
Il suo nome è Lang Lang, che nella lingua del suo Paese d’origine significa “brillante”: un aggettivo che sembra descrivere perfettamente il temperamento di questa superstar del pianoforte. Si è presentato al mondo come il funambolico interprete che all’età di tre anni ha iniziato a suonare dopo aver visto Tom & Jerry rincorrersi sulla tastiera in un celebre cartone animato. Ma dietro la favola dell’enfant prodige si nasconde una storia molto meno fiabesca, scandita da rinunce, sacrifici, lezioni estenuanti, insegnanti violenti e scelte dolorose.
Tutto nasce dal talento straordinario di un bambino cresciuto nella Cina post-rivoluzionaria, figlio unico di una famiglia di modeste condizioni, ma anche dalla figura di un padre, ex musicista, disposto a tutto pur di trasformarlo nel “Numero Uno”: fino a imporgli dodici ore quotidiane di studio, privazioni e continue vessazioni. A sorreggere Lang Lang, però, c’è sempre stata una forza più grande di tutto: l’amore assoluto per la musica e la convinzione che attraverso di essa possa passare un’idea di bellezza capace di resistere a tutto.
Classe 1982, oggi è una delle personalità più celebri del panorama musicale internazionale, ma anche Ambasciatore di Buona Volontà dell’Unicef e Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. L’ultima volta che si è esibito nel nostro Paese è stato durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, ma tornerà in Italia il 25 maggio per un recital solistico all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Musica e sport sembrano obbedire alle stesse leggi non scritte: sacrificio, rigore, ricerca della perfezione. Come artista, vede dei paralleli tra la mentalità dell’atleta e il suo percorso nel trasformare la pressione del palcoscenico in energia creativa?
«Ci sono moltissimi punti di contatto tra musica e sport: entrambi richiedono disciplina, costanza, dedizione assoluta e fiducia in ciò che si sta facendo. Non si può interrompere un ciclo di allenamenti, così come non si può rinunciare allo studio quotidiano dello strumento. Ma c’è anche un altro aspetto fondamentale: la convinzione che ciò che si fa possa raggiungere gli altri, creare una connessione, trasmettere energia. Quando si è completamente immersi nell’ “esecuzione” – sul palco come in una competizione – tutto il resto scompare e l’attenzione si concentra interamente su un unico obiettivo. È una forma di concentrazione profonda che sviluppa creatività, immaginazione e consapevolezza. Per questo è essenziale che i più giovani imparino a suonare uno strumento: in un’epoca dominata da smartphone, contenuti immediati e ritmi sempre più accelerati, il tempo lento della musica rappresenta ancora un esercizio prezioso per la mente e per la crescita personale».
Quando scende dal palco, cosa la aiuta a ricaricare le energie?
«Fuori dalle sale da concerto, il tempo più prezioso è quello che trascorro con mio figlio: raccontargli storie, portarlo a spasso, viverlo. Il matrimonio ha cambiato tutto: prima la mia vita era un viaggio senza sosta, adesso, alla fine di ogni tour, l’unico posto dove voglio essere è a casa, con la mia famiglia. Non è una vita “regolare” – sono sempre in movimento – ma ogni momento libero appartiene a loro. Ed è proprio da quella normalità conquistata giorno per giorno che viene la mia ispirazione più grande».
La musica è da sempre il suo linguaggio per eccellenza, un modo di dialogare con il mondo. Con il disco Piano Book 2 sembra voler portare questo dialogo direttamente nelle case delle persone…
«L’idea è di dare continuità al primo Piano Book di sei anni fa, che ha ispirato molti pianisti, dai giovanissimi ai più maturi. Volevo offrire nuovi punti di riferimento, brani che trasmettessero loro la fiducia necessaria per esibirsi e, soprattutto, il piacere di suonare. In questa nuova raccolta ho inserito pezzi contemporanei che si connettono meglio agli studi regolari di oggi. In sei anni il mondo del pianoforte è cambiato molto: sono emersi nuovi compositori, come il canadese Tony Ann; sei anni fa probabilmente non aveva nemmeno iniziato a scrivere, e ora crea opere bellissime. Ci sono nuovi lavori di Ludovico Einaudi e alcuni dei miei classici preferiti del passato, come la Toccata di Paradisi. Ma ho lasciato posto anche a trascrizioni di colonne sonore di film, serie TV e videogiochi…».
Attraverso la sua Fondazione e programmi come “Keys of Inspiration” ha fatto dell’educazione musicale una missione. Cosa rende il pianoforte uno strumento così potente per lo sviluppo dei giovani?
«Purtroppo nelle scuole la prima materia che viene tagliata è spesso la musica. Accade anche nel mondo occidentale, nelle scuole pubbliche: molti bambini non hanno mai ricevuto una vera educazione musicale, non sanno leggere uno spartito. L’educazione musicale ha cambiato la mia vita e dovrebbe avere il potere di cambiare quella di tutti i bambini; è un loro diritto studiare musica. Come dicevo, la creatività, il potere curativo e la sinergia che impari con la musica danno una spinta a non arrenderti mai».
Nella musica, l’armonia è il giusto equilibrio di voci diverse che si sostengono a vicenda. È un concetto che va oltre le note?
«Assolutamente! Spiegare il concetto di armonia significa trasmettere qualcosa che va al di là della semplice melodia e la supporta. Aiuta i giovani a capire cosa significhi l’intesa, l’accordo, l’equilibrio tra le persone; altrimenti ci si ricorderebbe solo il motivetto di una canzoncina pop e nient’altro. Il mondo non può avere una voce sola; deve avere più voci che si supportano a vicenda, insieme. Questo crea l’armonia».
La sua carriera è una storia di successo, ma anche di grande resilienza. Cosa direbbe a un giovane musicista che oggi dubita del proprio futuro?
«È una sfida enorme, un vero “essere o non essere”. La musica classica ha tantissimi appassionati, ma non sono mai abbastanza: basta confrontarsi con il pubblico del calcio per capire quanto strada ci sia ancora da fare. Costruirsi una carriera oggi è più difficile di un tempo, e i social media non bastano: essere un influencer non è la stessa cosa che essere un musicista professionista. Un tempo, vincere un grande concorso apriva tutte le porte; oggi i concorsi si moltiplicano e i “numeri uno” anche, ma le carriere vere restano poche. Per farcela, bisogna amare profondamente quello che si fa ed essere disposti ad aspettare. Chi insegue solo il risultato immediato non arriverà lontano: il momento giusto arriva, ma chiede pazienza e la capacità di non mollare mai».
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