Liturgia 14 Giugno 2026 XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Antifona

Ascolta, o Signore, la mia voce: a te io grido.
Sei tu il mio aiuto: non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. (Sal 26,7.9)

Si dice il Gloria.

Colletta

O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Padre, che hai fatto di noi
un regno di sacerdoti e una nazione santa,
donaci di ascoltare la tua voce
e di custodire la tua alleanza,
per annunciare con le parole e con la vita
che il tuo regno è vicino.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura

Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Dal libro dell’Èsodo
Es 19,2-6a

In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se datete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 99 (100)

R. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.

Seconda Lettura

Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto più saremo salvati mediante la sua vita.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Rm 5,6-11 

Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, uno stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete nel Vangelo. (Mc 1,15)

Alleluia.

Vangelo

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,36 – 10,8 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte

O Dio, che nel pane e nel vino
doni all’uomo il cibo che lo alimenta
e il sacramento che lo rinnova,
fa’ che non ci venga mai a mancare
questo sostegno del corpo e dello spirito.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Una cosa che ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: 
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita. (Sal 26,4)

motivo:

Padre santo, custodiscili nel tuo nome, 
perché siano, come noi, una cosa sola. (Gv 17,11)

*A
Annunciate che il regno di Dio è vicino;
guarite gli infermi, scacciate i demoni. 
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente data. (Cfr. Mt 10,7-8)

Dopo la comunione

La partecipazione ai tuoi santi misteri, o Signore,
come prefigura la nostra unione in te,
così realizzi l’unità nella tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.

Kosovo, al voto anticipato per uscire dallo stallo parlamentare

 

Le elezioni anticipate di oggi assumono un significato che va oltre il semplice rinnovo dell’Assemblea. Rappresentano un test cruciale per la tenuta delle istituzioni democratiche e per la capacità del Kosovo di avanzare nel percorso di integrazione Ue. Senza una soluzione alle divisioni interne e senza un rilancio del dialogo con la Serbia, il rischio è che il Paese continui a essere intrappolato in una spirale di crisi politiche ricorrenti, governi deboli ed elezioni frequenti

Francesco Citterich – Città del Vaticano

Le elezioni legislative anticipate in Kosovo di domenica prossima si svolgono in un contesto di profonda crisi politica e istituzionale, segnato da mesi di stallo parlamentare, difficoltà nella formazione di governi stabili e crescenti tensioni tra maggioranza e opposizione. Il ricorso alle urne, che nelle intenzioni dei leader dovrebbe rappresentare uno strumento per superare l’impasse istituzionale, rischia invece di confermare la fragilità del sistema politico kosovaro, caratterizzato da una forte polarizzazione e da una cronica instabilità governativa.

Vatican News

Lettura e Vangelo del giorno 8 Giugno 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro dei Re
1 Re 17,1-6

In quei giorni, Elìa, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».
A lui fu rivolta questa parola del Signore: «Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. Berrai dal torrente e i corvi per mio comando ti porteranno da mangiare».
Egli partì e fece secondo la parola del Signore; andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 120 (121)

R. Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra. R.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele. R.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte. R.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Cosi infatti perseguitarono i prfoeti che furono prima di voi».

«Una Chiesa che sia “casa”, con la porta sempre aperta»: la sfida di don Enzo Bottacini per la pastorale familiare

Don Enzo Bottacini

Avvenire

Da parroco a Padenghe sul Garda, dove dal 2019 ha visto rifiorire una comunità fatta di famiglie e giovani, a nuovo responsabile nazionale della pastorale familiare della Conferenza episcopale italiana. Don Enzo Bottacini, veronese di nascita, per sei anni “aiutante di studio” all’Ufficio famiglia accanto a don Paolo Gentili, guarda alla nuova responsabilità con quello che definisce con le parole di papa Francesco un «sano realismo»: la consapevolezza delle fragilità che attraversano oggi le famiglie, ma anche la convinzione sana che il Vangelo continui a offrire una risposta credibile alle inquietudini del presente. Il momento, d’altronde, è difficile: l’ineluttabile corsa dell’inverno demografico (con sempre meno bimbi di cui prendersi cura in casa e sempre più anziani), la crisi delle relazioni, il crollo dei matrimoni, la tecnologia come spina nel fianco di qualsiasi percorso genitoriale ed educativo. Minimo comune denominatore, la sfiducia nel futuro, «che si vince solo costruendo comunità aperte e accoglienti e rimettendo al centro il protagonismo delle famiglie nella vita della Chiesa».
Don Enzo, lei parte da un osservatorio privilegiato: la pastorale familiare di Verona, di cui è direttore, conta sulle coppie più giovani d’Italia. È pronto per tornare a Roma?
Ci tornerò dal lunedì al venerdì perché, d’accordo con il mio vescovo monsignor Domenico Pompili, manterrò l’incarico di responsabile della pastorale familiare anche nella mia diocesi. L’esperienza di questi ultimi anni, qui, è stata entusiasmante. Ho potuto collaborare alla gioia dei miei parrocchiani attorno a quelli che dovrebbero essere i fulcri di ogni comunità non solo religiosa, ma anche civile, cioè le famiglie e i giovani. Abbiamo potuto allenarci a festeggiare la domenica grazie alla più semplice delle decisioni: organizzare il catechismo delle famiglie proprio quel giorno, dopo la Messa. Creare una comunità, d’altronde, significa intessere legami e relazioni che piano piano diventano amicizie: le persone, mentre ci fanno entrare nella loro vita attraverso l’incontro, possono condividere la gioia del Vangelo.
Con quale spirito assume questo incarico?
Con la prospettiva, come affermava Papa Francesco, del “sano realismo”, che significa avere i piedi saldamente ancorati alla realtà e toccare con mano ogni giorno le sfide che la famiglia e la comunità vivono, insieme alle carenze, alle fragilità e alle difficoltà che incontrano. Nello stesso tempo, però, questo realismo è illuminato dal Vangelo e dall’incontro con Cristo. Se devo ripartire da una prospettiva, riparto sempre da Cristo e dal suo Vangelo. Cristo ha vissuto la via dell’amore fino al dono di sé, una strada validissima anche oggi, che diventa il fondamento della nostra vita e non solo della vita della Chiesa. In una società che tende a chiudersi nel privato e nell’individualismo, l’evangelizzazione rimane la nostra carta vincente per continuare a guardare la famiglia e la comunità con occhi positivi e pieni di speranza.
Qual è la ferita più profonda che vede oggi nelle famiglie?
È il sintomo che attraversa tutta la società, della quale la famiglia fa parte: la sfiducia nel domani. La sfiducia di poter costruire progetti di vita duraturi, la sfiducia nel “per sempre”, ma anche la mancanza di fiducia nella coppia. Tante volte manca la stima reciproca. Lui o lei sono talvolta condizionati dalle proprie fragilità e paure, dalla propria realizzazione personale e professionale che perdono di vista il fatto che siamo fatti per amare e per aiutare l’altro a diventare più grande. La bellezza della famiglia è proprio quella di crescere insieme e diventare grandi (santi) insieme. Ci sono passaggi di maturità che si possono vivere soltanto insieme. Altrimenti il rischio è quello di procedere su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai.
Che contributo specifico può offrire la comunità cristiana?
La Chiesa dovrebbe essere come una casa con la porta aperta, come affermava papa Francesco e ci ricorda papa Leone. È una sfida non semplice, perché significa rimanere “aperti” davanti a tutte le situazioni e a tutte le sfide che riguardano la famiglia e a chi quelle fragilità chiede di portarle dentro alla comunità cristiana. Dall’accompagnamento delle ferite fino alla piena integrazione di chi ne porta i segni, dalle difficoltà tra le coppie a quelle con i figli, dalle fragilità di questi ultimi alla loro educazione affettiva, dobbiamo però anche fare rete per saper intessere relazioni significative. Penso, per esempio, al ruolo dei consultori, che sono strumenti privilegiati di incontro con la realtà familiare concreta di oggi. Dietro ogni persona ci sono relazioni, legami, storie che hanno bisogno di essere accompagnate e sostenute nella loro complessità e interezza. Quando consultori, comunità cristiane e realtà civili collaborano, si costruisce qualcosa di molto bello. L’ho sperimentato qui a Desenzano con l’associazione “Comunità e famiglia” che, oltre alle numerose consulenze psicologiche (oltre 180 all’anno) ha instaurato una collaborazione con le parrocchie del territorio per offrire spazi di dialogo, confronto e formazione per e con la famiglia.
Si tratta del tema della corresponsabilità, su cui lei insiste molto…
Sì, perché occorre aprirsi a una Chiesa più corresponsabile e condivisa che sappia arginare la mentalità clericale che talvolta condiziona sacerdoti, consacrati e laici: una forma sottile di esercizio del potere che impedisce alla comunità di respirare a pieni polmoni e a “pieni carismi”. Spesso, infatti, la tendenza è quella di difendere il proprio ruolo invece di condividerlo. Questo limita fortemente una Chiesa partecipata. Da molti anni sentiamo parlare della ministerialità coniugale e familiare ma questo servizio alla Chiesa può essere valorizzato soltanto “in concertazione” con gli altri servizi e ministeri a favore della crescita di tutti. Se non ci fidiamo di più delle famiglie offrendo loro responsabilità reali nelle comunità, rispettando i loro tempi e le loro possibilità, perdiamo la gioia della crescita armonica e plurale del Vangelo.
In questo quadro si inserisce anche la ricezione di “Amoris Laetitia”. Perché, secondo lei, ha incontrato tante resistenze?
È nella persona che Dio abita, è nella persona che si esprime il Vangelo e si realizza l’incontro con Cristo. Lo Spirito Santo che arde nel “profondo sacrario” di noi stessi ci dona sempre la compagnia di Dio attraverso scelte evangeliche e attuali. Amoris Laetitia ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata ad accompagnare, discernere e integrare. Questo richiede un cambiamento di mentalità che non sempre è facile. Le resistenze nascono spesso dalla paura che aprire le porte a ogni figlio di Dio e alla sua storia significhi svalutare il valore delle cose sante e persino dei sacramenti. In realtà, io vedo urgente che ci mettiamo in ascolto di ogni storia per scorgere in ognuno il bene possibile da far fiorire. Il Vangelo ci chiede di entrare dentro la vita concreta delle persone, non di osservarla da lontano.
Quali saranno le priorità del suo mandato?
La prima e la più importante è quella di servire le Chiese locali nella pastorale familiare. In questa dimensione di servizio una delle sfide che sento urgenti – ed è un’altra priorità – è quella di portare lo stile e il metodo familiare dentro la vita della Chiesa e, attraverso di essa, contemporaneamente uscire verso la società. C’è bisogno di umanità, di legami più veri, più vivi, meno segnati dalla paura, dalla fretta e dalla superficialità. Penso che la via maestra sia quella della testimonianza per vivere la famiglia come il primo luogo della missione. È lì che si costruiscono comunità capaci di trasmettere calore umano e di generare relazioni autentiche. Questo è un “capitale sociale” enorme. L’altra priorità è continuare il buon lavoro dei miei predecessori continuando a cercare, coinvolgere e valorizzare le famiglie più giovani. Ho la fortuna di lavorare con molte giovani coppie e la loro giovane età non deve essere un impedimento bensì un’occasione per offrire tempi e spazi consoni alla loro partecipazione attiva per poter rendere più domestico il mondo.

Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»

Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»

Con Vita sommersa (Feltrinelli Gramma, pagine 208, euro 17,10), il suo romanzo d’esordio tradotto in oltre trenta Paesi, Tara Menon (nata in India e cresciuta a Singapore dopo aver vissuto a lungo a New York) intreccia una storia di amicizia femminile, lutto e trasformazione sullo sfondo di due catastrofi naturali: lo tsunami che colpì l’Oceano Indiano nel 2004 e l’uragano Sandy che investì New York otto anni dopo. Al centro del romanzo – che sarà presentato oggi a Como, alla Libreria Ubik, alle 18.00 con Aurora Tamigio – c’è Marissa, segnata fin dall’infanzia da una serie di perdite che mutano il suo sguardo sul mondo. Ma Vita sommersa è più di un romanzo sul lutto. È infatti anche una riflessione sulla memoria, sui legami e sulla difficoltà di trovare parole adeguate per raccontare il dolore. Allo stesso tempo, è un libro in cui la perdita individuale si intreccia alla fragilità del mondo naturale e alle conseguenze della crisi climatica collettiva.

Nel suo romanzo il lutto assume forme diverse e accompagna Marissa, la protagonista, per gran parte della sua vita. Non appare mai come qualcosa che si supera definitivamente, ma come una presenza con cui imparare a convivere. Cosa voleva esplorare dell’elaborazione del dolore e del modo in cui le perdite continuano ad abitare la nostra esistenza?
«Devo dire che sono stata molto fortunata nella mia vita. Ho trentasette anni e finora non ho avuto esperienze dirette e gravi di lutto. Però una cosa che penso è che il lutto non possa essere sconfitto e che non sia nemmeno questo l’obiettivo. Una volta, a un funerale, ho sentito una persona fare un discorso che mi ha molto colpito. Diceva che le dimensioni del lutto e del dolore per la perdita non cambiano. È soltanto la vita che si sviluppa in seguito a diventare più grande. Il dolore può sembrare più piccolo perché la vita va avanti, ma in realtà resta invariato».
Marissa nel libro sul significato del dolore, sulle metafore che usiamo per descriverlo e sulla difficoltà di distinguerlo dalla paura. Scrivendo il romanzo, cosa voleva raccontare del lutto che sente tralasciato o semplificato dalle narrazioni tradizionali?

«Una parte importante del romanzo consisteva nell’esplorare la relazione tra il dolore e il linguaggio. Noi esseri umani siamo limitati perché la nostra principale forma espressiva è quella delle parole, ma una delle cose più difficili da comunicare sono proprio le emozioni. La sezione sul lutto a cui fa riferimento è anche una riflessione su come gli scrittori, nella storia della letteratura, abbiano descritto il dolore. C’è una strofa della poesia In Memoriam di Tennyson che per me è molto importante. I sometimes hold it half a sin / To put in words the grief I feel; / For words, like Nature, half reveal / And half conceal the Soul within . (A volte ritengo quasi un peccato / esprimere a parole il dolore che provo; / poiché le parole, come la Natura, in parte rivelano / e in parte nascondono l’Anima che è in me). Questo sostanzialmente ci insegna che il linguaggio, da un lato, ci consente di parlare del lutto e di descriverlo, ma dall’altro lato ne oscura inevitabilmente una parte del significato».
Marissa osserva che «nella nostra lingua non c’è spazio per il lutto degli amici». Quanto è stato importante per lei dare dignità narrativa a un legame che spesso la letteratura mette in secondo piano rispetto all’amore romantico?
«Per me questo è davvero uno dei temi centrali del libro. Viviamo in una società – e questo vale sia per l’Oriente che per l’Occidente che ho avuto modo di conoscere – in cui le relazioni amorose, matrimoniali e romantiche, sono in qualche modo santificate, mentre l’amicizia viene considerata una sorta di bonus, qualcosa di accessorio. Io credo invece che questa non sia l’esperienza che la maggior parte delle persone fa nella propria vita. Penso che l’amicizia sia una delle relazioni più profonde e gratificanti che possiamo avere. È un rapporto insieme emotivo e razionale, perché gli amici li scegliamo. Inoltre, il costo di uscita da un’amicizia è relativamente basso se lo confrontiamo con quello di una relazione romantica. Questo significa che un’amicizia di lunga durata è una relazione nella quale continuiamo a operare, nel tempo, la stessa scelta di restare. E per me è proprio questo che rende l’amicizia una delle forme di legame più profonde che possiamo vivere».

Marissa conosce la madre soprattutto attraverso i racconti del padre. Nel romanzo emerge una distinzione tra ciò che ricordiamo davvero e ciò che ereditiamo dalla memoria degli altri. Che ruolo ha, per lei, questa memoria indiretta nella costruzione dell’identità?
«È una profonda domanda filosofica, alla quale non sono certa di poter rispondere. Sicuramente il libro si interessa moltissimo al tema della memoria. Entrambe le sezioni del romanzo, quella ambientata in Thailandia e quella ambientata a New York, sono raccontate al tempo presente. Ho fatto questa scelta per differenziare la narrazione principale dai racconti del passato che vengono continuamente evocati. Entrambe le sezioni sono costruite intorno ai ricordi: nella parte ambientata nel 2004 si racconta l’infanzia delle protagoniste, mentre nella parte ambientata nel 2012 emergono sia i ricordi dell’infanzia che quelli dell’adolescenza. È un tema che mi interessa molto. Personalmente sono convinta di avere alcuni ricordi molto precoci. Per esempio, sono sicura di ricordare il giorno della nascita di mio fratello quando avevo quattro anni. Eppure la scienza ci dice che non dovremmo essere in grado di conservare ricordi così antichi. Non ho una risposta definitiva alla domanda, ma il modo in cui queste diverse forme di memoria interagiscono tra loro è qualcosa che mi affascina profondamente».
Nel libro il disastro arriva, ma lei non racconta tanto l’evento in sé quanto ciò che resta dopo. Le interessava raccontare il dopo della catastrofe più che la catastrofe stessa?

«Sì, per me il libro parla soprattutto di quello che succede dopo la catastrofe. Sia lo tsunami che l’uragano arrivano alla fine del romanzo. Mi interessava mettere a confronto due tipi molto diversi di disastro: uno che arriva senza alcun allarme, in una giornata apparentemente perfetta, e un altro preceduto da settimane di preparazione, rispetto al quale molti newyorkesi si mostravano quasi indifferenti. Il libro parla certamente del lutto di una persona dopo un evento catastrofico, ma è anche un tentativo di capire come sia possibile che il mondo continui ad andare avanti dopo una tragedia in cui sono morte circa 250.000 persone. Per Marissa è difficilissimo comprendere come la vita possa continuare normalmente quando, dal suo punto di vista, tutto dovrebbe fermarsi».
C’è un passaggio del libro in cui Marissa ricorda che il significato originario di “apocalisse” è “rivelazione”, “svelamento”. Nel romanzo le grandi catastrofi naturali non sembrano annunciare il futuro, ma rendono visibile qualcosa che è già sotto i nostri occhi. È questa la funzione che può avere la letteratura quando racconta la crisi climatica?
«Amo moltissimo l’etimologia della parola “apocalisse” e il suo significato originario di “rivelazione”. In un certo senso è qualcosa che si ritrova anche nel fenomeno stesso dello tsunami, quando l’acqua si ritira e rivela una parte della natura che normalmente non vediamo. Per quanto riguarda la letteratura, credo che una delle cose che i romanzi possono fare sia invitarci a prestare attenzione a ciò che rischiamo di dimenticare o a cui non facciamo più caso. Penso che Marissa sia un personaggio straordinario proprio perché osserva continuamente il mondo che la circonda. E credo che anche i romanzi possano svolgere questa funzione: insegnarci a guardare meglio, a notare ciò che altrimenti passerebbe inosservato. Rispetto alla crisi climatica, questo può essere un contributo importante».

Nella presentazione del romanzo se ne parla come di una «lettera d’amore alle barriere coralline che stanno scomparendo». Nel libro infatti la natura non è mai uno sfondo. Oltre alla perdita personale c’è sempre anche una perdita collettiva e ambientale.
«Per quanto riguarda questa idea della “lettera d’amore” alla barriera corallina, una delle mie speranze è che le sezioni del romanzo dedicate alla natura riescano a trasmettere un senso di abbondanza e ricchezza del mondo. Credo che soltanto se riusciamo ad apprezzare davvero questa abbondanza e questa straordinaria ricchezza della natura possiamo comprendere quanto grande sia la perdita potenziale legata ai disastri ecologici che stiamo vivendo».

avvenire

Lettura e Vangelo del giorno 7 Giugno 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Osea (Os 6, 3-6)

Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l’aurora.
Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
come la pioggia di primavera che feconda la terra.
Che dovrò fare per te, Èfraim,
che dovrò fare per te, Giuda?
Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all’alba svanisce.
Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Salmo Responsoriale

Salmo 49

Chi cammina per la retta via vedrà la salvezza di Dio.

Parla il Signore, Dio degli dèi,
convoca la terra da oriente a occidente:
«Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti.

Se avessi fame, non te lo direi:
mio è il mondo e quanto contiene.
Mangerò forse la carne dei tori?
Berrò forse il sangue dei capri?

Offri a Dio come sacrificio la lode
e sciogli all’Altissimo i tuoi voti;
invocami nel giorno dell’angoscia:
ti libererò e tu mi darai gloria».

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
(Rm 4, 18-25)

Fratelli, Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Vangelo del Giorno
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 9, 9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Liturgia 7 Giugno 2026 SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

 Colore Liturgico  Bianco

Gesu

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Antifona

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fiore di frumento
e lo ha saziato con miele dalla roccia. (Cf. Sal 80,17)

Si dice il Gloria.

Colletta

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.
 
Oppure: 

Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con te e con i fratelli 
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Dal libro del Deuteronòmio
Dt 8,2-3.14b-16a

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 147

R. Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, 
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento. 
Manda sulla terra il suo messaggio: 
la sua parola corre veloce. R.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. 
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, 
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. R.

Seconda Lettura

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 10,16-17

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Parola di Dio.

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.

[Lauda Sion Salvatórem, 
lauda ducem et pastórem, 
in hymnis et cánticis.
[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore 
con inni e cantici.
Quantum potes, tantum aude: 
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.
Impegna tutto il tuo fervore: 
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
Laudis thema speciális, 
panis vivus et vitális 
hódie propónitur.
Pane vivo, che dà vita: 
questo è tema del tuo canto, 
oggetto della lode.
Quem in sacrae mensa cenae, 
turbae fratrum duodénae 
datum non ambígitur.
Veramente fu donato 
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
Sit laus plena, sit sonóra, 
sit iucúnda, sit decóra 
mentis iubilátio.
Lode piena e risonante, 
gioia nobile e serena 
sgorghi oggi dallo spirito.
Dies enim sollémnis ágitur,
in qua mensae prima recólitur 
huius institútio.
Questa è la festa solenne 
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
In hac mensa novi Regis, 
novum Pascha, novae legis, 
phase vetus términat.
È il banchetto del nuovo Re, 
nuova Pasqua, nuova legge; 
e l’antico è giunto a termine.
Vetustátem nóvitas, 
umbram fugat véritas, 
noctem lux elíminat.
Cede al nuovo il rito antico, 
la realtà disperde l’ombra: 
luce, non più tenebra.
Quod in cena Christus gessit, 
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.
Cristo lascia in sua memoria 
ciò che ha fatto nella cena: 
noi lo rinnoviamo.
Docti sacris institútis, 
panem, vinum in salútis 
consecrámus hóstiam.
Obbedienti al suo comando, 
consacriamo il pane e il vino, 
ostia di salvezza.
Dogma datur christiánis, 
quod in carnem transit panis 
et vinum in sánguinem.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne, 
si fa sangue il vino.
Quod non capis, quod non vides, 
animósa firmat fides,
praeter rerum órdinem.
Tu non vedi, non comprendi, 
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
Sub divérsis speciébus, 
signis tantum et non rebus, 
latent res exímiae.
È un segno ciò che appare: 
nasconde nel mistero 
realtà sublimi.
Caro cibus, sanguis potus: 
manet tamen Christus totus 
sub utráque spécie.
Mangi carne, bevi sangue; 
ma rimane Cristo intero 
in ciascuna specie.
A suménte non concísus, 
non confráctus, non divísus, 
ínteger accípitur.
Chi ne mangia non lo spezza, 
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Sumit unus, sumunt mille: 
quantum isti, tantum ille: 
nec sumptus consúmitur.
Siano uno, siano mille, 
ugualmente lo ricevono: 
mai è consumato.
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequáli, 
vitae vel intéritus.
Vanno i buoni, vanno gli empi; 
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Mors est malis, vita bonis: 
vide paris sumptiónis 
quam sit dispar éxitus.
Vita ai buoni, morte agli empi: 
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!
Fracto demum sacraménto, 
ne vacílles, sed meménto, 
tantum esse sub fragménto, 
quantum toto tégitur.
Quando spezzi il sacramento 
non temere, ma ricorda: 
Cristo è tanto in ogni parte, 
quanto nell’intero.
Nulla rei fit scissúra,
signi tantum fit fractúra, 
qua nec status, nec statúra 
signáti minúitur.]
È diviso solo il segno 
non si tocca la sostanza; 
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecce panis angelórum,
factus cibus viatórum: 
vere panis filiórum, 
non mitténdus cánibus.
Ecco il pane degli angeli, 
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
In figúris praesignátur, 
cum Isaac immolátur: 
agnus Paschae deputátur, 
datur manna pátribus.
Con i simboli è annunziato, 
in Isacco dato a morte, 
nell’agnello della Pasqua, 
nella manna data ai padri.
Bone pastor, panis vere, 
Iesu, nostri miserére: 
tu nos pasce, nos tuére: 
tu nos bona fac vidére 
in terra vivéntium.
Buon pastore, vero pane, 
o Gesù, pietà di noi: 
nútrici e difendici, 
portaci ai beni eterni 
nella terra dei viventi.
Tu qui cuncta scis et vales, 
qui nos pascis hic mortáles: 
tuos ibi commensáles, 
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Tu che tutto sai e puoi, 
che ci nutri sulla terra, 
conduci i tuoi fratelli 
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

 

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51)

Alleluia.

Vangelo

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte

Concedi benigno alla tua Chiesa, o Signore,
i doni dell’unità e della pace,
misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Dice il Signore: «Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui». Alleluia. (Gv 6,56)

Dopo la comunione

Donaci, o Signore,
di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno,
che ci hai fatto pregustare
in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Il caso del Metropolita Hilarion: la necessaria prudenza istituzionale e la tutela della verità

 

La vicenda che vede coinvolto il Metropolita Hilarion rappresenta un passaggio estremamente delicato non solo per la sua persona, ma per l’intero assetto dei rapporti ecumenici e diplomatici in cui ha operato per decenni. Considerato a lungo il “ministro degli Esteri” del Patriarca Kirill e un interlocutore chiave per la Santa Sede, Hilarion ha gestito dossier di rilevanza storica. L’apertura di un’indagine a suo carico in un Paese dell’Unione Europea solleva inevitabilmente clamore mediatico, ma richiede da parte degli osservatori un approccio improntato al diritto e alla moderazione, evitando giudizi sommari prima che la magistratura ceca abbia completato i necessari riscontri.

1. Il dovere della presunzione di innocenza

In presenza di reati gravi come quelli ipotizzati dalle autorità ceche, la trasparenza e la tutela delle garanzie difensive devono camminare di pari passo:

  • Accertamento dei fatti: Le indagini preliminari servono proprio a verificare la fondatezza delle accuse e l’eventuale estraneità dell’alto prelato rispetto alle contestazioni mosse. Fino a un giudizio definitivo, ogni ipotesi rimane tale.

  • Rispetto dei ruoli: La Chiesa, sia essa Cattolica o Ortodossa, osserva con attenzione lo sviluppo della giustizia civile, ribadendo che la verità sostanziale si persegue solo attraverso il rispetto delle regole del giusto processo.

2. Le ricadute sul dialogo ecumenico e sul realismo pastorale

Indipendentemente dagli esiti processuali, la notizia giunge in un momento di forte polarizzazione geopolitica e di stanchezza nelle relazioni tra l’Oriente e l’Occidente cristiano:

  • Isolamento e governance: Le vicissitudini personali dei leader religiosi possono riflettersi sull’immagine delle istituzioni che rappresentano, accelerando processi di riorganizzazione interna o di avvicendamento pastorale già in atto all’interno del Patriarcato.

  • Il valore del dialogo: Questo caso dimostra che le relazioni diplomatiche ed ecumeniche non possono dipendere esclusivamente dalle singole personalità, ma devono poggiare su basi istituzionali solide e canali ufficiali trasparenti, capaci di resistere alle tempeste della cronaca giudiziaria e politica.

Conclusione

Il caso del Metropolita Hilarion impone una riflessione sulla vulnerabilità delle figure pubbliche in tempi di crisi globale. Mentre la magistratura della Repubblica Ceca farà il suo corso per accertare i fatti nella piena legalità, la Redazione di Informazione Libera sospende ogni giudizio di merito, riaffermando il principio cardine secondo cui ogni indagato è presunto innocente fino a prova contraria. La Chiesa universale continua a guardare al bene comune e alla cura delle anime come unici fari dell’azione pastorale, indenne dalle vicende dei singoli uomini.

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