Alexandria Ocasio-Cortez: «Voglio cambiare l’America a partire da sanità, salari e diritti dei lavoratori»

Un'immagine in primo piano di Alexandria Ocasio-Cortez

Avvenire

Alexandria Ocasio-Cortez aveva 28 anni quando sconfisse alle primarie uno dei politici più potenti del partito democratico e conquistò un seggio alla Camera Usa. Otto anni dopo, Aoc, come la chiamano tutti negli Stati Uniti, è una delle figure più riconoscibili della sinistra americana, erede politica di Bernie Sanders e possibile candidata alla Casa Bianca nel 2028. In una conversazione con Avvenire, Ocasio-Cortez, che si definisce cattolica ma ha una chiara posizione abortista, ha parlato della continua perdita di dignità dei meno fortunati negli Usa, della sua fede, del proprio futuro politico e di quello di un partito democratico attraversato da una nuova spinta a sinistra.

Lei fa parte di una corrente progressista del partito democratico che sembra affermarsi negli Stati Uniti ma è vista con timore dallo stesso partito. Pensa che questa sinistra possa vincere alle elezioni di novembre?
Quando fui eletta nel 2018 ero una cameriera a New York. Non avevo un’assicurazione sanitaria e non riuscivo a pagare l’affitto, ma vedevo un partito democratico che difendeva gli interessi identitari di alcuni gruppi e le élite, mentre diceva ai lavoratori che tutto andava bene quando non era così. Dopo la mia elezione partecipai a una riunione a porte chiuse con esponenti molto importanti del partito. Avevo appena sconfitto un deputato democratico che era al Congresso da vent’anni, ma sentii liquidare come eccessive le proposte sulle quali avevo fatto campagna: 15 dollari l’ora di salario minimo, università pubblica gratuita, estensione dell’assicurazione sanitaria. Erano considerate troppo radicali. Questo riassume il senso di tradimento che tanti lavoratori americani hanno provato. Da allora abbiamo fatto molta strada, ma ne resta molta da fare. Per la prima volta stiamo assistendo all’ascesa di candidati progressisti, come Abdul El-Sayed in Michigan e Zohran Mamdani a New York, capaci di sconfiggere candidati sostenuti da enormi quantità di denaro. Credo che stia crescendo nel Paese la consapevolezza che, se vogliamo avere successo, dobbiamo costruire una politica centrata sulla classe lavoratrice. Il partito non dovrebbe temere questa energia o trattarla come qualcosa da contenere.
Si candiderà alla presidenza nel 2028?

Lo sto valutando. Ogni elemento della decisione è sul tavolo, ma penso anche a quello che significherebbe concretamente. Se mi candidassi nel 2028 e non vincessi, avrei finito: non sarei più alla Camera. Significa che deve valerne la pena, perché la mia più grande ambizione è cambiare questo Paese attraverso un sistema sanitario universale, salari dignitosi, diritti dei lavoratori e delle donne.
Si sente svantaggiata in quanto donna, latina, giovane, in un Paese che non ha mai eletto una donna presidente?
Quando una candidata solleva la questione della razza o del genere viene immediatamente interpretata come una scusa. Eppure è innegabile che il modo in cui vengono discusse, avvicinate e raccontate le donne in politica non è lo stesso che per gli uomini. Si veda il modo in sono state trattate Hillary Clinton e Kamala Harris. Questo Paese non ha mai eletto una presidente donna e prima o poi lo farà. Ma non si può negare che il sesso abbia un peso.

Quale dovrebbe essere la proposta dei democratici agli americani nell’era Trump?
Il pendolo politico tende a punire il partito percepito come quello che ha tradito i lavoratori. In questo momento quel partito è quello repubblicano al governo. Ma i democratici non possono limitarsi ad aspettare che gli elettori se ne accorgano. Deve costruire una politica attorno alle famiglie che lavorano, perché è necessaria non soltanto per vincere, ma anche per contrastare l’autoritarismo. Quando aumenta la disuguaglianza economica, l’autoritarismo offre sempre un capro espiatorio da incolpare, in questo caso gli immigrati. La risposta deve essere dare alle persone sicurezza materiale e potere. Per questo credo che non dobbiamo aspettare un futuro presidente per introdurre una tassa sulla ricchezza: dovremmo farlo rapidamente in Congresso. Bisogna investire nelle comunità che sono state lasciate indietro.
Lei parla spesso della sua fede. Che ruolo ha nel modo in cui concepisce la politica?

Come cristiana e cattolica non sopporto che Dio e le Scritture vengano distorti per giustificare il fatto che la gente soffra la fame e la povertà. Per me la fede significa qualcosa di molto diverso. Nella dottrina cattolica c’è l’idea che dobbiamo prenderci cura degli ultimi tra noi: di chi ha fame e sete, di chi non ha una casa, dei malati e dei carcerati. E dei bambini, che non sono il futuro, ma il presente. La fede ci pone anche domande difficili sulla giustizia e sul perdono. Penso, per esempio, a mio cugino Marc. Marc era finito nel sistema carcerario, come molti uomini della mia famiglia travolti dalla povertà e dalla mancanza di opportunità negli anni dell’incarcerazione di massa. Oggi è un lavoratore sindacalizzato, sposato e padre di tre figli. Esperienze come questa mi hanno insegnato che la misericordia non è separata dalla politica.
Come riesce a conciliare, se possibile, la sua fede cattolica con la sua posizione pro-aborto?
Non considero la questione dell’aborto semplicemente come una questione di diritti riproduttivi. La vedo attraverso la lente più ampia della giustizia riproduttiva. Quando una donna rimane incinta, che sia una gravidanza pianificata o meno, la discussione non si limita mai solo alla possibilità o meno per la donna di abortire. Emergono questioni legate alla giustizia sociale: i diritti dei lavoratori, la protezione dalla violenza coniugale e dagli abusi, lo status di immigrazione, un ambiente pulito e sicuro e l’accesso a un’istruzione, a un’assistenza sanitaria e a un’assistenza all’infanzia adeguate. Come cattolica vorrei andare oltre il dibattito binario tra pro-scelta e pro-vita e discutere anche del diritto di crescere i bambini in ambienti sicuri e sani. Mi conto tra quel 56% di cattolici statunitensi che credono che l’aborto dovrebbe essere legale e raro, come una questione di giustizia sociale.

Lei si è opposta con forza alla politica sull’immigrazione dell’Amministrazione Trump e ha chiesto l’abolizione dell’Ice. La considera una questione morale?
Faccio fatica a capire come una famiglia americana possa beneficiare dal rastrellamento di persone innocenti o da uno Stato di sorveglianza di massa. Posso invece dirle che ne pagheremo il prezzo. Lo pagheremo economicamente, perché il nostro sistema sanitario rischia di crollare senza gli immigrati, così come quello alimentare e dell’edilizia. L’immigrazione è stata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti sono riusciti ad attraversare economicamente la pandemia meglio di altri Paesi. Poi c’è la questione umana. Quale sarà il prezzo da pagare, come esseri umani e come società, se oggi guardiamo dall’altra parte mentre donne, bambini, persone innocenti, giovani vengono portati via per strada, messi dentro un furgone e fatti sparire? C’è un costo per la nostra anima. In politica può sembrare un discorso ingenuo o retorico. Non credo che lo sia.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

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