Fede radicale

Fede radicale

Addosso un senso profondo di fallimento. Non sono a casa mia, purtroppo. Mi sono lasciato condurre in un’altra città per condividere pensieri sul Vangelo. Ma ho sbagliato, ancora. Non ho capito il contesto, non vedevo l’ora che tutto finisse: lingue troppo diverse. Non resta che lasciarmi alle spalle anche questa esperienza, questa città che ha deciso di guardarmi con occhi che ho percepito ostili, e cercare un bosco. Lo trovo. Alberi. Silenziosi. Imbocco un sentiero sperando che il cammino mi liberi almeno un po’ da questa sensazione di non essere all’altezza delle attese della gente. Antico problema. Salgo. Intorno a me non i castagni stanchi del mio Appennino, non i tronchi sdraiati come cadaveri, non le cortecce aperte come ferite, non i tronchi fratturati da violenti temporali, non l’abbandono. Qui tutto è più ordinato: faggi, abeti di montagna, sentieri ben visibili, spazi pensati per la sosta. E infatti c’è gente qui, in cerca di respiro.
Io cammino. Vorrei disincagliarmi dai pensieri, dai volti, da alcune frasi che mi hanno raggiunto con durezza; vorrei, ma più ci penso più i pensieri mi stritolano come un serpente attorno al cuore. Poi però li vedo. Sono due ragazzini. Sono giovanissimi e stanno abbracciati su una coperta in mezzo a un prato. Punto. Non posso sapere i loro pensieri, non intuisco i loro discorsi: solo stanno, così, e quello stare mi riempie il cuore di pace. Sento una distanza siderale tra le nostre proposte parrocchiali, ancora tanto indirizzate al fare, e quei due ragazzini, la loro liturgia che non chiede niente se non di essere lasciata in pace. Poco prima avevo parlato dell’importanza di uccidere il proprio ego. O rinnegare se stessi, per stare nel solco del Vangelo. Avevo ricevuto commenti duri e silenzi ancor più taglienti, come se il mio fosse stato un invito al disimpegno, a persone impegnate da una vita per la causa.
Eppure mi era sembrato d’essere stato così chiaro! Sì, ma per spiegare agli altri l’uccisione dell’ego io mi sono dovuto esporre, ho dato una mia interpretazione del Vangelo, ho portato a supporto poesie e testi che parlavano a me, mi sono impegnato. Insomma: troppo me. Avrei forse dovuto prenderli per mano, uno a uno; avrei dovuto accompagnare tutte le persone a camminare con me nei boschi. Senza dire niente. Sarebbe stata esperienza anche vagamente zen e quindi, immagino, più apprezzata. Poi avrei chiesto loro di guardare in silenzio quei due ragazzi. Chi avrebbe visto in loro solo una perdita di tempo, un egoistico separarsi dal mondo, un disimpegno verso i poveri, si sarebbe fatto una diagnosi da solo.
Mentre penso a questa ipotesi rido di me, sto ancora predicando. I due ragazzi forse si accorgono di essere guardati. Con velata timidezza mi guardano, sorrido, sorridono. Silenziosamente li ringrazio. Continuo a camminare. Non sono riuscito a depositare del tutto l’amarezza ma mi hanno aiutato. Mi incolpo ancora d’aver parlato di una via troppo radicale al Vangelo a persone che hanno la loro legittima strada. Io so la distanza tra la mia mediocrità e il sogno, però è l’unica via che mi pare percorribile per non ridurre il Vangelo a un’antropologia fatta di buoni sentimenti. Respiro profondamente, ancora. Provo a lasciar andare i pensieri, per l’ennesima volta. Tento una preghiera. Chiedo al Risorto di farmi capire come possa io stare nella trama delle città, soprattutto delle città religiose, delle piccole città fatte da persone che vivono un’etica cristiana e appartengono a gruppi ecclesiali, senza far loro male. Senza provocarli.
Chiedo al Risorto di aiutarmi a capire se devo scendere nelle trame della città oppure se è meglio che io stia altrove. Perso in questi pensieri, troppo acerbi per avere senso, perso in questo groviglio di domande che non hanno l’ambizione di arrivare a nessuna risposta, vedo, ancora dall’alto del mio sentiero, una seconda giovane coppia. Sono bellissimi. L’immagine è toccante. Sono abbracciati anche loro. Ma sono in piedi, al cospetto di un albero centenario protetto da una staccionata. L’albero è altissimo, maestoso ed elegante, e i due ragazzi sono ai suoi piedi. Abbracciati. Maestosi ed eleganti. Anche loro. I due ragazzi si stringono e stanno lì, come a cercare la benedizione dell’Eterno. Stanno. Solo stanno. In silenzio, e si abbracciano. Questa è fede radicale. Fede radicale è una fede che ha radici. Che lezione per me, per la mia logorroica mania di voler spiegare Dio. Che lezione anche per il gruppo da cui sono fuggito, che lezione silenziosa e maestosa: le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi ai piedi di un albero.
Avvenire
- / 5
Grazie per aver votato!

Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

Lascia un commento