Violento terremoto in Ecuador, 233 vittime

Sono salite a 233 le vittime del violento terremoto di magnitudo 7,8 che ha colpito la zona costiera centrale dell’Ecuador, a circa 170 chilometri dalla capitale Quito. Lo ha annunciato il presidente Rafael Correa Il servizio geologico degli Stati Uniti ha comunicato che il terremoto ha avuto il suo epicentro 27 chilometri a sud-est di Muisne, in una zona turistica di porti di pesca, a una profondita’ di 19 chilometri. Il vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas ha disposto lo stato di emergenza in sei province del Paese.

Glas ha escluso un’allerta tsunami, chiedendo però alla popolazioni di alcuni punti della costa di evacuare preventivamente di fronte a possibili mareggiate: “Vi chiediamo prudenza e di mantenere la calma”, ha aggiunto, sottolineando che “le forze della sicurezza sono mobilitate”. I feriti sono oltre 500 e ci sono stati “danni strutturali”, precisano fonti locali. La scossa ha colpito diverse regioni del paese ed è stato avvertito anche in alcune località della Colombia. In alcune aree ci sono problemi nelle comunicazioni e nella fornitura dell’energia elettrica. Le autorità dell’aviazione hanno d’altra parte chiuso l’aeroporto di Manta “a causa dei seri danni nella torre di controllo”.

Il presidente dell’Ecuador Rafael Correa sta seguendo il terremoto che ha scosso il paese dal Vaticano, dove venerdì ha preso parte ad una conferenza della Pontificia Accademia delle Scienze sociali sull’enciclica “Centesimus Annus” di Giovanni Paolo II. Lo rendono noto i media di Quito. “Forza paese! Abbiamo avuto un forte terremoto”, ha sottolineato Correa in uno dei tweet inviati dopo aver saputo della scossa. “Le autorità sono nei posti di controllo, valutando i danni e intervenendo. Sto seguendo la situazione”, ha sottolineato un altro messaggio del presidente, precisando che rientrerà a Quito quanto prima.

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La catena dell’amore nelle parrocchie padovane: 19 preti hanno “lasciato” per una donna

Le parrocchie del padovano sono un’eccezione, un “caso” gonfiato dalla legittima curiosità delle cronache, oppure sono la “regola” nascosta, taciuta e negata da una Chiesa cattolica comprensibilmente più che imbarazzata? Succede infatti che nel padovano i preti, al plurale, si innamorano. Di una donna. Donna che vogliono sposare e spesso lo fanno. Federico Bollettin, 35 anni, prete sposato con una donna nigeriana, padre di due figli, offre la sua contabilità del fenomeno: “Negli ultimi dieci anni sono stati ordinati 76 preti diocesiani. Hanno abbandonato il ministero in 19 e altri quattro o cinque sono in fase di riflessione. Questo vuol dire che che a Padova un prete su quattro si toglie la tonaca”. E non perché è svanita la fede ma perché è nato un amore, un insopprimibile amore per una donna. Dalle cifre ai nomi: don Sante Sguotti che ora fa il camionista per mantenere la moglie e il figlio, celebra messa nonostante sia sospeso “a divinis”. Don Paolo Spoladore, don Romano Frigo che sta meditando sul suo futuro e sul suo amore ormai pubblico per una ragazza cattolica di 26 anni…La Curia di Padova nega che sia in atto un “fenomeno”, ricorda gli ottocento sacerdoti in servizio rispetto ai quali i 19 o anche più sono eccezione. Però imbarazzo in Curia c’è, anche se non certamente sconcerto. “La terra dei preti innamorati” ha titolato il Corriere della Sera, mentre il Corriere Veneto corre ad intervistare e ad identificare fidanzate. Nei bar e sulle piazze del padovano qualche sciocca battuta sull’aria che trasporta pollini d’amore e qualche più serio abbozzo di risposta del tipo: “qui si viene a sapere, altrove si tiene nascosto”. Fatto sta che una, due, tre, diciannove “coincidenze” fanno un indizio. Indizio non che Padova e la sua terra siano chissà perchè la culla dei preti innamorati, ma della difficoltà umana del celibato.

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PASOLINI E IL CALCIO. IL PALLONE È L’OPPIO DEI POPOLI?

tratto da Il Fatto Quotidiano

Secondo appuntamento con Pier Paolo Pasolini e il suo rapporto con il mondo del Calcio.

Pier Paolo Pasolini è un intellettuale che affronta lo sport, in particolare il calcio, da ogni punto di vista possibile. Come Arpino, Bianciardi, Del Buono, non ha paura di “sporcarsi le mani” parlando di calcio. E quando gli intellettuali si accostano al gioco del pallone in maniera non snobistica, riescono spesso a comunicarne gli aspetti migliori o a darne interpretazioni che vanno ben oltre il semplice fatto sportivo.

La questione di cui si tratterà è semplice e ricorrente, ben sintetizzata nel 1995dall’uruguaiano Eduardo Galeano, nel suo celebre Splendori e miserie del gioco del calcio, raccolta di brevi riflessioni e racconti sullo sport più famoso del mondo: «Il disprezzo di molti intellettuali conservatori si fonda sulla certezza che l’idolatria del pallone è la superstizione che il popolo si merita. […] In cambio, molti intellettuali di sinistrasqualificano il calcio perché castra le masse e devia la loro energia rivoluzionaria».

Questo quadro, assai sintetico, è più o meno lo stesso in ogni paese in cui il calcio sia lo sport dominante, e spesso resiste ancora oggi. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui di certo l’ignavia politica era vista peggio che oggi, il dibattito sullo sport è fervente. Nel gennaio 1969, Pasolini scatena un’accesa polemica con Giovanni Arpino su questo tema, esponendo le sue visioni sulla rubrica Il Caos tenuta sul periodico Tempo.

In un primo articolo, Pasolini aveva manifestato la sua antipatia verso Nino Benvenuti, campione della boxe tricolore, rinomatamente di estrema destra. In seguito alla sollevazione dei sostenitori del pugile, Pasolini risponde a una lettrice in maniera altrettanto veemente: «Può dunque capire come ci si debba augurare che Benvenuti perda il prossimo incontro e tutti gli incontri futuri, che la Nazionale italiana si imbatta in una serie di fatali Coree, e così via: in modo che non ci si aspettino più, una volta per sempre, delle false consolazioni ai bassi salari».

Con quella che è evidentemente una provocazione, Pasolini si schiera su una posizione didoppio rifiuto: da un lato, all’interno del Paese, rigetta lo sport come diversivo e motivo di futile gioia per le masse sfruttate; dall’altro, nel rapporto con il resto del mondo, rifiutal’immagine vincente e nazionalista dell’Italia sportiva come posticcio di una nazione“senza cultura”. Tali parole però, strettamente legate ad un contesto, vengono isolate e forse strumentalizzate da Arpino, che su La Stampa lancia una facile invettiva contro Pasolini, portato a rispondere ancora.

Nella sua replica, Pasolini opera un discernimento fondamentale per quanto riguarda la sua visione dello sport. Da un lato, vi è lo sport praticato, che nobilita l’uomo dal punto di vista sociale e fisico, un’attività ancora troppo rara in Italia e che, secondo lui, va incentivata fortemente. Dall’altro, vi è lo sport come spettacolo, un’attività stupida e tuttavia molto umana, che rimane, in ogni caso, un’evasione.

L’Italia è dunque una nazione in cui lo sport viene seguito molto e praticato poco: tale discrepanza crea, inevitabilmente, l’illusione che l’Italia dei trionfi internazionali corrisponda a quella reale, quando invece anche le medaglie d’oro azzurre alle Olimpiadi sono irrilevanti rispetto a quelle di altri paesi.

L’attacco di Pasolini va perciò contestualizzato, al contrario di quanto fatto da Arpino. E’ un attacco all’ipocrisia, dominante ancora oggi, legata alle vittorie sportive in campo internazionale, spesso enfatizzate oltremodo e caratterizzate da punte di patriottismo esasperato, se non di vero e proprio nazionalismo. Su questo tema, Pasolini ritornerà ancora: «A proposito di nazionalismo: non sarebbe ora che ci considerassimo cittadini transnazionali anche come sportivi? […] Io desidero vedere annunciare nei giornali le vittorie (o meglio, i trionfi) dei grandi campioni a caratteri cubitali, su cinque, su sei colonne: come venivano annunciate le vittorie (trionfi) di Bartali, di Coppi, e ultimamente diGimondi».

Nel 1969, quello del calcio come “oppio dei popoli” è evidentemente un tema che ricorre, per di più un argomento a cui Pasolini è estremamente sensibile. A novembre di quell’anno, il bolognese reagisce con rabbia alle parole di Helenio Herrera, allora allenatore della Roma, che aveva dichiarato: «Il calcio – e in genere lo sport – serve adistrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non far fare la rivoluzione. Come fa Franco in Spagna con le corride». Parole forti, che toccano un tema sicuramente caldo in quegli anni, caratterizzati da una fortissima adesione sia ai movimenti politici sia alle tifoserie organizzate.

Sempre sullo stesso argomento, nel 1975 desterà scalpore l’intervista di Gianpaolo Ormezzano a Enrico Berlinguer su Tuttosport, che titola ben visibile in prima pagina«Berlinguer: lo stadio non è oppio». Rispondendo al giornalista, che gli chiedeva se è vero che lo sport è responsabile di «ottundere le coscienze, di favorire l’alienazione delle masse», il segretario del PCI risponderà così: «Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali. Non voglio dire con questo che la domenica allo stadio giovi alla politicizzazione dell’operaio, ma non spartisco la paura per le conseguenze di questa sua vacanza festiva».

Qualche mese più tardi, in quella che probabilmente è la sua ultima intervista prima della morte, Pasolini torna su questo tema rispondendo alle domande di Claudio Sabattini: «Che lo sport (i “circenses”) sia “oppio del popolo”, si sa. Perché ripeterlo se non c’è alternativa? D’altra parte tale oppio è anche terapeutico. Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio, sono liberatorie: anche se rispetto a una morale politica, o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive».

L’intervista viene pubblicata su uno storico numero del Guerin Sportivo, il primo dopo morte del bolognese. La redazione sceglie infatti di dedicare la copertina non al solito campione del calcio italiano o internazionale, ma all’intellettuale in perfetta tenuta del Bologna mentre si allaccia gli scarpini prima di entrare in campo.

Tornando alle parole di Herrera, la critica di Pasolini non è tanto rivolta alle considerazioni dell’allenatore argentino, quanto alla mancanza di reazioni “a sinistra”: «I giornali di sinistra hanno forse paura di criticare Herrera? Forse perché i lavoratori vanno in massa agli stadi? E sarebbe dunque impopolare parlare male di Herrera, come sarebbe impopolare parlare male degli insopportabili cantanti di canzonette, che, come il calcio, e peggio, “distraggono dalla rivoluzione”?».

Quello di Pasolini è un invito a “sporcarsi le mani”, a vivere dal di dentro le innegabili questioni socio-politiche che lo sport di massa pone agli intellettuali. Va dunque superato il divario sport-politica, per iniziare a considerare le due cose non come antitetiche, ma come legate da una stretta relazione: l’una come specchio dell’altra. In quest’ultima considerazione, forse meglio che in tante altre, Pier Paolo Pasolini descrive la propria complicata condizione rispetto allo sport. A parlare sono un intellettuale, uno scrittore, un giornalista d’opinione, un giornalista sportivo, un giocatore di calcio e un tifoso, tutti insieme: «Io infatti vivo la contraddizione dello sport […]. Ma proprio per questo, perché ci sono dentro, posso discuterne senza la purezza di chi non conosce le cose e non ne è coinvolto. Posso permettermi, per una volta, di scandalizzarmi».

PASOLINI E IL CALCIO. L’INTELLETTUALE CHE VOLEVA ESSERE UN’ALA SINISTRA

da Il Fatto Quotidiano

Con questo scritto si inaugura una serie di tre articoli con cui si tenterà di approfondire il rapporto biografico, critico e letterario tra Pier Paolo Pasolini e il calcio. La prima difficoltà sorge proprio da questo: si può parlare di un calcio secondo Pasolini? È davvero lecito accostare i contributi che il ragazzo, l’uomo, il poeta, lo scrittore, il regista, il giornalista, il critico hanno dato al gioco del pallone, come fossero frammenti di una “teoria generale” da dover ricomporre?

Ovviamente no. Le immagini e le opinioni che Pasolini ha dato di questo sport sono sporadiche e differenti per forma e tenore. Ma soprattutto divise tra produzione artistica, critica e vita vissuta. Ed è proprio agli aspetti biografici di questa relazione che questo primo articolo è dedicato.

La passione di Pier Paolo Pasolini per il calcio inizia senza dubbio a Bologna. È qui che, durante il liceo, gioca per ore e ore a pallone sui campi d’erba fuori porta, vivendo quelli che descriverà come «in senso assoluto i momenti più belli della mia vita».

Negli anni in cui si trova nella capitale emiliana, Pasolini ha la fortuna di assistere alla vittoria di quattro scudetti da parte del Bologna FC, che in quegli anni era all’apice mai più raggiunto della propria storia. Ne nasce un amore che Pasolini porterà dentro anche aRoma, come si evince dalle numerose lettere spedite ad amici e colleghi.

Nel 1957, il bolognese è un sorta di inviato speciale al derby romano per l’Unità. Lo accompagna Sergio Citti, amico e consulente “di romanità” per le sue opere. Ma, più che dalla partita giocata, i suoi occhi sembrano attratti dalle facce, dai colori, dalle frasi rubate a qualche gruppo di amici. Vinti e persi, popolari e borghesi, distaccati e provinciali, autoctoni e immigrati vengono passati in rassegna in un articolo che è un piccolo saggio di sociologia su chi frequentava gli stadi cinquanta anni fa.

Negli anni Sessanta Pasolini è ancora un fervente appassionato della squadra rossoblù, tanto da riuscire a coronare il suo sogno: incontrarne tutti i giocatori, per di più per intervistarli. Le video-interviste andranno a far parte del film documentario Comizi d’amore, un’inchiesta sul rapporto tra gli italiani e la sessualità. Nello film appaiono i giocatori del Bologna abbastanza imbarazzati di fronte ai quesiti irriverenti di Pasolini che, esaltato da quello speciale incontro, tempesta di domande i calciatori, ottenendo in cambio quasi solo monosillabi.

Ma Pasolini a Roma non dimenticherà quello che è il calcio giocato, da lui di gran lunga preferito a quello visto o tifato. Ninetto Davoli ricorda così l’imperversare del pallone nelle riprese dei film: «Spesso, se capitava di incappare in una partitella di ragazzi su un campo improvvisato, chiedeva di tirare due calci ed era felice come un bambino. Il giorno della partita con la nazionale attori, annullava qualsiasi impegno, dalle conferenze alle riprese di un film».

Tutto il cast viene coinvolto nelle partite, dagli attori di punta ai macchinisti. L’“Accattone”Franco Citti racconta che «dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto. Finiva l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e a ridere. […] Grondanti di sudore e sporchi di terra e fango, ci infilavamo sotto le docce e lui ritornava ad essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno».

Pasolini è l’anima della nazionale dello spettacolo per parecchi anni: assieme a Gianni Morandi, Little Tony, Ninetto Davoli e allo stesso Franco Citti gira l’Italia a scopo di beneficenza, o sfrutta d’estate la ben frequentata Grado per coinvolgere personaggi dello spettacolo e calciatori in partite che divengono gli eventi più attesi della stagione estiva.

Ma c’è una partita che, molto più delle altre, resterà nella storia. E’ una delle ultime partite di Pasolini, giocata il 16 marzo 1975 sul campo di allenamento del Parma. L’occasione è importante: è il compleanno di Bernardo Bertolucci, già regista affermato, “scoperto” da Pasolini come aiuto-regia in Accattone. Il bolognese si trova in zona per girareSalò o le 120 giornate di Sodoma, il parmigiano è invece sul set di Novecento. Laura Bettidecide di organizzare questo atipico compleanno a Bertolucci anche per rompere un po’ la tensione provocata, nei mesi precedenti, da alcune critiche di Pasolini a Ultimo tango a Parigi. La partita rimarrà negli annali col nome di “Novecento VS Centoventi” e vedrà vittoriosa la squadra di Bertolucci, il quale però si limiterà a guardare la partita. A testimonianza dell’evento e del risultato, le riprese sono oggi visibili nel film documentario di Laura Betti Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, uscito nel 2001.

La presenza del calcio come elemento autobiografico si riflette negli scritti di Pasolini in maniera invadente: è facile imbattersi in una partita, per chi legge Ragazzi di vita o Una vita violenta. Come osserva Valerio Piccioni nel suo Quando giocava Pasolini, le partite non sono mai intese in quanto competizioni con un risultato, dei vincitori e dei vinti. Quelli che ci regala Pasolini sono piuttosto degli spaccati di partita, utili soprattutto per mostrare un duello, un gesto di sfida, un insulto, ma senza mai sconfinare nella cronaca sportiva.

E’ dunque un calcio lontano dagli stadi, lontano dal giornalismo, ma anche lontano dai campi di calcio di bassa categoria, in cui si giocano partite con le regole del pallone. E’ questo il calcio che Pasolini ama di più, fatto di corpi, fisicità, corsa e sudore: non importa se si giochi con un pallone sgonfio o in mezzo ai rifiuti, perché rimane calcio nella sua essenza primordiale. Sono questi, forse, i suoi campi di calcio preferiti, in cui “riposarsi” dalle fatiche delle riprese, in cui studiare e vivere i sobborghi di Roma, in cui scovare qualche volto per il prossimo film.

L’ala sinistra Pasolini è disposta a giocare ovunque: dai campi improvvisati di periferia, senza porte né punteggio, agli stadi della Serie A prestati alla nazionale dello spettacolo. Questa duttilità, questo amore per il calcio giocato ad ogni livello, si possono spiegare solamente così: Pasolini ama il calcio in ogni sua forma, e lo riconosce in quanto tale anche quando è un semplice correre appresso a un pallone in mezzo alla polvere. Ma cos’è che rende due calci dati al pallone in mezzo alla sterpaglia equiparabili a un match di Serie A? Qual è il comun denominatore? Cos’è ciò che rende riconoscibile il calcio in quanto tale in ogni sua forma e manifestazione? Pasolini, dopo decenni di calcio giocato e tifato, sente di averlo scoperto. Ma prima ha bisogno definire il suo ruolo, abbastanza anticonvenzionale per l’epoca, di intellettuale impegnato che ama il calcio.

FOTO: www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

STORIE DELL’ALTRO MONDO PASOLINI E IL CALCIO. DA LINGUAGGIO A “RAPPRESENTAZIONE SACRA”

Ultimo dei tre appuntamenti dedicati a Pier Paolo Pasolini e il suo rapporto con il mondo del Calcio.

da Il Fatto Quotidiano

Questo excursus attraverso ilrapporto tra Pasolini e il calcio ci porta, in conclusione, a quello che è – nell’opinione di chi scrive – il contributo più alto offerto dall’intellettuale bolognese al mondo del calcio. Avevamo concluso il primo articolo affermando che Pasolini, amante di questo sport in ogni sua forma, ha intuito quale sia il comun denominatore che lo porta ad apprezzare forme di calcio così diverse.

Tale contributo viene pubblicato su Il Giorno del 3 gennaio 1971. In tale articolo, Pasolini si dedica ad un’inaudita interpretazione del gioco del calcio. Il titolo parla da sé: «Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori».

Per l’autore, il gioco del pallone è un “sistema di segni”, una lingua articolata a sua volta in differenti varietà, che corrispondono a differenti stili di gioco. Il meccanismo di creazione del significato nel calcio non è così differente da quello di una lingua parlata. Esistono infatti delle unità minime di significato, battezzate scherzosamente podemi, che corrispondono ai fonemi linguistici: la loro combinazione dà origine alla sintassi del gioco del calcio, un discorso regolato da vere e proprie norme. L’unità minima podemacorrisponde a «un uomo che usa i piedi per calciare un pallone» e grazie alla combinazione di molteplici unità si possono formare infinite parole calcistiche.

Nella linguistica del calcio ideata – o scoperta? – da Pasolini, gli stili di gioco corrispondono a dei sottocodici linguistici, che si muovono da un estremo, la poesia, all’altro, la prosa realista. I migliori interpreti del gioco prosastico sono le squadre centro-europee, che antepongono la costruzione del sistema sintattico allo spunto individuale, privilegiando dunque un gioco geometrico e corale. I migliori poeti sono invece i brasiliani e in generale tutti i latinoamericani: il loro calcio privilegia il dribbling, ovvero la soluzione fulminante, artistica e individualista che vede un calciatore liberarsi da solo dell’avversario, senza la necessità di dover scambiare il pallone con un compagno.

L’Italia si colloca più o meno a metà tra questi due estremi, con la sua prosa estetizzantecorrispondente al gioco corale che non disdegna affatto gli individualismi. Pasolini riconosce dunque che ogni popolo è caratterizzato, per ragioni storico-culturali, da una particolare varietà di linguaggio calcistico. E non ha paura ad affermare che i giocatori italiani, «con il fondo quasi sempre conservatore e un po’ speciale… insomma, democristiano», ben rappresentano la cultura dell’Italia del tempo.

Nel linguaggio del calcio, anche nel gioco più prosastico e corale, è tuttavia previsto un momento di poesia. Si tratta del goal: «Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno».

Il calcio è dunque un linguaggio. Un linguaggio intuitivo, giocato coi piedi e un pallone, utilizzabile in qualsiasi circostanza: non ha necessariamente bisogno di una porta, di un arbitro, di un risultato. «Chi non conosce il codice del calcio non capisce il significato delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi)».

Pasolini conosce bene il linguaggio del calcio. Ed è questa conoscenza che gli permette di parlarlo e interpretarlo in qualsiasi contesto: che si tratti di due calci al pallone coi“ragazzi di vita” o di una partita contro le vecchie glorie della Serie A in uno stadio. E’ dunque il podema l’unità minima, ciò che permette al poeta di apprezzare la realizzazione del discorso-calcio in qualsiasi contesto e declinazione.

Ma il linguaggio del calcio non ha il solo scopo di realizzare la comunicazione fra calciatori: «I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice». Questo sport dunque, con i suoi giocatori-cifratori che comunicano, seguendo delle regole canoniche, con una massa di tifosi-decifratori, altro non è che un rituale religioso:

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E’ rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui unmondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.

Nella seconda metà del Novecento, i grandi riti di massa sono finiti o in declino: la catarsi del teatro, la messa cattolica, la liturgia fascista. È il calcio l’unico fenomeno ancora capace di coinvolgere le masse, di farle evadere dalla realtà, di rapirle in un’estasi di sentimenti collettivi. Ed è un rito che si basa, come sottolinea Pasolini, sul rapporto carnale fra l’esecutore e i testimoni, per cui la presenza fisica delle due parti è fondamentale. Ilcinema non può assolvere alla funzione di rito, proprio per la mancanza fisica dell’esecutore.

Pertanto il calcio, in quanto manifestazione fine a sé stessa, assolve principalmente il ruolo di rappresentazione sacra.

È un ruolo che in parte mantiene ancora oggi, resistendo a stento allo strapotere della comunicazione, che ha ormai svuotato di sacralità il rito portandolo nelle case degli interessati a qualsiasi ora. Tuttavia, il calcio continua ad essere un linguaggio senza il quale il rito non può essere compreso, così come i partecipanti al rito continuano ad essere accusati per la vanità della propria fede calcistica.

Eppure, nell’epoca dell’immediatezza, del flusso incontrollabile di news, dell’apporto esagerato di informazioni superflue, il rito del calcio riesce ancora ad essere uno dei pochi fenomeni della società capace di costruire storie, leggende, miti. Nell’era dello strumentale e dell’utilitaristico, resiste ancora come attività priva di un’utilità immediata.Forse questa visione può sembrare ingenua, poiché è chiaro a tutti che il calcio sia ormai dal punto di vista economico un enorme mercato in cui la legge vigente è senza dubbio quella del profitto. Ma, citando Eduardo Galeano, che forse centra appieno l’essenza immodificabile di questo sport, «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia». Ed è forse questa la chiave del rito: la sua imprevedibilità e incontrollabilità, che lo fa sfuggire al calcolo e al potere umano per collocarlo, per forza di cose, nell’ambito del super-umano.

LEGGI ANCHE: Pasolini e il Calcio. Il pallone è l’oppio dei popoli?

FOTO: www.footballa45giri.it

Guccini: la mia vita tra Brel, Brassens, Pasolini e Bob Dylan

fonte: linkiesta.it

Pubblichiamo un estratto del libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest’affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Claudio Magris. E, in questo estratto, Francesco Guccini.

Il cartello stradale reca scritto: Pavana. Nel cuore dell’Appennino emiliano, già provincia di Pistoia. Fermo la macchina, oltre- passata la segnalazione, per accertarmi di essere sulla strada giusta; una gentile farmacista mi rassicura: «La sua casa è proprio quella». Ne seguo alla lettera le indicazioni e varco il cancello dell’abitazione. Premo il campanello e mi trovo davanti il Maestrone, come lo chiamano dai tempi dell’Università a Bologna.

Guccini non ha i vezzi del cantautore moderno. Ed è proprio come lo immaginavo, come l’ho conosciuto dai brani musicali. «Da ragazzino volevo fare lo scrittore e ci sono riuscito. Il primo romanzo me lo hanno pubblicato perché ero già conosciuto come autore. Ho iniziato a suonare con gli amici ai tempi del rock ‘n roll e sono quindi entrato in un’orchestra da balera».

Interrompe la musica e l’Università di Lingue per i di- ciotto mesi della leva obbligatoria (esperienza che andrebbe recuperata). Il primo giorno di militare si trova a Lecce in una serata torrida di luglio. Le divise odorano di nuovo e ai neoarrivati tocca prendere ago e lo per cucirsi le mostrine sopra il berretto. «C’era una tristezza diffusa, arrivò un to- scano e disse: “Ma è tua quella chitarra? Perché non canti qualche cosa?”. Stringemmo un patto: se cantavo, lui cuciva. Cantai e facemmo festa allontanando la tristezza; la chitarra ha risolto tante situazioni».

Al termine del servizio militare ritorna in università ma cambia facoltà iscrivendosi a Lettere. Lì ha la fortuna di avere come professore un grande italianista, Ezio Raimondi («negli ultimi anni ho poi avuto la possibilità di incontrarlo diverse volte a cena con amici»). Contemporaneamente lavora in una redazione come cronista, sempre trovando margini di tempo per scrivere le proprie canzoni. Sono gli anni in cui comincia a collaborare con il gruppo I nomadi e scopre di aver successo. Ma è ancora indeciso, incerto, tanto è vero che «il mio primo LP non ospita tutte canzoni rmate da me, perché non ero iscritto ancora alla SIAE e non ero certo di farlo». Poi arrivano altri dischi e i primi concerti e capisce che questo sarà il suo mestiere. Gli domando se la passione per la musica è nata tra le mura di casa:

«Mio padre da giovane ha suonato un po’ il mandolino, mia madre cantava in casa insieme a mia nonna. In generale le signore di un tempo accompagnavano le faccende di casa con i canti; ricordo il vasto repertorio popolare di mia nonna. In più qui ci troviamo tra collina e montagna, il Corno si trova a 2.000 metri di altez- za. L’assenza di tante attività, come potevano esserci in città, ha permesso di concentrarsi sulla musica».

All’indomani dell’esperienza da cronista e dopo aver intrapreso la carriera da cantautore, lavora per quasi vent’anni al Dickinson College, la scuola off campus a Bologna dell’Università della Pennsylvania. Guccini, però, non aveva concluso il percorso di laurea: «Terminati gli esami mi ritrovai all’inizio della carriera da cantautore e finii per trascurare la tesi che trattava di canto popolare. Molto tempo dopo, alla ne degli anni Ottanta, pensai di presentare come tesi quello che poi sarebbe diventato Il Dizionario del dialetto pavanese, ma in segreteria mi dissero che ci sarebbero state da pagare tasse universitarie esorbitanti, così lasciai perdere». Ma quasi a saldo di quell’impegno riceverà in corso di carriera due lauree honoris causa, la prima in Scienze della Formazione e la seconda, per l’appunto, in Lettere.

I luoghi di Guccini sono Pavana, Bologna e Modena dove nasce quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia: «Mio padre era già in guerra ed è tornato due anni dopo aver fat- to molto tempo in campo di concentramento. Mia madre era carpigiana, abitavamo lungo il ume accanto ai tre mulini. Di ritorno dalle prigioni mio padre riprese a lavorare nelle Poste e mia madre proseguì nel fare la casalinga. Il papà era perito elettromeccanico e avrebbe tanto voluto studiare alle Magi- strali, leggeva moltissimo, in particolare di storia». Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferisce a Bologna «per un caso strano»: il padre torna a casa e annuncia che un collega delle Poste è alla ricerca di un collega disposto a fare a cambio con lui che desidera trasferirsi a Modena. «Ci trasferimmo a Bologna. Vi rimanemmo sino a che mia moglie ha ottenuto la cattedra di Lettere alle scuole medie in queste zone di Pavana».

Interrogato sui maestri, Guccini ne ricorda due in particolare. Il primo è Franco Violi, il professore di Lettere e Latino alle magistrali con una smisurata passione per la storia medievale e la toponomastica, il secondo è il già citato Ezio Raimondi. «Per quanto riguarda i maestri letterari ne ho avuti moltissimi perché ho sempre letto molto; capitava che prendessi in un certo periodo un drizzone per un autore, allora divoravo tutto ciò che aveva scritto. Dal punto di vista musicale, beh, prima ci sono stati i francesi Jacques Brel e George Brassens: amavo quel tipo di canzone, l’armonia e il linguaggio. Poi mi sono appassionato ai cantacronache italiani all’inizio degli anni Sessanta: da Fausto Modei a Italo Calvino, passando per Pier Paolo Pasolini. C’era spazio anche per ilcabaret, come si capisce anche dal mio 1° album».

Ma il vero spartiacque nel genere arrivò con Bob Dylan che «dettò il clima e l’orientamento di quel tempo». «Ma poi sono andato avanti con le mie gambe».

Quando gli domando di parlarmi dei suoi allievi sorride. «Ci sono alcuni in cui risento parte del mio stile, ma la cosa che mi genera più simpatia è quando ascolto cantanti che imitano la mia erre arrotata». Da quattro anni non scrive più canzoni e ci tiene a sottolineare che non si è mai chiuso in casa a scrivere brani per il disco in uscita:

«Capitava che venisse un’idea e dal momento che avevo sempre sotto mano una chitarra mi mettevo a pro- vare un giro armonico e costruivo la melodia. I primi tempi ero veloce, una canzone nasceva in un paio di ore, eccezion fatta per La locomotiva per la quale ho impiegato venti minuti. Ma di recente ho perso interesse a tenere sotto mano la chitarra, non aveva più senso per me scrivere canzoni».

Ora è molto più preso dalla scrittura: ha all’attivo tre romanzi, un libro di racconti, un libro sulle canzoni, un Dizionario delle cose perdute e sette gialli. «Con l’amico Loriano Machiavelli abbiamo creato sette gialli, due con un personaggio della guardia forestale e dato che pare che stia per scomparire dob- biamo cambiare lavoro al personaggio», dice ridendo. «Per il giallo ognuno fa un capitolo, poi l’altro lo rilegge e lo riguarda». Quanto allo scrivere ha molta facilità, non nutre il terrore della pagina bianca. «Mi siedo e vado, se sono stanco lascio perdere, non ho l’ossessione delle ore di lavoro. Dopo aver riletto tendo ad aggiungere più che a togliere». La sua prima correttrice è la moglie Raffaella. «Mi tratta come un suo alunno e mi segnala tutti gli errori sottolineandoli. Sto cercando di spiegarle che si tratta di stile, ma non ne vuole sapere. Ogni tanto discutiamo».

Cerco di riorientare la conversazione in materia di musica e, più nello specifico, in merito alle opportunità che ci sono oggi in questo ambito. «A essere sinceri sono poche: sono presenti 3-4 multinazionali della discografia che hanno inglobato ogni cosa e hanno sistemi molto diversi di produzione da quelli con cui sono cresciuto. I talent scout che selezionano i nuovi cantanti trovano spesso ragazzi molto preparati tecnicamente ma privi della scorza che si acquisisce cantando in una balera o per strada». Calca le parole sul fatto che la discografia oggi è molto attenta a fare successo in tempi brevi. «Ma il mio primo LP che ha avuto successo è stato il quarto, i primi tre non hanno avuto un riscontro d’affari. Oggi non potrei rientrare in codeste logiche». Chiosa l’argomento dicendo che vale la pena dedicare una vita a questo mestiere se l’interesse non è volto a diventare un cantautore professionista ma alla musica. «Il contenuto di una canzone è il suo cuore. Oggi molte persone passano da casa mia per salutarmi», ne deduco che la gentile farmacista abbia dato indicazioni non solo a me, «succede perché le canzoni hanno suscitato un qualcosa che è rimasto. Qualche giorno fa ero in clinica per un problema di calcolo e una suora si è avvicinata dicendomi: “Ascoltando alcune delle sue canzoni mi sono convertita”». Comincia a sorridere: «Ho detto alla suora che non poteva darmi la colpa di questo». Di esempi sull’incidenza dei contenuti ne ha molti da raccontare. Come quando la Polizia gli chiese di essere il testimonial per una campagna di prevenzione per gli incidenti stradali per il successo di pubblico che ebbe con Canzone per un’amica.

Ci addentriamo nel territorio delle canzoni: «Il più importante dei primi album è stato Radici, che ha avuto il pubblico più ampio. A seguire Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo di Bologna dove ho abitato. In ne l’ultimo, il ventiquattresimo, L’Ultima Thule». Nel parlare delle creature musicali ricorda il fascino provato nei confronti della sala di incisione, la novità della tecnologia dei macchinari. «All’inizio trascorrevo l’intera giornata in sala d’incisione per controllare l’intero processo; poi la noia incombeva. Siamo arrivati a registrare l’ultimo album al Mulino dei miei nonni, dove c’erano stanze normali e gli spazi mi ricordavano di quando le persone camminavano accompagnati dai muli, dai somari, con il carico di grano da trasportare.

Ero incuriosito e divertito dall’idea di lavorare in un luogo simile. Abbiamo attrezzato lo studio e forse l’aspetto più complicato è stato portare il pianoforte a coda. Abbiamo cantato come non facevo da tempo, potevo persino fumare in quel posto. L’ultimo album si è rivelato prezioso: avevo in testa di chiudere il percorso musicale con un’isola lontana di antiche mitologie, poi vidi un quadro che la rappresentava, ma non individuavo l’immagine corretta per la copertina. Inseguivo una gura di veliero abbandonato in un mare glaciale e poi conobbi un fotografo specializzato in aurore boreali, Luca Bracali, che aveva scattato l’immagine che cercavo. Lo incontrai in trattoria. Come capitò per mia moglie. La tratto- ria è sempre stata strategica per me». Si accende una sigaretta per facilitare la memoria: «Amo l’album Radici in cui ci sono diversi brani che preferisco, come Bisanzio, Amerigo, Signora Bovary,Piccola città, Incontro. Ci sono poi alcuni che sono nati in un determinato periodo storico ma che sono attuali, come Nostra Signora dell’ipocrisia, o Libera nos Domine o Addio in cui mi scaglio contro le barbarie della nostra società. Quasi mai ho scritto canzoni politiche, a parte la Locomotiva che più che altro è romantica. Peraltro i miei brani cantati da altri sono pochi, ma Dio è morto l’hanno cantata in moltissimi e ultimamente la chiedono ancora. Poi sono affezionato a Vorrei che ho scritto per Raffaella quando l’ho conosciuta».

Guccini non ha mai scritto una canzone al mattino, lo ha sempre fatto la sera o di notte. Oggi, però, va a dormire sul presto, com’è uso in montagna

«Mi sedevo abbracciando la chitarra, a volte le canzoni venivano da sé, altre volte tardavano. Tutto nasceva da un personaggio o da una vicenda che mi aveva colpito in qualche modo». Come accadde per il primo disco, nel 1966: si stava muovendo verso Milano con un budget povero, un amico di Modena gli disse che era morta in un incidente stradale un’amica comune, tornò per un periodo di pausa e scrisseCanzone per un’amica. Oppure quando voleva scrivere un brano per il prozio emigrato in America in qualità di minatore. «Volevo raccontare la storia di due Americhe, la sua legata al lavoro, la mia ideale e adolescenziale. Faticai a ingranare l’argomento, ma poi nacque». Un’altra canzone è stata Bisanzio alla quale Guccini ragionava da tempo. Si mise a leggere di tutto per reperire spunti e colori di una storia che riusciva a immaginare solamente nei tratti più sommari. Trovò lo spunto nella vicen- da della Rivolta del Niké quando Giustiniano era in procinto di fuggire e fu fermato dalla madre che così gli parlò: «Quando uno è nato nella porpora deve avere il coraggio di morirci». Giustiniano prese i soldati e vinse la guerra. «Leggendo molto mi sono imbattuto nel nome di Filemazio che è poi diventato il personaggio della canzone, un vecchio a cavallo fra due mondi tanto cronologici quanto geogra ci». Persino la Bambina por- toghese è nata da un racconto. Così molte altre. «Per qualche altro brano invece è capitato un avvenimento che mi ha spinto a tradurlo in canzone».

«In fondo scrivere è sempre ciò che ho fatto, prima su un pentagramma e oggi su pagina bianca».

Distrutto lo stencil di Pier Paolo Pasolini a Santa Chiara

Pasolini deturpato e strappato via. Non è durata nemmeno un anno l’opera del maestro Ernest Pignon-Ernest, rappresentante il poeta, scrittore e regista che ricambia lo sguardo di chi lo osserva, mentre regge il suo stesso cadavere. Lo stencil dell’artista francese (decano della street art internazionale che già ha lavorato nel centro storico di Napoli negli anni Ottanta) è scomparso totalmente dall’ingresso della basilica di Santa Chiara su via Benedetto Croce, dove, tra l’altro, Pasolini girò alcune scene della sua versione cinematografica del “Decameron”. Un’esistenza troppo breve per quest’opera, inaugurata a fine giugno 2015, e già vandalizzata pochi giorni dopo, con due orrendi graffi, spessi come artigliate. In questi giorni, lo stencil è scomparso del tutto. Grattato via dai teppisti e dall’indifferenza. Così muore, per l’ennesima volta, il poeta Pier Paolo Pasolini. (testo e foto paolo de luca)

in napoli.repubblica.it

a cura di associazione Kurr – Chia (VT)

http://chialand.altervista.org/

Vendesi chiese al migliore offerente. Peccato si potrebbero affidare ai preti sposati

Quotidiani-638x425La crisi tocca proprio tutti, nessuno escluso. Una ex chiesa risalente al ‘700 situata nei dintorni della cittadina marchigiana di Porto San Giorgio è stata messa in vendita dai suoi proprietari. La chiesa, oggi sconsacrata, è infatti stata trasformata in un abitazione di 280 metri quadrati, con tre camere da letto, tripli servizi ed un giardino circostante.
L’annuncio chiarisce che l’edificio necessita di un restauro, ma la cifra richiesta è decisamente sotto la media dei prezzi di mercato per un edificio di quelle dimensioni, cui va aggiunto il pregio artistico della struttura: 250mila euro.

In Italia sono diversi gli edifici un tempo adibiti a chiesa che oggi hanno una diversa funzione. Nella Capitale moltissime strutture un tempo sacre oggi sono state riadattate a studi d’arte o ristoranti, ma nonostante ciò è insolito trovarle in vendita di fianco ad appartamenti e locali commerciali come se non si trattasse di un luogo insolito. Il fenomeno riguarda anche altri Paesi europei, in particolare le nazioni del Nord Europa. La Chiesa anglicana, per esempio, chiude in media i battenti una ventina di edifici all’anno. I tedeschi, negli ultimi dieci anni, hanno appeso il “vendesi” a più di cinquecento strutture religiose. Circa 200 chiese danesi sono inutilizzabili. Ma il Paese più coinvolto tra tutti è l’Olanda, dove i cattolici stimano che nei prossimi dieci anni due terzi delle loro 1600 chiese verrà chiuso, una sorte comune a quella di 700 edifici protestanti. (AN in farodiroma.it)

Il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati da anni offre collaborazione ai Vescovi con chiese chiuse da riaprire, fino ad oggi senza nessun riscontro. (ndr)

Verbania, la sfida del prete-calciatore: “Lo sport aiuta a educare”

ARIANNA TOMOLA
VERBANIA

Alla squadra di calcio di Terza categoria mancava un giocatore, così l’allenatore ha deciso di convocare e schierare il prete. L’Oratorio San Vittore, team di Verbania, ha fatto esordire don Riccardo Cavallazzi, entrato a dieci minuti dalla fine nella gara con i novaresi del Soccer Oleggio. Il sacerdote non si è sbottonato la tonaca come fece Terence Hill nel film di don Camillo del 1983, quando entrò in campo in jeans a sfidare i «devils» di Peppone. Si è tolto semplicemente gli occhiali, facendo il suo ingresso con la divisa biancazzurra e accendendo il tifo dei ragazzi arrivati a incitare il San Vittore a Mezzomerico.

Un passato in Promozione

«Caso vuole l’ultima partita che ho disputato prima di entrare in seminario è stata proprio su quel campo con una squadra di amatori» ricorda don Riccardo, 35 anni, di Borgomanero. Nonostante la buona volontà non è riuscito a far rimontare la squadra, sconfitta 3-1, anche se le qualità non gli mancano visto che prima di seguire la vocazione ha giocato un anno in Promozione nel ’98-’99 con il Briga, continuando dopo un infortunio tra Seconda e Terza categoria col Real Borgomanero e infine con un team di Csi.

Sempre presente nei tornei dei seminaristi, stavolta ha fatto la sua prima presenza in Federcalcio da quando a giugno è diventato sacerdote. «Sono arrivato a settembre a Verbania, dove da quest’anno con l’allenatore-animatore Alex Aromando è nata una prima squadra che si inserisce in un progetto educativo – racconta -. È un’esperienza positiva, si sta creando un bel gruppo. Attraverso il calcio si cerca di insegnare il rispetto; il singolo lavora per il bene di una squadra, non solo di se stesso».

 

«Niente bestemmie»

Parlare di valori nel calcio è diventato difficile, tra bestemmie e violenze che si registrano dalla serie A fino ai campi di periferia. Ma l’Oratorio San Vittore vuole distinguersi dando l’esempio: «Prima di accettare di far parte del gruppo i giocatori sono consapevoli che ci sono determinate regole. Portiamo in giro il nome dell’oratorio e non bestemmiare è una delle priorità». Don Riccardo è coadiutore del parroco di Intra don Costantino Manea e insegna alle scuole medie.

Le sue giornate sono piene di impegni per dedicarsi ai più di 200 bambini che frequentano il catechismo. Con loro si tiene allenato nel campetto sintetico, ma pure in quello spelacchiato con una Madonna dipinta dietro la porta vicino la basilica. Alcuni ragazzi tifano Toro come lui, «la passione granata è di famiglia». Ma a fargli i complimenti per il debutto ci sono stati giovani di ogni fede, anche calcistica.

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