Mons. Milingo e il progetto di Married Priests Now

Novità su Mons. Milingo: in Corea del Sud si prepara a festeggiare il suo compleanno. Aspetta ancora i documenti per spostarsi e progetta un clamoroso ritorno In Italia. Il 3 Giugno ha scritto una lettera ai sacerdoti sposati italiani: dal 12 al 16 Giugno parteciperà a un meeting sulla pace e dal 16 al 18 Giugno a un Simposio Internazionale sul Cattolicesimo oggi.

Mons. Milingo dalla Corea del Sud, ha delineato il progetto del Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati "Married Priests Now": "Stiamo puntando a convincere pienamente gli stessi preti della loro dignità e responsabilità di fronte a Dio. Riteniamo di essere nella seconda fase del nostro percorso verso un presbiterato uxorato". L’arcivescovo africano riferendosi alle celebrazioni eucaristiche durante i suoi incontri con i dei preti sposati ha affermato: "cerchiamo di convincere spiritualmente e moralmente i preti che non dovrebbero portare rancore verso coloro, che li hanno maltrattati. Tra questi i superiori, i vescovi, che hanno auspicato serie punizioni ai preti sposati che hanno interrotto lo stato celibatario. Hanno intrapreso la normale procedura di dispensa, ma non ne sono soddisfatti. Non intendevano interrompere il proprio lavoro pastorale come preti. Sono semplicemente giunti alla conclusione di non essere nati per essere single. Ecco perché in alcuni paesi più del 50% dei preti sposati desiderano ritornare alle loro attività pastorali".

Nel trattare il fenomeno del celibato per Mons. Milingo "l’errore è da parte della chiesa che ha vincolato il celibato al sacerdozio e ha esaltato i successi della chiesa all’adozione del celibato. Nell’intera storia della chiesa il celibato non è stato accettato, ma imposto. Ed ora la stessa natura e la comunità intera non possono più tollerarlo, anche a causa di crimini vergognosi che possono avere origine dal celibato". 

Secondo Mons. Milingo l’unico peccato, che non può essere perdonato è quello contro lo Spirito Santo. Ha rivelato che per lui " è stata una gioia assolvere ognuno dei preti che aveva subito ritorsioni sotto qualsiasi forma per aver scelto di sposarsi e non restare celibe. Il presbiterato uxorato già esiste nelle altre chiese cristiane, senza alcuna conseguenza, frutto di una libera e semplice scelta".

In Brasile il 7 aprile di quest’anno, Sabato Santo, ha raccontato: "abbiamo celebrato la Messa, che abbiamo chiamato la Messa dell’Alleluia. Sono fermo sulle posizioni della Tradizione Cattolica di interrompere i riti fino alla notte di sabato. Quindi in questa messa delle 10 di mattina, abbiamo cantato alleluia, mentre piangevamo Gesù dal Venerdì Santo. Comunque, abbiamo iniziato la Messa, fino all’offertorio il prete mi ha ricordato: “E l’assoluzione?”. Abbiamo proclamato il “Confiteor” e “Lord have mercy” (Signore, misericordia). “Quale assoluzione?”, mi sono detto. Alcuni di queste preti erano presenti alla nostra convocazione negli Stati Uniti e ricordavano questa speciale assoluzione. Così, per non interrompere la celebrazione della messa ho detto: “Miei cari fratelli e sorelle, così come stiamo per offrire l’Ostia e il Vino, che diverranno corpo e sangue di Gesù, ricordiamo insieme le parole di Gesù: “Prima di presentare il vostro dono all’altare, se pensi di avere un risentimento verso un fratello o una sorella, tornate a casa, riconciliatevi con loro, e dopo averlo fatto tornare a presentare la vostra offerta all’altare”. Poi ho proseguito invitando i presenti a perdonarsi l’un l’altro, e in particolare i preti sposati per essere diventati oggetto di ridicolo nella comunità cattolica. Poi ho steso le mani su tutti e ho detto: "Per l’autorità del Signore Gesù Cristo, e per il potere dello Spirito Santo, e con l’intercessione della Beata Vergine Maria, degli Angeli e dei Santi, Vi assolvo tutti dai legami, dai limiti, dai divieti, dalle scomuniche di ogni sorta in relazione ai vostri peccati, col Sangue di Gesù Cristo sarete liberati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

Il Sabato Santo, di ritorno da San Paolo, dopo la messa "abbiamo fatto un rito di guarigione. Hanno partecipato 1.700 persone. Abbiamo imposto le mani, insieme ad altri 4 preti, chiedendo la liberazione dalla malattia. Questo è un punto di vista diverso. Un così grande numero di persone riunite in un posto, ha richiesto perfino la presenza di medici in caso di urgenze. Con somma sorpresa di essi, c’era un clima di tranquillità e di pace, non è successo nulla, nessuna necessità di ambulanze, un totale allineamento con i malati. Essi stessi sono stati unti. Alla fine ho dovuto chiedere l’intervento degli uomini del servizio d’ordine perché le persone cercavano di presentarsi all’altare una seconda volta". 

Dopo il rito di guarigione un prete sposato, professore all’Università di San. Paolo del Brasile "ha reso felice l’assemblea parlando di sua moglie, dei suoi figli e dei suoi cinque nipoti. Era così libero e divertente quando ha parlato, tanto da deliziare tutta l’assemblea". Al rito hanno partecipato anche dei vescovi sposati. Uno di loro ha dichiarato: “Siamo già stati testimoni di miracoli. Alcuni presti sposati, che avevano perso la speranza di celebrare Messa, adesso hanno ricominciato a farlo”. 

Per Mons. Milingo è stato consolante constatare una tale risposta. 

Il Movimento Internazionale ha avuto tre incontri negli Stati Uniti tenuti a Luglio, a Settembre e a Dicembre 2006. San Paolo è stata la sede del quarto raduno internazionale. Il 9 aprile, nel pomeriggio, Mons. Milingo è ritornato in Corea, dopo un lungo tragitto di circa 27 ore di volo. In Corea vive con la moglie Maria Sung nella zona di Seul. Si trova nel paese asiatico dalla fine del Dicembre 2006 in attesa di avere il visto di ingresso negli Stati Uniti. Il permesso di soggiorno per gli Usa era stato ottenuto per sei mesi. La Congregazione dei Vescovi aveva richiesto a Mons. Milingo il Passaporto Diplomatico Vaticano nell’ottobre del 2006 dopo il provvedimento canonico di scomunica emanato dopo il rito dell’ordinazione episcopale di 4 sacerdoti sposati avvenuta il 24 Settembre 2006 a Washington.

Mons. Milingo ha organizzato un nuovo meeting per i sacerdoti sposati a Seul in occasione del suo 77 compleanno verso la metà del mese di Giugno 2007. Conta sullo Spirito Santo per ricostruire e strutturare la chiesa del futuro. "Ho personalmente vissuto ciò che si sta rendendo evidente e che sta venendo fuori quale risultante. Prego affinché la nuova chiesa, rinnovata e ripulita prenda subito piede nel mondo, e torni ad essere la chiesa, la madre ideale dell’umanità. Dubito che la presunta unità sarà quella ricercata dalla chiesa cattolica romana, che ha fallito nell’unificazione di varie correnti di pensiero. E’ stata una sconfitta storica". 

L’arcivescovo Milingo è intervenuto anche sui documentari sulla pedofilia dei preti trasmessi e diffusi nelle scorse settimane in Internet: 
"Molti documentari stanno per umiliare la nostra madre Chiesa. La gente è stufa della pomposità e del complesso di superiorità della chiesa cattolica romana. E’ utile ammirare la misteriosa costruzione di castelli di dicerie finché non possiamo constatare con i nostri occhi. Ci si può accertare della loro dettagliata costruzione e degli anni impiegati per metterli su. Ma dobbiamo sempre ricordare che stiamo leggendo ciò che “era; non ciò che è oggi. In questo contesto abbiamo ragione di ammirare la magnificenza dei castelli”. La chiesa cattolica è stata ammirevole. Intendo la Chiesa cattolica romana. Ma la sua politica intimidatoria e le molteplici strade per punire i suoi stessi appartenenti è ciò che sta venendo fuori. Ciò che succederà non è qualcosa che ci faccia piacere quali membri della chiesa cattolica romana; resta il fatto che i tempi siano maturi perché la chiesa recuperi il suo lustro e la sua bellezza. Coloro tacciati di essere in contatto con il male che hanno incastrato la chiesa cattolica, sono dei cattolici che operano in essa. Ci sono tre ragioni per le quali stanno svolgendo un lavoro così deprecabile:

1. Una ragione è che essi non possono più sostenere l’ipocrisia che esiste nella chiesa cattolica

2. L’ostinazione delle autorità ecclesiali nel non voler andare avanti quando lo Spirito Santo lo suggerisce è la causa di una sterilità spirituale, che oggi si tocca con mano nella chiesa cattolica romana.

3. A coronazione di tutto questo essi stessi, quali figli della madre chiesa, hanno avvertito la stretta della vergogna che appartiene invece alla loro madre. In un modo o nell’altro, è bene che i figli stessi contribuiscano all’evoluzione della loro madre chiesa".

Quale sarà il ruolo dei sacerdoti sposati quali membri della prelatura di Married Priests?

"Non bisogna sottovalutare ciò che dico. Saranno gli stessi fatti a dirlo. Dalla nostra esperienza attraverso corrispondenza via e-mail, abbiamo sperimentato tante “sofferenze solitarie”. Qualcuno ha giustamente chiamato la nostra prelatura l’ombrello protettivo su tutti coloro che sono uniti (branchie di Married Priests Now). “Per avere una idea concreta, bisogna immaginare lo Spirito Santo che scende sugli Apostoli, toccandoli uno a uno e sprigionando lingue di fuoco sopra di loro. Ecco perché dobbiamo imparare pian piano dallo Spirito Santo cosa vuole dai preti sposati. Sono personalmente sicuro che le intenzioni con le quali la chiesa è stata fondata siano perché fosse sempre vissuta in pieno. Ma non ci vorrà molto perché Dio trasformi questo mondo, il cui futuro vacilla. Il rinnovamento della chiesa la santificherà al punto che la storia del peccato finirà e si concluderà nel trionfo della divinizzazione dell’intera umanità".

Per Mons. Milingo il rinnovamento totale dell’umanità attraverso la famiglia.

"Cosa è stato sbagliato nella formazione dei preti? Si è detto che “i buoni aprono la via verso l’inferno”. I nostri insegnanti di seminario hanno avuto molta buona volontà. Più tardi alcuni di loro hanno lasciato le cattedre, e addirittura il ministero presbiterale. Hanno visto i loro brillanti studenti, soccombere sotto il celibato, restituendo la loro vita alla chiesa. Questo non è stato incoraggiante per gli insegnanti. Ad oggi, molti seminari nel mondo sono stati chiusi. Alcuni sono stati venduti. Ho sentito di grandi seminari che hanno solo 10 studenti".

Mons. Milingo ha citato Fausto Marinetti, un prete sposato italiano che "parlando a nome dei preti sposati, spiega le ragioni per cui la chiesa perde i suoi preti. Parla degli ingredienti che determinano la formazione del prete. Dice: “Nonostante le affermazioni di principio, c’è una continua tendenza a considerare la sessualità come intrinsecamente pericolosa, impura, insana, non idonea ai ministri di culto. Il piacere è considerato opera del demonio, le donne, le peggiori rivali di Dio. La paura è tanta, al punto di demonizzarle. Non siamo poi liberi dal dualismo e dal manicheismo che guarda il corpo con gli occhiali scuri”.

Quali precauzioni dobbiamo prendere nel rapporto con una donna. Il nostro celibato è la madre di tutte le perle, un valore molto più alto che la vita di una donna che mi trovo dinnanzi, che mi chiede consiglio. “Nunquam Soli”, mai restare da soli con una donna. Questa è la formazione dei nostri preti. Non ci vuole molto per un prete a domandarsi il perché di una discriminazione spirituale di questo tipo verso le donne. Le sue conclusioni attraverso l’apostolato contraddicono i suoi stessi pregiudizi contro le donne. Le virtù di una donna come madre lo sopraffanno. Incontra donne virtuose, di buone maniere, che lo portano a volerle conoscere meglio. Non sono come quelle dipinte negli anni di formazione in seminario".

Mons. Milingo ha continuato dichiarandosi "sorpreso che nessun movimento femminista abbia prodotto una documentazione contro la chiesa cattolica, che è la prima che discrimina la donna. E ciò non ha niente a che vedere con Gesù. Egli è stato felice e soddisfatto quando una donna pubblicamente lo ha unto con aromi profumati. Si è fermato sul Golgota quando la Veronica gli ha terso il volto dal sangue e dal sudore. Si è fermato a parlare privatamente con una donna alla quarta stazione della via crucis. Ha apprezzato la partecipazione delle donne nelle sue predicazioni".

Mons. Milingo ha commentato anche il ruolo delle donne: "Anche nel 21 secolo la chiesa cattolica non ha donne nei ruoli amministrativi, cioè nella cosiddetta Curia Romana. Una donna come segretario di Stato sarebbe un pericolo all’interno della Curia Romana. Così il maggiore talento nascosto delle donne per il benessere della chiesa resta inutilizzato. Come potrebbe essere la chiesa cattolica se utilizzasse il tocco femminile nell’amministrare il suo tesoro spirituale! E’ stata una grave perdita per duemila anni. Sentiamo cosa disse Papa Pio XII di una donna, che ci risulta sposata, una moglie: “Si, la moglie è un sole che splende nella famiglia. E’ il sole della generosità e del dono di sé, con la sua disponibilità continua, con la sua accorta e prudente delicatezza in tutte le situazioni nelle quali aggiunge gioia alla vita del marito e dei figli”. In lei c’è la gioia per l’intera famiglia. Sua Santità Papa Pio XII dice ancor di più quando parla di una donna nel matrimonio. Dice: “e se possiamo dire che un matrimonio è fonte di bene, dove i partner ricercano la reciproca felicità più che la propria, queste nobili intenzioni sono ancor più esplicitate dalla moglie, anche se dovrebbero riguardare entrambi. E’ una derivazione del pulsare del suo cuore di madre e della sua saggezza”. (Pio XII alle coppie appena sposate, 11 marzo 1942). Tutti i pregiudizi accumulati durante il periodo di formazione devono cadere di fronte alle espressioni usate da Pio XII sulla donna. Dobbiamo quindi chiedere perdono alle donne nella chiesa cattolica quando i preti le hanno guardate con sospetto, dice Fausto Marinetti: “la donna, la più pericolosa rivale di Dio”. Abbiamo ricevuto un avviso prudente: “attenzione quando hai a che fare con una donna”. Noi preti sposati, apriamo gli occhi!".

Mons. Milingo ha concluso affermando: "Se dobbiamo rinnovare la chiesa, facciamolo con le nostre mogli. Questa è l’intera umanità che si muove. La chiamiamo famiglia. Lasciamo che le nostre mogli siano completamente se stesse. Gli uomini hanno offuscato i doni di Dio all’umanità attraverso il loro egoismo, orgoglio e arroganza. Una donna è meno di una compagna, con eguali diritti. Noi ci dispiacciamo e ci pentiamo. Consoliamoci di nuovo con ciò che Papa Pio XII ha detto: “La moglie è il sole radioso della famiglia, col suo naturale candore, la sua semplice dignità, col suo comportamento dignitoso, così come col suo incarnare l’affetto e la dedizione”.

Oltre questo una donna può essere di più. Quale valore può essere nella famiglia, coi suoi doni spirituali e umani, tanto da non rendersene spesso neanche conto".

Mons. Milingo ha attuato un progetto di ritorno in Italia, perché a Roma si trova il vaticano. Roma potrebbe essere scelta, per alcune valide motivazioni, come sede centale della prelatura Married Priests Now.

"Ci sono molti motivi. Il primo è che i sacerdoti sposati in Italia si sono sviluppati sotto le ali della chiesa cattolica. Il secondo motivo è che molti di loro hanno avuto l’opportunità di studiare nelle Università Pontificie di Roma e in quelle sparse nelle differenti regioni dell’Italia. Sanno quindi, come difendere la loro posizione e giustificare la presenza del movimento. Il terzo motivo è che conoscono i termini usati che hanno consentito alle leggi ecclesiali di mettere il celibato al di sopra del sacerdozio". Mons. Milingo ha concluso le dichiarazioni prospettando un’unione tra l’Italia e il Brasile "finora le due nazioni hanno accettato il movimento. Il Signore desidera unire i due paesi attraverso il movimento dei sacerdoti sposati". 

Un tentativo di inculturazione del Vangelo: "solo la gente locale del Brasile e dell’Italia può dare soluzione ai problemi odierni del sacerdozio".

Mons. Milingo ha indirizzato il 3 giugno 2007 una lettera ai sacerdoti sposati italiani.

In questa lettera redatta durante la scorsa Quaresima, Mons. Milingo non intende accusare nessuno per quanto è accaduto ai sacerdoti sposati. "Siamo consapevoli del nostro peccato e insieme alla intera comunità cattolica, ci siamo pentiti e abbiamo rinnovato le nostre promesse presbiterali. Stiamo facendo tutto questo, non perché siamo migliori di altri. Vogliamo solo rimetterci ancora una volta alla sequela di Cristo, imitandolo, ma ricoprendo il nostro ruolo come pastori nelle Comunità, scelti da Dio. Chiamiamo i preti: Anziani, Presbiteri o semplicemente preti, ma con un ruolo scelto e con un preciso mandato di Dio, per il quale sono unti e consacrati.
Abbiamo seriamente analizzato e dimostrato che la Chiesa Cattolica ha sbagliato a "Ridurre i preti allo stato laicale". Un prete non può essere ridotto allo stato laicale, e neanche alla stregua di un semplice cittadino, che si occupa solo delle proprie faccende. Le parole più comuni che rappresentano una sintesi del suo stato sono "un prete è il pane comune". E’ da questo stato che non può ridursi solo a uomo del sacrificio, ma è egli stesso un sacrificio per la sua comunità. Deve essere interpellato, consultato, e deve essere tutto per tutti. Con una differenza sostanziale da Gesù il quale non deve espiare il Suo stesso peccato in sacrificio. Egli offre se stesso, mentre un prete, essendo pane comune, condivide nello stesso pane la sua vita, poiché egli espia anche i suoi stessi peccati".
Per Mons. Milingo il "presbiterato nella lettera di S. Pietro si estende a tutta la comunità cristiana. Data la difficoltà della vita quotidiana, i problemi della vita, un cristiano risolve le questioni della vita imparando da Gesù la cui intera vita è stata un olocausto". 

Secondo le dichiarazioni di Mons. Milingo il presbiterato uxorato è quello delle origini. "Non vogliamo necessariamente paragonarci ad altri preti sposati di altre confessioni. Vogliamo essere veramente i preti sposati dell’epoca degli Apostoli, La chiesa è stata fondata e costruita dai preti sposati. Non c’è dubbio su quale fosse la struttura di allora e su quale vorremmo che sia, essere riconosciuti come preti che derivano dalla tradizione apostolica. Non siamo la metà della chiesa, la cui altra parte è formata dai preti celibi. Siamo interamente preti, previsti da Dio, sposati come Adamo ed Eva, dando vita a santi bambini, come era Abele, da una nuova e redenta famiglia di Adamo ed Eva.
Noi che stiamo subendo una sorta di lapidazione, non vogliamo monopolizzare il lavoro di redenzione della Madre Chiesa. Essa non vede e non percepisce la pena che prova Gesù di fronte ai crimini del clero. Abbiamo ricevuto diverse punizioni, ma fino a che il celibato durerà nella Chiesa Cattolica, i peccati più degradanti continueranno ad esserci.
Abbiamo bisogno di nuovo vigore, di confronto, di vivere ancora una volta il Santo Presbiterato Apostolico, con una unione matrimoniale santificata, elevata agli standard che Dio voleva".
Come vedo la Chiesa Mons. Milingo dopo il suo matrimonio?
"Innanzitutto, voglio condividere con voi la mia visione delle azioni della Madre Chiesa Cattolica. Potete dissentire da queste mie vedute; pregate il Signore, e lasciate che sia, senza condannarmi. La razionalità della Chiesa Cattolica è predominante nella gestione della Chiesa stessa. Non è il Papa che governa la Chiesa Cattolica Romana; è la Curia Romana. Ma chi è Romano se non quello che soppianta l’opinione comune. Posso sbagliarmi, non ho mai assistito alla procedura decisionale.
La malattia di iper-ragionare o di ragionare deriva dalle argomentazioni di Plauto, Aristotele, Socrate, ecc. Abbiamo attribuito ad essi la teologia che riteniamo costituire la strada della nostra fede, ma anche la nostra fede è ragionata, una fede che non ha accettato Giovanna d’Arco, Savonarola e molti fondatori di congregazioni condannati per la loro misteriosa esperienza e scacciati, mandati a morte come dei "nessuno".
La Curia Romana crede di avere lo spirito di discernimento, abbiamo visto attraverso i media cosa hanno fatto i conquistadores nel nome della chiesa ai popoli dell’America Latina. Lo stesso è accaduto verso i neri dell’Africa. Lavorando a fianco degli esploratori e dei loro governi, hanno fatto ciò che certamente non veniva dal discernimento dello Spirito Santo. La Chiesa ha una MENTE, non un CUORE.
La Chiesa recupererà mai il CUORE? Scomuniche, interdizioni, sospensioni, e molti altri provvedimenti, ciò che le nostre ex-sorelle hanno sofferte, noi tendiamo a mettere la testa sotto la sabbia. Sono crimini vergognosi per la Madre Chiesa. Ma se camminiamo da soli, possiamo prevedere tutte le soluzioni che vogliamo, ma non riusciremo a rinnovare la chiesa.
Prima di tutto dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso la vita. Non è solo ragionando che risolveremo i problemi umani. Oggi il mondo ha bisogno di una maggiore azione del cuore, più che della mente. Se la mente crede di poter lavorare da sola, prendendo decisioni precipitose, per quanto sembrino logiche, non serviremo meglio l’umanità".

Per Mons. Milingo "Nella fede, la percezione intellettuale della teologia, deve essere moderata dalla percezione del cuore in cui risiede l’amore. E l’amore è la sola virtù che rimane, oltre la fede e la speranza ,a lavorare su questa terra. La diminuzione della devozione nella Chiesa Cattolica, ad esempio il non rispetto per l’Eucaristia e altre devozioni tradizionali, hanno svuotato spiritualmente le anime dei semplici devoti, ai quali Dio ha parlato mentre sostavano davanti a Cristo nell’Eucaristia".
L’ex Arcivescovo di Lusaka ha scritto anche alcune frasi riferite al Rev. Moon.
"Come i vecchi cattolici, i luterani e ora gli ortodossi lavorano liberamente con me, così anche i seguaci di Moon. Vedono che non ho la pomposità tipica del cattolico, o il complesso di superiorità, ma sono guidato da prudenza e amore; non ho mai offeso nessuno con il mio comportamento. Essi vedono nella mia espansione che io sono la scala per raggiungere la Chiesa Cattolica. "E’ evidente senza alcun dubbio che Milingo è l’osso, il sangue e l’acqua del cattolicesimo e questo è tutto ciò che lo rende se stesso.
Molti esseri umani ci hanno ingannato, ci hanno promesso aiuti finanziari, ma inutilmente. Solo il Rev. Moon ha manifestato interesse al nostro caso e ci ha aiutato a muoverci fino a qui. Ma non ci promette eterno aiuto. Il patrimonio del Rev. Moon non è più in suo possesso. Lo ha ceduto a sua moglie e ai suoi figli che sono divenuti proprietari di tutto ciò che ha creato.
Il nostro movimento è registrato ufficialmente e non ha esenzioni fiscali. La gente è interessata alle esenzioni così che in un modo o nell’altro si tengono stretti i loro soldi. Comunque sembra che quelli che oggi ci invitano a visitarli nei loro paesi si stiano assumendo i costi di trasporto, di vitto e di alloggio. Speriamo che questo non rimanga un sogno, ma una realtà".
Mons. Milingo nella parte finale della lettera ha delineato anche il progetto di Married Priests Now, la prelatura personale da lui recentemente fondata: "Non ti toglieremo niente di ciò che sei. Nessuno di noi stabilirà un regno all’infuori di Married Priest Now! Avete già sofferto più del dovuto. Contiamo sulla vostra buona volontà ed onestà e sincerità. Non c’è nessuno tra i nostri vescovi che abbia sete di potere. Il nostro Regno è nelle nostre stesse famiglie, dove portiamo totale libertà e confidenza. Così come non ci aspettiamo onori o decorazioni, o pacche sulle spalle. Siamo solo preti di famiglia. Ai nostri incontri le nostre mogli hanno tutta la libertà di dire ciò che sentono e noi tutti prestiamo attenzione a ciò che dicono.
Personalmente vedo una Prelatura che si espanda attraverso singole unità. Cioè una provincia costituita da famiglie da formarsi nei diversi paesi. Nella mia visione credo che la Prelatura illumini le singole unità e diffonda la saggezza che deriva dalle unità e la condivida con le altre. L’immagine che ho presentato potrebbe non essere adeguata a rappresentare quello che ho in mente. Molto di ciò che vedo viene dallo Spirito Santo che scende su ognuno degli Apostoli e sulla Madre Maria nel giorno di Pentecoste, dando a ciascuno di loro tutta la grazia necessaria per portare avanti la missione che Dio ha deciso di affidare. La Prelatura dovrebbe essere vista come un canale di comunicazione che rinfresca continuamente le unità per intraprendere le giuste azioni e attività.
Se la nostra è una missione per la chiesa di oggi, lo Spirito Santo non sarà ingeneroso verso gli amministratori o i consiglieri della Prelatura. Ci sarà una condivisione reciproca di esperienze spirituali, dei doni dello Spirito Santo". 

La nota scritta reca la data del 17 Aprile 2007, sul tema del sacerdozio sposato, dopo il viaggio in Brasile,

La nota (in lingua inglese) è stata diffusa in Italia e pubblicata nei siti web http://marriedpriestsnow.splinder.com e http://nuovisacerdoti.altervista.org.

Dall’Italia per partecipare al meeting sulla pace e al simposio internazionale sul Cattolicesimo oggi, che si terranno nella zona di Seoul (Corea del Sud) rispettivamente dal 12 al 16 Giugno e dal 16 al 18 Giugno 2007, interverranno don Pietro Ceroni, un sacerdote sposato di Bergamo e don Giuseppe Serrone, giornalista free lance e teologo, fondatore dell’ass. italiana dei Sacerdoti lavoratori sposati. I due sacerdoti italiani hanno partecipato dal luglio del 2006 alla fondazione del Movimento "Internazionale Married Priests Now!" creato da Mons. Milingo.
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testi a cura di G. Serrone
ufficio stampa
http://marriedpriestsnow.splinder.com
http://nuovisacerdoti.altervista.org
cell. +39 320 7505116

La parrocchia sfratta con atto di precetto sacerdote sposato

Giuseppe e Albana Serrone sono coinvolti da anni nel progetto di riconoscimento dei diritti civili ed ecclesiali dei sacerdoti sposati e hanno pagato di persona con le discriminazioni nella ricerca di un lavoro. Il 22 maggio 2007 hanno ricevuto uno sfratto esecutivo, dopo che il parroco attuale di Chia, d. Enzo Celsti ha inviato loro un atto di precetto che li invita a lasciare entro il 2 Giugno 2007 l’abitazione a Chia richiedendo il pagamento di circa 6000 euro per le spese processuali. Il sacerdote sposato, ex parroco di Chia attualmente è alla ricerca di un alloggio e teme per le condizioni di salute della moglie Albana.

Lettera: il Bignami della tolleranza…

Caro Giuseppe,

                                    permettimi di  rivolgermi a te per parlare di tolleranza sotto  forma di lettera. Mi sento più a mio agio nel trattare un argomento della massima serietà in stile colloquiale. Del resto il tono epistolare non era il pane quotidiano di scrittori di alto livello fin dalla più remota antichità? Gli stimoli per parlare di tolleranza nell’ultima settimana non sono davvero mancati, anche se sopra tutti gli altri, quasi brace sotto la cenere continua ad essere ciò che ti ha colpito ultimamente: la comunione negata.

                                    Una forma di scomunica quella a te applicata, in assenza di una vera scomunica, un abuso che, a norma di diritto canonico, potrebbe essere colpito dalla chiesa come usurpazione di sacro esercizio (a quanto ne so, ma soltanto i vescovi e il papa possono  scomunicare). E dal punto di vista civile entrerebbe nel codice penale come ingiuria. Ma, l’istigazione a delinquere nel tuo caso, e in molti altri casi, viene dall’alto, da molto in alto e penso che tale reato non verrà mai punito, anche perché si sta minacciando una scomunica, questa sì ufficiale con tanto di bolla papale, a quei deputati cattolici che voteranno la legge sui Di.Co. Scomuniche a pioggia, dunque, come le caramelle a carnevale. L’escalation continua, fino a quando? Fino a quando qualcuno non avrà il coraggio di dire basta ! Non lo diranno le nostre autorità civili, sempre prone al  bacio della sacra pantofola, non per convinzione ma per paura di perdere voti e laute prebende. D’ora in poi  qualsiasi untorello potrà sbeffeggiare pubblicamente un prete sposato (e già è stato fatto in televisione). Hanno detto basta ad alta voce, invece,  i settecentomila giovani in piazza san Giovanni a Roma, applaudendo le parole del comico Rivera. parole subito esecrate da politici di destra e, ahimé, di sinistra.

                                    Ma. che cosa ha detto il comico di tanto sbagliato? Ciò che la maggioranza degli italiani e tutto il mondo pensa: che in fatto di libertà la chiesa non ha nulla da insegnare a nessuno, ma proprio nulla. Giorni fa  un sacerdote, durante l’omelia, ha affermato che il fine dell’uomo non è la libertà ma la fuga dal peccato. In una conversazione con lo stesso prete dopo la funzione ribattei che se il fine della vita umana non è la libertà, lo è la costrizione. Eppure, la stessa teologia cattolica afferma che la fede non può essere imposta. Ma, al di là delle dichiarazione di principio, la parola libertà è risuonata soltanto dopo secoli bui di repressione, quando i principi dell’Illuminismo hanno proclamato con il sangue il valore irrinunciabile del libero pensiero.

                                    Valga come esempio il progetto di legge sulle unioni di fatto: la possibilità di convivere senza  essere accusati come anormali. Una legge di libertà per chi (come colui che scrive) non condivide l’idea delle unioni omosessuali e che non tradurrà in pratica giammai ma che difenderà a spada tratta con energia indomabile. Ma l’onorevole Buttiglione pretende in sede di Comunità Europea di condannare tale progetto come ‘grave peccato’. E. quando viene privato di una carica in seno alla stessa Comunità , si grida alla persecuzione!

                                    A questo punto, credo che un solo atteggiamento sia possibile, tanto doveroso quanto impellente fino a diventare quasi maniacale: illuminare, illuminare, illuminare! che  si accompagna a quell’altra esortazione già sentita: resistere, resistere, resistere! La libertà non ha aggettivi, non si può parlare di sana libertà, come non si può parlare di sana laicità. La libertà e la laicità sono di per sé vaccinate contro ogni  attacco virale.

                                    Eppure,  libertà non significa anarchia né togliere alla chiesa il potere di scomunica. Sentiamo ancora Locke, il maestro di tolleranza: Nessuna chiesa è tenuta a mantenere nel suo seno in nome della tolleranza, chi si ostina a peccare contro le leggi stabilite dalla chiesa stessa. Se ho capito bene, Locke afferma che la chiesa ha il diritto di scomunicare e mandare all’inferno (perché questa è la sostanza) colui che dissente dalle norme che lei ha stabilito. Ma più avanti lo stesso pensatore inglese ribadisce con fermezza che nessuno, a qualsiasi chiesa appartenga o anche a nessuna chiesa, può essere privato dei diritti civili che sono i diritti universali di ogni donna e di ogni uomo: come la salute, la casa, i lavoro, il buon nome ecc. I rappresentanti del popolo sono stati eletti perché curassero il buon andamento della società e non il bene o quelli che sono stimati i valori di una chiesa. Altrimenti lo stesso discorso potrebbe valere per altre religioni, ad esempio i musulmani potrebbero pretendere una legge in favore della poligamia o del burqa.

                                    Ma il caso Buttiglione mi suggerisce un’altra riflessione provocatoria soltanto in parte: notoriamente la guerra in Iraq era ingiusta. Era una guerra di aggressione, unilaterale, non voluta dalla comunità internazionale. Per di più lo stesso papa Giovanni Paolo II l’aveva condannata esplicitamente. E’ una guerra che ha mietuto milioni di morti innocenti. Non così i DiCo. Eppure la stessa guerra è stata votata dall’onorevole Buttiglione senza che in lui sorgesse il minimo scrupolo e senza che si minacciasse una minuscola scomunica. O, forse, uccidere non è più peccato? Gradirei una risposta, onorevole."

Indignazione per la comunione negata

Caro Giuseppe,           

                        la comunione negata a un prete sposato (e sottolineo questa denominazione di ‘prete sposato’, tanto esecrata dalla struttura gerarchica, per intendere il sacerdote dispensato e congiunto in matrimonio religioso) non può soltanto sollevare l’ennesimo grido di dolore che non lascia traccia nel comportamento reale. Occorre molto di più. Ad ispirare ogni agire concreto deve comunque esserci un’indignazione profonda e la mia è abissale. Non si tratta di arrabbiarsi bensì d’indignarsi. Indignazione  e sdegno sono emozioni evangeliche, anche se non molto abituali nella civiltà di massa, e io vado cercando nel profondo della mia psiche la origine di tale sommovimento emotivo. Vi è certamente l’amicizia che mi lega  a te e a tua moglie, la conoscenza delle traversie che ti hanno colpito a causa del comportamento inumano dei superiori ecclesiastici ma anche l’osservazione dell’imperversare totemico nella società attuale e all’incapacità nelle persone di sdegnarsi. Forse, a causa del clima di aggressività planetaria dominante, una violazione dei diritti umani che colpisce un prete sposato fa l’effetto del solletico di una piuma.

                        Cerco di vincere la mia aggressività affettiva, ispirandomi alla calma socratica, ma senza spegnere il fuoco che mi divora. Non per quanto è accaduto soltanto, ma per quello che potrebbe accadere. La gerarchia  sta trascinando tutta la comunità ecclesiale in un crescendo di prove di forza per vedere fin dove può spingersi nel violare i diritti umani e finora si è spinta ben oltre i limiti del consentito. Del resto la motivazione giuridica dei soprusi non sta forse nel rifiuto da parte del vaticano di firmare la convenzione europea dei diritti umani? Che cosa può accadere dopo la comunione negata? non certo la privazione del lavoro e del pane, che già è successo. Non lo sfratto dalla casa che occupi. Già lo hanno fatto. Che cosa rimane? il carcere? il rogo?

                        In tale sconforto la mente d’un balzo va a Rousseau e alla Professione del Vicario savoiardo: "Il mio rispetto per il letto altrui lasciò allo scoperto le mie colpe. Arrestato, interdetto, scacciato, fui assai più la vittima dei miei scrupoli che della mia incontinenza; ed ebbi occasione di comprendere, dai rimproveri con i quali la mia disgrazia fu accompagnata, che non bisogna che aggravare la colpa per sottrarsi al castigo..". ( Rousseau, Emilio, libri IV )                       

                        La verità di queste parole è dimostrata da alcuni esempi non da antologia ma di vita quotidiana e anche recente, al fine di dimostrare che più si è farabutti e con più certezza ci si assicura l’impunità. Una ventina d’anni fa il parroco di un paese vicino al mio ingravida una donna sposata. Il marito, cornuto e contento, chiude un occhio, riconosce il figlio e il prete viene promosso ad altra parrocchia sempre nell’ambito della diocesi. Circa quattro anni fa i giornali s’interessano ripetutamente un caso di pedofilia verso una bambina da parte di un parroco. Calmatesi le acque (la notizia è recente) la stesso prete è assegnato ad altra parrocchia, sempre in diocesi, perché si è pentito e ormai mantiene buona condotta. Agli inizi del secolo scorso (me lo raccontava mio padre e anche la vecchia maestra del luogo) Il  parroco di un paese vicino, amico intimo di una sua parrocchiana è freddato con tre colpi di pistola sull’uscio della canonica dal marito geloso che poi rivolge l’arma contro se stesso. Conclusione della vicenda? L’omicidio viene attribuito a motivi politici, il parroco adultero seppellito con tutti gli onori e l’omicida-suicida (era ovvio) privato della sacra benedizione. Davvero, per i poveri cristi non vi mai giustizia.

                        Forse lo sdegno evangelico mi ha portato un po’ troppo lontano dalla comunione negata. Torniamoci subito con le prove dei fatti. In un paese vicino il parroco non nega la comunione al prete sposato ma gliela somministra con evidente disagio. Ciò è dimostrato dal gesto rozzo che compie nel rito. Gli butta la particola sulla mano di mala grazia come si getterebbe un tozzo di pane ad un cane affamato, o peggio, ad un lebbroso. Una volta la sacra specie va a finire a terra e il comunicando la raccoglie e la porta alla bocca. Recentemente l’episodio si ripete e il prete villano (non si merita che tale epiteto) getta l’ostia che oscilla sulla mano del fedele, prima che quest’ultimo non la fermi e si comunichi. Ma ora il fedele dice assertivamente: Stia bene attento, la prossima volta,  potrei comunicarmi personalmente prendendo l’ostia dalla pisside.

                        Ho voluto essere concreto nei particolari perché il parroco in questione frequenta il tuo sito e potrebbe contraddire…

                        Quanto alla libertà della chiesa nel punire, un punto fermo è ancora Locke e il suo Trattato sulla Tolleranza che andrebbe raccomandata al prete che ti ha punito: La chiesa ha il diritto di scomunicare colui che non rispetta le sue norme, tuttavia bisogna badare che al decreto di scomunica non si accompagni insulto verbale o violenza di fatto, che procuri in qualsiasi modo danno al corpo o ai beni di colui che è cacciato. Allo scomunicato debbono essere assicurati i beni che gli spettano come uomo e cittadino, che sono la libertà, il buon nome, il lavoro, la casa …Un cristiano come un pagano deve essere risparmiato da ogni violenza e da ogni torto (J.Locke, Lettera sulla tolleranza, I)

                        Concludo, sollecitando un movimento di opinione in tua difesa e suggerendoti per la prossima volta che vorrai comunicarti di farti accompagnare da un paio di giornalisti muniti di telecamera e macchina fotografica. Lo scoop sarebbe assicurato.

                        Un caro abbraccio

Carlo

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Risposta a "Testimonianze d'amore": "Affronti l'ignoto senza paura perché al primo posto stai mettendo la relazione con un uomo

Sì, cara amica, siamo nella stessa barca perché anch’io non avrei mai pensato di scrivere per una "rubrica di questo tipo" ed il detto "mai dire mai" è forse quello che più si avvicina alla vita, alla speranza ed all’imprevedibile". Ti correggo quando parli di "leggi umane" che rovinano tutto, forse stai parlando di "leggi disumane" e con questo, credo, ci siamo già capite senza bisogno che riproponga la già affrontata tematica della sofferenza che l’Istituzione crea con i suoi meccanismi invischianti…Nonostante comprenda le tue implicazioni e il tuo disagio come cattolica, lascerei in questo momento perdere ogni discorso di fede, ogni riflessione su Dio, sulla religione, sulla morale …per rivolgermi direttamente a te come donna che per amore si butta a capo fitto dalla "cima più alta verso l’ignoto"…come volare … come sognare… come vivere… come procedere sorretta dalla forza di una personale Verità . Affronti l’ignoto senza paura perché al primo posto stai mettendo la relazione con un uomo, per te è una priorità assoluta per cui sei disposta ad affrontare ogni rischio…anche pane e acciughe sotto un ponte!? Credo di sì, questo ed altro (non ti sto prendendo in giro, ma sorrido della sicurezza dei tuoi sentimenti). Amare è un sentimento forte , che non lascia scampo e che non può essere conservato nel ripostiglio dell’oscurità… Comunque anche i timori e le paure fanno parte del bagaglio e non è facile spogliarsi … L’importante è che tu ti senta riconosciuta e ricambiata nell’amore che provi e che tu non ti nasconda ai tuoi stessi occhi entrando negli alambicchi di regole che non ti appartengono. Sii chiara col tuo "fidanzato", dai forza al tuo desiderio, perché seguire il proprio cammino è il maggior lusso che ci si possa concedere nella vita! Non si dice forse "costi quel che costa"!? … Grazie dell’appassionato richiamo per avere un sostegno e, quindi, per la fiducia. 
Siamo qui!
Ora ci hai raggiunto ed hai trovato un luogo dove confrontarti, dove sentire altre storie analoghe alla tua.
E’ certo che a te stessa non puoi chiedere di più, ma al tuo compagno sì…Per esempio, lui è già in contatto con l’Associazione? Si sta confrontando con chi ha già percorso la via del "distacco"? Credo che tutto il resto verrà da sé, ma bisogna desiderarlo in due!…Ora ti abbraccio forte e spero di risentirti presto. 

Advita

Le cifre, quelle ufficiali, diffuse dalla Santa Sede, parlano chiaro: guardando all’ultimo quarto di secolo i sacerdoti in Eur

Le cifre (e si tratta di quelle ufficiali, diffuse dalla Santa Sede) parlano chiaro, fa notare lo scrittore Francesco Peloso nel suo testo Se Dio resta solo: «guardando all’ultimo quarto di secolo i sacerdoti in Europa sono diminuiti di oltre il 20%, ma è tutto l’Occidente a segnare un inarrestabile declino: a partire dal continente americano, dal Canada agli Stati Uniti, dove una chiesa bastonata dallo scandalo pedofilia vivacchia da qualche anno nel silenzio e nel torpore della stagnazione, dopo la pubblica gogna. Fino all’Australia, altro paese di cultura occidentale, dove pure si assiste a un forte calo delle vocazioni e quindi a una costante diminuzione del clero. Un fenomeno a cui va ad aggiungersi l’invecchiamento dei preti (di par passo con l’andamento demografico), fra i quali gli ultrasessantenni la fanno ormai da padrone. Stesso trend tocca i “consacrati”, cioè suore e frati appartenenti alle congregazioni religiose: nell’arco di tempo che va dal 1978 al 2004 gli uomini sono diminuiti del 27%, le donne del 22%. La preoccupazione c’è tutta per e si avverte nelle riflessioni e nei richiami che vengono dalla chiesa di Roma, come dai documenti delle singole conferenze episcopali.
E’ anche vero che la chiesa, per certi versi, sembra darsi la zappa sui piedi, insistendo su alcuni particolari, come il celibato sacerdotale, che non sono essenziali a quel tipo di vocazione, ma che sono solo prassi affermatesi con il passare dei secoli, non certo dogmi intangibili. Anche il “no” pervicacemente ribadito alla possibilità del sacerdozio femminile (ammesso dai cristiani protestanti) è un’altra componente che stride e contribuisce ad allontanare i giovani dalla possibilità scelta dell’ordinazione».

di Mimmo De Cillis tratto da http://www.lettera22.it/

Divieti, regole medioevali, controlli che erano un continuo negare della libertà individuale

" Bello che tu abbia incontrato il sito e offerto la tua esperienza, liberandoti da un segreto scomodo". Lettera-risposta di Advita al testo tratto dal blog: "testimonianza d’amore". Divieti, regole medioevali, controlli che erano un continuo negare della libertà individuale (visualizza il testo del blog)

Buon giorno cara amica. Bello che tu abbia incontrato il sito e offerto la tua esperienza, liberandoti da un segreto scomodo. Gli apporti a "Testimonianze d’amore" arrivano con timidezza e pudore… lentamente, ma come gocce d’affetto e di generosità: portare se stessi è un modo per esserci con una propria posizione personale, per aprire una finestra su realtà sviste o viste in modo stereotipato. Alcune tematiche sembra non ci riguardino perché confinate "a pochi" ed invece rappresentano spaccati della società in cui viviamo. Inoltre l’argomento "sentimenti" è sempre un po’ scottante soprattutto in un territorio dove esistono regole precise di comportamento che nulla hanno a che fare con una approfondita ricerca interiore. Svegliarsi alla vita vuol dire anche correre il rischio di uscire da schemi precostituiti per poter affermare i propri "sì" ed i propri "no" con onestà. Siamo reticenti nel metterci a nudo e ci teniamo spesso in una posizione intermedia per paura di perdere l’affetto e l’approvazione di chi ci sta intorno: il sorriso è benevolo ma spento, il corpo è educato ma soffre di insonnia, gli occhi dell’altro ci fanno paura perché emettono giudizio… Insomma una tragedia per la sopravvivenza… Del resto le storie come la tua sembrano non avere diritto di esistere e invece esistono ma, per loro stessa natura, nascostamente. Qualcuno ce la fa ad uscire dal compromesso mentre altri restano intrappolati nel tormento, presi per mano dai sensi di colpa che, te l’assicuro, sono delle brutte bestie! Certo, cara amica, la logica repressiva si oppone al sentimento ed alla spontaneità. Come può una persona aprire il suo cuore quando si sente assoggettata ad un micro-spionaggio fatto di quei piccoli accorgimenti di controllo che tu hai personalmente sperimentato e che comunque sono propri di ogni rigido sistema organizzativo? Come può crescere ed evolversi un giovane se non come un fiore in gabbia? Le istituzioni contengono un intrinseco meccanismo "folle", che peraltro, ne garantisce il funzionamento e dove l’umano con i suoi "capricci" non può essere ascoltato! L’individualità è ridotta, o meglio, ne vengono esaltate le qualità più funzionali attraverso una tacita selezione che esalta alcune capacità, ma che non tollera, o meglio non può tollerare, le dispersioni di energia produttiva. Alcune strutture, proprio e paradossalmente per la loro rigidità, riescono a creare per la persona un vero e proprio legame attraverso un rapporto rinunce – vantaggi. Il sistema si propone, soprattutto quando idealizzato, come una madre benevola che ti protegge e che ti accompagna verso un anelito. E’ difficile poi operare un distacco sereno perché comunque ti senti perso , solo in mezzo alla strada, abbandonato al tuo destino, incompreso: "non interessi più"! Orfano d’amore! E tu e il tuo compagno? Da chi siete stati aiutati ad entrare a pieno nella vostra scelta?. Per il resto solo i preti potrebbero rispondere, sull’onda del loro dolore e delle loro contraddizioni per comprendere a quale traino si colleghi il loro cammino. Forse è davvero "un progetto che Dio ha per loro"!?
Era estate, faceva un caldo ottuso sotto la pensilina degli autobus. Accanto a me sostava un uomo di colore, nero, tutto nero… un prete vestito da prete con la tonaca ed il collare rigido. Sotto la veste un corpo allungato (se fosse stato disteso sarebbe parso un cadavere!). Avrà avuto circa trent’anni. L’espressione leggermente rabbuiata, gli occhi persi nella fissità dell’asfalto sembravano guardare all’indietro. "Forse", mi sono detta, "gli manca il sapore della sua Africa… forse sta risentendo in lontananza la voce lacerante di sua madre mischiata con il richiamo di Dio che cerca invano di rabbonire la sua anima… forse per tutto questo si sente in colpa… forse…". Ma sicuramente era solo nella desolazione, lontano dal mondo tanto da non percepire neppure il mio sguardo indecente addosso!
Hai visto qualche giorno fa, in televisione ad "Enigma" come ballava Milingo, scatenato con tutto il corpo?! Evviva! Un augurio. Abbraccio forte Advita

Parroco nega lettera per ricerca lavoro come supplente a sacerdote sposato

Don Enzo Celesti, parroco di Chia ha negato all’ex parroco don Giuseppe Serrone, sacerdote sposato dal 2002, una lettera di presentazione che era stata a lui richiesta da un ufficio scuola per poter presentare domanda di supplenza. L’episodio si è verificato Mercoledì 11 Aprile verso le ore 19. 

Don Giuseppe aveva inviato una richiesta scritta con lettera a don Celesti; all’uscita della Biblioteca Comunale di Soriano nel Cimino, ha incontrato il sacerdote, attuale amministratore di Chia che si accingeva a raggiungere l’altra sua parrocchia a Soriano nel Cimino, e ha spiegato a voce la richiesta della lettera in vista anche di un trasferimento dalla casa di Chia (che don Serrone ancora ha la possibilità di abitare in attesa che lo sfratto, richiesto dallo stesso don Celesti, convalidato dalla corte di appello di Roma, diventi esecutivo): "Ho bisogno della lettera perché è richiesta fra la serie di documenti che si devono presentare per fare domanda di supplenza". Don Enzo ha risposto che deve essere il Vescovo di Civitacastellana, Divo Zadi a rilasciare la lettera di presentazione. Don Serrone aveva fato richiesta della lettera anche alla Curia con risposta negativa, dopo che per due volte il Vescovo Zadi era intervenuto per revocare l’idoneità all’insegnamento di Giuseppe in alcune scuole di Viterbo e Palermo nel 2004 e nel 2005. Dal Giugno del 2005 Giuseppe e la moglie Albana sono senza lavoro e questo uteriore episodio blocca ancora il loro trasferiemnto da Chia.

Secondo don Serrone "il diniego del Parroco era prevedibile, perché don Enzo è il sacerdote che mi ha denunciato per lo sfratto. E’ una norma anticostituzionale quella che richiede l’idoneità da parte del Vescovo e del Parroco per poter insegnare religione nella scuola. Io ho i titoli teologici e filosofici per poter insegnare nelle scuole italiane di ogni ordine e grado e già avevo l’idoneità avendo insegnato dopo il mio matrimonio a Viterbo e a Palermo. Molti sacerdoti sposati insegnano nelle scuole con l’autorizzazione di alcuni Vescovi".

Un prete per marito

Fuori dall’ombra Sono tante le donne che hanno
una relazione con un sacerdote. E che hanno deciso di farlo sapere al mondo.
In Francia è addirittura nata un’associazione (si chiama "Claire Voie":
voce chiara) che, guidata da Odette Desfonds, non ha esitato a inscenare
manifestazioni davanti al Vaticano a sostegno delle ragioni di chi si trova
in questa situazione. Finiti i tempi degli amori clandestini e dei
pettegolezzi di parrocchia? Forse. Di certo, c’è che il celibato dei
ministri di Dio è ancora un obbligo, ma non è mai stato un dogma…

di Valeria Vantaggi

Il celibato, per i preti, non è un dogma, ma solo una
regola scelta dalla Chiesa latina. All’inizio del V secolo i preti
sposati, che erano ancora accettati, venivano però caldamente invitati a
non avere relazioni sessuali con le loro mogli prima della celebrazione
dell’eucarestia. Nel corso dei secoli, poi, le restrizioni sono diventate
sempre più forti. E Papa Wojtyla è in particolare fra i più
intransigenti: appena eletto, aveva subito deciso di sbarrare la porta
alle dispense (che Paolo VI aveva concesso invece con una certa facilità),
per costringere i sacerdoti a rimanere fedeli al loro voto, abbandonando
qualsiasi idea sul matrimonio. Nonostante questo, fra il 1970 e il 1989,
su 133.950 preti ordinati in Italia, ben 40.895 hanno praticato quella che
l’annuario pontificio definisce "defezione". Quasi un quarto del
totale, dunque, ha gettato la tonaca, il più delle volte per sposarsi.
Sono in tanti i preti uniti in matrimonio e, per coordinarsi, si sono
riuniti in una associazione, Vocatio, che rivendica per i sacerdoti dignità
religiosa, sociale ed economica. Vocatio raccoglie ufficialmente oltre un
migliaio di persone, tra i preti e le loro donne. Un modo per sentirsi
uniti, per fare gruppo e affrontare le imposizioni della Chiesa, che alle
soglie del Duemila rimane rigida sulla regola del celibato. D’altra parte,
far cadere una regola del genere comporterebbe, sul piano organizzativo,
una serie di enormi complicazioni. Meglio (per adesso?) fronteggiare il
dissenso interno, anche duramente: "La Chiesa" dicono i più
critici "sa bene come scoraggiarci: in un giorno, chi
"sbaglia" si ritrova a terra, senza più lavoro, senza più
nulla…". Perplessità più "filosofica": se si accetta
che questi preti si sposino, non è che, poi, da cattolici diventino
protestanti? In realtà, l’elemento discriminante tra le due religioni non
è il matrimonio, ma la credenza nella verginità della Madonna e nell’eucarestia,
nella presenza cioè del corpo di Cristo nell’ostia. I preti sposati,
comunque, non si allontanano quasi mai dal cattolicesimo, continuando i
loro programmi sociali e religiosi. Non lo fanno in parrocchia, ma nelle
cosiddette comunità di base, nate, come spiegano a Vocatio, "non per
decisione del vescovo ma perché volute da quanti credono nella solidarietà
e nei valori cristiani". Sono piccoli nuclei, di una cinquantina di
persone o poco più. In Italia ce ne sono 170. Tutti possono partecipare
alla lettura dei passi del Vangelo, tutti possono fermarsi alla cena
comune del sabato sera, tutti possono pregare e, perché no, anche
ricevere la comunione. Rigorosamente consacrata, magari, da un prete
sposato.

Uscire dalla Chiesa Non basta dire: "Ho cambiato idea, voglio
togliermi la tonaca", per uscire dalla Chiesa. Ottenere la dispensa,
ovvero rinunciare definitivamente allo stato sacerdotale, non è semplice:
la Congregazione per la dottrina della fede cerca, in ogni modo, di non
perdere i "suoi" preti, dando prima loro il tempo di ripensarci,
magari anche allontanandoli momentaneamente. E così il primo passo è la
sospensione a divinis: il sacerdote non può più celebrare la messa, né
dare i sacramenti. La Chiesa interviene in questo modo quando il prete
trasgredisce le regole con atti pubblici, come, appunto, quando convive
con una donna. Il prete viene invece scomunicato se si sposa con rito
civile: così non può ricevere i sacramenti e non può far battezzare gli
eventuali figli. Ma, qualora lo volesse, potrebbe anche essere riabilitato
al ministero ecclesiastico.

Dino ed Elena, scomunicati Scendono da un’auto station-wagon. Sono in
cinque: mamma, papà e tre figli, fotocopia dei genitori. Una bella
famiglia, quella dei Cecchi, niente di anomalo: nessuno direbbe, nel
vedere il papà Dino, che fino a pochi anni fa era un prete con tanto di
tonaca. Lui ha la faccia ridente, aperta. Come Elena, sua moglie: gli
occhi scuri, un viso dolcissimo e le idee ben chiare. "Non avevo
alcuna intenzione di fare la parte dell’amante. Dino l’ho conosciuto in
Australia: io abitavo lì con i miei genitori, lui, invece, era venuto per
una missione. Allora, tra noi, non c’era niente di particolare, avevamo
fatto solo una buona amicizia. Ho poi deciso di andare a trovarlo in
Italia: quando se ne era andato mi aveva invitata a visitare il suo Paese.
Lì, però, ho trovato Dino in una situazione tutt’altro che felice: sua
madre stava male, era paralizzata. Fu così che la vacanza si trasformò
in un’assistenza infermieristica. Questo mi avvicinò a Dino, tanto che
poi capimmo che stava succedendo qualcosa di diverso. Non volevo davvero
passare anni nascondendomi in una relazione clandestina e neppure mi
andava di fargli fretta. Così sono tornata in Australia e ci sono rimasta
finché lui non mi ha detto che aveva deciso di sposarmi". In tempi
brevi sono arrivati tre bimbi, Johnny, Steve e Marc. E, con l’ultimo
figlio, Dino ha chiesto la dispensa, per lasciare definitivamente il
sacerdozio e tornare allo stato laicale. "Ma non ho più avuto
risposta. D’altra parte tirarsi indietro non è poi così facile: la
Chiesa vuole motivazioni gravissime per poter invalidare quella che era la
vocazione". Intanto a Dino e alla sua famiglia è arrivata la
scomunica, e per lui anche la sospensione a divinis, ovvero l’interdizione
dalle funzioni proprie del ministero ecclesiastico. "Mi sembra tutta
una falsa costruzione", continua Elena, "la Chiesa ha in sé
forti contraddizioni. Mi ricordo che quando Dino doveva decidere che cosa
fare del nostro rapporto, un suo amico prete gli consigliò di agire come
lui: cioè tenersi una donna e continuare a essere un buon parroco davanti
agli occhi di tutti. Pochi giorni dopo, quello stesso prete si mise a fare
una predica contro l’adulterio, con toni intolleranti e rigidi. Non avrei
potuto sopportare…". Ma loro non sono mai fuggiti davanti alla
realtà imposta dalle regole della Chiesa; e, anzi, Dino, ogni volta che
sente suonare le campane della sua parrocchia a Massa Carrara, ammette di
sentirsi stringere il cuore. Ora però, la famiglia Cecchi ha deciso di
trasferirsi in Australia. Per Dino è un ritorno. Stavolta, senza tonaca.
Anna e Natale, insieme in comunità Natale Mele ha 50 anni e intorno una
ciurma di fedeli che il "don" glielo danno più per consuetudine
partenopea che in ricordo del suo passato. Saranno una trentina, al
camping Nettuno, pineta di Paestum, a far le "Vacanze insieme".
Nel gruppo, anche Salvatore, Ferruccio, Mariano e Teresa, i quattro figli
che Natale ha avuto da Anna, sua moglie. La conobbe a Napoli, la loro città,
al liceo Sannazaro. Lui, insegnante di religione, lei, allieva, stavano
col Movimento Studenti, gruppo cattolico degli anni post-contestazione.
Anna, che ora ha 40 anni, nel ’74 fu la prima eletta nel consiglio
d’istituto. "Abbiamo sempre dialogato con tutti, dal collettivo Punto
rosso, agli indiani metropolitani, al Fronte della gioventù".
"Tra i miei studenti" dice Natale "ho avuto anche alcuni
brigatisti e la nappista Maria Pia Vianale. Accoglienza e servizio erano
le nostre parole d’ordine. Un po’ come oggi". Oggi Natale e Anna sono
tra gli animatori di una comunità ai Camaldoli, periferia alta della città.
Fanno doposcuola, assistenza agli anziani, volontariato, organizzano il
tempo libero. In qualche modo, è come se Natale fosse ancora un prevosto,
o giù di lì. Nell’81, quando scelse di non essere più prete, era
viceparroco a Chiaiano e responsabile diocesano dell’azione cattolica.
Conosceva il cardinale Ursi, l’arcivescovo, e a lui si rivolse nel momento
critico. "Mi rimandava di due mesi in due mesi. Gli dispiaceva che me
ne andassi e sperava di persuadermi, infine disse: va’ per la tua
strada". Ma un suo carisma Natale ce l’ha ancora. Nel camping, quando
dice che è ora di andare in gita, son tutti pronti a seguirlo; e se lo
dice lui, mettono su una enorme moka per il quasi-rito del caffé.
"Con Anna abbiamo lavorato insieme per sette anni e poi abbiamo
deciso di sposarci. Fu molto naturale: io sentii il dovere di seguire la
voce dell’amore. Ho rinunciato al servizio liturgico, ma il mio
atteggiamento resta radicale. Per me la chiesa è un’istituzione religiosa
che spesso, per autoconservarsi, sceglie di non seguire l’insegnamento di
Cristo. Non faccio polemica sulle piccole cose, non pretendo leggi,
regolamenti. Sono per una scelta di fede, non di religione, e cerco di
praticarla. Con la nostra comunità, per esempio, al sabato facciamo una
lettura comune del Vangelo. E la domenica si va a messa". Natale ora
è impiegato amministrativo nella scuola. Anna insegna educazione fisica e
quel "seguire la voce dell’amore" è valso anche per lei:
"In nessun momento ho avuto la sensazione di fare qualcosa di strano
o di sbagliato. Avevo la coscienza a posto, i problemi erano solo esterni
a me. Certo, ancor oggi mi spiace l’atteggiamento della Chiesa. Mi spiace
perché ci credo. È un peccato che tante potenzialità vadano sprecate:
anche noi potremmo far di più, ma incontriamo ostacoli…".
(Francesco Durante) Pina e Mauro (che celebra ancora) Camicia a righe,
cravatta regimental, occhiali da vista e un anello d’oro a forma di croce.
Mauro Delnevo è un prete. Sposato. "Comunque prete", sottolinea
lui. Non importa se da undici anni vive con Pina Lupo e da otto è padre
di Miriam. "Ho conosciuto Mauro quando avevo 12 anni", racconta
Pina, la moglie, consorte ufficiale, regolarmente registrata come tale nel
comune di Livorno. "Lui è arrivato nel 1960, come parroco del mio
quartiere. Avevo molta stima di quest’uomo, 17 anni più vecchio di me.
Crescendo, mi accorgevo sempre più di come don Mauro fosse anomalo: così
aperto, così anticonformista. Era un vero prete-operaio: nel 1976 aveva
deciso di lavorare in fabbrica al mattino e di stare in parrocchia con i
bambini al pomeriggio. Al vescovo, però, questa scelta non andava troppo
bene, tanto che, l’anno dopo, lo sollevò dall’incarico. Insomma, la
situazione, quando l’amore arrivò, era già particolare…". E la
fase del fidanzamento? Pina e Mauro non vogliono soffermarsi, dicono solo
che, prima del matrimonio, non hanno fatto nulla di particolare, "non
siamo nemmeno mai usciti da soli, cercavamo di tenere compatto il nostro
gruppo ed eravamo sempre impegnati a risolvere questioni sociali". In
fin dei conti, la loro è una storia semplice, senza troppi sotterfugi e
patimenti. "La comunità di cui Mauro era coordinatore aveva capito
come stavano andando le cose e quando il nostro rapporto fu palese, furono
in molti a sostenere la nostra causa, senza scandali o falsi pudori.
Livorno, per fortuna, è una città tendenzialmente laica e di sinistra:
non dappertutto, però, c’è tutta questa tolleranza. Solo mia madre era
un po’ preoccupata", continua Pina, "aveva paura della gente
intorno, temeva le chiacchiere maligne". Adesso Pina, Mauro e Miriam
vivono insieme, tra un appartamento e la comunità di base di Coteto, un
quartiere popolare di Livorno, dove Mauro, al sabato sera, riunisce tutti
quelli che hanno voglia di leggere qualche passo delle Scritture, di
discutere insieme su temi di attualità o, semplicemente, di mangiare in
compagnia. E in quell’occasione Mauro torna a essere un prete "in
toto": dà la comunione e legge a tutti i testi sacri. "Sono
contento: sono un prete voluto dal basso, non scelto dall’alto. Continuo a
essere davvero un prete-operaio…". Ora Mauro fa il commerciante
nell’indotto portuale, ha un lavoro rigorosamente part-time, proprio per
avere il tempo di dedicarsi, al pomeriggio, alle varie iniziative di
volontariato. E così, Pina e Mauro vanno avanti, "con i nostri alti
e bassi, come ci sono in qualsiasi coppia". Il loro equilibrio,
comunque, l’hanno trovato, anche se è stata Pina quella che ha dovuto
lottare di più. "È strano", spiega lui. "È la donna che
viene additata: è lei che, di solito, viene considerata la tentatrice,
colei che sfrutta la bontà del presunto sant’uomo. Il prete viene,
invece, quasi giustificato: la sua è una prova difficile già in
partenza. Lui è l’anima candida e il mondo esterno è il
tentatore…".

Il parere di lei 740 donne intervistate. È questo il campione scelto dal
Media Research dell’agenzia McCann Erickson, per un sondaggio tra la
popolazione femminile italiana: come la pensano le donne? Come si pongono
di fronte alla questione del celibato ecclesiastico? I dati completi della
ricerca sono stati pubblicati nel libro di Marisa Fumagalli, Le donne dei
preti (Baldini&Castoldi). Ecco alcune tra le risposte più
significative. "Avrebbe un rapporto con un prete?". La maggior
parte delle donne risponde di no, ma il 42 per cento precisa che "la
vita può comunque riservare qualsiasi cosa…". "E se i preti
si potessero sposare?". Il 40 per cento dice che "negli altri
Paesi sarà pure così, ma in Italia è impossibile che ciò possa
avvenire…". L’11 per cento delle donne intervistate è convinto
invece che il vincolo del celibato debba essere tolto. "Che cosa ne
pensa di una donna che si concede a un prete?". "In generale non
è giusto, però se c’è vero amore si può comprendere": così
risponde il 38 per cento del campione interpellato. Sono però in molte a
non saper dare una risposta precisa o a sottrarsi con un "non
saprei" (33 per cento). "Conosce casi di rapporti tra preti e
donne?". Più della metà dice che ne ha sentito parlare, ma non è a
conoscenza diretta di episodi di questo tipo. L’11 per cento risponde
invece: "Sì, non è una cosa strana…". Il campione. Hanno
risposto donne d’età adulta, tra i 18 e i 60 anni, scelte in un’ampia
fascia di scolarizzazione, dalle elementari alla laurea.

fonte: la repubblica delle donne Web

credo che il Vostro movimento permetta di essere "chiari" nelle relazioni con le persone…

Caro don Giuseppe, La ringrazio di avermi dato
l’opportunità di comunicare
con Lei. Può inserire la mia precedente lettera nel blog…
Ci tengo perchè anche il pensiero apparentemente dissacrante o
spoglio di una donna come me, poco avvezza a frequentare le chiese,
esprime
ciò che una buona fetta di popolazione femminile pensa. Insomma, credo
che
il Vostro movimento permetta di essere "chiari" nelle relazioni
con le
persone, con tutte le persone e di procedere  sulla via di una 
vera
crescita interiore o sul cammino della consapevolezza! Purtroppo, o per
fortuna, ho avuto un’educazione laica o, meglio, il mio pensiero è aperto
e
critico. Questo, come già le dicevo, mi allontana istintivamente da ciò
che
fa riferimento ad una fede, qualunque essa sia, ma anche da ideologie
partitiche.  Ho lottato per i diritti umani nei manicomi e tra le
persone
più disagiate, ma non mi è stato mai possibile  avere una amicizia
con un
"prete"ossia con un uomo che abbia fatto della sua vita un
compito
particolarmente teso "al significato".
Che cosa voglio arrivare a dirle? 1) che apprezzo la
sincerità con cui state
lottando per uscire da un conflitto e da un artificio che penso si
instauri
in qualunque persona "mentalmente sana" che neghi una sua parte
2) che mi
sento più libera, come donna, di avvicinare un prete, un uomo-prete,
senza
doverne "subire" il carisma (come lei sa accade molto spesso)
per essere poi
allontanata o negata. Un prete sposato sa che cosa è una donna, sa che
non è
un oggetto da negare solo perchè "ha le fattezze di donna"!. 
Non so perchè
le dico tutto questo, forse semplicemente perchè, tutto questo, come
preti,
cominciate ora a mettervi nella condizione di poterlo ascoltare. Insomma
sento che dal vostro movimento nasce anche l’opportunità di parola per /
e
con le donne in generale. Sbaglio o si inizia a dialogare nel senso più
ampio del termine? Avete messo nel conto tutto questo? Avete messo nel
conto che maree di donne travestite nel passato da peccatrici
o da fedeli devote
cominceranno a dire la loro? Avete messo nel conto che questo vostro passo
apre opportunità? Di me vorrei dirle che non è facile vivere senza
un identificazioe, un credo da cui attingere consolazione, una fede in cui
riversare la speranza, perchè l’età procede le disillusioni aumentano,
la
progettualità viene meno e, nel mio caso, nonostante il pomeriggio
talvolta
sia ancora azzurro…"neppure un prete con cui parlar!".
Immagino che Lei
sia indaffaratissimo e non pretendo una risposta diretta, anche se mi
piacerebbe non parlare da sola, come per lo più accade. So che dentro le
mie
semplici o forse provocatorie (non troppo mi auguro) parole si nasconde il
senso di ciò che sta avvenendo: una vera e propria rivoluzione ed un
inevitabile fermento culturale. Mi perdoni l’impertinenza, ma immagino che
un prete per arrivare ad essere sposato deve prima essere
"fidanzato",
innamorato e comunque in relazione con una donna! Sono una psicoterapeuta
e
so per esperienza che il gioco relazionale costituisce il perno del lavoro
terapeutico o, meglio, evolutivo. Spero di non essere stata indiscreta.
Non
sono avvezza al computer e la ringrazio per l’opportunità che Lei mi ha
dato
di procedere per e-mail.
Una mia amica ha tentato di zittirmi dicendo
"perchè scrivi? I preti stanno solo cercando di sanare le loro
situazioni
matrimoniali"  Forse è vero, ma mi sembra crudo e restrittivo
rispetto
all’obiettivo di liberalizzazione già in atto…Mi farebbe piacere che il
mio pensiero, anche se  apparentemente invasivo nella sua
schiettezza, possa
venire condiviso all’interno del dibattito in corso. Un grazie di cuore e
buone feste. Advita

Lettera: "Pace"

Or avvenne, come Giosuè era presso a Gerico, che egli alzò gli occhi, guardò, ed ecco un uomo che gli stava ritto davanti, con in mano la spada snudata. Giosuè andò verso di lui, e gli disse: Sei tu dei nostri o dei nostri nemici? E quello rispose: No , io sono il capo dell’esercito dell’Eterno. (Giosuè 5:13-14)

Quando le battaglie che combattiamo sono quelle del Signore nessun nemico può ostacolare il nostro cammino. Ma Dio non è un uomo e non prende parte a umanissimi conflitti di natura materiale o religiosa, (Luca 12:13; Marco 9:34).

Sforziamoci di conoscere, amare e praticare la Sua sovrana volontà, (Osea 6:3).

Pace.

(G.A.)

Lettera sul celibato

Fratelli cari,

spesso càpita di ragionare sulle colpe passate della Chiesa. Ma ritengo che anche oggi la Chiesa si macchi di un delitto capitale, negatore della dignità umana, della legge naturale e perfino del nostro ordinamento giuridico: parlo del celibato ecclesiastico.

Ho avuto occasione, una decina di anni fa, di esprimere il mio pensiero in materia scrivendo a Famiglia Cristiana, in relazione alla lettera di una madre, preoccupata per la decisione della figlia di diventare clarissa (FC 5/96 e 15/96). Non solo esprimevo il mio pensiero, ma allegavo anche una lettera per la ragazza: otto anni dopo la madre della ragazza mi ha scritto dicendomi che sua figlia aveva letto, a suo tempo, con grande attenzione la mia lettera, pur proseguendo, tuttavia, il suo cammino.

Allego le mie considerazioni, allora elaborate, come contributo alla riflessione sull’argomento e in segno di solidarietà per la condizione in cui vi trovate.

Cordiali saluti.

Paolo Migneco

Appello alla Chiesa

Prego la Chiesa di non abbandonare l’urlo di dolore dei propri figli, di seguire la Legge del Vangelo.

Di non farsi PADRONA di Dio e degli Uomini.

Coraggio,

coraggio, amici,

anche quando vi sembra di non riuscire più a reggere la Croce,

pensate che siete il Cireneo che aiuta Cristo, e tanti sono con voi.

Quando poi siete distrutti, allora, abbracciate Cristo in Croce,

le sue piaghe sono le vostre piaghe.

Io prego Dio di intervenire per questa faccenda che non può più continuuare a distruggere i suoi figli.

Padre, per pietà, dove sei?

Padre!

Padre, aiutaci!

Sosteniamoci gli uni gli altri con la preghiera,

con affetto,

E.S.

La Chiesa cattolica merita il titolo di madre?

“La Chiesa cattolica merita il titolo di madre?” “Se lei ascolta le storie dei preti sposati, come sono stati trattati, se ha in sé un po’ di umanità non accetterà che la Chiesa cattolica meriti questo titolo”.

“Il sesso non è più un frutto amaro. Siamo tutti diventati discepoli di Tertulliano, di cui abbiamo ereditato la furia contro le donne”. “I nostri preti sposati del futuro non guarderanno le donne con disprezzo, ma le considereranno un compimento dell’umanità nei piani di Dio”.

Lettera e riflessioni: Chiesa chi è vicino a Dio?

Caro direttore, papa Ratzinger, nel discorso di domenica mattina a San Pietro, all’Angelus, contro l’agnosticismo e il relativismo, ha detto: «L’uomo, tra tutte le creature di questa terra, è l’unica in grado di stabilire una relazione libera e consapevole con il suo creatore». Da questa particolare condizione «deriva la dignità dell’uomo». E si è sbagliato. Secondo la religione cristiana, la dignità dell’uomo deriva dal fatto che è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,26). Questo può metterlo in grado di stabilire una relazione libera e consapevole con Dio ma, se ciò non accade, l’uomo resta sempre ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi non perde mai la sua dignità. L’uomo, poi, può essere vicino a Dio, pur non credendo nella sua esistenza, ma facendo il bene e rifuggendo il male; e può essere lontano da Dio, pur credendo nella sua esistenza, ma facendo il male, anziché il bene. Piero Sansonetti, che si preoccupa per l’incauto discorso del Papa, nel suo editoriale su "Liberazione" del 6 dicembre, è vicino a Dio, quando, nello stesso articolo, scrive a favore di "atei, negri, barboni e sfollati". La Chiesa è vicina a Dio quando aiuta le persone bisognose; è lontana da Dio quando offende le donne che abortiscono, chiamandole omicide (cfr Enciclica Evangelium vitae), quando mortifica gli omosessuali, affermando che devono essere accolti con compassione e delicatezza (cf n. 2358 Catechismo), quando rifiuta l’Eucaristia ai divorziati risposati, quando crea problemi a bambini e persone sprovvedute, facendo loro credere d’essere in grave peccato a causa di azioni non peccaminose. Papa Ratzinger sarebbe lontano da Dio, qualora pensasse che un ateo buono e onesto non sia vicino a Dio.

Veronica Tussi

fonte: Liberazione 9 dicembre 2005

Una famiglia fondata sull'amore e non su leggi restrittive

Dopo le molestie alla moglie di un sacerdote sposato
e in vista del raduno dell’8 luglio a Roma
«Noi vorremmo una famiglia fondata solo sull’amore e non su leggi restrittive». Don Giuseppe Serrone ha invitato  ad affrontare con coraggio e decisione  gli aspetti dell’esclusione delle donne dal sacerdozio e del celibato dei preti, legati al problema della progressiva emarginazione delle donne. Da alcuni anni siamo impegnati nelle tematiche legate al celibato dei sacerdoti (sito web: http://nuovisacerdoti.altervista.org).
 
Segnaliamo un raduno pacifico di protesta: gli scopi più importanti del  raduno, organizzato a Roma (in coincidenza con la visita del Papa a Valencia per l’incontro Mondiale delle famiglie) per l’8 luglio 2006 dalle ore 10 all’inizio di Via della Conciliazione per proseguire poi in direzione della Piazza San Pietro, sono  i diritti civili contro l’emarginazione delle donne e dei sacerdoti sposati nella chiesa. Parlando delle sue difficoltà dopo la scelta di sposarsi e dopo essere stato sospeso dall’insegnamento delle supplenze di religione a Palermo e Viterbo su pressioni del suo Vescovo Divo Zadi, di Civitacastellana, ha continuato: «La nostra vita non è facile, per andare avanti ci facciamo aiutare dai miei genitori. La cosa più importante però è l’amore. L’unico parametro per le coppie riscontrabile nel Vangelo, dove non si trovano tutte le restrizioni volute dalla Chiesa. Ho fondato l’associazione dei preti sposati proprio per aiutare le persone che si trovano nella mia stessa situazione. Sabato abbiamo ricevuto una nuova molestia da parte di alcuni giovani del paese e sono stato costretto a sporgere una denuncia scritta presso la locale stazione dei Carabinieri di Soriano nel Cimino. Alcuni di loro insieme a due adulti nel 2004, provocarono un profondo stato di agitazione a mia moglie Albana. Gridarono il suo nome e le tirano dei sassi, come le streghe del Medioevo, solo perché abbiamo deciso di amarci dopo le mie dimissioni da parroco. L’episodio di Sabato 1 luglio è l’ultimo di una serie di fatti che non  rendono onore alla piccola  comunità civile di Chia (VT) nella quale siamo costretti ad avere ancora la residenza: ci hanno tirato sassi, gridato, cosparso di colla l’auto, tirato dei pezzi di legno alla porta della nostra abitazione in piena notte, hanno bloccato con dellee autovetture l’accesso alla nostra abitazione. Albana, mia moglie è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico per lo stress e sabato 1 luglio dopo la denuncia ai carabinieri l’ho accompagnata con urgenza per una visita di controllo presso il servizio psichiatrico dell’Ospedale di Belcolle a Viterbo (il C.S.M era chiuso di sabato e grazie alla disponibilità di un medico del Day Hospital, Albana ha potuto raccontare tutto quello che le era successo a Chia in mattinata). Siamo allo stremo delle nostre forze, ma abbiamo deciso di continuare a lottare per i diritti civili. Stiamo anche cercando delle possibilità di lavoro; siamo iscritti al centro per l’impiego di Viterbo da 5 anni; Albana sta frequentando un corso sul turismo e abbiamo frequentato dei corsi per aprire una nostra attività lavorativa con alcuni contributi statati per il lavoro autonomo e l’imprenditorailità femminile previsti dalla legge italiana. Da parte nostra cercheremo di dare tutto, ma per le gravi situazioni di salute di mia moglie  chiediamo con urgenza un intervento delle autorità pubbliche competenti, dei servizi sociali di zona e/o di qualcuno che prendendo a cuore le problematiche dei diritti civili possa mettere fine alle sofferenze della nostra nuova famiglia. Da parte nostra abbiamo pagato già abbastanza per la causa delle libertà, ma siamo disposti a continuare con coraggio e senza paure".
——————
la redazione
Ufficio Stampa
sacerdoti lavoratori sposati
mail:
sacerdotisposati@alice.it
sito: http://nuovisacerdoti.altervista.org
cel. (+39) 328 5780719
fax (+39) 1782268186
tel. (+39) 0761 743127
 
 

Lettera al blog: l'educazione del clero, una piaga…

Carissimo Giuseppe Serrone,
siamo sempre alla stessa.
E questi dovrebbero essere i preti  della chiesa cattolica latina tanto  caritatevoli ( almeno!) con i fratelli della medesima fede…!!!
Non  hanno nemmeno il coraggio di firmarsi!!!!
Ribadisco che sono alquanto  perplessa di preti come il fantomatico “Kamillo”; sconcerto che trova  il suo fondamento nella constatazione della loro insufficiente  preparazione teologica…questi non sanno nulla della teologia sul  ministero alla luce del Vaticano II.
Ma che tornino a scuola a  studiare…se non hanno le possibilità, io stessa regalerò loro il libro  di Basilio Petrà “Preti sposati per volontà di Dio?”, purché si impegnino a leggerlo!!!
Ma che leggono questi preti???????
Carissimo  Serrone, ti consiglio di recensire sul sito il libro che da tempo vado  segnalando…affinché seminaristi, preti e quantaltri, prima di scrivere  certe fesserie abbiano almeno l’umiltà di informarsi!!!

Spero che all’incontro in San Pietro ci siano più persone possibili a testimoniare  delle  “Cinque piaghe della Santa Chiesa”…in particolare quella: della mano diritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del  Clero… di rosminiana memoria!!!

con stima e riconoscenza

Loredana
Cortinovis
Diocesi di Milano

Ipocrisia dura a morire (di Paola D'Anna)

Abbiamo aspettato qualche giorno per commentare l’ultima notizia di cronaca nera riguardante un prete cattolico. Speravamo in qualche presa di posizione pubblica del presidente della CEI o, perché no, dello stesso Papa. Ma nessuno ha detto nulla, anzi, nonostante la sporcizia che hanno in casa, hanno continuato a pontificare sui temi della sessualità degli altri, su cui non avrebbero alcun diritto a dire nulla. Per la “qualità” del personaggio coinvolto, siamo anzi sicuri che tutto verrà insabbiato, magari verranno inquisiti i poliziotti che lo hanno colto sul fatto.
E il fatto è accaduto qualche giorno fa a Roma ed il personaggio coinvolto non è un prete di campagna ma un alto funzionario della segreteria di Stato del Vaticano, di cui sono state rese noto solo le iniziali, “C.B.”. Un funzionario, dicono le cronache non di poco conto, che viene accreditato di una laurea in Diritto Canonico e di essere autore di alcuni testi universitari e funzionario presso la prima sezione della Segreteria di Stato, in Vaticano. Uno che probabilmente vede tutti i giorni il Segretario di Stato Sodano o, perché no, lo stesso Papa e che in Vaticano vive. E’ stato trovato a Valle Giulia, una strada vicino ai Parioli a Roma, nota per essere il “regno storico della prostituzione maschile nella capitale”. Era in cerca d´incontri sessuali con un trans.
Raccontano le cronache che il monsignore abbia pronunciato il classico “voi non sapete chi sono io” una volta bloccato dagli agenti. E’ stato alla fine denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali.
Che dire che non sia stato già detto? Già ieri il nostro Nadir Giuseppe Perin ha scritto in merito al rapporto fra “Celibato e ministero presbiterale” che di solito attira l’attenzione della gente quando vengono alla luce i fatti di cronaca nera riguardanti i preti. Vogliamo qui affrontare un altro aspetto. I fatti come quelli prima riportati ci fanno venire in mente quei passi del Vangelo dove Gesù attacca gli ipocriti, coloro che impongono agli altri pesi che essi stessi non sono disponibili a portare (Mt 23), che amano i primi posti nei conviti, che amano farsi chiamare maestri, che ritengono di essere puri e di essere rappresentanti di Dio in terra.
Si può dire seguace di Gesù di Nazareth chi pratica l’ipocrisia, la doppia morale, una per il popolo ed un’altra per la “casta sacerdotale”? Si può dire seguace di Gesù chi ha utilizzato il suo nome per la costruzione di un sistema di potere oppressivo, violento ed ingiusto come sono tutti i sistemi di potere? Crediamo proprio di no!
Vogliamo così limitarci a riportare un passo del capitolo 23 del Vangelo di Matteo la cui lettura e riflessione dovrebbe essere sempre presente nella vita di tutti i seguaci di Gesù. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre.
Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza.
Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere e del piatto, affinché anche l’esterno diventi pulito.» (Mt 23, 23-26).

fonte il dialogo.org

Reazioni alla lettera del seminarista e alla lettera di don Barbero

Abbiamo ricevuto in redazione una lettera di commento dopo la pubblicazione della lettera di un seminarista al sito dei sacerdoti lavoratori sposati. Il seminarista chiamava "in gioco" anche don Franco Barbero. Avevamo inviato la lettera a don Barbero e pubblicato nel sito anche la sua risposta. Pubblichiamo nel blog la prima lettera dei visitatori.

Ecco il testo:

Carissimo don Franco,
la mia più totale solidarietà per quanto da
tempo vivi e stai sostenendo.
Sono alquanto perplessa che nei seminari
siano presenti personaggi come il seminarista che ti ha appena scritto.
C’è da stare freschi se questi sono i futuri prossimi preti della
chiesa cattolica.
Uno strisciante sotteso  schifoso fondamentalismo che
preoccupa, anche perché mi sembra che seminaristi di questa pasta non
conoscano assolutamente la Teologia.
Ma che fanno in seminario?
Del  resto, vista la carenza di vocazioni si prende di tutto e di
più…prenderanno anche le scimmie tra un po’!!!
Basterebbe consigliare
al seminarista di non perdere il suo tempo scrivendo certe fesserie, ma
studiando di più la Teologia.
Chissà se ha mai letto, l’illustre
pensatore seminarista, il libro di Basilio Petrà: “Preti sposati per
volontà di Dio?”?!!!
Bisognerebbe regalare un po’ di copie a questi
seminaristi invasati!
Mi piacerebbe tanto sapere da quale Diocesi viene
tanta sapienza; 
io ringrazio sempre Dio di aver incontrato un uomo
prete  che vive accanto a me, che ha studiato al Nord la 
Teologia… certo di vedute molto più aperte.
Caro don Franco, sei stato
fin troppo educato e magnanimo nella tua risposta, con certa gente non
bisognerebbe far altro che dire: TORNA A SCUOLA O CAMBIA MESTIERE!

loredana cortinovis
insieme ad Alex

milano

La risposta di don Franco Barbero al seminarista

Gentile Signor Daniele Lanzani,

La Sua lettera, che mi è giunta molto gradita, mi offre la piacevole occasione di dialogare con una persona giovane, piena di fede e di disponibilità ad abbracciare la strada del Vangelo.

  • Lei giustamente fa dell’amore il centro della sua vita e intende viverlo nella più completa castità futura. Sono pieno di rispetto per chi, con fede ed entusiasmo, per amore di Dio e del prossimo, sente questa strada come la chiamata del Signore. Conosco dei preti che vivono intensamente e felicemente questa realtà nella loro vita quotidiana. Le auguro di cuore di poter vivere, se questa nei prossimi decenni sarà ancora la sua prospettiva, secondo il progetto che oggi lei sta preparando e realizzando.

  • La Sua lettera mi sembra però troppo perentoria. Come può dubitare che esistano altre "chiamate", altri percorsi? Chi mai ha pensato o scritto che "si può racchiudere lo spirito di grazia verso solo una ragazza"? Un amore che si esprima solo all’interno di una coppia intisichisce, si imprigiona, nega l’orizzonte fondamentale del vangelo. Il "soffio" che viene da Dio, il Suo spirito ci sospinge a guardare al mondo, alla chiesa, ai più tribolati. Lei ha certamente ragione se intende accennare al fatto che molte coppie si chiudono in se stesse e diventano "familistiche", incapaci di vivere la dimensione aperta, l’accoglienza, la condivisione. Ma anche su questo punto non si può generalizzare. Conosciamo tutti tanti preti che vivono il loro celibato senza dare alcuna testimonianza di amore. Anche nella castità ci si può imprigionare come in una fortezza e ci si può isolare come in una prigione. E poi, siccome dedico molta parte della mia vita all’ascolto dei confratelli, vedo ogni giorno quante contraddizioni si nascondono dietro il celibato ecclesiastico…

  • Trovo davvero poco rispettoso ciò che Lei scrive sul "nostro amore e interessamento verso uomini che stanno passando un periodo di istintività". La pregherei di riesaminare le Sue valutazioni e il Suo linguaggio. Forse Le è difficile, anche in ragione della giovane età, comprendere appieno certi percorsi dolorosi, faticosi, solitari compiuti proprio per essere onesti con se stessi e con il Vangelo. La prego: ci pensi. Il prete e la donna che desiderano collocare la loro vita alla luce del sole e condividere un impegno familiare ed ecclesiale, sono riducibili a dei soggetti che agiscono per istintività? Ma come può esserci contraddizione tra l’amore umano e l’amore divino? L’amore di due creature non è forse un meraviglioso dono di Dio che ci spinge ad amare oltre? Come io non sospetto della Sua decisione per castità assoluta perché Lei non riconosce la stessa possibilità vocazionale per un prete sposato? Come può una legge ecclesiastica (solo cattolica) negare la fecondità di una tale scelta che fu possibile per secoli? 

  • "Non state facendo un bel favore alla Chiesa Cattolica". E’ la Sua rispettabile opinione. La mia e la nostra è totalmente diversa. In primo luogo ci preme fare un buon servizio alle persone e al vangelo. Infatti il vangelo e la vita delle persone concrete rappresentano il nostro obbiettivo e il nostro impegno centrale. E poi, certo, vogliamo aiutare la chiesa di cui siamo e ci sentiamo parte a liberarsi dai pregiudizi, dal misogenismo, dalle fobie sessuali, dalla lettura fondamentalista di certi passi della Bibbia che vengono usati come pallottole contro le donne, gli omosessuali, i preti sposati.

  • In ogni caso, grazie del Suo invito finale: "Ripensateci". Le assicuro che lo facciamo sempre. Però, da come vanno le cose, è il magistero che non sa ripensare e continua a enunciare principi assoluti che da tempo la cultura, l’esegesi e l’ermeneutica hanno ridotto a merce scaduta. Ci sono molti modi di amare la chiesa: il Suo e il nostro. Spero che potremo riparlarne fra dieci anni e forse Lei e noi… ci avremo ripensato…

Intanto… buon cammino a Lei sulla strada del nazareno, dalla parte degli ultimi.

Un forte abbraccio.

don Franco Barbero

Lettera di un seminarista alla redazione

Buongiorno.
Mi chiamo Daniele Lanzani.
Sono un ragazzo giovane.
La mia vita è sempre stata di grandi libagioni ma adesso ho capito che la vita è amore, non amore per il mio corpo, ma amore verso il mio prossimo.
Voi avete avuto una chiamata dal Signore? Non credo proprio. 
Come potete osare di dire che si può racchiudere lo spirito di grazia verso solo una ragazza?
Mi sono anche informato sulla storia di (ex) don Franco Barbero. Credete che il Signore abbia bisogno del vostro "amore" e interessamento verso uomini che stanno passando un periodo di istintività?
Nei miei 22 anni di vita ho compreso la mia strada verso il Signore e verso la più completa castità futura. E questo grazie a sacerdoti che mi hanno fatto capire che la sessualità è un dono di Dio che va vissuto nella sua bellezza laicale.
Non state facendo un bel favore alla Chiesa Cattolica.
Ripensateci…
 
Daniele Lanzani
Seminarista

"Non vi dimenticate degli uomini e delle donne del nostro popolo"

Il teologo Jon Sobrino ripercorre l’insegnamento umanizzante del vescovo martire Mons. Romero

 (IL TESTO È STATO PUBBLICATO SUL MENSILE SALVADOREGNO “CARTA A LAS IGLESIAS” (N. 551). TITOLO ORIGINALE: “CARTA A MONSEÑOR ROMERO, ‘no se olviden que somos hombres’- fonte adista)

La  genialità, che non è dato più ascoltare,  la si trova solo in quanti non si accontentano di ripetere ovvietà, in chi è lucido, in chi è misericordioso, in chi si lascia toccare nelle viscere dalla sofferenza dei  popoli, nei veri credenti, in quelli che vedono nei corpi fatti a pezzi il corpo di Dio stesso.
 “Non dimenticate che siamo esseri umani. Non stiamo alla larga dalla sofferenza degli esseri umani”. Per Sobrino mons. Romero è andato oltre l’intuizione di un grande teologo dei nostri giorni, Johann Baptist Metz. Pensando a come è cambiato il cristianesimo e a come bisogna tornare a ciò che è fondamentale, diceva: “Il cristianesimo, da religione sensibile alla sofferenza, è diventato sempre più una religione sensibile al peccato. Il suo sguardo non si è diretto per prima cosa alla sofferenza della creatura, ma alla sua colpa. Questo ha intorpidito la sensibilità per la sofferenza altrui e oscurato la visione biblica della giustizia di Dio che, dopo Gesù, doveva valere per ogni fame e sete”. Le parole possono meravigliare, ma ci ricordano il messaggio fondamentale di Gesù, ed evidenziano con grande forza quello che  diceva il vescovo assassinato: “una cosa vi chiedo: non vi dimenticate degli uomini e delle donne sofferenti del nostro popolo”.
Come leader, politici, professionisti, ideologi, diciamo e analizziamo moltissime cose, ma costa fare il passo e arrivare a ciò che è ultimo: come sta l’umano tra di noi, e chiederci se andiamo bene o andiamo male nell’umano. Sembra una velleità superflua dedicare tempo a pensare e a costruire “l’umano”, mentre dedichiamo tempi e risorse infiniti ad altre cose. Ne cito alcune che possono essere necessarie e buone: come produrre di più ed essere competitivi, come facilitare divertimento e svago, e altre non tanto buone: come avvicinarci alle meraviglie che vengono dal Nord, come se queste già fossero una garanzia per vivere, ciascuno e gli uni con gli altri, “umanamente”. Porre l’umano al centro dell’interesse continuerebbe ad essere una ridicolaggine, tollerabile in ambito privato, ma risibile in ambito pubblico e di potere.
E il peggio è che, scomparendo l’umano, si dimenticano i poveri di questo mondo. E che in nessun modo li poniamo al centro. Non ci domandiamo cosa bisogna fare per loro, e meno ancora ci domandiamo che salvezza essi possono dare a noi. La civiltà della povertà di cui parlava Ellacuría, tante volte citata, e altrettante ignorata e disprezzata, è quello che in definitiva ci salverà. Ma non ci facciamo caso. Cerchiamo la salvezza in beni e risorse, ma non nell’umano, e meno ancora nell’umano dei poveri. E così va. Se ignoriamo l’umano, presto o tardi tutto crollerà e anche le cose buone si rovineranno.
 Se ci dimentichiamo che sono esseri umani sofferenti quelli che hanno bisogno dell’aiuto economico e della preghiera, la solidarietà degenera, l’aiuto langue e la cooperazione internazionale finisce per essere pensata e portata avanti a proprio vantaggio, quando non diventa addirittura uno strumento di dominazione, come avviene frequentemente. Senza porre gli “esseri umani al centro”, la solidarietà non umanizza coloro che “danno”. Suole, piuttosto, disumanizzarli, facendo sì che si sentano buoni, superiori, maestri provenienti dal mondo civilizzato. E senza porre gli “esseri umani al centro”, essi non si rendono conto di quanto possono ricevere dai poveri, dai loro valori, dal loro dolore, dalla loro speranza, persino dalla loro gioia. “Santità primordiale”, l’abbiamo chiamata. Parlare di aiuto che disumanizza può sembrare ingratitudine o cattivo gusto, ma succede sempre che si dimentica che “sono uomini”. Bisogna pianificarlo, sì, ma soprattutto bisogna umanizzarlo.
 La preghiera  evidentemente è cosa buona, ma può degenerare nel chiacchiericcio, nel fatigare deos dei romani e in un alibi per non lottare contro gli dei che generano le vittime a cui la solidarietà dovrebbe prestare aiuto. Senza tenere in conto queste vittime, quanto dice il Magnificat, “rovesciò i potenti dal trono e innalzò gli umili”, lo cantiamo al suono delle chitarre o in splendida polifonia, ma non esce dal cuore e non arriva al cuore di Dio.
Anche la religiosità può pervertirsi. Ora ci avverte di ciò il vescovo Casaldáliga: “Della stessa fede cristiana si sta facendo un ricettario di miracoli e prosperità, un rifugio spiritualista di fronte al male e alla sofferenza e un sostituto della corresponsabilità, personale e comunitaria, nella trasformazione della società”. E questo  non si aggiusta solo con migliori piani pastorali o lezioni di teologia. Vi si pone rimedio tornando ai clamori dell’umano, come quelli che ascoltava Dio in Egitto per la liberazione degli schiavi. E tornando alla bontà e alla fede degli umani, come quelle della siro-fenicia che conquistò Gesù.
E voglio menzionare una terza cosa: la democrazia. È meglio delle dittature e della dottrina della sicurezza nazionale che abbiamo sofferto, evidentemente. Ma necessita anche di guarigione, e urgentemente. Se consiste nell’andare alle urne, e dopo le urne non ci sono cambiamenti di vita per i poveri di sempre – e non parliamo di quando ci sono frodi -; se consiste nel proclamare i diritti umani, senza che i poveri abbiano accesso a giustizia e dignità; se consiste nel gloriarsi della libertà di espressione, senza che i poveri possano farne uso, peggio se non è accompagnata dalla volontà di verità, e ancora peggio se quella serve per nascondere la negazione di questa; se si riduce a proclami di uguaglianza davanti alla legge, senza creare le condizioni materiali minime perché ciò sia possibile… Se nel concerto delle nazioni veneriamo e serviamo gli imperi – oggi, la democrazia degli Stati Uniti -, che impongono guerre, controllano il commercio a proprio vantaggio e contro i poveri, gestiscono una globalizzazione che non è tale, poiché li esclude e li allontana sempre più dai Paesi dell’abbondanza… Allora la democrazia può essere flatus vocis o sarcasmo. Per le maggioranze, “uguaglianza, libertà, fraternità” sono carta straccia. La conclusione è che non basta democratizzare la democrazia, ma bisogna umanizzarla. E questo inizia attribuendo non ad essa il valore “più ultimo”, certamente non nella pratica, ma neppure nella teoria, bensì agli esseri umani.
Buona è l’economia, buona la democrazia, buone molte forme di religione, ma quante volte servono per dimenticare e occultare milioni di uomini e donne che sono realmente la cosa ultima! Questo oblio dell’u-mano è principio fondamentale di disumanizzazione.

Il detto di Gesù: “il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”, oggi bisogna tradurlo: la democrazia e la religione, la solidarietà e la cooperazione internazionale, i mezzi di comunicazione e le istituzioni del sapere sono per l’uomo, e non il contrario. Sono soprattutto per questi 800 milioni che soffrono crudelmente la fame e per i 2 miliardi e 300 milioni che devono vivere con due dollari al giorno. E non avviene facilmente.
Non bisogna dare per scontato che i nostri “sabati” non sono barriere che ci impediscono di vedere gli esseri umani nella loro realtà concreta. Investiamo somme di denaro che sfidano l’immaginazione nel buon vivere e nel successo; investiamo anche nel mentire e nel nascondere, in armi, guerre, distruzione e morte. Non si deve solo parlare dell’umano, ma lo si deve  vivere.

Due riferimenti ultimi  sono fondamentali  i poveri e Dio. Diceva bene sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo che vive”. Tra i poveri mons. Romero la ha detto in forma ancora più cristiana: “la gloria di Dio è il povero che vive”.
 
“Il compito più essenziale dell’Umanità è quello di umanizzarsi. Umanizzare l’Umanità è la missione di tutti, di tutte, di ciascuno e ciascuna di noi. La scienza, la tecnica, il progresso sono degni del nostro pensiero e delle nostre mani solamente se ci rendono più umani. Di fronte a certi baldanzosi progressi, le statistiche annuali di questo profeta laico che è il Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ndt) dovrebbero provocarci una indignata vergogna… Non si umanizza l’umanità con macchine e formule (utili a tempo e a modo debiti), ma con l’avvicinamento umano di ciascuno e ciascuna, di ogni persona e di ogni popolo. Umanizzare l’Umanità praticando la prossimità” (Casaldáliga ).

Il problema dell'emancipazione cristiana dei ministeri

Antonio De Angelis, un sacerdote sposato di Poggio di Sanremo (Imola), ha denunciato, con una lettera all’Espresso del 2 Febbraio 2006, il reclutamento di minori nella Chiesa, sopratutto nelle parti più povere del mondo, per cercare di superare la crisi delle vocazioni.

Un problema da denunciare "perché è proprio nei seminari e in età precoce che viene instillata un’educazione distorta sull’affettività e la sessualità". 

Al De Angelis, entrato in seminario a 10 anni dicevano che "la donna era la tentazione del demonio e che era peccato grave baciarsi tra uomini e donne, ma non tra uomini".  L’ex parroco ha scritto   anche di aver subito un tentativo di abuso da parte del rettore del suo seminario.

La gerarchia della Chiesa è rimasta sorda agli appelli di cambiamento delle varie organizzazioni, nazionali e internazionali, che rappresentano nel mondo 120 mila sacerdoti sposati.

Per chi è interessato a questi temi, Stefania Rossini consiglia la lettura di un denso libro di denuncia dal titolo "L’amore ordinato" scritto da Giancarla Codrignani, ex parlamentare della sinistra indipendente, presidente della Loc (Lega degli obiettori di coscienza al servizio militare),  saggista, impegnata nei movimenti di liberazione, di solidarietà e per la pace. Con la forza dello sguardo laico nel discutere il grande tema ecclesiale del celibato ecclesiale, il libro "rimanda con misura a storie d’amore vietate eppure frequentissime di religiosi che scoprono la sessualità con una donna". L’autrice ha la "delicatezza di raccontare anche l’altra faccia della vicenda: l’ingiusto smarrimento di donne innamorate, spesso abbandonate per viltà, qualche volta sposate con coraggio, ma comunque considerate peccatrici per aver portato via un uomo a Dio".

San Paolo prescriveva per le donne silenzio e velo in testa… Ma oggi, anche se possiamo vedere giovani ragazze leggere, accanto all’altare, i brani liturgici, senza alcun velo, e papa Wojtyla abbia parlato del "genio femminile",  permangono ancora ritardi che si seguitano a lamentare.   Più in là non si è andato. Niente "ordini sacri, e che la donna stesse al posto suo che, nonostante tutto, restava ancora di soggezione all’imperante patriarcato di una chiesa tuttora maschilista. E, finché vige la norma del celibato ecclesiastico e il quasi dogma dell’esclusione femminile dall’ordinazione sacerdotale – due fatti diversi ma pur tra loro correlati – la chiesa non può essere diversa. Perciò il superamento di questi due scogli va molto al di là di una rivendicazione femminile e di una liberalizzazione maschile – entrambi pur sacrosanti e necessari – per giungere alla configurazione di una chiesa altra e diversa, meno legata a condizionamenti storici e più fedele alle origini" (Adriana Zarri).

L’agenzia Adista (cf. 33237 – ADISTA) ha curato una scheda del libro. L’articolo pone precise domande a partire dal testo:

«Che ne è, oggi, dell’"amore ordinato", e cioè quello che un prete (o un religioso) costruisce con una donna, stabilendo con lei una piena relazione affettiva? Che ne è di questo amore, spesso "indicibile", vissuto nell’angoscia, nella sofferenza e anche nella paura? E che ne è della donna, laica o religiosa, implicata in un cammino che poi, magari, lui, non vuole più compiere? E perché la Chiesa cattolica latina, a livello gerarchico, insiste tuttavia nel mantenere di fatto indissolubile celibato e sacerdozio (con la eccezione dei pastori anglicani che si fanno cattolici, e poi preti, pur essendo sposati)? Domande vere su problemi veri, anche se solitamente sottaciuti, quelli che si pone Giancarla Codrignani ne L’amore ordinato…».
L’Autrice  «lascia sullo sfondo la cronaca, che ogni tanto, con toni scandalistici, arriva sulle prime pagine dei giornali, informandoci magari che "Don Tizio, innamorato, è fuggito con una sua parrocchiana".

Essa, invece, accenna solo, con flash, ad alcune storie concrete, ma per arrivare subito alle domande di fondo: perché la legge del celibato sacerdotale, e perché – in stretta connessione – l’esclusione della donna dall’altare?

"Se Gesù fosse stato femmina – scrive la Codrignani – nessuno avrebbe inteso come segno di potere l’agire in persona Christi [così, dice la teologia cattolica, agisce il prete quando celebra i sacramenti, ndr] o avrebbe pensato di fare del sacerdozio il sacramento che sovrintende, di fatto, all’esistenza di tutti gli altri.

Da molti decenni, almeno dopo il Concilio Vaticano II e l’accoglimento dei metodi democratici, neppure molti uomini e molti preti apprezzano i segni del potere nel cuore della religione. Anche se – escludendo i pochi che contestano la conformità del principio sessista con l’interpretazione della Scrittura – il privilegio del "dir messa", appare violentemente simbolico e piace agli uomini, prigionieri del proprio ego. Il problema sostanziale, dunque, per un’emancipazione cristiana dei ministeri, si riduce al fatto che la presidenza dell’eucaristia sia vietata al genere che per primo vide la manifestazione del Risorto e da lui riceve il mandato dell’annuncio; annuncio non creduto dai discepoli (proprio perché riferito da donne?), ma che segna indiscutibilmente una precedenza. Come mai chi, in persona Christi, distribuisce il Suo corpo e il Suo sangue, isola l’incarnazione nella metafisica della transustanziazione, vive il disgusto o la paura della propria carne e dell’altrui corpo, superandone il fastidio solo se si tratta di malati o di morti e accetta di usare il sacramento come privilegio di genere?".

Un sacerdozio reso casta, e un celibato imposto per legge ai preti latini – aggiunge la Codrignani – pone problemi teologici e pastorali che invano le istituzioni ecclesiastiche cercano di tacitare; e una riflessione approfondita su che cosa significhi amare Dio nell’esperienza dell’amore umano, conclude l’Autrice, metterebbe in luce come le normative vigenti, e l’impianto ideologico che le sostiene, siano carenti di motivazioni credibili».

Sui casi di pedofilia e di stupro: "attenzione al crimine dei religiosi"

Padre Fedele/ Giuseppe Serrone (Ass. sacerdoti lavoratori sposati) ad Affari: "Attenzione al crimine dei religiosi"

"La differenza tra sesso e violenza sessuale dovrebbe essere ovvia per chiunque", e padre Fedele "è accusato del più odioso dei reati". La violenza accade perché "i voti rappresentano un’imposizione non giustificata dalle Scritture, e figlia della sessuofobia vaticana. La cultura del divieto". Non ha mezzi termini, Giuseppe Serrone, nel commentare la vicenda di Padre Fedele Bisceglia, il monaco accusato di aver violentato una suora.

Presidente dell’Associazione Sacerdoti lavoratori sposati, Serrone è un sacerdote sposato che guarda con attenzione a questo scandalo. E mette in guardia contro il "crimine dei religiosi". Cifre alla mano,  parla dell’Africa e del rapporto del clero con le donne: "Membri del clero cattolico hanno sfruttato e sfruttano la loro posizione finanziaria e spirituale per ottenere prestazioni sessuali da parte delle suore, spesso portate dal loro condizionamento culturale ad obbedire all’ecclesiastico". Perché proprio le suore? "Perché in una situazione di diffusione a macchia d’olio dell’Aids, specialmente in Africa, esse rappresentano un gruppo "safe", sicuro, non a rischio. E sono molto più condizionabili, anche tramite false argomentazioni teologiche". Questo, e molto altro, per rappresentare l’ira dei sacerdoti sposati.

Ecco l’intervista
 

Che cosa suscita in lei la vicenda di Padre Fedele?
"Dagli atti e dalle intercettazioni sono emersi reati che vanno oltre la violenza sessuale. Si dovrebbe indagare anche in questo senso. La differenza tra sesso e violenza sessuale dovrebbe essere ovvia per chiunque, e spero che lo sarà anche per i giudici che dovranno processare il frate di Cosenza accusato di stupro, che è il più odioso dei reati. Tuttla la vicenda pone una serie di interrogativi.  Il mondo dei religiosi  è costellato da una serie di episodi inquietanti: dalla pedofilia alla pedopornografia telematica. 
Sarebbero almeno 34mila su un totale di circa 85mila le suore vittime di abusi sessuali negli Stati Uniti, una cifra pari circa al 40%. Lo rivela un sondaggio del 1996 rimasto per molti anni  sconosciuto, finanziato in parte da alcune congregazioni religiose ed effettuato da un gruppo di ricercatori della Saint Louis University, al quale hanno risposto 1.164 suore. I risultati del sondaggio, apparsi in forma sintetica sul numero di maggio-giugno 1998 della Review for Religious, edita dalla Saint Louis University, erano stati pubblicati in forma completa nel dicembre dello stesso anno nella Review of Religious Research, rivista accademica della Religious Research Association; all’epoca i promotori del sondaggio avevano scelto di non divulgarne eccessivamente i risultati, per non dare alla questione un profilo sensazionalistico. La decisione derivò anche dalla pressione in tal senso esercitata dalla Leadership Conference of Women Religious (una delle Conferenza delle superiore generali Usa), che non volle, al tempo, alcun comunicato stampa per non richiamare troppa attenzione sul sondaggio e, nella sostanza, lasciò cadere la questione non intraprendendo alcuna azione concreta".

Quali risultati ha dato lo studio?
"Lo studio è il risultato delle risposte ad un questionario di 15 pagine compilato da suore, la cui età media è di 62 anni (dei quali 42 passati nella vita religiosa), in rappresentanza di 123 congregazioni religiose di tutti gli Stati Uniti. Tra i dati più impressionanti, è stato rilevato il fatto che una suora su cinque ha ammesso di avere subìto un abuso sessuale da bambina, nel 9% dei casi da parte di un prete o di una suora; una suora su otto si considera vittima di sfruttamento sessuale (nel 75% dei casi da parte di un prete o di una religiosa), laddove per sfruttamento si intende pressione psicologica ai fini di incontri, richieste di favori sessuali o rapporti sessuali; poco meno del 10% delle suore ha affermato di avere subito molestie o abusi sessuali almeno una volta nel corso della propria vita religiosa (la metà di questeda un prete o da una suora). Il sondaggio rileva che queste cifre sono in linea con altri studi sugli abusi sessuali subiti dalle donne in generale (il 20-27% delle donne è stata vittima di abusi da bambina). La Conferenza episcopale statunitense si è detta all’oscuro del sondaggio, ma per Ann Wolf, una delle ricercatrici, è di vitale importanza che la Chiesa ammetta la portata del caso: "I vescovi sembrano guardare solo al problema dell’abuso sessuale sui minori – ha detto – ma è il problema è ben più ampio. Le religiose cattoliche subiscono violenza, nel loro ministero, al lavoro, nella consulenza pastorale". Non è nuovo, nell’informazione internazionale, il tema dell’abuso sulle suore. Nel 2001 il problema esplose grazie alla pubblicazione sul "National Catholic Reporter" di quattro documenti che denunciavano l’abuso sessuale di suore africane (v. Adista n. 24/01)".

Che servizio renderebbe, se provato, un comportamento simile alla causa dei preti sposati? 
"A tanti “sacerdoti sposati” che vivono nella marginalità,  la chiesa ufficiale non consente di conciliare una testimonianza di fede “a tempo pieno” con gli affetti familiari.  La mentalità sessuofobica, alla base di simili precetti, influenza, più in generale, il comportamento di ciascuno di noi, suscitando sensi di colpa o incentivando il gusto della trasgressione. La cultura del divieto e della proibizione non stimola un’etica personale e pubblica della responsabilità. Spesso si tratta di norme che non trovano fondamento nella Bibbia, come nel caso del voto di castità dei religiosi;  per altre questioni, i testi sacri lasciano spazio a diverse, possibili letture. Per non dire del ruolo delle donne nella chiesa e della democrazia al suo interno. L’obbligo del celibato (non il celibato!) è incompatibile con la maturità affettiva, così come lo è il dongiovanismo coatto.Fatti come quello di Padre Bisceglia, se provati, dovrebbero indurci a superare la dicotomia di una chiesa conservatrice ai vertici e aperta alla base, ad assumerci la responsabilità di ciò che pensiamo e facciamo e a continuare nel tentativo  di una riforma del cattolicesimo".

In che senso?
"Le forme rigide di tutte le dottrine morali favoriscono la patologia, perché rendono difficili le esperienze, e attraverso queste la possibilità di vivere emozioni ed imprevisti. Gli aspetti rigidi delle dottrine creano sensi di colpa, rallentano e riducono la costruzione di uno stile di vita elastico, duttile e adattabile".

Abolire i voti per i religiosi potrebbe mettere al riparo da comportamenti poco ortodossi come quelli di cui è accusato padre Fedele? 
"Secondo l’ultima edizione dell’ “Annuario Pontificio”, curato dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede, nel mondo ci sono 137.409 sacerdoti religiosi, 54.620 religiosi non sacerdoti, mentre le religiose sono 776.269. Il Concilio Vaticano II, “ha sottolineato come l’imitazione di Cristo nella castità, nella povertà e nell’obbedienza sia tutta orientata al conseguimento della perfetta carità”. Le suore e altre donne che ora si presentano a parlare dell’abuso che hanno subito stanno contribuendo a cambiare la cultura con il loro dolore e il loro coraggio. L’inesperienza, aggravata da atteggiamenti socio-culturali, spesso priva molte di queste suore degli strumenti che servono loro per descrivere i fatti. È sorprendente che così tante, ora, diano voce alle loro esperienze. Grazie all’iniziativa di queste suore, tutto il popolo di Dio può raggiungere una comprensione più matura e responsabile di se stesso e della sua Chiesa. C’è qualcosa di profetico in questa tragedia, perché sono i "senza voce" ad aver dato il via a questo processo di maturazione. Per tutto questo, a prescindere dalla loro sofferenza, abbiamo con loro un grande debito di rispetto e di gratitudine. Prego che le loro richieste di aiuto e comprensione non restino inascoltate, ma ricevano una risposta ugualmente coraggiosa e profetica".

Quindi?
"Citando  don Franco Barbero:  «Mi sembra, però, che la gerarchia cattolica, come struttura, sia in larga misura al servizio dell’oppressione delle coscienze. Essa oggi è una delle strutture del dominio patriarcale, legata mani e piedi ai poteri reazionari e impegnata in prima fila contro la crescita dei diritti nella società civile. Dal mio punto di vista, la chiesa è un altro pianeta rispetto alle gerarchie che nulla hanno in comune con il Vangelo o  la legge di Dio.
Il mestiere della gerarchia è rendere le persone sottomesse. Gesù è stato, invece, un maestro di tenerezza, di felicità e di responsabilità. Si può "essere chiesa" senza obbedire alle gerarchie. Anzi, spesso è proprio la fedeltà al Vangelo che ci spinge a disobbedire alle gerarchie. O meglio, a non riconoscerle come autorità morali!
Una chiesa che prenda sul serio il Vangelo, che divorzi dai banchieri e dalle dittature militari e psicologiche… Sarebbe già un buon inizio… Insomma, una chiesa amica delle donne e degli uomini, una chiesa che vive per l’amore e la giustizia… Una "chiesa gerarchica" che scende dai troni e vive sulla strada»".

Che atteggiamento deve assumere la Chiesa nei confronti della sessualità?
"La struttura del Vaticano è una struttura monosessuale. Al suo interno cioè, gerarchia e base sono composti esclusivamente da uomini. Le donne, nella fattispecie le suore, sono relegate a ruoli che comunque non hanno possibilità di accedere ai luoghi decisionali. Questa struttura monosessuale è stata diverse volte considerata come una struttura che spesso e volentieri, reprimendo, a causa dell’obiettivo del celibato, i naturali istinti sessuali, si trova soggetta a fenomeni di «frustrazione» e conseguenti esplosioni violente che, come si è visto nei recenti casi di pedofilia nel clero americano, assumono vere e proprie caratteristiche patologiche. Soprattutto perché la rinuncia volontaria al sesso, che è alla base appunto del raggiungimento cattolico della santità, assume nella dottrina professata tratti di «sessuofobia» intransigente che, invece di accogliere e cercare di indirizzare i diversi istinti sessuali presenti in tutti gli esseri umani, li nega; demonizzandoli.
I precetti della Chiesa cattolica che riguardano la sessualità sono numerosissimi, e dettano prescrizioni su praticamente ogni aspetto della vita sessuale: dalla masturbazione ai contraccettivi, dal sesso prematrimoniale alle relazioni omosessuali. I dogmi della Chiesa su queste questioni sono dettati dalla proibizione di ogni relazione sessuale che non avvenga all’interno del matrimonio e che non sia destinata alla procreazione, e dall’esaltazione della castità come strumento per avvicinarsi a Dio.
Condivido le tesi di Richard Sipe, autore del libro «Sesso, preti e potere: anatomia di una crisi», pubblicato da Brunner/Mazel Publisher nel 1995, il sesso, da parecchi secoli, rappresenta un problema per la Chiesa Cattolica per diverse ragioni. Prima di tutto a causa della sua dottrina che recita: «Ogni pensiero, parola, desiderio o azione sessuale al di fuori del matrimonio è peccato mortale. Ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio che non sia finalizzato alla procreazione è peccato mortale». Poi a causa dell’obiettivo del raggiungimento del celibato da parte dei preti; celibato che punta alla santità e per la quale è necessario distaccarsi completamente dalle "’tentazioni"’ materiali, attività sessuale in primis.  Ma il problema del sesso all’interno della Chiesa Cattolica, che vede, secondo Sipe, un netto contrasto fra i vertici vaticani romani che tentano di imporre tali insegnamenti e i comportamenti contraddittori messi in pratica non solo dai credenti ma anche dai mebri del clero, è legato al ruolo della donna e al sistema di potere maschile. Il sistema del celibato/sessuale maschile all’interno della Chiesa romana infatti, come lo chiama Sipe, è espressione di un potere che non ha nulla a che vedere con i reali insegnamenti del Vangelo; è un potere iniziato a consolidarsi con i primi Concilii (quello di Elvira, ad esempio, del 309 d.C.) e affermatosi, fra il quarto e quinto secolo, con la definizione di Agostino di peccato originale, consolidatosi nel Medio-evo, e solidificatosi nel 16° secolo; un potere che vuole la donna solo ed esclusivamente come madre, vergine o martire.
Sipe afferma che in realtà i racconti di relazioni amorose di donne con preti sono numerose, il loro aiuto fondamentale, non solo spirituale, nel difficile cammino della scalata ecclesiastica; un aiuto sempre negato, invece, a livelli ufficiali perché per mantenere il suo potere il sistema del celibato maschile ha bisogno di denigrare la donna, e relegarla al ruolo di madre o vergine, appunto. «Un cattolico può essere membro del Ku Klux Klan e non soggetto a scomunica – scrive Sipe nel suo libro – ma a chiunque possono essere negati i sacramenti se porta una donna ad abortire».
Sipe cita il filosofo austriaco Otto Weininger, cita i suoi scritti sulla donna che, a suo parere, seppur rigettati oggigiorno a livello conscio, nella loro essenza e logica sono ancora presenti all’interno del sistema di potere del celibato maschile romano. «Per quanto degradato possa essere un uomo – scrive Otto Weininger nei primi del ‘900 – egli è incommensurabilmente superiore alla migliore delle donne, al punto che una comparazione o una classificazione dei due è impossibile; e tuttavia nessuno ha il diritto di degradarla o diffamarla, per quanto inferiore la si possa considerare. La donna è ontologicamente inaffidabile, ciò la rende così passiva, impressionabile, carente di indirizzo e bisognosa di un uomo come guida, visto che, tra l’altro, dall’uomo le deriva come un dono quello standard di moralità di cui è priva. Persino il suo misticismo è pura superstizione; nella religione così come in altri campi della vita, non ha mai fatto nulla di alcuna importanza».
La questione del celibato dei preti, oltre ai complessi aspetti psicologici e teologici che comporta, solleva spinosi problemi anche sul piano storico. Gli studiosi, nell’indicare la data in cui tale norma divenne obbligatoria in tutta la Chiesa latina, oscillano addirittura tra il IV e il XII secolo (Concilio Lateranense II, 1139). Sicuramente, per secoli si ammisero al sacerdozio viri probati, cioè uomini sposati di provata virtù, cui, dopo l’ordinazione, si richiedeva la continenza. Un punto fermo rimane il Concilio di Elvira, celebrato dalla Chiesa spagnola all’inizio del IV secolo, in cui si stabilì che «tutti i chierici devono astenersi dalle loro mogli e non avere figli». Questo è il primo documento scritto che imponga tale obbligo. Secondo l’enciclica Ad catholici sacerdotii di Pio XI (1935), tuttavia, la decisione presa a Elvira «evidentemente suppone una prassi più antica»".

Lei allora come la pensa?
"Condivido le idee di Frei Betto, scrittore e teologo brasiliano: «Seminaristi e sacerdoti sono, come tutti gli esseri umani, etero e omosessuali. Come sperare che assumano il celibato come dono di Dio se non trovano nelle loro comunità spazi di libertà per conversare, senza sensi di colpa o scrupoli, sulla masturbazione, l’attrazione, il coinvolgimento affettivo, le devianze sessuali? Cos’ha di pedagogico considerare il matrimonio uno stato di peccato consentito, come dice sant’Agostino, o esaltare come esempio il costume di san Luigi Gonzaga di non guardare nemmeno sua madre? Non credo che il santo gesuita fosse tanto malato. .. Il sesso è come la politica: quanto meno se ne parla tanto più bestiale diventa. La Chiesa cattolica ha l’obbligo di punire severamente i casi comprovati di pedofilia, senza tentare di nascondere le schifezze sotto il tappeto. Ma se vuole evitarli, deve riaprire il dibattito sul celibato obbligatorio, il reinserimento ministeriale dei preti sposati, il sacerdozio delle donne. Curare meglio la formazione dei futuri sacerdoti è educarli a preferire la preghiera alla chitarra, i libri di teologia alle telenovele, l’opzione per i poveri allo status clericale come trampolino per il potere»".

Se le accuse contro padre Fedele si rivelassero fondate, lei – da prete – assolverebbe o condannerebbe? 
"Lo stupro è un crimine, tanto più se agito da preti. Ma la «tolleranza zero» non servirà, se non si interviene sulla «pastorale del disprezzo» per il corpo e la sessualità, che include il celibato dei sacerdoti. Una teologia sacrificale che disumanizza, che innaturalmente separa il sacro dall’umano.

“L’anello del peccato e del perdono incatena alla dipendenza dal potere di sciogliere e di legare della Chiesa. Chi si trova nelle sue maglie è portato a sentirsi come un bambino bisognoso della mamma, la Chiesa appunto, per sopravvivere in senso etico, esistenziale e morale. La confessione rigidamente individuale ora ribadita da un nuovo documento pontificio può essere vista proprio come la saldatura di una tale dipendenza infantile. Il perdono, di cui tutti abbiamo bisogno, è sottratto alla rete delle relazioni e posto sotto il dominio e il ricatto di un potere sacro, come avviene per la sessualità, l’amore e la vita. è contro la «pedofilia strutturale» della Chiesa che dovreste rivolgere la «tolleranza zero», contro la sacralizzazione del vostro potere, contro la vostra teologia e pastorale del disprezzo. E liberate gli uomini e le donne dai pesi insopportabili che il potere ecclesiastico ha caricato da secoli sulle loro spalle, già tanto gravate dalla fatica del vivere, pesi che nemmeno voi riuscite a portare. Forse non sparirà la pedofilia ma certo verrà colpita a fondo, e non solo quella dei preti. Se si dovesse parlare di tolleranza zero bisognerebbe rivolgerla a questa teologia e pratica che non esiterei a definire «pedofilia strutturale»” (E. Mazzi).

L’Arcivescovo di Cosenza, Mons. Nunnari, ha dichiarato di affidarsi all’azione dei giudici e dichiarato che “tutti siamo potenziali peccatori e abbiamo delle debolezze”. In astratto, lei considera lo stupro di una monaca ‘debolezza’? 
"Non la considero debolezza. Abusi sessuali, stupri, sfruttamento, plagio: atti che hanno portato in molti casi a gravidanze e aborti. I responsabili: preti e vescovi. Le vittime: suore. Il luogo: Africa (ma non solo). La diffusione: altissima. Sono queste le coordinate allarmanti di una piaga che è venuta alla luce grazie alla pubblicazione, da parte del settimanale statunitense National Catholic Reporter, di quattro documenti strettamente confidenziali elaborati da religiosi impegnati nella consulenza alle suore e nella prevenzione dell’Aids, documenti che sono disponibili dal 9 marzo scorso nel sito Internet dello stesso National Catholic Reporter. Da questi rapporti, stilati tra il 1994 e il 1998, viene alla luce una situazione che, benché non ignota, manifesta proporzioni molto più estese e gravi di quanto non si supponesse. Membri del clero cattolico, questo in sintesi il contenuto, hanno sfruttato e sfruttano la loro posizione finanziaria e spirituale per ottenere prestazioni sessuali da parte delle suore, spesso portate dal loro condizionamento culturale ad obbedire all’ecclesiastico. Perché proprio le suore? Perché in una situazione di diffusione a macchia d’olio dell’Aids, specialmente in Africa, esse rappresentano un gruppo "safe", sicuro, non a rischio. E sono molto più condizionabili, anche tramite false argomentazioni teologiche. Anson Shupe, sociologo dell’Indiana-Purdue University, e dai suoi ollaboratori. Shupe, un noto esperto di nuovi movimenti religiosi, sostiene da anni che la "criminalità in colletti bianchi" è oggi affiancata, per una serie complessa di ragioni, da una "criminalità clericale", diffusa presso ministri di tutte le confessioni che comprende anche — se non soprattutto — reati economici e finanziari. In tema di abusi sessuali Shupe sostiene — ancora in uno studio inedito presentato al convegno di San Francisco — che questi sono più diffusi fra il clero cattolico che altrove, anche se le cifre correnti sono certamente esagerate. Il sociologo dell’Indiana peraltro non è convinto che il celibato o la tolleranza dell’omosessualità spieghino il fenomeno: infatti alcune denominazioni al cui clero non viene richiesto il celibato — episcopaliani, avventisti — o che attaccano in modo militante le campagne per i diritti degli omosessuali — mormoni — avrebbero percentuali di rischio simili alla Chiesa cattolica. Il problema, ritiene Shupe, è che la Chiesa cattolica — come la Chiesa mormone o quella episcopaliana — è una struttura piramidale, gerarchica, con un sistema che tende naturalmente, a prescindere dalle buone intenzioni individuali, a proteggere una figura religiosa quando è attaccata dall’esterno".

Il dramma di essere ai margini della Chiesa

Ciao. Sono un ragazzo di trent’anni del nord Italia. In questi mesi, sto vivendo anch’io il "trauma" di essere improvvisamente a margine della Chiesa, dopo esser stato uno stimatissimo presbitero per 13 mesi.
Non entro nel merito di questioni specifiche e personali, prima di tutto perchè, sono onesto, ho paura, e in secondo luogo perchè al momento non ho alcun impedimento ufficiale e considerando che non ho una relazione con una ragazza, sono da considerasi un "autosospeso" dall’esercitare il ministero, piuttosto che un "ex-prete". 
Scrivo soprattutto per trovare solidarietà da chi è già passato da questo terribile percorso e per avere qualche "dritta" rispetto alla possibilità di ricrearmi una vita… serena.
Mi ritrovo, infatti dopo sette anni di seminario e un baccelierato in Teologia a non sapere in che modo potrei trovare un lavoro sufficientemente dignitoso e avrei piacere di conoscere se esistono delle possibilità o percorsi che potrebbero fare al caso mio.. E’ infatti, estremamente difficile, riuscire a trovare spazi per situazioni come questa, in cui tutto viene messo a tacere in ogni modo..
Grazie dell’attenzione (…)

Appello: richiesta di aiuto di un sacerdote per lavoro

Ciao carissimi sono J.C., giovane  sacerdote sposato del sudamerica. Prima di tutto vorrei ringraziarvi per il lavoro che state facendo nell’aiutare a tanti sacerdoti che si trovano senza aiuto dopo aver lasciato il sacerdozio e dopo aversi sposato. Io ho cercato sempre l’aiuto di gente come me, però non gli ho trovato, non sapevo che essistesse la vostra associazione,e dopo aver cercato in internet sono molto felici di averci incontrato e spero che voi mi potete acogliere nella vostra associazione.
 
Io sono un giovane sudamericano che mi trovo a Roma e dopo avere sentito l’amore nel mio cuore ho lasciato la vita religiosa e voglio sposarmi con una donna sudamericana anche lei che e veramente brava e mi rende molto felice. Adesso mia compagna aspetta un bimbo, e siamo veramente felici.
 
Io vivo a Roma, però in questo tempo sto soffrendo un po’, perché non ho potuto sistemare la mia documentazione (non ostante tutto l’aiuto che mi ha dato la mia ex comunita religiosa)  non ho trovato un lavoro che me permetta guadagnarmi il pane con onesta e degnamente.Io per quello voglio chiedervi il suo aiuto, siamo fratelli nel sacerdozio, ho un figlio che viene in camino e cerco il suo aiuto vi prego.
 
Sono venuto tre anni fa a fare un dottorato in teologia,pero dopo avere scoperto il vero amore della mia vita ho avuto il coragio di lasciare tutto…..ci sono dei momenti in cui ho sofferto tanto, dopo avere recivuto l’aiuto della mia ex comunita, ho fatto di tutto per guadagnarmi il pane, ho lavorato come muratore,ho fatto pulizie nelle case,mi sono presso cura dei malati, ho lavorato come autista, ho consegnato publicita per le strade,consegno giornali gratuiti nelle stazioni della metro a roma, ho fatto di tutto, però sempre questo tipo di lavori hanno finito e io sono rimasto senza niente…  adesso sono preocupatto per la nascita di mio figlio e vorrei trovare qualcosa e mi fido di voi per trovare qualche aiuto…
 
Io sono Giovane, so parlare l’italiano, conosco lo spagnolo, ho studiato teologia, sono stato un insegnante, mi piacciono i libri, so guidare la machina e ho la patente, so lavorare col compiuter.
 
Scusatemi per il disturbo, volevo sapere se poso parlare con qualcuno di voi, io non vorrei creare disturbo, però mi offro disponibili per quello che voi credete necesario…
 
Siamo fratelli nel sacerdozio, io ho bisogno del suo aiuto e aspetto che voi mi aiutate… se e posibilie avere qualche intervista con voi, io sarei molto contento.
 
Come me qui a roma siamo molti che abbiamo lasciato il sacerdozio e adesso non abbiamo niente, vi prego datemi una mano.
 
Aspetto qualche riposta.
Dio vi benedica.
 
J. C.


L’appello è rivolto a tutti i visitatori del sito. Il giovane sacerdote e la sua compagna sono a pochi mesi dalla nascita del loro figlio… La redazione del blog invita a sostenere il progetto di aiuto per J.C.

Per eventuali donazioni e contributi o per segnalare qualche offerta di lavoro scrivere a sacerdoti.sposati@alice.it

SANTO O REPRESSORE?

L’emarginazione di teologi, vescovi e religiosi, in particolare i ”teologi della liberazione”; le posizioni conservatrici in tema di morale sessuale, di celibato ecclesiastico, sul ruolo della donna e dei laici nella vita della Chiesa; la tolleranza verso i regimi dittatoriali in America latina o le oscure vicende che hanno coinvolto lo Ior. Tutti elementi che dovrebbero essere attentamente valutati prima di elevare agli altari la figura di papa Giovanni Paolo II. Tanto più in un periodo in cui – come ha sottolineato Giovanni Franzoni – le beatificazioni di Pio XII e Giovanni XXIII evidenziano come sia divenuta prassi sin troppo comune nella Chiesa che un papa santifichi i suoi immediati predecessori.

Adesso però la causa di beatificazione di Wojtyla, la cui fase diocesana è ufficialmente iniziata in giugno, ha un nutrito gruppo di autorevoli oppositori, il cui parere dovrà essere tenuto nella giusta considerazione. Un ”appello alla chiarezza” sulla beatificazione di Giovanni Paolo II è stato infatti presentato il 5 dicembre, presso i locali della nostra agenzia, dallo stesso Giovanni Franzoni, ex abate benedettino di S. Paolo Fuori le Mura, per anni tra gli animatori della Comunità di Base di San Paolo, e dal filosofo e teologo della Liberazione Giulio Girardi. A firmarlo, oltre a loro, teologi e storici della Chiesa come Jaume Botey, Casimir Martí, Ramon Maria Nogues, José Maria Castillo, Rosa Cursach, Casiano Floristan, Filippo Gentiloni, José Ramos Regidor, Martha Heizer, Juan José Tamayo.

"Non è un documento di contestazione", ha voluto sottolineare durante la presentazione Franzoni, "anche se è indubbiamente una voce fuori dal coro, pur tuttavia nasce da un’esperienza sofferta di persone che hanno vissuto per anni una vita ecclesiale intensa che ha attraversato diverse fasi, entusiasmi e delusioni". Per questo, dice Franzoni, le nostre considerazioni sono state elaborate "con spirito ecclesiale, come afferma appunto la parte finale del documento". Inoltre, ha aggiunto l’ex abate benedettino, "noi non apparteniamo a quella pattuglia di credenti che messi ai margini o messi alla porta gioiscono del fatto che la Chiesa si comporti in modo antievangelico. Noi abbiamo sempre pianto delle miserie della Chiesa in cui siamo nati e cresciuti". Entrando nel merito delle critiche alla figura di papa Wojtyla, Franzoni ha detto che "un pontefice ha tutto il diritto di essere conservatore". Ciò che però diviene grave, quasi "peccaminoso", è il fatto di "esercitare il potere delle due spade. Esprimere cioè legittimamente la propria opinione ma impedire nel contempo, attraverso il potere di cui si è investiti, ad altri – teologi, vescovi, consacrati e laici – di affermare cose diverse".

Un modello di Chiesa polacca, opposta a quella del Concilio

Nel suo intervento, Giulio Girardi ha sottolineato che la canonizzazione di Wojtyla "troverebbe certo un largo consenso in una parte ampia della Chiesa, rappresentata da quelle folle che scandirono insistentemente ‘santo subito!’". Ma provocherebbe un profondo turbamento in altri settori della Chiesa, esaltando la figura di un papa che non ha compreso il loro impegno, che li ha repressi ed emarginati, che ha soffocato la loro libertà di ricerca e di pensiero". Un papa, Giovanni Paolo II, fortemente legato – secondo Girardi – al modello conservatore ed anticomunista caratteristico della Chiesa polacca. Un modello che Wojtyla, in senso opposto al modello ecclesiale uscito dal Concilio Vaticano II, voleva imporre come "paradigma della Chiesa universale". Tra gli aspetti più controversi del pontificato di Wojtyla, Girardi si sofferma in particolare sul "dramma vissuto dai teologi della liberazione, schierati nel pensiero e nell’azione dalla parte dei poveri": essi "vennero condannati, rimossi dall’insegnamento, ridotti al silenzio, emarginati perché accusati, ingiustamente, del ‘peccato’ di marxismo". Così, come avvenne per la rivoluzione nicaraguense, "Giovanni Paolo II e la gerarchia locale da lui sostenuta, si schierarono dalla parte della borghesia; dalla parte della controrivoluzione armata, dalla parte dell’impero statunitense, cui in nome dell’anticomunismo venivano condonati tutti i delitti".

Reazioni al documento dei 12 teologi e studiosi contro la canonizzazione di Giovanni Paolo II non si sono fatte attendere. Scontata l’indignazione di mons. Stanislaw Dziwisz (che fu segretario di Wojtyla fin dai tempi in cui il futuro papa era arcivescovo di Cracovia), per il quale la beatificazione del pontefice polacco non corre alcun pericolo. Anzi, ha detto all’agenzia polacca Pap, "manifestazioni di questo tipo otterranno il solo obiettivo di fare in modo che la beatificazione si realizzi in tempi più rapidi e con maggiore convinzione".

Meno scontata la posizione dello storico cattolico Alberto Melloni, che sul Corriere della Sera del 6/12, afferma che l’appello, suo malgrado, si inserirebbe "in una logica ‘papista’, come se il papa fosse la Chiesa, ne interpretasse debolezze e virtù, e fosse consapevole di tutto ciò che accade nella sua corte. L’invito a deporre contro il papa repressore, conservatore in materia morale e indulgente verso i mascalzoni in talare, non avrà altro effetto che eccitare chi invece trova proprio in quelle presunte linee d’azione la prima santità di Giovanni Paolo II". Il pontificato di Wojtyla, secondo Melloni, è complesso, e non può essere ridotto a "un momento di mera restaurazione". Farlo diventare "il nero specchio di una reazione che non ci fu significa aiutare coloro che ne sognano l’avvento".

Di seguito, il testo integrale "l’appello alla chiarezza" sottoscritto dai 12 teologi. (Valerio Gigante)

L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, sollecita tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle opere del Romano pontefice scomparso il 2 aprile.

Come è stato correttamente annunziato, possono essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte siano fondate su dati obiettivi.

Tenendo peraltro conto della sovraesposizione mediatica che si è verificata, non sempre per motivi spirituali, durante gli ultimi giorni della malattia del papa e in occasione del suo decesso, ci sembra opportuno proporre dei riferimenti a quelle donne e uomini cattolici che senza voler ignorare naturalmente gli aspetti positivi del suo pontificato, come l’impegno per la pace o il tentativo di ammettere le colpe storiche dei figli e figlie della Chiesa nel passato; senza negare aspetti virtuosi della sua persona; e senza volerne giudicare l’intima coscienza – danno però una valutazione per molti aspetti negativa del suo operato come papa. Perciò, con questo appello invitiamo tali persone a superare la ritrosia e la timidezza, e ad esprimere formalmente, con libertà evangelica, fatti che, secondo le loro conoscenze e i loro convincimenti, dovrebbero essere d’ostacolo alla beatificazione.

Le/i firmatari del presente appello ritengono che, rispetto al pontificato di Giovanni Paolo II, si debbano criticamente valutare, in particolare, i seguenti punti:

1° – La repressione e l’emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la Dottrina della Fede.

2° – La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell’Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.

3° – La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell’abuso di ecclesiastici su minori.

4° – Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.

5° – La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa cattolica romana.

6° – Il rinvio continuo dell’attuazione dei princìpi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.

7° – L’isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l’improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all’Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le "strutture di peccato" dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.

Con spirito ecclesiale, Jaume Botey, teologo e storico, Barcellona; José María Castillo, teologo, San Salvador; Rosa Cursach, teologa, Palma de Mallorca; Casiano Floristán, teologo, Salamanca; Giovanni Franzoni, teologo, Roma; Filippo Gentiloni, giornalista e scrittore, Roma; Giulio Girardi, teologo, Roma; Martha Heizer, teologa, Innsbruck; Casimir Martí, teologo e storico, Barcellona; Ramon Maria Nogués, teologo, Barcellona; José Ramos Regidor, teologo, Roma; Juan José Tamayo, teologo, Madrid.  

fonte: www.adistaonline.it

Chiesa cattolica su strada "setta fondamentalista"

Il parroco di Röschenz (BL) Franz Sabo nel giorno di Natale  nella predica, pubblicata oggi dal magazine "Sie+Er" del "SonntagsBlick", ha accusato la chiesa cattolica  di perdere il suo carattere popolare ed essere sempre più sulla via per diventare una "setta fondamentalista alla Opus Dei".

Giovanni XXIII aveva aperto le finestre del Vaticano, ma il cardinale Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, le ha chiuse tutte ad una ad una. Diventato papa, Benedetto XVI è rimasto fedele ai suoi principi di chiusura, ha proseguito il sacerdote ribelle.

Riguardo al celibato dei preti, don Sabo ha sostenuto che se tutti i preti che hanno una relazione con una donna o un uomo dovessero cessare la loro attività, la Chiesa cattolica dovrebbe chiudere bottega.

Il parroco di Röschenz ha d’altra parte approfittato della Natività per rammentare che Maria ha dato alla luce Gesù come figlio illegittimo. Ma benché Dio abbia scelto tale via per Gesù, per secoli le cosiddette "ragazze madri" sono state insultate e discriminate, soprattutto con leggi di uomini di chiesa, ha deplorato don Sabo.

(fonte swissinfo)

L'indifferenza è il peso morto della storia

Qualunque finestra apri, smentiscimi se vuoi, ti aggrediscono notizie  dalla stampa,televisioni, radio, pubblicità odori rumori,  allora   cerchi di selezionare  ma ti affatichi, sei addolorato sconcertato  divertito distratto preoccupato desideroso annoiato aggredito  disturbato invaso e allora chiudi la finestra dici basta. Magari dormi,  magari ami magari ti risvegli e riapri la finestra e capisci che puoi fare poco molto poco per evitare questa guerra di parole tu che avevi  sperato di stare quieto al tepore delle tue incrollabili certezze e  allora  ti capita che qualcuno butta lì un pezzetto di vita, una pagina  scritta  89 anni fà, per dirti qualcosa per darti un segno che non ha fine. Dalla finestra del mio pc è caduta una foglia, ve la rimando, è delicata, trattatela bene.

D. G.

 

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" odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere  partigiani. Chi vive veramente non può essere cittadino e partigiano.  L’ indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.

L’ indifferenza è il peso morto della storia. L’ indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la  fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i  programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’ intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su  tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà,  lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia  salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.  Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da  alcuno controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa  ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a  travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un  enorme fenomeno naturale, un’ eruzione, un terremoto del quale  rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni  piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o  pochi si domandano: se avessi fatto anch’ io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro  piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come  ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha  fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la  mia pietà, di non dover spartire con loro le lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività  della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena  sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta  al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è  in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre pochi si  sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non  parteggia, odio gli indifferenti."

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

Pace, nuova chiesa e nuova teologia

Una nuova teologia potrebbe riscattare i poveri, una teologia intesa come incarnazione del Vangelo nella concretezza della risposta della base agli abusi del potere. Si potrebbero far rivivere i sogni di liberazione falliti, ma non del tutto, della Chiesa latino- americana, una nuova teologia della liberazione impregnata di spiritualità nella coscienza che nessun potere politico potrà mai sopprimere la libertà con cui Dio ci ha creato. Dio vuole la liberazione integrale dell’uomo e  della donna da tutto ciò che lede la loro dignità. Dio guida le donne e gli uomini a trovare strategie non violente per liberarsi dalla giustizia strutturale dagli abusi di potere, dalla guerra e dall’oppressione dittatoriale. Don Giuseppe Serrone, fondatore dei sacerdoti lavoratori sposati, invita le comunità cristiane  a sviluppare insieme un progetto per i diritti umani all’interno della chiesa, un modo per sognare insieme un cambiamento, nonostante tutto. Nella certezza che Dio, padre dei poveri, è molto più vicino ai popoli del mondo di quanto noi stessi possiamo immaginare.

"Costruiamo una nuova Chiesa". Lo ha dichiarato Giuseppe Serrone, fondatore e Direttore dell’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati, il 3 novembre 2005 al "mauriziocostanzoshow".

 Il programma ha affrontato il tema del celibato sacerdotale. Erano presenti in studio: Maurizio Costanzo, p. Miranda (preside  Facoltà Bioetica Regina Apostolorum), l’antropologo Alberto Abbruzzese della Sapienza di Roma, il pastore Garrone (preside Facoltà Valdese di Roma) e il Direttore de La Padania.

La nostra associazione comunica che  ridurrà l’impegno, dopo l’ultimo Sinodo dei Vescovi,  per il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica latina dei sacerdoti sposati.  Siamo consapevoli che quasi sicuramente il riconoscimento  arriverà  fra decenni. Invitiamo, liberamente,  uomini e  donne del nostro tempo che condividono il nostro impegno a unirsi a noi per riorganizzare e  rifondare una la Chiesa (una comunità cristiana nuova), dove possano avere diritto di presenza non solo sacerdoti sposati ma anche tutti quelli che vivono, a causa di stereotipati canoni, situazioni di emarginazione.

Sappiamo anche noi  che è difficile, dato che i costi del più piccolo luogo di culto sono proibitivi.  Le donne e gli uomini vogliono davvero la libertà? C’è ancora tanto interesse religioso da garantire un futuro ad una nuova Chiesa? Forse in Italia ancora è possibile. Abbiamo deciso di  iniziare con una  "nuova Chiesa virtuale" (questo suggerimento ci è stato proposto da un sacerdote cattolico diventato pastore di una comunità cristiana. Il Pastore si è dichiarato lieto di aver dato un piccolo contributo alla formazione di una Chiesa Libera e Liberata…, e ha dato tutto il suo appoggio morale e la sua unione nella preghiera, poiché è certo che Dio vuole questo per il bene di tanti suoi figli e figlie. Ci ha scritto che il nostro cammino sarà duro e difficile ma lo Spirito Santo, che vede le vostre intenzioni pure, saprà intervenire con la sua potenza e la sua luce ).

Il 17 Novembre 2005 a Ginevra, don Giuseppe Serrone, sacerdote sposato, e la moglie, Albana Ruci, hanno partecipato come Ambasciatori di Pace all’inaugurazione della  Universal Peace Federation.

La Interreligious and International Federation for World Peace opera per la promozione della pace mondiale attraverso programmi educativi, corsi, conferenze e pubblicazioni. La Federazione incoraggia e sostiene l’impegno di personalità sensibili al problema della pace in attività di utilità sociale. Essa opera inoltre per costituire delle coalizioni ad ampio raggio formate da istituzioni non governative, religiose, culturali ed educative, volte a promuovere soluzioni ai problemi mondiali che siano valide ed attuabili nella pratica. La IIFWP International è stata fondata nel 1999 in Corea, mentre la IIFWP – Italia è stata fondata a Roma il 13 maggio 2004.

La IIFWP è stata fondata allo scopo di contribuire alla realizzazione di un mondo in cui popoli, culture, razze, religioni e nazionalità vivano in armonia, mutuo rispetto, cooperazione e prosperità. La visione della pace del mondo anima tutti i programmi e le attività della IIFWP. Un punto distintivo della visione della IIFWP è la consapevolezza della necessità dell’approccio interdisciplinare al problema della pace.

Ciò vuol dire che la pace non può essere realizzata solo dal mondo della cultura o della politica o della religione, bensì solo grazie alla collaborazione tra tutte queste componenti della società.

Un altro carattere distintivo della visione della IIFWP consiste nella collaborazione con molti tra i più importanti leaders religiosi del mondo. Ciò deriva dalla consapevolezza della grande influenza positiva che le grandi tradizioni religiose del mondo possono avere sui popoli al fine della promozione della pace. Inoltre, è solo promuovendo nelle varie culture la visione originale dei fondatori delle religioni che le religioni stesse possono superare le barriere che spesso le dividono.

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Siamo disponibili per ulteriori informazioni e approfondimenti
Ufficio Stampa
Sacerdoti Lavoratori Sposati
e mail :
sacerdotisposati@alice.it
web site: http://nuovisacerdoti.altervista.org

I suffragi e i

Il teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann nel suo libro “Funzionari di Dio” descrive il modo e il processo “produttivo” con cui la struttura cattolica “fabbrica i preti”, come li forgia in modo da essere funzionali all’istituzione.  

 

In questi giorni guardo con molto rispetto, con grande sintonia e con profonda emozione alle persone che pregano nel ricordo dei loro defunti e portano un fiore sulle loro tombe. E’ come tenere viva la memoria di chi ci ha preceduto, come ravvivare affetti e sentimenti. Per i credenti si tratta di alimentare la fiducia in quel Dio che, come ci attestano le Scritture, vince anche la morte.

 

Peccato che questo affidare all’amore accogliente di Dio i nostri “defunti” (= coloro che hanno svolto il loro compito ed hanno esaurito il loro tempo) si sia tradotto nella chiesa cattolica nella pratica del suffragio, come se la “salvezza” fosse erogata dalla “rubinetteria ecclesiastica” a suon di messe e di indulgenze.  

 

Il Dio di cui ci parla la Bibbia non ha bisogno di nessun suffragio e di nessun sacrificio espiatorio. I defunti sono nelle mani di Dio e non c’è nessuna chiesa, nessuna autorità, nessuno in assoluto che possa fare qualcosa. La pratica del suffragio (che talvolta ha dato vita ad una industria del suffragio) si basa su una presunta e presuntuosa estensione della potestà salvifica della casta sacerdotale che oggettivamente evidenzia un delirio di onnipotenza.

 

Quando fu inventato il Purgatorio (J. LE GOFF, La nascita del Purgatorio, Einaudi), come terzo luogo intermedio e si strutturò la teologia del suffragio e delle indulgenze, la gerarchia, non paga del potere sull’aldiqua, occupò un nuovo territorio addirittura nell’aldilà.

 

Ma l’invenzione del Purgatorio non fu soltanto il risultato dell’evoluzione del pensiero teologico, ma anche il prodotto di una delle più intelligenti strategie politiche della Chiesa romana. Col Purgatorio la Chiesa giunse infatti ad affermare il proprio diritto – sia pure parziale – sulle anime dei defunti. Mentre in passato il destino ultraterreno degli uomini dipendeva soltanto dai loro meriti individuali e dalla volontà di Dio, ora veniva a dipendere anche dalla potestà della Chiesa di liberare, con l’aiuto di Dio, le loro anime dal fuoco del Purgatorio, per poi avviarle in Paradiso. Dagli inizi del Trecento il papato giunse così a disporre, attraverso il sistema delle indulgenze, di un nuovo formidabile strumento di pressione. Se prima la Chiesa poteva ricorrere, in casi estremi alla minaccia dell’Inferno, con l’avvento del Purgatorio poteva utilizzare meglio l’arma politica ed edificante dell’aldilà, graduando, a seconda delle circostanze, le pene e i castighi” (V. Castronovo, Repubblica, 28 dicembre 1982). 

 

La festa di Ognissanti, aldilà di queste gabbie ideologiche, può lasciarci un messaggio semplice: chi è credente (e forse non solo chi è credente) pensa ad una “comunione” che non si rompe, ad una relazione che continua, ad un “luogo” dove la famiglia umana si ricompone. Questa è anche la mia fede.

 

Ma da alcuni anni è esplosa in Vaticano, accanto ad una devozione mariana debordante, una vera santomania, cioè la mania di “fare santi”… Insomma si è messa in piedi una macchina, la Congregazione per le cause dei santi, che lavora a ritmo continuo: una vera e propria fabbrica dei santi oltre alla fabbrica dei preti. In presenza di una simile inflazione (papa Wojtyla da solo ha fatto più santi di tutti i suoi predecessori messi insieme) nasce il sospetto che il “prodotto” spesso sia scadente. Chi ce la fa a digerire rospi come Pio IX e Escrivà de Balaguér?

 

La fabbrica dei santi segue due criteri ben individuabili. Si innalzano alla “gloria degli altari” le persone che sono state funzionali alle fortune dell’istituzione ecclesiastica, ne hanno promosso l’immagine, il pensiero, i dogmi, i poteri, il prestigio, il patrimonio e la penetrazione nelle istituzioni laiche. Attorno a questi santi si organizza la devozione che sempre di più si fa amica del denaro. Un “gran santo” in genere crea un buon mercato.

 

Spesso la fabbrica dei santi percorre una strada diversa. Talune persone, che erano persino malviste o condannate dall’autorità ecclesiastica, con il trascorrere del tempo vengono “sagomate”, ritoccate e ridotte a misura di nicchia. Il loro messaggio, spiritualizzato e debitamente smussato, permette la riabilitazione e il recupero della persona. Fra qualche anno potrebbe toccare ad Oscar Romero, il vescovo abbandonato dal Vaticano e poi assassinato. Spesso le istituzioni indecenti si rifanno la faccia con persone pulite. Tante volte si verifica ciò che scrive il Vangelo di Matteo al capitolo 23, 29. Le chiese “edificano le tombe dei profeti e adornano i monumenti funebri dei giusti” che hanno perseguitato e colpito a morte in mille modi. Penso, per porgere un esempio recente, alla riabilitazione di Rosmini.

I segnali della riabilitazione del pensiero del teologo e filosofo roveretano erano evidenti dal fatto che il papa già nella lettera enciclica Fides et ratio annoverava il Rosmini tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e parola di Dio. Se pensiamo al fatto che nel 1849 vennero messi all’Indice due suoi scritti, nel 1854 tutte le sue opere e nel 1887 vennero condannate quaranta proposizioni, allora è chiaramente avvenuta una svolta straordinaria, sia pure con quei linguaggi diplomatici che non riconoscono fino in fondo l’abbaglio vaticano.

 

E così la musica cambia. Rosmini viene visto nella luce di un audace profeta. La Congregazione per la dottrina della fede, in data 1° luglio 2001, scrive: “Si deve altresì affermare che l’impresa speculativa e intellettuale di Antonio Rosmini, caratterizzata da grande audacia e coraggio, anche se non priva di una certa rischiosa arditezza, specialmente in alcune formulazioni, nel tentativo di offrire nuove opportunità alla dottrina cattolica in rapporto alle sfide del pensiero moderno, si è svolta in un orizzonte ascetico e spirituale, riconosciuto anche dai suoi più accaniti avversari, e ha trovato espressione nelle opere che hanno accompagnato la fondazione dell’Istituto della carità e quella delle Suore della divina Provvidenza”.

 

In realtà queste sono storie vergognose e senza numero dove regnano opportunismo e manipolazione. Come credente, io penso che uno solo è davvero “il Santo”, cioè Dio. Semmai apprezzo molto il fatto che nelle chiese e nel mondo esistano “persone paradigmatiche” che, con la loro vita, lanciano fasci di luce, di calore, di fiducia, di amore.

 

Questa è la preziosa e vasta nube di testimoni. Per me i “santi”, credenti o atei o agnostici, sono tutte quelle donne e tutti quegli uomini che, nella loro esistenza quotidiana, accendono nel mondo amore alla vita, passione per la giustizia, lottano contro il pregiudizio e il non senso e costruiscono relazioni nonviolente. Per nostra fortuna questi santi ogni giorno camminano per le nostre strade, sono gente in carne ed ossa e non immaginette da altare. Di questa “santità” possibile e quotidiana il mondo è tuttora molto ricco. (fonte viottoli, foglio di comunità, novembre 2005)

Franco Barbero

Sinodo: No al celibato

CHIESA: SINODO, NO AL CELIBATO SI’ AD AIUTI DA PARTE DEI LAICI – PRETI VANNO RIDISTRIBUITI VERSO DIOCESI PIU’ BISOGNOSE

(fonte Adnkronos 15/10/2005) – No celibato, si’ alla redistribuzione dei preti verso le diocesi che hanno piu’ bisogno, si’ all’ aiuto da parte dei laici. E’ quanto emerge in una delle relazioni elaborate in seno al Sinodo dai ‘Circoli minori’, ossia i gruppi di lavoro che hanno il compito di raccogliere e sintetizzare le opinioni della maggioranza e della minoranza dei padri.

Cattolici americani scrivono al sinodo per il diaconato femminile e il celibato facoltativo

(in inglese)

U.S. Groups Lobby Synod to Discuss Priest Shortage,
Mandatory Celibacy, Women Deacons
Laity and Priests Deliver 35,000 signatures  to  Five U.S. Bishop Delegates,
Surveys of 15,000 priests  in 55 U.S. Dioceses Support Discussion
National Week of Prayer Begins October 4, Feast of St. Francis of Assisi

“The Mass means everything to Catholics, we just hope it means everything to our bishops too,” said Sr. Christine Schenk of FutureChurch. “Finding solutions to the worldwide priest shortage should be the top priority of the Synod on the Eucharist.”

FutureChurch, in partnership with Call To Action conducted a three-year campaign to get the priest shortage on the agenda of Eleventh General Assembly of the Synod of Bishops to be held in Rome October 2-23.

The groups surveyed over 15,000 priests in 55 U.S. dioceses and found 67% believe mandatory celibacy should be discussed. (Results available at www.futurechurch.org).  They collected 35,000 signatures on a petition asking the synod to discuss mandatory celibacy and female deacons as possible solutions to the priest shortage.  On the October 4th feast of St. Francis of Assisi, they will launch a National Week of Prayer for the Synod.  

Catholics are also being asked to contact U.S. Synod delegates and the Pope directly via e-mail addresses listed on the FutureChurch website.

Lay Leaders Deliver Petitions, Priest Survey To Bishop Delegates to Synod from U.S. Dioceses
During the last two weeks of September, Catholic delegations in five U.S. dioceses met with and/or delivered copies of  the petition signatures and priest survey results to U.S. Bishop delegates to the  Synod.    “We wanted each of our U.S. delegates to hear from people in their own dioceses who represent  tens of thousands of Catholics, including many priests who are worried that more parishes will close and we will lose access to the Mass if nothing is done about the priest shortage,” said Schenk.    
(For a list of Bishop delegates and lay leader contacts in each of five dioceses see attached list).

Schenk will also deliver survey results and petition signatures to church officials in Rome.

National Week of Prayer Begins October 4.  Thousands have pledged to pray individually and an estimated 35 prayer services will be held  around the U.S. to pray for synod proceedings and that synod delegates will open discussion of mandatory celibacy and women deacons. (A list of sites will be posted on September 28 at www.futurechurch.org.
“Jesus told Francis to  ‘go and repair my house, which you see, is falling down,’” said Schenk. “Our Church IS falling down. The priest shortage is getting worse. Over the past 24 years, according to Vatican statistics, the world’s Catholics increased by  42 per cent to 1.11 billion but  priests decreased by 2% ( 8,150) to 405, 450.  It is a wonderful work of the Spirit that the Synod on the Eucharist begins just  before the Feast of St Francis of Assisi”

“The loss of access to the Mass is devastating to our Catholic people, “ said Linda Pieczynski of Call To Action. “While so many parishes are closing and clustering in the U.S. it is much worse in Honduras where there is only one priest for 45,000 Catholics. Importing priests from needier developing countries to serve wealthy nations is just plain wrong.”

According to Georgetown’s Center for Applied Research in the Apostolate, Africa has one priest for every 4,700 Catholics. In Central and South America there is roughly one priest for every 7,000 Catholics.  But in North America there is one priest for every 1,576 Catholics and in Europe there is one priest for every 1,386 Catholics.  Even so, some demographers predict that 10,000 U.S. parishes could have no resident priest in the foreseeable future.

“Our members, including many priests, circulated the petition in their parishes, small faith communities to family members and on the internet for the past two years,” said Emily Hoag of FutureChurch,   “Many U.S. parishes are being forced to close and that really spurred the campaign.”

Opening the diaconate to women could give us a huge new pool of ministers to preach, baptize and witness marriages,” said Pieczynski. “Women ministers are holding the Church together.  Eighty two percent of an estimated 65,000 lay ministers in the U.S. are women. Worldwide, there are only 405,000 priests but we have 783,000 nuns and over 1.5 million female lay ministers.”

The petition asks synod leaders “to place the spiritual and sacramental needs of the People of God above every other consideration and begin a wide-ranging discussion among laity, priests, pastoral ministers and bishops about the need to remove mandatory celibacy as a requirement for the priesthood and to open the diaconate to the tens of thousands of qualified women serving the Church right now.” (see attached)

Petition signers claim their right under canon law to “make their views known about matters that concern the good of the Church” (c212).  The petition pointed to the worldwide shortage of priests, the disciplinary (not dogmatic) nature of the celibacy rule and first century women deacons like Phoebe, as important reasons to open the desired discussion,”

Since 1996, FutureChurch and Call To Action have been working to educate about the danger of losing the Mass and sacraments as one consequence of doing nothing about the priest shortage. Schenk herself has given educational programs about the priest shortage in over 100 U.S. dioceses.

Call to Action
is a national organization of 25,000 laity, religious and clergy with its national office in Chicago and 41 local chapters.  It advocates for reforms in the Catholic Church such as equality for women and homosexuals in the Church, optional celibacy for priests, more focus on the church’s social teaching, and consultation with the Catholic people on church decision making.

FutureChurch is a coalition of parish centered Catholics who seek the full participation of all Catholics in the life of the Church. FutureChurch strives to educate fellow Catholics about the seriousness of the priest shortage, the centrality of the Eucharist (the Mass), and the systemic inequality of women in the Catholic Church. It seeks to participate in formulating and expressing the Sensus Fidelium (the Spirit inspired beliefs of the faithful) through open, prayerful and enlightened dialogue with other Catholics locally and globally.

Non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto…

                         Non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto imprigionante gestito dalla gerarchia.

Contro tanti scoraggiamenti e tante “lamentazioni” io continuo a pensare che l’attuale dirigenza vaticana, proprio per la sua estraneità ad ogni pratica di libertà, offre l’opportunità di creare nuovi spazi di fede fuori, assolutamente fuori, dall’obbedienza “canonica”. Voglio chiarire: non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto imprigionante gestito dalla gerarchia. Chi vuole stare in questa chiesa “asilo infantile”, caserma, istituzione per chi ha bisogno di obbedire per stare bene, faccia pure. Ma oggi è finalmente possibile leggere la Bibbia, celebrare i sacramenti, sentirsi chiesa senza svendere la libertà interiore, senza allinearsi ai voleri vaticani. E’ davvero fondamentale questa svolta nella nostra concezione dell’esperienza cristiana. Non è l’ora di andarsene: è l’ora di restare, di gettare semi, di alimentare il dibattito, con tanta gioia, tanta fiducia in Dio, negli uomini e nelle donne. Studiando, pregando, sorridendo… (d. Franco Barbero). (fonte Viottoli.it)

 

 

Sinodo: confusioni pubblicitarie sui sacerdoti sposati

SINODO: VESCOVI APPLAUDONO AUSPICIO 50% PRETI ORIENTALI CELIBI

(fonte AGI) – Un lungo applauso ha salutato nell’aula sinodale l’auspicio formulato dal vescovo ucraino Sofron Stefan Mudry che nelle chiese orientali arrivino a pareggiarsi il numero dei preti sposati e quello dei preti celibi.
   "Da noi – ha spiegato – ci si lamenta che l’80 per cento dei sacerdoti e’ sposato e solo il 20 per cento e’ celibe, una situazione che crea problemi economici alla Chiesa per i costi maggiori di mantenimento di sacerdoti che hanno famiglia. Il mio auspicio e’ che si arrivi ad un 50 per cento di preti celibi e un 50 per cento di sacerdoti sposati". I padri sinodali hanno risposto con un applauso ma resta da capire se in aula e’ stato piu’ gradito l’auspicio di un aumento dei sacerdoti celibi nelle chiese orientali o quello di un pareggio tra le due categorie, forse esportabile alle altre chiese dove il celibato resta obbligatorio.

Timori del Vaticano verso i sacerdoti sposati

L’anno scorso appare in "espressoonline" un articolo di Magister dal titolo "Il Vaticano contro l´immigrazione. Vietato l´ingresso a preti con moglie e figli".

Il timore era  che l´esempio dei preti sposati di rito orientale contagiasse anche la Chiesa latina; si analizzava  il caso ucraino e si riportavano alcune parole in libertà del neocardinale O´Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edinburgo.

"Il giorno dopo che il papa aveva annunciato la sua nomina, ha parlato a favore del clero sposato, del clero omosessuale e della pillola contraccettiva. Creando in Vaticano una comprensibile irritazione.

Il 7 ottobre s´è rimesso in riga. Ha colto occasione dall´insediamento di un nuovo canonico nella sua cattedrale per recitare una solenne professione di fede, con la mano sopra la Bibbia. Al termine della quale ha recitato testualmente:

"Io attesto che accetto e intendo difendere la legge del celibato ecclesiastico così come proposta dal magistero della Chiesa cattolica; io accetto e prometto di difendere l´insegnamento ecclesiastico sull´immoralità dell´atto omosessuale; io accetto e prometto di predicare sempre e dovunque ciò che il magistero della Chiesa insegna riguardo alla contraccezione".

Ma una settimana dopo s´è rimangiata la prima di queste tre promesse tornando a caldeggiare l´idea di un clero sposato. L´ha fatto in un´intervista al "Daily Telegraph". Nella quale ha detto che ai vertici della Chiesa è ora se ne discuta.

E a suo sostegno ha portato due fatti. Il primo è che "in molte delle Chiese orientali in unione con Roma c´è già un clero sposato". Il secondo è che "vi sono preti sposati anche in varie diocesi cattoliche dell´Inghilterra e del Galles".

Verissimo. Il secondo caso è quello dei preti con moglie e figli convertiti dall´anglicanesimo al cattolicesimo. Sono alcune decine in Gran Bretagna e in Nordamerica e il Vaticano bada che non abbiano incarichi di rilievo e se ne stiano nell´ombra.

Ma il primo caso è molto più cospicuo. I preti sposati di rito orientale sono alcune migliaia e il Vaticano teme – non da oggi – che essi trasmettano il contagio alla Chiesa d´occidente: se loro sono legittimamente sposati, perché non lo potranno essere anche i preti di rito latino?

Una prova delle contromisure che il Vaticano ha preso per fermare il contagio è in un passo compiuto la scorsa estate dalla conferenza episcopale italiana.

La Cei ha chiesto ai vescovi cattolici dell´Ucraina (nella foto, il papa a Leopoli) di non mandare più in Italia sacerdoti sposati, a prendersi cura delle migliaia di loro connazionali immigrati. E perché? Perché "creerebbero confusione tra i nostri fedeli".

La confusione deriverebbe proprio dal fatto che hanno moglie e figli. Mentre infatti i preti cattolici di rito latino sono obbligati a essere celibi, quelli d´oriente, pur cattolici anch´essi, sono per la gran parte sposati per tradizione antichissima. E finché gli uni e gli altri se ne stanno nei rispettivi paesi d´origine, al Vaticano sta bene. Ma appena i preti orientali sposati emigrano e si mescolano ai celibi, Roma entra in allarme. Il Vaticano ha chiesto agli episcopati d´occidente di alzare uno sbarramento e la Cei l´ha subito fatto, al pari di altri episcopati europei.

La Chiesa ucraina non l´ha presa bene. La quasi totalità dei suoi preti sono sposati, e quindi non più accettati in Italia. Ma c´è dell´altro. Accusano la Cei di usare due pesi e due misure, perché anche in Italia esiste da secoli un clero cattolico sposato, italiano, con tutti i crismi della legittimità. È quello delle diocesi di rito greco albanese, in Calabria, Basilicata e Sicilia. Di preti sposati queste diocesi ne hanno oggi una dozzina e se li tengono stretti. Sono parroci in paesetti di montagna, più un altro, Sergio Maio, che vive a Milano e dice messa in rito greco ogni domenica nella centralissima chiesa dei santi Maurizio e Sigismondo, in corso Magenta.

A metà del secolo scorso il Vaticano era riuscito a estirpare questa prerogativa delle diocesi greco albanesi in Italia. Finché nel 1970 il vescovo di Lungro degli Albanesi s´impuntò e riprese a ordinare preti sposati, com´era suo diritto. In sua difesa, in curia, intervenne il cardinale Johannes Willebrands. Ma non gliela perdonarono. Passi per i preti sposati di qualche sperduto paesino, ma a Roma, nel centro della cattolicità d´occidente, mai. Un diacono cinquantenne di Lungro, colpevole d´abitare a Roma con la famiglia, aspetta invano da vent´anni d´essere ordinato prete.

Però almeno i preti sposati italiani di rito greco sono tollerati. E allora perché non anche gli ucraini, o i romeni, o i polacchi? In Polonia orientale c´è una vasta regione, la Galizia, col proprio rito e col clero sposato, con uno statuto d´intesa con Roma vecchio di quattro secoli. E cinque anni fa il cardinale Angelo Sodano intimò a questi preti sposati di "far ritorno in patria", cioè in Ucraina, senza badare che essi erano sempre vissuti lì e semmai a spostarsi erano stati i confini, in seguito alla seconda guerra mondiale. In Vaticano si attivarono in loro difesa i cardinali Achille Silvestrini ed Edward Cassidy, e Sodano annullò l´ordine. Ma la linea dominante in curia resta quella del "cuius regio eius et religio": niente mescolanze tra preti celibi e sposati nello stesso territorio.

Anche a costo di pagare prezzi salati, come è capitato in America. Nel 1912 Roma vietò ai vescovi ucraini degli Stati Uniti e del Canada, là emigrati assieme a un milione e mezzo di loro connazionali, di ordinare preti sposati. L´imposizione provocò un´autentica ribellione, che finì con un abbandono in massa della Chiesa cattolica e col passaggio alla Chiesa ortodossa. Quelli rimasti fedeli al papa si adattarono ad aggirare l´ostacolo con l´astuzia. Da allora gli aspiranti sacerdoti fanno ritorno in Ucraina, si sposano, diventano preti, e a cose fatte rientrano in America, col pieno consenso dei loro vescovi.

Anzi, da qualche tempo i vescovi ucraini e di rito melkita residenti in America non obbediscono nemmeno più al divieto del 1912, formalmente ancora in vigore. A osservare un analogo comando dei tempi di Pio XII sono rimasti, negli Stati Uniti, solo i ruteni. La questione è all´ordine delgiorno della congregazione vaticana per la Chiese orientali. Ma regnante Giovanni Paolo II, tenace difensore della regola celibataria, è difficile che Roma ceda…".

 in espressonline.it

Il Sinodo si divide sui sacerdoti sposati

Preti sposati? No, è opportuno lavorare per una "più adeguata distribuzione del clero nel mondo", sostiene il cardinale Scola. "Io da prete dovevo celebrare nove messe ogni domenica. Bisogna affrontare il problema delle comunità di fedeli, che sono quasi sempre senza sacerdote", ribatte il vescovo delle Filippine, monsignor Louis Tagle. Esplodono subito al Sinodo le questioni più scottanti: la comunione ai divorziati passati a nuove nozze e la possibilità di preti sposati.

Era da prevedere, ma nessuno poteva immaginare che già alla conferenza stampa ufficiale si manifestassero divergenze di approccio così nette. Resta ancorato alla linea tradizionale del Vaticano il patriarca di Venezia Angelo Scola, che ha introdotto il Sinodo con una relazione di cinquantadue pagine in latino, risultate incomprensibili alla stragrande maggioranza dei vescovi, aggrappati all’auricolare della traduzione simultanea per orientarsi. Relazione anche bella per la passione nell’illustrare i significati profondi dell’eucaristia. Ma – per molti presuli – poco anglosassone nel presentare i punti su cui i vescovi vogliono fare proposte concrete.

Dice Scola che l’eucaristia è un "dono, non un diritto" e quindi i divorziati risposati devono essere accompagnati e sostenuti nel praticare il "digiuno eucaristico". Insomma niente comunione. Non è ammessa neanche l’intercomunione con i fedeli di altre confessioni cristiane tranne in casi rari. Nessuna apertura nemmeno sull’eventualità di clero sposato.

Da decenni si parla nella Chiesa dei "viri probati": laici sposati di provata fede e di una certa età, che potrebbero essere ordinati sacerdoti. Scola ribadisce l’importanza del celibato e afferma che la "Chiesa non è un’azienda, bisognosa di una certa quota di quadri dirigenti". Meglio ridistribuire il clero esistente e invocare da Dio nuovi sacerdoti celibatari.

 


Ma il dibattito è partito. Il vescovo haitiano Pierre-Antoine Paulo sostiene davanti alla stampa internazionale la necessità di individuare i casi in cui "il sacramento più importante della Chiesa possa essere ricevuto anche dai divorziati risposati". Insiste ancora sulla carenza del clero il presule filippino Tagle: "Da noi i seminari sono pieni. Cresce il numero dei preti, ma cresce ancora di più il numero dei fedeli. In tantissimi quartieri e villaggi la gente anela all’eucaristia, dobbiamo mandare ostie consacrate, ma non è la stessa cosa".

Ora tutto è nelle mani di papa Ratzinger. Sta a lui far capire se è pronto a risolvere i problemi. Il vescovo Trautman, presidente della commissione liturgica dell’episcopato statunitense (riportato dall’agenzia Adista) accusa il documento preparatorio del Sinodo di una "visione ristretta, indegna di un incontro mondiale di vescovi". E sostiene che i diaconi permanenti, già oggi in attività, potrebbero essere ordinati preti "se adeguatamente formati e qualificati".

Papa Ratzinger ha incoraggiato l’assemblea a guardare a "lacune e difetti che noi stessi non vogliamo vedere" per una "correzione fraterna". Può voler dir molto o poco. Però intanto ha suggerito al cardinale Scola un’apertura importante. Potrebbe essere rivisto tutto il meccanismo degli annullamenti matrimoniali, per chi si è sposato in chiesa solo per "meccanica adesione alla tradizione". Poi il pontefice ha annunciato che andrà dal dentista. Annuncio fortunatamente meno drammatico di quelli che faceva papa Wojtyla. (fonte Repubblica)

Novità sul caso dell’ex parroco di Chia

La sentenza del giudice di pace di Viterbo. La lettera all’ufficio scuola della Diocesi di Palermo dopo la sospensione dalle supplenze da parte del Cardinale De Giorgi.

Ieri  29 Settembre 2005 alle ore 9 il Giudice di Pace, dottor Faggioni, presso il nuovo Tribunale di Viterbo, ha dato lettura del dispositivo della sentenza per il ricorso in opposizione alla sanzione amministrativa di 1542 euro ingiunta a don Giuseppe Serrone, sacerdote sposato, ex parroco di Chia, dalla concessionaria di zona per la riscossione dei tributi per conto del Comune di Soriano. Il Giudice ha accolto in parte le richieste del ricorrente riducendo la sanzione a 1100 euro. Serrone ha dichiarato che intende ricorrere in "Cassazione".

L’importo della richiesta di pagamento si riferiva a una multa (o serie di multe) inflitte da alcuni vigili urbani durante il servizio sacerdotale che don Serrone svolgeva per portare la comunione ai malati. Con la sua auto si recava in paese per servizio e per il ministero. Per anni ha visitato i malati, nel piccolo ospedale di Soriano prima della chiusura, e dopo nelle case. "Era un servizio di pubblica utilità e avevo una autorizzazione comunale alla sosta. Ho inviato due lettere al Sindaco di Soriano nel Cimino, Domenico Tarantino, per richiedere un suo intervento, prima dell’udienza al Tribunale, per la sospensione del provvedimento. Il Sindaco non ha risposto ".

L’ex parroco ha richiesto l’annullamento della sanzione anche perché  non può pagare essendo disoccupato  e con una richiesta di convalida di sfratto per la sua abitazione a Chia.  Per la particolare situazione il sacerdote sposato aveva scritto anche  una lettera al Prefetto di Viterbo. La Segreteria del Prefetto ha telefonato a Giuseppe Serrone dicendo  di aspettare la decisione del Giudice di Pace perché la Prefettura non poteva intervenire. Dopo la sentenza spera che il Prefetto intervenga. Giuseppe con la moglie Albana (gravemente malata) sono rientrati a Chia, dalla Sicilia, dopo che il Cardinale di Palermo Mons. De Giorgi (su richiesta del Vescovo di Civitacastellana Divo Zadi) aveva negato l’idoneità alle supplenze di religione che il sacerdote sposato doveva continuare anche per il nuovo anno scolastico presso il Liceo Scientifico Biologico San Vincenzo di Palermo in Via Noce, dove aveva insegnato dal 21 Aprile 2005 al 30 Giugno 2005. La Preside della scuola aveva inoltrato, entro i termini, regolare richiesta di continuità didattica per la supplenza di Serrone. L’ufficio scuola della Diocesi di Palermo ha nominato una nuova supplente senza comunicare a chi aveva diritto la revoca scritta dell’idoneità.

Giuseppe Serrone ha inviato il 28 settembre 2005 una lettera all’Ufficio scuola della diocesi di Palermo. Ecco il testo:

Ins. Giuseppe Serrone
Piazza Garibaldi, 7
01020 Chia (VT)
alla c. a. segreteria Ufficio IRC Diocesi Palermo
e. p. c. Ministero Pubblica Istruzione – csa Palermo
e.p.c. Giudice del Lavoro Palermo
e p.c. Avv. O. S. Roma
 
oggetto: richiesta incarico supplenza presso scuola San Vincenzo a Palermo per violazione continuità didattica di cui all’articolo relativo del CCDN in vigore  e richiesta completamento ore cattedra ai sensi del comma 5 del CCNI del 25.6.2004, relativi anche ai diritti degli insegnanti supplenti o in alternativa motivazione scritta revoca idoneità
Premesso che:
1) nell’anno scolastico 2004-2005 avevo insegnato presso l’Istituto comprensivo Falcone alla Zen (dal 30 Marzo al 16 Aprile 2005) e presso il Liceo Scientifico Biologico San Vincenzo (dal 21 Aprile 2005 al 30 Giugno 2005);
2) la Preside della scuola San Vincenzo ha inoltrato per la mia supplenza regolare richiesta di continuità didattica per l’anno scolastico 2005-2006;
3) dopo una mia richiesta la scuola San Vincenzo mi ha indicato che l’Ufficio Scuola ha inviato per l’anno scolastico 2005-2006 una nuova supplente;
4) tale invio di nuova supplente non è regolare in quanto la supplenza spettava al sottoscritto, non avendo ricevuto nessuna comunicazione scritta di revoca idoneità da parte dell’Ordinario.
Chiedo
l’immediata reintegrazione nel posto di lavoro per la supplenza per l’anno 2005-2006 presso il Liceo Scientifico Biologico di Palermo usufruento dei diritti previsti dalla Legge per la continuità didattica e usufruendo anche dei diritti di lavoro per il completamento cattedra.
Mi riservo azione legale davanti al competente Giudice del Lavoro… (lettera firmata)

Un ruolo rilevante, nella vicenda della sospensione dalle supplenze per la revoca dell’idoneità, lo ha avuto il Vescovo di Civitacastellana Divo Zadi, che qualche mese fa, aveva richiesto al Cardinale De Giorgi di sospendere il sacerdote sposato dalle supplenze. Serrone intende promuovere una causa di lavoro per "mobbing" contro Divo Zadi anche per gli anni del suo servizio pastorale a Chia.

Discriminazioni verso i sacerdoti sposati: il caso Marinetti

Fausto Marinetti nato a Milano nel 1942, padre cappuccino, ordinato sacerdote nel 1968, si era licenziato in Teologia Pastorale a Roma, rinunciando al dottorato accademico per entrare «nell’università del popolo». Dopo aver vissuto per dieci anni l’esperienza di Nomadelfia, si era  trasferito a lavorare a fianco degli “empobrecidos” del Maranhão nel Brasile amazzonico.
Aveva scritto numerose opere:  Lettere dalla periferia della storia; L’olocausto degli “empobrecidos”; Canto l’uomo; Ai confini di Dio. Tutti editi dalla Morcelliana.

Alcune frasi di Fausto:

“La dove c’è più assenza, tanto più si sente l’esigenza del Tutto”;

“Sforziamoci di sentirci BRIGANTI. Il vero cambiamento può venire solamente dal primo mondo”;

“Tutti dal primo all’ultimo, dobbiamo possedere solamente ciò che è necessario. Ciò vale sia per lo spazzino che per l’ingegnere”;

“Noi abbiamo bisogno di rapporto, non di comunicazione”.


Alcuni suoi libri sono una testimonianza sulle atrocità che  in America latina si commetono sui bambini, i famosi niños de rua come li chiamano principalmente in Brasile. Fausto è  uno scrittore di fama internazionale, ha scritto libri mozzafiato su questa tristissima realtà: leggendoli non riesci più a dormire per giorni e giorni. Rientrato a Milano, nella sua provincia francescana, decise di lasciare la vita religiosa, perché da tempo amava una donna. Morale della favola: lo hanno buttato in mezzo alla strada, senza casa e soldi, con tre figli a carico e con il permesso di andare a mangiare alla mensa dei poveri nel convento dove lui ha vissuto per molti anni.  Nessuna casa editrice  ha  più  pubblicato i suoi libri.

Il Cardinale di Palermo sospende da supplente di religione don Giuseppe

comunicato stampa – Il Cardinale di Palermo nega l’idoneità a un insegnante di religione

 

Don Giuseppe, sacerdote sposato, ex parroco di Chia (Viterbo), fondatore dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati e presidente dell’associazione “CHIF liberi e solidali”  è stato sospeso dall’insegnamento come supplente di religione  presso la diocesi di Palermo. Don Giuseppe ha iniziato a lavorare nel mondo della scuola dopo le sue dimissioni da Parroco e avendo un matrimonio religioso.

Il Cardinale De Giorgi, dopo una telefonata da parte del Vescovo di Civitacastellana Divo Zadi (l’insegnante sospeso è residente a Soriano nel Cimino, zona di competenza del Vescovo Zadi) che gli richiedeva la sospensione di Serrone, ha revocato l’idoneità alla supplenza presso la scuola paritaria “Liceo Scientifico Biologico San Vincenzo” in Via Noce a Palermo.

Giuseppe  aveva ricevuto l’incarico di supplenza il 21 Aprile 2005 e aveva insegnato per 5 ore settimanali fino alla conclusione dell’anno scolastico.

La Preside della scuola “San Vincenzo” aveva inoltrato richiesta all’Ufficio  IRC Diocesano di Palermo di rinnovo della supplenza per il nuovo anno scolastico. Gli insegnanti hanno diritto alla continuità di insegnamento e al completamento dell’orario di cattedra. L’intervento del Cardinale di Palermo ha violato gli elementari diritti dei lavoratori del mondo della scuola sanciti dalla Legge italiana.

Giuseppe  si era trasferito in Sicilia dalla fine di Marzo 2005 per frequentare un corso di abilitazione diocesano.

Il sacerdote sposato ha dichiarato che sulla revoca della idoneità e sull’ esito negativo dell’abilitazione hanno avuto un peso rilevante la sua condizione di coniugato, la  sua denuncia al Giudice del Lavoro contro la diocesi di Civitacastellana per il riconoscimento del lavoro dei parroci, come lavoro subordinato e la creazione del sito dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati (un sito di libera informazione religiosa).

L’insegnante sospeso aveva avuto quest’anno supplenze presso una scuola elementare della Diocesi di Viterbo e anche presso una scuola media del quartiere Zen a Palermo.

Nel 2004 era stato sospeso anche dalla diocesi di Viterbo, sempre dietro le pressioni del Vescovo Zadi.

“In Italia numerosi sacerdoti sposati insegnano religione senza problemi dopo che hanno accettato di non dare problemi alle diocesi”.

Purtroppo questo caso  dimostra che la sovranità dello Stato non è assoluta e che le pari opportunità non sono per tutti. Ancora  una palese discriminazione.

Serrone avvierà un ricorso al Ministero, ma sarebbe opportuno che il Governo italiano avviasse autonomamente un confronto sul caso con la Santa Sede.

 

Il coraggio delle “donne”: appello di Albana Serrone

Mi Chiamo Albana Serrone. Dal febbraio del 2002 sono sposata con il sacerdote (cattolico romano) Giuseppe Serrone, fondatore dell’Associazione dei Sacerdoti lavoratori sposati.

Per noi due insieme, in 3 anni e mezzo, le difficoltà non sono state poche. Per un sacerdote che si dimette, secondo alcune persone ("signori/e", "ministri" e "principi") della chiesa non esiste il diritto ad avere una casa e un lavoro.

In queste condizioni è più facile considerare un "fannullone" un uomo che, per anni e anni nella sua vita sacerdotale ha pronunciato la parola "Dio" come creatore dell’amore.

Così, cari/e  "signori/e", "ministri" e "principi" della chiesa, alziamo un "grido", che parte dalle profondità del nostro cuore, per dire:

 NO alle offese

NO alle discriminazioni

SI ai diritti delle famiglie dei sacerdoti sposati

                                                                                  Albana Serrone

comunicato stampa

comunicato stampa
 
L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati  , in collaborazione con l’ass. Chif, si è fatta promotrice di un raduno mondiale di protesta dei  sacerdoti sposati, preti sposati, religiose, suore sposate, preti che hanno clandestinamente una compagna, tutte le mogli dei sacerdoti e le compagne dei sacerdoti, tutte le donne che vorrebbero farsi preti… e di coloro che la chiesa cattolica ha allontanato dalle comunità cristiane parrocchiali.
 

Il  grande raduno di protesta si svolgerà in occasione del V incontro Mondiale delle famiglie 4-9 luglio 2006 a Valencia al quale parteciperà anche il papa Benedetto XVI.

"La Chiesa Cattolica ha bisogno di un rinnovamento", ha affermato il fondatore don Giuseppe Serrone:  "e spero che prima o poi avvenga veramente. Credo che, se si realizzasse il progetto del   mega raduno, prima a Valencia e poi  in Piazza S. Pietro, di tutti i preti sposati, preti che hanno clandestinamente una compagna, tutte le mogli dei sacerdoti e le compagne dei sacerdoti, tutte le donne che vorrebbero farsi preti…, sicuramente la Piazza sarebbe stracolma, e a quel punto, vorrei vedere se qualcuno non cambia idea…!".


Il sacerdote sposato continua: "Ma per far questo, tutte le associazioni, organizzazioni, federazioni e gruppi varie a livello mondiale di preti sposati, preti per l’annullamento del celibato, donne che desiderano farsi prete…, dovrebbero unirsi in una o due grandi associazioni, così da poter avere più potere organizzativo".

A riguardo della manifestazione che si vorrebbe fare in Piazza S. Pietro ha specificato: "non è che c’è il rischio, vista l’oggettiva difficoltà sotto diversi aspetti, di organizzare questo evento, che solo una piccola parte dei sacerdoti (sposati o che non accettano più  il celibato) decida di partecipare e di conseguenza, lo scopo "impatto visivo" rischia di non rendere bene l’idea, visto che anche a fronte di alcune migliaia di persone, Piazza S. Pietro, è talmente grande, che rischia di disperdere e quindi di rendere vano il messaggio di forza che si vuole trasmettere al Papa?
Con una Piazza S. Pietro semi piena (o semi vuota), si rischierebbe di dare modo alla Chiesa, di dire che i dissidenti sono solo poche centinaia. Quindi sarebbe meglio far crescere la cosa un po’ alla volta, organizzando il primo raduno in un posto più piccolo, ma che dia un impatto visivo maggiore. Vedendo questa manifestazione in tv, molti sacerdoti che la pensano come noi, potrebbero prendere coraggio e partecipare poi in seguito al raduno in Piazza S. Pietro.
Invito sacerdoti sposati, preti sposati, religiose, suore sposate, preti che hanno clandestinamente una compagna, tutte le mogli dei sacerdoti e le compagne dei sacerdoti, tutte le donne che vorrebbero farsi preti… a un primo grande raduno di protesta al V incontro Mondiale delle famiglie a Valencia. Abbiamo creato anche una pagina web per aderire online al raduno: http://utenti.lycos.it/sacerdotisposati/pread_inc_fam.html .

La manifestazione non sarebbe solo per l’abolizione del celibato ma  anche per il sacerdozio delle donne".

La redazione del sito della nostra associazione di sacerdoti lavoratori sposati ha raccolto, negli ultimi giorni, messaggi di posta elettronica che invitano a organizzarci per protestare anche per quanto sta avvenendo "dentro la chiesa cattolica latina".
Questa enfatizzazione del papa polacco prima da vivo ed ora da morto con la sua beatificazione, ci sembra sia l’ennesimo colpo del vaticano per archiviare chi ha gravissime responsabilità davanti all’umanità che non sa, o sa molto poco.
Ci chiediamo se non sia giunto anche per noi il tempo di scendere in piazza come le Ladriu di Piazza di Maggio!
Cerchiamo la mobilitazione di tutte le forze cattoliche dissidenti al vaticano per scendere in piazza per una protesta non solo formale, ma sostanziale" (comitato preti sposati nord Italia).

Si era proposto un grande raduno in Piazza San Pietro. "Un’idea ottima, perché solo la visibilità rende reali le cose… Ma perché non si tramuti in un buco nell’acqua, in un insuccesso che diverrebbe pietra tombale sull’argomento, la presenza in piazza dovrebbe essere massiccia, internazionale. E/o qualificata. Insomma: o nomi di richiamo (un buon numero di persone note che hanno subìto l’istituizone), oppure grande massa. Meglio ancora entrambe le situazioni. Allora sì che sarà assicurato un servizio di stampa (giornali e altri media insieme). Proponiamo di distribuire prima alla stampa, con l’avviso della manifestazione, un dossierino o un documento breve, puntale, efficace, d’impatto, e contattare personalmente un un certo di giornalisti. In piazza distribuire lo stesso dossierino o documento ai passanti, ai turisti. Detto ciò, sono convinta che la piazza non ve la daranno, intendo quella al di là delle transenne d’ingresso. Ma c’è sempre lo spazio fra via della Conciliazione e le transenne: giornalisticamente risulta sempre piazza san Pietro" (E.C.).

Uscire allo scoperto tutti assieme… l’unione fà la forza!
Spero tanto che ce la faremo!

Sacerdoti Lavoratori Sposati
cell.: +39 – 3285780719 – fax +39 – 1782268186
e mail :
sacerdoti.sposati@aliceposta.it
web site: http://nuovisacerdoti.altervista.org
web site: http://utenti.lycos.it/sacerdotisposati

La testimonianza: «Io, sposato da trent’anni non mi sento affatto un ex»

Posizione drammatica quella degli ex preti. Nell’immaginario collettivo, nonostante tutto, l’ex prete rimane un traditore, qualcuno che ha tradito la fiducia che la chiesa ha riposto in lui, e lo ha fatto per questioni sessuali, con il sesso elevato a peccato invece che a dono di Dio. È difficile riuscire a trovare un prete sposato che voglia raccontare la propria esperienza. Nessuno degli ex preti irpini interpellati, e sono molti, ha accettato di parlare. La stampa, spesso, viene vista con più terrore del Sant’Uffizio. Così abbiamo dovuto fare un lungo giro prima di giungere a Don Franco Maggiotto, 65 anni, sposato da quasi trent’anni. Vive ad Alpignano, vicino Torino. «Innanzitutto – esordisce – rifiuto decisamente la qualifica di ex prete. Al momento della mia ordinazione, mi hanno ripetuto fino alla nausea che sarei stato sacerdote in eterno. Sono prete, non ho mai smesso la tonaca, e sono felicemente sposato». Non ha ovviamente alcun rapporto con la curia vescovile di Torino, ma a lui questo non importa. È animatore di tre comunità di base, una a Finale Ligure e due in provincia di Torino. Ha rotto con la chiesa ufficiale dopo una drammatica esperienza vissuta da un suo confratello verso la fine degli anni 60. Un prete si innamorò perdutamente di una giovane donna. Per le pressioni e le violenze subite da entrambi, questo prete si impicco e la ragazza impazzì. «Per me – racconta don Franco – fu un’esperienza terribile che mi portò a rifiutare un modo di intendere il sacerdozio antiumano, non biblico, perché in realtà proibisce all’uomo di incontrare l’altro. Nella Bibbia si afferma che "Non è bene che l’uomo sia solo", sono le gerarchie cattoliche ad essere nell’errore non i preti che si sposano». Ma la critica di don Franco si accentra principalmente su quello che lui definisce "il sistema platonico", quel sistema che rinchiudendo l’uomo su se stesso ne impedisce appunto l’incontro con l’altro e quindi gli fa negare l’essenza stessa del messaggio di Cristo, facendolo diventare pedofilo oppure omosessuale. «Questa realtà – afferma don Franco – la si può toccare nell’elevato numero di preti gay o pedofili di cui in Italia non si parla, ma che riempiono le cronache giornalistiche di altre nazioni». (Da il quotidiano Il Mattino edizione di Avellino del 16.2.2002)

preti australiani rilanciano il dibattito sul celibato sacerdotale

La questione del celibato obbligatorio per i preti è tornata di nuovo al centro del dibattito ecclesiale in Australia.
Alla fine di gennaio è stato infatti reso pubblico un documento preparato dal National council of priests (Ncp) per il Sinodo dei vescovi che si terrà a Roma il prossimo ottobre.
In una lettera di tre pagine, l’associazione, che raggruppa la maggior parte dei preti australiani, ha chiesto al Vaticano di rivedere l’obbligo del celibato sacerdotale.
E’ stata soprattutto una frase ad aver attirato l’attenzione dei media: «Il sacerdozio è un dono, e così lo è il celibato, ma non sono lo stesso dono».
Tuttavia, come ha sostenuto sul quotidiano The Age Martin Dixon, prete di Melbourne e membro del comitato esecutivo dell’Ncp, l’intenzione non era tanto quella di riaprire una discussione teologica sul significato del celibato in sé, ma la preoccupazione di rendere meno ardua ai fedeli cattolici la possibilità di partecipare e ricevere l’Eucaristia.
Infatti, sottolinea padre Dixon, nonostante una lieve crescita nel numero dei seminaristi registrata alla fine del 2004, «nel giro di vent’anni la Chiesa in questa città avrà solo un quarto del numero dei preti necessario per offrire un adeguato servizio sacerdotale.
Non dimentichiamoci inoltre che la maggior parte del clero ha un’età compresa fra i 55 e i 75 anni».
Fra i tanti segnali d’allarme, un documento di una commissione pastorale dell’arcidiocesi di Brisbane ha evidenziato recentemente che il numero dei preti diocesani diminuirà del 25 per cento entro il 2011, in una zona in cui la presenza dei cattolici continua a crescere per via delle emigrazioni interne. E su questo sfondo che va interpretata la presa di posizione dell’Ncp.
La richiesta di ridiscutere il celibato sacerdotale al prossimo Sinodo dei vescovi è già stata accolta favorevolmente dal vescovo ausiliario di Canberra e Goulbum, Pat Power, e dal vescovo della diocesi rurale di Wagga Wagga, Gerard Hanna.
Inoltre, un editoriale di tenore simile è stato pubblicato anche dal Catholic Leader, l’organo ufficiale dell’arcidiocesi di Bdsbane.
Di parere contrario invece l’associazione "rivale" dell’Ncp, The australian con fraternity of catholic clergy, che vede l’obbligo del celibato come «testimonianza unica di servizio totale a Cristo e testimonianza della vita che deve venire».
Infine, ha sorpreso la reazione dell’arcivescovo di Sydney.
Membro lui stesso dell’Ncp, il cardinale George Peli ha dichiarato di approvare la maggior parte di quanto scritto nel documento al centro del dibattito, concludendo enigmaticamente:
«Ci sono molte stanze nella casa del Padre». 
(in  JESUS, n.  3 MARZO 2005, pag. 41)

lettera di solidarieà

Cari amici, permettetemi di chiamarvi così perchè condivido in pieno il vostro pensiero e ammiro il vostro coraggio. Sono atea dall’età di 15 anni e iscritta a diverse associazioni laiche che si battono per la difesa dei diritti umani. Il mio solo credo è nella ragione umana, che mi porta, però, a seguire tutti gli insegnamenti dell’uomo Gesù; quindi voi ed io partiamo da punti di vista opposti, ma giungiamo alle stesse conclusioni e crediamo nelle stesse cose. Ho sempre creduto che il sacerdote è innanzitutto un uomo, come la suora è prima di tutto donna e che il ministero sacerdotale non sia assolutamente in contrasto con matrimonio o convivenza e famiglia; credo, anzi, che un sacerdote il quale debba preparare le coppie di neo sposi al matrimonio ed all’educazione dei figli, possa svolgere in modo migliore il proprio compito se egli stesso vive in prima persona tali esperienze. Avete quindi, tutta la mia solidarietà e la mia simpatia, quindi in bocca al lupo! (lettera firmata)

Ho perso la fede

È successo stamattina, dopo la lettura delle notizie.

No, non è stata certo quella del Papa che, son cento giorni che è insediato e già speriamo nel prossimo.

Sembra che nella sua preghiera a Dio perché fermi «la mano assassina» dei terroristi, abbia menzionato gli attentati in Egitto, Gran Bretagna, Turchia e Iraq, “dimenticandosi” di quello che il 12 luglio aveva mietuto cinque vite israeliane a Netanya. All’insediamento si era dimenticato degli spagnoli, le bombe terroriste le ha definite anticristiane “dimenticandosi” l’IRA irlandese, l’OAS francese e i separatisti baschi. Si è dimenticato anche di essere stato iscritto alle SS…

Non c’è niente da fare:  ha poca memoria. (fonte lettere a Arcoiris)

No allo scandalismo, si all’informazione

Comunicato stampa di Iniziativa a Favore dell’abolizione del celibato dei preti nella chiesa Cattolica

La vicenda che a Palermo, nel quartiere dello Zen, ha visto il parroco abbandonare il suo ministero per sposarsi, continua a tenere banco sui media locali e nazionali.
Con tutto ciò che bolle in pentola in questi giorni, i giornali italiani non rinunziano ad utilizzare qualsiasi cosa per costruire “gossip estivi” a sfondo sessuale. E se la storia ha come protagonisti preti e monache, meglio ancora.
Deploriamo vivamente questo comportamento che è gravemente lesivo della dignità delle persone coinvolte, e che non aiuta affatto le gerarchie della Chiesa Cattolica Romana a prendere coscienza della inutilità di una norma, quella sul celibato ecclesiastico obbligatorio, che è largamente superata nella coscienza della maggioranza dei fedeli.
Deploriamo lo scandalismo che di fatto da una mano al permanere di una norma che santifica l’ipocrisia e che ha trasformato i preti in “casta sacerdotale” mentre in realtà essi compiono solo un servizio a favore di una comunità di credenti.
Facciamo perciò appello a quanti nei giornali seguono le questioni religiose, i cosiddetti vaticanisti, a sollecitare i propri direttori ad attivare una campagna di informazione che porti al superamento del celibato obbligatorio. Ricordiamo che, nella stessa chiesa cattolica, il celibato obbligatorio non è previsto per le chiese di rito orientale. Nella stessa Sicilia, che oggi è nell’occhio del ciclone per il parroco dello Zen che lascia il suo incarico, vi sono diocesi di rito orientale con tanto di parroci sposati. Perché, ci chiediamo, invece di fare scandalismo non ci si occupa di informare su questa realtà e su quello che effettivamente pensano i fedeli su una norma assurda ed antievangelica?
Chiediamo a quanti sono d’accordo con noi di sostenere tutte le iniziative possibili affinché si possa giungere al superamento del celibato ecclesiastico obbligatorio per i preti cattolici di rito latino. (fonte il dialogo)

la chiesa limita la partecipazione delle donne!

Grazie davvero! In particolare vorrei che la Chiesa aprisse le porte alla donne, consentendole di diventare sacerdote ed occupare così dei ruoli primari al suo interno.
Penso che con un nostro maggiore contributo la Chiesa ne gioverebbe davvero tanto.
E poi si parla tanto di "genio femminile", ma perché questo "genio" non viene utilizzato maggiormente? Le donne hanno una sensibilità diversa, uno sguardo più profondo sulle cose, e allora perché ci escludono? Anche se credo in Dio, non riesco a credere fino in fondo ad una Chiesa che limita la nostra partecipazione. Dobbiamo forse pensare che Dio fosse maschilista?
Sono contenta che nel vostro sito si parli anche di questo aspetto!
Continuate così!! (lettera firmata)

L’associazione CHIF Liberi e Solidali a favore di sacerdoti sposati, preti sposati, ex-religiosi/e

1. Una notizia che rifugge da senzazionalismi

Non farebbe un granché notizia la nascita di una nuova Fondazione. Non altrettanto se l’estro (o l’andazzo) giornalistico la rende solleticante con titoli che odorano di scandalo, come avviene, nel nostro caso, col dare risalto ai soggetti, “ex-preti” e “ex-suore”, più che all’organizzazione che si occuperà di loro.

A chi s’impegna in questo settore della società cattolica, riesce ostico il clamore che suscita il semplice parlare di loro e delle loro “rivendicazioni”, dato che non sono in discussione temi ideologici o morbosi, e la notizia riguarda un fattore concreto di umana solidarietà. È vero, il sacro esercita un gran fascino per il suo alone di mistero che evoca inconsci tabù, tanto più se in riferimento ad una sessualità trasfigurata o repressa (due lati della stessa medaglia). Ma i mass-media giocano sull’immediatezza dei sentimenti e delle impressioni; e perciò vanno a rovistare inesistenti archivi donde trarre statistiche su questa genia di trasgressivi che pretendono inventarsi una propria normalità…

I fondatori della CHIF, per non incrementare una tale deviazione della notizia, danno per scontata la vessata questione circa l’opportunità o necessità di revisione di alcuni canoni ecclesiastici e si pongono sul versante che si occupa e preoccupa del che-fare.

2. Perché questa Fondazione

È a tutti noto che i giovani di oggi trovano con difficoltà una via per mettere a frutto il risultato dei loro studi, competenze, master e corsi vari, assunzioni provvisorie eccetera. Ben poco comparabile alla loro è la posizione in cui vengono a trovarsi le persone consacrate all’uscita da un ambiente delimitato perché totalizzante, e perciò tale da assorbire al suo interno ogni capacità individuale. Fuori dall’istituzione in età più o meno avanzata, esse si trovano a fronteggiare con armi spuntate l’impatto con una società pretenziosa e discriminante: non era stato preventivato in alcun modo (anzi era stato visto come inammissibile debacle) uno spostamento a 360 gradi di tutti gli aspetti della propria esistenza.

La CHIF, nata a S. Margherita Staffora (Pavia) il 14 luglio 2004,  si propone di venire incontro alle condizioni mortificanti che subiscono non pochi di loro, e non sempre i più sprovveduti. Ai fini di evitare che restino in balia dell’incertezza dell’oggi e del domani, la Fondazione si dà una consistenza strutturale giuridica ed economica (conta su risorse finanziarie da attivare in modo imprenditoriale); intanto, nell’offrire loro una breve sosta spazio-temporale, ravvivata da rapporti amicali, ha un lungimirante progetto: il rilancio morale e spirituale delle doti e della ricca esperienza capitalizzata, in modo da dargli continuità e nuova fecondità.

3. Lo spirito animatore e i fatti concreti

A questo punto è legittimo porsi la domanda: quale rapporto ha il fattore economico (che pare prioritario nella CHIF), con l’animazione spirituale che i fondatori non mancano di prediligere? È paradigmatico un piccolissimo segno, che possiamo derivare da quello che si chiama l’inno della CHIF: parole che ruotano attorno al tema della libertà e dell’amore. Questo binomio, su cui incombe la minaccia della retorica e della mistificazione, viene assunto dai fondatori della CHIF in controtendenza rispetto all’abuso che se ne fa: ponendo, a sua convalida, i fatti. Non si tratta di semplice pragmatismo, ma di ispirazione profetica, liberata da falsi pudori, orientata al biblico FARE LA VERITÀ. Dal momento che non è facile evitare almeno due aspetti dell’aiuto da prestare, e cioè il pietismo e la concezione materialistica delle sovvenzioni, una serie di precauzioni dovrà impedire sia la passività del ricevente sia l’attivismo del donatore. Cioè, dare aiuto concreto, per la CHIF, non significa dare al proprio simile danaro, casa, posto di lavoro, quant’altro gli serve, anche se è necessario occuparsi in maniera temporanea di contingenze ineludibili. Non è questione secondaria, ma essenziale, che tra le due parti, di chi dà e di chi riceve, si crei uno spirito collaborativo a tutta prova: in modo da risolvere meglio le difficoltà della nuova collocazione sociale, sconfiggendo nello stesso tempo la facile caduta nella solitudine, forse anche nell’isolamento sociale, con tutte le sue asprezze.

4. Con quali criteri opererà la CHIF

Forse è più facile dire che cosa non è la CHIF, anziché tracciarne il campo di azione.

Se essa non fa opera di beneficenza e non funge neanche da ufficio di collocamento o di qualcosa di simile, nondimeno non mancherà di offrire delle opportunità, sia pure limitate.

Ma un criterio laico accompagnerà la sua azione: nell’occuparsi dei diritti umani (senza sbandierarli polemicamente), non dovrà ricalcare lo stile clericale del guardare più all’interno che al di là dei confini dentro i quali si muove. Il proposito di promuovere la dignità dei soggetti correrà sui binari della dilatazione dell’orizzonte esistenziale, della tessitura di una tela di rapporti con altre organizzazioni variamente caratterizzate, del tenace tentativo di dialogo con realtà apparentemente lontane dalle sue dinamiche operative.

Il risultato scaturirà dai criteri ispiratori, resi visibili e comunicabili dall’atmosfera di fiducia che creerà. E certamente sarebbe più facile elencare le opere da promuovere rispetto allo spirito che dovrà animarle… 

 

5. Corollari  della CHIF

Un’altra segnalazione: nel favorire l’aiuto vicendevole e lo scambio collaborativo tra uguali, la CHIF dovrà attenersi ad un codice che le permetta l’accesso alla reale configurazione delle condizioni di coloro di cui si occupa; i quali non sono i soliti, ben riconoscibili svantaggiati che s’incontrano in ogni dove. Cioè terrà presente che, quasi nessuno, per disinformazione o pregiudizio, vede in loro “soggetti di bisogno”, e che loro stessi non amano apparire tali. Per fare un esempio, capita di notare che, nel fraternizzare tra preti sposati o suore ormai del tutto laicizzate, tira una brutta aria se ci si attesta su posizioni che rimarcano la diversità di cui sono fatti segno rispetto ai comuni cittadini: la voglia di normalità porta a scansare allacciamenti al passato.

Allora la CHIF mirerà a promuovere, con opportune strategie, una rivalutazione del passato nella piena libertà di fronte ad esso. Se è di grande importanza porre i soggetti nelle condizioni di utilizzare e sviluppare le attitudini personali, un tempo adoperate proficuamente, altrettanto necessario è che l’acquisto della nuova identità non sia conflittuale nei riguardi della prima formazione. Ci sono poi altri corollari da tener presenti. La verità del fare abilita a “gridare sui tetti” l’opportunità di: a) raggiungere chi resta dentro l’istituzione solo per la paura di affrontare il domani; b) sensibilizzare la gente comune; c) realizzare un auspicabile cammino in comune con i membri della gerarchia ecclesiastica che fossero disponibili. Programma, questo, pertinente, ma che richiede tempi lunghi e ulteriori sviluppi.

Se volgiamo lo sguardo al presente dell’umanità, ci accorgiamo che le discriminazioni sono il vero ostacolo nel quale s’infrange ogni disegno di pacificazione universale. Per ovviarvi, sono da abbattere stupidi tabù e barriere. Ma nell’immediato non resta che occuparsi della fetta di umanità “più vicina”. La CHIF guarda a quella di cui abbiamo parlato. La quale, il più delle volte resta invisibile, data l’endemica emarginazione di chi osa varcare i confini del sacro; ed invoca, tacitamente, aiuto.

Proprio per questo la CHIF ha la funzione storica di esserci.

sito web in costruzione

http://www.chif.altervista.org/

mail: chif.direzione@tiscali.it

Nominate nove donne prete: sfida al Vaticano

Nove donne, in aperta sfida con le gerarchie ecclesiastiche del Vaticano, sono diventate "sacerdoti". La cerimonia è avvenuta ieri a bordo di un battello, sulle acque del fiume San Lorenzo. È la prima volta che accade nell’America del Nord. La cerimonia è stata un vero e proprio schiaffo per il Vaticano: il gruppo cattolico americano Women’s ordination Conference è stato scomunicato due anni fa, in seguito ad una analoga cerimonia, dalla "Congregazione per la dottrina della fede", all’epoca guidata dal cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI.
«La cerimonia non si è svolta sotto la giurisdizione di nessuna diocesi – ha detto Joy Barnes, direttrice della Conferenza – se vuole, il Vaticano dovrà intervenire direttamente».
Nel giugno 2002 sul Danubio, al confine tra Austria e Germania, la stessa organizzazione – che fa riferimento alla Chiesa cattolica apostolica carismatica Jesus Rey dell’arcivescovo argentino, poi scomunicato, Romulo Braschi – ordinò sette donne: sono state due di loro, una tedesca e un’austriaca che sostengono di essere "vescovi", a consacrare a loro volta i nuovi preti donna sul San Lorenzo.
All’inizio di luglio una donna francese, Genevieve Beney, è stata ordinata a Lione nel corso di una cerimonia a bordo di una chiatta che risaliva la Saona. La donna, 55 anni, sposata con un protestante ma senza figli, era stata subito scomunicata.
Grande soddisfazione per la cerimonia di ieri è stata espressa da Michele Birch-Conery, originaria dell’Isola di Vancouver, l’unica canadese del gruppo.
La sera precedente la cerimonia, le nove donne si erano incontrate al Ramada Provincial Inn per mettere a punto gli ultimi dettagli dell’appuntamento del giorno dopo. Kathleen Strack ha sottolineato come l’idea di prendere i voti le fosse venuta quando aveva appena 8 anni. «Non posso esprimere con esattezza – ha aggiunto – quanto fui toccata nel profondo dell’anima nel capire cosa Dio mi stesse chiedendo».
Domenica aveva avuto luogo alla Carlton University di Ottawa la Women’s Ordination Worldwide, una conferenza a cui hanno preso parte più di 500 donne provenienti da 23 Paesi.

In Italia i sacerdoti sposati cattolici potrebbero essere inseriti tra i cappellani militari.

Si dice: pochi preti, e spesso in altre faccende affacendati. Parrocchie sguarnite, diaconi ancora scarsi. In compenso coesistono moltissimi preti “dispensati” (cioè  preti che si sono sposati, rinunciando al ministero sacerdotale). Perchè non affidare loro una diaconia? Perché non disporre di questi “sacerdoti in eterno” per un diverso servizio all’interno della stessa Chiesa? Inoltre vi sono tanti  cappellani militari il cui ruolo è venuto meno  negli ultimi tempi a causa delle profonde modifiche strutturali avvenute  nell’esercito italiano. Perché insomma non redistribuire e utilizzare queste risorse pastorali nel territorio maggiormente bisognoso? (fonte Vita)

Solidarietà a don Massimiliano, ex parroco Zen

Termini Imerese 22 luglio 2005 – L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati fondata da don Giusepppe Serrone, ex parroco di Soriano nel Cimino, originario di Termini Imerese, solidarizza con il sacerdote di 34 anni, Massimiliano Cerilli, parroco di uno dei quartieri più difficili di Palermo, lo Zen, che ha  ha chiesto ai superiori la dispensa dal ministero per formare una famiglia.  Don Gregorio Porcaro, già vice di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio assassinato dalla mafia, poi nominato parroco dell’Acquasanta, un altro quartiere "a rischio" di Palermo, oggi sacerdote sposato con due figli, ha dichiarato che il vero problema è il celibato dei preti: "la Chiesa  considera immorale tutto ciò che è contro natura. Ora cosa c’é di più innaturale di impedire ad un uomo di amare una donna? Mi rendo conto che non ci sono ancora le condizioni per affrontare seriamente simili argomenti ma è l’allontanamento forzato dalla comunità del sacerdote che lascia il vero strappo nella gente. La rabbia, la delusione dei parrocchiani sono sensazioni normali, naturali, quasi inevitabili. Ti considerano un punto di riferimento, in certi quartieri ancor più che in altri, e poi ti vedono interrompere un percorso che li ha coinvolti e si sentono traditi. Direi che la reazione della gente è tanto più forte quanto più stretti sono stati i rapporti che sei riuscito a creare con le persone… Gli sono molto vicino, so che è stato un ottimo sacerdote. Quella che sta vivendo è un’ esperienza dura e spero che la Chiesa, a differenza di quanto è accaduto a me, non lo lasci solo facendolo restare nella comunità e dandogli, ad esempio, la possibilità di insegnare religione nelle scuole".
 
Giuseppe Serrone ha vissuto l’emarginazione della diocesi di Civitacastellana (VT) dopo le dimissioni da parroco nel 2001: "sono stato privato dell’insegnamento nella provincia di Viterbo. Insegnavo come supplente in un liceo e i Vescovi Zadi e Chiarinelli sono intervenuti per non farmi inserire negli elenchi degli aspiranti supplenti". Il sacerdote sposato ha insegnato quest’anno come supplente per due settimane nell’istituto comprensivo Falcone, proprio allo Zen (lo stesso quartire dove era parroco don Cerilli) e per due mesi in un liceo parificato di Palermo. Ora è disoccupato, ospitato a Termini Imerese dai genitori, senza casa e con la moglie malata  e teme di perdere la supplenza per il prossimo anno scolastico, per le ingerenze del Vescovo Zadi anche a Palermo.
 
I preti sposati e  con figli ci sono, dunque, e costituiscono un problema per la Chiesa cattolica. Considerati quasi dei dannati e degli eretici da molti fedeli e da quasi tutti gli altri chierici, vivono ai margini della comunità ecclesiale. Guai, quindi, a chiedere informazioni su di loro alle Curie. Si rischiano solo imbarazzati silenzi e perentorie risposte negative. Il problema non esiste, affermano, o almeno, così si vorrebbe che fosse.

Secondo i dati più recenti, sarebbero circa trecento in tutta l’Isola, dei quali più di ottanta solo a Palermo, ben poca cosa rispetto ai circa diecimila, sui 55 mila ancora in servizio attivo, di tutto il Paese. Se poi si vanno a guardare le cifre relative al pianeta, si vede che costituiscono il ventidue per cento del totale con ben 100 mila membri.
 
 
Sulla sua scelta di sposarsi, dopo le dimissioni da parroco,  Giuseppe Serrone  ha recentemente dichiarato: " Mi sento sicuro di aver fatto una cosa giusta davanti a Dio. La Parola di Dio, fin dalla Genesi ci dice  “non è bene che l’essere umano sia solo”. Sono con il  cuore triste perché la chiesa Cattolica Romana esclude l’amore che la Parola di Dio nel Cantico dei Cantici chiama “la fiamma di Dio”.  Questo retaggio di repressione romana enfatizzato dal genio di San Agostino ha coinvolto anche altri cristiani ed altre religioni. Se guardiamo i  Vangeli Gesù non ha mai parlato male una sola volta di una donna. Il nostro cuore sanguina a pensare a tutti i disastri prodotti negli uomini da una teologia repressiva e non biblica. Uno dei nostri compiti è quello di dire, nella carità che ci lega all’amore di Cristo, che “non è bene che l’uomo sia solo” e che dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Quando l’uomo abbandona la Parola e lo Spirito di Dio scambia il bene di Dio per male ed uccide i Profeti con le “sante inquisizioni”.  Le teologie sbagliate, anche se danno potere poiché la repressione sessuale porta le masse alla dittatura del pensiero unico, diventano idoli del "rigor mortis", dell’uomo infallibile che siede al posto di Dio e sottraggono così vita agli uomini per i quali Gesù è venuto affinchè avessero vita e vita ad esuberanza.
 

Chiedo alla Chiesa di andare alla Parola di Dio con rettitudine ed Amore, di rinunciare al Trono del potere per servire ed amare come Dio ci ha amati. Il problema del celibato vada inquadrato in un concetto teologico-spirituale del sacerdozio ministeriale che necessita di riforma radicale.  Il problema non si configura ipotizzando un prete normale che ha la parrocchia e che adesso è celibe, ma potrà vivere la stessa dimensione di vita odierna con la propria famiglia. Anche questo potrebbe andare bene come momento di passaggio. Ma è la figura del sacerdote come tale che va rivisitata e riproposta. Il prete non deve essere un luogotenente di una posizione (la parrocchia) che fa parte di un mandamento (la diocesi) che a sua volta è porzione di un grande complesso governato da Roma. Se dal punto di vista storico (ed anche organizzativo) tutto questo ha avuto ed ha ancora un significato, occorre guardare avanti e pensare al sacerdote come uomo (o donna) che sia punto di riferimento di una comunità che ha come centro il Cristo ed il suo messaggio. Il sacerdozio ministeriale si configurerà  come un fratello che Dio ha chiamato ad aiutare altri fratelli a vivere il vangelo ogni giorno.

Con la propria famiglia o no. Operaio o impiegato. A tempo pieno o a tempo parziale. Questo modo di vedere il sacerdozio rivoluzioni anche il modo di porre il messaggio cristiano. Si torna alla chiesa delle origini ed al "pusillus grex" che è stato lievito che ha sconvolto la pasta corrotta dell’impero, sale che ha dato sapore ad una società stanca e viziata, luce sul candelabro che ha illuminato un mondo dominato dalla fede nel potere delle armi e della politica. Certamente nessuno di noi ha tante teste coronate, come Milingo, a proteggerci. La Chiesa verso di noi si è mostrata veramente matrigna. Pensiamo ai tanti sacerdoti che sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia.

 

Roma è timorosa di perdere il quieto vivere di tanti suoi sacerdoti e dalla paura del nuovo che lo Spirito  alita sulla vita della Chiesa.
I vertici della Chiesa non sono in mano ai poveri nè a chi lotta con i poveri, ma sono in mano ai potenti e a chi tratta con i potenti. C’è un’enorme contraddizione tra gli atti della Chiesa e i suoi insegnamenti. Fuori si presenta come paladina del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell’ecumenismo, e domanda perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato.  Invece, dentro, la Chiesa, mutila il diritto di espressione, proibisce il dialogo e da vita a una teologia dai forti toni fondamentalisti.

 

Il sapere di aver fatto la cosa giusta al  cospetto di Dio e per il bene della sua chiesa ci confortava e ci conforta nelle immense difficoltà della nostra società. Nella vita può accadere di trovarsi ad affrontare uno o più momenti di radicale cambiamento: ad esempio la situazione in cui si trovano molti religiosi quando, per svariati motivi decidono di lasciare la struttura in cui avevano vissuto e che li aveva “protetti” fino a quel momento. E’ proprio ora che ci si può sentire più vulnerabili, che ci si può trovare in situazione di totale isolamento, si può essere abbandonati da confratelli/consorelle, da amici, parenti, da chi, leggendo questo evento  come una “caduta” e non come un nuovo inizio, non lo comprende o non lo condivide.  Questo stato può significare il dover vivere per un tempo indeterminato in una situazione di profondo disagio psichico e fisico. Oltre a questo fatto, già di per sé gravoso, l’ambito religioso in Italia è un contesto sociale che   prevede  pochissimi supporti concreti ed economici in caso di cambiamento di rotta e questo comporta la necessità immediata, in mancanza di aiuti, di trovare casa e lavoro.

 

 Il nostro amore per Gesù e per la sue comunità di oggi ci dia la forza di esserGli fedeli. Credo che più che stablire "regole" sia urgente creare uno spirito nuovo nelle relazioni tra chiesa gerarchica e preti sposati.  Tra le cose urgenti da fare, penso che la prima sarebbe una ricerca precisa e continuamente attualizzata, sul numero e sulla situazione in cui si trovano i preti sposati e questa ricerca potrebbe essere fatta  in Italia  e nel mondo con la collaborazione delle nostre  Associazioni.

Diventa parroco cattolico anche se papà

La notizia è apparsa sul quotidiano Il Giornale:

"È papà e diventa padre. La diocesi di Innsbruck, in Tirolo, ha nominato un prete papà di un bambino di due anni come nuovo parroco cattolico di Hippach, Aschau e Ginzling, tre paesini della valle Zillertal. Due anni fa Christoph Frischmann era diventato padre ed aveva chiesto congedo dall’attività pastorale per la gioventù da lui svolta fino a quel momento per riflettere sulla sua vocazione. Dopo la fine del permesso dallo svolgimento delle sue mansioni e in accordo con la madre del bambino, Frischmann tornerà a fare il prete dal primo settembre prossimo. «La diocesi di Innsbruck appoggia questa decisione in quanto Frischmann ha assicurato che come prete ha intenzione di vivere in maniera celibataria e di prendere allo stesso tempo sul serio i suoi compiti da padre», ha dichiarato il vicario generale della diocesi, Ernst Jaeger, citato dall’agenzia di stampa austriaca Apa.
È un caso assolutamente raro, quello del Tirolo. In Austria si suppone che la decisione della diocesi di Innsbruck sia legata al calo delle vocazioni che al di là delle Alpi è un problema serio che la Chiesa cattolica sta affrontando. Ma arriva pochi giorni dopo un’altra notizia che aveva scosso il mondo ecclesiastico. Meno di un mese fa, infatti, il belga Patrick Balland, 55 anni, con moglie graziosa e quattro figli, ex pastore luterano ha chiesto di diventare prete cattolico. Nato a Berna in una famiglia calvinista, è diventato pastore e teologo, si è regolarmente sposato nel 1980 e poi ha lasciato nel ’91 l’incarico pastorale e si è convertito al cattolicesimo, con moglie e figli, l’anno successivo. Finché qualche settimana fa il vescovo André Mutien Léonard lo ha consacrato sacerdote a Namur, in Belgio. Il suo percorso, rivelato dal settimanale francese La Vie – ripreso in Italia dal Corriere della Sera – è stato osteggiato ad un tempo dagli «ultraconservatori» che non ammettono eccezioni di sorta e dai «progressisti» che invece vorrebbero regole uguali per tutti, e non solo per i pastori protestanti convertiti. Ma alla fine la «dispensa dal celibato» è arrivata il 7 maggio dell’anno scorso, direttamente dalla congregazione per la Dottrina della fede presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, uno di quelli che lo hanno più aiutato. «Fu lui a farmi sapere che aveva soltanto bisogno di una lettera da una diocesi». La prima partì da Ginevra, poi cambiò il vescovo e aria, l’ex calvinista riparò in Francia ma la conferenza dei vescovi transalpini gli rispose picche.
Però c’era il sostegno di Ratzinger, di altri cardinali autorevoli come Kasper e Schoenborn: e alla fine lo hanno accolto in Belgio. Caso raro, anche se non unico. La prima «dispensa» fu accordata ad un pastore luterano da Pio XII, nel 1951, da allora ci furono singole concessioni. Ma la vera ondata avvenne negli anni Novanta, sotto Wojtyla, quando duecento preti anglicani chiesero di essere accolti da Roma perché contestavano il sacerdozio femminile deciso dalla Chiesa d’Inghilterra. È un’eccezione motivata dal fatto che si trattava già, comunque, di pastori: un semplice fedele protestante sposato, come un cattolico, non potrebbe diventare prete".