È morto Sandro Mazzola: figlio di Valentino, icona dell’Inter, uno dei più grandi azzurri di sempre

Addio a Sandro Mazzola, leggenda dell'Inter e dell'Italia

Adnkronos) – Addio a Sandro Mazzola, bandiera dell’Inter e della Nazionale. Ad annunciarlo il club neroazzurro sul sito ufficiale. “FC Internazionale Milano, il suo presidente Giuseppe Marotta, il vicepresidente Javier Zanetti, l’allenatore Cristian Chivu e il suo staff, i calciatori e tutto il mondo Inter si uniscono con profonda commozione al cordoglio per la scomparsa di Sandro Mazzola, leggenda nerazzurra e del calcio mondiale e, nel ricordarlo, abbracciano i suoi familiari”, si legge in una lunga nota, nella quale viene ripercorsa la storia del campione che avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 novembre.

“La voglia di ricordare si mischia con il pudore: quanto è difficile trovare le parole migliori per salutare chi ha scritto la storia, l’ha scritta per davvero, in maniera indelebile e senza precedenti? E poi si fa fatica, attanagliati da una malinconia che è già presente e che non ci lascerà, perché ci sembra di vederlo ancora qui, tra la sede ed Appiano, a ricordare di Puskas, di Herrera, di Suarez e Corso, un aneddoto dietro l’altro subito da mischiare con l’attualità, la voglia di Inter accesa negli occhi, di parlare di Lautaro e della nostra Inter, quella di adesso, quella di sempre”.

“Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell’Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia”.

“Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno. Da costruire senza un papà, perso nella strage di Superga, quella del Grande Torino. Aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni, Alessandro, per tutti Sandro, Sandrino. Vedeva le facce distrutte della gente che lo abbracciava e gli passava le mani sulla testa e si domandava cosa stesse succedendo. Quello che fu Valentino, Sandro lo conobbe nell’epica tramandata giorno per giorno. La iniziò a coltivare all’oratorio San Lorenzo a Milano, in Porta Ticinese, in partite a tutto campo contro Adriano Celentano.

Non l’unico interista che segnò la sua crescita: Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Meazza lo crebbe tecnicamente, insegnandogli tutti i segreti. Lorenzi si presentò a casa di Sandro, a Cassano d’Adda, con scarpe e pallone. A 8 anni Mazzola e il fratello erano di fatto le mascotte dell’Inter: tra campo, spogliatoi e stadio, una formazione nerazzurra totale”.

“Bruciare le tappe, diventare grande per necessità. Sandrino lo ha fatto in fretta, anche grazie agli eventi. Lui, classe ’42, fu proiettato in campo in Prima Squadra nella famigerata ripetizione di Juventus-Inter, 10 giugno 1961, a Torino. Dall’interrogazione a scuola al viaggio nel capoluogo piemontese, dove Moratti ed Herrera schierarono la Primavera. Finì 9-1, per l’Inter segnò un ragazzo magro e bravo nel tocco: Sandro Mazzola. Aveva 18 anni”.

“Herrera riuscì a costruirgli addosso il ruolo giusto, per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la Grande Inter. La consacrazione? Prestissimo, santificata dai mostri sacri del calcio mondiale. Prater di Vienna, finale di Coppa dei Campioni, 1964. All’ingresso in campo fu Suarez a spingere Mazzola in campo: Sandro era rimasto ad ammirare i suoi idoli fuori dagli spogliatoi, Di Stefano, Puskas e gli altri campioni del Real Madrid. In campo, poi, due gol. Doppietta in finale di Coppa dei Campioni, il primo trionfo europeo dell’Inter, un trionfo senza precedenti con le firme di Mazzola e i complimenti di Puskas: ‘Sei degno di tuo papà Valentino”’ gli disse il fortissimo ungherese, regalandogli la maglia”.

Il sito dell’Inter passa quindi in rassegna i successi ottenuti da Mazzola. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A (nel 1965 con 17 gol) e in Coppa dei campioni (7 gol nel 1964). Secondo nel Pallone d’Oro 1971 dietro a Johan Cruyff.

“La Grande Inter di Angelo Moratti, di Helenio Herrera, di Sarti, Burgnich, Facchetti. Mazzola lì, tra centrocampo e attacco, a disegnare traiettorie e segnare gol. Notti europee, pomeriggi al Meazza. Reti pesantissime e indimenticabili. Il suo marchio contro l’Independiente nella Coppa Intercontinentale, la rimonta con il Liverpool griffata e festeggiata con ‘When the Saints Go Marching In’ sparata negli altoparlanti di San Siro. Ancora: il gol nel derby dopo 13 secondi, il gol in Inter-Lazio nel 1966 che regala la prima Stella. Fino al 1977”. In mezzo, l’Europeo con l’Italia nel 1968, i Mondiali in Messico del 1970, con la semifinale con la Germania vinta dagli Azzurri 4-3 e rimasta nella storia, la staffetta con Rivera nella finale persa poi con il Brasile.

17 stagioni, 565 partite ufficiali, 158 gol. “Un legame con l’Inter mai chiuso, con la carriera da dirigente e poi da direttore sportivo. Anche dietro alla scrivania, intuizioni uniche. Platini e Falcao, poi sfumati. Zenga, riportato a Milano dalla Sambenedettese. E, soprattutto, Ronaldo. Il Fenomeno, arrivato dopo il pressing di Moratti e Mazzola, appunto. Quando R9 fu presentato nella sede nerazzurra, accanto aveva Luis Suarez e Sandro Mazzola”.

“Le sue visite in sede all’Inter sono continuate anche negli ultimi anni, lui che è nella Hall of Fame del Club, ha sempre raccontato del legame unico e indissolubile con i colori nerazzurri. Lo ha fatto anche raccontandolo a Lautaro e compagni, in una recente visita ad Appiano Gentile. Dove si sentiva a casa, dove ricordava i ritiri con Herrera, tra aneddoti meravigliosi e spassosi”.

“L’affetto dei tifosi nerazzurri l’ha sentito dal vivo anche a maggio 2024, nel giorno della celebrazione della seconda Stella: lui –con Bedin e Cappellini– in campo, celebrati per quella prima Stella arrivata 58 anni prima. Brillava in campo, brilla anche ora, la stella del baffo. Che, come spesso ha raccontato, aveva un solo, ultimo, desiderio: ‘Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1’.Lo faremo, Sandro”, conclude la lunga nota dell’Inter.

Cresce ancora la tensione tra Russia e l’Europa, in un’escalation che si fa di giorno in giorno più pericolosa

Un drone militare ritrovato sulla spiaggia di Rusinowo, in Polonia, il 14 settembre

Un drone militare ritrovato sulla spiaggia di Rusinowo, in Polonia, il 14 settembre
da Avvenire
Cresce ancora la tensione tra Russia e l’Europa, in un’escalation che si fa di giorno in giorno più pericolosa. Con l’allerta sempre più elevata nei cieli soprattutto di Polonia e Paesi baltici, ma anche un crescendo di minacce da parte del Cremlino. Dopo quelle alla Polonia di un annientamento «in due o tre giorni» in caso di attacco alla Russia, oggi sono arrivate parole durissime contro la Gran Bretagna. La cui incaricata d’affari a Mosca Danae Dholakia è stata convocata dal ministero degli Esteri russo per il forte incremento di forniture di armamenti da parte di Londra a Kiev, tra cui missili a lunga gittata. Secondo Mosca con queste forniture il Regno Unito, si legge in un comunicato, «si rende complice delle sanguinose atrocità del regime di Kiev, che possono essere definite solo come terrorismo e crimini di guerra». Ed ecco la minaccia: «È stato confermato – si legge ancora nel comunicato – che qualsiasi installazione militare britannica in Ucraina utilizzata per attacchi sul territorio russo costituisce un obiettivo legittimo». Per questo Mosca si riserva il «diritto ad azioni di rappresaglia» per autodifesa. Intanto ieri la Danimarca, dopo il gravissimo incidente di un suo elicottero sfiorato pochi giorni fa da un bengala sparato da un fregata russa nel Baltico, ha annunciato l’accelerazione dell’invio di un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev del valore di 240 milioni di euro. «Se i russi pensano di poterci innervosire – ha dichiarato il ministro della Difesa di Copenaghen Jeppe Buus – la nostra risposta è di mandare aiuti all’Ucraina ancora più in fretta del previsto».
Un chiaro allarme ha lanciato il presidente francese Emmanuel Macron. «Nelle ultime settimane – ha affermato – la minaccia, in particolare quella ibrida russa, che devono affrontare gli europei e la Francia si è intensificata», con l’intento di «intimidirci e di spezzare il nostro sforzo di sostegno agli ucraini. Il risultato sarà l’opposto. Non ci lasciamo intimidire». Anzi la minaccia russa «non resterà senza risposta». Il presidente ha annunciato un «piano per proteggere le nostre infrastrutture critiche». Parole che collimano i con quelle del premier polacco Donald Tusk. Il quale due giorni fa, citando fonti d’intelligence, ha parlato dell’intenzione di Mosca di lanciare attacchi «ibridi» con droni e missili contro Paesi Nato che sostengono l’Ucraina. «Questi possibili attacchi – ha dichiarato – saranno presentati come “incidenti”» per impedire che scatti l’articolo 5 dell’Alleanza che obbliga tutti gli alleati a portare supporto militare a uno di loro sotto attacco. E, rispondendo alle minacce di Mosca, Tusk è stato categorico: «Se qualcuno oserà attaccarci, dovrà affrontare una risposta risoluta da parte nostra e dei nostri alleati». Tusk, a sfidare i bombardamenti russi, ieri era nella piccola località sciistica di Bukovel, 200 chilometri a sud di Lviv, nel sud-ovest dell’Ucraina, per partecipare alla riunione per un coordinamento regionale “Carpathians 8” indetta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, cui hanno partecipato anche i leader di Romania e Serbia più alti esponenti di Austria e Repubblica Ceca.
L’allerta nei cieli soprattutto nell’Europa orientale resta altissima. Oggi si sono nuovamente alzati in volo caccia dell’aviazione polacca in seguito a bombardamenti da parte di droni russi nelle a ridosso della frontiera, per il timore di sconfinamenti. Giovedì sera due caccia italiani hanno “accompagnato” un jet militare russo fuori dallo spazio aereo lituano. Solo pochi giorni fa ancora velivoli della nostra Aviazione militare hanno abbattuto un drone, sempre nello spazio aereo lituano, ritenuto di origine russa. Il Paese baltico si prepara al peggio: secondo vari media, Vilnius ha predisposto un piano di evacuazione della capitale verso la Polonia in caso di minaccia militare. Sullo sfondo, le grandi incertezze sull’atteggiamento di Washington, che lancia agli alleati Nato messaggi contraddittori. Da un lato, l’emittente Nbc parla di piani del Pentagono per il possibile ritiro di 25mila soldati dall’Europa, un terzo del contingente Usa. Al tempo stesso, però, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato l’invio di nuove truppe Usa in Lituania «tra non molto», mentre alcuni giorni fa lo stesso presidente Donald Trump ha parlato di una base militare permanente in Polonia.
Il Cremlino, del resto, non può che compiacersi di altri “scricchiolii” nell’Alleanza: il premier di Bratislava Robert Fico ha detto che «non permetterà che la Slovacchia sia trascinata in guerra» per via dell’articolo 5. Intanto Mosca intensifica sempre più i bombardamenti. Utilizzando ora, altre ai pericolosissime droni con motori a reazione, anche i missili RM48U da addestramento riadattati, stando a vari media. Il ministro della Difesa di Mosca ha annunciato che le forze armate russe hanno colpito due navi cargo e una petroliera nei porti ucraini di Pivdenny e Odessa e nel Mar Nero, sostenendo che portassero armi. Anche l’Ucraina, però continua a colpire. Secondo il ministero della Difesa di Mosca Kiev ha lanciato 629 droni contro la Russia, la Crimea, nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. Colpita da droni ucraini sarebbe anche una centrale nucleare a Kursk, senza gravi conseguenze. Sospese brevemente le operazioni di voto a Sochi per la presenza di droni ucraini.

L’attacco degli Houthi, il jet italiano e la missione Ue: ecco il nuovo “fronte” europeo in Medio Oriente

Navi in transito nello Stretto di Hormuz, fotografate da Musandam, nell'Oman, a fine agosto 2026/ REUTERS

Avvenire

Come se non bastassero le continue fibrillazioni indotte dal conflitto in Ucraina, ora anche i riverberi della guerra in Medio Oriente iniziano a coinvolgere l’Europa. La tensione è salita l’altra notte, quando la base aerea “Re Fahd” di Ta’if in, in Arabia Saudita è stata oggetto nella notte di diversi attacchi da parte dei ribelli Houthi. Nella struttura è presente personale del nostro Paese, impegnato nell’operazione Inherent Resolve. E un velivolo F-2000 italiano, fermo in un’area decentrata della base, è stato colpito. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è affrettato a precisare che «non vi sono militari italiani coinvolti e non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale». Le opposizioni però non si accontentano della spiegazione e gli chiedono di fornire ulteriori chiarimenti sulla situazione in Parlamento. Ma andiamo con ordine.
L’attacco alla base aerea
La base attaccata sta a 70 km dalla Mecca, ha due piste, ospita militari sauditi e stranieri e diversi caccia Eurofighter Typhoon, F-15 ed elicotteri di supporto. Il contingente italiano in Arabia Saudita e Kuwait è composto da 300 militari dell’Aeronautica Militare. E la Task Force dispone di 4 velivoli Eurofighter F-2000A, uno dei quali è stato colpito durante l’offensiva lanciata dalle forze Houthi. Il movimento politico-militare yemenita – spalleggiato dall’Iran e che da 12 anni combatte contro il Governo nazionale, sostenuto dall’Arabia Saudita- oggi controlla buona parte del Nord e della costa ovest del Paese, effettuando incursioni nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso ai danni delle navi di passaggio. Una situazione che inquieta l’Europa e l’Italia, preoccupata dal rischio di una ulteriore crisi del traffico commerciale tra Asia e Mediterraneo e dal rallentamento dei flussi di energia e materie prime che viaggiano su quella rotta.
La missione Aspides e l’Ue
Per contenere i pericoli e limitare i danni, nel 2024 l’Ue ha lanciato la missione Aspides, con un mandato di tipo difensivo, incentrato sulla protezione dei mercantili da attacchi con droni e missili. «La presenza attiva di Aspides nella regione – ragionano fonti di Bruxelles – sta contribuendo a rendere sicura una rotta marittima di importanza cruciale». Nelle scorse ore, recependo la richiesta del mercantile italiano Jolly Oro, i vertici della missione hanno dato l’ok alla fregata Bergamini della Marina militare italiana per la scorta durante il transito dello Stretto di Bab el-Mandeb, in direzione nord. La notte scorsa, dopo aver terminato l’operazione di scorta, la fregata dovrebbe aver iniziato la fase di rientro verso l’Italia. «L’Europa sta contribuendo a proteggere il traffico marittimo dagli attacchi Houthi: dato l’aggravarsi della situazione, l’operazione Aspides ha innalzato il livello di allerta delle proprie navi, mentre prosegue le operazioni di scorta», fa sapere l’alta rappresentante Ue Kaja Kallas, ritenendo «inaccettabili gli attacchi», perché «compromettono l’economia globale» e assicurando di aver «parlato con Faisal bin Farhan, ministro degli Esteri saudita, degli sforzi diplomatici per porre fine ai combattimenti nello Yemen e ripristinare la libertà di navigazione». Proprio a Kallas, il ministro Crosetto ha inviato una lettera in cui chiede il potenziamento della missione con l’invio di navi militari di altri Paesi. L’Italia sarebbe pronta a mandare una seconda fregata, ma gli altri Stati Ue dovrebbero condividere il peso finanziario dell’operazione.
«Il ministro venga in Aula»
Nel frattempo, le opposizioni, con Pd e Avs in testa, chiedono che il ministro Crosetto riferisca al più presto in Parlamento sulla situazione. Richiesta a cui si unisce il M5s, non contrario alla protezione navale ai mercantili italiani a Bab el-Mandeb, ma su cui invoca «con la massima urgenza comunicazioni dettagliate, un dibattito approfondito e un voto in Aula».

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Tra le monarchie contemporanee esistono modi molto diversi di interpretare il ruolo della famiglia reale


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Tra le monarchie contemporanee esistono modi molto diversi di interpretare il ruolo della famiglia reale. Se alcune case regnanti hanno cercato negli anni di costruire un’immagine più vicina alla vita quotidiana dei cittadini, Maha Vajiralongkorn, conosciuto come Rama X e attuale re della Thailandia, è associato a uno stile decisamente differente, caratterizzato da un patrimonio enorme e da una vita spesso raccontata attraverso simboli di ricchezza e lusso. Sì, è proprio lui il sovrano più ricco del mondo.

Alcune stime attribuiscono a Rama X una fortuna di circa 43 miliardi di dollari, cifra che lo collocherebbe in vetta ai più ricchi del pianeta. Il suo patrimonio comprenderebbe circa 17.000 proprietà immobiliari, 38 jet privati e 300 automobili di lusso. A questi beni si aggiungerebbero 52 chiatte decorate con foglie d’oro, utilizzate durante le tradizionali cerimonie reali che si svolgono lungo i corsi d’acqua thailandesi. La monarchia guidata da Rama X unisce quindi elementi profondamente legati alla storia del Paese con manifestazioni di ricchezza molto più contemporanee.

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Da Bhumibol Adulyadej a Rama X, il sovrano più ricco del mondo
Una parte importante del patrimonio attuale affonda le proprie radici nel lungo regno del padre, Bhumibol Adulyadej, morto nel 2016 dopo circa settant’anni sul trono. Durante il suo regno Bhumibol diventò una figura centrale della Thailandia e lasciò al proprio successore non soltanto un patrimonio economico considerevole, ma anche il peso politico e simbolico costruito dalla monarchia nel corso dei decenni.

Rama X ha però seguito una strada differente rispetto al padre nella gestione della propria immagine e delle ricchezze riconducibili alla Corona. Il patrimonio non sarebbe rimasto semplicemente fermo nel tempo: una parte significativa delle entrate deriva infatti dagli immobili e dai terreni posseduti a Bangkok, molti dei quali si trovano in zone urbane delle città dal valore particolarmente elevato.

Il Crown Property Office gestisce migliaia di proprietà nella capitale thailandese. Nel corso degli anni parte di questi asset è stata coinvolta in operazioni di sviluppo immobiliare, dalla realizzazione di strutture commerciali di fascia alta fino a nuovi progetti residenziali. Interventi che avrebbero contribuito ad aumentare ulteriormente il valore del patrimonio originario.ùUn patrimonio da 43 miliardi che va oltre le 17.000 proprietà
Gli immobili rappresentano soltanto una componente della ricchezza attribuita a Rama X. Il sovrano controlla anche partecipazioni in importanti aziende thailandesi attive in comparti fondamentali dell’economia nazionale, tra cui banche, energia e telecomunicazioni. La gestione di questi interessi economici rimane però poco esposta pubblicamente. Rama X concede raramente interviste e molti dettagli relativi ai suoi investimenti non vengono comunicati direttamente. A essere molto più raccontata, invece, è stata negli anni la sua vita privata. I diversi matrimoni del sovrano, i lunghi periodi trascorsi in Europa e soprattutto in Germania, insieme ad alcune apparizioni lontane dal tradizionale protocollo reale, hanno spesso attirato l’attenzione dei media e alimentato discussioni sia dentro sia fuori dalla Thailandia.

Il contesto thailandese presenta inoltre una caratteristica particolare. Le norme sulla lesa maestà prevedono pesanti conseguenze per chi critica pubblicamente la monarchia e possono comportare pene fino a 15 anni di carcere. La famiglia reale opera quindi all’interno di un sistema che limita fortemente la possibilità di contestarne pubblicamente l’operato.

Chi è Rama X
Rama X è nato nel 1952 ed è l’unico figlio maschio del re Bhumibol Adulyadej e della regina Sirikit. Fin dall’infanzia è stato preparato alla possibilità di succedere al padre sul trono thailandese. La sua formazione ha avuto una forte componente militare. Ha frequentato istituti e accademie in Australia e nel Regno Unito, ha conseguito la qualifica di pilota militare e ha preso parte ad attività di controinsurrezione insieme alle forze armate thailandesi. Questo legame con l’ambiente militare è rimasto visibile anche durante il suo regno, con frequenti apparizioni ufficiali accanto ai vertici dell’esercito.

Rispetto al padre, considerato per decenni una figura particolarmente vicina a una larga parte della popolazione, Rama X ha mantenuto un profilo più distante. Il suo ruolo resta comunque centrale nel sistema istituzionale thailandese, all’interno di un Paese che nel corso della propria storia recente ha conosciuto colpi di Stato, governi militari e periodi di instabilità parlamentare. Negli ultimi anni anche la monarchia è entrata maggiormente nel dibattito politico. I movimenti favorevoli a una maggiore democratizzazione del Paese hanno avanzato richieste di riforma della famiglia reale, maggiore trasparenza sul patrimonio e riduzione di alcuni privilegi. Richieste che, almeno fino a oggi, non hanno prodotto i cambiamenti auspicati dai promotori.

Il retroscena del viaggio di Papa Leone XIV in Francia e l’incontro con Macron: il dialogo necessario tra Chiesa e modernità

Papa Leone XIV con il presidente francese Emmanuel Macron durante l\\u2019udienza privata in Vaticano del 10 aprile scorso , ANSA

Il recente retroscena pubblicato da Famiglia Cristiana sul viaggio di Papa Leone XIV in Francia e sul suo colloquio con il presidente Emmanuel Macron in occasione della riapertura di Notre-Dame accende i riflettori sulla diplomazia pontificia e sulle grandi sfide dell’Europa contemporanea. Al centro dell’incontro vi sono temi di primaria importanza: la pace internazionale, l’accoglienza, la difesa dei diritti umani e la ricerca di un senso comune in una società sempre più secolarizzata.

La presenza del Papa nel cuore della Francia rappresenta un forte richiamo alla speranza e alla necessità di ricostruire ponti tra la fede e le istituzioni laiche.

La dimensione pastorale oltre la diplomazia

Oltre gli aspetti istituzionali e i protocolli di Stato, il viaggio di Papa Leone XIV richiama l’attenzione sulle questioni concrete che toccano le comunità locali:

  1. La rinascita dei simboli di fede: La riapertura di luoghi come Notre-Dame dimostra quanto il patrimonio spirituale e culturale sia fondamentale per l’identità di un popolo, ma ricorda anche che le vere “pietre vive” della Chiesa sono i fedeli e i loro pastori.

  2. Il bisogno di una presenza costante: In contesti fortemente secolarizzati come quello francese ed europeo, la Chiesa è chiamata ad assicurare una presenza capillare, vicina alle persone e capace di offrire risposte concrete alla sete di spiritualità.

Realismo Pastorale: valorizzare i presbiteri per far fiorire le parrocchie

Mentre il Santo Padre dialoga con i grandi della Terra per promuovere la pace e la fraternità, la vita quotidiana delle diocesi richiede scelte coraggiose per non lasciare le parrocchie prive della guida spirituale e dei Sacramenti.

La proposta del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati si inserisce in questo solco di rinnovamento e fedeltà ecclesiale:

  • Affiancare il clero in prima linea: La riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati con solida formazione teologica formale e titoli pontifici permetterebbe di affiancare i vescovi e i presbiteri celibi nella cura pastorale.

  • Una Chiesa vicina alla gente: Integrare ministero presbiterale ed esperienza familiare offre una testimonianza di fede incarnata, capace di intercettare le esigenze e le sfide delle famiglie di oggi.

Accompagnare l’azione diplomatica di Papa Leone XIV con decreti di realismo pastorale è la strada maestra per far sì che il messaggio del Vangelo continui a risuonare con forza nelle cattedrali come nelle più piccole parrocchie di periferia.

#FamigliaCristiana, #PapaLeoneXIV, #Francia, #SacerdotiSposati, #RealismoPastorale

Russia / Nonostante la propaganda incessante nelle scuole, i ragazzi manifestano il desiderio che il conflitto finisca. E che si possa tornare alla normalità. Alcuni sono attivi per il partito Jabloko, escluso dalle elezioni

Una giovane con capelli castani chiari, vestita elegante, con dei volantini in mano. In primo piano, figure sfocate

Avvenire

Alle elezioni per la Duma sono state ammesse solo organizzazioni politiche in sintonia con il Cremlino e la sua scelta della guerra. Jabloko – unico partito contro la guerra e per l’immediato cessate il fuoco –, nonostante l’esclusione dalla competizione, ha continuato la sua campagna per sostenere i candidati. Solo quelli che sono riusciti a restare in corsa, visto che in tutte le regioni dove si presentavano viene fatto di tutto per metterli fuori gioco. Una vera e propria caccia al candidato. Le ragioni vanno cercate nel significativo sostegno che Jabloko ha ricevuto da artisti, personalità della società civile e politica interna al Paese e quella in esilio e tanti cittadini tra cui molti giovani. Il tentativo è quindi quello di cancellare ogni forma di testimonianza che ambisca a entrare nel Palazzo. A ricordare che la repressione delle voci indipendenti dell’opposizione, ha radici lontane, non solo dal febbraio 2022. C’è Jury Schekhochikhin morto nel 2003. Il giornalista della Novaya Gazeta e autore d’inchieste sulla criminalità organizzata, servizi segreti, il famigerato Kgb, e i suoi piani alti e la corruzione morì con i sintomi da avvelenamento simili a quelli dell’ex agente Kgb Litvinenko, , divenuto dissidente emorto a Londra.
Chiunque s’impegni in politica da voce libera in Russia mette a rischio la vita sua e dei suoi cari. Capire che questo è il quadro serve ad apprezzare il senso e il rilievo della loro scelta. Anche per questo fanno impressione le immagini degli incontri che da vari angoli della Russia vengono condivise dai candidati che si presentano con lo slogan “Per la pace e la per la libertà! Per una vita senza paura!”. La cosa che colpisce è che la maggioranza dei presenti, nel 2022 era poco più che un adolescente cresciuto con la guerra. Sono giovani che hanno frequentato le scuole in cui il regime ha imposto gli “incontri sulle cose importanti”. Una “lezione” di patriottismo in cui l’operazione speciale viene presentata come necessaria per denazificare l’Ucraina: Kiev viene descritta come l’aggressore, la Russia come una vittima. Ci sono immagini di queste sessioni in cui i bimbi e i ragazzi sfilano con carri armati di cartone, i più grandi “giocano” con armi giocattolo. Spesso partecipano reduci dal fronte che salutano al grido «La vittoria è con noi e i nostri non li abbandoniamo». In un video, una donna chiede al bambino appena preso dall’asilo «Cosa hai imparato oggi di bello?». Il bimbo risponde: «Che la guerra è bella e che fare la guerra è il mio sogno».
Questa è l’atmosfera in cui sono diventati grandi i ragazzi che partecipano agli incontri di Jabloko: eppure le loro domande, i loro interventi, le loro condivisioni lasciano intendere che la propaganda diffusa da media, scuole e università non è riuscita a spegnere l’istinto naturale di vita, pace e libertà. Questa meglio gioventù russa c’è. Si è esposta appena Jabloko ha iniziato la campagna elettorale chiedendo di far sentire la propria voce. Le centinaia di giovani accorsi davanti al tribunale durante il processo per l’esclusione dalle elezioni hanno rappresentato un passaggio importante. La conferma dell’esclusione mira a rimandarli a casa. Sono seguite le azioni repressive e intimidatorie. Diversi i giovani fermati solo per essersi presentati nei pressi del tribunale e alcuni reclusi per diversi giorni. Una coppia di fidanzati ha raccontato i trattamenti subiti, e ha poi abbandonato il Paese. Un ragazzo ha raccontato sui social che non avrebbe retto un altro arresto temendo di venire spedito al fronte. Altri hanno riportato di aver subito perquisizioni perché identificati con le telecamere nei pressi del tribunale e consigliano di lasciare la propria abitazione e allontanarsi possibilmente fuori dalle città. Nonostante questo gli incontri hanno continuano a essere molto partecipati. Forse anche perché questi giovani sanno di essere il futuro mentre chi siede al Cremlino prima o poi sarà per forza il passato.

Von der Leyen in visita nei Balcani

© ANSA/EPA

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarà in visita nei Balcani occidentali dal 30 settembre al 2 ottobre.

Per von der Leyen si tratta del sesto anno consecutivo di visita nella regione. Durante la missione la presidente si recherà a Tirana, Pristina e Skopje, dove incontrerà i capi di Stato e di governo e visiterà alcuni progetti finanziati dall’Ue. Al centro dei colloqui, ha spiegato la portavoce, ci saranno “i prossimi passi nel percorso dei partner della regione verso l’adesione all’Ue e i progressi nell’integrazione graduale, sostenuta dal Piano di crescita per i Balcani occidentali”. “Alla luce delle prossime elezioni parlamentari e generali in Bosnia-Erzegovina e in Serbia, la presidente della Commissione visiterà i due Paesi in un secondo momento” ha specificato.
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Gossip, maldicenza o informazione ecclesiale?

di: Marco Vergottini

silenzio

Il pettegolezzo ecclesiastico non abita più soltanto sacrestie e corridoi di curia. Ha imparato a digitare: oggi si presenta come indiscrezione, retroscena, pubblicazione di lettere riservate. Chi frequenta con qualche assiduità la rete ecclesiale italiana sa di che cosa stiamo parlando.

Ci sono siti e blog che – in nome di una conclamata trasparenza, nonché della responsabilità di «non poter tacere» o di spifferare su presunti intrighi e malaffari da svelare – non esitano a ergersi a censori del malcostume nella Chiesa e a paladini di un’informazione veritiera, ancorché scomoda.

Negli ultimi mesi abbiamo verificato una casistica tutt’altro che immaginaria: nomine episcopali anticipate rispetto alla comunicazione della Santa Sede; candidati dati per certi, favoriti o «bruciati»; cordate, veti e ambizioni personali attribuiti sulla base di fonti non identificabili; visite apostoliche trasformate in processi pubblici; vicende personali raccontate attraverso mezze notizie e allusioni.

Si è arrivati persino a fabbricare deliberatamente false nomine episcopali, utilizzandole come esca per smascherare chi avrebbe ripreso la notizia senza citarne la fonte. Non facciamo nomi: casi, date e testi sono tutti reperibili e verificabili. Non stiamo dunque combattendo contro fantasmi.

I panni sporchi

Nessuna nostalgia, sia chiaro, per l’omertà travestita da prudenza ecclesiale. Il giornalismo d’inchiesta è necessario anche nella Chiesa. Gli abusi devono essere denunciati, le coperture smascherate, le opacità economiche documentate, l’esercizio arbitrario dell’autorità criticato. Essere vescovo, cardinale, superiore religioso, rettore di seminario o teologo non conferisce alcuna immunità dalla critica. E invocare il bene della Chiesa per occultare comportamenti censurabili sarebbe la peggiore caricatura della comunione ecclesiale.

Proprio per questo, però, l’informazione deve rimanere informazione. Un fatto è un fatto; un’ipotesi è un’ipotesi; un’indiscrezione è un’indiscrezione. E l’intenzione di una persona non diventa un fatto perché qualcuno sostiene di conoscerla.

Qui si apre la zona grigia. Si parte da un avvenimento verificabile e si scivola quasi impercettibilmente verso il movente: costui ambisce, quello trama, l’altro prepara la propria ascesa, un altro ancora costruisce alleanze, cerca protettori, elimina concorrenti. La grammatica è semplice; la verifica un po’ meno. Per confermare un fatto occorrono prove. Per attribuire un’ambizione non può bastare un retroscena.

Il giornalismo accerta i fatti, mentre il gossip pretende talvolta di conoscere anche le anime.

Il toto-vescovi

Il fenomeno diventa particolarmente sgradevole quando riguarda le nomine episcopali. Da qualche tempo la previsione delle nomine di futuri vescovi sembra essere diventato una specialità del giornalismo ecclesiastico: candidati in pole position, candidature tramontate, veti incrociati, sponsor cardinalizi, promossi, bocciati, favoriti. Il discernimento, nel frattempo, può attendere.

Si dirà: è sempre accaduto. Certamente. Anche nei corridoi vaticani le indiscrezioni non sono nate con Internet. Ma la rete ha cambiato la loro natura: ciò che ieri rimaneva una confidenza fra pochi oggi viene pubblicato, indicizzato, rilanciato e consegnato indefinitamente alla memoria digitale. E qui nasce una questione che non riguarda soltanto la buona educazione.

Una candidatura episcopale ancora in esame è una realtà delicatissima. Pubblicare il nome di una persona, attribuirle appoggi, nemici, ambizioni o appartenenze può incidere sulla sua reputazione e sulla definizione della designazione stessa. Chi anticipa una nomina non sempre si limita a raccontarla: può diventare, magari volontariamente (?), uno degli attori del processo che sostiene soltanto di osservare. Non occorre pensare a complotti. Basta conoscere il funzionamento della comunicazione.

La reputazione non è un privilegio clericale

C’è poi la persona. Strano destino quello di chi ricopre un incarico ecclesiastico. Si direbbe talvolta che, acquistando notorietà, perda contemporaneamente il diritto alla reputazione. Il vescovo può essere criticato, naturalmente; ma può anche essere dileggiato? Il teologo può essere contestato; ma gli si possono attribuire intenzioni che non ha mai dichiarato? Un candidato all’episcopato può essere valutato da chi ne ha la responsabilità; ma può essere preventivamente consegnato alla rete come ambizioso, carrierista, protetto o inadeguato?

C’è inoltre un’asimmetria che la rete rende feroce. L’accusa occupa il titolo; la smentita, quando arriva, qualche riga. Il sospetto corre; la rettifica arranca. E soprattutto resta una traccia. Chiunque abbia avuto a che fare con i motori di ricerca sa che una domanda insinuata oggi può tornare fra cinque anni sotto forma di precedente: «Del resto, già allora si era parlato di…». Si era parlato. Da chi? Sulla base di che cosa? Con quale verifica?

Non importa più. Il sospetto ha ottenuto la cittadinanza digitale.

Non chiamiamola parresia

È a questo punto che la questione diventa propriamente ecclesiale e cristiana. La parresia evangelica non è il diritto di dire tutto ciò che si sa, tanto meno tutto ciò che si crede di sapere. Non gode dell’impunità della parola: se ne assume la responsabilità. La parresia ha un volto. La maldicenza preferisce il retroscena.

E non basta dire: «Ma la notizia era vera». Anche la verità possiede un’etica. Esistono il contesto, la proporzione, la rilevanza pubblica, il rispetto della vita privata, il diritto al contraddittorio. Soprattutto esiste la persona della quale stiamo parlando. Dire la (supposta) verità può ferire. Ma ferire qualcuno non è una prova che si sia detta la verità. Perché la parola può uccidere una reputazione senza versare una goccia di sangue.

Naturalmente esistono fonti che devono essere protette. L’anonimato può essere indispensabile per consentire a una vittima di parlare o a un testimone di denunciare fatti gravi senza esporsi a ritorsioni. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proteggere una fonte è cosa assai diversa dal trasformare la fonte anonima in una licenza per insinuare qualsiasi cosa. Quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore è l’onere della prova.

Non si tratta di parlare meno. Talvolta occorre parlare molto più di quanto abbiamo fatto. Si tratta nondimeno di assumersi la responsabilità di ciò che si dice. Il veleno non diventa acqua benedetta perché circola in ambienti ecclesiastici.

Si può controfirmare con il proprio nome o nascondersi dietro l’anonimato. Si possono invocare la trasparenza, il diritto di cronaca, la libertà d’informazione, persino il bene della Chiesa. Ma chi offende la dignità delle persone, deforma i fatti, inventa circostanze, manipola notizie e insinua colpe non documentate non esercita alcuna parresia. La menzogna, la calunnia e la maldicenza non diventano cristiane perché hanno per oggetto uomini e cose di Chiesa. E un simile modo di usare la parola non può fregiarsi del nome cristiano. Semplicemente.

Settimana News

Davanti all’Alzheimer senza paura

Davanti all’Alzheimer senza paura

Avvenire

Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Il messaggio principale di questa ricorrenza è l’invito a tutti cittadini perché affrontino la malattia con coraggio, fortezza, generosità, preparazione psicologica e competenza clinica. L’organizzazione in tutta Italia della serie di eventi “Alzheimer Fest” è la dimostrazione concreta dell’impegno di molti perché le demenze possano essere affrontate senza timore, aiutando con serenità e consapevolezza chi è malato e chi vive attorno a lui.
Recentemente sono andato a trovare un vecchio professore, al quale devo molto per la mia formazione di medico. Gli ho parlato, preoccupato, delle crisi del nostro tempo, delle follie di chi dovrebbe aiutare il mondo a crescere, delle difficoltà della medicina come sistema organizzato, del lavoro clinico, anche delle persone affette da demenza e delle loro grandi difficoltà, della possibilità non sempre garantita di curare chi ha bisogno. Salutandomi, mi ha detto solo: «Non abbiate paura».
Mi ha impressionato, e mi sono chiesto cosa intendesse dire. Forse: non rinunciate al coraggio di fronte a situazioni umanamente e culturalmente difficili; all’incertezza sulle cure possibili e su quelle impossibili; a investire il vostro sapere nella cura, anche quando si devono affrontare rischi e timori e il solco tra il sapere e l’agire in clinica sembra troppo vasto. Non rinunciate a coinvolgere cuore, mente e braccia in atti di cura, guidati da un’intelligenza generosa. Io, medico, trasferisco l’invito del vecchio professore alle persone che mi chiedono cura, consiglio, giudizio, supporto, dando al “non abbiate paura” non il senso irrealistico secondo il quale il futuro sarebbe privo di dolore e di sofferenza ma l’unico contenuto che posso personalmente garantire: l’impegno a percorrere assieme a chi ha bisogno, a chi è solo, incerto, impaurito il pezzo di strada che è necessario percorre con competenza, corto o lunghissimo non posso saperlo. E che anche le comunità possono garantire di essere barriere al dolore e alla fatica di vivere che si accompagnano alla solitudine.
La paura è talvolta utile per capire la vita, i suoi pericoli, le cattiverie palesi e nascoste; creare un rapporto di fiducia e di accompagnamento protettivo con chi soffre evita però che la paura devasti e paralizzi le scelte positive che si devono compiere per rispondere alle proprie responsabilità umane, in qualsiasi condizione. Il “non abbiate paura” diventa così un messaggio concreto, realizzabile nei vari momenti dell’esperienza della persona che soffre e di chi vive con lui, di chi ha bisogno della certezza che la sofferenza non sarà mai trascurata, lasciata sola, accompagnata dal sentire positivo secondo il quale c’è sempre qualcuno che la rende la vita meno faticosa. Il mondo, nonostante i molti segnali negativi, lascia spazio alla relazione, a chi ha deciso di essere vicino senza egoismi, con l’aperta gioia di essere importante per chi soffre.
È una conquista di tutti i giorni, realizzata con calore e amore, anche con rigore, coscienti di accompagnare chi non si lascia illudere dalle banalità o da speranze infondate, ma nemmeno schiacciare dal dolore.Il rapporto d’amore permette la cura anche nella demenza.
Le emozioni della persona affetta da demenza sono più durature, più accessibili rispetto alla memoria compromessa nella malattia. Su questo fondamento si costruisce il rapporto d’amore, che viene colto dall’ammalato, ricevendone momenti di benessere. “Percepire (feeling) anche senza memoria nella malattia di Alzheimer” rappresenta la base biologica della capacità di interpretare positivamente l’amore ricevuto. In questo ambito non tutto è chiarito a proposito del rapporto tra emozioni e processi mnemonici, ma l’esperienza clinica induce a ritenere certa la capacità della persona ammalata di percepire un atto d’amore e di coglierne l’aspetto positivo.
Qualcuno sostiene che l’insistenza sull’amore come criterio dominante nel rapporto di cura delle persone con demenza potrebbe indurre a pensare che si voglia forzare un comportamento lontano dalla realtà, patrimonio solo di alcuni particolarmente votati per motivazioni di ordine affettivo, morale e religioso. Non è così: la scelta dell’amore è il fondamento operativo se si vogliono ottenere risultati nel ridurre il dolore e la sofferenza. Infatti “ti voglio bene” è l’ultima parola che scompare quando i sintomi della demenza prevalgono su ogni altra espressione dell’esperienza vitale della persona. In questa prospettiva si devono collocare le azioni di cura, volte a migliorare il benessere e a ridurre al massimo la sofferenza.
È necessario convincere chi presta le cure che le modalità con le quali queste vengono fornite è importante. Non si tratta semplicemente di evitare maltrattamenti (sempre inaccettabili, anche se agiti da un caregiver stanco e frustrato) ma di convincere che i singoli atti di ogni giorno (pulizia, alimentazione, tempo libero, somministrazione delle cure, accompagnamento a letto e nelle ore notturne…), se condotti con amore, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita dell’ammalato e sul suo benessere soggettivo.
Schematicamente mi permetto di ricordare i momenti più importanti nei quali possiamo affermare con competenza e impegno “non abbiate paura”. Non abbiate paura dei primi segni di malattia. Non abbiate paura della diagnosi: non è l’inizio di un viaggio senza scopo, ma una tappa della cura. Non abbiate paura della perdita di memoria, dell’incapacità di orientamento, del fatto che il vostro caro confonde i volti noti. Non abbiate paura della depressione, dell’apatia e dei deliri. Non abbiate paura della solitudine, di ricevere cure senza amore, di essere collocati in luoghi poco ospitali. Non abbiate paura che con la morte sparisca l’amore verso i vostri cari.
Per troppi anni le demenze sono state collocate in luoghi marginali sul piano culturale, psicologico, sociale, clinico. Oggi la situazione è in via di miglioramento, per alcuni aspetti molto veloce. In attesa degli avanzamenti della ricerca per arrivare a una terapia, l’atteggiamento di cura aperta e generosa verso l’ammalato è la risposta oggi più nobile ed efficace.

Carney a Strasburgo tra selfie e ovazioni: «L’alleanza tra Canada ed Europa un faro per le democrazie»

Il premier canadese Mark Carney al Parlamento Europeo

Avvenire

«Non siamo alleati di comodo», ma legati da «radici profonde» e da «valori condivisi, per cui abbiamo sempre combattuto e nella cui difesa dobbiamo rimanere all’erta». Dall’emiciclo del Parlamento europeo di Strasburgo, Mark Carney ha affidato a un intervento frammentato dagli applausi (ben più calorosi di quelli riservati il giorno prima a Ursula von der Leyen) la sua visione di un nuovo corso transatlantico che vede Europa e Canada dalla stessa parte. Uniti di fronte alla «frattura geopolitica» ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori dall’ordine internazionale fondato sulle regole e per reagire «alle nuove tempeste che scuotono le nostre società», dalla crisi climatica all’erosione degli standard democratici. E, se sviluppare «legami molto più stretti con l’Europa» in casa gode, secondo i sondaggi, del sostegno «di un’ampia maggioranza dei canadesi», l’idea stessa di mettere in piedi «un’alleanza per il futuro» con l’Ue «sarebbe un faro per le altre democrazie», ha detto il premier canadese, rispondendo (con qualche sfumatura) all’invito della presidente della Commissione a fare di Ottawa il primo “membro associato” dell’Unione.
Che Carney abbia vinto i cuori di una classe politica Ue in cerca di ispirazione lo si era capito da subito, perlomeno sin dalla corsa al selfie tra gli eurodeputati al suo ingresso in Aula (la capogruppo dei verdi, la tedesca Terry Reintke, ha giocato facile sfoggiando la maglia della nazionale canadese di hockey su ghiaccio), mentre il coro «Usa, Usa» abbozzato in solitaria da un esponente dell’ultradestra veniva spento sul nascere da un sorriso dello stesso canadese, poco prima di prendere la parola. Al termine di un discorso in inglese e francese ricco di richiami storici e letterari, l’ovazione (con vistose eccezioni tra i banchi di patrioti e sovranisti) non ha fatto altro che sancire la scommessa dell’Eurocamera sul leader che a gennaio, da Davos, aveva teorizzato la resistenza delle democrazie liberali per salvare un multilateralismo fiaccato dalle bordate delle autocrazie. Tuttavia, ha insistito Carney, «un’alleanza non si definisce in base a ciò a cui ci opponiamo, ma a ciò che proponiamo: libertà, solidarietà, prosperità, sostenibilità». Un messaggio recapitato poco dopo in conferenza stampa direttamente a Trump, che nelle ore precedenti aveva minacciato di tornare a colpire con la clava dei dazi l’avvicinamento tra Bruxelles e Ottawa: «Un’alleanza è un processo positivo. Lo dico al presidente degli Usa: un Canada più forte e resiliente è un partner migliore anche per gli Stati Uniti».
Carney ha precisato di non voler proporre «la creazione di un terzo blocco per rivaleggiare con le grandi potenze, ma con le buone maniere». Semmai, il partenariato con l’Ue è una questione di sovranità, «la quale oggi richiede un accesso sicuro all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori, alle materie prime critiche, ai sistemi di pagamento, alle tecnologie per l’energia pulita, ai vaccini e alle comunicazioni satellitari». È sui temi, infatti, che si è soffermato a lungo, per dettagliare gli ambiti in cui, andando oltre l’attuale rapporto commerciale, Ottawa e Bruxelles dovrebbero muoversi fianco a fianco: dai minerali critici all’energia fino alle capacità di calcolo. Il Paese nordamericano, ad esempio, «dispone di giacimenti di più di 34 materie prime critiche ed è tra i principali produttori delle 10 più essenziali» per chip, batterie e tecnologie rinnovabili: insomma, «la nostra alleanza può contribuire a colmare il bisogno dell’Europa di forniture affidabili, quello del Canada di capacità avanzate di trasformazione e l’obiettivo comune di costruire filiere complete». Ma Ottawa si candida anche a rifornire l’Europa di idrogeno e gas e a sviluppare insieme «protocolli di sicurezza per l’intelligenza artificiale» e «un mercato integrato per i servizi finanziari». Senza dimenticare l’ingresso in Erasmus+, «che può offrire agli studenti l’opportunità di frequentare alcune delle migliori università al mondo». Tasselli di una relazione privilegiata che guarda oltre le distanze geografiche perché «Canada ed Europa sono legate da un’affinità elettiva, scelta e rinnovata. E proprio per questo più forte».