
Avvenire
Le cronache dall’alta quota in estate disegnano una traccia che si può seguire registrando vari livelli di indignazione o quantomeno di inquietudine. Il cambiamento climatico è un assillo perpetuo, e se non è la neve che manca già a luglio sul Cervino, rendendo meno sicura l’ascesa, sono le frane come quella enorme che si è distaccata ieri a quota 3.900 metri dalla parete sud. Ma lo stato della montagna è sempre di più un tema di relazione disarmonica con gli umani. Non bastano i progetti di nuovi mega comprensori sciistici, i bivacchi vandalizzati, i furti dei libri di vetta, i soliti escursionisti in sneakers o infradito, i cani non al guinzaglio (argomento scivolosissimo), o i villeggianti che in un comune della bergamasca si sono lamentati per i campanacci delle mucche al pascolo. Quest’anno si è parlato molto anche del problema degli “ometti” di troppo, ovvero i cumuli di pietre che tanti hanno cominciato a erigere come segno del proprio passaggio, a beneficio di Instagram o altri social. E non è questione da poco.
Va detto che gli esseri umani le pietre le accatastano da sempre, si può risalire al Neolitico, e ovunque nel mondo, soprattutto come segnale di orientamento, utili al viaggio o alla caccia, alla delimitazione di confini, ma anche per ragioni rituali, far memoria di sepolture, onorare una sacralità. Il termine inglese è cairn, dal gaelico carn. In Canada e Groenlandia, dove la desolazione della tundra e dei ghiacci esige punti di riferimento, gli Inuit li chiamano inukshuk. In Mongolia si parla di ovoo, ma sono più luoghi di culto sciamanico che bussole. Chi vuole vedere decine di ometti vicino a noi può salire sull’altopiano dell’Hohe Reisch, a oltre duemila metri, in Alto Adige, e ammirare insieme al panorama a trecentosessanta gradi sulle Dolomiti anche i più di cento Stoanerne Mandln, immaginando danze medievali di streghe e celebrazioni diaboliche varie.
Ma gli ometti di cui si discute oggi qui sono i semplici segnavia di sassi sovrapposti ad arte che si trovano quando il sentiero tra i monti scompare, i bolli di vernice non ci sono, e si deve procedere a vista attraverso ghiaioni, pietraie, prati, valli, altipiani. Utili soprattutto ai pastori di un tempo, oggi servono a guidare più che altro gli escursionisti, a condizione che siano pochi, gli ometti, e collocati alla giusta distanza l’uno dall’altro. Il dramma è la loro proliferazione, figlia dell’iperturismo alpino e del bisogno che tanti manifestano di lasciare sempre tracce di sé. A porre la questione è stato il Cai Alto Adige, che ha equiparato la proliferazione delle pile di pietre all’usanza del lancio di una monetina nella fontana di Trevi. Con la differenza che, rispetto ai cairn eretti a caso, i coins non fanno perdere la strada a nessuno, in caso di nebbia, e nemmeno alterano fragili equilibri naturali.
Infatti, non è soltanto un fatto di sicurezza, con le rocce che se male impilate possono cadere e far male a chi sale, né di orientamento, o estetica della montagna, ambiente già bello in sé quando è selvaggio, cioè senza illuminazioni notturne o maxi-panchine. I sassi in alta quota danno riparo a invertebrati, piccoli organismi, rettili, anfibi, proteggono il suolo dall’erosione, ne mantengono l’umidità. C’è un equilibrio fragile, insomma, una biosfera da tutelare. Ovvio che la montagna sperimenti ben altre azioni impattanti, ma la questione non è se uno o due hikers di passaggio costruiscono un ometto, anche solo per gioco o per piacere, ma se lo fanno tutti. E’ per questo che da tempo, un po’ in tutto il mondo, dai funzionari dei parchi nazionali statunitensi, canadesi, francesi, alla rivista scientifica Human-Wildlife Interactions, che in un articolo ospitato nel 2020 ha definito le “pietre fotogeniche” una minaccia emergente, all’organizzazione Leave No Trace, cui si devono i 7 principi per le attività all’aria aperta, si levano spesso appelli per sensibilizzare gli escursionisti.
La nemesi viaggia anche su Instagram. Accanto al proliferare di hashtag tipo #cairn, #stonecairn o proprio #omettidipietra, si trovano personaggi come l’inglese Stuart Cox, che quando incontra ometti improvvisati nel Peak District del Derbyshire, li distrugge a vigorose pedate. Lo ha fatto di recente anche l’influencer noto come “Un italiano in Islanda”, come si vede in un video tra i tanti post dal paese dei geyser, a testimonianza della globalità del dibattito. Il rischio, come si intuisce, è cadere nell’eccesso opposto, pur senza scomodare l’integralismo trascendentalista di un poeta della natura come John Muir, il padre dei parchi nazionali, che in nome della wilderness incontaminata nello Yosemite non avrebbe fatto passare né le mandrie di bestiame né tantomeno i nativi Miwok. Per questo, allora, è necessario risalire alla fonte.
Ad aiutare nel discernimento è la bibbia degli ometti, Cairns: Messengers in Stone, un saggio uscito nel 2012 a cura di David B. Williams, geologo ed esperto di storia naturale, che insegna a vedere nei cumuli di pietra qualcosa di simile a un messaggio lanciato nello spazio, un “ponte tra generazioni” cui può essere attribuita una dimensione simbolica e comunitaria: una pietra posata sopra un’altra, in sostanza, dice a un viandante del futuro che di qui è passato un essere umano, qui c’è qualcosa da sapere, e soprattutto che “questa direzione conta”. Eccolo, il concetto di fondo: l’ometto tradizionale, eretto con competenza e sapienza, nasce da un bisogno condiviso; quello moderno è solamente un’esigenza individuale di espressione. La differenza, cioè, tra la monetina nella fontana, o il graffito urbano, o l’incisione sul monumento per far sapere che “Max was here”, e il cartello che indica la direzione per chi viaggia veramente. L’io contrapposto al tu e al noi.
Se c’è una moda degli ometti individuali in montagna, va detto, è perché la montagna è diventata di moda. Si fa la coda per ammirare le cime come per entrare in un museo, ma anche per scalare l’Everest, si scatta il selfie davanti alla guardia a cavallo, ci si filma sulle montagne russe. E si fanno cumuli di pietre a caso, archetipo dell’overtourism in alta quota. La moltitudine umana non dovrebbe però spaventare: è la condizione di base per condividere valori, provare a educare. Ad esempio, al fatto che la montagna resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare ancora esperienza del silenzio, e ascoltarne la “sottile voce”, dove il tempo ha un altro ritmo, la natura non è solo uno sfondo, ma interlocutrice e opportunità di relazione, e dove ciò che serve è giusto l’essenziale. Ci sarà pure un motivo se nelle nostre fiabe, da Hansel e Gretel a Pollicino, quando vengono meno i sassolini seminati per ritrovare la via, si arrivi sempre da una strega o un orco cannibali. Lo sappiamo da secoli: importa sì dove si va, ma soprattutto conta il come. E poi si deve trovare la strada per tornare a casa.