Vaticano, Tornielli e i soliti sul volo papale. Il conto delle trasferte supera i 400mila euro

Città del Vaticano – Quando venerdì 6 novembre l’Airbus di ITA Airways si alzerà da Fiumicino diretto a Montevideo, il Dicastero per la Comunicazione avrà già spedito in America Latina una parte dei suoi uomini e si preparerà a imbarcarne altri. A bordo, per la prima volta in un viaggio apostolico, ci sarà Montse Alvarado, già presidente di EWTN News, che Leone XIV ha nominato prefetto a giugno. Con lei viaggeranno Andrea Tornielli, direttore editoriale, Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, Massimiliano Menichetti, responsabile di Radio Vaticana e Vatican News, e Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa. I posti del pool riservati ai media vaticani, quelli che nel Dicastero chiamano «VAMP», sono assegnati a Silvina Pérez e Salvatore Cernuzio.

Poi ci sono le squadre a terra, che partono prima del Papa. A Montevideo lo studio centrale è affidato a Silvonei Protz, capomissione e voce portoghese, con Renato Martinez e Sebastian Sanson per lo spagnolo, Christine Seuss per il tedesco, Antonella Palermo per l’italiano, Francesca Merlo per l’inglese e Xavier Sartre per il francese; Franco Piroli cura la parte multimediale, Adriano Vitali la produzione radiofonica. A Buenos Aires la seconda squadra fa capo a padre Felipe Herrera, per lo spagnolo, con Benedetta Capelli per l’italiano, padre Paul Samasumo per l’inglese, Fatima Mesaud al multimediale e Bruno Orti alla radio.

In Perù il primo gruppo si ricompone e si divide di nuovo. Protz, Martinez, Merlo e Seuss restano a Lima con Piroli e Vitali. A Chiclayo va Palermo, responsabile del gruppo, con Sanson e Sartre, raggiunti il 12 novembre da Mesaud, che arriva dall’Argentina. Il 13, mentre il Papa sarà a Chiclayo, Merlo partirà per Cusco e Martinez per Pucallpa, in Amazzonia; Piroli li seguirà entrambi, da Lima a Cusco il 13 e da lì a Pucallpa il 14. Torneranno a Lima soltanto dopo che il Papa avrà lasciato le due città.

Facciamo la somma. Quattordici persone nelle squadre, due nel pool, cinque fra prefetto e direttori: ventuno nomi. A questi vanno aggiunti gli uomini della Direzione tecnologica, cioè tre cameraman, due tecnici dell’audio e altri tre tecnici, poi i fotografi e il personale della Sala Stampa (Salvatore Scolozzi, ecc…) che accompagna i giornalisti accreditati. Si va oltre la trentina.

Il viaggio dura dodici giorni, tocca tre Paesi, misura quasi 32.000 chilometri e prevede 36 discorsi del Pontefice. Al volo intercontinentale d’andata seguono una decina di tratte interne fra Aerolíneas Argentinas, LATAM, un velivolo dell’aeronautica uruguaiana e due voli in elicottero nella regione di Chiclayo, prima del lungo rientro da Lima a Roma. È il sesto viaggio internazionale di Leone XIV e il quinto di più giorni in meno di un anno: Turchia e Libano a fine novembre 2025, poi Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale ad aprile, undici giorni in tutto, la Spagna a giugno, la Francia a settembre.

La macchina dei viaggi e le presenze superflue

Ogni cifra sulla quale faremo luce oggi andrebbe moltiplicata per il numero dei viaggi previsti in questo calendario. Sia chiaro: i viaggi apostolici del successore di Pietro sono necessari e la loro importanza non è in discussione. A essere discutibile è la necessità di mobilitare un simile apparato di persone, a cominciare da Andrea Tornielli e Andrea Monda, fino a una quantità di inviati il cui contributo alla copertura giornalistica del viaggio appare, nella migliore delle ipotesi, marginale.

Peraltro, chi conosce il mestiere sa bene che, in molti casi, lavorare dalla redazione di Palazzo Pio consentirebbe di produrre contenuti migliori, con maggiore precisione, meno errori e senza quell’ansia da prestazione che sembra accompagnare certi inviati ogni volta che sono al seguito papale. Sarebbe sufficiente una squadra ristretta sul posto, composta da fotografi, operatori video e un paio di giornalisti capaci di raccogliere le notizie e trasmettere tempestivamente il materiale alla redazione. Il resto del lavoro potrebbe essere svolto in Vaticano, con maggiore attenzione alla qualità dei testi, alla verifica delle informazioni e all’approfondimento.

Quanto ad Andrea Tornielli, fatichiamo a comprendere quale valore aggiunto produca la sua presenza al seguito del Pontefice. Pubblicare sui social la fotografia del posto del Papa a bordo dell’aereo, con il cartellino «Santo Padre» bene in vista, potrà forse soddisfare una certa vanità personale, ma difficilmente giustifica il costo di una trasferta. Lo stesso vale per le centinaia di fotografie riversate nelle chat, alcune con il logo del Dicastero applicato frettolosamente, altre senza, perché nella foga di pubblicarle si dimentica persino di inserirlo. La sua preoccupazione principale è rivendicare la paternità di immagini sulle quali non vanta alcun diritto, arrogandosi peraltro il potere di farlo a nome del Dicastero, senza averne alcun titolo. La qualità delle fotografie e il loro effettivo valore giornalistico, evidentemente, vengono dopo.

Per non parlare delle fotografie e dei video sgranati, mossi o pubblicati sui social senza alcun criterio editoriale, in una confusione che ricorda più la gestione improvvisata del profilo Facebook di un boomer che il lavoro di una struttura professionale alla quale è affidata la comunicazione della Santa Sede. E tutto questo mentre il Dicastero dispone di personale, mezzi tecnici e risorse economiche che dovrebbero consentire ben altri standard. La domanda, allora, è piuttosto semplice: quante di queste trasferte rispondono a effettive necessità giornalistiche e quante servono soprattutto a garantire a determinati dirigenti il privilegio di figurare nel seguito papale?

Per Alvarado sarà il primo viaggio apostolico al seguito del Pontefice e, dunque, anche un’occasione preziosa per osservare da vicino il funzionamento della macchina organizzativa del Dicastero e verificare quante delle persone mobilitate siano effettivamente necessarie. Potrà così valutare anche il ruolo di quei dirigenti, a cominciare da Andrea Tornielli e Massimiliano Menichetti, che oggi cercano di stringersi attorno al nuovo prefetto per conquistarne la fiducia, pur prendendo parte a trasferte la cui utilità è pari a zero e i cui costi ricadono sulla Santa Sede.

Straordinari e diarie: quanto costa una trasferta

Al rientro dalla trasferta, ciascun dipendente deve registrare nel sistema di rilevazione delle presenze le ore di straordinario accumulate. L’orario ordinario è di sei ore al giorno, ma durante i viaggi apostolici si arriva facilmente a lavorarne dodici. Le ore eccedenti vengono conteggiate per intero, con un incremento significativo della retribuzione.

Si comprende allora perché Paolo Ruffini e Andrea Tornielli abbiano tanto insistito presso la Segreteria per l’Economia per ottenere avanzamenti di livello a favore dei propri fedelissimi. Il passaggio da un livello retributivo all’altro comporta aumenti consistenti dello stipendio e incide anche sul compenso riconosciuto per le ore di straordinario. Di conseguenza, più alto è l’inquadramento, maggiore è il beneficio economico derivante dalle trasferte.

Per un dipendente inquadrato al sesto livello, una sola settimana al seguito del Papa può tradursi in circa 4.000 euro di straordinari in busta paga. Una cifra che, moltiplicata per il numero dei dipendenti inviati e per la frequenza dei viaggi apostolici, dà la misura dell’impegno economico sostenuto dalla Santa Sede.

A queste somme si aggiunge la diaria, che per un dipendente inquadrato al sesto livello si aggira intorno ai 3.000 euro. L’importo, destinato a coprire le spese per i pasti, viene consegnato in contanti e ciascuno può decidere liberamente dove mangiare. I costi dell’albergo e dei biglietti aerei restano invece interamente a carico del Dicastero e vengono sostenuti separatamente.

Sommando retribuzione straordinaria, diaria, vitto, alloggio e trasporti, il costo complessivo di una settimana di trasferta può raggiungere i 10.000 euro per un singolo dipendente di sesto livello. Per direttori e caporedattori, che beneficiano di inquadramenti superiori, la spesa aumenta ulteriormente. Considerando una delegazione di oltre trenta persone, il costo stimato di un singolo viaggio apostolico può superare i 400.000 euro.

Nel caso del viaggio in America Latina, tuttavia, ci sono almeno due circostanze che rendono il conto ancora più oneroso. La trasferta durerà dodici giorni, mentre le cifre appena esposte si riferiscono a una sola settimana. Inoltre, le squadre inviate sul territorio raggiungono le rispettive destinazioni prima dell’arrivo del Pontefice e, nel caso del Perù, alcuni dipendenti rimarranno sul posto anche dopo la sua partenza da Cusco e Pucallpa. Per ciascuna di queste giornate aggiuntive continueranno a maturare le spese di soggiorno e, secondo le modalità di rendicontazione applicabili, le relative indennità e ore di straordinario.

Sempre gli stessi sul volo papale

Tutto questo aiuta a comprendere molte cose. Anzitutto, la corsa a ottenere un posto sul volo papale, alimentata certamente dal desiderio di visibilità e dalla possibilità di esibire la propria vicinanza al Pontefice, ma anche da vantaggi economici tutt’altro che trascurabili. Spiega, soprattutto, perché a partire siano quasi sempre le stesse persone.

Il caso di Salvatore Cernuzio è emblematico. La sua presenza nei viaggi apostolici è ormai una costante, nonostante nel Dicastero lavorino giornalisti con un’anzianità di servizio ben superiore alla sua. A fare la differenza sembra è, ovviamente, il rapporto privilegiato con Andrea Tornielli, che lo ha voluto a Vatican News dopo aver collaborato con lui al La Stampa. Un legame professionale e personale che ha fatto sollevare molti interrogativi sui criteri con cui il direttore dei media vaticani lavora a Palazzo Pio.

Un dipendente inviato sistematicamente ai viaggi apostolici può arrivare ad accumulare circa 40.000 euro annui di compensi aggiuntivi. Una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con le retribuzioni dei colleghi che rimangono a lavorare nelle redazioni romane e che, pur svolgendo quotidianamente un lavoro essenziale, non beneficiano delle stesse opportunità.

Non sorprende, dunque, che all’interno del Dicastero siano emersi malumori e contestazioni. Diversi dipendenti lamentano una distribuzione delle trasferte che non sembra rispondere a criteri trasparenti di anzianità, competenza e merito. In assenza di regole chiare e di un sistema capace di garantire pari opportunità professionali, le decisioni finiscono per apparire legate soprattutto ai rapporti personali con i vertici.

Basti pensare alle redazioni linguistiche, dove lavorano giornaliste e giornalisti preparati, con anni di esperienza e una conoscenza approfondita della Chiesa e delle realtà internazionali, che non hanno mai avuto la possibilità di salire su un aereo papale. Professionisti che ogni giorno garantiscono il funzionamento dell’informazione vaticana, mentre le trasferte, con i relativi benefici economici, continuano a essere concentrate nelle mani di un gruppo ristretto di persone.

«Io prendo uno stipendio come quello degli altri, non prendo mica di più. Non capisco perché parliate sempre del mio stipendio», dichiarò Andrea Tornielli a Silere non possum quando, durante il Meeting di Rimini, decise di fare un agguato intimidatorio al nostro direttore. I numeri, però, raccontano una realtà ben diversa. E Silere non possum ha l’abitudine di parlare sulla base dei documenti, a differenza di Tornielli, che preferisce affidarsi al chiacchiericcio dei salotti. Alla retribuzione ordinaria, già tutt’altro che modesta, si aggiungono infatti le indennità e i compensi maturati in occasione di ogni trasferta. E Tornielli, guarda caso, parte praticamente sempre.

Chi serve davvero a seguire il Papa

Una parte di questa imponente spedizione è certamente necessaria. Gli operatori video che viaggiano sull’aereo papale e seguono da vicino il Pontefice sono gli unici autorizzati a effettuare riprese a distanza ravvicinata; lo stesso vale per i fotografi. Indispensabili sono anche i tecnici che posano i cavi, collegano le apparecchiature e garantiscono la continuità del segnale. Proprio quei lavoratori che, paradossalmente, figurano tra i meno retribuiti dell’intera delegazione. Per il resto della copertura televisiva, Vatican Media si avvale delle emittenti dei Paesi ospitanti, alle quali è affidata la produzione del segnale delle celebrazioni e degli eventi pubblici.

Chi conosce dall’interno il funzionamento di questa macchina sa bene che una squadra di una decina di professionisti, eventualmente affiancata da qualche tecnico aggiuntivo, sarebbe sufficiente a garantire un’adeguata copertura del viaggio apostolico. Il problema è tutto il resto: la presenza di dirigenti e funzionari il cui contributo operativo appare difficilmente individuabile, ma che continuano a occupare posti nella delegazione, moltiplicando i costi. Una sfilata di vertici tanto dispendiosa quanto superflua, pagata con le risorse della Santa Sede.

Le squadre inviate in anticipo nei Paesi che il Pontefice visiterà svolgono un lavoro del tutto inutile: l’intervista al parroco, quella al vescovo, qualche fotografia della chiesa, un servizio sulla comunità cattolica locale. Contenuti che, peraltro, le diocesi e le agenzie di stampa mettono abitualmente a disposizione nei giorni precedenti il viaggio e che potrebbero essere raccolti e approfonditi direttamente dalle redazioni di Roma, senza sostenere i costi di ulteriori trasferte.

C’è poi un paradosso che rende ancora più difficile giustificare un simile dispiegamento di personale. I giornalisti di Vatican Media inviati a terra non hanno accesso al percorso riservato al pool papale. Il seguito del Pontefice si muove secondo un programma rigidamente organizzato dalla Sala Stampa della Santa Sede, mentre gli altri inviati devono raggiungere autonomamente i luoghi degli eventi, seguendo percorsi differenti e assistendo agli appuntamenti dalla stessa distanza degli altri giornalisti e del pubblico. La loro presenza sul territorio, dunque, non garantisce necessariamente un accesso privilegiato alle notizie o alle immagini. Nel frattempo, a Roma, le scrivanie di Palazzo Pio rimangono vuote e le redazioni devono fare i conti con l’assenza di una parte consistente del personale.

Quanto alla Sala Stampa, buona parte del lavoro svolto dai suoi dipendenti durante le trasferte consiste in attività logistiche: accogliere i giornalisti accreditati, accompagnarli agli appuntamenti, coordinarne gli spostamenti e organizzare i trasferimenti da una località all’altra. Un apparato organizzativo costoso, che potrebbe essere sensibilmente ridimensionato, lasciando alle singole testate la gestione dei propri spostamenti e concentrando le risorse della Santa Sede sulle attività strettamente necessarie alla copertura istituzionale e giornalistica del viaggio.

Il prezzo del posto sull’aereo papale

Poi ci sono i giornalisti delle altre testate, che il posto sull’aereo papale devono pagarselo. O, più precisamente, sono le rispettive redazioni a sostenerne il costo. Per il viaggio di Francesco in Asia e Oceania del settembre 2024, durato dodici giorni, ciascuna testata ha dovuto affrontare una spesa superiore ai 10.000 euro, comprensiva degli alberghi individuati dall’organizzazione vaticana, quasi sempre strutture a cinque stelle. A bordo dell’aereo viaggiavano circa cento persone, una settantina delle quali giornalisti.

Il problema delle tariffe imposte agli operatori dell’informazione, del resto, viene denunciato da anni. Già nel 2017, trenta giornalisti delle agenzie di stampa avevano scritto a monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, al direttore della Sala Stampa Greg Burke e al coordinatore dei viaggi papali, monsignor Mauricio Rueda Beltz, per contestare il costo del volo verso Fatima. L’organizzazione vaticana chiedeva 1.738 euro per un posto sull’aereo papale, mentre un normale biglietto di linea costava circa 250 dollari. Nella lettera, i giornalisti definivano quella tariffa «del tutto sproporzionata». Una contestazione che sollevava già allora interrogativi sui criteri di determinazione dei costi e sulla gestione economica dei viaggi apostolici.

Ma che cosa si ottiene, concretamente, in cambio di quelle somme? Un posto su un pulmino che segue un itinerario prestabilito, una camera negli alberghi individuati dall’organizzazione, l’accesso agli stessi luoghi e agli stessi appuntamenti, negli stessi orari. Un centinaio di persone assiste alle medesime scene, dalle medesime postazioni, finendo inevitabilmente per produrre racconti pressoché identici. Sul volo di andata è previsto il tradizionale saluto del Pontefice ai giornalisti, mentre la conferenza stampa si tiene soltanto durante il viaggio di ritorno, in questo caso da Lima a Roma. Con Leone XIV si aggiunge qualche breve dichiarazione raccolta durante gli spostamenti. Migliaia di euro per assistere a una conferenza stampa nella quale soltanto alcuni giornalisti hanno la possibilità di rivolgere una domanda al Papa. Gli altri ascoltano. E anche sui criteri con cui vengono selezionati coloro ai quali è consentito intervenire, sul ruolo della Sala Stampa e sulla trasparenza di queste scelte ci sarebbe parecchio da raccontare.

Resta poi un interrogativo di natura economica: quanto di ciò che le testate pagano per partecipare ai viaggi apostolici contribuisce, direttamente o indirettamente, a sostenere i costi dell’apparato vaticano che li organizza e li accompagna? In assenza di rendiconti dettagliati, non è possibile stabilirlo. Ma proprio per questo sarebbe necessario conoscere come vengono determinate le tariffe e quali spese siano effettivamente comprese negli importi richiesti alle redazioni.

La passerella e il lavoro dei veri inviati

Il mestiere del giornalista, però, richiede ben altro. Significa cercare le notizie, incontrare le persone, ascoltare testimonianze, verificare i fatti, osservare una realtà da prospettive differenti e raccontare ciò che sfugge alla comunicazione ufficiale. Le redazioni lo sanno bene, al punto che spesso finiscono per pagare due volte: da una parte il posto sull’aereo papale per il giornalista che segue il programma ufficiale e partecipa alla conferenza stampa; dall’altra il lavoro di un vero inviato, che si muove autonomamente, raggiunge i luoghi, raccoglie testimonianze, realizza servizi con la propria telecamera e garantisce i collegamenti.

Insomma, ci sono redazioni che spendono migliaia di euro per garantire un posto sull’aereo papale a giornalisti come Franca Giansoldati, Gianguido Vecchi e Andrea Gagliarducci, la cui presenza al seguito del Pontefice non sempre si traduce in una produzione giornalistica capace di giustificare investimenti tanto onerosi. Talvolta i contributi sono pochi, altre volte si leggono ricostruzioni confuse, prive di un autentico approfondimento. Basti pensare a Giansoldati, che arriva a chiedere al Papa se sia felice, con una flemma tale da far passare la voglia di sorridere persino a chi lo fosse davvero. Domande che difficilmente giustificano migliaia di euro di trasferta. Il paradosso è che, mentre si finanziano queste passerelle, le stesse redazioni devono sostenere anche i costi di chi il lavoro giornalistico lo svolge concretamente sul territorio: spesso giovani collaboratori, pagati poco, che cercano notizie, raccolgono testimonianze, realizzano interviste e producono servizi. A loro il lavoro, ad altri il privilegio di comparire nel seguito papale.

Nel frattempo, l’ammissione al volo papale è diventata, per alcuni, una sorta di riconoscimento personale da esibire, quasi fosse una certificazione di prestigio professionale. Si alimenta così una piccola cerchia di privilegiati che si ritrova viaggio dopo viaggio, negli stessi alberghi, nelle stesse hall, sugli stessi pulmini, compiaciuta di appartenere al seguito pontificio. Una sfilata di persone che sembrano attribuire più importanza al posto occupato sull’aereo che alle notizie portate a casa.

È anche questo sistema ad alimentare un sottobosco di millantatori che, tra psico blog e paginette Facebook, finiscono per attribuirsi qualifiche e autorevolezze che nessuno ha mai riconosciuto loro. Il piccolo circolo che frequentano, fatto di conoscenze, favori e reciproche adulazioni, li convince che basti definirsi «vaticanisti» o «giornalisti» per acquisire prestigio e credibilità. Si illudono che un titolo possa compensare l’assenza di competenza, equilibrio e capacità di giudizio. E così scambiano la frequentazione di certi ambienti per autorevolezza professionale, senza comprendere che quest’ultima si conquista con il lavoro, la serietà e la qualità di ciò che si pubblica.

Il richiamo di Francesco e la prova di Alvarado

Il 31 ottobre 2024, concludendo l’assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione, papa Francesco rivolse ai dipendenti un richiamo molto preciso sulla gestione delle risorse economiche: occorreva contenere le spese, individuare nuove fonti di finanziamento e prendere atto che la Santa Sede non avrebbe più potuto sostenere i costi della struttura come aveva fatto fino ad allora. In quei giorni Matteo Bruni rese noto che il Dicastero aveva chiuso il 2023 con un disavanzo di 27,5 milioni di euro, a fronte di un organico di circa 570 dipendenti. Eppure, due anni dopo, l’organizzazione dei viaggi apostolici continua a seguire sostanzialmente lo stesso modello, ereditato dal pontificato di san Giovanni Paolo II e concepito in un’epoca in cui la comunicazione funzionava in maniera profondamente diversa. Oggi le televisioni dei Paesi ospitanti producono il segnale delle celebrazioni, le piattaforme digitali consentono di trasmetterlo in diretta in tutto il mondo e lo stesso Dicastero lo rilancia attraverso i propri canali. Le possibilità tecnologiche sono cambiate radicalmente, ma il numero delle persone mobilitate e i costi che ne derivano sembrano essere rimasti ancorati al passato.

Montse Alvarado si prepara dunque a salire a bordo di una macchina organizzativa già avviata, della quale avrà finalmente la possibilità di osservare da vicino il funzionamento. Nell’intervista concessa a EWTN News In Depth, trasmessa il 24 ottobre, il nuovo prefetto ha indicato nella comunicazione di Cristo al mondo la missione fondamentale del Dicastero, dichiarandosi pronta ad accogliere la visione del Pontefice e a tradurla in scelte concrete. E tra le indicazioni già espresse dal Papa c’è anche quella, inequivocabile, di prestare maggiore attenzione ai costi.

Per dodici giorni Alvarado avrà davanti agli occhi l’intero apparato della comunicazione vaticana, con tutte le sue professionalità, le sue contraddizioni e i suoi sprechi. Vedrà i tecnici che stendono i cavi a Chiclayo, gli operatori che riprendono il Pontefice a pochi metri dall’altare, i fotografi impegnati a documentare ogni appuntamento. Ma potrà osservare anche chi trascorre buona parte del tempo con l’iPhone in mano, intento a produrre contenuti per i propri profili social, comportandosi come se Vatican News fosse una vetrina personale; chi sembra più interessato alle conversazioni di corridoio, al pettegolezzo e alle relazioni con i colleghi e i potenti che alla produzione di notizie; e chi accompagna il Pontefice senza che sia possibile individuare un contributo professionale proporzionato ai costi della sua presenza.

Sarà un’occasione per verificare personalmente ciò che, rimanendo negli uffici di Palazzo Pio, rischierebbe di conoscere soltanto attraverso le relazioni degli stessi dirigenti che devono fingere di essere utili sul volo. Potrà confrontare le risorse impiegate con il lavoro effettivamente svolto, distinguere le professionalità indispensabili dalle presenze superflue e valutare la qualità dei contenuti prodotti a fronte delle somme spese. Soprattutto, potrà rendersi conto di quanto sia necessario intervenire su un sistema nel quale, troppo spesso, la partecipazione ai viaggi apostolici sembra essere diventata un privilegio da conservare anziché una responsabilità da giustificare. Le parole di Francesco sul contenimento dei costi risalgono ormai a due anni fa. Alvarado ha ora l’opportunità di trasformare quel richiamo in decisioni concrete.

in Vaticano, viaggi papali oltre 400mila euro: chi ci guadagna?

Dal sensazionalismo di “BellaMa'” alla dignità del ministero: mentre la TV fa spettacolo dei presbiteri, la Chiesa ignora la via dei preti sposati

diaco ravagnani

La recente polemica mediatica attorno all’intervista condotta da Pierluigi Diaco a BellaMa’ (Rai 2) ad Alberto Ravagnani — ex sacerdote e creator digitale oggi concorrente a Ballando con le stelle — ha scatenato un polverone tra critiche politiche, difese del diritto di cronaca e dibattiti sull’opportunità delle domande poste in prima serata.

Ancora una volta, la figura del presbitero (o dell’ex tale) viene trascinata nel vortice dello spettacolo, tra indiscrezioni sulla vita privata, gossip e corse alla visibilità social. Ma mentre i salotti televisivi e i social network banchettano sul sensazionalismo, la vera emergenza della Chiesa continua a consumarsi nel silenzio: parrocchie senza Eucaristia, chiese che rischiano la chiusura e presbiteri spinti al sfinimento per coprire intere unità pastorali.

La trappola del sensazionalismo contro la verità del Sacerdozio

La vicenda Diaco-Ravagnani è l’emblema di un cortocircuito culturale ed ecclesiale che richiede una netta presa di distanza:

  1. La riduzione del ministero a fenomeno di costume: Quando la vicenda spirituale e teologica di un sacerdote viene ridotta a pretesto per fare share o generare trend sui social, si svaluta l’intera dignità dell’Ordinazione consacrata.

  2. Lo spettacolo contro la vita reale: Mentre chi sceglie la via dei riflettori trova ampio spazio nei palinsesti televisivi, i presbiteri che continuano a vivere con fedeltà il proprio sacerdozio — e che desiderano unicamente servire il Popolo di Dio — restano del tutto invisibili ai media generalisti.

  3. La strumentalizzazione dei vuoti della Chiesa: Questo teatrino mediatico alimenta una narrazione distorta che fa passare l’uscita dal ministero come una ricerca di successo o di intrattenimento, oscurando le ragioni profonde e la sofferenza di chi chiede giustizia e verità.

Realismo Pastorale: risposte concrete, non polveroni mediatici

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, contrappone alle logiche dello spettacolo la concretezza e la serietà del realismo pastorale:

  • I sacerdoti sposati non cercano i riflettori: Chi ha ricevuto una solida formazione nelle Università Pontificie e custodisce nell’anima il carattere indelebile dell’Ordine sacro non cerca ospitate TV o visibilità digitale, ma il ritorno al servizio dell’altare e delle comunità.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Di fronte alle parrocchie deserte e al vuoto lasciato da un modello di intrattenimento che ridicolizza la vocazione, chiediamo al Santo Padre un provvedimento coraggioso: il decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati.

È tempo che la Chiesa e l’opinione pubblica smettano di guardare allo spettacolo da salotto e si concentrino sull’unica cosa che conta: garantire i Sacramenti e la presenza pastorale a chi ne ha davvero bisogno.

Fiorello a valanga su Diaco e l’intervista all’ex prete Ravagnani: “Dico quello che penso e…”

Il Tempo

“Finto prete celebra messa a Torino. Milly, prendi pure lui”. Questi giovani non li capisco: se si fanno preti si spretano, se non sono preti fanno finta di esserlo. La pena? Andare prima a “Ballando” e poi a “BellaMa’” da Diaco”. Così Fiorello a “La pennicanza” (Radio2) tornando sul caso dell’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani, ex sacerdote protagonista di questa stagione di Ballando con le stelle.

“Pierluigi ha sbagliato, di sicuro. L’intervista è stata bruttissima, tutto quello che volete. Però, se dico quello che penso… anzi, meglio non dirlo – afferma scherzando – Altrimenti stasera mi ritrovo la testa di Mariotto nel letto”. E, sempre a proposito dell’ex parroco: “Diaco ci ha tenuto a precisare: ‘Non ho niente contro gli ex preti, il mio migliore amico è Terence Hill!’”.

Fiorello ha aperto la puntata di oggi commentando i risultati delle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, che hanno visto la sconfitta di Donald Trump: “Lui non si perde d’animo e rilancia: ‘Mi candido alle primarie del PD!’”.

Spazio anche all’elezione di Chris Pappas, primo democratico eletto apertamente gay, che secondo lo showman ha commentato: “Sono gay e ho deciso di dirlo io… prima che lo dica Pierluigi Diaco”.

In chiusura, un momento a sorpresa: la telefonata in diretta di Fiorello al ministro della Difesa Guido Crosetto, in vista della serata delle Forze Armate. Crosetto sta al gioco e scherza sul passato militare dello showman: “Quasi quasi potrei raccontare qualche aneddoto di quando ha fatto il servizio militare. Me li ha raccontati qualcuno durante qualche colazione…”.

Lo showman coglie l’occasione per tagliare corto e incalzare il ministro sulla situazione a Hormuz: “Tutto bene? Speriamo…”, la risposta sintetica di quest’ultimo.

L’esperienza umana non si può ricavare dall’intelligenza artificiale

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Avvenire

C’è qualcosa di curioso, e forse persino di commovente, nel fatto che alcuni dei ragazzi destinati a vivere nel mondo più tecnologico della storia vogliano, almeno per un anno, tenersi alla larga dalla tecnologia. Succede ad Harvard, dove il corso che sta facendo parlare di sé non insegna a programmare, non promette di spalancare le porte della Silicon Valley e non offre formule per diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Chiede, più semplicemente, di leggere. Libri interi, uno alla settimana. E di farlo con la propria testa.
Si chiama Humanities 10, potremmo definirlo un corso di Lettere nel senso più ampio del termine: un itinerario attraverso la letteratura, la filosofia e i grandi testi della cultura occidentale, ed è tra i corsi più ambiti tra le matricole. Nell’autunno 2026 le candidature sono aumentate del 40 per cento: 180 studenti per 90 posti. Per essere, gli studenti hanno dovuto presentare un saggio. Poi, niente telefoni, computer o intelligenza artificiale. Frequenza obbligatoria, letture impegnative ed elaborati scritti senza scorciatoie.
La docente di filosofia Samantha Matherne conduce gli studenti dentro Emma di Jane Austen, intrecciando il romanzo alle idee di Adam Smith e Immanuel Kant. Poi li incalza: perché Austen ha creato un’eroina così poco simpatica? Perché leggere romanzi? E infine: che cosa ne sarà di Emma, e che cosa ne sarà di voi? Gli studenti applaudono. Il programma attraversa epoche e idee: dall’Odissea a Joyce, da Platone a Dante, da Montaigne a Spinoza, fino a James Baldwin e all’Iliade. I grandi testi della tradizione occidentale sono opere da attraversare e discutere: gli studenti imparano a stare dentro pagine difficili e a difendere un’interpretazione. «Molto di ciò che ricaviamo da questo corso è esperienza umana, e non puoi ottenerla dall’intelligenza artificiale – dice Peggy Urdan, studentessa di scienze politiche e neuroscienze, in una testimonianza raccolta dal Wall Street Journal –. L’unico modo per ottenere qualcosa da questo corso è non usare l’intelligenza artificiale».
L’IA può riassumere l’Iliade, spiegare Kant e confezionare un testo convincente. Ma leggere significa misurarsi con una voce diversa dalla propria, accorgersi di non aver capito e ricominciare: è così che si costruisce un giudizio autonomo. Gli studenti di Harvard sembrano aver individuato un bisogno: sottrarsi alla frammentazione dell’attenzione. Più che bandire la tecnologia da ogni aula, la questione sta nel riconoscere che alcune esperienze valgono proprio per il percorso che richiedono. Se un riassunto può certo restituire la trama di un romanzo, difficilmente può regalarci l’inquietudine di attraversarlo. E se un algoritmo può suggerire un’argomentazione, è impossibile che sostituisca quella sensazione di quando, dopo molte pagine, ci accorgiamo che la nostra idea iniziale era sbagliata.
La “rivolta analogica” si consuma proprio mentre le discipline umanistiche attraversano in linea generale una crisi. Negli Stati Uniti, secondo i dati dell’American Academy of Arts and Sciences, i diplomi universitari di primo livello in discipline umanistiche sono scesi nel 2024 a 165.489, il dato più basso dal 1991 e circa il 30 per cento sotto il picco del 2012. Il corso di Harvard, insomma, non sembra annunciare al momento una riscossa più ampia. Ma proprio la distanza tra la tendenza generale e l’entusiasmo per questo corso dice comunque qualcosa. Anche nel mondo delle imprese tecnologiche si fa strada l’idea che, nell’era dell’automazione, serviranno comunque persone capaci di interpretare problemi e formulare giudizi. Reed Hastings, cofondatore di Netflix, e Jack Clark, cofondatore di Anthropic, vedono nella formazione umanistica una risorsa destinata a rivalutarsi: alle competenze per programmare dovranno affiancarsi quelle per capire che cosa fare degli algoritmi, e con quali conseguenze.
Le discipline umanistiche non possono insomma essere considerate un lusso né un ornamento della formazione scientifica. Servono, eccome, quando il mondo cambia troppo in fretta per consentire di capire dove stiamo andando. Letteratura, filosofia e storia insegnano a riconoscere le contraddizioni umane, interrogare le idee e ricordare che nessuna trasformazione nasce nel vuoto. Se una macchina può contribuire a formulare una risposta, la responsabilità di cercarla resta umana.
Più che fuggire dal futuro, i ragazzi di Harvard stanno cercando di arrivarci preparati. E hanno intuito che, per riuscirci, qualche volta bisogna spegnere tutto, aprire un libro e restare lì. Senza fretta, senza notifiche, senza qualcuno che pensi al posto nostro. Per scoprire che la libertà intellettuale comincia proprio quando nessuno ci consegna la risposta.

«Questo è solo l’inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

«Questo è solo l'inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

Una rivendicazione, ancora da verificare, e la minaccia di un’escalation della strategia del terrore. L’Europa continua ad essere il bersaglio di falsi allarmi bomba che dagli aerei ieri si sono spostati nelle redazioni di alcuni media irlandesi, probabilmente come “avviso” ad una settimana dal doppio appuntamento del vertice della Comunità politica europea e quello informale del Consiglio europeo. Insieme costituiscono la più grande riunione di capi di Stato e di governo mai ospitato dall’Irlanda, che al momento detiene la presidenza a rotazione del Consiglio dell’Ue con la partecipazione di una cinquantina tra leader di Paesi europei, incluso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Questo è solo l’inizio. Quello che è successo questa settimana è soltanto una piccola parte di ciò che attende l’Europa nel prossimo futuro. Molto presto faremo esplodere i vostri aerei, le navi da crociera, le stazioni della metropolitana e i treni» è il contenuto dell’inquietante e-mail inviata a diversi organi di informazione, nella quale un sedicente leader del gruppo, che si firma “Mikhail Andropov” rivendica la serie di minacce di attentati. «In questo momento stiamo preparando una nuova ondata di attacchi» si legge nel messaggio intitolato “Messaggio all’Occidente”. Il cognome utilizzato è quello di Yuri Andropov, ex segretario generale del Partito comunista sovietico. Non è chiaro se si tratti di un indizio di un coinvolgimento russo o di un tentativo di indirizzare i sospetti verso Mosca. Alcune delle minacce giunte giovedì all’aeroporto di Roma recavano la firma “combattenti dello Stato maschile” (Male State), un riferimento a un movimento russo di estrema destra, ultranazionalista e misogino, fondato nel 2016, che ieri ha smentito il suo coinvolgimento. La pista russa potrebbe portare al Centro principale per le tecnologie speciali del Gru, l’unico servizio dell’intelligence di Mosca sopravvissuto alla fine dell’era sovietica, incaricato delle operazioni all’estero. Il team, meglio noto come Unità 74455, è celebre per devastanti attacchi ai danni di diverse aziende europee.
Le minacce anche ieri hanno riguardato una ventina di voli passeggeri e le sedi di diverse testate giornalistiche irlandesi, tra cui l’emittente pubblica Rte, che sono state evacuate per un paio d’ore. Per fortuna anche gli allarmi di ieri, si sono rivelati infondati. I velivoli coinvolti sono atterrati in sicurezza e le perquisizioni a bordo non hanno portato al ritrovamento di alcun ordigno esplosivo. Le allerte hanno riguardato in Italia due voli: un Ryanair proveniente da Fiumicino e atterrato a Lisbona e un Wizzair Praga-Roma deviato su Venezia. Almeno nove voli da o per Praga, quattro voli in transito sulla Francia, due diretti a Sofia. Il ministro della Difesa ungherese, Romulusz Ruszin-Szendi ha spiegato che l’Ungheria ha fatto decollare per tre volte dei caccia per scortare voli civili all’interno del proprio spazio aereo. La polizia danese ha indagato su una minaccia rivolta all’aeroporto di Copenaghen, che ha comunque continuato a operare regolarmente.
Massima allerta in Irlanda. La polizia ha aperto un’indagine sui falsi allarmi bomba inviati via e-mail a diversi media del Paese, fra cui l’emittente radiotelevisiva pubblica Rte, Virgin Media, Newstalk e Irish Independent che hanno causato l’evacuazione delle sedi che ospitano emittenti e quotidiani. Il testo dell’e-mail avvertiva che un ordigno sarebbe esploso entro 45 minuti: una minaccia rivelatasi del tutto falsa dopo i controlli compiuti dalle forze dell’ordine. Il ministro della Giustizia Jim O’Callaghan ha assicurato che sarà fatto ogni sforzo possibile per individuare i responsabili. Anche l’emittente britannica Sky ha riferito di aver ricevuto una minaccia alla sicurezza e di aver informato le autorità competenti.
Sui falsi attacchi bomba è intervenuta la premier Giorgia Meloni. «Non siamo in grado oggi di dire se l’attacco al plasma in Francia, i finti allarmi bomba sugli aerei, l’aggressione nei confronti dei generi alimentari siano tutti collegati, però ci dicono sicuramente tutti la stessa cosa: che oggi a essere sotto attacco sono infrastrutture civili». Questo ha aggiunto la premier «riporta a un ragionamento che cerco di fare da diverso tempo: quando noi parliamo di spese di difesa e sicurezza in un tempo come questo, non stiamo parlando semplicemente di armi. Stiamo parlando di mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini».
La Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha aperto un’indagine sugli allarmi bomba. Un fascicolo per procurato allarme, al momento a carico di ignoti, è stato aperto dalla Procura di Busto Arsizio e un analogo fascicolo è stato aperto dalla procura di Roma. Intanto la Commissione Ue ha annunciato che la prossima settimana ci sarà un summit degli esperti della sicurezza dei 27 a Bruxelles per discutere le misure necessarie .

Benedizioni senza preti a Gallarate e l’appello ai giovani: la crisi del clero spinge sui laici, ma i sacerdoti sposati restano la vera risorsa inattesa

Prevosto Riccardo Festa

La notizia riportata da La Prealpina riguardo alla comunità pastorale San Cristoforo di Gallarate accende nuovamente i riflettori su una realtà ormai comune a molte diocesi italiane: di fronte alla diminuzione numerica dei presbiteri, le tradizionali visite per le benedizioni natalizie vengono affidate a volontari laici e persino a giovani dai 16 anni in su. Come spiegato dal prevosto monsignor Riccardo Festa, la carenza di clero costringe a organizzare la presenza sul territorio con squadre di supporto che non raccolgono offerte e portano la preghiera casa per casa.

Un’iniziativa lodevole di corresponsabilità che tuttavia evidenzia, ancora una volta, una profonda contraddizione strutturale all’interno della vita ecclesiale.

La supplenza dei laici e il tabù dei presbiteri coniugati

Ricorrere all’impegno dei fedeli e dei giovani per colmare i vuoti lasciati dalla mancanza di sacerdoti è la spia di un’emergenza che non può essere affrontata solo con soluzioni tampone:

  1. Il valore insostituibile del Sacramento: Se i laici e i giovani possono portare conforto e preghiera nelle case, non possiedono tuttavia la potestà sacramentale per celebrare l’Eucaristia o amministrare la riconciliazione.

  2. La risorsa ignorata dei sacerdoti sposati: Esistono centinaia di presbiteri regolarmente ordinati, dotati di una solida preparazione teologica pontificia e arricchiti dalla grazia e dall’esperienza della vita familiare, che continuano a essere tenuti ai margini del ministero attivo.

  3. Una discrepanza difficile da giustificare: Mentre si mobilitano volontari laici per le benedizioni e si affrontano complessi incastri organizzativi nelle parrocchie — dove i preti riescono a passare nelle case solo ogni due o tre anni —, si continua a ignorare la disponibilità di pastori formati e pronti a tornare a servire l’altare.

Realismo Pastorale: la risposta alla crisi passa per la riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, guarda a queste esperienze locali con rispetto per la generosità dei laici, ma ribadisce con forza la via maestra del realismo pastorale:

  • Oltre i tabù disciplinari: Affidare i compiti pastorali ai laici è un segno di vitalità, ma non sostituisce la necessità di ristabilire la piena dignità ministeriale a chi ha ricevuto il carattere indelebile dell’Ordine.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo al Santo Padre di considerare con lungimiranza la situazione delle nostre parrocchie e di concedere un decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati.

Riaprire le porte del ministero a chi è già formato significa restituire linfa vitale, sacramenti e speranza alle nostre comunità.

Don Schena, Alberto Ravagnani e la corsa mediatica alla visibilità: mentre i salotti TV polemizzano, la vera causa dei sacerdoti sposati viene dimenticata e strumentalizzata

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Il dibattito mediatico attorno ai volti noti del clero e del post-clero digitale continua a infuriare. L’ultimo scontro, rilanciato anche dalle testate di settore come Everyeye, vede contrapposti il prete-influencer Don Schena e le dinamiche televisive legate ad Alberto Ravagnani, con accuse di «violenza gratuita» e polemiche accese attorno a interviste e botta e risposta televisivi.

Salotti TV, polemiche social, diatribe tra creator in tonaca o ex in cerca di audience: lo spettacolo continua a riempire le pagine dei siti di intrattenimento. Ma in tutto questo bailamme mediatico, dove finiscono i reali problemi della Chiesa? E soprattutto, che fine fa la drammatica e seria causa dei sacerdoti sposati?

Lo spettacolo della visibilità contro la sofferenza reale

Assistere a polemiche digitali e televisive in cui la figura del sacerdote viene piegata alle logiche dello share e del posizionamento social evidenzia un cortocircuito profondo:

  1. La ricerca esasperata di visibilità: Mentre alcuni preti influencer o ex presbiteri rincorrono i riflettori dei format televisivi e delle polemiche a tesi, l’opinione pubblica viene distolta dai veri drammi ecclesiali, riducendo la vocazione e il ministero a mero fenomeno di costume.

  2. La strumentalizzazione della Chiesa: Usare i panni sacerdotali o il proprio passato ecclesiale come trampolino per dinamiche di spettacolo o per difendere spazi di protagonismo mediatico svaluta la dignità del Sacramento dell’Ordine.

  3. Il silenzio sui veri problemi pastorali: Di fronte alla spettacolarizzazione mediatica, a pagare il prezzo più alto è la Chiesa reale: quella delle parrocchie deserte, delle comunità senza Eucaristia e dei sacerdoti che chiedono giustizia.

Realismo Pastorale: basta con i riflettori, spazio alla giustizia e alla riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, alza la voce per denunciare questa deriva e contrapporre la forza del realismo pastorale al teatrino dei social:

  • Fuori dai salotti, dentro la vita delle comunità: I sacerdoti sposati non cercano la visibilità televisiva o lo scontro da prima pagina. Custodiscono il carattere indelebile dell’Ordine e una solida preparazione teologica pontificia con l’unico desiderio di tornare a servire l’altare.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo che l’attenzione della Chiesa e dei media si sposti dalle polemiche effimere dei preti-influencer alla realtà dei presbiteri coniugati, invocando un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per sanare la crisi delle parrocchie.

La Chiesa ha bisogno di pastori autentici e dediti al Vangelo, non di comparse da rotocalco televisivo.

Papa e gli abusi sessuali dei preti in Perù: «Leone XIV incontrerà le vittime»

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Mentre Papa Leone XIV è in viaggio per l’America Latina, alcuni attivisti peruviani hanno esortato il Pontefice a espellere dalla Chiesa cattolica i responsabili di abusi sessuali, invocando giustizia in un caso che si trascina da tempo. L’organizzazione non profit statunitense «Bishop Accountability» ha tenuto oggi una conferenza stampa per presentare un elenco di 77 ecclesiastici «accusati pubblicamente di aver abusato sessualmente di minori» in Perù. Nell’elenco figurano diversi alti prelati.

I 77 ecclesiastici
Il Papa sta per iniziare un tour che toccherà Uruguay, Argentina e Perù, dove ha vissuto per quasi vent’anni lavorando come missionario, parroco e vescovo. Il Vaticano ha reso noto che, durante il viaggio Leone incontrerà alcune vittime di abusi, senza tuttavia fornire dettagli in merito. «Ciò che il Papa può fare in questo momento per porre fine, o quantomeno per migliorare sensibilmente, questa deplorevole situazione è attuare tolleranza zero nei confronti di chiunque sia riconosciuto colpevole di abusi sessuali», ha detto ai giornalisti Anne Barrett Doyle, co-direttrice dell’organizzazione. «La Chiesa dovrebbe allontanare definitivamente non solo i colpevoli degli abusi, ma anche coloro che li hanno coperti», ha concluso.

La commissione d’inchiesta
L’organizzazione ha chiesto anche l’apertura di una commissione d’inchiesta su quanto accaduto in Perù. «L’ostinata segretezza dei vertici della Chiesa peruviana mette a rischio i bambini, nega alle vittime il riconoscimento del loro vissuto e impedisce alle autorità civili di identificare e perseguire i complici», ha fatto sapere Barrett Doyle.

Papa Leone XIV riceve i Pooh: “La musica sia uno strumento per la pace”

I Pooh da Papa Leone XIV

Rai News

Dopo aver ricevuto ieri Bob Dylan, e a poche ore dalla partenza per il lungo viaggio apostolico in Sud America, oggi Papa Leone XIV ha ricevuto i Pooh, in Vaticano, in udienza privata.

Nel corso dell’incontro si è parlato del valore della musica come messaggio di pace e del suo contributo alla costruzione di un mondo libero dai conflitti. Un’occasione per condividere con il Pontefice il significato di un percorso artistico che attraversa sei decenni di storia italiana.

I Pooh hanno consegnato a Leone XIV alcuni doni legati alla loro storia: il libro ufficiale del gruppo, una copia originale dell’album “Parsifal“, disco che ha segnato una svolta fondamentale nella loro vicenda musicale, e una compilation dedicata ai sessant’anni di carriera. Tra i regali anche le bacchette della batteria portate da Phil.

All’udienza hanno partecipato, insieme ai componenti della band, anche i rispettivi familiari, in un momento di incontro che ha unito la dimensione artistica a quella personale e spirituale. 

Bob Dylan, incappucciato dal Papa: perché?

Sì, io c’ero. Non all’incontro con il Papa, ovviamente, ma a quel concerto, che tanto ha fatto discutere, tenutosi a Milano all’Unipol Dome. Bob Dylan alla fine è così: controverso per via delle sue scelte, che possono essere condivise o meno.

Ne apprezzi l’artista, la storia, forse un po’ meno la decisione di presentarsi su un palco praticamente al buio: poche luci e lui ancor più defilato, con un cappuccio nero tirato su a nascondergli quasi completamente il volto. Dagli spalti non puoi nemmeno aiutarti con lo zoom del telefono per inquadrarlo, perché all’ingresso è stato sigillato in un sacchetto.

Sono anni che il bardo americano si presenta sul palco con il cappuccio tirato sulla testa: una scelta dettata dalla volontà di far arrivare la musica prima della sua immagine. Una scelta condivisibile o meno: ma al cospetto del Papa? Forse è un po’ troppo

Vanityfair.it