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Di solito succede così. Muore un personaggio importante, un personaggio chiave, un personaggio notevole, basti pensare a Franco Baresi e a Francesco Guccini giusto per citare i due casi più recenti, e come ovvio che sia tutta la macchina dell’informazione si concentra su questa notizia di oggettivo rilievo.
E quindi ecco il racconto del personaggio, il suo profilo, le sue gesta, le sue svolte, i momenti chiave della sua carriera e della sua parabola umana, i suoi amori, i suoi odi, i suoi retroscena, i suoi segreti. Ed è giusto così, perché più il personaggio è notevole, in alcuni casi davvero notevole, più è profondo il desiderio, anzi, la necessità delle persone, degli estimatori e dei fan di essere informati su tutti gli aspetti di quell’esistenza talmente speciale da aver segnato un’epoca e, in tanti casi, anche la singola vita di una persona.
E fino a qui, tutto bene. Però, visto che gli uomini sono davvero degli esseri incredibili che non finiscono mai di stupire nei loro cortocircuiti mentali, la morte di un personaggio notevole innesca praticamente sempre un meccanismo psicanalitico talmente perverso, talmente assurdo e talmente grottesco da rendere spesso e volentieri le cronache dedicate alla morte del notevole personaggio di cui sopra degli esercizi di stile incredibilmente comici. Una roba da avanspettacolo.
Bene, provate a farci caso. Non c’è articolo o commento o editoriale dedicato alla morte del notevole personaggio – al Baresi del caso, al Guccini del caso per non parlare di quando c’è di mezzo qualche statista, qualche premio Nobel o qualche Papa – che non parta parlando del notevole personaggio appena deceduto, del quale si raccontano le capacità, le genialità, le creatività, ma anche le fragilità, dipanando la sua avventura umana lungo gli anni e i decenni con tutte le sue fasi di sviluppo, ma anche quelle di feconda contraddizione perché è proprio dalle contraddizioni che nascono i colpi di genio, le differenze dirimenti tra un puro talento e una persona come tante e bla bla bla che poi però, proseguendo nella narrazione e nella scrittura, non venga via via limato, ridotto, rimpicciolito e alla fine decisamente ridimensionato.
E la cosa più spassosa – uno spasso tragico, a dir la verità – è che più la figura del notevole personaggio di cui si dovrebbe parlare diventa marginale più viene sostituita dall’importante editorialista o commentatore o analista o testimone al quale era stato affidato il compito di ricordare il notevole personaggio appena deceduto e che invece si dimentica di parlare del notevole personaggio appena deceduto, ma non si dimentica affatto di parlare di sé, di se stesso, di se stesso medesimo. E di quanto lui, non il morto, ma il vivo, avesse consigliato al notevole personaggio quella cosa o di quanto sempre lui, il vivo, avesse influenzato il notevole personaggio su cosa fare e su cosa non fare e di quanto loro due, il vivo e il morto, avessero villeggiato assieme e folleggiato assieme e studiato e faticato e sbarcato il lunario agli inizi della carriera sempre assieme, anche se, diciamoci la verità, con il vivo sempre un po’ più moderno e geniale del morto. Che, in fondo in fondo, non era poi questo granché.
E via di questo passo, riga dopo riga, fotogramma dopo fotogramma, senza requie e soprattutto senza vergogna, fino a quando l’articolo celebrativo del povero personaggio appena deceduto si trasforma in una plateale e caricaturale e grottesca e circense autocelebrazione del notevole personaggio ancora vivente, che dovrebbe scrivere della vita del notevole personaggio appena deceduto e che invece scrive di sé e io e io e io e io, in un delirio pedantesco, narcisistico, masturbatorio, egolatrico ed egoriferito che ai lettori più smaliziati strappa ogni volta delle risate di indignazione e di compassione davvero irrefrenabili.
Non c’è niente da fare. È come una gara, come una corsa – nel caso del povero Francesco Guccini sono apparsi particolarmente comici gli interventi del tutto fuori registro di Adriano Celentano e soprattutto di Sigfrido Ranucci, che è riuscito nell’impresa napoleonica di collegare la vita, le opere e la morte di Guccini al vile attacco dei poteri forti a “Report” e al suo ruolo di inchiestista senza macchia e senza paura – come se tutto il mondo dello showbiz si trasformasse in un branco di sciacalli o di iene assatanate pronto ad avventarsi sul cadavere ancora caldo del Re Leone per strapparne ognuno il suo pezzo ed esibirlo ai restanti abitanti della savana.
«Io lo conoscevo bene» è il classico incipit che deve metterci subito in allarme: se si parte così, siamo fritti. «Vi racconto il mio Guccini segreto» è un altro indicatore di pericolo assoluto: mettete a letto i bambini. E non abbassiamo la guardia quando arriva il morboso e pericolosissimo «Tutto quello che non sapete del vero Guccini». Fino all’immancabile e davvero pestilenziale «Quella volta che ho visto Guccini piangere» e al distopico «Ecco il figlio segreto di Guccini», che potrebbe anche essere il figlio segreto di Lady Diana o di Umberto Eco o di Keyser Soze o di Claretta Petacci o di Padre Pio, fate voi, tanto uno vale l’altro.
E tutto il resto delle corbellerie con le quali noi del mondo dell’informazione riusciamo per l’ennesima volta a mettere in scena il nostro baraccone popolato da vanesi impenitenti che non hanno alcun rispetto nei confronti dei poveri lettori e dei poveri telespettatori che vorrebbero solo essere informati in maniera seria, corretta ed esaustiva su questo personaggio davvero notevole e che gli venissero messi a disposizione tutti gli elementi per potersi formare un giudizio autonomo. E che invece tutte le volte si devono sorbire le esibizioni felliniane di questo pagliaccesco sottobosco che deve far vedere a tutti che sulla faccia della terra esiste pure lui.
Ma rassegniamoci. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete (o un giornalista) a sparare cazzate.
d.minonzio@laprovincia.it
@Diego Minonzio