
L’ultima indagine sistematica sul benessere dei sacerdoti italiani risale a più di vent’anni fa, riguarda una sola diocesi, Padova, ed è stata realizzata senza finanziamenti. A Pompei, davanti a settecento preti, monsignor Erio Castellucci ha parlato di crisi, amicizia e fraternità, senza affrontare esplicitamente la salute mentale. Le ricerche condotte all’estero, invece, indicano con insistenza un elemento spesso sottovalutato: la qualità del rapporto tra il sacerdote e chi ha la responsabilità di guidarlo.
Quando ci domandiamo come stanno i preti italiani, dobbiamo anzitutto fare i conti con un’assenza: mancano i dati. L’ultima ricerca di una certa consistenza risale al 2005. Don Giorgio Ronzoni, insieme a Paolo Barzon e al sociologo Marcantonio Caltabiano, coinvolse il clero della diocesi di Padova, che allora contava 806 sacerdoti. Dalle risposte emersero due gruppi della stessa consistenza, 124 preti ciascuno. Nel primo prevaleva una valutazione positiva della propria condizione; nel secondo c’erano sacerdoti che si sentivano «bruciati», con livelli elevati di depressione, scarso coinvolgimento e una ridotta realizzazione personale. Le fasce d’età più esposte erano quelle all’inizio e alla fine della vita sacerdotale: i preti sotto i trent’anni e quelli sopra i settanta.