L’accusa di ‘incapacità affettiva’: la risposta del Movimento sacerdoti sposati a ‘Silere non possumus’

Tra presbiterio e legami familiari: perché l’amore non è mai un’apoptosi della vocazione

Un recente e durissimo articolo editoriale pubblicato dal portale Silere non possumus, intitolato “Il presbiterio e l’apoptosi necessaria”, ha lanciato un attacco frontale – seppur mediato da un linguaggio teologico e clinico – contro l’intera categoria dei sacerdoti che scelgono la via del matrimonio. Nel testo si giunge a definire la scelta del matrimonio da parte di un presbitero come il sintomo di una presunta “incapacità affettiva e relazionale”, accusando chi lascia il celibato obbligatorio di non saper vivere la dimensione comunitaria del presbiterio e di cercare nella famiglia un rifugio privatistico e immaturo.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, queste affermazioni non solo offendono la dignità di centinaia di sacerdoti e delle loro famiglie, ma rivelano una visione distorta, clericale e profondamente antievangelica del ministero e degli affetti umani.

1. Il paradosso di un’accusa: la famiglia come scuola di relazioni

Definire il matrimonio e la paternità come prove di “incapacità relazionale” è un paradosso logico e umano. La vita familiare è, per eccellenza, il luogo in cui l’egoismo si scontra quotidianamente con la realtà dell’altro. Curare un legame coniugale, crescere dei figli, affrontare le fatiche economiche ed educative della quotidianità richiede una maturità affettiva, una pazienza e una capacità di mediazione immense. Liquidare tutto questo come una “fuga” o un’immaturità significa non conoscere la realtà del matrimonio, o peggio, idealizzare un isolamento celibatario che troppo spesso si trasforma in vera solitudine o in comoda autoreferenzialità.

2. Presbiterio o casta? L’errore dell’autoisolamento

L’articolo di Silere non possumus evoca l’idea di un presbiterio che deve vivere una sorta di “apoptosi” (un termine biologico che indica la morte cellulare programmata) per isolarsi dal mondo e darsi interamente alla struttura. Ma la Chiesa non è una caserma e il presbiterio non può diventare una casta chiusa e separata dalla vita della gente. Come hanno dimostrato le storiche parole del Cardinale Grech in Libano sulle mogli dei preti, o i recenti convegni romani sulle vocazioni, il ministero sacro fiorisce quando è inserito nelle relazioni reali del Popolo di Dio. La famiglia del sacerdote non distrugge il presbiterio, ma lo arricchisce, portando dentro la pastorale l’odore della vita vissuta e curando le piaghe del clericalismo.

3. La nostra risposta: liberi di amare e di servire

Noi non rispondiamo agli attacchi ideologici con il rancore, ma con la verità della nostra testimonianza. I sacerdoti sposati non hanno “fallito” una vocazione: hanno risposto a un duplice disegno di grazia, scoprendo che l’amore per una moglie e per dei figli non diminuisce la sete di Dio e del Vangelo, ma la rende più umana, più comprensiva e più vicina alle fatiche delle persone che frequentano le nostre parrocchie. Continueremo a chiedere con fermezza la riammissione al servizio d’altare, non per ambizione o per “incapacità”, ma perché le comunità rimaste senza pastori hanno bisogno di guide mature, capaci di amare e di spezzare il Pane della vita senza dover nascondere la propria umanità.

Tag: Silere non possumus, Presbiterio e celibato, Attacchi ai preti sposati, Maturità affettiva, Sacerdoti Sposati, Movimento Sacerdoti Sposati, Preti Sposati, Clericalismo, Teologia del matrimonio, Riforma della Chiesa, Polemiche ecclesiali, Pastorale integrata, Vocazione sacerdotale

Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

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