
Le guerre sono troppe, impossibile seguirle tutte, ma non ci si può concentrare solo su quelle che appaiono più importanti, per poi traslocare su un’altra ritenuta più “attrattiva”. Forse bisogna cercare il filo nel caos. Mentre resta enorme il dubbio su come evolverà in queste ore la guerra in Iran, dove il popolo combatte a mani nude, è importante prestare attenzione ai territori all’Iran limitrofi e che furono ottomani.
Si può vedere che il divide et impera imposto come criterio di governo dalle potenze coloniali non ha prodotto quegli “Stati moderni” che a parole era il compito affidato loro dalla Società delle Nazioni. Nel mondo arabo-islamico emerse a quel tempo una posizione sostenuta da molti intellettuali cristiani: o si dà vita ad uno stato arabo pluralista etnicamente e religiosamente nello spazio più ampio possibile o saremo travolti da interessi nazionali contrastanti.
Sebbene non è più possibile non notare che poco dopo proprio le forze e i governi pan-arabisti hanno fatto del nazionalismo, della cleptocrazia e del totalitarismo le loro arme principali, non si può dire che quegli intellettuali, in buona parte cristiani, avessero torto. Dunque dobbiamo agglutinare alcuni conflitti per cercare di capire. Direi che sono in corso guerre per definire nuove aree di influenza.
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Comincerei dalla Siria, dove colpisce che gli sforzi di Donald Trump non producono gli effetti sperati: l’investimento trumpiano non è stato certo poco rilevante. Il fatto è che nonostante Trump e la sua scelta di togliere le sanzioni alla Siria, questa non riunisce a rinunificarsi. Il punto è questo: il governo centrale, sostenuto dai turchi, è in mano all’islamista al-Sharaa e lui vuole governare su tutta la Siria. Ma nel nord-est ci sono i curdi, che hanno una sorta di governo autonomo che si sono conquistati in cambio dell’impegno a combattere l’Isis per conto degli Stati Uniti e della coalizione internazionale: e siccome infondo al loro cuore si ritiene sempre che ci sia l’indipendenza, non convince che vogliano restare in Siria con un loro esercito e un loro governo autonomo, su un territorio che include aree e città a maggioranza araba.
Le due posizioni sono oltre che incompatibili anche illogiche: la Siria è un Paese plurale e al-Sharaa farebbe bene a differenziarsi dal centralismo degli Assad che ha prodotto solo disastri. Il decentramento dovrebbe però essere territoriale, non etnico o confessionale: le etnie e le confessioni andrebbero rispettate ma non trasformate in gabbie.
Così i curdi non possono chiedere l’impossibile, il territorio non è solo loro, e nessuno Stato accetterebbe di convivere con un esercito autonomo. Ecco che il compromesso, possibile, passa per il sangue: quello che scorre in queste ore ad Aleppo, dove il governo centrale con l’appoggio dei turchi, vuole assumere il controllo dei quartieri curdi per indurre questi a più miti pretese.
O i curdi lasciano il nord-ovest, si aggrumano nel nord-est, perdendo le città arabe di Raqqa e Deir az-Zoor, o si tratta di una loro “autonomia limitata” con ingresso non compatto nell’esercito nazionale. L’inviato americano tenta di convincere i curdi a sposare una linea meno rigida, ma sin qui non sfonda, sebbene alcune voci ragionevoli dicano che lo scontro produrrà due perdenti.
Accontentare la Turchia, che vuole emergere come un nuovo domino regionale, può aiutare a rendere più stabile la regione. Controllando al-Sharaa, Ankara vuole proporsi come potenza di riferimento di un’area molto più ampia, che si estenderebbe a oriente e con la Siria si consoliderebbe sul Mediterraneo e con altri introno al Mar Rosso.
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E proprio qui risulta evidente un accavallamento con la guerra in corso nello Yemen, cioè al capo meridionale della penisola arabica, questa volta tra due ex amici, Arabia Saudita ed Emirati Uniti che si contendono il ruolo di domino del Mar Rosso e dell’attiguo Golfo di Aden, cioè di controllore di una delle principali arterie marittime globali? Molti lo sostengono.
E l’accavallamento tra il conflitto siriano e questo conflitto è reso evidente dall’investimento emiratino di quasi un miliardo di dollari nel porto siriano di Tartus. Forse gli emiratini sono quelli che hanno un progetto dal Nord al Sud, dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso? Proprio in queste ore i nuovi nemici degli emiratini, i sauditi, hanno ottenuto lo scioglimento del Southern Transitional Council (STC) dello Yemen, che ha combattuto con loro contro gli Houti, ma ora è insorto per ottenere l’indipendenza della parte meridionale dello Yemen.
I sauditi invece vogliono mantenere l’unità dello Yemen, avendo il controllo del governo internazionalmente riconosciuto. Dunque i separatisti sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, gli unionisti dall’Arabia Saudita. Erano da anni le due colonne portanti della scelta anti-estremista, anti-fondamentalista, dell’apertura all’Occidente, che ora si combattono.
Quando i colloqui di pace per lo Yemen sono stati convocati a Riyadh per l’8 gennaio, il capo dei separatisti ha dato armi emiratine ai suoi e poi è fuggito nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi. I sauditi lo hanno subito definito un traditore. Lui ha fatto capire che temeva che invece di negoziare lo volessero arrestare. Forse non aveva proprio torto: il 9 gennaio i suoi colleghi che a Riyadh ci sono andati hanno ceduto e sciolto il consiglio separatista.
Tutto questo covava da tempo, ma è venuto alla luce del sole alla fine dello scorso anno, quando i sauditi hanno bombardato la città portuale yemenita di Mukalla. Riyadh aveva appena accusato Abu Dhabi di inviare armi ai separatisti yemeniti: “Abu Dhabi così facendo minaccia la nostra sicurezza nazionale”. Gli emiratini hanno ritirato qualche “esperto” di antiterrorismo, negato tutto, nessuna loro arma sarebbe stata spedita tramite Mukalla ai separatisti del Southern Transitional Council (STC), che dopo aver combattuto gli Houti vuole l’indipendenza dello Yemen meridionale, ma in confini più ampi di quelli del passato, quando il bipolarismo mondiale determinò la divisione tra Yemen del Sud e Yemen del Nord.
Ma la divisione dello Yemen sarebbe un colpo al cuore dell’Arabia Saudita. Mantenendo lo Yemen unito e sotto il controllo dell’attuale governo l’Arabia saudita controllerebbe l’accesso al Golfo di Aden ed a Bab al Mandeb, se li perdesse in favore di una pedina di Abu Dhabi si troverebbe rinserrata nel deserto. Bab al Mandeb è quello stretto corso d’acqua che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e che fiancheggia la costa yemenita.
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Si può pensare che una partita del genere si possa risolvere in nome “degli interessi comuni”. A invitare entrambi alla prudenza infatti c’è al-Qaida. In una situazione di scontro tra i due nemici è ovvio che il terzo possa godere, anche perché così viene meno il coordinamento tra le diverse intelligence. Il rischio è alto per entrambi. Questa minaccia ritenuta esistenziale da entrambi, li ha uniti per anni. Ma il piano emiratino, il loro obiettivo di prendere il controllo del fianco meridionale dello Yemen, è antico.
La vicenda dei turisti bloccati nell’arcipelago di Socotra ci dice che gli emiratini non si sono fermati sulla costa: sulle isole di Socotra si va con visto emiratino. I sauditi dunque avevano accettato, o trangugiato, questo calice abbastanza amaro, ma gli emiratini non si sono fermati, i loro alleati hanno preso il controllo di un’altra area strategica, che confina per centinaia di chilometri con l’Arabia Saudita. E proprio da lì gli amici di Abu Dhabi hanno annunciato la loro intenzione di dichiararsi indipendenti aderendo ai Patti di Abramo, come ha fatto Abu Dhabi.
I sauditi invece devono attendere, per la questione palestinese che chiedono di risolvere prima della loro adesione ai patti di Abramo, e non gradiscono che altri li scavalchino riducendo il loro peso negoziale. Per i sauditi dunque la misura era colma e questa spiega la loro azione militare contro gli armamenti emiratini nello Yemen. Quando ciò è emerso, è risultato impossibile non collegare il sostegno alla secessione dello Yemen meridionale e il fatto che dall’altra parte del Mar Rosso, in Sudan, è proprio Abu Dhabi che sta sostenendo con forza i ribelli delle Rapid Support Forces, accusati di crimini di guerra nel Darfur. Vogliono arrivare proprio sul Mar Rosso.
E sul Mar Rosso è anche il Somaliland, che è stato riconosciuto da Israele, mossa bocciata dagli arabi ad eccezione degli emiratini. Colleghiamo tutto questo all’investimento emiratino per il porto siriano di Tartus e forse abbiamo un quadro, nell’attesa di sapere cosa accadrà in Iran i grandi attori cercano di definire chi ha influenza e fin dove?
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