
Ha chiuso la Tour Eiffel. Ha chiuso alle quattro del pomeriggio. Ben prima dell’abituale chiusura alla mezzanotte del giorno che finisce. Il reticolo di ferro che la compone e la sostiene – la più ardita scommessa dell’Ottocento industriale, il manufatto che doveva celebrare il futuro che viene e il trionfo dell’uomo sulla materia – non regge più il calore dei giorni di giugno. Ha chiuso il Louvre. Due ore prima del solito. Perché le sue mura accumulano un fuoco che non riescono a disperdere, e le opere che custodiscono soffocano sotto la canicola insieme ai corpi dei visitatori. Hanno sospeso la vendita dei biglietti gli Uffizi, perché l’impianto di condizionamento non basta più a difendere Botticelli e Caravaggio dall’estate appena iniziata. Hanno rinviato le visite a Mont-Saint-Michel, l’abbazia che da mille anni veglia tra cielo e mare, ai confini della Normandia.
Sono cartoline da un continente che brucia. Non sono le uniche. Potremmo mostrarne molte altre. E molte altre ancora.
Cartoline grottesche, talvolta. A Parigi, dove gli edifici ottocenteschi di pietra e mattone furono concepiti per trattenere il calore dei lunghi inverni e oggi si rovesciano in trappole roventi, un content creator ha affettato una cipolla, sciolto una noce di burro in padella e lasciato tutto sul davanzale, esposto al sole: un’ora e venti più tardi mostrava, con ironia, la sua bistecca «cotta alla perfezione», senza fuoco, senza fiamma, con la Torre Eiffel sullo sfondo e la Ville Lumière trasformata in una griglia a cielo aperto. Altri, sui tetti, hanno cotto uova e crêpes. C’è chi prende d’assalto i negozi per gli ultimi ventilatori rimasti, chi svuota i banchi dei surgelati e delle angurie, chi applica alle finestre le coperte isotermiche d’argento delle emergenze mediche. In Francia il governo arriva a sconsigliare il consumo di alcolici e a raccomandare di tenere le persiane chiuse nelle ore più roventi. Si ride, per non disperare. Ma dietro la trovata virale si intravede la realtà di chi, sotto i tetti di zinco delle mansarde, non ride affatto: per molti – studenti, anziani, persone fragili – quelle stanze diventano, letteralmente, trappole mortali.
I numeri ci raccontano una storia che non ammette repliche. E lo fanno nazione per nazione. Alla faccia dei pragmatisti e dei negazionisti climatici (ed ecologici). In Francia, martedì ventitré giugno si è registrata la giornata più calda mai rilevata da quando, nel 1947, si è cominciato a misurare le temperature. Dal diciotto giugno quaranta persone sono annegate cercando refrigerio nei fiumi e nei canali, quasi tutti giovani che ne ignoravano la pericolosità, e in Provenza due bambini sono morti dimenticati in un’auto sotto il sole. In Inghilterra hanno chiuso più di mille scuole, è stato sospeso il cambio della guardia a Buckingham Palace e le autorità hanno invitato a non viaggiare in treno perché i binari rischiano di deformarsi. In Spagna si sono toccati i quarantacinque gradi. E in Italia, dove il picco di questa fase arriva proprio adesso, – domenica ventotto giugno è stata la giornata più rovente dell’anno – il caldo ha capovolto perfino la geografia: a Milano si registrano temperature percepite superiori a quelle di Bangkok e del Cairo, con notti “tropicali” che non scendono sotto i ventisei gradi. A Brescia si lavora in acciaieria con i gilet refrigerati. E ovunque si registrano blackout: a Torino, a Jesolo, a Napoli, dove un incendio nei sottoservizi ha lasciato al buio il centro storico.
E la conta, in questi giorni, non ha fatto che crescere: le città italiane in allerta rossa sono passate da sedici a diciotto, con altre sei in arancione, mentre l’anticiclone africano non allenta la sua presa. In Spagna si stima che il caldo abbia provocato oltre duecento morti in quattro giorni; in Francia, circa mille decessi in più rispetto alla norma; crescono le vittime anche in Germania, Austria, Belgio e Svizzera. L’Europa brucia. È il continente in cui il riscaldamento del pianeta procede più rapidamente. Si stimano milletrecento morti a causa del caldo solo nell’ultima settimana. L’Economist, applicando il modello Masselot che pesa non il caldo assoluto ma la sua anomalia, stima che il solo picco fra il ventiquattro e il ventisei giugno possa causare fino a dodicimila morti in eccesso, con un rischio di mortalità che a Parigi crescerebbe di oltre il trecento per cento, a Londra del duecento, a Milano del centosettanta. E mentre si contano i morti, si contano anche le bollette: il caldo costa alle famiglie italiane fino a quasi seicento euro al mese, tra consumi energetici, acqua e spese per difendersi dall’afa.
Non è più la calura di un tempo. Non è più quel caldo d’agosto – per molti versi romantico, ancestrale, luminoso, dal sapore finanche metafisico – che i nostri nonni attraversavano sotto le pergole, ventilandosi con un giornale, trovando refrigerio in una bibita tipica e dissetante, sospendendo il lavoro nell’ora più rovente per riprenderlo al fresco della sera. Gli scienziati hanno smesso persino di chiamarlo con i nomi fantasiosi – Caronte, Cerbero – e parlano di blocco Omega: una massa d’aria sahariana che si incastra sull’Europa e non si muove più: immobile, senza vento, senza brezza, senza tregua. Un anticiclone sovverte le categorie interpretative storiche. Non porta il bel tempo, infatti, ma una nuova forma di maltempo: il maltempo del troppo sole.
Quanto sta accadendo merita di essere guardato in faccia, senza infingimenti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’ondata di calore «un’emergenza sanitaria». Ha ricordato che, nei soli ultimi quattro anni, in Europa il caldo ha ucciso oltre duecentomila persone; che la mortalità legata alle alte temperature è cresciuta del trenta per cento in vent’anni, dell’ottantacinque per cento tra gli anziani; che il nostro è il continente che si riscalda più rapidamente al mondo. Ha definito il caldo «un killer silenzioso», il cui tributo si nasconde nei certificati di morte sotto altre voci – infarto, ictus, insufficienza respiratoria – mentre la causa vera resta innominata.
Parole gravi. Parole vere. E tuttavia.
Tuttavia, di fronte a tutto questo, il mondo fa ciò che sa fare: cataloga, misura, gestisce. Emette bollettini con previsioni a tre giorni. Pubblica linee guida. Colora le città di rosso. Distribuisce condizionatori portatili. Riduce gli orari delle scuole. Tratta la febbre della terra come un disagio logistico, un problema di adattamento, un incidente da contenere con buona organizzazione e con migliori impianti di climatizzazione. Il caldo diventa una variabile da amministrare. La catastrofe, una pratica da evadere. La morte di duecentomila uomini, una statistica da inserire nel prossimo aggiornamento delle raccomandazioni operative.
È uno dei tanti irrisolvibili paradossi del nostro tempo. Non è che il mondo ignori il fenomeno. Anzi, lo riconosce. In tutto. Tranne in ciò che esso veramente è. Lo misura in gradi centigradi e non in senso e sapienza perduti. Lo riduce a una conta di morti e non in significato e giustizia smarriti. Lo tratta come emergenza sanitaria e mai come ciò che è davvero: il segno febbrile di un disordine che non sta nell’atmosfera, ma nel cuore dell’uomo.
Questa febbre della terra è lo specchio rovente di una febbre più antica e più profonda: quella dell’uomo che ha perduto la propria verità e il proprio fine.
Abbiamo, oggi, un uomo definalizzato. Un uomo a cui è stato sottratto il perché. Un uomo che conosce ogni come – come produrre, come accumulare, come ottimizzare, come misurare – e ha dimenticato l’unica domanda che lo costituisce come uomo. La domanda sulla propria verità. Non sapendo chi è, non sa più cosa sia il creato attorno a lui. Anche del creato ignora la verità – e non potrebbe essere altrimenti. Lo riduce a magazzino, a deposito, a miniera da sfruttare. Lo considera uno spazio da riempire e non una casa (oikos) da abitare e custodire secondo le leggi della buona economia. Usa le cose a partire dal male e non dal bene, dalle tenebre e non dalla luce, dalla trasgressione di quella legge originaria che aveva affidato all’uomo la terra non perché la possedesse, ma perché la custodisse e la moltiplicasse attraverso la propria capacità generativa. Non portatori di un mero ius utendi et abutendi, bensì di una più alta e nobile potestas procurandi et dispensandi.
Ed è qui – in questo smarrimento del fine – che si annida la radice di ogni devastazione. La crisi ecologica è, prima di ogni cosa, una crisi di finalità. È il frutto inevitabile di un’umanità che, avendo reciso il legame con la propria sorgente veritativa, non sa più generare vita buona. La condizione ecologica è oggi tanto grave che l’uomo sta divenendo incapace di produrre frutti maturi. La corruzione della sua natura – corruzione spirituale, prima ancora che naturale – genera frutti corrotti. Da una vita guasta nascono inevitabilmente opere guaste. Da un cuore in disordine nasce inevitabilmente un mondo in disordine. La materia che l’uomo ha smesso di amare comincia a consumare la sua stessa vita. La società artificiale che l’uomo è impegnato a costruire sta finendo per rendere artificiale l’uomo stesso.
Non è la terra che si ribella all’uomo. È l’uomo che, tradendo sé stesso, ha tradito la terra. E la terra, fedele alle leggi della sua creazione, restituisce ciò che riceve: dal saccheggio, il deserto; dall’avidità, la siccità; dalla violenza dell’estrazione, la sofferenza.
Ci sono, su questo, decine di teorie. Centinaia di soluzioni proposte. Migliaia di convegni, di rapporti, di piani d’azione, di tavoli tecnici. Si discute di transizione e di neutralità carbonica, di economia circolare e di Green Deal, di compensazioni e di crediti, di metriche e di obiettivi al 2030, al 2050, al 2070. Si moltiplicano le agende, i protocolli, le tassonomie del sostenibile. E tutto questo – per quanto necessario, per quanto in molti casi sapiente e perfino urgente – rischia di restare lettera morta. Parole al vento. Architetture brillanti edificate sulla sabbia. Perché tutte queste soluzioni condividono uno stesso, fatale presupposto: che la crisi del creato si possa risolvere senza toccare la crisi dell’uomo. Che si possa riparare il mondo lasciando intatto il cuore che lo ha guastato. Che basti correggere i mezzi senza riconvertire i fini. È la celebrazione dell’umanità senza soluzioni.
Non è questa la via della vera sostenibilità. La vera sostenibilità non nasce (solo) da una migliore tecnologia né da una più severa contabilità delle emissioni. Nasce – e può nascere esclusivamente – dalla ricomposizione di una frattura più profonda di qualsiasi ferita inferta al creato[BRU1.1]: la frattura tra la verità dell’essere e la verità dei fini. Tra ciò che l’uomo è e ciò per cui l’uomo esiste. Solo in questa cornice ogni nuova tecnologia e ogni nuova politica o strategia ambientale, potranno produrre veri frutti. La scienza senza la sapienza è sterile. Finché questa frattura resta aperta, ogni soluzione sarà un palliativo. Solo ciò che è ricondotto alla propria verità è autenticamente sostenibile. La vera sostenibilità non è un calcolo: è una riconciliazione. Non è una tecnica di sopravvivenza: è un ritorno all’origine. Non è un’illusione: è consolazione.
Perché la vera consolazione, quella di cui il mondo ha bisogno, non è un anestetico. È ricondurre alla verità. È il gesto di chi prende per mano chi si è perduto e lo riporta – pazientemente, fermamente – alla sorgente da cui si era allontanato. Vi è una consolazione di morte, che consola il malato dichiarando sano il suo male, che assolve il disordine chiamandolo equilibrio, che benedice il saccheggio chiamandolo sviluppo. E vi è una consolazione di vita, che ha il coraggio di nominare la ferita per poterla guarire.
Di tutte le consolazioni che l’uomo cristiano è chiamato a portare – teologica, cristologica, escatologica, antropologica – ve n’è una che il nostro tempo ha rimosso del tutto: la consolazione ecologica. Non l’ecologismo come ideologia, non la natura idolatrata al posto del suo Creatore. Bensì il ritorno dell’uomo alla verità del proprio rapporto con il creato. Una consolazione che non consola la terra con espedienti tecnici, ma riconcilia l’uomo con sé stesso, e per questa via riconcilia il mondo. Perché solo un uomo riconsegnato al proprio fine può tornare a custodire invece di divorare. Solo un’umanità ri-finalizzata può restituire alla terra la possibilità di generare frutti buoni.
Senza questa consolazione – senza il ritorno dell’uomo nella sua verità, quella verità che nessuna tecnica può ricreare e nessun condizionatore può restaurare – ogni nostro adattamento sarà solo un più sofisticato modo di morire al fresco. Costruiremo città climatizzate sopra un deserto interiore. Refrigereremo i corpi e lasceremo bruciare le anime. Salveremo Botticelli dall’afa e perderemo l’uomo che lo aveva dipinto.
Ecco perché l’Armonauta non si lascia ingannare dai bollettini.
Egli sa leggere la febbre della terra per ciò che è: non un guasto da riparare con più tecnologia, ma un grido da ascoltare con più sapienza. Sa che il caldo che chiude la Tour Eiffel e svuota il Louvre non è un nemico esterno da combattere a colpi di ingegneria, ma uno specchio in cui l’umanità è chiamata a riconoscere il proprio volto sfigurato. Sa che non si esce dalla crisi del creato senza uscire dalla crisi dell’Umano. Che non si raffredda la terra senza riscaldare l’anima. Che non si ripara la casa comune senza riportare l’uomo alla coscienza del proprio fine.
Il mondo misura. L’Armonauta discerne. Il mondo gestisce il sintomo. L’Armonauta cura la sorgente. Il mondo si rassegna a sopravvivere in un pianeta più caldo. L’Armonauta ricorda che la vera questione non è abbassare di un grado la temperatura dell’aria, ma ridurre di mille gradi l’aridità del cuore e la cecità dello spirito interiore.
Perché la terra non guarirà finché l’uomo non guarirà. E l’uomo non guarirà finché non tornerà a sapere chi è, da dove viene, dove va. Finché non si lascerà finalmente consolare. Non dall’illusione, ma dalla verità. Non con la consolazione del mondo, che è consolazione di morte per la morte. Ma con quella consolazione di vita per la vita, che sola riconcilia l’uomo con il creato e lo riconduce alla sua origine.
Allora – e solo allora – la terra cesserà di avere la febbre. Perché avrà ritrovato custodi, e non più predatori. Armonauti, e non più naufraghi.
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