A San Pietro “Sounds of Loss”, 1.096 suoni per ricordare le vittime di ogni guerra

La Basilica di San Pietro

Il 21 settembre, nella Giornata internazionale della Pace, nell’atrio della Basilica verrà presentata l’installazione sonora del regista tedesco Philip Gröning: oltre mille suoni registrati individualmente, trasmessi a intervalli irregolari nell’arco di 49 ore, ognuno a rappresentare una persona uccisa nei conflitti

Vatican News

In occasione della Giornata internazionale della pace delle Nazioni Unite di lunedì 21 settembre, l’atrio della Basilica di San Pietro ospiterà Sounds of Loss. L’installazione sonora, ideata dal regista tedesco Philip Gröning, intende richiamare l’attenzione sulle vite umane perdute nelle guerre attraverso una serie di suoni irregolari, come ticchettii e colpi. L’iniziativa è sostenuta dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dal Dicastero per la Comunicazione e dalla Società per la Conservazione della Basilica di San Pietro. L’installazione è composta da 1.096 suoni registrati individualmente, trasmessi a intervalli irregolari nell’arco di 49 ore. Secondo il progetto, ogni suono rappresenta una persona uccisa in guerra durante tale periodo. In base alle statistiche del 2026 citate dal progetto, un suono viene riprodotto in media ogni 2.62 minuti.

Invito ad assumersi le proprie responsabilità

Il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha accolto con favore l’iniziativa, definendo Gröning “un vero maestro del silenzio”. “In questo progetto, egli semina il terreno fertile del silenzio con brevi esplosioni di suono che servono a richiamare la nostra attenzione sulla tragedia quotidiana della perdita di vite umane nelle guerre che imperversano nel mondo”, afferma il porporato. Che descrive il progetto come “un invito alla responsabilità”, esortando le persone ad “ascoltare il grido” delle vittime di violenza e aggressione e a “non cedere mai all’autocompiacimento e alla distrazione”.

Da parte sua, il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente del Fabric of St Peter’s, sottolinea che accogliere Sounds of Loss significa offrire “uno spazio di ascolto e riflessione sulle vittime dei conflitti”. L’installazione, aggiunge, “ci ricorda il valore di ogni vita umana e la nostra responsabilità condivisa di costruire percorsi di pace”.

Ricordare le vite dietro le statistiche

Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione, esprime gratitudine a Gröning per aver ideato un progetto capace di “risvegliarci dal nostro torpore di fronte alla guerra”. “Mille suoni, nell’arco di 49 ore, ci ricorderanno tante vite che si sono spente, occhi che si chiudono, cuori che cessano di battere”, dice Ruffini, riflettendo su come le storie umane che si celano dietro la guerra possano essere oscurate dal frastuono della vita quotidiana. “Ogni battito, una storia non raccontata, un volto, un nome, una voce messa a tacere, un sorriso troncato”.

Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione richiama inoltre l’invito di Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, a pensare ai volti e alle voci di coloro che sono stati colpiti dalla guerra: “Proviamo ad ascoltarli e a lasciarci cambiare”.

Un’opera costruita con il suono

L’artista Gröning spiega di aver iniziato a lavorare a Sounds of Loss nell’inverno del 2026, dopo aver riflettuto sul numero di persone che ogni giorno perdono la vita in guerra. “Ho pensato che fosse giunto il momento di riportare alla nostra attenzione il fatto che le guerre uccidono esseri umani ogni 2,6 minuti”. Il progetto è stato concepito come una risposta artistica a qualcosa che spesso è difficile da comprendere solo attraverso le statistiche. “Le immagini sono effimere”, sottolinea il regista. “La ripetizione e il suono, invece, possono essere più persistenti”.

Nell’arco di tre mesi, il progetto ha registrato oltre 24 mila campioni di rumori di clic, colpi e urti. I suoni provenivano da 50 categorie diverse, tra cui interruttori della luce, vecchi telegrafisti, orologi, serrature, scatole di cartone e matite sui tavoli. Queste registrazioni sono state poi assemblate in un totale di 49 ore, comprendenti 1.096 suoni. Gröning si è detto grato per il sostegno del Vaticano e ha auspicato la prosecuzione di Sounds of Loss fino al 2031.

Suoni irregolari in tutto il mondo

I clic sono volutamente irregolari, a volte compaiono in gruppi e altre volte lasciano spazio al silenzio. Anche il loro volume varia, con alcuni suoni deboli e altri molto più forti. Secondo l’idea di base del progetto, queste variazioni intendono riflettere la disuguale attenzione spesso riservata alle vittime di guerra in base a fattori culturali, religiosi o razziali. Tutto è concepito per coprire l’intera giornata del 21 settembre, in qualsiasi fuso orario, iniziando a Kiribati e concludendosi sull’isola di Baker.

Anche altri luoghi di culto sostengono l’iniziativa, tra cui la cattedrale di St John the Divine a New York e la cattedrale di Santa Maria Matricolare a Verona. Il sito web di Vatican News offrirà un collegamento online in diretta con Piazza San Pietro, abbinato alla trasmissione audio Sounds of Loss , nei giorni 20 e 21 settembre.

Elezioni in Russia, candidata dei Verdi scompare prima del voto. Putin: «Gli europei non vogliono la guerra»

Elezioni in Russia, candidata dei Verdi scompare prima del voto. Putin: «Gli europei non vogliono la guerra»

Le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato russa si aprono tra tensioni politiche e il caso della candidata dei Verdi Yulia Kuznetsova, che era risultata irreperibile alla vigilia dell’apertura dei seggi. La candidata, impegnata nella circoscrizione Babushkinsky di Mosca con posizioni contrarie alla guerra in Ucraina, aveva partecipato a un incontro con i sostenitori a Sokolniki il 17 settembre. Poi, mentre tornava a casa in taxi con il marito, aveva smesso di rispondere al telefono. La sua scomparsa era stata denunciata dall’organizzazione Slovo Zashchite e dal suo entourage, mentre alcune fonti ipotizzavano un possibile fermo da parte della polizia. Anche il telefono del marito era risultato irraggiungibile.

Il caso
La vicenda si è intrecciata con un altro episodio denunciato dalla campagna elettorale: alcuni osservatori indicati da Kuznetsova erano stati allontanati dai seggi sulla base di documenti che la candidata aveva contestato, sostenendo che uno di essi fosse falso. Kuznetsova, che in passato aveva collaborato alla campagna di Boris Nadezhdin e si era candidata alla Duma di Mosca nel 2024, correva per la Duma di Stato nel collegio uninominale Babushkinsky. La candidata è poi ricomparsa il 18 settembre, comunicando attraverso un video di stare bene e spiegando che lei e il marito avevano avuto una «conversazione difficile» dopo la quale aveva avuto bisogno di sostegno psicologico e assistenza medica.

Le elezioni
Il caso arriva mentre in Russia sono iniziate le elezioni parlamentari, distribuite su tre giorni, dal 18 al 20 settembre. Il voto riguarda il rinnovo della Duma di Stato e si svolge anche a livello regionale e municipale. Secondo i dati ufficiali citati nelle fonti, gli elettori sono oltre 111 milioni. Il presidente Vladimir Putin ha votato online. Nel giorno di apertura delle urne Putin ha inoltre collegato il voto russo alla situazione internazionale, sostenendo che gli elettori europei avrebbero espresso nelle loro elezioni la volontà di evitare una guerra con la Russia. Il presidente russo ha accusato i leader europei di non ascoltare i propri cittadini e di contribuire all’escalation del conflitto in Ucraina. Si tratta della posizione espressa da Putin, che inserisce le elezioni europee nel confronto politico sulla guerra. Al termine del primo dei tre giorni di elezioni, l’affluenza alle urne per il rinnovo della Duma di Stato russa si è attestata al 25,30%.

È morto Sandro Mazzola: figlio di Valentino, icona dell’Inter, uno dei più grandi azzurri di sempre

Addio a Sandro Mazzola, leggenda dell'Inter e dell'Italia

Adnkronos) – Addio a Sandro Mazzola, bandiera dell’Inter e della Nazionale. Ad annunciarlo il club neroazzurro sul sito ufficiale. “FC Internazionale Milano, il suo presidente Giuseppe Marotta, il vicepresidente Javier Zanetti, l’allenatore Cristian Chivu e il suo staff, i calciatori e tutto il mondo Inter si uniscono con profonda commozione al cordoglio per la scomparsa di Sandro Mazzola, leggenda nerazzurra e del calcio mondiale e, nel ricordarlo, abbracciano i suoi familiari”, si legge in una lunga nota, nella quale viene ripercorsa la storia del campione che avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 novembre.

“La voglia di ricordare si mischia con il pudore: quanto è difficile trovare le parole migliori per salutare chi ha scritto la storia, l’ha scritta per davvero, in maniera indelebile e senza precedenti? E poi si fa fatica, attanagliati da una malinconia che è già presente e che non ci lascerà, perché ci sembra di vederlo ancora qui, tra la sede ed Appiano, a ricordare di Puskas, di Herrera, di Suarez e Corso, un aneddoto dietro l’altro subito da mischiare con l’attualità, la voglia di Inter accesa negli occhi, di parlare di Lautaro e della nostra Inter, quella di adesso, quella di sempre”.

“Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell’Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia”.

“Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno. Da costruire senza un papà, perso nella strage di Superga, quella del Grande Torino. Aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni, Alessandro, per tutti Sandro, Sandrino. Vedeva le facce distrutte della gente che lo abbracciava e gli passava le mani sulla testa e si domandava cosa stesse succedendo. Quello che fu Valentino, Sandro lo conobbe nell’epica tramandata giorno per giorno. La iniziò a coltivare all’oratorio San Lorenzo a Milano, in Porta Ticinese, in partite a tutto campo contro Adriano Celentano.

Non l’unico interista che segnò la sua crescita: Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Meazza lo crebbe tecnicamente, insegnandogli tutti i segreti. Lorenzi si presentò a casa di Sandro, a Cassano d’Adda, con scarpe e pallone. A 8 anni Mazzola e il fratello erano di fatto le mascotte dell’Inter: tra campo, spogliatoi e stadio, una formazione nerazzurra totale”.

“Bruciare le tappe, diventare grande per necessità. Sandrino lo ha fatto in fretta, anche grazie agli eventi. Lui, classe ’42, fu proiettato in campo in Prima Squadra nella famigerata ripetizione di Juventus-Inter, 10 giugno 1961, a Torino. Dall’interrogazione a scuola al viaggio nel capoluogo piemontese, dove Moratti ed Herrera schierarono la Primavera. Finì 9-1, per l’Inter segnò un ragazzo magro e bravo nel tocco: Sandro Mazzola. Aveva 18 anni”.

“Herrera riuscì a costruirgli addosso il ruolo giusto, per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la Grande Inter. La consacrazione? Prestissimo, santificata dai mostri sacri del calcio mondiale. Prater di Vienna, finale di Coppa dei Campioni, 1964. All’ingresso in campo fu Suarez a spingere Mazzola in campo: Sandro era rimasto ad ammirare i suoi idoli fuori dagli spogliatoi, Di Stefano, Puskas e gli altri campioni del Real Madrid. In campo, poi, due gol. Doppietta in finale di Coppa dei Campioni, il primo trionfo europeo dell’Inter, un trionfo senza precedenti con le firme di Mazzola e i complimenti di Puskas: ‘Sei degno di tuo papà Valentino”’ gli disse il fortissimo ungherese, regalandogli la maglia”.

Il sito dell’Inter passa quindi in rassegna i successi ottenuti da Mazzola. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A (nel 1965 con 17 gol) e in Coppa dei campioni (7 gol nel 1964). Secondo nel Pallone d’Oro 1971 dietro a Johan Cruyff.

“La Grande Inter di Angelo Moratti, di Helenio Herrera, di Sarti, Burgnich, Facchetti. Mazzola lì, tra centrocampo e attacco, a disegnare traiettorie e segnare gol. Notti europee, pomeriggi al Meazza. Reti pesantissime e indimenticabili. Il suo marchio contro l’Independiente nella Coppa Intercontinentale, la rimonta con il Liverpool griffata e festeggiata con ‘When the Saints Go Marching In’ sparata negli altoparlanti di San Siro. Ancora: il gol nel derby dopo 13 secondi, il gol in Inter-Lazio nel 1966 che regala la prima Stella. Fino al 1977”. In mezzo, l’Europeo con l’Italia nel 1968, i Mondiali in Messico del 1970, con la semifinale con la Germania vinta dagli Azzurri 4-3 e rimasta nella storia, la staffetta con Rivera nella finale persa poi con il Brasile.

17 stagioni, 565 partite ufficiali, 158 gol. “Un legame con l’Inter mai chiuso, con la carriera da dirigente e poi da direttore sportivo. Anche dietro alla scrivania, intuizioni uniche. Platini e Falcao, poi sfumati. Zenga, riportato a Milano dalla Sambenedettese. E, soprattutto, Ronaldo. Il Fenomeno, arrivato dopo il pressing di Moratti e Mazzola, appunto. Quando R9 fu presentato nella sede nerazzurra, accanto aveva Luis Suarez e Sandro Mazzola”.

“Le sue visite in sede all’Inter sono continuate anche negli ultimi anni, lui che è nella Hall of Fame del Club, ha sempre raccontato del legame unico e indissolubile con i colori nerazzurri. Lo ha fatto anche raccontandolo a Lautaro e compagni, in una recente visita ad Appiano Gentile. Dove si sentiva a casa, dove ricordava i ritiri con Herrera, tra aneddoti meravigliosi e spassosi”.

“L’affetto dei tifosi nerazzurri l’ha sentito dal vivo anche a maggio 2024, nel giorno della celebrazione della seconda Stella: lui –con Bedin e Cappellini– in campo, celebrati per quella prima Stella arrivata 58 anni prima. Brillava in campo, brilla anche ora, la stella del baffo. Che, come spesso ha raccontato, aveva un solo, ultimo, desiderio: ‘Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1’.Lo faremo, Sandro”, conclude la lunga nota dell’Inter.

Cresce ancora la tensione tra Russia e l’Europa, in un’escalation che si fa di giorno in giorno più pericolosa

Un drone militare ritrovato sulla spiaggia di Rusinowo, in Polonia, il 14 settembre

Un drone militare ritrovato sulla spiaggia di Rusinowo, in Polonia, il 14 settembre
da Avvenire
Cresce ancora la tensione tra Russia e l’Europa, in un’escalation che si fa di giorno in giorno più pericolosa. Con l’allerta sempre più elevata nei cieli soprattutto di Polonia e Paesi baltici, ma anche un crescendo di minacce da parte del Cremlino. Dopo quelle alla Polonia di un annientamento «in due o tre giorni» in caso di attacco alla Russia, oggi sono arrivate parole durissime contro la Gran Bretagna. La cui incaricata d’affari a Mosca Danae Dholakia è stata convocata dal ministero degli Esteri russo per il forte incremento di forniture di armamenti da parte di Londra a Kiev, tra cui missili a lunga gittata. Secondo Mosca con queste forniture il Regno Unito, si legge in un comunicato, «si rende complice delle sanguinose atrocità del regime di Kiev, che possono essere definite solo come terrorismo e crimini di guerra». Ed ecco la minaccia: «È stato confermato – si legge ancora nel comunicato – che qualsiasi installazione militare britannica in Ucraina utilizzata per attacchi sul territorio russo costituisce un obiettivo legittimo». Per questo Mosca si riserva il «diritto ad azioni di rappresaglia» per autodifesa. Intanto ieri la Danimarca, dopo il gravissimo incidente di un suo elicottero sfiorato pochi giorni fa da un bengala sparato da un fregata russa nel Baltico, ha annunciato l’accelerazione dell’invio di un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev del valore di 240 milioni di euro. «Se i russi pensano di poterci innervosire – ha dichiarato il ministro della Difesa di Copenaghen Jeppe Buus – la nostra risposta è di mandare aiuti all’Ucraina ancora più in fretta del previsto».
Un chiaro allarme ha lanciato il presidente francese Emmanuel Macron. «Nelle ultime settimane – ha affermato – la minaccia, in particolare quella ibrida russa, che devono affrontare gli europei e la Francia si è intensificata», con l’intento di «intimidirci e di spezzare il nostro sforzo di sostegno agli ucraini. Il risultato sarà l’opposto. Non ci lasciamo intimidire». Anzi la minaccia russa «non resterà senza risposta». Il presidente ha annunciato un «piano per proteggere le nostre infrastrutture critiche». Parole che collimano i con quelle del premier polacco Donald Tusk. Il quale due giorni fa, citando fonti d’intelligence, ha parlato dell’intenzione di Mosca di lanciare attacchi «ibridi» con droni e missili contro Paesi Nato che sostengono l’Ucraina. «Questi possibili attacchi – ha dichiarato – saranno presentati come “incidenti”» per impedire che scatti l’articolo 5 dell’Alleanza che obbliga tutti gli alleati a portare supporto militare a uno di loro sotto attacco. E, rispondendo alle minacce di Mosca, Tusk è stato categorico: «Se qualcuno oserà attaccarci, dovrà affrontare una risposta risoluta da parte nostra e dei nostri alleati». Tusk, a sfidare i bombardamenti russi, ieri era nella piccola località sciistica di Bukovel, 200 chilometri a sud di Lviv, nel sud-ovest dell’Ucraina, per partecipare alla riunione per un coordinamento regionale “Carpathians 8” indetta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, cui hanno partecipato anche i leader di Romania e Serbia più alti esponenti di Austria e Repubblica Ceca.
L’allerta nei cieli soprattutto nell’Europa orientale resta altissima. Oggi si sono nuovamente alzati in volo caccia dell’aviazione polacca in seguito a bombardamenti da parte di droni russi nelle a ridosso della frontiera, per il timore di sconfinamenti. Giovedì sera due caccia italiani hanno “accompagnato” un jet militare russo fuori dallo spazio aereo lituano. Solo pochi giorni fa ancora velivoli della nostra Aviazione militare hanno abbattuto un drone, sempre nello spazio aereo lituano, ritenuto di origine russa. Il Paese baltico si prepara al peggio: secondo vari media, Vilnius ha predisposto un piano di evacuazione della capitale verso la Polonia in caso di minaccia militare. Sullo sfondo, le grandi incertezze sull’atteggiamento di Washington, che lancia agli alleati Nato messaggi contraddittori. Da un lato, l’emittente Nbc parla di piani del Pentagono per il possibile ritiro di 25mila soldati dall’Europa, un terzo del contingente Usa. Al tempo stesso, però, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato l’invio di nuove truppe Usa in Lituania «tra non molto», mentre alcuni giorni fa lo stesso presidente Donald Trump ha parlato di una base militare permanente in Polonia.
Il Cremlino, del resto, non può che compiacersi di altri “scricchiolii” nell’Alleanza: il premier di Bratislava Robert Fico ha detto che «non permetterà che la Slovacchia sia trascinata in guerra» per via dell’articolo 5. Intanto Mosca intensifica sempre più i bombardamenti. Utilizzando ora, altre ai pericolosissime droni con motori a reazione, anche i missili RM48U da addestramento riadattati, stando a vari media. Il ministro della Difesa di Mosca ha annunciato che le forze armate russe hanno colpito due navi cargo e una petroliera nei porti ucraini di Pivdenny e Odessa e nel Mar Nero, sostenendo che portassero armi. Anche l’Ucraina, però continua a colpire. Secondo il ministero della Difesa di Mosca Kiev ha lanciato 629 droni contro la Russia, la Crimea, nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. Colpita da droni ucraini sarebbe anche una centrale nucleare a Kursk, senza gravi conseguenze. Sospese brevemente le operazioni di voto a Sochi per la presenza di droni ucraini.

L’attacco degli Houthi, il jet italiano e la missione Ue: ecco il nuovo “fronte” europeo in Medio Oriente

Navi in transito nello Stretto di Hormuz, fotografate da Musandam, nell'Oman, a fine agosto 2026/ REUTERS

Avvenire

Come se non bastassero le continue fibrillazioni indotte dal conflitto in Ucraina, ora anche i riverberi della guerra in Medio Oriente iniziano a coinvolgere l’Europa. La tensione è salita l’altra notte, quando la base aerea “Re Fahd” di Ta’if in, in Arabia Saudita è stata oggetto nella notte di diversi attacchi da parte dei ribelli Houthi. Nella struttura è presente personale del nostro Paese, impegnato nell’operazione Inherent Resolve. E un velivolo F-2000 italiano, fermo in un’area decentrata della base, è stato colpito. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è affrettato a precisare che «non vi sono militari italiani coinvolti e non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale». Le opposizioni però non si accontentano della spiegazione e gli chiedono di fornire ulteriori chiarimenti sulla situazione in Parlamento. Ma andiamo con ordine.
L’attacco alla base aerea
La base attaccata sta a 70 km dalla Mecca, ha due piste, ospita militari sauditi e stranieri e diversi caccia Eurofighter Typhoon, F-15 ed elicotteri di supporto. Il contingente italiano in Arabia Saudita e Kuwait è composto da 300 militari dell’Aeronautica Militare. E la Task Force dispone di 4 velivoli Eurofighter F-2000A, uno dei quali è stato colpito durante l’offensiva lanciata dalle forze Houthi. Il movimento politico-militare yemenita – spalleggiato dall’Iran e che da 12 anni combatte contro il Governo nazionale, sostenuto dall’Arabia Saudita- oggi controlla buona parte del Nord e della costa ovest del Paese, effettuando incursioni nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso ai danni delle navi di passaggio. Una situazione che inquieta l’Europa e l’Italia, preoccupata dal rischio di una ulteriore crisi del traffico commerciale tra Asia e Mediterraneo e dal rallentamento dei flussi di energia e materie prime che viaggiano su quella rotta.
La missione Aspides e l’Ue
Per contenere i pericoli e limitare i danni, nel 2024 l’Ue ha lanciato la missione Aspides, con un mandato di tipo difensivo, incentrato sulla protezione dei mercantili da attacchi con droni e missili. «La presenza attiva di Aspides nella regione – ragionano fonti di Bruxelles – sta contribuendo a rendere sicura una rotta marittima di importanza cruciale». Nelle scorse ore, recependo la richiesta del mercantile italiano Jolly Oro, i vertici della missione hanno dato l’ok alla fregata Bergamini della Marina militare italiana per la scorta durante il transito dello Stretto di Bab el-Mandeb, in direzione nord. La notte scorsa, dopo aver terminato l’operazione di scorta, la fregata dovrebbe aver iniziato la fase di rientro verso l’Italia. «L’Europa sta contribuendo a proteggere il traffico marittimo dagli attacchi Houthi: dato l’aggravarsi della situazione, l’operazione Aspides ha innalzato il livello di allerta delle proprie navi, mentre prosegue le operazioni di scorta», fa sapere l’alta rappresentante Ue Kaja Kallas, ritenendo «inaccettabili gli attacchi», perché «compromettono l’economia globale» e assicurando di aver «parlato con Faisal bin Farhan, ministro degli Esteri saudita, degli sforzi diplomatici per porre fine ai combattimenti nello Yemen e ripristinare la libertà di navigazione». Proprio a Kallas, il ministro Crosetto ha inviato una lettera in cui chiede il potenziamento della missione con l’invio di navi militari di altri Paesi. L’Italia sarebbe pronta a mandare una seconda fregata, ma gli altri Stati Ue dovrebbero condividere il peso finanziario dell’operazione.
«Il ministro venga in Aula»
Nel frattempo, le opposizioni, con Pd e Avs in testa, chiedono che il ministro Crosetto riferisca al più presto in Parlamento sulla situazione. Richiesta a cui si unisce il M5s, non contrario alla protezione navale ai mercantili italiani a Bab el-Mandeb, ma su cui invoca «con la massima urgenza comunicazioni dettagliate, un dibattito approfondito e un voto in Aula».

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Tra le monarchie contemporanee esistono modi molto diversi di interpretare il ruolo della famiglia reale


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Tra le monarchie contemporanee esistono modi molto diversi di interpretare il ruolo della famiglia reale. Se alcune case regnanti hanno cercato negli anni di costruire un’immagine più vicina alla vita quotidiana dei cittadini, Maha Vajiralongkorn, conosciuto come Rama X e attuale re della Thailandia, è associato a uno stile decisamente differente, caratterizzato da un patrimonio enorme e da una vita spesso raccontata attraverso simboli di ricchezza e lusso. Sì, è proprio lui il sovrano più ricco del mondo.

Alcune stime attribuiscono a Rama X una fortuna di circa 43 miliardi di dollari, cifra che lo collocherebbe in vetta ai più ricchi del pianeta. Il suo patrimonio comprenderebbe circa 17.000 proprietà immobiliari, 38 jet privati e 300 automobili di lusso. A questi beni si aggiungerebbero 52 chiatte decorate con foglie d’oro, utilizzate durante le tradizionali cerimonie reali che si svolgono lungo i corsi d’acqua thailandesi. La monarchia guidata da Rama X unisce quindi elementi profondamente legati alla storia del Paese con manifestazioni di ricchezza molto più contemporanee.

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Da Bhumibol Adulyadej a Rama X, il sovrano più ricco del mondo
Una parte importante del patrimonio attuale affonda le proprie radici nel lungo regno del padre, Bhumibol Adulyadej, morto nel 2016 dopo circa settant’anni sul trono. Durante il suo regno Bhumibol diventò una figura centrale della Thailandia e lasciò al proprio successore non soltanto un patrimonio economico considerevole, ma anche il peso politico e simbolico costruito dalla monarchia nel corso dei decenni.

Rama X ha però seguito una strada differente rispetto al padre nella gestione della propria immagine e delle ricchezze riconducibili alla Corona. Il patrimonio non sarebbe rimasto semplicemente fermo nel tempo: una parte significativa delle entrate deriva infatti dagli immobili e dai terreni posseduti a Bangkok, molti dei quali si trovano in zone urbane delle città dal valore particolarmente elevato.

Il Crown Property Office gestisce migliaia di proprietà nella capitale thailandese. Nel corso degli anni parte di questi asset è stata coinvolta in operazioni di sviluppo immobiliare, dalla realizzazione di strutture commerciali di fascia alta fino a nuovi progetti residenziali. Interventi che avrebbero contribuito ad aumentare ulteriormente il valore del patrimonio originario.ùUn patrimonio da 43 miliardi che va oltre le 17.000 proprietà
Gli immobili rappresentano soltanto una componente della ricchezza attribuita a Rama X. Il sovrano controlla anche partecipazioni in importanti aziende thailandesi attive in comparti fondamentali dell’economia nazionale, tra cui banche, energia e telecomunicazioni. La gestione di questi interessi economici rimane però poco esposta pubblicamente. Rama X concede raramente interviste e molti dettagli relativi ai suoi investimenti non vengono comunicati direttamente. A essere molto più raccontata, invece, è stata negli anni la sua vita privata. I diversi matrimoni del sovrano, i lunghi periodi trascorsi in Europa e soprattutto in Germania, insieme ad alcune apparizioni lontane dal tradizionale protocollo reale, hanno spesso attirato l’attenzione dei media e alimentato discussioni sia dentro sia fuori dalla Thailandia.

Il contesto thailandese presenta inoltre una caratteristica particolare. Le norme sulla lesa maestà prevedono pesanti conseguenze per chi critica pubblicamente la monarchia e possono comportare pene fino a 15 anni di carcere. La famiglia reale opera quindi all’interno di un sistema che limita fortemente la possibilità di contestarne pubblicamente l’operato.

Chi è Rama X
Rama X è nato nel 1952 ed è l’unico figlio maschio del re Bhumibol Adulyadej e della regina Sirikit. Fin dall’infanzia è stato preparato alla possibilità di succedere al padre sul trono thailandese. La sua formazione ha avuto una forte componente militare. Ha frequentato istituti e accademie in Australia e nel Regno Unito, ha conseguito la qualifica di pilota militare e ha preso parte ad attività di controinsurrezione insieme alle forze armate thailandesi. Questo legame con l’ambiente militare è rimasto visibile anche durante il suo regno, con frequenti apparizioni ufficiali accanto ai vertici dell’esercito.

Rispetto al padre, considerato per decenni una figura particolarmente vicina a una larga parte della popolazione, Rama X ha mantenuto un profilo più distante. Il suo ruolo resta comunque centrale nel sistema istituzionale thailandese, all’interno di un Paese che nel corso della propria storia recente ha conosciuto colpi di Stato, governi militari e periodi di instabilità parlamentare. Negli ultimi anni anche la monarchia è entrata maggiormente nel dibattito politico. I movimenti favorevoli a una maggiore democratizzazione del Paese hanno avanzato richieste di riforma della famiglia reale, maggiore trasparenza sul patrimonio e riduzione di alcuni privilegi. Richieste che, almeno fino a oggi, non hanno prodotto i cambiamenti auspicati dai promotori.

Il retroscena del viaggio di Papa Leone XIV in Francia e l’incontro con Macron: il dialogo necessario tra Chiesa e modernità

Papa Leone XIV con il presidente francese Emmanuel Macron durante l\\u2019udienza privata in Vaticano del 10 aprile scorso , ANSA

Il recente retroscena pubblicato da Famiglia Cristiana sul viaggio di Papa Leone XIV in Francia e sul suo colloquio con il presidente Emmanuel Macron in occasione della riapertura di Notre-Dame accende i riflettori sulla diplomazia pontificia e sulle grandi sfide dell’Europa contemporanea. Al centro dell’incontro vi sono temi di primaria importanza: la pace internazionale, l’accoglienza, la difesa dei diritti umani e la ricerca di un senso comune in una società sempre più secolarizzata.

La presenza del Papa nel cuore della Francia rappresenta un forte richiamo alla speranza e alla necessità di ricostruire ponti tra la fede e le istituzioni laiche.

La dimensione pastorale oltre la diplomazia

Oltre gli aspetti istituzionali e i protocolli di Stato, il viaggio di Papa Leone XIV richiama l’attenzione sulle questioni concrete che toccano le comunità locali:

  1. La rinascita dei simboli di fede: La riapertura di luoghi come Notre-Dame dimostra quanto il patrimonio spirituale e culturale sia fondamentale per l’identità di un popolo, ma ricorda anche che le vere “pietre vive” della Chiesa sono i fedeli e i loro pastori.

  2. Il bisogno di una presenza costante: In contesti fortemente secolarizzati come quello francese ed europeo, la Chiesa è chiamata ad assicurare una presenza capillare, vicina alle persone e capace di offrire risposte concrete alla sete di spiritualità.

Realismo Pastorale: valorizzare i presbiteri per far fiorire le parrocchie

Mentre il Santo Padre dialoga con i grandi della Terra per promuovere la pace e la fraternità, la vita quotidiana delle diocesi richiede scelte coraggiose per non lasciare le parrocchie prive della guida spirituale e dei Sacramenti.

La proposta del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati si inserisce in questo solco di rinnovamento e fedeltà ecclesiale:

  • Affiancare il clero in prima linea: La riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati con solida formazione teologica formale e titoli pontifici permetterebbe di affiancare i vescovi e i presbiteri celibi nella cura pastorale.

  • Una Chiesa vicina alla gente: Integrare ministero presbiterale ed esperienza familiare offre una testimonianza di fede incarnata, capace di intercettare le esigenze e le sfide delle famiglie di oggi.

Accompagnare l’azione diplomatica di Papa Leone XIV con decreti di realismo pastorale è la strada maestra per far sì che il messaggio del Vangelo continui a risuonare con forza nelle cattedrali come nelle più piccole parrocchie di periferia.

#FamigliaCristiana, #PapaLeoneXIV, #Francia, #SacerdotiSposati, #RealismoPastorale

Russia / Nonostante la propaganda incessante nelle scuole, i ragazzi manifestano il desiderio che il conflitto finisca. E che si possa tornare alla normalità. Alcuni sono attivi per il partito Jabloko, escluso dalle elezioni

Una giovane con capelli castani chiari, vestita elegante, con dei volantini in mano. In primo piano, figure sfocate

Avvenire

Alle elezioni per la Duma sono state ammesse solo organizzazioni politiche in sintonia con il Cremlino e la sua scelta della guerra. Jabloko – unico partito contro la guerra e per l’immediato cessate il fuoco –, nonostante l’esclusione dalla competizione, ha continuato la sua campagna per sostenere i candidati. Solo quelli che sono riusciti a restare in corsa, visto che in tutte le regioni dove si presentavano viene fatto di tutto per metterli fuori gioco. Una vera e propria caccia al candidato. Le ragioni vanno cercate nel significativo sostegno che Jabloko ha ricevuto da artisti, personalità della società civile e politica interna al Paese e quella in esilio e tanti cittadini tra cui molti giovani. Il tentativo è quindi quello di cancellare ogni forma di testimonianza che ambisca a entrare nel Palazzo. A ricordare che la repressione delle voci indipendenti dell’opposizione, ha radici lontane, non solo dal febbraio 2022. C’è Jury Schekhochikhin morto nel 2003. Il giornalista della Novaya Gazeta e autore d’inchieste sulla criminalità organizzata, servizi segreti, il famigerato Kgb, e i suoi piani alti e la corruzione morì con i sintomi da avvelenamento simili a quelli dell’ex agente Kgb Litvinenko, , divenuto dissidente emorto a Londra.
Chiunque s’impegni in politica da voce libera in Russia mette a rischio la vita sua e dei suoi cari. Capire che questo è il quadro serve ad apprezzare il senso e il rilievo della loro scelta. Anche per questo fanno impressione le immagini degli incontri che da vari angoli della Russia vengono condivise dai candidati che si presentano con lo slogan “Per la pace e la per la libertà! Per una vita senza paura!”. La cosa che colpisce è che la maggioranza dei presenti, nel 2022 era poco più che un adolescente cresciuto con la guerra. Sono giovani che hanno frequentato le scuole in cui il regime ha imposto gli “incontri sulle cose importanti”. Una “lezione” di patriottismo in cui l’operazione speciale viene presentata come necessaria per denazificare l’Ucraina: Kiev viene descritta come l’aggressore, la Russia come una vittima. Ci sono immagini di queste sessioni in cui i bimbi e i ragazzi sfilano con carri armati di cartone, i più grandi “giocano” con armi giocattolo. Spesso partecipano reduci dal fronte che salutano al grido «La vittoria è con noi e i nostri non li abbandoniamo». In un video, una donna chiede al bambino appena preso dall’asilo «Cosa hai imparato oggi di bello?». Il bimbo risponde: «Che la guerra è bella e che fare la guerra è il mio sogno».
Questa è l’atmosfera in cui sono diventati grandi i ragazzi che partecipano agli incontri di Jabloko: eppure le loro domande, i loro interventi, le loro condivisioni lasciano intendere che la propaganda diffusa da media, scuole e università non è riuscita a spegnere l’istinto naturale di vita, pace e libertà. Questa meglio gioventù russa c’è. Si è esposta appena Jabloko ha iniziato la campagna elettorale chiedendo di far sentire la propria voce. Le centinaia di giovani accorsi davanti al tribunale durante il processo per l’esclusione dalle elezioni hanno rappresentato un passaggio importante. La conferma dell’esclusione mira a rimandarli a casa. Sono seguite le azioni repressive e intimidatorie. Diversi i giovani fermati solo per essersi presentati nei pressi del tribunale e alcuni reclusi per diversi giorni. Una coppia di fidanzati ha raccontato i trattamenti subiti, e ha poi abbandonato il Paese. Un ragazzo ha raccontato sui social che non avrebbe retto un altro arresto temendo di venire spedito al fronte. Altri hanno riportato di aver subito perquisizioni perché identificati con le telecamere nei pressi del tribunale e consigliano di lasciare la propria abitazione e allontanarsi possibilmente fuori dalle città. Nonostante questo gli incontri hanno continuano a essere molto partecipati. Forse anche perché questi giovani sanno di essere il futuro mentre chi siede al Cremlino prima o poi sarà per forza il passato.

Von der Leyen in visita nei Balcani

© ANSA/EPA

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarà in visita nei Balcani occidentali dal 30 settembre al 2 ottobre.

Per von der Leyen si tratta del sesto anno consecutivo di visita nella regione. Durante la missione la presidente si recherà a Tirana, Pristina e Skopje, dove incontrerà i capi di Stato e di governo e visiterà alcuni progetti finanziati dall’Ue. Al centro dei colloqui, ha spiegato la portavoce, ci saranno “i prossimi passi nel percorso dei partner della regione verso l’adesione all’Ue e i progressi nell’integrazione graduale, sostenuta dal Piano di crescita per i Balcani occidentali”. “Alla luce delle prossime elezioni parlamentari e generali in Bosnia-Erzegovina e in Serbia, la presidente della Commissione visiterà i due Paesi in un secondo momento” ha specificato.
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Gossip, maldicenza o informazione ecclesiale?

di: Marco Vergottini

silenzio

Il pettegolezzo ecclesiastico non abita più soltanto sacrestie e corridoi di curia. Ha imparato a digitare: oggi si presenta come indiscrezione, retroscena, pubblicazione di lettere riservate. Chi frequenta con qualche assiduità la rete ecclesiale italiana sa di che cosa stiamo parlando.

Ci sono siti e blog che – in nome di una conclamata trasparenza, nonché della responsabilità di «non poter tacere» o di spifferare su presunti intrighi e malaffari da svelare – non esitano a ergersi a censori del malcostume nella Chiesa e a paladini di un’informazione veritiera, ancorché scomoda.

Negli ultimi mesi abbiamo verificato una casistica tutt’altro che immaginaria: nomine episcopali anticipate rispetto alla comunicazione della Santa Sede; candidati dati per certi, favoriti o «bruciati»; cordate, veti e ambizioni personali attribuiti sulla base di fonti non identificabili; visite apostoliche trasformate in processi pubblici; vicende personali raccontate attraverso mezze notizie e allusioni.

Si è arrivati persino a fabbricare deliberatamente false nomine episcopali, utilizzandole come esca per smascherare chi avrebbe ripreso la notizia senza citarne la fonte. Non facciamo nomi: casi, date e testi sono tutti reperibili e verificabili. Non stiamo dunque combattendo contro fantasmi.

I panni sporchi

Nessuna nostalgia, sia chiaro, per l’omertà travestita da prudenza ecclesiale. Il giornalismo d’inchiesta è necessario anche nella Chiesa. Gli abusi devono essere denunciati, le coperture smascherate, le opacità economiche documentate, l’esercizio arbitrario dell’autorità criticato. Essere vescovo, cardinale, superiore religioso, rettore di seminario o teologo non conferisce alcuna immunità dalla critica. E invocare il bene della Chiesa per occultare comportamenti censurabili sarebbe la peggiore caricatura della comunione ecclesiale.

Proprio per questo, però, l’informazione deve rimanere informazione. Un fatto è un fatto; un’ipotesi è un’ipotesi; un’indiscrezione è un’indiscrezione. E l’intenzione di una persona non diventa un fatto perché qualcuno sostiene di conoscerla.

Qui si apre la zona grigia. Si parte da un avvenimento verificabile e si scivola quasi impercettibilmente verso il movente: costui ambisce, quello trama, l’altro prepara la propria ascesa, un altro ancora costruisce alleanze, cerca protettori, elimina concorrenti. La grammatica è semplice; la verifica un po’ meno. Per confermare un fatto occorrono prove. Per attribuire un’ambizione non può bastare un retroscena.

Il giornalismo accerta i fatti, mentre il gossip pretende talvolta di conoscere anche le anime.

Il toto-vescovi

Il fenomeno diventa particolarmente sgradevole quando riguarda le nomine episcopali. Da qualche tempo la previsione delle nomine di futuri vescovi sembra essere diventato una specialità del giornalismo ecclesiastico: candidati in pole position, candidature tramontate, veti incrociati, sponsor cardinalizi, promossi, bocciati, favoriti. Il discernimento, nel frattempo, può attendere.

Si dirà: è sempre accaduto. Certamente. Anche nei corridoi vaticani le indiscrezioni non sono nate con Internet. Ma la rete ha cambiato la loro natura: ciò che ieri rimaneva una confidenza fra pochi oggi viene pubblicato, indicizzato, rilanciato e consegnato indefinitamente alla memoria digitale. E qui nasce una questione che non riguarda soltanto la buona educazione.

Una candidatura episcopale ancora in esame è una realtà delicatissima. Pubblicare il nome di una persona, attribuirle appoggi, nemici, ambizioni o appartenenze può incidere sulla sua reputazione e sulla definizione della designazione stessa. Chi anticipa una nomina non sempre si limita a raccontarla: può diventare, magari volontariamente (?), uno degli attori del processo che sostiene soltanto di osservare. Non occorre pensare a complotti. Basta conoscere il funzionamento della comunicazione.

La reputazione non è un privilegio clericale

C’è poi la persona. Strano destino quello di chi ricopre un incarico ecclesiastico. Si direbbe talvolta che, acquistando notorietà, perda contemporaneamente il diritto alla reputazione. Il vescovo può essere criticato, naturalmente; ma può anche essere dileggiato? Il teologo può essere contestato; ma gli si possono attribuire intenzioni che non ha mai dichiarato? Un candidato all’episcopato può essere valutato da chi ne ha la responsabilità; ma può essere preventivamente consegnato alla rete come ambizioso, carrierista, protetto o inadeguato?

C’è inoltre un’asimmetria che la rete rende feroce. L’accusa occupa il titolo; la smentita, quando arriva, qualche riga. Il sospetto corre; la rettifica arranca. E soprattutto resta una traccia. Chiunque abbia avuto a che fare con i motori di ricerca sa che una domanda insinuata oggi può tornare fra cinque anni sotto forma di precedente: «Del resto, già allora si era parlato di…». Si era parlato. Da chi? Sulla base di che cosa? Con quale verifica?

Non importa più. Il sospetto ha ottenuto la cittadinanza digitale.

Non chiamiamola parresia

È a questo punto che la questione diventa propriamente ecclesiale e cristiana. La parresia evangelica non è il diritto di dire tutto ciò che si sa, tanto meno tutto ciò che si crede di sapere. Non gode dell’impunità della parola: se ne assume la responsabilità. La parresia ha un volto. La maldicenza preferisce il retroscena.

E non basta dire: «Ma la notizia era vera». Anche la verità possiede un’etica. Esistono il contesto, la proporzione, la rilevanza pubblica, il rispetto della vita privata, il diritto al contraddittorio. Soprattutto esiste la persona della quale stiamo parlando. Dire la (supposta) verità può ferire. Ma ferire qualcuno non è una prova che si sia detta la verità. Perché la parola può uccidere una reputazione senza versare una goccia di sangue.

Naturalmente esistono fonti che devono essere protette. L’anonimato può essere indispensabile per consentire a una vittima di parlare o a un testimone di denunciare fatti gravi senza esporsi a ritorsioni. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proteggere una fonte è cosa assai diversa dal trasformare la fonte anonima in una licenza per insinuare qualsiasi cosa. Quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore è l’onere della prova.

Non si tratta di parlare meno. Talvolta occorre parlare molto più di quanto abbiamo fatto. Si tratta nondimeno di assumersi la responsabilità di ciò che si dice. Il veleno non diventa acqua benedetta perché circola in ambienti ecclesiastici.

Si può controfirmare con il proprio nome o nascondersi dietro l’anonimato. Si possono invocare la trasparenza, il diritto di cronaca, la libertà d’informazione, persino il bene della Chiesa. Ma chi offende la dignità delle persone, deforma i fatti, inventa circostanze, manipola notizie e insinua colpe non documentate non esercita alcuna parresia. La menzogna, la calunnia e la maldicenza non diventano cristiane perché hanno per oggetto uomini e cose di Chiesa. E un simile modo di usare la parola non può fregiarsi del nome cristiano. Semplicemente.

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