Luca Favarin diventa papà, l’ex parroco sui social: «La cosa più bella della vita, ecco il mio nuovo inizio»

Luca Favarin diventa papà, l'annuncio dell'ex parroco sui social: «La cosa più bella della vita, ecco il mio nuovo inizio»

PADOVA – Dall’abito talare a pappe e pannolini. Luca Favarin, ex don, diventerà papà. Lo ha annunciato lui stesso sui social con un post corredato da una foto in cui tiene in mano un paio di scarpine fatte all’uncinetto.

Favarin diventa papà
«Di generazione in generazione … la cosa più bella della vita… Ecco un mio nuovo inizio in questa vita meravigliosa sempre nuova e affascinante». Così scrive Luca Favarin sui social annunciando che la sua compagna è incinta.

«Sono e sono stato molteplici dimensioni in una policromia di esperienze tutte vissute consapevolmente, responsabilmente e sopratutto pienamente. Tutte stagioni diversissime di un tempo benedetto ogni giorno di vita autentica. Di questo ringrazio sempre Iddio. Ora una nuova attesa, traboccante di energia e progetti, cura e servizio e soprattutto amore. È gioia per una nuova vita che cambierà ancora una volta la mia, la nostra».

Chi è
Luca Favarin è stato prete fino al 2023. Una figura da sempre vicina agli ultimi, ai più fragili, agli stranieri. Prima è stato sospeso a divinis, poi è arrivato il divorzio ufficiale dalla Chiesa cattolica. La decisione di Favarin era stata presa per due motivi: favorevole sia alle unioni tra persone omosessuali sia ad una legge per il fine vita. Ma nella nota con cui la Diocesi di Padova annunciava la decisione definitiva faceva riferimento anche alle attività dell’ex parroco: «Per quanto riguarda l’agire in campo sociale, le iniziative di don Luca Favarin, per quanto pregevoli, sono personali e non pensate, condivise nè maturate insieme alla Chiesa di Padova. In particolare sul fronte dell’accoglienza dei migranti la Diocesi di Padova ha scelto di non porsi come “gestore” diretto delle accoglienze, ma di affidarsi a cooperative sociali qualificate». Parole che non erano state per nulla gradite da Favarin. Che oggi si è rifatto una vita: ha una compagna e tra qualche mese sarà papà.

Il Messaggero

La liturgia resta salda, ma le parrocchie si svuotano: Papa Leone XIV è chiamato a riconsiderare la risorsa vitale dei sacerdoti sposati

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Le recenti dichiarazioni del Cardinale Roche, riprese in queste ore dall’agenzia ANSA, confermano una linea di chiara continuità nel pontificato di Papa Leone XIV: la stretta sulla Messa in latino e la disciplina liturgica non cambieranno. La volontà del Santo Padre è quella di preservare l’unità della Chiesa e di evitare frammentazioni attorno all’altare. Tuttavia, se il quadro normativo della liturgia rimane fermo, emerge con prepotenza un’urgenza parallela che non può più essere ignorata: la drammatica assenza di presbiteri per celebrare quella stessa liturgia.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con rispetto la fermezza del Papa sulle questioni liturgiche, ma sottolinea come questo rigore debba ora tradursi in un coraggioso atto di realismo pastorale sul fronte del ministero ordinato.

L’unità della Chiesa si salva garantendo l’Eucaristia

Se l’obiettivo di Papa Leone XIV è proteggere la comunione ecclesiale, bisogna guardare in faccia la realtà dei territori: in innumerevoli diocesi, l’Eucaristia domenicale non è più garantita. Le parrocchie vengono accorpate, le comunità si disperdono e i parroci in servizio sono sempre più schiacciati dal burnout e dalla solitudine presbiterale.

In questo scenario, non si può pensare di difendere il rito senza difendere chi è chiamato a celebrarlo. È tempo che la Sede Apostolica riconsideri la questione dei preti sposati non come un problema disciplinare, ma come una straordinaria e vitale risorsa per la Chiesa.

Una risorsa d’eccellenza già pronta per la messe

I sacerdoti sposati che chiedono di rientrare in servizio attivo non chiedono stravolgimenti dottrinali. Al contrario, essi offrono garanzie di assoluta fedeltà e preparazione:

  • Custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e sono in possesso di titoli accademici legittimi conseguiti con profitto presso le università pontificie.

  • Uniscono alla validità del sacramento dell’Ordine l’equilibrio, la stabilità affettiva e la maturità umana derivanti dal vissuto familiare, un antidoto naturale all’isolamento che logora il clero celibe.

  • Sono pronti a mettersi immediatamente a disposizione dei Vescovi, inserendosi nelle parrocchie con umiltà e spirito di servizio.

La liturgia non cambia, è vero. Ma affinché l’altare non rimanga vuoto, Papa Leone XIV è chiamato a un passo di lungimiranza storica. Emanare un decreto canonico per la riammissione al ministero dei sacerdoti sposati è oggi l’atto di vera custodia del gregge: una decisione necessaria per garantire la cura delle anime, sostenere il clero in difficoltà e operare per il bene comune dei fedeli di tutto il mondo.

Sinodalità e ministero: perché il “sacerdozio potenziato” passa dal realismo pastorale dei preti sposati

TRIBUNA. Sinodalità contro sacerdozio

L’articolata analisi pubblicata da Infovaticana sulla dialettica tra sinodalità e ministero sacerdotale pone una questione cruciale per l’avvenire della Chiesa: il rischio che un’idea astratta di “sinodalità” finisca per svuotare l’identità del sacerdote, anziché valorizzarla, lasciando il clero in una bolla di ambiguità e sovraesposizione burocratica.

Di fronte a questo dilemma, la strada per evitare l’indebolimento del ministero non è né l’arroccamento clericale né la dissoluzione della figura del presbitero, bensì l’edificazione di un “sacerdozio potenziato”. Un rinnovamento che non sminuisce il sacramento dell’Ordine, ma ne arricchisce la portata attraverso il realismo pastorale e la riammissibilità al ministero attivo dei sacerdoti sposati.

Un ministero più forte, non depotenziato

Il vero attacco all’identità sacerdotale oggi non nasce dalla collaborazione con i laici, ma dalla solitudine, dal burnout e dalla trasformazione del parroco in un amministratore unico soffocato dalle incombenze legali e fiscali. Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati ribadisce che un sacerdozio forte, autorevole e pienamente evangelico si ottiene restituendo al pastore la libertà di dedicarsi alla cura delle anime e all’Eucaristia.

Riammettere i presbiteri coniugati al servizio attivo delle parrocchie significa:

  • Valorizzare competenze d’eccellenza: I sacerdoti sposati possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università, uniti a una concreta maturità professionale e umana.

  • Offrire stabilità affettiva e relazionale: La presenza della famiglia del presbitero e la sua stabilità coniugale offrono un punto di appoggio solido e trasparente per le comunità, rompendo il guscio dell’isolamento presbiterale.

  • Creare vera fraternità nel clero: L’affiancamento tra sacerdoti celibi e sacerdoti sposati non indebolisce il celibato profetico, ma crea una sinergia fraterna in cui il carico pastorale ed esecutivo viene condiviso alla luce del sole.

Dalle dispute teoriche al decreto di Papa Leone XIV

Mentre il dibattito teologico rischia di arenarsi su contrapposizioni ideologiche tra clericalismo e secolarizzazione, la realtà dei territori chiede operai per la messe. Le parrocchie vuote e le comunità prive dei Sacramenti non hanno bisogno di slogan, ma di pastori qualificati e presenti.

Un decreto canonico di Papa Leone XIV che conceda agli Ordinari diocesani la facoltà di riammettere al ministero attivo i sacerdoti sposati rappresenta il passo legislativo e trasparente fondamentale per realizzare questo “sacerdozio potenziato”. Riconoscere l’apporto del clero coniugato è l’atto di realismo pastorale indispensabile per custodire il bene comune dei fedeli, dare nuova forza all’identità presbiterale e garantire la cura delle anime in tutta la Chiesa universale.

Vescovi belgi propongono a Roma l’ordinazione dei preti sposati

Vescovi belgi propongono a Roma l'ordinazione dei preti sposati

L’arcivescovo di Mechelen-Bruxelles, monsignor Luc Terlinden, ha difeso l’apertura di un dibattito sull’ordinazione di uomini sposati nella Chiesa latina, a seguito della sua partecipazione come invitato al Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra svoltosi a York dal 10 al 12 luglio 2026. Il capo della conferenza episcopale belga ha confermato in un’intervista al quotidiano olandese Nederlands Dagblad che l’episcopato del Paese ha già inoltrato questa proposta a Roma durante il Sinodo sulla Sinodalità del 2023, chiedendo anche una maggiore decentralizzazione pastorale. “Iniziativa personale ma abbiamo detto al Vaticano che siamo aperti a discutere della possibilità” ha dichiarato monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Bruxelles, riferendosi alla posizione precedentemente espressa dal vescovo di Anversa.

Il prelato ha sottolineato che l’integrazione di uomini coniugati nel clero rappresenterebbe un’opportunità di crescita spirituale e comunitaria per l’intera istituzione ecclesiale occidentale.

“Per me, i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa” ha affermato monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Bruxelles. L’arcivescovo ha poi richiamato l’attenzione sui modelli già esistenti all’interno della comunione cattolica globale, evidenziando la necessità di valorizzare pienamente queste antiche consuetudini.
“Ho parlato con un vescovo greco-cattolico che mi ha detto che il 90% dei suoi sacerdoti è sposato. In Occidente non sempre mostriamo sufficiente rispetto per questa tradizione orientale, che è anch’essa cattolica” ha aggiunto monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Bruxelles. Il capo dei vescovi belgi ha precisato che ogni decisione finale spetta comunque al Pontefice e che la struttura del sinodo anglicano, pur offrendo spunti di trasparenza, si differenzia dal metodo cattolico.

in Vescovi belgi propongono a Roma l’ordinazione dei preti sposati https://www.sekbernews.id/it/vescovi-belgi-proposta-preti-sposati

Che testo potente. È una di quelle poesie in romanesco scritte per scuotere le coscienze, un promemoria diretto e senza filtri che colpisce dritto al cuore

Il senso della vita è quello che vogliamo darle - La Mente è Meravigliosa

Ci so solo due persone che devi rende felice, è bene che non te lo scordi il “te” a 10 anni pieno de sogni e il “te” a 80 pieno de ricordi non te devi scordà mai da dove sei partito dei sogni che per tanto tempo hai custodito non te scordà delle sfide che eri disposto a affrontà senza paura de quando la vita te sembrava solo ‘na strepitosa avventura perché cresce non significa dì: “m’accontento” ma soffiá sul fuoco che c’hai dentro, pure se a volte pare spento non fa che er tempo te insegni a rinuncià la vita è ‘na montagna e tu la puoi scalà e se la salita sarà dura ricordate che in cima te attende ‘n panorama che non hai mai visto prima e quanno er tempo sarà passato e guarderai laggiù, tra tutto quello che hai vissuto… e qualcuno che nun c’è più te resterà ‘na domanda, a cui risponne con sincerità: hai vissuto pe’ davvero… o hai solo fatto finta de campà?


Che testo potente. È una di quelle poesie in romanesco scritte per scuotere le coscienze, un promemoria diretto e senza filtri che colpisce dritto al cuore.

Il messaggio centrale è un inno alla fedeltà verso se stessi: non tradire il bambino sognatore che eri a 10 anni e non deludere il vecchio pieno di memorie che sarai a 80. Tutto il resto — le aspettative altrui, i compromessi comodi, le paure quotidiane — sfuma di fronte a quell’unica domanda finale: “hai vissuto pe’ davvero… o hai solo fatto finta de campà?”

I punti chiave del testo:

  • I due unici giudici della tua vita: Il te bambino (i sogni, la purezza, l’assenza di paura) e il te anziano (i ricordi, il bilancio finale, la pace con se stessi).

  • La trappola dell’accontentarsi: Crescere non deve significare spegnere il fuoco o farsi insegnare dal tempo a rinunciare.

  • La metafora della montagna: La fatica della salita è giustificata dalla bellezza del panorama in cima — una vista e una consapevolezza che appartengono solo a chi ha avuto il coraggio di scalare.

  • Il fuoco interiore: L’invito a “soffià sul fuoco che c’hai dentro, pure se a volte pare spento” è l’essenza stessa della resilienza.

Un testo del genere invita davvero a fermarsi un secondo, fare un bel respiro e chiedersi se la strada che stiamo percorrendo stia alimentando quel fuoco o se ci stiamo solo lasciando trasportare dalla corrente.

E Un Giorno… · Francesco Guccini Stagioni ℗ 2000 EMI Music Italy s.r.l. Released on: 2000-01-01 Producer: Renzo Fantini Composer: Francesco Guccini

L’Arcivescovo di Bruxelles accoglie l’esempio orientale: Movimento sacerdoti sposati chiede un decreto canonico per il reintegro nel ministero

Monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Mechelen-Bruxelles e primate del Belgio

Le recenti dichiarazioni rilasciate alla testata svizzera RSI e al quotidiano Nederlands Dagblad da monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Mechelen-Bruxelles e primate del Belgio, segnano un ulteriore e autorevole tassello nel dibattito sul futuro del ministero presbiterale in Europa. Con encomiabile chiarezza, il presule ha affermato che «i sacerdoti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa», invitando la comunità cattolica occidentale a superare i pregiudizi eurocentrici e a guardare con rispetto e attenzione alla millenaria e legittima tradizione delle Chiese cattoliche orientali di rito greco, dove la stragrande maggioranza del clero è felicemente coniugata.

Pur mantenendo una linea istituzionale prudente e ricordando che qualsiasi ordinazione o modifica disciplinare necessita dell’esplicita autorizzazione del Santo Padre, l’apertura di monsignor Terlinden si somma alla determinata prospettiva del vescovo di Anversa, monsignor Johan Bonny.

La posizione di Don Serrone: serve un decreto canonico immediato

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati ha accolto con viva soddisfazione le parole del Primate del Belgio. Nel commentare l’intervento del presule, Don Giuseppe Serrone ha sottolineato che non occorre attendere anni o forzare singole iniziative diocesane: è arrivato il momento per Papa Leone XIV di porre mano a un decreto canonico straordinario che riaccolga immediatamente al ministero sacerdotale attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano.

La proposta di Don Serrone e del Movimento risponde a un preciso principio di realismo pastorale:

  • Risorse teologiche e umane già pronte: Non vi è la necessità di attendere i tempi lunghi di nuove ordinazioni. Esistono già centinaia di sacerdoti coniugati provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso pontificie università.

  • Superamento del burnout e della solitudine: Il reintegro di presbiteri coniugati permetterebbe di affiancare il clero celibatario, sollevandolo dal carico amministrativo e pastorale che causa isolamento e logoramento.

  • Piena comunione con la tradizione della Chiesa: L’esperienza delle Chiese orientali dimostra che l’unione tra il sacramento dell’Ordine e la stabilità relazionale della vita familiare costituisce un valore aggiunto per la cura delle anime e per la trasparenza delle comunità.

L’appello rivolto al Papa e ai Vescovi è chiaro: la firma di un decreto di riammissione rappresenterebbe un atto legale, ordinario e trasparente capace di guarire le ferite del passato e di garantire la presenza dei sacramenti nelle parrocchie destinate altrimenti al silenzio.

Tutti pazzi per l’Odissea: «Vi spiego perché Omero non tramonta mai»

Tutti pazzi per l'Odissea: «Vi spiego perché Omero non tramonta mai»

«L’Odissea e l’Iliade continuano a parlarci perché raccontano gli uomini prima ancora degli eroi. Ci sono il desiderio di tornare a casa, la guerra, la nostalgia, il rapporto fra padri e figli, la paura, il destino. Finché esisteranno queste domande, Omero sarà nostro contemporaneo». Gioele Dix frequenta da tempo il poeta di cui l’Occidente continua a nutrirsi. Dopo aver dedicato a Telemaco e ai primi quattro canti dell’Odissea il fortunato Vorrei essere figlio di un uomo felice, l’attore e autore torna oggi all’altro grande poema omerico con Ettore e Andromaca che non volevano la guerra, debuttato in prima nazionale al Festival di Teatro Antico di Veleia, nella suggestiva cornice dell’area archeologica piacentina. La rassegna, diretta da Paola Pedrazzini, prosegue fino al 22 luglio tra Veleia Romana, Castell’Arquato, Vigoleno e Castelnuovo Fogliani. Lo spettacolo di Dix, destinato a proseguire il suo cammino anche in altri teatri, è un viaggio dentro uno dei vertici poetici dell’Iliade.

Quello con Omero è un dialogo che accompagna Dix, che in questi mesi firma la rubrica di prima pagina di Avvenire “E dunque”, fin dagli anni del liceo classico. «Con il greco antico ho sofferto parecchio, sono stato rimandato due volte. Poi un vecchio professore in pensione simpaticissimo mi diede ripetizioni durante l’estate. In realtà parlava più dei personaggi che della grammatica, ma mi fece innamorare definitivamente di Omero». L’anteprima di Veleia si è concentrata sull’incontro tra Ettore, Andromaca e il piccolo Astianatte davanti alle porte Scee. Un momento sospeso in cui la guerra, prima ancora che battaglia, diventa tragedia familiare e rivela il volto più umano degli eroi. «Ettore torna in città, il figlio si spaventa vedendo l’elmo del padre, Andromaca lo supplica di non tornare a combattere – spiega Dix –. Mi interessava raccontare una coppia divisa irreparabilmente dalla guerra e fare un viaggio non retorico su questo tema».
Il suo Ettore è lontano dalla retorica dell’eroe invincibile. «In fondo non vuole la guerra, anche se sa di doverla combattere. È costretto a difendere la sua città, la sua famiglia, la sua stirpe, pur intuendo che Troia è destinata a soccombere. È un uomo pieno di contraddizioni. Ed è proprio questa complessità a renderlo vicino a noi». Se Ettore incarna il dramma del dovere, Andromaca rappresenta quello di chi la guerra la subisce. «Lo prega di restare, ma sa che nessuna scelta potrà salvarli davvero. La guerra travolge tutti, ma sulle donne lascia ferite ancora più profonde. Possono essere uccise, ma anche violate. Andromaca sopravvive, diventa schiava, poi esule. Vivrà nella nostalgia della sua città perduta».
La riflessione sul mito si intreccia continuamente con la storia. «Racconto la guerra omerica, fatta di lance, spade, corpi dilaniati, ma poi faccio un salto nella Prima guerra mondiale attraverso Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Anche quella era una guerra terribilmente fisica. Oggi abbiamo l’impressione che il conflitto sia più tecnologico, più distante, ma quando arriva un drone le persone muoiono allo stesso modo. Cambiano gli strumenti, non cambia il dolore». Nel suo spettacolo affiora anche un ricordo personale. «Penso spesso a mio nonno ebreo, di cui ho raccontato la storia nel libro Quando tutto questo sarà finito. Da bambino passeggiavo con lui ai giardini pubblici. Un giorno un signore gli disse: “Lei deve avercela a morte con i tedeschi”. E lui rispose: “No, non sono io che ce l’ho a morte con i tedeschi. Erano loro che ce l’avevano a morte con me”.

Mi torna spesso in mente quando penso alle vittime di tutte le guerre».vLo stesso principio vale, secondo lui, per trasmettere oggi i classici ai ragazzi. «Non bisogna banalizzare. Oggi si parla molto di divulgazione, ma non possiamo spiegare tutto. Anche il pubblico deve fare la sua parte. Basta fermarsi su pochi versi, su un dettaglio, su una scena come quella di Ettore e Andromaca: dentro c’è già tutto il poema. Dai particolari si arriva all’universale». Un’esperienza che aveva già vissuto con Vorrei essere figlio di un uomo felice, dedicato alla Telemachia, vale a dire i primi quattro libri dell’Odissea in cui al centro c’è il figlio Telemaco. «Mi affascinava un paradosso: il protagonista, Ulisse, non compare ancora, eppure domina tutta la vicenda. È il racconto di un padre ingombrante proprio perché assente. Quello spettacolo coincise con la malattia e la morte di mio padre, per questo mi è rimasto nel cuore». Per Dix è proprio questa la forza inesauribile di Omero: parlare all’oggi senza piegarsi all’attualità. «Faccio una distinzione netta: l’attualità è la cronaca, destinata a passare. La contemporaneità è lo spirito del tempo. Se sappiamo ascoltarlo, Omero non appartiene al passato. Continua a raccontare quello che siamo».

Avvenire

«Vuoi una rosa?»: viaggio nel racket dei venditori, sfruttati e stipati in case-pollai

«Vuoi una rosa?»: viaggio nel racket dei venditori, sfruttati e stipati in case-pollai

Avvenire

«Venti rose, venti euro». Zahir stringe i mazzi in una mano e continua a camminare tra i tavoli. Ha 55 anni e da quasi vent’anni vende rose tra ristoranti e locali di Milano, guadagnando poco più di quanto gli costano. Quando ha lasciato il Bangladesh immaginava un’altra vita. «Si parte nella speranza di un futuro migliore», dice accennando un sorriso. Tutto ciò che riesce a risparmiare lo manda a casa: cento, duecento euro. Somme modeste, ma preziose per sostenere l’istruzione di un fratello minore, contribuire alle cure del padre o per ripagare una parte dei debiti di viaggio. «Molti arrivano attraverso la rotta mediterranea: Medio Oriente, Libia e poi il mare. Altri percorrono la rotta balcanica, entrando da Trieste o da Gorizia», spiega Francesco Della Puppa, professore di Sociologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Nel viaggio e anche dopo l’arrivo si appoggiano spesso a mediatori che soddisfano bisogni concreti: trovare un lavoro, una casa, un contatto. Tutto questo ha un costo». Sami lo sa bene. Ha 21 anni ed è arrivato in Italia appena sei mesi fa. «Ho pagato più di 15mila euro per uno “sponsor” che avrebbe dovuto procurarmi un lavoro. Poi è sparito: era una truffa». Una volta entrati, per molti il primo passo è la richiesta di asilo. Nell’attesa di una risposta che però può richiedere diverso tempo, si cerca un lavoro. Senza documenti regolari trovare un impiego stabile è quasi impossibile. «Ci sono giorni in cui faccio più turni in un ristorante, altri in cui vendo rose». È arrivato soprattutto per motivi economici, ma non solo. «In Bangladesh studiavo. Il mio obiettivo è continuare a studiare anche qui all’università». Si ritrae abbassando leggermente la voce. «Qui mi sento solo. A casa tutti mi conoscevano. Qui nessuno sa chi sono».
Chi parte oggi appartiene spesso alla classe media o medio-bassa. «Negli anni Novanta – quando iniziano i primi arrivi con le prime sanatorie – gli immigrati dal Bangladesh erano persone qualificate e istruite, di classe media e medio-alta, proprietari di terreni agricoli, attività industriali e commerciali», spiega Della Puppa. A spingerli non era la povertà assoluta, ma la consapevolezza che non avrebbero avuto opportunità di migliorare la propria condizione nell’instabilità politica ed economica del proprio Paese. «Ogni genitore vuole dare ai propri figli qualcosa in più rispetto a quello che ha avuto». Sognando un futuro diverso almeno per loro, accettano di lavorare nei distretti industriali del nord-est, con alti tassi di sfruttamento, paghe basse e turni massacranti. «Significava però avere una certa stabilità economica, con tutto ciò che ne consegue: dalla casa alla possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare».
Ma negli anni le cose cambiano. E non in meglio. La crisi economica rende l’occupazione più precaria, l’integrazione è complessa e il pregiudizio dell’immigrazione continua a pesare sui loro figli, anche se nati e cresciuti qui. Nel frattempo, le spinte a lasciare il Bangladesh si sono fatte più forti, chi parte è facile che sia stato costretto a indebitarsi, e una volta arrivato in Italia, finisce spesso con un mazzo di rose in mano. «Si appoggiano a reti di connazionali che probabilmente vivono in appartamenti in sub-sub-subaffitto in cui sono molto stipati. In Bangla queste sistemazioni abitative le chiamano case “murghi”, che significa “pollo”, perché in un certo senso sono stipati come polli negli allevamenti a batteria», spiega della Puppa. Anche per Sami è così: «Abito con altre sette persone, non è bello, l’appartamento è molto piccolo». Vive a qualche chilometro da Milano, dove ogniuno paga 200 euro al mese. Capita perfino che lo stesso posto letto venga affittato a due persone: chi lavora di notte in fabbrica, dà il cambio a chi vende rose e ombrelli di giorno. «Ad affittarmi la casa è un uomo proveniente dal Bangladesh, è venuto qui 15 anni fa… Vendeva rose in Duomo, ora ha alcuni negozi!», sorride Sami.
Una gerarchia in cui tutto ha un prezzo: «C’è una sorta di listino, un posto letto in un appartamento con altre otto persone a quella cifra. Se vuoi aggiungere anche la residenza, devi pagare un po’ di più e così via», precisa Della Puppa. Per Mohamed, 32 anni, il tariffario prevede 200 al mese per la casa, altri 200 per mangiare, 500 per vedere sigarette o cavi per il telefono.
Nell’esperienza migratoria – dal viaggio all’inserimento sociale, lavorativo e abitativo – sono necessari moltissimi “mediatori”. «Ci si affida a una serie di “broker della migrazione”, persone che di solito sono a loro volta immigrati presenti da molto tempo in Italia che hanno molte reti – magari anche con l’appoggio di italiani che sanno come funzionano le politiche migratorie – e che soddisfano queste necessità dietro pagamento di un compenso: esiste una parola che li definisce, “dalal”, sono figure che si muovono tra il legale e l’illegale». Questi intermediari “ibridi”, spesso in competizione tra di loro, possono indirizzarli verso un certo tipo di lavoro, indicargli che zona coprire. «Non esiste un clan mafioso transnazionale: ci sono persone specializzate, per esempio, nel farti entrare in un certo cantiere o in un certo distretto. In cambio ogni mese ti chiedono 200 euro del tuo stipendio finché, nel giro di qualche anno, non hai ripagato il debito». E così via: c’è chi assicura una piccola parte di viaggio, chi si occupa della casa. Ma niente è gratis. «Ci può essere una condotta mafiosa, nel senso che prendono soldi dal lavoro altrui, forme di caporalato individuali o anche collettive, però non c’è una grande organizzazione». Quasi nessuno denuncia: un po’ per la paura di ritorsioni e di non trovare più lavoro, un po’ viene accettato come regola non scritta del gioco.
Ripensando al viaggio Mohammed, 32 anni, scuote la testa guardando in basso: «Ho passato lì, in Libia, tre mesi. Tanti problemi, tante persone cattive. Ero chiuso in casa, ho dovuto pagare 10mila euro». Di colpo si incupisce e si muove verso il bordo della strada: guarda i giovani che si stanno avvicinando. «Arrivano in quattro o cinque e mi rubano tutto. Succede spesso». È stanco, solo, disincantato. Torna ad accennare un sorriso solo quando il discorso si sposta sulla sua famiglia, la moglie e la figlia di sette anniÈ per loro è arrivato qui due anni fa: «Quando avrò un documento e un po’ di soldi in più, anche loro mi raggiungeranno».

La sfida a Putin inizia dalle urne: il “no” alla guerra del partito Jabloko

La sfida a Putin inizia dalle urne: il "no" alla guerra del partito Jabloko

«Quelle di settembre non saranno elezioni, bensì un referendum sulla guerra». Ne è convinto Grigorij Javlinskij, fondatore di Jabloko, il partito di opposizione in Russia che chiede la fine del conflitto in Ucraina. Nonostante tutte le difficoltà, Jabloko ha deciso di presentarsi alle legislative del 20 settembre e di candidare molti giovani. Una generazione di uomini e donne nata dopo la fine dell’Unione Sovietica che chiede una Russia libera, democratica, non bellicista. E che guarda al dialogo con Europa, di cui si sente parte integrante. «Bisogna trovare un linguaggio comune», sostiene Javlinskij.
Con quali obiettivi e aspettative Jabloko intende partecipare alle elezioni?
La priorità è quella di fermare la perdita di vite umane, salvare le persone e arrivare prima possibile a un accordo per il cessate il fuoco. Questo è il significato principale del nostro programma elettorale. È composto da appena 43 parole. Queste elezioni non riguardano tasse, tariffe, stipendi o pensioni. Riguardano la vita delle persone, la libertà e il futuro della Russia. Di fatto, si tratterà di un referendum al quale parteciperanno oltre 60 milioni di elettori. Solo Jabloko sostiene un accordo per il cessate il fuoco con l’Ucraina, la libertà e una vita senza paura. Tutti gli altri partiti supportano la linea politica del governo. In realtà, ci saranno due risultati elettorali. Uno sarà quello ufficiale che verrà annunciato. L’altro sarà il risultato reale. Il vero orientamento della volontà popolare sarà noto alle autorità. E sarà questo il principale esito delle elezioni: la massima leadership del Paese vedrà quanti cittadini russi sostengono realmente il cessate il fuoco e l’immagine del futuro della Russia proposta da Jabloko, in linea con le sfide del ventunesimo secolo. Il senso della nostra partecipazione è mostrare ciò che desidera realmente il popolo russo. Da quattro anni non cambiamo la nostra posizione: un accordo immediato per il cessate il fuoco, seguito da negoziati. Le persone vedono ciò che accade. E vedono chi propone una vera via d’uscita.
Negli ultimi mesi Jabloko è stato sottoposto a una pressione senza precedenti. Qual è lo stato d’animo nel partito?
Abbiamo migliaia di membri ufficiali e oltre un milione di sostenitori iscritti, e durante tutto questo periodo nessuno ha lasciato il partito. Questo nonostante otto nostri colleghi siano in carcere per accuse di natura politica, dodici siano sotto procedimenti penali, decine siano stati multati per aver espresso pubblicamente la posizione del partito sul conflitto, e il leader assieme a tutti i deputati in carica sia stato privato del diritto di candidarsi. Eppure, sempre più giovani si iscrivono al partito. Questo dimostra che, nonostante tutte le pressioni, Jabloko ha un futuro.
Perché non ha guidato personalmente la lista elettorale?
Perché bisogna aprire la strada ai giovani in politica. La mia generazione ha fallito, compromettendo completamente le riforme degli anni Novanta. Di conseguenza il Paese è arrivato a una situazione catastrofica. Avevamo un’opportunità storica e non siamo riusciti a coglierla. Ora si sta affacciando una nuova generazione e il nostro compito è sostenerla e aiutarla in ogni modo. Personalmente, sarò al loro fianco e li aiuterò per tutto il tempo necessario. Oggi è molto importante l’immagine del partito, e con essa l’età dei candidati. L’età media della nostra nuova leadership è di 37 anni. Saranno i giovani a costruire il futuro del Paese.
Secondo un sondaggio del canale YouTube di opposizione Živoj Gvozd’, l’84% degli ascoltatori sarebbe pronto a votare per Jabloko. Perché?
C’è anche un altro esempio. In un popolarissimo canale Telegram di notizie è stato condotto un sondaggio al quale hanno partecipato oltre 83 mila persone. Il 29% si è espresso a favore di Jabloko. Aveva una percentuale superiore solo il gruppo di chi non intende votare. Non si tratta solo del fatto che finalmente ci hanno ascoltato. Le persone stanno arrivando alla conclusione che così non si può andare avanti e che noi rappresentiamo la forza politica attraverso la quale possono esprimere il proprio sentire su quanto accade.
E se all’ultimo momento le autorità impedissero al partito di partecipare alle elezioni?
Anche questo potrebbe accadere. Se così fosse, la pressione su di noi diventerebbe ancora più forte. Ma non rinunceremo ai nostri principi, alle nostre convinzioni e al nostro programma. Stiamo facendo tutto ciò che è vitale qui e ora.
In Occidente Jabloko viene spesso criticato per la partecipazione alle elezioni, considerate da alcuni un “gioco” secondo le regole del potere. Qual è la sua risposta?
Chi dice queste cose non comprende la sostanza del problema, oppure ne trae semplicemente vantaggio. Vengano in Russia e poi ne parliamo. La nostra posizione è molto semplice: questo è il nostro Paese e questo è il nostro popolo. Faremo tutto ciò che è necessario affinché le persone non vengano uccise e affinché esista un futuro normale per il nostro Paese, per l’Ucraina e per l’Europa.
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Migliaia di migranti in pochi giorni: a Ceuta è in corso un'emergenza umanitaria

Avvenire

L’enclave spagnola di Ceuta, in nord Africa in contiguità con il territorio marocchino, sta affrontando l’arrivo di un numero molto alto di migranti in poche ore: centinaia di persone hanno attraversato il confine dal mezzogiorno di oggi, 30 luglio. Secondo la tv spagnola Tve, sarebbero 2mila (il dato non è stato confermato da altre fonti). Sono soprattutto giovani uomini. Entrano in mare dalla costa marocchina, nuotano per alcuni metri allontanandosi pericolosamente da riva e attraversando il tratto che costeggia il confine via acqua. Quando tornano sulla terraferma, sono in Spagna. Gli ingressi si concentrano attorno al valico di frontiera di Tarajal. Le autorità già da alcuni giorni avevano segnalato un aumento insolito degli arrivi: 1.500 persone in dieci giorni. 
A segnare il confine tra i due Paesi – e tra il continente africano e l’Unione europea – sono un’alta recinzione e una diga frangiflutti che prosegue per alcuni metri anche nel mare. Gli attraversamenti si registrano tutte le estati, il momento dell’anno in cui le condizioni metereologiche sono più favorevoli. In questi giorni, però, i numeri sembrano essere più alti rispetto alla media della stagione. Le immagini mostrano che cosa accade quando le persone raggiungono Ceuta: qualcuno bacia la terra, altri si inginocchiano. Altri ancora urlano “Viva la Spagna”. Molti, poi, iniziano a correre più lontano possibile dalla frontiera. Chi arriva ringrazia anche di essere ancora vivo. Per quanto il tratto di mare sia percorso da centinaia di persone, rimane pericoloso: secondo le autorità locali, 60 persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversarlo dall’inizio di quest’anno. Quattro corpi sono stati trovati dalle autorità locali tra il 29 e il 30 luglio. Quelle immagini richiamano alla mente quanto successe nel maggio del 2021. In dieci giorni, allora, 10mila persone superarono il confine. Fu un evento fuori dall’ordinario, condizionato – secondo alcuni analisti e diverse organizzazioni internazionali – anche da un periodo di rapporti tesi tra Marocco e Spagna e dall’uso dei migranti come arma di pressione politica.
I giornali di Ceuta parlano in questo momento di uno stato di «massima allerta». L’emergenza è soprattutto umanitaria: le centinaia di migranti arrivate non hanno un posto dove stare. Ceuta ha una superficie di 19 chilometri quadrati e una popolazione di circa 80mila persone. La principale struttura – il Centro di Detenzione Temporanea per Immigrati – è già sovraffollato. Decine di persone si sono accampate appena fuori, usando dei materassi e dei vestiti come tende. Le testimonianze che arrivano dall’interno del centro (riportate da El Pais) raccontano di pessime condizioni igieniche, dell’insufficienza di bagni e lavandini, di stanchezza e disperazione come stati d’animo prevalenti tra i migranti.
Le persone arrivate a Ceuta dopo aver nuotato nelle acqua che costeggiano la frontiera con il Marocco / Ansa
Le persone arrivate a Ceuta dopo aver nuotato nelle acqua che costeggiano la frontiera con il Marocco / Ansa
Juan Jesús Vivas, il sindaco di Ceuta, ha chiesto che venga dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Domani arriverà in città il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, che a una tv spagnola ha dichiarato che le autorità si trovano ad affrontare una situazione «straordinaria ed eccezionale». Il primo ministro spagnolo Sanchez ha dichiarato che il governo «è pienamente impegnato a fornire una soluzione immediata» e «sta predisponendo tutte le misure necessarie per ripristinare la normalità il prima possibile» a Ceuta. Il leader del Partito Popolare di opposizione conservatore, Alberto Núñez Feijóo, ha scritto in un post su X: «La situazione a Ceuta è disperata. Il governo non può voltarsi dall’altra parte… perché stiamo affrontando una crisi di sicurezza nazionale». Secondo attivisti sia spagnoli che marocchini, sentiti da Reuters, le persone che stanno attraversando la frontiera sono per la maggior parte di nazionalità marocchina, con una minoranza di origine algerina.
Il ministro dell’Interno Marlaska ha accusato le «reti di trafficanti di esseri umani» di stare «sfruttando» una recente sentenza della Corte Suprema. È una delle letture che vengono date per spiegare l’aumento significativo degli arrivi in pochi giorni: il 9 luglio, la Corte spagnola ha stabilito che chi arriva a Ceuta via mare non può essere immediatamente respinto al di là del confine. Le autorità devono identificare la persona e rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto spagnolo ed europeo; ciascun caso deve essere valutato singolarmente. Diverse associazioni che si occupano di diritti dei migranti sono però dubbiosi sull’ipotesi che lega l’impennata degli ingressi alla sentenza della Corte: la maggior parte delle persone migranti – hanno dichiarato a Reuters – non sono a conoscenza della sentenza.

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