
Sulle pagine del quotidiano cattolico Avvenire, una profonda riflessione sulla figura del monaco buddhista Ryojun Shionuma ha riacceso il dibattito sul senso profondo della sofferenza, della disciplina del corpo e dell’ascesi come strumenti per imparare a vivere autenticamente. Shionuma, noto per aver compiuto pratiche di resistenza fisica e spirituale estreme sul monte Omine, ricorda al mondo contemporaneo una verità universale: il sacrificio e la privazione non sono fini a se stessi, ma tappe necessarie per purificare il cuore, sviluppare l’empatia e comprendere le sofferenze del prossimo.
Come staff di Informazione Libera, accogliamo questo stimolo culturale ed ecumenico. La testimonianza di questo maestro d’Oriente ci permette di rileggere, con sguardo rinnovato, la centralità della nostra missione e l’illuminazione tratta dalle Scritture sul significato del Vero Digiuno.
Dalla privazione materiale all’amore attivo
Sebbene l’ascesi buddhista utilizzi metodi legati alla pura resistenza del corpo, la sua conclusione etica converge straordinariamente con la spiritualità cristiana: chi sperimenta la privazione impara a non essere egoista. Nel cristianesimo, tuttavia, questo percorso compie un salto di qualità decisivo attraverso la rivelazione del profeta Isaia e le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo.
Il digiuno che piace a Dio non è una prova di forza eroica e solitaria, né una punizione fine a se stessa. Come andiamo ribadendo nel nostro cammino di sensibilizzazione, il “Vero Digiuno” consiste nel “sciogliere le catene malvage, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi” (Isaia 58). Significa privarsi del proprio egoismo, dell’orgoglio clericale e del linguaggio accusatorio per fare spazio all’altro, curando le piaghe della solitudine e dell’abbandono.
I sacerdoti sposati e la sofferenza dell’esclusione
Le parole di Shionuma su come la sofferenza possa trasformarsi in una maestra di vita risuonano profondamente nella storia del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati. Per decenni, i presbiteri che hanno scelto la via del regolare matrimonio religioso hanno vissuto una forma dolorosa di ascesi e di sofferenza: l’esclusione, il silenzio istituzionale, l’incomprensione e, talvolta, il disprezzo della propria legittima diversità (tema su cui proprio ieri è intervenuto Papa Leone XIV ammonendo che “il disprezzo per la diversità porta alla distruzione”).
Questa sofferenza non ha però generato rancore, ma ha insegnato a vivere e ad amare ancora di più la Chiesa Cattolica. È diventata una cattedra di empatia. Proprio perché hanno vissuto sulla propria pelle la fatica del discernimento, l’ansia del futuro e il peso del giudizio, i sacerdoti sposati e le loro famiglie possiedono oggi una maturità umana unica, capace di comprendere e lenire le “fragilità e le ansie” delle famiglie moderne.
Un’offerta gratuita per la risurrezione delle comunità
La sofferenza del passato si trasforma oggi in energia costruttiva, in un cantiere aperto per il futuro. Non chiediamo privilegi, ma il riconoscimento di una vocazione nella vocazione attraverso il Decreto di Riammissione.
Come il monaco cammina per chilometri per intercedere per l’umanità, così i sacerdoti sposati sono pronti a mettersi in viaggio, a spendere le proprie energie e la propria formazione teologica per servire gratuitamente le parrocchie in affanno, supportare i confratelli celibi schiacciati dal multitasking pastorale e riaprire quelle chiese che rischiano di restare vuote. La vera ascesi, per noi, si traduce nel servizio umile, legale e gioioso alla luce del sole.