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Coronavirus: da Zanotelli a Ciotti, da Rigoldi a Mazzi. Le parole dei preti “vip” nella Pasqua. Per il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati meglio il silenzio

Riflessioni e auguri dei sacerdoti “di frontiera”. Il priore di Bose Enzo Bianchi: “Questa situazione di emergenza è anche un’opportunità per imparare qualcosa da quello che viviamo”. Il fondatore di Libera: “Ascoltare il grido dei “crocifissi” di oggi: i poveri, gli esclusi, i fragili, i senza casa e senza patria”. Il prete anticamorra don Patricello: “La pietà che desideriamo che venga usata nei nostri confronti, la dobbiamo avere per i più bisognosi, per i più poveri”. Il cappellano del carcere Beccaria: “Questo Paese è un po’ come gli adolescenti ha bisogno di padri”….

Il Testo è tratto da un articolo de Il Fatto Quotidiano https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/12/coronavirus-da-zanotelli-a-ciotti-da-rigoldi-a-mazzi-le-parole-dei-preti-degli-ultimi-nella-pasqua-dei-lutti-siamo-soli-e-angosciati-ma-e-loccasione-di-essere-custodi-degli-altri/5767802/

Coronavirus: da Zanotelli a Ciotti, da Rigoldi a Mazzi. Le parole dei preti degli ultimi nella Pasqua dei lutti: “Siamo soli e angosciati, ma è l’occasione di essere custodi degli altri”

“Vuote parole, secondo la redazione del nostro blog fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, meglio avrebbero fatto a stare in silenzio in questo momento particolare. Spesso nei media vengono riportate dichiarazioni di preti che cercano molte vole in parte cercano la loro gloria piuttosto che eleborare una riflessione coerente al momento particolare che stiamo vivendo. Lo scenario certo non è dei migliori: lotta a contendersi lo spazio sui media”.

Interessante invece l’articolo apparso su settimananews con un articolo di Piotr Zygulski “La Chiesa che cambia”:

Il nesso liturgia-vita

Un altro, già menzionato, riguarda la sacramentalizzazione della fede che spesso confligge con un’esperienza viva della Parola. Già durante le vacanze estive in svariate parrocchie si viveva una sorta di “chiusura della baracca”, come se anche la Chiesa andasse in ferie. Sia allora, ma più che mai adesso, è bene che questo difficile “tempo vuoto” che ci costringe a sperimentare la mancanza venga vissuto non nello svago né nella noia in attesa che passi presto, ma nella pienezza del Vangelo, alla luce del quale abbiamo tutto l’essenziale per lavorare su noi stessi, come ha suggerito Gero Marino, vescovo di Savona-Noli.

È quindi – osserva Rocco Gumina – un tempo per ritessere le fila tra liturgia e vita, nella quale i credenti celebrano in modo straordinario la liturgia della vita osservando le disposizioni dell’autorità pubblica e contribuendo a salvare vite umane; prendendo sul serio la nostra cittadinanza nella comunità politica che ci ospita, si ha che l’esito di questa è legato a doppio filo con la nostra vera Patria.

La responsabilizzazione del laicato è quindi molto di più che attribuire un ruolo a una catechista, perché riguarda in generale l’impegno di tutti al bene comune, cioè a vivere intensamente la vocazione battesimale, che è sacerdotale (offrire ogni cosa a Dio), profetica (testimoniare in ogni contesto) e regale (far regnare l’amore in ogni relazione). Resta parimenti viva l’esigenza di ripensare la figura e il ruolo del prete, soprattutto a causa delle messe in “assenza di popolo”; ma il Popolo può mai essere davvero assente? Tali messe, impropriamente dette “in privato”, non devono mai diventare “private”, nel senso di esclusive per una cerchia di pochi eletti, fossero anche il prete e il suo cameraman di fiducia.

Il rischio di una riproposizione del modello tridentino, segnalato dalla teologa Segoloni Ruta, non è da sottovalutare: alcune celebrazioni anziché riunire la comunità la dividono; non era forse meglio insegnare a pregare in famiglia e digiunare tutti?

Il momento costringe anche i pastori a una certa distanza fisica; non è allora solo questione di ripensare la liturgia, ma anche la pastorale, per una conversione ad una maggiore prossimità al gregge affidato, condividendo l’uguaglianza del battesimo e delle preoccupazioni in un momento difficile, anziché usare i mezzi di comunicazione per riaffermare l’unidirezionalità del rapporto clericale tra chi, celebrando, comanda e chi, invece, è un mero destinatario delle indicazioni da espletare o della fama dei suoi followers.