Dal Tevere al Nilo, la spedizione pontificia che riscoprì l’Egitto

Tavola di faraone combattente dal Progetto della pubblicazione della Spedizione Romana in Egitto di papa Gregorio XVI
Tra il 1840 e il 1841 per volere di Papa Gregorio XVI tre navi partirono dal porto romano di Ripa Grande per giungere ad Alessandria e quindi ad Assuan. L’impresa, decisiva nella storia dell’egittologia scientifica, è stata al centro di una conferenza ai Musei Vaticani. La curatrice Alessia Amenta: una pagina caduta nell’oblio, ma decisiva per comprendere il ruolo di Roma nella conoscenza dell’antico Egitto

Paolo Ondarza – Città del Vaticano vatican news

Fu la prima spedizione europea, partita da Roma, a raggiungere Assuan via mare: un’impresa che Alessia Amenta, curatrice del Reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente dei Musei Vaticani, definisce importante “sotto tanti punti di vista: politico, storico, archeologico e anche missionario”. L’impresa, nota come Spedizione Romana, voluta da Papa Gregorio XVI, è stata al centro della conferenza “Dal Tevere al Nilo”, organizzata giovedì 25 giugno ai Musei Vaticani.

San Paolo fuori le Mura, dalle ceneri alla rinascita
Il 21 settembre 1840 tre imbarcazioni della marina pontificia partirono da Roma alla volta dell’Egitto. La missione nasceva da un’esigenza concreta: recuperare blocchi di alabastro per la ricostruzione dell’altare della Basilica di San Paolo fuori le Mura, distrutta dall’incendio del 1823. A seguito di scambi diplomatici la corte del Khedivè d’Egitto Mohammed Ali concesse in dono il prezioso materiale al Papa. L’impresa pontificia assunse presto un significato più ampio.

Una spedizione dal carattere enciclopedico
“Sulle navi”, racconta Amenta, non salirono soltanto tecnici incaricati del recupero dell’alabastro. Vi erano anche quelli che il giornale di bordo della spedizione definisce “i borghesi” di Gregorio XVI, figure paragonabili ai savants della spedizione napoleonica: studiosi chiamati a esplorare il territorio, osservare flora e fauna, documentare usi e costumi, descrivere luoghi e monumenti, e raccogliere oggetti destinati a un nuovo museo in Vaticano.
Roma, riferimento per lo studio dell’antico Egitto
Roma, spiega Amenta, era già allora “un museo egizio a cielo aperto”: unica tra le grandi capitali europee a conservare, fin dall’antichità, monumenti egizi portati dagli imperatori romani. Dopo la decifrazione della Stele di Rosetta ad opera del francese Jean-François Champollion, nel 1822, data simbolica della nascita dell’egittologia scientifica, la città divenne un punto di riferimento per studiosi in cerca di conferme sui monumenti egizi conservati a Roma.

In questo contesto si inserisce la visione di Gregorio XVI. “I fatti ricostruiti nell’antico Egitto confermano la storia biblica”, afferma Alessia Amenta: “Il Papa riceve in udienza privata chi ha collaborato alla decifrazione dei geroglifici e fonda un museo. È il 1839, in Vaticano nasce il Museo Gregoriano Egizio: articolato in nove stanze, raccoglie antichità egizie presenti a Roma, comprese quelle egittizzanti, realizzate nell’Urbe su imitazione dei modelli nilotici.

Le carte ritrovate
A riportare oggi alla luce questa pagina della storia contribuisce anche il recente recupero di un ampio nucleo di documenti d’archivio. “Abbiamo un diario di bordo registrato giorno per giorno e uno scambio epistolare costante tra l’equipaggio e Roma”, racconta Amenta. Carte che consentono di ricostruire il percorso della spedizione, gli oggetti recuperati e lo spirito con cui i protagonisti affrontarono quella missione, consapevoli di prendere parte a un’impresa di rilievo non solo archeologico, ma anche politico.
Il progetto di una pubblicazione
Dalle carte emerge anche il progetto, mai realizzato, di una pubblicazione sul modello della Description de l’Égypte, che avrebbe dovuto documentare non soltanto le antichità recuperate, ma anche i paesaggi, la flora, la fauna e gli usi e costumi osservati lungo il Nilo. Un’opera rimasta incompiuta, ma oggi in parte ricostruibile proprio grazie ai materiali d’archivio.

Da un mare vissuto a un mare calcolato
La conferenza dei Musei Vaticani testimonia l’interesse multidisciplinare che converge su quella vicenda. Accanto ad Amenta, i relatori Thomas Mathà ed Enrico Nigris. Per Amenta, il contributo di Thomas Mathà è stato determinante anche per ricostruire la rete diplomatica e postale tra Roma e il Mediterraneo orientale grazie al ritrovamento della corrispondenza dell’ammiraglio Alessandro Cialdi, comandante della spedizione. Enrico Nigris, docente dell’Università Roma Tre e storico della navigazione, ha invece il merito di aver restituito il ruolo di Cialdi quale protagonista del passaggio, nelle parole della curatrice, “da un mare vissuto a un mare calcolato”.

La Spedizione Romana in Egitto esce così dall’oblio e torna a parlare al presente: racconta una stagione di profondo dialogo tra fede, diplomazia culturale e ricerca scientifica.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

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