Europei di atletica, Italia in testa nel medagliere: 7 ori e supera la Gran Bretagna

Battocletti/Tamberi

rainews

Due ori nella stessa specialità, la maratona di marcia, sia maschile che femminile conquistati stamane da Sofia Fiorini, che ha anche migliorato il record del mondo, e Massimo Stano.

Ieri l’urlo (liberatorio) di Tamberi che torna a vincere alla grande con la medaglia d’oro, e d’oro è anche la vittoria di Nadia Battocletti, eterna nei 10.000 metri.  Così, gli azzurri sono al momento a quota sette vittorie, per un totale di 15 medaglie, superando così la Gran Bretagna con lo stesso numero di medaglie ma un oro in meno.

Terza é la Germania con 12 medaglie, 3 d’oro. Nel medagliere sono presenti 23 Nazioni.

E l’Italia balza al comando del medagliere quando mancano le ultime due giornate dei Campionati europei di atletica di Birmingham.

Europei atletica: argento per Mihai nella mezza maratona. L’azzurra ha vinto il duello finale sul traguardo con l’ucraina Olyanovska (1.31’07). Quinto posto per Antonella Palmisano.

Mezza maratona, argento di Fortunato, bronzo per Cosi

Doppietta azzurra nella mezza maratona di marcia agli Europei di atletica a Birmingham. Francesco Fortunato conquista l’argento, mentre Andrea Cosi si aggiudica il bronzo. Oro allo spagnolo Paul McGrath.

La morte in croce di Gesù, «stoltezza di Dio»

di: Severino Dianich – Settimana News
crocifisso

Felice Casorati, Crocifissione (1051-1952), Musei Vaticani, particolare

Lo scandalo della croce

Quando, a Roma, quel ragazzetto, uno schiavo di lusso, graffiava su una parete della scuola imperiale dei paggi della corte, i tratti di un asino che, bizzarramente, si erge in piedi e allarga le zampe anteriori sul ramo orizzontale di una croce, voleva solo divertirsi alle spalle di Alexamenos, un suo compagno che era cristiano. Chi mai avrebbe potuto pensare, allora, che quello scherzo era destinato a fare storia. Era una chiara risposta alla domanda di quale stima godessero, da parte dei loro concittadini, i cristiani di Roma nel II secolo.

Tra la variegata e vasta mercanzia religiosa, proveniente dalle varie regioni dell’impero, che veniva offerta sulla pubblica piazza, la proposta cristiana appariva certamente come la più bizzarra, se non assurda. Ma ciò nonostante, o forse proprio per questo particolarmente suggestiva.

Paolo ricorda ai suoi cristiani di Corinto con quanta titubanza egli si fosse presentato a loro, consapevole che il suo messaggio sarebbe loro apparso del tutto improponibile:

«Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1Cor 2,1-3).

Fra i cristiani si era ben consapevoli di quanto malamente la loro proposta sarebbe stata giudicata dall’opinione comune: «Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). Il grande mondo estraneo ad Israele l’avrebbe liquidata come una sciocchezza. A Israele, il popolo in attesa di un compimento della promessa di salvezza del Signore, venire a dire che la promessa si era compiuta con la morte del suo messia, condannato come un delinquente, era un insulto.

Non solo l’apostolo confessava senza remore la paradossalità dell’evento ma, addirittura, si preoccupava che i fedeli lasciassero in ombra, per non farsi deridere, questo lato oscuro della loro fede, e così venisse «annullato lo scandalo della croce» (Gal 5,11). Paolo affidava, infatti, la sua credibilità non alla lucidità di un ragionamento, ma solo alle straordinarie manifestazioni dello Spirito, con cui si attendeva venisse accreditati il suo messaggio:

«La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1Cor 2, 4)

Anche se, proprio il fatto che, nonostante la sua intrinseca debolezza, il messaggio si rivelasse capace di penetrare nelle coscienze, avrebbe dimostrato che la predicazione della fede non era un’opera umana, ma era solo vera e propria azione di Dio nel mondo.

«… per i peccati»

Nel capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, Paolo attesta la sua convinzione a proposito della morte di Gesù: «Cristo morì per i nostri peccati» (1Cor 15,3-5), attestando, nel contempo, che questa era la fede comune fra i discepoli della prima ora. Fin dalla prima generazione cristiana, quindi, i cristiani sono convinti che Gesù non è morto, semplicemente, per una disgraziata convergenza di eventi ostili, ma per compiere un disegno divino: «secondo le Scritture». Dalla sua morte sarebbe derivata la riconciliazione dell’uomo con Dio.

Che «Cristo morì per i nostri peccati» viene detto e ripetuto nel Nuovo Testamento per più di venti volte. È un’attestazione laconica, diretta e asciutta, tutt’altro che ovvia: quale nesso mai, si domanda il credente, ci può essere fra i miei peccati e quel disgraziato evento di duemila anni fa? Non stupisce, quindi, che ne sia seguita un’appassionata e complessa opera di interpretazione che, con le sue varianti, di tempo in tempo e da un ambiente culturale all’altro, è venuta a costituire il nerbo portante di tutto il pensiero cristiano. Tutta la teologia cristiana, alla fine, non è altro che questo.

Troppe volte lo si è fatto, concentrando la propria riflessione esclusivamente sull’estremo atto di obbedienza di Gesù al Padre, che fu quel «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42), pronunciato, sudando sangue, nel Getsemani, ma non senza approdare all’esito paradossale di dover immaginare il Padre che chiede al Figlio di andare incontro alla morte; e del Figlio che, consegnandosi ai suoi assassini, intende fare un atto di obbedienza al Padre.

È che non ha senso interrogarsi su quel momento senza tenere presenti tutti gli eventi precedenti, che lo hanno condotto in quella situazione drammatica. La sua obbedienza, infatti, di quel momento finale, ricordata da tutti e quattro i Vangeli, è in realtà un momento emblematico di quella che era stata l’obbedienza di tutta la sua vita.

Anzi, bisogna sottolinearlo, è solo perché egli ha obbedito al Padre, compiendo fedelmente la missione per la quale il Padre lo aveva mandato, che egli, ora, si ritrovava nella drammatica situazione di dover attendere di essere arrestato, senza scendere al compromesso né di una fuga, pur sempre possibile, né di una resistenza armata, come gli veniva suggerito da uno dei discepoli (Mt 26,51-53). Sarebbe bastato, infatti, che egli si fosse astenuto dal denunciare l’ipocrisia degli scribi e dei farisei e, in genere, dei capi del suo paese, di quanti vantavano la devozione delle loro interminabili preghiere, mentre nel condurre i loro affari erano capaci di approfittarsi anche di una povera vedova (Mc 12, 40).

Dai racconti dei Vangeli emerge un particolare che risulterà determinante per le successive interpretazioni del senso della morte di Gesù: egli si esprime e si comporta nei confronti delle interpretazioni della Legge, in modo tale da dare l’impressione di volere lo scontro con le autorità, pronto a subirne le conseguenze: i suoi atteggiamenti, in alcuni casi, sono chiaramente provocatori. Tutto questo, alla fin fine, compreso il doverne subire le conseguenze, fino all’esito tragico della sua condanna e della sua morte, sembra venire a comporre l’insieme della sua missione.

Quel deibisognaè necessario che il Figlio dell’uomo affronti grande sofferenza, di Mc 8, 31, costituisce un modulo che si ripete più di venti volte e ricorre in tutti e quattro i Vangeli. La sua morte quindi non poteva essere consegnata alla memoria della fede come si fosse trattato di un esito disgraziato della sua vicenda, dovuto alle condizioni avverse del contesto. Essa ha costituito il compimento della sua missione di salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte:  «Cristo morì per i nostri peccati» è asserto fondamentale che, a sentire la testimonianza di Paolo, si era imposto fin dall’inizio alla testimonianza della fede (1Cor 15,1-5).

Che egli morì per i nostri peccati è stata la interpretazione originaria e fondamentale con cui la comunità cristiana ha letto gli eventi della morte di Cristo, nel quadro dell’atteso compimento di un disegno divino di salvezza. Nel Nuovo Testamento, infatti, quel «Cristo morì per i nostri peccati» è una specie di ritornello, che segue a tutte le strofe del canto della fede.

Solo l’abitudine del dirlo e continuamente ridirlo, lungo i secoli, ha fatto sembrare ovvio l’asserto che ovvio, in realtà, non lo è affatto: di quale plausibilità può godere mai l’idea che dall’oscura e triste vicenda della condanna a morte di un innocente possa derivare una prospettiva di salvezza dal peccato e dalla morte per l’intera umanità?

Se quindi aver colto il frutto della morte di Gesù nella salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte fu la prima e fondamentale interpretazione degli eventi, questa stessa concezione, tutt’altro che ovvia, ha avuto bisogno, a sua volta, di essere interpretata.

Le immagini della salvezza

Le categorie tradizionali dell’ermeneutica cristiana della salvezza sono ben note: redenzione, riscatto, espiazione, sacrificio, sono le più utilizzate. Lungo la storia della teologia, che in Occidente ha avuto un suo sviluppo soprattutto sui percorsi della concettualizzazione e dell’argomentazione, queste categorie sono state considerate come veicoli di idee, di concetti chiari e distinti, con la conseguenza di un ingrovigliarsi del pensiero in paralogismi senza fine.

Per non irretirsi in questioni insolubili, la teologia deve abbandonare la via della concettualizzazione e dell’argomentazione per entrare in quella dell’immaginazione. La comunità cristiana originaria non sembra fosse luogo di alte elaborazioni speculative, ma era ricca nell’immaginazione e si è creata immagini nelle quali tradurre la sua autocoscienza di fede, assumendole dall’immaginario collettivo del suo tempo nei diversi ambiti della vita vissuta. Del resto è ben più connaturale ai redattori dei testi neotestamentari, che non erano filosofi speculativi, usare immagini e parlare per metafore che elaborare concetti raffinati.

Ora, le immagini sono, per natura loro, polisemiche ed esuberanti, sempre vaghe e cangianti, ricche di particolari attraenti, ma non tutti e ciascuno pertinenti alla res da interpretare, per cui sarebbe assurdo cercarne la corrispondenza, di tutti e ciascuno, nella realtà da interpretare. Colpiscono l’emozione più che servire l’intelletto. Producono prassi prima e più che cognizioni.

In letteratura vi corrispondono le metafore, che dicono cose non vere, ma proprio in quanto stupiscono per questa loro falsità, producono uno scatto dell’intelligenza nell’intuizione di qualcosa di affascinante, di nuovo, di proteso verso una verità più alta. Quella delle metafore, direbbe Paul Ricoeur, è una «vérité tensionnelle». Solo leggendo le immagini che il Nuovo Testamento adotta per interpretare la carica di salvezza derivante dalla morte di Gesù, a partire dalle dinamiche tipiche del linguaggio metaforico, si sarà in grado di coglierne la ricchezza ermeneutica.

  • Redenzione

All’epoca del cristianesimo nascente, vedere un atto di redenzione, cioè dell’acquisto di uno schiavo per ridargli la libertà, era esperienza osservabile nella pratica sociale. Oggi, in una società civile evoluta, per sentirne parlare bisogna aprire un libro di storia o andare al cinema a vedersi un film. È il motivo per cui sentir dire redenzione, non fa più pensare agli eventi del commercio degli schiavi, né ad alcun evento di tipo commerciale: eppure deriva dal latino redimere, e quindi da emere, che significa comprare.

Ne esplicita meglio il significato il greco del Nuovo Testamento che, per dire redenzione, scrive apolýtrōsis portando in primo piano l’idea del riscattare: lytróō viene probabilmente da λύω, “sciogliere”, come dire sciogliere le catene e quindi liberare.

È che oggetto della transazione è la persona umana, la sua libertà e la sua dignità. Al sentir dire che Cristo ci ha redenti, riaffiora in noi la consapevolezza la gioia di sentire che Cristo ci ha liberati dalla miseria di una condizione umana dominata dal peccato e dall’ingiustizia, e insorge un sentimento di commossa gratitudine, nel ricordare che la sua opera gli è costata le fatiche della missione e, alla fine, la condanna e la morte.

Ricollocando il termine redimere nel contesto mercantile della sua origine, viene in risalto il senso del prezzo che egli ha pagato per il nostro riscatto: «Sapendo che non con cose corruttibili, argento o oro, siete stati redenti…, ma con il sangue prezioso di Cristo» (Pt 1,18-19).

Né, in realtà, è pertinente, la questione che non di rado si poneva, domandandosi a chi mai il Cristo avrebbe dovuto pagare il tragico prezzo della sua morte sulla croce, per riscattare l’umanità dalla schiavitù. L’immagine non pretende per sé l’adeguatezza e l’univocità del concetto.

L’immagine non è nata per costruire la teologia della redenzione, bensì per far sentire al credente l’emozione e la gratitudine per quel cosìcosì tanto di Dio che ha amato il mondo «da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Essa è lì, si intreccia ai nostri sentimenti per farci sentire la gioia di una libertà ritrovata nel perdono e nei frutti della conversione.

  • Espiazione

Dalla piazza del mercato, pronunciando la parola espiazione, l’immaginazione ci porta negli spazi paludati del tribunale. A dire il vero, per chi legge la Bibbia, la figura dell’espiazione conduce la mente, con la sua immaginazione, in due luoghi diversi, ben distinti e molto differenti. Il primo è quello del tribunale, con la corte, o un giudice, che emana la sentenza e definisce i termini della pena. Il secondo, per noi oggi, è immaginabile solo attraverso i testi della Scrittura, che descrivono l’antica liturgia dell’Esodo che poi verrà celebrata nel tempio:

«(Aronne) prenderà un po’ del sangue del giovenco e ne aspergerà con il dito il propiziatorio dal lato orientale e farà sette volte l’aspersione del sangue con il dito, davanti al propiziatorio» (Lv 16, 4)

Propiziatorio era il coperchio d’oro dell’Arca dell’alleanza, che nei riti di espiazione veniva aspersa col sangue della vittima. Paolo non aveva mai visto l’Arca santa perché, rapita dai Babilonesi nella conquista di Gerusalemme, a suo tempo non c’era nel tempio, ma anche se ci fosse stata egli non avrebbe potuto vederla perché rinchiusa nel recinto riservato ai sacerdoti.

Leggendo il Levitico, però, egli se ne era fatta una immagine viva, che gli riaffiora nella mente, quando immagina il corpo piagato di Gesù disceso dalla croce. Egli sublima quella scena straziante immaginandola come la solenne liturgia di yom kippur, quando il sommo sacerdote, entrando nel Santo dei Santi, aspergeva con il sangue delle vittime l’hilasterion, cioè il coperchio d’oro dell’Arca: «Dio lo ha stabilito come l’hilasterion, mediante la fede, nel suo sangue…» (Rm 3,25).

Il termine hilastrion porta con sé tutta la complessa semantica cultuale di kappṓret: luogo della presenza divina, luogo dell’incontro con Dio e luogo dell’espiazione mediante il sangue. Tutto questo oggi è per noi il corpo di Cristo morto, macchiato di sangue: l’immagine ci porta a contemplarlo, suscitando in noi le emozioni del ricordo della passione e della morte del Signore nella gratitudine.

  • Sacrificio

Dal mercato al tribunale. E ora, dal tribunale al tempio. Il linguaggio diventa quello della ritualità, che dalla Lettera agli Ebrei, paradossalmente, viene rifiutato per essere riabilitato su di un piano diverso, quello della vita vissuta. L’anonimo apostolo, infatti, non teme di dichiarare esplicitamente che il Cristo in croce «abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo».

È curiosa la sorte subita da questo magnifico testo dell’apostolo, lungo la storia dell’interpretazione. È, in realtà, dichiarazione di una morte avvenuta, la decretata fine della ritualità, e molto spesso viene addotto per dimostrare che nella Chiesa esiste tuttora il sacerdozio e la ritualità sacrificale.

Ne è la ragione l’interpretazione che la tradizione cattolica ha dato della Messa come rinnovamento del sacrificio di Cristo in croce, interpretazione che la teologia protestante rifiuta, perché non è attestata adeguatamente dalla Sacra Scrittura. Il Catechismo della Chiesa cattolica, però, lo ribadisce: «In quanto memoriale della pasqua di Cristo, l’Eucaristia è anche un sacrificio», e ne indica la ragione: «perché ripresenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto» (i corsivi e la parentesi sono del testo: 1365-1366).

Se l’Eucarestia, nella dottrina cattolica, è un sacrificio, la sua ritualità non ne conserva la forma se non nel gesto dell’offerta, restando non espressa, se non nelle parole, e vagamente rievocata nel gesto dello spezzare il pane, la forma dell’immolazione.

Che i traduttori italiani del Missale Romanum di Paolo VI abbiano utilizzato il termine «sacrificio» 433 volte, cioè il doppio delle 213 volte in cui il latino «sacrificium» ricorre nell’originale, traducendo con sacrificio, anche devotiooblatioservitium, svela una posizione ideologica di scarsa simpatia, a dir poco, per la riforma liturgica voluta dal Concilio.

Mai avrei pensato che i traduttori italiani del Messale si sarebbero addirittura permessi di modificare la formula, pur definita da Paolo VI per la Chiesa universale, della consacrazione del pane, «Hoc est enim Corpus meum quod pro vobis tradetur», pur di ripetere ancora una volta il termine amato. Hanno trascurato, infatti, il linguaggio biblico del tradetur, che riprende dalla Vulgata il «quod pro vobis datur» di Luca e il «Filius hominis tradetur» dei preannunci della passione, e sono ritornati, con scarso senso ecumenico, al linguaggio della controversistica postridentina, aggiungendo «offerto in sacrificio per voi».

Non così ha fatto la Chiesa francese («Ceci est mon corps pour vous»), né quella tedesca («der für euch hingegeben wird»), né le molte Chiese anglofone («which will be given up for you»). In compenso nella traduzione del Canone Romano siamo stati felicemente esonerati dal doverci preoccupare paganamente di rendere da Dio «benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque» la nostra offerta per la quale domandiamo solamente Dio si degni «di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto».

Comunque, il termine sacrificio non sarebbe in grado di dire la forma del rito che effettivamente viene celebrato, che non è in alcun modo quella dell’immolazione di una vittima, ma solo quello dell’offerta a Dio della propria vita, nel quadro dell’ultima cena di Gesù, nella quale egli traduce nel gesto rituale del pane spezzato e del vino versato, il dono totale della propria esistenza, in obbedienza all’asserto di Eb 10: «Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,6-7).

Il rito continuerà a decorarsi del termine, ma nella consapevolezza che si tratta di una metafora, per cui l’Eucarestia è, e non è, un sacrificio. È la verità dell’offerta, compiuta da Gesù, della sua vita al Padre per la salvezza degli uomini, non solo nel gesto della sua suprema obbedienza pronunciata, sudando sangue, nel Getsemani, ma in tutta la sua esistenza. Se in quella notte gli è chiesto l’estremo atto della sua dedizione, quello di consegnarsi, senza difendersi e senza fuggire, ai suoi assassini è solo perché mai avrebbe potuto nel momento estremo contraddire quello che è stato il costante motivo di tutta la sua vita.

La teologia e la spiritualità cristiana hanno bisogno in realtà sia di immaginare che di concettualizzare le cose che crede e che sta vivendo: il concetto, con la sua chiarezza e univocità sarà lì a salvaguardare l’immaginazione dall’arbitrio della fantasia, mentre l’immagine preserverà il concetto dalla presunzione di essere esaustivo della realtà.

L’uomo nuovo

La figura che meglio di altre sintetizza tutto il senso della salvezza cristiana è quella della fine dell’uomo vecchio, con il suo modo di sentire la vita e di viverla e l’insorgenza di un uomo nuovo nel suo modo di pensare e di operare. L’acuto confronto, amato dal Nuovo Testamento fra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, ha condotto Paolo a darci la sua spiegazione del Battesimo:

«Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).

Tutte le altre immagini della salvezza cristiana vengono qui sintetizzate nella figura di Gesù che muore e risorge: è il modello della vita cristiana, come superamento del vecchio modo di vivere per intraprenderne uno nuovo: andando più in profondità, è l’alveo di grazia nel quale scorre la vita nuova del cristiano.

Paolo scriveva ai fedeli di Roma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Loghikè latreìa, culto «ragionevole», il solo degno di Dio e dell’uomo che ci sia dato di celebrare, non sta più nei riti, ma nel modo di vivere la vita, facendone un’offerta gradita a Dio. «Ragionevole» preferirei tradurre, piuttosto che «spirituale» (Rm 12,1), come abitualmente si traduce, per non svuotare di senso la sua materiale corporeità.

Paolo qui intende, infatti, il culto che il cristiano offre a Dio con le opere delle sue mani, l’andare e venire dei suoi piedi, gli sguardi dei suoi occhi e le parole della sua bocca, le cose che si fanno, fatte con amore, altrimenti non avrebbe detto ai cristiani di offrire i loro corpi.

A un certo punto della sua vicenda Paolo confessa di rendersi conto che non vivrà a lungo. Egli, che ha sanzionato più di altri la fine della Legge antica, del suo sacerdozio e dei suoi riti, ora, alla fine della sua vita, si immagina di essere un sacerdote, che porta sull’altare la sua offerta. Ciò che egli può donare al Padre è il frutto delle sue fatiche, la vita vissuta delle comunità di fede che ha creato e custodito.

A coronare la sua esistenza, su questa offerta egli verserà, come fosse un rito di libagione, il sangue del suo martirio: «Anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi» (Fil 2,17).

Cina, morto padre Benedetto Chao. Era il monaco trappista più anziano del mondo. 108 anni

Padre Benedetto Chao

Nato in Cina, cistercense della stretta osservanza, aveva 108 anni. Ha testimoniato la fedeltà al Vangelo nella prova. Negli anni ’50 costruisce insieme ad altri confratelli un’abbazia trappista sull’isola di Lantao che sarà intitolata a Nostra Signora della Gioia

Vatican News

È morto il 31 luglio scorso a 108 anni padre Benedetto Chao, monaco trappista cinese dell’abbazia di Nostra Signora della Gioia che si trova sull’isola di Lantao a Hong Kong. I funerali si terranno domani 14 agosto a Hong Kong.

Nato nel 1918 a Chengting, nella provincia di Hebei, padre Chao era entrato nella comunità cistercense della stretta osservanza nell’abbazia di Nostra Signora della Gioia nel 1941, all’età di 23 anni. Emette la professione solenne nel 1947. Ordinato sacerdote nel 1949, è priore dell’abbazia dal 1974 al 1998.

Padre Chao ha vissuto importanti e dolorosi periodi storici nella sua comunità monastica, testimoniando sempre con coraggio la fedeltà al Vangelo e alla Chiesa. Nel 1937 il monastero viene preso una prima volta dalle forze di occupazione giapponesi. Nel 1949, le nuove autorità cinesi lo smantellano. Molti monaci sono arrestati, deportati o uccisi. Padre Chao fugge con alcuni confratelli in altre regioni della Cina e poi in Canada e negli Stati Uniti: qui, in un’abbazia nell’Utah, impara le tecniche di produzione casearia.

Negli anni ’50 si trasferisce ad Hong Kong e nel 1956, insieme ad altri monaci, costruisce un’abbazia che più tardi verrà intitolata a Nostra Signora della Gioia sull’isola di Lantao, in ricordo del monastero di Chengting. Negli anni ‘80 fonda un caseificio trappista.

Nella prova, nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro, padre Chao resta una testimonianza di totale abbandono nelle mani di Dio e di amore fraterno vissuto in comunità. Ha vissuto 79 anni come monaco e 77 come sacerdote. Era il monaco trappista più anziano del mondo.

Iniziative perché il popolo di Dio, sia formato alla liturgia e all’ars celebrandi. Prioritaria la preparazione dei sacerdoti

L'abbazia benedettina di Mount Angel, in Oregon, negli Stati Uniti

Leone XIV: più formazione liturgica per tutti aderendo ai testi approvati
Lettera del Papa al cardinale Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in occasione dell’incontro che si svolge dal 14 al 19 agosto nell’abbazia benedettina di Mount Angel, in Oregon (Usa), per riflettere sulle piste aperte dalla Lettera Apostolica di Papa Francesco “Desiderio desideravi”. Il Pontefice incoraggia iniziative perché il popolo di Dio, sia formato alla liturgia e all’ars celebrandi. Prioritaria la preparazione dei sacerdoti

Tiziana Campisi – Città del Vaticano – Vatican News

Per assicurare una “formazione liturgica a ogni livello” nella Chiesa occorre “esplorare cammini concreti”. Lo scrive il Papa nella lettera indirizzata al cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nella quale rivolge un messaggio a cardinali, vescovi e laici, di diverse provenienze ed esperienze ecclesiali, riuniti da oggi, 14 agosto, e fino a mercoledì prossimo, nell’abbazia benedettina di Mount Angel, in Oregon, negli Stati Uniti, per una riflessione comune sulla formazione liturgica del popolo di Dio. L’incontro è stato organizzato per approfondire le considerazioni emerse nell’ultima assemblea plenaria del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, svoltasi dal 6 al 9 febbraio del 2024, proprio sulla tematica, rilanciata da Papa Francesco nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi.

Promuovere un’adeguata formazione alla liturgia
Richiamando il documento del suo predecessore, Leone XIV ribadisce “la necessità di una formazione attenta e continua sia del clero sia dei laici per ravvivare la vita liturgica della Chiesa universale”, ma rimarca che è prioritaria quella dei presbiteri, i quali hanno il compito di “prendere per mano e accompagnare i fedeli nella conoscenza dei santi misteri”. “Le prime occasioni concrete di formazione liturgica si presentano nella nostra abitudine di riunirci ogni domenica per celebrare l’Eucaristia” evidenzia il Papa, aggiungendo che le messe domenicali “sono ancorate nel ritmo annuale dell’anno liturgico, con al centro il Mistero Pasquale”, e per tale motivo devono essere “profondamente formative”. Va dunque promossa “una comprensione sempre più profonda dell’ars celebrandi, espressa non solo da chi celebra la liturgia, ma anche dall’intera assemblea”. Così, con “un’adeguata formazione e un culto devoto, i cattolici saranno formati per la liturgia e anche dalla liturgia”.

Seguire i testi approvati
Dal Pontefice anche la raccomandazione, “al fine di promuovere la celebrazione dignitosa dei sacri misteri”, della necessaria “fedeltà ai testi approvati e alle istruzioni”. Da qui l’invito a quanti “sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, e in particolare” ai “sacerdoti”, già rivolto nelle “recenti catechesi sulla Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum concilium,” a rispettare “i riti promulgati da Papa san Paolo VI e da Papa san Giovanni Paolo II”, con un “atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio”, che richiede “umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale”.

Un discernimento spirituale
Le giornate all’abbazia di Mount Angel vogliono essere un modo per confrontarsi in un contesto orante, per lasciarsi “formare dalla liturgia”, come esorta la Desiderio desideravi, e per riflettere insieme al fine di arrivare a definire proposte condivise, concrete e operative. In un comunicato, il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti spiega che l’iniziativa è stata pensata, non tanto come convegno di studio bensì come “tempo di discernimento spirituale sul tema della formazione liturgica, per proseguire nel cammino tracciato dalla Sacrosanctum Concilium”. Nella lettera indirizzata al cardinale Roche, Leone la affida a “Maria, Sede della Sapienza” e imparte a tutti la sua benedizione apostolica.

15/08/2026 Assunzione della Beata Vergine Maria, Solennità. Parola del giorno

icona assunzione maria – ICONE SACRE MIRABILE

Prima Lettura

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 44 (45)

R. Risplende la regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir. R.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. R.

Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio. R.

Dietro a lei le vergini, sue compagne,
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re. R.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 15,20-27a

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-56

In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

«Maria Assunta, prima dei redenti,
ci ricorda che è Cristo che salva»

«Maria Assunta, prima dei redenti,
ci ricorda che è Cristo che salva»

Il 15 agosto è un’occasione sempre propizia per riflettere sul dogma dell’Assunzione in cielo in anima e corpo della Vergine Maria, come ci ricorda la solennità di oggi. Ma rappresenta anche la circostanza particolare, alla luce di questa festa mariana, per comprendere meglio il senso dell’ultima nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) Mater Populi Fidelis del novembre scorso. Nel documento, firmato dal prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale argentino Víctor Manuel Fernández, e approvato da Leone XIV, è stata soprattutto fatta chiarezza sugli appellativi da usare per la Madonna. E in particolare è stato ribadito un netto no all’uso di termini ritenuti «inappropriati» per la Madre di Dio come «corredentrice» o «mediatrice di tutte le grazie».
Dal suo osservatorio il servita napoletano Salvatore Maria Perrella, mariologo e teologo, spiega ad Avvenire l’importanza di questa nota dottrinale e il perché, solo ora, si è arrivati a questo pronunciamento da parte del Magistero della Chiesa. Classe 1952, già ordinario di Dogmatica e Mariologia presso la Pontificia Facoltà teologica Marianum e preside per due mandati del medesimo ateneo romano, ha goduto della stima di Joseph Ratzinger. Fu infatti l’allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede a volerlo nel 1996 tra i dodici esperti componenti la Commissione vaticana internazionale sulla Corredenzione mariana. «La nota dottrinale in questione – tiene a precisare il mariologo e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria – rappresenta una risposta da parte del Dicastero per la Dottrina della fede per fare chiarezza su alcuni titoli mariani. Il documento approvato da Leone XIV ha all’origine come fonte di ispirazione un altro Pontefice, Francesco. Papa Bergoglio ha voluto che si ribadisse la preziosità e inappellabilità dell’opzione del Concilio circa il culto mariano, circa la dottrina sulla funzione o sul ruolo di Maria nella salvezza universale. Lo scopo della Mater Populi Fidelis è proprio questo: confermare che Maria è la Madre del popolo cristiano, è figura centrale, ma non è il centro della fede. Il centro della fede e della salvezza rimane Cristo rivelatore del Padre, donatore dello Spirito».
Un documento, quello del novembre scorso, che rappresenta una risposta, quasi una bussola per il popolo di Dio per orientarsi su come venerare Maria.
«In fondo con questa nota la Santa Sede ha voluto fare chiarezza sui titoli mariani da attribuire alla Vergine. È interessante che questa “risposta” di chiarezza sul culto mariano in campo dottrinale assomigli, in fondo, alla stessa richiesta che arrivò a Paolo VI. Da quella richiesta arrivata sulla scrivania di Montini nacque l’elaborazione della famosa, feconda e ancora attuale esortazione apostolica del 1974 la Marialis Cultus. In quel documento papa Montini sancì e ribadì gli orientamenti e le proposte suscitate dal Concilio Vaticano II. L’esortazione in modo particolare aveva come sue fonti di riferimento la Costituzione dogmatica Lumen gentium, dal punto di vista dottrinale mariano e la Costituzione Sacrosanctum Concilium dal punto di vista liturgico».
Nella sua veste di osservatore e di mariologo di professione come giudica questa pubblicazione?
«La Mater Populi Fidelis è un documento corposo, composto da 80 articoli, un testo pieno di riferimenti. La nota ha avuto soprattutto questa finalità: chiarire la dottrina della Chiesa su Maria. A creare dibattito e forse suscitare qualche accenno di amarezza e di attrito tra noi mariologi è il punto 22 di questa nota in cui si parla del titolo di “Maria Corredentrice”. E si ritiene che questa definizione non venga considerata appropriata per la Madre di Gesù e va quindi evitata. A mio giudizio bisogna evitare soprattutto la distorsione di questo significato nel rispetto della Storia della Chiesa e della devozione dei fedeli. Ed evitare così la sua cattiva interpretazione. Cristo non ha bisogno di tutele, Cristo è il Sommo Sacerdote, Cristo è il gran Redentore, che ha associato a sé la dottrina di Paolo, tutti coloro che sono associati a Cristo sono cooperatori di Cristo e alla grazia di Cristo, in primis Maria, che è la prima redenta».
Eppure, il titolo di “corredentrice” fa parte della memoria, del vissuto e della fede cattolica molto mariana dei nostri antenati.
«Tutto questo è vero. Ma bisogna leggere i documenti della Chiesa nel segno dei tempi. Cosa vuol dire in fondo Maria “corredentrice”? Si tratta di un titolo mariano di natura teologica, non antichissimo (non ha radici patristiche) ma abbastanza antico, anche perché frutto della Devotio Moderna che è stata portata avanti da giganti della fede come il santo e dottore della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) – basti pensare al suo capolavoro del 1750 Le Glorie di Maria – o come san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716). Maria, a giudizio di questi due santi, è collaboratrice di Cristo nella salvezza. Come? Sub Christo et cum Christo (sotto Cristo e con Cristo), a vantaggio di noi peccatori».
Quindi si trattava di una definizione che rischiava di mettere al centro Maria e non più Gesù. È proprio così?
«La Chiesa del XVIII secolo vedeva se stessa nella Vergine Maria e vedeva in Maria la debellatrice di tutte le eresie, le pestilenze della modernità. Tutto questo ha portato a far leggere a qualcuno che Maria è necessaria alla salvezza di Cristo. Da qui nasce forse l’origine della distorsione del significato del titolo di Maria come “corredentrice”. Di qui si comprende il senso del richiamo che arriva oggi con questa nota della Ddf».
Una definizione però, quella di «corredentrice», molto cara e presente nella predicazione ordinaria del Papa più mariano del Novecento, Giovanni Paolo II. Ma anche in quella di Pio IX. Ci può spiegare il perché?
«Karol Wojtyla è l’uomo del Totus Tuus a Maria a cui ha affidato il suo ministero di Vescovo di Roma. Giovanni Paolo II non ha mai nascosto la sua forte devozione mariana animata e corroborata dagli insegnamenti di san Luigi Grignion de Montfort, che spesso ha testimoniato con il titolo di “corredentrice” nella sua predicazione ordinaria ma non in quella magisteriale. E a testimonianza di questo suo amore mariano sopravvive ancora oggi la sua profetica enciclica del 1987 Redemptoris Mater. In fondo Maria, purificata dai fraintendimenti messi in luce da questo documento della Ddf, è associata al Redentore in modo subordinato non definitivo, in modo sempre cooperante. Tanto è vero che la dottrina del Concilio non parla di Corredentio ma di Cooperatio (collaborazione) di Maria. Tutto questo ci indica la partecipazione subordinata ma attiva della Vergine Maria alla salvezza. Che dipende, però, solo da Cristo».
Maria, dunque, rappresenta il pilastro del magistero degli ultimi Papi.
«È certamente così. La figura della Nazaretana non deve essere mai un segno di divisione, un casus belli in seno alla Chiesa cattolica a motivo di certe cattive interpretazioni. Il magistero del Vaticano II e degli ultimi Papi, da Paolo VI a Leone XIV, sulla dottrina mariana è assolutamente cristallino, chiaro, a livello ecumenico ma anche interreligioso. La Vergine non è Mater divisionis ma Mater unitatis ».
Un esempio di tutto questo è la centralità mariana presente nella liturgia della Chiesa?
«Basta prendere i testi della liturgia celebrata dalla Chiesa, in modo particolare dalla Collectio Missarum del 1992, che è la raccolta ufficiale dei formulari liturgici per la celebrazione delle Messe in onore della Vergine Maria per scoprire tutto questo. Lì è custodito lo scrigno liturgico mariano della Chiesa cattolica. Dentro queste pagine si celebra Maria che è presente ed è agente nel mistero di Cristo e della Chiesa».
Come vivere dunque la solennità dell’Assunta oggi?
«Quando noi celebriamo Maria, noi celebriamo sopra di tutto ciò che il Signore ha fatto in lei. “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, ci dice il Magnificat . I Magnalia Dei (cioè le grandi opere del Signore) che Dio ha compiuto in Maria di Nazareth per noi, non solo per lei, sono Epifania della grazia di Dio. Che cos’è questo evento? L’Assunzione è nient’altro che il dono pasquale di Cristo a Colei che è la prima redenta, a colei che è la serva del Signore, a colei che è stata destinata sin dall’eternità, dal Consilium Dei (cioè dal piano di Dio), cioè dalla salvezza di Dio Salvatore, ad essere la prima dei risorti».
Avvenire

Ferragosto mette a rischio le spiagge: «Servono prevenzione, controlli e sanzioni realmente dissuasive»

Ferragosto mette a rischio le spiagge: «Servono prevenzione, controlli e sanzioni realmente dissuasive»

Ferragosto è alle porte e, insieme a spensieratezza e divertimento, porta con sé delle responsabilità maggiori sull’ambiente, soprattutto per le spiagge stracolme di gente. Lo ricorda Retake, la rete di cittadinanza attiva, facendo eco ai tanti appelli di ambientalisti. La richiesta rivolta ai comuni balneari è che, laddove non siano già previste, adottino ordinanze particolarmente severe per contrastare l’abbandono dei rifiuti sulle spiagge e l’asportazione di materiali dagli arenili.

«Quello che abbiamo visto all’indomani di San Lorenzo è inaccettabile e deve rappresentare un monito in vista del Ferragosto» – ha detto Fabrizio Milone, presidente di Retake. Già alla prima ricorrenza importante di agosto, infatti, gli attivisti hanno monitorato e ripulito numerose spiagge disseminate di bottiglie, bicchieri, lattine, plastica, mozziconi e resti di bivacchi. «Non possiamo rassegnarci all’idea che dopo una notte di festa le nostre spiagge debbano trasformarsi in distese di rifiuti e che siano poi altri cittadini, volontari o operatori a dover riparare ai comportamenti incivili di pochi. Servono prevenzione, controlli e sanzioni realmente dissuasive. Una spiaggia è un patrimonio collettivo, non un luogo da utilizzare e abbandonare sporco», conclude, accendendo con la sua Ets anche un faro sull’abitudine di portare a casa sabbia, ciottoli, conchiglie e altri elementi naturali, alterando e impoverendo ecosistemi già fragili, spesso non tutelati da misure preventive e sanzioni.
Anche l’associazione Plastic Free, negli ultimi giorni ha organizzato diverse iniziative per ripulire le coste. Per esempio, sulle spiagge di Schiavonea e Sant’Angelo a Corigliano-Rossano sono stati raccolti centinaia di mozziconi: quasi un chilo solo nel weekend.
Intanto, alcuni Comuni provano a correre ai ripari con varie ordinanze. Per esempio, a Vittoria, nel Ragusano, il sindaco ha emanato un’ordinanza per la tutela del litorale e del decoro urbano, vietando i consueti falò, tende, alcol e trasporto di materiale infiammabile sulle spiagge di Scoglitti e del litorale vittoriese, che si possono osservare di solito soprattutto la notte del 14 agosto. Ma la sezione locale dell’associazione ambientalista Fare Verde mette già in guardia sul rispetto effettivo delle norme e ricorda che la notte del 14 agosto ogni anno si lascia dietro plastica, vetro e danni alle dune. L’associazione ha dunque invitato tutti a una maggiore responsabilità condivisa sulle spiagge iblee.

Niente falò e bivacchi in spiaggia, e la promessa di pattuglie di vigili urbani per far rispettare le regole, anche a Messina, dove i controlli sono già aumentati dopo l’ordinanza del sindaco in merito. Il divieto – valido dalle 8:00 di oggi, 14 agosto, fino alle 8:00 del 16 – intende rafforzare dunque le consuete proibizioni, inclusa quella di  abbandonare rifiuti e materiali sulle spiagge. Misure simili sono state emanate, per esempio, a Porto Sant’Elpidio, provincia di Fermo, dove viene vietato l’accesso alle spiagge libere per tutta la notte e si è optato per una stretta anche sulla vendita di alcolici.
Il tutto si inserisce in un contesto estivo in cui l’aumento delle presenze mette sotto pressione la gestione dei rifiuti, oltre a tanti altri servizi, specialmente nelle isole turistiche minori, come ha ricordato l’Anci nell’ultimo focus su Lampedusa, Lipari e Favignana. Anche a Ferragosto, insomma, nessun compromesso sul rispetto della natura e del bene comune: la soglia dell’attenzione non deve calare.

Avvenire

«Auto elettrica: basta sconti da Black Friday, servono aiuti strutturali»

«Auto elettrica: basta sconti da Black Friday, servono aiuti strutturali»

Critiche agli incentivi “mordi e fuggi” e ai maxi bonus da Black Friday, che andrebbero sostituiti con aiuti strutturali e pluriennali per risolvere la vera emergenza che ostacola la transizione ecologica in tema di mobilità, cioè il rinnovo del nostro parco circolante. Nei giorni scorsi Sébastien Guigues ha tracciato un bilancio del suo primo anno da direttore generale di Renault Italia, in occasione di “Viva Festival” a Locorotondo, rassegna di musica contemporanea sponsorizzata dal marchio francese che nell’occasione ha esposto la nuova Twingo elettrica.

Per Renault i primi sei mesi del 2026 si sono rivelati in forte crescita, con 51.248 immatricolazioni tra autovetture e veicoli commerciali (+3,9% sul 2025), che valgono il 4° posto nel mercato totale: «A luglio poi – spiega Guigues – abbiamo raggiunto circa il 7% di quota nel mercato retail, il miglior risultato degli ultimi anni. Nuova Clio è stata la protagonista assoluta: è un’auto perfetta per il mercato italiano grazie alla combinazione tra GPL e full hybrid E-Tech: infatti ha già totalizzato più di 20mila ordini. La nuova Twingo elettrica con 10mila ordini ha esordito in maniera molto soddisfacente, e anche i veicoli commerciali stanno recuperando terreno dopo un periodo difficile. Ovviamente non voglio dire che tutto è perfetto. La concorrenza resta molto forte, e non solo quella dei marchi cinesi anche se si parla molto di loro».
Renault però sembra puntare su una strategia diversa rispetto a molti concorrenti…
Dal punto di vista del business a livello globale abbiamo avviato una nuova fase con il piano “Future Ready” e i risultati stanno migliorando. Non siamo ancora dove vogliamo arrivare, ma la direzione è quella giusta. Abbiamo scelto di non scommettere su una sola tecnologia. Crediamo nell’elettrico ma anche nell’ibrido, e nel GPL dove il Gruppo Renault, grazie a Dacia, è saldamente al primo posto assoluto in Italia in fatto di immatricolazioni. Questa strategia oggi ci sta premiando. Quando sarà pronta per una diffusione più ampia dell’elettrico, l’Italia troverà Renault attrezzata con un’offerta completa.

Nell’analisi del bilancio del Gruppo Renault dei primi sei mesi a livello mondiale si è evidenziata una riduzione dei costi costruttivi di 400 euro a veicolo…
Sì. Siamo riusciti a sviluppare, per esempio, Twingo in due anni invece dei quattro che occorrevano in passato, e questo incide molto sul prezzo finale della vettura. Specialmente per le macchine elettriche, lo sviluppo veloce è decisivo perché la tecnologia invecchia presto.
Per quanto riguarda l’Italia invece, avete aumentato del 15% le vendite ai privati. Quanto incide sui buoni risultati di Renault?

Le flotte sono importanti in termini numerici, ma vendere ai clienti privati eliminando le km zero, come abbiamo fatto noi, mantiene meglio il valore dell’usato e questo rende più competitivi anche i canoni di leasing e finanziamento. È un circolo virtuoso. Oggi il valore residuo è l’elemento decisivo nella costruzione del prezzo, perché la gente prende la macchina a rate, ben pochi hanno 40mila euro in contanti da investire su un’automobile.
Perché in Italia l’auto elettrica fatica ancora a decollare?
Perché l’elettrificazione ha un costo e qualcuno deve sostenerlo. Nei Paesi dove l’elettrico è cresciuto davvero, i governi hanno accompagnato la transizione con incentivi stabili e duraturi. In Italia, invece, si continua con bonus “mordi e fuggi”: finiscono in poche ore e non aiutano il mercato a svilupparsi. La Francia è già al 50%, la Germania anche. L’Italia non è elettrica, ma un giorno lo sarà. Non serve molto per cambiare. In Francia e in Germania la gente ha capito che con la guerra, e i problemi dello Stretto di Hormuz la benzina sarebbe stata più costosa, dunque è passata all’elettrico. Però in Italia abbiamo un problema in più: l’elettricità che costa tanto, più di quasi tutti i Paesi europei.

La politica locale non sembra voler agevolare più di tanto le elettriche. A Roma, ad esempio, la ZTL è tornata a pagamento anche per le vetture 100% a batteria. Voi costruttori riuscite ad interagire con le istituzioni o non c’è proprio possibilità di discussione?
La politica ci ascolta tanto, ma ci sente poco. E il risultato lo si vede nel quotidiano. La macchina elettrica ha un costo supplementare, per noi, per tutti. Ma in Italia nessuno vuole pagare quel costo aggiuntivo. Che alla fine paga il cliente, ma solo chi può permetterselo. E le istituzioni cosa hanno fatto sinora? Stanziare milioni di euro per le elettriche che si esauriscono in poche ore non è aiutare a elettrificare, quello è un Black Friday.
Come se ne esce?
Premiando prima di tutto la rottamazione delle auto più vecchie. È quella la vera misura ambientale: eliminare dal parco circolante le vetture più inquinanti, indipendentemente dalla tecnologia scelta per sostituirle.
Quindi il problema non è solo elettrico contro termico?
Esatto. La priorità è rinnovare il parco auto. Una persona che guida una vettura di vent’anni spesso non lo fa per scelta, ma perché non può permettersi altro. Prima di imporre divieti bisogna offrire alternative economicamente accessibili. È una questione sociale prima ancora che industriale.

C’è ancora chi sostiene che in Italia manchino le infrastrutture di ricarica…
Invece non è più cosi, nemmeno sulle autostrade dove le colonnine di ricarica veloce sono presenti ogni 50 chilometri e spesso sono persino sottoutilizzate. Il problema oggi è più culturale e di fiducia che infrastrutturale.
Quale dovrebbe essere, in sintesi, la politica dell’auto dei prossimi anni?
Evitare gli approcci ideologici. Non esiste una sola tecnologia capace di risolvere tutto. Dobbiamo diversificare, accompagnare gradualmente la transizione e concentrarci sull’obiettivo vero: sostituire le auto più vecchie con veicoli moderni, qualunque sia la loro alimentazione. Questo farebbe bene all’ambiente, ai cittadini e all’industria.
E la tanto pubblicizzata invasione dei cinesi?
Nessuno sa quanto valga un brand cinese, perché è ancora presto per valutare il valore residuo delle loro auto. Magari anche l’usato andrà fortissimo, ma sono arrivati da poco e non sono passati almeno cinque anni per poterlo dire.
A meno che poi arrivi un colosso come BYD ed entri in Renault, come si vocifera che possa accadere. Allora cambierebbe tutto…
Sì, ma in Europa il nostro presidente ha già detto che non accadrà. Perché l’Europa è il “nostro” continente, anche se siamo un brand globale. Infatti stiamo facendo l’inverso, andremo costruire auto con Ford, per esempio. Renault è molto attaccata alla propria indipendenza. Le nostre fabbriche vanno bene, non c’è nessun bisogno al momento in Europa per allearci con qualcuno.

Avvenire

«Firmare per il Nobel ai bimbi di Gaza è un dovere morale»

«Firmare per il Nobel ai bimbi di Gaza è un dovere morale»

Sono sempre di più le adesioni alla petizione per Gaza (petizione.gaza@avvenire.it), con la richiesta lanciata dal professor Eugenio Mazzarella di dare il Nobel per la pace ai bambini della Striscia. Significative sono anche le prese di posizione istituzionali, come quella dell’Associazione Carta di Roma. «Partire da Gaza non significa fermarsi a Gaza – sottolinea l’Associazione -. Non si tratta di “premiare” la sofferenza o stabilire una graduatoria tra vittime, ma si tratta di obbligare la comunità internazionale a riconoscere un fatto: quando la guerra divora l’infanzia, la politica ha già fallito». Per questo, «sarebbe un Nobel a tutta l’infanzia violata». Tanti gli accademici e i professionisti che hanno sottoscritto l’appello, ma tanti anche gli abbonati del giornale, che dicono “sì” ricordando anche il numero dell’abbonamento, a riprova di un’appartenenza sempre più grande alla famiglia di “Avvenire”. Lo stesso sta avvenendo sui territori, con prese di posizione da parte di consiglieri regionali di diverse forze politiche. Non solo: la mobilitazione è arrivata anche nei municipi. A Napoli, un consigliere comunale, Toti Lange, ha presentato un ordine del giorno all’Assemblea del Consiglio Comunale della città partenopea per sostenere come Città di Napoli tutta, «la meritoria proposta di candidare al Nobel per la Pace i Bambini di Gaza». Lo stesso discorso vale anche per tanti cittadini impegnati “dal basso”, nella cooperazione e nei servizi sociali per i più poveri, dalle periferie delle grandi città alle prese con l’emergenza abitativa fino ai progetti per l’infanzia.
«È un imperativo morale per ciascuno di noi mettere il proprio nome al servizio della memoria». Usa queste parole Luca Formenton, editore di lungo corso, presidente della casa editrice Il Saggiatore e vicepresidente della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, per spiegare il suo “sì” alla petizione lanciata su queste colonne da Eugenio Mazzarella a favore del Nobel per i bambini di Gaza. Formenton ha intercettato la petizione su diverse chat personali di WhatsApp. «Per me è stato naturale aderire. Mi sono trovato del tutto d’accordo e ho firmato. Credo che l’adesione sia motivata dalla mia professione: sono un editore e per me la memoria è importante. Così la candidatura al Nobel per la pace dei bambini che non hanno avuto o non avranno un futuro è anche un modo per ricordarli».
Anche Silvia Costa, già parlamentare europea, parla di «dovere morale. Ho sentito il bisogno di esprimermi e di unirmi ad altri per cercare di mobilitare l’opinione pubblica e riscoprire insieme a tutti gli altri l’umanità, l’empatia, la volontà di non rassegnarsi». Quelle di Formenton e Costa sono due tra le migliaia di storie, tra le più note certamente, che si leggono tra le righe del “sì” all’appello per i piccoli della Striscia. Entrambi intellettuali di peso, entrambi impegnati nel dibattito pubblico. Costa si occupa di minori da molto tempo, visto che è stata cofondatrice di Telefono Azzurro con Ernesto Caffo nel 1987 e ha seguito a New York la discussione che ha portato alla firma della Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989. Oggi è nel direttivo del Partito democratico. Formenton invece, da conoscitore del mondo dei lettori, pensa che «tanta gente si sente coinvolta perché non si tratta di un appello generico, ma riguarda una situazione specifica. Il tentativo, secondo me riuscito, è di dare un volto ai numeri, ri-umanizzare le vittime».
Sullo sfondo c’è la necessità di riaffermare diritti umani fondamentali, in un momento storico in cui sembra dominare la legge del più forte e le regole internazionali vengono tranquillamente messe da parte. «Questa in fondo è la grande sconfitta di chi ha sempre avuto a cuore la pace, a ogni latitudine – osserva Costa -: pensavamo che gli organismi internazionali ci avrebbero messi al riparo, invece siamo riprecipitati nelle guerre, che sono all’origine stessa della violenza e, come vediamo a Gaza, dell’accanimento sui civili».
Non c’è, secondo l’esponente del Pd, il rischio di trascurare altre infanzie, altre storie. «Non dobbiamo oscurare altre realtà di sofferenza, a partire dai bambini trucidati da Hamas il 7 ottobre, è vero. Però non possiamo negare che la situazione dei civili a Gaza è tragica e crudele e non più motivabile dalla legittima difesa. Israele ha violato i trattati internazionali sulla protezione dei civili bombardando ospedali, scuole, abitazioni. Ecco perché penso sia legittimo oggi parlare specialmente dei bambini di Gaza, senza comunque scordare le altre situazioni di infanzia in guerra».
Secondo Formenton, la speranza adesso sta tutta in «una mobilitazione estesa, che possa far riflettere i potenti sul fatto che ogni guerra, in ogni parte del mondo, coinvolge bambini innocenti. Ed è chiaro che la candidatura riguarda non solo Gaza, ma i piccoli in tutte le guerre, dagli israeliani vittime della furia di Hamas, agli ucraini, fino ai sudanesi» sottolinea l’editore. Concretamente, in questa fase, è necessario sottrarre all’invisibilità le piccole vittime di questa guerra, sollecitando i capi di governo e i parlamentari a non stare a guardare, ma a pretendere un posto nei negoziati rimettendo al centro la diplomazia.
Anche la partecipazione di tante donne, secondo Silvia Costa, non deve sorprendere. «Il tema della protezione dei bambini probabilmente è più vicino alla sensibilità, alla storia e alla cultura delle donne. Assegnare ai bambini un ruolo di soggetto da rispettare nella sua realtà di persona in formazione, attiene al protagonismo femminile in quello che io chiamo cultura della cura. Sono convinta che la politica nazionale e internazionale dovrebbe ripartire proprio dal prendersi cura e accompagnare la dignità delle persone».
Avvenire

Lettura e Vangelo del giorno 14 agosto 2026

Letture del Giorno

Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 16,59-63

Così dice il Signore Dio: «Io ho ricambiato a te quello che hai fatto tu, perché hai disprezzato il giuramento infrangendo l’alleanza. Ma io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ricorderai la tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole, che io darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto». Oracolo del Signore Dio.

Salmo Responsoriale
Is 12,2-6

R. La tua collera, Signore, si è placata e tu mi hai consolato.

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza. R.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime. R.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele. R.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,3-12

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».