Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: L’età dei doveri – Costituzione e solidarietà (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro – lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 – che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza – che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica – non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri.
La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri «ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco». La finalità del libro – che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana – è altrettanto esplicita: «Ridare luce all’occhio dei doveri» per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà.
Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E – per dirla con Violante – il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale.
Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché – scrive l’autrice con un’efficace immagine – i diritti non sono «appesi al cielo come stelle da collezionare» ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è «un punto su un foglio bianco» ma «un nodo da cui si dipartono fili» che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere «è sempre venuto prima del diritto», perché «il padre viene prima del figlio». Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché «se tutto è diritto, allora niente è diritto» e, di fronte a questa bulimia – ci ricorda Tripodina – la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale.
La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione – dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà – è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che – ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 – è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: «Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti»).
Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma – parole di Calamandrei – che i diritti di libertà non sono più «il recinto di filo spinato» entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma «la porta che gli consente di uscire dal suo giardino». È la libertà che si completa nella solidarietà.
La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui – denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona – l’ideologia consumista diventa «il nuovo cemento di una società atomizzata», i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama «inviolabilità senza solidarietà». Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono – per definizione – suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza.
Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una «babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili». È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava «la bassa marea della politica». Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra «dittatura della maggioranza» e «governo dei giudici» – suggerisce l’autrice – dobbiamo perseguire un modello democratico «collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti». E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come «l’istituzione repubblicana più importante»: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, «non è una nostalgia ma un’urgenza nuova» che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

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