
Avvenire
Sorrisi di circostanza a parte, a Evian-Les-Bains come a Washington, Donald Trump resta il maestro delle giravolte. Non desta particolare stupore che, a margine del G7, prima di avere avuto un incontro «ottimo» con Volodymyr Zelensky, ne avesse tenuto uno – analogamente «ottimo» – con Vladimir Putin. Né che, dopo avere chiesto alla Russia di fare la pace con l’Ucraina e essersi reso disponibile ad «aiutare il più possibile», si sia rapidamente sfilato. «Gli Usa non hanno niente a che fare con questa guerra. Siamo a centinaia di chilometri di distanza», ha tuonato The Donald. Come da copione pure l’apertura sibillina sulla «reintroduzione delle sanzioni sul petrolio di Mosca». Il «presto» del tycoon è diventato un cauto «stiamo valutando» nel giro di qualche ora. Eppure il faccia a faccia tante volte evocato e concretizzato martedì tra il capo della Casa Bianca e il leader di Kiev è stato «differente dagli ultimi due precedenti, negli Stati Uniti e a Davos», sottolinea Vladimir Fesenko, politologo tra i più noti in Ucraina, direttore del centro studi politici applicati “Penta”. «Entrambe le volte – prosegue l’esperto – il tycoon aveva fatto pressione su Kiev affinché cambiasse la propria strategia negoziale e fosse disponibile a ampie concessioni territoriali nel Donbass. Ora non se ne è parlato». A cambiare, secondo l’analista, non sarebbe stato Trump ma l’equilibrio di forze sul campo.
In quale direzione è avvenuto il mutamento?
A favore dell’Ucraina. O, meglio, la Russia ha perso il proprio vantaggio. E gli Stati Uniti, a partire da Donald Trump, se ne rendono conto. Al G7, il presidente Usa non ha fatto promesse specifiche né ha assunto impegni nei confronti di Zelensky. Si è astenuto, però, dal ribadire la propria richiesta di “ammorbidimento”. Ciò denota un cambio nel tipo di approccio.
Cosa l’avrebbe determinato?
L’aumento delle capacità militari dell’Ucraina. Confermato dagli attacchi alle infrastrutture energetiche russe. E questo non è dovuto alle armi occidentali bensì all’evoluzione nella produzione interna di droni da combattimento. Certo, c’è un contributo finanziario degli alleati. La fabbricazione, però, è al 90 per cento ucraina. Un processo graduale in corso da due anni. Che, ora, sul terreno comincia a dare risultati concreti, come hanno ammesso gli stessi servizi logistici russi.
Quale impatto potrebbe avere nella trattativa per mettere fine alla guerra?
La rilanceranno. Anche se temo che per l’intesa ci vorrà ancora tempo. Spero di sbagliarmi, ovviamente, ma temo di no.
Per quale ragione?
Le parti sono ancora molto distanti. L’Ucraina vuole un cessate il fuoco. La Russia, in cambio, chiede concessioni. Ed è improbabile che Kiev si ritiri dal Donbass. Il nodo dei territori è centrale. In particolare il Donetsk che è stato conquistato da Mosca al 70 per cento o poco più. Eppure Putin pretende di avere anche il resto. Resta lo zar il principale scoglio. Poiché non vuole la fine del conflitto a differenza di gran parte della popolazione russa.
Trump potrebbe farlo cedere?
Non sa come fare. Penso che voglia la fine del conflitto. Ma non ha le idee chiare su come ottenerla.
E allora cosa potrebbe indurre il Cremlino a cambiare strada?
Due fattori. Il primo è l’economia. Non è facile per Mosca continuare a investire tante risorse nella guerra. Oltretutto, con la riapertura di Hormuz, Europa e Usa potrebbero stringere di nuovo la morsa delle sanzioni. Un accordo sarebbe, dunque, conveniente. Il problema che prevale un secondo elemento, di tipo psicologico. Putin è ancora convinto di poter vincere. Così va avanti. Non si tratta, però, di un’idea immutabile. Almeno non più. Quest’anno, per la prima volta dall’inizio dell’invasione -, fedelissimi del Cremlino – da alcuni militari a popolari commentatori televisivi – hanno iniziato a parlare di punto morto nella guerra. E della necessità di mettervi fine. È il segnale di scontento che Putin fatica sempre più a controllare. Se diventasse troppo costoso in termini politici continuare a provarci, potrebbe allentare la presa.
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