Lefebvriani in attesa

di: Lorenzo Prezzi

lefebvriani

Un comunicato della Fraternità sacerdotale san Pio X (lefebvriani) del 13 ottobre annuncia l’attesa di una risposta al ricorso presentato al dicastero dopo il decreto di scomunica del 2 luglio in seguito all’avvenuta ordinazione illecita di quattro vescovi (cf. SettimanaNews). Si informa che il ricorso è stato inoltrato l’11 luglio (reso noto il 13) come passo previsto dal diritto canonico e secondo i termini e le procedure indicate.

«Con tali iniziative i vescovi della Fraternità intendono esercitare il diritto riconosciuto loro dalla Chiesa, chiedendo l’esame delle obiezioni giuridiche e dottrinali che hanno formulato nei confronti dei testi del 2 luglio», il decreto e la nota esplicativa del Dicastero. «In attesa del seguito che verrà dato a tali iniziative da parte delle autorità competenti, la Fraternità intende osservare la discrezione richiesta dalla natura di tali procedure» e invita tutti alla preghiera.

Curioso modo di osservare la discrezione dandone comunicazione ufficiale, ma coerente con i funambolismi logici, giuridici e spirituali cui i responsabili sono costretti a ricorrere per la giustificazione sempre più traballante delle scelte compiute. Difficile immaginare che si possa contestare in radice i documenti del Vaticano II e un’intera stagione della Chiesa universale, invocando le norme previste dal Codice di diritto canonico, quando la legislazione nasce proprio da quei documenti e da quella stagione. Se le norme sono frutto delle costituzioni, decreti e dichiarazioni conciliari come potrebbero giustificare il loro radicale rifiuto?

Il testo del comunicato dei lefebvriani parla dell’attesa di una risposta dando l’illusione di una sospensiva della pena della scomunica. Così non è perché la pena è legata all’atto (la consacrazione senza il consenso papale) e non al decreto. La scomunica è determinata automaticamente dal gesto dell’ordinazione illecita e una sospensiva del decreto (che attesta la sua certezza giuridica) non la elimina. Il ricorso sospende il decreto ma non la pena che è legata al fatto (cf. SettimanaNews).

Vi è una dissonanza esplicita fra la rivendicazione di un diritto ecclesiale e il rifiuto di riconoscere la pertinenza dell’autorità papale nell’evento consacratorio. In base a quale autorità e in ragione di quale legame ecclesiale si possono indicare le censure come «obiettivamente ingiuste e invalide» come scrive il superiore generale nella lettera ai fedeli del 3 luglio? Se si accetta la remissione della scomunica decretata da Benedetto XVI nel 2009 significa riconoscere che la scomunica c’era ed è oggi riaffermata. Con la successiva domanda sulla coerenza di un’azione pastorale di vescovi e preti nelle comunità su tutti gli elementi della cura pastorale.

L’attesa di un atto conclusivo dell’intera vicenda è auspicabile secondo i tempi talora estenuanti della curia romana. Ma è probabile un punto fermo che consegni la Fraternità ad un cammino ormai solitario ed esposto a derive imprevedibili

Settimana News

Ortodossia: A 10 anni dal concilio di Creta

di: Lorenzo Prezzi
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Lavori del Grande e santo concilio delle Chiese ortodosse a Creta (2016).

Dopo dieci anni dal “grande e santo concilio” delle Chiese ortodosse in Grecia, a Creta (19-26 giugno 2016), vescovi e teologi si sono ritrovati a Chantilly (Svizzera; 5-8 ottobre 2026).

Guidati dal metropolita Emmanuel, uno dei gerarchi di maggior rilievo nel patriarcato di Costantinopoli, oltre una trentina di relatori hanno illuminato i testi e la recezione dell’evento conciliare.

Dopo quello del 1872, in cui si era condannato il filetismo e cioè la riduzione nazionalistica delle Chiese con la conseguente pretesa di antonomia-autocefalia, l’avvio della preparazione al concilio di Creta corre in parallelo all’esperienza del Vaticano II.

Prende vita, infatti, con la conferenza panortossa di Rodi nel 1961, ma la preparazione faticosa e contrastata si allunga per oltre cinquant’anni e arriva alla conclusione grazie alla convinta spinta di Costantinopoli e di Bartolomeo in particolare.

Nonostante la preparazione condivisa fra tutte le 14 Chiese autocefale, poche settimane prima della celebrazione quattro di esse si sono ritirate: Antiochia, Mosca, Georgia e Bulgaria.

Uno dei risultati dell’attuale convegno è stata la partecipazione di tre delle Chiese assenti, mentre la Chiesa russa ha confermato la sua decisione di non partecipare.

Del convegno riprendo qualche elemento del discorso introduttivo di Bartolomeo I e della tavola rotonda finale (i testi sono in buona parte recuperabili sul sito Ortodoxie.com).

Il patriarca qualifica il concilio come «l’evento ecclesiale determinante per l’autocoscienza e il cammino dell’ortodossia contemporanea», capitolo rilevante della storia conciliare della Chiesa.

Gli otto testi approvati, assieme all’enciclica finale e al messaggio, costituiscono un patrimonio ormai largamente condiviso dalle Chiese, in particolare nella diaspora: dalla vita liturgica alla spiritualità, dal matrimonio al digiuno, dalla struttura canonica alla vita sacramentale, dall’ecumenismo alla missione nel mondo attuale. E soprattutto nella conferma che il culto, come l’insegnamento e la predicazione, vivono nell’esperienza del convenire, della sinodalità. «La conciliarità è il modo di esistenza e di funzionamento della Chiesa, è il suo ethos».

Una parola severa è dedicata agli assenti di allora: «Non esisteva alcuna ragione teologica o ecclesiologica per impedire la celebrazione del concilio. Rimandare la convocazione (come chiedeva la Chiesa russa, ndr.), avrebbe significato l’abbandono definitivo del progetto, e forse è proprio questo che alcuni auspicavano e cercavano».

Importante fu il ruolo della teologia e dell’apertura ecumenica, in piena fedeltà alla tradizione ortodossa. Nel decennio il tesoro del concilio è stato tradotto in molte lingue con significativi approfondimenti teologici, anche se la recezione va continuamente sollecitata.

Il domenicano p. Hyacinthe Destivelle ha sintetizzato gli orientamenti conciliari fissati nell’enciclica finale come un’ecclesiologia eucaristica che fa emergere la natura conciliare della Chiesa.

La sua missione nel mondo è espressa come “ecclesializzazione” della realtà, che significa la trasformazione della creazione nel corpo di Cristo che è la Chiesa. In conseguenza a questo impianto teologico, emerge un’antropologia indissociabile dell’ecclesiologia. Infine, emerge dai testi, una scelta ecumenica che, pur nel suo limite, è foriera di sviluppi ben maggiori di quelli già raggiunti.

Nella tavola rotonda finale il metropolita Job di Pisizia, del patriarcato ecumenico, ha ricordato tre questioni che rimangono aperte dopo lo scavo prezioso dell’assemblea di Creta.

Va precisato il riconoscimento delle altre Chiese cristiane che non possono essere ricondotte solo alla loro presenza nella storia senza riconoscere il loro carattere propriamente ecclesiale.

In secondo luogo, va alimentata la ricerca sulla questione antropologica ben oltre la prudente riserva emersa dai testi conciliari, restii a indicare l’umano come “persona” per non oscurare la qualità personale attribuita alla Trinità.

Infine, va meglio calibrata la corrispondenza fra acribia, cioè il giudizio ecclesiale formalizzato in norme, con l’economia, cioè la misericordia come eccezione. In realtà, l’economia-misericordia designa l’intero del mistero della salvezza per l’uomo.

Il professore John Chryssavgis, dell’istituto ecumenico Huffington, ha ricordato un elemento prezioso di continuità rispetto al concilio e cioè la pubblicazione di un testo dal titolo Per la vita del mondo, verso un ethos sociale della Chiesa ortodossa.

Il testo, pubblicato nel 2020, identifica le principali sfide sociali e culturali delle comunità ortodosse e si è rivelato un punto di riferimento per una dottrina sociale ortodossa costruita con l’apporto di molte Chiese e scuole teologiche.

L’arcivescovo Giovanni di Tirana e di tutta l’Albania ha rinnovato la denuncia del pericolo nazionalista per le Chiede dell’ortodossia e la necessità urgente della pratica della sinodalità. «Il fondamento teologico della sinodalità ci porta a coltivare la comunione nel concreto. E l’esperienza sinodale ci aiuta a comprendere in profondità ciò che professiamo rispetto alla Chiesa e alla sua identità».

È toccato al dott. Cerol Saba, portavoce dell’assemblea dei vescovi ortodossi di Francia, ricordare le drammatiche sfide che si aprono davanti alle comunità cristiane: dai conflitti al nuovo disordine mondiale, dai messianismi politici alla fine del multilateralismo, dalla fine del diritto internazionale alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Assieme a molte altre voci, ha invocato l’assoluta urgenza dell’unità fra le Chiese ortodosse. «Sono convinto che il mondo ortodosso ha oggi più che mai bisogno di mettere in opera dei nuovi processi di mediazione».

Davanti alle domande condivise di un nuovo concilio, il prof. Nicolas Kazarian, prete ortodosso e professore a Boston, ha smorzato le attese in un’intervista a La Croix (8 ottobre): «Per ipotizzare un nuovo concilio bisognerebbe investire tutto ciò che è richiesto dal segretariato preconciliare, dalle nomine dei rappresentanti delle Chiese nei diversi comitati… Strutturalmente siamo ancora molto distanti. L’incontro con i primati delle antiche Chiese della “pentarchia” nel prossimo novembre potrà permettere di avanzare in questo senso».

La 13enne ucraina che ha salutato il Papa: “Un sogno realizzato”. Operata in Italia per un tumore, aveva già abbracciato Leone a San Pietro

La 13enne ucraina che ha salutato il Papa,  'un sogno realizzato ' - RIPRODUZIONE RISERVATA

“Un sogno realizzato”.

Così la stessa ragazzina ucraina, la tredicenne Varvara, curata in Italia da una malattia ormai superata, ha commentato con i giornalisti all’uscita dal Gemelli il saluto personale che ha potuto scambiare con papa Leone.

Il 31 dicembre scorso, in un’udienza in Piazza San Pietro, come ricorda Vatican news, malata di tumore e prossima ad una operazione, aveva già potuto abbracciare il Papa dal quale, raccontava, aveva ricevuto forza e incoraggiamento”.

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Flash Charging contro Multi-Energy, il duello che deciderà il futuro dell’auto

Flash Charging contro Multi-Energy, il duello che deciderà il futuro dell'auto

Il Salone dell’Auto di Parigi 2026 verrà ricordato come il momento in cui l’industria automobilistica globale ha smesso di teorizzare la transizione energetica per affrontarne la realtà operativa. Tra i padiglioni del centro espositivo di Porte de Versailles non si è assistito soltanto a una semplice passerella di nuovi modelli, ma alla messa in scena di uno scontro filosofico, industriale e tecnologico senza precedenti tra i costruttori europei e i giganti dell’automotive asiatico, Cina in testa. Al centro di questa contesa figurano due grandi pilastri strategici: da un lato la corsa alla velocità di ricarica estrema e alla democratizzazione dei prezzi; dall’altro la ricerca di una flessibilità produttiva capace di proteggere i bilanci dei costruttori tradizionali in una fase di transizione dai ritmi incerti.
Il punto di rottura tecnologico del Salone è indiscutibilmente rappresentato dall’avvento della ricarica ultra-rapida di nuova generazione. Fino a ieri, l’ansia da ricarica e i tempi di attesa alle colonnine costituivano la principale barriera psicologica per l’adozione di massa dell’auto elettrica. A Parigi, le case cinesi hanno dimostrato come questa barriera sia ormai sul punto di crollare definitivamente. Il debutto europeo della BYD Atto 8 ha catturato l’attenzione di analisti e addetti ai lavori grazie all’introduzione della tecnologia proprietaria Flash Charging abbinata alla nuova evoluzione della Blade Battery da 115 kWh. La promessa non è più quella di ricaricare l’auto in mezz’ora, ma di ripristinare dal 10% al 97% della batteria in appena 9 minuti (con un rifornimento parziale fino al 70% completabile in circa 5 minuti). Si tratta di tempi di sosta del tutto paragonabili a quelli di un pieno di carburante tradizionale o a una breve sosta caffè.
Questo balzo in avanti non rileva soltanto per la velocità teorica, ma per l’impatto sulla gestione termica ed elettrochimica dell’accumulatore, in grado di mantenere efficienze di carica elevate anche a temperature estreme. Abbinando queste prestazioni a listini competitivi e a dotazioni di bordo ricche di sensori LiDAR e software avanzati, i brand cinesi confermano la loro strategia: guidare il cambio di paradigma tecnologico imponendo standard standardizzati e difficilmente eguagliabili nel breve periodo.
La risposta europea. Di fronte all’offensiva cinese, l’industria europea non è rimasta a guardare, ma ha scelto una strada strategica differente, fondata sul pragmatismo industriale e sulla massima flessibilità. Se i competitor asiatici scommettono quasi unicamente su architetture native 100% elettriche (BEV), i grandi gruppi europei come Stellantis, Renault e Volkswagen hanno mostrato a Parigi la forza delle nuove piattaforme Multi-Energy.
Questa scelta risponde a una duplice esigenza. Da un lato, il mercato europeo viaggia a velocità differenti: mentre i paesi del Nord Europa avanzano rapidi verso l’elettrificazione totale, i mercati del Sud ed Est Europa mostrano tassi di adozione più contenuti, frenati da infrastrutture di ricarica ancora disomogenee e da una capacità di spesa medio-bassa. Dall’altro lato, i costi di sviluppo di piattaforme esclusivamente elettriche rischiano di appesantire eccessivamente le finanze dei gruppi industriali del Vecchio Continente. Piattaforme modulari di nuova concezione consentono invece di assemblare sulle stesse linee di montaggio vetture con propulsioni Mild-Hybrid, Full Hybrid, Plug-in Hybrid o 100% elettriche, adattando la produzione in tempo reale alla domanda effettiva dei concessionari. Questa versatilità permette di difendere i margini operativi senza rinunciare alla decarbonizzazione progressiva.
La guerra del software e delle materie prime. La sfida esposta a Parigi non riguarda però soltanto motori e batterie, ma si estende alla sovranità del software e della catena del valore. Se sul fronte dell’infotainment e della connettività l’integrazione nativa dell’intelligenza artificiale e la gestione centralizzata dei veicoli tramite Software-Defined Vehicles (SDV) vedono una competizione serrata, la vera partita di fondo resta economica. L’integrazione verticale dei produttori cinesi — che controllano l’intera filiera, dall’estrazione delle materie prime alla raffinazione dei metalli critici fino all’assemblaggio dei pacchi batteria — garantisce loro un vantaggio strutturale sui costi di produzione nell’ordine del 20-30%. L’Europa risponde con politiche industriali volte a localizzare la produzione di gigafactory sul territorio comunitario e con l’introduzione di soluzioni tecnologiche volte a ridurre la dipendenza da cobalto e litio, puntando su batterie LFP (litio-ferro-fosfato) di seconda generazione e su architetture di ricarica ad altissima tensione (800V e oltre).
Un nuovo equilibrio per il mercato globale. Il Salone di Parigi 2026 segna dunque il passaggio da una fase di entusiasmo teorico a un confronto di mercato maturo e serrato. La reazione dei consumatori nei prossimi mesi dirà se a prevalere sarà il modello d’assalto tecnologico basato sul Flash Charging e sul tutto-elettrico, oppure la transizione flessibile e pragmatica proposta dalla risposta Multi-Energy europea. Una cosa è certa: la competizione non è mai stata così accesa e a trarre il massimo beneficio da questa battaglia d’ingegneria e di prezzo sarà, alla fine, il consumatore finale.

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Avvenire

C’è un tesoro di vita in ogni coppia: ritroviamolo prima di “correre” alla provetta

C’è un tesoro di vita in ogni coppia: ritroviamolo prima di “correre” alla provetta

L’infertilità è un ospite silenzioso: entra nella vita di una persona e di una coppia senza dare alcun segnale della sua presenza se non quando si va alla ricerca di una gravidanza. L’infertilità è un ospite inatteso: può modificare in modo drammatico la vita di una persona e di una coppia e mettere in crisi il loro desiderio di maternità e paternità. L’infertilità è un ospite che bussa alla porta di un numero crescente di coppie: «L’infertilità colpisce gran parte della popolazione mondiale, con circa una persona su sei che ne soffre nel corso della propria vita» si legge nel Rapporto “Infertility Prevalence Estimates – 1990-2021”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2023. L’infertilità è un ospite, che richiede risposte non sempre facili da individuare.
Di fronte a una coppia con problemi di infertilità è necessario fare, innanzitutto, una diagnosi eziopatogenetica, individuare i possibili trattamenti e accompagnare la coppia nel suo percorso di ricerca di una gravidanza: passaggi, questi, che richiedono – da una parte – la presenza di una équipe curante con specifiche expertise e, dall’altra, tempo. Ed è proprio il tempo, che spesso manca. Un orologio biologico, le cui lancette girano velocemente e in modo inesorabile sia per la donna sia per l’uomo; la mancanza di un’educazione al tempo e all’attesa; il prevalere di una cultura del fast: tutto concorre alla ricerca di soluzioni rapide, anche se non sempre efficaci.
Rispettare il tempo e i tempi, supportare le coppie con problemi di infertilità, recuperare il potenziale fertile della donna e dell’uomo, ricercare in modo naturale una gravidanza: questi sono gli obiettivi di quanti operano in Isi (Istituto scientifico internazionale)-Paolo VI e il cui lavoro clinico e di ricerca viene presentato in questi giorni nel corso del congresso “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”. Muovendo da una vision e lavorando per una mission che mette al centro la coppia con i suoi bisogni e le sue fragilità e un approccio secondo natura, si stanno raccogliendo risultati molto interessanti. Senza escludere le coppie che hanno deciso di non continuare il percorso di ricerca di una gravidanza e le coppie con sterilità insuperabile, si è registrato infatti un tasso di gravidanza pari al 18%. Un risultato veramente importante se confrontato con i dati riportati nella Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sull’attuazione della legge 40/2004 (febbraio 2026): il tasso di successi per cicli iniziati è stato del 10% con l’inseminazione intrauterina e dell’11,9% con tecniche di Procreazione medicalmente assistita di II e III livello tra cui, ad esempio, la Fivet o la Icsi.
Un risultato raggiunto grazie alla collaborazione di specialisti di varie discipline, perché l’essere fertili è il risultato del concorrere di tanti fattori maschili e femminili, fattori fisici e psichici. D’altra parte, la fertilità è un equilibrio delicato e dinamico, che può essere destabilizzato da comportamenti e stili di vita non salutari (dieta, fumo, alcool, droghe, sedentarietà, malattie sessualmente trasmesse), da condizioni ambientali (interferenti endocrini), da patologie sistemiche o dell’apparato riproduttivo, dal malessere psicologico. E – non da ultimo – dall’età della donna e dell’uomo nel momento della ricerca della gravidanza. Accanto alle condizioni di infertilità che accadono, ce ne sono quindi altre che potrebbero essere prevenute. È, però, un dato di fatto che si lavori molto poco per tutelare la fertilità migliorando le conoscenze e la consapevolezza da parte della popolazione, e che non si investa sulla promozione della salute preconcezionale e sulla prevenzione dell’infertilità già a partire dall’età dell’adolescenza.
Avvenire

Casa e famiglia, il mondo che non c’è più. Tutte le alternative possibili per l’abitare insieme

Fiori all'ingresso della casa di Maricarmen, a Madrid

Quando parliamo di casa come spazio di radicamento e luogo di identità ci riferiamo proprio al senso di appartenenza che deriva dal fatto di amare ciò che la casa rappresenta. La casa rispecchia la storia della famiglia: gli oggetti, i colori scelti, le foto alle pareti, la disposizione dei mobili sono la manifestazione visibile dei valori, del gusto di chi l’ha pensata proprio a quel modo e quindi del percorso di vita condiviso. Un’osservazione tanto più vera quando si risiede a lungo nella stessa casa, ancora di più quando sotto lo stesso tetto sono passate più generazioni. Allora il senso del “ritorno a casa” acquista, anche per i figli che ormai studiano o lavorano in una città lontana rispetto al luogo d’origine, il sapore di una riscoperta identitaria insieme alla possibilità di comprendere sempre meglio ciò che si è lasciato alle spalle, i ricordi, le memorie familiari. Oggi le grandi case dove più generazioni avevano la possibilità di condividere momenti ordinari e giorni di festa sono quasi scomparse ma, soprattutto lontano dai grandi centri urbani, nella provincia profonda, nelle zone più rurali, rimangono ancora abitazioni con le pareti imbevute di significati profondi, stanze che assolvono ancora alla funzione di contenitori della memoria affettiva intergenerazionale. Ma sono sempre meno, come sempre meno sono le famiglie che possono permettersi un’abitazione con gli spazi adeguati per vivere dignitosamente con i propri figli. Non sono considerazioni nostalgiche ma l’evidenza – confermata dalle statistiche – di un cambiamento immobiliare, che è anche culturale, in cui tutti siamo immersi e che si è finora rivelato complicato e sgradevole, se non fallimentare, per le sorti della famiglia. Suddividere un appartamento di 120 metri quadrati per ricavarne tre miniappartamenti da 40 metri quadri o anche meno – come si fa ormai abitualmente nelle grandi città – darà certamente vantaggi economici a chi beneficia della ristrutturazione, ma non ne darà alcuno a chi dovrà pensare la propria vita familiare in quegli spazi così ridotti.

Perché la casa è il luogo in cui ci si apre al mondo?

Da anni l’associazionismo familiare indica nella possibilità di offrire alle giovani coppie abitazioni a prezzi ragionevoli, dotate dei servizi essenziali e di spazi adeguati, una delle chiavi di volta per combattere l’inverno demografico. L’abitazione, come detto, è un punto di partenza irrinunciabile per chi decide di trasformare un sentimento in un progetto di vita. Quando l’abitazione c’è, magari grazie ai genitori o ad altre circostanze familiari – la casa dei nonni, quella di una zia non sposata che l’ha lasciata in eredità – la giovane coppia risolve il primo ostacolo concreto del suo percorso di vita. Siamo convinti che, come più volte argomentato, gli aspetti materiali del far famiglia – casa, lavoro, fiscalità, politiche familiari – siano soltanto uno degli elementi che concorrono a scoraggiare matrimoni e nascite. Alle radici di questa eclissi globale di responsabilità – al di là del fatto che il numero di giovani è sempre più esiguo – ci sono ragioni culturali e spirituali come la fatica di assumere impegni definitivi, l’incertezza nel futuro, l’incapacità di guardare all’amore come dono ricevuto da ridonare, la paura di diventare adulti, gli esempi scoraggianti che derivano dal numero crescente di separazioni e divorzi, e tanto altro che abbiamo spesso raccontato su queste pagine.
È indubbio però che la casa, come valore ideale e realtà concreta, sia un elemento che può fare la differenza. Dal punto di vista pratico, che si tratti di proprietà o di locazione stabile, la casa rappresenta la prima voce di pianificazione finanziaria di una famiglia. La stabilità abitativa permette una programmazione a lungo termine – risparmi, investimenti sull’educazione dei figli, carriera lavorativa – e permette l’organizzazione della vita quotidiana e lo svolgimento dei compiti a cui ciascuno è chiamato. L’amore, quando c’è, permette – come già detto – di vedere anche in un monolocale di trenta metri quadrati la più sfolgorante delle regge ma il sogno romantico è destinato ad infrangersi in breve tempo. L’esperienza mostra che la suddivisione degli spazi – zona giorno, zona notte, spazi personali e spazi comuni – facilita la gestione del tempo, del lavoro, dello studio e della cura. Una casa ben organizzata non permette solo il rispetto di alcuni rituali indispensabili per scandire la vita familiare – per esempio i pasti in comune – ma riduce lo stress e rende più facile la compartecipazione ai compiti domestici di genitori e figli. Spazi adeguati, anche senza immaginare appartamenti smisurati ormai inaccessibili non solo nelle grandi città, permettono per esempio a un figlio di avere una propria cameretta, cioè un luogo in cui sperimentare la riservatezza, ma anche dove studiare e dove concentrarsi più agevolmente, elementi chiave per lo sviluppo della personalità che oggi però deve fare i conti, con modalità spesso problematiche, con l’educazione digitale, un aspetto che talvolta suggerirebbe una rivisitazione degli spazi.
Oltre all’organizzazione interna la casa risulta decisiva anche la collocazione esterna. Se dalla propria abitazione è agevole l’accesso ai servizi essenziali, scuole, parchi, strutture sanitarie, spazi commerciali, rete di trasporti e vicinato, il luogo dell’abitare diventa il ponte di collegamento tra la famiglia e la comunità sociale di riferimento. Ecco perché la casa non è semplicemente il posto in cui si vive, ma il luogo a partire dal quale la famiglia si apre al mondo. Se la famiglia fornisce la trama delle relazioni affettive, la casa ne offre l’intreccio concreto, trasformando l’idea astratta dello “stare insieme” in un’esperienza sociale, comunitaria, condivisa anche al di fuori della porta di casa. In questo modo la vita buona trascorsa in casa dovrebbe diventare elemento fondante del bene comune.
Ma succede davvero così oggi nelle nostre città? Non sembrano discorsi utopici di fronte al degrado in cui sono lasciate troppe periferie urbane? Certamente, ed è il motivo per cui non dovremmo mai stancarci di segnalare e di raccontare quello che non va, anche per sollecitare gli interventi di chi, come le amministrazioni pubbliche, potrebbe fare e troppo spesso rimane a guardare. Il discorso sulla precarietà abitativa delle periferie potrebbe offrire lo spunto anche per una riflessione sul tema delle diseguaglianze di cui la casa rimane un simbolo per eccellenza. Un conto è ragionare sul tema casa avendo come punto di riferimento le ville e gli appartamenti di lusso dei quartieri bene che ormai si pesano a milioni di euro, un altro è riflettere sulla maggior parte delle abitazioni che rimandano a differenti condizioni di vita e di possibilità. Diversa, molto diversa, la tipologia delle varie abitazioni, diverse le famiglie che le abitano con un progressivo livellamento verso il basso – la più volte descritta scomparsa del ceto medio – che rende difficile se non impossibile alla maggior parte dei nuclei familiari non solo disporre di una casa dignitosa, ma anche assolvere le altre incombenze quotidiane. E qui si aprirebbe un discorso importante sul ruolo delle comunità, sui progetti di sostegno, sul volontariato tra famiglie. Sono aspetti di cui parliamo spesso sulle pagine di Avvenire e che ci prefiggiamo di approfondire in un prossimo numero di Sofia.

Case che non ci sono e figli che non nascono. Ma che legame c’è?

Abbiamo già detto che oggi, per la maggior parte dei giovani, l’incertezza sul diritto all’abitare – prezzi d’acquisto alle stelle, affitti insostenibili, precarietà abitativa – genera una costante fragilità sociale che impatta direttamente sulla decisione di formare una nuova famiglia e di avere figli. Vediamo di capire un po’ meglio. Quanto pesa davvero la difficoltà di trovare una casa a condizioni accessibili sul problema complesso e multiforme della denatalità? Sono questioni di cui spesso parliamo. Vediamo qui di riassumere i punti principali di un dossier che, volendo approfondire il tema casa, non possiamo ignorare.
Il legame tra casa e denatalità si manifesta prima di tutto attraverso l’uscita ritardata dalla famiglia d’origine. La “famiglia lunga” del giovane adulto, questione evidenziata dalla ricerca sociologica nel nostro Paese già trent’anni fa, ha tra le altre conseguenze un ritardo nell’emancipazione dei ragazzi dalla famiglia di origine. In Italia l’età media in cui i giovani lasciano la casa dei genitori supera i 30 anni (a fronte di una media europea inferiore ai 26 anni e nei paesi nordici sotto i 23). Ci sono importanti ricerche che spiegano come questo fenomeno sociale si traduca in una sorta di effetto domino sulle nascite. In sostanza, posticipare l’uscita di casa significa rinviare la convivenza di coppia e la ricerca di stabilità. Di conseguenza, l’età media al primo figlio è progressivamente salita (superando i 32 anni per le donne), riducendo biologicamente e temporalmente la finestra di fertilità per avere un secondo o terzo figlio. Naturalmente, come già detto, non tutto avviene in modo così automatico. Esistono altre ricerche che dimostrano come la disponibilità di una casa dignitosa a prezzi accessibili e in tempi ragionevoli per la maggior parte delle giovani coppie non modificherebbe in modo sostanziale l’indice di natalità, perché – è stato più volte spiegato – le ragioni che stanno alla base della scelta di non avere un figlio sono tantissime, investono gli aspetti personali e culturali, toccano da vicino il nostro rapporto con gli altri, con la società, con il mondo. Anche con la fede. Tutto vero, ma allora la battaglia per permettere alle giovani coppie di avere una casa adeguata a costi sostenibili, è inutile? Tutt’altro. Il compito delle politiche familiari – e dell’associazionismo che da almeno mezzo secolo segnala il problema con instancabile solerzia – è quello di rimuovere gli ostacoli sulla strada del far famiglia, tra cui appunto c’è quello della casa. E questi ostacoli, più volte segnalati, rimangono gli stessi, immutabili di fronte ai vari governi che si sono alternati nell’ultimo mezzo secolo e non hanno fatto nulla o quasi per incidere davvero, in modo sostanziale e decisivo, su una situazione ormai insostenibile. Una delle difficoltà per i giovani di accedere a una casa decorosa e stabile nasce dall’incrocio tra precarietà lavorativa ed evoluzione del mercato immobiliare. L’Italia è storicamente un Paese a forte vocazione di proprietà immobiliare. Proprio qualche giorno fa, sulle colonne di Avvenire, l’economista Leonardo Becchetti spiegava che in Italia esistono 35,6 milioni di case delle quali circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti. Ricchi di case e poveri di abitazioni a prezzi accessibili. «Una contraddizione impressionante», secondo l’esperto. Infatti la maggior parte dei giovani lavoratori, spesso inquadrati con contratti a termine, sia come lavoratori autonomi sia come tirocinanti, faticano a soddisfare i requisiti richiesti dagli istituti di credito per l’erogazione di un mutuo, pur in presenza di misure pubbliche di garanzia. E poi c’è il problema del capitale iniziale. Anche laddove sia accessibile un mutuo all’ottanta per cento, l’anticipo richiesto (oltre alle spese notarili e d’agenzia) richiede una disponibilità di denaro liquido che molti giovani non possiedono senza il sostegno finanziario della famiglia d’origine (la “banca dei genitori”). Ma non tutti i genitori possono o vogliono intervenire. E allora?
Così la maggior parte dei giovani che non possono sostenere i costi di un acquisto devono rassegnarsi ad affittare, anche se, soprattutto nelle grandi città, i canoni di locazione hanno raggiunto incidenze superiori al 40-50% dello stipendio medio di un giovane lavoratore. Tra le altre cause, quella più drammatica, perché al momento insuperabile, è rappresentata dal proliferare delle cosiddette locazioni turistiche, gli “affitti brevi” che ha ridotto sensibilmente la disponibilità di appartamenti disponibili per contratti a lungo termine, spingendo i prezzi verso l’alto ed escludendo le giovani coppie che cercano stabilità. D’altronde perché mai un proprietario a cui la legge – e i regolamenti condominiali – offre le possibilità di ricavare dai 5 ai 6mila euro al mese con un “affitto breve” dovrebbe accontentarsi di ottenere meno della metà con un affitto tradizionale a lungo termine (prezzi medi di Milano per un appartamento di 80 metri quadrati in zona semicentrale)? Servirebbe l’intervento dello Stato per imporre contratti a prezzi calmierati conciliando – come scrive Becchetti – «proprietà, economia turistica, diritti dei residenti a non essere espulsi dalle proprie città». Ma finora, tranne l’annuncio di un’iniziativa su scala europea tutta da verificare, non c’è nulla all’orizzonte per risolvere davvero l’ingiustizia strutturale degli “affetti brevi”, solo proclami demagogici, da destra e da sinistra. Conclusione? La speranza di incidere sull’inverno demografico con l’ampliamento della disponibilità di appartamenti a prezzi accessibili per le giovani coppie, è rinviata a un futuro tutto da definire.

«Se mi mandano via da casa mi sento morire». Perché gli anziani dicono così?

Ma se il rapporto giovani-casa presenta tanti aspetti drammatici non è che dall’altro lato della catena generazionale le cose vadano tanto meglio. I quasi sei milioni di anziani che vivono soli, i circa 4,6 milioni di over 65enni non autosufficienti, i circa 25mila anziani che ogni anno ricevono uno sfratto – quelli coinvolti indirettamente per sfratti che raggiungono i familiari sono 60mila – delineano un quadro a tinte sempre più fosche. Va considerato che, dalla fine del Covid ad oggi, il numero medio di sfratti decisi per case abitate da anziani è più che raddoppiato. I motivi sono tanti. È cresciuto il numero delle pensioni al di sotto dei mille euro (il 40% degli anziani è in questa situazione), sono lievitati i canoni d’affitto, le utenze e le spese condominiali (30 per cento in media negli ultimi 5 anni), è aumentato il numero di persone non autosufficienti a fronte di un impoverimento del sistema socio-sanitario, con una gestione burocratica che si fa sempre più complessa e taglia fuori percentuali crescenti di anziani soli.
Così sono decine di migliaia gli anziani a “rischio casa”. Eventualità terribile per tutti, ma soprattutto per chi ha superato i 65-70 anni e ha trascorso decenni o magari un’intera vita tra le stesse mura. In queste situazioni la casa non è semplicemente un immobile o un bene materiale, rappresenta il deposito della propria memoria, un’estensione dell’identità stessa, un fondamentale pilastro di sicurezza emotiva e cognitiva. Costringere una persona anziana a lasciare la propria casa in conseguenza di uno sfratto, ma anche per problemi di salute, per difficoltà economiche, perché esistono barriere architettoniche diventate insuperabili per una sopraggiunta condizione di non autosufficienza, diventa sempre un evento traumatico che innesca una “sindrome da sradicamento” dalle conseguenze spesso imprevedibili.
Gli studi psicologici hanno messo a fuoco da tempo i processi conseguenti alla perdita della casa per una persona anziana. È noto, per esempio, che con il passare degli anni, i confini tra la persona e la sua casa tendono a sfumare. Gli oggetti, la disposizione dei mobili, persino i difetti delle pareti sono legati a momenti specifici della vita – il matrimonio, la crescita dei figli, la perdita di persone care – e diventano tasselli di un mosaico prezioso, a cui non si intende rinunciare. Lasciare la casa significa avvertire una lacerazione del filo conduttore della propria storia personale. Una situazione che genera sentimenti di impotenza, rabbia o profonda rassegnazione. Non è esagerato – riferiscono gli esperti – immaginare che la perdita della casa richieda per una persona anziana un vero e proprio processo di elaborazione del lutto e possa tradursi, nel caso delle persone più fragili, in un rapido peggioramento delle capacità cognitive e della confusione spazio-temporale.
Altrettanto preoccupante la dimensione sociale e relazionale. La casa per un anziano è anche il suo ancoraggio alla comunità. Perdere la casa significa anche perdere la rete di vicinato che, quando c’è – oggi è tutt’altro che scontato – rappresenta un importante antidoto contro l’isolamento sociale. Quella rete, rappresentata da tanti micro-contatti informali, garantiva alla persona anziana un senso di appartenenza che dava più sapore alla vita. Infine – ed è forse l’aspetto che a una persona anziana pesa di più – la perdita della casa implica un profondo cambiamento anche dei ruoli familiari. Nei casi in cui attorno all’anziano c’era una famiglia presente, anche se non convivente, quella casa era il centro di gravità dove, almeno qualche volta, figli e nipoti si riunivano per le feste. Lasciarla può determinare nell’anziano un’angoscia derivante dalla consapevolezza, certamente straziante, di un passaggio amaro. Da punto di riferimento accogliente per la famiglia a soggetto bisognoso di accudimento.

Ma come sperare in abitazioni a misura d’uomo (e di donna)?

Abbiamo tracciato un quadro del pianeta casa che, sia dal punto di vista delle giovani coppie sia da quello degli anziani, sembra lasciare poco spazio alla speranza. Eppure non è proprio così. Esistono in Italia ma anche nel resto d’Europa, modelli innovativi come il cohousing, il coliving, i condomini solidali e altre formule inedite di convivenza che, per la loro forte carica solidale e partecipativa, sembrano tracciare per il prossimo futuro un quadro più confortante. Sono modelli in forte crescita, sia in termini di interesse che investimenti, anche se al momento rappresentano una nicchia rispetto al mercato immobiliare tradizionale.
Il cohousing – l’abitare condiviso – prevede alloggi privati autonomi affiancati da ampi spazi e servizi comuni (cucine, lavanderie, laboratori, orti, spazi per i bambini) co-progettati e gestiti direttamente dagli stessi abitanti. In Italia il fenomeno è ancora contenuto ma, negli ultimi anni, appare in costante espansione, concentrato prevalentemente nel Nord Italia (con Milano e Torino a fare da apripista). Lo scelgono soprattutto giovani famiglie e soprattutto persone comprese tra una fascia d’età tra i 35 e i 54 anni alla ricerca di una dimensione di vicinato collaborativo. Secondo report di settore (per esempio Gabetti/Homers), la percentuale di popolazione italiana che risiede in cohousing è circa lo 0,0003% (contro valori vicino all’1-2% nei paesi del Nord Europa come Danimarca e Svezia). Tuttavia, l’interesse potenziale coinvolge oltre il 30% di chi cerca casa.
Il coliving – l’abitare ibrido e flessibile – ha una natura più commerciale e temporanea. È una formula organizzata da un gestore unico, spesso fondi di investimento, che offre stanze o appartamenti arredati “tutto compreso” (affitto, utenze, Wi-Fi, pulizie, coworking, palestra) per periodi che vanno da pochi mesi a un anno. È il segmento del living che registra i tassi di crescita più alti sul mercato residenziale. A guidare il settore sono i grandi poli universitari e di business (Milano, Roma, Bologna, Torino) e località a vocazione turistico-digitale (come la Sicilia o Firenze). Lo scelgono i cosiddetti “nomadi digitali”, remote worker internazionali, giovani professionisti in trasferta e studenti fuori sede. Si pone a metà strada tra la locazione abitativa, lo studentato di alto livello e l’ospitalità alberghiera.
I condomini solidali – la co-abitazione sociale – sono esperienze nate dal terzo settore, da associazioni di volontariato o da progetti di social housing pubblico/privato. Gli abitanti condividono una “carta dei valori” o un patto di mutuo aiuto – custodia dei bambini, spesa condivisa, supporto agli anziani, spesso la messa in comune delle risorse economiche – e frequentemente riservano alcuni appartamenti dell’edificio a persone in condizioni di fragilità o famiglie in difficoltà temporanea. In Italia si stimano alcune decine di esperienze formalizzate. Su queste pagine abbiamo più volte raccontato l’esperienza di reti nate all’insegna della fede e della condivisione, come “Mondo di comunità e famiglia” e “Comunità e Famiglia” che contano un centinaio di case, a cui si aggiungono molti altri di progetti informali di vicinato solidale. Iniziativa coraggiosa e controcorrente nata negli anni Ottanta per iniziativa di Bruno Volpi e della moglie Enrica Corti che, insieme a un gruppo di gesuiti, fondarono a Milano, nella storica cascina di Villapizzone, il primo condominio solidale con l’approvazione del cardinale Carlo Maria Martini. Vivere in un condominio solidale è entusiasmante ma non è facile. Serve equilibrio, desiderio di accoglienza, compartecipazione, misura e una forte propensione all’impegno solidale per accettare vantaggi e svantaggi di un contesto comunitario in cui ci sono anche soggetti fragili, anziani sole, mamme single, disabili, immigrati che beneficiano del supporto del condominio, cioè di tutti coloro che vi abitano e che devono quindi essere disposti a donare parte del loro tempo libero. Un impegno che talvolta costa, ma certamente non si è mai soli e si può sempre contare sull’aiuto di tutti.
Il senior housing e il cohousing intergenerazionale sono una variante in forte accelerazione in Italia per via dei trend demografici. Prevede complessi abitativi pensati per anziani autosufficienti, con spazi comuni e servizi sanitari/assistenziali leggeri condivisi, oppure la convivenza tra giovani studenti e persone over 65 per contrastare la solitudine. Al momento le esperienze non sono tantissime, ma con quasi sei milioni di anziani che vivono soli nel nostro Paese, la formula è al centro dell’attenzione sia dei piani di welfare pubblico (con linee guida nazionali per il cohousing intergenerazionale) sia degli investitori immobiliari privati. Una soluzione di grande interesse per recuperare il senso di comunità e i vantaggi del buon vicinato.

La casa e la fedeltà: il caso di Lodi

Se la casa è crocevia di tanti riferimenti simbolici, relazionali e valoriali, la sentenza pronunciata nei giorni scorsi da un giudice del tribunale di Lodi ne esprime in modo efficace e sintetico il significato e rafforza l’idea che radici familiari, memoria condivisa e fedeltà nelle relazioni si esprimano in modo potente anche attraverso il concetto rappresentato dall’abitare come luogo e come idea, come rifugio dove si sta bene con le persone amate. Terra e spirito, mattoni e pensiero per uno spazio che accoglie i legami che contano, dove si concentrano il permanere come normalità, l’andare come necessità e il ritornare come momento atteso. Perché questo è il significato stesso della casa, Come mai è stato necessario l’intervento di un giudice per confermare questa verità?
Ecco quello che è capitato. Un padre dona una villetta alla figlia ma poi ci ripensa e decide di revocare “per ingratitudine” la donazione. Mostra al giudice alcuni messaggi WhatsApp ricevuti dalla figlia che considera ingiuriosi. Perché quelle parole così dure verso un padre? Il giudice indaga e scopre che l’uomo ha da tempo una relazione coniugale, ha abbandonato la casa e si è trasferito dall’amante. La reazione della figlia, argomenta il magistrato, non è dettata da un’immotivata mancanza di rispetto verso il padre, ma dalla volontà di difendere la madre che, anche dal punto di vista economico, è la parte più debole della coppia. Respinta quindi la richiesta di revoca della donazione. La villetta rimane alla figlia. C’è in questa sentenza – anche se le motivazioni giuridiche non si esprimono in questi termini – un richiamo potente ai valori che si intrecciano al concetto di casa come archetipo di radicamento, protezione e sicurezza. Non conosciamo naturalmente in profondità la storia della coppia coinvolta nella vicenda esaminata dal tribunale di Lodi e non intendiamo esprimere alcuna valutazione di carattere etico. Dietro ogni fallimento coniugale ci sono motivazioni complesse, vuoti, omissioni, compensi, pause, penombre, incomprensioni, responsabilità più o meno condivise che nessuno è in grado di valutare. Tanto meno può farlo una sentenza.
Quando un progetto d’amore prende corpo e supera la dimensione della provvisorietà per allungarsi nel futuro ha immediatamente bisogno di un luogo per pensarsi, per realizzare il passaggio dall’ipotesi alla realtà, per sovrapporre l’idea di stare insieme alla possibilità concreta di dare corpo a quel pensiero. Questo luogo è la casa che quindi, come detto, non è soltanto pareti, porte e finestre ma è qualcosa che richiama il concetto stesso del “noi”, della condivisione, della volontà di far famiglia. La coppia che – come tantissimi giovani stanno amaramente sperimentando in questi anni – è consapevole di non poter raggiungere l’obiettivo della casa in tempi ragionevoli ed è costretta ad accettare soluzioni all’insegna della provvisorietà e della precarietà, vede allargarsi dentro di sé un atteggiamento di sconforto e di fatalismo, smarrisce l’entusiasmo, rischia di identificare l’incertezza abitativa con quella della stabilità relazionale. Intendiamoci, neppure una villa di mille metri quadrati con giardino e piscina può essere garanzia di solidità coniugale. E, all’opposto, esistono coppie tanto motivate e tanto solide da trovare accogliente e gradevole anche un monolocale di trenta metri quadrati. Ma, a parte il fatto che l’eroismo non si può imporre per decreto, costringere una giovane coppia alla precarietà abitativa, oltre alle scomodità personali e alle inevitabili tensioni relazionali, rende quasi impossibile progettare un allargamento della famiglia. Quanto più il disagio abitativo aumenta, tanto più sbiadiscono concetti come rifugio, radici, memoria, cioè il senso stesso del luogo in cui si abita, si custodiscono gli affetti più cari, si vivono i momenti più densi di significato, si cresce e ci si apre al confronto.
Ecco perché la soglia di casa rappresenta innanzi tutto un archetipo di protezione e di conforto, il confine sacro tra il “dentro” – il sicuro, l’intimo, il noto – e il “fuori” – l’incerto, il caotico, l’ignoto -. La buona abitudine di togliersi le scarpe prima di entrare in casa è certamente una scelta igienica ma, allo stesso tempo, dovrebbe rivestire la sacralità di una liturgia domestica perché rimanda al rispetto di un’area in cui si dovrebbe accedere “in punta di piedi”, almeno idealmente, con attenzione e misura, nella consapevolezza dei tanti significati che racchiude. E poi a casa si tolgono i vestiti indossati fuori e si mettono abiti più comodi e meno formali. Non soltanto per sentirsi più liberi e per non sporcare quello che dovremmo indossare per l’ufficio e per le altre incombenze esterne, ma per richiamare il fatto che, chiusa la porta, possiamo anche spogliarci delle maschere sociali di cui siamo stati costretti a rivestirci in base ai nostri diversi impegni. Solo a casa, nella nostra casa, ci sentiamo accolti e protetti, avvertiamo la condizione di benessere che deriva dal fatto di sentirci in un porto sicuro, dove si decomprimono le tensioni, dove tutto può essere affrontato con semplicità e immediatezza.
Qui non è in gioco il giudizio sulle dinamiche relazionali di una coppia, ma il senso di un pronunciamento che mette al centro il concetto di casa e lo collega a valori come la coerenza, l’equilibrio e la fedeltà. Ribadisce che, a livello simbolico, la casa è un’estensione dell’identità personale e di coppia. Non è solo un luogo fisico, ma è l’ambiente ideale in cui prendono forma le relazioni buone, la quotidianità condivisa, la memoria affettiva della famiglia. E se la legge ha il dovere di intervenire nei casi previsti, con gli strumenti del diritto, per tutelare questi riferimenti che rappresentano un bene personale e sociale, tanto più ha senso per noi cogliere quest’occasione per riflettere insieme sulla casa come valore globale per la famiglia; come aspirazione legittima e necessaria ma oggi, troppo spesso, quasi irraggiungibile per tante giovani coppie; come luogo di memoria e di identità per gli anziani che temono di essere sradicati dai luoghi in cui hanno trascorso tanta parte della vita.
Oggi, con la diffusione dello smartworking, la casa ha espanso i suoi confini fisici e gli ambienti tradizionali – cucina, camera, soggiorno – vivono fenomeni di frammentazione, ibridazione, sovrapposizione che ci obbligano a ripensare le suddivisioni di sempre. Non tanto come pareti da spostare, quanto come nuove idee da accogliere. E poi ci sono le nuove forme dell’abitare, il cohounsing, il coliving, i condomini solidali, i villaggi sociali che rimandano a concetti di vicinanza, solidarietà, compartecipazione su cui vale la pena ragionare un po’ perché abitare vuol dire vivere, vuol dire amare, vuol dire coltivare progetti, vuol dire costruire buone relazioni dentro e fuori dalla porta di casa. Vuol dire anche rendersi conto che tutta la letteratura esistente sulla casa, tutti i modi di dire, tutte le idee che si collegano alla casa e ai suoi mille significati, rappresentano valori personali e familiari che meritano la nostra attenzione. Partiamo allora sulle tracce della casa e vediamo dove approderemo.

Tre proverbi per riflettere

Nessun consiglio questa volta, ma tre proverbi per riflettere insieme sui tanti significati che la casa da sempre riveste.
1) “Casa dolce casa” – Cioè la casa come rifugio, calore e conforto, l’unico posto al mondo in cui ci si sente davvero al sicuro. I latini dicevano: “Nusquam est qui ubique est” che potremmo tradurre: “Nessun luogo è bello come la propria casa”
2) “La casa non si poggia sulla terra, ma sulla donna” – Nessun sessismo e, soprattutto nessuna volontà di ingessare la donna nel ruolo tradizionale di angelo del focolare, ma un riconoscimento della figura femminile come pilastri affettivo e organizzativo. Oggi un proverbio un po’ indigesto per la teologia della reciprocità.
3) “Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, mi sembri una badia”   – Rima popolare che evidenzia come il valore di una casa per chi ci vive non dipenda dalla grandezza o dal lusso, ma dal senso di protezione e appartenenza che dona.

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Il Papa ha lasciato l’ospedale. Domani reciterà l’Angelus in piazza San Pietro

Il Papa ha lasciato l'ospedale. Domani reciterà l'Angelus in piazza San Pietro

Sono le 15.43 quando l’auto del Papa varca la porta del Perugino. È l’ingresso della Città del Vaticano che guarda verso la stazione ferroviaria San Pietro. C’è una piccola folla ad attendere Leone XIV che rientra a casa, dopo appena quattro giorni dall’intervento al policlinico “Gemelli” di Roma per rimuovergli il tumore al polmone che ha reso necessario anche l’asportazione di uno dei lobi polmonari. Il Pontefice torna nel suo appartamento al terzo piano del Palazzo Apostolico. Ed è dalla tradizionale finestra dello stesso Palazzo che domani a mezzogiorno si affaccerà per recitare l’Angelus, fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede: a distanza di una settimana esatta dall’annuncio “choc” con cui, proprio di fronte ai pellegrini in piazza San Pietro, aveva comunicato al mondo il nodulo al polmone. Nessun Angelus saltato, dunque. Quelle di domani saranno le prime parole pubbliche che il Papa pronuncerà dopo l’operazione di martedì scorso. Anche se già durante la Messa che oggi e venerdì ha presieduto a mezzogiorno nella stanza appositamente allestita al decimo piano del “Gemelli”, nell’ala dei Papi, aveva ringraziato nell’omelia medici e infermieri davanti a chi aveva preso parte alla liturgia: personale del policlinico e della Gendarmeria vaticana.
Il Papa mentre lascia il policlinico “Gemelli” dopo i giorni di ricovero / AFP
Il Papa mentre lascia il policlinico "Gemelli" dopo i giorni di ricovero / AFP
Il via libera all’uscita dall’ospedale è arrivato stamani «in considerazione degli esami del sangue e del controllo radiologico del torace eseguiti» poche ore prima e dopo aver «valutato il quadro clinico» del Pontefice, fa sapere il bollettino medico firmato, com’è accaduto fin dall’inizio della degenza, dal medico personale Luigi Carbone e dal professore Stefano Margaritora, il chirurgo che ha guidato l’équipe in sala operatoria. E il Papa «è stato giudicato idoneo alla dimissione», si legge. Con almeno due giorni d’anticipo rispetto a ciò che era stato previsto dallo staff medico alla vigilia dell’operazione: una settimana di degenza. Invece, come hanno raccontato giorno dopo giorno i resoconti clinici, la ripresa è stata rapida. Testimoniata anche dal lavoro nella sua stanza, dalle visite che ha ricevuto, dalla telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, dalle fotografie diffuse venerdì. Il tutto, certo, scandito dagli accertamenti e dalla fisioterapia respiratoria che ha già cominciato.
Il Papa mentre lascia il policlinico “Gemelli” dopo i giorni di ricovero / REUTERS
Il Papa mentre lascia il policlinico "Gemelli" dopo i giorni di ricovero / REUTERS
Leone XIV esce dallo stesso ingresso principale in cui martedì era entrato. Nel medesimo modo: con un passo sicuro, il volto sorridente, le mani che ricambiano l’omaggio di quanti lo aspettano dietro le transenne. È il “popolo” del Papa che lo abbraccia e che ha pregato per lui anche davanti al policlinico senza sosta. Leone XIV, apparso in ottima forma, si ferma accanto alla sua vettura e parla con la famiglia di  Varvara, ragazza ucraina di 13 anni, originaria della regione di Zaporizhzhia, da un anno in Italia per curarsi un tumore ora in fase di remissione. È lei che gli dona anche un pupazzo con i lineamenti del Papa. Ad accompagnarla padre Taras Kotsur, responsabile della sezione ucraina di Vatican Media. A salutarlo il professore Margaritora, che si presenta in camice bianco, e la rettrice dell’Università Cattolica, Elena Beccalli.
Il Papa mentre lascia il policlinico “Gemelli” dopo i giorni di ricovero / REUTERS
Il Papa mentre lascia il policlinico "Gemelli" dopo i giorni di ricovero / REUTERS
Fra le stanze della terza loggia trascorrerà almeno i primi giorni di convalescenza. «I medici non hanno parlato della necessità di un presidio sanitario all’interno dell’appartamento», tranquillizza la Sala Stampa vaticana. All’inizio della settimana sono attesi gli esiti degli esami istologici sulla massa tumorale eliminata e sui linfonodi: risultati che permetteranno di capire se l’intervento è stato risolutivo o se il Papa avrà bisogno di nuove terapie specifiche. Anche l’agenda di Leone XIV è in standby. Ufficialmente le sue udienze sono sospese fino a martedì, aveva comunicato la prefettura della Casa pontificia alla vigilia del ricovero. Quindi occorrerà capire se già mercoledì il Papa sarà in piazza San Pietro per l’udienza generale che, stando al calendario online della stessa Casa pontificia, è prevista. Poi c’è l’incognita sulla presenza ad Assisi nel pomeriggio del 27 ottobre per l’evento di Sant’Egidio che celebrerà i quaranta anni dell’incontro di preghiera per la pace voluto nel 1986 da Giovanni Paolo II con i leader religiosi del mondo. Inoltre resta al momento confermato il viaggio in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre: visita con un programma serrato, cara a Leone XIV, su cui potrebbe sciogliere la riserva il Papa in persona sulla base delle indicazioni dei medici.

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Soldi alla scuola, non alla guerra. Gli studenti si prendono le piazze

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La prima ora 500 mila in corteo in tutta Italia. Valditara: «Teppisti». Meloni: «La sinistra condanni»

Centinaia di migliaia di studenti italiani hanno occupato le piazze in una mobilitazione spontanea contro i tagli all’istruzione, la precarietà e la guerra, unendo rivendicazioni scolastiche, sociali e ambientali in un fronte comune contro le politiche di destra.

Albania / Altra giornata di manifestazioni e disordini fino a notte fonda. La polizia arresta a tutto spiano. Domani nuova chiamata

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Cariche, lanci di sampietrini, gas lacrimogeni, fiamme, arredo urbano divelto e manganelli usati su giovani corpi. Da giorni Tirana è teatro di una protesta ad altissima intensità. La rivoluzione dei flamingo, dopo oltre 130 giorni ininterrotti di manifestazioni contro il governo e i suoi progetti di turistificare una riserva naturale, ha improvvisamente cambiato passo e ora è una rivolta sociale in piena regola guidata dalla Gen Z. Dalla piazza non arrivano più richieste di modificare leggi o rivedere piani urbanistici: il messaggio è che la misura è colma e il governo di Edi Rama, al potere da 13 anni e al suo quarto mandato, deve dimettersi perché è diventato simbolo di una trasformazione del paese che ha lasciato indietro molta, troppa gente.

NEL QUARTO GIORNO di mobilitazione la protesta studentesca si è allargata oltre la capitale. Universitari e studenti delle superiori hanno interrotto le lezioni e sono scesi in piazza anche a Lezhë, Laç, Shkodër, Burrel, Elbasan e Korçë. Nella capitale, intanto, la giornata è stata segnata da nuovi scontri, denunce di violenze della polizia e decine di persone portate via dagli agenti. La tensione era salita già nelle prime ore del mattino, quando poliziotti e persone in abiti civili con il volto coperto hanno picchiato e condotto in commissariato decine di giovani rimasti in piazza Skënderbej, alcuni dei quali inseguiti e bloccati mentre camminavano a volto scoperto nella piazza.

NONOSTANTE I DURI INTERVENTI della mattinata, i manifestanti si sono riorganizzati in gruppi numerosi e hanno raggiunto il ministero dell’Istruzione, dove la protesta è proseguita tra cariche, lacrimogeni e getti d’acqua. Qui, prima che iniziasse lo scontro, c’è stato anche un momento in cui i manifestanti hanno fronteggiato la polizia e provato a instaurare un dialogo: «Siamo qui per il futuro dei vostri figli, stiamo facendo questo perché è l’unico strumento che abbiamo per farlo andare via, se ne deve andare (Edi Rama), ci ha rovinato la vita», si sente dire da alcuni ragazzi che tentano di convincere gli agenti a cambiare fronte. Il passaggio però non avviene e continuano i fronteggiamenti.

L’ORMAI CONSUETO doppio appuntamento, tra mattina e primo pomeriggio al ministero dell’Istruzione e la sera davanti al Palazzo del Governo, è andato in scena anche ieri. Una massa di persone con fazzoletti sul volto e maschere antigas si è raggruppata sotto gli uffici del premier intorno alle sette di sera e da lì i disordini sono proseguiti fino a tardi.

EDI RAMA, a differenza di quanto accadeva al tempo dei fenicotteri, quando inondava i suoi social di meme, post derisori e dichiarazioni alla stampa, in questi giorni è insolitamente silenzioso. È intervenuto con un video pubblicato all’alba, sostenendo che i manifestanti si stiano piegando alle agende altrui, il riferimento è ai parlamentari dell’opposizione di Sali Berisha, che però nella realtà non stanno riuscendo davvero a capitalizzare le proteste. Rama ha anche ricondiviso il video della ministra dell’Istruzione Mirela Kumbaro, che faceva appello alle famiglie affinché richiamassero in casa i propri figli, vittime del plagio dei violenti.

Marjana Koçeku, unica deputata del Partito socialista ad aver abbandonato il gruppo di maggioranza dichiarandosi indipendente dopo la rivoluzione dei fenicotteri, continua in questi giorni a sostenere le proteste. «I parlamentari della maggioranza pubblicamente sono allineati alla linea ufficiale, cioè che i manifestanti sarebbero diretti dal nemico esterno. Questo perché c’è una frattura profonda tra la classe politica e il popolo albanese. Lavorano all’integrazione europea solo su un fronte burocratico ma non sanno più leggere le esigenze della società albanese, né tantomeno queste proteste», spiega Koçeku. «Nessun partito politico riesce ad approfittare delle proteste che rifiutano di avere leader, hanno un obiettivo preciso e finché non lo raggiungeranno andranno avanti».

Il Manifesto

Slogan e pietre per un giorno di tensione: gli studenti italiani “copiano” la rabbia francese

Slogan e pietre per un giorno di tensione: gli studenti italiani “copiano” la rabbia francese

Avvenire

Il “No Meloni day” ha portato nelle piazze italiane decine di migliaia di studenti, come ampiamente annunciato. Purtroppo però, tra la maggioranza pacifica che manifestava per chiedere una scuola più inclusiva, c’erano anche centinaia di violenti. E pure questo era prevedibile. In varie città, a margine delle proteste contro i disservizi scolastici e le scelte del governo in tema di istruzione, sono andati in scena vandalismi e gesti di sfida verso le forze dell’ordine, schierate in modo massiccio dal Viminale proprio per prevenire degenerazioni, che purtroppo si sono verificate. A Torino, il fronte più caldo, si sono contati 10 agenti feriti e tre studenti arrestati.
La coda rabbiosa delle rivolte francesi inizia insomma a lasciare un segno (preoccupante) anche in Italia. In serata la premier Giorgia Meloni, bersaglio primario del malcontento giovanile, ha condannato le violenze e invitato tutte le forze politiche a prendere le distanze dai più esagitati. «Sono sempre contenta – ha detto – quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine. Su questo dobbiamo essere chiari e d’accordo. Chiedo a tutte le forze politiche italiane di fare un appello a che ci siano manifestazioni senza violenza».
Si sono vissute ore complicate un po’ ovunque. A Roma ci sono stati lanci di bottiglie e bombe carta contro i reparti mobili, accompagnati anche dall’uso di estintori. Un attacco, rende noto la questura capitolina, messo in atto da un ristretto gruppo di manifestanti a volto travisato. Pochi, ma determinati. Stesso copione a Torino, dove altri giovani a volto coperto hanno lanciato sassi, bastoni, uova e torce luminose verso le forze dell’ordine, che hanno risposto per le rime azionando gli idranti e sparando lacrimogeni. La piazza ha replicato intonando lo slogan “Tout le monde déteste la police”, grido di battaglia peraltro già risuonato durante le lotte antagoniste dei mesi scorsi. Durante gli scontri tre minorenni sono stati arrestati in flagranza per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, mentre altri 50 manifestanti sono stati identificati e segnalati all’autorità giudiziaria. I tre arrestati sono stati anche denunciati per porto di oggetti atti a offendere: due avevano spray urticanti e uno delle pietre. Tafferugli si sono verificati anche ad Alessandria, dove un poliziotto e un carabiniere sono rimasti lievemente feriti in uno scontro con un gruppo che aveva tentato di occupare l’istituto Ciampini Boccardo. Alla fine un giovane è stato fermato e altri 30 denunciati.
La tensione non è mancata nemmeno a Bologna: quando il corteo di studenti è arrivato davanti alla stazione ha trovato un cordone di agenti in tenuta antisommossa a sbarrargli la strada. Sono partiti anche qui lanci di bottiglie e fumogeni, la polizia ha respinto i più turbolenti alzando gli scudi. A Verona sono stati dati alle fiamme diversi cassonetti: la questura ha identificato e denunciato 21 ragazzi. «Questa non è espressione democratica del dissenso, né difesa della scuola, ma aggressione alle istituzioni e teppismo politico» ha commentato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. In tanti, troppi casi, in effetti, si è andati oltre la legittima protesta, sconfinando in gesti tanto gratuiti quanto scomposti. A Napoli alcuni giovani hanno scorrazzato con dei motorini nella palestra (da poco ristrutturata) del liceo Rossini occupato. Un’impresa, per così dire, che inevitabilmente è rimbalzata sui social, riversando la protesta anche sulla piazza virtuale: il video è diventato in poche ore virale, mietendo visualizzazioni in serie.
Più pacata e tradizionale la protesta a Bari, anche se ferma nei contenuti. «Facciamo come in Francia, rompiamo la scuola-caserma» recitava lo striscione in testa al corteo formato da circa 700 studenti. «Nelle nostre scuole vediamo ogni giorno un’edilizia fatiscente, assemblee di istituto annullate e mancanza di spazi di socialità e democrazia, con tutte le conseguenze dei fondi investiti nel settore bellico e sottratti a scuola, università e sanità a causa delle politiche di questo governo guerrafondaio» hanno denunciato associazioni e comitati. Severa la reazione dei sindacati di polizia. «Cortei in strada che urlano slogan contro le armi e la violenza a favore della scuola mentre, un minuto dopo, volano bombe carta e bottigliate contro gli agenti in servizio» ha commentato Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato. Mazzetti ha anche puntato il dito contro quella che ha definito «incursione criminale dentro una scuola elementare di Torino devastata da incappucciati armati di spranghe». Uno dei tanti episodi di inciviltà, forse il più grave, cui si è assistito nelle ultime ore. Un film non nuovo, che molti avrebbero preferito non rivedere.