
Avvenire
«Venti rose, venti euro». Zahir stringe i mazzi in una mano e continua a camminare tra i tavoli. Ha 55 anni e da quasi vent’anni vende rose tra ristoranti e locali di Milano, guadagnando poco più di quanto gli costano. Quando ha lasciato il Bangladesh immaginava un’altra vita. «Si parte nella speranza di un futuro migliore», dice accennando un sorriso. Tutto ciò che riesce a risparmiare lo manda a casa: cento, duecento euro. Somme modeste, ma preziose per sostenere l’istruzione di un fratello minore, contribuire alle cure del padre o per ripagare una parte dei debiti di viaggio. «Molti arrivano attraverso la rotta mediterranea: Medio Oriente, Libia e poi il mare. Altri percorrono la rotta balcanica, entrando da Trieste o da Gorizia», spiega Francesco Della Puppa, professore di Sociologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Nel viaggio e anche dopo l’arrivo si appoggiano spesso a mediatori che soddisfano bisogni concreti: trovare un lavoro, una casa, un contatto. Tutto questo ha un costo». Sami lo sa bene. Ha 21 anni ed è arrivato in Italia appena sei mesi fa. «Ho pagato più di 15mila euro per uno “sponsor” che avrebbe dovuto procurarmi un lavoro. Poi è sparito: era una truffa». Una volta entrati, per molti il primo passo è la richiesta di asilo. Nell’attesa di una risposta che però può richiedere diverso tempo, si cerca un lavoro. Senza documenti regolari trovare un impiego stabile è quasi impossibile. «Ci sono giorni in cui faccio più turni in un ristorante, altri in cui vendo rose». È arrivato soprattutto per motivi economici, ma non solo. «In Bangladesh studiavo. Il mio obiettivo è continuare a studiare anche qui all’università». Si ritrae abbassando leggermente la voce. «Qui mi sento solo. A casa tutti mi conoscevano. Qui nessuno sa chi sono».
Chi parte oggi appartiene spesso alla classe media o medio-bassa. «Negli anni Novanta – quando iniziano i primi arrivi con le prime sanatorie – gli immigrati dal Bangladesh erano persone qualificate e istruite, di classe media e medio-alta, proprietari di terreni agricoli, attività industriali e commerciali», spiega Della Puppa. A spingerli non era la povertà assoluta, ma la consapevolezza che non avrebbero avuto opportunità di migliorare la propria condizione nell’instabilità politica ed economica del proprio Paese. «Ogni genitore vuole dare ai propri figli qualcosa in più rispetto a quello che ha avuto». Sognando un futuro diverso almeno per loro, accettano di lavorare nei distretti industriali del nord-est, con alti tassi di sfruttamento, paghe basse e turni massacranti. «Significava però avere una certa stabilità economica, con tutto ciò che ne consegue: dalla casa alla possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare».
Ma negli anni le cose cambiano. E non in meglio. La crisi economica rende l’occupazione più precaria, l’integrazione è complessa e il pregiudizio dell’immigrazione continua a pesare sui loro figli, anche se nati e cresciuti qui. Nel frattempo, le spinte a lasciare il Bangladesh si sono fatte più forti, chi parte è facile che sia stato costretto a indebitarsi, e una volta arrivato in Italia, finisce spesso con un mazzo di rose in mano. «Si appoggiano a reti di connazionali che probabilmente vivono in appartamenti in sub-sub-subaffitto in cui sono molto stipati. In Bangla queste sistemazioni abitative le chiamano case “murghi”, che significa “pollo”, perché in un certo senso sono stipati come polli negli allevamenti a batteria», spiega della Puppa. Anche per Sami è così: «Abito con altre sette persone, non è bello, l’appartamento è molto piccolo». Vive a qualche chilometro da Milano, dove ogniuno paga 200 euro al mese. Capita perfino che lo stesso posto letto venga affittato a due persone: chi lavora di notte in fabbrica, dà il cambio a chi vende rose e ombrelli di giorno. «Ad affittarmi la casa è un uomo proveniente dal Bangladesh, è venuto qui 15 anni fa… Vendeva rose in Duomo, ora ha alcuni negozi!», sorride Sami.
Una gerarchia in cui tutto ha un prezzo: «C’è una sorta di listino, un posto letto in un appartamento con altre otto persone a quella cifra. Se vuoi aggiungere anche la residenza, devi pagare un po’ di più e così via», precisa Della Puppa. Per Mohamed, 32 anni, il tariffario prevede 200 al mese per la casa, altri 200 per mangiare, 500 per vedere sigarette o cavi per il telefono.
Nell’esperienza migratoria – dal viaggio all’inserimento sociale, lavorativo e abitativo – sono necessari moltissimi “mediatori”. «Ci si affida a una serie di “broker della migrazione”, persone che di solito sono a loro volta immigrati presenti da molto tempo in Italia che hanno molte reti – magari anche con l’appoggio di italiani che sanno come funzionano le politiche migratorie – e che soddisfano queste necessità dietro pagamento di un compenso: esiste una parola che li definisce, “dalal”, sono figure che si muovono tra il legale e l’illegale». Questi intermediari “ibridi”, spesso in competizione tra di loro, possono indirizzarli verso un certo tipo di lavoro, indicargli che zona coprire. «Non esiste un clan mafioso transnazionale: ci sono persone specializzate, per esempio, nel farti entrare in un certo cantiere o in un certo distretto. In cambio ogni mese ti chiedono 200 euro del tuo stipendio finché, nel giro di qualche anno, non hai ripagato il debito». E così via: c’è chi assicura una piccola parte di viaggio, chi si occupa della casa. Ma niente è gratis. «Ci può essere una condotta mafiosa, nel senso che prendono soldi dal lavoro altrui, forme di caporalato individuali o anche collettive, però non c’è una grande organizzazione». Quasi nessuno denuncia: un po’ per la paura di ritorsioni e di non trovare più lavoro, un po’ viene accettato come regola non scritta del gioco.
Ripensando al viaggio Mohammed, 32 anni, scuote la testa guardando in basso: «Ho passato lì, in Libia, tre mesi. Tanti problemi, tante persone cattive. Ero chiuso in casa, ho dovuto pagare 10mila euro». Di colpo si incupisce e si muove verso il bordo della strada: guarda i giovani che si stanno avvicinando. «Arrivano in quattro o cinque e mi rubano tutto. Succede spesso». È stanco, solo, disincantato. Torna ad accennare un sorriso solo quando il discorso si sposta sulla sua famiglia, la moglie e la figlia di sette anni. È per loro è arrivato qui due anni fa: «Quando avrò un documento e un po’ di soldi in più, anche loro mi raggiungeranno».