I Pastori precedenti hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: dall’appoggio del Vaticano al regime fascista, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo. Oppure, più di recente, Giovanni Paolo II al balcone assieme ad Augusto Pinochet? Da lui, invece, la denuncia continua dei “potenti della terra”
Papa Leone XIV è il più politico dei Papi degli ultimi decenni proprio perché è “impolitico”.
Ogni pontefice, anche e soprattutto dopo aver perso il potere temporale su Roma – nel 1871 – è stato “politico”, in modi e forme diverse, cioè si è sempre posto come attore decisore nelle questioni internazionali e anche in quelle interne dei singoli Stati nazionali, a cominciare da quello italiano.
Nessuno, o pochi, come l’attuale, tuttavia, hanno colto, con nettezza filosofica radicale, il carattere più essenziale della politica, cioè la sua natura peccaminosa, quando non esplicitamente demoniaca – in senso ovviamente metaforico.
I Pastori precedenti, costretti dalla storia a prendere le parti di uno dei poteri secolari contro l’altro, hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: vogliamo ricordare l’appoggio del Vaticano al regime fascista, senza il quale Benito Mussolini non avrebbe mai retto, il sostegno alla guerra di Spagna, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo? Oppure, più di recente, vogliamo ricordare Giovanni Paolo II al balcone assieme all’assassinio seriale Augusto Pinochet?
Papa Leone invece, lo ripete a ogni momento: il potere è male, anche se può essere utilizzato a fin di bene, la sua natura corruttiva è profondamente radicata nella sua natura e funzione. Ancora da ultimo, ad Assisi qualche giorno fa, quando ha denunciato la vocazione dei “potenti della terra” a creare “nemici immaginari”, cioè inesistenti, solo per esercitare in maniera ancor più netta il loro potere e per sovrastare gli altri.
Sembra il ritratto di Donald Trump o di Vladimir Putin o di Benjamin Netanyahu ma la lista sarebbe assai lunga, a cominciare dal governo nazionalista di Roma, che quanto a nemici immaginari, ne costruisce a proprio uso e consumo almeno uno al giorno.
Si ritrova, in questa lucida enunciazione della natura satanica del potere, e di quello politico in particolare, la matrice agostiniana dell’attuale pontefice: proprio Agostino da Ippona, che fu anche uno dei grandi filosofi della politica, istituì la teoria delle due Città, quella terrestre e quella divina: la seconda abitata anche dal male perché il potere politico finisce inevitabilmente per macchiarvisi.
Da qui, in Leone XIV, l’insistenza sul cristianesimo come alternativo al potere, a ogni forma di potere, a cominciare da quello politico: non sono un vaticanista o uno storico della Chiesa, ma mi pare che pochi dei suoi predecessori abbiano, come invece Leone, insistito così tanto nell’usare questa parola, appunto quello di potere, e nel riflettervi.
E, rifacendosi al Pontefice, l’arcivescovo emerito di Tangeri, Santiago Agrelo Martinez, ha scritto sulla’”Avvenire”, all’indomani di Ceuta, parole che non ho letto su nessun altro quotidiano: “sul cammino dell’umanità, la differenza tra chi è salvato e chi è perduto è stabilito da ciascuno dei nostri rapporti con il potere …Quest’ultimo si opporrà sempre a Cristo, cercherà di uccidere e di rinchiuderlo nella tomba … Il mondo del potere è in perenne contrasto con il Vangelo”.
Se non fosse un po’ irriverente, si tratta di tesi che, nella storia del pensiero politico occidentale, sono state espresse con tale chiarezza solo dall’anarchismo. Che, tra anarchismo e cristianesimo tuttavia ci sia più di una parentela, non lo diciamo noi, ma grandi scrittori e pensatori cattolici, da Georges Bernanos a Emmanuel Mounier a Jacques Ellul.
Più che anarchico, però, l’attuale Papa è politico perché impolitico. Che cosa vuol dire? Diversi anni fa, il filosofo italiano Roberto Esposito coniò questo concetto – o meglio, gli diede valenza filosofica: l’impolitico, scrive Esposito nella seconda edizione delle Categoria dell’impolitico (Il Mulino, 1999), “non nega la politica come conflitto, la considera l’unica realtà e tutta la realtà. Aggiungendo, tuttavia, che essa è solo la realtà”. Una realtà finita, con dei limiti precisi, e invalicabili. “Di ciò – della propria finitezza costituiva – la politica non sempre è consapevole”. Anzi, essa “è costitutivamente portata a dimenticarla. L’impolitico non fa che ricordargliela. La riporta, cioè, nel cuore stesso del politico”. Il quale, “per produrre una qualsiasi politica…dovrebbe distaccarsene e riconoscersi in un’alterità rispetto a ciò che invece presuppone come l’unica dimensione . Da questo angolo di visuale … si può bene dire che l’impolitico coincida con la politica”.
Proprio come Leone che, nel suo essere impolitico – cioè nel riflettere sul lato demoniaco del potere – finisce per essere il più politico di tutti. Tanto che, se Esposito volesse proporre una nuova edizione nell’antologia dei filosofi impolitici da lui curata a suo tempo (Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, Bruno Mondadori, 1996), in cui svettavano pensatori cristiani come Karl Barth e Jan Patočka, e pensatrici cristiane come Simone Weil, forse la massima filosofa dell’impolitico, probabilmente oggi Esposito dovrebbe inserire anche Leone XIV.
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