Giovani preti in cerca di un “porto sicuro”: la solitudine del clero si vince con la fraternità e il realismo pastorale

L’interessante analisi pubblicata da Città Nuova sulle tendenze psicologiche e pastorali della nuova generazione di sacerdoti negli Stati Uniti solleva un velo su una realtà complessa e ampiamente diffusa in tutto l’orizzonte cattolico globale. Molti giovani presbiteri, immersi in un contesto sociale sempre più secolarizzato e frammentato, avvertono un profondo senso di disorientamento e fragilità. Questa condizione li spinge spesso a cercare un “porto sicuro” all’interno di un tradizionalismo formale, talvolta rigido ed estetico, che rischia però di trasformarsi in un clericalismo protettivo e autoreferenziale.

Tuttavia, l’arroccamento identitario e la ricerca di rassicurazioni estetiche non risolvono le vere piaghe che colpiscono i ministri ordinati all’inizio del loro mandato: l’isolamento affettivo, il burnout pastorale e la drammatica solitudine presbiterale nelle parrocchie.

Il miraggio del tradizionalismo e la realtà dell’isolamento

A poche settimane di distanza dalla conclusione della quarta sessione del Concistoro straordinario voluto da Papa Leone XIV in questo 2026, è evidente che i decreti curiali e i dibattiti dottrinali non possono, da soli, colmare il vuoto relazionale che i pastori sperimentano sul territorio. La tendenza evidenziata oltreoceano dimostra che i giovani preti si trovano spesso privi di reti di supporto emotivo e umano adeguate. Quando la struttura istituzionale risponde alla crisi offrendo soltanto regole formali, il sacerdote si ritrova solo di fronte alle complessità quotidiane della cura delle anime, esponendosi a un precoce logoramento psicofisico.

Una soluzione globale: l’affiancamento dei sacerdoti sposati

Perché la Chiesa possa realmente offrire un “porto sicuro” ai suoi ministri più giovani, è necessario un radicale bagno di realismo pastorale. La risposta a questa crisi generalizzata non risiede nell’isolamento difensivo, ma in un’autentica conversione strutturale e fraterna: affiancare l’aiuto, l’esperienza e l’equilibrio dei sacerdoti sposati al clero di tutto il mondo.

I sacerdoti coniugati possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie. Essi non rappresentano una minaccia per la Tradizione, bensì una risorsa insostituibile per il bene comune e l’umanizzazione del ministero. Lavorando fianco a fianco nelle parrocchie e nelle unità pastorali, il clero celibatario e il clero coniugato potrebbero dare vita a una feconda complementarietà:

  • Stabilità e accoglienza: La home familiare del sacerdote sposato può diventare un punto di riferimento relazionale e affettivo concreto per il confratello più giovane, offrendo un ambiente di condivisione autentica e rompendo il muro della solitudine.

  • Maturità e radicamento: L’esperienza della vita coniugale e genitoriale consente ai preti sposati di mediare le complessità del quotidiano, aiutando i giovani colleghi a superare le rigidità ideologiche e a parlare il linguaggio reale delle famiglie.

Oltre il clericalismo, per il bene comune

Le storiche aperture che giungono in queste settimane da diverse parti del mondo — come il recente e clamoroso pronunciamento dei Vescovi del Belgio a favore del clero sposato — confermano che i tempi sono maturi per una riforma trasparente, legale e ordinaria. Non si tratta di intaccare il valore del celibato come carisma profetico, ma di riconoscerlo come disciplina ecclesiastica superabile laddove la salus animarum lo richieda.

Affiancare i sacerdoti sposati al clero mondiale, specialmente a quello più giovane, significa edificare una Chiesa che non si rifugia in un passato idealizzato, ma che abita il presente con coraggio. Solo abbattendo le barriere del clericalismo protettivo sarà possibile garantire la cura delle anime, ridare slancio alle parrocchie vuote e assicurare a ogni pastore un autentico e solido porto sicuro.

Dopo aver partecipato al sinodo anglicano di York, l’arcivescovo di Malines-Bruxelles propone di aprire il dibattito sui sacerdoti sposati

Dopo aver partecipato al sinodo anglicano di York, l'arcivescovo di Malines-Bruxelles propone di aprire il dibattito sui sacerdoti sposati

infovaticana.com

L’arcivescovo di Malines-Bruxelles, mons. Luc Terlinden, ha difeso l’apertura di un dibattito sull’ordinazione di uomini sposati nella Chiesa latina dopo aver partecipato come invitato al Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra, tenutosi a York dal 10 al 12 luglio. In un’intervista concessa al quotidiano olandese Nederlands Dagblad, il prelato ha affermato che «i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa» e ha ricordato che l’episcopato belga ha già inoltrato questa proposta a Roma durante il Sinodo sulla Sinodalità del 2023.

La presenza di Terlinden a York è stata in risposta a un invito dell’arcivescovo anglicano di York, Stephen Cottrell, e si inserisce nel rapporto storico tra le arcidiocesi di York e Malines-Bruxelles, erede delle cosiddette Conversazioni di Malines (1921-1927), uno dei primi dialoghi tra cattolici e anglicani del XX secolo. Secondo quanto riferito dallo stesso arcivescovado di Malines-Bruxelles, l’obiettivo della visita era conoscere il funzionamento del sinodo anglicano e rafforzare i legami ecumenici tra le due sedi.

L’episcopato belga mantiene aperta la proposta di ordinare uomini sposati
Interrogato sulla possibilità di ordinare uomini sposati, Terlinden ha ricordato che i vescovi belgi hanno inviato a Roma, nell’ambito del Sinodo sulla Sinodalità del 2023, un documento in cui esprimevano la loro disponibilità a discutere tale possibilità.

Insieme a questa proposta, l’episcopato ha chiesto una «certa decentralizzazione» che permetta alle Chiese locali di partecipare con maggiore autonomia allo studio di determinate questioni pastorali.

«Per me, i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa», ha affermato l’arcivescovo. Come argomento, ha citato l’esperienza delle Chiese cattoliche orientali, dove esiste una tradizione consolidata di clero sposato. Secondo quanto ha raccontato, un vescovo greco-cattolico gli ha spiegato che circa il 90 % dei sacerdoti della sua Chiesa sono sposati. «In Occidente non sempre abbiamo sufficiente rispetto per quella tradizione orientale, che è anch’essa cattolica», ha aggiunto.

Il prelato ha sottolineato, tuttavia, che qualsiasi modifica della disciplina vigente richiede l’autorizzazione del Papa e ha ricordato che nessun vescovo può ordinare uomini sposati di propria iniziativa.

Un sinodo di funzionamento parlamentare
Durante l’intervista, Terlinden ha descritto il Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra come un organo che funziona «come un parlamento», riflesso —ha affermato— della tradizione politica britannica. Ha spiegato che è composto da tre camere —vescovi, chierici e laici— che deliberano e votano le diverse proposte.

Secondo quanto ha indicato, durante le sessioni sono state affrontate questioni relative al governo ecclesiale, alle procedure per la nomina dei vescovi e a vari argomenti pastorali, tra cui il riconoscimento delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

L’arcivescovo ha valutato l’ampia partecipazione dei presenti, che possono intervenire e porre domande ai responsabili della Chiesa d’Inghilterra, sebbene abbia ritenuto che tale sistema lasci meno spazio a ciò che la Chiesa cattolica definisce «discernimento nello Spirito».

«Diversi anglicani mi hanno detto che hanno molto da imparare dalla nostra esperienza con la sinodalità», ha assicurato.

Durante il suo soggiorno a York, Terlinden ha inoltre mantenuto diversi incontri con responsabili anglicani, tra cui l’arcivescovo Stephen Cottrell. Secondo quanto ha spiegato, entrambi hanno conversato sulla possibilità di organizzare future pellegrinaggi ecumenici e di continuare a rafforzare il rapporto tra le diocesi di York e Malines-Bruxelles.

Propone anche una maggiore partecipazione alla nomina dei vescovi
Al di là del dibattito sul celibato sacerdotale, l’arcivescovo ha affrontato altre questioni legate al processo sinodale nella Chiesa cattolica. Ha difeso che si debba trovare un equilibrio tra la partecipazione di tutti i fedeli e la responsabilità propria del ministero episcopale, ricordando che spetta infine al Papa prendere le decisioni.

Leggi anche: Il Sinodo propone che laici, donne e giovani partecipino all’elezione dei futuri vescovi

In questo contesto, si è mostrato favorevole ad ampliare la consultazione dei fedeli nei processi di nomina dei vescovi, una possibilità prevista in un recente rapporto di una commissione di studio del Vaticano. Allo stesso tempo, ha proposto che, oltre al nunzio apostolico, anche i vescovi del Paese e altri rappresentanti della Chiesa locale possano partecipare alla stesura della sintesi che successivamente viene inviata a Roma.

Un dibattito già aperto nell’episcopato belga
Le dichiarazioni di Terlinden arrivano pochi mesi dopo che il vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, ha annunciato la sua intenzione di lavorare affinché possano essere ordinati uomini sposati nella sua diocesi a partire dal 2028, sempre che la Santa Sede autorizzi una modifica della disciplina vigente.

In una lettera pastorale pubblicata lo scorso marzo, Bonny ha sostenuto che il dibattito sul celibato sacerdotale aveva cessato di essere una questione teorica e ha proposto la preparazione di candidati sposati per un eventuale cambiamento disciplinare. Il prelato ha giustificato la sua proposta con la crisi delle vocazioni che colpisce l’Europa occidentale e l’ha inserita nel processo sinodale, difendendo anche una maggiore decentralizzazione affinché le Chiese locali possano rispondere alle loro esigenze pastorali.

Le dichiarazioni di Terlinden mostrano che tale posizione non costituisce un’iniziativa isolata del vescovo di Anversa, ma fa parte di una riflessione condivisa dall’episcopato belga. Lo stesso arcivescovo ha ricordato che i vescovi del Paese hanno inviato a Roma, in occasione del Sinodo sulla Sinodalità del 2023, un documento in cui esprimevano la loro disponibilità a discutere l’ordinazione di uomini sposati e chiedevano una maggiore autonomia delle Chiese locali per studiare determinate questioni pastorali.

L’arcivescovo di Mechelen-Bruxelles si dice a favore dei sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica

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“Per me, i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa”, ha dichiarato mons.Luc Terlinden in un’intervista al Nederlands Dagblad.
Il pastore belga ha fatto l’esempio delle Chiese cattoliche orientali: “Ho parlato con un vescovo greco-cattolico che mi ha detto che il 90% dei suoi sacerdoti è sposato. In Occidente non sempre mostriamo sufficiente rispetto per questa tradizione orientale, che è anch’essa cattolica”.
Tuttavia, l’arcivescovo non ha voluto fissare scadenze, a differenza del vescovo di Anversa, Johan Bonny, che lo scorso marzo aveva annunciato in una lettera pastorale la sua intenzione di fare tutto il possibile per ordinare sacerdoti uomini sposati nella sua diocesi entro il 2028. “La posizione del vescovo di Anversa è frutto di una sua iniziativa ma, naturalmente, non può ordinare sacerdoti sposati senza il permesso del Papa”, ha dichiarato l’arcivescovo di Mechelen-Bruxelles.
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I sacerdoti sposati “sarebbero un arricchimento per la Chiesa”: ne è convinto l’arcivescovo di Bruxelles, Luc Terlinden, dopo che nei mesi scorsi un altro vescovo belga, monsignor Johan Bonny di Anversa, ha promesso ai suoi fedeli di fare “tutto il possibile per ordinare sacerdoti uomini sposati” entro il 2028

Preti sposati, apertura dei vescovi belgi: "Arricchirebbero la Chiesa" - La  Stampa

“Aperti a discuterne con Roma”
“Nel contesto del Sinodo del 2023”, dice ora monsignor Terlinden in un’intervista al giornale olandese Nederlands Dagblad, “noi, come vescovi belgi, abbiamo chiaramente affermato in un documento inviato a Roma di essere aperti a una discussione sulla possibilità di ordinare uomini sposati. In tale contesto, chiediamo anche un certo grado di decentramento. La posizione del vescovo di Anversa è una sua iniziativa, ma naturalmente non può ordinare sacerdoti sposati senza il permesso del Papa”, precisa il giovane arcivescovo di Bruxelles. “Per me”, prosegue, “i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa. Lo vedo nelle Chiese orientali. Ho parlato con un vescovo greco-cattolico e mi ha detto che il 90 per cento dei loro preti sono sposati. In Occidente non sempre abbiamo abbastanza rispetto per quella tradizione orientale, che è anche cattolica”.

Sinodalità e collegialità
Nominato arcivescovo della capitale belga da Francesco, monsignor Terlinden, 57 anni, si esprime anche sul metodo sinodale fortemente voluto da Bergoglio. “Ci chiediamo come la sinodalità – la partecipazione di tutti i credenti – si relazioni alla collegialità dei vescovi. Come vescovo, sono convinto che si debba trovare un equilibrio tra queste due cose”, dice l’ordinario di Malines-Bruxelles: “Noi vescovi ricopriamo un ufficio specifico all’interno della Chiesa e siamo successori degli apostoli. Questo è significativo. Il vescovo è al servizio dell’annuncio del Vangelo, del popolo di Dio e dell’unità della Chiesa. Pertanto, nel nostro caso, la decisione finale spetta sempre al vescovo o al papa. Il che è logico. Ma nel frattempo, mi ritrovo pienamente nelle parole che Papa Leone XIV ha recentemente rivolto ai cardinali: ‘Devo ascoltare prima di guidare, imparare prima di insegnare’”.

La selezione dei vescovi
Quanto al processo per la selezione e la nomina dei vescovi, “una questione cruciale che mi pongo è chi, in ultima analisi, redige il riassunto di tutte queste consultazioni e lo invia a Roma”, spiega Terlinden. “In definitiva, spetta al Nunzio Apostolico. Come vescovi belgi, abbiamo proposto di coinvolgere i vescovi in ​​questa fase finale di redazione del riassunto. E forse anche altri provenienti dal Paese stesso. Altrimenti, il nunzio si assumerebbe una responsabilità e un’influenza enormi”.

repubblica.it

La svolta dei vescovi belgi: se la gerarchia sposa la realtà per salvare la cura delle anime

L’arcivescovo di Bruxelles Luc Terlinden

Il passo compiuto dall’episcopato belga scardina il vecchio impianto del clericalismo difensivo. Non si tratta della protesta di un gruppo isolato, ma di un intero corpo di Ordinari diocesani che riconosce l’insostenibilità dello spopolamento sacramentale e il logoramento dei presbiteri rimasti, schiacciati dal burnout e dall’isolamento affettivo.

1. Il valore della stabilità relazionale e della formazione formale

  • Pastori maturi per il territorio: L’apertura belga ai preti sposati mette in luce come la stabilità affettiva e la maturità derivanti dalla vita familiare costituiscano un valore aggiunto, e non un limite, per l’esercizio del ministero ordinato ordinario.

  • Una risorsa già pronta: Il movimento dei sacerdoti sposati in Italia e a livello internazionale ricorda che non è necessario attendere anni per formare nuove figure: esistono già migliaia di uomini con una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie, pronti a mettersi a disposizione dei Vescovi per il bene comune delle comunità.

2. Una prassi di accoglienza che segue la Dottrina

Così come la Chiesa dimostra massima misericordia e flessibilità istituzionale nell’approntare prassi legali di riconciliazione (come visto recentemente con i decreti del Dicastero per la Dottrina della Fede), la proposta belga chiede semplicemente di applicare la medesima elasticità gestionale a favore dei fedeli, affinché non venga mai meno il diritto a ricevere l’Eucaristia.

📰 Comunicato Stampa

TITOLO: Svolta in Belgio sui preti sposati: il Movimento chiede che l’apertura dei Vescovi diventi prassi ordinaria anche in Italia

ROMA, 18 LUGLIO 2026 – La clamorosa apertura della Conferenza Episcopale del Belgio a favore dell’ordinazione e della riammissione dei sacerdoti sposati, diffusa dal quotidiano La Stampa, rappresenta una storica conferma delle battaglie di civiltà ecclesiale portate avanti dalla base. A poche settimane dalla fine del Concistoro straordinario di Papa Leone XIV, mentre le diplomazie romane mantengono il silenzio sui nodi strutturali del clero, i Vescovi belgi indicano la via del realismo pastorale come unico strumento per arrestare lo spopolamento sacramentale e contrastare il burnout causato dalla solitudine presbiterale.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con profonda speranza questo pronunciamento, che sposta l’asse del dibattito dal piano ideologico a quello della reale cura delle anime. In Italia, realtà storiche come l’Associazione CHIF “Liberi e Solidali” testimoniano da ben 22 anni la stabilità, la trasparenza e la fedeltà delle famiglie dei preti coniugati. Questi uomini, provvisti di una formazione formale ineccepibile e di titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie, costituiscono una risorsa immediata per il bene comune delle diocesi. Il Movimento auspica che il coraggio dimostrato dall’episcopato belga spinga anche gli Ordinari diocesani italiani a superare le rigidità burocratiche, traducendo l’istanza dei Vescovi in una riforma strutturale, trasparente e legale per tutta la Chiesa universale.

🇧🇪 STO-RI-CO! I Vescovi del Belgio rompono gli indugi e chiedono ufficialmente l’apertura della Chiesa ai sacerdoti sposati! 🕊️✨

A settimane dalla chiusura del Concistoro a Roma, la notizia rilanciata da @lastampa cambia le regole del gioco. Di fronte alle parrocchie vuote e alla solitudine del clero, la Conferenza Episcopale belga sceglie la via del vero realismo pastorale.

La soluzione esiste già: valorizzare e reintegrare i preti coniugati. Parliamo di uomini con una formazione formale d’eccellenza e titoli legittimi, capaci di portare la maturità e la stabilità della famiglia al servizio delle comunità. 🏡💼

La svolta è iniziata. Ora tocca anche all’Italia ascoltare il grido dei territori per il bene comune e la cura delle anime!

👉 Trovi la nostra analisi dettagliata al link in bio!

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Medici e pazienti alleati per sostenere il Servizio sanitario

Medici e pazienti alleati per sostenere il Servizio sanitario

Due ricerche condotte tra i medici e tra i cittadini hanno approfondito problemi e aspettative, e suggerito soluzioni, per le difficoltà che la sanità italiana e i suoi professionisti affrontano quotidianamente, e che creano spesso insoddisfazione sia nei pazienti sia nel personale che lavora. Le due indagini sono state presentate al recente convegno organizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) dal titolo “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”. Il rapporto Fnomceo-Censis sulle motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione ha analizzato le risposte di «un panel significativo di 530 medici – ha detto Sara Lena, ricercatrice Area Consumi, mercati e welfare del Censis – che ha coinvolto trasversalmente medici di medicina generale (mmg) e specialisti, delle diverse classi di età, sesso e macroarea geografica». La ricerca dell’Istituto Piepoli ha invece esaminato il rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa, attraverso mille interviste telefoniche e tramite web (svolte dal 22 al 26 giugno scorsi) «a un campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne» ha specificato Livio Gigliuto, presidente dell’Istituto Piepoli.

«Negli ultimi anni abbiamo rilevato – ha ricordato Lena – la trasformazione del rapporto degli italiani con il lavoro, che non è più il perno centrale della vita. Spesso è considerato solo uno strumento per ottenere il reddito necessario per vivere e poi dedicare più tempo alle attività considerate soggettivamente più gratificanti». La ricerca ha documentato che questa trasformazione ha coinvolto anche la professione medica «da sempre esempio di dedizione totale nel lavoro»: infatti la prima priorità per la propria vita è risultata la vita privata per il 72,5% degli intervistati (62,7% indica la famiglia, 9,8% il tempo per sé e i propri interessi e hobby) e solo per il 27,5% la professione medica. Ma con una tendenza legata all’età: la professione medica è stata indicata come prioritaria dal 16,2% di chi ha fino a 49 anni, dal 25,2% nella fascia 50-59 anni e dal 35,4% degli over60. E più tra gli uomini (29,9%) che tra le donne (23,1%). Analoga sensazione si ottiene verificando che il 67,7% degli intervistati dichiara che la carriera ha imposto tante rinunce alla vita privata: il 65% di chi ha almeno 60 anni, il 68,1% dei 50-59enni e il 72,1% di non ha più di 49 anni. Significativa la differenza di percezione delle maggiori difficoltà che le donne affrontano nella professione: lo condivide solo il 33,1% degli uomini e ben il 74,2% delle donne; analogamente la necessità per i “camici rosa” di impegnarsi molto più dei colleghi maschi per riuscire nella professione è opinione del 32,3% degli uomini rispetto al 73,1% delle donne.
Tra le motivazioni a diventare medico resta forte la vocazione o passione (57%) e il valore etico del fare del bene (49,1%), seguiti dall’interesse per la scienza (39,2%) e la possibilità di avere relazioni significanti con le persone (25,1%). Anche se le motivazioni attuali a fare il medico sono le stesse dell’inizio per il 55,1% del campione, circa l’80% è soddisfatto del proprio lavoro e il 58,1% consiglierebbe a un giovane di diventare medico: in entrambi i casi la quota è maggiore tra i medici più anziani. Tra gli ideali resta fondamentale il primato della dignità della persona nella cultura e nella pratica medica (il 93% indica che guida decisiva sono i valori del giuramento professionale e del Codice deontologico), mentre rispetto all’Intelligenza artificiale (il 56% l’ha già usata nella sua attività clinica quotidiana) il 44,9% vede i benefici legati alla riduzione dei tempi burocratici e il 34,9% teme il rischio che i pazienti siano convinti di poter dialogare alla pari con i medici: per il 78,3% serve una formazione specifica. Analizzando i dati Francesco Maietta (responsabile Area Consumi, mercati e welfare del Censis), ha invitato a uscire dalla trappola autolesionista per cui la dedizione dei medici maschera i deficit di sistema della sanità e ha sottolineato il valore dell’autonomia dell’atto medico, che deve guardare solo l’interesse del paziente, rifiutando sia razionamenti di risorse, sia l’eccessivo carico burocratico.
«I medici non chiedono privilegi: chiedono – ha detto il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, commentando i dati Censis – di poter continuare a servire il Paese secondo i valori che fondano la medicina, scienza, coscienza, responsabilità, autonomia, umanità. Chiedono che il diritto alla salute sia assunto fino in fondo come promessa costituzionale, non come variabile di bilancio. Perché dove c’è cura, c’è dignità; dove c’è dignità, c’è democrazia. E dove c’è democrazia, c’è la possibilità concreta della pace».

La ricerca dell’Istituto Piepoli ha rilevato che al 59% dei cittadini è capitato (qualche volta, spesso o molto spesso) di rimandare o rinunciare a cure e controlli nel Ssn a causa dei tempi d’attesa, che sono valutati molto negativamente dal 68% degli intervistati. I motivi starebbero in una crescita non proporzionale tra risorse pubbliche per la sanità e invecchiamento demografico e bisogno di cura, mentre l’80% ritiene che il rafforzamento della medicina di base e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre le liste d’attesa. Quanto all’intramoenia (nota all’81% del campione) è stata utilizzata dal 43% dei cittadini: e anche se a ritenere che sia un problema è una quota simile a chi invece pensa che sia una risorsa (30% vs 29%), il 71% è molto o abbastanza d’accordo con l’idea che favorisca chi ha maggiori disponibilità economiche. In generale però, la valutazione complessiva del Ssn spacca a metà la popolazione: il 48% lo giudica molto negativamente, il 52% abbastanza o molto positivamente. E i medici sono quelli che ispirano la maggior fiducia: 72% sia il medico di medicina generale sia quelli ospedalieri del Ssn. In coda la fiducia per ministero della Salute e Regioni (entrambi al 48% sommando molto e abbastanza). «Se vi sembra poco – ha osservato Gigliuto – tenete presente che in altri ambiti la fiducia verso le Istituzioni è più bassa».
Nota a meno della metà degli intervistati (il 44%) è la proposta degli Ordini dei medici di considerare le spese per la salute “investimenti strategici ed escluse dai vincoli del Patto di stabilità europeo” ma ottiene un gradimento piuttosto alto: il 74% è favorevole (per il 48% a condizione che vi siano controlli rigorosi sull’uso delle risorse). Se fosse approvata, la proposta dovrebbe riversare risorse principalmente per la riduzione delle liste d’attesa (38%) e all’assunzione di medici e personale sanitario (34%).
«La cura che è nel titolo del convegno – ha evidenziato Andrea Senna, presidente della Commissione albo odontoiatri (Cao) nazionale – è orgogliosamente custodita dal nostro Codice deontologico, che contiene valori antichi, non vecchi, e per questo eterni». Aggiungendo che «per guidare la professione nel futuro, dobbiamo sapere bene dove sta andando, come sta cambiando la mentalità dei suoi attori, cioè i medici. Comprendere motivazioni, aspettative e prospettive dei professionisti significa riflettere su quale sistema di cura intendiamo costruire per il futuro del nostro Paese».

avvenire

Bhutan, il regno dove la felicità è tra le nuvole

Alla ricerca della felicità con Agent of Happiness
di Franco La Cecla
Un reportage da un Paese grande come la Svizzera e abitato da appena ottocentomila persone, dove la modernità arriva con lentezza e su cui è stato girato un doc
Avvenire
«Qui, se si lascia aperta una porta è probabile che vi si infili una nuvola». È la migliore definizione del Buthan, una nazione himalayana grande come la Svizzera e con solo ottocentomila abitanti. È tratta dal magnifico romanzo di Kiran Desai Eredi della sconfitta (Adelphi, 2006), dove la scrittrice indiana mescola alla fiction l’esperienza diretta dell’esser cresciuta al confine tra India e Buthan. Un paese che è diventato un simbolo: difficile entrarci perché richiede ai turisti una tassa di cento dollari al giorno, trasformato dagli ultimi Re in carica nella sede del GNH, Gross National Happiness, un regno che segue parametri ambientali e di wellness per assicurare la felicità ai suoi sudditi. Picchi magnifici, vette di ottomila metri, ma anche foresta pluviale, rinoceronti, elefanti, tigri a sud e poi via via salendo panda, orsi, pantere, yak e foreste sempreverdi, con specie rarissime che occupano il settanta per cento del territorio. Nel percorrerlo, lungo gli infiniti tornanti delle poche strade del regno, lo stupore è rendersi conto che è molto abitato – grandi case a tre quattro piani in legno e terra pressata, chiamate dzong, riccamente decorate, dove vivono più famiglie; sulle facciate i simboli del buddhismo antichissimo vajrayana, un culto in Buthan molto mescolato al Bonpo, l’animismo locale fatto di sciamani, spiriti e magie. E poi monasteri arrampicati su ripidissimi pendii, templi dedicati ai santi tibetani, fortezze su corsi d’acqua e ponti vertiginosi.
Se non si soffre troppo il mal d’altura, l’atmosfera rarefatta, le nuvole onnipresenti, la luce filtrata dai rododendri dà una vertigine costante. Un Paese normale, però, fatto di gente che vive di agricoltura e di un turismo d’élite molto filtrato. Si viene accolti in case a ridosso di campi di riso ricavati nelle balze delle montagne. Il buddhismo locale rifiuta l’inutile uccisione di esseri viventi, la pesca viene praticata ma le prede rimesse in acqua. Le montagne sono popolate di bandiere bianche stese per lungo su alti pali. I buthanesi non hanno cognomi, solo nomi. Per, dicono, evitare gli attaccamenti, i legami eccessivi di famiglie e clan. I morti vengono bruciati, se sono infanti, lasciati agli avvoltoi. Se mi chiedete se ho potuto constatare l’effettiva felicità media, posso rispondere che c’è solo un mondo non affrettato, una generale tendenza al distacco buddhista, ma per il resto è la vita con le sue bellezze e suoi problemi, alcolismo, abusi, violenza domestica. Le monache che sono andato a trovare in un monastero arrampicato sulle alture di Paro, uno dei centri abitati in una valle, erano orfane o salvate da situazioni familiari prossime alla violenza. Nei loro vestiti giallo zafferano coperte da palandrane di profondo porpora giocavano con grande allegria di sorelle e poi andavano a salmodiare in mezzo a dipinti antichissimi di spiriti e incarnazioni, mentre il burro fuso veniva versato sugli altari.
Un film recente, girato da un buthanese e una ungherese, Agent of happiness indaga in maniera leggera ma mai banale tra gli abitanti – accompagnando degli agenti di verifica della felicità media inviati dal Ministero della Felicità. Gli incontri, le interviste, raccontano di una vita normale fatta di tristezza, speranze, lutti, sogni. Uno degli intervistati vorrebbe mettere su famiglia, ma essendo di origine nepalese incontra molte difficoltà. Il Buthan è pur sempre un regno per buthanesi, gli hindo-buddisti di origine nepalese sono visti come un problema – e lo sono stati in una insurrezione secessionista qualche decennio fa. Il Buthan è uno stato cuscinetto tra la Cina e l’India e deve la sua sopravvivenza al forte sostegno dell’India e alla convenienza di separare due colossi. I paesaggi sono mozzafiato, la catena dell’Himalaya fa capolino tra le nuvole, al di là di quel picco c’è il Tibet da cui nel corso dei secoli sono arrivati il buddismo, ma anche gli scismi e ultimamente i rifugiati. Nella capitale, Thimpu, poco più di centomila abitanti, andiamo a visitare la clinica di medicina tibetana – che qui si è trapiantata quando i cinesi hanno distrutto la sede principale a Lhassa in Tibet. Poco lontano un magnifico edificio in legno, con i suoi dipinti in oro sulla facciata è l’università di Astrologia. Chi vi si iscrive, per lo più monaci, deve studiare per sette anni segni nel cielo, effemeridi, combinazioni astrali; alla mia domanda aggiungono moltissima letteratura e poesia.
Ancora Kiran Desai: «Ci vollero due settimane di duro cammino per arrivare a Thimpu. Nella giungla trovavamo riparo in quelle fortezze che sembrano bastimenti, gli dzong, costruite senza un chiodo. Mandavamo avanti un uomo ad annunciare il nostro arrivo e ci facevano avere un dono di benvenuto. Cento anni fa offrivano tè del Tibet, riso allo zafferano, vesti di seta cinese bordate di pelo di agnello non ancora nato, cose del genere; ai nostri tempi, un paniere di tramezzini al prosciutto e birra».
Le nuvole però continuano anche adesso a introdursi nelle case, nei templi, nei monasteri e nelle fortezze. È un segno felice, comunque.

Sul lavoro si muore: ci sono state 7 vittime in 48 ore. «Il sistema non funziona»

Sul lavoro si muore: ci sono state 7 vittime in 48 ore. «Il sistema non funziona»

L’ultimo, in ordine cronologico, è avvenuto ieri mattina: un operaio di origini albanesi lavorava alla pulizia delle piante cadute durante il forte temporale dei giorni scorsi a San Matteo delle Chiaviche, una frazione di Viadana, nel Mantovano, quando è morto folgorato. L’uomo, che si trovava insieme ai due fratelli, avrebbe toccato un cavo dell’alta tensione finito a terra. Il 49enne si è accasciato tra la vegetazione ed è andato in arresto cardiaco. Nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione, per l’uomo non c’è stato nulla da fare.

Quella di ieri è stata l’ennesima giornata di sangue sul lavoro in Italia. Due persone hanno perso la vita nel giro di poche ore: oltre alla vittima deceduta in Lombardia, un’altra tragedia sul lavoro si è consumata in Friuli Venezia Giulia. A San Giorgio di Nogaro (Udine), lungo la linea ferroviaria Venezia-Trieste, un manovratore di 43 anni, un tunisino residente a Latisana, è stato travolto e ucciso da un treno mentre operava nell’allestimento di un convoglio merci. Accertamenti anche sulla morte giovedì per malore di due addetti alla raccolta di rifiuti in due diverse località del Fiorentino, nel Comune di Bagno a Ripoli e in quello di Barberino del Mugello. «Chiediamo che gli accertamenti delle autorità competenti facciano piena chiarezza sulle dinamiche. Siano le indagini a stabilire con precisione i fatti» ha sottolineato in un nota la Fp Cgil Firenze.
Il giorno prima, giovedì, altre tre persone sono morte in incidenti sul lavoro: nel Trevigiano un operaio è morto schiacciato da un rullo all’interno di una cava; un altro operaio di origini marocchine era morto folgorato in Salento mentre era impegnato in operazioni di cablaggio della fibra ottica. Nel Ferrarese, infine, il settimo caso in due giorni: un operaio di 38 anni, pachistano, è morto dopo essere caduto dal tetto di una ditta.
In quarantott’ore, dunque, sono stati sette i morti sul lavoro. «Persone uscite di casa per andare a lavorare che non sono più tornate. Sono l’esito di un sistema che, nel suo insieme, continua a mettere il profitto davanti alla sicurezza delle persone. Come si possono archiviare sette morti come “fatalità”?». È quanto ha dichiarato la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese. «È la prova che è il sistema a non funzionare».

Avvenire

La dimensione mistica secondo Panikkar

di: Francesco Roat

panikkar

L’ultimo volume scritto da Francesco Roat – saggista, pubblicista e narratore – reca il titolo La dimensionemistica secondo Raimon Panikkar (Àncora 2026). Giordano Cavallari gli ha posto alcune domande.

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– Caro Francesco, nell’offrire al lettore qualche cenno biografico di Raimon Panikkar, puoi presentare la sua stessa sintesi di vita: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddista, senza cessare di essere cristiano»?

Quella celebre affermazione, probabilmente la più citata di Panikkar, è anche una delle più fraintese. A prima vista, potrebbe sembrare la confessione di chi abbia progressivamente abbandonato il cristianesimo per approdare ad altre fedi. In realtà, egli intendeva dire esattamente il contrario. La sua esperienza dimostra come l’incontro profondo con altre tradizioni religiose non comporti necessariamente la perdita della propria identità, ma possa invece renderla più consapevole e più ricca.

La sua stessa biografia lo rendeva quasi naturalmente predisposto a questa apertura. Nato a Barcellona nel 1918 da padre indiano di tradizione hindu e da madre catalana cattolica, Panikkar si trovò fin dall’infanzia a respirare un clima di pluralità culturale e religiosa. Tuttavia, la vera svolta avvenne negli anni Cinquanta, quando si recò in India. Fu allora che comprese come l’induismo e, in parte, anche il buddhismo non fossero semplicemente sistemi filosofici o religioni “altre”, ma autentiche vie di esperienza del Mistero.

Però lui resterà sempre sacerdote cattolico e continuerà a considerare Cristo il punto di riferimento decisivo della propria vicenda spirituale, pur interpretandone il mistero in modo assai originale.

Quella frase, insomma, non descrive un percorso di sostituzioni, ma di integrazione. È la testimonianza di un uomo convinto che la verità sia troppo grande perché una sola tradizione possa pretendere di esaurirla e che proprio il confronto autentico con l’altro possa rendere più profonda anche la comprensione della propria fede.

– Come tu accenni nel libro, Panikkar, negli ultimi suoi anni, ha vissuto “una forma di monachesimo laico e contemplativo”: ci spieghi?

Anche in questo caso Panikkar invita a superare gli stereotipi. Il monachesimo, per lui, non coincide anzitutto con l’appartenenza a un monastero o a un ordine religioso. È piuttosto un atteggiamento fondamentale dell’esistenza: vivere con semplicità, coltivare il silenzio, dare spazio alla contemplazione, sottrarsi alla dispersione che caratterizza gran parte della vita moderna.

Negli ultimi anni, ritiratosi a Tavertet, in Catalogna, condusse un’esistenza estremamente sobria. Continuava a scrivere, a studiare e ad accogliere studenti, ricercatori e amici provenienti da ogni parte del mondo, ma tutto si svolgeva entro un ritmo lontanissimo dalla frenesia contemporanea.

La contemplazione non era per lui una parentesi della giornata, bensì il modo stesso di stare al mondo. Parlava spesso della necessità di un “monachesimo secolare”, cioè di una vocazione contemplativa aperta anche ai laici, alle persone sposate, a quanti vivono pienamente immersi nelle responsabilità della società. In fondo, riteneva che il futuro della spiritualità dipendesse proprio dalla capacità di riscoprire un’interiorità non separata dall’impegno quotidiano.

***

– La sua «intuizione cosmo teandrica», cos’è?

È probabilmente la categoria più originale e, nello stesso tempo, più impegnativa elaborata da Panikkar. Egli stesso la considerava il cuore della propria riflessione filosofica e teologica. Il termine unisce tre parole greche: kósmos, il mondo; Theós, Dio; anér, l’essere umano. Nessuna di queste tre dimensioni può essere compresa isolatamente dalle altre.

La cultura occidentale moderna ha spesso separato ciò che invece, secondo Panikkar, appartiene originariamente a un’unica trama. Da una parte, si è pensato Dio come totalmente esterno al mondo; dall’altra, si è considerata la natura come un semplice oggetto da utilizzare; infine, si è posto l’essere umano al centro di tutto, fino a farne il dominatore assoluto del pianeta. La conseguenza è stata una molteplicità di fratture: tra fede e ragione, tra spirito e materia, tra umanità e natura.

L’intuizione cosmo-teandrica cerca invece di ricomporre questa unità senza confondere i diversi livelli della realtà. Non è una forma di panteismo, ma non è neppure il tradizionale dualismo che contrappone Creatore e creazione come due realtà totalmente separate. Piuttosto, tutto esiste nella relazione: il cosmo manifesta una profondità spirituale, l’essere umano è costitutivamente aperto tanto al mondo quanto al divino, e Dio non può essere pensato come estraneo alla storia e alla vita.

– Nella teologia di Panikkar come stanno in relazione le grandi religioni: cristianesimo, induismo e buddhismo?

Panikkar è stato uno dei maggiori interpreti del dialogo interreligioso del Novecento, ma la sua prospettiva è molto diversa sia dal semplice irenismo, sia da un facile sincretismo. Non sostiene che tutte le religioni siano uguali o che le loro differenze siano irrilevanti. Al contrario, reputa che ciascuna custodisca una particolare esperienza del Mistero, maturata nel corso di una lunga storia spirituale.

Per lui nessuna religione possiede il monopolio della verità, perché il Mistero eccede inevitabilmente ogni formulazione dottrinale. Ma questo non significa che tutte dicano le stesse cose. Ognuna illumina aspetti differenti dell’esperienza religiosa e, proprio per questo, può diventare dono per le altre. È significativo che Panikkar distingua il dialogo interreligioso da quello che chiama “dialogo intrareligioso”.

Il confronto più importante, infatti, avviene dentro ciascuno di noi, quando l’incontro con un’altra tradizione ci costringe a rileggere criticamente la nostra, a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente storico o culturale.

Da cristiano, Panikkar non ha mai smesso di confrontarsi con la figura di Gesù Cristo, ma ha cercato di mostrarne la portata universale dialogando con le categorie dell’induismo e del buddhismo. È proprio questa disponibilità ad attraversare i confini senza abolirli che continua a rendere il suo pensiero così originale e ancora sorprendentemente attuale.

– Cosa lui intendeva per “Dio”?

È probabilmente la domanda più difficile che mi stai ponendo, e, nello stesso tempo, la più decisiva. Panikkar diffidava delle definizioni troppo rigide di Dio, perché riteneva che ogni concetto fosse inevitabilmente inadeguato rispetto al Mistero ultimo. Per questo preferiva parlare di esperienza piuttosto che di teoria, di incontro più che di dimostrazione.

Dio non è anzitutto un “oggetto” del nostro pensiero, ma la realtà vivente nella quale siamo immersi e dalla quale continuamente riceviamo l’essere. Ciò non significa che il Dio di Panikkar sia un principio impersonale o una vaga energia cosmica, come talvolta è stato sostenuto. Egli rimane profondamente legato alla tradizione cristiana, ma ritiene che il linguaggio su Dio debba essere continuamente purificato dalle immagini troppo umane con cui tendiamo a rappresentarlo. Se riduciamo Dio a un ente separato dal mondo, a una sorta di sovrano collocato al di sopra del cosmo, finiamo inevitabilmente per impoverire tanto Dio quanto il mondo stesso.

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– Sono tanti gli spunti e i “concetti” di cui tratti: naturalmente, per coglierli al meglio, bisogna leggere il libro. Ne prendo uno che ti pregherei di commentare dall’ottica di Panikkar: “accoglienza pacata di ciò che ci può accadere”.

È un’espressione che ho scelto perché mi sembra riassumere bene un tratto essenziale non solo del pensiero, ma anche dello stile di vita di Panikkar. Oggi siamo portati a interpretare l’esistenza come qualcosa da pianificare, controllare e possibilmente dominare. Viviamo immersi nell’ansia della prestazione e nella convinzione che ogni evento debba essere immediatamente spiegato, gestito o corretto.

Panikkar suggerisce invece un atteggiamento radicalmente diverso: imparare anzitutto ad accogliere ciò che accade. Naturalmente non si tratta di una passiva rassegnazione, né tantomeno di una rinuncia all’impegno etico. L’accoglienza è piuttosto disponibilità a lasciarsi interpellare dalla realtà prima ancora di pretendere di modificarla. È un atteggiamento contemplativo.

Mi pare, poi, che qui emerga anche una consonanza con altre grandi tradizioni spirituali. Pensiamo all’abbandono fiducioso di tanti mistici cristiani, ma anche all’attenzione buddhista al momento presente. In fondo, il suo è anche un atteggiamento di umiltà: accettare che non tutto dipenda da noi non significa diminuire la nostra responsabilità, ma collocarla entro un orizzonte più ampio.

– Panikkar, “mistico” del – o per – il “terzo millennio”?

Credo che questa definizione gli si addica pienamente, purché intendiamo la mistica nel suo significato più autentico. Panikkar non era interessato a fenomeni straordinari, a visioni o a esperienze eccezionali. La mistica, per lui, coincide con la capacità di cogliere la profondità del reale, di vivere la relazione con il Mistero nel cuore stesso dell’esistenza quotidiana. Da questo punto di vista la sua riflessione appare quasi profetica.

Molti dei temi che oggi percepiamo come decisivi erano già al centro delle sue opere: il dialogo tra le religioni, la necessità di superare l’antropocentrismo moderno, il rapporto con la natura, la critica a una razionalità esclusivamente tecnico-scientifica, il bisogno di una spiritualità che non sia in fuga dal mondo ma profondamente incarnata.

È inoltre significativo che egli insista continuamente sulla parola “esperienza”. Le religioni rischiano di irrigidirsi quando privilegiano soltanto gli aspetti istituzionali o dogmatici; ritrovano invece vitalità quando tornano alla loro sorgente contemplativa. Per questo considero Panikkar un autore particolarmente importante per il nostro tempo: non propone nuove ideologie, ma un diverso modo di guardare la realtà.

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– Hai pensato, quindi, che noi – cristiani occidentali – abbiamo molto da trattenere dall’opera e dalla vita di Raimon Panikkar?

Senza dubbio sì, anche se aggiungerei subito una precisazione. Il mio libro non vuole essere un’apologia di Panikkar. Come ogni grande pensatore, anch’egli lascia questioni aperte e alcune sue posizioni hanno suscitato, comprensibilmente, vivaci discussioni in ambito teologico. Non tutto convince allo stesso modo, né tutto può essere accolto senza discernimento. Ciò che, però, mi sembra davvero fecondo è il suo invito a recuperare la dimensione contemplativa del cristianesimo.

Nella tradizione occidentale abbiamo sviluppato straordinariamente gli aspetti dottrinali, morali e istituzionali della fede, ma talvolta abbiamo lasciato in ombra l’esperienza interiore. Panikkar ci ricorda che il cristianesimo nasce anzitutto da un incontro trasformante e non semplicemente dall’adesione a un sistema di idee.

Un secondo insegnamento riguarda il dialogo. Viviamo in società sempre più plurali, dove l’incontro con persone di altre religioni o culture è ormai parte della quotidianità. Panikkar mostra che il dialogo autentico non implica il relativismo, bensì una fede sufficientemente matura da non temere il confronto. Chi è davvero radicato nella propria tradizione può ascoltare l’altro senza sentirsi minacciato, anzi riconoscendo che proprio l’altro può aiutarlo a comprendere meglio sé stesso.

Non credo che Panikkar ci consegni risposte definitive. Piuttosto ci educa a porci le domande giuste. E forse è proprio questa la caratteristica dei maestri spirituali più autentici: non offrono formule da ripetere, ma aprono cammini da percorrere.

Aggiungerò solo che, se ho scritto questo libro, è pure perché ho l’impressione che Panikkar sia conosciuto meno di quanto meriterebbe. Viene spesso citato, ma non sempre realmente letto. Accostandosi alle sue opere con pazienza e senza pregiudizi, si scopre un autore che continua a provocare domande essenziali: che cosa significa credere nel XXI secolo? Come vivere la propria fede senza chiudersi agli altri? Quale posto occupano il silenzio, la contemplazione e il Mistero in una civiltà dominata dalla tecnica?

settimananews

La regina Camilla e le suore cattoliche: insieme per la dignità delle donne

La regina Camilla con le rappresentanti dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, che riunisce le congregazioni religiose femminili cattoliche / BUCKINGHAM PALACE

di Tommaso Piccoli – AvvenireRicevute a Clarence House a Londra le rappresentanti dell’Unione internazionale delle superiore generali. Al centro del colloquio anche l’impegno delle religiose contro la tratta e per la giustizia climatica

Non è una semplice visita di cortesia quella che ha portato alcune rappresentanti dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg) a Clarence House a Roma. A meno di un anno dallo storico incontro avvenuto in Vaticano durante la Visita di Stato dei sovrani britannici alla Santa Sede, il nuovo colloquio con la regina Camilla conferma l’attenzione della Corona britannica verso il lavoro svolto dalle religiose cattoliche nei contesti più fragili del mondo e rafforza un dialogo che ha al centro la tutela delle donne e delle ragazze più vulnerabili, la lotta alla tratta di esseri umani e l’impegno per la giustizia climatica.

All’udienza a Londra mercoledì hanno preso parte suor Roxanne Schares, nuova segretaria esecutiva della Uisg, suor Abby Avelino, coordinatrice internazionale della rete antitratta Talitha Kum, e suor Maamalifar Poreku, co-segretaria esecutiva della Commissione giustizia, pace e integrità del creato della Uisg. Presente anche suor Lynne Baron, responsabile per la Gran Bretagna delle Suore Fedeli Compagne di Gesù e delegata dell’arcivescovo di Liverpool per l’azione sociale cattolica.
L’incontro ha offerto l’occasione per presentare il lavoro delle circa 600mila religiose rappresentate dalla Uisg, impegnate quotidianamente nell’accompagnamento di migranti e rifugiati, nel sostegno alle vittime della tratta, nell’assistenza alle comunità colpite da guerre, povertà e discriminazioni e nelle iniziative a favore delle popolazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici. «Ogni giorno le suore scelgono di essere presenti ovunque la dignità umana sia minacciata», ha affermato suor Roxanne Schares, sottolineando come le religiose continuino a operare attraverso l’educazione, l’assistenza sanitaria, la cura pastorale, il sostegno sociale e la costruzione della pace, offrendo una testimonianza concreta di speranza soprattutto nei contesti più difficili.
Particolare attenzione è stata dedicata all’attività di Talitha Kum, la rete internazionale nata per contrastare la tratta di esseri umani e oggi presente in oltre 110 Paesi attraverso 68 reti nazionali e regionali. Suor Abby Avelino ha illustrato i progressi compiuti nell’ultimo anno, soffermandosi sul programma “Young Ambassadors Against Human Trafficking”, avviato con il sostegno del Governo britannico e oggi diffuso a livello globale. L’iniziativa promuove il protagonismo dei giovani nella prevenzione dello sfruttamento e nella sensibilizzazione delle comunità.

Nel colloquio si è parlato anche di cura del creato. Suor Maamalifar Poreku ha presentato i progetti della Uisg per la giustizia climatica, che comprendono educazione ambientale, agricoltura sostenibile, accesso all’acqua e sostegno alla resilienza delle comunità locali. «La crisi climatica colpisce in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili, comprese le donne e le ragazze», ha ricordato la religiosa, evidenziando il legame tra tutela dell’ambiente e promozione della giustizia sociale.
Secondo Anabel Inge, incaricata d’affari ad interim dell’Ambasciata britannica presso la Santa Sede, il lavoro delle suore cattoliche dimostra «il potere della fiducia, della presenza e dell’impegno a lungo termine» nel sostenere le comunità più fragili. Per la Uisg, il nuovo incontro con la regina Camilla rappresenta dunque il segno di una collaborazione che continua a crescere attorno a sfide globali condivise. Un dialogo che riconosce il ruolo delle religiose come presenza capillare e spesso insostituibile accanto alle persone più vulnerabili e che punta a favorire, attraverso il lavoro comune di istituzioni, società civile e comunità locali, percorsi di dignità, protezione e sviluppo

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