STORIE DELL’ALTRO MONDO PASOLINI E IL CALCIO. DA LINGUAGGIO A “RAPPRESENTAZIONE SACRA”

Ultimo dei tre appuntamenti dedicati a Pier Paolo Pasolini e il suo rapporto con il mondo del Calcio.

da Il Fatto Quotidiano

Questo excursus attraverso ilrapporto tra Pasolini e il calcio ci porta, in conclusione, a quello che è – nell’opinione di chi scrive – il contributo più alto offerto dall’intellettuale bolognese al mondo del calcio. Avevamo concluso il primo articolo affermando che Pasolini, amante di questo sport in ogni sua forma, ha intuito quale sia il comun denominatore che lo porta ad apprezzare forme di calcio così diverse.

Tale contributo viene pubblicato su Il Giorno del 3 gennaio 1971. In tale articolo, Pasolini si dedica ad un’inaudita interpretazione del gioco del calcio. Il titolo parla da sé: «Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori».

Per l’autore, il gioco del pallone è un “sistema di segni”, una lingua articolata a sua volta in differenti varietà, che corrispondono a differenti stili di gioco. Il meccanismo di creazione del significato nel calcio non è così differente da quello di una lingua parlata. Esistono infatti delle unità minime di significato, battezzate scherzosamente podemi, che corrispondono ai fonemi linguistici: la loro combinazione dà origine alla sintassi del gioco del calcio, un discorso regolato da vere e proprie norme. L’unità minima podemacorrisponde a «un uomo che usa i piedi per calciare un pallone» e grazie alla combinazione di molteplici unità si possono formare infinite parole calcistiche.

Nella linguistica del calcio ideata – o scoperta? – da Pasolini, gli stili di gioco corrispondono a dei sottocodici linguistici, che si muovono da un estremo, la poesia, all’altro, la prosa realista. I migliori interpreti del gioco prosastico sono le squadre centro-europee, che antepongono la costruzione del sistema sintattico allo spunto individuale, privilegiando dunque un gioco geometrico e corale. I migliori poeti sono invece i brasiliani e in generale tutti i latinoamericani: il loro calcio privilegia il dribbling, ovvero la soluzione fulminante, artistica e individualista che vede un calciatore liberarsi da solo dell’avversario, senza la necessità di dover scambiare il pallone con un compagno.

L’Italia si colloca più o meno a metà tra questi due estremi, con la sua prosa estetizzantecorrispondente al gioco corale che non disdegna affatto gli individualismi. Pasolini riconosce dunque che ogni popolo è caratterizzato, per ragioni storico-culturali, da una particolare varietà di linguaggio calcistico. E non ha paura ad affermare che i giocatori italiani, «con il fondo quasi sempre conservatore e un po’ speciale… insomma, democristiano», ben rappresentano la cultura dell’Italia del tempo.

Nel linguaggio del calcio, anche nel gioco più prosastico e corale, è tuttavia previsto un momento di poesia. Si tratta del goal: «Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno».

Il calcio è dunque un linguaggio. Un linguaggio intuitivo, giocato coi piedi e un pallone, utilizzabile in qualsiasi circostanza: non ha necessariamente bisogno di una porta, di un arbitro, di un risultato. «Chi non conosce il codice del calcio non capisce il significato delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi)».

Pasolini conosce bene il linguaggio del calcio. Ed è questa conoscenza che gli permette di parlarlo e interpretarlo in qualsiasi contesto: che si tratti di due calci al pallone coi“ragazzi di vita” o di una partita contro le vecchie glorie della Serie A in uno stadio. E’ dunque il podema l’unità minima, ciò che permette al poeta di apprezzare la realizzazione del discorso-calcio in qualsiasi contesto e declinazione.

Ma il linguaggio del calcio non ha il solo scopo di realizzare la comunicazione fra calciatori: «I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice». Questo sport dunque, con i suoi giocatori-cifratori che comunicano, seguendo delle regole canoniche, con una massa di tifosi-decifratori, altro non è che un rituale religioso:

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E’ rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui unmondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.

Nella seconda metà del Novecento, i grandi riti di massa sono finiti o in declino: la catarsi del teatro, la messa cattolica, la liturgia fascista. È il calcio l’unico fenomeno ancora capace di coinvolgere le masse, di farle evadere dalla realtà, di rapirle in un’estasi di sentimenti collettivi. Ed è un rito che si basa, come sottolinea Pasolini, sul rapporto carnale fra l’esecutore e i testimoni, per cui la presenza fisica delle due parti è fondamentale. Ilcinema non può assolvere alla funzione di rito, proprio per la mancanza fisica dell’esecutore.

Pertanto il calcio, in quanto manifestazione fine a sé stessa, assolve principalmente il ruolo di rappresentazione sacra.

È un ruolo che in parte mantiene ancora oggi, resistendo a stento allo strapotere della comunicazione, che ha ormai svuotato di sacralità il rito portandolo nelle case degli interessati a qualsiasi ora. Tuttavia, il calcio continua ad essere un linguaggio senza il quale il rito non può essere compreso, così come i partecipanti al rito continuano ad essere accusati per la vanità della propria fede calcistica.

Eppure, nell’epoca dell’immediatezza, del flusso incontrollabile di news, dell’apporto esagerato di informazioni superflue, il rito del calcio riesce ancora ad essere uno dei pochi fenomeni della società capace di costruire storie, leggende, miti. Nell’era dello strumentale e dell’utilitaristico, resiste ancora come attività priva di un’utilità immediata.Forse questa visione può sembrare ingenua, poiché è chiaro a tutti che il calcio sia ormai dal punto di vista economico un enorme mercato in cui la legge vigente è senza dubbio quella del profitto. Ma, citando Eduardo Galeano, che forse centra appieno l’essenza immodificabile di questo sport, «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia». Ed è forse questa la chiave del rito: la sua imprevedibilità e incontrollabilità, che lo fa sfuggire al calcolo e al potere umano per collocarlo, per forza di cose, nell’ambito del super-umano.

LEGGI ANCHE: Pasolini e il Calcio. Il pallone è l’oppio dei popoli?

FOTO: www.footballa45giri.it

Guccini: la mia vita tra Brel, Brassens, Pasolini e Bob Dylan

fonte: linkiesta.it

Pubblichiamo un estratto del libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest’affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Claudio Magris. E, in questo estratto, Francesco Guccini.

Il cartello stradale reca scritto: Pavana. Nel cuore dell’Appennino emiliano, già provincia di Pistoia. Fermo la macchina, oltre- passata la segnalazione, per accertarmi di essere sulla strada giusta; una gentile farmacista mi rassicura: «La sua casa è proprio quella». Ne seguo alla lettera le indicazioni e varco il cancello dell’abitazione. Premo il campanello e mi trovo davanti il Maestrone, come lo chiamano dai tempi dell’Università a Bologna.

Guccini non ha i vezzi del cantautore moderno. Ed è proprio come lo immaginavo, come l’ho conosciuto dai brani musicali. «Da ragazzino volevo fare lo scrittore e ci sono riuscito. Il primo romanzo me lo hanno pubblicato perché ero già conosciuto come autore. Ho iniziato a suonare con gli amici ai tempi del rock ‘n roll e sono quindi entrato in un’orchestra da balera».

Interrompe la musica e l’Università di Lingue per i di- ciotto mesi della leva obbligatoria (esperienza che andrebbe recuperata). Il primo giorno di militare si trova a Lecce in una serata torrida di luglio. Le divise odorano di nuovo e ai neoarrivati tocca prendere ago e lo per cucirsi le mostrine sopra il berretto. «C’era una tristezza diffusa, arrivò un to- scano e disse: “Ma è tua quella chitarra? Perché non canti qualche cosa?”. Stringemmo un patto: se cantavo, lui cuciva. Cantai e facemmo festa allontanando la tristezza; la chitarra ha risolto tante situazioni».

Al termine del servizio militare ritorna in università ma cambia facoltà iscrivendosi a Lettere. Lì ha la fortuna di avere come professore un grande italianista, Ezio Raimondi («negli ultimi anni ho poi avuto la possibilità di incontrarlo diverse volte a cena con amici»). Contemporaneamente lavora in una redazione come cronista, sempre trovando margini di tempo per scrivere le proprie canzoni. Sono gli anni in cui comincia a collaborare con il gruppo I nomadi e scopre di aver successo. Ma è ancora indeciso, incerto, tanto è vero che «il mio primo LP non ospita tutte canzoni rmate da me, perché non ero iscritto ancora alla SIAE e non ero certo di farlo». Poi arrivano altri dischi e i primi concerti e capisce che questo sarà il suo mestiere. Gli domando se la passione per la musica è nata tra le mura di casa:

«Mio padre da giovane ha suonato un po’ il mandolino, mia madre cantava in casa insieme a mia nonna. In generale le signore di un tempo accompagnavano le faccende di casa con i canti; ricordo il vasto repertorio popolare di mia nonna. In più qui ci troviamo tra collina e montagna, il Corno si trova a 2.000 metri di altez- za. L’assenza di tante attività, come potevano esserci in città, ha permesso di concentrarsi sulla musica».

All’indomani dell’esperienza da cronista e dopo aver intrapreso la carriera da cantautore, lavora per quasi vent’anni al Dickinson College, la scuola off campus a Bologna dell’Università della Pennsylvania. Guccini, però, non aveva concluso il percorso di laurea: «Terminati gli esami mi ritrovai all’inizio della carriera da cantautore e finii per trascurare la tesi che trattava di canto popolare. Molto tempo dopo, alla ne degli anni Ottanta, pensai di presentare come tesi quello che poi sarebbe diventato Il Dizionario del dialetto pavanese, ma in segreteria mi dissero che ci sarebbero state da pagare tasse universitarie esorbitanti, così lasciai perdere». Ma quasi a saldo di quell’impegno riceverà in corso di carriera due lauree honoris causa, la prima in Scienze della Formazione e la seconda, per l’appunto, in Lettere.

I luoghi di Guccini sono Pavana, Bologna e Modena dove nasce quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia: «Mio padre era già in guerra ed è tornato due anni dopo aver fat- to molto tempo in campo di concentramento. Mia madre era carpigiana, abitavamo lungo il ume accanto ai tre mulini. Di ritorno dalle prigioni mio padre riprese a lavorare nelle Poste e mia madre proseguì nel fare la casalinga. Il papà era perito elettromeccanico e avrebbe tanto voluto studiare alle Magi- strali, leggeva moltissimo, in particolare di storia». Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferisce a Bologna «per un caso strano»: il padre torna a casa e annuncia che un collega delle Poste è alla ricerca di un collega disposto a fare a cambio con lui che desidera trasferirsi a Modena. «Ci trasferimmo a Bologna. Vi rimanemmo sino a che mia moglie ha ottenuto la cattedra di Lettere alle scuole medie in queste zone di Pavana».

Interrogato sui maestri, Guccini ne ricorda due in particolare. Il primo è Franco Violi, il professore di Lettere e Latino alle magistrali con una smisurata passione per la storia medievale e la toponomastica, il secondo è il già citato Ezio Raimondi. «Per quanto riguarda i maestri letterari ne ho avuti moltissimi perché ho sempre letto molto; capitava che prendessi in un certo periodo un drizzone per un autore, allora divoravo tutto ciò che aveva scritto. Dal punto di vista musicale, beh, prima ci sono stati i francesi Jacques Brel e George Brassens: amavo quel tipo di canzone, l’armonia e il linguaggio. Poi mi sono appassionato ai cantacronache italiani all’inizio degli anni Sessanta: da Fausto Modei a Italo Calvino, passando per Pier Paolo Pasolini. C’era spazio anche per ilcabaret, come si capisce anche dal mio 1° album».

Ma il vero spartiacque nel genere arrivò con Bob Dylan che «dettò il clima e l’orientamento di quel tempo». «Ma poi sono andato avanti con le mie gambe».

Quando gli domando di parlarmi dei suoi allievi sorride. «Ci sono alcuni in cui risento parte del mio stile, ma la cosa che mi genera più simpatia è quando ascolto cantanti che imitano la mia erre arrotata». Da quattro anni non scrive più canzoni e ci tiene a sottolineare che non si è mai chiuso in casa a scrivere brani per il disco in uscita:

«Capitava che venisse un’idea e dal momento che avevo sempre sotto mano una chitarra mi mettevo a pro- vare un giro armonico e costruivo la melodia. I primi tempi ero veloce, una canzone nasceva in un paio di ore, eccezion fatta per La locomotiva per la quale ho impiegato venti minuti. Ma di recente ho perso interesse a tenere sotto mano la chitarra, non aveva più senso per me scrivere canzoni».

Ora è molto più preso dalla scrittura: ha all’attivo tre romanzi, un libro di racconti, un libro sulle canzoni, un Dizionario delle cose perdute e sette gialli. «Con l’amico Loriano Machiavelli abbiamo creato sette gialli, due con un personaggio della guardia forestale e dato che pare che stia per scomparire dob- biamo cambiare lavoro al personaggio», dice ridendo. «Per il giallo ognuno fa un capitolo, poi l’altro lo rilegge e lo riguarda». Quanto allo scrivere ha molta facilità, non nutre il terrore della pagina bianca. «Mi siedo e vado, se sono stanco lascio perdere, non ho l’ossessione delle ore di lavoro. Dopo aver riletto tendo ad aggiungere più che a togliere». La sua prima correttrice è la moglie Raffaella. «Mi tratta come un suo alunno e mi segnala tutti gli errori sottolineandoli. Sto cercando di spiegarle che si tratta di stile, ma non ne vuole sapere. Ogni tanto discutiamo».

Cerco di riorientare la conversazione in materia di musica e, più nello specifico, in merito alle opportunità che ci sono oggi in questo ambito. «A essere sinceri sono poche: sono presenti 3-4 multinazionali della discografia che hanno inglobato ogni cosa e hanno sistemi molto diversi di produzione da quelli con cui sono cresciuto. I talent scout che selezionano i nuovi cantanti trovano spesso ragazzi molto preparati tecnicamente ma privi della scorza che si acquisisce cantando in una balera o per strada». Calca le parole sul fatto che la discografia oggi è molto attenta a fare successo in tempi brevi. «Ma il mio primo LP che ha avuto successo è stato il quarto, i primi tre non hanno avuto un riscontro d’affari. Oggi non potrei rientrare in codeste logiche». Chiosa l’argomento dicendo che vale la pena dedicare una vita a questo mestiere se l’interesse non è volto a diventare un cantautore professionista ma alla musica. «Il contenuto di una canzone è il suo cuore. Oggi molte persone passano da casa mia per salutarmi», ne deduco che la gentile farmacista abbia dato indicazioni non solo a me, «succede perché le canzoni hanno suscitato un qualcosa che è rimasto. Qualche giorno fa ero in clinica per un problema di calcolo e una suora si è avvicinata dicendomi: “Ascoltando alcune delle sue canzoni mi sono convertita”». Comincia a sorridere: «Ho detto alla suora che non poteva darmi la colpa di questo». Di esempi sull’incidenza dei contenuti ne ha molti da raccontare. Come quando la Polizia gli chiese di essere il testimonial per una campagna di prevenzione per gli incidenti stradali per il successo di pubblico che ebbe con Canzone per un’amica.

Ci addentriamo nel territorio delle canzoni: «Il più importante dei primi album è stato Radici, che ha avuto il pubblico più ampio. A seguire Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo di Bologna dove ho abitato. In ne l’ultimo, il ventiquattresimo, L’Ultima Thule». Nel parlare delle creature musicali ricorda il fascino provato nei confronti della sala di incisione, la novità della tecnologia dei macchinari. «All’inizio trascorrevo l’intera giornata in sala d’incisione per controllare l’intero processo; poi la noia incombeva. Siamo arrivati a registrare l’ultimo album al Mulino dei miei nonni, dove c’erano stanze normali e gli spazi mi ricordavano di quando le persone camminavano accompagnati dai muli, dai somari, con il carico di grano da trasportare.

Ero incuriosito e divertito dall’idea di lavorare in un luogo simile. Abbiamo attrezzato lo studio e forse l’aspetto più complicato è stato portare il pianoforte a coda. Abbiamo cantato come non facevo da tempo, potevo persino fumare in quel posto. L’ultimo album si è rivelato prezioso: avevo in testa di chiudere il percorso musicale con un’isola lontana di antiche mitologie, poi vidi un quadro che la rappresentava, ma non individuavo l’immagine corretta per la copertina. Inseguivo una gura di veliero abbandonato in un mare glaciale e poi conobbi un fotografo specializzato in aurore boreali, Luca Bracali, che aveva scattato l’immagine che cercavo. Lo incontrai in trattoria. Come capitò per mia moglie. La tratto- ria è sempre stata strategica per me». Si accende una sigaretta per facilitare la memoria: «Amo l’album Radici in cui ci sono diversi brani che preferisco, come Bisanzio, Amerigo, Signora Bovary,Piccola città, Incontro. Ci sono poi alcuni che sono nati in un determinato periodo storico ma che sono attuali, come Nostra Signora dell’ipocrisia, o Libera nos Domine o Addio in cui mi scaglio contro le barbarie della nostra società. Quasi mai ho scritto canzoni politiche, a parte la Locomotiva che più che altro è romantica. Peraltro i miei brani cantati da altri sono pochi, ma Dio è morto l’hanno cantata in moltissimi e ultimamente la chiedono ancora. Poi sono affezionato a Vorrei che ho scritto per Raffaella quando l’ho conosciuta».

Guccini non ha mai scritto una canzone al mattino, lo ha sempre fatto la sera o di notte. Oggi, però, va a dormire sul presto, com’è uso in montagna

«Mi sedevo abbracciando la chitarra, a volte le canzoni venivano da sé, altre volte tardavano. Tutto nasceva da un personaggio o da una vicenda che mi aveva colpito in qualche modo». Come accadde per il primo disco, nel 1966: si stava muovendo verso Milano con un budget povero, un amico di Modena gli disse che era morta in un incidente stradale un’amica comune, tornò per un periodo di pausa e scrisseCanzone per un’amica. Oppure quando voleva scrivere un brano per il prozio emigrato in America in qualità di minatore. «Volevo raccontare la storia di due Americhe, la sua legata al lavoro, la mia ideale e adolescenziale. Faticai a ingranare l’argomento, ma poi nacque». Un’altra canzone è stata Bisanzio alla quale Guccini ragionava da tempo. Si mise a leggere di tutto per reperire spunti e colori di una storia che riusciva a immaginare solamente nei tratti più sommari. Trovò lo spunto nella vicen- da della Rivolta del Niké quando Giustiniano era in procinto di fuggire e fu fermato dalla madre che così gli parlò: «Quando uno è nato nella porpora deve avere il coraggio di morirci». Giustiniano prese i soldati e vinse la guerra. «Leggendo molto mi sono imbattuto nel nome di Filemazio che è poi diventato il personaggio della canzone, un vecchio a cavallo fra due mondi tanto cronologici quanto geogra ci». Persino la Bambina por- toghese è nata da un racconto. Così molte altre. «Per qualche altro brano invece è capitato un avvenimento che mi ha spinto a tradurlo in canzone».

«In fondo scrivere è sempre ciò che ho fatto, prima su un pentagramma e oggi su pagina bianca».

Distrutto lo stencil di Pier Paolo Pasolini a Santa Chiara

Pasolini deturpato e strappato via. Non è durata nemmeno un anno l’opera del maestro Ernest Pignon-Ernest, rappresentante il poeta, scrittore e regista che ricambia lo sguardo di chi lo osserva, mentre regge il suo stesso cadavere. Lo stencil dell’artista francese (decano della street art internazionale che già ha lavorato nel centro storico di Napoli negli anni Ottanta) è scomparso totalmente dall’ingresso della basilica di Santa Chiara su via Benedetto Croce, dove, tra l’altro, Pasolini girò alcune scene della sua versione cinematografica del “Decameron”. Un’esistenza troppo breve per quest’opera, inaugurata a fine giugno 2015, e già vandalizzata pochi giorni dopo, con due orrendi graffi, spessi come artigliate. In questi giorni, lo stencil è scomparso del tutto. Grattato via dai teppisti e dall’indifferenza. Così muore, per l’ennesima volta, il poeta Pier Paolo Pasolini. (testo e foto paolo de luca)

in napoli.repubblica.it

a cura di associazione Kurr – Chia (VT)

http://chialand.altervista.org/

Vendesi chiese al migliore offerente. Peccato si potrebbero affidare ai preti sposati

Quotidiani-638x425La crisi tocca proprio tutti, nessuno escluso. Una ex chiesa risalente al ‘700 situata nei dintorni della cittadina marchigiana di Porto San Giorgio è stata messa in vendita dai suoi proprietari. La chiesa, oggi sconsacrata, è infatti stata trasformata in un abitazione di 280 metri quadrati, con tre camere da letto, tripli servizi ed un giardino circostante.
L’annuncio chiarisce che l’edificio necessita di un restauro, ma la cifra richiesta è decisamente sotto la media dei prezzi di mercato per un edificio di quelle dimensioni, cui va aggiunto il pregio artistico della struttura: 250mila euro.

In Italia sono diversi gli edifici un tempo adibiti a chiesa che oggi hanno una diversa funzione. Nella Capitale moltissime strutture un tempo sacre oggi sono state riadattate a studi d’arte o ristoranti, ma nonostante ciò è insolito trovarle in vendita di fianco ad appartamenti e locali commerciali come se non si trattasse di un luogo insolito. Il fenomeno riguarda anche altri Paesi europei, in particolare le nazioni del Nord Europa. La Chiesa anglicana, per esempio, chiude in media i battenti una ventina di edifici all’anno. I tedeschi, negli ultimi dieci anni, hanno appeso il “vendesi” a più di cinquecento strutture religiose. Circa 200 chiese danesi sono inutilizzabili. Ma il Paese più coinvolto tra tutti è l’Olanda, dove i cattolici stimano che nei prossimi dieci anni due terzi delle loro 1600 chiese verrà chiuso, una sorte comune a quella di 700 edifici protestanti. (AN in farodiroma.it)

Il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati da anni offre collaborazione ai Vescovi con chiese chiuse da riaprire, fino ad oggi senza nessun riscontro. (ndr)

Verbania, la sfida del prete-calciatore: “Lo sport aiuta a educare”

ARIANNA TOMOLA
VERBANIA

Alla squadra di calcio di Terza categoria mancava un giocatore, così l’allenatore ha deciso di convocare e schierare il prete. L’Oratorio San Vittore, team di Verbania, ha fatto esordire don Riccardo Cavallazzi, entrato a dieci minuti dalla fine nella gara con i novaresi del Soccer Oleggio. Il sacerdote non si è sbottonato la tonaca come fece Terence Hill nel film di don Camillo del 1983, quando entrò in campo in jeans a sfidare i «devils» di Peppone. Si è tolto semplicemente gli occhiali, facendo il suo ingresso con la divisa biancazzurra e accendendo il tifo dei ragazzi arrivati a incitare il San Vittore a Mezzomerico.

Un passato in Promozione

«Caso vuole l’ultima partita che ho disputato prima di entrare in seminario è stata proprio su quel campo con una squadra di amatori» ricorda don Riccardo, 35 anni, di Borgomanero. Nonostante la buona volontà non è riuscito a far rimontare la squadra, sconfitta 3-1, anche se le qualità non gli mancano visto che prima di seguire la vocazione ha giocato un anno in Promozione nel ’98-’99 con il Briga, continuando dopo un infortunio tra Seconda e Terza categoria col Real Borgomanero e infine con un team di Csi.

Sempre presente nei tornei dei seminaristi, stavolta ha fatto la sua prima presenza in Federcalcio da quando a giugno è diventato sacerdote. «Sono arrivato a settembre a Verbania, dove da quest’anno con l’allenatore-animatore Alex Aromando è nata una prima squadra che si inserisce in un progetto educativo – racconta -. È un’esperienza positiva, si sta creando un bel gruppo. Attraverso il calcio si cerca di insegnare il rispetto; il singolo lavora per il bene di una squadra, non solo di se stesso».

 

«Niente bestemmie»

Parlare di valori nel calcio è diventato difficile, tra bestemmie e violenze che si registrano dalla serie A fino ai campi di periferia. Ma l’Oratorio San Vittore vuole distinguersi dando l’esempio: «Prima di accettare di far parte del gruppo i giocatori sono consapevoli che ci sono determinate regole. Portiamo in giro il nome dell’oratorio e non bestemmiare è una delle priorità». Don Riccardo è coadiutore del parroco di Intra don Costantino Manea e insegna alle scuole medie.

Le sue giornate sono piene di impegni per dedicarsi ai più di 200 bambini che frequentano il catechismo. Con loro si tiene allenato nel campetto sintetico, ma pure in quello spelacchiato con una Madonna dipinta dietro la porta vicino la basilica. Alcuni ragazzi tifano Toro come lui, «la passione granata è di famiglia». Ma a fargli i complimenti per il debutto ci sono stati giovani di ogni fede, anche calcistica.

 lastampa.it

La storia. Fratelli gemelli: entrambi diventano preti

Dai banchi delle elementari fino alle superiori – condividendo tra l’altro la passione comune per il calcio – hanno frequentato sempre le stesse scuole seppure in classi diverse, fino al liceo scientifico “Einstein” di Rimini. Dopodiché entrambi, a un anno di distanza l’uno dall’altro, hanno fatto il solenne ingresso nel convento dei frati domenicani di Bologna.

Inseparabili in tutto, perfino nella vocazione religiosa.

È una storia dai tratti speciali quella deifratelli gemelli Pari: fra Michele (al secolo Roberto) e fra Fabio, nati il 14 ottobre 1987 a Rimini, che domani alle 18 nella basilica patriarcale di San Domenico a Bologna verranno ordinati presbiteri dall’arcivescovo di Smirne, il domenicano Lorenzo Piretto.

Con i fratelli Pari verrà ordinato diacono un altro figlio di san Domenico, Luca Refatti, classe 1979 con alle spalle la maturità clas- sica e una laurea in scienze internazionali e diplomatiche e un’esperienza nel volontariato internazionale.

L’evento di domani si inserisce in un momento di grazia per i frati predicatori: ricorrono infatti gli 800 anni dalla fondazione dell’Ordine (1216-2016). Nella basilica bolognese riposa tra l’altro, sotto un’imponente arca, il fondatore dell’Istituto: san Domenico di Guzman (1170-1221).

Ma a colpire del rito di domani è l’eccezionalità di questa ordinazione perché coinvolge due gemelli, appartenenti allo stesso Istituto. «Nel nostro Ordine – rivela fra Michele – ci sono due coppie di gemelli in Inghilterra e in Polonia, in Italia ci sono due sorelle gemelle monache a Bergamo. Non saremo dunque i primi».

La molla che ha indotto i due ragazzi quasi 29enni a vestire lo stesso abito bianco e nero, – quello dei “cani del Signore” i domenicani – è stata la storia di questa famiglia religiosa. Ma non solo. «La spinta che ci ha aiutato nella scelta – annota fra Fabio – è stato il contatto personale con Dio nella preghiera, nello studio e nello stile di vita maturato dall’incontro con l’esperienza domenicana, antico ordine mendicante da sempre dedito alla preghiera, alla contemplazione e alla predicazione del Vangelo ».

Tra i dati interessanti di queste due vocazioni c’è anche il loro percorso accademico: fra Michele ha conseguito la licenza in teologia sistematica alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino “Angelicum” a Roma, mentre fra Fabio, dopo aver trascorso un anno a Gerusalemme per apprendere la lingua ebraica, sarà destinato a frequentare a Roma il Pontificio Istituto Biblico. «Non siamo pazzi o visionari – raccontano i fratelli Pari –. Siamo solo ragazzi che hanno risposto a una chiamata. Non c’è niente da perdere in una vita accanto a Dio, anzi c’è tutto da guadagnare».

Avvenire

Vaticano, Morales regala tè di coca al papa

È durato 27 minuti, ieri mattina in Vaticano, il colloquio tra papa Bergoglio e il presidente della Bolivia, Evo Morales. Un colloquio privato, nella Sala della Biblioteca, iniziato con un abbraccio e il saluto affettuoso del presidente aymara: «Ah, fratello Papa, che gioia vederla. Come sono contento». E’ seguito uno scambio di regali con le conseguenti simbologie. Prima di tutto, Morales ha consegnato una cartella di documenti al papa: “Qui c’è la lettera dei movimenti popolari e tutto il materiale” – ha detto. Un documento inviato dalla Central Obrera Boliviana (Cob) e dalla Conalcam (Coordinadora Nacional Por el Cambio) in cui si analizza il ruolo della chiesa cattolica in Bolivia e quello dei movimenti sociali.

Il nodo affrontato è soprattutto il documento pastorale della Conferenza episcopale di Bolivia (Ceb), emesso il 1 di aprile, in cui i vescovi denunciano la penetrazione del narcotraffico nelle strutture statali e in quelle della polizia. Due giorni dopo, Morales ha invitato le alte gerarchie cattoliche – che in America latina conducono una guerra aperta contro tutti i presidenti socialisti – a rendere espliciti i loro sospetti e a pubblicare i nomi, altrimenti – ha detto – risulterà chiaro che il vostro è un attacco al movimento indigeno. E così, Morales ha offerto al papa tre libri sulla coca – Coca una bio-banca, Coca, dieta citogenica, Coca, fattore anti-obesità . Bergoglio ha risposto: “Grazie”, e Morales ha aggiunto: “La bevanda a base di coca gliela raccomando, io la prendo e mi fa molto bene, così ce la fa per tutta la vita”.

Non è la prima volta che Morales spiazza il papa con gesti simbolici forti. A luglio del 2015, durante il viaggio di Bergoglio in America latina, all’aeroporto gli ha messo al collo un sacchetto con le foglie di coca. E poi gli ha regalato un crocifisso a forma di falce e martello. Una scultura in legno che il pontefice ha portato con sé in Vaticano e che riproduceva uno dei disegni del gesuita “comunista” Luis Espinal, torturato e ucciso dai paramilitari agli ordini di Luis Garcia Mesa, il 22 marzo del 1980: due giorni prima che un altro gesuita, il vescovo Oscar Romero, fosse ucciso in Salvador dagli squadroni della morte.

Due esempi fra i tanti di quel periodo, in America latina, teatro della lotta senza quartiere scatenata dagli Usa e dai suoi regimi contro “il pericolo rosso”. Questa volta, Morales ha portato con sé il busto in legno che raffigura l’eroe indigeno Tupac Katari, vissuto tra il 1750 e il 1781. Un capo aymara che guidò una delle più importanti rivolte contro le autorità coloniali nell’Alto Perù (l’attuale Bolivia), torturato e squartato. Prima di essere ucciso, il leader pronunciò una frase profetica: “Tornerò e sarò milioni”.

Un grido ripreso dagli indigeni di Bolivia durante le lotte che hanno portato alla presidenza l’ex cocalero Morales. Bergoglio ha porto al suo ospite la medaglia di San Martino, patrono di Buenos Aires, che ha donato il suo mantello ai poveri, e due volumi: la recente esortazione sulla famiglia, “Amoris Laetitia” e un suo libro, “Il nome di Dio è misericordia”. E Morales: “Vengo da un paese il cui patrono è san Francesco, sono stato in un sindacato che aveva il nome di san Francesco e ora c’è un papa che si chiama Francesco”. Poi, i due hanno discusso di politiche sociali e dei rapporti tra lo stato boliviano e la chiesa.

E arriva in Vaticano anche il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, per illustrare la sua visione dello sviluppo coniugata alla giustizia sociale, e per dare il suo apporto alla prossima enciclica di Bergoglio, che lo ha invitato come consulente. Intanto, si celebrano, fino a domani, i 25 anni dell’enciclica precedente, di Giovanni Paolo II, la Centesimus Annus, pubblicata all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Per l’occasione, la Pontificia Accademia delle Scienze sociali ha promosso un convegno internazionale a cui è stato invitato anche il senatore democratico Bernie Sanders, in corsa per le primarie del suo partito contro Hillary Clinton.

Il senatore “socialista”, che continua a infiammare le platee nordamericane per i suoi discorsi antimilitaristi e contro le ingerenze, è stato accusato di aver voluto sfruttare il viaggio per conquistare – lui ebreo non praticante – il prossimo voto dei tre dei cinque stati più cattolici degli Usa, New York, Rhode Island e Connecticut. Padre Lombardi, portavoce del Vaticano, ha ribadito che non ci sarà un incontro privato con il papa. Ma Sanders ha detto che il viaggio è valsa la pena perché “il papa è una figura straordinariamente amata in tutto il mondo, enormemente popolare negli Stati uniti”.

E ritrovarsi insieme ai due socialisti latinoamericani, Morales e Correa (quest’ultimo reduce da un viaggio negli Usa, dove ha presentato un documentario sul suo paese) può essere il messaggio giusto per conquistare il voto progressista della comunità ispanica.

ilmanifesto.info

Non esiste nessun legame concettuale tra il sacramento dell’Ordine e il celibato

E’ stato formalmente sancito dal Concilio di Trento (1545-63), per ragioni assai terrestri; in particolare per impedire la dispersione dei beni ecclesiastici lungo la discendenza dei figli illegittimi, ma numerosi, dei Papi, dei Vescovi, dei preti.

Serve, dunque, un ripensamento teologico della funzione sacerdotale. Purtroppo la teologia è assai più lenta della sociologia a prendere atto della realtà. Ma questa si fa strada da sola.

Non c’è dubbio che il prete oggi, più di ieri, porta sulle spalle il sovraccarico di una “missione impossibile”, di aspettative sovrumane verso di sé che vanno a cozzare contro la sua ontologia reale. Persona reale e missione entrano in contraddizione. Parliamo, a questo punto sì! di celibato. Poiché la struttura di ogni uomo è Logos e Eros, emozione, sentimento, corporeità, sessualità, un prete non è un uomo maturo, se non tiene insieme tutte queste dimensioni. Solo una persona matura può sublimare le pulsioni naturali fino a praticare il celibato. Ora, le ricerche sulla maturità umana dei preti sono decisamente allarmanti. Per Conrad (1971) il 60/70% dei preti manifesta immaturità emotiva; il 20/25% immaturità psichica; solo il 10/15%  è maturo. Indagando sullo sullo “sviluppo umano” dei preti, Kennedy, Heckler, Kobler, Walker (1995) arrivano alla conclusione che l’8% sono “male sviluppati”; il 57% sottosviluppati; solo il 35% sviluppati. Tutto ciò apre il capitolo del ruolo dei seminari.

fonte: santalessandro.org

Le vittime di un prete pedofilo a Lione: ‘sì alle misure, ma il Cardinale Barbarin deve dimettersi’

Le nuove norme antipedofilia decise dai vescovi francesi dovranno essere digerite e meditate dai cattolici e soprattutto da chi, nel mondo cattolico, è stato toccato direttamente dal fenomeno pedofilia nella Chiesa.

A Lione, le vittime di Padre Preynat hanno creato un’associazione, La parole libérée .

François Devaux, 37 anni, ne è il presidente. Ecco la sua prima reazione alle decisioni del clero:

Le misure vanno nella giusta direzione, mostrano una vera evoluzione. Ma hanno saltato qualche tappa, nell’approvarle, anche se queste decisioni sembrano giuste e credibili, mancano ancora molti elementi.

Devaux ha detto a Euronews che decine di persone stanno venendo allo scoperto mandando alla sua associazione mail o lettere per denunciare abusi. Quanto all’attuale arcivescovo di Lione, il Cardinale Philippe Barbarin :

Adesso mi aspetto che il cardinale Barbarin si dimetta il più presto possibile. È stato al suo posto già quindici giorni di troppo. Quest’uomo deve lasciare le proprie funzioni. Finché non lo avrà fatto, la fiducia non verrà ripristinata.

Devaux accusa anche il Vaticano e tutti i vescovi di aver ignorato le denunce fatte, nel corso del tempo:

Ho cercato di contattare il Nunzio apostolico, ho chiamato il Vaticano almeno cinque volte. Nessun cardinale ha voluto parlarmi al telefono, neanche uno. E ho detto a tutti i segretari: attenzione questo affare diventerà un vero e proprio trauma per questa istituzione. Devono prendere delle decisioni, per far tornare la fiducia. E solo dopo ci potranno essere le azioni che hanno stabilito, che sono a priori molto buone, ma perché siano credibili, bisogna prima ritrovare la fiducia.

Bernard Preynat è accusato di aver compiuto atti di pedofilia quando era alla guida di un gruppo scout, fra il 1986 e il 1991.

A quell’epoca Philippe Barbarin non era ancora vescovo di Lione, ma l’associazione l’accusa di non aver denunciato i fatti una volta venutone a conoscenza.

euronews

Pompei. Caso molestie, i segreti del prete in sei computer

Pompei. I segreti del prete indagato per stalking e calunnia secondo la Procura di Massa Carrara nei sei computer sequestrati dai carabinieri negli ex alloggi di Pisa e Pompei. Al vaglio degli inquirenti centinaia di video registrati e migliaia di foto scattate da don Antonio Marrese, probabilmente all’insaputa degli altri protagonisti dei filmati, con la telecamera-sveglia trovata sul comodino della sua camera con l’obiettivo puntato sul letto.Timori per le indiscrezioni che potrebbero trapelare dall’inchiesta su don Antonio, ex vicerettore del Santuario mariano di Pompei e poi cappellano della 46esima brigata aerea di stanza a Pisa: allontanato qualche settimana fa dopo l’avvio dell’inchiesta.

Secondo i racconti raccolti dai magistrati e voci insistenti sarebbero decine le persone che si sarebbero servite di raccomandazioni fatte dal sacerdote per aiutare anche giovani militari, che si rivolgevano a lui per ad entrare nell’Arma. Intercettazioni ambientali e telefonate registrate: il prete «spiato» per mesi dagli inquirenti. Dopo lunghe intercettazioni e registrazioni i carabinieri di Pisa, su disposizione della Procura di Massa Carrara, hanno sequestrato anche il telefono cellulare di don Antonio Marrese.

Nuovi sviluppi nell’inchiesta potrebbero scaturire dalle conversazioni telefoniche oltre che dai filmati rinvenuti sul cellulare. I militari hanno ascoltato decine di persone informate sui fatti. Come accennato, nell’ambito delle indagini è stato sequestrato anche il telefonino cellulare del sacerdote, dopo che le sue telefonate sono state intercettate e registrate per mesi. Il sacerdote non ha mai nascosto il suo debole per la divisa da carabiniere. Nel corso delle perquisizioni domiciliari sono stati sequestrati, oltre a molto materiale «proibito» per chi ha scelto il voto di castità e povertà, sei computer, di cui uno di proprietà della 46esima Brigata Aerea, e due hard disk esterni. L’ex vicerettore del santuario è finito nei guai giudiziari a seguito della denuncia di un militare, originario di Boscotrecase, che, a differenza di alcuni colleghi, lo ha denunciato dopo aver rifiutato le molteplici avance sessuali del prete. A cacciarlo via dalla caserma di Pisa è stato, invece, con una telefonata, l’Ordinario Militare d’Italia, monsignor Santo Marcianò, quando il comandante della 46esima Brigata Aerea, generale Achille Cazzaniga, lo ha informato delle gravi e pesanti accuse che sono piovute sul capo del cappellano militare. I suoi modi eccessivamente «gentili», nei confronti di alcuni giovani militari, e la sua ostentata prontezza nel manifestare disponibilità a fare favori di ogni tipo, avevano subito dato il via a discussioni poco simpatiche che avevano turbato non poco il clima all’interno dei diversi ambienti pisani in cui si muoveva in qualità di cappellano del presidio militare.

Il Mattino

Pompei, choc all’ombra del Santuario: l’ex vicerettore è indagato per calunnia e stalking

Secondo le accuse della Procura di Massa Carrara, il sacerdote, Antonio Marrese (nella foto al centro), andato via un anno fa da Pompei, «voleva costringere con ricatto un giovane militare a rapporti sessuali».

È stato rimosso dall’incarico da cappellano della 46esima Brigata Aerea di Pisa, ruolo che ricopriva da giugno del 2015 dopo aver trascorso circa 15 anni nel santuario di Pompei e aver accolto e curato le visite di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e di Papa Francesco. Il sacerdote, che è originario di Picerno, in provincia di Potenza, è stato inchiodato da una denuncia presentata da un giovane militare originario di Boscoreale ma in servizio a Pisa.

Intercettazioni ambientali e telefonate registrate: il prete “spiato” dagli inquirenti. Dopo mesi di intercettazioni e registrazioni i carabinieri di Pisa, su disposizione della Procura di Massa Carrara, hanno sequestrato il telefono cellulare di don Antonio Marrese. Nuovi sviluppi nell’inchiesta potrebbero scaturire dalle conversazioni telefoniche e dai filmati rivenuti sul cellulare. I militari stanno ascoltato decine di persone informate sui fatti.

Il Mattino

Pompei, don Marrese che accolse Papa Francesco accusato di molestie sessuali ad un militare

Prestazioni di natura sessuale più volte richieste dall’ex vice rettore del Santuario di Pompei a un militare che ha più volte rifiutato e, per questa ragione, è stato fatto vittima di una persecuzione con numerose lettere anonime diffamanti.  La “voce” è diventata un boato. È sulla bocca di tutti i pompeiani lo scandalo che rischia di travolgere il buon nome del Santuario.
L’ex vice rettore, Antonio Marrese, che ha accolto da cerimoniere gli ultimi Papi in visita a Pompei, e da settembre scorso è a Pisa come cappellano militare della 46sima Brigata Aerea, è indagato per calunnia aggravata e continuata e stalking nei confronti di un giovane carabiniere che ha denunciato tutto. L’inchiesta a carico del prelato, immediatamente rimosso dall’incarico, rischia di svelare oscure attività che si presumono andassero avanti da anni anche tra le mura della Basilica di Pompei, dove ha operato per circa 18 anni con incarichi di primo piano. Marrese è stato anche segretario dell’Arcivescovo Domenico Sorrentino.

Ma l’interesse dell’ex cappellano militare per i giovani dell’Arma dei carabinieri era da decenni nei discorsi della cittadinanza di Pompei. Ora la Procura della Repubblica di Massa Carrara ha aperto un fascicolo sulla scabrosa vicenda e, durante una perquisizione a casa del sacerdote del clero pompeiano, sono stati trovati indizi importanti relativi alle losche trame a lui attribuite.

In casa dell’ex vice rettore del Santuario di Pompei sono state sequestrate una sveglia al cui interno era stata nascosta una videocamera, una penna dotata di un dispositivo capace di registrare conversazioni audio, un lampeggiante per auto, di quelli con calamita, e alcune pergamene con la denominazione “Patriarca Latinus Hierosolymitanus”, il patriarcato di Gerusalemme dei Latini, che è una sede della Chiesa cattolica immediatamente soggetta alla Santa Sede. Le prime notizie sono trapelate dalla stampa di Pisa. A scriverne è stato “Il Tirreno” di Pisa.

A 24 ore dallo scandalo, l’ufficio stampa del Santuario di Pompei ha diffuso il seguente comunicato: “In merito alla vicenda che vede coinvolto un sacerdote del clero pompeiano, da tempo in servizio presso un’altra struttura ecclesiastica, al centro di una delicata inchiesta della Procura della Repubblica di Massa Carrara, la Curia di Pompei esprime l’auspicio che l’operato della Magistratura, nella quale si ripone piena fiducia, porti ad un rapido accertamento della verità che sta a cuore a tutti. Il sacerdote ha lasciato Pompei da circa un anno. In ogni caso, allo scopo di rendere più liberi gli accertamenti della Magistratura, l’Arcivescovo di Pompei ha invitato il sacerdote ad astenersi dall’esercitare pubblicamente il ministero sacerdotale. Non si può nascondere, perché è vivo, il dolore che provoca l’accostamento del Santuario di Pompei con notizie di questo tipo. La realtà di fede che il Santuario vive ogni giorno, soprattutto in quest’anno del Giubileo straordinario della Misericordia, è sotto gli occhi di tutti e rappresenta, allo stesso tempo, il frutto ma anche il banco di prova della dedizione di tanti sacerdoti chiamati a mettere in pratica quella pastorale della misericordia della quale la “casa di Maria” è luogo privilegiato. La testimonianza più fedele del Santuario, come luogo di preghiera e scuola quotidiana di evangelizzazione, viene dall’afflusso ininterrotto di fedeli in tutte le ore del giorno. Nella loro sensibilità essi avvertono pienamente che a dare ‘parola’ alle preghiere sono le Opere di carità che continuano a fare corona, anche in questi tempi difficili, al monumento vivo alla Vergine, voluto da Bartolo Longo. Pompei è più che mai storia di fede che non può essere minimamente offuscata da vicende che non le appartengono”.
Marrese aveva ereditato l’incarico di don Tiziano Sterli, per quindici anni cappellano militare alla 46esima Brigata Aerea fino al giugno 2015, molto amato e stimato negli ambienti militari e dalla cittadinanza intera. Ma l’ex vice Rettore del Santuario di Pompei, scrive “Il Tirreno”, non  ha «nemmeno festeggiato un anno di permanenza nella cittadella dell’aeronautica pisana.

Il nuovo cappellano militare ha infatti già lasciato il quartiere di San Giusto. E non è andato via per sua volontà. È stato cacciato. Nel giro di poche ore».  Lo ha mandato via con una telefonata l’Ordinario Militare d’Italia, monsignor Santo Marcianò, quando il comandante della 46esima Brigata Aerea, generale Achille Cazzaniga, lo ha informato delle gravi e pesanti accuse che sono piovute sul capo del cappellano militare.

Scomparso il profilo Facebook di don Antonio Marrese, in cui erano postate foto del sacerdote al fianco dei Papi, Ratzinger e Bergoglio, in occasione delle visite dei Pontefici a Pompei, all’epoca in cui il prelato rivestiva il suo ruolo primario nel Santuario, decidendo persino il menù del Santo Padre e assegnando i posti alle autorità.
Un sant’uomo calunniato? Un prudente camaleonte? O semplicemente un uomo malato con una doppia personalità, che – sempre su Facebook – scriveva richiami all’amore “vero” di questo tenore: “L’amore è tra innamorati veri, tramamma e figlio, tra sorrisi e sguardi, l’amore è la famiglia”. E poi, tartassava i giovani militari con metodi e aspettative non consoni al suo abito talare. L’ex vicario del Santuario di Pompei, scrive ancora il quotidiano pisano, «è stato chiacchierato sin dai suoi esordi. I suoi modi eccessivamente “gentili” nei confronti di alcuni giovani militari e la sua ostentata prontezza nei confronti di alcuni nel manifestare disponibilità a fare favori di ogni tipo avevano subito dato il via a discussioni poco simpatiche che avevano turbato non poco il clima all’interno dei diversi ambienti pisani in cui si muoveva in qualità di cappellano del presidio militare».
Né più né meno di quanto si verificava da anni anche a Pompei dove, in seguito a intercettazioni telefoniche che avrebbero ingigantito il fascicolo a carico del prelato, sono state effettuate doviziose ricerche, anche nei computer che erano in uso del sacerdote al centro dello scandalo. Cos’altro rivelerà l’inchiesta? È quanto si chiedono i cittadini di Pompei che di “storie” poco edificanti sui comportamenti dell’indagato ne raccontano tante. Sotto la lente di ingrandimento finirà anche la destinazione delle elemosine che per qualche tempo erano affidate alla responsabilità di don Antonio Marrese, le cui attenzioni per i militari sono state sempre generose, tanto da essere diventato punto di riferimento delle giovani leve.

Ma, scrive senza remore ” Il Tirreno”, «Con uno dei militari il parroco deve aver evidentemente esagerato. Ha insistito più del dovuto per avere con lui dei rapporti sessuali e non si è fermato ai ripetuti rifiuti. È andato oltre e ha cominciato a scrivergli lettere su lettere, con offese e minacce di ogni tipo, diffondendone addirittura copie ai colleghi. Fino a portarlo all’esasperazione. Un giorno il militare non c’ha visto più e si è rivolto ai carabinieri per chiedere aiuto. A loro ha presentato una formale denuncia, alla quale sono seguite accurate indagini da cui sono emersi altri casi di rapporti tra il cappellano e militari del presidio».

Nell’alloggio del cappellano militare, sono state fra l’altro rinvenute numerose buste bianche, già affrancate, del modello di quelle utilizzate per le lettere calunniose all’indirizzo del militare. E ora i pompeiani ricordano l’epoca dell’ex arcivescovo prelato del Santuario di Pompei, il coraggioso monsignor Carlo Liberati, che aveva allontanato don Marrese dal santuario proprio perché troppo chiacchierato, ma poi, subito, divenne bersaglio di una serie di invettive anonime che hanno avvelenato i suoi ultimi anni nella valle del Vesuvio. Un brutto colpo per la cittadella della carità fondata dal Beato Bartolo Longo, che accoglie milioni di fedeli ogni anno ai piedi dell’icona della Vergine del Rosario, un’immagine di cui don Antonio Morrese, per un certo tempo, è stato anche responsabile dei viaggi missionari in USA, Australia, Canada.

Don Antonio Marrese, intanto, si difende dalle accuse: «Incredibile, assurdo. Quel carabiniere era un mio amico e mi ha fatto del male. Non lo vedo da tempo. Le sue sono solo bugie».

fonte: farodiroma

Abusi sessuali, prete di Acireale condannato dal Vaticano

Abusi sessuali, prete di Acireale condannato dal Vaticano

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha rigettato il ricorso presentato da monsignor Carlo Chiarenza, di Acireale, già condannato in primo grado nel luglio 2013 per abusi sessuali compiuti ai danni di Teo Pulvirenti, assistito dall’associazione antipedofilia La Caramella Buona Onlus. Dichiarato colpevole, a Chiarenza vengono comminate una serie pene canoniche: obbligo di dimorare fuori dalla Metropolia di Catania per tre anni in un luogo concordato tra il vescovo di Acireale e il vescovo ospitante; divieto per tre anni di celebrare in pubblico la Santa Messa, gli altri sacramenti e sacramentali; divieto perpetuo di confessare ed esercitare la direzione spirituale, e di ricevere in futuro incarichi ministeriali che possano comportare contatto con i minori; privazione di ogni ufficio ecclesiastico attualmente ricoperto, salvo quanto disposto dall’Ordinario proprio in ordine al suo adeguato sostentamento; divieto di partecipare ad assemblee ecclesiali o manifestazioni civili come pure di rilasciare interviste sui fatti accaduti; risarcire Teodoro Pulvirenti con la somma di 50.000 euro entro 24 mesi dalla data della notifica di questo decreto; pagare le spese processuali pari a 4.000 euro al Tribunale ecclesiastico regionale campano e di Appello di Napoli da liquidarsi nel tempo massimo di due mesi dalla notifica del provvedimento. Qualora Chiarenza non ottemperasse a quanto stabilito gli saranno imposte altre pene canoniche, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. “Non riesco a crederci – dice commosso Teo Pulvirenti da New York, dove lavora – avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della Caramella Buona, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa”.

corrierequotidiano.it

I giornali tra carta e digitale scavalcando il «paywall»

Il Corriere della Sera è stato coraggioso a introdurre sul suo sito, per primo tra i grandi giornali generalisti italiani, il cosiddetto paywall: da fine gennaio si possono leggere gratis fino a venti articoli su corriere.it, mentre per leggerne di più occorre abbonarsi. In un mercato “normale” non ci sarebbe nulla di coraggioso nel chiedere di essere pagati in cambio del prodotto del proprio lavoro, ma nell’informazione su Internet – un po’ per abitudine e un po’ per le caratteristiche specifiche dell’economia digitale – pagare per leggere le notizie è considerata un’anomalia. Quindi ci vuole coraggio per aspettarsi che qualcuno sia disposto ad aprire il portafoglio per leggere le notizie su un sito preciso quando può trovare ovunque, gratuitamente, grosso modo le stesse informazioni (sapendo, nel frattempo, che limitare il numero di lettori significa anche rinunciare a certi incassi dagli inserzionisti pubblicitari). Se però tutti quelli che fanno informazione che potremmo definire “di qualità” prendessero coraggio e imitassero il Corriere adottando la linea del paywallallora il lettore non avrebbe scampo: per informarsi in maniera non superficiale sarebbe costretto a pagare.
Ad oggi non ha nemmeno senso cimentarsi in previsioni: la “rimediazione” del giornalismo scritto dalla stampa al digitale è così rapida e variegata che le sue possibili evoluzioni restano del tutto imprevedibili. Quello che sappiamo, perché a febbraio lo ha comunicato la stessa Rcs, è che nel primo mese di paywall il sito corriere.it ha avuto 26mila nuovi abbonati (tra i quali un numero imprecisato di lettori che avevano un altro tipo di abbonamento digitale e lo hanno convertito, con un piccolo sovrapprezzo, in uno nuovo).
Mentre l’industria dell’informazione aspetta di vedere i risultati che otterrà la cavia corriere.it per capire se ha senso o meno seguire il suo esempio, non si può fare finta di non vedere quello che ogni navigatore un po’ sgamato ormai sa, e che in realtà sanno diversi milioni di italiani, dato che ne hanno già scritto molti siti: il paywall di corriere.it è un muro pieno di buchi. Basta non accettare i cookies o navigare nella modalità “in incognito” per ingannare il sistema in maniera del tutto legale e ripristinare ripetutamente il conteggio dei venti articoli gratuiti. Insomma: non pagare è così semplice che – anche questo non lo diciamo per primi – viene il dubbio che tutte queste scorciatoie siano state lasciate volutamente aperte per non rinunciare del tutto a parecchie migliaia di lettori tanto scaltri quanto indisposti a pagare. Ci vuole coraggio anche a non farsi abbindolare.

Avveniregiornali_italiani

Riforme / La riforma è legge, Senato addio

Via libera definitivo della Camera alle riforme costituzionali. I sì sono 361, 7 i voti contrari e 2 gli astenuti. Era richiesta la maggioranza assoluta dei voti (316), superata abbondantemente dalle forze che sostengono il governo, a cui si sono aggiunti i voti dei verdiniani e dei tosiani. Le forze di opposizione, invece, non hanno partecipato al voto. La palla passa ora ai cittadini, che dovranno esprimersi attraverso il referendum. Il prossimo autunno – questa la data scelta dal governo – Matteo Renzi si giocherà il suo stesso futuro politico, avendo voluto sin dall’inizio legare a doppio filo il suo destino a quello delle riforme.

Il Senato cambia pelle. Il testo predisposto dal governo, con il ministro Maria Elena Boschi in prima fila, è stato presentato l’8 aprile 2014 in commissione Affari costituzioonali del Senato. A mettere la parola fine al lungo iter del provvedimento (approvato oggi in sesta lettura tra Camera e Senato) che ha cambiato 40 articoli della Carta costituzionale sarà comunque il referendum confermativo, previsto per ottobre 2016. La Camera dei deputati sarà l’unica a votare la fiducia al governo, con i suoi 630 deputati eletti a suffragio universale. A Palazzo Madama resta il Senato della Repubblica, ma che sarà composto da 95 membri eletti dai Consigli regionali (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori), più 5 nominati dal presidente della Repubblica. Sull’elezione l’elezione dei futuri senatori porta la novità introdotta su richiesta della minoranza Pd. Saranno i cittadini, al momento di eleggere i Consigli regionali a indicare quali consiglieri saranno anche senatori

Renzi: giornata storica.
“Una giornata storica per l’Italia, la politica dimostra di essere credibile e seria. Adesso noi chiederemo il referendum”. Così il premier Matteo Renzi aggiungendo che “la politica ha dimostrato che riforma sè stessa e la democrazia vince”. “Dopo due anni di lavoro, il Parlamento ha dato il via libera alla riforma costituzionale! Grazie a quelli che ci hanno creduto” scrive su Twitter il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e aggiunge l’hashtag #lavoltabuona.Dopo due anni di lavoro, il Parlamento ha dato il via libera alla riforma costituzionale! Grazie a quelli che ci hanno creduto”. Lo scrive su Twitter il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e aggiunge l’hashtag #lavoltabuona.

Boldrini: parola ai cittadini. “Con il voto di oggi siamo giunti al termine di un percorso parlamentare lungo e travagliato. Ora la parola passa ai cittadini che, con il referendum del prossimo autunno, esprimeranno la loro opinione sulla riforma della Costituzione”. Così la Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, in una nota. “Il mio auspicio è che si sviluppi un confronto pacato, sul merito delle decisioni prese. Per questo ritengo che sarà più che mai necessaria un’informazione puntuale sul contenuto del referendum. Che ad esprimere il loro voto siano cittadini consapevoli è nell’interesse sia dei sostenitori che di chi si è opposto. Ma è soprattutto nell’interesse della democrazia italiana”.

La minoranza Pd: adesso rivedere l’Italicum. Bisogna adesso “riaprire il capitolo della legge elettorale per la Camera. Legge da rivedere nel capitolo su consistenza e modalità di attribuzione del premio di maggioranza, sul nodo dei capolista plurimi a rischio di costituzionalità e su quelli bloccati. D’altronde è in corso una raccolta di firme per i referendum che chiedono di modificare l’Italicum”. Lo affermano Roberto Speranza, Gianni Cuperlo e Sergio Lo Giudice, che guidano le tre aree della minoranza Pd, in un documento dopo il voto della riforma costituzionale.

Avvenire

Papa Francesco in mezzo al guado: sulla famiglia ha le mani legate dai vescovi. Sistematico “contenimento” dello slancio riformista di Bergoglio

Vaticano / due punti cruciali del programma dei riformatori sono stati silenziosamente bocciati dalla maggioranza dell’episcopato mondiale

Come procede il cammino di Francesco? La recente esortazione post-sinodale porta l’aria fresca della realtà nella concezione cattolica della famiglia, esprime un linguaggio e un approccio pastorale nuovi invitando a guardare le persone e le situazioni nella loro concretezza, ribadisce la visione di Chiesa di Francesco come una comunità che consola, accompagna e accoglie gli uomini e le donne del XXI secolo. Ma Amoris Laetitia è un atto papale di governo e di indirizzo, che va misurato anche per il modo in cui riflette gli equilibri interni di un organismo complesso come la Chiesa. I segni delle frenate imposte sono vistosi.

papa675

Già il fatto che da nessuna parte sia citato il termine “comunione aidivorziati risposati”, è eloquente. Più indicativo ancora è che tutta la problematica sia affidata all’esame caso per caso e l’allusione all’eucaristia si trovi solo in una nota a pie’ pagina, la 351, dove si parla genericamente di “sacramenti”. Significa che papa Bergoglio aveva le mani legate e non poteva andare eccessivamente più in là di quanto deciso dai vescovi del mondo nella relazione finale del Sinodo 2015. Sinodi, Concili e Conclavi sono gli unici momenti nella Chiesa cattolica, in cui si manifesta un aspetto partecipativo basato sul principio democratico: un uomo, un voto. L’esito di questi eventi dice molto sulla situazione interna alla Chiesa. La lunga marcia dei due Sinodi rivela che due punti cruciali del programma dei riformatori sono stati silenziosamente bocciati dalla maggioranza dell’episcopato mondiale – vuoi per conservatorismo o attaccamento alla tradizione o paura di muoversi in mare aperto – al punto da farli completamente sparire dall’agenda.

Bisogna riandare al rapporto intermedio del Sinodo dell’ottobre del 2014 per ritrovarli espressi chiaramente.
1. La proposta di un esplicito “cammino penitenziale” valido per i divorziati risposati al termine del quale i coniugi di un secondo matrimonio, soddisfatte certe condizioni, avrebbero potuto accedere alla comunione.
2. Il riconoscimento anche del carattere positivo di una vita di coppia omosessuale. Vale la pena di rileggere quanto scritto allora nella relazione intermedia: “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi, in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. La prima proposta si evinceva già dalla relazione del cardinale Kasper (su precisa sollecitazione di Francesco) al concistoro dei cardinali del febbraio 2014. E’ stata decisamente accantonata e sostituita dall’esame caso per caso affidato al confessore. Una flessibilità dettata dalla necessità, che evidenzierà rapidamente nella Chiesa un panorama a macchia di leopardo. Clemenza in alcuni territori, rigorismo in altri. Come ha detto il cardinale Schoenborn: “Un confessore sarà più disposto, un altro più severo… è il discernimento”.

La seconda proposta era stata redatta dal segretario speciale del Sinodo l’arcivescovo Bruno Forte (scelto personalmente dal Papa) che nello scritto aveva travasato l’impostazione di Francesco, rivelata pubblicamente dalla sua accoglienza in Vaticano di un transessuale con la sua fidanzata e dal suo cordiale intrattenersi negli Usa con un suo ex alunno gay insieme al suo compagno.  L’apertura alle convivenze omosessuali è stata totalmente cassata. Tutti i brani di Amoris Laetitia sul rispetto delle persone omosessuali facevano già parte di documenti di Ratzinger, quando era ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Su questo terreno Amoris Laetitia (per quanto sia noto l’approccio personale di Francesco) non fa nessun passo avanti.

La verità è stata espressa in occasione del terzo anniversario dell’elezione papale da Andrea Riccardi, leader di Sant’Egidio: negli ultimi cento anni nessun Papa “ha mai avuto tante resistenze come Francesco… (internamente ) alle strutture ecclesiastiche, agli episcopati e al clero ”. Parole come pietre, che uno storico della Chiesa non pronuncia con leggerezza. La strategia che il fronte degli oppositori sta adottando è quella di un sistematico “contenimento” dello slancio riformista di Bergoglio. Lo si è visto ai Sinodi. Lo si vede nella Commissione pontificia per la tutela dei minori, dove non passa il principio della denuncia obbligatoria all’autorità giudiziaria da parte del vescovo contro i preti pedofili (se la vittima è d’accordo). Lo si vede nel sabotaggio dell’auspicio papale a porre le donne in posizioni di ”autorità” nella Chiesa.

Il Fatto Quotidiano – di Marco Politi

Pierre succede a Viganò come nunzio negli Stati Uniti

IACOPO SCARAMUZZI

Il nuovo nunzio apostolico negli Stati Uniti è il monsignore francese Chriostophe Pierre, sinora rappresentante pontificio in Messico, che succede a monsignor Carlo Maria Viganò.

Il Vaticano ha reso noto oggi la nomina papale anticipata nelle scorse settimane da diverse indiscrezioni.

Pierre è nato a Rennes il 30 gennaio del 1946, ha svolto la scuola in Francia, con dei periodi in Madagascar e Marocco, ed è stato ordinato sacerdote, nella cattedrale di Satin Malo, nel 1970. Dopo un dottorato in diritto canonico, ha studiato alla Pontificia accademia ecclesiastica di piazza della Minerva, scuola delle feluche vaticane, intraprendendo poi la carriera diplomatica. Ha servito presso le rappresentanze pontificie in Mozambico, Zimbabwe, Cuba, Brasile, le Nazioni Unite di Ginevra, prima di essere nominato da Giovanni Paolo II nunzio apostolico ad Haiti, nel 1995, e successivamente in Uganda, nel 1999. Nel 1997 Benedetto XVI lo ha nominato nunzio in Messico, dove succede a Giuseppe Bertello, e dove, a febbraio scorso, ha accolto Francesco in visita nel paese latino-americano.

 

Succede a monsignor Carlo Maria Viganò, che fu nominato nunzio negli Stati Uniti da Benedetto XVI nel 2011. Precedentemente, Viganò era stato, dal 2009, segretario del Governatorato vaticano. Poco dopo il suo trasferimento a Washington emersero, sulla stampa, delle lettere critiche di Viganò nei confronti dell’allora cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, in merito alla gestione economica del Vaticano e al proprio trasferimento come nunzio negli Stati Uniti, missive che furono all’origine del primo caso di divulgazione di documenti riservati della Santa Sede (vatileaks). Il nome di Viganò, che in questi giorni si trovava a Roma ed è anche elogiato in una cerimonia al North American College, riemerse nelle cronache, più di recente, in merito a un controverso incontro tra il Papa, nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015, e l’impiegata pubblica Kim Davis, che si era schierata contro i matrimoni gay. Viganò, nato nel 1941, ha ora 75 anni, età della pensione.

lastampa.it

Norvegia: sì della Chiesa ai matrimoni religiosi gay

La Chiesa luterana norvegese apre ai matrimoni religiosi gay. Lo ha deciso il sinodo norvegese, riunitosi a Trondheim, con un maggioranza di 88 voti su 115. La decisione e’ stata salutata dal sinodo con una standing ovation. Solo le Chiese di Svezia e Danimarca avevano finora preso una decisione analoga. “E’ un messaggio per le altre chiese – afferma Gard Realf Sandaker-Nielsen, leader del movimento per una Chiesa aperta – l’amore tra due persone dello stesso sesso deve essere riconosciuto in ambito religioso”. I matrimoni gay nella Chiesa luterana saranno possibili, dopo che il prossimo sinodo, previsto per il gennaio 2017, adottera’ il rito per le coppie omosessuali. (AGI)

Per attirare i giovani c’è un vescovo che canta Marco Mengoni

Gesù si è fatto agnostico, i killer si convertono qualcuno è già in odor di santità”. Chiudete gli occhi e immaginatevi un vescovo teologo, calabrese ma in missione in Sicilia, precisamente a Noto, che con tanto di talare nera, anello, croce pettorale e zucchetto viola,canta “Amen” di Francesco Gabbani, vincitore di Sanremo giovani 2016. Intonazione perfetta e concerto per i giovani della sua diocesi invece di un pallosa omelia. Al posto del pastorale il presule imbraccia una chitarra con la quale accompagna le sue prediche musicali. Non è un scherzo e nemmeno il sogno di un visionarioche spera invano che i pastori, preti e vescovi, non si parlino più addosso nelle omelie ma che dialoghino finalmente con i fedeli seduti annoiati nei banchi delle chiese a sopportare estenuanti, noiose e spesso vuote omelie.

staglianò-noto-675

Monsignor Antonio Staglianò, dal 2009 vescovo di Noto, ha deciso di correre il rischio e di essere controcorrente. E il repertorio delle sue prediche in musica non è certo tra i più canonici. Si spazia da Marco Mengoni, senz’altro il suo cantante preferito, a Noemi, ai Nomadi, a Edoardo Bennato, a Giovanni Caccamo e alla new entry Gabbani. Non che Staglianò quando canta a furor di popolo sull’altare di una chiesa o su un palco di piazza non manifesta in modo nemmeno tanto velato la soddisfazione di chi sta realizzando il sogno di una vita. Ma un po’ di vanità gli si perdona perché il suo obiettivo è di far arrivare il Vangelo ai giovani e la ricetta è senz’altro vincente.

Don Tonino, come lo chiamano ancora in tanti, ha un curriculum di studioso di tutto rispetto. E chi vuole farlo passare per un menestrello di bassa lega adoperando l’arma della denigrazione ben nota ai vecchi curiali dimostra di provare soltanto invidia per la forza vincente delle sue omelie. Prete dal 1984, laurea in teologia alla Gregoriana con studi anche in Germania e all’Università statale di Cosenza. Assistente diocesano della Federazione universitaria cattolica italiana, parroco, vicario episcopale e direttore dell’Ufficio cultura nella sua diocesi natale di Crotone. Poi direttore e docente dell’Istituto teologico calabro con insegnamenti anche alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli e all’Istituto di scienze religiose di Crotone. Corsi di teologia anche alle Università Urbaniana e Gregoriana di Roma. Nel 1997 diviene teologo consulente della Conferenza episcopale italiana per il Progetto culturale fortemente voluto dall’allora presidente, il cardinale Camillo Ruini. Benedetto XVI lo nomina uditore al Sinodo dei vescovi del 2005 sull’Eucaristia. E nel 2009 arriva la nomina a vescovo di Noto.

Ma Staglianò, tra lo zucchetto, la mitra e il pastorale, non ha dimenticato di imbracciare anche la chitarra e di parlare ai giovani della sua diocesi attraverso le sue amate “canzonette”, come le definisce. “Da anni – racconta il vescovo – insisto nelle mie omelie sul concetto dell’umano dell’uomo che va perdendosi dentro la società dell’ipermercato. Dentro la legge narcisista del consumo si perde qualcosa di noi e si crea nella nostra esistenza un grande vuoto. Quando casualmente ascoltando la radio ho scoperto brani pop che ripetono questi concetti e in cui i giovani si immedesimano, grazie alla forza della musica, ho deciso di utilizzarli”. Un modo di fare la predica incoraggiato anche da Papa Francesco che nella Evangelii gaudium, il documento programmatico del suo pontificato, precisa però che “l’omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento, non risponde alla logica delle risorse mediatiche, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione”.

Il Fatto Quotidiano

Orrore in canonica pm chiede 14 anni per prete pedofilo

Lo avrebbe vessato per più dieci anni, dalla Pasqua del 1995 fino al 2006: da quando la vittima era un bambino di appena dieci anni fino alla soglia dei venti anni. Uno stillicidio di violenze e sopraffazioni che sarebbero opera di Vito Beatrice, sacerdote settantaduenne originario del torinese e appartenente alla congregazione dei Chierici regolari di Somasca. Una storia terribile che vede il bambino – che era stato affidato al sacerdote che, nelle intenzioni dei genitori, avrebbe dovuto essere suo «precettore e padre spirituale» – finire nelle mani di un presunto pedofilo per il quale il procuratore aggiunto Maria Monteleone ha chiesto ieri in aula la condanna a 14 anni di reclusione chiedendo che venga negata all’imputato ogni tipo di attenuante.

Una storia di sopraffazione e violenza venuta a galla solo dopo che la giovane vittima aveva deciso di raccontare tutto, prima alla fidanzatina, poi ai genitori, che non si sarebbero mai aspettati l’incubo nel quale era vissuto il proprio figlio. Secondo quanto ricostruito dalle indagini infatti Beatrice «con abuso di autorità ed anche con violenza nel sovrastarlo fisicamente e psicologicamente tanto da vincerne le resistenze, convinceva la vittima a compiere e subire atti sessuali reciproci di masturbazione, congiunzioni orali e penetrazioni anali». Tanti gli episodi individuati dagli inquirenti e raccontati dettagliatamente in aula durante la lunga deposizione della vittima: episodi che si sarebbero verificati a Roma, a Genova e in diverse località all’estero e sempre in abitazioni o locali di pertinenza del sacerdote finito alla sbarra. In molte occasioni, sottolinea la procura nel capo d’imputazione, anche «all’interno di strutture ecclesiastiche».

Tutto era iniziato dopo un pellegrinaggio al Lourdes negli anni novanta: in quella occasione il ragazzino aveva fatto il chierichetto al suo futuro aguzzino. Poi le visite al paesino dell’entroterra ciociaro con l’imputato – aveva raccontato in aula la madre – che si era offerto di preparare il bambino per l’esame di quinta elementare. Lo avrebbe ospitato in convento da lui. Fu quello il primo passo verso il baratro. Da quell’occasione infatti i rapporti tra il sacerdote e il bambino si moltiplicano: i viaggi all’estero, le vacanze sulla riviera ligure, i compleanni. Un incubo che durerà fino al 2006 (anche se gli ultimi anni non sono perseguibili) e che porterà il ragazzo sull’orlo della morte. Prima della confessione ai propri genitori infatti la vittima aveva provato a suicidarsi buttandosi in un fiume della Ciociaria durante una serata di feste con gli amici. Ieri la richiesta di condanna pesante da parte della Procura (che durante la requisitoria ha più volte sottolineato come gli episodi contestati siano tutti comprovati). Richiesta su cui i giudici della VII sezione penale del tribunale decideranno nell’udienza fissata per fine mese.

Vincenzo Imperitura

IL TEMPO

Venti cresimati dal prete negazionista

Dopo una pausa dalle cronache locali, alle quali è noto per le sue tesi negazioniste, padre Floriano Abrahamowicz, il presbitero lefebvriano residente a Paese secondo cui il boia nazista Erich Priebke era innocente, torna a far parlare di sè. E lo fa in grande stile: ieri mattina, nella domus Marcel Lefebvre di via delle Levade, a Paese, venti persone di età compresa fra i venti e i cinquant’anni hanno ricevuto il sacramento della cresima durante una celebrazione in lingua latina durata quasi due ore. A celebrare il rito, accanto al padrone di casa, don Abrahamowicz, padre Mark Pivarunas, vescovo statunitense della chiesa cattolica sedevacantista. Uomini a destra, donne a sinistra e col capo coperto da un velo: erano più di cinquanta i partecipanti alla celebrazione, che si è tenuta nello scantinato dell’abitazione di don Floriano, adibita a santuario. Ma quale sia l’effettivo valore del rito resta attualmente da chiarire, soprattutto se la cresima è davvero «valida ma illecita», come si sottolinea dalla diocesi di Treviso. Non è ancora definito, infatti, il rapporto fra la chiesa di Roma e i seguaci di Marcel Lefebvre, il fondatore del movimento sedevacantista, che nel 1988 consacrò illegittimamente quattro vescovi, scomunicati poi da papa Giovanni Paolo II.

Ciò a cui si oppongono i seguaci di padre Lefebvre, sono le riforme approvate in sede di Concilio vaticano II, fra cui la dottrina della libertà religiosa e la soppressione della messa tridentina. Fu papa Ratzinger, nel 2009, a revocare la scomunica ai quattro, avviando un percorso di dialogo ancora in corso. Venerdì scorso, infatti, papa Francesco ha ricevuto monsignor Bernard Fellay, diretto successore di padre Lefebvre, durante un incontro teso a proseguire il cammino di scambio avviato fra la Santa sede e la comunità lefebvriana, anche se, come hanno dichiarato i seguaci di Lefebvre: «la questione dello status canonico della Fraternità San Pio X, quella fondata da Lefebvre, non è stata affrontata». Da ciò, però, dipende la validità delle cresime di ieri mattina.

Dalla Fraternità, invece, don Floriano Abrahamowicz è stato espulso nel febbraio 2009 «per serie motivazioni disciplinari». Solo un mese prima, infatti, il presbitero viennese dichiarava di non essere certo dell’utilizzo che i nazisti facessero delle camere a gas durante la tragedia dell’Olocausto. E a conferma delle tesi negazioniste di don Floriano Abrahamowicz ci sono stati i fatti del 2013. Dopo la morte di Erich Priebke, capitano delle SS durante la seconda guerra mondiale condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, padre Abrahamowicz dichiarava: «Era una persona degna, fedele e soprattutto innocente: senz’altro un mio amico». Per poi celebrare una messa in suffragio di Priebke, che per don Floriano «non era nemmeno nazista».

Tribuna Treviso

Rimosso dall’incarico il cappellano della 46esima Brigata Aerea. Inchiodato da una denuncia e da una perquisizione

PISA. Che l’eredità di don Tiziano Sterli, per quindici anni cappellano militare alla 46esima Brigata Aerea fino al giugno 2015, fosse un impegno arduo raccoglierla ci avrebbero scommesso in tanti, ma nessuno si sarebbe mai aspettato che il suo successore non avrebbe nemmeno festeggiato un anno di permanenza nella cittadella dell’aeronautica pisana. Il nuovo cappellano militare, designato lo scorso 9 giugno, ha infatti già lasciato il quartiere di San Giusto. E non è andato via per sua volontà. È stato cacciato. Nel giro di poche ore.

Lo ha mandato via con una telefonata l’Ordinario Militare d’Italia, monsignor Santo Marcianò, quando il comandante della 46esima Brigata Aerea, generale Achille Cazzaniga, lo ha informato delle gravi e pesanti accuse che sono piovute sul capo del cappellano militare. Quest’ultimo è infatti al centro di un’inchiesta della procura della Repubblica, che lo ha indagato per i reati di calunnia continuata e aggravata e di atti persecutori, scaturiti, secondo le denunce presentate nei suoi confronti e sulla base anche di alcune lettere sequestrate, da prestazioni di natura sessuale più volte richieste e rifiutate da parte di un militare.

Tutto quello che in queste ultime settimane sono riusciti a mettere insieme sul suo conto gli investigatori e che è contenuto nella documentazione in mano degli inquirenti stride, e non poco, con quanto è possibile vedere sul profilo Facebook del prete, dove campeggiano numerose fotografie di lui accanto ai papi Bergoglio e Ratzinger e alcuni richiami all’amore “vero”. «L’amore è tra innamorati veri – scrive sul social network – tra mamma e figlio, tra sorrisi e sguardi, l’amore è la famiglia».

Attualmente, il parroco ha già lasciato la città di Pisa e si trova nel suo paese d’origine del sud d’Italia. A differenza di don Tiziano Sterli, amato e benvoluto non solo all’interno della Brigata Aerea ma dall’intera città con la quale per quindici anni aveva saputo instaurare un eccezionale rapporto di reciproca stima, il suo successore è stato chiacchierato sin dai suoi esordi. I suoi modi eccessivamente “gentili” nei confronti di alcuni giovani militari e la sua ostentata prontezza nei confronti di alcuni nel manifestare disponibilità a fare favori di ogni tipo avevano subito dato il via a discussioni poco simpatiche che avevano turbato non poco il clima all’interno dei diversi ambienti pisani in cui si muoveva in qualità di cappellano del presidio militare.

Con uno dei militari il parroco deve aver evidentemente esagerato. Ha insistito più del dovuto per avere con lui dei rapporti sessuali e non si è fermato ai ripetuti rifiuti. È andato oltre e ha cominciato a scrivergli lettere su lettere, con offese e minacce di ogni tipo, diffondendone addirittura copie ai colleghi. Fino a portarlo all’esasperazione. Un giorno il militare non c’ha visto più e si è rivolto ai carabinieri per chiedere aiuto. A loro ha presentato una formale denuncia, alla quale sono seguite accurate indagini da cui sono emersi altri casi di rapporti tra il cappellano e militari del presidio.

Davvero sconcertanti gli esiti della perquisizione domiciliare che i carabinieri hanno eseguito nell’alloggio del cappellano militare, dove sono state fra l’altro rinvenute numerose buste bianche, già affrancate, del modello di quelle utilizzate per le lettere calunniose all’indirizzo del militare. Inoltre, in casa sono state sequestrate una sveglia al cui interno era stata nascosta una videocamera, una penna dotata di un dispositivo capace di registrare conversazioni audio, un lampeggiante per auto, di quelli con calamita, e alcune pergamene con la denominazione “Patriarca Latinus Hierosolymitanus”, il patriarcato di Gerusalemme dei Latini, che è una sede della Chiesa cattolica immediatamente soggetta alla Santa Sede.

Ora, il cappellano militare è nei guai. È indagato sia per calunnia continuata e aggravata che per stalking.

Il Tirreno

IL tramonto del sacro

A commento del mio articolo Paolo di Tarso o dell’intransigenza della fede, pubblicato su questo blog in data due febbraio 2016, ho ricevuto le riflessioni della Redazione del sito internet www.valdesi.eu fattemi pervenire dalla gentile Daniela Michelin Salomon. In breve, le critiche che mi vengono rivolte concernono la mia visione laica delle scritture ebraico-cristiane, delle quali, in ottemperanza al mio ruolo ecclesiale, sarei tenuto a professare la sacralità.Vorrei pertanto concentrarmi su due aspetti che, con ogni probabilità, le lettrici ed i lettori di MicroMega daranno per assodati e che, al contrario, sono ancora oggetto di discussione in ambito teologico, anche quando la riflessione si svolga in seno a realtà più aperte alle istanze del pensiero moderno come sono le chiese protestanti storiche.

In prima istanza, voglio sottolineare con fermezza il fatto che le scritture di riferimento della tradizione cristiana andrebbero definitivamente de-sacralizzate: il riferirsi ad esse come all’espressione diretta ed inequivocabile della volontà divina rappresenta un assunto, per quanto diffuso, in tutto e per tutto pre-moderno. Ritenere che i testi biblici siano parola sacra, significa metterli preventivamente al riparo da ogni lettura critica, storico-sociale e psicologica: atteggiamento che restringe in maniera drammatica lo spettro di significati che, al contrario, ogni testo letterario è in grado di aprire ogniqualvolta lo si lasci libero dai lacci della codificazione normativa o dogmatica. Testo è parola che rinvia all’atto della tessitura, il quale va preservato nella sua originaria intenzione creativa e salvaguardato dai tentativi di omologazione che ogni prospettiva dottrinale pone inevitabilmente in essere. Chi tesse intreccia, mentre chi insiste sulla sacralità di un testo finisce per rinchiuderne le pagine in un isolamento che lo svuota di senso, poiché la radice sanscrita sacer indica esattamente ciò che è separato: e questo la lettura dogmatica ha fatto con i testi biblici, rendendoli estranei, perché sovra-ordinati, alla vita, dalla quale invece essi germinano e con la quale intendono procedere nell’intreccio della mutua interrogazione e della reciproca provocazione.

Questa “circolarità aperta” è ciò che caratterizza l’atto interpretativo che, per rimanere tale, non può accettare la reductio ad unum che l’impostazione dogmatica non propone ma esige, cessando in tal modo di lasciarsi interrogare dal testo ed impedendo al lettore di modificare il proprio pensiero e la propria sensibilità. La dottrina non si limita ad orientare la riflessione, ma finisce per sclerotizzarla, mentre la libera interpretazione intende suscitarla, inserendola in un movimento costante, in seno al quale ogni interrogativo è legittimo ed ogni risposta provvisoria, poiché fonte di una nuova domanda.

Inoltre, la presunta sacralità del testo impedisce l’onesta valutazione secondo cui alcune prospettive etiche riscontrabili nelle scritture ebraico-cristiane siano, come di fatto sono, contestuali e culturalmente connotate: pertanto, come ho già sostenuto, è importante sottolineare senza tentennamenti che quando leggiamo le epistole paoline è Paolo e non Dio a parlare.

Diversamente, saremmo costretti ad universalizzare prospettive etiche particolari e, in più di un aspetto, incompatibili con la modernità e con le sue conquiste in ambito di riconoscimento dei diritti umani, circa le quali non ritengo auspicabile tornare indietro.

Insomma: anche in ambito di interpretazione scritturale, l’unica autorità è rappresentata dalla ragione, nella sua duplice funzione critica ed immaginativa: la sacralità, sia essa quella del testo o dell’autorità che si erge a suo unico ed infallibile interprete, va definitivamente derubricata, se non vogliamo che l’essere umano venga perennemente relegato in quello che Kant definiva opportunamente lo stato di minorità.

L’altro aspetto su cui intendo soffermarmi più brevemente riguarda un interrogativo diverso, ma non meno nevralgico: la mia libertà d’indagine e d’interpretazione deve essere limitata dal ruolo che rivesto? In termini espliciti: il fatto che io eserciti il ministero pastorale in seno ad una chiesa, significa che io debba mortificare il pensiero e prediligere l’ipocrisia quando gli studi e la riflessione mi conducono a pensare che la codificazione dogmatica di una fede che è esperienza di vita sia da rifiutare nelle sue conclusioni e, ancor più, nel suo metodo anti-storico e intrinsecamente autoritario?

Il pensiero, fortunatamente, non conosce restrizioni né ammette autorità che ne limitino il libero esercizio: è per questo che l’eresia, termine che rinvia alla capacità di operare una scelta, rappresenterà sempre il cuore di una fede indomita perché mai paga delle soluzioni approntate dall’ortodossia per mettere a tacere il dissenso.

Alessandro Esposito (pastore valdese in Argentina)

Bluff Renzi. Ora puoi dirti di sinistra ed esaltare Marchionne, o dire che sblocchi l’Italia perché agevoli i petrolieri

C’è un passaggio, nel discorso di Matteo Renzi alla direzione del Pd, che illumina tutto come un faro sulla costa, come un flash sparato nel buio. E’ quando dice: “Noi non siamo come gli altri”, una frase che – quando senti l’impellente bisogno di dirla – ti rende esattamente come gli altri. Certo si conoscono le basilari motivazioni psicologiche: se continui a dire come in un mantra “Noi siamo di sinistra”, ripetendolo in ogni istante anche senza assumere la posizione del loto, vuol dire che qualche dubbio ce l’hai. Dunque: “Noi non siamo come gli altri”, non confondeteci, noi siamo quelli bravi, carini, che quando li beccano si dimettono (oddio, non tutti), che fanno le riforme, che sbloccano le opere, eccetera eccetera.

Tutte interessantissime faccende contingenti, mentre in quella frasetta c’è una piccola giravolta della storia, perché questo andirivieni ideologico tra l’essere uguali e diversi è un divertente tormentone della sinistra italiana. Il Pci, vecchia gloria del pugilato politico europeo, costruì la sua granitica credibilità sull’essere diverso dagli altri. Non solo quando quella diversità ti portava in galera, in via Tasso o alla fucilazione, ma anche dopo, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, “in seno al popolo”, come dicevano, e oggi sorridiamo.

Poi ci fu un’altra fase, recente, di veloce de-ideologizzazione. La gestione del potere, l’avvicinamento a quelli che si chiamano “i poteri forti”, la vocazione maggioritaria che scivola nel partito della nazione, insomma, il partito recente. L’obiettivo, anche antropologico, era opposto: diventare come gli altri. Rassicurare che sì, si rimane di sinistra, alcuni addirittura di provenienza comunista (lo so, suona come un film di Buster Keaton, eppure…), ma non mangiamo i bambini, abbiamo la macchina, ci piace spassarcela e insomma, non abbiate paura di noi. Persone perbene, che avevano letto dei libri, si adeguavano allegramente al gentismo degli “altri”, specie in materia culturale, pur di non sembrare diversi. Volevano, in quella fase che va più o meno da Occhetto a Veltroni, essere uguali agli altri, essere accettati, smussare gli angoli, sfumare le differenze. Salvo tornare diversi quando le cose si mettevano male, quando gli “altri” erano un po’ troppo impresentabili per essere imitati.

Ma insomma, questo desiderio di essere come tutti, un vero manifesto ideologico, ha scavato e lavorato. Ora puoi dirti di sinistra ed esaltare Marchionne, o dire che sblocchi l’Italia perché agevoli i petrolieri. Missione compiuta: in meno di trent’anni, eccoli veramente diventati come gli altri.

E ora questo accorato appello del segretario Renzi: “Noi non siamo come gli altri”. Questa volta la rivendicazione non è ideologica, ma smaccatamente commerciale, di comunicazione. Gli early user sono, nel gergo del marketing, quegli utenti più rapidi e attenti che hanno sempre per primi il nuovo prodotto, che lo fanno diventare trendy, che lo fanno desiderare a tutti gli altri. Il Pd renziano lo è stato per qualche tempo. Smart, camice bianche, panini di Eataly, gelati di Grom, chiamarsi per nome (Matteo, Maria Elena…) e tutto lo spettacolino che abbiamo visto. Ora quello spettacolino non basta più, è già vecchio.

Il grido orgoglioso “Noi non siamo come gli altri” somiglia alla frustrazione del fighetto con il nuovissimo telefonino quando si accorge che quel modello che lo rendeva unico, fico, trend setter, e cool, ora ce l’hanno tutti e non fa più impressione a nessuno. Dannazione. La narrazione del renzismo, non avendo basi ideologiche, ma soltanto estetico-caratteriali, perde in fretta di intensità e freschezza. Se il fatto che sei diverso dagli altri devi dirlo e ripeterlo, vuol dire che non si vede al volo, un bel guaio, per i narratori.

Alessandro Robecchi

MicroMega

Al posto di disciplina e onore si è insediata l’impunità, e si ripresenta la concezione «di una classe politica che si sente intoccabile»

MicroMega

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 8 aprile 2016

Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come “onestà” e “corruzione”. Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire dall’articolo 54 della Costituzione, passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano, per concludere registrando il fatale ritorno dell’accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde.

Quell’articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all’inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari).
Comincia stabilendo che « tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi » . Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: « i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore » . Parola, quest’ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule « non vi è nulla di penalmente rilevante » , « non è stata violata alcuna norma amministrativa » . Si cancella così la parte più significativa dell’articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore.

Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un “ valore aggiunto”, che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all’interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi. Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l’onore rileva verso l’esterno, « n’agit qu’en vue du public », mentre «la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza».

Ma da anni si è allargata un’area dove i “servitori dello Stato” si trasformano in servitori di sé stessi, né onorati, né virtuosi. Si è pensato che questo modo d’essere della politica e dell’amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell’articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa. Al posto di disciplina e onore si è insediata l’impunità, e si ripresenta la concezione «di una classe politica che si sente intoccabile», come ha opportunamente detto Piero Ignazi. Sì che i rarissimi casi di dimissioni per violato onore vengono quasi presentati come atti eroici, o l’effetto di una sopraffazione, mentre sono semplicemente la doverosa certificazione di un comportamento illegittimo.

Questa concezione non è rimasta all’interno della categoria dei cittadini con funzioni pubbliche, ma ha infettato tutta la società, con un diffusissimo “così fan tutti” che dà alla corruzione italiana un tratto che la distingue da quelli dei paesi con cui si fanno i più diretti confronti. Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina nella loro tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento nelle spese elettorali; il vice-presidente degli Stati Uniti Spiro Agnew si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di una conclamata evasione fiscale).

Sono casi noti, e altri potrebbero essere citati, che ci dicono che non siamo soltanto di fronte ad una ben più profonda etica civile, ma anche alla reazione di un establishment consapevole della necessità di eliminare tutte le situazioni che possono fargli perdere la legittimazione popolare. In Italia si è imboccata la strada opposta con la protervia di una classe politica che si costruiva una rete di protezione che, nelle sue illusioni, avrebbe dovuto tenerla al riparo da ogni sanzione. Illusione, appunto, perché è poi venuta la più pesante delle sanzioni, quella sociale, che si è massicciamente manifestata nella totale perdita di credibilità davanti ai cittadini, di cui oggi cogliamo gli effetti devastanti. Non si può impunemente cancellare quella che in Inghilterra è stata definita come la “constitutional morality”.

In questo clima, ben peggiore di quello degli anni Ottanta, quale spazio rimane per quella “controsocietà degli onesti” alla quale speranzosamemte si affidava Italo Calvino? Qui vengono a proposito le parole di Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema americana, che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che «la luce del sole è il miglior disinfettante ». Una affermazione tanto più significativa perché Brandeis è considerato uno dei padri del concetto di privacy, che tuttavia vedeva anche come strumento grazie al quale le minoranze possono far circolare informazioni senza censure o indebite limitazioni (vale la pena di ricordare che fu il primo giudice ebreo della Corte).

L’accesso alla conoscenza, e la trasparenza che ne risulta, non sono soltanto alla base dell’einaudiano “conoscere per deliberare”, ma anche dell’ancor più attuale “ conoscere per controllare”, ovunque ritenuto essenziale come fonte di nuovi equilibri dei poteri, visto che la “democrazia di appropriazione” spinge verso una concentrazione dei poteri al vertice dello Stato in forme sottratte ai controlli tradizionali. Tema attualissimo in Italia, dove si sta cercando di approvare una legge proprio sull’accesso alle informazioni, per la quale tuttavia v’è da augurarsi che la ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione voglia rimuovere i troppi limiti ancora previsti. Non basta dire che limiti esistono anche in altri paesi, perché lì il contesto è completamente diverso da quello italiano, che ha bisogno di ben più massicce dosi di trasparenza proprio nella logica del riequilibrio dei poteri. E bisogna ricordare la cattiva esperienza della legge 241 del 1990 sull’accesso ai documenti amministrativi, dove tutte le amministrazioni, Banca d’Italia in testa, elevarono alte mura per ridurre i poteri dei cittadini. Un rischio che la nuova legge rischia di accrescere.

Ma davvero può bastare la trasparenza in un paese in cui ogni giorno le pagine dei giornali squadernano casi di corruzione a tutti livelli e in tutti i luoghi, con connessioni sempre più inquietanti con la stessa criminalità? Soccorre qui l’amara satira di Ennio Flaiano. «Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: “Ah, dice, ma non sono in triplice copia!”». Non basta più l’evidenza di una corruzione onnipresente, che anzi rischia di alimentare la sfiducia e tradursi in un continuo e strisciante incentivo per chi a disciplina e onore neppure è capace di pensare.

I tempi incalzano, e tuttavia non vi sono segni di una convinta e comune reazione contro la corruzione all’italiana che ormai è un impasto di illegalità, impunità ostentata o costruita, conflitti d’interesse, evasione fiscale, collusioni d’ogni genere, cancellazione delle frontiere che dovrebbero impedire l’uso privato di ricorse pubbliche, insediarsi degli interessi privati negli stessi luoghi istituzionali (che non si sradica solo con volenterose norme sulle lobbies). Fatale, allora, scocca l’attacco alla magistratura e l’esecrazione dei moralisti, quasi che insistere sull’etica pubblica fosse un attacco alla politica e non la via per la sua rigenerazione. E, con una singolare contraddizione, si finisce poi con l’attingere i nuovi “salvatori della patria” proprio dalla magistratura, così ritenuta l’unico serbatoio di indipendenza. Il caso del giudice Cantone è eloquente, anche perché mette in evidenza due tra i più recenti vizi italiani. La personalizzazione del potere ed una politica che vuole sottrarsi alle proprie responsabilità trasferendo all’esterno questioni impegnative. Alzare la voce, allora, non può mai essere il surrogato di una politica della legalità che esige un mutamento radicale non nelle dichiarazioni, ma nei comportamenti.

La “comunione” grillina scatena le polemiche

Non c’è più religione. È proprio il caso di dirlo. Perché mai era accaduto che un leader politico desse le comunione, sconfinando dalla goliardia alla blasfemia. E innescando l’ennesimo putiferio. Il leader in questione, manco a dirlo, è Beppe Grillo, comico e fondatore del MoVimento 5 Stelle che ieri conclude il proprio spettacolo a Torino distribuendo ai presenti grilli essiccati e dicendo «Questo è il mio corpo».

«Non c’è più spiritualità» dice Grillo che al Lingotto di Torino sta per concludere, dopo quasi tre ore, il suo show «Grillo vs Grillo». E così il comico genovese chiama accanto a sé alcuni militanti del MoVvimento 5 Stelle per quello che definisce «un piccolo rituale», ossia la distribuzione di grilli essiccati che offre come ostie consacrate. «Sei pronto a ricevere il mio corpo?», chiede Grillo a un militante mentre gli offre un grillo dopo averne messo in bocca lui stesso uno e lo accarezza. A un altro dice «ricevi il mio corpo». A un terzo «la pace sia con te». Poi rivolto al pubblico che ride e applaude, nel congedare i militanti conclude: «Questo è un rituale di comunione e di liberazione per me».

Inevitabili le polemiche, con il Partito democratico che attacca utilizzando social network e agenzie di stampa. «M5S ufficialmente una setta. Con Grillo sacerdote che dà sacramenti a senatore Airola &Co. #casaleggioeiniziati», è ade sempio il tweet di Marco Di Maio, della presidenza del Gruppo Pd alla Camera. Ernesto Carbone, della segreteria del Pd, invece dice: «Ne avevamo viste tante negli ultimi anni, ma lo spettacolo indecoroso organizzato da Grillo a Torino rappresenta il punto più basso e più squallido della triste parabola del movimento. Un mix maleodorante di culto della personalità e blasfemia degno di un film horror di serie C. E questi si candiderebbero a essere la nuova classe dirigente italiana? Sono sempre più convinto – conclude Carbone – che gli elettori, davanti a questo scempio, si guarderanno bene di affidare a una setta irresponsabile le chiavi del futuro del Paese». «Grillo che dà la comunione al senatore Airola e alla candidata sindaco Appendino? Sono una setta pericolosa #ritisabbatici #casaleggioeiniziati», scrive, sempre su Twitter, il senatore Pd Stefano Esposito, mentre Alessia Rotta, responsabile Comunicazione del Partito democratico, scrive: «Esci da questo corpo. Riti iniziatici blasfemi a Torino dal sacerdote del #m5s #casaleggioeiniziati».

Naturalmente arriva anche la presa di posizione del Nazareno e del governo. Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, spiega: «Se ce ne fosse ancora bisogno con la sceneggiata di Grillo a Torino, tra l’indecenza e la stupidità, abbiamo la prova provata di cosa sia davvero il MoVimento 5 Stelle. Evidentemente in difficoltà, pur di attirare l’attenzione su di sé arrivano addirittura a mettere in scena una parodia blasfema. Chiedano scusa e si vergognino».

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Luca Lotti, è ancora più netto: «Da cattolico provo disgusto per la indecorosa sceneggiata di Grillo e dei parlamentari cinque stelle. Da padre mi domando se sia giusto ironizzare su quello che per me è un sacramento. Da cittadino mi domando come fanno a essere credibili questi signori che stanno riducendo la politica a un teatrino».

Anche la senatrice Dem Maria Di Giorgi si sente offesa dal gesto blasfemo del leader pentastellato: «Quello che è avvenuto a Torino durante lo spettacolo di Beppe Grillo è assolutamente vergognoso – spiega – Al di là delle volgarità che come al solito condiscono le sue parole, al di là della scarsa dignità dimostrata dai parlamentari e dagli esponenti del M5S che si sono prestati alla “comunione”, quello che colpisce è mancato rispetto nei confronti di tutti i cattolici. Al di là della polemica politica voler scherzare sulla comunione, irridendola addirittura con l’uso di insetti come ostie, mi sembra veramente mancare di rispetto a tanti italiani. Ma questo la dice lunga sulla responsabilità e sulla coscienza civile di quel movimento e del suo leader». E Raffaele Ranucci, senatore del Pd, definisce «di pessimo gusto» una scena che rappresenta «una mancanza di rispetto per chi crede nell’eucarestia e compie quel gesto raccogliendosi in preghiera. Io, da cattolico, mi sento offeso. Vorrei sapere cosa pensa Virginia Raggi, candidata sindaco a Roma città che non solo ospita il Vaticano ma in cui il rispetto assoluto per tutte le religioni è alla base della buona convivenza civica. Chiedo a Virginia Raggi: cosa avrebbe fatto, avrebbe accettato di sottoporsi al gesto del suo leader?».

Daniele Di Mario

iltempo.it

Parla Diego, un prete abusò di lui: «Mi faranno la perizia ma non sono pazzo»

Mentre parla gli trema la voce, inizia a sudare, gli occhi sono smaniosi, cerca una via di fuga. Mentre Diego Esposito rievoca le violenze di 27 anni fa è come se la sagoma del suo aguzzino si materializzasse davanti a lui. L’ultimo avvistamento di don Silverio Mura, che il 40enne di Ponticelli indica come colui che abusò di lui tra i 13 e 18 anni, è a pochi chilometri da casa di Diego.

«A fine gennaio l’hanno visto girare per San Giuseppe Vesuviano» ricorda ingollando una delle 8 pillole di psicofarmaci che è costretto a prendere per non stare male. Per la Curia l’uomo ora è in una struttura adeguata per il suo recupero spirituale. Tuttavia, quello che Diego invoca a gran voce è «giustizia». Quando l’uomo riuscì a tirar fuori quella ferita terribile grazie a un lavoro incessante dello psicologo, il reato era già prescritto, ma non per lo stato vaticano. La battaglia legale iniziata da Diego insieme all’associazione Rete l’Abuso va avanti tra silenzi, scioperi della fame e lettere da anni. Solo l’intervento due anni fa di Papa Francesco dà la svolta e ordina l’apertura di processo canonico. Da allora tutto tace. Fino alla settimana scorsa, quando Diego riceve la convocazione per «investigatio previa» ovvero un’investigazione tendente alla valutazione dell’imputabilità o meno dell’indiziato e alla ricerca delle circostanze aggravanti o attenuanti.Esposito, finalmente qualcosa di muove e arriva un segnale positivo dalla Curia. «Era ora. Dopo anni di silenzi, mancate comunicazioni e modi arroganti miei confronti, è arrivata la convocazione per una valutazione psichiatrica cui potrà assistere anche lo psicologo Alfonso Rossi, colui che mi ha aiutato a far emergere dalla mia memoria gli abusi e attualmente mi ha in cura. In un primo momento, infatti, volevano facessi perizia psichiatrica solo in presenza di un loro medico».

Ora si sente più tutelato?
«Sì, la chiesa fin dall’inizio non mi ha fatto sentire una vittima da tutelare. Anzi, la mia impressione è sempre stata quella che volessero dichiararmi malato di mente, pazzo, rendermi inattendibile. Ma io non sono pazzo. Solo solo un uomo ferito, nel corpo e nell’anima. Ritroverò un po’ di serenità solo quando saprò che don Silverio Mura non sarà più in grado di abusare di altri bambini».
Lei aveva appena 13 anni quando iniziarono le violenze…
«La prego, non mi chieda di ricordarle ancora… Le immagini di quegli anni mi passano davanti agli occhi come se avvenissero ora. Provo tanto dolore».
Un dolore che non l’ha fermata dal denunciare don Silverio Mura.
«Anche se ho passato momenti terribili, come quello di ricordare e raccontare le violenze sessuali che ho subito per cinque anni della mia adolescenza, sono convinto che denunciare sia stata la scelta giusta. Il mio obiettivo è solo avere giustizia, che don Mura venga riconosciuto come prete pedofilo e sia fermato dal fare del male ad altri».
È vero che dopo aver raccontato al Mattino la sua triste vicenda a gennaio sono arrivate altre segnalazioni?
«Sì, purtroppo è accaduto esattamente quello che temevo. Dopo aver letto il giornale, si sono fatte avanti ancora due nuove vittime, anche piuttosto giovani. Hanno contattato la onlus Rete L’Abuso, che segue anche il mio caso, e ora so che lo psicologo Rossi li sta aiutando nel difficile processo di rielaborazione».
È fiducioso sul suo caso giudiziario?
«Molto. Aspetto che la verità sia finalmente ristabilita e fatta giustizia. Sono credente, ma credo prima di tutto in una chiesa integra e onesta. Vorrei essere sicuro che alla crescita spirituale dei miei figli si occupassero preti senza perversioni. Riconoscere don Mura colpevole di violenze sessuali a mio carico sarebbe un segno di onestà».

Il Mattino

Se la Chiesa vuole sopravvivere, la vera riforma da fare è quella del celibato dei preti e la riammissione dei preti sposati

donne-amano-preti-330294

Il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati non si ferma nella sensibilizzazione sui temi dei diritti civili e religiosi dei preti sposati dopo la chiusura di Papa Francesco sancita nel testo “Amoris Laetittia” esortazione apostolica post-sinodale.

Il rapporto tra sacerdoti e pedofilia purtroppo ricorre nella storia . La Commissione di psichiatri incaricata dal Vaticano di far luce sullo scandalo dei preti pedofili è arrivata a un risultato straordinario e semplicissimo. Tutti i sacerdoti coinvolti avevano le due caratteristiche principali (ovvio patologicamente distorte) del pedofilo: il narcisismo e la solitudine.

Chi è (virtualmente, ovvio non si generalizzi) più narcisista di un sacerdote, una persona che, non solo si veste diversamente dagli altri, ma è addirittura un tramite tra l’uomo e Dio. Una sorta di semi-Dio? Chi (virtualmente) è più solo di un sacerdote. Un uomo che è amico di tutti i fedeli, che ne conosce i segreti, ma che poi si ritrova solo di notte nella propria abitazione?

A ciò si aggiunga la sessuofobia della Chiesa. In un’epoca dove il sesso è per così dire ovunque, drammatizzare, vietare, significa ingigantire, esasperare l’argomento in modo parossistico. (Se i preti si fossero preoccupati di parlare ai fedeli di evasione fiscale quale reato più che di minigonne e di masturbazione – che non sono reati – l’Italia sarebbe un paese più ricco e libero).

Pietro, di cui Francesco è il successore, era sposato. Paolo scrivendo ai vescovi parla di come comportarsi coi loro figli. Il celibato del clero fu introdotto nel Medioevo e istituzionalizzato nel Concilio di Trento (1545-1563).

Preti sposati e innamorati, il docufilm “Uomini proibiti” al Ridotto del Teatro Masini di Faenza

Appuntamento con la pellicola di Angelita Fiore il 6 aprile

Per la rassegna “Il Cinema della Verità” ospitata dal Ridotto del Teatro Masini di Faenza e dedicata al docufilm d’autore, mercoledì 6 aprile alle ore 21 la regista Angelita Fiore presenterà “Uomini proibiti”, pellicola che ha ottenuto la menzione speciale al Genova Film Festival 2015 e il premio quale miglior documentario della sezione “Mistero” all’ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema Documentario Premio Marcellino De Baggis di Taranto. L’ingresso alla proiezione e all’incontro con la regista è gratuito.
Nella Chiesa cattolica romana l’amore tra un prete e una donna è severamente vietato, soprattutto in Italia, patria del Vaticano dove, tra gli ecclesiastici, vige la regola della castità. Non sempre, però, la promessa del celibato viene rispettata e spesso nascono amori proibiti e relazioni clandestine. Di fronte al bivio “o la donna, o il sacerdozio” alcuni preti scelgono l’amore per la propria compagna, riconoscendole un ruolo fondamentale nella loro vita; altri non si sentono pronti a rinunciare alla vocazione e, pur di continuare a esercitare il ministero sacerdotale, sono disposti a vivere in segreto la propria sessualità e le relazioni sentimentali.

Uomini proibiti è un film documentario che racconta la storia di alcuni preti sposati, che rinunciano ai propri privilegi sacerdotali, per crearsi una famiglia. Uomini proibiti è anche la storia di tutte quelle donne che si innamorano di un prete non ancora pronto a rinunciare al ruolo ecclesiastico e con il quale iniziano un percorso di vita fatto di privazioni, silenzio, segretezza. Le storie raccontate sono d’amore, di un bene irripetibile e introvabile, sublime oltre che terreno, ma anche di lancinante sofferenza, stremante insicurezza, vana inconcludenza. Il documentario entra nell’intimo di queste storie vissute all’ombra del Vaticano, che si è sempre opposto duramente alle richieste di abolizione dell’obbligo celibatario fino all’arrivo di Papa Francesco, che ha lasciato intendere una possibile apertura della Chiesa in merito a questa materia, anche se tutt’oggi nulla è cambiato dal Concilio Vaticano II. Proprio per questo in tutto il mondo (Brasile, Canada, Germania, Francia, Austria, Gran Bretagna) sono nate associazioni di preti sposati, di donne dei preti e di recente anche dei figli dei preti, che si stanno mobilitando in materia di diritti umani rivolgendosi non solo al Vaticano, ma anche alle Nazioni Unite (ONU) per ottenere la libertà e il diritto di sposarsi, di farsi una famiglia, di avere dei figli e di “lavorare” esercitando il loro ruolo di preti, vescovi e suore. I protagonisti di Uomini Proibiti sono a stretto contatto con queste associazioni e sostengono il movimento internazionale di riforma e libertà, un movimento che non ha solo membri appartenenti al mondo ecclesiastico, ma anche persone laiche o che frequentano le parrocchie come semplici fedeli.

faenzanotizie.it

Papa Francesco e “Amoris Letitia” ma non per i preti sposati

Ancora chiusure di Papa Francesco che delude il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

“Nelle risposte alle consultazioni inviate a tutto il mondo, si è rilevato che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie. Può  essere utile in tal senso anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati”. Lo scrive Papa Francesco nel documento “Amoris laetitia” che tira le fila del dibattito dei due Sinodi sulla famiglia. E si schiude così un mondo… di speranze disatteso da Papa Francesco che indugia nell’elogiare i sacerdoti sposati della tradizione orientale ma si guarda bene dal citare i “preti sposati” cattolici romani che sono ancora dentro la Chiesa avendo ricevuto una valida Ordinazione.