Guidare le parrocchie senza snaturare il ministero: la sinergia tra sacerdoti sposati e laici per salvare le comunità a rischio chiusura

Un momento del rito con i nuovi ministri istituiti per le diocesi di Torino e Susa durante la Veglia di Pentecoste / LA VOCE E IL TEMPO-M.BURSUC

L’approfondito articolo pubblicato da Avvenire — intitolato “I laici prenderanno il posto dei sacerdoti? No, ma ecco come può cambiare il loro ruolo” — affronta uno dei nodi più delicati del cammino sinodale della Chiesa italiana. Di fronte alla riduzione del numero dei presbiteri e all’accorpamento delle comunità, la tentazione di trasformare i laici in “sostituti dei preti” rischia di generare confusione sui ruoli o di lasciare le parrocchie prive dell’Eucaristia e dei Sacramenti. La vera risposta non è la clericalizzazione dei laici né la secolarizzazione del ministero, ma un rinnovato modello di corresponsabilità basato sul realismo pastorale.

In questo scenario di trasformazione, l’apporto dei sacerdoti sposati rappresenta l’anello di congiunzione ideale tra la Grazia del Sacramento dell’Ordine e l’esperienza laicale, offrendo una soluzione concreta per evitare la chiusura delle parrocchie.

Una sintesi perfetta tra ministero e corresponsabilità laicale

I sacerdoti sposati non sono in competizione con i laici; al contrario, ne comprendono a fondo il linguaggio, le fatiche familiari e la vita quotidiana. La loro riammissibilità al ministero attivo permetterebbe di strutturare una collaborazione vincente per il governo e la cura delle comunità locali:

  • Custodia sacramentale e pastorale: I sacerdoti sposati garantiscono ciò che i laici non possono offrire: la celebrazione dell’Eucaristia, la Confessione, l’Unzione degli infermi e la guida spirituale ordinata della comunità.

  • Condivisione con i laici d’élite e corresponsabili: Essendo già inseriti nelle dinamiche familiari e lavorative, i presbiteri coniugati possono lavorare spalla a spalla con i laici referenti di pastorale, delegando loro con serenità gli aspetti amministrativi, logistici e organizzativi, proprio come auspicato dalla riflessione di Avvenire.

  • Antidoto al burnout presbiterale: Questa sinergia solleva il sacerdote celibe o coniugato dal ruolo di “amministratore unico”, restituendo al ministero la sua natura originaria di annuncio e cura delle anime.

Il decreto di Papa Leone XIV per riaprire le Chiese

I sacerdoti del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati sono uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università. Non si tratta di inventare nuove figure indefinite, ma di riabilitare operai già pronti e formati.

Emanare un decreto canonico da parte di Papa Leone XIV che consenta agli Ordinari diocesani di riammettere i sacerdoti sposati al ministero attivo consentirà di formare veri “equipe pastorali” con i laici responsabili. Un passo trasparente e necessario per impedire che le parrocchie diventino musei chiusi, garantendo il bene comune dei fedeli e la continuità della vita sacramentale in tutta Italia.

Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

Strage di Bologna, di quel 2 agosto rimane una piazza (antifascista) stanca di fischiare contro le sentenze infondate

STRAGE DI BOLOGNA

Quando alle 10,25 di quel 2 agosto – di cui oggi cade l’anniversario – l’orologio alla stazione di Bologna fu fermato dall’esplosione, la redazione del Manifesto a Roma si mise subito in movimento. Non erano passati che pochi minuti, era il 1980 e c’erano scarsi strumenti di comunicazione, ma la notizia arrivò velocissima, tra noi redattori c’erano diversi bolognesi, e non era un caso. Perché la novità politica di quel gruppo di intellettuali dirigenti del Pci, Rossanda, Pintor, Caprara, Magri, Natoli, Castellina, radiati dopo che avevano osato scrivere su quella rivista, che evocava Il Manifesto di Karl Marx, “Praga è sola” contro l’invasione dei carri sovietici, aveva aperto crepe profonde in quella comunità di cui l’Emilia rossa era la culla.

Non fu un caso il fatto che proprio sulla cellula delle Brigate Rosse nata a Reggio Emilia e cresciuta nella cultura dei padri partigiani, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Rossana Rossanda avesse scritto il famoso articolo “sembra di sfogliare un vecchio album di famiglia”. E sarà Bologna, un po’ di anni dopo, con l’elezione di Giorgio Guazzaloca, a dare alla città un sindaco eletto con i voti del centrodestra. La notizia sbarcò sulla prima pagina del New York Times. Crepe sul fianco sinistro, sfarinamento dall’altra parte. La mitica comunità emiliana, sempre evocata con orgoglio dagli amministratori, non esiste da tempo, e comunque è diventata altro. Ma non manca mai all’appuntamento del 2 agosto, nel nome di una piazza che da antifascista è ormai diventata antigoverno, se a palazzo Chigi ci sono “gli altri”. E quell’Associazione dei parenti delle vittime che nel corso della storia ha aggiunto al ricordo e alla commozione un cappello politico che sa di partito angusto e chiuso, con i presidenti che si susseguono, da Torquato Secci che non c’è più, a Paolo Bolognesi che poi è andato in parlamento, fino all’attuale Paolo Lambertini, che ripetono la stessa cosa. E usano sempre, come scrisse qualche anno fa lo storico Giovanni Orsina, “la storia come una clava da dare in testa a tutta la destra degli ultimi trent’anni”. E ogni anno, ogni 2 agosto, si ripete il rituale.
Solo quella volta fu diverso, per un attimo. Quel giorno, i nostri compagni redattori bolognesi (mi piace ricordare quelli che non ci sono più, il mio grande amico Stefano Bonilli e Maurizio Matteuzzi e Stefano Benni) partirono in lacrime e corsero nella loro città, dove scrissero articoli bellissimi ma aiutarono anche a cercare le persone disperse sotto le macerie, scavando a mani nude. Quel giorno Bologna fu davvero comunità. Furono tutti fratelli e sorelle e compagni, quel giorno. Ma già poco dopo, senza che nulla ancora ci avessero detto neppure le sentenze, una lapide definì senza ombra di dubbio la strage come “fascista”. Comprensibile sul piano dell’ideologia, prima ancora che su quello delle emozioni. Una specie di ottimismo della volontà, senza che la ragione facesse capolino con il suo pessimismo. Quella bomba non poteva che essere fascista, e lo possono capire, anche se solo per un attimo, coloro che, come me, sono nati e cresciuti in Emilia. Ma subito dopo bisogna che la fronte, per quanto pensosa, per quanto ferma su quell’orologio della stazione, venga solcata dall’ombra del dubbio.

Così non è stato per quelle piazze che, anno dopo anno, sono restate immobili e immutabili a fischiare democristiani e socialisti, e poi Berlusconi e ministri di ogni colore. Fino a inseguire Giorgia Meloni. Tutti quelli che sono fuori da un cerchio che non è neanche magico. Non importa più chi siano i colpevoli, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, due ragazzini ventenni estremisti e il loro amico Luigi Civardini, neanche maggiorenne. E la vendetta postuma che tiene di nuovo in carcere Gilberto Cavallini, dopo che ha scontato 43 anni della sua vita in una cella. È stata un’inchiesta che cammin facendo ha perso la gran parte dei pezzi, insieme all’opaca attendibilità di testimonianze cui non darebbe ascolto neanche un bambino. Altro che pistola fumante! Altro che processo indiziario come quello su Calabresi o sull’omicidio di Chiara Poggi. Tutti i processi sulla strage del 2 agosto hanno una sola origine, il teorema costruito a tavolino un po’ nella federazione bolognese del Pci e un po’ in procura, sulla “strategia della tensione”, da Piazza Fontana fino a Brescia e Bologna. Sotto la supervisione, ma che fantasia, del solito Licio Gelli e il suo contorno di barbe finte.

Non è un caso il fatto che, dopo dieci anni dalla strage del 2 agosto, quando la corte d’appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati, saranno ancora i dirigenti comunisti a scagliarsi contro gli eretici del Manifesto, cui va dato l’onore del loro garantismo di allora, tacciandoli di complicità “oggettiva” con gli autori della strage. Insieme a tutti, una cinquantina, quegli intellettuali, magistrati compresi, di sinistra che avevano costituito il Comitato “E se fossero innocenti?”. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò, o quasi. Non esiste più Il Manifesto di Rossanda e Pintor, e neanche il garantismo di Magistratura Democratica. Resiste al contrario quella piazza stanca, forse anche di fischiare, con il pugno di mosche di sentenze fondate sul nulla. E la “soddisfazione” di aver di nuovo sbattuto in galera un uomo di 73 anni che il carcere avrà il compito di rieducare, 46 anni dopo la strage, chissà a che cosa.

Il Riformista

Il nuovo scisma sedevacantista a Papa Stronsay e le ferite della divisione: perché la Chiesa ha bisogno di comunione e realismo pastorale

La notizia pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana riguardo agli sviluppi sulla remota isola scozzese di Papa Stronsay — dove la comunità dei Figli del Santissimo Redentore ha intrapreso la strada dello scisma e del sedevacantismo, dichiarando la Sede Apostolica vacante e rifiutando l’autorità del Papa — apre una ferita profonda nel corpo della Chiesa. Quando gruppi tradizionalisti o rigidi dottrinalmente arrivano a rompere la comunione con Roma, il risultato è sempre la frammentazione del popolo di Dio, lo smarrimento dei fedeli e la creazione di ghetti ideologici isolati dal resto del mondo.

Di fronte alle derive settarie, agli estremismi e alla tentazione di ritenersi “gli unici veri custodi della fede”, la risposta della Chiesa universale non può essere la rigidità formale, ma la costante ricerca della vera comunione e un forte realismo pastorale.

La fedeltà a Roma e la trasparenza dei sacerdoti sposati

Mentre realtà scismatiche come quella di Papa Stronsay scelgono la via dell’auto-isolamento, della contestazione del Papa e della rottura canonica, l’esperienza e la battaglia dei sacerdoti sposati si pongono sul versante diametralmente opposto:

  • Piena obbedienza e comunione con Papa Leone XIV: I presbiteri coniugati non mettono in discussione il Primato Petrino né la legittimità dei Vescovi. Al contrario, vivono nell’attesa fiduciosa e nell’obbedienza, chiedendo unicamente un provvedimento canonico trasparente da parte dell’autorità legittima.

  • Amore per la Chiesa reale, non per un’astrazione: I sacerdoti sposati non cercano un’isola deserta dove rifugiarsi o creare “chiese parallele”. Vogliono stare nelle parrocchie vere, tra la gente reale, per celebrare i Sacramenti, riaprire le chiese chiuse e servire il Popolo di Dio nei territori martoriati dalla solitudine.

Un argine agli estremismi: la maturità del clero coniugato

Gli scismi e le derive sedevacantiste nascono spesso da forme di rigorismo astratto, dall’isolamento presbiterale e dall’incapacità di confrontarsi con la realtà quotidiana. La presenza dei sacerdoti sposati nelle comunità rappresenta un antidoto naturale contro queste deviazioni:

  1. Formazione d’eccellenza e fedeltà alla dottrina: I presbiteri del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati sono uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le Pontificie Università, capaci di insegnare e custodire la vera fede cattolica senza derive o fanatismi.

  2. Maturità familiare e radicamento sociale: L’esperienza della vita familiare, delle responsabilità civili e della vita quotidiana impedisce la nascita di atteggiamenti gnostici o settari, ancorando il ministero al servizio umile delle anime.

Chiedere a Papa Leone XIV un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati significa investire sulla vera comunione ecclesiale, contrastare la solitudine che genera estremismi e garantire la presenza di pastori fedeli, edificate sulla roccia di Pietro e dedicati al bene comune di tutte le parrocchie.

Rigore, trasparenza e cura delle comunità: perché il realismo pastorale dei sacerdoti sposati è la vera garanzia per la Chiesa

La cattedrale di Rabat

La recente notizia diffusa da RaiNews riguardo alla decisione di Papa Leone XIV di nominare un Amministratore Apostolico per la arcidiocesi di Rabat, a seguito delle indagini e delle accuse che hanno coinvolto il Cardinale Cristóbal López Romero, evidenzia ancora una volta la ferma volontà della Santa Sede di perseguire la massima trasparenza e la chiarezza istituzionale. Quando la guida di una diocesi viene scossa o commissariata, il prezzo più alto viene pagato dai fedeli e dalle comunità locali, che rischiano di smarrire i propri punti di riferimento e di vivere momenti di smarrimento e sofferenza pastorale.

Di fronte a queste situazioni critiche, emerge con sempre maggiore evidenza la necessità di basare la vita ecclesiale su relazioni stabili, verificate e trasparenti, superando le fragilità che spesso nascono nell’isolamento.

La trasparenza di un percorso canonico e familiare lineare

La vicenda di Rabat dimostra quanto sia fondamentale per il futuro della Chiesa poter contare su pastori la cui vita sia caratterizzata dalla massima chiarezza e da una solida maturità affettiva ed ecclesiale. In questo contesto, l’esperienza dei sacerdoti sposati che hanno seguito un regolare percorso canonico rappresenta una testimonianza di trasparenza e affidabilità:

  • Linearità e fedeltà alla Chiesa: I presbiteri coniugati non hanno agito nell’ombra o nella clandestinità; hanno affrontato le procedure canoniche con obbedienza, Trasparenza e rispetto delle decisioni dell’autorità ecclesiastica, mantenendo intatta la propria vocazione al servizio.

  • Stabilità e maturità relazionale: La vita familiare vissuta alla luce del sole, con le sue responsabilità quotidiane e la sua dimensione pubblica, offre una garanzia naturale di equilibrio e di rendicontazione umana, azzerando i rischi legati all’isolamento o a doppi binari esistenziali.

Una risorsa d’eccellenza per la stabilità delle parrocchie

Per evitare che le crisi di governo o i vuoti di guida pastorale lascino le comunità senza Sacramenti, la riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati si conferma la scelta di realismo pastorale più urgente e matura.

I presbiteri del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  • Custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università;

  • Sono pronti ad affiancare i Vescovi e gli Amministratori Apostolici per garantire la continuità della celebrazione dei Sacramenti, la trasparenza amministrativa e la cura delle anime.

Chiedere a Papa Leone XIV un decreto canonico di riammissibilità significa investire su un clero maturo, trasparente e radicato, capace di custodire il bene comune dei fedeli e di restituire serenità e fiducia alle parrocchie.

Le città e le case aperte nell’intenzione di preghiera di Papa Leone XIV: l’accoglienza parte dalle famiglie dei sacerdoti sposati

Il Papa agli Atenei cattolici: in un'epoca di canti delle ...

L’intenzione di preghiera affidata da Papa Leone XIV per questo mese di agosto 2026, diffusa attraverso Vatican News, rivolge uno sguardo accorato al volto delle nostre città e delle nostre comunità. Il Santo Padre invita i fedeli di tutto il mondo a pregare affinché i contesti urbani e i luoghi abitati non si trasformino in deserto di relazioni o in burocrazie spersonalizzanti, ma diventino “case aperte e accoglienti”, capaci di ascolto, fraternità e cura verso ogni fragilità.

Questa sollecitazione spirituale del Pontefice tocca da vicino il tessuto vivo delle nostre parrocchie e si sposa perfettamente con l’esperienza pastorale e umana vissuta dalle famiglie dei sacerdoti sposati.

La parrocchia come casa: superare l’isolamento con il realismo pastorale

Perché le città e le parrocchie possano diventare autentici luoghi di accoglienza, occorre prima di tutto curare la solitudine di chi quelle comunità è chiamato a guidarle. Un clero isolato, schiacciato dal sovraccarico di lavoro e dalla gestione burocratica delle strutture, fatica a trasformare la parrocchia in una “casa dai portoni aperti”:

  • L’ospitalità della casa presbiterale: La famiglia del sacerdote sposato rappresenta un modello naturale di accoglienza. La casa di un presbitero coniugato è una “chiesa domestica” dove chiunque cerca ascolto, conforto o preghiera trova una porta spalancata e un ambiente familiare pronto ad accogliere.

  • La prossimità alle ferite della società: Vivere la quotidianità delle relazioni familiari, dell’educazione dei figli e delle dinamiche sociali permette ai sacerdoti sposati di comprendere a fondo le fatiche delle famiglie moderne, trasformando le parrocchie in luoghi di concreta empatia e vicinanza.

L’appello a Papa Leone XIV: integrare i preti sposati per comunità più accoglienti

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati si unisce con filialità all’intenzione di preghiera del Papa, indicando nel realismo pastorale la via concreta per tradurre questo auspicio in realtà ecclesiale.

I sacerdoti sposati — presbiteri provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie — rinnovano la propria completa disponibilità al Papa e ai Vescovi. Un decreto canonico di riammissione al ministero attivo permetterebbe a questi pastori di affiancare il clero celibatario, riaprire le parrocchie chiuse e rendere davvero ogni comunità una “casa aperta”. Garantire la presenza dei Sacramenti e la cura delle anime è il primo e più fondamentale atto di accoglienza che la Chiesa possa offrire alle nostre città.

Strage di Bologna, 46 anni dopo: Molteni ammette la “matrice neofascista”, ma Meloni manda solo un sottosegretario

Strage di Bologna, 46 anni dopo: Molteni ammette la “matrice neofascista”, ma Meloni manda solo un sottosegretario

Nel cortile di Palazzo d’Accursio, alle 10.25 di una mattina d’agosto che ha ancora il peso di quel tragico 1980, l’Italia si ritrova di nuovo divisa tra chi la memoria la difende scendendo in piazza e chi, dai palazzi del potere romano, preferisce sfilarsi. Per questo 46° anniversario della strage di Bologna, l’esecutivo ha scelto la strada del profilo basso, senza inviare neanche un ministro. Dopo le scintille dello scorso anno per la presenza di Anna Maria Bernini e il cronico imbarazzo della destra al governo nel pronunciare la parola “fascista”, a rappresentare le istituzioni c’era soltanto il sottosegretario all’Interno, Nicola Molteni. Eppure, proprio dal rappresentante della Lega sono arrivate parole che sanno di atto dovuto davanti alla realtà dei fatti: “Un attentato terroristico di matrice neofascista ha squarciato la vita di tante persone”, ha riconosciuto Molteni nel cortile del Comune, ricordando che il 2 agosto “è una data che appartiene all’Italia intera”. Una dichiarazione importante, certo, ma che non basta a coprire il vuoto politico dell’aula di governo.

Il coraggio delle parole e il peso delle sentenze
Che la strage di Bologna fosse un massacro eversivo di matrice neofascista non è una tesi politica, né un’opinione di parte ma una verità scolpita in diciassette sentenze della Repubblica. È il tracciato giudiziario che ha ricucito la catena di comando dagli esecutori dei NAR fino ai mandanti, svelando le complicità e le coperture di apparati deviati dello Stato. Lo ha ribadito con forza il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando come “la strategia neofascista del terrore pretendeva di distruggere i valori di libertà e democrazia”. E lo ha confermato Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, che dall’alto del palco della stazione e prima ancora nei chiostri comunali non ha risparmiato stoccate al potere politico: “Ci aspettiamo che la Presidente del Consiglio abbia il coraggio di tagliare con il passato. Spero riesca a sbloccare questa parola a livello verbale. Non lo diciamo noi che è una strage fascista: lo dicono i tribunali”.
Lambertini ha poi espresso la forte delusione dell’Associazione per i recenti lavori della Commissione Antimafia, denunciando il rischio di una “rinuncia ad approfondire” piste storiche ed eversive ancora oscure, come il ruolo di Stefano Delle Chiaie, e puntando il dito contro i ricorrenti tentativi di revisionismo che tentano di “normalizzare” figure della galassia stragista come Gilberto Cavallini.

La risposta di una comunità
Mentre il Palazzo sfila a ranghi ridotti o preferisce evitare la piazza, Bologna risponde nel frattempo nell’unico modo che conosce dal 2 agosto 1980: con la partecipazione di massa. Guidato dal sindaco Matteo Lepore, scortato e sommerso dagli applausi e dai cori di sostegno dei cittadini lungo via Indipendenza, dopo le pesanti minacce ricevute nei giorni scorsi per le vicende legate alla morte di Abderrahim Fakir, il corteo ha attraversato via Indipendenza fino al piazzale della stazione.

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Al suo fianco hanno sfilato le massime istituzioni territoriali e politiche: il neopresidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e la segretaria del PD Elly Schlein, perentoria nel ribadire che “non consentiremo a nessuno di riscrivere la storia” e nel richiamare il Governo alla piena attuazione della legge sulle vittime.

Una piazza viva, plurale e persino attraversata da anime diverse, compresi i familiari di Fakir e gli spezzoni di protesta sociale, che ha dimostrato come la memoria del 2 agosto sia un corpo collettivo capace di accogliere le istanze di giustizia del presente senza smarrire il proprio baricentro storico. Nel piazzale della stazione, davanti alla crepa della sala d’aspetto e all’orologio fermo alle 10.25, Bologna ha riaffermato che il filo che lega le vittime di allora alla cittadinanza di oggi non si spezza davanti all’assenza dei ministri né di fronte ai tentativi di sminuire le verità processuali.

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Nella Chiesa Greco-Cattolica Ucraina il “padre prete” è sposo e papà: la lezione d’oriente che indica la via al realismo pastorale

ucraina-prete

La riflessione offerta da SettimanaNews sulla figura del sacerdote nella Chiesa Greco-Cattolica Ucraina mette in luce una realtà che per l’Oriente cristiano è la norma da secoli: il “padre prete” è, nella stragrande maggioranza dei casi, un uomo sposato, un padre di famiglia ben inserito nel tessuto sociale ed umano della propria comunità.

In un momento in cui le diocesi d’Occidente affrontano l’invecchiamento del clero, la solitudine dei presbiteri e l’affanno di parrocchie sempre più ampie, lo sguardo verso la tradizione greco-cattolica non rappresenta un’esotica eccezione, ma una testimonianza viva di come il ministero ordinato e la vita familiare possano integrarsi con reciproco arricchimento.

La stabilità della famiglia al servizio del Popolo di Dio

Come sottolinea l’approfondimento di SettimanaNews, il prete sposato ucraino vive un’esperienza di prossimità unica con i propri fedeli. Condividere le sfide quotidiane della gestione di una casa, dell’educazione dei figli e delle preoccupazioni economiche non depotenzia la sua autorevolezza spirituale, ma la rende carne della carne del suo popolo.

Per la Chiesa di rito latino, l’esempio orientale offre spunti fondamentali:

  • Superamento del dualismo: Dimostra nei fatti che la stabilità affettiva e la maturità relazionale della vita familiare non sono un ostacolo alla cura delle anime, ma un argine naturale contro l’isolamento e il burnout.

  • Aperta comunione con Roma: Ricorda a tutti che la tradizione del clero coniugato è pienamente cattolica e in perfetta comunione con il Papa.

Un modello già pronto per la riammissione dei sacerdoti sposati

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie questa testimonianza come un forte segno di speranza per la Chiesa di rito latino. Non vi è bisogno di inventare formule astratte: nel tessuto delle nostre diocesi d’Europa esistono già presbiteri con una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie, che vivono l’esperienza della stabilità familiare.

Un decreto canonico di Papa Leone XIV che consenta agli Ordinari diocesani di riammettere al ministero attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano rappresenterebbe la scelta di realismo pastorale più matura ed efficace. Valorizzare questo “modello orientale” anche in Occidente permetterebbe di affiancare il clero celibatario, riaprire le parrocchie al culto e custodire la cura delle anime per il bene comune di tutti i fedeli.

La crisi della Chiesa e quel prete «ignorante» che chiedeva d’«importunare» Dio

La casa del Curato d'Ars ad Ars-sur-Formans, Alvernia-Rodano-Alpi, Francia

Alla luce dell’evidente distanziamento fra l’Occidente e la fede cristiana, ci si può ragionevolmente domandare se non abbia una motivazione anche nel modo in cui, negli ultimi decenni, i sacerdoti interpretano il loro ruolo e se questo non abbia condotto a una crisi di credibilità. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica il problema è noto fin dalla prima metà del secolo scorso e ha attraversato il Concilio Vaticano II.

Senza mezzi termini, nel 1995, Giovanni Paolo II ha individuato la causa nella carenza di santità. Indicendo la Giornata mondiale per la santificazione sacerdotale ha auspicato una maggiore adesione a Cristo da parte di tutti i preti. Pio XI, del resto, già nel 1929 aveva pensato di dare come patrono ai parroci di tutto il mondo uno spirituale e un mistico come Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars.

Sulla stessa linea, nel 1959, Giovanni XXIII ha scelto il 4 agosto, centenario della morte di Vianney, per promulgare un’enciclica sul ministero sacerdotale e sempre il 4 agosto, cinquant’anni dopo, Benedetto XVI ha indetto l’Anno sacerdotale per «promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti». Una sottolineatura che, collegata al santo francese e alla stessa figura di Ratzinger, generò critiche da parte di chi vedeva in Vianney un modello di Chiesa troppo tradizionalista. Anche quest’anno, però, nel consueto messaggio ai sacerdoti, svincolando i concetti di santità e spiritualità dalla questione del tradizionalismo, Leone XIV ha citato Vianney è ha aggiunto: «Il mondo ha un grande bisogno di sacerdoti che diffondano il buon profumo della santità».

Insomma, fuori dalle polemiche, che rischiano di diventare fuorvianti, c’è forse da chiedersi che cosa abbia spinto i papi negli ultimi cento anni a indicare, con insistenza, un singolare sacerdote come il Curato d’Ars quale esempio di vita, di santità e di missione sacerdotale. L’occasione per avviare una prima riflessione su questo tema certamente complesso la fornisce il ritorno in libreria di un libro del 1975, Importunate il buon Dio. Pensieri e discorsi del Curato d’Ars, edito da Città Nuova (pagine 132), che si avvale di un ampio profilo biografico firmato dal biblista Gérard Rossé, introduzione efficace anche al nostro argomento.

È utile, a questo riguardo, considerare alcune date. Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, nei pressi di Lione. Tre anni dopo esplode la rivoluzione del 1789. Le scuole vengono chiuse e riapriranno solo nel 1803. Per lui che, figlio di contadini, ha sempre lavorato nei campi, cominciare a studiare a 17 anni risulta ostico, nonostante il desiderio di imparare. Durante la repressione giacobina ha maturato una fede rocciosa. È stato battezzato in un fienile da uno dei rari preti rimasti, che riesce a celebrare in piena notte, aggirando l’incubo della delazione e della morte certa. Sono le motivazioni di questo sacerdote coraggioso a far nascere in lui il desiderio di diventare prete. Qualche anno dopo un altro prete, Charles Balley, comprendendone la vocazione purissima, lo aiuterà a studiare preparandolo al sacerdozio, fra le critiche del clero locale che lo considera «irrecuperabile» alla cultura. Si dice che sia stato ordinato «per pietà». Aveva 29 anni, sapeva di essere ignorante e ancora molti anni dopo, trovandosi con altri preti si sentiva «l’idiota del villaggio». Considerato incompetente, non gli fu concessa subito la facoltà di confessare, ma trent’anni dopo davanti al suo confessionale c’è una fila che stupisce il mondo. Confessa 12 o 16 ore al giorno e ogni penitente sa che per il suo turno dovrà attendere almeno una settimana. Non ha più tempo di preparare prediche e catechesi, ma riempie la chiesa parlando di amore per l’Eucarestia e di mistica pura. Quando arriva ad Ars non è che una frazione di 200 anime e lui si sente totalmente inadatto. Con fatica, la sua sete di accompagnare le persone all’incontro con l’amore di Dio fa di quelle poche case, nella Francia post-giacobina, attraversata da nuovi venti di guerra, un riferimento internazionale, che oggi accoglie 450 mila pellegrini l’anno.

Tempi che tornano? Forse. Ma l’appello nella cristianità a coniugare diversamente azione e contemplazione è forte e chiaro.

rsi.ch

Per una fraternità che rigenera la Chiesa: Lettera Aperta ai Vescovi d’Italia per perorare presso Papa Leone XIV la riammissibilità dei sacerdoti sposati

A Vostre Eccellenze Reverendissime, I Vescovi e Arcivescovi delle Diocesi d’Italia,

Vi scriviamo con filiale rispetto e profonda sollecitudine per il bene della Chiesa che è in Italia, guidati dal desiderio condiviso di servire il Popolo di Dio e di custodire la vitalità spirituale e sacramentale delle nostre comunità.

Le sfide che ogni giorno Vi trovate ad affrontare come Pastori sono sotto gli occhi di tutti: l’incalzante spopolamento vocazionale, l’invecchiamento del clero, la dolorosa necessità di accorpare le comunità parrocchiali e il peso sempre più gravoso di adempimenti giuridici e amministrativi che gravano sulle spalle dei pochi presbiteri in servizio. Come ricordato di recente dal Cardinale Matteo Zuppi in vista del raduno del clero convocato per il prossimo 12 dicembre 2026, non si possono nascondere «le fatiche, la solitudine, lo scoraggiamento e il peso di responsabilità crescenti» che portano molti parroci alla soglia del logoramento e del burnout.

Di fronte a questa realtà, siamo convinti che lo Spirito Santo chieda alla nostra Chiesa un atto di coraggio e di profondo realismo pastorale.

Una risposta matura e immediata già presente nei nostri territori

Desideriamo sottoporre al Vostro discernimento e al Vostro cuore paterno la disponibilità matura e trasparente di una comunità di presbiteri già presente nelle Vostre diocesi: i sacerdoti sposati.

Non Vi offriamo un’ipotesi teorica o una soluzione a lungo termine, ma una risorsa d’eccellenza immediatamente operativa:

  • Formazione e competenza: I presbiteri coniugati custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti con merito presso le Pontificie Università.

  • Stabilità e vicinanza: L’unione tra la grazia indelebile del Sacramenta dell’Ordine e l’esperienza della vita familiare conferisce a questi sacerdoti un’equilibrata maturità umana, relazionale e sociale, capace di intercettare da vicino i bisogni e le ferite delle famiglie d’oggi.

  • Volontà di servizio: Essi non chiedono di stravolgere la disciplina ecclesiale, ma desiderano unicamente mettersi a completa disposizione dei Vescovi e della Chiesa per riaprire le parrocchie destinate al silenzio e celebrare i Sacramenti.

Sostenere il clero celibatario per la cura delle anime

La riammissione dei sacerdoti sposati non nasce in contrapposizione al celibato consacrato, ma come un’opportunità per custodirlo ed elevarlo. L’affiancamento del sacerdote coniugato al confratello celibe rappresenta un antidoto potente all’isolamento presbiterale: permette di condividere il carico della rappresentanza legale e della gestione materiale delle parrocchie, restituendo al clero celibatario il tempo e il respiro interiore per essere anzitutto pastori di anime.

Le case dei sacerdoti sposati possono diventare autentiche “oasi di fraternità”, luoghi di accoglienza e di condivisione per ogni presbitero che vive momenti di prova o di solitudine.

L’appello: farsi voce presso Papa Leone XIV

Alla luce di questo scenario e della costante ricerca di vie di rinnovamento pastorale, rivolgiamo a tutti Voi, Vescovi d’Italia, un accorato appello affinché Vi facciate interpreti e promotori di questa causa presso il Santo Padre Papa Leone XIV.

Vi chiediamo di perorare presso la Sede Apostolica l’emanazione di un decreto canonico straordinario di riammissibilità al ministero attivo per i sacerdoti sposati che ne facciano formale richiesta.

Permettere che operai già formati ed entusiasti tornino a servire nella Vigna del Signore è la decisione più trasparente ed evangelica per evitare la chiusura delle parrocchie, tutelare la salute e la dignità dei Vostri sacerdoti, operare per il bene comune dei fedeli e garantire la continuità della cura delle anime nel nostro Paese.

Certi del Vostro paterno ascolto e della Vostra preghiera, confermiamo la nostra piena ed obbediente disponibilità a servire la Chiesa.

Con i sensi della più alta stima e comunione in Cristo,

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati

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