Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Avvenire

La fame nel mondo continua a calare lentamente, ma mangiare in modo sano è un diritto ancora negato a una persona su tre. È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del rapporto “The state of food security and nutrition in the world” (Sofi) curato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presentato ieri a Roma. Nel 2025 hanno sofferto la fame 645 milioni di persone, il 7,8% della popolazione mondiale: 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente, terzo calo consecutivo dopo il picco registrato durante il Covid-19. Tuttavia, avverte il rapporto, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo diseguale e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. Se i trend attuali saranno confermati, nel 2030 le persone che soffrono la fame saranno tra i 510 e i 520 milioni. E quasi sei su dieci (il 56%) vivranno in un Paese africano.
Per la prima volta è l’Africa il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Erano 309 milioni nel 2025 davanti ai 292 milioni dell’Asia (che pure ha una popolazione ben più numerosa) e ai 32 milioni dell’America Latina e Caraibi. In termini di incidenza sulla popolazione il divario è ancora più netto: la fame colpisce il 20% degli africani (una persona su cinque) contro il 6% degli abitanti dell’Asia e il 4,8% in America Latina. Anche gli indicatori più ampi sull’accesso al cibo mostrano un quadro simile. Nel 2025, si stima che il 25,8% della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) abbia sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, trovandosi talvolta costretta a ridurre la qualità o la quantità del cibo consumato. Il dato è in calo rispetto al 27,1% del 2024 e al 28,7% del 2020, pur restando su livelli superiori a quelli pre-pandemia. Su questo quadro già fragile pesa un’ulteriore incognita: il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz. In gioco non ci sono solo gas e petrolio, ma anche i fertilizzanti, il cui rincaro si scarica sulla produzione di cibo. Non a caso le proiezioni al 2030 (quei 510-520 milioni di persone ancora esposte alla fame) già scontano l’impatto stimato della crisi: senza il conflitto la stima si sarebbe fermata a 503 milioni.
«I sistemi alimentari mondiali sono ancora fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti e di carburante: l’Asia è particolarmente vulnerabile, seguita dall’Africa», spiega ad Avvenire Federica Diamanti, vice presidente associata dell’Ifad, il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che investe sui piccoli agricoltori nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo. Con minore accesso ai fertilizzanti e un aumento del prezzo dei carburanti (fondamentali per i trasporti e l’irrigazione) «quello che sta già succedendo è che i produttori, in particolare quelli più piccoli, stanno decidendo di seminare meno o di non farlo affatto», spiega. Gli impatti della crisi di Hormuz sono già visibili: in Kenya, ad esempio, buona parte della produzione di montoni destinati all’esportazione verso i Paesi del Golfo per il Ramadan è andata sprecata a causa dello stop ai commerci. «Il ragionamento del produttore diventa: se non ho la certezza di vendere domani, è inutile che produca – spiega Diamanti –. Così queste persone si ritrovano senza reddito e diventano i poveri di domani, se già non lo sono. E allo stesso tempo, con meno cibo prodotto, i prezzi salgono: una spirale che non può che peggiorare il quadro mondiale».
Ma parlare solo della quantità di cibo non è sufficiente; per questo motivo il rapporto Sofi 2026 dedica un affondo sull’accesso a una dieta sana da cui 2,7 miliardi di persone al mondo sono ancora escluse. «Si intende un’alimentazione adeguata, equilibrata, diversificata. Non è così ovunque», spiega Diamanti. A restare esclusi, aggiunge, «sono soprattutto i più poveri e le popolazioni rurali, dove i redditi di sussistenza non consentono di accedere a un’alimentazione bilanciata». Il costo è salito nel 2025 a 4,28 dollari a persona al giorno (a parità di potere d’acquisto), contro i 3,44 del 2021 e i 2,94 del 2017. Una cifra che è circa il 40% più alta della soglia di povertà estrema fissata a livello internazionale, pari a 3 dollari al giorno.
Come affrontare le sfide presenti e, soprattutto, quelle future alla luce delle tante incertezze dello scenario internazionale? La risposta, per l’Ifad, passa da un’agricoltura meno esposta a queste ondate globali: un cambio di logica. «Molti Paesi dipendono interamente dalle importazioni, oppure esportano quasi tutto quello che producono senza costruire catene alimentari locali – osserva Diamanti –. Nel breve periodo esportare dà un’entrata immediata, ma investire nella produzione locale è ciò che genera ricchezza, lavoro, occupazione». E la scelta riguarda anche cosa si coltiva: «Se in Kenya produco mais solo per esportarlo, forse è meglio puntare sul sorgo: una produzione locale che richiede anche meno acqua. Bisogna fare scelte di natura diversa, investendo in alimenti nutrienti e non solo destinati all’export».
È su questo fronte, quello dell’esposizione agli shock dei mercati globali, che secondo Diamanti si gioca la partita: non la ricetta per risolvere le crisi internazionali, ma la strada per renderle meno devastanti là dove colpiscono. «Il piccolo agricoltore in Mali non ha alcuna possibilità di risolvere il conflitto nel Golfo – conclude -, ma ha quella di essere meno vulnerabile: di passare la notte senza che questo cancelli del tutto la sua fonte di sostentamento».

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In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l’annuncio-choc del presidente Ortega

In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega

«Elecciones, nunca más», «Non ci saranno più elezioni». Daniel Ortega ha scelto l’occasione più paradossale per lanciare il nuovo motto: le celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione contro l’interminabile dittatura del clan Somoza. Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: «Libertà o morte». A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. La stessa persona che, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia. La propria. Da oltre un decennio, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu. Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati. Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Quarantesei sono ancora in cella.
Alle ultime presidenziali – vinte con il 76 per cento delle preferenze, nonostante le accuse di frode – di fatto, Ortega non ha avuto rivali dopo l’arresto dei sette candidati dell’opposizione. Le prossime avrebbero dovuto tenersi a novembre. Una controversa riforma costituzionale – che ha blindato il potere del capo della Stato e della moglie, nonché “co-presidente” Rosario Murillo – alla fine del 2025, ha allungato il mandato di governo di un anno, posticipando le consultazioni al 2027. Ora, però, rischiano di saltare. «Dimenticatevene – ha detto il leader 80enne in un’inconsueta apparizione pubblica dopo due mesi di assenza –. Non andremo alle urne per regalare il Paese all’opposizione e perché quest’ultima lo venda agli Stati Uniti». La polemica nei confronti degli Usa è un classico di Ortega. A differenza del Venezuela e di Cuba, il Nicaragua, però, finora non è stato tra le priorità della “dottrina Donroe”, il piano di egemonia continentale coniato da Donald Trump.
La tensione ha cominciato a salire da aprile quando il dipartimento del Tesoro ha sanzionato Daniel e Maurice Ortega, figli della coppia presidenziale ed elementi chiave dell’apparato. A mandare su tutte le furie Washington la firma di una serie di concessioni – ben 84 secondo quanto documentato dalla Fundación del Rio – ad aziende cinesi per un totale di 1,2 milioni di ettari di terra. Ventidue compagnie minerarie di Pechino controllano ormai il 10 per cento del territorio nazionale. Le aree – molte indigene e protette – dove sono collocati i principali giacimenti d’oro. Le ultime due autorizzazioni sono arrivate la settimana scorsa. In quest’ottica si può leggere la veemente risposta del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, all’annuncio dell’imminente abolizione delle elezioni. «Questa dichiarazione La dichiarazione di Daniel Ortega svela la vera natura autoritaria del sistema nicaraguense», ha detto, definendo lo status quo a Managua «inaccettabile» per la Casa Bianca. Il duo Ortega-Murillo finora, però, ha tirato dritto. Pechino permettendo.

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Avvenire

Assisi, la città della pace. Cosa vedere e cosa fare, tra chiese, boschi e sapori dell’Umbria

Assisi ha un territorio collinare (iStock)

Ogni anno è punto di arrivo di milioni di visitatori che vi si recano per apprezzarne i tesori d’arte e le architetture religiose, tra cui la basilica di San Francesco, la chiesa di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse, il duomo di San Rufino e la basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, solo per citare i più importanti, ma anche per apprezzarne i palazzi civici, i musei, le architetture militari e per respirare la storia e la spiritualità di una città senza tempo.

Terra di ulivi e vigne, Assisi è anche luogo di buona tavola, dove apprezzare ricette di grande tradizione.

Dove si trova Assisi
Tra le terre di Perugia e Foligno, Assisi sorge a poco meno di trenta chilometri a sud di Perugia, sul versante nord-occidentale del monte Subasio. Il suo territorio si divide tra zone collinari, di bassa montagna e aree pianeggianti, mentre la città è posta sulla collina.

Dove Viaggi

Liturgia 26 Luglio 2026 XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Dio sta nella sua santa dimora:
a chi è solo fa abitare una casa;
dà forza e vigore al suo popolo. (Cf. Sal 67,6.7.36)

Colletta
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, fonte di sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi a noi un cuore saggio e intelligente,
perché, fra le cose del mondo, sappiamo apprezzare
il valore inestimabile del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
1Re 3,5.7-12
Hai domandato per te la sapienza.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 118
Quanto amo la tua legge, Signore!

La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.

Seconda lettura
Rm 8,28-30
Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Mt 11,25

Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

Vangelo
Mt 13,44-52
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.

Forma breve (Mt 13,44-46):

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Riuniti con fede nella casa del Signore, rivolgiamo al Padre celeste la mente e il cuore, nella fiducia filiale che egli ci è accanto in tutte le necessità.
Preghiamo insieme e diciamo: Padre della vita, ascoltaci.

1. Per la santa madre Chiesa: nel suo pellegrinaggio terreno tenga sempre fisso lo sguardo alle realtà eterne e possa un giorno vedere i suoi figli riuniti al banchetto del cielo. Preghiamo.
2. Per i vescovi e i presbiteri: spezzando quotidianamente il pane della Parola e dell’Eucaristia, offrano ai fedeli il nutrimento efficace per la vita spirituale. Preghiamo.
3. Per i popoli della terra: accogliendo l’invito alla conversione, volgano i loro passi verso Cristo, fonte della vera pace e vincolo di unità. Preghiamo.
4. Per i poveri, i sofferenti e gli affamati: sperimentino la compassione del Figlio nella fraterna sollecitudine di chi si fa loro incontro in sincera condivisione. Preghiamo.
5. Per noi che partecipiamo a questa santa Eucaristia: toccati dalla grazia, crediamo realmente che nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che si è manifestato in Cristo Gesù. Preghiamo.

Ascolta, Signore, le invocazioni che la Chiesa ti rivolge: la tua premurosa presenza nella nostra vita doni conforto alla nostra debolezza. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Accetta, o Signore, queste offerte
che la tua generosità ha messo nelle nostre mani,
perché il tuo Spirito, operante nei santi misteri,
santifichi la nostra vita presente
e ci guidi alla felicità senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Benedici il Signore, anima mia:
non dimenticare tutti i suoi benefici. (Sal 102,2)

Oppure:
Beati i misericordiosi: troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore: vedranno Dio. (Mt 5,7-8)

Oppure (Anno A):
«Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli
e separeranno i cattivi dai buoni», dice il Signore. (Mt 13,49)

Preghiera dopo la comunione
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore. 

PODCAST: “La Morte di Fakir, lo ‘Scudo’ e la Piazza”

La Morte di Fakir, lo 'Scudo' e la Piazza

Le ultime parole pronunciate a terra al quartiere Pilastro, la morte dopo il fermo e la rabbia esplosa nelle strade di Bologna.

In questo episodio ripercorriamo la tragica vicenda di Abderrahim Fakir, 43 anni, e analizziamo il primo vero banco di prova del nuovo “scudo penale” (l’Articolo 45-bis del codice di procedura penale) introdotto dal Decreto Sicurezza per tutelare le forze dell’ordine nell’esercizio del dovere.

In questa puntata troverai:

  • I Fatti: La ricostruzione di quanto accaduto e il profilo di Fakir.

  • La Scheda Tecnica: Come funziona l’iscrizione nel “registro delle annotazioni preliminari” e cosa cambia rispetto al passato per agenti e soccorritori.

  • La Politica e la Piazza: Le dichiarazioni del Ministro Piantedosi, la reazione dei familiari con l’avvocato Anselmo e le cariche tra polizia e manifestanti in Piazza Roosevelt.

⏱️ Durata: 5 minuti circa

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Iran, la prima linea della guerra porta in Giordania. Ecco perché

Iran, la prima linea della guerra porta in Giordania. Ecco perché

Avvenire

Ingombri di derrate e merci, i camion diventati lamiere roventi attendono a più di 40 gradi l’ingresso a rilento in Palestina dalla Giordania. Sono aiuti destinati a Gaza. Devono essere ispezionati da meticolose guardie israeliane. A pochi tornanti, sopra il deserto giordano, il frastuono dei caccia che scendono sulle piste delle basi americane indica un’altra rotta della stessa guerra.

I missili iraniani che hanno colpito le postazioni Usa hanno fatto tre morti fra i marines e riacceso paure e rabbia mai sopite. Con il Regno hashemita che deve rassicurare la popolazione e al contempo chiedere aiuto a chi può convincere gli ayatollah. Gli attacchi incrociati sono proseguiti anche ieri. A Shiraz, testimoni iraniani hanno riferito di forti esplosioni. L’agenzia Fars le ha confermate senza precisarne l’origine, mentre la testata dell’opposizione all’estero Iran International sostiene che sia stato colpito un impianto della Iran electronics industries, legata al comparto militare. Quasi contemporaneamente i media di Stato hanno denunciato raid su Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare civile iraniana. Il governatore Mohammad Mozaffari ha parlato di «località colpite dai proiettili del nemico americano», senza chiarire gli obiettivi.
Non scorrono i camion di aiuti e si tentano anche nuovi blocchi in mare, dopo quello di Hormuz. In un discorso televisivo, il portavoce militare degli Houthi ha annunciato che risponderanno «al blocco con un blocco» e «a ogni escalation con un’escalation». Nel mirino ci sono i sauditi, accusati per gli attacchi sull’aeroporto della capitale yemenita. Perciò da Sanaa si dicono pronti ad attuare il blocco della navigazione ai bastimenti direttamente o indirettamente riconducibili a Riad nel Mar Rosso. E mentre i Pasdaran tentano di controllare la navigazione nello Stretto di Hormuz, Washington intensifica i bombardamenti e l’Iran colpisce gli alleati regionali degli Stati Uniti. Nel Golfo, Bahrain e Kuwait hanno annunciato nuove intercettazioni di droni e missili di Teheran.
La guerra ormai corre lungo una linea che unisce le città iraniane alle basi americane in Giordania, gli impianti energetici del Golfo alle macerie di Gaza e ai villaggi palestinesi della Cisgiordania. Le esplosioni segnalate a Shiraz e Bushehr, gli attacchi contro il territorio giordano e la nomina di Khalil al-Hayya alla guida di Hamas compongono la mappa di un unico conflitto che continua ad aprire fronti mentre la diplomazia non li richiude. Teheran sostiene che i contatti indiretti con Washington proseguano. «Abbiamo ricevuto messaggi attraverso i mediatori», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei che ieri è arrivato in Pakistan, principale mediatore nella crisi. Ma la tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai svuotata.

La Giordania è diventata il punto più esposto della catena di rappresaglie. Il Pentagono ha confermato la morte di due militari americani negli attacchi iraniani e la scomparsa di un terzo. Il Central Command ha riferito del ritrovamento di resti umani ancora da identificare. Domenica le difese giordane hanno intercettato tre missili diretti verso Aqaba, mentre un quarto è caduto in una zona remota. Nuovi raid iraniani anche ieri mattina. Amman ha convocato l’incaricato d’affari di Teheran denunciando i «continui e ingiustificati attacchi» contro il regno. «La sicurezza della Giordania rappresenta una linea rossa», ha dichiarato il portavoce Fuad al-Majali. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi continua a respingere l’idea che il Paese sia parte del conflitto, negando che dal territorio giordano siano partite azioni contro l’Iran. Ha ricordato che la presenza di forze statunitensi è nota da tempo, ma proprio questa cooperazione ha trasformato la Giordania in un bersaglio. I Guardiani della rivoluzione iraniana sostengono di aver colpito le basi di al-Azraq e Prince Hassan, senza conferme indipendenti. Teheran insiste di non avere «alcuna ostilità verso la Giordania», sostenendo di prendere di mira soltanto le forze americane. La traiettoria dei missili attraversa però non solo i deserti sassosi, ma centri abitati e snodi logistici e molti temono che prima o poi qualche ordigno cadrà dove non deve. Il dibattito pubblico alterna rassicurazioni a preoccupazioni. Il politologo Amer Sabaileh osserva che «hanno effettivamente cominciato a colpire le basi», mentre l’analista Areej Jabr parla di «uno scontro su più fronti» volto a sovraccaricare le capacità militari americane e israeliane.
La pressione regionale investe anche Gaza. Hamas ha nominato Khalil al-Hayya nuovo leader del movimento in sostituzione di Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024 da un attacco di Tel Aviv. Secondo l’analista palestinese Reham Owda, la scelta conferma il rifiuto del disarmo e la volontà di mantenere l’alleanza con l’Iran. «I negoziati sul disarmo – preconizza – incontreranno ostacoli significativi». A Khan Younis un attacco israeliano contro un’automobile ha ucciso almeno tre palestinesi, mentre in Cisgiordania nell’area di Masafer Yatta, decine di coloni mascherati e armati hanno attaccato il villaggio di al-Tuwani, incendiato una moschea, abitazioni, un caseificio e un’automobile. Una donna incinta è rimasta ferita. Sui muri hanno lasciato un messaggio: «Vendetta» e una stella di David, alludendo a precedenti scontri con i palestinesi. Secondo gli abitanti, esercito e polizia israeliani non sarebbero intervenuti.
Dalle aride alture giordane, dove le greggi cercano l’ombra inseguendo le rocce, si sente ancora l’amara profezia dell’allora ee Hussein: «Il confine non passa tra la Giordania e Israele, ma tra i sostenitori della pace e gli oppositori della pace».

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E’ la Giornata Internazionale della Luna: il ricordo dello sbarco che cambiò la storia

© Afp  | Golaghat in Assam, India 

tgcom24

Era il 20 luglio 1969 quando la missione Apollo 11 della Nasa raggiunse la Luna. Il modulo lunare Eagle, con a bordo gli astronauti Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin, atterrò nel Mare della Tranquillità, mentre Michael Collins rimase in orbita nel modulo di comando. Poche ore dopo, Armstrong compì il primo passo sulla superficie lunare. Un momento seguito in diretta televisiva da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo che ha segnato per sempre la nostra storia. Ecco perché il 20 luglio è diventata ufficialmente la Giornata internazionale della Luna

Le origini – La ricorrenza è stata proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2021 e viene celebrata ogni anno il 20 luglio per ricordare non solo il successo della missione Apollo 11, ma anche l’importanza della cooperazione internazionale nell’esplorazione dello spazio. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica e dell’utilizzo dello spazio a fini esclusivamente pacifici.
Un simbolo di sogni e progresso – A oltre cinquant’anni da quello storico allunaggio, la Luna è tornata al centro dei programmi spaziali internazionali. Le principali agenzie spaziali stanno lavorando a nuove missioni con l’obiettivo di riportare gli astronauti sulla sua superficie, sviluppare infrastrutture permanenti e utilizzare il nostro satellite come punto di partenza per le future esplorazioni verso Marte. Accanto agli enti pubblici, cresce anche il ruolo delle aziende private, protagoniste dello sviluppo di nuove tecnologie per il trasporto e la ricerca spaziale.

Eventi in tutto il mondo – La Giornata Internazionale della Luna rappresenta anche un’occasione per avvicinare il grande pubblico all’astronomia. In molti Paesi vengono organizzati eventi divulgativi, osservazioni al telescopio, conferenze, mostre e attività didattiche dedicate alla conoscenza del nostro satellite e delle imprese che hanno segnato la storia dell’esplorazione spaziale.  Lo sbarco sulla Luna resta una delle più grandi conquiste scientifiche e tecnologiche di sempre, un’impresa che continua a ricordare come curiosità, ricerca e collaborazione possano aprire nuove frontiere della conoscenza e del progresso.

La solitudine del calcio nell’era dello show: la Spagna vince il Mondiale del paradosso

La solitudine del calcio nell’era dello show: la Spagna vince il Mondiale del paradosso

Ha vinto la Spagna. Ha vinto l’Europa. Ha vinto, sopratutto, un’idea di calcio che rifiuta di farsi ridurre a mero sottofondo per gli intervalli commerciali. Nel cielo di New York, sotto un diluvio di coriandoli e un’impalcatura di retorica senza precedenti, la “Roja” si laurea Campione del Mondo per la seconda volta nella sua storia, aggiungendo la corona iridata al titolo europeo già in bacheca. Lo fa al termine di una finale dominata più nel senso del gioco che nelle occasioni, battendo un’Argentina arrivata all’atto conclusivo svuotata, piegata dalla stanchezza e da un’inferiorità evidente.
Decide un gol di Ferran Torres nel secondo tempo supplementare. Un 1-0 risicato che chiude 120 minuti a tratti brutti, bloccati, ma senza mai una reale incertezza su chi avesse in mano il pallino del destino. Un solo gol subito in tutto il torneo – primato assoluto – e una sola battuta d’arresto: quel pareggio all’esordio contro Capo Verde. Un dettaglio delizioso per la narrazione sportiva: la piccola isola africana, debuttante assoluta, potrà raccontare ai posteri di essere stata l’unica nazionale del pianeta a non aver perso contro i campioni del mondo.
L’ultimo tango e il crepuscolo dei campioni

Per Leo Messi è stato l’ultimo tango a New York. Il sipario che cala sulla carriera internazionale del più grande interprete del XXI secolo non ha previsto il lieto fine da favola. Le lacrime a fine gara raccontano la solitudine di un re che voleva regalarsi un ultimo trionfo, ma che si è scontrato contro la legge inesorabile del tempo e di una squadra impoverita nelle energie. Messi resta un simbolo, un campionissimo stratosferico, ma il pallone, nella sua spietata equità, non concede credito nemmeno alle leggende quando la benzina è finita.
Ma il verdetto del campo travalica i singoli. Ha vinto il calcio continentale a dispetto di una globalizzazione forzata che ha stravolto il torneo. Un Mondiale imbandito per 48 nazionali, con sole 16 europee ai nastri di partenza: una geografia politica studiata a tavolino per diluire la qualità e moltiplicare i voti al governo del pallone mondiale. Eppure, quando la polvere dei gironi extralarge si è posata, a dettar legge è stata ancora una volta la scuola europea.
Una lezione che parla direttamente anche a noi. La Spagna vince perché ha creduto e continua a credere in una filiera, in un’identità continentale che non tramonta e che continua a foraggiare i propri vivai: nella Liga appena il 33% dei calciatori in campo sono stranieri. In Italia viaggiamo intorno al 66%. Non è un caso se loro alzano la Coppa del Mondo e noi da due edizioni il Mondiale lo guardiamo dal divano.

Lo show “trumpiano” e la deriva del barocco
Se il campo ha espresso una verità limpida, il contorno ha offerto lo spettacolo di un calcio tronfio, arrogante, profondamente “americano” e trumpiano. Un torneo che si è fatto beffe persino delle proprie regole sacre anche nell’ultimo atto: se il regolamento impone un intervallo massimo di 15 minuti tra il primo e il secondo tempo, la finale ha visto ben 27 minuti di sosta forzata per far spazio a cantanti, ballerini, pupazzi e coreografie da Super Bowl. È il calcio sbruffone che pensa di essere al di sopra di tutto e di tutti.
Racchiude il senso di questa deriva la frase del presidente della FIFA Infantino, arrivato a definire questa edizione come «il più grande evento della storia dell’umanità». Un’iperbole che supera il senso della misura e sconfinando direttamente nel ridicolo, pronunciata da chi è apparso ormai piegato senza riserve ai desiderata del potere politico.

È stato il Mondiale più politicizzato di sempre. Tra polemiche sui visti negati, un calciatore prima squalificato e poi riammesso sul campo dietro l’indebito “suggerimento” della Casa Bianca, e un campione rimasto bloccato per una partita giocata in Iran dieci anni fa. Tutto sovradimensionato, tutto trasformato in arena di propaganda e smargiassate.
Il paradosso finale ha toccato il culmine durante la premiazione, con Donald Trump (generosamente fischiato dagli spalti) che affida la Coppa alla Spagna, applaudendola e congratulandosi dopo averla additata per settimane come nazione “nemica” sul fronte geopolitico. Un quadro surreale, ricucito a stento solo dalla consegna del trofeo “a quattro mani” insieme al presidente FIFA, per evitare che persino il protocollo ufficiale venisse completamente stravolto.
Alle radici di un gioco perduto

Tecnicamente non è stato un brutto Mondiale. Si è fatto guardare volentieri, anche le emozioni non sono mancare. Ma mentre i coriandoli d’oro coprono l’erba dello stadio, resta un senso di nostalgia per ciò che il calcio è stato e rischia di non essere più. Il vecchio football codificato dai maestri inglesi – usciti di scena in semifinale contro l’Argentina – era uno sport del popolo. Nasceva nelle strade, nelle piazze, nei parchi, tra i bar di periferia. Era profondo, popolare. Era il potere della semplicità. Oggi che il pallone è diventato una succursale dell’industria dell’intrattenimento globale, questi eventi sono diventati inaccessibile a molti per i loro costi. E soprattutto sono diventati un’altra cosa. La vittoria della Spagna per fortuna ci ricorda che, sotto gli strati dello show business, a vincere sono ancora le idee, il lavoro di squadra e l’appartenenza a una cultura sportiva. Un piccolo faro di logica all’interno del Mondiale più paradossale della storia.

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L’anniversario Borsellino: 34 anni fa la strage. Palermo ricorda le vittime

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Rai News

Trentaquattro anni fa la strage di via D’Amelio. Quel 19 luglio 1992 furono uccisi dal tritolo mafioso il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Li Muli. Un eccidio compiuto 57 giorni dopo quello di Capaci, in un contesto di immobilismo e complicità che impedirono di proteggere Borsellino e la sua scorta da una tragica fine annunciata. Tante le iniziative in programma e in corso da giorni, tra Agende rosse, attività per bimbi, dibattiti, veglie e fiaccolate.

Mattarella, il disegno eversivo di via D’Amelio è stato sconfitto
“La strage di via D’Amelio, due mesi dopo quella di Capaci, ha segnato in profondità la coscienza del Paese. Rappresentò il culmine di un disegno eversivo che mirava a piegare le istituzioni democratiche e la stessa libertà degli italiani”. Lo dichiara il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Con il “contributo” di “uomini e donne delle forze di polizia, della magistratura, delle istituzioni”, quel “disegno eversivo” è “stato sconfitto. La Repubblica ha dimostrato di essere più forte. Catturando e condannando carnefici e mandanti”.

Meloni, ha indicato strada in difesa legalità
“Il 19luglio è una data che ha segnato la storia d’Italia. E ha segnato anche la mia vita. Paolo Borsellino ci ha lasciato un’eredità fatta di coraggio, amore per la Patria e fiducia nei giovani: ‘Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo'”. Così la premier Giorgia Meloni in un post sui social nell’anniversario della strage di via D’Amelio. “Nel suo ricordo – aggiunge la premier – continuiamo a percorrere la strada che ci ha indicato, con lo stesso impegno nella lotta alla criminalità organizzata e in difesa della legalità”.

La Russa, riferimento per legalita’ e lotta a mafia
“A trentaquattro anni dalla strage di Via D’Amelio, ricordiamo con riconoscenza e profondo rispetto Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il loro sacrificio rappresenta ancora oggi un punto di riferimento nella difesa della legalita’ e nella lotta contro la mafia. Custodirne la memoria significa riaffermare i valori della giustizia, della liberta’ e del senso civico. Nel loro ricordo rinnoviamo l’impegno a promuovere una cultura della legalita’, affinche’ il loro esempio continui a ispirare le nuove generazioni e l’intera comunita'”. Cosi’ il presidente del Senato, Ignazio La Russa, in un post sui social.

Giovani preti in cerca di un “porto sicuro”: la solitudine del clero si vince con la fraternità e il realismo pastorale

L’interessante analisi pubblicata da Città Nuova sulle tendenze psicologiche e pastorali della nuova generazione di sacerdoti negli Stati Uniti solleva un velo su una realtà complessa e ampiamente diffusa in tutto l’orizzonte cattolico globale. Molti giovani presbiteri, immersi in un contesto sociale sempre più secolarizzato e frammentato, avvertono un profondo senso di disorientamento e fragilità. Questa condizione li spinge spesso a cercare un “porto sicuro” all’interno di un tradizionalismo formale, talvolta rigido ed estetico, che rischia però di trasformarsi in un clericalismo protettivo e autoreferenziale.

Tuttavia, l’arroccamento identitario e la ricerca di rassicurazioni estetiche non risolvono le vere piaghe che colpiscono i ministri ordinati all’inizio del loro mandato: l’isolamento affettivo, il burnout pastorale e la drammatica solitudine presbiterale nelle parrocchie.

Il miraggio del tradizionalismo e la realtà dell’isolamento

A poche settimane di distanza dalla conclusione della quarta sessione del Concistoro straordinario voluto da Papa Leone XIV in questo 2026, è evidente che i decreti curiali e i dibattiti dottrinali non possono, da soli, colmare il vuoto relazionale che i pastori sperimentano sul territorio. La tendenza evidenziata oltreoceano dimostra che i giovani preti si trovano spesso privi di reti di supporto emotivo e umano adeguate. Quando la struttura istituzionale risponde alla crisi offrendo soltanto regole formali, il sacerdote si ritrova solo di fronte alle complessità quotidiane della cura delle anime, esponendosi a un precoce logoramento psicofisico.

Una soluzione globale: l’affiancamento dei sacerdoti sposati

Perché la Chiesa possa realmente offrire un “porto sicuro” ai suoi ministri più giovani, è necessario un radicale bagno di realismo pastorale. La risposta a questa crisi generalizzata non risiede nell’isolamento difensivo, ma in un’autentica conversione strutturale e fraterna: affiancare l’aiuto, l’esperienza e l’equilibrio dei sacerdoti sposati al clero di tutto il mondo.

I sacerdoti coniugati possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie. Essi non rappresentano una minaccia per la Tradizione, bensì una risorsa insostituibile per il bene comune e l’umanizzazione del ministero. Lavorando fianco a fianco nelle parrocchie e nelle unità pastorali, il clero celibatario e il clero coniugato potrebbero dare vita a una feconda complementarietà:

  • Stabilità e accoglienza: La home familiare del sacerdote sposato può diventare un punto di riferimento relazionale e affettivo concreto per il confratello più giovane, offrendo un ambiente di condivisione autentica e rompendo il muro della solitudine.

  • Maturità e radicamento: L’esperienza della vita coniugale e genitoriale consente ai preti sposati di mediare le complessità del quotidiano, aiutando i giovani colleghi a superare le rigidità ideologiche e a parlare il linguaggio reale delle famiglie.

Oltre il clericalismo, per il bene comune

Le storiche aperture che giungono in queste settimane da diverse parti del mondo — come il recente e clamoroso pronunciamento dei Vescovi del Belgio a favore del clero sposato — confermano che i tempi sono maturi per una riforma trasparente, legale e ordinaria. Non si tratta di intaccare il valore del celibato come carisma profetico, ma di riconoscerlo come disciplina ecclesiastica superabile laddove la salus animarum lo richieda.

Affiancare i sacerdoti sposati al clero mondiale, specialmente a quello più giovane, significa edificare una Chiesa che non si rifugia in un passato idealizzato, ma che abita il presente con coraggio. Solo abbattendo le barriere del clericalismo protettivo sarà possibile garantire la cura delle anime, ridare slancio alle parrocchie vuote e assicurare a ogni pastore un autentico e solido porto sicuro.