In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

Avvenire

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente di tutti: il doppio rispetto alla media globale. Non è solo un problema di minor benessere quotidiano, ma si tratta di una vera e propria emergenza sanitaria, che deve essere affrontata per salvaguardare la salute di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Se si sommano i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla mortalità attribuibile al caldo degli ultimi tre anni si arriva a ben oltre 160mila decessi, in larga parte evitabili con adeguate strategie preventive.

Per contrastare questa “epidemia da caldo” legata alle sempre più frequenti ondate di calore, che rappresentano oggi una delle maggiori minacce per la salute pubblica, l’Oms ha pubblicato nelle scorse settimane una nuova edizione delle “Linee guida per il piano d’azione contro il caldo per la salute” che aggiorna la precedente prima versione del 2008. Si tratta di un documento che ha lo scopo di fornire ai medici e ai professionisti della salute informazioni pratiche atte a proteggere i pazienti contro il caldo estremo, ma anche di dare precise indicazioni ai servizi sanitari e ai governi per attuare azioni concrete di contrasto al cambiamento climatico.
L’obiettivo finale è chiaro: zero morti da calore e adeguata capacità per evitare patologie causate dall’aumento della temperatura. Il caldo è infatti un’emergenza prevedibile e prevenibile. Per questo serve una strategia scaglionata a lungo termine ma che deve partire subito. Occorre chiamare in causa la sanità, i servizi sociali e la protezione civile, non potendo però prescindere dal coinvolgimento dell’urbanistica, delle amministrazioni locali e delle politiche nazionali e internazionali.
La guida dell’Oms è un manuale operativo per trasformare le evidenze scientifiche emerse in questi anni e le esperienze sperimentate negli ultimi due decenni in azioni e indicazioni che i governi e i servizi sanitari possano realmente attuare. Il documento puntualizza anzitutto le tre condizioni che, sommandosi, hanno dato origine alla difficile situazione attuale. In primis il cambiamento climatico, che aumenta la temperatura media e rende le ondate di calore più frequenti, intense e lunghe. Poi la crescente urbanizzazione, che rende i centri urbani “isole di calore” con temperature (soprattutto di notte) di parecchi gradi più alte rispetto agli ambienti rurali, più ricchi di vegetazione. Infine l’invecchiamento della popolazione, con il progressivo incremento delle persone di età superiore ai 65 anni, che per l’età e la concomitante presenza di patologie croniche rappresentano la fascia più fragile di fronte agli eventi più estremi.

Le indicazioni pratiche partono dall’identificazione dei gruppi a rischio, che richiedono interventi differenziati perché la vulnerabilità al caldo non è uguale per tutti ma nasce dall’interazione tra sensibilità fisiologica, esposizione ambientale e capacità (o impossibilità) di proteggersi. Gli anziani rappresentano la categoria più fragile, perché l’invecchiamento compromette la termoregolazione e la percezione della necessità di bere. Spesso poi sono anche portatori di patologie croniche (malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e neurologiche), che riducono l’adattamento allo stress termico. Inoltre sovente sono anche soggetti che vivono in isolamento sociale e/o in condizioni abitative inadeguate (non hanno adeguati sistemi di raffreddamento domestico), tutti ulteriori elementi di rischio. Infine le persone con mobilità limitata o affette da deficit cognitivi sono spesso incapaci di adottare autonomamente comportamenti protettivi o di riconoscere situazioni di pericolo. Anche neonati e bambini richiedono una particolare attenzione perché la loro termoregolazione è ancora immatura. Nelle donne in attesa i cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza riducono la tolleranza al calore, e quindi anche per questa categoria occorre una speciale attenzione.
Bere frequentemente a piccoli sorsi, tenere chiuse persiane e tapparelle nelle ore più calde, raffreddare il corpo con panni o docce sembrano indicazioni banali ma rappresentano consigli pratici fondamentali. Sul piano collettivo la sanità pubblica deve promuovere una rete di figure in grado di controllare le categorie più a rischio (soprattutto gli anziani) durante le ondate di calore per evitare il loro isolamento: caregiver, assistenti sociali, medici di famiglia, volontari. È fondamentale inoltre rendere accessibili per queste categorie spazi climatizzati (centri di raffrescamento), strutture a basso costo e rapidamente attivabili.
Anche i lavoratori all’aperto e gli sportivi sono categorie a rischio, perché esposti direttamente al calore ambientale associato allo stress metabolico dell’attività fisica. L’interruzione del lavoro nelle ore più calde della giornata e la sospensione delle attività sportive quando la temperatura è troppo elevata sono soluzioni indispensabili. Durante l’attività sportiva il caldo estremo, unito all’umidità e al grande sforzo fisico, determina un’ipertermia corporea (la temperatura del corpo arriva a 39° C) che conduce alla compromissione cardiovascolare e neurologica, origine dell’acuto calo fisico.

Al di là delle indicazioni operative per i professionisti della salute e dei suggerimenti forniti ai sistemi sanitari su come affrontare le patologie legate alle ondate di calore, la parte più significativa del documento è però il forte e deciso richiamo alle istituzioni pubbliche sugli interventi indispensabili per contrastare la crescente “epidemia da caldo”, destinata a modificare sempre di più la vita del pianeta, sino anche a poterla stravolgere.
La prevenzione si può e si deve attuare attraverso scelte politiche e operative consapevoli. Pur non negando l’evidenza del cambiamento climatico in atto, manca la consapevolezza che si stanno facendo sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica ma non per eliminare o attenuare i cambiamenti climatici già in atto. Finora l’Europa (e l’Italia in particolare) ha investito molto sulla transizione ma pochissimo sulle strategie per mitigare l’adattamento. Transizione energetica e adattamento climatico sono due cose differenti. La prima riguarda le azioni che riducono le emissioni di gas che alterano il clima, mentre il secondo è l’insieme delle azioni che modificano sistemi, infrastrutture e comportamenti per ridurre i danni prodotti da un clima già cambiato.
Occorre dunque affrontare l’emergenza climatica, identificando gli attori indispensabili per organizzare un adeguato sistema di allerta sanitaria e di comunicazione efficace. L’obiettivo è attuare strategie mirate per la salvaguardia della salute, monitorandone poi l’andamento per correggere nel tempo soglie e misure. Parallelamente è necessario ripensare gli spazi di vita, individuali e collettivi: realizzare abitazioni termoregolabili e flessibili con termostati domotici per una maggiore dispersione calorica quando necessaria e ambienti urbani (città) resilienti e termoassorbenti con più verde, meno cemento e minor asfalto. Un’ecologia integrale fa crescere la coscienza per una nuova “ecologia termica” in grado di affrontare globalmente i problemi legati ai cambiamenti climatici.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

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