Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

di Matteo Marcelli, Giuseppe Muolo in Avvenire
Prosegue il caso legato a “Report”, ma non si parla dei ritardi sul Media freedom act e le querele. Facciamo il punto

Nessun nuovo passo in avanti sull’inchiesta. Il caso Ranucci resta ancora cosparso di punti interrogativi. Nel frattempo il giornalista ieri è tornato a parlare, tenendo fermamente il punto: «Da due mesi e mezzo viaggio a una media di 200 articoli al giorno, di cui due terzi sono pieni di falsità, anche di giornali da cui non te lo aspetteresti – ha detto ad Asiago durante una nuova tappa della presentazione del suo ultimo libro -. Non posso ovviamente perdere il tempo a smentire ogni cosa perché sarebbe impossibile». E ha aggiunto, sarcasticamente: «L’unica fortuna è che tra qualche settimana mio figlio diventerà avvocato». Intanto le ombre sul coordinatore di Report aumentano: ieri la giornalista e scrittrice Angela Camuso, ha raccontato al Tempo di aver subito delle avance dal conduttore. Una testimonianza che ha scatenato il centrodestra. Kelany (FdI) ha parlato di «nuove accuse di molestie», citando i rapporti con delle stagiste che Ranucci racconta nel suo libro. Episodi che il giornalista ha successivamente bollato come «finzione». Secondo Gasparri (FI) la sua reputazione «è sottozero». Mentre per il dem Verini la destra usa il caso Ranucci per «regolare i conti con Report». Le presunte avance, in ogni caso, non sono legate all’inchiesta, che naviga ancora in mare aperto. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi. Su tutti la genesi dell’attentato a Ranucci. E i rapporti tra il conduttore e il faccendiere Lavitola, reo confesso di essere il mandante. Un puzzle che gli inquirenti si augurano di ricomporre nei prossimi giorni con le dichiarazioni spontanee che Lavitola farà al Tribunale del Riesame e con gli interrogatori dei presunti attentatori.
Sullo sfondo della vicenda Ranucci-Report permane lo stallo sulla governance della Rai, ancora senza un presidente effettivo dopo lo scontro in commissione di Vigilanza, auto-azzerata con le dimissioni di massa a inizio luglio e non ancora ricomposta. Ma al di là dell’intoppo politico (la mancata nomina di Simona Agnes), sul sistema di informazione pubblico pesa un incompiuto ancor più inquietante che, salvo interventi dell’ultima ora, porterà dritto a una procedura di infrazione. Si parla del regolamento europeo sulla libertà dei media ( European Media Freedom Act , Emfa), in vigore già da un anno. Che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepito per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.
Un testo incompatibile con l’attuale sistema di governance, figlio della riforma Renzi del 2015. Michele Anzaldi, ex parlamentare Pd ed ex segretario della commissione di Vigilanza Rai, faceva parte di quella maggioranza e non ha molti dubbi sul fatto che la procedura di infrazione arriverà, visto che la riforma ha dato poteri enormi all’amministratore delegato e che la sua nomina è formalmente affidata al Cda, ma sulla base della proposta dell’assemblea dei soci, cioè del Mef. «Siamo all’opposto di quanto previsto dal regolamento europeo, seguendo il quale il governo dovrebbe essere il più lontano possibile dall’ad. Ma questo era un principio di buon senso valido anche prima della riforma. Pensiamo al caso di Berlusconi, peraltro proprietario di reti private, dal punto di vista politico è inconcepibile che chi governa il servizio pubblico sia emanazione diretta dell’esecutivo. Quindi o si interviene subito o l’Europa interverrà, tanto più che l’ultimo termine per l’applicazione dell’Emfa era l’8 agosto».
Il fatto è che il Mef resta il finanziatore principale dell’azienda (attraverso il canone) ed è difficile ipotizzare di togliergli il potere di indicare l’ad e quindi di incidere sul controllo gestionale della Rai. Per anni si è parlato del modello Bbc, basato su una fondazione. Un modo per spostare il potere decisionale affidando nomine e decisioni strategiche a un ente autonomo. Su questo, spiega ancora Anzaldi, si era anche raggiunto un accordo nel 2010. Anche se applicare un modello del genere all’Italia non è semplice: «Dal punto di vista democratico, il Parlamento rimane l’organo più rappresentativo e questo rende complesso e delicato definire la legittimità di un sistema di nomine interamente delegato a elezioni interne o di settore».
Fin qui il tema della governance, ma c’è anche un altro punto: l’Emfa stabilisce l’obbligo di garantire ai media di servizio pubblico risorse finanziarie certe e stabili per un orizzonte temporale di almeno tre anni. È anche vero, però, che assieme alla sicurezza dei fondi «serve certezza su come vengono utilizzati e come vengono eliminati gli sprechi – osserva Anzaldi –. In nessuna azienda un editore darebbe soldi senza un progetto di rilancio, che preveda un piano di efficientamento e l’abolizione degli sprechi, che purtroppo hanno caratterizzato la gestione dell’azienda da diversi anni».
C’è poi un altro aspetto, che non riguarda solo la Rai, ma l’intero sistema di informazione: le querele temerarie (Slapp, Strategic lawsuit against public participation ). L’Italia, scrive l’Ordine dei giornalisti citando il Case ( Coalition against slapp in Europe ), «è da due anni il Paese Ue con più slapp censite. Senza estensione delle tutele ai casi domestici, oltre il 90% dei bersagli italiani resterebbe privo di tutele». Ma su questo pesa una tendenza culturale che produce molte altre storture non meno preoccupanti. In Italia è estremamente facile distruggere la reputazione di una persona anche solo dando risonanza a un avviso di garanzia. E, al contrario, quando la vicenda giudiziaria si conclude positivamente, magari con un’archiviazione, alla notizia non viene mai dato lo stesso spazio. Questo sbilanciamento, riflette ancora Anzaldi, dimostra «una profonda mancanza di rispetto dei ruoli e una totale assenza di responsabilità da parte della politica e del sistema informativo». Per non parlare delle decine di casi controversi in cui la Rai ha chiuso programmi di successo senza dare spiegazioni nonostante le denunce dell’Ordine. Chiude il quadro l’ultimo report sulla libertà di stampa di Reporters sans frontieres , che colloca l’Italia al 56esimo posto su 180 Paesi, con un calo di sette posizioni rispetto al 2025, dovuto, spiega l’Ong, a pressioni politiche, rischi per la sicurezza dei cronisti e tentativi di limitare il lavoro giornalistico.

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Pubblicato da Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati per una libera informazione e la riforma della Chiesa, impegnato per la riammissione al ministero dei preti sposati e delle loro famiglie.

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