In India ogni giorno vengono denunciati 80 stupri di bambine: la piaga del patriarcato che non guarisce mai

Una delle innumerevoli manifestazioni contro la violenza sulle donne in India degli ultimi anni

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Uscita di casa la sera del 4 luglio per partecipare alla festa di compleanno di un’amica in un villaggio vicino, una bambina di 11 anni è stata sequestrata sottoposta a violenza sessuale da un gruppo di uomini, legata in un sacco e gettata ancora viva in uno stagno da cui è stata recuperata cadavere il mattino dopo dalla famiglia. Quello verificatosi a Baruipur, nello Stato nord-orientale di West Bengal, in India, è l’ultimo ad apparire sulla stampa locale e sulle agenzie internazionali, esempio particolarmente efferato di una casistica di aggressioni sessuali nel Paese asiatico definibile ormai come «endemica». Sono le stesse fonti della polizia a segnalare che gli episodi denunciati quotidianamente sono oggi oltre 80, con la certezza ribadita dagli attivisti che sarebbero molti di più ma in tanti casi non sono denunciati per evitare che la vittima, anche quando sopravvissuta, sia sottoposta a ulteriore vergogna o ad accuse infamanti. Nonostante le pene severe incluse negli ultimi anni nel codice penale indiano, che arrivano fino a quella capitale per casi di stupro di gruppo che si concludono con la morte della vittima, una serie di concause impedisce una riduzione del fenomeno.
Il patriarcato e la misoginia, soprattutto nelle campagne, restano determinanti nel definire la condizione femminile, mentre le autorità di pubblica sicurezza faticano a investigare le segnalazioni perché limitate da organici ridotti e scarsa preparazione specifica. Spesso sono inoltre permeate dallo stesso scetticismo o disinteresse che si registra in vaste aree della popolazione: non soltanto in quella meno colta o meno privilegiata, ma anche – all’opposto – nelle caste superiori o tra quanti, ricchi e potenti, ritengono che sia proprio “diritto” sfruttare le minori tutele di cui godono le donne e la maggiore esposizione al rischio di abusi. Né il crescente livello culturale medio, né la maggiore diffusione delle informazioni via social hanno intaccato privilegi e immunità, come pure l’idea radicata che la morte di una donna, spesso una bambina, sia in fondo preferibile a una salvezza appesantita dalla vergogna che peserà per tutta la vita su di lei e sulla famiglia. Nonostante la vigilanza delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e una maggiore attenzione dei mass media, l’ondata di sdegno che si era sollevata con la brutale uccisione della giovane Nirbhaya su un autobus di Delhi il 16 dicembre 2012 e i successivi provvedimenti legislativi approvati sotto la pressione dell’opinione pubblica, sembra essersi dissolta sulle rive dei tanti problemi irrisolti del Paese, dell’egoismo del benessere e della superficialità di atteggiamenti veicolati da internet. D’altra parte, se gli osservatori segnalano che il problema non è necessariamente politico ma ha radici nella limitata evoluzione di mentalità a ogni livello della catena di responsabilità, l’impegno ufficiale preso dopo il 2012 di creare entro quest’anno 2.600 tribunali speciali con rito abbreviato per i reati sessuali ha visto finora la creazione di soli 755 corti di giustizia, di cui 410 esclusivamente dedicate agli abusi sui minori. A fronte di questa carenza di iniziativa, le cifre sono preoccupanti e in peggioramento. Dal 2010, in India i crimini contro le donne sono più che raddoppiati arrivando a 29.536 registrati nel 2024, mentre quelli sui minori si sono moltiplicati di oltre sette volte. Quasi 70mila nell’ultimo decennio.

Papa Leone XIV accetta la rinuncia del vescovo di Huacho: Santarsiero lascia l’incarico dopo le accuse di abusi

Papa Leone XIV

ildifforme

Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia di m alla guida della diocesi di Huacho, in Perù. La decisione è stata resa nota dalla Santa Sede nel giorno in cui il pontefice ha ufficializzato il congedo del presule, che ha compiuto 75 anni, l’età prevista dal diritto canonico per la presentazione delle dimissioni dei vescovi.

La rinuncia arriva al termine di mesi particolarmente delicati per Antonio Santarsiero Rosa. Lo scorso aprile il vescovo aveva infatti chiesto di essere sollevato dall’incarico dopo la pubblicazione, da parte di un portale spagnolo, di accuse relative a presunti abusi.

La decisione del vescovo

Il vescovo aveva motivato la propria decisione con la volontà di favorire un pieno accertamento dei fatti e di consentire che sia fatta chiarezza sulla verità,   come riferito allora dalla Conferenza episcopale peruviana.
Nella nota diffusa in quell’occasione, l’episcopato del Perù aveva spiegato che la richiesta di rinuncia era stata presentata proprio per evitare che la vicenda potesse condizionare la vita pastorale della diocesi e per permettere lo svolgimento degli eventuali approfondimenti con la massima serenità.

Santarsiero Rosa ha sempre respinto le accuse a suo carico. L’accettazione della rinuncia da parte del Papa coincide con il raggiungimento del limite di età previsto per i vescovi diocesani. La decisione della Santa Sede, pertanto, interviene nell’ambito della normale procedura canonica, pur maturando in un contesto segnato dalle contestazioni emerse nei mesi scorsi.

La Chiesa cattolica continua a riservare grande attenzione ai casi di presunti abusi, tema sul quale negli ultimi anni il Vaticano ha rafforzato le procedure di segnalazione, verifica e tutela delle persone coinvolte. In questo quadro, la linea adottata dalla Santa Sede resta quella di favorire gli accertamenti nel rispetto della presunzione di innocenza e delle norme canoniche vigenti. Per la diocesi di Huacho si apre ora la fase di transizione che porterà alla nomina del successore di monsignor Santarsiero Rosa da parte di Papa Leone XIV.

Per non dimenticare: 20° Anniversario manifestazione preti sposati a Roma

Anche i preti pregano - SettimanaNews

da Il Manifesto – POLITICA & SOCIETÀ/SCHEDA
08/07/2006

«Discriminati e con problemi di reinserimento sociale» Ma il Vaticano vieta la manifestazione dei preti sposati

Si sono visti negare la possibilità di manifestare davanti al Vaticano. E’ accaduto a un gruppo di prelati che ieri mattina si erano dati appuntamento a via della Conciliazione, organizzato dall’Ass. dei sacerdoti lavoratori sposati e dall’Ass.”Chif – liberi e solidali”. In una lettera-appello al papa volevano denunciare lo stato di emarginazione sociale ed economica in cui versa da tempo questa categoria. I sacerdoti che decidono di dimettersi abbandonando il celibato per formare una famiglia sono infatti interdetti dall’attività pastorale, una preclusione che «non ha ragioni teologiche», come commenta don Giuseppe Serrone. Una possibilità invece contemplata dalla Chiesa cattolica dell’Africa Orientale, dove il termine «Keshi» in lingua Tigrigna significa appunto «prete sposato». La marginalità rispetto alla comunità ecclesiale crea loro problemi di inserimento di carattere sociale, sono frequenti casi di violenza e molestie, oltre che di ordine economico, soprattutto a causa dell’esclusione dall’insegnamento della religione e per il mancato riconoscimento civile dei titoli accademici ecclesiastici.

Il Manifesto


«Da soli, con coraggio, per i diritti civili: anche se sembra di aver lottato invano, dei semi sono stati gettati». Invece dell’annunciata sfilata silenziosa della delegazione di preti sposati ai margini di Piazza San Pietro, il promotore della protesta, don Giuseppe Serrone, si è trovato ieri da solo con la moglie a manifestare affinché Benedetto XVI riconosca i preti sposati, abolisca il celibato e affronti l’esclusione delle donne dal sacerdozio.
L’ex sacerdote siciliano don Serrone, affiancato dalla consorte, l’albanese Albana Ruci, a nome dei «Sacerdoti sposati del Movimento Internazionale» e dell’associazione di volontariato «Chif-Liberi e Solidali», si è presentato all’inizio di via della Conciliazione fin dalle 9,45 di ieri mattina per il programmato «raduno pacifico di protesta per i diritti civili delle donne e delle famiglie dei sacerdoti sposati nella Chiesa». Ma alle 10, dal coordinatore delle sette pattuglie della Polizia e una dei Carabinieri presenti per controllare la situazione, ha appreso che la manifestazione non era stata autorizzata dalla Questura e pertanto si doveva sciogliere al più presto. Il sacerdote sposato del Viterbese afferma comunque di aver inviato la richiesta di autorizzazione già dal 30 giugno scorso, insieme a quella per sistemare un banchetto per la distribuzione di materiale divulgativo sull’evento e di non aver avuto risposte, avvalendosi così della norma del silenzio-assenso. Ma non cè stato nulla da fare. Per la protesta non c’era l’autorizzazione. In ogni caso, don Serrone si è rammaricato della non partecipazione dei vari gruppi italiani di preti sposati del Nord Italia e delle varie associazioni nazionali di preti sposati. «Credo che molti di loro – ha commentato – sono ancora legati strettamente con le parrocchie e le diocesi o gli ordini religiosi e hanno paura di uscire allo scoperto, nascondendosi nellanonimato del Web».

Il Giornale 9 Luglio 2026

È in corso un’epidemia di insonnia tra i bambini: le cause e i rimedi spiegati alle famiglie

L'insonnia colpisce 13 milioni di italiani. E 8 adolescenti su 10 non dormono abbastanza

Dormiamo sempre meno rispetto al passato. Sebbene manchino studi in grado di misurare con precisione il fenomeno lungo i secoli, gli esperti concordano nel rilevare una progressiva erosione del tempo dedicato al riposo. Ansia, ritmi di vita sempre più pressanti, lavoro che invade gli spazi privati e dispositivi digitali costantemente accesi rendono più difficile staccare la spina. Le conseguenze si riflettono sulla salute individuale e sulla vita familiare. «Dormiamo per circa un terzo della nostra esistenza e il sonno è una necessità biologica irrinunciabile», spiega Luigi Masini, direttore della Pediatria dell’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore (Asl Salerno) ed esperto di disturbi del sonno. «Un buon riposo è fondamentale per i processi cognitivi e comportamentali, per la funzione cardiovascolare e per il sistema immunitario. Inoltre svolge un ruolo decisivo nella regolazione delle emozioni e nella capacità dell’organismo di difendersi dalle infezioni».

Un’emergenza che riguarda bambini e adolescenti

Nei più giovani i disturbi del sonno stanno diventando sempre più frequenti. La letteratura scientifica internazionale stima che soffra di insonnia tra il 10 e il 30% dei bambini sotto i due anni e circa il 15% di quelli più grandi. Ancora più preoccupante è la situazione degli adolescenti: si calcola che l’85% non raggiunga le 8-10 ore di sonno raccomandate. Tra le principali cause c’è l’utilizzo serale di smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici. La luce blu emessa dagli schermi interferisce con la produzione di melatonina, l’ormone che regola l’addormentamento, spostando in avanti l’orario del sonno. «Secondo alcune stime, un bambino su due sperimenta almeno una volta nella vita un disturbo del sonno», osserva Masini. Non tutte le notti difficili sono sinonimo di insonnia. «Si tratta di un disturbo caratterizzato dalla difficoltà persistente ad addormentarsi o a mantenere il sonno, con risvegli frequenti o precoci e conseguenze sulla qualità della vita diurna», chiarisce Masini. L’insonnia viene definita cronica quando si manifesta almeno tre volte alla settimana per un periodo superiore a tre mesi. Nei bambini più piccoli può assumere forme diverse, come la difficoltà ad addormentarsi senza la presenza di un adulto. In questi casi risultano utili alcuni accorgimenti semplici: luci soffuse, temperatura adeguata e rituali rassicuranti come la lettura di una favola o una voce familiare che accompagni il momento dell’addormentamento.

Salute ed economia a rischio

Il tema è arrivato anche in Parlamento. Una proposta di legge presentata dalla deputata Annarita Patriarca punta a riconoscere l’insonnia cronica come patologia autonoma e invalidante, prevedendone l’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza e nel Piano nazionale della cronicità. Secondo il Gruppo di lavoro parlamentare sui disturbi del sonno, in Italia sarebbero circa 13 milioni le persone colpite da insonnia cronica, con una prevalenza femminile. Le conseguenze non riguardano soltanto la qualità della vita: la privazione di sonno è associata a un aumento del rischio di disturbi psichiatrici, malattie neurodegenerative, cardiovascolari, metaboliche e oncologiche. L’impatto economico è enorme. Tra costi sanitari diretti e costi indiretti dovuti ad assenze dal lavoro, riduzione della produttività e incidenti, il peso complessivo della patologia è stimato in circa 14 miliardi di euro l’anno. «Il sonno dell’adulto è uno dei primi indicatori del benessere complessivo della persona», spiega Claudia Proserpio, psicologa e psicoterapeuta. «Una quotidianità frenetica, lo stress lavorativo, la genitorialità o un lutto possono alterare il riposo. È un segnale che non dovrebbe essere ignorato, perché spesso ci dice che è necessario rallentare».
La National Sleep Foundation raccomanda dalle 7 alle 9 ore di sonno per gli adulti. Il fabbisogno varia con l’età: dai 14-17 ore dei neonati alle 7-8 ore raccomandate dopo i 65 anni. Lo studio epidemiologico Ci piace sognare, promosso da Sipps e Sicupp, ha analizzato il sonno dei bambini da 1 a 14 anni, mettendolo in relazione con sviluppo cognitivo, rendimento scolastico, metabolismo, regolazione ormonale e salute psicologica. I risultati confermano una situazione critica. Un bambino su tre non dorme a sufficienza. Il 25% dei bambini tra 3 e 5 anni e il 50% dei ragazzi tra 10 e 14 anni riposa meno delle ore consigliate. Inoltre il 63% utilizza dispositivi elettronici immediatamente prima di dormire; una quota che raggiunge il 40% perfino tra i bambini di uno-tre anni. Negli adolescenti il quadro è ancora più netto: solo il 15% dorme il numero di ore raccomandato, mentre l’86% si addormenta con il cellulare sul comodino o addirittura nel letto.

Il sonno dei bambini non è una macchina perfetta

Se i dati destano preoccupazione, gli esperti invitano però a non trasformare ogni difficoltà in un problema clinico. «I bambini non dormono come gli adulti», osserva Proserpio. «Valutare il loro sonno con parametri adulti genera ansia, sensi di colpa e aspettative irrealistiche. Molti genitori si sentono inadeguati perché il loro bambino non corrisponde a modelli che spesso non hanno alcun fondamento scientifico». Nel volume Tutta la verità sul sonno del bambino, la psicologa sottolinea come il sonno sia anzitutto un processo maturativo neurobiologico. «Non è un problema da risolvere, ma una fase da accompagnare. La qualità del sonno è strettamente intrecciata alla qualità della relazione con i genitori. I bambini hanno bisogno di sentirsi al sicuro non solo nell’ambiente in cui dormono, ma anche sul piano emotivo». L’addormentamento, aggiunge, dovrebbe essere vissuto come un momento di intimità familiare, nel quale il bambino possa esprimere paure, fragilità e bisogni. «Un sonno di qualità non coincide necessariamente con l’assenza totale di risvegli».

Le regole d’oro per dormire meglio

La scienza del sonno offre alcune indicazioni semplici ma efficaci. «Uno dei più potenti regolatori del ritmo sonno-veglia è la luce naturale», spiega Proserpio. Trascorrere tempo all’aperto, mantenere orari regolari e svegliarsi ogni giorno alla stessa ora contribuiscono a migliorare il riposo. Conta anche il movimento. Per i più piccoli significa attività adeguate all’età: dal tummy time dei neonati alle passeggiate, fino ai piccoli lavori domestici per i bambini più grandi. Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante. «Uno studio spagnolo pubblicato nel 2023 sulla rivista Nutrients ha evidenziato una relazione significativa tra adesione alla dieta mediterranea e qualità del sonno negli adolescenti», ricorda Masini. La sera è preferibile privilegiare legumi, pesce e frutta, limitando bevande eccitanti ed energizzanti. Sovrappeso, obesità, fumo passivo e inquinamento ambientale rappresentano inoltre fattori di rischio per i disturbi respiratori del sonno. Gli specialisti consigliano infine di dormire in una stanza fresca (20-22 gradi), silenziosa, ordinata e con illuminazione soffusa. Dormire bene significa soprattutto prendersi cura del cervello. «Durante alcune fasi del sonno entra in funzione il sistema glinfatico, una sorta di rete di pulizia che elimina le sostanze neurotossiche accumulate durante la veglia», spiega Proserpio. «È un processo fondamentale di rigenerazione. Non sorprende quindi che una grave deprivazione di sonno sia associata a un aumento del rischio di malattie neurodegenerative».
Un breve sonnellino pomeridiano può essere utile, soprattutto nei più piccoli e negli adolescenti. Il cosiddetto power nap dovrebbe però durare non più di 20 minuti e non sostituire il riposo notturno. Quando invece compaiono alterazioni persistenti del ritmo sonno-veglia, stanchezza eccessiva o difficoltà che compromettono la vita quotidiana, è opportuno rivolgersi a uno specialista. «È importante parlarne con il medico curante e, se necessario, con un Centro di Medicina del Sonno», conclude Masini. «Un approccio multidisciplinare consente di individuare le cause del problema e di costruire il percorso terapeutico più adeguato». Perché il sonno non è un lusso né un tempo perso: è una delle condizioni essenziali della salute, della crescita e dell’equilibrio di una famiglia.
Avvenire

Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»

Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»

di Andrea Ceredani
Due ricercatori dell’università di Cagliari hanno calcolato l’impatto del trasporto pubblico sul successo degli studenti. In molti Comuni le scuole raggiungibili in 90 minuti sono solo tre

Avvenire

Escalaplano è un paesino «minuscolo per il resto d’Italia, ma abbastanza grande da avere una scuola media in Sardegna». Conta circa 2mila abitanti e negli ultimi trent’anni ha cambiato provincia tre volte. Cristian Usala in quel borgo ci è nato e, per raggiungere le scuole superiori, ogni giorno impostava la sveglia alle 6 del mattino. Prendeva il pullman alle 7 e non tornava a casa prima delle 15 con due ore di viaggio sulle spalle. A quell’ora riprendere a studiare o uscire di casa per fare sport era un’impresa: «Ricordo nitidamente due sole sensazioni – racconta –: la fame e la stanchezza». Ora Usala è ricercatore in Statistica all’università di Cagliari e ha fatto dell’impatto della mobilità sulla povertà educativa l’oggetto della sua ricerca: «Ho visto moltissimi dei miei compagni, anche più bravi di me nelle materie scientifiche, interrompere gli studi perché vivevano troppo scollegati dalla scuola e dai servizi – spiega –. L’ho sempre vissuta come un’ingiustizia e, per questo, ora raccolgo dati che spieghino i motivi dietro alle scelte degli studenti». Con il professor Mariano Porcu, ordinario di Scienze economiche e statistiche a Cagliari, Usala ha analizzato – per la prima volta in modo sistematico – la correlazione tra trasporto pubblico e accessibilità delle scuole. Con risultati che non stupiscono i pendolari: in decine di Comuni sardi le scuole raggiungibili entro 90 minuti non superano le tre. E le opzioni si riducono quando la scelta non ricade sui licei: a chi abita in un Comune sardo senza secondaria di secondo grado per raggiungere un istituto tecnico servono mediamente almeno 40 minuti di viaggio al giorno.

La Sardegna è un osservatorio speciale per questo genere di ricerca, che Porcu ritiene «facilmente ripetibile a livello nazionale». Da un lato, perché è un’area in cui convivono molti Comuni a bassa densità abitativa. Dall’altro perché, secondo la prima indagine della Commissione Istat sulla povertà educativa, è la regione con le fragilità maggiori in Italia. Non solo: «Oltre a queste difficoltà – commenta Porcu –, la Sardegna ha anche una popolazione adulta, i genitori degli attuali studenti, con livelli di istruzione nettamente più bassi della media nazionale».
Per calcolare l’impatto del trasporto pubblico sul successo formativo e sulla dispersione scolastica, i due ricercatori hanno raccolto le informazioni di tutti gli iscritti all’università dal 2010 a oggi e le hanno confrontate, Comune per Comune, con i dati ottenuti tramite i Gtfs (General transit feed specification): un pacchetto di informazioni dettagliate sul trasporto pubblico locale – nome e coordinate delle fermate, orari delle partenze, provider, etc. –, tramite il quale i ricercatori hanno calcolato tutti i tempi di percorrenza. Il risultato è stato riassunto in mappe e pubblicato sul portale Iter, che consente di calcolare quante scuole sono raggiungibili in un’ora e mezza dal Comune selezionato o quanti Comuni sono abbastanza vicini da permettere un arrivo alle 8.30 nella scuola di arrivo. «Questo ci ha permesso di capire che gli studenti delle aree interne – commenta Usala –, quindi quelli che erano pendolari alle superiori, hanno performance migliori all’università sia in termini di voti sia di probabilità di abbandono scolastico». Il motivo ha a che fare con quello che in gergo tecnico definiscono “pregiudizio del sopravvissuto”: «È il frutto di uno sbarramento all’ingresso – conclude il ricercatore –. Significa che chi non ha medie alte alle superiori non si iscrive all’università, perché pensa che non ne valga la pena».
Le mappe di Iter tracciano anche grandi aree nella Sardegna centrale e settentrionale in cui le secondarie di secondo grado non sono presenti. «Tutti i ragazzi che abitano in queste zone – sintetizza Porcu – non hanno affatto possibilità di scegliere se studiare». Sulle mappe del portale, in realtà, si scopre che la maggior parte dei residenti in Comuni periferici ha accesso alle superiori. Ma molto spesso a un solo indirizzo. «Si chiama “monocoltura dell’istruzione” – spiega il professore -: spesso, se nasci in un certo Comune, puoi andare solo a un liceo e non a un tecnico. Ma se la famiglia, spesso poco scolarizzata, non sente di poter sostenere un investimento che arrivi all’università, capita che vieni buttato fuori dal sistema già negli anni della tua adolescenza».

 

 

Caso Ranucci, Massimo Giletti: “C’è un altro personaggio noto coinvolto oltre Lavitola”

Caso Ranucci, Massimo Giletti: “C’è un altro personaggio noto coinvolto oltre Lavitola”

Massimo Giletti, in un video pubblicato sul suo profilo Instagram, ha aggiunto nuovi elementi all’inchiesta sulla bomba esplosa il 16 ottobre 2025 davanti alla villetta del conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

Il conduttore di Lo Stato delle Cose ha parlato di un secondo personaggio noto che avrebbe avuto un ruolo nella vicenda oltre all’imprenditore Valter Lavitola, indagato come presunto mandante dell’attentato. Ha inoltre riacceso i riflettori su un nome, Corrado, che comparirebbe nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta.

Il personaggio legato al ristorante Cefalù
Secondo quanto raccontato da Giletti, oltre al coinvolgimento di Lavitola avrebbe avuto un ruolo importante nella vicenda un altro personaggio, descritto come noto e frequentatore del ristorante Cefalù, di proprietà dello stesso Lavitola. Il conduttore ha spiegato che gli inquirenti si starebbero interrogando se il ruolo di questa persona sia stato consapevole o inconsapevole, aggiungendo che l’uomo si troverebbe in uno stato di forte preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine.

“Oltre al coinvolgimento di Valter Lavitola, avrebbe recitato un ruolo importante in questa vicenda un altro personaggio, personaggio conosciuto, frequentatore del ristorante Cefalù, di proprietà di Lavitola”, ha dichiarato Giletti. “Gli inquirenti si stanno domandando se il ruolo che ha recitato questo personaggio è un ruolo consapevole o inconsapevole. Il dato che vi posso dare è che lui è estremamente preoccupato visto tutto quello che sta succedendo”.
Chi è Corrado? Il nome nelle intercettazioni
Giletti si è poi soffermato su un secondo elemento dell’inchiesta, legato a un nome che comparirebbe più volte nelle intercettazioni riportate negli atti relativi all’attentato. “Altro elemento ha a che fare con il nome di Corrado. Chi è Corrado? Perché i criminali che hanno fatto l’attentato fanno continui riferimenti a questo nome? Lo usano come uno pseudonimo per far riferimento a un personaggio nel mondo della televisione? Oppure è il nome vero, Corrado?”, si è chiesto il conduttore, riferendosi a un’identità che al momento gli inquirenti non avrebbero ancora accertato.

Giletti ha poi analizzato un dettaglio tecnico contenuto nell’ordinanza firmata dalla gip Iole Morica, relativo al tipo di ordigno utilizzato la notte dell’attentato. “Leggendo l’ordinanza della dottoressa Iole Morica lei parla di un detonatore a miccia. A miccia vuol dire che sono quelle tipo delle vecchie cave di miniera e quant’altro, a combustione lenta”, ha spiegato. Per il conduttore, questo elemento indicherebbe che gli autori materiali del gesto avrebbero mantenuto il controllo della situazione, escludendo l’intenzione di provocare una strage. Chi sapeva che Ranucci sarebbe stato a Pomezia quella notte?
L’ultimo punto sollevato da Giletti riguarda le modalità con cui gli esecutori materiali sarebbero riusciti a colpire l’abitazione di Ranucci proprio nella notte in cui il giornalista si trovava effettivamente in casa. “Chi è che quella notte sapeva che Sigfrido Ranucci sarebbe stato proprio nella sua casa di Pomezia? Perché non sempre Sigfrido Ranucci si ferma a dormire in quella casa, spesso è fuori, per lavoro, per altri motivi”, ha osservato il conduttore, sottolineando che il gruppo doveva percorrere centinaia di chilometri dalla Campania per raggiungere l’obiettivo e altrettanti per fare ritorno. Da qui la domanda con cui Giletti ha chiuso la sua analisi: “Qualcuno gli ha dato un suggerimento che si è rivelato poi esatto. E allora la domanda è: chi ha tradito chi?”.

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Scomunica del Papa, i lefebvriani fanno ricorso

“La Fsspx – aggiunge la nota – mette questa richiesta nelle mani delle autorità competenti e affida questo approccio alla preghiera di tutti i fedeli”.

I vescovi appena consacrati, da sinistra: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, con indosso le mitre e con in mano i bastoni pastorali, posano al termine della cerimonia di consacrazione in un tendone allestito all’esterno del seminario della Fraternità San Pio X a Écône, in Svizzera, mercoledì 1° luglio 2026. (Foto AP/Baz Ratner) APN
I vescovi appena consacrati, da sinistra: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, con indosso le mitre e con in mano i bastoni pastorali, posano al termine della cerimonia di consacrazione in un tendone allestito all’esterno del seminario della Fraternità San Pio X a Écône, in Svizzera, mercoledì 1° luglio 2026. (Foto AP/Baz Ratner) APN

La Fraternità sacerdotale San Pio X (Fsspx) comunica in una nota che, in risposta al decreto emesso il 2 luglio 2026 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, ha presentato ricorso preliminare allo stesso Dicastero l’11 luglio, in conformità con i canonici 1734 e successivi al Codice di Diritto Canonico. “Questa procedura – afferma la Fraternità -, che costituisce un presupposto prima dell’eventuale introduzione di un’azione gerarchica, ha l’effetto di sospendere gli effetti del decreto, ai sensi del canone 1353 del Codice di Diritto Canonico. Con questo rimedio, la Confraternita intende esercitare il diritto che la Chiesa riconosce a chiunque si ritenga leso da un atto amministrativo per chiederne la rettifica, in spirito di rispetto dell’autorità ecclesiastica e di fedele impegno alla giustizia, alla verità e al bene del Chiesa”.

ilsole24ore.com

22 anni di CHIF “Liberi e Solidali”: la solidarietà di base risponde alla solitudine del clero dopo il Concistoro

📰 Comunicato Stampa

TITOLO: 22 anni di CHIF “Liberi e Solidali”: la solidarietà di base risponde alla solitudine del clero dopo il Concistoro

ROMA, LUGLIO 2026 – A settimane di distanza dalla conclusione della quarta sessione del Concistoro straordinario voluto da Papa Leone XIV, mentre le grandi aule curiali hanno spento i propri riflettori, la realtà quotidiana dei territori torna a mostrare le sue urgenze. In questo scenario post-concistoriale, segnato dal silenzio delle istituzioni romane di fronte alla carenza cronica di clero e allo spopolamento sacramentale delle parrocchie, assume una rilevanza storica straordinaria il traguardo del 22° anniversario della fondazione della CHIF – Associazione di Volontariato “La casa dei cristiani Fondazione Internazionale” (Christian Home International Foundation) “Liberi e Solidali”.

Fondata in Italia nel 2004, la CHIF ha offerto per oltre due decenni risposte concrete, assistenza materiale e tutele legali ai sacerdoti sposati, alle ex religiose e alle loro famiglie, sanando ferite profonde ed emarginazioni istituzionali con uno stile di dialogo non conflittuale verso i Vescovi. Oggi, questo anniversario rappresenta non solo un momento di celebrazione, ma un forte manifesto di realismo pastorale e trasparenza per l’intera Chiesa cattolica.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, nel legare questa importante ricorrenza alle sfide del post-Concistoro, ribadisce che la tutela del bene comune e la cura delle anime non possono prescindere dalla valorizzazione del clero coniugato. I sacerdoti assistiti e rappresentati dalle reti di solidarietà come la CHIF sono uomini che possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie. Consentire agli Ordinari diocesani di integrare stabilmente questi presbiteri nei servizi parrocchiali significa abbattere il cancro della solitudine presbiterale, unendo la grazia del ministero ordinato alla stabilità affettiva e relazionale della vita familiare.

Dopo ventidue anni di instancabile operato della base, il Movimento auspica che le decisioni strutturali della Chiesa sappiano finalmente accogliere questo patrimonio umano, trasformando la solidarietà fraterna in una riforma ordinaria e legale a tutela dei fedeli e delle comunità parrocchiali.

Oltre i palazzi del Concistoro: la vera riforma della Chiesa riparte dai territori e dai sacerdoti sposati

A distanza di settimane dalla conclusione della quarta sessione del Concistoro straordinario voluto da Papa Leone XIV, i riflettori dei media vaticani si sono spenti, ma le sfide concrete che gravano sulle diocesi restano del tutto aperte. Se l’assise dei cardinali ha lavorato per blindare l’unità dottrinale e la trasparenza istituzionale della Curia, la vita quotidiana delle parrocchie continua a fare i conti con una realtà drammatica: lo spopolamento sacramentale, la carenza cronica di clero e il logoramento dei pochi presbiteri rimasti, spesso schiacciati dalla solitudine e dal burnout.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, nel commentare questo delicato passaggio post-concistoriale, ribadisce che la stabilità formale delle istituzioni romane rischia di rimanere un guscio vuoto se non viene accompagnata da un coraggioso realismo pastorale. La vera difesa della comunione ecclesiale non passa dall’arroccamento burocratico, ma dalla cura delle anime sul territorio.

In quest’ottica, la riammissione al ministero attivo dei preti coniugati non è più una questione dottrinale derogabile, ma una necessità strutturale urgente. Parliamo di uomini che possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie. Consentire agli Ordinari diocesani di reintegrare queste risorse nei servizi parrocchiali permetterebbe di unire la sacralità e la grazia dell’Ordine ricevuto alla stabilità emotiva e relazionale della vita familiare. A settimane di distanza dalle grandi discussioni romane, è tempo che le decisioni della Chiesa escano dalle aule curiali per rispondere, con trasparenza e amore, al grido delle comunità locali.

Diaconi e presbiteri, ministeri complementari

diaconato

La complementarietà tra diaconi e presbiteri è un tema di cui in genere si parla e si scrive poco, anche se ci sono stati in varie occasioni importanti interventi della teologa Serena Noceti e un libro scritto dal mio confratello Luca Garbinetto Preti e diaconi insieme, pubblicato dalla EDB nel 2018, in riferimento all’esperienza della nostra Congregazione religiosa Pia Società San Gaetano di Vicenza formata da presbiteri e diaconi.

A cura di Luca Garbinetto e Serena Noceti è uscito anche un libro Diaconato e Diaconia, sempre della EDB nel 2018, che contiene un dialogo teologico promosso da un’équipe che faceva capo alla mia Congregazione sul tema Preti e diaconi insieme: aspetti teologico-pastorali, con interventi di Alphonse Borras, Erio Castellucci, Serena Noceti, Enzo Petrolino, Andrea Grillo.

Il mio apporto, che riprende una lezione che mi è stata richiesta per un corso online organizzato per l’America Latina, nasce da questo ambito di riflessioni con una sottolineatura personale sull’urgenza di pensare il ministero ordinato nella sua interezza come intreccio di relazioni tra vescovo, presbiteri e diaconi.

C’è da dire che il tema della complementarietà tra presbiteri e diaconi ha potuto acquisire una certa rilevanza teologica solo dopo il Concilio Vaticano II, che ha re-istituito il diaconato come grado permanente, riportandolo alla tradizione dei primi secoli, considerati i secoli d’oro del diaconato.

Dopo quell’epoca c’era stata una fase discendente fino a che il diaconato era scomparso come grado permanente, sopravvivendo, per così dire, come grado transitorio, in certo modo inesistente per meritare l’attenzione della teologia e anche della prassi pastorale. Lo stesso si può dire della relazione tra vescovi e diaconi.

È stato il Concilio Vaticano II, nel capitolo III della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, a determinare un sostanziale cambio di prospettiva nelle relazioni tra i tre gradi del sacramento dell’ordine, attraverso due interventi magisteriali assolutamente decisivi per la teologia del ministero ordinato.

Il primo intervento è stato l’affermazione solenne della sacramentalità dell’episcopato, con la quale si è dichiarato che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine (LG 21). È stata un’affermazione che si può dire aveva la densità di una definizione dogmatica in un Concilio che intendeva essere di natura totalmente pastorale.

Il secondo intervento è stato appunto la reistituzione del diaconato «come proprio e permanente grado della gerarchia» (LG 29) e non più solo transitorio.

Con questi due interventi si abbandonava una visione ereditata dal Concilio di Trento in cui ogni figura ministeriale era pensata nella logica di una gerarchia piramidale e ascendente e vi era di fatto un’identificazione tra “ministero” e “sacerdozio”.

Nella visione del Concilio Vaticano II l’episcopato, riscoperto nella sua reale consistenza sacramentale, è definito come «pienezza del sacramento dell’ordine», inteso come realtà sacramentale generativa di ogni identità ministeriale. In sintesi – come si dice nella Lumen gentium nn. 18-27 – è la consacrazione episcopale, che dà fondamento alla ragione teologica dell’esistenza del ministero che, in relazione al ruolo assunto dai Dodici apostoli e dai loro collaboratori, consiste nell’annunciare il Vangelo, nel custodire il deposito della fede apostolica e nel garantire l’unità della Chiesa. Lumen gentium dice: «… per mezzo di coloro che furono istituiti dagli apostoli… vescovi e loro successori fino a noi, la tradizione apostolica si manifesta e si conserva in tutto il mondo» (LG 20).

A ciò si deve aggiungere che i vescovi non svolgono questa missione isolatamente, ciascuno nella propria Chiesa particolare, ma collegialmente come organismo episcopale (LG 22-23).

Inoltre, con la reistituzione del diaconato come grado permanente, il ministero ordinato è stato ricondotto alla sua antica struttura triadica di vescovo, presbiteri e diaconi, a cui il diacono appartiene senza essere sacerdote. La Lumen gentium dice: «Il ministero ecclesiastico, di istituzione divina, è esercitato nei vari ordini da coloro che fin dall’antichità (iam ab antiquo) si chiamano vescovi, presbiteri e diaconi» (LG 28). E prima aveva detto: «I vescovi, quindi, hanno ricevuto il ministero della comunità con i loro collaboratori, presbiteri e diaconi» (LG 20).

È molto chiaro che, con questi interventi fondamentali dal punto di vista magisteriale, il ministero ordinato doveva essere ripensato secondo le prospettive aperte dal Concilio Vaticano II, unificate attorno alla categoria della “relazione”: la relazione dei vescovi tra loro e di ogni vescovo con i suoi presbiteri e diaconi. All’interno di questa categoria relazionale va naturalmente inquadrata anche la relazione di complementarietà tra diaconi e presbiteri, che è l’oggetto specifico di questa riflessione.

Per entrare direttamente in questo tema della relazione di complementarietà tra diaconi e presbiteri, è necessario partire dall’affermazione iniziale del numero 29 della Lumen gentium. Il testo dice: «In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio, ma per il ministero”. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio».

I commentatori del Concilio Vaticano II fanno notare che, nel primo testo presentato al Concilio, il contenuto del numero 29 (dedicato ai diaconi… a quel tempo aveva una numerazione diversa) era legato al contenuto del numero 28 (dedicato ampiamente ai presbiteri). Presbiteri e diaconi erano pensati insieme in stretto e diretto collegamento con l’episcopato, tema centrale del capitolo III della Lumen gentium.

Nel testo finale, al diaconato è dedicato un numero a parte, che inizia appunto con l’affermazione che i diaconi ricevono l’imposizione delle mani del vescovo «non per il sacerdozio, ma per il ministero».

È un’affermazione fondamentale per la teologia del diaconato, che segna, da un lato, la comune ragion d’essere dei presbiteri e dei diaconi, ambedue radicati nella pienezza sacramentale del vescovo, che compartecipano con lui alla funzione di annunciare il Vangelo, di custodire l’apostolicità della fede della comunità cristiana e di garantirne l’unità; e, dall’altro, evidenzia la particolarità dei diaconi di non essere ordinati al sacerdozio, ma al ministero, cioè di esercitare la loro funzione ministeriale in una forma propria, diversa dalla forma sacerdotale e dalla presidenza liturgica della comunità.

Nella presentazione del numero 29 fatta nell’assemblea conciliare è stata data una spiegazione molto importante di questa affermazione, che ha messo in luce la differenza e, insieme, la complementarità tra diaconi e presbiteri: i diaconi sono ordinati «non a offrire il corpo e il sangue del Signore, ma al servizio della carità nella Chiesa».

Nel sacramento dell’ordine, pertanto, c’è una dimensione ministeriale comune ai tre gradi e una specifica dimensione sacerdotale del presbiterato e dell’episcopato nella presidenza eucaristica, mentre ciò che è specifico del diaconato è il servizio della carità nella Chiesa, che appartiene peraltro anch’esso molto intimamente alla celebrazione eucaristica attraverso il ministero dei diaconi.

Nel dialogo teologico si è fatta un’interessante sintesi sulla specificità ministeriale dei diaconi e dei presbiteri e sulla loro complementarietà, interrelazione e unità, in base ai ruoli e ai compiti che la liturgia eucaristica affida agli uni e agli altri.

Innanzitutto, è stato sottolineato il fatto che l’azione liturgica è un paradigma chiave, che con le sue dinamiche comunicative di tipo simbolico-performativo, ispira e, nello stesso tempo, modella la configurazione dei soggetti che compongono l’assemblea e ispira e plasma anche l’interrelazione che c’è tra di loro. Questo è di enorme importanza nella formazione e nella crescita della comunità ecclesiale. Nell’agire differenziato dei diaconi e dei presbiteri nella liturgia eucaristica si configurano l’identità che li caratterizza e, nello stesso tempo, l’interrelazione, la complementarietà e l’unità che esiste tra loro.

In primo luogo, è il diacono che deve annunciare il Vangelo all’assemblea raccolta attorno al vescovo o presbitero che presiede ed è il diacono che introduce la preghiera dei fedeli.

Un secondo movimento del diacono è quello di ricevere le offerte e di consegnarle a chi presiede. C’è anche un “servizio al calice” del diacono in tre momenti diversi: all’offertorio, al termine della preghiera eucaristica, alla comunione. Inoltre è lui che invita a darsi la pace ed è lui che congeda l’assemblea.

Sono atti simbolico-performativi che fanno riferimento alle relazioni ecclesiali: il diacono appare come colui che attiva la comunità ad essere autentica, trasformando il Vangelo ascoltato in pratica di relazioni d’amore, con preferenza verso i più poveri.

Al presbitero è affidato in modo molto evidente il ruolo della presidenza: a volte, si rivolge e guida l’assemblea (riti di benvenuto, omelia, offertorio), creando il senso di comunione, altre volte parla a nome dell’assemblea stessa, come nella preghiera eucaristica pronunciata in prima persona plurale.

La liturgia eucaristica ci mostra, quindi, che ci sono due modi complementari di annunziare il Vangelo, di custodire l’apostolicità della fede della comunità cristiana e di garantirne l’unità. Per i presbiteri si tratta di custodire la correlazione costitutiva di Vangelo e celebrazione sacramentale e di presiedere il “Noi ecclesiale”, nella sua dinamica di vita comunitaria realizzata al suo massimo grado nella celebrazione eucaristica. Per i diaconi, si tratta di salvaguardare la correlazione tra Vangelo e vita, nel servizio a ogni persona, nell’amore (carità), specialmente verso i poveri, che rappresenta il cuore della fede cristiana, così come l’hanno trasmessa gli apostoli.

Nella vita di una comunità parrocchiale, il presbitero garantisce il dono della grazia che alimenta la fede personale e comunitaria per una comunità eucaristica riconciliata e unita. Il diacono, nel legame tipico della parrocchia tra “Vangelo e territorio”, garantisce un Vangelo veramente incarnato ed è attento ai bisogni di ciascuno perché tutti siano protagonisti della comunità, particolarmente i più poveri.

Chiedo scusa se mi permetto di riferirmi alla mia esperienza comunitaria con due fratelli diaconi, inseriti in due quartieri popolari e poveri nella periferia di Buenos Aires alla fine degli anni Ottanta.

Mi pare di poter dire che avevamo seriamente cercato di svolgere un «ministero diaconale con conduzione comunitaria», come la chiamavamo secondo la nostra tradizione carismatica, un ministero che era frutto della complementarietà dei due ministeri diaconale e presbiterale vissuti nell’unità. La domenica celebravamo tutti e tre insieme l’eucaristia nella cappella centrale, sottolineando il ruolo di ciascuno nella liturgia. I diaconi proclamavano il Vangelo, ricevevano le offerte e le offrivano con me. Davano gli avvisi sulle diverse attività che appartenevano alla loro competenza diaconale, creando così un forte legame tra l’eucaristia e quelle che chiamavamo «iniziative diaconali», che, nel tempo, erano cresciute a partire dall’asilo infantile fino a una scuola professionale per giovani e a una cooperativa. Non sono mancati i momenti difficili nella relazione tra di noi. E, a volte, le nostre differenze sono apparse anche di fronte alla gente. Ma abbiamo imparato, con umiltà, che anche questo faceva crescere noi e la comunità parrocchiale in una unità reale e non fittizia e di facciata.

Eravamo molto consapevoli che la nostra relazione di unità tra fratelli e di complementarietà tra i nostri diversi ministeri necessitava di una forte dimensione contemplativa e comunitaria che avesse come modello le relazioni trinitarie, secondo l’eredità carismatica del nostro fondatore, don Ottorino Zanon.

Penso che questa sfida dell’unità sul piano relazionale con forte accentuazione spirituale dovrebbe ispirare anche il rapporto tra i diaconi, per lo più sposati, e i presbiteri diocesani celibi, essendo un sano e necessario banco di prova per esercitare ciascuno con equilibrio e gioia il proprio ministero, proteggendolo anche dai pericoli di abusi di potere, che tanto hanno danneggiato e danneggiano l’esercizio del ministero ordinato.

In questa descrizione dei diversi ruoli tra diaconi e presbiteri nella loro complementarietà, si può percepire che non si tratta tanto di una questione liturgica e riservata a specialisti, quanto piuttosto che qui è in gioco qualcosa di molto serio per la Chiesa di oggi.

Papa Francesco, che con parole e gesti non si stancava mai di ricordare alla Chiesa il servizio ai poveri, ha così parlato ai diaconi a Milano il 25 marzo 2017: «Il diacono è il custode del servizio nella Chiesa: servizio alla Parola, all’Altare, ai Poveri. E la vostra missione è ricordare a tutti che la fede ha una dimensione essenziale di servizio. Non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non sia aperta al servizio dei poveri, e non c’è servizio ai poveri che non conduca alla liturgia».

E papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, Deus caritas est, aveva scritto: «Con la formazione del gruppo dei Sette, la “diaconia”, cioè il servizio di amore al prossimo esercitato in modo comunitario e organico, era già stabilito nella struttura fondamentale della Chiesa stessa. Con il passare degli anni e il progressivo diffondersi della Chiesa, l’esercizio della carità si è confermato come uno dei suoi ambiti essenziali, insieme all’amministrazione dei sacramenti e all’annuncio della Parola: praticare l’amore verso le vedove e gli orfani, i carcerati, gli ammalati e i bisognosi di ogni specie, appartiene alla sua essenza tanto quanto il servizio dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo. La Chiesa non può trascurare il servizio della carità, come non può omettere i sacramenti e la Parola».

Così vengono ricordati nella tradizione i diaconi dei primi secoli, come il diacono Lorenzo che, nella Roma del III secolo, considerava i poveri il tesoro della Chiesa. Era una Chiesa in cui l’amore per i poveri era parte integrante delle celebrazioni eucaristiche. I diaconi, con un doppio movimento di diastole e sistole, ricevevano all’altare le offerte dei fedeli e poi le portavano dall’altare, insieme al pane eucaristico, agli ammalati e ai carcerati.

In questo senso, il diaconato è una chiave per ripensare l’intero ministero ordinato. Il diaconato può essere visto solo all’interno di una visione unitaria del ministero nel suo insieme (vescovo, presbiteri e diaconi) e alla luce della diaconia come prospettiva essenziale della missione della Chiesa, chiamata a farsi carico di ogni forma di povertà e fragilità. Pertanto, possiamo dire che il diaconato e la diaconia sono questioni cruciali per la Chiesa in generale e per il ministero in particolare.

C’è un legame molto intimo tra il processo di sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, avviato da papa Francesco, e ogni ministerialità, a cominciare da quella dei ministri ordinati. A questo tema – “una ministerialità sinodale” –, si è dedicata nel 2019 una giornata di dialogo teologico, di cui sono stati pubblicati gli atti in un libro con questo titolo, edito sempre dalla EDB nel 2020.

Dire “ministerialità sinodale” significa fondamentalmente porre al centro del mistero della Chiesa, popolo di Dio, la sua identità costituzionalmente relazionale, che deve essere chiaramente visibile anche sacramentalmente ed esperienzialmente nell’unità del ministero ordinato. La sinodalità deve riguardare direttamente e intimamente le relazioni ministeriali tra presbiteri e diaconi insieme al loro vescovo.

Ma, in questo processo di sinodalità dei tre gradi del ministero, bisogna prestare grande attenzione a dare al diaconato la rilevanza che merita, perché è stata la novità conciliare che ha reso possibile pensare a un ministero ordinato rinnovato con una fedeltà creativa a ciò che era «fin dall’antichità» e come risposta oggi ai segni dei tempi, che esigono che la Chiesa, come dice papa Francesco, tocchi la carne ferita dei poveri. Per questo, il diaconato è decisivo per un rinnovamento dell’intero ministero ordinato.

In questo senso, non posso non esprimere una certa preoccupazione. In molte Chiese particolari del mondo, specialmente in Asia e in Africa, ma anche in alcune dell’America Latina, il diaconato è considerato un optional, al punto che qualche teologo possa sostenere che sia possibile che un vescovo decida di non avere diaconi nella sua Chiesa (cf. in Settimana News “Diaconato: il vescovo può non volerlo?”). E questo – suppongo – a partire da un’interpretazione della formula più antica, non utilizzata dal Concilio, che diceva che il diacono è ordinato «al servizio del vescovo (ad ministerium episcopi)», il quale potrebbe quindi decidere di non ritenerlo necessario.

E penso anche in base alle norme che si trovano nello stesso testo conciliare sui diaconi, dove si dice che «spetta alla competenza dei raggruppamenti territoriali dei vescovi, nelle loro diverse forme, di decidere, con l’approvazione dello stesso sommo Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la cura delle anime» (LG 29).

Sono convinto che sia molto urgente che la Chiesa chiarisca tutto questo dal punto di vista teologico-magisteriale e si metta mano a modificare questa normativa, che contraddice la novità essenziale del dettato conciliare sulla struttura del ministero ecclesiale di vescovo, presbiteri e diaconi, secondo quanto fin qui si è evidenziato. È urgente anche per riconoscere la vocazione al ministero del diaconato dei diaconi permanenti già ordinati e dei candidati che si stanno preparando all’ordinazione.

Quanto sarebbe importante che tutte le diocesi potessero in futuro essere strutturate con la presenza di molti diaconi, per lo più insieme alle loro mogli, uniti ai presbiteri, anche se in numero minore, e con il vescovo nell’unico sacramento dell’ordine! Il ministero così strutturato potrebbe promuovere e animare una vera pastorale diaconale, comunitaria e sinodale, finalizzata al servizio del “sacerdozio comune” e della “diaconia comune” di tutti i battezzati.

Credo che, per questo, sia necessario invocare molto lo Spirito Santo affinché la presenza diaconale si diffonda decisamente in tutta la Chiesa universale, ancora in larga parte priva di diaconi, e talvolta tentata da una certa impasse dove essi sono presenti, correndo seriamente il rischio di sprecare una ricchezza ministeriale che il Vaticano II ha promosso come uno dei doni più fecondi e innovativi dello Spirito.

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