Ci sono persone che decidono di abbandonare la Chiesa «perché sono estremamente deluse e non riescono più ad accettare i suoi rappresentanti come testimoni credibili».

Gli abbandoni si potranno contrastare solo prendendo sul serio «le attese e le preoccupazioni della gente sia all’interno sia al di fuori della Chiesa»

settimananews

Abbandoni registrazione ecclesiale

La Conferenza episcopale tedesca ha pubblicato lo scorso 18 luglio le statistiche annuali del 2018 riguardanti la Chiesa: nel corso dell’anno sono stati 216.078 i cattolici che hanno certificato davanti alle autorità pubbliche di lasciare la Chiesa, vale a dire il 29% in più rispetto all’anno precedente, il 2017, quando gli abbandoni erano stati 167.504. Il numero dei cattolici in Germania nel 2018 ammontava a 23.002.128 (nel 2107: 23.311.321). Complessivamente i cattolici rappresentano il 28% dell’intera popolazione tedesca.

Parlano le cifre

Anche la Chiesa evangelica non è stata risparmiata dal medesimo fenomeno: nel 2018 coloro che sono usciti sono stati circa 200 mila, cioè l’11,6% in più rispetto all’anno precedente. I protestanti rappresentano oggi il 25,4% della popolazione.

Per la Chiesa cattolica, gli abbandoni del 2018 costituiscono il secondo dato più alto dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il segretario della conferenza episcopale, p. Hans Langendörfer, gesuita, presentando i dati ha commentato: «L’attuale statistica è preoccupante. Non c’è nulla da mascherare. Le cifre confermano una tendenza presente nella Chiesa già negli anni passati». E ha aggiunto, osservando i numeri attuali e lo sviluppo negativo della Chiesa: «Vogliamo essere più autocritici e costruttivi».

Si è quindi riferito anche allo studio pubblicato lo scorso anno riguardante lo sviluppo numerico dei membri della Chiesa. La prognosi secondo cui i cattolici in Germania entro il 2060 si dimezzeranno, sembra plausibile. «La credibilità è perduta», ha sottolineato p. H. Langendörfer, a causa dei «processi di alienazione o della grande sfiducia che si è diffusa».

Secondo i dati diffusi dalla conferenza episcopale, risulta tuttavia che gli altri numeri sono rimasti relativamente stabili. Per quanto riguarda i matrimoni, anzi, si è verificato un lieve aumento: 42.789, nel 2018; 42.523 nel 2017. Una lieve diminuzione è avvenuta invece per battesimi: 167.787 nel 2018; erano stati 169.751 nel 2017. Le prime comunioni sono regredite da 178.045 nel 2017 a 171.336 nel 2018; le cresime da 138.069 nel 2017 a 132.941 nel 2018, e i funerali religiosi da 243.824 nel 2017 a 243.705 nel 2018.

Nel 2018, inoltre, 6.303 fedeli sono ritornati alla Chiesa cattolica (nell’anno precedente, 6.685). Anche gli ingressi sono leggermente diminuiti : 2.647 nel 2017, 2.442 nel 2018. Leggermente diminuita è anche la partecipazione alla messa domenicale, dal 9,8% del 2017 al 9,3% del 2018.

Stabile è rimasto sostanzialmente il numero dei preti (13.560 nel 2017 e 13.285 nel 2018. Altrettanto stabile è rimasto il numero dei diaconi permanenti e dei referenti pastorali.

Se queste leggere oscillazioni nei numeri indicano una struttura pastorale della Chiesa sostanzialmente stabile, ciò che invece ha shoccato i vescovi e i rappresentanti della Chiesa è stato il numero degli abbandoni. Come ha affermato anche il segretario generale della conferenza episcopale, i dati rappresentano «una sfida enorme». Dicono che è necessario un cambiamento per recuperare la credibilità e la fiducia. A questo scopo occorrono sincerità, trasparenza e risposte adeguate ai problemi dei tempi.

Le reazioni dei vescovi

Come hanno reagito i vescovi alla pubblicazione di questi dati statistici? Abbiamo raccolto alcuni loro interventi sulla base di quanto pubblicato nel sito katholisch.de del 19 luglio scorso.

Il vicario generale dell’arcidiocesi di Monaco e Freising, Peter Beer, ha invitato a interpretare i numeri come un incentivo: «Dobbiamo riflettere – ha affermato – sulla ragione per cui abbiano perduto il contatto con così tante persone. Come possiamo migliorare qualitativamente le nostre proposte? Come possiamo raggiungere la gente?». È importante non solo riflettere a partire dalla proposta esistente, ma riconoscere i bisogni attuali delle persone. « Dobbiamo far sentire che la fede cristiana ha davvero un senso e dà alla vita un buon orientamento».

Abbandoni registrazioni ecclesiali

L’arcivescovo di Bamberg, Ludwig Schick, ha aggiunto che la ragione profonda potrebbe essere l’allentamento del legame con la Chiesa. A suo parere, i numeri degli abbandoni e quello dei battesimi possono essere contrastati da una buon agire pastorale e da un’azione intrapresa con spirito missionario.

«Dobbiamo – ha affermato – considerare le statistiche come un segnale d’allarme per un maggior impegno in vista del vangelo e della fede. Abbiamo bisogno di nuovi impulsi nella pastorale, in particolare in quella delle famiglie, affinché i genitori facciano battezzare i loro bambini e li introducano nella Chiesa».

L’amministratore diocesano di Augsburg, Bertram Meier, ha dichiarato di essere preoccupato, oltre che per il numero degli abbandoni, anche dalla diminuzione dei fedeli alla messa. «È un fenomeno strisciante – ha detto – che si manifesta da anni e che mi crea grande preoccupazione». Questo sviluppo «ci presenta uno specchio che ci pone la domanda: “Quanto salutari sono le nostre celebrazioni liturgiche, quanto confortata se ne torna a casa la gente?”».

ll vescovo di Würzburg, Franz Jung, ha dichiarato: «Si tratta evidentemente della credibilità della Chiesa». Il suo agire è sempre più sottoposto alle riserve dell’individuo. «In quanto Chiesa siamo chiamati a convertirci e a compiere degli sforzi in un mondo pieno di proposte di senso per guadagnare persone a Cristo».

Il vescovo di Passau, Stefan Oster, ha sottolineato che ogni abbandono addolora. «Naturalmente in questo hanno un ruolo importante la crisi degli abusi e i molti dibattiti pubblici. Noi dobbiamo tener presenti le vittime e fare di tutto per il nostro rinnovamento. «Nell’attuale mondo frenetico e superficiale», le grandi domande di senso, di profondità, la sofferenza, la morte come sono proposte dalla Chiesa, spesso non hanno spazio alcuno. Oster si è rivolto alle gente dicendo: «Rimanete! Impegnatevi per la vostra Chiesa e, soprattutto, cercate l’incontro con colui che è e che sta al centro: Gesù Cristo!».

Il vescovo di Eichstätt, Gregor Maria Hanke, ha affermato: «Dobbiamo andare di più incontro alla gente e mostrare ad essa che il cammino nella comunità di fede ha un senso». Nella sua diocesi, «l’indicibile scandalo degli abusi e quello finanziario» avrebbero fortemente danneggiato la fiducia. Ma con il «chiarimento senza riserve» degli scandali sono stati compiuti grandi sforzi per appianare la strada della buona Novella verso il cuore della gente.

L’arcivescovo di Berlino, Heiner Koch, ha annunciato di voler intensificare gli sforzi per recuperare la fiducia perduta; nello stesso tempo, ha ringraziato tutti coloro che, «in una società in così rapido cambiamento, continuano a sentirsi Chiesa e ad appartenere ad essa con un forte impegno personale e finanziario».

Ma in un’intervista a domradio.de della diocesi di Colonia l’arcivescovo Koch ha detto di avere dubbi che la tendenza alla diminuzione dei membri della Chiesa cattolica possa essere fermata con le riforme. «Io sono per le riforme – ha affermato –, ma non credo che basti questo per convincere la gente a tornare nella Chiesa». Ciò vale anche per la Chiesa protestante. I vincoli con la Chiesa, la tradizione e quelli familiari si sono ormai infranti a più livelli.

Tuttavia si è detto «molto fiducioso» circa il futuro della Chiesa, che però dovrà assumere una forma nuova: «Dobbiamo essere una Chiesa del tutto nuova e abbiamo bisogno di nuovi legami. «Questa – ha concluso – è la grande sfida» davanti alla quale si trova oggi la Chiesa.

Anche secondo mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza, oltre alle ragioni personali, ad alimentare il numero delle uscite «un fattore decisivo è costituito dagli scandali». Ci sono persone che decidono di abbandonare la Chiesa «perché sono estremamente deluse e non riescono più ad accettare i suoi rappresentanti come testimoni credibili». Kohlgraf, parlando degli scandali degli abusi, ha dichiarato: «È proprio per i crimini contro i bambini, gli adolescenti e le persone bisognose di protezione che la Chiesa ha perso molta della sua credibilità».

Anche le argomentazioni tradizionali riguardanti «i cosiddetti temi sensibili come l’ordinazione delle donne, l’omosessualità o il celibato» – ha precisato il vescovo – non convincono più la gente. A tutto questo si aggiungono anche le delusioni personali che alcuni avrebbero provato da parte dei funzionari della Chiesa, per esempio in occasione di un lutto.

«Non siamo più presi in considerazione dalla gente», ha sostenuto il vescovo di Münster, Felix Glenn. I numeri non sono confortanti». La gente andandosene ci fa capire se ci ritiene ancora credibili e degni di fiducia e se la comunione con la Chiesa per loro è sostanzialmente necessaria per una vita buona e riuscita». Per molti purtroppo non è così. Certamente lo studio pubblicato lo scorso anno sugli abusi nella Chiesa cattolica per molti è stato il momento decisivo per andarsene dalla Chiesa.

«I numeri non sono belli, ma non mi scoraggiano», ha detto da parte sua, il vescovo di Hildesheim, Heiner Wilmer. «La decisione di lasciare la Chiesa è solitamente l’esito di un lungo processo. La Chiesa deve trarne le conseguenze. In particolare gli scandali di cui è responsabile devono essere elaborati e resi impossibili in futuro mediante «un sistema efficace di controllo e di divisione dei poteri». Inoltre, la Chiesa deve rimanere aperta al dialogo con i fedeli e prendere in considerazione le loro esigenze. Ciò vale in particolare per la critica che le viene rivolta.

Abbandoni registrazioni ecclesiali

L’amministratore capo di Plettenberg (Treviri), Ulrich Graf, davanti ai dati degli abbandoni, ha invitato a compiere «nuovi passi» per rimettere in gioco la Buona Novella di Dio, rivolta agli uomini. «A questo scopo è urgentemente necessario cambiare alcune cose: gli atteggiamenti, i metodi di lavoro e anche le strutture». È molto doloroso il fatto che molti avvertano che la Chiesa non corrisponde più alle esigenze concrete della loro vita.

Un parere simile ha espresso anche il vicario generale della diocesi di Aquisgrana, Andreas Frick, il quale ha dichiarato: «È evidente che non raggiungiamo più molta gente. Dobbiamo imparare a raccontare il messaggio del Vangelo in maniera nuova».

Infine, il vicario generale della diocesi di Limburg, Georg Franz, secondo il quale «l’abuso sessuale e il modo con cui la Chiesa l’ha gestito si riflettono chiaramente sul numero degli abbandoni. La protesta della gente è evidente… Molti hanno perso la fiducia nella Chiesa. E i dati sono il risultato di sviluppi sociali ed ecclesiali che vengono da lontano. Oltre al numero dei membri della comunità che stanno diventando sempre più anziani, c’è anche il fatto che la Chiesa e la fede hanno esercitato un ruolo sempre minore nella vita di molti. La Chiesa «deve guardare più realisticamente al nostro tempo e intraprendere in maniera decisa e attiva delle vie missionarie».

Quali rimedi proporre?

Da questa rassegna di pareri raccolti nell’ambiente episcopale si possono ricavare varie consonanze sul modo di interpretare questo drammatico fenomeno degli abbandoni e dei problemi che pone.

Anzitutto sono tutti d’accordo nel sottolineare gli effetti nefasti che ha avuto la crisi degli abusi, soprattutto dopo la recente pubblicazione dello studio effettuato su questo argomento. Ma la crisi che molti segnalano ha radici più profonde ed estese. Uno dei fatti più dolorosi segnalati è il progressivo allontanarsi di molti – e questo è ben riflesso nei numeri – a causa di una perdita di fiducia nella Chiesa e nei suoi rappresentanti. Molti non la sentono più vicina a loro, ai loro problemi e in grado di dare risposte convincenti alle nuove situazioni.

Cosa fare? A parte lo shock dolorosamente avvertito in seguito alla diffusione degli ultimi dati, molti vescovi sono del parere che la Chiesa deve tornare al popolo, deve incontrare la gente, là dove si trova, per annunciare il Vangelo in maniera nuova ed efficace. Occorrono cioè «nuovi passi», purché siano accompagnati da cambiamenti – come ha dichiarato Ulrich Graf – negli atteggiamenti, nei sistemi di lavoro e nelle stesse strutture. Ci vuole una Chiesa – come ha affermato il vescovo Heiner Wilmer – «aperta al dialogo, che sappia andare incontro a tutti con stima e sia in grado di accettare costruttivamente le critiche».

Abbandoni registrazioni ecclesiali

La Chiesa tedesca, com’è noto, sta intraprendendo un cammino sinodale. Ma, secondo il giovane teologo dogmatico, Michael Seewald (31 anni), docente presso l’università di Münster, non è detto che «il cammino sinodale» produrrà risultati concreti tali da riuscire a pacificare durevolmente la Chiesa in Germania. A suo parere, il cammino sinodale sarebbe più che altro uno strumento «per mettere pressione». E si è detto meravigliato che, oltre ai problemi riguardanti il potere, la morale sessuale della Chiesa, lo stile di vita dei sacerdoti e la questione delle donne, «ci sia stato un rinvio del tema dell’autorità». Ciò significa – ha affermato – che sempre più spesso si continua a «definire cattolico colui che deve aderire a determinati pronunciamenti ritenuti immutabili». In questo fatto ha detto di scorgere un «allarmismo magisteriale» e un’«immagine assai ridottiva di Chiesa».

Di altro parere invece il segretario generale del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, Stefan Vesper, secondo il quale non bisogna accettare che l’aumentata crescita degli abbandoni sia un fatto irreversibile. Piuttosto deve costituire un «incentivo a percorrere il processo di riforme del cammino sinodale con coraggio e in maniera decisa». 

Monte Tabor: incendio sul lato est del Monte

 Custodia Terrae Sanctae

Giovedì 25 luglio, in serata, sulla parte est del Monte Tabor è divampato un grande incendio non lontano dal Santuario della Trasfigurazione.”Intorno alle ore 17:00 le forze dell’ordine sono arrivate al Santuario facendo evacuare per sicurezza la comunità di Frati Minori Francescani addetti al Santuario e la Comunità di Mondo X che risiede stabilmente di fianco al convento” racconta Fr. Ricardo Maria Bustos, vicario ed economo locale. 

La bellezza non basta, la musica delle parole non basta, la poesia deve anche essere “buona”, nutriente.

Se non amplia gli orizzonti di chi legge, se non porta effetti collaterali positivi nella vita di chi la frequenta può essere serenamente, beatamente dimenticata, facendo posto ad altri nutrimenti letterari più corroboranti. È una delle regole di quel decalogo implicito che connota la vita e l’opera di Margherita Guidacci, e che rende così interessanti, così concretamente “utili” i suoi saggi critici (e così belli e originali i suoi versi). Lo ha messo in luce con chiarezza Ilaria Rabatti nella documentatissima, appassionata introduzione al libro Il fuoco e la rosa. Quattro Quartetti di Eliot e Studi su Eliot (Petite Plaisance, 2006) che ripropone traduzioni e saggi tanto interessanti quanto poco noti; in due casi, pubblicati anche dal nostro giornale (Itinerario dalla terra Desolata il 21 maggio 1986 e Una Lady silenziosa e dolcissima indica la rotta ai naviganti il 26-27 settembre del 1988).

Margherita Guidacci con in braccio  sua figlia Elisa

Nei curricola vitae dei grandi scrittori ci sono spesso entusiasmi giovanili e infatuazioni letterarie destinate a non lasciare traccia. Per Margherita Guidacci, ad esempio, l’innamoramento per il cosmo simbolista è stato tanto violento quanto passeggero, una full immersion che risale al periodo degli studi universitari legata, spiega Rabatti, alla «gran mole di lavoro andata poi beatamente perduta» compiuta durante l’elaborazione della tesi di laurea su Ungaretti, assegnatale da Giuseppe De Robertis nel 1943.

In realtà, ricorda la scrittrice fiorentina nell’articolo Coscienza di un confine («Stagione, lettere ed arti», anno III, n. 11, p. 8), «la mia tesi di laurea doveva vertere sulla poesia italiana contemporanea (si era allora negli anni di guerra, in pieno rigoglio dell’ermetismo) poi per ragioni di tempo e di salute si restrinse invece al solo Ungaretti. Posso dire (…) di non avere fatto mai studi più coscienziosi. Nella fornitissima biblioteca di Giovanni Papini, in cui, per gentile concessione dello scrittore, mi recavo ogni sera percorrendo a tastoni, nell’oscuramento, il tratto fra via della Mattonaia e via Guerrazzi, il materiale non mancava davvero (…) riempivo quaderni su quaderni di appunti, inseguendo le diramazioni dalla triplice fonte di Rimbaud-Verlaine-Mallarmé, oltre alla larga arteria di Valéry, fino ai rigagnoli più capillari ed esterni, dei Ghil o dei Fabre (…) Come poi tanta mole di lavoro abbia potuto andare per me così beatamente perduta, è un altro fatto, che resta da spiegare. Ognuno di noi è naturalmente selettivo, permeabile a certe esperienze, impermeabile ad altre, indipendentemente dal tempo e dall’applicazione che vi dedica: come ogni pianta sceglie dal terreno determinate sostanze e non altre, e non cresce finché non ha trovato quelle che la nutrono».

Il decadentismo «evidentemente non mi nutriva — confessa la Guidacci — né quello di cui mi ero cibata nella biblioteca di Giovanni Papini, né quello di cui avevo osservato, con un timore reverenziale, i riflessi nella Firenze ermetica del mio tempo».

Ben più sostanziosa per la scrittrice è la poesia di Emily Dickinson, di John Donne e di T.S. Eliot, o la prosa di Ernest Hemingway e, in generale, la voce di quegli autori che sentono la necessità di una letteratura più aderente alla vita, usando magari un linguaggio meno “puro”, ma più concreto e denso di pensiero. Scrittori in cui l’impegno intellettuale è sempre sorretto da una immaginazione plastica e lussureggiante, forse più difficili da tradurre, ma sicuramente più interessanti e “nutrienti”. Il tema del nutrimento interiore che deriva dalla traduzione torna anche nell’intervista concessa dalla scrittrice a Ennio Ercoli, La coscienza e il senso dell’assoluto. «Quello della traduzione — racconta Guidacci — è stato per me un lavoro formativo, mi ha nutrita, mi ha aperto delle prospettive. Soprattutto rispetto ad Eliot per quanto riguarda quel concetto dell’intersezione dell’eterno nel tempo che venne acquisito in un momento di crisi della mia generazione e che ci ammoniva ad agire bene, distaccati dal frutto dell’azione, che richiamava il valore cristiano riproposto con voce moderna. Sì, posso dire che in quel momento la poesia di Eliot è stata un conforto infinito».

Un sollievo profondo e duraturo; un cibo per l’anima senza date di scadenza a breve termine, scaturito però da una costante, aspra battaglia con testi complessi, difficili da traslare in un altro universo simbolico.

Sui problemi della traduzione poetica la Guidacci tornerà spesso, in molti scritti e in tante interviste. «In tutte, comunque, con decisione — nota Ilaria Rabatti nella sua prefazione/saggio — afferma la strada che seguirà sino alla fine: non tradurre mai sistematicamente, ma perseguendo con paziente impegno un’ambizione di bellezza».

Una bellezza, anche qui, non fine a se stessa ma utile a uno scopo ben preciso, capace di donare al testo tradotto una nuova incarnazione, nel senso letterale (e cristiano) del termine. «Tradurre — scrive Guidacci parlando dei suoi studi su Eliot — è sempre stata per me un’esperienza molto importante. Un’esperienza che sento, in qualche modo, affine a quella creativa. Non si tratta, infatti, di travasare da una lingua all’altra, ma di far rivivere nella lingua d’arrivo ciò che era vivo e produceva effetti vitali nella lingua di partenza: arrivare, insomma, all’anima di una poesia e offrirle una nuova incarnazione. Per ottenere tale risultato si devono mettere in opera esattamente gli stessi mezzi che ci soccorrono nel creare una poesia originale; risolvere gli stessi problemi di senso, di suono, di ritmo; armarsi della stessa pazienza e capacità di attesa e, qualche volta, affrontare la stessa disperazione».

La riflessione sul testo precede, accompagna e segue sempre il duello corpo a corpo con il solenne, sentenzioso periodare del poeta di Saint-Louis. Durante il lavoro di traduzione, la Guidacci metterà mano, infatti, al saggio I Quartetti di Eliot, pubblicato sulla rivista «Letteratura» nell’ottobre del 1947.

«Fu uno dei primi se non addirittura il primo in Italia — sottolinea con legittimo orgoglio la stessa autrice — a trattare diffusamente del capolavoro eliotiano»; un testo uscito in inglese nel 1944 e conosciuto in Italia solo dopo la fine della guerra.

Ai versi di Eliot Guidacci riconosce un alto valore nutritivo, talvolta persino terapeutico, apprezzando soprattutto la poesia drammatica, nel tentativo di recuperare quella dimensione corale della poesia che nel Novecento è stata spesso trascurata.

I poeti del secolo breve, nota la scrittrice, fanno fatica a usare la prima persona plurale; perso di vista il “noi” e la dimensione epica del bene comune rischiano di affondare nelle secche di un intimismo sentimentale sterile.

Eliot, invece, nei suoi momenti più alti — come nei cori de La Rocca o nel lamento delle donne di Assassinio nella cattedrale — è capace di ricomporre «la frattura fra l’artista e il tempo».

Ed è facile allora rendersi conto di come la lirica «fra tutte le forme poetiche — scrive la Guidacci nel testo “Il pregiudizio lirico” (ampiamente citato nel saggio di Rabatti) — non solo non sia oggi la più indicata ad esprimere questa realtà, ma sia addirittura intrinsecamente la più insufficiente. Quanto era viva e operante nel primo Ottocento la spinta individualistica, tanto viva e operante è oggi l’aspirazione ad una comunità in cui l’individuo si sviluppi in armonia con gli altri, in un contemperamento di diritti e di doveri».

Al mito della solitudine dei vittoriosi o dei vinti di stampo romantico «si contrappone oggi — continua Guidacci — un desiderio di fraternità: tanto più dopo che due guerre mondiali ci hanno insegnato (specialmente la seconda) come gli uomini su questa Terra si salvino o si dannino insieme (…) È la crisi inversa, e l’alba di una fase sociale molto differente da quella su cui germinò la lirica romantica. Ed essendo una fase in cui l’uomo non è considerato isolato, ma al centro di rapporti con altri uomini, alla poesia si offrono come vie di agganciamento alla realtà molto meglio le forme pluralistiche, quali la drammatica, la satira, che non la lirica».

D’altronde, chiosa Guidacci, gli esempi positivi, anche nel tanto vituperato secolo breve, non mancano. «Se guardiamo alle direzioni più valide della poesia mondiale, vediamo come il passaggio, ad esempio, dalla lirica alla drammatica sia da più parti in atto: basterebbe ad esemplificarlo il cammino di Eliot. E oltre che da Eliot le più alte cime della poesia di questo secolo sono state, per l’appunto, toccate da un poeta anche drammatico come Federico Garcìa Lorca e da un poeta essenzialmente drammatico come Bertolt Brecht». Ciò che dà voce alle domande più autentiche dell’uomo è di per sé religioso, anche se non viene mai citata la parola Dio, ribadisce Guidacci nei suoi saggi critici. «Non comprendo come si possano contrapporre la prima e la seconda metà dell’opera di Eliot chiamando religiosa soltanto quest’ultima, da Ash-Wednesday in poi. Si integrano a vicenda come due emisferi di una medesima sfera». E il cristianesimo di Eliot, precisa la scrittrice (descrivendo, inconsapevolmente, anche la propria lotta interiore) «non ha niente dell’evasione, di un ripiego a cui l’anima si determini per sfuggire a un’intollerabile angoscia. Eliot non è giunto al cristianesimo perché stanco di una intense moral struggle abbia a un certo punto, deciso di concedersi dei bewildering minutes, un appagamento sentimentale; vi è giunto proprio al termine di quella moral struggle, accettata e combattuta fino in fondo con immenso coraggio».

di Silvia Guidi

Osservatore Romano

Alla ricerca della voce di Dio

Il ragazzo che mormora “Infinito” non è andato lontano per cercare di comprendere l’esperienza fondamentale dell’uomo (e sì di dirla, riuscendoci stupendamente). È andato dietro a casa sua. L’esperienza dico del sentirsi limitato, assiepato dal finire delle cose e dal limite. E al contempo, come spesso sottolinea nei Pensieri e nello Zibaldone, l’esperienza di aborrire questo senso della fine, il finire delle cose che amiamo. Quando succede la fine di qualcosa di bello, non prendiamo atto e basta. Il cuore e la mente ribollono, si oppongono, patiscono. A volte gridano. Leopardi muove da questo dato semplice, esistenziale, (innegabile a costo di voler negare la nostra natura) per mettere a fuoco il problema dell’Infinito. È proprio del mistero dell’esser nostro sentirsi invaso dal desiderio di qualcosa che non ha luogo nei confini del mondo, di conoscere un infinito che però — il poeta autore di saggi astronomici lo sapeva — in natura non esiste. Tutto è misura, dicevano gli antichi e i moderni lo sanno con più sgomento non avendo favole, illusioni o miti a coprire questa verità cruda. Ma allora, come fare, come vivere ? 

In questa poesia che tutti pensano di conoscere e che mi sono portato addosso, tra i denti, nel respiro, nella bestemmia, nella preghiera per mesi e mesi girando ovunque e da questo è nato il libro di chi scrive E come il vento. L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo (Roma, Fazi Editore, 2019, pagine 166, euro 15) avviene qualcosa. Un passaggio capitale. Troppo spesso non visto o non voluto vedere. È certo una poesia “ambientale”, una poesia che, come dice Vittorio Gassman in un filmato che abbiamo ripescato per l’omaggio delle RaiTeche, se fosse nato a Catanzaro Leopardi non avrebbe scritto…Però “questo” colle e “questa” siepe in quanto luogo di un teatro universale sono divenuti un ovunque, perché dappertutto vi sia un uomo veramente vivo si trova il problema dell’infinito. Leopardi sale su un colle, che non è più il “monte” petrarchesco. E anche in questa aurea che Ungaretti indica come “ironica” nel senso di una sorta di esperienza enorme ma in miniatura, insomma una sorta di “ironico” abbassamento, avviene qualcosa. Leopardi chiamava questi Idilli“avventure storiche del mio spirito”. In genere, invece, si pensa a questa poesia come a un momento estatico, di illuminazione o sperdimento. Si tratta sì di una grande esperienza interiore, ma per nulla immobile. In questa poesia un giovane fa l’esperienza di un cuore che quasi “si spaura” e poi di un dolce naufragio. Tra le due esperienze, evidentemente, succede qualcosa che non è solo legato a elementi compositivi della poesia, magnetica e vivissima. Infatti abbiamo certo il passaggio da un ambito determinato dal senso della vista (“mirando”, “fingo” etc.) a uno dell’udito (“odo stormir”) nonchè un passaggio dalla dimensione dello spazio suggerito dalla presenza della “siepe” a una enigmatica esperienza del tempo (“e mi sovvien l’eterno etc.”). Ma il passaggio fondamentale che si compie in questa poesia è altro. Si tratta di una questione molto rilevante. Si tratta, in sintesi, della messa in scena, per così dire, del motivo per cui la cultura greca, da Aristotele ai poeti di quella civiltà immensa, considerava l’apeiron, (che possiamo tradurre come “innumerevole”,” infinito, senza confini”) con una specie di timore e terrore e la nostra civiltà che, per ora, invece no. Intendo che oggi noi diciamo “infinito” senza provare spauramento, ma indicando una dimensione certo difficile da immaginare ma attrattiva e in un certo senso affascinante. E questo lo si deve a quel che in questa breve e strana poesia accade. È un cambio che ha conseguenze enormi dal punto di vista antropologico. Si badi: Leopardi è poeta immenso, contraddittorio, pensatore vivacissimo e magmatico. Sta nella storia della letteratura “come un tir rovesciato in autostrada”, secondo la felice immagine di un critico letterario. Sulle caratteristiche del suo pensiero si “combattono” vari fronti interpretativi, con il rincorrersi di diversi luoghi comuni. E non cesseranno mai, come per ogni autore “mondo”. Restano altissimi in ogni caso il gradimento e la curiosità destati dalla arte meravigliosa e sofferente del giovane che mormora “Infinito”. Cresce la sua empatia con i giovani del nostro tempo. E dunque cosa succede in questo testo che come ogni poesia è analogo a una danza, a un movimento di parole, a un corpo che si deve osservare bene nelle sue giunture, slanci e controtempi? A metà della poesia, dopo che il fingersi l’infinito ha provocato quasi il blocco dello spauramento, accade il vento…”E come il vento/ odo stormir tra queste piante…” 
Apriamo il libro dei Re, di certo presente al giovane Leopardi che indica la Bibbia esser oltre a Omero suo libro della gioventù, come è ovvio per il genere di formazione che aveva ricevuto. Elia, il profeta, è in fuga, vorrebbe morire, i profeti sono tutti morti, ma Dio lo nutre e lo fa camminare. Il profeta non sa bene cosa fare e cerca la voce di Dio. 
“Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. 
Anche sul colle di Recanati avviene una brezza (“stormir”), si presenta una “voce” comparabile con il silenzio. Si esce dalla finzione e si entra nella comparazione, uno spazio di conoscenza che non si può esprimere se si resta fuori dalla poesia, dove la verbi copula fa in modo che stupet omnis regula. Siamo nei territori della conoscenza mediante un segno, i territori che frequentiamo quando dobbiamo renderci conto delle realtà più importanti della nostra vita e che non sono enti misurabili e visibili (l’amore, l’amicizia anch’essi infinitamente sfuggenti a ogni “definizione” ma conoscibili attraverso i segni). 
L’Infinito, che sfugge e spaura ogni speculazione o finzione immaginativa, che era temuto dai greci, amanti della forma e quindi sospettosi verso l’apeiron, si fa qui, come nella grotta di Elia, incontro al profeta attraverso un segno, vento che stormisce tra le fronde. A questo punto accade qualcosa di interiore: “sovvien”, sale alla coscienza una esperienza nuova dell’unione tra eterno e tempo (passato e presente). Infatti, l’uomo e solo l’uomo abita temporalmente l’universo. Le montagne non contano i minuti, le querce non si sentono invecchiare. I computer non si sentono ringiovanire. In questa poesia che inizia con un “sempre” si dà un passaggio: la possibilita che l’infinito dia un segno, attraverso cui farne esperienza. Il giovane nutrito di Bibbia sta diventando un uomo sofferente, portato a vedere “tristo” l’esistere, ma sulle orme di Giobbe e Salomone, di contro a quel che pensavano gli ottimisti e gli spiritualisti “nemici di Cristo” , sono sue parole. Si inventerà, un po’ barando secondo Ungaretti che lo bracca in alcuni saggi spaventosamente forti e sottili, la nozione di “indefinito” per provare ad addomesticare questo “mare” dell’infinito che lo ha ossessionato fino alla fine dei giorni — come accade a tutti i poeti grandi e maledetti di allora, ad esempio Baudelaire — stando a certe pagine del giovane De Sanctis che incontra a Napoli nel ‘36 il conte Leopardi malato e gentile. Una poesia prodigiosa, biblica e umanissima, dove emerge il valore del segno, contro ogni astrazione e speculazione che “nel pensier” prova vanamente a catturare un’immagine di quel che il nostro cuore desidera davvero. Solo un infinito che si fa conoscere per segni diviene “questa immensità” e “questo mare” dove è possibile la paradossale esperienza di naufragare dolcemente, cosa che sanno i bambini, gli amanti, e coloro che i segni ventosi del mare conoscono.

di Davide Rondoni

Osservatore Romano

Cultura / La necessità di amare trova una strada a dispetto di tutto

A partire da una storia vera, Fuoco al cielo di Viola Di Grado (La nave di Teseo) racconta la vita di Tamara, nata a Musljumovo, un villaggio al confine della Siberia, poco lontano da una città segreta. C’erano in Unione sovietica le città segrete, deputate alla produzione di missili e bombe atomiche, dalle quali nessuno poteva uscire, dove si viveva nel benessere, fra balli e buon cibo, e ottima istruzione per bambini nel migliore dei casi dal sistema immunitario fragilissimo. Nel 1957 un incidente diffonde radioattività in tutta l’area, ma già da prima e senza interruzione le scorie nucleari vengono smaltite nel fiume. Negli anni Novanta, nel villaggio desolato, svuotato dalle morti, abbandonato dalle famiglie in fuga, Tamara, ex maestra elementare, vive una storia d’amore con Vladimir, infermiere di buona famiglia giunto da Mosca. Il paesaggio è uno dei protagonisti della storia: contorto, polveroso. L’angoscia, attraverso le pagine di Viola Di Grado, si avverte con precisione: è l’aria stessa che si respira a Musljumovo, nessuno però la nomina. La radioattività, la malattia fisica e psichica, sono state riassorbite nella normalità. Per tutti gli abitanti, non per Tamara, che non riesce a liberarsi di un tormentato, autentico, profondo bisogno di amare. Tamara e Vladimir, nel loro amore autentico, tormentato e doloroso, concepiscono un figlio che, come tanti altri bambini a Musljumovo, nasce e muore subito. La disperazione di Tamara è profonda, sembra senza riscatto, ma un giorno succede qualcosa, una voce al telefono le dà un’indicazione; e lei trova un essere vivente dietro a un cespuglio. A dispetto di tutto, in lui, Tamara riconosce il figlio perduto. Scritto in una lingua ossessiva, frasi brevi che si susseguono e non danno tregua, un lessico immaginifico, assertivo, non ovvio, spesso potente, Fuoco al cielo è un libro sull’amore in territorio estremo. È un libro aperto alla speranza: la necessità di amare iscritta nell’intimo, a dispetto di ogni circostanza, trova una strada.

di Carola Susani

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