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La macchina vaticana accelera in vista del secondo Concistoro ordinario pubblico del pontificato di Leone XIV, fissato per la fine di giugno 2026. Un appuntamento cruciale che ridisegnerà la geografia del Collegio Cardinalizio e che vedrà i massimi esponenti della Chiesa universale stringersi attorno al Pontefice per tracciare le linee guida dei prossimi mesi. Eppure, dietro la solennità delle porpore e i dibattiti di alta diplomazia ecclesiale, nei corridoi d’Oltretevere e soprattutto nelle diocesi di tutto il mondo risuona una domanda fondamentale che la base rivolge idealmente ai porporati: quando si affronterà, con autentico realismo pastorale, la questione della riammissione dei sacerdoti sposati al ministero attivo?
L’emergenza non è più rimandabile. Mentre i vertici si riuniscono a Roma, la quotidianità delle parrocchie è segnata da un declino numerico del clero celibatario che mette a rischio la stessa celebrazione dell’Eucaristia domenicale in molti territori. Il movimento dei preti coniugati non avanza rivendicazioni ideologiche, ma pone sul tavolo del Concistoro una risorsa concreta, trasparente e immediatamente disponibile: migliaia di uomini che hanno completato l’intero ciclo di formazione formale e possiedono titoli accademici legittimi. Integrare questi sacerdoti, unendo la solidità dottrinale all’esperienza maturata nella quotidianità familiare e lavorativa, rappresenterebbe la risposta più efficace a quel cancro della “solitudine del clero” più volte denunciato dallo stesso Leone XIV. Il futuro delle comunità cristiane necessita di operai pronti, e il Concistoro ha l’autorità per trasformare questa necessità in una riforma strutturale lungimirante.