
Dicono sia peggio di una guerra. Da quando la terra, l’unica certezza dei poveri, si è mossa sotto i piedi di tutti, la conta delle vittime non fa che aumentare. E il ritmo dei danni fa paura. Il numero dei dispersi ha superato i 50mila. E il Paese – familiari, addetti ai lavori e non – li cerca disperatamente. «Siamo davanti a un’operazione di salvataggio alquanto complessa. La ricerca, in mezzo alle macerie, è un compito colossale», commenta Tom Fletcher, segretario generale aggiunto di Affari umanitari e Coordinatore dei soccorsi Onu. Le stime del Servizio geologico Usa, che davano un margine da 10mila a 100mila morti, diventano sempre più realistiche. Il maxi terremoto di due giorni fa, di magnitudo 7,2, con replica da 7,5 e altre scosse, ha colpito circa il 30% della popolazione presente nel territorio venezuelano, cioè 6 milioni di persone, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Buona parte di loro, almeno 2 milioni, si concentra nell’area del Distretto capitale, cioè Caracas e dintorni. «Si rischia una crisi di sfollati», afferma la portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), Zoe Brennan. «Gli sfollati aumenteranno man mano che le comunità si scopriranno prive dell’essenziale».
La conta dei morti, confermati dallo Stato, sfiora le mille vittime mentre i feriti vanno da 3mila a 4.300. Tra le vittime ci sono anche tre italiani, tra cui il 55enne Giuseppe Colaianni, deceduto durante il crollo della sua abitazione, a La Guaira, dopo aver messo in salvo la moglie dall’impatto delle macerie. Altri cinque connazionali risultano feriti mentre 35 non rispondono all’appello. «Non sappiamo esattamente quello che si troverà sotto le macerie», ammette il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, a un punto stampa tenutosi a Dubrovnik. Anche la Spagna, altrettanto legata al Paese sudamericano, cerca 119 dispersi – quattordici di loro sotto le macerie – e piange cinque vittime. Madrid garantisce «pieno impegno nella localizzazione e nel sostegno agli spagnoli in Venezuela». La terra trema ancora. E il clima di paura rimane. Ieri sera alcune scosse si sono verificate anche in Repubblica Dominicana e nei Caraibi, rispettivamente di magnitudo 4,5 e 5.
Nel frattempo aiuti e soccorsi procedono a rilento. «Sono inceppati a Caracas. Qui non arriva niente. Siamo isolati. Senza casa, senza rete e senza cibo», racconta ad Avvenire Daniel Luque, residente a La Guaira. La situazione è altrettanto drammatica nelle aree interne del Paese, tra cui le regioni Carabobo e Falcón, là dove le strade danneggiate ostacolo l’accessibilità dei soccorsi. Danneggiate anche una ventina di strutture sanitarie in cinque regioni, incluso lo Zulia, al confine con la Colombia. Giungono ad Avvenire altre voci di superstiti. «L’allerta è arrivata qualche secondo prima. Poi il terremoto è iniziato e ci siamo rifugiati sotto una colonna», ha commentato María Andreína Pernalette, direttrice della testata World Vision, che al momento della scossa era con la madre e la figlia di appena due anni. «Ci siamo abbracciati. E abbiamo pregato, in attesa che tutto finisse», ha aggiunto. È già attivo il Centro di raccolta Caritas, presso la sede della Conferenza episcopale venezuelana (Montalbán, Caracas). «Stiamo lavorando, come Chiesa, con le diverse diocesi che, nella loro autonomia, operano in comunione, consapevoli che il Paese, così devastato, ha bisogno di unità», ha affermato monsignor Raúl Biord, interpellato dai media locali.
Altro presidio importante riguarda la scorta mediatica, tramite i Social, soprattutto Instagram e X, trasformanti nella prima finestra informativa del Paese, molto avanti rispetto ai media convenzionali, tra cui Vtv e Venevisión. «In molti siamo emigrati sui Social, causa censure e definanziamenti. E abbiamo imparato a usarli. Le piattaforme sono la nostra finestra con il resto del mondo», spiega il giornalista Hendrick García. Arrivano anche i primi aiuti, con squadre di soccorso che giungono da 17 Paesi, tra cui nove Paesi Ue. È stato inoltre attivato il Meccanismo di Protezione civile europeo, che ora coordina una risposta congiunta all’emergenza in corso. Presenti anche i marines Usa, guidati dal maggiore generale Kelvin J. Jarrard, giunto a Caracas per «sovrintendere al supporto del Dipartimento della Guerra per gli sforzi di soccorso in seguito al terremoto in Venezuela». Così lo ha annunciato l’incaricato d’Affari Usa a Caracas, John Barrett, sottolineando che il governo venezuelano «ha formalmente richiesto il supporto degli Stati Uniti». Gli Usa hanno inoltre flessibilizzato le sanzioni su Caracas per transazione relative ad aiuti e soccorsi. Alleanze improbabili rispetto a qualche mese fa. Forte degli aiuti internazionali, Rodríguez ha creato un fondo di 200 milioni di dollari, targati Fmi, per «ricostruire infrastrutture, ospedali e abitazioni».
Avvenire