. Credo però sia molto difficile che qualcuno accetti la proposta».

5 – Elezioni entro la primavera

Quella di nuove elezioni entro la primavera è l’ipotesi più probabile. «E anche la peggiore», sottolinea Della Pergola, richiamando l’appello del presidente Herzog alle forze politiche perché facciano ogni sforzo per evitare questo scenario. «Nuove elezioni sarebbero un disastro per la gestione del Paese, acuirebbero le tensioni e potrebbero favorire Netanyahu. Nell’ultima tornata molti voti della destra sono andati dispersi a causa della soglia elettorale del 3,25%: in una nuova consultazione potrebbero confluire verso il Likud, rafforzandolo. Inoltre, la settimana scorsa 67mila cittadini israeliani sono rientrati in aereo per votare. Non abbiamo dati certi sulle loro preferenze politiche, ma è plausibile che una parte significativa volesse sostenere l’opposizione. Difficilmente, però, ripeterebbero il viaggio per una seconda elezione a breve distanza. Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe diminuire, soprattutto se non vedessero tradursi in risultati politici la loro partecipazione al voto. Sono tutti fattori che potrebbero avvantaggiare Netanyahu, portandolo più vicino alla maggioranza. Ed è proprio su questo che Bibi sembra puntare».
Lo stesso Bibi sta svolgendo una campagna mediatica sulla illegittimità del voto. «Si sostiene che ingenti fondi diano arrivati da Paesi nemici per sovvenzionare l’affluenza alle urne degli arabi, fino al limite di chiedere nuove elezioni. Vedo quindi in atto – teme Della Pergola – un tentativo pericoloso. Qualcosa che somiglia in modo preoccupante a quello che accadde negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a Capitol Hill».
Resta infine l’incognita Iran. «Il risultato delle elezioni americane potrebbe avere un peso importante: Trump ne è uscito indebolito e, nelle sue attuali condizioni politiche, mi sembra difficile che decida di impegnarsi in una guerra. Netanyahu potrebbe però scegliere di agire anche senza gli Stati Uniti. Sarebbe una decisione dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, ma non mi sento di escluderla del tutto».

Riflettere sulla pace è quanto mai opportuno e attuale tenuto conto del contesto storico che viviamo

chagall

Rifletterci dal punto di vista della comunità cristiana è ancor di più necessario. Se si dà credito e si presta il doveroso ossequio a quanto il pontificato di Leone XIV ha suggerito e suggerisce con insistenza, l’urgenza ne esce rafforzata. Per questo la Cattedra Wojtyla propone quest’anno un Colloquio filosofico-teologico sul tema della pace nell’ambito del tradizionale appuntamento di novembre delle Wojtyla Lectures.

Dal 9 al 13 novembre prossimo a Roma, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, si svolgerà un ciclo di incontri dedicato al Commento al Cantico dei Cantici di san Bernardo guidato come sempre dal noto filosofo francese Jean-Luc Marion, Direttore della Cattedra Wojtyla.

All’interno di questo appuntamento, si terrà poi giovedì 12 novembre e venerdì 13 il Colloquio filosofico-teologico «Beati gli operatori di pace. Filosofia e teologia dialogano sulla pace», organizzato in collaborazione con il corso di Dottorato di Ricerca in Contemporary Humanism della LUMSA e il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e Storia dell’arte dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Tenuto conto – absit iniuria verbis – dell’inflazione di convegni e pubblicazioni sul tema, gli organizzatori dell’incontro si sono trovati di fronte al non facile compito di identificare una prospettiva che, in qualche modo, potesse rappresentare una nota, non dico di originalità (sarebbe troppo presuntuoso), ma perlomeno di «stravaganza». Offrire, infatti, qualcosa che vada al di là della ripetizione di tesi e assunti che godono di una lunga e consolidata tradizione non è facile, ma sicuramente doveroso.

In questo senso, organizzare un Convegno per dire che la pace non è l’assenza della guerra, sarebbe solamente la doverosa ripetizione di un asserto indispensabile a comprendere come politicamente la pace è l’orizzonte trascendentale di tutte le guerre. Asserto da cui non si può prescindere, ovviamente, ma che apre a una considerazione più radicale che ha a che fare direttamente con quanto appartiene alla riflessione filosofica e (si spera) teologica: la pace è una rappresentazione ideale per poter pensare politicamente la storia degli uomini e delle istituzioni oppure è qualcos’altro?  E, se la risposta è positiva, a quale livello la pace non è solo un’esigenza intellettuale, ma una realtà?

La replica a questi interrogativi è al centro della riflessione del Colloquio della Cattedra Wojtyla che ha scelto di concentrarsi sul livello pre-politico della pace per tentare di comprendere (è solo un tentativo) quando e come la profonda ingiustizia del nostro atteggiamento naturale non viene solo «irenicamente» dichiarata superata in una originaria apertura all’altro o, peggio, cancellata dallo slancio di vecchi e nuovi Schwärmer della giustizia sociale.

Parimenti, e l’osservazione è decisiva, concentrarsi su questa dimensione pre-politica della pace non vuole essere unicamente l’indicazione delle condizioni di base sulle quali la guerra empiricamente diventa improbabile. Porsi a un livello pre-politico è forse il modo più efficace di offrire un orientamento per costruire la civitas terrena nel suo legame e, soprattutto, nella sua differenza dalla civitas Dei. L’esito di una comprensione delle relazioni umane che metta al centro la conversione dello sguardo caratterizza infatti immediatamente in senso teologico (e, quindi, religioso) la pace.

La pace, dunque, è una questione teologica che, come tale, consente agli uomini di riconoscersi reciprocamente come uomini e non come lupi: homo homini homo. Trovare la giusta collaborazione tra istituzioni sinceramente edificate su questo presupposto diventa così uno dei principali (se non il principale) compito dell’azione socio-politica della Chiesa:

«Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio» (Agostino, Civ. Dei, XIX, 17).

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