Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Il Messaggero

Dare un nome al caldo estremo per imparare a difendersi. È questa l’idea alla base del nuovo termine coniato in Giappone, dove il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il meteo, ma anche il linguaggio. Perché quando la realtà cambia, spesso sono le parole a dover cambiare per prime.

Il linguaggio è il più antico strumento con cui l’uomo interpreta e descrive il mondo. Le parole non servono soltanto a comunicare: classificano, delimitano, attribuiscono significato ai fenomeni e, soprattutto, permettono di riconoscerli. Quando un fenomeno diventa nuovo o assume caratteristiche mai sperimentate prima, il vocabolario esistente rischia di non essere più sufficiente.

È quanto sta accadendo con il caldo estremo. Le ondate di calore, sempre più frequenti, più lunghe e più intense, stanno superando i riferimenti su cui si erano costruite le categorie meteorologiche del passato. Temperature che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi si ripetono con una frequenza crescente, rendendo evidente che non si tratta più di semplici “giornate molto calde”, ma di eventi climatici con conseguenze sanitarie e sociali.

Per questo le autorità meteorologiche e sanitarie giapponesi hanno deciso di introdurre un neologismo: kokushobi, letteralmente “giornata di caldo crudele”. Il termine, scelto dopo una consultazione pubblica promossa dall’Agenzia meteorologica nazionale, identifica le giornate in cui la temperatura raggiunge o supera i 40 gradi Celsius. Non è un esercizio linguistico né un’operazione di marketing: è uno strumento di prevenzione.

L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile una condizione di pericolo. Dire che sono previsti quaranta gradi, infatti, non produce necessariamente la stessa reazione in tutti. C’è chi minimizza, chi pensa di essere abituato al caldo, chi ritiene che basti bere un po’ di più. Un’espressione come kokushobi, invece, contiene già un giudizio implicito sulla gravità della situazione. Comunica che non si tratta di una normale giornata estiva, ma di una condizione eccezionale che richiede comportamenti precisi: restare al chiuso nelle ore più calde, utilizzare l’aria condizionata, idratarsi e proteggere le persone più fragili.

Il termine è stato utilizzato ufficialmente per la prima volta dopo che tre città del Giappone centrale hanno raggiunto i 40 gradi. Contestualmente, le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni straordinarie, invitando la popolazione a limitare gli spostamenti e a prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e malati cronici.

La scelta giapponese mostra come il cambiamento climatico stia producendo effetti anche sul piano culturale. Per descrivere il caldo si è sempre fatto ricorso a immagini figurate: “fa un caldo infernale”, “sembra un forno”, “si scioglie l’asfalto”, “è una sauna”. Espressioni efficaci, ma che appartengono al linguaggio quotidiano e non distinguono tra un disagio estivo e un’emergenza sanitaria.

Kokushobi compie un salto ulteriore. Trasforma una sensazione in una categoria riconoscibile e condivisa. È una parola che non descrive soltanto una temperatura, ma il rischio che quella temperatura comporta. In altre parole, diventa uno strumento di protezione civile prima ancora che un termine meteorologico.

Non è la prima volta che il lessico evolve per adattarsi ai cambiamenti della realtà. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune parole come “bomba d’acqua”, “medicane”, “isola di calore urbana” o “fiume atmosferico”, nate per descrivere fenomeni sempre più ricorrenti. Kokushobi aggiunge un tassello e riconosce che il caldo estremo non è più un’eccezione, ma una nuova categoria del rischio climatico.

In fondo, le parole servono anche a questo: a rendere visibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile. E quando una società sente il bisogno di inventarne una nuova, significa che è cambiato il mondo che quella parola è chiamata a raccontare.

Grecia: la retribuzione dell’alto clero ortodosso

di: Francesco Strazzari

clero ortodossoSulla Gazzetta Ufficiale del Governo greco è stata pubblicata la disposizione legislativa che riforma il regime salariale dei più alti prelati della Chiesa di Grecia, con entrata in vigore il 1º luglio 2026. La nuova normativa riguarda esclusivamente l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, i metropoliti in carica e titolari, nonché i vescovi ausiliari e titolari, senza incidere sulla retribuzione dei semplici parroci.

Con il nuovo sistema, poiché i vescovi sono considerati dipendenti dello Stato, come parametro di riferimento per la determinazione delle loro retribuzioni viene assunto lo stipendio mensile del segretario generale di Ministero, che attualmente ammonta a 5.191 euro lordi.

Nello specifico:

(1) L’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, insieme ai metropoliti in carica e titolari, percepirà il 90% di tale importo, ossia 4.671,90 euro lordi mensili. Un aumento di quasi il 100% rispetto allo stipendio percepito finora.

(2) I vescovi titolari e ausiliari saranno retribuiti con il 70% dello stipendio dei metropoliti, portando la loro retribuzione mensile lorda a 3.270,33 euro.

La disposizione prevede, inoltre, che, oltre a tali retribuzioni, non sarà concessa alcuna indennità aggiuntiva né altra prestazione economica. A partire dal 1º luglio 2026, la corresponsione degli stipendi dei vescovi avverrà esclusivamente sulla base del nuovo quadro salariale.

La pubblicazione della disposizione ha suscitato un acceso dibattito pubblico, sia riguardo all’entità delle nuove retribuzioni sia riguardo al momento della loro applicazione.

Rispondendo alle reazioni, il portavoce del Santo Sinodo Permanente, il metropolita di Polianì e Kilkìs, sua eminenza Bartolomeo, ha diffuso un comunicato scritto nel quale parla di inesattezze, interpretazioni errate e perfino di deliberata distorsione dei dati.

Come sottolinea il comunicato, la retribuzione del clero non costituisce un trattamento privilegiato della Chiesa da parte dello Stato, ma rappresenta un risarcimento storico e permanente per il vasto patrimonio monastico sottratto ai sacri monasteri nel periodo 1833-1952, senza – come viene evidenziato – un indennizzo pieno ed equo.

Secondo il comunicato, tale patrimonio è stato utilizzato per finalità di pubblica utilità, contribuendo alla fondazione di università, ospedali e altre infrastrutture di interesse collettivo, oltre che al reinsediamento di contadini, profughi, persone prive di terre e piccoli coltivatori.

La Chiesa sostiene che il recente intervento legislativo non introduce alcun nuovo privilegio per i vescovi, ma riporta la loro retribuzione all’interno del quadro generale previsto per i più alti funzionari pubblici.

Come viene evidenziato, nell’ordinamento giuridico greco il grado di responsabilità e il ruolo istituzionale di ciascun funzionario si riflettono anche sul piano retributivo; per questo motivo gli stipendi dei vescovi sono collegati ai corrispondenti livelli salariali della pubblica amministrazione.

Nello stesso comunicato si fa riferimento ad articoli e interventi pubblici che, secondo il Santo Sinodo, si basano su calcoli errati o su una distorsione dei dati. Viene, inoltre, rivolto un appello affinché il dibattito pubblico si svolga nella verità, nella giustizia e nel rispetto reciproco, evitando esagerazioni e interpretazioni fuorvianti.

Un riferimento particolare viene fatto all’opera pastorale della Chiesa, evidenziando che il servizio quotidiano a favore delle persone bisognose costituisce parte integrante della missione dei pastori e viene svolto con discrezione, secondo l’evangelico: «Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».

Nonostante i chiarimenti forniti dalla Chiesa ortodossa, la decisione del Governo ha suscitato un intenso dibattito pubblico sia riguardo ai rapporti tra Chiesa e Stato sia riguardo alle priorità della politica economica.

Il Governo sostiene che la disposizione rappresenta una razionalizzazione del sistema salariale e un allineamento delle retribuzioni dei vescovi a quelle dei più alti funzionari statali. Tuttavia, il momento scelto per la sua applicazione è divenuto il principale motivo di critica.

Per una parte significativa dell’opinione pubblica, l’aumento è considerato socialmente inopportuno, poiché avviene in un periodo nel quale ampi strati della popolazione continuano ad affrontare un elevato costo della vita, salari modesti e un potere d’acquisto limitato.

Il consistente incremento delle retribuzioni dei vertici della gerarchia ecclesiastica ha alimentato la percezione che le scelte governative non rispondano alle esigenze sociali più urgenti.

Allo stesso tempo, le prese di posizione pubbliche di alcuni metropoliti hanno dimostrato che nemmeno all’interno della Chiesa esiste una piena unanimità. Alcuni gerarchi hanno definito la disposizione giusta e istituzionalmente corretta, sostenendo che essa corregge uno squilibrio salariale esistente da anni.

Altri, invece, hanno espresso riserve, ritenendo che, in un periodo di difficoltà economiche, l’accettazione di aumenti così consistenti non sia coerente con il messaggio di sobrietà, umiltà e solidarietà sociale che la Chiesa è chiamata a testimoniare.

È probabile che la questione rimanga al centro dell’attenzione anche nei prossimi mesi, poiché supera l’aspetto puramente economico. La nuova disposizione, infatti, riporta in primo piano il dibattito, mai sopito, sul finanziamento della Chiesa da parte dello Stato greco, sul fondamento storico della retribuzione del clero e sul grado di separazione tra Chiesa e Stato.

Si tratta di un tema che suscita accese contrapposizioni politiche e sociali, da decenni, poiché coinvolge sia questioni storiche ancora aperte sia diverse concezioni contemporanee del ruolo delle due istituzioni. Indipendentemente dalle differenti sensibilità politiche o religiose, appare evidente che decisioni di questo tipo influenzano il dibattito pubblico e alimentano una più ampia riflessione sul rapporto tra Stato e Chiesa nella Grecia contemporanea.

Va, infine, ricordato che mentre l’intero clero della Chiesa ortodossa è retribuito dallo Stato greco, i sacerdoti cattolici non ricevono alcun sostegno economico pubblico né beneficiano dell’assistenza sanitaria garantita ai loro confratelli ortodossi. Il loro sostentamento, così come la copertura previdenziale e assistenziale, ricade interamente sulla rispettiva diocesi e sul proprio vescovo.

Settimana News

Milioni di famiglie sostengono ogni giorno il peso della malattia e della non autosufficienza: chi sono, le loro storie, l’attesa per la legge, la necessità di fare comunità

Madre e figlia si stringono le mani

«Non ce la faccio più». Quante volte in questi ultimi anni abbiamo sentito frasi come questa. Appelli disperati di mogli, mariti, figli, parenti che hanno scelto – o hanno dovuto scegliere – di stare accanto a un familiare malato cronico, quasi sempre non autosufficiente, spesso con disabilità cognitive o intellettive. Una decisione dettata dall’affetto, certamente, ma anche dalla consapevolezza che troppo spesso non ci sono alternative. Come curare un proprio caro che ha bisogno di assistenza h24 quando da una parte non ci sono le risorse per l’assistenza privata e dall’altra la sanità pubblica non offre garanzie adeguate, tra Rsa costrette alla chiusura e altre strutture per non autosufficienti alle prese con carenze strutturali di spazi e di personale? È il dramma dei milioni di caregiver familiari: non sappiamo ancora con precisione quanti siano, perché manca una disciplina nazionale che li definisca e li censisca in modo organico. Sappiamo però che ogni giorno, e ogni notte, sono accanto a una persona amata che attraversa la prova della malattia, della disabilità o della non autosufficienza, vivendo anche loro una grande prova: anni di fatica silenziosa, di rinunce, di isolamento, di preoccupazioni che finiscono per logorare la salute fisica e quella psicologica.
Ha fatto scalpore nei giorni scorsi la sentenza della Corte d’Assise di Arezzo che ha assolto Giuseppina Martin, 67 anni, dall’accusa di aver ucciso la madre Mirella, 93 anni, da tempo malata di Alzheimer. Secondo i giudici la donna, dopo tanti anni di vicinanza silenziosa, ha sviluppato uno “stress da assistenza” che ha determinato, al momento del delitto, una ridotta comprensione della gravità del gesto. Quella figlia, lasciata sola a sopportare l’impegno della cura e quello, forse ancora più snervante, del carico psicologico derivante dal contatto quotidiano con una madre sempre meno presente a sé stessa, alla fine ha ceduto e ha fatto ciò che certamente, in condizioni di lucidità, non avrebbe mai fatto. Esito atroce, umanamente terribile, ma che va inquadrato nelle condizioni in cui è maturato, come hanno fatto appunto i giudici. Non un gesto da considerarsi esemplare quindi, ma un momento di confusione mentale da comprendere, come quelli che rimbalzano frequentemente dalle cronache in questo scorcio di estate torrida, quando il caldo insopportabile causa a tutti insonnia e irascibilità, figurarsi a chi, come i caregiver di lungo corso, portano tutto l’anno sulle spalle pesi terribili. Quando leggiamo che un ottantenne ha sparato alla moglie affetta da Alzheimer e poi si è tolto la vita, quando un padre uccide un figlio disabile prima di suicidarsi, siamo di fronte a persone disperate, profondamente fragili, incapaci di individuare soluzioni alternative a causa della sofferenza a lungo sopportata ma anche per l’angoscia di una solitudine considerata senza vie di uscita. Scelte estreme e drammatiche che dovrebbero interrogare chi, a livello locale e nazionale, ha la responsabilità della salute pubblica, ma anche le nostre comunità. Come mai di fronte a famiglie piegate sotto il giogo della malattia che opprime, confonde la mente e toglie il respiro, non siamo capaci di organizzare reti solidali, iniziative di sostegno concreto e di vicinanza umana? Qualche esperienza positiva c’è, per fortuna. Ma di fronte al bisogno crescente e sterminato dei caregiver familiari dovrebbe diventare la norma, non l’eccezione. Non abbiamo bisogno di slanci occasionali ma di impegni strutturali e competenti. Preghiera e fede senza carità, ci dice san Paolo, diventano solo «un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna», cioè un suono fastidioso. Pensiamoci.
Ma, allo stesso tempo, è giusto continuare a sollecitare chi ha la responsabilità delle politiche pubbliche affinché si arrivi finalmente a una disciplina organica del caregiver familiare. Intervistata da Avvenire proprio in questi giorni, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha auspicato che il disegno di legge possa ottenere il via libera della Camera entro settembre e quello definitivo del Senato all’inizio del 2027. Sarebbe il primo riconoscimento organico della figura del caregiver familiare dopo oltre quindici anni di tentativi rimasti senza esito. Il testo oggi all’esame della Commissione Affari sociali della Camera introduce una definizione nazionale del caregiver familiare, rafforza alcune tutele lavorative, previdenziali e formative e prevede un contributo economico di 1.200 euro a trimestre destinato ai caregiver conviventi che garantiscono almeno 91 ore settimanali di assistenza e rispettano determinati requisiti reddituali e patrimoniali. Per gli altri livelli di intensità assistenziale sono previste forme di riconoscimento e tutela, ma non il contributo economico diretto. Quanto alle risorse già stanziate si tratta per il 2027 di 250 milioni. Il contributo economico perciò non potrà riguardare al massimo più di 52mila caregiver in un anno: cifre che farebbero apparire le misure attualmente in discussione come estremamente insufficienti. In totale i caregiver variamente intesi in Italia sono oltre 7 milioni (alcuni però solo per due ore a settimana), mentre 2,3 milioni offrono assistenza a non autosufficienti per oltre 10 ore alla settimana, secondo i dati Istat. Ma individuare la platea spetterà all’Inps che dovrà in questi mesi predisporre una piattaforma ad hoc.

La vita amara delle famiglie sempre più sole. Ma un tempo com’era?

Come mai, verrebbe da chiedersi, oggi si parla così spesso – e comunque meno di quanto sarebbe necessario – del problema dei caregiver familiari? Un tempo non esistevano malati cronici che avevano bisogno di assistenza? Non c’erano figli, figlie, coniugi o altri parenti che si prendevano cura di una persona malata? Naturalmente sì. Sarebbe però un errore pensare che sia cambiata soltanto la famiglia. Sono cambiate, insieme, la società, la demografia e la medicina. Da una parte la popolazione è progressivamente invecchiata, con un numero sempre maggiore di persone che convivono per molti anni con patologie croniche o neurodegenerative. Dall’altra, i progressi della ricerca e delle cure hanno permesso a milioni di persone di sopravvivere a ictus, tumori, traumi e malattie neurologiche che un tempo sarebbero state rapidamente fatali. E, grazie a Dio, anche tanti bambini affetti da gravissime patologie congenite o da disabilità oggi possono vivere molto più a lungo, raggiungere l’età adulta e costruire relazioni, esperienze e progetti di vita che fino a pochi decenni fa sarebbero stati impensabili. È uno dei più grandi successi della medicina contemporanea. Questo straordinario progresso, però, ha avuto come naturale conseguenza l’aumento del bisogno di assistenza di lungo periodo. Sempre più persone vivono a lungo con condizioni di non autosufficienza e, di conseguenza, cresce il numero delle famiglie chiamate a farsi carico della cura.
Nello stesso tempo è profondamente cambiata anche la struttura familiare. Quando più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto, l’assistenza era spesso condivisa. Le famiglie erano più numerose, esistevano reti parentali più ampie e, nella maggior parte dei casi, c’erano sorelle, zie o altri familiari che potevano alternarsi nella cura, mentre molte donne non erano impegnate in un’attività lavorativa esterna. Nessuno, naturalmente, rimpiange quel modello sociale. Ma nelle famiglie di oggi, più piccole, più mobili e spesso composte da una sola persona che lavora, l’assistenza continuativa a un malato cronico può trasformarsi rapidamente in un’emergenza. Chi può permettersi di lasciare il lavoro per assistere un coniuge, un genitore o un figlio che ha bisogno di cure quotidiane? Quasi nessuno. Eppure, in assenza di servizi sufficienti, per molti quella diventa l’unica strada possibile. Ecco perché, negli ultimi venti o trent’anni, la figura del caregiver familiare è diventata un pilastro silenzioso del nostro sistema di welfare e, giustamente, oggetto di crescente attenzione da parte della ricerca scientifica, delle istituzioni e del mondo associativo.
La parola caregiver comincia a comparire nella letteratura medica e psicologica anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto negli studi sulla salute mentale e sull’assistenza agli anziani. Negli anni Ottanta il concetto si consolida grazie alle ricerche sulle demenze, in particolare sull’Alzheimer, che dimostrano come il benessere del familiare che assiste influenzi direttamente anche quello della persona malata. In Italia il termine entra nel linguaggio scientifico e sanitario soprattutto tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, mentre il riconoscimento istituzionale arriva molto più tardi. Solo con la legge di Bilancio 2018 compare per la prima volta nell’ordinamento italiano una definizione di caregiver familiare, anche se manca ancora una disciplina organica nazionale. Oggi appare ormai evidente che il caregiver non è semplicemente un “familiare disponibile”, ma una persona che svolge un’attività di enorme valore sociale ed economico. Per molti si tratta di un impegno destinato a durare anni, talvolta una vita intera, con conseguenze importanti sulla salute fisica e psicologica, sulla possibilità di lavorare, sulla stabilità economica e persino sulla rete delle relazioni sociali. Riconoscere questo ruolo significa prendere atto di una trasformazione profonda della nostra società e costruire politiche capaci di accompagnarla.

Ma quanti sono davvero i caregiver e cosa fanno?

Non esiste un criterio con cui calcolare il numero dei caregiver familiari visto che – come detto – manca una legge nazionale che definisca e censisca in modo completo questa figura. Quindi dobbiamo puntare sulle tante stime tracciate in questi anni. L’Istat si è detto, nell’ultima Indagine sulla conciliazione tra lavoro e cura familiare, parla di 3,5 milioni di caregiver familiari ma ammette che si tratta di un dato sottostimato per la tipologia della ricerca, parziale, che ha evidenziato soltanto il ruolo delle persone che assistono familiari disabili, malati gravi o anziani non autosufficienti. Il rapporto Cnel-Censis 2026 arriva invece a calcolare quasi 8 milioni di caregiver, mettendo insieme tutti coloro che prestano il loro lavoro di cura in modo informale nell’ambito familiare. Una stima che le associazioni ritengono più che credibile e che – se confermata – renderebbe quasi inutili le misure della legge al vaglio della Commissione Affari sociali della Camera. Al di là del dibattito politico, gli studi sulla questione caregiver hanno permesso di aver un quadro abbastanza articolato su questa funzione. Sappiamo che la maggior parte dei caregiver sono donne (circa il 70/80 per cento, secondo le diverse indagini) hanno spesso un’età compresa tra 45 e 64 anni; alcuni conciliano l’attività di cura con un lavoro retribuito, ma almeno nella metà dei casi, le persone riducono o interrompono l’attività lavorativa per assistere il familiare malato. Spesso si tratta di un’assistenza a 360 gradi, con un carico di lavoro “infermieristico” che si somma all’assistenza psicologica e finisce per pesare in modo rilevantissimo sulla stabilità emotiva.

«Noi, young carers, chiediamo di non essere lasciati soli»

Il caso di Marco è più diffuso di quanto si pensi. Negli ultimi anni sono aumentati gli studi dedicati ai young carers (giovani che assistono un familiare) e il tema ha ricevuto maggiore attenzione da parte di ricercatori e istituzioni. I dati mostrano come molti giovani caregiver familiari – le circostanze per cui devono occuparsi di nonni, genitori o fratelli malati sono le più diverse – siano costretti a sospendere o abbandonare il lavoro. Secondo un’indagine dell’associazione Caregiver Familiari Uniti (2026) emerge che, tra i giovani caregiver senza lavoro, circa il 62% ha lasciato un’occupazione per dedicarsi alla cura di un familiare. Le emergenze sanitarie più frequenti riguardano le diverse demenze senili, Sla – nelle diverse forme – e Parkinson avanzato. Oltre a tutte le malattie neurologiche degenerative. Qui prevalgono le attività di assistenza fisica e sanitaria – che aumentano con il progredire della perdita di mobilità e autonomia – ma il sostegno emotivo resta essenziale. Nelle cure oncologiche più impegnative, che rimangono la patologia più frequente per determinare la scelta dei caregivers, i due aspetti tendono a essere fortemente intrecciati e determinano spesso un bisogno continuativo di assistenza familiare. Poi c’è tutto il capitolo delle disabilità congenite o acquisite (paralisi cerebrale infantile; sindromi genetiche con grave disabilità; esiti di traumi cranici o spinali). Quando si tratta di bambini, insieme alla sofferenza straziante per le loro condizioni, c’è anche la consapevolezza che il caregiving potrà protrarsi per decenni. Ma pretendere di elencare tutte le patologie che costringono una mamma, un papà, un figlio a diventare caregiver familiare va al di là dei nostri obiettivi. Potremmo ricordare le diverse tipologie di paralisi e di ictus, le insufficienze d’organo cronache, le malattie rare, i disturbi psichiatrici gravi, le tante forme di fragilità degli anziani (perdita della mobilità; decadimento cognitivo lieve; pluripatologie; elevato rischio di cadute con una gamma di conseguenze pressoché infinita), ma si tratterebbe di un elenco del tutto parziale. Tutto questo serve però per dire che nell’universo dei caregiver, ancora largamente inesplorato, esiste una varietà estrema da cui deriva una gamma amplissima di difficoltà, con un impegno variabile anche dal punto di vista dell’assistenza. Stare accanto a un malato, pur molto grave, ma dialogante, collaborativo, vigile appare molto diverso, soprattutto per quanto riguarda l’impatto psicologico, che non assistere un anziano malato di Alzheimer oppure un familiare affetto da una patologia psichiatrica invalidante.

Ma cosa dice la legge quadro ormai in dirittura d’arrivo?

Il punto più rilevante del disegno di legge quadro, già approvato dal Consiglio dei ministri, sembra il riconoscimento giuridico della figura del caregiver familiare. Per la prima volta questo ruolo viene definito in modo organico, individuando chi può essere riconosciuto come tale (coniuge, convivente, parenti entro determinati gradi e altri familiari previsti dalla legge), distinguendolo da diversi livelli di impegno assistenziale. Importante poi, naturalmente, il capitolo dedicato al riconoscimento economico, pur con le tante perplessità già avanzate dalle associazioni. Ai caregiver che rispettano determinati requisiti, con criteri legati all’intensità dell’assistenza prestata e alla convivenza con la persona assistita, andranno cifre esigue – come detto circa 400 euro mensili – con una ulteriore selezione per quanto riguarda gli aventi diritto.
Capitolo lavoro. La legge prevede maggiori tutele per favorire la conciliazione tra lavoro e assistenza; promuovere forme di flessibilità lavorativa; valorizzare l’attività di cura nelle politiche del lavoro. Tutti principi ineccepibili che dovranno poi essere declinati in modo concreto. Anche in questo caso l’attesa dei caregivers è tanta. Il testo prevede un rafforzamento delle tutele previdenziali, tema molto richiesto dalle associazioni dei caregiver e proposte per la formazione e il supporto psicologico (percorsi di formazione per affrontare l’assistenza; sostegno psicologico; maggiore integrazione con i servizi sanitari e sociali) con l’obiettivo di ridurre il rischio di burnout e migliorare la qualità dell’assistenza. Infine, secondo quanto indicato dal cosiddetto “progetto vita”, il caregiver dovrebbe essere coinvolto maggiormente nella pianificazione dell’assistenza della persona con disabilità o non autosufficienza, riconoscendone il ruolo nel percorso di cura. Un quadro ancora lontano dalle richieste delle associazioni che più volte hanno messo in luce la necessità di ampliare la gamma degli interventi. Oggi, in attesa della legge, i caregiver possono già beneficiare di alcune tutele, che però sono legate alla persona assistita più che al caregiver stesso, come i permessi retribuiti previsti dalla Legge 104; il congedo straordinario retribuito fino a due anni per alcuni familiari; alcune misure regionali finanziate attraverso il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare.

Le reti di mutuo aiuto

Quello che non è riuscita ancora a fare la legge, l’hanno fatto in parte – più o meno ampia – e lo continuano a fare le associazioni e le reti di mutuo aiuto, sia online sia sul territorio. Sono collegamenti che permettono ai caregiver familiari di confrontarsi con persone che vivono esperienze simili. L’obiettivo non è solo offrire supporto emotivo, ma anche condividere informazioni pratiche, orientarsi tra i servizi e contrastare l’isolamento, che è uno dei problemi più frequenti dei caregiver.  Tra le esperienze più significative c’è “Carer-Associazioni caregiver familiare” che organizza webinar, incontri online, gruppi di confronto, attività formative e iniziative di advocacy per il riconoscimento dei caregiver. È anche parte della rete europea Eurocarers (71 organizzazioni di 26 Paesi). Molto attivi anche i gruppi di Auto Mutuo Aiuto (Ama), promossi dal terzo settore, che in molti territori si svolgono sia in presenza sia da remoto e consentono ai partecipanti di condividere difficoltà, strategie e risorse in un ambiente facilitato. Esistono poi tante reti territoriali sostenute da alcune amministrazioni regionali, come l’Emilia-Romagna, che mettono in collegamento associazioni, sportelli di ascolto, gruppi di sostegno psicologico e servizi informativi dedicati ai caregiver.
Anche le comunità online stanno assumendo un ruolo crescente. Esistono forum, gruppi facebook, community su WhatsApp e spazi di discussione dedicati a specifiche patologie (Alzheimer, Parkinson, Sla, malattie rare), dove i caregiver si scambiano consigli pratici e sostegno emotivo. Molte associazioni di pazienti hanno creato sezioni specifiche per i familiari assistenti. Tutte realtà molto importanti perché riducono il senso di solitudine; favoriscono lo scambio di informazioni affidabili su diritti, prestazioni e servizi; aumentano la capacità di affrontare il carico assistenziale; migliorano il benessere psicologico grazie al confronto con persone che condividono direttamente l’esperienza della cura. Insomma, si parla lo stesso linguaggio e si comprendono facilmente le esigenze dell’interlocutore. I temi sono quelli che stanno più a cuore a chi ha scelto di stare accanto a un familiare in gravissima difficoltà: come gestire i disturbi comportamentali di una persona con demenza, come affrontare il senso di colpa, come affrontare l’assistenza senza esaurirsi, come parlare in modo efficace ai medici e agli infermieri, come conciliare lavoro e cura.
Nelle nostre regioni il loro sviluppo è ancora disomogeneo: alcune regioni hanno costruito reti molto attive, mentre in altre aree l’offerta dipende soprattutto dall’iniziativa di associazioni locali e dal volontariato. In ogni caso, quella dell’associazionismo è una strada che produce conoscenze e offre vicinanza. Grazie a queste reti il mondo dei caregivers, da semplice destinatario di aiuti pubblici – laddove ci sono – sta diventando un portatore di conoscenze, una risorsa utile anche per l’organizzazione dei servizi sociali e sanitari. In questo impegno, che rappresenta una vera e propria svolta culturale, dovranno essere sempre più presenti anche comunità, parrocchie, centri di ascolto, associazioni di ispirazione cristiana nella consapevolezza che la cura nelle sue diverse forme, compresa evidentemente quella prestata dai caregivers, non è solo un principio largamente affermato dalla dottrina sociale della Chiesa, ma può rappresentare un’occasione propizia per avviare percorsi di spiritualità capaci di alimentare, sostenere e vivere concretamente valori come la responsabilità condivisa, l’amicizia, la vicinanza solidale, la partecipazione, il sacrificio, la buona relazione, la fraternità. È una nuova, drammatica e urgente sfida dell’evangelizzazione.

Per saperne di più

Il manuale dei caregiver familiari. Aiutare chi aiuta, a cura di Franco Pasaresi (Maggioli editore 2021), pagg.308 con testi di Marco Trabucchi, Antonio Guaita, Marina Simoncelli, Giorgia Di Cristofaro, Alessandra Torreggiani
Alzheimer, badanti, caregiver e altre creature leggendarie (Il Pensiero scientifico Editore, 2019) di Eleonora Belloni
Guida pratica al prendersi cura. Una guida concreta all’assistenza quotidiana (Maggioli editore 2024) di Paola Benetti
Dal caregiver al caregiving. Una rete di sostegno alle persone con fragilità, Università Cattolica del Sacro Cuore – Centro di Ricerca sul Caregiving, 2026.
Avvennire

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Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Oggi e domani a Santa Maria di Leuca la terza edizione del Piccolo festival di filosofia rifletterà sulla libertà a partire dai verso dantesco “Libertà va cercando, ch’è sì cara”. Nelle due serate, presso il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, dialogheranno Costantino Esposito, curatore del festival, Alessandra Gerolin, Carlo Altini, Wael Farouq (rettore dell’Arabic Cultural Institute e professore di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano, che qui anticipa i contenuti del suo intervento), Riccardo Manzotti, Alessio Musio, Pia Valenzuela e il rettore del santuario, don Stefano Ancora; intervento conclusivo del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli.
Nel pensiero islamico, la libertà s’incarna in un cammino verso la verità. Non è una meta da raggiungere, ma una via da percorrere. Questa affermazione può suonare strana nel contesto occidentale, abituato a tradurre la parola islam con “sottomissione”, che è tutto il contrario della libertà.
C’è anche un’altra parola che, più di ogni altra, ha contribuito a costruire nell’immaginario occidentale un’immagine oppressiva dell’islam. Questa parola è sharia. Tradotta quasi sempre come “legge islamica”, evoca nella mente di molti immagini di rigidità, punizioni medievali, negazione dei diritti individuali. Indubbiamente, queste traduzioni sono usate spesso anche nel mondo islamico, nell’ambito di una visione ideologica della religione. Tuttavia, tradiscono profondamente il senso originario di queste due parole e con esso una visione del mondo radicalmente diversa da quella che si può immaginare.
In arabo, sharia significa “strada nel deserto che conduce all’acqua”. Non una norma scritta, né un codice penale, ma una via aperta dal cammino di chi l’ha percorsa prima di noi in cerca di vita, perché nel deserto l’acqua è vita e chi non la trova muore. È una strada che non preesiste ai passi di chi la percorre: si forma camminando, si disegna nella sabbia con la propria scelta, il proprio corpo, la propria libertà. Una metafora potente che suggerisce qualcosa di vivo, dinamico, comunitario, l’esatto opposto di una norma imposta dall’alto.
Molto significativamente, nel Corano la parola sharia appare solo cinque volte. In tutti questi casi – i commentatori concordano – non assume mai il significato di “legge”, bensì quello di “strada, via, cammino”. Come nel versetto: «E ti ponemmo su una via [sharia]: seguila dunque» (Co 45:18). Anche i versetti che riguardano le relazioni sociali e le transazioni economiche – quelli ai quali viene talvolta ridotta la sharia nella sua interpretazione più ristretta – sono soltanto 80 su oltre 6.000 versetti totali. Una percentuale minuscola rispetto all’immenso oceano di significati del Libro Sacro.
La sharia, nella sua accezione più profonda, è dunque uno spazio d’incontro tra volontà divina e libertà umana. Nella sua dimensione più universale è, addirittura, la legge della Creazione nel suo insieme, comprendente tutte le cose esistenti, ma anche la loro interconnessione: le leggi della fisica, della chimica, della biologia che governano tutto ciò che esiste. In questo senso sì, tutto l’universo è “sottomesso” (o musulmano), perché tutto obbedisce alle leggi di natura che fungono da limiti invalicabili. La sottomissione non è altro che il riconoscimento dei propri limiti.
L’essere umano, però, occupa un posto unico, perché in certi ambiti ha la facoltà di scegliere. Questa libertà non è un’eccezione alla sharia, ne è il punto di partenza e il senso più profondo. Qui entra in gioco un’altra parola gravata da pregiudizi: la fatwa. Nell’immaginario occidentale è diventata quasi sinonimo di condanna, ma nella tradizione islamica, una fatwa è qualcosa di molto più quotidiano e meno drammatico: un parere giuridico-religioso, la risposta di un esperto (il mufti) alla domanda di un credente o di una credente su una situazione concreta della sua vita. È fondamentale sottolineare che non esiste fatwa senza una domanda libera. Non è un editto calato dall’alto, ma un dialogo: qualcuno pone una questione, qualcun altro risponde, e chi ha chiesto è libero di seguire o meno quella risposta. Il principio base della tradizione islamica su cui si fonda anche la fatwa recita: istafti qalbak, “consulta il tuo cuore”, poiché è nel cuore che risiede la forma più profonda di intelligenza.
La coscienza individuale non è silenziata dalla religione; ne è, al contrario, la bussola fondamentale. La fatwa – o più precisamente la domanda che sta alla base di una fatwa – è la materializzazione della libertà di coscienza. È nata come meccanismo di produzione della sharia, per assicurarne la connessione alla realtà delle persone, rispondendo alle loro necessità reali. La domanda è la porta attraverso la quale si produce e si riformula la sharia, conformemente alle condizioni di una realtà sempre nuova. La sharia si fonda sull’unione di legge e realtà, non esiste senza il libero domandare. La libertà, nel pensiero islamico, è la ricerca della verità attraverso la domanda e la fatwa è uno strumento di questa ricerca.
La fatwa ha subito varie evoluzioni nella storia islamica e, in certi ambiti e in certi periodi, è stata colpita da una rigidità che ha ridotto la vastità del significato della sharia. Oggi, nell’epoca digitale, sta vivendo un’altra trasformazione radicale, portata da internet. Ogni giorno un fiume impetuoso di fatwa scorre sul web, richieste soprattutto da giovani musulmani della Gen Z, che vivono in contesti sempre più complessi e plurali. La rivoluzione non sta nella quantità, ma nella qualità del fenomeno. Per secoli, i libri di fatwa hanno portato in primo piano il nome del mufti; chi faceva la domanda era quasi del tutto cancellato, ridotto a un anonimo titolo introduttivo. Oggi avviene il contrario: il nome del mufti spesso non compare nemmeno, mentre la domanda del credente occupa talvolta più spazio della risposta. I giovani scrivono della loro età, della loro professione, della loro famiglia, delle loro relazioni più intime, delle loro paure, dei loro sentimenti. Usano la prima persona singolare – “io” – in un discorso che tradizionalmente era dominato dalla terza persona, generica e impersonale. Il mustafti, il richiedente, si è conquistato uno spazio centrale nel discorso della fatwa, forzandola a passare al “tu”.
Paradossalmente, la virtualità dell’ambiente digitale ha reso le domande più concrete, più umane. Alcuni dichiarano addirittura di non cercare una risposta: vogliono soltanto essere ascoltati. La fatwa online diventa allora uno spazio di ascolto in cui il credente può raccontarsi senza essere giudicato. Il “sé” che traspare da queste domande appare in crisi, frammentato e impotente, indeciso e alla ricerca di legittimazione, ma è la stessa crisi generale che attraversa il sé contemporaneo, in quella che il filosofo Miguel Benasayag ha chiamato “l’epoca dell’intranquillità”. La fatwa è lo strumento che i giovani musulmani molto religiosi utilizzano per affrontare questa crisi, ed è ancora uno spazio di ricerca della verità, nella libertà.
Oggi, però, si affaccia un altro attore sulla scena: l’intelligenza artificiale. Come per i mufti online, c’è la tentazione di delegarle la scelta e affidare a un algoritmo il peso della responsabilità, sulla base di una sua presunta oggettività. Il pensiero islamico, tuttavia, è netto: l’essere umano non è mai sollevato dalla propria responsabilità individuale, nemmeno quando usa strumenti potentissimi. Nel caso della fatwa, la responsabilità della scelta cade sempre sulla persona, chiamata ad accettare o rifiutare il parere del mufti, o a chiederne un altro. Il pericolo, rispetto all’IA o a qualsiasi mufti, è piuttosto la perdita del desiderio di esercitare responsabilmente la nostra libertà nella ricerca della verità.
C’è un’altra parola araba che forse può venire in nostro soccorso, aiutandoci a non perdere questo desiderio, che è parte integrante della nostra umanità, ed è sadàqa, “amicizia”. Essa proviene dal verbo sadaqa che significa “corrispondere a verità”. Dallo stesso verbo discende anche al-sidq, “il vero”, mentre “stringere amicizia” in arabo si esprime con il verbo sàdaqa, che significa “condividere il vero e la verità”. L’amicizia, dunque, è la compagnia lungo il cammino verso la verità.
La verità è una, ma le strade che vi conducono sono infinite e si disegnano con i passi di chi le percorre liberamente e responsabilmente. Nell’epoca digitale, questa scelta libera di condividere il vero con qualcuno è l’ultimo rifugio di ciò che possiamo ancora chiamare, nonostante tutto, civiltà umana.

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Minori e reati, tra i 14 e i 18 anni scatta la “presunzione di responsabilità”: che cosa vuol dire

Un fotogramma del video messaggio di Meloni sul ddl minori

«Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». Perciò, «il Governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minori». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene a sera, poco dopo il termine del Consiglio dei ministri, per riassumere, in un video messaggio sui canali social, le motivazioni che hanno indotto l’esecutivo a varare un ulteriore disegno di legge contenente modifiche alla normativa in materia di imputabilità dei giovanissimi autori di reato. La nuova formulazione, argomenta la premier nel messaggio, «colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari», ma serve «anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono, perché sanno che tanto non accadrà loro nulla». Trattandosi di un disegno di legge, il testo (fino a ieri sera non noto nei dettagli) andrà ora al vaglio delle Camere. Rispetto ai contenuti, la modifica andrebbe a inserirsi nel solco della visione politico-penalistica propugnata dal centrodestra. Alla Camera, ad esempio, è stata incardinata a luglio in commissione Giustizia una proposta di legge (a prima firma di Marta Fascina, ma sottoscritta da diversi altri esponenti di Forza Italia), che punta ad abbassare l’età minima di imputabilità penale da 14 a 13 anni.Ma l’intervento del Governo andrebbe a fare leva su un altro cardine: «Non abbiamo abbassato l’età per la imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene – fa sapere il Guardasigilli Carlo Nordio, in una conferenza stampa dopo il Cdm -. La novità riguarda la presunzione di imputabilità. Oggi essa deve essere accertata positivamente, caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non capacità di intendere e di volere. Così invertiamo l’onere della prova».

La stretta sui minori che delinquono

Nordio lo definisce «il tassello finale di tutta una serie di provvedimenti contro l’aumento della delinquenza minorile» E la premier concorda: «Chi aggredisce, chi rapina chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni». Perciò «abbiamo agito» introducendo in altri pacchetti-sicurezza «l’arresto per i minorenni sorpresi con un’arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli pene più dure per i danneggiamenti di gruppo». Meloni ribadisce quanto precisato da Nordio: «Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere». Invece, «con questo provvedimento, quella capacità si presume sempre. Si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità». Anche il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini prova a intestarsi la modifica, con un post sui social: «Una nuova stretta anti-maranza chiesta a gran voce dalla Lega. Chi sbaglia, paga».

«Severi con chi sbaglia, attenti a chi rischia»

Nel video messaggio, la premier afferma che «la norma da sola non risolve il problema» e «quando si parla dei giovanissimi, non si può ragionare solo sul piano della repressione». A suo modo di vedere, il provvedimento diventerebbe «un tassello in un percorso molto più difficile, spesso silenzioso, perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo». Spesso, ragiona Meloni, «c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto». E riempire quel vuoto «richiede molto lavoro, sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi d’aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree difficili. Noi stiamo lavorando su tutti questi fronti» perché «la fermezza senza alternativa non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema». Secondo la presidente del Consiglio, «alcuni risultati si iniziano a vedere e per questo vogliamo insistere, perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano, ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi».

Le opposizioni: norma perversa, ci pensa Consulta

Sul ddl piovono le critiche delle forze di opposizione. Per la segretaria del Pd Elly Schlein, è «solo propaganda». E la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, rincara la dose: «Ieri gli immigrati, oggi i minori. Non c’è limite alla voglia di fornire uno scalpo piuttosto che risolvere un problema. Come se la manovalanza dei più piccoli fosse un’aspirazione dei ragazzini». Tagliente pure Avs, con Devis Dori, che punzecchia i liberali di Forza Italia («Dove sono finiti?») e argomenta: «Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo con la pdl Fascina. Ma il Cdm sfodera un meccanismo perverso. Consola l’idea che la Consulta, semmai andranno avanti, penserà a fermarli, perché nel diritto penale, come è noto, gli automatismi non devono operare».

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Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»

Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»

Avvenire

Lo chiama solo Bibi, e non per affetto. Non ha dubbi: «È finito». Ma teme  strappi e colpi di coda di chi, dentro e fuori Israele, per sopravvivere politicamente punta sulla guerra. Crede ancora nella soluzione dei due Stati, anche se «non resta molto tempo». Vorrebbe esponenti arabi al governo e uno scambio di territori con la Palestina per chiudere la stagione delle colonie. A Ehud Olmert non interessa passare per il «falco diventato colomba». Fondatore del Likud, sostiene che oggi quel partito «non ha futuro, come Bibi», e punta sull’ascesa dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.
A quasi 81 anni, portati in forma sempre atletica, alterna ironia e occhiate da sornione quando premette di «non avere informazioni dirette». Nel 2008, da primo ministro, arrivò a un passo da un accordo storico tra israeliani e palestinesi. Nei dieci anni da sindaco di Gerusalemme propose di rinunciare alla giurisdizione sulla Città Vecchia per affidarla a un organismo internazionale. Poi la caduta, con la condanna a 16 mesi per corruzione che oggi impallidisce davanti alla mole di inchieste per tangenti e frodi contestate a Netanyahu.
Al termine della lunga intervista, come sempre tra caffè caldo e acqua fresca, ricordi, aneddoti, delusioni e speranze, chiede di riaprire il taccuino per annotare una preoccupazione in più.
Quale?
Gli attacchi ai cristiani in Cisgiordania e a Gerusalemme. La Chiesa fa bene a denunciarli. Mi piacerebbe incontrare Papa Leone XIV. È una figura autorevole, americana, parla perfettamente inglese e può confrontarsi direttamente, anche sul piano della comunicazione, con Netanyahu e Trump.
Come vede le prossime elezioni del 27 ottobre?
Non conosco gli ultimi sondaggi, ma penso che Gadi Eisenkot vincerà. Potrebbe ottenere 25-30 seggi, mentre il Likud rischia di scendere sotto i 20. Bennett (altro leader della destra, ndr) probabilmente non supererà i 10.
Eisenkot cresce perché convince o perché raccoglie i delusi?
Perché gli israeliani lo percepiscono come l’opposto di Netanyahu. Non è arrogante, populista o appariscente. Appare autentico, una persona della quale ci si può fidare.
Incide anche la morte in guerra di suo figlio e di due nipoti?
Conta, ma soprattutto pesa la sua credibilità. Un ex capo di Stato maggiore ha una visione dello Stato, della sicurezza e degli affari internazionali.
La fine politica di Netanyahu è vicina?
Credo di sì. La sua base vale circa il 20% del Paese. Senza di lui il Likud potrebbe ridursi a 10 seggi o meno. Non vedo veri successori.
Che cosa accadrebbe dopo una sconfitta?
La prima decisione del nuovo governo sarà quella di  istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre 2023. Quanto al processo per corruzione, per Bibi il modo più realistico per evitare il carcere sarebbe un patteggiamento, il ritiro dalla politica e una nuova vita, magari a Miami.
I partiti arabi potrebbero entrare nella maggioranza?
Io avrei coinvolto Mansour Abbas, Ayman Odeh e Ahmad Tibi (esponenti dei movimenti arabi nel parlamento israeliano, ndr). Non sono sionisti, ma sono cittadini leali e rappresentano una parte importante della popolazione. È inconcepibile che gli arabi israeliani restino esclusi dal governo.
Solo una necessità numerica?
No, anche un cambiamento culturale. Dopo alcuni anni di partecipazione al governo molte barriere cadrebbero.
Che cosa cambierebbe con Eisenkot su Gaza e Cisgiordania?
Aprirebbe un dialogo con l’Autorità palestinese. Forse non potrebbe avviare subito un vero negoziato, perché avrebbe bisogno anche di Bennett e Lieberman (esponenti della destra, ndr), ma cambierebbero  linguaggio e clima.
In che modo?
Sarebbe più misurato. E soprattutto non continuerebbe la strategia di Bibi: gestire il conflitto attraverso Hamas invece di affrontarlo con l’Autorità palestinese. La rotta finalmente tornerebbe a essere quella della creazione dei due Stati.
È ancora una soluzione praticabile?
Sì, ma non per molto. Oltre l’80% degli israeliani oltre la Linea Verde (il riferimento usato dalla quasi totalità della comunità internazionale per distinguere Israele dai territori occupati, ndr) vive nel 4,4% della Cisgiordania. I principali blocchi potrebbero essere annessi a Israele attraverso uno scambio territoriale equivalente.
E le nuove colonie?
Se diventasse premier, Eisenkot probabilmente congelerebbe l’espansione degli insediamenti per salvaguardare una soluzione politica.
Che ne sarebbe del 20% di coloni che continuano a occupare più in profondità la Cisgiordania e moltiplicano gli insediamenti?
Avrebbero tre possibilità: restare mantenendo la cittadinanza israeliana ma vivendo sotto lo Stato palestinese; trasferirsi nei blocchi annessi a Israele in cambio della cessione di territorio alla Cisgiordania; oppure rientrare entro i confini israeliani.
Israele deve affrontare anche una crisi interna di lungo periodo: la crescita della popolazione ultraortodossa, l’esenzione dal servizio militare e la loro scarsa partecipazione al mercato del lavoro. Come si possono cambiare questa mentalità e questo assetto politico?
Il problema è stato ingigantito oltre le sue reali proporzioni. Credo che si possa raggiungere un accordo con gli ultraortodossi per un servizio sociale nazionale a tempo parziale. Un servizio che li obblighi a dedicare una parte del loro tempo alla comunità. Dopo le elezioni si potrà aprire una collaborazione con gli ultraortodossi sulla base di un accordo per questo genere di servizio nazionale.
L’esito del voto israeliano potrebbe influenzare le elezioni palestinesi del 27 novembre?
Spero che i palestinesi colgano l’opportunità di un cambiamento in Israele. Servirebbe anche a loro una nuova leadership capace di parlare di pace e di liberarsi degli estremisti di Hamas, della Jihad islamica e degli altri gruppi armati.
A proposito di gruppi armati e influenze estere, perché Iran e Israele evitano lo scontro diretto?
Israele non può attaccare l’Iran senza l’autorizzazione di Trump. Teheran ritiene meno costoso colpire i Paesi vicini e confrontarsi soprattutto con gli Stati Uniti. Se attaccasse direttamente Israele, noi reagiremmo e Trump non potrebbe fermare Netanyahu. Gli iraniani sono molto prudenti e calcolatori.
Da qui a ottobre teme una escalation che incida sul voto?
Spero di no. Ma sorprese e sabotaggi non possono essere esclusi.

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Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Corriere Toscano

Vivere a lungo? Il segreto è nascosto nelle ore che passiamo sotto le coperte, ma attenzione: la famosa regola delle otto ore è stata ufficialmente messa in discussione. Una ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ha demolito i vecchi miti, dimostrando che per restare biologicamente giovani esiste una “zona magica” molto più precisa, compresa tra le 6 e le 8 ore di riposo. Non si tratta solo di non avere le occhiaie: dormire il giusto tempo agisce come un vero filtro antietà e protegge il cuore, il fegato e i polmoni dall’usura del tempo.

A guidare questa indagine è stato Junhao Wen, un neuroscienziato computazionale della Columbia University di New York, insieme al Multi Consortium, un team internazionale di esperti. Wen, che ironicamente si definisce un “dormiglione leggero” che si sveglia spesso di notte, voleva capire se il sonno influenzasse solo il cervello o l’intero organismo.

Per farlo, i ricercatori hanno attinto alla Uk Biobank, un database immenso che contiene le informazioni sanitarie di oltre 500.000 adulti britannici. Non si sono limitati a chiedere “quanto dormi?”, ma hanno incrociato le risposte con risonanze magnetiche, analisi delle proteine nel sangue (proteomica) e dei prodotti del metabolismo (metabolomica).

Il metodo: 23 orologi per misurare la vecchiaia

La vera innovazione dello studio è stata l’uso di 23 diversi “orologi dell’invecchiamento biologico”. Grazie all’intelligenza artificiale, questi algoritmi sono in grado di analizzare un organo, come il cuore, i polmoni o il fegato, e stabilire se è “più vecchio” o “più giovane” rispetto all’età anagrafica della persona. In pratica, hanno scoperto che puoi avere 40 anni sulla carta, ma un cuore di 45 o un fegato di 35, a seconda di quante ore passi sotto le coperte.

Il mistero delle 8 ore

Lo studio ha rivelato un modello a forma di “U”: sia dormire troppo poco (meno di 6 ore) che dormire troppo (più di 8 ore) accelera l’invecchiamento biologico.

Ma ecco la curiosità che scardina le vecchie certezze: il “minimo” invecchiamento non si trova esattamente a 8 ore, ma fluttua in un intervallo specifico tra 6,4 e 7,8 ore. Una quantità, insomma, che non è né troppa, né troppo poca, ma “giusta” per mantenere le cellule attive e in salute. Nello specifico:

  • Sotto le 6 ore (sonno breve), il corpo subisce un invecchiamento accelerato e sistemico. I dati mostrano un legame diretto con rischi più alti di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiache e depressione.
  • Sopra le 8 ore (sonno lungo), l’invecchiamento accelera, specialmente nel cervello e nei tessuti adiposi. Tuttavia, gli scienziati sospettano che in questo caso dormire molto sia più un segnale di problemi di salute già esistenti piuttosto che la causa diretta dell’invecchiamento.

Ogni organo ha il suo “cuscino” ideale

Un altro dettaglio emerso dalla ricerca è che i nostri organi non invecchiano tutti allo stesso ritmo e non hanno tutti bisogno della stessa quantità di riposo.

La struttura fisica del cervello sembra mantenersi più giovane con circa 6,5 ore di sonno. Ma se guardiamo alla “pulizia” molecolare e alle proteine cerebrali, il bisogno sale a 7,7 ore. Fegato e polmoni, invece, mostrano una sensibilità particolare alle fluttuazioni del sonno, invecchiando più precocemente se si scende sotto la soglia critica delle 6 ore.

Lo studio ha notato, inoltre, che gli uomini mostrano un invecchiamento cerebrale più rapido visibile nelle risonanze magnetiche, mentre le donne mostrano segni più evidenti dalle analisi del sangue.

Il sonno è uno strumento modificabile

La conclusione più importante di questo studio è che le nostre abitudini di sonno non sono scritte interamente nel nostro Dna. I ricercatori hanno trovato pochissimi legami genetici con i pattern di sonno anomali, suggerendo che dormire bene sia un fattore ambientale e modificabile.

Migliorare la durata e la qualità del sonno non serve solo a non avere le occhiaie il giorno dopo: è uno dei modi più semplici e concreti che abbiamo per “riportare indietro le lancette” dei nostri orologi biologici e proteggere ogni singolo organo della nostra complessa macchina umana.

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Come vivere cristianamente le vacanze? La domanda non arriva da un teologo né da un vescovo, ma da Maurizio, un fedele romano che ha deciso di prendere carta e penna per scrivere direttamente a Leone XIV. Non chiede indicazioni su mete di pellegrinaggio o pratiche devozionali, ma un consiglio semplice: come trasformare il tempo del riposo in un’occasione di crescita spirituale, senza ridurlo a una parentesi di evasione.

La risposta del Pontefice, pubblicata sull’ultimo numero della Rivista San Pietro, diretta da padre Enzo Fortunato, traccia una sorta di piccolo decalogo delle ferie cristiane. Nessuna lista di divieti, nessun moralismo, ma alcuni principi che delineano uno stile di vita.

Il primo è la coerenza. «Le vacanze siano coerenti con uno stile cristiano di vita», scrive Leone XIV. Un’indicazione volutamente essenziale, che lascia alla responsabilità personale il compito di tradurre il Vangelo nelle scelte quotidiane, anche quando ci si concede una pausa dal lavoro.

Il secondo richiamo riguarda la sobrietà. Per il Papa il tempo libero non deve trasformarsi in una corsa al consumo o nell’esibizione del benessere. «Utilizziamo anche il tempo dell’estate per vivere il Vangelo della pace e della misericordia. Pensiamo al privilegio che abbiamo quando sosteniamo i poveri e testimoniamo la povertà evangelica. Questo è un servizio che facciamo a Cristo stesso». Da qui l’invito a evitare «gli eccessi e gli sprechi, il materialismo e il consumismo», educandosi alla sobrietà. «Ricordiamoci sempre che l’accumulo dei beni ostacola l’evangelizzazione».

Non è soltanto un’esortazione morale. È una critica, implicita ma chiara, a un modello di vacanza spesso identificato con il lusso, il consumo e la ricerca del superfluo. Per Leone XIV il riposo non perde il suo valore, ma acquista senso quando non interrompe il rapporto con gli altri e con il Vangelo.

C’è poi un passaggio dedicato agli anziani, che riflette una delle costanti del suo magistero. «Alle famiglie dico: non lasciate soli i vostri anziani». Un invito rivolto ai figli e ai nipoti, ma anche ai volontari: «Impegnatevi a portare umanità e speranza ai sofferenti e vedrete frutti di grazia». Le ferie diventano così anche tempo di relazioni ritrovate e di prossimità verso chi rischia maggiormente la solitudine.

Infine il Papa allarga lo sguardo alle tante ferite del mondo. «Pensiamo ai malati, alle persone che hanno perso la fiducia nella vita, a chi è travolto dal dolore per la perdita dei propri cari, alle vittime delle guerre, dell’odio, del terrorismo e della violenza, ai perseguitati a causa della fede e della giustizia, ai detenuti, a chi è rimasto senza lavoro, senza casa, ai migranti umanamente non accolti». Per Leone XIV le vacanze non possono trasformarsi in una sospensione dell’attenzione verso chi soffre. Al contrario, dovrebbero diventare «uno spazio di sospensione dalle occupazioni e dalle preoccupazioni, nel quale poter vivere esperienze autentiche di amicizia».

Ne emerge un’idea precisa del riposo cristiano: non una fuga dalla realtà, ma un tempo per recuperare equilibrio, coltivare relazioni e riscoprire la solidarietà. Una visione che si inserisce nella linea pastorale di Leone XIV, sempre attenta a coniugare spiritualità e responsabilità sociale.

Del resto, lo stesso Pontefice sta vivendo le sue ferie in questa prospettiva. Ospite del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo fino alla fine del mese, alterna momenti di riposo ad appuntamenti di preghiera e pellegrinaggio. Ha ripreso a praticare sport, utilizzando la piscina fatta realizzare da Giovanni Paolo II e i campi da tennis della residenza pontificia, ma ha anche scelto di uscire più volte per visitare alcuni dei principali luoghi della spiritualità italiana: dall’Abbazia di Montecassino ai monasteri di Subiaco, fino al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra. Un modo concreto per mostrare che, anche durante le vacanze, il riposo può convivere con la preghiera, la contemplazione e l’incontro con le radici della fede.

Il Messaggero

Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull’assoluzione

Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull'assoluzione

Le «notizie» riguardo «una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici» sul caso di padre Marko Ivan Rupnik «sono assolutamente infondate». È intervenuto direttamente il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, per smentire le indiscrezioni  «comparse sui media nei giorni scorsi» che riportavano la presunta assoluzione dell’ex gesuita sloveno nel procedimento canonico in corso a suo carico per abusi sessuali, fisici e psicologici e abusi di coscienza. «La valutazione del caso è ancora in corso, si legge ancora nella comunicazione diffusa ai giornalisti, «e il collegio sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dagli interessati e a mezzo stampa». Durante il processo, viene specificato, «come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso e per evitare di ferire tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda».
Nei giorni scorsi, infatti, cinque ex religiose presunte vittime di abusi da parte del sacerdote mosaicista, hanno scritto direttamente al prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, per chiedere informazioni sulla fondatezza delle notizie non confermate riportate dal blog tradizionalista Messainlatino.it il 20 luglio scorso. «Gira insistentemente la voce che don Rupnik sia stato assolto dall’accusa di violenza – ha scritto l’avvocato Laura Sgrò in loro nome -. Nessuna conferma da organi accreditati ma neppure una smentita. Le mie assistite sono assai sconfortate e addolorate». Le ultime notizie ufficiali riguardo il processo risalgono al 13 ottobre del 2025, quando l’ex Sant’Uffizio aveva annunciato la nomina dei cinque giudici del Tribunale che avrebbero affrontato il caso. «Questo processo penale canonico ha natura giudiziale – ha specificato ancora nella nota Bruni – e, come già comunicato, è in deroga alla prescrizione di eventuali reati e potrà dare indicazioni circa la colpevolezza o meno a norma del Diritto Canonico» che «può giudicare e comminare pene per quanto concerne la vita interna alla Chiesa, mentre Marko Ivan Rupnik resta soggetto alla legislazione dei paesi in cui eventuali reati fossero stati commessi e la prescrizione per tali reati è stabilita dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica».
Anche papa Leone XIV, a novembre scorso, rispondendo ai giornalisti a Castel Gandolfo aveva sottolineato l’apertura del nuovo processo, ricordando che «i procedimenti giudiziari richiedono tempo». «Il principio secondo cui una persona è innocente fino a prova contraria vale anche nella Chiesa – aveva aggiunto -. Auspico che questo processo, appena iniziato, possa portare chiarezza a tutte le persone coinvolte». L’indagine vaticana, infatti, era stata avviata nell’ottobre 2023 quando papa Francesco aveva revocato la prescrizione dei delitti contestati. Già nel 2019 la Congregazione per la Dottrina della fede aveva avviato un procedimento penale amministrativo dopo le prime denunce considerate credibili. Nel 2020 il Vaticano annunciò che Rupnik era incorso nella scomunica latae sententiae per aver assolto in confessione una persona con cui aveva peccato contro il sesto comandamento. Scomunica che poi era stata revocata due settimane dopo da papa Francesco. La Compagnia di Gesù ha successivamente espulso Rupnik nel giugno 2023, citando una «persistente mancanza di obbedienza».

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