
È un’altra estate difficile per gli anziani non autosufficienti, i loro familiari e chi se ne occupa professionalmente. Un universo fatto di quasi 4 milioni di soggetti fragili, attorno a cui ruotano altri 6 milioni di persone tra caregiver familiari, badanti e personale delle Rsa. Per tutti questi soggetti nel 2023 si era concretizzata finalmente la svolta con l’approvazione – all’unanimità – della legge delega 33 per la riforma dell’assistenza agli anziani. A tre anni di distanza, però, l’attuazione di quell’ambiziosa riforma stenta a diventare realtà, eccezion fatta per pochi provvedimenti che non hanno cambiato di molto la situazione delle persone che hanno necessità di essere assistite. Per questo, il Patto per la non autosufficienza – un cartello che riunisce oltre 60 associazioni professionali, sindacali, di famiglie e di malati – chiede oggi di dare una spinta decisiva a partire dalla prossima legge di Bilancio, con un impegno condiviso tra maggioranza e opposizioni, di poco più di 1 miliardo.
«Bastano pochi numeri per comprendere come l’urgenza di oggi è destinata a diventare vera e propria emergenza domani – spiegano Eleonora Vanni e Cristiano Gori, portavoci del Patto -. Già oggi, infatti, ci sono 270mila anziani in lista d’attesa per un ricovero nelle residenze sanitarie che hanno una capacità complessiva di 300mila posti. E nei prossimi 10 anni la popolazione degli ultra85enni è destinata ad aumentare del 30%». Non si può più attendere, dunque, per ridisegnare la struttura della nostra assistenza agli anziani. La proposta del Patto per la non autosufficienza è di avviare già dal 2027 almeno un primo significativo modulo della riforma, mirato su quattro aspetti fondamentali: la semplificazione delle procedure, l’assistenza domiciliare, l’assistenza residenziale e i trasferimenti monetari.
I quattro ambiti su cui agire
Il primo nodo è infatti quello dell’accesso alle misure. Oggi in molti casi occorrono cinque o sei valutazioni diverse per arrivare a certificare la non autosufficienza della persona anziana e attivare le tutele previste. L’idea, peraltro già contenuta nella legge delega, è quella di «introdurre un sistema unitario e integrato di valutazione, che con una o due visite al massimo dia accesso alle misure e accompagni le famiglie nelle procedure».
Il secondo campo d’intervento è invece quello fondamentale dell’assistenza domiciliare. Oggi è essenzialmente di carattere sanitario-infermieristico, è assicurata a poco più del 6% degli anziani non autosufficienti e consta mediamente di 16 ore d’intervento l’anno. La proposta del Patto, invece, prevede di «istituire un nuovo servizio pubblico specificamente dedicato alla non autosufficienza che integri interventi sanitari, sociosanitari e sociali, garantisca continuità assistenziale e interventi di sostegno e orientamento ai caregiver familiari e alle assistenti familiari». Qui c’è il vero cuore della riforma immaginata con la legge delega. Il fine, condiviso da tutto il mondo associativo e dalle stesse forze politiche, infatti, è che vada sostenuta al massimo, in maniera sussidiaria, la permanenza dell’anziano non autosufficiente in casa e in famiglia fintanto che le sue condizioni fisiche e cognitive lo permettono. Una scelta che, da un lato, salvaguarda meglio le relazioni sociali dell’anziano stesso e, dall’altro, garantisce una minore pressione sulle strutture pubbliche e sulle casse dello Stato, grazie ai mancati ricoveri. Tutto però non può essere lasciato solo sulle spalle dei caregiver familiari o sul sistema – oggi piuttosto opaco – del badantato. Ma sostenuto economicamente e professionalmente, appunto con una maggiore e migliore assistenza a domicilio.
Non sempre e non fino all’ultimo, però, è possibile assistere gli anziani in casa. E dunque occorre migliorare anche l’assistenza residenziale nelle Rsa. Qui la proposta del Patto prevede «l’aumento dei posti disponibili e del personale dedicato e di rendere più eque le rette, così da garantire un’assistenza più accessibile, di maggiore qualità e sostenibile per le famiglie. Assistenza domiciliare e residenziale non vanno viste in contrapposizione, ma in sinergia», sottolinea Gori.
Infine, l’ultimo punto riguarda i trasferimenti monetari, a partire dall’indennità di accompagnamento, «con la sperimentazione della Prestazione Universale per la Non Autosufficienza, caratterizzata da importi differenziati in relazione ai bisogni assistenziali (ma sempre superiori agli attuali 552 euro mensili) e da incentivi all’utilizzo di servizi qualificati e di lavoro regolare».
Sì, ma quanto costa? La sostenibilità economica
L’impostazione del progetto si basa su un’implementazione graduale e controllata della riforma dell’assistenza. «Il nostro impegno è a garantire una doppia sostenibilità: attuativa, perché non si possono stravolgere da un giorno all’altro i servizi pubblici, e di risorse economiche», spiega ancora Gori. Per il 2027, dunque, si prevedono stanziamenti aggiuntivi, rispetto agli attuali, di 577 milioni per la domiciliarità, di 433 milioni per le Rsa e di poco meno di 38 milioni per la sperimentazione limitata a 20 territori della nuova Prestazione universale (il Governo ne sta attuando una da 250 milioni per gli ultra 80enni gravissimi e con 6mila euro massimo di Isee. Previsti 25mila beneficiari, ne avrebbero beneficiato in 6mila). Totale: 1 miliardo e 48 milioni per il prossimo anno. Destinati a diventare 2,335 miliardi nel 2028, mentre il costo dell’intera riforma a regime viene stimato in 7-8 miliardi complessivi.
Si tratta di cifre certamente non impossibili da reperire e comunque assai inferiori a quelle ipotizzate per altre spese, come il riarmo o la costruzione di nuove infrastrutture. Decisiva sarà, appunto, la prossima legge di Bilancio, tra l’altro l’ultima di questa legislatura. «Prego astenersi da bonus e misure bandierina per attrarre consenso elettorale. Chiediamo alla maggioranza, ma non meno alle opposizioni, la responsabilità di lavorare assieme per assicurare in maniera concreta una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti. Il progetto per farlo c’è già: è la legge delega. Ora si tratta di compiere scelte coerenti e conseguenti», è la conclusione dei portavoce del Patto. Che suona come un vero e proprio appello.
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