Cos’è la verità?

Cos'è la verità?

Avvenire

Aula di tribunale. Un colonnello dei Marines siede al banco dei testimoni. Un giovane avvocato militare – la mano che trema mentre afferra il bicchiere d’acqua – lo incalza.
«I want the truth!»
«You can’t handle the truth!»
È il 1992. Codice d’onore. Aaron Sorkin scrive, Rob Reiner dirige, Jack Nicholson e Tom Cruise interpretano. L’American Film Institute collocherà quella battuta al ventinovesimo posto tra le cento più memorabili del cinema americano. Tradurla è impresa ardua: «Non sei in grado di sostenere la verità».
Sostenere. La verità ha un peso. E la sequenza che stiamo per ripercorrere è la cronaca di un’Umanità che, passo dopo passo, ha disimparato a reggerlo questo peso. La risposta urlata dal colonnello è metafora esatta del nostro tempo.
Duemila anni prima, in un’altra aula, il funzionario di un diverso e più antico impero interroga un differente imputato. Questa volta non urla. Si limita a porre una domanda. E, dopo averla posta, esce di scena. Senza attendere la risposta.
«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E subito: «Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”. E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei».

Rileggiamo. La domanda – forse la più alta che labbra umane possano formulare – viene pronunciata. Ma chi la pronuncia non attende la risposta.
Pilato non è un bugiardo. Il bugiardo – in qualche modo perverso – rende onore alla verità: la teme, la contraddice, la combatte. E per combatterla deve necessariamente prima conoscerla, profondamente. Pilato, invece, non fa nulla di tutto questo. Pilato è l’indifferente alla verità. Non la nega. Almeno non esplicitamente. La ignora, la tratta come questione non degna di attenzione. La considera irrilevante, inesistente in sé.
La storia lo ha ricambiato con un contrappasso sublime. Infatti, quel burocrate di provincia che voleva soltanto tornare a cena senza incidenti diplomatici è entrato nel Credo. Ogni domenica, in ogni lingua del mondo, un miliardo di persone pronuncia il suo nome: crucifixus sub Pontio Pilato. L’uomo che non attese la risposta è diventato la coordinata cronologica della salvezza. Lo scettico è il calendario del Mistero che si incarna nella storia.

Ma ritorniamo alla domanda iniziale: cos’è la verità?
È lungo, molto lungo e accidentato, il cammino di questa domanda nella storia dell’Umanità. Lungo almeno quanto il cammino della stessa storia dell’Umanità.
Percorriamone un tratto a grandi, grandissime linee.

Gli antichi greci le diedero un nome folgorante: Alétheia, da léthe, l’oblio, e da quell’alfa privativa che nega. Non-dimenticanza. Non-nascondimento. Dis-velamento. Per i greci la verità non è una costruzione. È, invece, ciò che sta sotto il velo e chiede di essere svelato. È ciò che sta all’origine e chiede di non essere dimenticato. Non si fabbrica. Si riceve. È dono da bramare, da cercare, da scoprire, da riconoscere, da accogliere, da vivere. Un dono che obbliga. Chi lo riceve deve portarne il peso.
Parmenide ne scrisse in versi, affidando a una dea il compito di indicare al mortale le due opzioni riservate agli uomini: quella della verità e quella dell’opinione. Aristotele ne darà poi la definizione minima e inarrivabile: dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è. Nulla di più. Nulla di meno.
Ma già prima di Aristotele, nella stessa Atene, era arrivato Protagora. Con lui si sovverte la prospettiva. «L’uomo è misura di tutte le cose». Otto parole che spostano il baricentro dell’universo dall’oggetto al soggetto, dalla realtà misurata con l’unità degli assoluti al metro che la misura con l’incertezza dei relativi. I sofisti non inseguivano la verità. Insegnavano a rendere forte il discorso debole. Erano – diciamolo – i primi consulenti di comunicazione della Storia. Si tratta di uno dei primi slittamenti sostanziali. Se la misura è l’uomo, il peso della verità da reggere diminuisce. Perché ciascun uomo si costruirà una verità a propria misura. La verità diventa fatto soggettivo (individuale o collettivo). Il resto fu cronaca. Atene impose la cicuta a Socrate. La folla, davanti a Pilato, scelse Barabba. In entrambi i casi decise una conta. La conta delle verità soggettive. La verità di rado vince nelle assemblee.
Poi vennero i Padri. E vennero con una durezza che oggi, a tratti, potrebbe imbarazzare. Tertulliano, nel De virginibus velandis, incide una frase che dovrebbe stare sul frontone di ogni aula: «Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem cognominavit». Il Signore nostro Cristo si è chiamato verità, non consuetudine. Una consuetudine, per quanto antica, se contraddice il vero, resta comunque errore, soltanto più autorevolmente vestito. Ogni epoca – la nostra più di tutte – è lastricata di false verità affermatesi per inerzia. È la legge del gregge. Consuetudine è ciò che fanno tutti. Verità è ciò che è. Le due cose quasi mai coincidono e la tensione che ne deriva resta costante, lacerante.
A questo proposito, Agostino, nel decimo libro delle Confessioni, si pone una domanda cruciale: perché la verità genera odio? La risposta è puntuale, precisa, chirurgica: gli uomini amano la verità quando risplende e la odiano quando li rimprovera. Amiamo la luce che ci illumina esteriormente. Detestiamo la luce che ci di-svela intimamente. Odiare la verità è il modo più antico per non doverla portare. Secoli dopo, la Scolastica tornerà sul punto. Anselmo definirà la verità come la «rettitudine percepibile alla sola mente». E Tommaso consegnerà al Medioevo la notissima formula dell’adaequatio rei et intellectus. Adeguamento della cosa e dell’intelletto. L’intelletto non genera il vero, lo sposa. E dietro l’adaequatio i medievali collocavano un assioma più radicale: ens et verum convertuntur. Essere e vero si scambiano. Ogni cosa è vera nella misura in cui è ciò che è stata fatta essere. Anche l’uomo. Soprattutto l’uomo.
Sul crinale della modernità si leva, infine, un ultimo testimone dell’ordine antico. Bacone, nel Novum Organum, compila il primo inventario delle nostre distorsioni cognitive: gli idoli della tribù, della caverna, del foro, del teatro. Quattro secoli prima delle neuroscienze e degli algoritmi di raccomandazione, il Cancelliere d’Inghilterra aveva già capito che la piazza – l’idolum fori – deforma la verità attraverso il linguaggio che vi circola. Previsione perfetta. Sbagliò soltanto il nome della piattaforma.
Ma si badi a ciò che Bacone non dice. Non dice mai che la verità è una costruzione. Gli idoli stanno nell’occhio di chi guarda, non nella cosa guardata: basta rimuoverli e il vero torna visibile, intatto, là dove è sempre stato. È ancora, per intero, la posizione dei Greci. E non sarà l’ultimo a sostenerla. La sosterrà Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume. La sosterrà Moore alzando le due mani davanti agli idealisti a dimostrare che il mondo esterno esiste. La sosterranno Russell e, per tutto il Novecento, il realismo tomista di Gilson e Maritain. Ma la sosterranno tutti da imputati. È questa la vera notizia: dopo Bacone la verità diventa una tesi da difendere in tribunale. Il vero non viene negato. Viene messo sotto processo.
Da qui in poi la modernità inclina definitivamente il piano. Lentamente. Deliberatamente. Catastroficamente, a mio avviso. E ad avviso di molti.
Vico compie il passo decisivo, e lo compie in buona fede: verum ipsum factum. Il vero è il fatto. Conosciamo davvero soltanto ciò che facciamo. Intenzione nobilissima – sottrarre la storia all’astrattezza – ed esito devastante: se il vero coincide con il fatto, allora chi fa, fa il vero. Kierkegaard aggiunse che la verità è soggettività, pensando all’appropriazione esistenziale, non all’arbitrio. Nietzsche taglia il nodo in un frammento postumo: non esistono fatti, soltanto interpretazioni. Il pragmatismo di William James rende operativo tutto il conseguente dispositivo: è vero ciò che funziona. Foucault chiude il cerchio: ogni società ha il suo regime di verità, e ogni regime i suoi produttori autorizzati.
Nessuno di questi passaggi, preso da solo, è insensato. E nessuno, preso da solo, era obbligato. Sommati, però, consegnano una civiltà che ha smarrito la differenza tra il vero e il verosimile.
Alla fine di questo percorso, eccoci al suo esito strenuamente perseguito: l’epoca della post-verità. Il termine non nacque nel 2016, quando gli Oxford Dictionaries la elessero parola dell’anno. Era già comparso il 6 gennaio 1992, sulle pagine di The Nation, per mano del drammaturgo serbo-americano premiato con l’Oscar, Steve Tesich, in un saggio intitolato A Government of Lies. E la sua tesi era ben più terribile di quella che oggi ripetiamo. Tesich non scrisse che siamo ingannati. Scrisse che abbiamo scelto di ingannarci. Che scegliamo ogni giorno di ingannarci. Che siamo diventati il prototipo di popolo che i mostri totalitari potevano solo sognare: i dittatori hanno faticato per sopprimere la verità, noi – da popolo libero e liberamente – abbiamo deciso di volere un mondo post-veritativo. La verità è diventata solo un fardello insopportabile. E abbiamo deciso di disfarcene. Volevamo essere più leggeri e ci siamo ritrovati schiacciati dal falso. «Non puoi reggere la verità!»
Prima l’abbiamo trovata pesante. Poi ingombrante. Infine, nemica. Non ci hanno rubato la verità, dunque. L’abbiamo consegnata. L’abbiamo sacrificata. La sacrifichiamo. Ogni giorno. E sacrificando la verità, senza accorgercene, sacrifichiamo noi, sacrifichiamo l’Umanità. Carnefici del vero. Carnefici di vera Umanità. Perché chi rinuncia alla verità non perde soltanto un’informazione. Perde la misura di sé. Anzi: perde sé stesso.
A conclusione di questo lungo ma insufficiente riepilogo, proviamo, allora, a rispondere noi alla domanda che uscì dalla stanza prima di avere una risposta. «Cos’è la verità?»
Iniziamo col dire che la verità è una Persona. La verità è Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. La Verità è il Figlio Unigenito del Padre che si è fatto carne nel seno della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. La Verità è lo Spirito Santo che procede con processione eterna dal Padre e dal Figlio. A immagine della divina Verità era stato creato l’uomo. Ma questi si è fatto falsità. La verità è la Luce eterna. La verità è la Vita eterna. L’uomo, invece, si è fatto tenebra e morte.
Questa verità, che è Persona, è al tempo stesso due verità. Che, a loro volta, sono, insieme, una sola verità. Queste due verità che sono una sola verità possiamo chiamarle: verità di creazione e verità di redenzione. La verità di creazione dice ciò che l’uomo è: non un’opinione su di sé, non un prodotto del relativismo, ma la sua costituzione, il disegno secondo cui fu pensato e plasmato a immagine della divina verità. L’uomo non ha una verità: l’uomo è una verità. E poiché quel disegno è immagine di un Dio che è Amore, la verità di creazione dell’uomo è, alla radice, una verità d’amore. L’uomo è vero quando ama. La verità di redenzione dice, poi, come l’uomo torna a essere ciò che è. Se l’uomo vuole ritornare nella sua verità di creazione, deve necessariamente passare per la verità di redenzione. E la verità di redenzione è solo Cristo Gesù. Che non indica la porta: è la porta. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato».
Oggi la menzogna minaccia entrambe queste verità. Dal loro venir meno dipende il venir meno di tutte le altre verità. Esse sono cadute per conseguenza, come cadono i rami quando si taglia la radice. Senza il recupero di queste verità non potrà esserci recupero di alcun’altra verità. Né scientifica, né giuridica, né economica, né politica, né antropologica. Ogni verità resterà inconsistente. Effimera. Illusoria. Fluida. Falsa. Artificiale.
È stato, ed è, largo, dunque, il sentiero che porta alla dissoluzione della verità. Stretta, invece, è la porta che riporta a essa. Ora la sequenza che abbiamo pazientemente ripercorso si lascia leggere per intero. Protagora che fa dell’uomo la misura, Vico che fa del vero il fatto, Nietzsche che dissolve i fatti in interpretazioni, il pragmatismo che li riduce a funzione, gli algoritmi che li generano per probabilità. Non si tratta di cinque errori diversi, bensì di cinque versioni del medesimo errore. Rientrare nella verità della creazione senza passare per la verità della redenzione. Rifarsi veri da soli. Ogni volta che la creatura ha preteso di essere il proprio redentore, ne è uscita più falsa e più sola. L’ultimo tentativo lo compiamo adesso, con una potenza di calcolo che nessun sofista avrebbe osato immaginare.
Non c’è scorciatoia. Non c’è via alternativa.
«Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero che erano discendenti di Abramo e non erano mai stati schiavi di nessuno. Risposta magnifica nella sua cecità. È la risposta di ogni uomo di ogni tempo, la nostra risposta, la risposta di una modernità convinta che la libertà sia il presupposto della verità. Gesù capovolge la prospettiva: chiunque commette il male è schiavo. Prima la verità, poi la libertà. Mai l’inverso. Chi pretende di essere libero per scegliere la propria verità ha già scelto la propria catena di schiavitù.
Resta, allora, una domanda che non possiamo non porci: se ogni uomo può ritornare nella sua verità di creazione solo passando per la verità della redenzione, come è possibile che oggi, contro la Parola di Cristo Gesù, molti suoi discepoli insegnino che quel ritorno si compia senza alcuna necessità di passare per la redenzione? Chi dice queste cose non condanna soltanto sé stesso: condanna il mondo intero a rimanere nella schiavitù della falsità, delle tenebre e della morte. Di una morte che potrebbe trasformarsi in morte eterna.
Perché senza Cristo l’uomo resta un uomo senza verità. Senza verità di creazione e senza verità di redenzione. E un uomo senza verità è, necessariamente, un uomo senza soluzioni. Non esiste rimedio alla mancanza di verità che non sia la Verità stessa. Perché la Verità che abbiamo perduto – e che possiamo riconquistare soltanto passando per la verità di redenzione fino a quella di creazione – non è un’idea. Non è un pensiero filosofico più o meno sofisticato. Non è un teorema, un principio, un sistema.
È Logos. È Persona. È Amore.
Amore: il cuore della verità.
«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui». Ecco l’intera risposta alla domanda di Pilato e la ragione per cui nessuna filosofia poteva formularla. Cristo Gesù è stato inviato dal Padre a rivelare e a incarnare il suo amore: questa è la verità, l’unica verità nella sua essenza. Siamo troppo figli di Aristotele, di Platone e di qualche altro filosofo, quando concepiamo la verità come qualcosa a sé stante, indipendente dall’uomo. Dio non è un’idea da scoprire, da afferrare, da interpretare, da presentare in un linguaggio più o meno involuto o impossibile da comprendere. Dio è amore. E chiunque voglia parlare di Dio lo deve fare nel linguaggio dell’Amore, il linguaggio della vita, non quello delle idee.
È qui che si misura la differenza infinita tra Cristo e ogni altro maestro che l’Umanità abbia ascoltato. In Lui la verità si è fatta amore. Egli ha fatto la verità perché ha amato. Se non avesse amato, la sua sarebbe stata una verità filosofica e non divina: avrebbe comunicato agli uomini ancora una volta qualcosa di enigmatico, ma non avrebbe salvato l’uomo. Sarebbe stato un pensatore tra i tanti, e la sua parola riposerebbe oggi accanto a quella dei grandi filosofi di ogni tempo, discussa nelle aule e impotente nella vita. Invece ha dato la vita non per affermare un’idea, ma per amore. Un amore concreto, crocifisso: l’amore di chi lava i piedi e annienta sé stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce.
Al di fuori dell’amore non c’è verità. Solo l’amore salva. Solo l’amore si rende credibile. Solo amando si è nella verità. Chiunque annunzi una verità che non è amore è falso. Il cristiano che non ama, che non si offre, diviene il più grande falsario che la storia abbia conosciuto.
L’Armonauta, dunque, si propone di non uscire dalla stanza prima di aver ascoltato la risposta che illumina. Per conoscere l’ordine preciso delle cose e per assumerne interamente il peso. Non pretende di rifarsi vero da sé: si sa creatura ferita e sa che l’unica via del ritorno è Colui che è la Verità. E sa che quel peso si regge in un modo solo. Amando. Perché il giogo della verità è dolce e il carico leggero soltanto per chi ama. Alla Madre di Dio, che concepì nella carne la Verità e la portò in grembo, chiediamo di partorirci alla verità. Non a una nostra verità. Alla Verità. Alla Verità che è Amore.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

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