Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi

di: Domenico Marrone in Settimana News

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Le riflessioni che seguono prendono spunto da un interessante articolo di Giorgio Bozza, pubblicato il 9 luglio 2026 su SettimanaNews con il titolo Delle cinque piaghe della Chiesa locale. Tra le cinque “piaghe” individuate dall’autore, la prima è la mancanza di stima nelle relazioni ecclesiali, in particolare tra il vescovo e il suo presbiterio e tra gli stessi presbiteri.

Questa intuizione mi è sembrata particolarmente feconda perché consente di affrontare un tema spesso dato per scontato e raramente esplorato nella sua profondità antropologica, filosofica, teologica e pastorale. La stima, infatti, non è semplicemente una disposizione psicologica, una forma di cortesia o una qualità del carattere. Essa appartiene al cuore stesso dell’esperienza cristiana, poiché riguarda il modo in cui riconosciamo nell’altro il mistero della sua persona, la sua dignità originaria e la grazia di Dio che lo precede e lo accompagna.

Le considerazioni che seguono non intendono essere una recensione dell’articolo di Giorgio Bozza, né un commento puntuale alle sue argomentazioni. Piuttosto, vogliono svilupparne liberamente l’intuizione iniziale, approfondendo il tema della stima come categoria decisiva della comunione ecclesiale. Sono convinto, infatti, che molte delle fatiche che oggi attraversano la vita delle nostre Chiese particolari non dipendano soltanto da problemi organizzativi o pastorali, ma da una più profonda crisi del riconoscimento reciproco. Dove viene meno la stima, la comunione si impoverisce; dove la stima viene custodita e coltivata, anche le differenze, i conflitti e le inevitabili tensioni possono diventare occasione di crescita e di autentica fraternità evangelica.

Tra le molte fragilità che attraversano oggi la vita ecclesiale ve n’è una meno evidente rispetto ad altre, ma forse più profonda: la crisi della stima reciproca. Si parla spesso di crisi delle vocazioni, di difficoltà pastorali, di trasformazioni culturali, di riduzione della pratica religiosa, di problemi organizzativi. Tutti temi reali e importanti. Ma esiste una crisi più sotterranea che riguarda il tessuto umano e spirituale della Chiesa: la fatica di riconoscere il bene presente nell’altro.

Una comunità può sopportare anche differenze, opinioni divergenti, sensibilità pastorali diverse. La storia della Chiesa è sempre stata attraversata da tensioni. La Scrittura non presenta mai una comunità ideale priva di conflitti.

Mosè discute con il popolo. I profeti contestano i presbiteri. Paolo affronta Pietro ad Antiochia. Lo stesso Gesù deve educare continuamente i suoi discepoli, correggendo le loro incomprensioni e le loro ambizioni.

Il conflitto, dunque, non è necessariamente un male. Talvolta è il segno di una comunità viva. Il problema nasce quando il conflitto perde il suo orizzonte di comunione e diventa delegittimazione dell’altro.

Quando non si dice più: “Fratello, non condivido questa scelta”, ma: “Tu sei il problema”. Quando non si contesta un comportamento, ma si mette in discussione la persona. Quando non si corregge un errore, ma si cancella il mistero dell’altro. È allora che entra in crisi la stima.

Nel linguaggio comune stimare qualcuno significa apprezzarlo. Stimiamo una persona perché è competente, intelligente, capace, generosa, coerente. Questa dimensione umana è certamente positiva, ma la stima cristiana possiede una profondità maggiore.

La stima evangelica non nasce anzitutto dalla valutazione delle qualità dell’altro, ma dal riconoscimento della sua dignità. Prima ancora di essere vescovo o presbitero, parroco o collaboratore pastorale, responsabile di un ufficio o semplice fedele, l’altro è: una persona amata da Dio; un figlio del Padre; un uomo o una donna redenti da Cristo; una creatura abitata dallo Spirito.

La dignità precede la funzione. Il ruolo può cambiare. L’incarico può terminare. Il prestigio può diminuire. La capacità può venire meno. Ma la dignità personale rimane.

Per questo un vescovo non merita stima semplicemente perché è vescovo. Un presbitero non merita stima semplicemente perché è presbitero. Essi meritano stima perché sono persone nelle quali Dio ha posto una chiamata e una grazia.

La stima cristiana è quindi una forma di riconoscimento del mistero di Dio presente nell’altro. Non significa ignorare i limiti. Significa non permettere ai limiti di diventare l’unica chiave di lettura della persona.

Uno dei grandi rischi della cultura contemporanea è la riduzione funzionale della persona. L’uomo viene valutato per ciò che produce. Vale se è efficiente, se raggiunge risultati, se è riconosciuto, se risponde alle aspettative. Questo rischio può entrare anche nella Chiesa.

Il presbitero può essere valutato per il numero delle iniziative pastorali. Il parroco per la capacità organizzativa. Il vescovo per l’efficacia delle sue decisioni. Il presbitero per la sua visibilità.

Ma la persona non coincide con la sua prestazione. La persona viene prima della funzione. Questa è una delle grandi intuizioni della filosofia personalista: l’uomo non è un mezzo, ma un fine. La persona non possiede valore perché è utile. È utile perché possiede valore.

Questa distinzione è fondamentale nella vita ecclesiale. Un presbitero anziano, un prete ammalato, un presbitero meno brillante, un ministro meno visibile non perdono dignità perché non rispondono più ai criteri dell’efficienza. La Chiesa dovrebbe essere proprio il luogo nel quale l’uomo viene liberato dalla logica della prestazione.

La filosofia contemporanea ha mostrato una verità fondamentale: l’identità dell’uomo nasce dentro una relazione di riconoscimento. L’uomo diventa se stesso perché qualcuno lo guarda e gli dice: “Tu sei importante.”

Il filosofo Martin Buber ha distinto la relazione Io-Tu dalla relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Esso l’altro diventa una cosa da utilizzare, un ruolo da gestire, un problema da risolvere. Nella relazione Io-Tu l’altro rimane un mistero da incontrare. Anche nella Chiesa può accadere questa trasformazione.

Il vescovo può vedere il presbitero soltanto come un collaboratore. Il presbitero può vedere il vescovo soltanto come un superiore. Ma quando questo accade, la relazione sacramentale viene impoverita. Non siamo più davanti a un fratello. Siamo davanti a una funzione. La perdita della stima nasce spesso proprio qui: quando il volto scompare dietro il ruolo.

Il Concilio Vaticano II ha restituito una visione profondamente comunionale del ministero ordinato. Il presbiterio non è un insieme di dipendenti del vescovo. Non è una struttura amministrativa. Non è un gruppo di collaboratori chiamati semplicemente ad applicare decisioni. Il presbiterio è una realtà sacramentale.

Il vescovo e i presbiteri partecipano dello stesso mistero di Cristo Pastore. La relazione non è quella tra un dirigente e i suoi collaboratori, ma quella tra una realtà organica nella quale ogni membro ha bisogno dell’altro.

San Paolo scrive: “Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te” (1Cor 12,21). Questa parola vale per tutta la Chiesa, ma assume una forza particolare nel rapporto episcopale. Un vescovo che guarda ai presbiteri soltanto come esecutori impoverisce il suo stesso ministero.

Un presbitero che guarda al vescovo soltanto come autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. La stima reciproca è ciò che impedisce due derive opposte: l’autoritarismo senza fraternità, l’autonomia senza comunione.

L’obbedienza ecclesiale non può essere pensata in modo unilaterale, quasi fosse un movimento a senso unico dal basso verso l’alto. La tradizione cristiana, soprattutto quando assume una prospettiva personalista, ricorda che ogni relazione autenticamente umana è reciproca: chi obbedisce conserva la dignità di persona; chi esercita l’autorità rimane vincolato al dovere del rispetto.

Nel rito dell’ordinazione presbiterale il presbitero promette al vescovo “filiale rispetto e obbedienza”. È una promessa profondamente ecclesiale, perché riconosce che il ministero ordinato non è vissuto in autonomia individualistica, ma dentro una comunione sacramentale nella quale il vescovo rappresenta il principio visibile dell’unità della Chiesa particolare.

Tuttavia questa promessa non può essere interpretata in senso puramente giuridico o funzionale, come se l’obbedienza del presbitero costituisse l’unico elemento morale della relazione episcopale.

L’obbedienza cristiana non è mai umiliazione della persona. Non è cancellazione della coscienza. Non è rinuncia alla propria storia. Non è disponibilità passiva a essere collocati dentro un meccanismo organizzativo.

L’obbedienza ecclesiale nasce dalla fede che Dio agisce attraverso mediazioni umane, ma proprio perché riconosce una mediazione divina, non può mai negare la dignità umana di coloro attraverso i quali questa mediazione passa.

Un’analogia illuminante può essere offerta dal quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Tradizionalmente questo comandamento è stato letto come un invito rivolto ai figli a riconoscere l’autorità dei genitori.

Ma una lettura più profonda, soprattutto alla luce dell’antropologia cristiana, mostra che il comandamento dell’onore non riguarda soltanto chi deve obbedire. Esso istituisce una relazione reciproca. I figli devono onorare i genitori. Ma anche i genitori, proprio perché hanno ricevuto una responsabilità sui figli, devono onorarne la dignità.

Un genitore che pretende obbedienza ma umilia il figlio tradisce il senso stesso della propria autorità. Un padre che usa il proprio ruolo per dominare non esercita la paternità, ma la deforma.

L’autorità autentica non si misura dalla capacità di ottenere obbedienza, ma dalla capacità di generare libertà e maturità.

Lo stesso principio vale nella Chiesa. Il presbitero deve obbedienza al vescovo. Ma il vescovo deve rispetto al presbitero. Il presbitero deve riconoscere l’autorità episcopale. Ma il vescovo deve riconoscere la dignità personale e ministeriale del presbitero.

La relazione ecclesiale non è una scala gerarchica nella quale chi sta sopra possiede valore maggiore e chi sta sotto deve semplicemente adeguarsi. È una comunione nella quale ruoli diversi custodiscono la medesima dignità battesimale.

Credo che una delle fragilità strutturali della vita ecclesiale sia la mancanza di un autentico equilibrio nell’esercizio dell’autorità. Il principio del balance of powers, proprio delle democrazie costituzionali, non è trasferibile meccanicamente alla Chiesa, che non è uno Stato ma un mistero di comunione. Tuttavia esso richiama una sapienza antropologica che anche la Chiesa non può ignorare: ogni autorità umana, proprio perché esercitata da persone limitate e fallibili, ha bisogno di essere illuminata dall’ascolto, corretta dal dialogo e accompagnata da forme di corresponsabilità.

Quando il governo ecclesiale si sottrae a ogni possibilità di confronto, quando il discernimento si riduce alla volontà del singolo o quando l’obbedienza viene interpretata come rinuncia al pensiero e alla parola, si crea un terreno favorevole agli abusi di potere e, ancor più gravemente, agli abusi di coscienza. Non si tratta soltanto di errori organizzativi, ma di ferite inferte al Corpo di Cristo, perché ogni abuso dell’autorità incrina la fiducia, mortifica la dignità delle persone e oscura il volto evangelico della Chiesa.

L’autorità cristiana non teme il confronto, perché non si fonda sull’autosufficienza di chi governa, ma sulla comune ricerca della volontà di Dio. Quanto più è autentica, tanto più sa coniugare decisione e ascolto, fermezza e umiltà, responsabilità e trasparenza. L’opposto dell’autorità non è la partecipazione, ma l’arbitrio; e l’opposto dell’obbedienza non è il dialogo, ma la sudditanza. Solo una Chiesa nella quale l’autorità accetta di lasciarsi continuamente purificare dalla verità e dalla fraternità può essere davvero segno credibile del Vangelo.

Uno dei rischi più grandi nella vita ecclesiale è quello di trasformare le persone in funzioni. Il presbitero può diventare soltanto: un numero nell’organigramma diocesano, una casella da riempire, una risorsa pastorale da spostare, un problema amministrativo da risolvere. Ma un presbitero non è una posizione organizzativa.

Dietro ogni presbitero c’è una storia. C’è una biografia vocazionale. Ci sono anni di formazione. Ci sono esperienze pastorali. Ci sono ferite e maturazioni. Ci sono sensibilità spirituali e umane che non possono essere ignorate.

Una decisione ecclesiale può essere necessaria, talvolta persino dolorosa, ma una modalità impersonale di esercizio dell’autorità rischia di ferire profondamente la persona. Non perché il presbitero abbia un diritto alla propria comodità o alla conservazione del proprio incarico, ma perché ogni persona ha diritto a essere trattata come persona. Esiste una differenza decisiva tra l’esercizio dell’autorità e il modo in cui essa viene esercitata. Una stessa decisione può essere vissuta come un atto di comunione oppure come un’esperienza di umiliazione, a seconda che sia preceduta dall’ascolto, dal dialogo e dal rispetto della biografia personale oppure imposta in modo burocratico e impersonale.

Qui il problema non è semplicemente pastorale, ma tocca il terreno dell’etica e, in alcuni casi, persino quello dei diritti fondamentali della persona. Anche all’interno della Chiesa, infatti, possono verificarsi situazioni nelle quali il diritto di essere ascoltati, il rispetto della buona fama, la tutela della propria dignità, la possibilità di esprimere le proprie ragioni o di conoscere le motivazioni di determinate decisioni risultano di fatto compressi o trascurati.

Non si tratta di trasporre nella vita ecclesiale categorie proprie del contenzioso giuridico o della contrapposizione tra diritti e doveri, ma di riconoscere che la dignità della persona, da cui ogni autentico diritto deriva, precede qualsiasi funzione, ministero o assetto istituzionale. Proprio per questo la Chiesa, mentre annuncia al mondo il Vangelo della dignità umana, è chiamata a custodirla con particolare rigore nelle proprie relazioni interne.

Del resto, il Magistero contemporaneo ha insistito con forza sul fatto che la dignità umana costituisce il fondamento di ogni diritto autentico. Se la Chiesa si fa instancabilmente promotrice dei diritti umani nella società, denuncia le violazioni della dignità dei lavoratori, dei migranti, dei poveri e delle persone vulnerabili, essa è chiamata, con ancora maggiore coerenza, a vigilare affinché nelle proprie relazioni interne nessuno venga trattato come un semplice mezzo, una pratica amministrativa o una casella dell’organigramma.

La credibilità dell’annuncio evangelico passa anche da qui: dalla capacità di coniugare l’autorità con il rispetto, il governo con l’ascolto, la decisione con la cura della persona. Solo così l’autorità ecclesiale diventa realmente segno di quella paternità di Dio che non mortifica mai la libertà dei suoi figli, ma la fa crescere nella verità e nell’amore.

Talvolta si rischia di confondere l’obbedienza con la disponibilità assoluta. Ma l’obbedienza cristiana non chiede al presbitero di smettere di essere sé stesso. Dio non chiama persone anonime. Chiama Abramo con la sua storia. Mosè con le sue paure. Pietro con il suo carattere. Paolo con la sua esperienza. La grazia non cancella la persona: la assume e la trasforma. Per questo anche l’autorità ecclesiale deve saper riconoscere che il presbitero non è soltanto un destinatario di decisioni, ma un soggetto ecclesiale.

La sua esperienza va ascoltata. La sua sensibilità va considerata. La sua storia va rispettata. Questo non significa che ogni desiderio personale debba essere accolto. Significa che ogni persona deve essere ascoltata.

L’autorità cristiana non si misura dalla distanza che riesce a creare, ma dalla comunione che riesce a generare. Un’autorità che dice: “Devi obbedire perché io comando” è un’autorità fragile. Un’autorità che dice: “Camminiamo insieme perché siamo chiamati dallo stesso Signore” è un’autorità evangelica.

Il vescovo non è chiamato semplicemente a ottenere obbedienza dal presbiterio. È chiamato a generare un presbiterio. E generare significa conoscere, accompagnare, incoraggiare, correggere, valorizzare. Un padre non ama i figli soltanto quando essi gli obbediscono. Li ama anche quando deve correggerli. E proprio perché li ama, li corregge senza umiliarli.

Dove manca la stima, l’obbedienza diventa una forma esterna e burocratica. Si esegue, ma non si aderisce. Si compie una disposizione, ma non si vive una comunione.

Al contrario, quando il presbitero percepisce di essere rispettato nella sua dignità, anche una richiesta difficile può essere accolta come espressione di corresponsabilità ecclesiale.

Una correzione senza stima rischia di trasformarsi in umiliazione. Una denuncia senza riconoscimento rischia di generare soltanto scoraggiamento. Prima del rimprovero c’è la fiducia. Prima della correzione c’è il riconoscimento. Prima della conversione c’è la certezza che quella persona continua ad appartenere al progetto di Dio.

La pedagogia insegna che una persona cresce quando qualcuno crede nelle sue possibilità. Questo vale anche per un presbitero. Un presbitero non diventa migliore perché viene continuamente definito attraverso ciò che manca.

Una delle forme più gravi della perdita della stima reciproca nella vita ecclesiale è la mormorazione, quella che la tradizione spirituale ha chiamato detractio. Essa non riguarda semplicemente il fatto di parlare dell’altro, ma riguarda soprattutto il modo in cui si costruiscono le relazioni quando viene meno il coraggio della verità vissuta nella fraternità.

La correzione fraterna parla con l’altro. La detrazione parla dell’altro. La correzione nasce dalla responsabilità della comunione. La detrazione nasce spesso dalla distanza dalla comunione.

Tuttavia occorre riconoscere una dimensione ulteriore: anche lo stile dell’autorità può creare un clima nel quale la mormorazione diventa più facile o addirittura inconsapevolmente favorita.

Quando chi esercita un servizio di governo nella Chiesa comunica prevalentemente attraverso allusioni, generalizzazioni, denunce collettive, categorie astratte o richiami pubblici non accompagnati da un dialogo personale, può accadere che si generi un clima nel quale ciascuno cerca di interpretare a chi siano rivolte quelle parole.

La parola che dovrebbe convocare può allora diventare una parola che divide. Il richiamo che dovrebbe favorire la conversione può trasformarsi in un clima di sospetto: “A chi si riferiva?” “Chi sono i presbiteri che vengono criticati?” “Quale gruppo è sotto accusa?”

E così, paradossalmente, una comunicazione nata forse con l’intenzione di correggere può produrre l’effetto opposto: non un confronto evangelico, ma una moltiplicazione di commenti indiretti.

In questo senso è possibile parlare di un rischio di stile “carbonaro” nella vita ecclesiale, uno stile caratterizzato da: messaggi indiretti; comunicazioni non pienamente trasparenti; giudizi espressi senza un interlocutore preciso; una pedagogia fondata più sul sospetto che sulla fiducia; una contrapposizione tra un presunto “noi fedele” e un “loro problematico”.

Quando l’autorità parla attraverso categorie generali senza assumere il rischio della relazione personale, può prodursi una situazione paradossale: si chiede ai membri della comunità di evitare il giudizio sugli altri, ma contemporaneamente si crea un linguaggio nel quale il giudizio diventa quasi inevitabile.

L’autorità evangelica non teme l’incontro personale. Gesù non ha mai educato i suoi discepoli attraverso messaggi anonimi. Quando deve correggere Pietro, lo fa guardandolo negli occhi. Quando deve purificare la mentalità dei Dodici, cammina con loro. Quando deve affrontare il tradimento di Giuda, non lo trasforma in una denuncia generica contro il gruppo.

La pedagogia di Gesù è sempre personale. Questo non significa che l’autorità non possa proporre orientamenti generali o denunciare fenomeni ecclesiali. Certamente può e deve farlo.

Ma una parola pubblica autenticamente evangelica deve sempre lasciare trasparire una cosa: dietro la correzione c’è un cuore che ama, non un giudizio che etichetta.

Il rischio di una pedagogia ecclesiale prevalentemente negativa è quello di generare una comunità che non si confronta più nella libertà, ma si difende. Quando l’autorità comunica principalmente attraverso il sospetto, i membri della comunità imparano a proteggersi.

Quando comunica attraverso la stima, imparano a responsabilizzarsi. La differenza è enorme. Il sospetto genera strategie. La fiducia genera conversione. Il sospetto produce silenzi prudenti o parole sotterranee. La fiducia produce dialogo.

La mormorazione non nasce soltanto dal cuore cattivo dei singoli. Talvolta nasce anche da un contesto relazionale nel quale manca sufficiente trasparenza, prossimità e fiducia. Per questo chi esercita l’autorità nella Chiesa ha una responsabilità particolare: non soltanto correggere i comportamenti, ma custodire il clima spirituale nel quale le persone vivono le relazioni.

L’autorità che vuole costruire comunione deve evitare ogni stile che possa trasformare il confronto ecclesiale in una sorta di “assemblea degli assenti”, dove tutti parlano di qualcuno che non è presente.

La via evangelica è diversa: non una Chiesa nella quale ci si sorveglia reciprocamente, ma una Chiesa nella quale ci si riconosce reciprocamente. La Chiesa dovrebbe essere il luogo dove la competizione viene trasformata in comunione. La vera grandezza non è essere superiori agli altri. È essere capaci di riconoscere il bene degli altri.

La stima è la forma adulta della carità. La stima è una virtù umana, perché rende possibile una convivenza autentica. È una virtù morale, perché educa alla giustizia dello sguardo. È una virtù spirituale, perché riconosce la presenza della grazia nell’altro.

Ma soprattutto è una dimensione ontologica: riguarda ciò che l’altro è prima ancora di ciò che fa. Prima del vescovo viene il fratello. Prima del presbitero viene il figlio di Dio. Prima del ruolo viene la persona. Una Chiesa può avere programmi, strutture, strategie e progetti. Ma senza stima reciproca rischia di perdere il volto più autentico di Cristo: quello di una comunità nella quale ciascuno può dire all’altro: “Tu sei un dono di Dio prima ancora di essere una risposta alle mie aspettative.”

L’automobile a 100 euro al mese: ecco quello che sappiamo

La dote finanziaria iniziale messa a disposizione per il noleggio sociale è di 50 milioni di euro

Un’automobile nuova, poco inquinante, sicura e dai costi finalmente accessibili. Prende forma il capitolo più atteso del Dpcm Automotive: il programma di «noleggio sociale», pensato per offrire una risposta concreta alle famiglie a basso reddito finora escluse dalla transizione ecologica a causa dei costi proibitivi dei listini. L’iniziativa, presentata nei giorni scorsi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) dal titolare del dicastero Adolfo Urso e dal presidente dell’ACI, Geronimo La Russa, punta a coniugare due urgenze non più rinviabili: il rinnovo di un parco auto tra i più vecchi e inquinanti d’Europa e la sostenibilità sociale del cambiamento energetico.

Chi può accedere al noleggio sociale

La misura si rivolge esclusivamente alle persone fisiche con un indicatore Isee inferiore ai 30mila euro. Per accedervi sarà obbligatorio rottamare una vecchia auto (fino alla classe Euro 4) di cui si sia proprietari da almeno 12 mesi. In cambio, i beneficiari potranno sottoscrivere un contratto di noleggio a lungo termine della durata minima di tre anni (36 mesi) a un canone calmierato di 100 euro al mese, con un tetto di percorrenza fissato a 12mila chilometri all’anno. La quota mensile comprenderà copertura assicurativa Rca, manutenzione ordinaria e straordinaria e soccorso stradale. Al termine del triennio, le famiglie avranno inoltre la possibilità di riscattare la vettura acquistandola con uno sconto del 10% sul valore di mercato residuo.
«Con questo provvedimento imprimiamo una svolta netta», ha dichiarato il ministro Urso, sottolineando la discontinuità con le misure del passato. «Per la prima volta destiniamo il 70% delle risorse alla filiera produttiva e, contemporaneamente, sosteniamo la domanda con una misura equa. Gli incentivi a pioggia non saranno più realizzati perché hanno finito per finanziare l’acquisto di vetture straniere, per di più cinesi. Vogliamo utilizzare le risorse pubbliche per incentivare la produzione e consentire anche a chi non se lo può permettere di viaggiare in sicurezza».

Requisiti, vincoli e obblighi

Per accedere al noleggio sociale bisognerà affrontare però uno slalom tra una lunga serie di requisiti, vincoli e obblighi. Per esempio, bisognerà avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o una pensione o, comunque, una dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d’imposta; si dovrà avere conto corrente e carta di credito; non bisognerà avere carichi pendenti o procedimenti amministrativi; non bisognerà essere protestati o segnalati in Centrale rischi; non si dovrà avere usufruito di precedenti incentivi auto. E ancora, vi sarà la possibilità di indicare solo un secondo guidatore tra i familiari conviventi e basterà il mancato pagamento di un canone, di una multa o di una franchigia assicurativa per perdere il diritto all’auto a noleggio agevolato.
Trattandosi di una misura sperimentale, la dote finanziaria iniziale è di 50 milioni di euro, sufficienti – secondo le stime dell’ACI – per soddisfare tra le 3.000 e le 4.000 richieste. Qualora la risposta fosse positiva, il Governo si dice pronto a incrementare i fondi per rendere il noleggio sociale una misura strutturale.

Auto uguale per tutti

Un dettaglio fondamentale caratterizza l’iniziativa: i beneficiari non potranno scegliere marca, colore o modello della vettura. L’ACI acquisterà infatti un unico modello per tutti attraverso una gara pubblica europea, alla quale potranno partecipare tutti i costruttori operanti nel continente, cinesi compresi.
Per aggiudicarsi la fornitura, la casa automobilistica dovrà soddisfare paletti precisi: proporre un’auto con omologazione pari ad almeno Euro 6, emissioni di CO2 non superiori a 135 gr/km e un prezzo massimo di vendita di 18mila euro. Elemento dirimente nella gara sarà la presenza di una rete di assistenza capillare sul territorio nazionale, necessaria per garantire riparazioni tempestive e consegna del veicolo senza costi aggiuntivi per l’utente.
I tempi tecnici per la pubblicazione del bando europeo, e l’assegnazione e l’acquisizione della flotta da parte dell’ACI richiederanno diversi mesi. Successivamente verrà aperta la piattaforma informatica del Mimit per la presentazione delle domande. Le stime più realistiche indicano che la piattaforma per le richieste vedrà la luce solo nei prossimi mesi, mentre le prime consegne effettive delle autovetture avverranno non prima del 2027 inoltrato.
Avvenire

Quando Giorgia Meloni citò Guccini dal palco

Guccini e Meloni, un rapporto difficile. Il ricordo della premier: «Al di  là delle differenze sarà sempre la mia bussola» - Open

Il video è di 22 anni fa. E si vede una 27enne Giorgia Meloni che dal palco del congresso nazionale di Azione giovani, a Viterbo, cita (parafrasando la prima strofa con l’ultima) il Cirano di Francesco Guccini, la sua canzone preferita. Una formula che poi la leader riuserà in altri comizi, come manifesto di anticonformismo. E’ il 28 marzo del 2004: il primo snodo politico della futura presidente del Consiglio. Questo successo la lancerà nell’empireo della destra italiana, diventando presidente della costola giovanile di An contro lo sfidante Carlo Fidanza, ora big di Fratelli d’Italia in Europa. Dopo due anni entrerà in Parlamento e sarà eletta vicepresidente della Camera. Ecco Meloni a Viterbo: «Voglio chiudere il mio intervento così. Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti. Venite, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false. E voi materialisti con il vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa, nani. Levatevi davanti, per la mia rabbia immensa mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fine della licenza io non perdono e tocco. Grazie».

Corriere Tv

Hiroshima e Nagasaki, 81 anni dopo. Al via i “dieci giorni di preghiera per la pace”

Esplosione di "Little Boy", la bomba atomica lanciata dagli Stati Uniti su Hiroshima il 6 agosto 1945

Bianca Tombini – Città del Vaticano

Come ogni anno, dal 6 agosto, giorno dell’esplosione atomica su Hiroshima, fino al 15 agosto, data della resa del Giappone, si svolgono i “Dieci giorni di preghiera per la pace”. Inaugurata nel 1981, l’iniziativa coinvolge tutti i cristiani del Paese, chiamati ad unirsi per commemorare le vittime dei bombardamenti. Ma per la Conferenza episcopale giapponese (Cbcj), la riflessione non può fermarsi al passato. “Guerre e conflitti si stanno diffondendo in tutto il mondo – osserva il cardinale Isao Tarcisio Kikuchi, presidente della Cbcj, nel suo messaggio dedicato alla ricorrenza – ogni persona ferita o che perde la vita in modo violento è un essere umano creato a immagine di Dio e il peggio è che tale violenza venga giustificata come ‘inevitabile’, trascurando i principi del diritto internazionale umanitario”. “Dobbiamo imparare dall’esperienza di 80 anni fa” continua Kikuchi, esortando a non abbassare la guardia e a costruire una cultura di pace radicata nel rispetto della dignità umana. L’invito dei vescovi è chiaro: utilizzare l’esperienza del passato per interrogarsi sul futuro e impegnarsi con determinazione per la pace, oggi e per le prossime generazioni.

Il nodo del pacifismo in Giappone

Nel suo messaggio monsignor Kikuchi, arcivescovo metropolita di Tokyo, non manca di fare riferimento all’attuale realtà del Giappone. Considerate le recenti modifiche della Costituzione, circa l’esercizio della legittima difesa collettiva, e alcune decisioni di governo come il dispiegamento di missili a lungo raggio, l’aumento della spesa per la difesa e il consenso all’esportazione di armi con capacità letale a determinate condizioni, è importante per l’arcivescovo proteggere la solidità dei valori pacifisti, su cui si basa la dottrina della “difesa esclusiva” che detta le linee guida delle politiche di sicurezza in Giappone. “Il pacifismo della Costituzione nipponica – scrive il prelato – che sancisce la rinuncia alla guerra e il mantenimento delle forze armate, rappresenta un importante insegnamento tratto dalla devastazione della guerra. Dobbiamo fermarci a riflettere se l’erosione graduale di tale spirito e il potenziamento militare senza un adeguato dibattito nazionale porteranno all’instaurazione di una vera pace.”

Solidarietà e speranza, insieme per la pace

Il presidente della Conferenza episcopale giapponese ha sviluppato infine una profonda riflessione sul valore inestimabile della vita: “Ogni vita è un dono prezioso di Dio, che a tutti conferisce dignità. Proteggere tale dignità è il punto di partenza della pace”. La costruzione della pace deve essere pertanto una volontà condivisa ed un processo collettivo: “Costruiamo insieme la pace! Preghiamo e agiamo per la pace. Trasmettiamo di generazione in generazione il ricordo del valore inestimabile della vita. Scegliamo parole d’amore anziché parole di potere, e coltiviamo una civiltà dell’amore”. Parole che risuonano nella giornata in cui si ricordano le vittime di Hiroshima e Nagasaki, ed esortano alla solidarietà e alla compassione per tutti i coloro che ancora oggi soffrono le conseguenze devastanti delle guerre.

Vatican News

Guccini / Dalla centralità della parola alla passione per la letteratura e la Bibbia, il ritratto di un autore che ha saputo interpretare la vita e parlare a generazioni diverse

Francesco Guccini e Gianni Morandi salutano Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 21 aprile 2018

Vatican News

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, un grappolo di illusioni”. Così Francesco Guccini si presentava nel brano Gli artisti, quasi ridimensionando con ironia la propria statura. Dietro quell’autoritratto dimesso c’era però una delle figure più originali della cultura italiana del secondo Novecento: non solo cantautore, ma anche scrittore, narratore, fumettista, attore e lettore instancabile. Come spiegava lui stesso a Brunetto Salvarani in una lunga conversazione pubblicata nel 2010 da L’Osservatore Romano, molte sue canzoni nascevano anzitutto dalla letteratura: da Thomas Stearns Eliot ad Allen Ginsberg, fino alla Bibbia, “un grande libro” e “un grande codice culturale” con cui era impossibile non confrontarsi.

È da questa prospettiva che Salvarani, teologo, scrittore e amico di Guccini, rilegge la figura del cantautore scomparso oggi, 6 agosto 2026. Lo fa con il dolore di chi lo aveva sentito fino a pochi giorni prima e apre il suo ricordo con un pensiero alla moglie Raffaella: “Ci eravamo sentiti qualche giorno fa e sapevo delle difficoltà di salute, ma naturalmente si spera sempre che le cose vadano a finire in maniera diversa”. Per Salvarani, Guccini è stato soprattutto un interprete del suo tempo. “Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri”. Lo ha fatto con la musica, ma anche “con la sua scrittura, addirittura col suo fumetto”. Ha raccontato se stesso e, proprio per questo, la vita di tanti altri.

Il racconto della vita

Considerarlo un cantautore politico, secondo Salvarani, sarebbe “totalmente riduttivo”. La politica attraversa molte sue canzoni, ma non ne costituisce il cuore. Di questa cosa che chiami vita – titolo del volume che Salvarani gli dedicò con Odoardo Semellini – sintetizza meglio di ogni etichetta il centro della sua opera: “il racconto della vita così com’è”, con la storia, gli affetti, la memoria, il tempo che passa e le grandi domande dell’esistenza. Alla base di questa poetica c’erano “la coerenza e la sincerità”. Guccini possedeva una rara trasparenza umana: “Da Francesco potevi comprare una macchina usata e sapevi che non ti avrebbe imbrogliato”. È questa autenticità che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, “canzoni sostanzialmente immortali” perché capaci di intercettare “sentimenti che sono eterni”.

Le parole prima della musica

Guccini apparteneva alla stagione della grande canzone d’autore, sulle orme di Bob Dylan, Donovan, Jacques Brel e Georges Brassens. In Italia, ricorda Salvarani, lui e Fabrizio De André furono i protagonisti di una rivoluzione che metteva al centro la parola, “tanto importante e forse di più rispetto alla melodia”. Una tradizione che oggi sopravvive in pochi artisti: “Forse uno degli ultimi che la rappresenta è Vinicio Capossela”. Tra i suoi dischi fondamentali Salvarani indica Radici (1972), “uno di quegli album che dal punto di vista musicale, ma anche testuale, restano decisamente nella storia”. E proprio nel brano Gli artisti Guccini lascia quasi il proprio testamento poetico: finge che le sue canzoni siano destinate a scomparire, ma in realtà “sapeva che sarebbero rimaste”.

La Bibbia come grande codice culturale

Fra le domande che attraversano tutta l’opera di Guccini, un posto speciale spetta a quelle sul sacro. Proveniva da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi, ma “si è sempre proclamato agnostico”. Una posizione che non si tradusse mai nel rifiuto della tradizione cristiana. Al contrario, osserva Salvarani, Guccini continuò a confrontarsi con il patrimonio biblico e spirituale. Nell’intervista del 2010 spiegava: “La Bibbia è un grande libro, assolutamente da leggere. È pieno di storie affascinanti, di testi poetici”. Amava in particolare la Genesi e l’Apocalisse ed era convinto che la Scrittura fosse anzitutto “un grande codice culturale”, indispensabile per comprendere la civiltà occidentale. Questa familiarità emerge anche in Shomèr ma mi-llailah, il cui titolo riprende un passo del profeta Isaia. Guccini raccontava di essere rimasto colpito dall’invito del profeta “a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi”. Da qui una convinzione che attraversa tutta la sua opera: “Non bisogna stancarsi di porsi delle domande”.

“Dio è morto”, una canzone di speranza

Fra i suoi brani più celebri c’è naturalmente Dio è morto, scritto nel 1965 e inciso nel 1967 dai Nomadi e da Caterina Caselli. Più volte frainteso come un testo nichilista, nasceva dalla celebre copertina di Time (Is God dead?) e da varie suggestioni letterarie. Guccini voleva raccontare una generazione in cerca di un cambiamento profondo. Come spiegava nel 2010, il finale non era un espediente narrativo: “L’aggiunta finale della speranza” rifletteva un sentimento autentico, perché “all’epoca la speranza covava veramente”. In questo contesto assume un significato particolare anche la scelta di Radio Vaticana di trasmettere la canzone negli anni in cui altrove veniva censurata. Salvarani racconta di avere ricostruito personalmente quella vicenda parlando con i due giornalisti dell’emittente che presero quella decisione: “Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società”. Anche per questo Guccini è stato “veramente un cantautore intergenerazionale”.

L’ironia e il mistero

Nel ricordo di Salvarani emerge infine il volto più personale dell’amico. “Guccini era un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia”. Dietro il sarcasmo c’era un uomo che attribuiva un valore assoluto all’amicizia. Anche il brano Gli amici, osserva il teologo, possiede “una dimensione escatologica”, immaginando un ritrovo oltre la morte. Guccini riconosceva infatti che nella vita esiste “una parte misteriosa” che sfugge al positivismo e allo scientismo. Un autore, dunque, che non ha mai preteso di offrire risposte definitive, ma che ha saputo trasformare la letteratura, la musica e perfino la Bibbia in strumenti per continuare a interrogare la vita.

Guccini, un ricordo

di: Antonio Cecconi

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Ogni percorso umano e ogni seria ricerca culturale (inclusa quella “musica leggera” che poi tanto leggera non è) va accolta per la coerenza intrinseca, verificando se viene da lontano ed è capace di andare al di là di mode e convenienze; non è molto felice, ad esempio, l’espressione “cantautori di Dio” messa in giro da qualcuno; soprattutto se la patente rischia di esser rilasciata senza valutare adeguatamente la consistenza musicale, la poetica dei testi, lo spessore culturale dei messaggi.

Per farsi un’idea delle scoperte che si possono fare in una ricerca senza pregiudizi o schemi rigidi, vale pena di approfondire la conoscenza di una figura come Francesco Guccini, da oltre cinquant’anni sulla breccia prima come autore e poi anche come interprete, a lungo enfatizzato riduttivamente (per sua stessa ammissione) come  “cantautore politico” per via della canzone in cui racconta la storia di un ferroviere anarchico che fedele all’idea lancia la locomotiva contro “un treno pieno di signori” perché “trionfi la giustizia proletaria”.

Personaggio a tutto tondo, che ama definirsi uno degli ultimi cantastorie o “burattinaio di parole”, col passare degli anni ha mantenuto, e anzi affinato, la capacità di comunicare l’inquieta ricerca del senso della vita, il ritorno alle radici, la poesia del quotidiano, la tenerezza verso gli emarginati e l’invettiva contro i vizi collettivi. C’è un episodio di oltre trent’anni fa che vale la pena di ricordare: nella musica leggera furoreggiavano i “complessi” e Francesco scrisse per i Nomadi guidati da Augusto Daolio (uno che se n’è andato troppo presto) Dio è morto.

Zelanti dirigenti RAI posero il veto radiofonico e televisivo alla canzone, probabilmente giudicandola dal solo titolo; Radio Vaticana ne colse il forte messaggio e la trasmise, i giovani ne decretarono il successo e divenne un inno popolare di protesta, d’impegno e, per i credenti, di fede: ancor oggi ai concerti di Guccini la cantano in coro con lui spettatori dai diciotto ai cinquant’anni come si continua a cantarla in parrocchie e campi-scuola, anche se quasi si è persa la memoria della “teologia della morte di Dio”. Guccini, in una canzone di qualche anno dopo, ricorda le domande sull’esistenza di Dio che si poneva insieme a un amico mettendo a confronto “il mio Leopardi, le tue teologie“.

Molte volte il tema religioso ritorna nelle sue canzoni, vero e proprio filo conduttore di una ricerca laica condotta attraverso una varietà di registri: l’invettiva contro chi concepisce una fede imposta (Libera nos, Domine) o bacchettona (Nostra Signora dell’ipocrisia), la patetica figura del frate che “dopo un bicchiere di vino… parlava di Dio e Schopenhauer”, i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta nella sua piccola città che poi è Modena (“vecchie suore nere con che fede in quelle sere avete dato / a noi il senso di peccato e di espiazione”), il ringraziamento (“giugno che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io”) e anche la citazione biblica, forzata (“Dicembre… nei tuoi giorni da profeti detti / nasce Cristo la Tigre”) o quasi filologica, per chiedersi in ebraico: Shomer ma mi-llailah – “sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11-12).

Su tutto la domanda, quasi sempre senza risposta, su che cosa c’è oltre il buio, in fondo alla notte, oltre la morte; da una vita Francesco attacca i suoi concerti con la Canzone per un’amica morta in un incidente d’auto chiedendosi: “vorrei sapere a che cosa è servito / vivere amare soffrire…” e conclude: “voglio pensare che ancora mi ascolti / e come allora sorridi”.

Una ricerca non teorica né retorica, collocata ben dentro la voglia di assaggiare “dov’è il sugo del sale“, la polpa della vita, il senso delle cose da scoprire attraverso situazioni e accadimenti, emozioni e memorie, “il ritmo dell’uomo e delle stagioni”, facendo anche ricorso all’ironia ma con un costante fondo di nostalgia e inquietudine, talvolta elencando realtà quotidiane che il verso musicale riscatta dalla banalità e quasi riveste di un valore metafisico: “chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia sana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?”.

Tessitore di citazioni colte, metafore ardite, rime folgoranti e metrica ineccepibile, distilla i suoi prodotti senza concessioni a esigenze di mercato: una raccolta di nuove canzoni più o meno ogni tre anni, quando da idee buone si sviluppano testi costruiti con la cura di un artigiano e attorno alle frasi musicali si è creato l’amalgama del solito gruppo di musicisti eccellenti; alcuni concerti ogni tanto, quando cantare è anche aver voglia di stare con la gente a raccontare tra una canzone e l’altra storie e facezie, digressioni pungenti sull’attualità e qualche battutaccia sopra le righe.

Anche perché Guccini, oltre a occuparsi di canzoni, deve trovare il tempo per scrivere libri (i romanzi Croniche epafaniche e Vacca d’un cane su tempi e luoghi rispettivamente dell’infanzia e dell’adolescenza, il giallo Macaronì in collaborazione con Loriano Macchiavelli, che è anche un affresco sulla vita di paese dei tempi andati e gli stenti dei nostri connazionali emigranti), coltivare amicizie in lunghe sere di partite a carte e di bevute, lavorare alla compilazione del vocabolario italiano-pavanese, cioè di Pàvana sull’Appennino tra Bologna e Pistoia dove i Guccini conducevano un mulino e Francesco crebbe negli anni della guerra per poi tornare a trascorrervi ogni estate.

Un’attenzione che non manca mai, ad ogni nuova uscita di canzoni, è per il mondo degli emarginati, dei piccoli, degli “sfigati”. Storie raccontate con pietà asciutta come quella di Céncio, l’adolescente nano che non riesce a inserirsi nel gruppi dei coetanei perché ha “le stesse voglie, gli stessi eroi ma ali più piccole per lo stesso volo” e finisce per sognare “il Circo, realtà capovolta / mondo di uguali perché tutti strani”; di Keaton, pianista alcoolizzato che “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, finito “in una provincia lontana come una palude / dai nostri discorsi di suonare tra la gente”; del pensionato suo vicino di casa del quale, alla fine di “un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri”, afferma “non posso o non so dir per niente se peggiore sia / a conti fatti la sua solitudine o la mia”; di Amerigo, il vecchio zio che finisce la giovinezza a fare il minatore in un’America diversa da quella dei film: “l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello / e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera / per anni da prigione…”.

C’è una canzone dell’ultima raccolta che si presenta quasi come una piccola summa delle tematiche gucciniane: Cyrano. Il celebre cadetto di Guascogna, condannato a non essere amato per la lunghezza del naso, che scrive su commissione canzoni d’amore per la bella Rossana e finisce per innamorarsene; la lama tagliente dello spadaccino diventa arma poetica contro “signori imbellettati…, poeti sgangherati…, primi della classe, … gente che non sogna, … nuovi protagonisti, politici rampanti, … portaborse, ruffiani e mezze calze / feroci conduttori di trasmissioni false / che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte”, “liberisti” per i quali “tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / in questo benedetto assurdo belpaese”; non mancano – come in altre canzoni – i preti (“se c’è come voi dite un Dio nell’infinito / guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”) ma stavolta ancor più “voi materialisti, col vostro chiodo fisso / che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, / le verità cercate per terra, da maiali, / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Ciò che salva è l’amore, perché “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.

Settimana News

Da “Noi non ci saremo” a “L’avvelenata”: le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Da "Noi non ci saremo" a "L'avvelenata": le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Avvenire

Un colto e raffinato cantastorie dallo spirito libero, un poeta che amava la vita: Francesco Guccini ha scritto canzoni tra l’impegno personale, sociale e politico che hanno segnato per oltre mezzo secolo la cultura popolare del nostro Paese ma che raccontato anche l’umano in tutti i suoi aspetti, persino quelli più intimi e profondi. Ecco i dieci brani del suo vasto repertorio che a nostro giudizio meglio rappresentano lo sguardo di Guccini sul mondo, con citazioni emblematiche per ogni testo a richiamarne il significato.
1. Noi non ci saremo (1966)
“Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo, nemmeno un grido risuonerà…”. È un richiamo poetico contro la guerra nucleare, un  testo in cui l’autore immagina uno scenario apocalittico dopo l’“ora x”. Erano i tempi in cui il rischio dell’atomica faceva tremare i popoli e le nazioni. Ci saranno mille rovine e città in macerie ma alla fine, canta Guccini, splenderà l’arcobaleno e risorgerà il mondo nuovo. Anche se… noi non ci saremo.
2. Dio è morto (1965)
“Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto”. Un evergreen di un’attualità sconcertante. Contro le carriere facili, l’ipocrisia, il consumismo sfrenato e i falsi moralismi. Denuncia il disorientamento delle giovani generazioni di fronte alla crisi dei valori positivi ma apre anche alla speranza di un futuro migliore, perché “Dio risorge”. Rifiutata dalla Rai in quanto ritenuta blasfema, piacque a Paolo VI e venne trasmessa per la prima volta dalla Radio Vaticana.
3. Auschwitz (1966)
“Sono morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino”. È uno dei primi testi italiani dedicati alla memoria della Shoah. Sono nel vento le anime delle vittime dell’Olocausto, vivono ancora per rammentarci, in quello strano silenzio che si percepisce nel lager simbolo dell’orrore, cosa è capace di fare la “bestia umana”. Come può un uomo uccidere un suo fratello? Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?
4. Canzone per un’amica (1966)
“Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare e soffrire, se presto sei dovuta partire…”. Una struggente riflessione sul senso dell’esistenza umana che prende spunto dalla morte di una ragazza sua amica in un incidente stradale. La vita che fugge in un attimo. Ma lui vuole ricordare l’amica com’era, pensare che ancora vive, l’ascolta e che come allora sorride. È conosciuta anche con il titolo “In morte di S.F.”.
5. Il vecchio e il bambino (1972)
“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera”. Immagina profeticamente un mondo dilaniato da guerre e distruzioni dove la natura non esiste più ed è la memoria l’unico mezzo per mettere in contatto le generazioni.
6. Cyrano (1966)
“Venite pure avanti voi con il naso corto, signori imbellettati io più non vi sopporto”. Racconta di amore, di morte e di “altre sciocchezze”. Ma l’eroe del romanzo di Rostand qui diventa un personaggio che con la sua spada punge e critica la società e, in particolare la classe politica dominante. Ma alla fine della storia si intravede un sole, simbolo di speranza nel domani.
7. Vedi cara (1970)
“Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”. Intima confessione su un amore perduto, il ricordo di un sogno di vita in comune che si è infranto a causa della incomunicabilità. Le angosce e le distanze vissute con la compagna di un tempo in un brano che coglie emozioni e dolori di chi ha amato senza comprendere l’altro.
8. Via Paolo Fabbri 43 (1976)
“Mi scoppia il mondo fuori porta San Vitale e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè”. L’indirizzo della sua casa di Bologna è il pretesto per un inno d’amore alla città dove è vissuto e ha creato gran parte dei suoi capolavori. 
9. La locomotiva (1972)
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava”. Scritta in venti minuti in forma di ballata, narra di un ferroviere anarchico (realmente esistito) che si ribella alle ingiustizie e alle dure condizioni di lavoro impadronendosi di una locomotiva: finirà per schiantarsi contro alcuni vagoni fermi sopravvivendo miracolosamente.
10. L’avvelenata (1976)
“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto…”. Un’altra ballata, stavolta contro il conformismo della cultura e le logiche perverse del mercato discografico in cui bisogna “vendersi” per avere successo. Un testo tra il grottesco e l’arrabbiato scritto per sferzare una certa critica musicale saccente che stroncava senza capire.

Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini

Francesco Guccini: «Ho scritto la Locomotiva in 20 minuti: ero stremato. Non ho mai pensato potesse indurre alla violenza» | Corriere.it

Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini.

Lo rende noto la famiglia sottolineando che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto.

Addio a Francesco Guccini, il cantautore è morto a 86 anni

Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».

Quando  Giuseppe Serrone incontrò Francesco Guccini (archivio Storico)

Quando Guccini arrivò a Verbania: pubblico record nel 2011 all’incontro a LetterAltura

Il cantautore morto questa mattina all’età di 86 anni parlò della sua passione per la scrittura

Quella voce di Guccini raccolta da Giuseppe Serrone proprio a Verbania nel 2011.

Anche Verbania ha avuto modo di incontrare e apprezzare Francesco Guccini, il cantautore emiliano morto questa mattina – giovedì 6 agosto – all’età di 86 anni.

Era sabato 25 giugno 2011 quando Guccini arrivò a Intra per il festival LetterAltura. In quell’occasione era nella veste di scrittore più che come cantante. Nel parco di Famiglia studenti ci fu un pubblico da record.

Nel racconto con il pubblico partì dal suo «Croniche epifaniche» (il primo libro) del 1989 per parlare dell’infanzia e far riaffiorare lingue e origini, in particolare i dialetti che ovunque «a distanza di 2 chilometri fanno cambiare una parola e mondo» aveva detto.

Guccini aveva poi raccontato la passione per la scrittura (e non solo quella per i brani delle sue canzoni): «Quando da piccolo mi chiedevano cosa volessi di professione, non rispondevo come tutti l’esploratore: io dicevo lo scrittore». E ricordò «la prima macchina da scrivere, ricevuta da una lontana parente: scriveva una parola nera e una rossa, e si bloccava sempre la carta. Poi è arrivato il computer, e adesso è tutto più facile».

Un legame oltre il tempo “Non è un caso se oggi, 25 Aprile, abbiamo scelto le parole di Francesco Guccini. C’è un filo rosso che lega il nostro cantiere al poeta di Pavana. Nel 2011, durante il Festival LetterAltura a Verbania, sul Lago Maggiore, fu proprio Giuseppe Serrone a intervistare Guccini. In quel dialogo (che vi riproponiamo oggi in formato podcast) si parlava di vita, di storie, di resistenza quotidiana. Oggi, dopo 13 anni, quel ‘Giorno d’aprile’ cantato da Guccini diventa la colonna sonora dell’impegno per la libera informazione).
Ascolta l’intervista storica:
🎙️ Clicca qui per ascoltare il Podcast su Spreaker
⬇️ Scarica l’audio originale (MP3)
Ascoltare la voce di un  Giuseppe Serrone giovane e appassionato che interroga uno dei più grandi intellettuali italiani ci fa capire una cosa fondamentale: la battaglia per l’informazione libera e i diritti civili e religiosi non è un’ossessione isolata, ma parte di un impegno culturale e umano che dura da decenni. Ieri come oggi, la domanda è la stessa: quando potremo finalmente ricucire questa vita?”

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Francesco Guccini – ph Roberto Serra – Iguana Press:Getty Images

Le sue condizioni di salute, non ottime in questi ultimi anni, sono precipitate nella serata del 5 agosto. “Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata – scrive la famiglia in una nota -. La famiglia, nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia anticipatamente tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre”. Nel 2025 era stato ricoverato in ospedale, ed era stato costretto a rimare 18 mesi in casa, uscendo solo pochi mesi fa per partecipare alla mostra “Canterò soltanto il tempo”, a lui dedicata, ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Negli ultimi anni il cantante aveva avuto problemi problemi alla vista che ormai gli impedivano anche di leggere libri. Disse: “Non riesco più a leggere, una cosa che mi addolora tantissimo – riporta Il Resto del Carlino -. Per questo guardo molta televisione”

Francesco Guccini in una immagine del 2019 - RIPRODUZIONE RISERVATA

Nel 2022 aveva pubblicato il suo 17° album dal titolo Canzoni da intorto, mentre nel 2023, aveva registrato un nuovo 45 giri con due versioni di Bella Ciao: una cantata da lui e un’altra in collaborazione con Tosca. Durante la sua lunga carriera ha pubblicato 30 album, di cui 17 in studio, ma è anche stato scrittore, attore e insegnante di lingua italiana al campus bolognese del Dickinson College. Tra i suoi brani più famosi c’è sicuramente La Locomotiva del 1972, ma anche “Canzone per un’amica” del 1968  e “Autogrill” del 1983. La sua adolescenza e il primo incontro con la musica

Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, pochi giorni dopo l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale: il padre, Ferruccio, venne chiamato alle armi e dopo aver rifiutato il giuramento di fedeltà ai nazisti, venne riunchiuso per due anni in un campo di concentramento vicino ad Amburgo. Da lì in poi, Guccini trascorrerà la sua infanzia sulle montagne dell’Appennino, a Pavana, a cui dedicherà il primo romanzo Croniche Epafàniche. Gli inizi nel mondo musicale arriveranno solo nel 1960, quando dopo esser diventato cronista della Gazzetta di Modena, realizza un’intervista a Domenico Modugno, due volte consecutive vincitore del Festival di Sanremo. Dopo l’incontro, scrive la sua prima canzone L’Antisociale, mentre continua a studiare per diventare Magistrato senza poi laurearsi. In un’intervista del 2018 a Fanpage.it rivelerà che non ha mai detto ai genitori di voler fare il musicista: “Ai miei genitori non ho mai detto che volevo fare il musicista, è accaduto, ero all’Università e quindi impegnato lì e ho cominciato, quasi per gioco. Finito il primo disco pensavo sarebbe finito tutto, poi ho fatto il secondo, il terzo, poi il quarto che ha cominciato ad avere un certo successo e così era diventato il mio mestiere. Forse mio padre è stato più contento per i libri”.

L’inizio con i Gatti e L’Equipe 84
Nel 1961 Guccini si trasferisce a Bologna, prima di partire l’anno successivo per il servizio militare. Nel frattempo incontra Pier Farri, che diventerà in seguito il suo produttore, ma anche Victor Sogniani, futuro componente dell’Equipe 84. Dopo aver scoperto la beat music di Bob Dylan, cominciò a comporre canzoni come Auschwitz e È dall’amore che nasce l’uomo, che vennero portati al successo dall’Equipe 84. Guccini si troverà quindi a suonare sia con i Nomadi, grazie all’ingresso di Dodo Veroli nella musica leggera italiana, sia con l’Equipe 84.

Il grande successo di Guccini con Radici
Il primo grande successo di Guccini, dopo aver già collaborato con Franco Battiato, Roberto Vecchioni e scritto per Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti, arriverà nel 1972. Si tratta del suo quarto album in studio, in cui sono contenuti alcuni dei suoi componimenti più importanti. Da La Locomotiva a Incontro, passando per Piccola Città e Il vecchio e il bambino: apparirà negli anni successivi anche il primo album live, Opera Buffa, che descriverà anche la vena cabarettistica durante le sue esibizioni in pubblico. Il successo commerciale, invece, arriva nel 1976 con Via Paolo Fabbri 43, che finisce tra i cinque album più venduti dell’anno. All’interno è contenuta L’Avvelenata, una risposta rabbiosa alle critiche dell’epoca e racchiude un dissing ante litteram al critico Riccardo Bertoncelli (con cui diventò amico). Poi nel 1978 arrivò Eskimo, nell’album Amerigo, prima di aprire gli anni 80 con Metropolis. Il grande successo musicale di Guccini, secondo l’autore, andrebbe celebrato per le parole, sempre più importanti della musica. Nell’intervista rivelerà: “Sono stato ben contento di queste analisi che hanno dato un certo valore alle mie canzoni, mi ha fatto piacere. Delle volte, forse, ho scritto delle buone canzoni, ho scritto anche delle musiche piacevoli, decenti, ma non mi sono mai messo come musicista, sulle parole forse riuscivo meglio, ecco il perché della mia preferenza”.

Le canzoni più famose di Guccini, da L’Avvelenata a Gulliver
Si apre infatti la stagione del viaggio e dei valori simbolici delle città, da Bisanzio a Venezia, passando per Milano: un tema che si riproporrà anche nei dischi successivi, con i singoli Gulliver, Argentina e Autogrill. Durante la sua carriera descriverà Bologna, in un brano omonimo del 1982, ma anche Modena e Pàvana. La prima con la celebre Piccola città del 1972, mentre arriviamo a uno dei suoi ultimi lavori per raccontare nostalgicamente gli anni di formazione nella piccola frazione in provincia di Pistoia. Stiamo parlando di Natale a Pàvana, realizzata con la figura di Mauro Pagani sullo sfondo. Invece nel primo decennio degli anni 2000 la sua poetica si rifletterà nella descrizione dei grandi personaggi storici e dei dialoghi immaginari intercorsi tra loro. Non solo Ulisse, Cristoforo Colombo e Che Guevara, anche figure moderne come Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso negli scontri del G8 di Genova, raccontato nel brano Piazza Alimonda. Il suo ultimo album risale al 2022, arrivato dopo i due capitoli di Note di Viaggio, in collaborazione con Mauro Pagani: si tratta di Canzoni da intorto, un disco di cover. Nella sua carriera ha ricevuto 5 targhe Tenco, l’ultima nel 2015 per la sua lunga carriera.

L’attività letteraria e politica di Guccini
Nella sua attività ventennale di scrittore, Guccini ha scritto 26 libri, un lasso di tempo che intercorre dal 1989 con l’esordio con Croniche Epafaniche al 2020, in cui ha pubblicato l’ultima opera con Loriano Macchiavelli dal titolo Che cosa sa Minosse. Tra i maggiori successi c’è sicuramente Canzoni del 2018, ma anche Un disco dei Platters: Romanzo di un maresciallo e una regina del 2021 e Appennino di sangue del 2012. Rivelerà in una delle sue ultime interviste nel 2018, che la lettura è diventata la sua compagna di viaggio: “Le mie giornate le passo leggendo, anzi facendomi leggere perché ho un disturbo agli occhi e non riesco più a leggere, il che per me è gravissimo perché la lettura è uno dei miei impegni quotidiani più assidui, quindi mi manca, poi ascoltando audiolibri, guardando la televisione, scrivendo e anche la sera, parlando con degli amici, andando fuori a mangiare”. E a chi gli chiedesse se avrebbe più scritto canzoni, aveva risposto: “Non mi manca scrivere canzoni, perché scrivo libri, è un altro modo di scrivere, ma è sempre scrittura”. Dal punto di vista politica, è noto il suo impegno e la sua vicinanza alla sinistra, anche se durante la carriera si è definito un anarchico, con un forte matrice liberale. È stato insignito il 26 maggio 2004, per iniziativa del Presidente della Repubblica, allora Carlo Azeglio Ciampi, del titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. (https://www.fanpage.it/)

(Post per Notizie Online a cura di Giuseppe Serrone  e Albana Ruci)

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

È scontro durissimo tra il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli e il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. A innescare la polemica sono state alcune dichiarazioni rilasciate dal parlamentare ai microfoni di Radio Cusano, durante un intervento dedicato agli sfollati dopo il terremoto ai Campi Flegrei.

«La presenza dei puteolani nei Campi Flegrei è millenaria. Gli antenati di Musumeci stavano ancora sugli alberi a mangiare banane quando là già c’era la civiltà», ha affermato Borrelli.

Parole che hanno provocato l’immediata reazione del ministro. «Prima di fare battute sui siciliani, faccia un salto in libreria», ha scritto Musumeci in un post pubblicato su Instagram.

«Se davvero pensa che in Sicilia nel passato stavamo ancora sugli alberi a mangiare le banane – ha aggiunto – il problema non è la Sicilia, ma il programma di storia che si è perso. La mia isola ha qualche migliaio di anni di civiltà da raccontare. Lui, invece, è riuscito solo a raccontare la sua disarmante ignoranza».

Schifani: «Borrelli chieda scusa ai siciliani»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha definito le parole del deputato «offensive e indegne del confronto istituzionale».

«Deridere un intero popolo con stereotipi banali non è satira, ma un’offesa a milioni di siciliani e alla loro storia – ha dichiarato Schifani –. La Sicilia merita rispetto, non pregiudizi».

Il governatore ha quindi invitato Borrelli a riconoscere l’errore e a presentare le proprie scuse: «Da chi ricopre un incarico pubblico ci si aspetta responsabilità e rispetto, non battute che alimentano divisioni e mortificano la dignità di un’intera comunità».

Gazzetta del Sud

È record di “100 e lode” alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

È record di "100 e lode" alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

Oltre 14mila studenti hanno meritato la “lode” alla Maturità di quest’anno, quasi il 3% dei diplomati italiani. Si tratta, però, di un certificato di eccellenza sempre più diffuso e meno elitario. Rispetto all’anno scorso sono 266 in più gli scolari ad aver raggiunto il massimo dei voti, ma la tendenza alla lode è di lungo corso: nell’anno scolastico 2006/2007, anno di introduzione della menzione di merito, erano solo 3mila i diplomati ad aver ottenuto il massimo dei voti. Dieci anni dopo, nel 2016, erano 5.133. Nell’ultimo decennio i numeri sono quasi triplicati. È questo il primo risultato dei dati sulla Maturità 2026 pubblicati stamani dal ministero dell’Istruzione e del Merito, che rivelano una concentrazione delle “lodi” al sud Italia.
La prima regione per menzioni speciali è la Campania, che colleziona 3.018 lodi, seguita da Puglia (2.104) e Sicilia (1.928). Dieci anni fa avevano in quelle stesse regioni avevano ottenuto il massimo dei voti rispettivamente 713, 934 e 500 studenti. Più contenuti – ma sempre in costante crescita – i “miglioramenti” degli studenti del Nord: in Lombardia le “lodi” sono passate da 300 a 760 in dieci anni, in Veneto da 276 a 523 e in Emilia-Romagna da 328 a 687. Quasi ovunque sono più che raddoppiate, a fronte però di un calo di competenze pressoché costante a partire dalla pandemia di Covid-19 registrato dai test standardizzati di Invalsi.
In generale, quasi tutti gli studenti ammessi all’esame hanno ottenuto il diploma (99,8%). E pochissimi lo hanno fatto con il minimo dei voti: solo il 4,1% dei maturandi ha preso “60”, contro l’8% di dieci anni fa. La maggior parte – il 56,1% – ha ottenuto un punteggio compreso tra il 61 e l’80. In calo sono i cento senza lode: 5,3% contro il 7,1% dello scorso anno.
Le più grandi differenze tra studenti si muovono lungo due direttrici: l’indirizzo di scuola superiore e la regione di provenienza. I voti più alti si registrano nei licei, mentre le commissioni degli istituti professionali e tecnici tendono a dare punteggi più bassi. Il 4,3% dei liceali ha ottenuto la lode, contro l’1,6% dei tecnici e lo 0,7% dei professionali. A ottenere il minimo dei voti, invece, è il 2,7% degli alunni dei licei contro il 5,8% dei diplomati negli istituti.
Al Sud, poi, le medie tendono a essere ovunque più alte rispetto al Nord. I diplomati con “100” sono il 9,8% dei maturandi in Calabria, l’8% in Sicilia e il 7,9% in Campania. Al contrario, sono il 2,8% in Lombardia, il 3,5% in Veneto e il 3,7% in Piemonte. Agli ottimi risultati dei diplomati del Meridione, però, non corrisponde un progressivo miglioramento delle loro competenze in Italiano e Matematica. A livello territoriale la distribuzione dei voti è inversa rispetto ai risultati delle rilevazioni Invalsi: negli ultimi test standardizzati, infatti, solo il 54% degli alunni del Nord al quinto anno delle superiori ha ottenuto risultati adeguati in Italiano, contro il 47% del Sud. In Matematica il divario è più ampio: 52% al Nord e 45% al Sud. Di anno in anno le differenze si assottigliano, ma sono ancora gli studenti del Settentrione a godere di un vantaggio competitivo rispetto ai colleghi delle regioni meridionali.

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