Il potere legittimo e la democrazia autentica

di: Leone XIV

scacchi

«La democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». Diversamente «rischia di diventare una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche». È il monito contenuto nel messaggio di Leone XIV in occasione della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (14-16 aprile). Di seguito, in una traduzione dall’inglese curata dall’Osservatore Romano  il testo del Papa rivolto ai partecipanti ai lavori.

Ho appreso con piacere della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si tiene dal 14 al 16 aprile 2026, e invio i miei migliori auguri oranti a tutti i partecipanti. Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo dedicato servizio come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio allo stesso modo la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: «The Uses of Power: Legitimacy, Democracy and the Rewriting of the International Order» [Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale]. È un argomento particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per costruire la pace all’interno e fra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale.

La dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1903). Perché la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana.

Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono altresì informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un tempo in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale.

A tale riguardo, i miei predecessori hanno espresso la necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale (cf. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 58; Pacem in terris, n. 137), improntata al principio di sussidiarietà (cf. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 57). Lo sviluppo di una tale comunità globale di fratellanza richiede «la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (Francesco, Fratelli tutti, n. 154). Di fatto, è «più che mai necessario ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale» (Visita alla sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2025, n. 7).

In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis — la classica definizione agostiniana della pace — dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sulle realtà di questo mondo e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 25, a. 3, ad 3); il potere divino non domina, ma piuttosto guarisce e ristora.

È proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità aiuta a plasmare la “città terrena” nell’unità e nella pace, rendendola — seppure in modo imperfetto — un’anticipazione e una prefigurazione della «Città di Dio» (cf. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza (cf. Discorso ai leader religiosi all’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025).

Con questi sentimenti, auspico sinceramente che le vostre riflessioni in questi giorni producano spunti preziosi per chiarire gli usi legittimi del potere, i criteri della democrazia autentica e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In tal modo, il vostro lavoro contribuirà in maniera significativa alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace, una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un’autorità umilmente posta al servizio di ogni essere umano e dell’intera famiglia umana.

Possa lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità e di pace, illuminare le vostre menti e sostenere i vostri sforzi. Invoco volentieri su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio.

Dal Vaticano, 1° aprile 2026

Leone PP. XIV

in Settimana News

Cultura / A Perugia il Trecento esplosivo di Giotto e degli umbri

A Perugia il Trecento esplosivo di Giotto e degli umbri

Giotto, “Madonna con Bambino”, 1300 circa. Oxford, The Ashmolean Museum. Particolare
Nel flusso della storia ci sono punti e momenti in cui lo scorrere dei tanti nastri che, a differenti velocità, lo tessono, convergono e si addensano, come una stretta o un passo, per risfociare e tornare a diversificarsi in un paesaggio del tutto nuovo. Assisi e il cantiere della basilica, tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, sono una di queste gigantesche boe, o meglio ancora isole, capaci di ridisegnare rotte intere, da ritrovare e ripercorrere ancora e ancora. È quello che fa – magnificamente – la mostra “Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, in corso alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, costituisce il secondo, naturale capitolo di un percorso avviato due anni fa con un’altra storica esposizione dedicata al Maestro di San Francesco. È effettivamente inedita, e irripetuta, la centralità – non solo italiana ma europea – che l’Umbria vive nel periodo che va dall’esplosione del movimento francescano fino all’assestamento finale del cantiere papale. La mostra si occupa di documentare una serie di fenomeni differenti eppure impossibili da disgiungere tra loro, avvinti come sono dal campo di forze della riflessione culturale e teologica, politico e spirituale che governa e genera il complesso organismo assisiate. Troviamo dunque la congiuntura mirabile dell’incontro tra Giotto e Francesco, che non solo consegna ai posteri l’immaginario definitivo del santo ma segna l’inestricabilità di due rivoluzioni, mistica l’una e pittorica l’altra, che fanno della realtà degli affetti il loro fuoco e il loro crogiolo. Arnolfo (e ancora prima Nicola) nel corso del Duecento aveva segnato attraverso la scultura una nuova via che restituisse realtà ai corpi. Giotto, con la sua équipe, non si limita a ritradurla, virtuosisticamente, nelle due dimensioni ma la piega per dare forma monumentale e sapienza retorica alla verità del sentire umano. C’è poi, a dimostrazione del talento dell’ordine minorita nel reclutare i migliori tra i giovani talenti, l’arrivo dei senesi Simone Martini e Pietro Lorenzetti nel cantiere della basilica inferiore, lasciato bruscamente da Giotto per Roma, dove completano la cappella di San Martino e il transetto sinistro. I loro affreschi gareggiano con Giotto nel prenderne le distanze e nell’inseguirlo, portando sotto le basse volte della basilica un vento diverso dal rigore del fiorentino e una differente interpretazione del naturalismo, più scrupolosa, per quanto preziosa, per Pietro, per Simone più aperta alle arie gotiche d’Oltralpe – e a ben vedere in linea con l’internazionalità all’origine del progetto. E c’è infine il fallout del giottismo tra i pittori umbri, masticato digerito e assimilato in un linguaggio che Roberto Longhi voleva, e non a torto, caratterialmente passionale. Ed è questa la sezione della mostra che merita particolare attenzione, in quanto non si tratta semplicemente di opere di contorno a contraltare dei capolavori dei maestri, ma raccoglie l’esito di decenni di studi che hanno ricomposto l’immagine, come scrive Veruska Picchiarelli in catalogo, «di un microcosmo brulicante e pieno di fascino». Sono il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro di Cesi, il Maestro del Farneto, Marino di Elemosina, il Maestro di Figline (di cui viene ricomposto un fondamentale polittico), Palmerino di Guido (già noto come Maestro Espressionista di Santa Chiara), che fu sodale e stretto collaboratore di Giotto sui ponteggi della basilica inferiore, e Puccio Capanna, artista assisiate riconosciuto qui come uno dei vertici del Trecento, che addolcisce il giottismo tardo in una pittura placidamente luminosa e a cui, significativamente, viene attribuito l’onore dell’immagine guida della mostra. Ma poco importa se molti di questi artisti non hanno un nome o se nelle loro tavole può aleggia re una naïveté che interpreta, mescola, fraintende, compendia il modello come può. Non si tratta di stilare graduatorie, quanto piuttosto di riconoscere la vitalità e la freschezza degli esiti di una civiltà pittorica che restituisce per intero la misura dello shock giottesco, a cui reagisce scardinando il rigore spaziale dell’originale con «una passionalita visionaria – scrive Zappasodi – capace di tenerezze sublimi e violenze ribollenti».
In questo senso la mostra spicca per essere esemplare sotto il profilo scientifico e divulgativo. Il primo aspetto è reso evidente dai prestiti straordinari a riconoscimento della bontà del progetto e da un catalogo (Silvana Editoriale, 496 pagine, euro 45) con saggi che ambiscono a costituire un punto di riferimento sulle questioni trattate (a Zappasodi e Picchiarelli si affiancano i contributi tra gli altri di Laura Cavazzini, Andrea De Marchi, Alessandro Bagnoli). Il secondo è la sua traduzione in un percorso che ha il volano nella Madonna di San Giorgio alla Costa e nel Polittico della Badia Fiorentina di Giotto, e che si articola poi dai riflessi giotteschi nella pittura umbra alla svolta gotica con i senesi (aperta però da Giotto con la stupenda, minuta Madonna col Bambino dell’Ashmolean Museum di Oxford) e in rapporto alla geografia della valle del Tevere, per approdare infine alla chiesa inferiore (in mostra anche il solo frammento esistente della decorazione dell’abside di Giotto e una vetrata di Pietro Lorenzetti), alla maturità di Guido di Palmerino e a Puccio Capanna. Da segnalare, finalmente, la sala immersiva, costruita in modo didatticamente persuasivo e non semplicemente una trappola per la distrazione di massa. L’ambiente è il dispositivo che porta nel museo l’intrasportabile, ossia il complesso organismo assisiate, che viene ricostruito in termini crono e topologici, restituendo il percorso iconografico, dal valore mistico e simbolico, che guidava i pellegrini verso e attorno la tomba del santo.
Una nota a margine. Nel testo in cui il direttore della Gnu Costantino D’Orazio mette a confronto, anche con stimolanti riflessioni critiche, il centenario francescano del 1926 con quello attuale, non figura mai la parola “fascismo” o “fascista”: troviamo al più «retorica dell’italianità», «un’idea di genio nazionale» o un generico «nazionalismo dell’epoca». Da uno storico, spiace.
Avvenire

«Per salvare l’Occidente serve un nuovo universalismo»

Omri Boehm: «Per salvare l'Occidente serve un nuovo universalismo»

Il filosofo israelo-americano Omri Boehm / WikiCommons
Cosa significa, oggi, difendere l’idea di un’umanità condivisa in un mondo sempre più frammentato? L’universalismo è ancora un ideale praticabile, o è destinato a soccombere sotto il peso delle identità e delle appartenenze? E infine, come si fa a restare umani in un’epoca dominata dai conflitti identitari e dalla polarizzazione politica? Sono le domande da cui prende avvio il filosofo israelo-americano Omri Boehm, nipote di sopravvissuti alla Shoah, in Universalismo Radicale. Oltre l’identità (traduzione di Claudia Tatasciore, Marietti1820, pagine 160, euro 16,00), un saggio che propone una difesa rigorosa dell’idea illuminista di umanità contro quella che l’autore considera una deriva teorica e politica diffusa tanto a destra quanto a sinistra.
Bohem insegna alla New School di New York e da anni lavora su un tema più che mai attuale: come immaginare una convivenza tra israeliani e palestinesi oltre l’identità, oltre le appartenenze che diventano muri, oltre le narrazioni che paralizzano ogni possibilità politica. Il punto di partenza del suo libro è la constatazione che la democrazia liberale occidentale attraversa una crisi profonda. Boehm osserva come negli ultimi decenni il progetto universalista dell’Illuminismo sia stato progressivamente messo in discussione sia dalle critiche postmoderne sia dalle politiche identitarie. Propone quindi di recuperare ciò che definisce un “universalismo radicale”, capace di opporsi sia al nazionalismo identitario sia al relativismo culturale.
Nel suo libro lei sostiene un quadro etico universalista che va oltre i confini nazionali o religiosi. Come vede questa prospettiva applicata alle attuali tensioni politiche e sociali in Israele, in particolare riguardo ai dibattiti sulla democrazia, i diritti delle minoranze e il ruolo dello stato nella definizione dell’identità ebraica?
«Bisogna partire da una premessa semplice ma impegnativa: uno Stato che rivendica legittimità democratica non può arrogarsi il diritto di esprimere la sovranità di un unico gruppo etnico. La tensione in Israele oggi non è solo politica; è concettuale, o costituzionale. Riguarda il modo in cui la sovranità democratica viene intesa come espressione dell’identità di un gruppo etnico o come incarnazione di principi universali. Pensiamo a Lincoln: la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo – la domanda è, chi sono i popoli? I cittadini? O gli ebrei? Una prospettiva universalista insiste sul fatto che, costituzionalmente, lo stato deve appartenere ai cittadini in quanto tali. La dignità umana condiziona l’identità di gruppo, piuttosto che essere l’identità di gruppo a condizionare la dignità umana. A volte si sente dire che Israele è uno stato ebraico così come l’Italia è uno stato italiano. Questo è falso: l’Italia esprime la sovranità del popolo italiano, e gli ebrei italiani sono italiani – solo i razzisti lo negano. I palestinesi in Israele, anche se sono cittadini, non fanno parte del popolo ebraico. La crisi che vediamo oggi – la riforma giuridica e le guerre etniche che vediamo a Gaza e in Cisgiordania – riflettono tale questione etnica demografica».
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la politica dell’identità è spesso al centro di grandi controversie. Lei sostiene che rischi di sostituire l’idea di umanità universale: qual è il pericolo principale di questo cambiamento? E quale potrebbe essere il modo più efficace per contrastarlo?
«Il rischio principale è che l’identità sostituisca l’universalità come l’orizzonte morale finale. Quando ciò accade, perdiamo l’idea che ci sia qualcosa che dobbiamo agli altri in quanto esseri umani, indipendentemente dalla loro appartenenza. E troppo spesso, questa o quella identità di vittime viene presentata come giustificazione per annientare l’umanità di un altro gruppo. Per contrastare tutto questo, dobbiamo ritornare ai principi che possono essere condivisi tra le identità. Non cancellando le differenze, ma insistendo sul fatto che la differenza non determina l’obbligo morale. Riconoscerlo è rivelato tutt’altro che ovvio, e farebbe la differenza».
Molti studiosi post-coloniali affermano che l’universalismo occidentale è stato storicamente uno strumento di dominio. È possibile difendere l’universalismo senza ignorare questa critica?
«No, è impossibile, poiché è una critica in molti casi giustificata. L’universalismo è stato spesso invocato in modo ipocrita per giustificare il dominio anziché l’uguaglianza e la dignità. Ma ciò non invalida l’universalismo; rivela piuttosto il mancato raggiungimento di ciò che ci si aspettava. La distinzione cruciale è tra il falso universalismo – che maschera gli interessi di coloro che pretendono di parlare in modo universale – e l’universalismo genuino, che è invece autocritico e aperto alla revisione».
Nel libro, lei usa la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come esempio di universalismo politico. Ritiene che questo tipo di linguaggio morale abbia ancora forza nel dibattito pubblico odierno?
«Sì. Il potere duraturo della Dichiarazione non risiede nella sua accuratezza storica, ma nella contraddizione tra le sue aspirazioni e la realtà. Essa proclama che “tutti gli uomini sono stati creati uguali” in una società che manifestamente lo negava, e che una legge che non protegge questo diritto può essere abolita. Le pratiche associate a questo modo di pensare – dal movimento abolizionista prima della Guerra Civile a Martin Luther King – devono essere ricordate nel fase di crisi che stiamo attraversando. Oggi, semmai, il pericolo è il cinismo – ovvero la convinzione che tale linguaggio sia semplicemente retorico e vuoto. Ma se lo abbandoniamo, e ignoriamo le risorse concettuali e storiche che fornisce, perdiamo una delle poche risorse capaci di dare fondamento a una critica che vada al di là del potere».
Il suo libro parte da Kant per difendere l’idea della dignità umana universale. In che modo il pensiero kantiano può ancora parlare alle democrazie contemporanee?
«Kant rimane essenziale perché articola una concezione della dignità che non dipende dall’identità, dallo status o dal riconoscimento. Per Kant, ogni persona ha un valore intrinseco che esige rispetto – questo non è concesso dalla società, ma la precede. Ciò dovrebbe porsi all’origine della legge. La dignità, del resto, è attribuita all’umanità perché è libera e capace di stabilire autonomamente le proprie leggi morali. Quello che Hannah Arendt ha una volta caratterizzato così: gli esseri umani non hanno il diritto di obbedire».
Perché studiosi come lei, o storici come Norman Finkelstein, Amos Goldberg, e molti altri, vengano continuamente zittiti o attaccati?
«La crescente polarizzazione del discorso pubblico impone che qualsiasi sfumatura venga percepita come un tradimento. Un altro aspetto è la difficoltà di sostenere posizioni universaliste in ambienti strutturati da identità e trauma storico. C’è l’idea che stare dalla parte dell’umanità sia una forma di comodo “equilibrismo”. Inoltre l’universalismo è destabilizzante. Esige che mettiamo in discussione le nostre stesse supposizioni e riconosciamo obblighi che potrebbero entrare in conflitto con le nostre lealtà. Non dovremmo quindi reagire ritirandoci, bensì difendendo lo spazio del pensiero critico. La filosofia, quando è al suo meglio, non dà conforto né certezze: le mette in discussione. Spesso, senza alcun motivo, ciò viene percepito come una minaccia».
Avvenire

21 Aprile 2026 Roma nel cuore, la Verità nel cammino

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Oggi, 21 Aprile, mentre Roma celebra la sua fondazione, noi celebriamo la fondazione di una nuova speranza. Il nostro cammino non è contro Roma, ma verso Roma e per Roma, affinché la Sede di Pietro possa risplendere di una giustizia rinnovata.

1. Il Natale di una nuova Coscienza Come Roma nacque da un solco tracciato nel terreno, così la nostra Supplica traccia un solco di Verità nel terreno della Chiesa. Dopo 25 giorni di digiuno, la voce di Don Giuseppe non è più un grido solitario, ma un’eco che risuona tra le pietre millenarie della Capitale, portando il profumo di un’Eucaristia che non conosce barriere.

2. La Bellezza che unisce In questi 25 giorni abbiamo seminato “rose color rosa” (la testimonianza della coppia) e curato “ciclamini” (la vita che rifiorisce oltre la norma). Oggi chiediamo che la Bellezza dell’amore sponsale e la Verità del ministero sacerdotale smettano di essere considerate nemiche. Roma è la città dei ponti: noi chiediamo di essere uno di questi ponti.

3. Oltre il 25° giorno: La Costanza della Satyagraha La nostra forza rimane la nonviolenza. Non cerchiamo lo scontro, ma la luce. Come i preti olandesi e i pionieri del passato, sappiamo che la storia ha i suoi tempi, ma la Verità ha la sua urgenza. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sul tavolo non solo una carta, ma la vita di migliaia di operai pronti a tornare nella vigna.

Giorno 25: Roma, oggi preghiamo con te e per te. Siamo figli della Chiesa, servitori della Verità, testimoni di un Amore che non esclude.

25° Giorno: La luce dell’alba sul cammino della Verità

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“Inizia il venticinquesimo giorno. Mentre il corpo di Don Giuseppe sperimenta la profondità del digiuno, lo spirito resta saldo sulla roccia della fede. Non siamo qui per una sfida, ma per un’offerta. Il mattino ci vede riuniti attorno al cero della speranza, che oggi brilla con una consapevolezza nuova: il mondo ha iniziato ad ascoltare.

Ripartiamo dalle basi: il nostro ministero è per il Popolo di Dio. Ogni preghiera di oggi è per i fedeli che attendono un pastore e per i sacerdoti che, nel silenzio delle loro case, attendono di tornare all’altare. La fedeltà di oggi è la promessa del domani.”

Memoria Olandese sui preti sposati – Quando la Profezia fu soffocata, ma non spenta

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Il recupero della memoria storica ci porta oggi nei Paesi Bassi. Grazie a un’approfondita analisi di SettimanaNews, riscopriamo come la Chiesa olandese, già all’indomani del Concilio Vaticano II, avesse chiesto a gran voce l’ordinazione di preti sposati e la riammissione di chi aveva lasciato il celibato.

1. Un’occasione mancata che grida ancora Quello che accadde in Olanda non fu un capriccio locale, ma il frutto di un discernimento comunitario serio e profondo. La risposta di Roma di allora fu una chiusura che portò a una desertificazione vocazionale senza precedenti. Oggi, guardando a quelle “Memorie”, comprendiamo che i preti sposati olandesi non erano ribelli, ma avanguardie di una necessità che oggi è diventata un’urgenza globale.

2. Dalle Radici alla Supplica: Un Filo Rosso Dall’Olanda degli anni ’70 al digiuno di Don Giuseppe oggi, il filo rosso è la Satyagraha, la forza della Verità. La storia ci insegna che si può silenziare una decisione sinodale (come accadde al Concilio Pastorale Olandese), ma non si può sopprimere la realtà dei fatti: la Chiesa ha bisogno di pastori che conoscano la vita, l’amore e la famiglia per poterli santificare.

3. Imparare dal passato per non ripetere l’errore Se allora la chiusura portò alla chiusura delle parrocchie, oggi la nostra Supplica al Dicastero offre una via d’uscita onorevole e caritatevole. Non vogliamo una “rottura”, ma la ripresa di un discorso interrotto cinquant’anni fa. La storia dei Paesi Bassi ci dice che il tempo della prudenza è scaduto: è tempo del coraggio.

La storia è maestra, se c’è chi ha l’umiltà di ascoltarla. Dal Trentino di Don Rauzi alle pianure olandesi, il grido è lo stesso: unire ciò che Dio ha benedetto (amore e ministero) per il bene delle anime.

dalla Redazione di Informazione Libera

Sacerdoti da “importazione” o Sacerdoti Sposati? La risposta di SettimanaNews allo Stato di Necessità

Mentre l’ANSA rilancia il grido di Don Giuseppe Serrone, SettimanaNews ci offre un’analisi sociologica e pastorale impellente: il presbiterio italiano è sempre più multietnico. Molte diocesi, per combattere il deserto vocazionale, accolgono sacerdoti da altri continenti. Ma è questa l’unica soluzione?

preti

La riflessione del Cantiere:

  1. L’Incongruenza del Modello: Spesso si preferisce un sacerdote che viene da lontano, con culture e lingue diverse, pur di non riammettere un sacerdote sposato che vive nel quartiere accanto, conosce la lingua del popolo e ne condivide le fatiche familiari.

  2. Multietnicità vs Umanità: Il presbiterio multietnico è una ricchezza, ma non può essere un “tappa-buchi” burocratico per evitare il tema del celibato. Come suggerito dalla Renovatio, la vera risposta allo Stato Di Necessità è un presbiterio Integrato: dove il sacerdote straniero e il sacerdote sposato locale collaborano per il bene delle anime.

  3. Il Canone 1752 non ha frontiere: La salvezza delle anime richiede pastori che siano “segni vicini”. Un prete sposato inserito nella realtà sociale italiana è un ponte naturale che la Chiesa sta sprecando.

Avvenire e l’Amore Online: Se la Chiesa abita i Social, perché teme l’Amore dei preti sposati

Un recente approfondimento di Avvenire solleva una questione cruciale: le coppie oggi nascono online e la Chiesa ha il dovere di essere presente in quei “luoghi” digitali per accompagnare il desiderio di famiglia.

La nostra riflessione nel 24° Giorno: La Chiesa riconosce la necessità di sporcarsi le mani con la modernità dei sentimenti (lo “swipe”, le app di dating, i social), eppure fatica ancora a riconoscere la bellezza e la grazia delle famiglie dei sacerdoti sposati.

  • Presenza vs Esclusione: Se la Chiesa deve “esserci” dove nasce l’amore tra i laici, perché decide di “non esserci” o di allontanare i pastori che l’amore lo vivono nel matrimonio?

  • La Coerenza della Carne: Come sottolineato nel nostro cantiere, la Renovatio non è una modernizzazione modaiola, ma una risposta allo Stato Di Necessità. Se l’amore oggi viaggia sui bit, la fede deve tornare a camminare sulle gambe di uomini integri, capaci di parlare il linguaggio della famiglia perché la vivono.

  • Il Cantiere come “Piazza Digitale”: Proprio come suggerisce Avvenire, il nostro blog e la nostra presenza social sono quella “Chiesa che c’è”. Siamo l’avamposto di una fede che non ha paura di integrare il sacro e l’umano.

Conclusione: Non serve solo “esserci” online per benedire le nuove coppie; serve avere il coraggio di riaccogliere all’altare quei padri di famiglia che conoscono il valore del Sacramento perché lo difendono ogni giorno con la loro vita.

Strade.rinnovamento.pretisposati

Rassegna Stampa: Il mondo si accorge del Giorno 24 del cammino di digiuno dei 40 giorni per la riammissione al ministero dei preti sposati

Rassegna Stampa – Giorno 24

Il muro del silenzio è crollato. Ecco le testate che hanno dato voce al digiuno di Don Giuseppe Serrone.

ANSA

“Informazione Libera tiene il conto del digiuno…”

LEGGI LANCIO

JUORNO.it

“Appello alla Chiesa per il ritorno al ministero.”

APRI ARTICOLO

IL FATTO NISSENO

“La Chiesa ci faccia almeno celebrare la messa.”

VAI ALLA NEWS

Nota della Redazione: Questi risultati sono frutto dei nostri 23 anni di impegno e 41.443 articoli. Se i media parlano di noi, è perché voi non avete mai smesso di sostenerci.

Sentieri.dipace.silenzio

✉️ Lettera ai Lettori: “Ora tocca a voi: difendiamo la Verità insieme”

Cari Amici, cari Sostenitori di Informazione Libera,

siamo al Giorno 24 del digiuno di Don Giuseppe Serrone. Come avete visto dalla nostra rassegna stampa, il muro del silenzio è crollato: l’ANSA, Juorno.it e Il Fatto Nisseno hanno finalmente dato voce alla nostra battaglia.

Questo è un successo straordinario, frutto dei nostri 23 anni di impegno e dei 41.407 articoli che compongono la nostra storia. Ma la partita non è finita. Ora dobbiamo dimostrare ai grandi media che non siamo una minoranza silenziosa, ma un popolo che esige risposte.

Vi chiediamo 3 minuti del vostro tempo per un’azione coordinata:

  1. Commentate: Andate sugli articoli dell’ANSA e di Juorno.it (trovate i link nella nostra bacheca in questo post in alto). Scrivete un commento educato ma fermo. Dite loro che la “Salvezza delle Anime” (Canone 1752) riguarda migliaia di comunità senza Eucaristia.

  2. Condividete: Non limitatevi a leggere. Condividete i link della rassegna stampa sui vostri profili Facebook, WhatsApp e Telegram. Più traffico generano questi articoli, più i direttori di testata saranno spinti a pubblicare nuovi approfondimenti.

  3. Taggate: Quando condividete, taggate le grandi testate (Corriere, Repubblica, Avvenire) chiedendo: “Perché l’ANSA ne parla e voi no?”.

Don Giuseppe sta sacrificando il suo corpo con il digiuno. Noi possiamo sacrificare pochi minuti per far sì che il suo sacrificio non resti nascosto.

Facciamo vedere quanto è forte la voce di chi ama la Chiesa e vuole vederla rifiorire con i suoi sacerdoti sposati.

Grazie per essere la nostra forza.

La Redazione di Informazione Libera

I 3 pilastri del 20 Aprile 2026

Il Sigillo dell’ANSA

Sacerdoti Sposati, il Digiuno per tornare al Ministero: l’ANSA rompe il silenzio

Contenuto: “Dopo 23 giorni di cammino nel deserto dell’indifferenza, la notizia esplode a livello nazionale. L’Agenzia ANSA certifica lo sciopero della fame di Don Giuseppe Serrone. Non è più solo una questione interna: è un grido di 5.000 sacerdoti in Italia che chiedono di tornare a servire. La luce ha squarciato le tenebre mediatiche.”

L’Autorevolezza di Nina Fabrizio

La Firma della Verità: La vaticanista Nina Fabrizio inquadra il caso dei Sacerdoti Sposati

Contenuto: “Il testo integrale dell’agenzia vaticana a firma di Nina Fabrizio. L’analisi è lucida: i preti sposati sono una risorsa pronta per lo ‘Stato di Necessità’ della Chiesa. Quando una firma così autorevole si occupa di noi, significa che le mura del Vaticano stanno già ascoltando. Il 6 Maggio è il traguardo che tutta l’Italia ora osserva.”

 La Prima Breccia

Ultim’ora: La Prima Breccia nel Silenzio è Realtà Contenuto: “Il muro di gomma è caduto. Dal Fatto Nisseno all’ANSA, la stampa nazionale riconosce il valore profetico del digiuno di Don Giuseppe. Questa breccia non è un punto d’arrivo, ma il varco attraverso cui passeranno le speranze di migliaia di famiglie sacerdotali. La Renovatio è inarrestabile.”

Rassegna.stampa.informazione

IL TRITTICO DELLA VERITÀ: ANSA, IL GIORNO E IL FATTO NISSENO” Il monitoraggio della stampa conferma: il caso è aperto

“Non è più una voce isolata. Tre pilastri dell’informazione hanno acceso i riflettori sul 23° giorno di digiuno di Don Giuseppe Serrone. Dopo lo storico lancio dell’ANSA, anche Juorno.it (Il Giorno) e Il Fatto Nisseno hanno ripreso l’appello per il ritorno al ministero attivo dei sacerdoti sposati.

Perché queste tre testate sono importanti?

  • L’ANSA ci dà l’ufficialità nazionale (qui).

  • Il Fatto Nisseno dà voce al territorio e alla realtà locale. (qui)

  • Juorno.it porta la notizia nel flusso dell’informazione d’opinione e d’attualità  (qui)

Mentre i server di Informazione Libera registrano il picco di visite, noi continuiamo a presidiare il fronte. 41.407 articoli ci hanno portato fin qui. Ora che i media iniziano a rispondere, la nostra responsabilità è ancora più grande. Don Giuseppe continua il suo digiuno, sostenuto ora da una consapevolezza pubblica che non ha precedenti.”

“Grazie ai Media Coraggiosi: La Verità non ha paura dei riflettori”

Un atto di riconoscimento a chi fa informazione, non propaganda.

“In un panorama mediatico spesso distratto da notizie effimere, vogliamo fermarci un istante per dire GRAZIE. Grazie alla redazione dell’ANSA, a Juorno.it e a Il Fatto Nisseno.

Perché il loro gesto è coraggioso? Perché hanno avuto la forza di guardare oltre il pregiudizio. Hanno capito che il digiuno di Don Giuseppe Serrone non è una protesta contro la Chiesa, ma un atto d’amore supremo per il Popolo di Dio, sostenuto da una base legale solida come il Canone 1752.

Mentre molti grandi nomi dell’editoria nazionale rimangono arroccati in un silenzio che sa di censura, queste tre testate hanno onorato la professione giornalistica. I nostri 41.407 articoli pubblicati in 23 anni hanno finalmente trovato degli interlocutori pronti a dare voce ai 5.000 sacerdoti sposati che chiedono solo di tornare a servire.

La strada è ancora lunga — siamo al Giorno 24 — ma oggi ci sentiamo meno soli. Invitiamo tutti i nostri lettori a visitare i siti di queste testate e a lasciare un commento di ringraziamento. Sosteniamo chi ci sostiene!”

Teologia.pretisposati.rinnovamento

“Dalla Notizia alla Vita”: Grazie all’Italia che si risveglia

La Redazione di Informazione Libera, a nome di tutto il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, accoglie con profonda gratitudine la ‘breccia’ aperta dall’ANSA e da Il Fatto Nisseno.

La nostra risposta a questo momento di grande visibilità si riassume in tre impegni:

  1. Testimonianza: Il digiuno di Don Giuseppe, giunto oggi al 24° giorno, non è una protesta politica, ma un atto d’amore. La fame del corpo è la sete di una Chiesa che sappia riabbracciare i suoi 5.000 figli sacerdoti in Italia.

  2. Trasparenza: A chi ci scopre oggi attraverso le agenzie di stampa, diciamo: leggete la nostra storia. Non siamo un’emergenza, siamo una risorsa. Il nostro cantiere è aperto da 23 anni per preparare questo momento.

  3. Proposta: Chiediamo alle istituzioni vaticane di non ignorare questo grido. La ‘Prima Breccia’ mediatica dimostra che il Popolo di Dio è pronto. Chiediamo l’applicazione del Canone 1752: rimettere i preti sposati al servizio delle comunità è un atto di misericordia e giustizia.

Non fermiamoci qui. La notizia è il seme, il ritorno al ministero è il frutto che vogliamo raccogliere il 6 Maggio.

Ricostruzione.chiesa

“Ora Il Mondo Sa”

GIORNO 24: Quando La Verità Diventa Storia – L’ANSA Certifica La Renovatio

*”Il muro del silenzio è crollato. Oggi la principale agenzia di stampa italiana, l’ANSA, ha acceso i riflettori sulla nostra battaglia. Il digiuno di Don Giuseppe Serrone per la riammissione dei sacerdoti sposati è ora una notizia che il mondo non può più ignorare.

Mentre alcuni si rifugiano in schemi burocratici, noi rispondiamo con la testimonianza. Come invocato da Papa Leone XIV, è tempo di superare le divisioni. L’interesse dei media vaticanisti conferma che lo Stato Di Necessità è la vera sfida del 2026.

Non siamo più soli. Con oltre 18.000 cuori che battono con noi e l’autorevolezza della stampa internazionale, il Mosaico Della Ricostruzione è a un passo dal completamento. La Chiesa che ‘non sceglie angeli’ (come diceva ieri Repole) deve ora avere il coraggio di scegliere i suoi padri e i suoi pastori. 🕊️🏛️📰”*

🏛️ GIORNO 24: Il Boato del Silenzio – L’ANSA Certifica la Profezia

La Redazione analizza questo traguardo straordinario mettendo in luce l’impatto della notizia sulla campagna dei 40 giorni:

Dalle Periferie al Centro: Il Grido della Verità sulle Pagine dell’ANSA

Il Commento della Redazione: *”Oggi, 20 Aprile 2026, entriamo nel Giorno 24 con una consapevolezza nuova: il muro dell’indifferenza è crollato. L’articolo di Nina Fabrizio per l’ANSA non si limita a riportare un fatto di cronaca, ma legittima davanti al mondo lo Stato di Necessità e lo sciopero della fame di Don Giuseppe Serrone.

Mentre nei giorni scorsi abbiamo visto la fredda ‘ingegneria pastorale’ di Torino, l’ANSA oggi racconta la ‘pastorale del corpo’: un leader che offre la propria vita per la riammissione dei sacerdoti sposati. Questo articolo è la risposta laica e professionale ai nostri 18.000 voti di consenso: è la prova che la Renovatio è l’unica vera notizia che scuote il cuore della Chiesa.

Come ci ha esortato ieri Papa Leone XIV, bisogna superare le divisioni e l’odio. Mettere sotto i riflettori della principale agenzia di stampa italiana la questione dei preti sposati è il primo passo per trasformare l’esclusione in inclusione e la corruzione del silenzio in trasparenza evangelica.”

#ANSA, #NinaFabrizio, #SacerdotiSposati, #Vaticano2026,

Nina Fabrizio (ANSA) firma il caso: Digiuno di preti sposati scuote l’informazione religiosa

Il Riconoscimento della “Vaticanista” (24° Giorno)

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Titolo: Nina Fabrizio (ANSA) Firma il Caso: Il Digiuno di Don Giuseppe scuote le Mura Vaticane

Il 24° giorno segna l’ingresso ufficiale della nostra battaglia nelle stanze che contano. L’articolo firmato da Nina Fabrizio per l’ANSA non si limita a riportare un fatto, ma inquadra lo sciopero della fame di Don Giuseppe Serrone come un segnale inequivocabile dello Stato Di Necessità della Chiesa italiana.

I punti chiave del pezzo dell’ANSA:

  1. L’Urgenza del Ministero: La vaticanista mette in luce la richiesta centrale: “La Chiesa ci faccia almeno celebrare la Messa”. Non si tratta di una rivendicazione sindacale, ma del desiderio di servire le comunità (5.000 sacerdoti pronti in Italia) che restano senza Eucaristia.

  2. Il Peso del Digiuno: Viene sottolineato il cammino dei 40 giorni, evidenziando la determinazione del leader del Movimento. Citare la scadenza del 6 maggio pone un timer pubblico davanti agli occhi delle gerarchie.

  3. La Forza dei Numeri: L’ANSA certifica la portata del fenomeno: cinquemila sacerdoti sono una risorsa immensa che la burocrazia sta tenendo “in panchina” nonostante il deserto vocazionale.

Sacerdoti sposati: il digiuno per tornare al ministero

una ciotola di riso accanto a un ramoscello d'ulivo. Digiuno per riammissione preti sposati al ministero

in “Agenzia Ansa”: link https://www.ansa.it/vaticano/notizie/2026/04/19/ansail-leader-del-movimento-sacerdoti-sposati-in-sciopero-della-fame_ccd69d46-57a3-4878-a440-3f13e130e068.html

in “Il Fatto Nisseno”: link https://www.ilfattonisseno.it/2026/04/il-leader-del-movimento-sacerdoti-sposati-in-sciopero-della-fame-da-23-giorni-la-chiesa-ci-faccia-almeno-celebrare-la-messa-in-italia-sono-circa-5mila/

Il ventitreesimo giorno di un digiuno che mette a rischio la salute fisica segna una svolta nel confronto tra il Movimento internazionale sacerdoti sposati e la gerarchia cattolica. Giuseppe Serrone, figura centrale della protesta, sta portando avanti una testimonianza di non violenza per ottenere il riconoscimento del ministero attivo per circa 5mila presbiteri in Italia che hanno scelto di formare una famiglia dopo aver ottenuto le necessarie dispense canoniche.
La sfida del canone 1752 tra necessità pastorale e tradizione
Al centro della controversia si trova una questione di diritto e di gestione delle anime nelle comunità più periferiche. Giuseppe Serrone ha scelto la via del digiuno, ispirandosi ai metodi di Mahatma Gandhi, con l’obiettivo di raggiungere il cuore di Papa Leone XIV attraverso un’offerta quotidiana di riso. La motivazione dietro questo gesto estremo risiede nell’applicazione del canone 1752, una norma che permetterebbe la riammissione al ministero laddove la mancanza di clero metta a rischio la salvezza delle anime. Il leader del movimento non contesta il celibato in sé, ma punta alla possibilità per quei sacerdoti che hanno già contratto matrimonio religioso — e che quindi godono di una regolare dispensa — di tornare a esercitare i propri oneri pastorali, come la celebrazione della messa e la cura dei fedeli.
Questa richiesta tocca un nervo scoperto della struttura ecclesiastica. Nonostante i dialoghi passati che avevano figure come il brasiliano Claudio Hummes o l’ex arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, avvicinarsi a temi di apertura, la linea ufficiale adottata da Papa Francesco è rimasta quella di preservare la forma celibataria, tipica del rito latino. Sebbene esistano eccezioni storiche nei riti orientali o per i sacerdoti ex anglicani che sono entrati nella Chiesa cattolica grazie alla Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus promossa da Benedetto XVI, la maggior parte dei presbiteri della tradizione latina resta legata a questa pratica millenaria.

L’impatto della carenza di vocazioni sul tessuto sociale e religioso
Il numero di presbiteri che si trovano in questa condizione di stallo è significativo: in Italia si stima che siano circa 5mila gli uomini che, pur avendo mantenuto il loro impegno, non possono svolgere il ministero attivo. Questa situazione alimenta una riflessione sulla gestione delle risorse umane all’interno della Chiesa, specialmente in contesti dove la presenza di un sacerdote è fondamentale per la vita della comunità. Il Movimento cerca di far valere la propria posizione sottolineando che la priorità non è scardinare le tradizioni, ma rispondere alla fame di eucaristia che molti fedeli manifestano.
Il dibattito internazionale trova un punto di riferimento nel caso del vescovo belga Johan Bonny, il quale ha espresso l’intenzione di procedere con l’ordinazione di viri probati, ovvero sacerdoti uomini sposati, entro il 2028. Tale iniziativa, sebbene possa comportare rischi di sanzioni canoniche e non goda del sostegno di Roma, evidenzia come la crisi delle vocazioni stia spingendo diverse realtà a cercare soluzioni pragmatiche per evitare l’abbandono pastorale delle parrocchie. La tensione tra il desiderio di servizio di chi ha già una famiglia e le regole vigenti della Chiesa cattolica rappresenta dunque un nodo cruciale per lo sviluppo delle comunità locali.

Analisi: un conflitto tra normativa e realtà vissuta
L’analisi della protesta guidata da Giuseppe Serrone rivela una frattura profonda tra la teoria del diritto canonico e la prassi delle vite vissute. Da un lato, esiste una struttura normativa che permette il matrimonio tramite dispensa; dall’altro, emerge una barriera burocratica e tradizionale che impedisce a chi ha già superato quel passaggio di tornare a servire la comunità in modo attivo.
La richiesta di riammissione al ministero pastorale non appare come una ribellione dogmatica, ma come una necessità logistica e spirituale per gestire la carenza di personale sacro. Il fatto che il movimento si definisca come una voce vive in un mondo sommerso suggerisce che la questione non riguarda solo pochi individui isolati, ma una categoria di persone che possiede competenze e volontà, ma che viene esclusa dai centri decisionali. Se si considera la pressione esercitata dal caso del vescovo Bonny in Belgio, diventa chiaro che la gestione della carenza di sacerdoti è un problema globale che mette alla prova la capacità di adattamento della Chiesa. La sfida per il pontificato sarà quella di bilanciare il rispetto per le tradizioni millenarie del rito latino
con la necessità pragmatica di garantire la presenza sacramentale nelle zone dove il clero scarseggia.

Scenari futuri e sviluppi della protesta
Il percorso di Giuseppe Serrone non è ancora giunto al termine, poiché il digiuno programmato è previsto per durare complessivamente 40 giorni. Il raggiungimento del ventitreesimo giorno indica una determinazione che punta a mantenere alta l’attenzione su un tema che la gerarchia ha finora preferito non affrontare direttamente. Resta aperto il quesito su quale sarà la risposta di Papa Leone XIV di fronte a una proposta che utilizza la non violenza come strumento di pressione teologica. Nelle prossime settimane, l’attenzione si sposterà sulla tenuta del movimento e sulla capacità di coinvolgere altri presbiteri che vivono la stessa condizione di impossibilità di ministero attivo. La questione dei 5mila sacerdoti in Italia potrebbe trasformarsi da una protesta individuale in un dibattito strutturato sulle modalità con cui la Chiesa gestirà la transizione verso nuove forme di assistenza pastorale, qualora la crisi delle vocazioni dovesse intensificarsi ulteriormente.

Fonte: Sacerdoti sposati: il digiuno di Serrone per tornare al ministero – AmeVe Blog

ANSA / Il leader del Movimento sacerdoti sposati in sciopero della fame

in >>>ANSA/Il leader del Movimento sacerdoti sposati in sciopero della fame – Vaticano News – Ansa.it

Da 23 giorni, ‘La Chiesa ci faccia almeno celebrare la messa’. In Italia sono circa 5mila

ROMA, 19 aprile 2026, 18:53

Redazione ANSA

di Nina Fabrizio Ansa

“Siamo al giorno 23 del digiuno di don Giuseppe Serrone, un uomo che sta mettendo a rischio la propria salute per ricordare a tutti che la Chiesa ha uno strumento legale, il canone 1752, che impone la riammissione dei sacerdoti sposati laddove la ‘salvezza delle anime’ sia in pericolo per mancanza di clero”.
Il conto del digiuno di protesta di Giuseppe Serrone, da anni leader del Movimento internazionale sacerdoti sposati, lo tiene il sito web “Informazione libera”, che da giorni pubblica articoli e notizie relative al mondo ‘sommerso’ e un po’ nascosto dei presbiteri che hanno abbandonato la veste sacerdotale per sposarsi e formare una famiglia.

Molti di loro però, (nel complesso circa 5mila in Italia) pur se secondo le leggi canoniche in vigore dopo il matrimonio che può essere celebrato in seguito all’ottenimento di una specifica “dispensa”, non possono più svolgere il ministero “attivo” con la celebrazione cioè della messa, la somministrazione dei sacramenti, la cura pastorale e tutti gli altri oneri e onori del presbiterato, non intendono gettare del tutto l’abito sacerdotale alle ortiche e cercano vie di ricomposizione con la Chiesa, anche se finora senza successo.

“Non siamo soli”, dicono serrando le fila attorno alla protesta di Serrone e citano il recente caso del vescovo belga Johan Bonny, che ha scosso la Chiesa europea annunciando l’intenzione di ordinare sacerdoti uomini sposati (“viri probati”) entro il 2028 per contrastare la carenza di vocazioni, nonostante la mancanza di sostegno da Roma e il rischio di sanzioni canoniche. Per cercare di attirare l’attenzione di Leone, Pontefice che finora non ha menzionato la questione del celibato, non un dogma ma una tradizione rispettata da tutti i Papi moderni, Serrone sta portando avanti un digiuno di 40 giorni, “atto di amore e testimonianza non violenta per la Chiesa” con l’obiettivo di una “riammissione al ministero pastorale attivo per i sacerdoti sposati” per rispondere “alla fame di eucaristia nel mondo”. Il movimento spiega anche di ispirarsi alla non-violenza del Mahatma Gandhi e alla profondità teologica di Raimon Panikkar osservando quindi un metodo “mite ma fermo: un’offerta quotidiana di riso per sensibilizzare il cuore di Papa Leone XIV”.
Papa Francesco pur avendo ispirato un dibattito sul tema del celibato e andando inizialmente incontro alle istanze di questo mondo che ha trovato dei referenti anche in cardinali stimati come il brasiliano Claudio Hummes (ora scomparso) e lo stesso ex arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, lo aveva poi chiuso lui stesso spiegando a più riprese di preferire la forma celibataria anche se nella stessa Chiesa cattolica esistono riti diversi da quello latino, come alcuni riti orientali che ammettono le nozze. Nella Chiesa cattolica sono ricompresi poi anche i sacerdoti ex anglicani sposati che grazie alla Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus” di Benedetto XVI, sono passati al cattolicesimo. Per i sacerdoti di rito latino, la maggior parte nella Chiesa cattolica, sia dell’ordine secolare sia degli ordini religiosi, il celibato è però una tradizione millenaria finora intoccata. Il Movimento Preti sposati prova a fare leva sulla “crisi delle vocazioni che interessa tutta la Chiesa”: “la priorità – spiega – non è la contestazione del celibato, ma la riammissione al ministero attivo di quei sacerdoti che, avendo ottenuto la regolare dispensa e contratto matrimonio religioso, desiderano rimettersi a servizio del Popolo di Dio”.

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ULTIM’ORA: PRIMA BRECCIA NEL SILENZIO MEDIATICO!

ULTIM’ORA: PRIMA BRECCIA NEL SILENZIO MEDIATICO!

Mentre i grandi media tacciono, ‘Il Fatto Nisseno’ pubblica la notizia: Don Giuseppe Serrone, leader del Movimento Sacerdoti Sposati, è al 23° giorno di digiuno.

👉 “La Chiesa ci faccia almeno celebrare la messa”. Una richiesta semplice, legale (Canone 1752) e necessaria per 5.000 comunità in Italia.

Grazie a chi ha il coraggio di fare informazione davvero libera. Ora condividiamo tutti l’articolo del Fatto Nisseno per far vedere alle agenzie nazionali che il popolo vuole sapere!

🔗 LINK ARTICOLO IL FATTO NISSENO: https://www.ilfattonisseno.it/2026/04/il-leader-del-movimento-sacerdoti-sposati-in-sciopero-della-fame-da-23-giorni-la-chiesa-ci-faccia-almeno-celebrare-la-messa-in-italia-sono-circa-5mila/

Titolo: Il Silenzio è Finito: La Forza del Digiuno abbatte le Mura dell’Indifferenza

Questo post di “Ultim’ora” non è solo un aggiornamento, è un manifesto di resistenza premiata. La Redazione sottolinea come il cammino silenzioso iniziato nel nascondimento delle valli alpine, sia diventato un caso nazionale che l’ANSA e il Fatto Nisseno non hanno potuto ignorare.

I Pilastri della Breccia:

  • La Vittoria della Costanza: Dopo 23 giorni di “deserto digitale” e teologico, la notizia è esplosa. La breccia dimostra che la Verità, se sostenuta dal sacrificio della carne (il digiuno), trova sempre una strada.

  • Dalla Periferia al Centro: Il post evidenzia come il grido dei preti sposati non sia più un “bisbiglio di sagrestia”, ma un tema di dibattito pubblico. La “Prima Breccia” è l’inizio della fase di Riconoscimento.

  • Il Ruolo del Canone 1752: La Redazione ribadisce che questa apertura mediatica deve servire a uno scopo preciso: l’applicazione della legge suprema della Chiesa, la salvezza delle anime, che passa per il ritorno al ministero dei 5.000 sacerdoti pronti al servizio

  • Il post della mattina, Ultim’ora: Prima breccia nel silenzio mediatico, è il grido di vittoria del 24° Giorno. È il momento in cui la Redazione di Informazione Libera smette di essere solo “cronista” e diventa testimone di un evento storico: la caduta del muro di gomma.

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