Il Governo in Israele?

Il Governo in Israele? Il presidente Herzog darà l'incarico domenica. Ecco le coalizioni possibili

Avvenire

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso questa sera le consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre. Ha annunciato che deciderà domenica a chi affiderà l’incarico. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari – ha spiegato -, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi». Il presidente ha spiegato che 67 parlamentari hanno raccomandato il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, mentre sono 46 i parlamentari che hanno sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu. Quindi Eisenkot dovrebbe ottenere il mandato. Mettere insieme una maggioranza di 61 seggi alla Knesset  si annuncia comunque come un’impresa complicata: preclusioni incrociate, rivalità personali e interessi difficilmente conciliabili rischiano di riportare più volte le trattative al punto di partenza. Il professor Sergio Della Pergola, demografo e tra i più accreditati analisti israeliani, ha individuato cinque percorsi possibili e, conti (dei seggi) alla mano, ne valuta con Avvenire le chance di successo.

1 – Coalizione di Netanyahu con Ra’am

Sarebbe la soluzione più facile  (Bibi ha 53 seggi e con gli 8 del partito arabo Ra’am raggiungerebbe quota 61), ma è anche la prima da scartare. E del resto Ra’am proprio ieri ha dichiarato che indicherà Eisenkot come primo ministro. «Tengo però a citarla come possibilità – spiega Della Pergola – per ricordare che in passato Netanyahu aveva già provato a tirare in coalizione con sé Mansour Abbas (leader di Ra’am). Smotrich (Sionismo religioso) gli aveva messo il veto, e quindi Abbas entrò nel governo Bennett-Lapid del 2021-2022. Un esempio di come, quando si tratta di formare un governo, anche i “sacri principi” e tutta questa “purezza” nel rifiutare la collaborazione con gli arabi possano evaporare in un attimo».

2 – Governo di minoranza di Eisenkot con gli arabi

Bisogna fare una premessa: con il sostegno di entrambi i partiti arabi (Ra’am e Lista comune), Eisenkot arriverebbe a 67 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta. Ma una soluzione aritmeticamente possibile si scontra con i veti politici all’interno del suo stesso schieramento. Resta allora la strada di un governo di minoranza. «Eisenkot parte da 48 seggi: deve cercarne 13 – spiega Della Pergola -. Con i soli seggi di Abbas (8), arriverebbe a 56, e quindi niente di fatto. Ma con l’astensione dell’altro partito arabo, Lista comune (11 seggi), la sua coalizione risulterebbe comunque vincente rispetto a quella di Bibi, che ha 53 seggi. Avremmo un governo, perché non occorre avere la maggioranza assoluta della Knesset, ma la maggioranza semplice».
In questo scenario, bisogna però considerare tre variabili. La prima è Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (7 seggi). «Ha dichiarato solennemente “Né Bibi, né Tibi” – ricorda Della Pergola, con riferimento ad Ahmad Tibi, numero due della Lista comune, che si è detto disponibile ad appoggiare un governo alternativo a Netanyahu –. Ma un conto è entrare in coalizione con i partiti arabi, un altro è formare un governo grazie alla loro astensione. E voglio proprio vedere se Lieberman resterà fermo sulle sue posizioni, rinunciando alla possibilità di mandare Bibi all’opposizione».
Anche perché c’è una seconda variabile che potrebbe rendere meno decisiva la posizione di Lieberman: i haredim di Ebraismo unito della Torah (7 seggi). «Hanno fatto sapere questa mattina che non indicheranno nessuno come premier, il che rappresenta una grossa crepa nello schieramento di Netanyahu. Non solo: il capolista, Yaakov Asher, ha dichiarato di “essere sullo scaffale”, insomma a disposizione, in attesa della migliore offerta politica. Esiste quindi, almeno in teoria, la possibilità che Ebraismo unito della Torah si astenga o addirittura voti a favore di Eisenkot. E qui i conti diventano interessanti: se Lieberman negasse i suoi 7 voti a Eisenkot, quest’ultimo scenderebbe a 49. Ma con l’astensione dei 7 deputati ultraortodossi, anche Netanyahu perderebbe altrettanti voti, scendendo a 46. Eisenkot potrebbe quindi ottenere la fiducia anche senza Lieberman».
Infine, la terza variabile, la più seria. «Riguarda Balad, partito nazionalista palestinese, fortemente anti-israeliano e vicino alle istanze di Hamas, che fa parte della Lista comune. Se si oppone, se si sfila, cade tutto il progetto».
Un primo banco di prova di questi equilibri arriverà già il 10 novembre, quando la nuova Knesset si riunirà per il giuramento dei deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. «L’attuale presidente è Amir Ohana, del Likud – spiega Della Pergola -. È gay, e i due partiti haredim (ultraortodossi), Ebraismo unito della Torah e Shas, contrari al riconoscimento delle unioni omosessuali e ai diritti LGBTQ, nella precedente legislatura avevano votato a favore della sua nomina tenendo il capo basso in segno di disapprovazione, ma accettando per convenienza politica. Questa volta, invece, Ebraismo unito della Torah ha annunciato che uscirà dall’Aula durante la votazione. Il Likud perderebbe così sette voti per la conferma di Ohana. Eisenkot potrebbe riuscire a eleggere un presidente della Knesset diverso da quello uscente. E sarebbe un passaggio politicamente molto importante, perché il presidente organizza i lavori parlamentari e può incidere sull’agenda legislativa anche prima della formazione del governo».
Si aprirebbe una situazione straordinariamente interessante: «Alcuni giorni di democrazia parlamentare pura, nei quali la Knesset potrebbe assumere iniziative di grande rilievo. Per esempio, avviare il percorso per istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, intervenire sulle leggi della contestata riforma giudiziaria o introdurre un limite alla durata del mandato del primo ministro. C’è poi la questione del controllore di Stato, l’ombudsman: la carica è vacante da luglio, dopo che la Corte Suprema ha annullato l’elezione di Michael Rabello, italiano e storico avvocato di Netanyahu, per irregolarità nella segretezza del voto. Spetterà alla nuova Knesset eleggerne il successore. Tanto più che Rabello ha rinunciato alla candidatura. Potremmo quindi vedere Netanyahu in minoranza ancora prima della nascita del nuovo governo».

3 – Governo di unità nazionale con
mandato a Eisenkot

Eisenkot potrebbe tentare di arruolare il Likud di Netanyahu senza Netanyahu. Ma il Likud  potrebbe porre come condizione proprio il premierato di Netanyahu.  «Bibi – spiega Della Pergola -, anche a causa dei processi che lo riguardano, ha tutto l’interesse a mantenere la carica di primo ministro (in base alla legislazione israeliana chi è sotto processo può fare il premier ma non il ministro). Difficilmente, quindi, accetterebbe un governo di unità nazionale presieduto da Eisenkot. Si potrebbe immaginare un governo a rotazione: due anni Netanyahu, poi due anni Eisenkot, con la prospettiva di un provvedimento di clemenza per Bibi e magari, in seguito, di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Ma Eisenkot ha escluso categoricamente l’ipotesi della rotazione. Peraltro, conosce bene il precedente di Benny Gantz», che nel 2020 accettò un accordo di alternanza alla guida del governo con Netanyahu, senza però arrivare mai ad assumere l’incarico di premier: il governo cadde prima che scattasse la rotazione.

4 – Governo di unità nazionale con
mandato a Netanyahu

Eisenkot potrebbe fallire nel tentativo di formare un governo e il mandato passare a Netanyahu, che resta il leader del primo partito israeliano. «Bibi ha già dichiarato di voler aprire le porte a chiunque sia disposto a unirsi alla sua coalizione, compresi Ben-Gvir e Smotrich – osserva Della Pergola –. Credo però sia molto difficile che qualcuno accetti la proposta».

5 – Elezioni entro la primavera

Quella di nuove elezioni entro la primavera è l’ipotesi più probabile. «E anche la peggiore», sottolinea Della Pergola, richiamando l’appello del presidente Herzog alle forze politiche perché facciano ogni sforzo per evitare questo scenario. «Nuove elezioni sarebbero un disastro per la gestione del Paese, acuirebbero le tensioni e potrebbero favorire Netanyahu. Nell’ultima tornata molti voti della destra sono andati dispersi a causa della soglia elettorale del 3,25%: in una nuova consultazione potrebbero confluire verso il Likud, rafforzandolo. Inoltre, la settimana scorsa 67mila cittadini israeliani sono rientrati in aereo per votare. Non abbiamo dati certi sulle loro preferenze politiche, ma è plausibile che una parte significativa volesse sostenere l’opposizione. Difficilmente, però, ripeterebbero il viaggio per una seconda elezione a breve distanza. Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe diminuire, soprattutto se non vedessero tradursi in risultati politici la loro partecipazione al voto. Sono tutti fattori che potrebbero avvantaggiare Netanyahu, portandolo più vicino alla maggioranza. Ed è proprio su questo che Bibi sembra puntare».
Lo stesso Bibi sta svolgendo una campagna mediatica sulla illegittimità del voto. «Si sostiene che ingenti fondi diano arrivati da Paesi nemici per sovvenzionare l’affluenza alle urne degli arabi, fino al limite di chiedere nuove elezioni. Vedo quindi in atto – teme Della Pergola – un tentativo pericoloso. Qualcosa che somiglia in modo preoccupante a quello che accadde negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a Capitol Hill».
Resta infine l’incognita Iran. «Il risultato delle elezioni americane potrebbe avere un peso importante: Trump ne è uscito indebolito e, nelle sue attuali condizioni politiche, mi sembra difficile che decida di impegnarsi in una guerra. Netanyahu potrebbe però scegliere di agire anche senza gli Stati Uniti. Sarebbe una decisione dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, ma non mi sento di escluderla del tutto».
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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

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