Il crollo a Gaza e la strage di bambini: «Si era festeggiato un matrimonio»

Macerie di un palazzo crollato; decine di persone che cercano chi è rimasto intrappolato sotto i detriti

«L’edificio è crollato proprio come durante un bombardamento, però senza esplosione». Lo racconta Alaa Halilo, un gazawi che abita a 200 metri dalla palazzina di sei piani collassata la notte scorsa nella zona di Tal al-Hawa, a Gaza City. «Era stata colpita all’inizio del conflitto ed era già fatiscente. Si era inclinata, dopo che le fondamenta e il primo piano erano stati danneggiati. Non era più agibile. Da un po’ di tempo, però, vedevamo che era abitata e, onestamente, eravamo scioccati dal fatto che quelle famiglie avessero deciso di stare lì. Sembra che avessero perso la speranza di trovare un’alternativa dove vivere», riferisce l’uomo ad Avvenire. Poi, riporta quello che si dice nel suo quartiere. «Quello che abbiamo saputo da alcuni vicini è che era appena stato celebrato un matrimonio. Il motivo dell’elevato numero di persone disperse nel crollo è che alcuni familiari erano arrivati per rendere visita agli sposi». Secondo le squadre di soccorso, sotto le macerie sono morte almeno ventuno persone, tra cui otto bambini, ma diverse decine restano ancora sepolte. A Gaza la guerra uccide i civili senza bisogno che qualcuno spari o sganci nuove bombe. Basta aspettare. In tutta la Striscia, dove il 76,6% delle unità abitative è stato distrutto o danneggiato dal conflitto (371.888 su 485.361, secondo rilevazioni e stime di Onu, Ue e Banca Mondiale), sarebbero «centinaia» gli edifici dichiarati inagibili eppure ancora abitati. Lo ha riferito, dopo il crollo di stanotte, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Ramiz Alakbarov. Con l’avvicinarsi dell’inverno e delle piogge, c’è ancora più allarme per la possibilità di cedimenti improvvisi.
«Per quindici minuti, dopo il crollo, la zona è rimasta avvolta da polvere e fumo». Lo racconta in una serie di messaggi Whatsapp, un’altra gazawi di nome Mahy Adwan che abita ancora più vicino, ad appena una trentina di metri dal palazzo collassato. In un video che ha girato dalla finestra si vedono le prime luci d’emergenza delle squadre di soccorso all’opera e si sente una donna urlare. «Stavamo dormendo e quando abbiamo avvertito il boato abbiamo pensato che la nostra casa fosse stata colpita da un bombardamento. Quell’edificio, di fronte al nostro era già pericolante e a rischio di crollo. Al momento, da quello che sappiamo, 68 persone risultano ancora disperse sotto le macerie. Le squadre di soccorso lavorano senza sosta dalle 2 e mezzo di stanotte». Poi aggiunge: «Ci abitavano molte donne con i loro figli, perché non avevano altro posto dove andare. Credo fossero sei o sette famiglie, un centinaio di persone in tutto». Le squadre di emergenza hanno diffuso i nomi. Erano la famiglia Al-Ajla, gli Al-Jabari, gli Al-Hallas, gli Adas, poi gli Al-Satri, gli Abu Ras, gli Al-Sa’ada. «Eravamo vicini», conclude Mahy Adwan, «ma non li conoscevo direttamente. Vedevo i bambini giocare per strada e le madri uscire con loro».

Avvenire

La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

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Oservatore

«La diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita». Lo ha evidenziato Leone XIV all’udienza generale di stamane, mercoledì 16 settembre, in piazza San Pietro.

Rientrato in Vaticano ieri sera — al termine della giornata di martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo —, il Papa ha proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, soffermandosi sul secondo capitolo della costituzione pastorale Gaudium et spes e approfondendo il tema «La comunità umana (GS, 23-32)».

Rivolgendosi ai venticinquemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Pontefice ha parlato dello sviluppo tecnologico, della diffusione dei mass media e dei social media e del sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale che da una parte «aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze» e dall’altra tendono a far diventare le relazioni «sempre meno personali, più virtuali» con il rischio «di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». Di conseguenza, ha aggiunto il vescovo di Roma, «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire».

Vaticano: un film entrerà per la prima volta nel percorso verso gli Oscar

Immagine di Vaticano: un film entrerà per la prima volta nel percorso verso gli Oscar

Per la prima volta, il nome del Vaticano comparirà all’inizio del percorso che conduce agli Academy Awards. Secondo quanto riportato, lo Stato della Città del Vaticano presenterà un film alla considerazione dell’Academy per la 99ª edizione degli Oscar, segnando un passaggio senza precedenti nella storia della manifestazione. La portata della scelta risiede proprio nell’ingresso in questo processo: prima delle votazioni, delle shortlist e della cerimonia, un’opera sarà sottoposta all’esame dell’organizzazione che assegna le statuette.

È però fondamentale distinguere la presentazione del film dai risultati delle selezioni successive. Essere sottoposto alla considerazione dell’Academy non equivale a ottenere una candidatura e non permette di definire l’opera nominata, finalista o ammessa a una shortlist. Si tratta del primo passaggio di un iter più ampio, il cui esito dipenderà dalle valutazioni previste nelle fasi seguenti. Il dato storico, dunque, riguarda la partecipazione del Vaticano al percorso degli Oscar, mentre ogni eventuale avanzamento resta separato da questa decisione iniziale.

La cornice è quella della 99ª edizione degli Academy Awards, che premierà i film del 2026 e si svolgerà nel 2027. È in questa finestra che maturerà il debutto vaticano nel processo di selezione. Senza anticipare candidature o traguardi ancora da determinare, l’iniziativa introduce una presenza mai registrata prima nella storia degli Oscar e sposta ora l’attenzione sull’opera scelta e sulle valutazioni che ne definiranno il cammino.

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Spari da una finestra a due passi dal Vaticano: ferita una donna. L’ipotesi del cecchino dai balconi — Spari da una finestra a due passi dal Vaticano: ferita una donna. L’ipotesi del cecchino dai balconi

Paura ieri pomeriggio in via della Giuliana, a due passi dal Vaticano. Una donna è stata colpita al braccio da un proiettile mentre camminava sul marciapiede, all’altezza di un ristorante che a quell’ora era chiuso. Presumibilmente a colpirla sarebbe stato un pallino in plastica dura o ceramica sparato da un’arma ad aria compressa tipo softair.

Il dolore, il sangue e la corsa in ospedale
La vittima [il suo racconto] ha avvertito un dolore improvviso all’arto e subito dopo ha visto la macchia di sangue allargarsi sui vestiti. Nonostante il forte spavento si è recata autonomamente al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito. Qui i medici le hanno prestato le prime cure ed estratto il pallino rimasto conficcato nel braccio sinistro, medicando la ferita rimediata che fortunatamente si è rivelata lieve.

Le indagini
Il proiettile è stato repertato per effettuare tutti gli accertamenti del caso. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di una bravata da parte di qualcuno affacciato a una finestra, ma chi indaga non esclude la pista di un gesto mirato contro le donne sole a passeggio nel quartiere.

Sulla vicenda indagano i carabinieri della stazione Prati, allertati dalla stessa vittima: i militari hanno raccolto la denuncia della donna e acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona per individuare da dove sia partito il colpo e risalire al responsabile.


Spari da una finestra a due passi dal Vaticano: ferita una donna. L’ipotesi del cecchino dai balconi
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A Firenzuola il “prete” non lo possono scegliere i futuri coniugi

A Firenzuola i futuri sposi non possono scegliere il “prete”

L’episodio accaduto nel comune in provincia di Firenze lo racconta La Nazione. Che i rapporti tra maggioranza e opposizione a Firenzuola non siano idilliaci è noto da tempo, e le polemiche, tra la giunta Buti e il gruppo di centrosinistra Bene Comune guidato dal giovane Giordano Allkurti, sono frequenti. E ora arriva il niet del sindaco alla richiesta dello stesso Allkurti di celebrare un matrimonio.
L’episodio è denunciato dal capogruppo di Bene Comune, che ha scritto una lettera aperta al sindaco Buti per ricordargli, a proposito delle “deleghe di Stato civile negate”, che “la cosa pubblica non è una proprietà privata”. Allkurti inizia subito con durezza: “Scrivo con profonda amarezza, non per una questione personale, ma per la concezione ristretta e divisiva delle istituzioni che Lei e questa amministrazione continuate a dimostrare”.
E racconta cosa è accaduto: “Nelle settimane scorse, due nostri concittadini mi hanno onorato chiedendomi la disponibilità a celebrare le loro nozze. Come prassi, ho formalizzato la richiesta per ottenere la delega alle funzioni di ufficiale dello Stato civile”.

Ma Buti ha risposto di no: “La risposta – scrive il capogruppo dell’opposizione – è arrivata ieri: un diniego secco in cui viene comunicato che Lei, sindaco, nell’ambito dell’esercizio di un non meglio precisato “potere discrezionale“, ha deciso di non concedere la delega richiesta. La legge le riconosce la facoltà di rilasciare o meno la delega: lungi da me il mettere in dubbio la legge, ma la discrezionalità amministrativa non è mai un arbitrio e non dovrebbe trasformarsi in uno strumento di discriminazione”.
Così Allkurti chiede: “Si rende conto che i cittadini che avanzano queste richieste non c’entrano con i nostri cosiddetti “diverbi politici“? Non si accorge che, così facendo, finisce per riversare il suo astio e le sue ripicche su persone che vogliono vivere un momento di gioia della loro vita? La verità è che, con questo atto, non si fa un dispetto a me, ma si calpesta la libertà di scelta di due cittadini che desideravano farsi unire in nozze dalla persona da loro indicata, in possesso di tutti i requisiti richiesti dalla legge. Evidentemente, per Lei e per l’attuale amministrazione, le istituzioni non sono la casa di tutti, ma un perimetro blindato da riservare esclusivamente alla propria cerchia”.
Il sindaco è convinto della propria posizione: “Allkurti – replica Giampaolo Buti – raccoglie quello che ha seminato: ha un comportamento che spesso mistifica i fatti e gli stessi attacchi alla mia persona e alla maggioranza sono spesso scorretti. Io non posso avere fiducia in un consigliere che si comporta così e quindi non posso delegarlo a rappresentare l’autorità comunale, in questo caso l’ufficiale di stato civile. Tante volte ho delegato altri consiglieri e anche persone non consiglieri, ma sempre persone che si comportano in modo corretto. E comunque di solito gli sposi non necessariamente scelgono il celebrante”. Ma quando vogliono sceglierlo dovrebbero averne il diritto.

Lettura e Vangelo del giorno 16 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Salmo Responsoriale

Dal Sal 32 (33)

R. Beato il popolo scelto dal Signore.

Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Cantate al Signore un canto nuovo,
con arte suonate la cetra e acclamate. R.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. R.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,31-35

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

Il suicidio del Protestantesimo

di: Fulvio Ferrario

chiesa

Il declino della partecipazione al culto, soprattutto nelle Chiese protestanti, è il segno di una profonda autosecolarizzazione. La sfida, dunque, non è soltanto parlare alla società, ma riscoprire la centralità della Parola all’interno delle Chiese stesse. Fulvio Ferrario è professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Pubblicato sulla rivista Confronti, 1 settembre 2026

Più volte, anche in questa rubrica, si è parlato della scristianizzazione europea. All’interno del fenomeno, ne va segnalato un altro, almeno altrettanto vistoso che, per semplicità e chiarezza nell’acquisizione dei dati, descrivo in riferimento alla Germania: tra coloro che sono membri della Chiesa, e dunque pagano la relativa tassa ecclesiastica, non proprio irrilevante, la percentuale di protestanti che frequenta regolarmente il culto oscilla, nell’ultimo decennio, tra il 2,4% e il 3,5%; nel Cattolicesimo, essa è leggermente inferiore al 7%: sempre bassa, ma assai migliore rispetto alle Chiese della Riforma.

Si può dunque affermare che al cuore del processo di scristianizzazione del continente europeo (altrove, le cifre non sono migliori di quelle tedesche: in diversi casi, anzi, ancora più drammatiche) c’è l’autosecolarizzazione della Chiesa, in particolare di quella protestante: cioè, in termini più espliciti, il suo suicidio.

Da alcune parti si rileva che, storicamente, la frequenza liturgica non svolge, nella spiritualità protestante, un ruolo identico a quello che riveste in ambito cattolico: da sempre, esiste una passione protestante per la santificazione nella vita secolare; del resto, un’enfasi dell’educazione cristiana, anche cattolica, del secondo Novecento è precisamente l’esigenza di non confinare nelle mura ecclesiastiche lo spazio della qualità credente dell’esistenza. Il Protestantesimo, poi, non conosce un «precetto» relativo alla frequenza al culto.

Cominciamo da quest’ultimo aspetto. Per la sensibilità della Riforma, parlare di un «precetto» liturgico ha lo stesso senso che parlare di un precetto di mangiare o bere. L’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e il canto comuni, appartengono, semplicemente, all’esistenza di fede. Essi vanno oltre l’orizzonte dell’imperativo, fanno parte degli indicativi che strutturano la vita. Che poi non si entri nel Regno soltanto dicendo «Signore, Signore!» non costituisce una scoperta protestante né dice alcunché contro la centralità del culto.

La verità è che la stragrande maggioranza delle persone cristiane, e in particolare di quelle protestanti, ritiene normale trovarsi, la domenica, in un luogo diverso rispetto a quello nel quale il Signore le ha convocate. L’osservazione secondo la quale Iddio si può incontrare anche altrove è, in questo contesto, squallidamente strumentale e non merita replica.

Non dovrebbe stupire che una Chiesa irrilevante per i propri membri (cioè per sé stessa) lo sia anche per la società. Il Cattolicesimo romano può contare sul proprio apparato propagandistico e sulla centralità politica e mediatica del papato: se ciò favorisca la testimonianza del nome di Gesù è questione che qui non affronto, ma certo aiuta non poco la cosiddetta «visibilità».

La Chiesa evangelica è stata rilevante nella società solo quando ha saputo vivere la propria fede cristiana con consapevolezza. Per molte ragioni, alcune anche assai buone, la forma della «propaganda» non è congeniale al Protestantesimo. E la testimonianza, che invece lo è, è faccenda del tutto diversa.

Le conseguenze pastorali sono ovvie: il compito prioritario è evangelizzare la Chiesa stessa. Ricordo con dispiacere l’espressione di sufficienza di una figura dirigente della mia Chiesa nei confronti di questa diagnosi: «Ma che visione ristretta! La nostra parrocchia è il mondo!». Dubito che John Wesley, al quale risale il motto, avrebbe apprezzato l’uso ideologico del suo messaggio. Il mondo, (non solo nel senso critico-negativo che la parola tende ad assumere, ad esempio, nel IV Evangelo) inizia nella Chiesa stessa.

Che la predicazione cristiana non si limiti al proprio orticello è affermazione talmente evidente da renderne banale l’enfatica ripetizione: guai, però, quando essa copre la cecità di fronte all’indifferenza della Chiesa stessa nei confronti della celebrazione della Parola. Tale indifferenza (è anche sociologicamente dimostrato: ma non c’è bisogno di statistiche, basta il buon senso) è l’anticamera dell’abbandono.

Sinodi, teologi e teologhe dicono di essere alla ricerca di una parola da dire alla società. Forse potrebbero cominciare col dire a sé stessi, alle Chiese, la Parola che li ha già trovati.

Settimana News

Preti senza ministero. Anche i preti sposati lo sono

prete

di: Domenico Marrone

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale
Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa
Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente. La domanda non dovrebbe essere: «Dove possiamo collocarlo?» Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero
Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità
Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio
Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale
E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

di: Domenico Marrone in Settimana News

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale
Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa
Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente. La domanda non dovrebbe essere: «Dove possiamo collocarlo?» Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero
Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità
Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio
Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale
E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

Le destre estremiste sfidano politica, società e Chiese

di: Rocco D’Ambrosio

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La Chiesa cattolica tedesca prende di petto Alternative für Deutschland, dopo la clamorosa vittoria in Sassiona-Anhalt, e promette che si opporrà al suo nazionalismo etnico.

«Come molti presenti in questa sala – ha detto a Berlino il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer – anche io in un primo momento sono rimasto senza parole di fronte a questo risultato elettorale. Ma sono determinato a proseguire il mio operato. Non c’è posto – ha proseguito – per questa ideologia basata sul nazionalismo etnico né dentro né fuori dalla casa di Dio, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam» (la Repubblica del 10 settembre 2026).

Fa molto piacere leggere parole chiare e forti, di un autorevole vescovo cattolico, sul fenomeno delle destre estremiste, eticamente e politicamente pericolosissime, in Germania come in Italia e altrove; sperando che il vescovo Wilmer non resti solo.

Le forze sane – presenti ovunque: specie nella società, in politica e nelle comunità ebraiche, cristiane e musulmane – oggi più che mai devono prendere coscienza, approfondire e studiare questo fenomeno dilagante e dannoso, specie per i piccoli e i giovani. Solo uno studio serio – senza fini elettorali, personali o di bottega – può portare a individuare strategie culturali e politiche efficaci. Il momento è così grave che solo gli stupidi e i corrotti non vedono o vogliono vedere le guerre, le discriminazioni verso gli ultimi, la distruzione dell’ambiente e così via.

Dobbiamo essere molto onesti con noi stessi – penso, per esempio, all’ambiente ecclesiale o a quello della sinistra: abbiamo sottovalutato questi fenomeni e spesso, volenti o nolenti, siamo stati anche in parte complici. La Scrittura ci ricorda: «Poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta» (Osea 8,7).

Forse anche negli ambienti più sani non ci si è accorti di «seminare vento». Penso a genitori, educatori e docenti che hanno trascurato gli educandi abbandonandoli alla spazzatura dei social o delle curve degli stadi o di ambienti malsani delle nostre città; penso al livello educativo e culturale che scende sempre più verso il basso nelle scuole, università parrocchie, associazioni. Penso al cambiamento climatico e agli annessi disastri che sono oggetto della più stucchevole retorica, che non muove un dito sulle cause e sulle scelte impellenti da compiere. Ci mancava la cosiddetta Intelligenza artificiale che invece di aiutare le menti, purtroppo le sta spegnendo e imbarbarendo.

E sovrana – perché tale è – si erge l’irresponsabilità della classe politica. Credo nella politica. Non quella degli show, siano di Trump, Netanyahu, Putin, Meloni, Salvini, Siegmund, Musk, Le Pen, Vannacci o chi per loro. La politica è una cosa seria e questa gente, tranne nobili e rare eccezioni, di serio ha ben poco: è immatura umanamente e spesso eticamente, ha solo interesse a tutelare il proprio ego fuori misura, a favorire parenti e compagni di merenda e di affari, a rivincere le elezioni per accrescere questi interessi, a spargere propaganda politica e falsità che non hanno niente da invidiare ai peggiori sistemi totalitari o dittature del Novecento, di destra o sinistra che siano.

Qui non si tratta di discettare su quanto siamo ottimisti o pessimisti. Certo che il buon Dio continua a seminare e realizzare bene ovunque e comunque. Ma questo è – lode a Lui – il suo «mestiere»; a noi sta il mestiere di prendere sul serio la gravità del momento e assumerci le nostre responsabilità.

Dietrich Bonhoeffer scriveva dal lager nazista:

«Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione, o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future, può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».

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Bologna: la pace, tra pensiero e azione

pace

Bologna, 18-20 settembre 2026, Per una filosofia della pace. Etica, diritti, leadership, convivenza solidale, 29° Convegno nazionale dell’Associazione Docenti Italiani di Filosofia (ADIF); Ospitalità San Tommaso, via San Domenico 1, Bologna. Gennaro Cicchese, OMI, è presidente dell’ADIF.

In un tempo attraversato da fratture, dove i conflitti sembrano moltiplicarsi come ombre, la parola «pace» torna a chiedere ascolto. Non come un’idea fragile da proteggere, ma come un compito da assumere. Prima di operare per la pace, occorre pensarla: darle forma, voce, radici. È qui che la filosofia diventa cammino, gesto, responsabilità.

Il convegno Per una filosofia della pace nasce come un invito: tre giorni in cui la comunità degli studiosi si ritrova per interrogare una parola antica e sempre nuova. Non un semplice incontro, ma un laboratorio di pensiero: uno spazio in cui la pace viene guardata da vicino, attraversata, ricostruita. Un luogo dove l’ascolto diventa metodo e la progettazione diventa gesto condiviso.

Per comprendere la pace bisogna risalire alle sue sorgenti: l’interiorità che la custodisce, l’etica che la orienta, il diritto che la difende, la politica che la rende possibile, la spiritualità che la riconsegna alla sua profondità. Le quattro sessioni del convegno accompagneranno i partecipanti in un percorso che va dal cuore dell’umano alla trama della convivenza, dalla responsabilità della leadership alla ricerca della riconciliazione, movimento che riguarda insieme la persona e la società.

A tessere questo dialogo saranno voci provenienti da diverse università italiane: Gennaro Cicchese, Claudia Caneva, Giovanni Salmeri, Federico Badiali, Dario Sacchi, Michele Indellicato, Tommaso Valentini, Angela Ales Bello, Annamaria Pezzella, Angelo Tumminelli, Vera e Stefano Zamagni, Francesco Compagnoni e Pierpaolo Donati. Le loro prospettive comporranno un mosaico che intreccia filosofia, teologia, diritto, economia e scienze sociali: un coro di pensiero che prova a dire la pace con parole nuove.

Il convegno è aperto a tutti: a chi cerca, a chi studia, a chi spera. Vuole essere un luogo reale, abitato, dove la comunità pensante non si limita a discutere, ma prova a immaginare e costruire. Perché parlare di pace significa anche generare strumenti, categorie, visioni capaci di incidere nella vita concreta.

Gli Atti del convegno saranno pubblicati nel numero doppio 2027 (1-2) della rivista Per la filosofia. Filosofia e insegnamento: segno che il cammino non si chiude nei tre giorni dell’incontro, ma continua, si apre, si consegna a un futuro condiviso.

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