Quando Giorgia Meloni citò Guccini dal palco

Guccini e Meloni, un rapporto difficile. Il ricordo della premier: «Al di  là delle differenze sarà sempre la mia bussola» - Open

Il video è di 22 anni fa. E si vede una 27enne Giorgia Meloni che dal palco del congresso nazionale di Azione giovani, a Viterbo, cita (parafrasando la prima strofa con l’ultima) il Cirano di Francesco Guccini, la sua canzone preferita. Una formula che poi la leader riuserà in altri comizi, come manifesto di anticonformismo. E’ il 28 marzo del 2004: il primo snodo politico della futura presidente del Consiglio. Questo successo la lancerà nell’empireo della destra italiana, diventando presidente della costola giovanile di An contro lo sfidante Carlo Fidanza, ora big di Fratelli d’Italia in Europa. Dopo due anni entrerà in Parlamento e sarà eletta vicepresidente della Camera. Ecco Meloni a Viterbo: «Voglio chiudere il mio intervento così. Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti. Venite, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false. E voi materialisti con il vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa, nani. Levatevi davanti, per la mia rabbia immensa mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fine della licenza io non perdono e tocco. Grazie».

Corriere Tv

Hiroshima e Nagasaki, 81 anni dopo. Al via i “dieci giorni di preghiera per la pace”

Esplosione di "Little Boy", la bomba atomica lanciata dagli Stati Uniti su Hiroshima il 6 agosto 1945

Bianca Tombini – Città del Vaticano

Come ogni anno, dal 6 agosto, giorno dell’esplosione atomica su Hiroshima, fino al 15 agosto, data della resa del Giappone, si svolgono i “Dieci giorni di preghiera per la pace”. Inaugurata nel 1981, l’iniziativa coinvolge tutti i cristiani del Paese, chiamati ad unirsi per commemorare le vittime dei bombardamenti. Ma per la Conferenza episcopale giapponese (Cbcj), la riflessione non può fermarsi al passato. “Guerre e conflitti si stanno diffondendo in tutto il mondo – osserva il cardinale Isao Tarcisio Kikuchi, presidente della Cbcj, nel suo messaggio dedicato alla ricorrenza – ogni persona ferita o che perde la vita in modo violento è un essere umano creato a immagine di Dio e il peggio è che tale violenza venga giustificata come ‘inevitabile’, trascurando i principi del diritto internazionale umanitario”. “Dobbiamo imparare dall’esperienza di 80 anni fa” continua Kikuchi, esortando a non abbassare la guardia e a costruire una cultura di pace radicata nel rispetto della dignità umana. L’invito dei vescovi è chiaro: utilizzare l’esperienza del passato per interrogarsi sul futuro e impegnarsi con determinazione per la pace, oggi e per le prossime generazioni.

Il nodo del pacifismo in Giappone

Nel suo messaggio monsignor Kikuchi, arcivescovo metropolita di Tokyo, non manca di fare riferimento all’attuale realtà del Giappone. Considerate le recenti modifiche della Costituzione, circa l’esercizio della legittima difesa collettiva, e alcune decisioni di governo come il dispiegamento di missili a lungo raggio, l’aumento della spesa per la difesa e il consenso all’esportazione di armi con capacità letale a determinate condizioni, è importante per l’arcivescovo proteggere la solidità dei valori pacifisti, su cui si basa la dottrina della “difesa esclusiva” che detta le linee guida delle politiche di sicurezza in Giappone. “Il pacifismo della Costituzione nipponica – scrive il prelato – che sancisce la rinuncia alla guerra e il mantenimento delle forze armate, rappresenta un importante insegnamento tratto dalla devastazione della guerra. Dobbiamo fermarci a riflettere se l’erosione graduale di tale spirito e il potenziamento militare senza un adeguato dibattito nazionale porteranno all’instaurazione di una vera pace.”

Solidarietà e speranza, insieme per la pace

Il presidente della Conferenza episcopale giapponese ha sviluppato infine una profonda riflessione sul valore inestimabile della vita: “Ogni vita è un dono prezioso di Dio, che a tutti conferisce dignità. Proteggere tale dignità è il punto di partenza della pace”. La costruzione della pace deve essere pertanto una volontà condivisa ed un processo collettivo: “Costruiamo insieme la pace! Preghiamo e agiamo per la pace. Trasmettiamo di generazione in generazione il ricordo del valore inestimabile della vita. Scegliamo parole d’amore anziché parole di potere, e coltiviamo una civiltà dell’amore”. Parole che risuonano nella giornata in cui si ricordano le vittime di Hiroshima e Nagasaki, ed esortano alla solidarietà e alla compassione per tutti i coloro che ancora oggi soffrono le conseguenze devastanti delle guerre.

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Guccini / Dalla centralità della parola alla passione per la letteratura e la Bibbia, il ritratto di un autore che ha saputo interpretare la vita e parlare a generazioni diverse

Francesco Guccini e Gianni Morandi salutano Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 21 aprile 2018

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Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, un grappolo di illusioni”. Così Francesco Guccini si presentava nel brano Gli artisti, quasi ridimensionando con ironia la propria statura. Dietro quell’autoritratto dimesso c’era però una delle figure più originali della cultura italiana del secondo Novecento: non solo cantautore, ma anche scrittore, narratore, fumettista, attore e lettore instancabile. Come spiegava lui stesso a Brunetto Salvarani in una lunga conversazione pubblicata nel 2010 da L’Osservatore Romano, molte sue canzoni nascevano anzitutto dalla letteratura: da Thomas Stearns Eliot ad Allen Ginsberg, fino alla Bibbia, “un grande libro” e “un grande codice culturale” con cui era impossibile non confrontarsi.

È da questa prospettiva che Salvarani, teologo, scrittore e amico di Guccini, rilegge la figura del cantautore scomparso oggi, 6 agosto 2026. Lo fa con il dolore di chi lo aveva sentito fino a pochi giorni prima e apre il suo ricordo con un pensiero alla moglie Raffaella: “Ci eravamo sentiti qualche giorno fa e sapevo delle difficoltà di salute, ma naturalmente si spera sempre che le cose vadano a finire in maniera diversa”. Per Salvarani, Guccini è stato soprattutto un interprete del suo tempo. “Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri”. Lo ha fatto con la musica, ma anche “con la sua scrittura, addirittura col suo fumetto”. Ha raccontato se stesso e, proprio per questo, la vita di tanti altri.

Il racconto della vita

Considerarlo un cantautore politico, secondo Salvarani, sarebbe “totalmente riduttivo”. La politica attraversa molte sue canzoni, ma non ne costituisce il cuore. Di questa cosa che chiami vita – titolo del volume che Salvarani gli dedicò con Odoardo Semellini – sintetizza meglio di ogni etichetta il centro della sua opera: “il racconto della vita così com’è”, con la storia, gli affetti, la memoria, il tempo che passa e le grandi domande dell’esistenza. Alla base di questa poetica c’erano “la coerenza e la sincerità”. Guccini possedeva una rara trasparenza umana: “Da Francesco potevi comprare una macchina usata e sapevi che non ti avrebbe imbrogliato”. È questa autenticità che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, “canzoni sostanzialmente immortali” perché capaci di intercettare “sentimenti che sono eterni”.

Le parole prima della musica

Guccini apparteneva alla stagione della grande canzone d’autore, sulle orme di Bob Dylan, Donovan, Jacques Brel e Georges Brassens. In Italia, ricorda Salvarani, lui e Fabrizio De André furono i protagonisti di una rivoluzione che metteva al centro la parola, “tanto importante e forse di più rispetto alla melodia”. Una tradizione che oggi sopravvive in pochi artisti: “Forse uno degli ultimi che la rappresenta è Vinicio Capossela”. Tra i suoi dischi fondamentali Salvarani indica Radici (1972), “uno di quegli album che dal punto di vista musicale, ma anche testuale, restano decisamente nella storia”. E proprio nel brano Gli artisti Guccini lascia quasi il proprio testamento poetico: finge che le sue canzoni siano destinate a scomparire, ma in realtà “sapeva che sarebbero rimaste”.

La Bibbia come grande codice culturale

Fra le domande che attraversano tutta l’opera di Guccini, un posto speciale spetta a quelle sul sacro. Proveniva da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi, ma “si è sempre proclamato agnostico”. Una posizione che non si tradusse mai nel rifiuto della tradizione cristiana. Al contrario, osserva Salvarani, Guccini continuò a confrontarsi con il patrimonio biblico e spirituale. Nell’intervista del 2010 spiegava: “La Bibbia è un grande libro, assolutamente da leggere. È pieno di storie affascinanti, di testi poetici”. Amava in particolare la Genesi e l’Apocalisse ed era convinto che la Scrittura fosse anzitutto “un grande codice culturale”, indispensabile per comprendere la civiltà occidentale. Questa familiarità emerge anche in Shomèr ma mi-llailah, il cui titolo riprende un passo del profeta Isaia. Guccini raccontava di essere rimasto colpito dall’invito del profeta “a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi”. Da qui una convinzione che attraversa tutta la sua opera: “Non bisogna stancarsi di porsi delle domande”.

“Dio è morto”, una canzone di speranza

Fra i suoi brani più celebri c’è naturalmente Dio è morto, scritto nel 1965 e inciso nel 1967 dai Nomadi e da Caterina Caselli. Più volte frainteso come un testo nichilista, nasceva dalla celebre copertina di Time (Is God dead?) e da varie suggestioni letterarie. Guccini voleva raccontare una generazione in cerca di un cambiamento profondo. Come spiegava nel 2010, il finale non era un espediente narrativo: “L’aggiunta finale della speranza” rifletteva un sentimento autentico, perché “all’epoca la speranza covava veramente”. In questo contesto assume un significato particolare anche la scelta di Radio Vaticana di trasmettere la canzone negli anni in cui altrove veniva censurata. Salvarani racconta di avere ricostruito personalmente quella vicenda parlando con i due giornalisti dell’emittente che presero quella decisione: “Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società”. Anche per questo Guccini è stato “veramente un cantautore intergenerazionale”.

L’ironia e il mistero

Nel ricordo di Salvarani emerge infine il volto più personale dell’amico. “Guccini era un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia”. Dietro il sarcasmo c’era un uomo che attribuiva un valore assoluto all’amicizia. Anche il brano Gli amici, osserva il teologo, possiede “una dimensione escatologica”, immaginando un ritrovo oltre la morte. Guccini riconosceva infatti che nella vita esiste “una parte misteriosa” che sfugge al positivismo e allo scientismo. Un autore, dunque, che non ha mai preteso di offrire risposte definitive, ma che ha saputo trasformare la letteratura, la musica e perfino la Bibbia in strumenti per continuare a interrogare la vita.

Guccini, un ricordo

di: Antonio Cecconi

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Ogni percorso umano e ogni seria ricerca culturale (inclusa quella “musica leggera” che poi tanto leggera non è) va accolta per la coerenza intrinseca, verificando se viene da lontano ed è capace di andare al di là di mode e convenienze; non è molto felice, ad esempio, l’espressione “cantautori di Dio” messa in giro da qualcuno; soprattutto se la patente rischia di esser rilasciata senza valutare adeguatamente la consistenza musicale, la poetica dei testi, lo spessore culturale dei messaggi.

Per farsi un’idea delle scoperte che si possono fare in una ricerca senza pregiudizi o schemi rigidi, vale pena di approfondire la conoscenza di una figura come Francesco Guccini, da oltre cinquant’anni sulla breccia prima come autore e poi anche come interprete, a lungo enfatizzato riduttivamente (per sua stessa ammissione) come  “cantautore politico” per via della canzone in cui racconta la storia di un ferroviere anarchico che fedele all’idea lancia la locomotiva contro “un treno pieno di signori” perché “trionfi la giustizia proletaria”.

Personaggio a tutto tondo, che ama definirsi uno degli ultimi cantastorie o “burattinaio di parole”, col passare degli anni ha mantenuto, e anzi affinato, la capacità di comunicare l’inquieta ricerca del senso della vita, il ritorno alle radici, la poesia del quotidiano, la tenerezza verso gli emarginati e l’invettiva contro i vizi collettivi. C’è un episodio di oltre trent’anni fa che vale la pena di ricordare: nella musica leggera furoreggiavano i “complessi” e Francesco scrisse per i Nomadi guidati da Augusto Daolio (uno che se n’è andato troppo presto) Dio è morto.

Zelanti dirigenti RAI posero il veto radiofonico e televisivo alla canzone, probabilmente giudicandola dal solo titolo; Radio Vaticana ne colse il forte messaggio e la trasmise, i giovani ne decretarono il successo e divenne un inno popolare di protesta, d’impegno e, per i credenti, di fede: ancor oggi ai concerti di Guccini la cantano in coro con lui spettatori dai diciotto ai cinquant’anni come si continua a cantarla in parrocchie e campi-scuola, anche se quasi si è persa la memoria della “teologia della morte di Dio”. Guccini, in una canzone di qualche anno dopo, ricorda le domande sull’esistenza di Dio che si poneva insieme a un amico mettendo a confronto “il mio Leopardi, le tue teologie“.

Molte volte il tema religioso ritorna nelle sue canzoni, vero e proprio filo conduttore di una ricerca laica condotta attraverso una varietà di registri: l’invettiva contro chi concepisce una fede imposta (Libera nos, Domine) o bacchettona (Nostra Signora dell’ipocrisia), la patetica figura del frate che “dopo un bicchiere di vino… parlava di Dio e Schopenhauer”, i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta nella sua piccola città che poi è Modena (“vecchie suore nere con che fede in quelle sere avete dato / a noi il senso di peccato e di espiazione”), il ringraziamento (“giugno che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io”) e anche la citazione biblica, forzata (“Dicembre… nei tuoi giorni da profeti detti / nasce Cristo la Tigre”) o quasi filologica, per chiedersi in ebraico: Shomer ma mi-llailah – “sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11-12).

Su tutto la domanda, quasi sempre senza risposta, su che cosa c’è oltre il buio, in fondo alla notte, oltre la morte; da una vita Francesco attacca i suoi concerti con la Canzone per un’amica morta in un incidente d’auto chiedendosi: “vorrei sapere a che cosa è servito / vivere amare soffrire…” e conclude: “voglio pensare che ancora mi ascolti / e come allora sorridi”.

Una ricerca non teorica né retorica, collocata ben dentro la voglia di assaggiare “dov’è il sugo del sale“, la polpa della vita, il senso delle cose da scoprire attraverso situazioni e accadimenti, emozioni e memorie, “il ritmo dell’uomo e delle stagioni”, facendo anche ricorso all’ironia ma con un costante fondo di nostalgia e inquietudine, talvolta elencando realtà quotidiane che il verso musicale riscatta dalla banalità e quasi riveste di un valore metafisico: “chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia sana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?”.

Tessitore di citazioni colte, metafore ardite, rime folgoranti e metrica ineccepibile, distilla i suoi prodotti senza concessioni a esigenze di mercato: una raccolta di nuove canzoni più o meno ogni tre anni, quando da idee buone si sviluppano testi costruiti con la cura di un artigiano e attorno alle frasi musicali si è creato l’amalgama del solito gruppo di musicisti eccellenti; alcuni concerti ogni tanto, quando cantare è anche aver voglia di stare con la gente a raccontare tra una canzone e l’altra storie e facezie, digressioni pungenti sull’attualità e qualche battutaccia sopra le righe.

Anche perché Guccini, oltre a occuparsi di canzoni, deve trovare il tempo per scrivere libri (i romanzi Croniche epafaniche e Vacca d’un cane su tempi e luoghi rispettivamente dell’infanzia e dell’adolescenza, il giallo Macaronì in collaborazione con Loriano Macchiavelli, che è anche un affresco sulla vita di paese dei tempi andati e gli stenti dei nostri connazionali emigranti), coltivare amicizie in lunghe sere di partite a carte e di bevute, lavorare alla compilazione del vocabolario italiano-pavanese, cioè di Pàvana sull’Appennino tra Bologna e Pistoia dove i Guccini conducevano un mulino e Francesco crebbe negli anni della guerra per poi tornare a trascorrervi ogni estate.

Un’attenzione che non manca mai, ad ogni nuova uscita di canzoni, è per il mondo degli emarginati, dei piccoli, degli “sfigati”. Storie raccontate con pietà asciutta come quella di Céncio, l’adolescente nano che non riesce a inserirsi nel gruppi dei coetanei perché ha “le stesse voglie, gli stessi eroi ma ali più piccole per lo stesso volo” e finisce per sognare “il Circo, realtà capovolta / mondo di uguali perché tutti strani”; di Keaton, pianista alcoolizzato che “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, finito “in una provincia lontana come una palude / dai nostri discorsi di suonare tra la gente”; del pensionato suo vicino di casa del quale, alla fine di “un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri”, afferma “non posso o non so dir per niente se peggiore sia / a conti fatti la sua solitudine o la mia”; di Amerigo, il vecchio zio che finisce la giovinezza a fare il minatore in un’America diversa da quella dei film: “l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello / e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera / per anni da prigione…”.

C’è una canzone dell’ultima raccolta che si presenta quasi come una piccola summa delle tematiche gucciniane: Cyrano. Il celebre cadetto di Guascogna, condannato a non essere amato per la lunghezza del naso, che scrive su commissione canzoni d’amore per la bella Rossana e finisce per innamorarsene; la lama tagliente dello spadaccino diventa arma poetica contro “signori imbellettati…, poeti sgangherati…, primi della classe, … gente che non sogna, … nuovi protagonisti, politici rampanti, … portaborse, ruffiani e mezze calze / feroci conduttori di trasmissioni false / che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte”, “liberisti” per i quali “tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / in questo benedetto assurdo belpaese”; non mancano – come in altre canzoni – i preti (“se c’è come voi dite un Dio nell’infinito / guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”) ma stavolta ancor più “voi materialisti, col vostro chiodo fisso / che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, / le verità cercate per terra, da maiali, / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Ciò che salva è l’amore, perché “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.

Settimana News

Da “Noi non ci saremo” a “L’avvelenata”: le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Da "Noi non ci saremo" a "L'avvelenata": le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Avvenire

Un colto e raffinato cantastorie dallo spirito libero, un poeta che amava la vita: Francesco Guccini ha scritto canzoni tra l’impegno personale, sociale e politico che hanno segnato per oltre mezzo secolo la cultura popolare del nostro Paese ma che raccontato anche l’umano in tutti i suoi aspetti, persino quelli più intimi e profondi. Ecco i dieci brani del suo vasto repertorio che a nostro giudizio meglio rappresentano lo sguardo di Guccini sul mondo, con citazioni emblematiche per ogni testo a richiamarne il significato.
1. Noi non ci saremo (1966)
“Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo, nemmeno un grido risuonerà…”. È un richiamo poetico contro la guerra nucleare, un  testo in cui l’autore immagina uno scenario apocalittico dopo l’“ora x”. Erano i tempi in cui il rischio dell’atomica faceva tremare i popoli e le nazioni. Ci saranno mille rovine e città in macerie ma alla fine, canta Guccini, splenderà l’arcobaleno e risorgerà il mondo nuovo. Anche se… noi non ci saremo.
2. Dio è morto (1965)
“Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto”. Un evergreen di un’attualità sconcertante. Contro le carriere facili, l’ipocrisia, il consumismo sfrenato e i falsi moralismi. Denuncia il disorientamento delle giovani generazioni di fronte alla crisi dei valori positivi ma apre anche alla speranza di un futuro migliore, perché “Dio risorge”. Rifiutata dalla Rai in quanto ritenuta blasfema, piacque a Paolo VI e venne trasmessa per la prima volta dalla Radio Vaticana.
3. Auschwitz (1966)
“Sono morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino”. È uno dei primi testi italiani dedicati alla memoria della Shoah. Sono nel vento le anime delle vittime dell’Olocausto, vivono ancora per rammentarci, in quello strano silenzio che si percepisce nel lager simbolo dell’orrore, cosa è capace di fare la “bestia umana”. Come può un uomo uccidere un suo fratello? Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?
4. Canzone per un’amica (1966)
“Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare e soffrire, se presto sei dovuta partire…”. Una struggente riflessione sul senso dell’esistenza umana che prende spunto dalla morte di una ragazza sua amica in un incidente stradale. La vita che fugge in un attimo. Ma lui vuole ricordare l’amica com’era, pensare che ancora vive, l’ascolta e che come allora sorride. È conosciuta anche con il titolo “In morte di S.F.”.
5. Il vecchio e il bambino (1972)
“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera”. Immagina profeticamente un mondo dilaniato da guerre e distruzioni dove la natura non esiste più ed è la memoria l’unico mezzo per mettere in contatto le generazioni.
6. Cyrano (1966)
“Venite pure avanti voi con il naso corto, signori imbellettati io più non vi sopporto”. Racconta di amore, di morte e di “altre sciocchezze”. Ma l’eroe del romanzo di Rostand qui diventa un personaggio che con la sua spada punge e critica la società e, in particolare la classe politica dominante. Ma alla fine della storia si intravede un sole, simbolo di speranza nel domani.
7. Vedi cara (1970)
“Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”. Intima confessione su un amore perduto, il ricordo di un sogno di vita in comune che si è infranto a causa della incomunicabilità. Le angosce e le distanze vissute con la compagna di un tempo in un brano che coglie emozioni e dolori di chi ha amato senza comprendere l’altro.
8. Via Paolo Fabbri 43 (1976)
“Mi scoppia il mondo fuori porta San Vitale e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè”. L’indirizzo della sua casa di Bologna è il pretesto per un inno d’amore alla città dove è vissuto e ha creato gran parte dei suoi capolavori. 
9. La locomotiva (1972)
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava”. Scritta in venti minuti in forma di ballata, narra di un ferroviere anarchico (realmente esistito) che si ribella alle ingiustizie e alle dure condizioni di lavoro impadronendosi di una locomotiva: finirà per schiantarsi contro alcuni vagoni fermi sopravvivendo miracolosamente.
10. L’avvelenata (1976)
“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto…”. Un’altra ballata, stavolta contro il conformismo della cultura e le logiche perverse del mercato discografico in cui bisogna “vendersi” per avere successo. Un testo tra il grottesco e l’arrabbiato scritto per sferzare una certa critica musicale saccente che stroncava senza capire.

Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini

Francesco Guccini: «Ho scritto la Locomotiva in 20 minuti: ero stremato. Non ho mai pensato potesse indurre alla violenza» | Corriere.it

Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini.

Lo rende noto la famiglia sottolineando che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto.

Addio a Francesco Guccini, il cantautore è morto a 86 anni

Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».

Quando  Giuseppe Serrone incontrò Francesco Guccini (archivio Storico)

Quando Guccini arrivò a Verbania: pubblico record nel 2011 all’incontro a LetterAltura

Il cantautore morto questa mattina all’età di 86 anni parlò della sua passione per la scrittura

Quella voce di Guccini raccolta da Giuseppe Serrone proprio a Verbania nel 2011.

Anche Verbania ha avuto modo di incontrare e apprezzare Francesco Guccini, il cantautore emiliano morto questa mattina – giovedì 6 agosto – all’età di 86 anni.

Era sabato 25 giugno 2011 quando Guccini arrivò a Intra per il festival LetterAltura. In quell’occasione era nella veste di scrittore più che come cantante. Nel parco di Famiglia studenti ci fu un pubblico da record.

Nel racconto con il pubblico partì dal suo «Croniche epifaniche» (il primo libro) del 1989 per parlare dell’infanzia e far riaffiorare lingue e origini, in particolare i dialetti che ovunque «a distanza di 2 chilometri fanno cambiare una parola e mondo» aveva detto.

Guccini aveva poi raccontato la passione per la scrittura (e non solo quella per i brani delle sue canzoni): «Quando da piccolo mi chiedevano cosa volessi di professione, non rispondevo come tutti l’esploratore: io dicevo lo scrittore». E ricordò «la prima macchina da scrivere, ricevuta da una lontana parente: scriveva una parola nera e una rossa, e si bloccava sempre la carta. Poi è arrivato il computer, e adesso è tutto più facile».

Un legame oltre il tempo “Non è un caso se oggi, 25 Aprile, abbiamo scelto le parole di Francesco Guccini. C’è un filo rosso che lega il nostro cantiere al poeta di Pavana. Nel 2011, durante il Festival LetterAltura a Verbania, sul Lago Maggiore, fu proprio Giuseppe Serrone a intervistare Guccini. In quel dialogo (che vi riproponiamo oggi in formato podcast) si parlava di vita, di storie, di resistenza quotidiana. Oggi, dopo 13 anni, quel ‘Giorno d’aprile’ cantato da Guccini diventa la colonna sonora dell’impegno per la libera informazione).
Ascolta l’intervista storica:
🎙️ Clicca qui per ascoltare il Podcast su Spreaker
⬇️ Scarica l’audio originale (MP3)
Ascoltare la voce di un  Giuseppe Serrone giovane e appassionato che interroga uno dei più grandi intellettuali italiani ci fa capire una cosa fondamentale: la battaglia per l’informazione libera e i diritti civili e religiosi non è un’ossessione isolata, ma parte di un impegno culturale e umano che dura da decenni. Ieri come oggi, la domanda è la stessa: quando potremo finalmente ricucire questa vita?”

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Francesco Guccini – ph Roberto Serra – Iguana Press:Getty Images

Le sue condizioni di salute, non ottime in questi ultimi anni, sono precipitate nella serata del 5 agosto. “Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata – scrive la famiglia in una nota -. La famiglia, nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia anticipatamente tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre”. Nel 2025 era stato ricoverato in ospedale, ed era stato costretto a rimare 18 mesi in casa, uscendo solo pochi mesi fa per partecipare alla mostra “Canterò soltanto il tempo”, a lui dedicata, ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Negli ultimi anni il cantante aveva avuto problemi problemi alla vista che ormai gli impedivano anche di leggere libri. Disse: “Non riesco più a leggere, una cosa che mi addolora tantissimo – riporta Il Resto del Carlino -. Per questo guardo molta televisione”

Francesco Guccini in una immagine del 2019 - RIPRODUZIONE RISERVATA

Nel 2022 aveva pubblicato il suo 17° album dal titolo Canzoni da intorto, mentre nel 2023, aveva registrato un nuovo 45 giri con due versioni di Bella Ciao: una cantata da lui e un’altra in collaborazione con Tosca. Durante la sua lunga carriera ha pubblicato 30 album, di cui 17 in studio, ma è anche stato scrittore, attore e insegnante di lingua italiana al campus bolognese del Dickinson College. Tra i suoi brani più famosi c’è sicuramente La Locomotiva del 1972, ma anche “Canzone per un’amica” del 1968  e “Autogrill” del 1983. La sua adolescenza e il primo incontro con la musica

Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, pochi giorni dopo l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale: il padre, Ferruccio, venne chiamato alle armi e dopo aver rifiutato il giuramento di fedeltà ai nazisti, venne riunchiuso per due anni in un campo di concentramento vicino ad Amburgo. Da lì in poi, Guccini trascorrerà la sua infanzia sulle montagne dell’Appennino, a Pavana, a cui dedicherà il primo romanzo Croniche Epafàniche. Gli inizi nel mondo musicale arriveranno solo nel 1960, quando dopo esser diventato cronista della Gazzetta di Modena, realizza un’intervista a Domenico Modugno, due volte consecutive vincitore del Festival di Sanremo. Dopo l’incontro, scrive la sua prima canzone L’Antisociale, mentre continua a studiare per diventare Magistrato senza poi laurearsi. In un’intervista del 2018 a Fanpage.it rivelerà che non ha mai detto ai genitori di voler fare il musicista: “Ai miei genitori non ho mai detto che volevo fare il musicista, è accaduto, ero all’Università e quindi impegnato lì e ho cominciato, quasi per gioco. Finito il primo disco pensavo sarebbe finito tutto, poi ho fatto il secondo, il terzo, poi il quarto che ha cominciato ad avere un certo successo e così era diventato il mio mestiere. Forse mio padre è stato più contento per i libri”.

L’inizio con i Gatti e L’Equipe 84
Nel 1961 Guccini si trasferisce a Bologna, prima di partire l’anno successivo per il servizio militare. Nel frattempo incontra Pier Farri, che diventerà in seguito il suo produttore, ma anche Victor Sogniani, futuro componente dell’Equipe 84. Dopo aver scoperto la beat music di Bob Dylan, cominciò a comporre canzoni come Auschwitz e È dall’amore che nasce l’uomo, che vennero portati al successo dall’Equipe 84. Guccini si troverà quindi a suonare sia con i Nomadi, grazie all’ingresso di Dodo Veroli nella musica leggera italiana, sia con l’Equipe 84.

Il grande successo di Guccini con Radici
Il primo grande successo di Guccini, dopo aver già collaborato con Franco Battiato, Roberto Vecchioni e scritto per Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti, arriverà nel 1972. Si tratta del suo quarto album in studio, in cui sono contenuti alcuni dei suoi componimenti più importanti. Da La Locomotiva a Incontro, passando per Piccola Città e Il vecchio e il bambino: apparirà negli anni successivi anche il primo album live, Opera Buffa, che descriverà anche la vena cabarettistica durante le sue esibizioni in pubblico. Il successo commerciale, invece, arriva nel 1976 con Via Paolo Fabbri 43, che finisce tra i cinque album più venduti dell’anno. All’interno è contenuta L’Avvelenata, una risposta rabbiosa alle critiche dell’epoca e racchiude un dissing ante litteram al critico Riccardo Bertoncelli (con cui diventò amico). Poi nel 1978 arrivò Eskimo, nell’album Amerigo, prima di aprire gli anni 80 con Metropolis. Il grande successo musicale di Guccini, secondo l’autore, andrebbe celebrato per le parole, sempre più importanti della musica. Nell’intervista rivelerà: “Sono stato ben contento di queste analisi che hanno dato un certo valore alle mie canzoni, mi ha fatto piacere. Delle volte, forse, ho scritto delle buone canzoni, ho scritto anche delle musiche piacevoli, decenti, ma non mi sono mai messo come musicista, sulle parole forse riuscivo meglio, ecco il perché della mia preferenza”.

Le canzoni più famose di Guccini, da L’Avvelenata a Gulliver
Si apre infatti la stagione del viaggio e dei valori simbolici delle città, da Bisanzio a Venezia, passando per Milano: un tema che si riproporrà anche nei dischi successivi, con i singoli Gulliver, Argentina e Autogrill. Durante la sua carriera descriverà Bologna, in un brano omonimo del 1982, ma anche Modena e Pàvana. La prima con la celebre Piccola città del 1972, mentre arriviamo a uno dei suoi ultimi lavori per raccontare nostalgicamente gli anni di formazione nella piccola frazione in provincia di Pistoia. Stiamo parlando di Natale a Pàvana, realizzata con la figura di Mauro Pagani sullo sfondo. Invece nel primo decennio degli anni 2000 la sua poetica si rifletterà nella descrizione dei grandi personaggi storici e dei dialoghi immaginari intercorsi tra loro. Non solo Ulisse, Cristoforo Colombo e Che Guevara, anche figure moderne come Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso negli scontri del G8 di Genova, raccontato nel brano Piazza Alimonda. Il suo ultimo album risale al 2022, arrivato dopo i due capitoli di Note di Viaggio, in collaborazione con Mauro Pagani: si tratta di Canzoni da intorto, un disco di cover. Nella sua carriera ha ricevuto 5 targhe Tenco, l’ultima nel 2015 per la sua lunga carriera.

L’attività letteraria e politica di Guccini
Nella sua attività ventennale di scrittore, Guccini ha scritto 26 libri, un lasso di tempo che intercorre dal 1989 con l’esordio con Croniche Epafaniche al 2020, in cui ha pubblicato l’ultima opera con Loriano Macchiavelli dal titolo Che cosa sa Minosse. Tra i maggiori successi c’è sicuramente Canzoni del 2018, ma anche Un disco dei Platters: Romanzo di un maresciallo e una regina del 2021 e Appennino di sangue del 2012. Rivelerà in una delle sue ultime interviste nel 2018, che la lettura è diventata la sua compagna di viaggio: “Le mie giornate le passo leggendo, anzi facendomi leggere perché ho un disturbo agli occhi e non riesco più a leggere, il che per me è gravissimo perché la lettura è uno dei miei impegni quotidiani più assidui, quindi mi manca, poi ascoltando audiolibri, guardando la televisione, scrivendo e anche la sera, parlando con degli amici, andando fuori a mangiare”. E a chi gli chiedesse se avrebbe più scritto canzoni, aveva risposto: “Non mi manca scrivere canzoni, perché scrivo libri, è un altro modo di scrivere, ma è sempre scrittura”. Dal punto di vista politica, è noto il suo impegno e la sua vicinanza alla sinistra, anche se durante la carriera si è definito un anarchico, con un forte matrice liberale. È stato insignito il 26 maggio 2004, per iniziativa del Presidente della Repubblica, allora Carlo Azeglio Ciampi, del titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. (https://www.fanpage.it/)

(Post per Notizie Online a cura di Giuseppe Serrone  e Albana Ruci)

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

È scontro durissimo tra il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli e il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. A innescare la polemica sono state alcune dichiarazioni rilasciate dal parlamentare ai microfoni di Radio Cusano, durante un intervento dedicato agli sfollati dopo il terremoto ai Campi Flegrei.

«La presenza dei puteolani nei Campi Flegrei è millenaria. Gli antenati di Musumeci stavano ancora sugli alberi a mangiare banane quando là già c’era la civiltà», ha affermato Borrelli.

Parole che hanno provocato l’immediata reazione del ministro. «Prima di fare battute sui siciliani, faccia un salto in libreria», ha scritto Musumeci in un post pubblicato su Instagram.

«Se davvero pensa che in Sicilia nel passato stavamo ancora sugli alberi a mangiare le banane – ha aggiunto – il problema non è la Sicilia, ma il programma di storia che si è perso. La mia isola ha qualche migliaio di anni di civiltà da raccontare. Lui, invece, è riuscito solo a raccontare la sua disarmante ignoranza».

Schifani: «Borrelli chieda scusa ai siciliani»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha definito le parole del deputato «offensive e indegne del confronto istituzionale».

«Deridere un intero popolo con stereotipi banali non è satira, ma un’offesa a milioni di siciliani e alla loro storia – ha dichiarato Schifani –. La Sicilia merita rispetto, non pregiudizi».

Il governatore ha quindi invitato Borrelli a riconoscere l’errore e a presentare le proprie scuse: «Da chi ricopre un incarico pubblico ci si aspetta responsabilità e rispetto, non battute che alimentano divisioni e mortificano la dignità di un’intera comunità».

Gazzetta del Sud

È record di “100 e lode” alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

È record di "100 e lode" alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

Oltre 14mila studenti hanno meritato la “lode” alla Maturità di quest’anno, quasi il 3% dei diplomati italiani. Si tratta, però, di un certificato di eccellenza sempre più diffuso e meno elitario. Rispetto all’anno scorso sono 266 in più gli scolari ad aver raggiunto il massimo dei voti, ma la tendenza alla lode è di lungo corso: nell’anno scolastico 2006/2007, anno di introduzione della menzione di merito, erano solo 3mila i diplomati ad aver ottenuto il massimo dei voti. Dieci anni dopo, nel 2016, erano 5.133. Nell’ultimo decennio i numeri sono quasi triplicati. È questo il primo risultato dei dati sulla Maturità 2026 pubblicati stamani dal ministero dell’Istruzione e del Merito, che rivelano una concentrazione delle “lodi” al sud Italia.
La prima regione per menzioni speciali è la Campania, che colleziona 3.018 lodi, seguita da Puglia (2.104) e Sicilia (1.928). Dieci anni fa avevano in quelle stesse regioni avevano ottenuto il massimo dei voti rispettivamente 713, 934 e 500 studenti. Più contenuti – ma sempre in costante crescita – i “miglioramenti” degli studenti del Nord: in Lombardia le “lodi” sono passate da 300 a 760 in dieci anni, in Veneto da 276 a 523 e in Emilia-Romagna da 328 a 687. Quasi ovunque sono più che raddoppiate, a fronte però di un calo di competenze pressoché costante a partire dalla pandemia di Covid-19 registrato dai test standardizzati di Invalsi.
In generale, quasi tutti gli studenti ammessi all’esame hanno ottenuto il diploma (99,8%). E pochissimi lo hanno fatto con il minimo dei voti: solo il 4,1% dei maturandi ha preso “60”, contro l’8% di dieci anni fa. La maggior parte – il 56,1% – ha ottenuto un punteggio compreso tra il 61 e l’80. In calo sono i cento senza lode: 5,3% contro il 7,1% dello scorso anno.
Le più grandi differenze tra studenti si muovono lungo due direttrici: l’indirizzo di scuola superiore e la regione di provenienza. I voti più alti si registrano nei licei, mentre le commissioni degli istituti professionali e tecnici tendono a dare punteggi più bassi. Il 4,3% dei liceali ha ottenuto la lode, contro l’1,6% dei tecnici e lo 0,7% dei professionali. A ottenere il minimo dei voti, invece, è il 2,7% degli alunni dei licei contro il 5,8% dei diplomati negli istituti.
Al Sud, poi, le medie tendono a essere ovunque più alte rispetto al Nord. I diplomati con “100” sono il 9,8% dei maturandi in Calabria, l’8% in Sicilia e il 7,9% in Campania. Al contrario, sono il 2,8% in Lombardia, il 3,5% in Veneto e il 3,7% in Piemonte. Agli ottimi risultati dei diplomati del Meridione, però, non corrisponde un progressivo miglioramento delle loro competenze in Italiano e Matematica. A livello territoriale la distribuzione dei voti è inversa rispetto ai risultati delle rilevazioni Invalsi: negli ultimi test standardizzati, infatti, solo il 54% degli alunni del Nord al quinto anno delle superiori ha ottenuto risultati adeguati in Italiano, contro il 47% del Sud. In Matematica il divario è più ampio: 52% al Nord e 45% al Sud. Di anno in anno le differenze si assottigliano, ma sono ancora gli studenti del Settentrione a godere di un vantaggio competitivo rispetto ai colleghi delle regioni meridionali.

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«Serve più acqua, salviamo i raccolti»: l’appello dei Comuni per le risaie

«Serve più acqua, salviamo i raccolti»: l'appello dei Comuni per le risaie

La siccità sta mettendo in ginocchio l’agricoltura di un’ampia area tra le province di Milano e Pavia. E, dato che l’unione fa la forza, venti Comuni – Abbiategrasso, Battuda, Besate, Binasco, Borgarello, Casarile, Casorate, Certosa di Pavia, Gaggiano, Giussago, Lacchiarella, Marcignago, Motta Visconti, Rognano, Rosate, Trovo, Vellezzo Bellini, Vermezzo, Vernate – hanno presentato agli enti competenti una richiesta urgente: che venga garantita alle aziende agricole l’acqua necessaria a portare a termine il ciclo delle coltivazioni e limitare i danni economici. In questa vasta area – che conta circa 126mila abitanti – l’agricoltura e, in particolare, la risicoltura continuano a rappresentare un settore fondamentale. Il riso è ora nella fase della spigatura, uno dei momenti più delicati del ciclo produttivo, ma negli ultimi dieci giorni la disponibilità d’acqua si è drasticamente ridotta e il raccolto rischia di essere compromesso. Il problema è legato soprattutto al livello del lago Maggiore, la cui regolazione determina quanta acqua può essere utilizzata per l’irrigazione attraverso il Ticino.
Secondo Giovanni Nidasio, consigliere del Consorzio Est Ticino Villoresi, presidente del Consorzio Fiume Olona e responsabile di una società che gestisce le acque irrigue provenienti dal Naviglio Grande, il limite attualmente fissato per il livello del lago Maggiore non corrisponde al punto oltre il quale l’acqua non è più utilizzabile. «In realtà – spiega – abbiamo ancora circa 90 centimetri di risorsa idrica a disposizione». Per questo, insieme ai sindaci, chiede di valutare una deroga temporanea che permetta di utilizzare una parte di questa risorsa e salvare i raccolti. Ma l’emergenza di oggi, secondo Nidasio, mette in luce un problema più ampio: le regole con cui viene gestita l’acqua devono essere aggiornate alla luce dei cambiamenti climatici. I sistemi attuali sono stati messi a punto quando si poteva contare maggiormente sulla neve come riserva naturale. «Oggi – chiarisce – la neve si scioglie prima e nei momenti più delicati della stagione agricola non è più disponibile nelle stesse quantità del passato. Servono quindi nuovi studi e nuove regole che tengano conto di una situazione climatica profondamente cambiata. Andrebbe rivisto anche il sistema delle concessioni, comprese quelle per la produzione idroelettrica, soprattutto nei periodi di scarsità, per garantire all’agricoltura una priorità che, del resto, è prevista dalla legge. Ma bisogna intervenire anche sulla gestione dei tempi di distribuzione – prosegue Nidasio – visto che non conta solo quanta acqua viene erogata, ma quando. A maggio, per esempio, ne è stata distribuita molta quando non era ancora necessaria e una parte è stata scaricata. Per evitare sprechi, sarebbe utile coordinare meglio i diversi utilizzatori e introdurre una sorta di “contabilità dell’acqua”, così da conservare la risorsa per quando serve davvero».
Facendosi portavoce delle necessità degli agricoltori, i sindaci di tanti Comuni interessati chiedono quindi alle Prefetture, alla Regione Lombardia, ai Consorzi irrigui, agli enti che regolano le acque e agli organismi tecnici di confrontarsi rapidamente sulla situazione e valutare una deroga straordinaria che consenta alle aziende agricole di completare la produzione e limitare i danni. Per proteggere i raccolti, l’agricoltura e l’economia di un territorio che, senza acqua, rischia di pagare un prezzo molto alto.

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Avvenire

Il capogruppo di FdI alla Camera difende Delmastro accusando il presidente emerito della Repubblica, morto nel 2012, di aver liberato mafiosi. Ma ha distorto i fatti

Oscar Luigi Scalfaro

Avvenire

Nell’ambito della battaglia politica alla Camera sulle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove con il presunto prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, il capogruppo di FdI Galezzo Bignami ha infangato la memoria del presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, morto più di 14 anni fa.
Di fronte a opposizioni che con vigore chiedevano a FdI e Giorgia Meloni di “non citare più Borsellino” alla luce del voto negativo dell’Aula sulla consegna delle chat ai magistrati, Bignami si è lanciato in una ricostruzione storica che mirava a denigrare la figura di Scalfaro durante gli anni degli attentati mafiosi. Bignami cita Scalfaro più volte, in un crescendo di tensioni, dicendo che “fu eletto al Quirinale dalla sinistra” e che poi “liberò 300 mafiosi”. Parole che suscitano la durissima reazione delle opposizioni, con proteste, urla e grida nell’emiciclo. La presidente di turno Anna Ascani ha richiamato più volte all’ordine, invitando lo stesso Bignami a non mancare di rispetto a un presidente emerito della Repubblica. Bignami ha puntato quasi l’intero suo discorso su una contrapposizione tra Borsellino e Scalfaro: “Per noi – dice – fu una sconfitta che il Msi nel maggio del 1992 non riuscì a far eleggere Paolo Borsellino presidente della Repubblica. Lo votò e non venne eletto, e per noi quella è una sconfitta perché se fosse diventato presidente della Repubblica Paolo Borsellino sarebbe qui con noi a combattere le battaglie buone, giuste, a combattere le battaglie per l’Italia. La sinistra fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41 bis”, scandisce Bignami alzando il tono della voce. “Mi permetto di ricordare che Scalfaro, forse ricordo male, fu eletto proprio a seguito delle dimissioni di Cossiga da presidente della Repubblica, per il quale la sinistra chiese l’impeachment: non capisco perché se il Presidente della Repubblica piace a voi allora va bene, se invece non piace a voi si può anche chiedere l’impeachment. Però voglio anche ricordare che quei 300 mafiosi liberati da Oscar Luigi Scalfaro – insiste -, per la battaglia vinta dalla destra italiana furono riportati in galera dall’allora ministro Conso”.
La ricostruzione di Bignami è fantasiosa. Nel novembre del 1993, non vennero liberati 300 mafiosi ma per 334 detenuti non fu prorogato il regime di 41-bis. I detenuti passarono al regime carcerario ordinario, non uscirono di prigione. Ad assumersi la responsabilità di quella scelta, contestualmente e anche successivamente, in sede storica e giudiziaria, fu l’allora Guardasigilli Giovanni Conso, che più volte ha riferito l’assenza di qualsiasi ruolo esterno alle sue competenze. Il presidente della Repubblica non aveva alcun potere sul tema. I magistrati che hanno indagato sulla stagione delle stragi e sulla presunta trattativa considerarono quella mancata proroga come un cedimento, Conso lo giustificò come un tentativo di frenare la strategie delle stragi. Bignami dunque sbaglia non solo sul ruolo e sulla storia di Scalfaro, ma anche sul ruolo di Conso.
Le reazioni sono molteplici. L’attacco a un presidente emerito democristiano, proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica, di cui portava il distintivo, fa emergere accanto all’indignazione dei leader del centrosinistra anche un sentimento quasi di sgomento dei cattolici democratici. In serata arriva una nota di Ernesto Preziosi, già parlamentare e presidente di Argomenti 2000, testimone diretto della stagione di Scalfaro al Quirinale: “Le affermazioni del capogruppo alla Camera di FdI nella loro infondatezza non suonano solo ingiuste nei confronti di un uomo che ha servito con onore le istituzioni, ma rappresentano, ancora una volta, un esempio di cattiva politica propria di chi non ha argomenti”.
Oscar Luigi Scalfaro ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà anche nel cuore della dittatura fascista. Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, ha dato incarichi a 7 governi. Per un mese, prima di salire al Colle, è stato presidente della Camera. La sua elezione al Quirinale avvenne il 25 maggio 1992, pochi giorni dopo la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Era il sedicesimo scrutinio, il clima era cupo. La figura di Scalfaro smosse un tragico stallo e ottenne 672 voti, espressi dai democristiani, dai socialisti, dai socialdemocratici, dai liberali, dai Verdi, dai radicali e da La Rete. La Lega Nord diede 75 voti a Gianfranco Miglio, il Movimento Sociale in quello scrutinio diede 63 voti a Cossiga, mentre Rifondazione comunista diede 50 voti allo scrittore Paolo Volponi. Fu il presidente che attraversò la stagione delle stragi mafiose e di Tangentopoli. Incaricò il primo governo Berlusconi, ma entrò in contrasto con il Cav. quando questi chiedeva, dopo le dimissioni a fine 1994, l’immediato ritorno alle urne. Scalfaro difese il principio della centralità del Parlamento, nacque il governo tecnico di Lamberto Dini.
Da senatore a vita, si è dedicato soprattutto a girare l’Italia, partecipando a numerosi incontri sulla difesa della Carta costituzionale, il no alla guerra e l’impegno dei cattolici in politica. Durante la primavera del 2006 è stato presidente del Comitato “Salviamo la Costituzione” e a capo del Comitato per il No al referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi. La riforma fu bocciata con il 61,3% di voti contrari. Una storia che lo ha reso inviso al centrodestra. Ma Bignami è andato oltre, sfondando il muro del livore e del fango.
Di certo un obiettivo Bignami l’ha raggiunto. Il suo intervento ha distolto l’attenzione dal voto che stava per dare la Camera. Montecitorio doveva decidere se consegnare o meno le chat tra l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia, che sta scontando una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia aggravata dall’agevolazione del clan mafioso Senese. Con la figlia di Caroccia, Miriam, Delmastro era socio di una famosa bisteccheria a Roma. Nell’affare erano coinvolti anche altri esponenti piemontesi di FdI. Alla stipula dell’affare, Miriam Caroccia era 18enne. Per l’affaire-bisteccheria Caroccia padre e la figlia risultano indagati insieme per i reati di riciclaggio e fittizia intestazione di beni. Le chat tra Mauro Caroccia e Delmastro, che non risulta indagato, erano richieste anche dalla difesa dello stesso Caroccia, poiché a parere dei legali rappresenterebbero una prova a discolpa. Ma la Camera ha detto “no”. L’esponente di FdI dal punto di vista politico ha pagato la vicenda con le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia, pretese da Giorgia Meloni dopo la pesante sconfitta al referendum costituzionale. Il contesto della vicenda rende ancora più improprio a strumentale il riferimento a una figura come quella di Oscar Luigi Scalfaro.

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