Roma «Abusi su una suora, Padre Salonia a processo»

Giovanni Salonia

Il Messaggero

Ci sono certe ferite destinate a non guarire. Mai. Una suora abusata da un sacerdote rischia di ammalarsi nell’anima, di precipitare in un tunnel senza luce, fino a non vedere più nemmeno Dio. Sono passati quattro mesi dal summit in Vaticano sugli abusi che un caso emblematico riaffiora dalle sabbie mobili grazie alla magistratura italiana. La Procura di Roma ha deciso di chiedere il rinvio a giudizio per padre Giovanni Salonia, tra i più affermati psicoterapeuti operanti nel mondo ecclesiale, accusato da una suora di violenza sessuale, con l’aggravante, per i pm, di «avere agito per motivi abietti». 

IL PERSONAGGIO
Salonia, appartenente all’Ordine dei cappuccini, con alle spalle amicizie importanti, tra cui l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, si è sempre proclamato innocente. «Nella veste di psicoterapeuta e nello stesso tempo di sacerdote – si legge nel capo di imputazione – costringeva la sua suora, sua paziente, a compiere e subire atti sessuali» in diverse incontri tra il 2009 e il 2013. L’incidente probatorio, disposto a marzo dal Tribunale, deve avere fugato ogni dubbio al magistrato che ha ritenuto necessario richiedere il processo. Se la giustizia italiana avanza, esaminando quanto accaduto per arrivare a una sentenza, la giustizia vaticana sembra essersi inceppata. 
SEGNALAZIONI
Naturalmente alla Congregazione per i Religiosi il dossier era arrivato puntuale, corredato da diverse segnalazioni interne. Le vittime per il Vaticano sarebbero tre, per fatti avvenuti anni addietro. Ma come spesso succede al di là del Tevere molte carte finiscono in una specie di limbo. 
Due anni fa Papa Francesco era intenzionato a promuovere Salonia vescovo ausiliare di Palermo, dietro sponsorizzazione di Lorefice. L’investitura era già pronta poi ad un tratto è saltata la promozione. Il Pontefice aveva cambiato idea. In genere, in Vaticano, queste cose accadono solo davanti a informazioni interne ritenute gravi. In quei giorni Salonia diffondeva una lettera spiegando ai fedeli di aver rinunciato volontariamente all’incarico per non creare problemi al Papa. I religiosi che avevano denunciato in Vaticano certe anomalie sul frate, venivano messi da parte nelle strutture ecclesiali palermitane, accusati di calunnia. A difesa di Salonia si era mosso anche il ministro della Sicilia dei cappuccini («Le accuse sono infondate e inconsistenti»). A questo punto Papa Francesco ha convocato a Roma il generale dei cappuccini per chiedere provvedimenti su Salonia. Da quel momento, inspiegabilmente è iniziata la sua riabilitazione. 
L’Antonianum, come altre università cattoliche, lo ha chiamato a tenere lezioni e master, la San Paolo gli ha pubblicato un volume (con prefazione del Papa) sulla vita del beato Puglisi. 
PIETRA D’ANGOLO
A mettere a tacere definitivamente tutto è stato un incontro il 15 settembre 2018 a Palermo durante la visita del Papa. Nel palazzo arcivescovile, il vescovo Lorefice ha presentato padre Salonia a Francesco. Un saluto breve con foto di rito, ma sufficiente a garantire al sacerdote una nuova luce. La notizia del rinvio a giudizio è rimbalzata in Vaticano amareggiando diverse persone. Una suora, in particolare, si è ricordata delle parole coraggiose che a febbraio, al summit sugli abusi, sono state pronunciate da suor Veronica Openibo, superiora generale della Società del Santo Bambino Gesù, davanti al Papa: «Al presente viviamo uno stato di crisi e di vergogna. Abbiamo gravemente offuscato la grazia della missione di Cristo. È possibile per noi passare dalla paura dello scandalo alla verità?».
Certo dell’innocenza di Salonia è il suo avvocato, Pier Paolo Dell’Anno: «Dimostreremo l’infondatezza dell’accusa. L’eccentricità del lungo tempo trascorso tra il termine della terapia e la denuncia, più di quattro anni; la riconosciuta efficacia della stessa, sia da parte della religiosa, che anche da professionisti terzi, e infine la circostanza che vede totalmente taciuto l’asserito abuso, nonostante negli anni intercorsi dopo il termine della terapia la suora sia stata, per di più, seguita da varie figure professionali».

Meglio le suore per matrimoni piuttosto che i preti sposati

Suor Pierrette Thiffault ha presieduto la liturgia nuziale a Lorrainville, dopo che il vescovo aveva ottenuto l’autorizzazione della Santa Sede. Un’eccezione prevista dal Codice di Diritto canonico

I preti sposati, con un regolare percorso, di dimissioni dagli incarichi, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso, sono dentro al Diritto e sono ancora dentro la Chiesa avendo un sacerdozio validamente ricevuto… Ma per loro non valgono le eccezioni che il Diritto Canonico prevede per il bene dei fedeli, quando mancano i sacerdoti.

A sollevare il problema è il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati (http://nuovisacerdoti.altervista.org) che commenta un articolo apparso su lastampa.it di Andrea Tornielli (v. in basso).

Si chiama suor Pierrette Thiffault, è una religiosa abituata a supplire come può alla mancanza di preti nella regione di Abitibi-Témiscamingue, in Québec. Ma fino a sabato 22 luglio non le era ancora capitato di celebrare una cerimonia nuziale. Lo ha fatto a Lorrainville, un paese di 1200 anime che dista più di 650 chilometri da Montreal, dove ha unito in matrimonio nella chiesa parrocchiale cattolica Cindy e David.
“La presenza femminile sull’altare, dove si è ovviamente celebrata soltanto la liturgia nuziale, e non la messa, ha fatto scalpore. Ma si tratta di un’eccezione prevista dal Codice di Diritto canonico promulgato nel 1983 da san Giovanni Paolo II.

Il canone 1112 afferma infatti: «Dove mancano sacerdoti e diaconi, il vescovo diocesano, previo il voto favorevole della Conferenza episcopale e ottenuta la facoltà della Santa Sede, può delegare dei laici perché assistano ai matrimoni». Nel paragrafo successivo si aggiunge: «Si scelga un laico idoneo, capace di istruire gli sposi e preparato a compiere nel debito modo la liturgia del matrimonio». Nel Codice di Diritto canonico la parola «laico» non ha connotazione maschile, ma per il principio di uguaglianza sta a significare laico o laica, cioè ogni qual volta si attribuisce qualcosa ai laici questa va applicata sia gli uomini che alle donne. Diverso è il caso dell’ordine sacro, nei suoi tre gradi di diaconato, presbiterato ed episcopato, riservato ai maschi. La suora, pur avendo fatto i voti da religiosa, è considerata «laica» quanto all’ordine sacro.

Va ricordato che nel matrimonio il ministro che celebra il sacramento non è il prete. I ministri celebranti sono infatti gli sposi stessi. Il sacerdote ha – nell’ambito della liturgia nuziale – il compito di testimone qualificato. Per questo le norme canoniche prevedono, in via eccezionale e in casi di comprovata necessità, la possibilità che a presiedere la liturgia ci sia un laico, previa autorizzazione della Santa Sede.

Lorrainville appartiene alla diocesi di Rouyn-Noranda, il clero scarseggia a tal punto che ci sono preti con 7-8 parrocchie da seguire. Per questo il vescovo si è appellato a suor Pierrette Thiffault, religiosa delle Sorelle della Provvidenza, per la celebrazione del matrimonio. La suore ha voluto ricordare alla stampa locale di non essere ordinata e dunque di non poter esercitare alcuna funzione sacerdotale. Ad autorizzarla, con una lettera datata 23 maggio 2017, è stata la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, presieduta dal cardinale Robert Sarah. Il vicario generale della diocesi canadese ha dichiarato: «Nella Chiesa cattolica, questa è una presidenza che è affidata solo ad un prete. Ma possono esserci delle eccezioni, quanto accade oggi è una di queste».

Suor Pierrette Thiffault è da anni incaricata della pastorale nella parrocchia di Moffet, vicina a Lorainville, e ha insegnato catechismo a David, lo sposo, quando era ragazzo. La richiesta di presiedere le nozze è arrivata dal vescovo”.

Pittura. Plautilla, la suora «pictora»

Ne scrive Vasari, e dunque dobbiamo drizzare le antenne quando leggiamo di una certa «Suor Plautilla». Di lei dice che era monaca e priora del monastero di Santa Caterina da Siena a Firenze, su piazza San Marco, e aggiunge che «cominciando a poco a poco a disegnare et ad imitar coi colori quadri e pitture di maestri eccellenti ha con tanta diligenza condotte alcune cose, che ha fatto maravigliare gl’artefici». Nota poi che era maestra nella miniatura, tanto da far cose più belle di quegli artisti da cui prendeva esempio. Il fatto è che Plautilla Nelli, al secolo Polissena de’ Nelli (1524-1588), si formò da autodidatta e continuò, vestendo molto presto l’abito di suora domenicana, a esercitare il suo talento di pittrice assieme alla vocazione religiosa. Molto celebrata già in vita – è probabile che facesse a tempo a leggere l’elogio di Vasari – di lei però si perde un po’ notizia fra Sei e Settecento, e verrà recuperata solo a partire dall’Ottocento. Non è un destino solamente suo. Diverse sono le artiste rimaste per secoli in ombra nelle memorie degli storici o addirittura cadute nell’oblìo. Il caso emblematico oggi è Artemisia Gentileschi la cui riscoperta è diventata una sorta di vessillo della riscossa femminista, ma è appunto l’esempio clamoroso di un’avanzata femminile nell’arte che conta altri nomi: nell’ambito bolognese, Properzia de’ Rossi, grande scultrice rinascimentale sulla quale lo scorso anno è uscita una monografia; dopo di lei Lavinia Fontana e la sublime Elisabetta Sirani, che nel suo atelier si circondò di allieve e collaboratrici, come Ginevra Cantofoli il cui corpus è stato ricostruito in anni recenti. A parte la figlia di Tintoretto, Marietta, morta prematuramente;
e ancor prima la figlia di Paolo Uccello, Antonia la “pittoressa”, anche lei suora carmelitana, si stanno ritrovando le tracce di Lucrezia Quinistelli, allieva di Alessandro Allori, della discepola di Tiziano, Irene di Spilimbergo, mentre alle cronache sono ben note Sofonisba Anguissola e Fede Galizia. Ma anche all’estero non mancano artiste che hanno fatto concorrenza ai colleghi maschi: Lavinia Benning Teerlinc, miniaturista; Caterina van Hemessen; Roldana, alias Luisa Ignatia Roldan scultrice spagnola vissuta fra Sei e Settecento e autrice di veri capolavori; lo stesso si potrebbe dire della pittrice sivigliana Josefa de Ayala Figueira morta a Obidos, in Portogallo, nel 1684; più o meno nella stessa epoca in Francia si distinse per le sue straordinarie nature morte la pittrice Louise Moillon; e se vogliamo concludere questo elenco provvisorio, a monte di tutte sta quella Caterina de’ Vigri, clarissa bolognese vissuta nella parte centrale del XV secolo, che oltre a essere badessa era assai colta e aveva fin da giovane appreso a Ferrara l’arte della miniatura e della copiatura.

Dunque Suor Plautilla. Un simposio nel 1998, a Fiesole (gli atti uscirono un paio d’anni dopo), rilanciò la misconosciuta pittrice; poi ancora un volume di saggi nel 2008; ora la prima mostra a lei dedicata, agli Uffizi, a cura di Fausta Navarro con l’apporto di Catherine Turrill Lupi, fra le maggiori studiose della “pictora” (come talvolta si firma). È stata proprio Catherine Turrill a fornirmi l’elenco esatto delle opere conosciute di Plautilla: comprese quelle indicate in documenti ma perdute o ignote persino nel soggetto, quelle attribuitele nell’Ottocento ma che oggi le sono state tolte e assegnate ad altri pittori, e quelle che sono passate in asta nel Novecento sotto il suo nome su cui però non c’è accordo: a voler stare larghi si tratta di 40-50 opere, ma è un lavoro in fieri , suscettibile, sottolinea la studiosa, di continue aggiunte e cambiamenti perché non esiste ancora un catalogo esaustivo dell’opera di Plautilla.

Naturalmente, viene la curiosità di cercare tracce della suora pittrice fuori dai nostri confini, vuoi anche per i rami europei dell’ordine domenicano; e allora si scoprirà che Plautilla nell’Ottocento non era un nome del tutto dimenticato: un rapido sondaggio nella pubblicistica francese, per esempio, testimonia della sua fama. Per esempio, in un numero della “Gazette des Beaux-Arts” del 1860, Léon Lagrange, compagno di studi di Hippolyte Taine e autore di saggi su Pierre Puget e Joseph Vernet, parla Du rang des femmes dans les arts, e cita appunto Marietta, Lavinia, Elisabetta, Artemisia e… Plautilla. Le chiamo per nome, come vorrebbe Vasari in segno d’eccellenza artistica. Qualche lustro dopo, nel 1874, il Grand Dictionnaire Universel di Pierre Larousse registra il nome di Plautilla e le dedica una trentina di righe (non poche tutto sommato): si dice di questa «donna interessante, che ha vero talento». Si aggiunge che non potendo invitare uomini a posare per le sue opere, quando doveva eseguire figure maschili si avvaleva dei disegni lasciati da Fra’ Bartolomeo al convento, e si fa notare che nel Compianto il Cristo sembra ispirato a quello della Deposizione di Daniele da Volterra. Si dice anche che nel disegno delle teste rivela una certa « grace naïve non priva di originalità» e si conclude che nell’insieme mostra una scienza, un vigore e un’audacia non comuni per una donna. A proposito dell’interdetto all’uso di modelli maschili, nel 1827 una guida in francese dell’Accademia fiorentina di Belle Arti, precisa che non
potendo servirsi per i suoi quadri di modelli maschi, coinvolge le sue consorelle e per questo i santi «hanno forme e fisionomie femminine».

La ricostruzione del caso Plautilla è soltanto agli inizi. Ma se è vero che si sentiva la necessità di una mostra che consentisse di vedere l’una accanto all’altra le opere certe e quelle riapparse recentemente e a lei attribuite, è anche vero che questa degli Uffizi è poco più che un antipasto, un assaggio in un pranzo sostanzialmente di magro. Pare che siano mancati prestiti importanti, anche di opere conservate in Italia e custodite da comunità religiose. Come mai? C’è poi da aggiungere che L’ultima cena al Convento di
Santa Maria Novella è in restauro: si tratta, quanto al soggetto, di una delle opere più grandi mai dipinte. Il
Compianto è invece al Convento di San Marco, è una delle opere più riuscite di Plautilla, restaurata una decina d’anni fa. Anche le due lunette nel Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto con la Consegna del Rosario a san Domenico e di Santa Caterina che riceve la visione di
Cristo,
sono state restaurate nel 2007: di qualità difforme vengono giustamente assegnate a Plautilla e bottega. Infine, le due Annunciazioni: non sono di straordinaria bellezza pittorica, e quella dei Musei Civici Fiorentini per ora è un’attribuzione (Catherine Turrill però è favorevole all’autografia).

La questione della “bottega” è centrale per dirimere il caso Plautilla, come osservano sia Catherine Turrill sia Fausta Navarro. Fin da piccola eccelle nel disegno (arte che affina potendo avvalersi dei disegni di Fra’ Bartoloneo passati in eredità a Fra’ Paolino e infine al convento della “pictora”); entrando nell’ordine e divenendo priora (tre volte a intervalli prolungati) organizza una vera e propria squadra coinvolgendo le consorelle nel lavoro pittorico, un’opera collettiva al servizio della devozione per Santa Caterina da Siena e, in sovrapposizione, per l’altra santa Caterina, la de’ Ricci, morta a Prato nel 1590, con la quale viene persino a sposarsi nella fisionomia (volutamente).

Organizzando un atelier già moderno nel modus, dove il segno del maestro viene gestito, come oggi nella moda, quasi fosse un brand (interprete supremo del genere fu il divino Raffaello), anche Plautilla realizzò qualcosa di molto simile a una factory dell’immagine devozionale: in mostra troviamo subito dopo alcune miniature a lei attribuite, una batteria di
ritratti della “duplice” Caterina (da Siena / de’ Ricci). La santa appare chiusa nel suo abito chiaro, col velo bianco, di profilo con le mani incrociate sul petto che mostrano i segni delle stigmate e portano l’attenzione sul la ferita al costato (tema di dibattito nella Chiesa dell’epoca), tiene in pugno il crocifisso, e versa lacrime. Il suo aspetto non è drammaticamente lacerato, ma come introverso in una meditazione sul dolore di Cristo. Solo le lacrime testimoniano la compassione della santa traslando la percezione della sua sofferenza su quella di Cristo (un interessante gioco di empatia per immagine). La Santa stringe in pugno il crocifisso e in quella posa appare anche Savonarola in una medaglia di Fra’ Mattia della Robbia. La mostra, infatti, vuole illustrare il tema dell’arte e la devozione «sulle orme di Savonarola», il testimone che lega le due Caterine sottintese nei dipinti.

Come nota Fausta Navarro questi ritratti tutti molto simili (anche se non tutti della stessa qualità pittorica) e vennero realizzati probabilmente a partire da un unico cartone che Plautilla aveva predisposto; a unirli il verde dello sfondo, su cui si spande una luminosità che sembra emanare dal corpo della santa, «come se fossero raggi di luce». Nella bottega o atelier che dir si voglia della priora domenicana si faceva infatti largo uso di cartoni, si ricorreva alla tecnica dello spolvero e al repertorio ereditato da Fra’ Bartolomeo. Forse nella serie notevole dei disegni esposti agli Uffizi c’è soltanto la mano di Plautilla, o forse può esserci, in sottofondo, anche quella di altri, magari qualche abbozzo in quei fogli ereditati su cui lei stessa potrebbe essere intervenuta. Aspettiamo le adeguate conferme dagli storici su questo caso degno di detective come Giovanni Morelli.

Avvenire

Ebola, morta una suora congolese

La missionaria congolese Chantal Pascaline, una delle due suore che prestava le sue cure insieme ai due religiosi spagnoli affetti dal virus Ebola ed evacuati giovedì a Madrid, è morta oggi a Monrovia dopo essere stata colpita da questa febbre emorragica. Lo ha annunciato l’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio per il quale lavorava.

Dello stesso ordine religioso fa parte anche il prete spagnolo Miguel Pajares, primo malato infetto dal virus ad essere stato rimpatriato in Europa. Miguel Pajares, 75 anni, è arrivato in Spagna con un aereo sanitario militare insieme alla religiosa Juliana Bonoha, anche lei spagnola, che lavorava con lui in quest’ospedale della capitale liberiana, ma i test ai quali quest’ultima è stata sottoposta sono risultati fino ad oggi negativi. Miguel Pajares e Juliana Bonoha sono ora ricoverati sotto stretta sorveglianza all’ospedale Carlos III di Madrid. Le condizioni del sacerdote sono “stabili”.

L’Ordine di San Giovanni di Dio aveva chiesto a Madrid il trasferimento d’urgenza in Spagna anche di Pascaline e della suora guineana Paciencia Melgar, anche lei colpita da Ebola. Ma il governo spagnolo aveva fatto sapere che prevedeva l’evacuazione “solo degli spagnoli”. Le due suore, come Juliana Bonoha, appartengono alla congregazione delle Missionarie dell’Immacolata concezione.

avvenire

 

LGBT. Tina Pesando, la trans che vuole farsi suora

La giovane canadese nata intersex per ora è solo una novizia ma è pronta a prendere i voti. “Se qualcuno ostacolerà il mio percorso, mi appellerò al Papa”. Se ci riuscisse, potrebbe diventare la prima religiosa cattolica transgender nel mondo

di Antonio Sciotto – espresso repubblica

Tina Pesando, la trans che vuole farsi suora

A London, nell’Ontario, la chiamano già la “suora pioniera”, perché la canadese Tia Michelle Pesando ha deciso di rompere uno dei principali tabù della Chiesa cattolica: aprire le porte dei conventi alle persone transgender.
Tia però non è ancora una suora: inizierà in agosto il suo percorso per diventarlo. Per il momento è soltanto una novizia, ha avuto già la benedizione del suo parroco e l’ok per avviare il training presso un convento carmelitano. Ma la strada è ancora lunga, e soprattutto irta di difficoltà.

La giovane canadese, nata intersex (con una non definita identificazione sessuale alla nascita), ha vissuto gran parte della sua vita come Ted, un maschio. “Ma mi sono sempre sentita come in prigione”, spiega, e sei anni fa, all’età di 28 anni, ha deciso di intraprendere la transizione verso il genere femminile, cominciando ad assumere una terapia ormonale.

Poi, due anni fa, è arrivata “la chiamata di Dio”. “Ho ritenuto fosse importante seguire questa voce che mi parlava dall’interno – ha dichiarato alla rete televisiva locale London Community News – E so che potrò incontrare delle difficoltà, sono pronta ad affrontarle”.

La storia di Tia è rimbalzata dal Canada agli Stati Uniti, ne ha parlato anche The Advocate, il sito della storica rivista lgbti Usa, che tra l’altro nel 2013 ha eletto Papa Francesco “man of the year” per le sue aperture al mondo gay. Per il momento le alte gerarchie ecclesiastiche romane tacciono, ma un convento di Kitchener, altra località dell’Ontario, interpellato dalla rete tv canadese, ha già dichiarato che non sarebbe disponibile a prendere tra le proprie monache una persona come Tia.

“So che nella chiesa cattolica contano molto le gerarchie – dice la ragazza – E se qualcuno più in alto volesse ostacolare il mio percorso, sono pronta ad appellarmi al Papa”.

Tia vorrebbe dedicare il suo lavoro nella chiesa all’accoglienza delle persone transgender e più in generale al rapporto con la comunità lgbti, favorendo il dialogo con il mondo cattolico. Cercando di mettersi alle spalle secoli di condanne, diffidenza reciproca e incomprensione: “Il perdono deve cominciare da qualche parte – dice – Deve venire da noi, che facciamo parte della comunità lgbti, e deve venire da chi è cristiano”.

Per favorire questo incontro, e raccontare la sua storia, Tia ha scritto un libro, “Why God doesn’t hate you”, che spiega alle persone transgender il motivo per cui non dovrebbero sentirsi rifiutate dalla Chiesa: “Dio non approva la guerra, la schiavitù, il razzismo, la misoginia, l’omofobia e la transfobia”, scrive la novizia, affermando di trarre queste sue convinzioni “da un accurato studio dei testi biblici e teologici, dall’agiografia, la storia e l’esperienza personale”.

La “pioniera” canadese spera di infrangere, sulla scia delle prime aperture di papa Francesco, un muro divisorio che tuttora resta in piedi. D’altronde il mondo cristiano è in pieno sommovimento sui temi di genere: qualche giorno fa ad esempio la chiesa anglicana ha autorizzato l’ordinazione di vescovi donne, dopo che in Inghilterra già da anni si è infranto il monopolio maschile del sacerdozio.

Suora-madre dopo uno stupro. Il canonista Ottani: può fare anche la mamma

<UNA RELIGIOSA VIOLENTATA PUO’ FARE ANCHE ANCHE LA MADRE

Articolo pubblicato su il Resto del Carlino, edizione del 9 marzo 2014

<IL DIRITTO canonico non obbliga una suora, che abbia subito uno stupro, con conseguente gravidanza, a dismettere l’abito religioso>. Monsignor Stefano Ottani, presidente del Tribunale ecclesiastico dell’Emilia Romagna per le cause matrimoniali, è perentorio. Il caso della suora, che a Macerata, dopo aver abbandonato il velo, ha scelto di crescere la figlia nata da una violenza sessuale perpetrata da un prete, è delicato. Ma la posizione della Chiesa,  forte anche di un precedente analogo come quello delle religiose abusate durante la guerra nell’ex Jugoslavia, sul punto è chiarissima. E allo stesso tempo sorprendentemente evangelica.

Monsignor Ottani, la suora poteva rimanere all’interno della congregazione religiosa?

<In questo caso non siamo davanti a un’incompatibilità ipso facto come nell’ipotesi di un rapporto sessuale consenziente. Qui si parla di uno stupro, disciplinato dal diritto civile più che da quello canonico. Per la Chiesa l’unica norma applicabile in una situazione simile si ricava dalla legge naturale>.

A che cosa si riferisce?  

<Al diritto-dovere di una madre di allevare il figlio. Come si possa poi configurare questo diritto nell’ipotesi di una religiosa rimasta incinta dopo uno stpro è tutto da vedere>.

La donna avrebbe potuto crescere la bambina anche in convento?  

<Di per sè l’essere consacrata al Signore non è in contrasto con questo diritto-dovere. Ma ovviamente la mia è una valutazione che andrebbe calata nel caso pratico>.

Giovanni Panettiere

A Vicofaro e Ramini una raccolta fondi per aiutare la suora diventata mamma

Pistoia, 22 gennaio 2014 – C’è una giovane suora del Salvador che ha avuto un bambino, a Rieti. E questo è noto. Lo ha chiamato Francesco, e anche questo è noto. Ma non tutti sanno ancora che don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro e di Ramini, sta organizzando, per questo fine settimana, una raccolta di fondi da far avere a suor Roxana per darle una mano. L’iniziativa sarà promossa in tutte e due le parrocchie di don Massimo che ha fatto, per noi, queste riflessioni.

«Manifestiamo solidarietà e sincera vicinanza a suor Roxana. Cercheremo di organizzare, per il prossimo fine settimana, nelle nostre comunità di Vicofaro e Ramini, una raccolta di fondi per questa donna che dobbiamo continuare a sentire come nostra suora-sorella e per il suo bambino, Francesco.

«Vogliamo sperare — sottolinea — che la chiesa locale non abbandoni a se stessa questa donna. Non dobbiamo dare adito a facili giudizi né tanto meno ironie, né ancora avallare superficiali giustificazioni. Dobbiamo accostarci a casi di questo tipo con uno spirito evangelico. La misericordia e il soccorso, per la comunità cristiana, non devono venir meno neanche di fronte al tradimento di un voto solenne. Sarebbe molto bello — conclude don Massimo — che suor Roxana potesse, con il suo bambino, continuare una qualche forma di vita religiosa».

lucia agati – lanazione.it

Roxana Rodriguez, la suora diventata mamma nei giorni scorsi, lascia l’ospedale di Rieti per raggiungere una casa famiglia insieme al figlio Francesco

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Nell’occhio del ciclone da giorni, Roxana Rodriguez, la suora salvadoregna diventata mamma, ha oggi lasciato l’ospedale San Camillo De Lellis di Rieti. Giornalisti e curiosi hanno assediato l’ingresso principale per ore, nella speranza di immortalare la religiosa che ha dato scandalo in tutto il mondo con la sua storia senza precedenti. La Rodriguez ha, però, evitato la calca di fotografi abbandonando l’ospedale da un’uscita secondaria, insieme ad un’amica ed al piccolo Francesco Alessandro.

Meglio una mamma felice che una suora scontenta“, ha ribadito più volte Roxana Rodriguez, che non si dice pentita della scelta di aver tenuto il bambino. Anche perché la suora non sembra disposta ad ammettere le proprie colpe, rimanendo fedele alla versione iniziale: la donna avrebbe scoperto di essere incinta soltanto al momento delle doglie. “Perché tutto questo scandalo?“, avrebbe domandato la suora alle donne che più le sono state accanto in questi giorni, ovvero la dottoressa Dini, l’assistente sociale Anna Fontanella ed infine l’amica salvadoregna Sandra.

Se per Roxana Rodriguez l’aver dato alla luce un bambino non è gran cosa, la madre superiora della comunità delle Piccole Discepole di Gesù ha le idee ben chiare: la neo mamma non farà più parte del convento di Campomoro. La suora mamma sarà accolra in una casa famiglia per ragazze madri in particolari condizioni di difficoltà, il cui nome resta un segreto. Intanto, a Rieti, sono arrivate diverse troupes di tv sudamericane pronte a tutto pur di intervistare la Rodriguez: che una nuova telenovela abbia inizio…

urbanpost.it

Suor Roxana mamma, camuffata, lascia l’ospedale e dribbla la jungla di telecamere. Non sfugge però la sua auto

Fuori dall’ospedale l’assedio, troupe italiane ma soprattutto sudamericane. Non se ne parla soltanto in Italia e in Europa. C’è un intero continente, il suo, assetato di dettagli, di particolari: vogliono sapere tutto su Roxana Rodriguez, la suora salvadoregna di 32 anni che ha avuto un figlio. Lei, però, alle 15.56 di mercoledì 22 gennaio ha lasciato l’ospedale da un’uscita secondaria. Camuffata nella casacca e con i pantaloni verdi da portantina, si è infilata in una Ford Mondeo grigio metalizzata. A qualcuno, però, l’auto non è sfuggita, e dalla targa si è risaliti fino a un signore di Marino, Castelli Romani, dove c’è la sede centrale delle Piccole discepole di Gesù. Dunque, con tutta probabilità, la suora che ha partorito non è stata abbandonata dall’associazione. E, con altrettanta probabilità, ora potrebbe trovarsi in quella sede.

La rosa rossa – Resta ora un secondo mistero: chi è il padre? Lei dice di non saperne nulla, e sostiene di essersi accorta della gravidanza solo al momento delle doglie. Il piccolo, all’anagrafe, è stato registrato col cognome della madre: Rodriguez. Della suora si sa che decise di prendere i voti dopo una delusione d’amore. E’ noto anche che sia tornata a casa la scorsa primavera (e i tempi della gravidanza, coincidono). Quello che non si sa, invece, è chi le abbia mandato l’altro giorno all’ospedale un bigliettino con una rosa rossa. Forse un padre, che non riesce a resistere. Come Roxana non riesce più a resistere all’assedio mediatico. Prima di uscre dall’ospedale, con la dottoressa, poi con l’assistente sociale, quindi con un’amica, si è sfogata: “Perché tutto questo scandalo?“, ha chiesto. La suora era amareggiata, e non hanno avuto il coraggio di dirle che, fuori dall’ospedale, una jungla di telecamere la attendeva.

liberoquotidiano.it