ADDIO PETER FONDA, CON EASY RIDER SEGNÒ UNA GENERAZIONE

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E’ MORTO ALL’ETÀ DI 79 ANNI. FAMIGLIA, ‘SPIRITO INDOMABILE’ E’ morto nella sua casa a Los Angeles, a 79 anni, l’attore di ‘Easy Rider’ (1969) Peter Fonda, simbolo di una generazione. Fonda, fratello di Jane Fonda e figlio di Henry Fonda, è deceduto a causa di problemi respiratori dovuti a un cancro ai polmoni. ‘E’ uno dei momenti più tristi delle nostra vita e non siamo in grado di trovare le parole adatte per descrivere il nostro dolore’, afferma la famiglia, invitando tutti i fan ‘a celebrare il suo indomabile spirito e il suo amore per la vita’. 

Introduzione all’escatologia cristiana

copertina

«Il più temibile dei mali, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, ma quando c’è la morte non ci siamo più noi». Per quanto possa sembrare logico quello che dice Epicuro, la sua espressione non rispetta la logica della vita umana.

A distanza di 2500 anni, la sua espressione mostra la sua lacunosità. La morte – per Heidegger – esprime la struttura fondamentale dell’esistenza umana. La vita è impastata con la morte. Essa è una costante antropologica e non solo un epilogo. «Quest’esperienza – scrive Johanna Rahner –, e soprattutto questa certezza che la propria vita va incontro inarrestabilmente al non(più)-essere, impronta – in modo consapevole o inconsapevole – tutti gli atti della vita umana».

La morte ferisce l’orgoglio della civilizzazione e dello sviluppo tecnologico e scientifico ed espone l’uomo allo «shock della finitezza» che è permanentemente presente nella nostra vita e non solo al momento del passaggio.

In breve, la morte non è legata soltanto al morire, ma anche al vivere. E un trattato come quello di Johanna Rahner, tradotto da Queriniana per la collana «Biblioteca di teologia contemporanea» con il titolo Introduzione all’escatologia cristiana mostra, con sensibilità e abbondanti riferimenti bibliografici di varia derivazione, quanto il tema escatologico sia pertinente per ogni persona.

Il saggio, che si divide in due grandi parti, presenta nella prima parte le questioni fondamentali dell’escatologia mostrando la crescente pregnanza del trattato escatologico sulla base dell’esistenzialità delle domande che si pone: la morte, l’aspirazione all’eterno, il desiderio di salvezza, ecc.

Ed è proprio in questa radicalizzazione esistenziale che si manifesta la maturazione recente del trattato escatologico. In passato, la risposta data dalla dottrina escatologica era «riferita all’aldilà che aveva poco a che fare con la storia com’è vissuta qui e adesso; anzi, questo mondo era ridotto a un luogo di prova per l’aldilà. Una simile prospettiva è segnata da un profondo dualismo aldiquà-aldilà, che esclude un’interiore finalità dell’aldiquà, anzi elimina tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con una speranza interna alla storia. La speranza cristiana diviene sempre più priva di mondo e di concretezza».

Al contrario, oggi si nota un positivo cambio di prospettiva. L’escatologia è la fine, nel senso di compimento. Scrive Johanna Rahner: «Non abbiamo dunque a che fare con delle prognosi di futuro o addirittura con arti divinatorie, ma si tratta di qualcosa di diverso, si tratta dell’origine del mondo, del venire all’esistenza dell’uomo e dell’inizio della storia. L’escatologia guarda al tutto e al suo senso e questa questione del senso è ciò che struttura lo sguardo sul tutto. La prospettiva del futuro, cioè della speranza, era già per Kant la più importante, perché deve dare un fondamento adeguato alla mia speranza».

Non poteva essere più chiaro Karl Rahner quando chiariva la fondamentale dimensione antropologica degli asserti escatologici quando scriveva: «La conoscenza del futuro è conoscenza della futurità del presente, la conoscenza escatologica è la conoscenza del presente escatologico. L’asserzione escatologica non è un’asserzione additiva, complementare, che venga aggiunta all’asserzione circa il presente e il passato dell’uomo , ma è un fatto intrinseco dell’autocomprensione dell’uomo».

È alla luce di questi accorgimenti che la seconda parte del libro guarda i temi classici dell’escatologia: morte, giudizio, purgatorio, inferno e paradiso.

Johanna RahnerIntroduzione all’escatologia cristiana, Queriniana, Brescia 2018, pp. 304, 35,00 euro. Recensione pubblicata sul blog dell’autore «Briciole di teologia».

Settimananews

Credere ancora nel Vangelo di Gesù per la riforma della Chiesa

da Adista

Riportiamo qui di seguito una articolata riflessione di don Paolo Zambaldi, Nato a Bolzano nel 1985, dal 2018 cappellano nelle parrocchie di Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano). L’articolo è tratto dal suo blog (http://www.donpaolozambaldi.it).

Da parecchio tempo ormai assistiamo sgomenti agli attacchi, alle prese di posizione, alle aggressioni verbali che i pasdaran della fede lanciano verso l’attuale papa, o meglio verso una sua presunta rivoluzione modernista nella Chiesa, passibile di derive immorali, eretiche, devianti.

Dai “dubia” riguardo ai contenuti dell’enciclica Amoris Laetitia, alle accuse di monsignor Viganò, alla lettera di Benedetto in occasione dell’ incontro sulla pedofilia, fino ai vari interventi pubblicati su siti e riviste di stampo conservatore da parte del card. Müller (ex capo della Congregazione per la dottrina della fede), fino all’incontro del primo agosto dell’ ex papa tedesco con un professore licenziato dall’ “Istituto per le scienze del matrimonio e della famiglia” fondato da Giovanni Paolo II e da giorni al centro di polemiche accese, per una presunta “purga” attuata con la regia di Francesco.

Tutto ciò mi spinge a fare alcune considerazioni.

Innanzitutto la presenza di due papi inficia e distrugge alla radice la costruzione gerarchica della Chiesa. Se il papa è “scelto” e ”posto a capo” dell’istituzione da elettori illuminati dallo spirito santo (così si è sempre detto), se il papa ex cathedra è infallibile, se la sua presenza è posta a garanzia dell’unità e della custodia della rivelazione, se la sua autorità è l’ultima istanza, con quale logica si è potuto accondiscendere a questa doppia presenza?

E poi: Ratzinger si erge ora a difensore della “vera” cattolicità. Ma non è stato forse lui, con le sue dimissioni, a evidenziarne plasticamente una crisi iniziata ormai da tempo? Non ha forse il suo gesto accelerato la fine del papato, inteso come investitura divina e dunque impossibile da considerare alla stregua di una semplice “funzione” che si può abbandonare per limiti di età?

Il controsenso sta tutto qui: come mai, l’alfiere di una teologia rigida e conservatrice, l’unico coerente interprete (a suo dire!) della vera dottrina, il custode dell’ortodossia, il braccio destro del roccioso papa polacco, il titolare dell’ex Sant’uffizio… all’improvviso lascia tutto, senza nemmeno prevedere (?) uno “status” codificato per l’ex papa, senza nemmeno svestire l’abito, senza nemmeno allontanarsi, senza separarsi dal suo abituale cerchio magico?

Infatti se ne va, ma in realtà non se ne va… Traffica con scritti e colloqui. Eccita il dissenso conservatore, solleva dubbi controproducenti, incontra persone controverse e dubbiose riguardo all’attuale pontificato. In una parola “provoca”. Ma, ripeto, se è lui, il “vero” rappresentante della “vera” Chiesa perché ha lasciato il trono? Perché non ci ha messo la faccia iniziando una severa e definitiva restaurazione ?

Forse perché il suo forte è stare dietro le quinte? Come faceva con Giovanni Paolo II?

E, mi chiedo, come mai la sua corte di “duri e puri”, che ha esaltato (a denti stretti!), il suo lasciare, definendolo un “gesto di coraggio”, un segno della sua grandezza, ora lo usa come arma di ricatto, come disturbo contro l’attuale papa?

Perchè vede forse un imprevisto ridimensionamento di alcune sacche di potere molto redditizie? Perché alcuni di loro sono stati sollevati inaspettatamente dai loro incarichi? Perché il continuo attacco di Francesco alla piaga del clericalismo e del carrierismo preconizza l’azzeramento di molte ambizioni curiali?

L’immagine tremenda che esce da questo continuo polemizzare, è quella di un impero alla fine, che, dilaniato dai propri peccati e dalle proprie infedeltà, accecato dalla sete di potere, violento e ideologico come solo l’autoritarismo sa essere, non vede l’inutilità della sua presenza.

In mezzo a questa oscurità, Francesco tenta (molto cautamente) di ridare alla Chiesa uno straccio di credibilità, cerca di riportare alla luce un Vangelo dimenticato, e, per quanto irrimediabilmente limitato dall’ ingombrante fardello di essere di fatto ancora un papa/re, a capo di una corte di stampo feudale, cerca di destrutturare il suo ruolo e quello della curia, con gesti e scritti che nel loro “possibilismo” (un limite o forse una strategia?) aprono (spero!) le porte a una Chiesa meno cattolica, meno romana e dunque meno identitaria.

Questo percorso doloroso, pieno di contraddizioni e di dubbi, di nostalgie e di speranze, di violenza e di accenni di luce, è simile al travaglio del parto che precede ogni nuova nascita. Un dolore forte che pare infinito e poi quella gioia…

Così io so/spero che verrà il giorno in cui l’ultimo papa si affaccerà al balcone e dirà:

“Cari fratelli/care sorelle oggi vi annuncio una Chiesa nuova!

Io non sarò più il papa che comanda da solo, né un re, io sarò come un vostro fratello maggiore, una guida spirituale della comunità romana.

Lo stato del Vaticano dunque non ha più ragione di esistere. Così pure dichiaro sciolta la curia tutta.

Dichiaro aboliti tutti i titoli e i poteri detenuti dai presbiteri in essa presenti.

Vadano i pastori ad annunciare il Vangelo, condividano la vita degli uomini  e soprattutto dei poveri. Siano poveri essi stessi per essere credibili e creduti!

Verrà istituito un sinodo permanente dei credenti per rileggere le scritture alla luce dei segni dei tempi, in modo che la Parola di Dio, diventi segno di speranza per gli uomini, in modo che l’esempio delle nostre comunità aperte amorose e solidali diventi paradigma per la rinascita di un mondo “nuovo, redento”…

Verrà posto al centro il Vangelo di Gesù, che nei secoli è sparito sotto la crosta dell’infedeltà e del pervertimento. Sulla sua Parola ci ricostituiremo e ritroveremo la via!

Non rinnego il passato di cui sono figlio ma ritengo che sia giunto il tempo di tornare a Gerusalemme!”

Urla e stridor di denti per chi ha molto (potere e denaro) da perdere!

Gioia immensa per chi crede (ancora) nell’Evangelo di Gesù!

Libertà religiosa, riconosciuti nuovi culti

da Avvenire

Nuovi enti di culto, diversi da quello cattolico, hanno ottenuto un riconoscimento ufficiale per poter operare in Italia. Il Consiglio dei Ministri, il 31 luglio scorso, ha approvato l’attribuzione della personalità giuridica ai nuovi enti religiosi, che vanno ad aggiungersi alla lunga lista dei circa 35 enti già riconosciuti in base alla vecchia legge 1159 del 1929 sui culti ammessi.
Si tratta ora della “Congregazione italiana per la coscienza di Krishna” con sede in Roma (i cui membri sono più noti come Hare Krishna), della “Assemblea spirituale nazionale dei bahà’ì d’Italia” con sede in Roma, dell’associazione “Ananda Marga Paracaraka Damgha” con sede in Sant’Ambrogio di Valpolicella di Verona, della “Unione cristiana pentecostale” (U.C.P.) con sede in Palermo. 
Sono principalmente enti di culto che si rifanno a movimenti spirituali e a tradizioni delle culture orientali, e che sono ormai consolidate nel nostro sistema sociale. Sono infatti presenti in Italia confessioni orientali che hanno già stipulato un’Intesa con la Repubblica Italiana, come l’Unione Induista (legge n. 246/2012), l’Unione Buddhista (legge 245/2012) e l’Istituto Buddista Soka Gakkai (legge 130/2016). La presenza consolidata nella società italiana dei culti orientali, accanto alle confessioni “storiche” (cattolici, protestanti, valdesi ecc.), offre materia di studio per i sociologi e gli studiosi del multiculturalismo. 
L’attuale riconoscimento della personalità giuridica per i nuovi enti è avvenuto previo accertamento di alcuni requisiti essenziali (statuto, presenza sul territorio, patrimonio ecc.). Tuttavia è il primo passo per ottenere un successivo decreto che autorizzi l’iscrizione dei rispettivi ministri di culto al Fondo di previdenza del clero presso l’Inps. Si tratta di un passaggio amministrativo che garantisce anche ai nuovi ministri la dovuta tutela assicurativa e la parità di trattamento con i ministri degli altri enti e delle confessioni religiose già riconosciute. Su richiesta degli stessi nuovi enti, al riconoscimento ora avvenuto può seguire la richiesta di una specifica Intesa con la Repubblica Italiana, al termine di elaborate trattative con la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una nuova Intesa diventa tuttavia operativa solo dopo l’approvazione del Parlamento con un apposito provvedimento di legge.

Il Movimento giudaico di Gesù

“Parlare del movimento di Gesù come di un movimento di rinnovamento giudaico del I secolo può essere ed è stato spesso frainteso, come se si volesse dire che esso era l’unico movimento riformatore del tempo e che gli uomini e le donne giudei/e o greci/che che non vi si unirono soffrivano di una falsa coscienza. Se leggiamo l’espressione movimento di rinnovamento in uno schema di significato pre costruito che sostiene l’unicità di Gesù, essa implica non soltanto singolarità ed eccezionalità del cristianesimo, ma anche la sua superiorità. Perciò non si ripeterà mai abbastanza spesso che il movimento di Gesù deve essere inteso come uno fra i vari movimentii profetici giudaici di donne e uomini che lottavano per la libertà di Israele. Al fine di evitare, per quanto possibile, tali malintesi antiebraici ho sostituito qui la nozione di movimento di rinnovamento con il concetto di movimento emancipatore.Il simbolo centrale di questo movimento, la basileia tou theou, esprime una visione politico religiosa giudaica comune a tutti i movimenti dell’Israele del I secolo. Questa immagine centrale significa libertà dalla dominazione. Il termine greco basileia è difficile da tradurre adeguatamente perché può significare ad un tempo: territorio del regno, reame regale, dominio, impero, oppure si può rendere come monarchia, governo legale, sovranità, autorità o l’atto del regnare. Per comprendere più esattamente che cos’era il movimento di Gesù in tutte le sue forme diversificate, e come uno fra i tanti movimenti di resistenza apocalittici ebraici organizzata contro la dominazione romana dobbiamo spostare la nostra attenzione dall’interrogativo su chi crocifisse Gesù al problema di che cosa lo uccise. Il sistema imperiale che uccise Gesù sfruttava non soltanto i giudei, ma tutti coloro che vivevano sotto il suo regime coloniale. Questo sistema imperiale determinava la vita degli uomini e aveva un’influenza ancora maggiore sulle donne-fossero nate libere, impoverite, schiave o liberate, donne di campagna o cittadine, vedove o vergini, mogli o prostitute. Gesù non fu crocifisso a causa dei suoi insegnamenti e teologici, ma per il loro carattere potenzialmente sovversivo e per la minaccia politica che rappresentava per il sistema coloniale imperiale. La forma romana della dominazione imperiale indicata dal terminebasileia dominava il mondo e l’esperienza di tutti movimenti giudaici del I secolo, incluso quello di Gesù…” 
 Elisabeth Schussler Fiorenza,Gesù figlio di Miriam, Claudiana, Torino 1996 pag. 128

Creato in Cile il Centro “Cuida” per prevenire gli abusi

Vatican News

di Amedeo Lomonaco 

In Cile la cerimonia di inaugurazione di Cuida, un Centro per la prevenzione degli abusi, si è aperta con il videomessaggio di Papa Francesco che ha ringraziato le istituzioni promotrici di questo progetto: l’Università Cattolica del Cile e la “Fundación para la Confianza”.

Oggi prende forma una Fondazione che non solo si occupa dei vari problemi, della prevenzione e dell’abuso, ma anche della ricerca di politiche per salvare sempre più minori da tutto ciò che è manipolazione e in qualche modo distrugge il loro cuore. È quanto afferma Papa Francesco in un videomessaggio inviato all’Università Cattolica del Cile e alla “Fundación para la Confianza” che hanno siglato un’alleanza per la creazione del centro Centro “Cuida”. Con tutte le scienze ausiliarie che utilizzerete, aggiunge il Pontefice, prendetevi cura dei bambini.

Università cattolica del Cile e Fundación para la Confianza

Durante la cerimonia di inaugurazione del Centro Cuida, il rettore dell’Università cattolica, Ignacio Sánchez, ha indicato una priorità: contribuire ad una politica pubblica che permetta di costruire una società più rispettosa e protettiva nei confronti dei bambini e degli adolescenti. La “Fundación para la Confianza” è stata fondata nel 2010 da vittime di abusi compiuti dall’ex sacerdote Fernando Karadima. Tra queste, James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo, che nel mese di maggio del 2018 hanno incontrato Papa Francesco in Vaticano. La missione di Fundación para la Confianza è di lottare contro gli abusi su minori e accompagnare e orientare quanti sono stati vittime di questi delitti.

Fondazione Cuida

Il centro Cuida è uno spazio accademico e di ricerca per rispondere all’urgente necessità di progredire come società nella prevenzione delle esperienze avverse in giovane età. Il suo scopo è quello di raccogliere prove scientifiche, promuovere politiche pubbliche e sviluppare strumenti di prevenzione e azione. È composto da accademici e professionisti di diverse aree e si propone come spazio interdisciplinare per lo studio in particolare degli abusi sessuali su minori.

Alla sbarra per pedofilia il cardinale George Pell

Alla sbarra per pedofilia il cardinale George Pell

CITTÀ DEL VATICANO – Il verdetto di appello per il cardinale australiano George Pell, condannato in primo grado per pedofilia, sarà pronunciato mercoledì 21 agosto. Lo ha annunciato la Corte d’Appello dello Stato di Victoria. Il cardinale è detenuto nel carcere di Melbourne per la condanna a sei anni per abusi contro minori. Ora la prossima settimana i giudici decideranno se confermare questo giudizio oppure no. In questa seconda ipotesi l’ex Prefetto dell’Economia del Vaticano lascerebbe il carcere.

©CdT.ch

Pedofilia: a Roma spunta murales con card. Pell in manette Vicino alla Città del Vaticano, in via Gregorio VII

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Un grande murales con il cardinale George Pell in manette è spuntato a Roma, vicino al Vaticano, in via Gregorio VII. Il cardinale, ex Prefetto dell’Economia vaticana in carcere in Australia condannato in primo grado per pedofilia e in attesa del verdetto di appello, è ritratto con un grande diavolo alle spalle.

Alcol, droga e abusi sessuali: parroco ai domiciliari a Verbania

Agli arresti domiciliari, ha scelto di non rispondere alle domande del giudice. Da Piacenza, dove è stato arrestato per gravissime accuse di violenza sessuale, don Stefano Segalini è stato condotto a Verbania. È ospite di una struttura protetta per sacerdoti della città. Ieri il 42enne religioso emiliano s’è presentato in Tribunale a Verbania per l’nterrogatorio di garanzia. Assistito dal suo avvocato, non ha detto nulla, avvalendosi della facoltà di non rispondere e tornando successivamente nella casa dove sconterà la misura preventiva dei domiciliari.

Il caso è balzato agli onori delle cronache a inizio mese, quando sono arrivate a una svolta le indagini condotte dalla Squadra Mobile di Piacenza, delegata dalla locale Procura ad accertare le denunce sporte nei mesi scorsi da alcuni ragazzi –tutti maggiorenni– gravitanti attorno alla parrocchia che avrebbero subito abusi sessuali dopo essere stati indotti a uno stato di incapacità attraverso alcol e doga. È da maggio che il vescovo ha sospese don Segalini, rimuovendolo dalla parrocchia di San Giuseppe Operaio, una delle più grosse di Piacenza. Parallelamente al procedimento canonico è partita l’indagine penale che ha portato all’arresto del parroco.

Azzardi maldestri (e sfortunati) contro il Papa e contro la realtà

Avvenire

di Gianni Gennari

Sabato “fake” su “La Verità” ( 10/8 p. 1 e int.) – per un’intervista di papa Francesco a “La Stampa” (8/8) il sommario stralunato di Mario Giordano conclude così: «Gesù? Non pervenuto»! Il Papa ometterebbe di citare Dio, fede, Vangelo e vita eterna per andare appresso a certe tendenze per cui – accusa sciagurata di questi giorni – «la sociologia sostituisce la teologia»… Allucinazioni polemiche, e tanto più a proposito del Vicario di Cristo, per qualcuno “colpevole di non benedire quel sovranismo che in qualche redazione va di moda. Di qui l’insulto, Che dire? Due cose. La prima è che nel testo dell’intervista al giornale torinese papa Francesco ribadisce la necessità di partire in ogni dialogo conservando la propria identità senza cedere a una lettura del reale che annulla tutte le altre, attitudine esibita da chi si richiama a ciò che oggi viene definito, appunto, sovranismo. La seconda è che quel polemista, ormai spesso incline all’azzardo maldestro, è davvero sfortunato. Domenica, infatti, papa Francesco all’Angelus ha commentato con appassionate parole il Vangelo del giorno (Lc 12, 32-48), ripetendo la necessità de «l’incontro a cuore a cuore con Gesù nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola… pronti per l’incontro definitivo col Signore» perché «la vita è un cammino verso l’eternità», aggiungendo che «in questa prospettiva ogni istante diventa prezioso, per cui bisogna vivere e agire su questa terra avendo nel cuore la nostalgia del cielo». Volo in alto! Di più – e qui è l’essenza della vita alla luce di Cristo Redentore e Salvatore – «il pensiero dell’incontro finale con il Padre, ricco di misericordia, ci riempie di speranza, e ci stimola all’impegno costante per la nostra santificazione per costruire un mondo più giusto e fraterno». Poveri coloro che comunque pensano di potersi richiamare a un Vangelo svuotato di verità, di amore e di misericordia, non accolto con fede e trasformato, invece, in strumento di potere, magari invocando per sovrappiù il nome di Maria, colei che nel Magnificat ha cantato per nove volte la ”sovversione“ di Dio: incarnato in Gesù dalla parte degli ultimi!

CALCIO: SUPERCOPPA, STASERA LA FINALE LIVERPOOL-CHELSEA

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ARBITRA UNA DONNA, E’ LA 35ENNE FRANCESE STEPHANIE FRAPPART Stasera a Istanbul si gioca la finale della Supercoppa europea tra Liverpool e Chelsea: arbitrerà la 35enne francese Stephanie Frappart. Europa League: oggi il Torino vola in Bielorussia per il ritorno del terzo turno preliminare contro lo Shakhtyor Soligorsk, in programma domani. Juventus: oggi a Villar Perosa la tradizionale amichevole tra squadre A e B. (ANSA).

FACEBOOK HA RACCOLTO CHAT AUDIO E LE HA FATTE TRASCRIVERE

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SOCIAL SPIEGA: SOLO A UTENTI CHE LO AVEVANO GIA’ AUTORIZZATO Facebook ha raccolto i messaggi audio dei suoi utenti e li ha inviati a contrattisti esterni pagati per trascriverli. Il social media spiega di averlo fatto solo con quegli utenti che avevano optato per questa possibilità. Facebook però nella sua policy sull’uso dei dati privati non fa menzione della raccolta di dati audio e della loro successiva trascrizione. 

GENOVA, UN ANNO FA IL CROLLO DEL PONTE MORANDI

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OGGI COMMEMORAZIONE 43 VITTIME. FAMILIARI CONTRO AUTOSTRADE Un anno fa alle 11:36 cadeva il ponte Morandi, uccidendo 43 persone: oggi Genova si ferma per la commemorazione delle vittime. Il sindaco Bucci ha dato a tutti “appuntamento è alle 10 nell’area della nuova Pila 9 del futuro viadotto sul Polcevera”. Presenti anche Conte, Salvini e Di Maio. Il comitato dei familiari delle vittime esprimerà il suo “dissenso per il fatto che Autostrade continui ad avere le concessioni”. 

A Ferragosto gusto easy, maxi piatto unico e ricette nonna

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Da una parte il miraggio dell’abbuffata e della tavola delle ricorrenze, dall’altra la praticità del piatto unico perché col caldo e in vacanza pochi amano inchiodarsi in maratone gastronomiche. A Ferragosto, secondo una indagine di Cna Agroalimentare, trionfa la cucina della nonna ma il gusto si fa easy mandando in soffitta la scansione dei pasti in antipasto, primo, secondo e dessert. La “top ten” culinaria stilata dalla Confederazione dell’Artigianato e della Piccola e media impresa segnala un grande ritorno della lasagna, declinata anche come timballo o vincisgrassi, pasta al forno o sartù. Ore di preparazione ma può coprire il fabbisogno di un’intera giornata, se affiancata a verdure e/o frutta. A proposito di frutta, sottolinea ancora Cna Agroalimentare, tre connazionali su quattro considerano l’anguria l’alimento più adatto a combattere il caldo. Cocomero si chiama a Roma, melone d’acqua (o di fuoco) a Napoli e dintorni. Tra i piatti a base di carne, continua Cna, particolarmente apprezzati quest’anno: il vitello tonnato e il pollo con i peperoni. “Il pollo con i peperoni – dice il ristoratore Antonello Colonna – è di rigore, non solo a Roma. Si è diffuso dappertutto ed diventato una sorta di ‘foodstock’, un festival collettivo del cibo; un must come il tartufo ad Alba”. Il Sud risponde con la parmigiana di melanzane (o di zucchine) nelle diverse varianti di cottura: ortaggio dorato e fritto, semplicemente fritto, al forno. A dare un tocco di esotismo al 15 agosto è la paella, nelle diverse versioni miste (carne e/o pesce) o vegetariane. Secondo l’indagine Coldiretti/Ixè, l’81% degli italiani brama la grigliata. La maggioranza assoluta preferisce quelle a base di carne (49%), il 22% quelle miste, il 21% quelle di pesce mentre la percentuale dei vegetariani è l’8%. È stato L’Imperatore Augusto nel 18 a.C. a “inventarsi” il ferragosto (da feriae augusti), ricorda la Fipe, Federazione Italiana Pubblici Esercizi, nello stilare la mappa dei piatti più amati: pietanze di sostanza in Trentino e Valle d’Aosta (canederli e Seupa à la Vapelenentse). In Lombardia il minestrone, nella versione fredda e più indicata ad agosto. In Veneto e in Liguria si vira sul pesce, con le sarde in saor e la capponadda, una fresca insalata di mare con tonno, acciughe, pomodoro e olive; piatto perfetto per marinai e pescatori. Friuli Venezia-Giulia ed l’Emilia Romagna puntano sulla pasta ripiena con i Cjarsons e i più classici cappelletti al ragù. In dolcezza i piemontesi, con la Margheritina di Stresa. In Toscana di rigore è il piccione arrostito, una tradizione nata in epoca carolingia. Nella vicina Umbria il piatto forte sono gli gnocchi al sugo di papera, mentre, nelle Marche troviamo l’oca arrosto. Anche in Molise un piatto piuttosto rustico con i cavatelli al sugo di maiale. Invece, a Roma come in tutto il Lazio, non è Ferragosto senza il pollo in umido con i peperoni, perfetto anche per gli amanti della “scarpetta” finale. In Campania domina la cosiddetta Pizza di Maccheroni. In Puglia un caposaldo della cucina italiana, le orecchiette con cime di rapa, mentre nella vicina Basilicata si ritorna sulla carne con l’agnello alla lucana. In Calabria ancora pasta, questa volta al forno. La pasta chijna (cioè ripiena) è un classico del pranzo della domenica o delle festività, come appunto il Ferragosto. Nelle isole maggiori festa dell’Assunta con i culurgiones di patate sardi, e il tipico Gelo di Melone siciliano. Quanto al dessert, secondo l’osservatorio Sigep di Italian Exhibition Group, di tendenza i sorbetti alcolici. In vetta ai gusti: anguria e rum e lime e vodka

Bel tempo a Ferragosto, ma senza la canicola

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L’ondata di caldo intenso, che già si è attenuata nelle ultime ore al nord, finirà domani anche in gran parte del Sud, lasciando spazio a una seconda parte della settimana con caldo nella norma, temperature attorno alle medie stagionali e poca afa. Quella di Ferragosto sarà quindi una bella giornata soleggiata su gran parte d’Italia, ma senza la canicola soffocante dei giorni scorsi. Poi da domenica avrà inizio una nuova fase di caldo intenso, con punte anche oltre i 35 gradi al centro sud, senza raggiungere i picchi elevati della precedente ondata di calore. 

Intanto domani le temperature saranno in calo in gran parte del Paese, con una rinfrescata più sensibile al Nordest e al Centro-Sud, dove la Protezione civile ha emesso un’allerta gialla in cinque regioni per rischio temporali: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna e su parte della Lombardia e delle Marche. 

Ma Ferragosto, assicurano gli esperti di Meteo Expert, sarà bel tempo su gran parte d’Italia, con temperature in ulteriore calo al Sud: massime in generale comprese fra 26 e 32 gradi e afa debole o del tutto assente. Al mattino, precisano gli esperti, avremo “una prevalenza di cielo sereno o poco nuvoloso, con qualche nuvola innocua in più solo sulle Alpi. Nel pomeriggio ci sarà un temporaneo aumento della nuvolosità su zone alpine e Appennino Centrale e Meridionale, con isolati rovesci e temporali sulle Alpi Orientali; sempre in prevalenza soleggiato nel resto d’Italia”. 

“Nell’ultima parte della settimana avremo giornate piene di sole, con un po’ di nuvolosità pomeridiana solo sui rilievi della Penisola. Poi, le temperature tenderanno di nuovo gradualmente a salire, specie domenica quando il caldo tenderà a divenire di nuovo intenso al Centro-Sud e nelle Isole, soprattutto in Sardegna, dove venti di Scirocco favoriranno anche punte sopra 35 gradi”. Solo sulle Alpi centro-occidentali, precisano i meteorologi, l’avvicinamento dalla Francia di una perturbazione potrebbe determinare qualche sporadico rovescio o temporale. 

Con domenica, tuttavia, avrà inizio una nuova fase di caldo intenso, che interesserà la prossima settimana gran parte dell’Italia, specie le regioni centro-meridionali, dove torneremo ad avvicinarci a punte anche ben oltre i 35 gradi. Si profila quindi la quinta ondata di calore dell’estate. 

Intanto è già iniziata la conta dei danni causati dall’ondata di maltempo che ha colpito il Nord Italia dove fienili, fabbricati e coltivazioni sono stati devastati da tornado e grandine. Secondo un primo monitoraggio della Coldiretti per la verifica delle condizioni di richiesta dello stato di calamità, i danni ammonterebbero a diversi milioni di euro. 

In Lombardia, precisa l’associazione, tornado si sono abbattuti nel Milanese e nel Bresciano, distruggendo un fienile e scoperchiando i tetti dei fabbricati oltre a spianare campi di mais. Sempre in Lombardia la grandine si è abbattuta sulle coltivazioni di riso, sulle vigne e sugli uliveti, ma gravi danni si rilevano anche in Piemonte, dove ad essere colpiti da chicchi grandi come albicocche sono stati uva, mais e girasole. (ANSA).

A HONG KONG PROTESTE E SCONTRI, LA POLIZIA NELL’AEROPORTO

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L’ONU CHIEDE UNA INDAGINE. CINA, NON VOGLIAMO INTERFERENZE Scontri violenti tra i manifestanti all’aeroporto di Hong Kong e le forze di polizia, intervenute sul posto per disperdere i manifestanti che da giorni occupano lo scalo. Cancellati tutti i voli dello scalo rimasti in programma per oggi. E’ il secondo giorno di cancellazioni di partenze e arrivi, dopo quelle di ieri. Carrie Lam esorta ad ‘evitare l’abisso’. L’Onu chiede un’indagine sulle azioni della polizia. E la Cina risponde: non vogliamo interferenze 

IL CREMLINO AMMETTE L’INCIDENTE A SEVERODVINSK, UNA TRAGEDIA

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DOPO TEST MISSILISTICO RADIAZIONI SALITE FINO A 16 VOLTE Il Cremlino ha rotto il silenzio sull’incidente avvenuto nella regione di Arkhangelsk, che secondo Rosatom è stato dovuto a un test missilistico fallito. ‘Sfortunatamente, gli incidenti avvengono. Queste sono tragedie. E’ importante ricordare gli eroi, che perdono la vita a causa di questi incidenti’, ha detto il portavoce di Putin Dmitri Peskov, evitando però di commentare il possibile sviluppo di nuove armi da parte della Russia. Le radiazioni gamma sono salite da 4 a 16 volte i livelli normali. 

BUFERA SU PLACIDO DOMINGO, TRAVOLTO DALL’ONDA DEL #METOO

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SONO ALMENO 9 LE DONNE CHE LO ACCUSANO DI MOLESTIE Placido Domingo a 78 anni deve affrontare la sua sfida più difficile. Sono almeno nove infatti le donne che lo accusano di molestie sessuali, e almeno sette raccontano di essere state danneggiate nel corso della loro carriera per aver respinto le richieste dell’artista. Gli episodi incriminati si sarebbero verificati a partire dalla fine degli anni ’80. (ANSA).

SUPERENALOTTO: CENTRATO 6 DA RECORD, 209 MILIONI A LODI

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REALIZZATO CON UNA SCHEDINA ‘CASUALE’, IL PIÙ ALTO AL MONDO Il 6 dei record al Superenalotto è stato centrato dopo oltre un anno. Vinti 209.160.441 euro a Lodi, al bar Marino di via Cavour 46. La sestina vincente è 7, 32, 41, 59, 75, 76. Numero jolly 21. Superstar 11. Il jackpot da 209 milioni è il più alto nella storia del Superenalotto e il più alto di tutte le lotterie mondiali. L’ultimo 6 risale ad oltre un anno fa, quando – il 23 giugno 2018 – vennero vinti 51,3 milioni. 

Tutela e valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici. Affidarli ai preti sposati richiamati in servizio

Valorizzazione beni ecclesiastici

Sento la necessità di una premessa, sperando di non andare fuori tema. Ho affrontato l’argomento proposto a partire da un’ottica ben precisa, legata ai miei trascorsi in Caritas e in particolare alla lezione di due grandi maestri come don Giovanni Nervo e don Giuseppe Pasini. Una lezione che si concentra in una domanda, che vale per molti aspetti della vita civile, politica, economica e anche religiosa: un’idea, un progetto, una realizzazione quali effetti avrà sulla vita dei poveri, di quelli che sono ultimi nella società?

È in risposta a questa domanda che propongo la mia riflessione sul riuso dei beni immobili ecclesiastici. Si tratta quindi di una prospettiva “schierata”, chiedendo di esaminare le numerose questioni che tratterete senza dimenticare la prospettiva dell’accoglienza, della solidarietà, della condivisione con i poveri (delle tante e diverse povertà del nostro tempo, della società in cui viviamo).

Beni immobili senza destinazione

A proposito dei beni immobili ecclesiastici mi sembra decisamente pertinente un’affermazione di papa Francesco, rivolta ad aspetti più generali ma buona anche per il tema che trattiamo: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma di fronte a un cambiamento d’epoca.

Immobili ecclesiali

È davvero un cambiamento d’epoca quel che sta avvenendo e in parte è già avvenuto per una serie di beni immobili ecclesiastici (i contenitori) non più adibiti alle finalità a cui erano originariamente destinati (i contenuti), deviando rispetto a quelle che erano le intenzioni – e in molti casi il carisma – dei fondatori, cioè coloro che avevano concepito i progetti originari.

Molti edifici erano stato costruiti o adeguati per tutta una serie di attività e impegni a carattere spirituale e pastorale, caritativo e sociale che nel tempo si sono trasformati, ridotti o addirittura estinti. Mi limito a due esempi:

  • monasteri rimasti senza monaci o monache, conventi senza frati o suore, seminari senza candidati al sacerdozio (la cosiddetta “crisi delle vocazioni”);
  • strutture di accoglienza – emblematici gli orfanatrofi – per servizi venuti meno sia per le trasformazioni della società, sia per l’evoluzione dei bisogni e delle risposte, sia per la rarefazione del personale – in origine consacrati/e – dedicato a quei servizi.

E allora, sempre citando papa Francesco, mi pare sia applicabile ad una serie di beni ecclesiastici quello che viene affermato nell’enciclica Laudato si’ a proposito degli andamenti socioeconomici: “Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini” (203).

Una destinazione solidale dei beni

In quale direzione andare? Ritengo che in ambito ecclesiale possa fare da bussola quello che nel tempo la riflessione cristiana ha sviluppato sulla proprietà e l’uso dei beni, da approfondire e applicare alle presenti situazioni.

Negli Atti degli apostoli, la vita della prima comunità cristiana ha tra le sue caratteristiche la destinazione solidale dei beni: il ricavato della vendita di campi viene consegnato agli apostoli affinché siano “distribuiti a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,35).

A partire da quella pagina fondante, i padri della Chiesa sviluppano una serie di affermazioni, e di prassi conseguenti, volte ad affermare il “dominio alto di Dio” su tutti i beni della creazione, di cui l’uomo è “amministratore e usufruttuario”. Con alcune conseguenze tra cui:

  • ritenere sottratto ai poveri tutto ciò che eccede le proprie necessità;
  • il rifiuto della proprietà privata come ius utendi et abutendi;
  • (addirittura, per il teologo e canonista Suarez) ritenere la proprietà privata conseguenza del peccato originale;
  • fino all’affermazione di san Tommaso d’Aquino secondo cui sulla proprietà privata grava un’ipoteca sociale.

Tale principio, destinato a diventare un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa, ricorre molte volte nel magistero pontificio recente e trova una formulazione di portata universale nel n. 69 della Gaudium et spes: “i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e come compagna la carità”.

Nel suo trattato di teologia morale, Enrico Chiavacci considera “i beni terreni come strumento del rapporto del dono di sé al prossimo”. Il linguaggio giuridico del codice di diritto canonico, in materia di alienazione dei beni, indica tra gli aspetti richiesti l’esistenza di “una giusta causa, quale la  necessità urgente, l’utilità palese, la pietà, la carità o altra grave ragione pastorale” (Can. 1293).

I beni e la città umana

Insomma: si verifica una convergenza della coscienza cristiana fondata sul dato biblico, della spiritualità, della teologia morale, del magistero ecclesiastico e delle norme canoniche.

Tali acquisizioni sono significativamente raffrontabili con alcune precise affermazioni della Costituzione italiana agli artt. 41-44, ove si dichiara la necessità di vincoli pubblici sull’iniziativa economica e sulla proprietà privata, in ragione della dignità umana e dell’interesse generale, in definitiva del bene comune.

Mi permetto di ricordare come uno dei padri costituenti – Giorgio La Pira, peraltro attento lettore di san Tommaso – una volta diventato sindaco di Firenze non esitò a requisire beni di privati cittadini (alloggi inutilizzati) allo scopo di dare a tutti un’abitazione. Uno dei suoi scritti che tracciano il fondamento teorico della sua azione politica ha per titolo L’attesa della povera gente.

Mi pare pertinente al tema che affrontiamo questa sua affermazione: “In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per imparare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”.

Arrivo al punto: ciò che per la Chiesa si può/si deve affermare di ogni proprietà, a chiunque sia intestata, a fortiori deve valere per quei beni dei quali la Chiesa stessa è proprietaria attraverso la varietà dei soggetti ecclesiastici: diocesi, parrocchie, monasteri, congregazioni religiose maschili e femminili, come ogni altro tipo di istituti che siano emanazione dell’autorità ecclesiastica o a essa sottoposti.

La Chiesa nella città degli uomini

Ed è quello che – a livello iniziale e per adesso su un numero limitato di casi – sta cominciando ad avvenire per iniziativa di soggetti del terzo settore (organizzazioni di volontariato e cooperative sociali) e di alcune Caritas diocesane e grazie alla disponibilità di enti ecclesiastici proprietari di beni inutilizzati.

Si tratta di beni immobili (conventi, case canoniche, terreni…) finalizzati a una variegata tipologia di servizi: prima accoglienza, risposte all’emergenza abitativa, mense sociali, empori della solidarietà, progetti socio-educativi, inserimenti lavorativi… Risposte che richiedono capacità di imprenditorialità sociale per far fronte dei nuovi bisogni e delle nuove (e vecchie) povertà.

riutilizzo solidale beni ecclesiali

In vari contesti sono le stesse Caritas – attraverso i Centri di Ascolto e gli Osservatori dei bisogni e delle povertà – a segnalare alla comunità ecclesiale e a quella civile gli ambiti scoperti e più bisognosi di prossimità.

Non sono pochi i vincoli gravanti su molti beni ecclesiastici, a motivo della natura storico/artistica di molti di essi; e comunque tutti i beni immobili sono soggetti a vincoli sia ecclesiastici che civili.

Mi pare che proprio a questo proposito si debba tenere in considerazione un’altra affermazione di papa Francesco nella Laudato si’: “Non basta la ricerca della bellezza del progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco” (n. 150).

Mi ha colpito il titolo di una pubblicazione che illustra le situazioni di abbandono o comunque problematiche di edifici sacri (chiese, monasteri, conventi…) ormai deserti oppure adibiti ad altri usi; quel titolo recita Dio non abita più qui?.

Mi sento di affermare che, se in qualcuno di quegli edifici si creeranno le condizioni perché possano esser accolte persone in situazione di povertà, disagio ed esclusione sociale, lì Dio continuerà ad abitare.

settimananews

Il greco del Nuovo Testamento Il greco del Nuovo Testamento

copertina

L’utilizzo di questo testo per quasi vent’anni nell’insegnamento del greco del NT mi ha convinto della bontà del grande lavoro compiuto dal compianto Bruno Corsani (1924-2008), valente filologo, grammatico e docente di Nuovo Testamento presso la facoltà valdese di Roma.

Pubblicato sin dalla prima edizione del 1987 dalla Società Biblica Britannica & Forestiera e avendo questa cessata la propria attività in Italia, il volume vede la sua terza edizione presso l’editrice Claudiana di Torino. Essa fa seguito alla seconda edizione del 1994 e alla ristampa riveduta, corretta e ampliata del 2000.

Nel passaggio di editrice l’impianto redazionale e grafico dell’opera è rimasto immutato.

Dopo l’introduzione di Riccardo Maisano (pp. V-VIII), alcune prefazioni a edizioni precedenti e una tavola delle abbreviazione (pp. 9-14) la Guida di Corsani prevede trentasei lezioni(pp. 15-298) e sei preziose Appendici (pp. 299-406): Declinazioni e paradigmi (pp. 299-366); Ottativo nel NT (pp. 367-2368); Uso delle preposizioni proprie e improprie nel NT (pp. 369-374); Congiunzioni, particelle, interiezioni (pp. 375-378); Repertorio di verbi greci nel NT (pp. 379-402), Come si adopera un’edizione scientifica del NT greco (pp. 403-406).

Seguono quattro indici: indice dei vocabolari riportati al termine delle varie lezioni (pp. 407-408), indice alfabetico dei termini greci con l’indicazione del numero del vocabolario di riferimento (per cui si deve andare a p. 407 per avere l’indicazione della pagina del testo in cui esso si trova), l’indice analitico (pp. 417-422) e, infine, l’elenco delle citazioni bibliche (pp. 423-430).

La Guida di Corsani ha come scopo ambizioso quello di guidare lo studente all’apprendimento individuale della lingua greca del NT, e questo è più che possibile. Sono evidenti però i molti vantaggi che la mano sicura di un docente (specie nei corsi teologici) apporta allo studente o a chi è interessato a questo percorso.

La Guida si caratterizza per la chiarezza didattica del dettato e la sapienza nell’esposizione progressiva della materia. La preparazione filologica di Corsani si evidenzia nella spiegazione dell’origine e del decorso dei vari fenomeni fonetici che hanno portato allo stadio finale dei termini e delle forme verbali.

Ogni lezione comprende delle tabelle che espongono il materiale grammaticale e sintattico. Seguono alcune note sintattico-grammaticali, un vocabolario con una quindicina di termini greci accompagnati dalla loro traduzione e dall’indicazione esemplificativa di termini italiani che riprendono in toto o in parte il termine greco di partenza.

Chiudono ogni lezione due proposte di esercizi: alcune frasi da tradurre dal greco in italiano e alcune altre viceversa. Col procedere del testo, gli esercizi propongono sempre più frasi tratte più o meno direttamente dal NT. Dal 2005 è possibile controllare l’esito degli esercizi con la soluzione corretta indicata nel libretto curato da Agnes Linder accluso alla Guida di Corsani.

Alcuni refusi, inevitabili in opere di tale complessità redazionale e grafica, sono già stati segnalati all’editrice, in vista di eventuali ristampe di un’opera molto valida.

Auguriamo che questo testo continui a svolgere la sua benemerita funzione nei corsi teologici e a favore di coloro che vogliono impadronirsi anche autonomamente di una lingua molto importante per gli studi esegetico-teologici e per incrementare qualitativamente la propria cultura generale.

Bruno CorsaniGuida allo studio del greco del Nuovo Testamento. In collaborazione con Carlo Buzzetti, Girolama De Luca, Giorgio Massi. Presentazione di Riccardo Maisano, Claudiana, Torino 2019, pp. 446, € 38,00; accluso il volumetto di Bruno Corsani, Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento. Soluzione degli esercizi, a cura di Agnes Linder, Claudiana, seconda edizione Torino 2019 (prima edizione Società Biblica Britannica & Forestiera, Roma 2005), pp. 30.

da settimananews

Gli oppositori alla Chiesa di Papa Francesco

Settimana News

Introduzione storica

Non è la prima volta né è strano che nella Chiesa ci siano gruppi dissenzienti e oppositori, a partire da Paolo che affrontò Cefa ad Antiochia (Gal 2,14) fino ai giorni nostri.

Ci furono dai primi concili e fino agli ultimi due. Nel concilio Vaticano I (1870) un gruppo di vescovi e teologi furono contrari alla definizione dell’infallibilità pontificia. Alcuni non accettarono il concilio e si separarono da Roma dando origine ai cosiddetti Vetero-cattolici. Altri, senza abbandonare la Chiesa, non vollero partecipare né assistere all’ultima votazione conciliare sull’infallibilità e qualcuno di essi fu così indispettito da gettare tutti i documenti conciliari nel Tevere.

Un secolo dopo (1970) emerse nuovamente la problematica sull’infallibilità, con dispute teologiche tra la voce critica di Hans Küng, da un lato, e Karl Rahner, Walter Kasper e altri teologi tedeschi più concilianti, dall’altro. La controversia proseguì tra storici critici del Vaticano I, come A.B. Hasler discepolo di Küng, e altri storici più ponderati come Yves Congar, Hoffman e Walter Kasper. Küng fu rimosso dall’insegnamento teologico.

Al tempo di Pio XII, quando, nel 1950, pubblicò l’enciclica Humani generis contro la cosiddetta Nouvelle théologie, furono destituiti dalle loro cattedre alcuni teologi gesuiti di Fourvière-Lyon come Henri de Lubac e Jean Daniélou e alcuni teologi domenicani di Le Saulchoir-Paris, come Yves Congar e Dominique Chénu. Più tardi alcuni di costoro divennero gli “esperti” al concilio Vaticano II convocato da papa Giovanni XXIII.

Durante il Vaticano II si sviluppò una forte opposizione guidata dal vescovo francese Marcel Lefèbvre che respinse il concilio Vaticano II perché lo riteneva neo-modernista e neo-protestante e finì per essere scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988, quando iniziò a ordinare vescovi al di fuori di Roma per la sua Fraternità San Pio X.

Paolo VI, in seguito alla sua enciclica Humanae vitae del 1968 sul controllo delle nascite, fu rispettosamente contestato da numerose conferenze episcopali che, senza negare i valori del suo contenuto, chiedevano una maggiore integrazione e puntualizzazione.

Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, più di 100 teologi furono indagati, ammoniti, messi a tacere, alcuni rimossi dalle loro cattedre e uno addirittura scomunicato.

Questo preambolo storico serve a non meravigliarsi se anche oggi, davanti alla nuova immagine di Chiesa che Francesco propone, sono sorte delle voci discordi e critiche fortemente contrarie al suo pontificato.

Opposizione a Francesco

Attraverso l’andirivieni della storia si desume che il tipo e l’orientamento dell’opposizione dipendono sempre dal momento storico che si vive: si tratta di voci progressiste e profetiche nei momenti della classica cristianità o neo-cristianità e di voci reazionarie, fondamentaliste e conservatrici nei momenti di una riforma ecclesiale che vuole tornare alle fonti evangeliche e allo stile di Gesù.

Critiche a Francesco

Attualmente esiste un forte gruppo di opposizione contro la Chiesa di Francesco: laici, teologi, vescovi e cardinali che vorrebbero le sue dimissioni o la sua rapida scomparsa e aspettano un nuovo conclave per cambiare il corso della Chiesa attuale.

Non vogliamo qui fare un’indagine socio-storica, e nemmeno uno show mediatico, tipo western, tra buoni e cattivi, perciò preferiamo non citare i nomi e i cognomi degli oppositori che oggi stanno “spellando vivo” Francesco, quanto piuttosto rilevare quali sono le linee di fondo teologiche che soggiacciono a questa sistematica opposizione a Francesco, e sapere qual è il motivo della polemica.

Le critiche a Francesco hanno due dimensioni, una teologica e un’altra piuttosto sociopolitica, anche se, come vedremo più avanti, molte volte entrambe le linee convergono tra loro.

Critica teologica

La critica teologica parte dalla convinzione che Francesco non è un teologo, ma uno che viene dal Sud, dalla fine del mondo, e che questa mancanza di professionalità teologica spiega le sue inesattezze e persino i suoi errori dottrinali.

Questa mancanza di professionalità teologica di Francesco viene messa a confronto con la competenza accademica di Giovanni Paolo II e naturalmente di Josef Ratzinger-Benedetto XVI.

opposizione a Francesco

La mancanza di teologia di Francesco spiegherebbe le sue pericolose affermazioni sulla misericordia di Dio inMisericordiae vultus (MV), la sua tendenza filocomunista verso i poveri e i movimenti popolari e la pietà popolare come luogo teologico in Evangelii gaudium (EG 197-201); la sua mancanza di teologia morale nell’aprire la porta ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia e, in alcuni casi, previo discernimento personale ed ecclesiale, alle coppie cattoliche separate e risposate, come appare in una nota del capitolo ottavo di Amoris laetitia (AL 305, nota 351); la sua scarsa competenza scientifica ed ecologica si manifesterebbe nella sua enciclica sulla cura della casa comune (Laudato si’); e scandalizza la sua eccessiva enfasi sulla misericordia divina (Misericordiae vultus), che riduce a buon prezzo la grazia e la croce di Gesù.

Davanti a queste accuse, vorrei ricordare un’affermazione classica di Tommaso d’Aquino che distingue tra lacattedra magisteriale, propria dei teologi professori delle università, e la cattedra pastorale che corrisponde ai vescovi e ai pastori della Chiesa. Newman riprende questa tradizione affermando che, sebbene a volte tra le due cattedre ci possa essere tensione, alla fine c’è convergenza tra di esse.

Questa distinzione viene applicata a Francesco il quale, sebbene come gesuita padre Jorge Mario Bergoglio abbia studiato e insegnato teologia pastorale a San Miguel de Buenos Aires, ora i suoi pronunciamenti appartengono alla cattedra pastorale del vescovo di Roma. Non presume di sedersi su questa cattedra come teologo, ma come pastore. Come è stato detto con un certo umorismo, dobbiamo passare dal Bergoglio della storia al Francesco della fede.

Ciò che, in fondo, indispone i suoi detrattori è il fatto che la sua teologia parta dalla realtà, dalla realtà dell’ingiustizia, della povertà e della distruzione della natura e dalla realtà del clericalismo ecclesiale.

Non disturba il fatto che abbracci i bambini e i malati, ma indispone che vada a visitare Lampedusa e i campi profughi e migranti come a Lesbo, indispettisce che dica che non si devono costruire muri contro i rifugiati ma ponti di dialogo e di ospitalità; dà fastidio che, al seguito di Giovanni XXIII, affermi che la Chiesa dev’essere povera e dei poveri, che i pastori devono sentire l’odore della pecora, che la Chiesa dev’essere una Chiesa in uscita che va alle periferie e che i poveri sono un luogo teologico.

Disturba che dica che il clericalismo è la lebbra della Chiesa ed enumeri le 14 tentazioni della curia vaticana che vanno dal sentirsi essenziali e necessari alla smania di ricchezza, alla doppia vita e all’Alzheimer spirituale.

Infastidisce che aggiunga che queste sono anche tentazioni delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità religiose.

Importuna che dica che la Chiesa deve essere una piramide rovesciata, con i laici in alto e il papa e i vescovi in basso e che dica anche che la Chiesa è poliedrica e soprattutto sinodale, e che facciamo tutti insieme lo stesso cammino, che dobbiamo ascoltarci e dialogare; dà fastidio che in Episcopalis communio si parli di Chiesa sinodale e della necessità di ascoltarsi reciprocamente.

Irrita i gruppi conservatori che Francesco abbia ringraziato Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Jon Sobrino, José María Castillo per i loro contributi teologici e abbia annullato le sospensioni a divinis a Miguel d’Escoto e a Ernesto Cardenal; sorprende che a Küng, che scrisse a Francesco sulla necessità di ripensare l’infallibilità, abbia risposto chiamandolo “caro confratello” (Lieber Mitbruder) e che avrebbe preso in considerazione le sue osservazioni, disposto a dialogare sull’infallibilità.

E infastidisce molti che Francesco abbia canonizzato Romero, il vescovo martire salvadoregno, tacciato da molti come comunista e utile idiota della sinistra, la cui causa era rimasta bloccata per anni.

Infastidisce che dica che non spetta a lui giudicare gli omosessuali, che affermi che la Chiesa è femminile e che, se le donne non vengono ascoltate, la Chiesa resterà impoverita e parziale.

La sua invocazione alla misericordia, una misericordia che è al centro della rivelazione biblica, non gli impedisce di parlare di tolleranza zero contro gli abusi di membri significativi della Chiesa verso i minori e le donne, un crimine mostruoso, del quale si deve chiedere perdono a Dio e alle vittime, riconoscere il silenzio complice e colpevole della gerarchia, cercare di riparare, proteggere i giovani e i bambini impedendo che accada di nuovo. E non gli trema la mano quando degrada e destituisce dai suoi incarichi il colpevole, sia esso cardinale, nunzio, vescovo o presbitero.

È chiaro che egli non è un teologo, ma che la sua teologia è pastorale: Francesco passa dal dogma al kerigma, dai principi teorici al discernimento pastorale e alla mistagogia. E la sua teologia non è coloniale, ma del Sud e questo disturba il Nord.

Critica socio-politica

Di fronte a coloro che accusano Francesco di essere terzomondista e comunista, occorre affermare che i suoi messaggi sono in perfetta continuità con la tradizione profetica, biblica e con la dottrina sociale della Chiesa.

Ciò che infastidisce è la sua chiaroveggenza profetica: no a un’economia di esclusione e di disuguaglianza, no a un’economia che uccide, no a un’economia senza volto umano, no a un sistema sociale ed economico ingiusto che si cristallizza in strutture sociali ingiuste, no a una globalizzazione dell’indifferenza, no all’idolatria del denaro, no a un denaro che governa anziché servire, no a una disuguaglianza che genera violenza, e al fatto che nessuno deve strumentalizzare Dio per giustificare la violenza, no all’insensibilità sociale che ci anestetizza di fronte alla sofferenza altrui, no agli armamenti e all’industria della guerra, no al traffico di esseri umani e a qualsiasi forma di morte provocata (EG 52-75).

Francesco non fa altro che aggiornare il comandamento di non uccidere e difende il valore della vita umana, dall’inizio sino alla fine e ripete a noi oggi la domanda di YHWH a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

Inoltre, disturba la critica al paradigma antropocentrico e tecnocratico che distrugge la natura, inquina l’ambiente, attacca la biodiversità ed esclude i poveri e gli indigeni da una vita umana dignitosa (LS 20-52).

opposizione a Francesco

Tim Busch

Disturba le multinazionali che egli critichi le imprese forestali, petrolifere, le compagnie idroelettriche e minerarie che distruggono l’ambiente, danneggiano gli indigeni di quel territorio e minacciano il futuro della nostra casa comune. Infastidisce la sua critica ai leaderpolitici incapaci di prendere risoluzioni coraggiose (LS 53-59).

E comincia a infastidire l’annuncio del prossimo sinodo di ottobre 2019 sull’Amazzonia, che è un esempio concreto della necessità di proteggere l’ambiente e salvare i gruppi amazzonici indigeni dal genocidio. Alcuni alti dignitari della Chiesa hanno affermato che l’Instrumentum laboris o Documento preparatorio del sinodo è eretico, panteista e nega la necessità della salvezza in Cristo.

Altri commentatori si sono concentrati esclusivamente sulla proposta di ordinare uomini sposati indigeni per poter celebrare l’eucaristia in luoghi remoti dell’Amazzonia, ma hanno completamente ignorato la denuncia profetica che questo Documento preparatorio fa contro la distruzione estrattiva perpetrata in Amazzonia, che è causa di povertà e di esclusione delle popolazioni indigene, probabilmente mai tanto minacciate come oggi.

A modo di conclusione

Senza dubbio c’è una convergenza tra la critica teologica e la critica sociale nei riguardi di Francesco, i gruppi reazionari ecclesiali si allineano con i potenti gruppi economici e politici, specialmente del Nord. Possiamo anche chiederci se questa recente esplosione di abusi sessuali che colpisce direttamente la figura di Francesco, che è allo stesso tempo pastore riformista ecclesiale e leader mondiale, sia stata una pura casualità e una semplice coincidenza.

opposizione a Francesco

In definitiva, l’opposizione a Francesco è un’opposizione al concilio Vaticano II e alla riforma evangelica della Chiesa che Giovanni XXIII intendeva promuovere. Francesco si pone sulla linea di tutti i profeti che volevano riformare la Chiesa, insieme a Francesco di Assisi, Ignazio di Loyola, Caterina da Siena e Teresa di Gesù, Angelo Roncalli, Helder Cámara, Dorothy Stang, Pedro Arrupe, Ignazio Ellacuría e il nonagenario vescovo Casaldáliga.

Francesco ha ancora molti argomenti in sospeso per una riforma evangelica della Chiesa. Non sappiamo quale e come sarà la sua traiettoria futura, né cosa accadrà nel prossimo conclave.

I papi passano, ma il Signore Gesù continua ad essere presente e a sostenere la Chiesa fino alla fine dei secoli, quel Gesù che era considerato un mangione e un beone, un amico dei peccatori e delle prostitute, un indemoniato, fuori di sé, sedizioso e blasfemo. E crediamo che lo Spirito del Signore che discese sulla Chiesa primitiva nella Pentecoste non l’abbandonerà mai e non permetterà che il peccato, alla fine, trionfi sulla santità.

E intanto, come chiede sempre Francesco fin dalla sua prima apparizione sul balcone di San Pietro in Vaticano come vescovo di Roma e ancor oggi, preghiamo il Signore per lui, affinché la sua speranza non venga meno e confermi la fede dei suoi fratelli. E se non possiamo pregare o non siamo credenti, auguriamogli almeno che sia in buon forma.

Amazzonia: I “viri probati” sono una soluzione? No “meglio riammettere nella Chiesa i preti sposati”

Martín Lasarte, salesiano uruguaiano, missionario in Africa, licenza in sacra Scrittura, scrive su Settimana News un testo nel quale i preti sposati sono tabù (ndr).

Ecco il contenuto dell’articolo:

Nei mezzi di comunicazione sociale, nei dibattiti e nelle assemblee di “ascolto” sul sinodo panamazzonico, si sente ripetere che una delle soluzioni per risolvere il problema dell’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane amazzoniche, sarebbe l’ordinazione presbiterale dei cosiddetti “viri probati”, laici sposati, riconosciuti nella comunità per la loro integrità di vita e testimonianza cristiana.

Il tema, in sé, è un argomento valido e suscettibile di studio e di discernimento nella Chiesa, consapevoli in particolare delle sfide pastorali del mondo di oggi e della tradizione delle Chiese orientali a questo riguardo.

Il problema di fondo non sta nel tema in sé, ma nell’opportunità e nelle motivazioni con le quali affrontare l’argomento nel sinodo panamazzonico tenendo conto della realtà attuale.

Circa l’opportunità
  • La sinodalità, slogan o realtà?

Considerando l’enfasi posta sul ricco concetto ecclesiale di comunione, di sinodalità, non sembra costruttivo che una regione della Chiesa, sia pure in comunione con Pietro, affronti e intenda compiere un passo in forma individuale.

Il tema dell’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati, come scelta pastorale normale, è un problema che impegna fortemente l’intera Chiesa cattolica. Quando si dice che è solo per tener conto delle comunità isolate nella giungla, ci dimentichiamo del dogma dell’ecologia integrale: “Tutto è interconnesso”.

Una tale decisione non può essere considerata come isolata ed eccezionale di una regione esclusiva e soprattutto oggi nel 21° secolo. Ogni decisione di una Chiesa particolare su aspetti rilevanti, come questo, è inevitabile che abbia la sua ripercussione e il suo influsso.

Qualcuno dirà che questa novità potrebbe sarebbe seria e, in tal caso, costituirebbe un contributo positivo della Chiesa amazzonica per tutta la Chiesa universale.

La soluzione giusta ed equilibrata è che tutte le Chiese abbiano l’opportunità di studiare, discernere e esprimere la propria opinione sull’argomento, senza che sia loro imposto un cambiamento alla preziosa tradizione del celibato sacerdotale vissuto nella Chiesa occidentale da 1700 anni.

Possono cambiare le cose su questo problema? È possibile, ma è essenziale prendere decisioni in comunione sinodale. Abbiamo assistito, non senza sofferenza, alle fratture che si sono prodotte nelle Chiese anglicane nel prendere decisioni “occidentali” su problemi morali contrari al sentire delle Chiese africane e asiatiche, che hanno prodotto crepe profonde e irreparabili.

Siamo chiamati, in nome dell’amore di Cristo, a mantenere questa comunione nell’unità, pur nel rispetto delle diversità. Il prezzo dell’unità richiede da parte di tutti sforzi e sacrifici: per alcuni, una maggiore apertura mentale, tenendo presenti le sfide contemporanee, per altri, maggiore pazienza e rispetto per camminare insieme al fratello.

  • Sarebbe un buon servizio per il sinodo?

Un secondo punto circa l’opportunità di decidere sull’argomento riguarda la tematica del sinodo. “Amazzonia: nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Lanciando il sinodo, il papa ha indicato due itinerari di lavoro: il tema dell’evangelizzazione in questa regione e il tema dell’ecologia integrale.

Sinodo

Il tema dell’evangelizzazione comprende moltissimi aspetti: la relazione tra annuncio e promozione umana, tra vangelo e inculturazione; i processi di educazione alla fede mediante il catecumenato e altre forme di itinerari adattati e inculturati; il problema dell’interculturalità; l’enorme mobilità umana, in particolare giovanile dalle aree rurali alla città; il gravissimo problema delle periferie delle grandi città amazzoniche; la crisi generazionale nella trasmissione dei valori ancestrali in un contesto globalizzato, la ministerialità laicale, la sfida dell’ecumenismo e della proliferazione dei gruppi neo-pentecostali, evangelici e dei nuovi movimenti religiosi; la fecondità o la mancata promozione vocazionale cristiana delle comunità circa le famiglie, la vita sacerdotale e religiosa; i diritti indigeni, la loro cultura, le tradizioni, i diritti e le loro terre; la liturgia e la sua inculturazione nel contesto indigeno.

Inoltre, c’è il “peso massimo” dell’ecologia integrale, che ha ripercussioni sull’intera Chiesa universale e sul mondo in generale, il quale si attende una parola significativa e saggia dalla Chiesa sull’attuale crisi ecologica.

Avendo il sinodo un’agenda così ricca, se si dovesse mettere in primo piano il tema delle ordinazioni dei laici, che – come ho detto – sarebbe in sé lecito, non farebbe un buon servizio al sinodo stesso.

Dal punto di vista mediatico ed ecclesiale, si creerebbe un clima di forte polemica e di polarizzazione, che non farebbe alcun buon servizio alle popolazioni indigene che vivono in Amazzonia, né all’evangelizzazione né al problema urgente e delicato della crisi ecologica.

Il jolly del sinodo sarebbe inevitabilmente oggetto di dibattito, lasciando il resto dei temi in secondo piano. Pertanto, per amore dell’ecologia integrale, dei popoli amazzonici e del Vangelo, lasciamo alcuni temi che hanno bisogno di essere approfonditi ad altri momenti più opportuni. Piuttosto, si potrebbe pensare ad un sinodo sui ministeri nella Chiesa, e quello sarebbe il posto adatto per approfondire l’argomento, nel suo giusto contesto e in modo universalmente sinodale.

  • Sinodo, abusi sessuali, messaggio equivoco

Un terzo punto che mi sembra importante considerare è il contesto storico della “crisi ecclesiale” provocata dagli abusi sessuali. In molti ambienti si ritiene che la causa degli abusi sia il “celibato” che genera persone nevrotiche.

A mio avviso, in questo momento, senza creare un sereno processo di riflessione e di discernimento nella Chiesa universale su queste discussioni e decisioni, trasmetteremmo un messaggio ambiguo e falso di ciò che intende la Chiesa per celibato sacerdotale da essa considerato in senso ampiamente ricco e positivo (come è presentato per esempio nella Sacerdotalis caelibatus e nella Pastores dabo vobis).

Senza dubbio, il dibattito sull’ordinazione di uomini sposati non mette in discussione la bellezza e la sublimità del celibato sacerdotale, poiché entrerebbe nella linea di una scelta libera e facoltativa che non pretende affatto sminuire la stima del “carisma” della verginità per il Regno dei cieli. Tuttavia, non mi pare intelligente e tempestivo affrontare il problema in questo sinodo.

Circa le motivazioni
  • Una Chiesa ministeriale

Ho sentito il ragionamento secondo cui l’ordinazione sacerdotale tra i laici delle comunità lontane è necessaria, perché il ministro difficilmente le può raggiungere.

A mio modo di vedere, l’impostazione del problema in questi termini pecca di un enorme clericalismo. Dove non c’è il “pretino” o la “suorina” non c’è vita ecclesiale. Il problema di fondo è molto più serio. Si è creata una Chiesa con poco o nessun protagonismo e senso di appartenenza dei laici, una Chiesa che, se non c’è il “prete”, non funziona. Questa è un’aberrazione ecclesiologica e pastorale. La nostra fede, in quanto cristiani, è radicata nel battesimo, non nell’ordinazione sacerdotale.

Sinodo

Talvolta ho l’impressione che si voglia clericalizzare il laicato. Occorre anzitutto una Chiesa di battezzati protagonisti, di discepoli e missionari. In varie parti della nostra America, si ha l’impressione che si siasacramentalizzato ma non evangelizzato, che si sia mescolata l’acqua con l’aceto, ma non l’acqua col vino.

Una visione “funzionale” del ministero, che non rivitalizzi l’intera comunità cristiana come protagonista dell’evangelizzazione, pur avendo dei laici ordinati, non risolverà il problema, l’impegno battesimale cristiano rimarrà lo stesso.

È opportuno allargare l’orizzonte e guardare la vita e l’esperienza della Chiesa.

La Chiesa della Corea nasce dall’evangelizzazione dei laici. Il laico Yi Seung-hun, battezzato in Cina, diffonde la Chiesa cattolica nel paese, battezzando egli stesso. Per 51 anni (1784-1835) dalla sua fondazione la Chiesa coreana fu evangelizzata dai laici, con la presenza occasionale di qualche sacerdote. Quella comunità cattolica fiorì e si diffuse enormemente, nonostante le terribili persecuzioni, grazie al protagonismo dei battezzati.

La Chiesa del Giappone, fondata da s. Francisco Saverio (1549), cresce vertiginosamente e, per tre secoli, arrivano anche le persecuzioni, i missionari vengono espulsi e l’ultimo sacerdote viene martirizzato nel 1644. Solo dopo più di 200 anni torneranno i sacerdoti (missionari francesi) e troveranno ancora una Chiesa viva formata dai kakure kirishitan (cristiani nascosti).

Nelle comunità cristiane c’erano vari ministeri: un responsabile, catechisti, battezzatori, predicatori. È interessante il consiglio che i cristiani custodirono fino all’arrivo dei nuovi sacerdoti nel diciannovesimo secolo: la Chiesa tornerà in Giappone e lo saprete da questi tre segni: «i sacerdoti saranno celibi, ci sarà una statua di Maria ed essi obbediranno al papa-sama di Roma».

Passo a qualcosa di più personale, alla mia esperienza missionaria di 25 anni in Africa (Angola). Una volta terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visitare comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono rimaste salde nella fede ed erano comunità dinamiche, guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio ai più poveri. Una Chiesa viva e laica in assenza di sacerdoti.

In America Latina non mancano esempi positivi, come tra i Quetchi del Guatemala centrale (Verapaz) dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in alcune comunità, i ministri laici hanno comunità vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechistici, missioni, tra i quali i gruppi evangelici hanno potuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono state fondate persino congregazioni religiose femminili e maschili di origine totalmente locale.

  • La mancanza di vocazioni in Amazzonia è un problema o è la conseguenza di un altro problema?

La mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di opzioni teologico-pastorali che non hanno dato i risultati previsti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta dei “viri probati” come soluzione all’evangelizzazione è una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca il vero problema di fondo.

Papa Francesco scrive nell’Evangelii gaudium 107:

«In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione».

Il papa fornisce anche la chiave del problema. Non è la mancanza di vocazioni, ma la scarsa proposta, la mancanza di fervore apostolico, la mancanza di fraternità e preghiera; la mancanza di processi seri e profondi di evangelizzazione.

Faccio un paragone con altri due “biomi” ricchi di vita biologica, spirituale ed ecclesiale: il bioma del fiume Brahmaputra e il bioma del bacino del Congo.

Nell’India nord-orientale, l’evangelizzazione avanza in modo decisivo dal 1923, ad opera di una piccola comunità cattolica che non raggiungeva i 1.000 cristiani.

Secondo i dati del 2018, questa regione oggi consta di 1.647.765 cattolici, con 3.756 religiosi e 1.621 sacerdoti (metà dei quali appartenenti alle minoranze etniche locali e il resto missionari di altre parti dell’India). Ci sono 15 diocesi radicate nelle minoranze etniche di circa 220 lingue locali (Naga, Khasi, Wancho, Nocte, Jaintia, Apatani, Goro, Ahom, War, Bodo…).

Queste popolazioni, come quelle amazzoniche, rimasero per secoli isolate in mezzo all’induismo, all’islamismo e al buddismo, rifugiate tra le montagne e le foreste dell’Himalaya, vivendo le loro pratiche ancestrali. In 90 anni avvenne un cambiamento impressionante. Il rapporto tra fedeli e sacerdoti cattolici oggi è di 1 a 1.000, il che è eccellente. Molti cristiani di queste minoranze “tribali” hanno occupato posti significativi nella politica locale e nazionale dell’India.

L’altro bioma è il fiume Congo, con i paesi circostanti: oltre 500 villaggi e lingue. Il cristianesimo ha attraversato varie difficoltà, le stesse di altri contesti, ma in più la sfida di essere considerato come la religione del colonialismo durante il periodo della decolonizzazione (anni ’60 e ’70). Nonostante tutto, la fioritura delle Chiese africane è evidente e promettente. In quel bioma, le vocazioni sacerdotali sono cresciute del 32% negli ultimi 10 anni e la tendenza sembra continuare.

Potremmo portare altri esempi dal Vietnam, dall’Indonesia (il paese più musulmano del mondo), da Timor Est, dall’Oceania… ma certamente non dalla nostra Europa secolarizzata. In tutte le regioni geografiche esistono sfide e difficoltà nelle comunità cristiane; ma si vede che dove esiste un’opera di evangelizzazione seria, autentica e continua, non mancano le vocazioni al sacerdozio.

L’inevitabile domanda che si pone è: come è possibile che popoli con tante ricchezze e somiglianze antropologiche-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti, miti, un forte senso comunitario, la comunione con il cosmo, con profonda apertura religiosa… abbiano fatto fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400 anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono diocesi e congregazioni presenti da oltre un secolo e che non hanno una sola vocazione indigena locale. C’è forse un gene in più o in meno, o il problema è un altro? Le differenze culturali sono così ampie?

Una possibile risposta è che i popoli amazzonici, culturalmente, non comprendono le esigenze del celibato. Questo problema è stato sollevato, forse anche con buona volontà, ma è impregnato di forti preconcetti culturali, per non dire razziali… Esattamente lo stesso problema si era posto in India, in Oceania e in Africa.

L’enciclica Maximum illud, di cui si celebrerà il centenario durante il sinodo con un mese missionario straordinario, risponde a questo problema. Il documento incentiva e stimola la promozione delle vocazioni indigene, nelle Chiese che furono o erano dipendenti dalle colonie europee.

Sinodo

Qui possiamo vedere, a titolo di esempio, il magnifico lavoro missionario degli Spiritani, dei Padri Bianchi, che hanno optato decisamente per le vocazioni locali, creando seminari fiorenti in tutta l’Africa.

Certamente, dedicarsi a lavorare per le vocazioni è impegnativo, implica l’investimento di mezzi, del personale migliore. Talvolta la vita missionaria ha evitato questo prezioso servizio che è davvero quello che coopererà a creare una Chiesa dal volto amazzonico. A volte è molto più gratificante una vita di “eroe itinerante” nelle foreste che non una dedizione amorevole, paziente e rispettosa nell’accompagnamento e nella formazione delle vocazioni locali.

Quali sono i nuovi cammini?

D’altra parte, è comune sentire l’espressione nuovi cammini per l’evangelizzazione come sinonimo per promuovere le ordinazioni di viri probati. Sono del tutto d’accordo che dobbiamo cercare “nuove vie” per l’evangelizzazione. Ma forse non siamo d’accordo nel dire dove sta la novità.

Penso che uno dei problemi pastorali in varie parti dell’America Latina, e in particolare dell’Amazzonia, sia l’insistenza sui “vecchi percorsi”. Esiste un gran conservatorismo in diverse Chiese e strutture ecclesiali. Non mi riferisco solo ai tradizionalisti preconciliari, ma a linee pastorali, mentalità che si sono radicate nel ’68 e nel decennio ’70-’80.

Per alcuni, l’unica Assemblea continentale dei vescovi latinoamericani è stata Medellín, ignorando la ricchezza e la riflessione di Puebla, Santo Domingo, Aparecida, in particolare per quanto riguarda il problema del dialogo con la cultura, l’evangelizzazione, la missionarietà.

Indico 3 tipi di Alzheimer pastorale che influiscono sulla sterilità evangelizzatrice dell’Amazzonia.

  • Antropologismo culturale

Nel 1971, un gruppo di 12 antropologi redasse la famosa Dichiarazione delle Barbados, la quale affermava che la Buona Novella di Gesù era una pessima notizia per le popolazioni indigene. Senza dubbio da questa provocazione si sviluppò in diverse parti un fecondo dialogo tra antropologi e missionari, che è servito di reciproco arricchimento. Ma in altri luoghi si cadde in un’autocensura, perdendo la “gioia di evangelizzare” (EG 1-13). Ricordo casi di suore che decisero di non annunciare Gesù Cristo, né fare catechesi, “per rispetto della cultura indigena”. Si sarebbero limitate alla testimonianza e al servizio.

Dopo vent’anni, quando giunsero i gruppi evangelici nelle comunità indigene, chiesero al sacerdote della missione se non sarebbe stato il caso di parlare anche di Gesù. La risposta del prete fu: «Era tempo, sorelline, di dire qualcosa su Gesù».

Talvolta l’insistenza sulla testimonianza è tale da pretendere che essa sostituisca l’annuncio. A questo proposito, Paolo VI, nel documento fondamentale sull’evangelizzazione Evangelii nuntiandi 22 ci dice: «Tuttavia ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava “dare le ragioni della propria speranza” –, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù.

La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati».

  • Moralismo sociale

In più di un luogo ho sentito espressioni del genere da parte di operatori pastorali: «Quando la gente ha bisogno di servizi viene da noi (Chiesa cattolica), ma quando cercano un significato alla loro vita va da altri (evangelici ecc.)». È evidente e costatabile che la Chiesa, volendo essere “una Chiesa samaritana”, ha dimenticato di essere una “Chiesa Maddalena”, una Chiesa che fornisce servizi ma che non annuncia la gioia della risurrezione del Signore.

L’impegno sociale della Chiesa, nell’evangelica opzione per i più poveri, è stata ed è un’enorme ricchezza, che si è concretizzata in molteplici iniziative a favore della salute, l’educazione, la difesa dei diritti umani, la difesa delle terre indigene, l’organizzazione sociale delle comunità, le cooperative di produzione, la salvaguardia dell’ambiente…

Questo impegno per la dignità della persona, senza dubbio è stato e continua ad essere un aspetto costitutivo del processo di evangelizzazione, che esprime la dimensione diaconale della Chiesa. Un impegno del genere non ha costituito solo una ricchezza per la Chiesa latinoamericana, ma per la Chiesa universale.

Il problema sorge quando questo genere di attività assorbe il resto della vita e i dinamismi della Chiesa, lasciando in ombra, messe a tacere o date per scontate le altre dimensioni: kerigmatica, catechetica, liturgica, lakoinonia. Siamo in una tensione irrisolta tra Marta e Maria.

Perfino la predicazione, a volte, in non pochi contesti, si è concentrata eccessivamente sulle questioni sociali riguardanti l’impegno, la trasformazione e la liberazione sociale; sulle problematiche dell’ingiustizia mondiale, sui peccati strutturali ecc…, elementi che fanno parte del messaggio di evangelizzazione, ma che sono stati trasmessi in modo tale che alla gente semplice dicevano o dicono poco o niente circa il brutto sogno avuto, la malattia del loro bambino, la loro particolare problematica familiare… Una predicazione fortemente segnata di “moralismo sociale” con tematiche e dinamiche a volte fortemente cariche di ideologia e di riduzionismi sociologici non è stata capace di toccare le fibre del cuore popolare.

Grazie a Dio, perché se non è la programmazione pastorale intellettuale a pensare alla “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici”, ci pensa la stessa Vergine a prendersi cura dei suoi figli e a toccare il cuore popolare, non a partire da grandi riflessioni, ma dalla semplice pietà popolare: ricca, semplice, diretta, piena di affetto, molto sentita dai “piccoli”. Basta ricordare la grande devozione amazzonica alla Vergine di Nazaret, quando in ottobre, a Belém de Pará, circa due milioni di pellegrini accompagnano la processione del “Cirio de Nazaret” (immagine della Vergine di Nazaret, ndtr).

L’enorme emorragia di cattolici, nella Chiesa latinoamericana, verso la costellazione delle Chiese evangeliche e neo-pentecostali, è dovuta senza dubbio a vari fattori, per cui non si può essere semplicisti, ma certamente la mancanza di una pastorale molto “più religiosa” e “meno sociologizzata” ha influito moltissimo su un’emigrazione verso le Chiese evangeliche e i nuovi movimenti religiosi, dove nella Parola, in un’accoglienza fraterna e calorosa, in una presenza costante, in un forte senso di appartenenza, trovano un “significato” e una compagnia per la loro vita.

Sinodo

A mio modo di vedere, questo è uno dei peccati teologici-pastorali di difficilissima conversione, in cui a fatica si riconoscono certi squilibri e le radicalizzazioni che hanno resa sterile la nostra pastorale, provocando unadeforestazione spirituale. C’è una specie di impenetrabile atteggiamento difensivo in bunker ideologici. Si continua in maniera persistente sulla stessa linea.

Ho visitato una diocesi, in cui dove all’inizio degli anni ’80, il 95% della popolazione erano cattolici, oggi sono il 20%. Ricordo il commento di uno dei missionari europei che hanno sistematicamente “disevangelizzato” la regione: «Non favoriamo la superstizione ma la dignità umana». Penso che sia detto tutto.

La Chiesa in alcuni luoghi si è trasformata in un grande gestore di servizi (sanitari, educativi, promozionali, diadvocacy…), ma poco in madre della fede.

Visitando una comunità della mia congregazione che opera tra gli indigeni, dopo aver lavorato per anni nell’educazione, nella legalizzazione delle terre, nella difesa dei fiumi contro le imprese minerarie, nella rivalutazione degli elementi culturali tradizionali, alcuni capi delle comunità indigene non permettono loro di entrare nel loro territorio, perché ora sono evangelici. Si sono fatte molte cose, ma sono mancati i processi per condividere la ricchezza e la bellezza della nostra fede cattolica, un ricco annuncio della Parola e la formazione di operatori pastorali.

  • Secolarismo

Un terzo Alzheimer è il secolarismo. Certamente è una sfida globale. L’America Latina è più suscettibile agli influssi per la sua posizione geografica a differenza dell’Europa occidentale. Anche la cultura urbana secolarizzata esercita un influsso oltre i limiti della città: queste sfide sono in qualche modo normali a tutta la vita della Chiesa e a tutte le latitudini.

Ma il problema principale non sta nelle pressioni culturali dell’ambiente dominante, ma nel fatto che una Chiesa si secolarizza, quando i suoi operatori pastorali interiorizzano le dinamiche di una mentalità secolarizzata: l’assenza o una manifestazione molto timida della fede quasi chiedendo perdono.

Le conseguenze di queste opzioni o influenze pastorali, senza dubbio, si riflettono nella sterilità vocazionale o nella mancanza di perseveranza nel percorso intrapreso, per l’assenza di motivazioni profonde. Nessuno lascia ogni cosa per essere un animatore sociale, nessuno consegna la propria vita a un’“opinione”; nessuno offre l’assoluto della sua vita a qualcosa di relativo, ma solo all’Assoluto di Dio. Quando questa dimensione teologica e religiosa non è evidente, chiara e viva nella missione, non ci saranno mai opzioni di radicalismo evangelico, che è un indice che l’evangelizzazione ha toccato l’anima di una comunità cristiana.

Una comunità cristiana che non genera vocazioni sacerdotali e religiose è una comunità affetta da qualche malattia spirituale. Possiamo ordinare i viri probati e altro ma i problemi di fondo rimarranno: un’evangelizzazione senza Vangelo, un cristianesimo senza Cristo, una spiritualità senza lo Spirito Santo.

Logicamente, una visione orizzontale della cultura dominante, in cui Dio è assente, o ridotto ad alcuni concetti simbolici, culturali o morali, è impossibile che giunga ad apprezzare il fecondo valore spirituale e pastorale del celibato sacerdotale come dono prezioso di Dio e della totale e sublime disposizione di amore e di servizio alla Chiesa e all’umanità.

Le vocazioni sacerdotali autentiche ci saranno solo quando si stabilisce una relazione autentica, esigente, libera e personale con la persona di Cristo. Forse è molto semplicistico ma, a mio modo di vedere, il “nuovo cammino” per l’evangelizzazione dell’Amazzonia è la novità di Cristo.

Proposte per nuovi percorsi

Presento qui otto itinerari di crescita per nuovi cammini di evangelizzazione. In se stessi non hanno nulla di nuovo. Sono quelli di sempre, ma nel desiderio che siano realmente plasmati di nuovo fervore.

  • Il primo e più importante è un’evangelizzazione integrale.

Così come parliamo di ecologia integrale, dobbiamo tenere presente l’evangelizzazione integrale. Dove in modo armonioso ed equilibrato siano presenti tutti gli aspetti pastorali della missione, dove tutto ha a che vedere con tutto: il kerigma (l’annuncio gioioso di Gesù Cristo), la catechesi (non come indottrinamento, ma come un paziente processo catecumenale che intreccia il vangelo con la vita e la cultura amazzonica); la diaconia (migliaia di servizi, quale espressione di una carità creativa e impegnata che nasce dalla fede); la koinonia (creazione di comunità fraterne attorno alla fede e alla Parola), la liturgia (una comunità che celebra con gioia la sua fede). Senza processi di evangelizzazione integrale, non solo non ci saranno vocazioni, ma non ci saranno cristiani, o almeno cattolici.

  • Un ricco catecumenato

L’esperienza in alcune parti del mondo e in Amazzonia ha dimostrato l’efficacia del catecumenato, come luogo di incarnazione della fede nella ricchezza del proprio patrimonio culturale. Altrimenti, appena sacramentalizziamo e non evangelizziamo, la fede si trasforma in una vernice superficiale nella vita del credente, che non converte, non penetra, non trasforma l’esistenza. Un processo paziente, comunitario accompagnato dalla fede è un cammino di autentico rinnovamento. È un cammino lento, non rumoroso, ma fecondo e a lungo termine.

  • Una Chiesa creativamente ministeriale, una Chiesa creativa nella promozione e nel protagonismo dei ministeri nelle comunità: ministeri radicati nell’impegno battesimale, per uomini, donne, giovani, per diverse circostanze e aree pastorali. Una comunità ricca e feconda di questi ministeri ordinati o laicali: diaconato permanente, lettori, annunciatori, ministri delle celebrazioi, narratori di storie, commentatori della Parola, esorcisti, ministri della speranza (funerali), catechisti, animatori giovanili, missionari/e, servi dei poveri ecc.

Solo quando si vive questo dinamismo pastorale ed ecclesiale è possibile pensare ad ulteriori passi ministeriali, come lo studio di un’eventuale ordinazione sacerdotale di qualcuno dei suoi ministri.

  • Partecipazione politica organizzata del laicato cattolico nelle politiche regionali e nazionali, in particolare per quanto riguarda i territori indigeni e la protezione dell’ambientale.
  • La proposta pastorale di piccole comunità cristiane, di gruppi o movimenti che, in un clima fraterno attorno alla Parola di Dio, offrono il calore e l’affetto della fraternità cristiana, che libera dall’anonimato delle periferie urbane e conserva, in molti, le dinamiche e le ricchezze delle comunità rurali di origine. Sono comunità di accompagnamento, di crescita nella fede alla luce della Parola e missionarie per la loro gioia di evangelizzare.
  • Una pastorale familiare che sappia accompagnare, riunire formare nella fede, perché è dal grembo della famiglia che nascono i processi più efficaci di evangelizzazione.
  • Una pastorale giovanile ricca di proposte adattate ai diversi contesti (rurale, urbano, adolescenti, giovani, studenti, lavoratori, universitari, indigeni, afro, meticci, bianchi…), ma fortemente centrata nella vita del gruppo (associazionismo giovanile), nel volontariato e in itinerari graduali di formazione della fede. Si potrà avere una ricca pastorale vocazionale solo quando esiste una pastorale giovanile prospera e robusta.
  • Una decisa scommessa sulle vocazioni locali: credendo, confidando, accompagnando, formando, destinando ai giovani candidati le migliori risorse ecclesiali che si possiedono. Sono senza dubbio essi i più adatti a trovare i migliori cammini, quelli più autentici per dare alla Chiesa un volto amazzonico.

L’Europa delle religioni

Una delle ragioni per cui facciamo fatica a comprendere e interpretare in maniera adeguata le presenze della religione nell’Europa contemporanea è dovuta al fatto che continuiamo a leggere queste ultime con categorie tipicamente moderne, oramai superate dal riconfigurarsi complessivo delle forme civili, politiche e culturali dei vissuti umani e della coesistenza fra molti.

Dallo spazio alla visibilità

In particolare, ci ostiniamo a inquadrare la religione e i suoi molti fenomeni all’interno di un lessico concettuale che ha prevalentemente a che fare con lo spazio; e, quindi, con l’occupazione, l’estensione, la collocazione. Proprio in virtù di questo fraintendimento, le presenze attuali della religione sembrano avere una preoccupante pervasività rispetto all’intero sociale. Quando in realtà le cose stanno in maniera diversa.

Infatti, la religione e i suoi fenomeni hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento e usufrutto dei processi di globalizzazione e di virtualizzazione dell’ambiente umano di vita e di relazione. All’interno di questi nuovi codici le presenze della religione non hanno tanto a che fare con lo spazio, e la sua occupazione più o meno indebita; quanto, piuttosto, hanno a che fare primariamente con la visibilità – e, quindi, con tutta quella dimensione complessa dell’immagine e dell’immaginario.

Europa e religioni

Nell’Europa contemporanea la religione e le forme della sua presenza godono di un tasso inedito di visibilità, senza che questo significhi necessariamente una sua corrispondente estensione pervasiva nelle trame del vivere insieme dei cittadini europei. Anzi.

Perché in regime di virtualizzazione e globalizzazione a un alto tasso di visibilità non corrisponde una speculare presenza effettiva e reale del fenomeno. Detta in una battuta: secondo l’ordine della visibilità oggi la religione è un qualcosa di estremamente diffuso, nel momento stesso in cui – secondo l’ordine dello spazio – esso è sostanzialmente irrilevante e marginale.

Il grande incanto di cui soffre larga parte dell’interpretazione europea delle presenze della religione tra di noi è quello di confondere la visibilità (dei fenomeni religiosi) con l’occupazione sproporzionata di ampie aree della coesistenza umana. Reagendo in maniera conseguente, ossia invocando un più alto controllo rispetto alle penetrazioni (ritenute indebite) della religione nello spazio pubblico europeo.

Il problema, appunto, è che le presenze odierne della religione avvengono e si dipanano altrove rispetto alla dimensione spaziale del nostro vivere insieme in Europa. Per questo non riusciamo più né a istruire una gestione adeguata del religioso rispetto alle istituzioni civili e politiche, né a far giocare le religioni come alleate significative del progetto europeo.

Il simulacro totale

Mentre noi organizziamo spazi, esse scivolano via come immagini. Con tutte le conseguenze di questa divaricazione. In quanto questione di visibilità, le presenze della religione nell’Europa odierna si attuano completamente nell’ordine dell’immagine e si esauriscono in essa.

L’aspetto più importante di questo slittamento dallo spaziale al visibile è quello della slegatura dell’immagine da qualsiasi referente reale e da ogni riferimento alla realtà delle cose. Ossia, oggi l’immagine rinvia semplicemente ad altre immagini, generando a piacere da sé ogni volta di nuovo la virtualità e arbitrarietà di questo rimando. Insomma, l’immagine è oggi sostanzialmente un simulacro (immagine di immagini).

Religioni in Europa

E con essa lo è la religione collocatasi completamente sul lato della pura visibilità. L’astuzia dei politici sembra aver compreso questo mutamento di paradigma molto più rapidamente e meglio dell’acribia dei teologi e del ceto clericale delle religioni. Il ricorso programmatico di Salvini al rosario e alla Madonna, comprese preghiere e devozioni mediatiche varie, rientra proprio nella riduzione del simbolico religioso cristiano a simulacro sganciato da ogni realtà.

In quanto immagini di immagini, il rosario e la Madonna possono essere utilizzati a piacimento nella loro funzione di simulacro, facendo credere che proprio di essi si tratta quando in realtà ne va di tutt’altra cosa. Noi ci immaginiamo che nella visibilità di quei gesti ostensivi si tratti di religione, e ci affanniamo a istruire un (vano) contraddittorio come se ne andasse proprio di questo.

Ed è esattamente a questo che mira l’utilizzo come simulacro dei grandi simboli cristiani messo in campo da Salvini e soci vari in giro per tutta l’Europa. Paradossalmente, è proprio la (doverosa) critica a quest’uso del simbolo religioso che lo legittima oltre la sua funzione di puro simulacro.

L’ingenua onestà con cui la fede sincera finisce col legittimare l’uso più bieco e strumentale del suo patrimonio simbolico e devozionale è dovuta, appunto, all’incapacità di comprendere tutte le implicazioni del passaggio della religione dalla dimensione della spazialità a quella della visibilità. In quanto visibilità dell’immagine di immagini, la religione funziona in modo completamente diverso rispetto al suo ancoramento spaziale e alla sua collocazione territoriale.

La fine della distinzione degli ambiti

Svincolata dallo spazio e dal suo legame coi territori dell’umana esistenza la religione diventa, in un certo qual modo, sconfinata. Perde cioè quei limiti e confini a cui ci eravamo assuefatti per tutta l’epoca moderna e lungo i suoi ultimi strascichi postmoderni. E la religione fa questo in molti modi.

Innanzitutto, non essendo più vincolata spazialmente decade per la religione, e per le sue presenze, qualsiasi distinzione e separazione di ambiti (tra religioso e non). Argomentare rispetto a questo fenomeno epocale con le categorie atte a preservare lo spazio pubblico da indebite occupazioni da parte del religioso non funziona più – soprattutto perché è quello stesso spazio che si è trasformato, anche lui, in arena virtuale della pura simulazione immaginaria.

Allo stesso modo, la creazione virtuale di distinzioni di spazi e ambiti non può essere destinata che alla produzione di un ulteriore simulacro che non esiste da nessuna parte – con buona pace degli ultimi epigoni di qualsiasi ordinamento della separazione (che poteva funzionare nello spazio, ma è del tutto inefficace quando ne va di visibilità).

È questo il registro che ci permette di comprendere una delle partite più feroci che si stanno attualmente giocando sugli scenari mondiali. L’aspra opposizione concertata dalla lobby statunitense del potere economico e finanziario neo-liberale contro papa Francesco, tacciato di condurre la Chiesa cattolica oltre i confini della sua lecita attuazione, non ha nulla a che fare con una anche se pur remota preoccupazione per la salvaguardia dell’essenza del cattolicesimo e della Chiesa.

Religioni in Europa

Questa opposizione parte dalla lucida consapevolezza che oggi non è più possibile relegare il religioso a una dimensione propria e separata da tutto il resto; e, quindi, è necessario procacciarsi e favorire una forma di religione che sia funzionale agli interessi lobbistici del potere economico-finanziario.

Corrispondentemente, Francesco gioca la sua partita sull’avvenire della Chiesa cattolica ben al di là dei confini tradizionali dell’attuazione ecclesiale, perché ha lucidamente compreso che relegandosi all’interno di essi il cattolicesimo è destinato a estinguersi proprio nel suo valore religioso.

Per la nuova bestia delle potenze mondane questa impresa religiosa della Chiesa oltre la Chiesa stessa è del tutto insopportabile, perché scende sul terreno in cui essa è in grado di metterne in discussione la liceità e legittimità di monopolizzazione totale del potere.

È probabile che il ceto conservatore ecclesiastico, che si è consegnato all’alleanza con la lobby neo-liberale per ricondurre la Chiesa cattolica al puramente religioso (ossia al nulla, perché qualcosa di simile oggi non esiste più), sia ingenuamente inconsapevole della strumentalizzazione a cui si è reso disponibile con così tanta leggerezza e spregiudicatezza. Diventando, alla fin fine, anch’esso un mero simulacro della custodia della retta fede ecclesiale.

Le Chiese e l’Europa

L’Europa, sia nella sua accezione culturale sia in quella istituzionale dell’Unione, non appare essere attualmente in grado di governare fecondamente questi profondi processi di trasformazione della religione e delle sue presenze. Ed è all’interno di questo inedito epocale che si prospetta un nuovo compito, civile e religioso al tempo stesso e senza distinzione, per i due grandi cristianesimi occidentali.

Religioni in Europa

A essi compete il dovere di accompagnare e traghettare la fine della istituzionalizzabilità (moderna) della religione e dei suoi fenomeni secondo i parametri che abbiamo ricevuto dal meglio dei processi costituzionali europei. Questo vuol dire impegnarsi a immaginare nuove forme di rapporto tra la statualità europea e la pratica religiosa del vivere quotidiano degli uomini e delle donne.

Si tratta sicuramente di navigare acque del tutto inesplorate, nelle quali i cristianesimi per un tratto avranno il compito di assumere una funzione vicaria sia rispetto alle altre religioni (in particolare l’Islam), sia verso le grandi istituzioni del diritto europeo, per disegnare le coordinate non spaziali e non territoriali di un nuovo amicale accordo fra le fedi e i vissuti umani.

Questo vuol dire congedarsi da forme pattizie bilaterali che ancora tanto garantiscono sia alle Chiese sia agli stati europei. Ma appunto, si tratta di una garanzia non solo oramai evanescente, ma anche svuotata di una presa effettiva sulla realtà dei fenomeni religiosi che caratterizzano la coesistenza umana europea.

Nell’antico tesoro del cristianesimo si trova la possibilità di un’universalità non territoriale e non egemonica, sulla quale è possibile gettare la base di un nuovo modello di articolazione civile delle presenze della religione nella vita quotidiana europea. Essenziale è che entrambi i cristianesimi occidentali mettano mano insieme a questa impresa e non lo facciano per sé – disegnando, appunto, il senso genuinamente vicario della loro collaborazione all’edificazione dell’Europa che verrà.

Si tratta, quindi, per entrambe le Chiese cristiane di un itinerario di inedito apprendimento delle presenze della religione oltre i limiti confessionali e territoriali del vivere e del credere.

Un’impresa lungo la quale i cristianesimi devono guardare, senza sudditanza e in maniera critica, continuamente alle istituzioni del diritto in modo da condurre anche quest’ultimo al di fuori delle secche in cui si è arenato a causa di un’applicazione, spesso ideologicamente indebita, del proprio strumentario.

Politica delle emozioni vs. razionalità umanistica del Vangelo

In maniera più intuitiva che programmatica, ma così è nelle corde dell’uomo, questo è esattamente quello a cui papa Francesco sta cercando di spronare la «macchina» della Chiesa cattolica, impegnandola in un esercizio costante a favore dell’umano che è comune a tutti – senza perdersi in eccessive preoccupazioni di apparato per sé.

Il regime della pura visibilità istruito dal simulacro totale ha condotto all’esaurimento di ogni efficacia ascrivibile alla razionalità politica, istruendo un assetto politico che si nutre di emozioni prodotte virtualmente. Le derive del sistema che ne risultano sono drammaticamente percepibili sia all’interno del corpo europeo degli stati, sia al di fuori di esso.

La radicalizzazione evangelica del posizionamento della Chiesa cattolica, disegnato da Francesco davanti a quest’aura impalpabile e ingovernabile di una politica delle pure emozioni, aspira a offrire una sponda non irrazionale nella stagione della fine della razionalità politica moderna. E lo fa mettendo in campo quella razionalità affettiva e profondamente umanistica iscritta nei gesti e negli atteggiamenti del Vangelo del Dio di Gesù.

Religioni in Europa

Lo scavalcamento continuo, questo sì programmatico, dei chiari confini istituzionali, religiosi e confessionali (da sempre affermato nel Vangelo come passione di Dio per il riscatto dell’umano) mira ad assicurare pubblicamente il carattere non egemonico di questa funzione vicaria della fede cristiana a favore di tutti – senza esclusione alcuna.

Per fare ciò non c’è punto di partenza possibile se non quello dei margini e degli esclusi, degli sconfitti e dei dimenticati prodotti dalle potenze mondane che hanno monopolizzato e asservito l’umano ai loro interessi. Nella convinzione che se si lavora e lotta per questi, lo si fa per tutti – soprattutto per quelli che verranno dopo di noi.

Settimananews

#OpenArms. FCEI e Valdesi a David Sassoli (Parlamento europeo): pronti ad accoglienza immediata


nev.it 

In una lettera indirizzata al presidente del Parlamento Europeo, le chiese protestanti ribadiscono la loro disponibilità ad accogliere i naufraghi a bordo del rimorchiatore della ONG spagnola, che si trova da 11 giorni in mare aperto in attesa di un porto sicuro. Serve con urgenza “una soluzione umanitaria, tecnica e provvisoria per dare sollievo a persone già oggi allo stremo”.

A Medan i lavori del congresso dei teologi asiatici. Opportunità ecumenica

L’Osservatore Romano

(Riccardo Burigana) «Riconciliazione, rinnovamento, restauro: indicativo divino e imperativo umano»: è stato questo il tema del nono Congresso dei teologi dell’Asia che si è svolto a Medan, in Indonesia, dal 5 al 10 agosto. L’incontro fa parte di una serie che, iniziata nel 1997, raduna ogni tre anni i teologi asiatici (anche coloro che si trovano a vivere fuori dal continente) di confessioni cristiane diverse, per un confronto ecumenico su come promuovere un rinnovamento della teologia in un contesto, come quello asiatico, che vive di rapidi cambiamenti anche in campo religioso. La scelta del tema del congresso di Medan, la cui organizzazione non è stata facile dal momento che inizialmente doveva tenersi a Colombo, in Sri Lanka, ha voluto rispecchiare la volontà di proporre una riflessione su cosa i teologi devono fare oggi per contribuire a rendere sempre più visibile la presenza dei cristiani in Asia; si è così discusso del loro ruolo in rapporto alla custodia della creazione, alla difesa della vita, alla costruzione della pace e della giustizia a partire da una riflessione biblica e teologica che tenga conto delle peculiarità dell’Asia e proprio dalla lettura di queste peculiarità sappia indicare delle soluzioni ecumeniche.
Approfondire e sviluppare tra «indicativo divino e imperativo umano» è stato un modo per rispondere all’istanza, tanto diffusa tra i cristiani in Asia, che sia necessario rinnovare la teologia tenendo conto del pluralismo religioso e culturale che caratterizza il continente, dove sono anche presenti rifiuti e condanne di tale pluralismo. Per questo il congresso «non è stato un mero esercizio accademico ma un’opportunità e un’esperienza per i teologi dell’Asia per valutare insieme come favorire una ricerca sulla rilevanza del Vangelo che conduce all’essere riconciliati con Dio in Cristo e partecipare alla missione di Dio, dove l’essere nuovi in Cristo può essere una strada di rinnovamento e di restauro della creazione di Dio»: parole di Mathews George Chunakara, segretario generale della Conferenza cristiana in Asia, che è stata uno dei principali sponsor dell’incontro. Quella a Medan è stata inoltre «un’opportunità ecumenica», come ha detto padre Clarence Devadass, a nome della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia, dove coordina la riflessione teologica, rilanciando l’importanza della testimonianza ecumenica che può aiutare i teologi a lavorare sempre più insieme per la Chiesa “Una” su aspetti concreti, come la riconciliazione delle memorie e la custodia del creato.
Il convegno si è articolato in quattro relazioni tematiche, sessioni seminariali su singoli aspetti della riflessione teologica, momenti di condivisione di esperienze e di progetti, letture della Bibbia con un confronto sulla pluralità esegetica nella Chiesa; con le quattro relazioni tematiche sono state offerte delle piste di ulteriore riflessione, soprattutto in una prospettiva ecumenica, ai teologi alla luce delle tante esperienze che segnano la vita delle comunità cristiane, chiamate a convivere, come è stato detto più volte, da una parte con il desiderio di rafforzare l’annuncio della Parola di Dio e dall’altra con le difficoltà quotidiane di vivere in una società interreligiosa. Anche nelle quattro relazioni tematiche centrale è stata la riflessione sull’impegno dei cristiani nella salvaguardia del creato, come anche nei workshop dove è emerso quanto i cristiani, insieme, già operano nella denuncia dello sfruttamento del creato e nella formulazione di nuove proposte per uno stile di vita fondato sui valori cristiani. Anche nello spazio riservato al dialogo interreligioso si è parlato della salvaguardia del creato, sottolineando gli aspetti comuni alle religioni su questo aspetto; non sono mancate le voci di coloro che hanno testimoniato il clima di crescente intolleranza in tante realtà, chiedendo un maggior impegno delle religioni nella condanna di ciò.
In Indonesia si è parlato inoltre dell’ormai imminente prima assemblea ecumenica delle donne asiatiche, promossa dalla Conferenza cristiana dell’Asia, che si terrà il prossimo novembre a Taiwan; questo incontro vuole essere un’occasione per tutte le comunità cristiane di riflettere sul ruolo delle donne nella Chiesa e nella società, in Asia, nel ventunesimo secolo, per promuovere un rinnovamento che renda le comunità sempre più prossime al modello evangelico, proseguendo nella rimozione di tutte le forme di discriminazione e di emarginazione che condizionano la vita delle donne. Il congresso di Medan è stata insomma un’opportunità ecumenica per i teologi (alcuni molto giovani) per condividere ricerche e progetti così da rendere sempre più viva la testimonianza cristiana in Asia, contribuendo alla definizione di uno stile di vita fondato sui valori cristiani, finalmente rispettoso del creato.
L’Osservatore Romano, 12-13 agosto 2019

CALDO, OGGI BOLLINO ROSSO IN SEI CITTA’

 ansa

AFA IN DIMINUZIONE A PARTIRE DAL NORD ITALIA Caldo rovente sull’Italia, da oggi però in riduzione. Sei saranno le città da bollino rosso: Campobasso, Frosinone, Perugia, Roma, Rieti e Palermo. Il Nord sarà quindi alleviato dall’afa, che si spegnerà poi progressivamente andando avanti con la settimana. Ieri picchi di caldo fino a 50 gradi e 11 le città in allerta, con nubifragi invece al settentrione. 

Crisi di governo. Oggi in Senato si decidono date e modalità per la sfiducia al premier

Oggi in Senato si decidono date e modalità per la sfiducia al premier

Avvenire

Oggi alle 16 si riuniscono i capigruppo al Senato per decidere la data della discussione in aula della mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte presentata dalla Lega. È una giornata decisiva per capire i tempi della crisi di governo. Se però la conferenza dei capigruppo con approvasse all’unanimità il calendario dei lavori, l’Assemblea sarà convocata direttamente dal Senato; lo ha specificato la presidente del Senato Elisabetta Casellati, citando il regolamento.

Previste anche le assemblee dei parlamentari M5S, dei senatori della Lega e dei senatori del Pd. All’attuale crisi di governo – che sarà formalizzata se e quando il Parlamento voterà la sfiducia al governo Conte – va ricordato che si è arrivati per decisione della Lega di Matteo Salvini, che dopo settimane di litigi con i suoi alleati del Movimento 5 Stelle ha dichiarato di fatto finita l’alleanza tra i due partiti. Dopo aver annunciato l’intenzione di togliere la fiducia al governo, tuttavia, Salvini ha parlato della necessità di tornare subito al voto per rinnovare il Parlamento: quest’ultimo però è un passaggio tutt’altro che necessario o automatico. L’attuale legislatura, infatti, potrebbe tranquillamente andare avanti fino alla sua scadenza naturale se il Parlamento fosse in grado di sostenere un governo diverso da quello attuale, anche con una maggioranza diversa.


Salvini chiede di andare al voto al massimo a ottobre, promette tasse al 15% e nessun aumento dell’Iva con la “manovra già pronta”. Di Maio si affida al capo dello Stato così come Zingaretti che frena Renzi sulla proposta di un governo istituzionale. Ma è sul Colle più alto di Roma che siede l’arbitro che dovrà gestire l’improvvisa crisi di governo agostana. Il Capo dello Stato, attualmente in vacanza in Sardegna all’isola della Maddalena fino al 13 agosto, è pronto a tornare al Quirinale per le eventuali consultazioni. La fiducia nel suo operato, almeno per il momento, è universale, a partire da Matteo Salvini, l’uomo che ha schiacciato l’interruttore che ha fatto implodere il governo Conte. “Ho totale fiducia nel presidente Mattarella, che mi sembra abbia ben chiaro il bene dell’Italia”, dice il leader della Lega.

TUTTI INVOCANO IL QUIRINALE MA MATTARELLA ATTENDE LA DECISIONE DEL PARLAMENTO SULLA SFIDUCIA A CONTE

Se il maggiore fautore del voto subito pensa (o spera) che dal Quirinale possano sposare la sua linea, lo stesso auspicio è espresso da Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni che lancia un appello al Capo dello Stato affinché non consenta “una vergogna” come “inciuci mascherati da governi istituzionali”.

Sul fronte opposto Luigi Di Maio, ex amico e ora primo nemico del “Capitano” leghista fa altrettanto: “Ci affidiamo alle decisioni del Presidente della Repubblica”, argomenta il capo politico del M5S ormai tornato da tempo a Canossa dopo la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica.

Sul Quirinale fanno affidamento pure le opposizioni, a partire dal Pd. “Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, per fortuna nei passaggi ci guiderà la saggezza e l’autorevolezza del Presidente Mattarella”, il pensiero del segretario dem Nicola Zingaretti. E alle mani “sagge e prudenti” dell’inquilino del Colle si rimette pure l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, esponente di Leu. Un inizio di partita prudente da parte di tutti i contendenti anche perché, nello sport come nella politica, nei confronti dell’arbitro bisogna sempre avere rispetto.

Su un punto non si può dubitare: Mattarella per ora più che direttore di gara è osservatore attento. Finché il Parlamento non si esprimerà e Conte non salirà al Quirinale per dimettersi, il suo fischietto rimarrà nel taschino. Diversi gli scenari che si potrebbero aprire e che il presidente gestirà nella rigida grammatica costituzionale a lui affidata. Per questo fondamentali saranno le consultazioni, al momento unico step certo nella crisi aperta a meno di 14 mesi dalla formazione del governo gialloverde.

RENZI APRE A UN GOVERNO ISTITUZIONALE, IL NO DI ZINGARETTI 
Lo scontro è aperto nelle file dei Dem. La linea ufficiale del segretario Nicola Zingaretti resta quella del voto e anche tra i renziani la proposta di Matteo Renzi per un governo di transizione – annunciata con un’intervista sul Corriere della Sera – con il M5s viene liquidata da qualcuno come “poco più che fantascienza”. 
Dal segretario in giù, tutti si appellano alla guida di Sergio Mattarella. Il che vuol dire non escludere la possibilità di una soluzione alternativa alla corsa al voto in autunno. Su cui, tra l’altro, gli organismi dirigenti del Pd potrebbero essere chiamati presto a decidere, e su questo partono già le conte e i riposizionamenti di corrente.
L’idea di Renzi di un governo di transizione per andare al voto nel 2020, per il quale ci sarebbero stati contatti tra renziani ed esponenti di FI, non trova sostegno netto fuori dall’ala renziana e turbo-renziana. Ma se si guarda allo schema più ampio di un tentativo di costruire su un programma definito una maggioranza che freni la corsa delle destre e faccia alcune cose che servono al Paese, a partire da una legge di bilancio salva-conti, i consensi sembrano ampi nel partito.

C’è l’apertura di Dario Franceschini, di Graziano Delrio, il sì di Matteo Orfini (purché si concordi un programma che includa anche temi come la cancellazione dei decreti sicurezza di Salvini) ma anche di zingarettiani come Roberto Morassut, che dice no alla soluzione “asfittica e mortale” per il Pd di un “governo istituzionale”, ma apre a un “governo istituzionale vero di risanamento e riforme non a tempo”.

È una formula cui potrebbe aprire anche Zingaretti, che dice invece no a un governo di scopo. E, “non a tempo”, piace anche ai franceschiniani. Il segretario sembra già guardare alle urne quando chiama alla “battaglia” un mondo ampio che va dai sindaci di centrosinistra ad altri partiti e iniziative civiche: si può trovare insieme il candidato premier giusto – è il messaggio, per battere Salvini. Ma ora il discorso si è spostato su un possibile governo istituzionale con M5s. E così, mentre Walter Veltroni mette in guardia dal rischio Weimer, il Pd si spacca. “Ci aspettano prove difficili. Quando il gioco si fa duro i duri smettono di litigare”, è l’invito pacificatore di Paolo Gentiloni. Ma nelle file Dem è già partita la conta.

DI MAIO: PRIORITARIO IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

All’indomani della crisi di Governo, la priorità per Luigi Di Maio resta quella di ridurre le poltrone in Parlamento. In un post su Facebook, il leader del M5S ha lanciato un appello “a tutte le forze politiche” e ha annunciato l’inizio della raccolta firme “tra i parlamentari per chiedere la calendarizzazione d’emergenza alla Camera del taglio dei parlamentari”. “Tagliamo 345 poltrone di parlamentari e i loro stipendi. Possiamo farlo subito, manca solo un voto – ha affermato Di Maio – ci vogliono al massimo due ore per eliminare definitivamente 345 poltrone e risparmiare mezzo miliardo di euro. Sono tanti soldi. E si possono investire in modo più utile: in strade, scuole, ospedali. Non in stipendi di politici. Nessun partito aveva mai avuto il coraggio di portare avanti una riforma come questa ed ora è lì, basta un piccolo passo”.

Monsignor Mogavero contro Salvini: “Sfrutta la devozione per scopi elettorali. È inaccettabile “


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Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo – in provincia di Trapani -, non usa mezzi termini per commentare il comizio di Siracusa in cui Matteo Salvini ha mostrato e baciato il rosario insieme a un santino: “Sfruttare la devozione e i sentimenti popolari più puri per bassi interessi elettorali – dice il sacerdote all’AdnKronos – è un comportamento inqualificabile”.