Papa Leone, frecciata a Vannacci: «Remigrazione non è una risposta cristiana». E manda un messaggio al G7

Papa Leone, frecciata a Vannacci: «La remigrazione non è una risposta cristiana»

«Non mi sembra la risposta più cristiana». Papa Leone, uscendo da Villa Barberini a Castel Gandolfo prima di rientrare a Roma, boccia senza appello la remigrazione. Rispondendo ad una domanda sull’espulsione degli stranieri in quanto tali, il Pontefice ribadisce il concetto di “rispetto per la persona; molte volte noi non conosciamo le ragioni per le quali queste persone sono uscite dal loro paese, per cui semplicemente dire li mandiamo via come dire ci laviamo le mani del problema non mi sembra la risposta più cristiana. Le persone vanno trattate con rispetto».
«Grazie a Dio c’è almeno questo memorandum che sembra che firmeranno ufficialmente venerdì, stanno dicendo ci saranno ancora diversi punti da stabilire però è sempre meglio farlo con il dialogo, con la negoziazione, non tornando alla guerra, quindi auguro che sia veramente una soluzione alla guerra», ha detto Leone inviando così il suo messaggio al G7. Leone raccomanda soprattutto «di eliminare le armi nucleari, questo sì e cercare il bene di tutti i popoli, cercare come risolvere i problemi anche a livello economico, sociale, che sono stati creati» dalla guerra.
Il Messaggero

Papa, ‘dagli abusi ferite traumatiche, la Chiesa chiamata a risponderne’

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Ansa

Affinché la Chiesa sia un luogo di incontro d’amore con Dio “è necessario che abbiamo spazi sicuri.

L’incontro con Cristo ci segna in modo positivo e ci spinge verso una vita piena di amore e libertà, mentre il contrario accade nelle situazioni di abuso, che causano ferite traumatiche che condizionano e diminuiscono lo sviluppo spirituale e umano della persona”.
Lo ha detto il Papa nell’udienza ai rappresentanti del “Centro de Investigación y Formación de Protección al Menor”, che si è svolta prima dell’udienza generale.
È il Signore stesso, ha sottolineato il Pontefice, a mettere “in guardia dall’essere causa di scandalo per i più piccoli”.
Poi Leone ha ricordato che nel recente viaggio apostolico in Spagna, ha affrontato con i vescovi locali la questione degli abusi sottolineando il “dolore di coloro che sono stati danneggiati da chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro, situazioni alle quali la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più forte nella prevenzione e in una cultura della cura. Questo compito, sebbene sia principalmente responsabilità di coloro tra noi chiamati al ministero pastorale, è un mandato per tutti nella Chiesa”, ha detto Leone XIV.
“Il mio augurio – ha concluso – è che tutti gli spazi della Chiesa, siano essi fisici o virtuali, siano veramente luoghi di incontri fecondi con Gesù Cristo, liberi da paura, sospetto e diffidenza”.

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La pace sotto sorveglianza: come Trump ha riscritto l’intesa sul nucleare con l’Iran

La pace sotto sorveglianza: come Trump ha riscritto l’intesa sul nucleare con l’Iran

Nel salone dell’Hotel Royal di Évian-les-Bains, tra le pieghe di un bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron, l’inquilino della Casa Bianca Donald Trump ha annunciato quello che definisce il «punto fondamentale» della sua politica estera: l’Iran non avrà mai l’arma nucleare. Tuttavia, dietro l’ottimismo del “deal all signed”, si apre un confronto tecnico che obbliga a guardare al 2015 per capire se siamo di fronte a una pace duratura o a una tregua dettata dalla necessità. Il confronto tra l’intesa di Trump e il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) dell’allora presidente Usa Barack Obama non è solo una questione di cifre, ma lo scontro tra due visioni della non-proliferazione. Se l’accordo del 2015 puntava a “chiudere le strade” verso la bomba attraverso una regolamentazione meticolosa al fine di integrare Teheran nella comunità internazionale, il Memorandum del 2026 sembra mirare a uno smantellamento radicale come il risultato di una “pressione massima” che ha sfiorato il conflitto totale.
Il punto di rottura riguarda la gestione del combustibile. Il JCPOA del 2015 era un capolavoro di ingegneria diplomatica: limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67% per quindici anni e imponeva un tetto di 300 chilogrammi alla scorta. Un sistema di “binari” per impedire la deviazione militare pur riconoscendo a Teheran un diritto all’energia atomica civile. All’epoca, l’Iran accettò di disattivare due terzi delle sue centrifughe, limitandosi ai modelli IR-1, tecnologicamente obsoleti. Oggi il paradigma è cambiato. Trump esige lo “zero enrichment“ e la consegna della “nuclear dust”, la scorta al 60% accumulata da Teheran. L‘intesa prevede la “diluizione” del materiale in territorio iraniano per riportarlo a livelli civili. È un punto critico: per Washington è una resa, per Teheran è la prova che l’uranio non lascerà il suolo sovrano. Mentre Obama accettava centrifughe monitorate a Natanz, Trump punta allo smantellamento fisico dei siti colpiti nel giugno 2025, mirando a neutralizzare anche le avanzate centrifughe IR-6 e IR-9, sviluppate in risposta alle sanzioni.
L’Aiea emerge come l’unico ponte tra Washington e Teheran. Se nel 2015 l’Agenzia monitorava un trattato codificato, oggi opera in un vuoto normativo come garante di un memorandum in divenire. «La verifica è l’antidoto al sospetto», ha ribadito il direttore generale. Rispetto al passato, l’Aiea dovrà gestire protocolli più intrusivi: sorveglianza in tempo reale sulla diluizione dell’uranio al 60% e certificazione dello smantellamento delle infrastrutture colpite nel 2025. Senza il “bollino” di Vienna, nessuna revoca delle sanzioni sarà digeribile per il Congresso Usa. «Ampi poteri di controllo», ha ribadito Trump. Questa frase nasconde il nervo scoperto della sovranità iraniana. L’accordo del 2015 si poggiava su un sistema di ispezioni rigoroso ma regolato da procedure concordate. L’intesa attuale sembra invece aprire la strada a un accesso “pieno e incondizionato”, un modello “anytime, anywhere“ (“sempre e ovunque”) che l’Iran aveva storicamente respinto come spionaggio legalizzato. Da Teheran, il presidente Masoud Pezeshkian ha descritto l’intesa come una «vittoria contro le richieste eccessive», linguaggio necessario per giustificare il compromesso a un’opinione pubblica stremata. Se il focus attuale è sulla verifica, per il futuro conta la tenuta dell’equilibrio: può una pace basata sulla sottomissione tecnica reggere?
Nel 2015 l’Iran era un partner negoziale; nel 2026 appare come un attore sotto minaccia diretta, rendendo la verifica un protocollo di vigilanza post-bellica più che un atto di fiducia. Un altro elemento di divergenza riguarda la durata delle restrizioni. Il JCPOA era celebre per le sue “sunset clauses“, clausole di scadenza che avrebbero permesso all’Iran di riprendere gradualmente alcune attività dopo 10 o 15 anni. La filosofia di Obama era che, nel tempo, l’Iran sarebbe cambiato politicamente, rendendo inutili le restrizioni più severe. L’intesa Trump del 2026 punta invece a impegni «permanenti». Il presidente Usa non accetterà un accordo che «calcia il barattolo più avanti». Questa pretesa di definitività si scontra con la dottrina iraniana della “tecnologia inalienabile”. Fonti vicine al negoziatore Araghchi suggeriscono che Teheran abbia accettato limitazioni severe oggi in cambio di una road-map di 60 giorni per la revoca delle sanzioni, ma senza rinunciare formalmente alla conoscenza tecnica. Il confronto tra la flessibilità temporale del 2015 e la rigidità del 2026 rappresenta il rischio più grande: senza una valvola di sfogo politica, la pressione tecnica potrebbe portare a una nuova rottura.
La vera novità dell’approccio attuale è l’integrazione del dossier nucleare con la stabilità regionale. Il JCPOA era stato criticato per essere troppo settoriale, ignorando il ruolo dell’Iran nei conflitti in Libano e Yemen. L’intesa odierna nasce invece dalle ceneri di un conflitto recente e include esplicitamente la fine delle ostilità su tutti i fronti. L’impatto umanitario è il cuore della trattativa. La rimozione del blocco navale e la riapertura di Hormuz sono boccate d’ossigeno per una popolazione stremata da asset congelati e carenze mediche. Trump ha promesso che “l’olio tornerà a scorrere”, ma la sfida sarà trasformare lo sblocco economico in una stabilità reale che non dipenda solo dal prezzo del greggio o dalle mosse militari di Israele. La differenza con il 2015 è che allora la speranza era la prosperità; oggi la speranza è la sopravvivenza. In definitiva, se l’accordo di Obama era un trattato di fiducia vigilata, quello di Trump è un memorandum di necessità. Le fonti iraniane insistono sulla “sovranità nucleare” intatta, mentre la Casa Bianca proclama la fine della minaccia atomica. La verità giace nel mezzo: un accordo quadro che ha evitato una guerra totale ma che lascia aperti i dettagli più spinosi. Per il mondo, e per chi crede nella diplomazia come unico strumento di pace, la firma prevista per venerdì in Svizzera non è il traguardo, ma l’inizio di una trattativa ancora più difficile, dove ogni parola peserà sulla sicurezza del pianeta.

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I funerali di Ruini domani a San Pietro, celebrerà il Papa

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Sarà Papa Leone XIV a celebrare i funerali del cardinale Camillo Ruini.

Il rito delle esequie si terrà domani, giovedì 18 giugno, alle 16.30 all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro.
La camera ardente è stata invece allestita oggi, a partire dalle 12, nella cappella della Madonna della Perseveranza del Pontificio seminario romano minore. (Ansa)

Premio Montale a Roberta Dapunt, voce del verbo umano

Roberta Dapunt. Foto di Daniel Töchterle.

Il 16 giugno alla Biblioteca Sormani di Milano si tiene la XXX edizione del riconoscimento promosso dalla Fondazione Crocevia. Al centro dell’opera della poetessa della Val Badia una scrittura radicata nell’esperienza, attenta al corpo, alla fragilità e alle domande essenziali dell’esistenza

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano – Vatican News

“Non faccio differenza tra vita e poesia”. Nelle parole con cui Roberta Dapunt descrive il proprio lavoro poetico si ritrova anche il significato del Premio Montale Fuori di Casa che le sarà conferito oggi 16 giugno alla Biblioteca Sormani di Milano. Giunto alla XXX edizione, il riconoscimento sarà consegnato nel corso di un incontro promosso dalla Fondazione Crocevia con Adriana Beverini, presidente del Premio Montale, e Giovanni Gazzaneo, presidente della Fondazione. Interverranno inoltre Guido Oldani, Vincenzo Quagliotti, Giovanni Tesio e Alma Vallazza, mentre la poetessa proporrà un intervento dal titolo Voce del verbo essere umano.

Una voce che nasce dall’esperienza

Nata nel 1970 a Badia, in Val Badia, dove vive tuttora, Roberta Dapunt è una delle figure più autorevoli della poesia italiana contemporanea. Pubblicata da Einaudi, Folio Verlag e Il Ponte del Sale, tradotta in diverse lingue e vincitrice del Premio Viareggio-Rèpaci nel 2018 con Sincope, ha costruito negli anni un’opera che mantiene un rapporto costante con l’esperienza vissuta.
La motivazione del Premio Montale individua proprio questo tratto come elemento distintivo della sua scrittura: “C’è in Roberta Dapunt una coincidenza tra la sua poetica e la sua vita, in un dialogo serrato che sempre si rinnova e sempre più va nel profondo”. I versi trovano la loro sorgente negli spazi e nel tempo dell’esistenza: il maso, la natura, il corpo, il dolore, lo sguardo rivolto a sé e agli altri, fino alle ferite della storia contemporanea.

Il corpo e la realtà

La centralità del corpo percorre molte delle sue raccolte. Corpo che lavora, che genera, che si ammala, che invecchia e porta i segni del tempo. Corpo concreto, mai astratto, nel quale l’esperienza lascia tracce visibili. Anche il Premio sottolinea questa dimensione, riconoscendo nella sua poesia una risposta a un’epoca sempre più attratta da realtà virtuali e disincarnate.
Nei suoi versi il corpo non è mai un tema teorico. È il luogo concreto dell’esistenza. “A chi pensa che io non sia di oggi, io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi”, scrive in una poesia de Le beatitudini della malattia. Una dichiarazione che sembra rispondere direttamente alla motivazione del Premio quando definisce Dapunt “profondamente presente al presente”

Una spiritualità radicata nelle cose

Accanto alla dimensione materiale emerge una costante ricerca spirituale. Non attraverso formulazioni dottrinali, ma mediante immagini che nascono dall’esperienza quotidiana. Nella poesia dedicata alla stanza in cui scrive, quel luogo diventa “mio confessionale”, “mio tabernacolo, custode della mia anima”, “mia cappella”. Parole che appartengono al linguaggio liturgico e che nella sua opera vengono riportate alla vita quotidiana. Lo stesso comunicato del Premio osserva come la parola essenziale della poetessa accolga immagini bibliche, la liturgia del creato e gli orizzonti più vasti dell’umano.
Il lessico della tradizione cristiana riaffiora con frequenza nella sua opera e convive con immagini del corpo, del lavoro quotidiano, della natura e della vita rurale. È un linguaggio che diventa strumento di interrogazione del dolore, del limite e del significato dell’esistenza. In una delle poesie di Sincope, scrive: “Così dice il Signore, dice cosa? / A me mai mi dice niente”. Un dialogo aperto, inquieto, che continua a misurarsi con le grandi domande dell’esistenza.

La lingua della terra e della memoria

La motivazione del Premio dedica ampio spazio anche al rapporto con il ladino, lingua madre della poetessa. Non viene interpretato come semplice segno identitario, ma come parte essenziale della sua ricerca. Il ladino non rappresenta soltanto un’appartenenza culturale. Nella sua scrittura diventa un modo di custodire gesti, nomi e relazioni che nascono dall’esperienza quotidiana e del rapporto originario con il reale.
Questa ricerca dell’essenziale percorre tutta la sua opera. “A cosa serve sapere e compiacersi del sapere se non per distinguere un filo d’erba da un altro”, scrive in una delle sue poesie più note. In questi versi si ritrovano insieme attenzione al dettaglio, disciplina dello sguardo e fedeltà alle cose.

La dignità dell’umano

La motivazione del Premio Montale legge la poesia di Dapunt come una testimonianza capace di tenere unite ragione ed etica in un tempo in cui la dignità dell’uomo appare spesso minacciata.
Nel suo saluto per il Premio, il poeta e latinista Alessandro Fo sottolinea come la poesia di Dapunt sappia misurarsi con “questo rovinato tempo”, guardando alle guerre, alle migrazioni, ai soprusi e alle forme contemporanee dell’indifferenza. Una dimensione civile che attraversa la sua opera senza trasformarsi in dichiarazione ideologica.
Nel testo preparato per la cerimonia del Premio, la poetessa torna sul rapporto tra parola e storia e individua nel “far sapere” uno dei compiti della poesia: custodire e trasmettere le esperienze umane che rischiano di essere sommerse dall’oblio.
È una presenza che attraversa i suoi libri senza proclami. Dalla realtà quotidiana di un maso della Val Badia fino alle grandi questioni del nostro tempo, la poesia di Roberta Dapunt continua a interrogare ciò che significa essere umani. Forse è anche per questo che il Premio Montale la riconosce come una voce destinata a durare: perché rimane saldamente ancorata alla vita, alla sua fragilità e alla sua verità.

Addio a Ruini, il cardinale che voleva una Chiesa non irrilevante

Addio a Ruini, il cardinale che voleva una Chiesa non irrilevante

È morto all’età di 95 anni il cardinale Camillo Ruini, dopo un progressivo decadimento fisico che si era accentuato agli inizi di maggio. A darne notizia il cardinale vicario Baldassare Reina, che con il Consiglio episcopale e la diocesi di Roma, «grati per la lunga e proficua vita cristiana e per il suo servizio alla Chiesa», l’hanno affidato «alla misericordia del Signore». «La sua guida pastorale dal 1991 al 2008 – si legge ancora nella nota – ha lasciato un segno profondo della sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella città, unendovi la responsabilità di Presidente della Conferenza episcopale della Chiesa italiana. Acuto nel discernere le svolte politiche e sociali del Paese, ha considerato fondamentale guidare le transizioni culturali con la fierezza cattolica di essere depositari di un patrimonio di valori da non nascondere, ma da custodire e difendere, adempiendo il suo motto episcopale Veritas liberabit nos».

Gli anni della formazione emiliana

Con Ruini scompare dalla scena terrena uno dei grandi protagonisti della Chiesa italiana e non solo durante il pontificato di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Da molto tempo ovviamente non aveva più incarichi, però aveva continuato a far sentire la sua presenza attraverso libri, interviste e colloqui nel suo appartamento a pochi passi dal Vaticano, dove si è spento. Nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo – provincia di Modena ma diocesi di Reggio Emilia-Guastalla – Ruini intraprese la strada per il sacerdozio appena terminato il liceo. Il padre, un medico affermato, prese molto male la sua decisione. La accettò a patto che il figlio potesse avere una preparazione di prim’ordine. Fu quello il motivo per cui Ruini compì gli studi da seminarista non a Reggio Emilia ma a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, risiedendo nell’Almo Collegio Capranica. Nella capitale respirò un clima internazionale – strinse amicizia tra gli altri con Ivan Illich, l’eclettico pensatore austriaco suo compagno di collegio – apprese alcune delle novità teologiche che di lì a poco sarebbero confluite nel Concilio Vaticano II – in particolare l’opera del gesuita canadese Bernard Lonergan, che lo segnò – e fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954. Tornato nella sua diocesi di appartenenza si dedicò quindi all’insegnamento in Seminario.
La Chiesa reggiana visse il post-Concilio sotto la guida del vescovo Gilberto Baroni, un pastore dal tratto paterno e austero insieme, già vescovo ausiliare a Bologna del cardinale Lercaro, che individuò in quello smilzo sacerdote che leggeva Ratzinger in tedesco, ma era anche molto pratico, un aiutante prezioso e a cui affidò presto varie incombenze. Come assistente dell’Azione Cattolica e poi vicario episcopale per l’apostolato dei laici, Ruini fu animatore di iniziative formative e sollecitò i giovani di Ac a un impegno pubblico, soprattutto nelle scuole. Si fece largo in una realtà, quella reggiana, che negli anni ’60 e ’70 per quanto relativamente piccola e priva di un ateneo era però culturalmente e politicamente caldissima. Questo sia sul versante laico, dominato dal Pci ma con robusti elementi extraparlamentari – fondamentale nella nascita delle Brigate Rosse fu il gruppo proveniente da Reggio Emilia – sia su quello cattolico: era la diocesi da cui proveniva don Giuseppe Dossetti, dove don Dino Torreggiani, oggi servo di Dio, si era fatto pioniere dell’opzione preferenziale per diseredati e marginali, dove Comunione e Liberazione si radicava sotto l’influenza di figure come Giovanni Riva e Enzo Piccinini, anche lui oggi servo di Dio, e molto altro. Per capire quel contesto basti un’immagine, anche se di diversi anni dopo: tra il maggio 2006 e il marzo 2007 l’Italia si ritrovò come presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi, come presidente della Cei Ruini (che aveva celebrato il matrimonio dello stesso Prodi) e come segretario generale della Fiom, la federazione più pugnace del principale sindacato nazionale, Gianni Rinaldini: tre figure provenienti da quella singolare palestra cultural-politica che fu appunto Reggio Emilia.
In diocesi il Sinodo sull’evangelizzazione indetto nel 1979 vide scontrarsi nella lunga fase preparatoria le diverse anime ecclesiali, in una clima di crescente tensione soprattutto per le spinte dell’ala progressista radicale. Baroni, che sentiva la fatica accumularsi sulle spalle, pensò che per affrontare quella situazione servisse il suo Mr. Wolf, il suo risolvi-problemi di fiducia, ma con maggiore autorità. Da lì nacque la nomina di Ruini a vescovo ausiliare di Reggio Emilia, con la consacrazione avvenuta il 29 giugno 1983. Poco dopo Ruini, in ascesa grazie anche all’appoggio della corrente “wojtyliana” dell’Azione Cattolica, entrò nella segreteria del comitato preparatorio del secondo Convegno ecclesiale nazionale, che si svolse a Loreto nell’aprile del 1985: lui uno dei tre vice-presidenti del comitato e l’arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, il presidente. Loreto fu un trampolino di lancio. Giovanni Paolo II vide in Ruini una figura in grado di guidare la Chiesa italiana secondo le direttive del suo pontificato. Così Il 28 giugno 1986 lo nominò segretario generale della Conferenza episcopale italiana e il 7 marzo 1991 presidente. La particolare stima di Wojtyla nei suoi confronti si manifestò, oltre che con la creazione a cardinale nel concistoro del 28 giugno 1991, anche con la nomina a vicario generale per la diocesi di Roma il 1º luglio 1991.

La Cei e il progetto culturale

Ruini rimase presidente della Cei per 16 anni, fino al 7 marzo 2007, quando terminò il suo mandato per raggiunti limiti di età e il Papa nominò al suo posto Angelo Bagnasco, allora arcivescovo di Genova. Il 27 giugno 2008 Benedetto XVI accettò poi le sua rinuncia a vicario generale della diocesi di Roma e a succedergli fu l’allora prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, l’arcivescovo Agostino Vallini. Il suo ultimo incarico istituzionale fu la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, istituita nel 2010 e che terminò i lavori nel 2014, fornendo il materiale che portò al pronunciamento del Dicastero della Dottrina della fede nel 2024, con il nulla osta al culto. Ruini fu uomo di pensiero e di governo. Considerava l’insegnamento la sua prima vocazione, interrotta a malincuore per le responsabilità che via via gli furono assegnate. Lasciò un segno nella diocesi di Roma e soprattutto nella Conferenza episcopale italiana, che sotto la sua presidenza vide crescere le proprie strutture, insieme a una certa compattezza nel modo di operare.
La sua visione pastorale si espresse soprattutto in quel “Progetto culturale cristianamente orientato” che la Cei promosse a partire dal 1997 e il cui senso era semplice, anche se il linguaggio della burocrazia ecclesiale non lo rendeva immediato. «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» aveva detto Giovanni Paolo II in un celebre discorso del 1982. Ruini condivideva quell’istanza, che in lui si associava a una constatazione amara: vedeva la Chiesa italiana ancora come un’enorme riserva di fede, una fede di popolo, e da questo punto di vista un’eccezione in Europa; e tuttavia troppo poco presente nel mondo accademico, della grande editoria, dei media, della scienza, cioè degli ambienti che facevano e fanno cultura e opinione. Il riduzionismo scientifico nel mondo della ricerca e della divulgazione lo provocava particolarmente, per le sue ricadute sulla concezione dell’uomo – la “questione antropologica” – e sulla credibilità dell’esistenza di Dio. Da lì l’invito alle diocesi e alle realtà strutturate del cattolicesimo italiano a mobilitare le proprie risorse culturali per provare a recuperare un po’ del terreno perduto, per cercare di incidere di più ai fini dell’evangelizzazione. «Meglio contestati che irrilevanti» fu uno dei suoi commenti che divennero famosi.
Teologicamente Ruini fu sempre un apologeta del Concilio Vaticano II, delle sue deliberazioni, dei suoi documenti letti con l’ermeneutica della riforma nella continuità per usare la formula ratzingeriana. Negli ultimi anni tuttavia era cresciuta in lui la consapevolezza che certi risultati dati per acquisiti con il Concilio e il magistero dei Papi successivi, acquisiti in realtà non lo erano affatto. «Non abbiamo risolto il problema del modernismo» diceva in privato. Ruini, che veniva da una famiglia borghese, con medici e docenti di rango nel parentado – era suo cugino Carlo Rizzoli, professore di istologia ed embriologia all’Università di Bologna, ateneo di cui fu rettore per tre mandati, dal 1975 al 1986 – conservava però un’indole quasi paesana, racchiusa in quel nome, Camillo, che gli era stato assegnato alla nascita come un presagio guareschiano (e da leader della Cei Ruini trovò nei vari leader della sinistra i suoi Giuseppe Bottazzi). Chi lo conosceva solo per la sua immagine mediatica rimaneva sorpreso, trovandosi a tu per tu, per il suo fare da parroco emiliano d’antan più che da senatore della Chiesa

La fede dei semplici, metro di misura costante della sua vita

L’impatto della fede nella sua semplicità sull’intenzionalità dell’uomo era uno dei temi cari al cardinale emiliano, mutuato dalla riflessione del gesuita spagnolo Juan Alfaro, relatore della sua tesi di dottorato in teologia alla Gregoriana (tema all’origine del titolo del convegno internazionale promosso dalla Cei nel 2009 sotto la regia di Ruini, “Con Dio o senza di lui tutto cambia”). E la fede dei semplici fu per lui un metro di misura costante. Dei tanti aneddoti che poteva raccontare, avendo avuto una vita così lunga e ricca di incontri, anche con una moltitudine di famosi e potenti, ce n’era uno che gli stava particolarmente a cuore e che riportò anche in un intervento pubblicato alcuni anni fa su questo giornale. Risaliva ai primi anni ’70.
«Nel pomeriggio di una domenica», scrisse Ruini, «stavo percorrendo con la mia auto una strada collinare a sud di Reggio Emilia e davanti a me procedeva una moto di grossa cilindrata. Improvvisamente e in maniera che non so spiegarmi – la velocità non era certo elevata – il pilota ha perduto il controllo, è caduto e la moto gli è finita addosso. L’ho raggiunto subito e con me varie altre persone che si trovavano a passare di lì. Purtroppo era già morto, avrà avuto una trentina d’anni. Gli ho dato comunque l’assoluzione e anche l’unzione degli infermi, poi i presenti, alcuni dei quali, a differenza di me, lo conoscevano personalmente, hanno posto il problema di avvertire i parenti, cioè la madre, vedova, e il fratello. Come sacerdote, è toccato a me. Mi hanno accompagnato a una piccola casa di campagna ed è venuta ad aprirmi la madre di quel giovane. Ho preso il discorso un po’ alla larga ma la donna ha capito subito e mi ha posto una domanda diretta, alla quale ho dovuto rispondere affermativamente. La donna ha taciuto per qualche istante, mentre il suo viso era stravolto dalla sofferenza. Poi ha detto semplicemente: “La Madonna ha sofferto di più”. Le parole sono state esattamente queste, le sento ancora dentro di me». Alla Madonna il porporato si è affidato con sempre maggior intensità negli ultimi mesi, confidando nella sua intercessione.
Avvenire

Quel mondo nascosto della pace

Quel mondo nascosto della pace
(Da “Mosaico dei giorni”, rubrica di Mosaico di Pace)
Mentre la guerra e la firma dopo la guerra occupano le prime pagine con il loro carico di morte e devastazione, esiste un’altra Italia e un altro mondo che operano spesso nel silenzio. Sono le reti di volontari, le associazioni, gli oratori, le università, le amministrazioni locali e le società sportive che scelgono di rispondere alla violenza con la solidarietà. Ne sono un esempio i dodici ragazzi di Betlemme che, dopo due anni di attesa e numerosi ostacoli legati al conflitto, dal 17 al 27 giugno saranno accolti a Seregno grazie all’impegno dell’associazione Oasi di Pace, della Polis Seregno, del Comune, del Csi per il Mondo e di decine di volontari. Altri giovani palestinesi saranno ospitati a Lonate Pozzolo, Primaluna e Legnano. Per dieci giorni condivideranno l’oratorio estivo, le attività sportive, una partita di calcio, una visita a San Siro. Piccole cose. In realtà gesti che restituiscono normalità a chi cresce all’ombra della guerra. Di fronte a un linguaggio pubblico dominato da riarmo, deterrenza e nemici, queste iniziative scrivono un vocabolario diverso: incontro invece che scontro, fraternità invece che odio, cura invece che distruzione. Non risolvono da sole i conflitti, ma indicano una strada. È il lavoro discreto della pace: meno visibile delle bombe, ma infinitamente più capace di generare futuro.
Adista

Nicola Gratteri a “La Stampa”: rischio mafia per il ponte sullo Stretto di Messina

Nicola Gratteri a

La Stampa in data odierna pubblica un’intervista al procuratore di Napoli Nicola Gratteri sul tentativo di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio della Corte dei Conti relativamente all’iter di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Com’è noto, la Procura di Roma ha aperto un’indagine a carico di tre indagati: l’avvocato Giacomo Saccomanno, commissario della Lega in Calabria e membro del cda della società Stretto di Messina, e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio avrebbero cercato di “comprare” l’ex alto magistrato della Corte dei Conti Tommaso Miele promettendogli alte cariche per il futuro se avesse agito «in favore della società Stretto di Messina Spa» (parole dell’atto di indgine).

«L’aspetto che traspare, e di cui mi pare si stia parlando molto poco – ritiene Gratteri – è collegato alla riforma della Corte dei Conti. Ovvero: c’è un evidente problema di separazione tra i poteri dello Stato insito nella riforma e questo conferma i rischi denunciati dai critici della riforma cosiddetta» (v. Adista Notizie n. 1/26). «La nuova legge – spiega – prevede la “collaborazione” con il potere politico ed è evidente che possa degenerare in un vero e proprio asservimento della magistratura contabile all’indirizzo di governo». Le varie modifiche apportate «impongono alla Corte dei conti un ruolo “collaborativo” trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’esecutivo».

Il giornalista, Giuseppe Legato, ricorda al procuratore un’altra indagine di pochi mesi fa, dalla quale era emerso, come scritto nell’indagine, «un allarmante movimentismo anche di gruppi vicini alle ’ndrine nell’apertura di società ad hoc, pulite e schermate, per aprirsi la strada ai futuri subappalti miliardari». Chiede dunque se «l’abolizione o la limitazione di reati spia che spesso precedono l’entrata in gioco di soggetti contigui o delegati dalle mafie a curare i propri interessi, operata dall’esecutivo negli ultimi anni, può incidere sull’efficacia dei controlli e delle inchieste su un’opera pubblica come questa».

«Certamente», è la risposta di Gratteri, «la criminalità organizzata usa strumenti sofisticati, senza minacce esplicite, e spesso si comincia con un reato che “di mafioso” all’inizio non ha nulla, e che solo indagando si comprende chi c’è dietro e i collegamenti». Spiega che «con le limitazioni delle intercettazioni, quelle per il sequestro dei cellulari, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, non solo è reso difficile “arginare” i danni, ma è anche difficile intervenire dopo».

«Spero di sbagliare», aggiunge, «ma a me pare ci sia un disegno globale per eliminare qualunque forma di controllo, rendere tutto più permeabile, con la finalità di rendere la giustizia una strana rete da pesca, incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci». «Sono anni – precisa – che la ’ndrangheta non è più quella con la coppola e la lupara e si è evoluta a 360 gradi. Oggi è composta da professionisti che hanno studiato all’estero, che parlano tre lingue, che conoscono i mercati. Certo, sono nelle condizioni di potere infiltrare tutti gli step dell’opera».

Ma se l’opera non si facesse, sarebbe una resa, ipotizza Legato. «Il dilemma non è fare o non fare il Ponte – risponde il procuratore di Napoli – perché c’è il rischio di infiltrazioni mafiose. Il problema è che non abbiamo gli strumenti per prevenire e per intervenire, come sarebbe necessario, per contrastare l’infiltrazione mafiosa in questo come in altri casi. Questa è una resa. La resa di uno Stato che a fronte di una criminalità organizzata sempre più sofisticata, lascia le forze dell’ordine e la magistratura con le armi spuntate. Se avessimo gli strumenti necessari, per contrastare le infiltrazioni, non ci sarebbe alcuna necessità di farsi questa domanda».
Adista

Trump al G7 di Evian: ‘Mosca deve fare un accordo, farò tutto ciò che è in mio potere. Sull’Iran ora si passa alla seconda fase’

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Dalla sessione sull’Ucraina sono emersi “tre elementi molto chiari” a partire da un “G7 molto compatto” con un “messaggio di unità del gruppo a sostegno di Zelensky”. Lo riferiscono fonti diplomatiche italiane a margine del summit di Evian, spiegando che il secondo elemento emerso è “rafforzare il sostegno energetico (l’Italia sta facendo “un grande lavoro” con 30-35 milioni di euro sul punto) e in materia di difesa aerea”.

Il terzo elemento “condiviso” è di “continuare e se possibile aumentare” la pressione su Mosca, che continua a “sembrare non disponibile a sedersi al tavolo del negoziato” come mostrano i “bombardamenti di ieri”.

I leader G7 hanno concordato di aumentare la pressione sulla Russia affinché ponga fine alla guerra contro l’Ucraina attraverso ulteriori sanzioni energetiche, secondo quanto riferito da una fonte diplomatica francese. “I leader hanno deciso oggi di aumentare la pressione sulla Russia attraverso sanzioni sul gas e sul petrolio”, ha dichiarato la fonte.

“La Russia deve fare un accordo”: lo ha detto Donald Trump parlando dopo aver incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a margine del G7 di Evian. “Farò tutto ciò che è in mio potere”, ha aggiunto.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è ad Evian-les-Bains, come invitato al G7. E’ stato accolto al suo arrivo dal presidente francese Emmanuel Macron, con il quale poi ha avuto il primo bilaterale. Subito dopo è iniziata la sessione di lavoro alla quale ha partecipato anche il presidente ucraino, poi il faccia a faccia previsto con Donald Trump.

Prima sessione di lavoro del G7, concentrata su “come costruire la pace e la sicurezza per l’Ucraina e per l’Europa”. La riunione è iniziata con circa tre quarti d’ora di ritardo rispetto al programma, perché preceduta dal bilaterale Macron-Zelensky. I due si sono uniti agli altri leader in attesa in sala – tra chiacchiere e battute distese – insieme a Donald Trump. Ad accompagnare il presidente Usa anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Stretta di mano con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al suo ingresso in sala, come mostrano le immagini del circuito interno. Che inquadrano anche il cancelliere Friedrich Merz che regala al tycoon, che l’altro ieri ha compiuto 80 anni, una maglia della nazionale tedesca con il numero 47 (Trump è il 47/o presidente Usa).

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Addio alla scuola primaria più piccola della Gran Bretagna, chiude la storica Ysgol Y Garreg (con soli due alunni)

Addio alla scuola primaria più piccola della Gran Bretagna: chiude la storica Ysgol Y Garreg con soli due alunni

Dopo oltre 100 anni di attività, la Ysgol Y Garreg, descritta come un punto fermo della comunità locale, si prepara a chiudere definitivamente i battenti al termine delle vacanze estive. La scuola, situata a Penrhyndeudraeth, nel Galles del Nord, cesserà ogni operatività il 31 agosto, data in cui gli ultimi due studenti rimasti lasceranno l’istituto.

Storia di una crisi di iscrizioni

La decisione è stata dettata da una drastica diminuzione del numero di alunni: negli ultimi due anni, la scuola ha perso oltre il 90% dei suoi studenti, passando da 17 a soli due. Attualmente, l’istituto non registra iscritti per la scuola dell’infanzia, per l’accoglienza e per le classi dalla prima alla quinta, mentre i due alunni di sesta classe sono in procinto di passare alla scuola secondaria il prossimo anno. Inoltre, nessun nuovo studente si è iscritto per il prossimo anno accademico, lasciando la scuola di fatto vuota.

I motivi della chiusura: costi insostenibili

Nonostante il valore storico della struttura, attiva da circa 143 anni, i membri del gabinetto del Cyngor Gwynedd hanno votato all’unanimità per la chiusura. La motivazione principale è di natura economica: educare un singolo studente presso la Ysgol Y Garreg ha un costo di 21.471 sterline, una cifra superiore di oltre tre volte rispetto alla media nazionale di 5.998 sterline.

Dewi Jones, membro del gabinetto per l’istruzione, ha definito la situazione «dolorosa ma inevitabile», sottolineando come l’ambizione sia sempre quella di «vedere scuole fiorenti e comunità forti», ma che di fronte ai dati attuali non sia stato possibile ignorare la gravità della situazione. Il consigliere ha inoltre espresso gratitudine verso il personale, i governatori, i genitori e l’intera comunità per la dedizione dimostrata nei confronti della scuola nel corso dei decenni. Anche la consigliera June Jones ha espresso profonda tristezza per la conclusione di questa lunga storia di eccellenza educativa.

Il futuro degli studenti

Nonostante la chiusura della storica sede, i bambini residenti nel bacino d’utenza continueranno a ricevere un’istruzione presso la vicina Ysgol Cefn Coch, che ospita attualmente circa 40 alunni.

Redazione sacerdoti sposati