Assisi 2026, le religioni unite per la pace: “Basta con le guerre, scegliamo il dialogo”

Assisi 1986-2026: la pace ha bisogno di dialogo. Quarant'anni dopo lo  storico incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi, il  messaggio di pace e di dialogo conserva tutta la sua
Si conclude nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco l’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, a quarant’anni dalla storica giornata voluta da Giovanni Paolo II. Le parole di Zuppi e Bartolomeo I, le testimonianze dei rappresentanti religiosi e l’appello finale affidato ai bambini: “È ora di riabilitare la pace”

Guglielmo Gallone – Inviato ad Assisi

Eccolo, lo spirito di dialogo e di pace che ha attraversato Assisi in questi giorni. Si è manifestato tutto nell’arco di poche ore, sotto un cielo azzurro e un sole pieno, ormai calante, di fronte a 5mila persone, nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco. Qui, quarant’anni dopo lo storico incontro voluto da San Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, uomini e donne di religioni, culture e Paesi differenti si sono ritrovati ancora una volta gli uni accanto agli altri, per pregare, incontrarsi e chiedere la fine delle guerre. Cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, shintoisti, taoisti, zoroastriani e tanti altri hanno composto un’immagine che ha racchiuso il senso dell’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, giunto oggi, martedì 27 ottobre, alla sua conclusione. Tre giorni di dialogo, testimonianze e confronti, tre giorni dedicati a tutti i conflitti, anche quelli più dimenticati, e agli innumerevoli sforzi per porvi fine, culminati in un appello rivolto al mondo: “Basta con le guerre! Basta con la cultura della guerra, scegliamo la creatività del dialogo e l’audacia della pace”.

Vatican News

L’arco storto

L'arco storto

Avvenire

«Iuvenes eorum comedit ignis» (Sal 78,63). Il fuoco divorò i loro giovani. È il grido antico del salmista.
Da allora sono trascorsi millenni. Eppure quelle parole sembrano scritte apposta per la cronaca di questi giorni. Milano, 17 ottobre 2026. Fumogeni, sanpietrini, vetrine in frantumi, tavolini strappati ai dehors e scagliati contro gli scudi. Centinaia di giovanissimi, molti minorenni, convocati su TikTok da una sigla che nessuno conosceva. Senza bandiere di partito, senza leader, con il tricolore accanto ai vessilli dei Paesi da cui erano partiti i loro genitori. Lo stesso sabato, in Francia, oltre mezzo milione di persone in piazza: una protesta nata nei licei di Créteil e dilagata ovunque, scontri e incendi, più di duemila fermi in un solo fine settimana. Finché Parigi, la città che si volle dei Lumi, ha dovuto spegnere per decreto le proprie strade e riesumare una parola di guerra: coprifuoco. Dalle otto di sera alle sei del mattino, in interi quartieri di Parigi, di Lione, di Lille, di Nizza. Pochi giorni prima, a Lisbona e Porto, si sfilava dietro uno striscione che ha il sapore antico di un epitaffio: «Non si può più vivere così». E ancora le piazze spagnole per la casa, gli studenti serbi dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, i ragazzi di Kathmandu capaci di far cadere un governo. Più di cinquanta Paesi. Un’unica febbre. Un’unica rabbia che divampa. E brucia, brucia tutto.
Il fuoco, appunto. Ancora una volta. Fuoco che divora i giovani. E non solo i giovani. E che anche gli stessi giovani, troppo spesso, alimentano.
Un altro Salmo, il centoventisettesimo, ci ricorda, però, che «come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza» (Sal 127,4). Molti secoli dopo, Khalil Gibran avrebbe scritto ai genitori: «voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce vive, sono lanciati in avanti». Le generazioni sono archi e frecce: sono archi i padri, sono frecce i figli. La freccia, però, non sceglie la propria traiettoria. La riceve. Dalla tensione della corda, dalla forma del legno, dall’occhio dell’arciere che vede il bersaglio. Per questo, se la freccia devia, prima di interrogare la freccia occorre interrogare la mano che l’ha scoccata. Se il fuoco divora i figli, sono i padri a doversi interrogare per primi sui loro errori. Per primi. Ma non da soli. Gibran definisce i giovani «frecce vive». E chi è vivo sceglie. Chi scaglia una pietra resta responsabile di quella pietra. Nessuna ferita subita giustifica la ferita inflitta. Non si costruisce un mondo migliore devastando quello che c’è. Si costruisce un mondo migliore nella verità. Nella verità della propria natura, senza la quale non può esserci verità della storia. E nel sacrificio di sé (non di chi o di ciò che è altro da noi), necessario a custodire ed edificare la verità. Perché – ed è questo, a mio avviso, il cuore della questione – fuori dalla verità di natura non si possono conseguire fini di bene. Non lo possono i padri che hanno spento la luce. Non lo possono i figli che devastano per riaccenderla.
Lo ha ricordato, pochi giorni dopo le violenze di Milano, anche Papa Leone XIV. Rivolgendosi a chi educa nelle scuole e nelle università, ha descritto giovani «come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi», stretti in «una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato». E ha indicato la via: «Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso». Perché «sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati». Non di un amore qualunque, ma di un amore che è verità.
Il Presidente Mattarella, a sua volta, ha chiesto, all’indomani degli scontri, «un’analisi intelligente e approfondita» di violenze che sembrano esplodere «in modo inatteso da soggetti inediti». Una condizione che «pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili». Senza mai dimenticare, ha ricordato, che «ogni violenza è inaccettabile».
Qual è, allora, il punto di vista delle diverse scienze sulla traiettoria di queste «frecce vive» scagliate, a volte disordinatamente, verso il futuro?
L’economia ne calcola la spinta. Federico Fubini sul Corriere ed Enrico Giovannini su Avvenire hanno, molto opportunamente, ricostruito il quadro di crescenti diseguaglianze nel quale questo movimento si sviluppa. Tutto vero. Forse potremmo aggiungere anche che la povertà, da sola, non basta a generare e a “giustificare” la rabbia. Generazioni più povere di questa, in passato, sono partite con la valigia di cartone, finanche cantando, mosse dal desiderio positivo di affrancarsi dalla loro condizione di disagio e di costruire un mondo migliore e un futuro più bello. La diseguaglianza diventa rabbia, invece, solo quando la promessa si rompe. Anzi, quando non c’è più nemmeno una promessa. Vale la pena tenerlo a mente.
La sociologia, a sua volta, ne disegna il profilo. Ragazzi dell’hinterland, figli di chi è già emigrato una volta, che non hanno un altrove verso cui fuggire perché sono già l’altrove dei loro padri. Mentre i coetanei della borghesia partono a migliaia con la laurea in valigia, a loro l’uscita è murata.
La politica, infine, ne registra il vuoto in cui si muovono. Hirschman distingueva tre risposte al declino di una comunità: andarsene, protestare, restare fedeli. A chi non può partire e non è mai stato davvero accolto resta soltanto la voce. Ma una voce senza istituzioni che la ascoltino, senza corpi intermedi che la traducano, o si spegne o diventa grido. E il grido che non trova orecchio diventa urlo che pietrifica e trafigge. E la politica, a destra come a sinistra, sembra non avere risposte. Sloterdijk direbbe che sono fallite le «banche dell’ira»: i partiti e i movimenti che un tempo raccoglievano la collera dei singoli e la investivano in un progetto. Oggi, invece, la rabbia non ha argini. E non manca chi teme che, dietro sigle senza volto e convocazioni anonime, si stenda l’ombra lunga di guerre ibride e di regie interessate a soffiare sul fuoco. C’è chi vi legge soltanto un problema di ordine pubblico, e invoca più divise. C’è chi vi legge soltanto l’esercizio del diritto alla protesta, e chiede più ascolto. Entrambi i punti di vista hanno un loro fondamento. Nessuno dei due, tuttavia, è sufficiente a comprendere il fenomeno nella sua complessità. Non è solo questione di sicurezza. Non è solo questione di libertà. È questione di senso.
Da ultimo, viene in soccorso la filosofia, che interroga questa rabbia risalendo all’assenza di senso da cui scaturisce la disperazione, una delle condizioni più ricorrenti tra le nuove generazioni. Kierkegaard la chiamava «malattia mortale», non perché uccida, ma perché impedisce tanto di vivere quanto di morire: è il sé che non riesce più a fondarsi.
Le analisi, dunque, si moltiplicano. Ciascuna di esse offre una prospettiva diversa, meritevole di considerazione. C’è chi parla di noia, la malattia sottile di chi possiede tutto ma ha perso il senso del vivere. C’è chi parla di immaturità: l’età dell’innocenza che smarrisce la sua purezza, la potenza dell’adolescenza che non è ancora diventata competenza. C’è chi indica la disconnessione dal reale, un’esistenza consumata dietro uno schermo, da cui discendono un’immaturità persistente e l’assenza di ogni senso del limite. C’è chi torna alle diseguaglianze crescenti, alle ingiustizie sociali e intergenerazionali. Tutte letture da approfondire e da tenere nella giusta considerazione.
Eppure, mentre le diagnosi proliferano, la cura tarda a emergere. Il nostro tempo sembra aver affinato come nessun altro l’arte di descrivere gli effetti, mentre ha smarrito quella di risalire alle cause profonde. Parole, parole, parole. La politica, assediata dall’urgenza, fatica a raggiungere le radici del disagio, persino quelle civili. L’accademia ne misura i sintomi con precisione crescente, ma stenta a tradurre la conoscenza in sapere vivificante e poi in educazione. E anche le comunità di fede, custodi della parola che forma le coscienze, faticano a raggiungere chi non ne varca più le soglie. Alla prova della storia, emerge così una diffusa impotenza.
Dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà, allora, di riconoscere che c’è dell’altro. Le cause e le soluzioni stanno più in basso (o più in alto, molto più in alto) del punto in cui ciascuna scienza è abituata a guardare. C’è dell’altro. E c’è di più da indagare. Bisogna andare oltre. Oltre gli effetti visibili. Scendere più in basso, fino alle fondamenta. Fino all’arco.
Proviamoci.
La disperazione sopravviene quando si perde la speranza. La speranza si perde quando si spegne la luce. Perché sperare è vedere. Vedere oltre. Vedere l’alba oltre la notte. Chi non vede nulla non può attendere nulla. E la luce si spegne quando si smarrisce la verità. Non una verità qualunque, opinabile, negoziabile. La verità di ciò che siamo. La verità di natura di cui si diceva sopra. Un sé senza fondamento è un sé senza direzione. E un sé senza direzione è un arco storto.
Il Salmo che ci ha consegnato il fuoco ci consegna anche quest’altra immagine. Conversi sunt retro ut arcus pravus (Sal 78,57). Si sono rivoltati all’indietro, come un arco storto. Pravus: deforme, contorto, distorto. E insieme malvagio, sbagliato, infondato. Una sola parola tiene insieme la fisica e la morale, come se gli antichi sapessero che il male è anzitutto una deformazione della forma. Un arco che perde la sua finalità è un arco che ha perso la sua stessa natura di arco. Non scocca più. Oppure scocca all’indietro, contro l’arciere. Lo stesso Salmo lo aveva annunciato poco prima: Filii Ephraim, intendentes et mittentes arcum, conversi sunt in die belli (Sal 78,9). I figli di Efraim, arcieri provetti, nel giorno della battaglia voltarono le spalle. Avevano l’arco. Avevano la mano. Avevano perduto la memoria: et obliti sunt factorum eius (Sal 78,11). Dimenticarono le opere e le meraviglie che il Signore aveva mostrato loro. Sempre l’oblio precede la deformazione. Prima si dimentica. Poi ci si torce.
Ecco perché le frecce non colpiscono più il bersaglio giusto o addirittura tornano indietro. Non perché siano nate storte, ma perché storto è l’arco che le ha lanciate. Conversi sunt retro: è l’arco dei padri a essersi rivoltato, ed è la freccia dei figli a pagarne la traiettoria. E il Salmo spiega bene dove conduce questa torsione. Dalla schiavitù dell’Egitto, dalla quale il Signore li aveva liberati, si sono inabissati in una schiavitù ancora peggiore. Dalla libertà sono tornati nella schiavitù, dalla vita nella morte. Persero la loro essenza e la loro finalità. E senza la sua essenza e senza il suo fine, il popolo di Dio non era più il popolo di Dio. Senza la sua essenza e senza il suo fine, l’Umanità non è più l’Umanità. Senza la sua essenza e senza il suo fine, ciascuna persona non è più vera persona.
Anche il rischio che queste frecce siano scoccate da mani occulte verso bersagli altrui non smentisce l’analisi. La conferma, invece. Rabbia dei giovani e manipolazione dei poteri non sono letture da contrapporre, come se l’una escludesse l’altra. Coesistono. E hanno la stessa radice. Un mondo che ha smarrito la verità di natura genera insieme la disperazione di chi brucia e il cinismo di chi accende. È l’arco deforme che oggi regge la storia: storto nei padri che non trasmettono, storto nei figli che devastano, storto nei poteri che manovrano e non sono capaci di offrire soluzioni. Così, la sequenza degli errori si perpetua all’infinito.
I Greci chiamavano hamartía l’errore dell’arciere: mancare il bersaglio. Il Nuovo Testamento userà questa parola per dire il peccato. Non anzitutto una trasgressione: uno smarrimento della mira. E l’apostolo Paolo, per dire la vita salvata, corre katà skopó (Fil 3,14), verso il bersaglio. La speranza ha una mèta. La disperazione no.
Abbiamo consegnato ai nostri figli un mondo senza bersaglio. Abbiamo insegnato loro che la verità non esiste, che il bene è una preferenza, il fine un’opinione. Abbiamo chiamato libertà l’assenza di direzione. E ora ci stupiamo che le frecce ricadano su di noi. Abbiamo dichiarato umana ogni parola che veniva dall’alto. E se è parola umana, perché ascoltarla? La mia parola sarà sempre più vera e luminosa della parola altrui. Poi abbiamo relativizzato ogni maestro: se sono tutti uguali, nessuno è autorevole. È l’antica pretesa di Core, Datan e Abiràm: «tutti sono santi» (Nm 16,3), e dunque nessuno ha più nulla da insegnare. Sappiamo come finì. La terra spalancò la bocca e li inghiottì.
E infine abbiamo smarrito la verità di natura, e con essa la possibilità di perseguire fini di bene. Ecco il cuore della questione, come già anticipato, dal punto di vista della teologia fondamentale. Ogni volta che si perde la natura, si perde anche il fine. Quanto più si degrada la natura, tanto più si degrada il fine. Abbiamo preteso di custodire la giustizia, la pace, la dignità dopo aver dissolto la natura che le fonda. Il frutto senza la radice non può maturare né essere raccolto. Un fine senza natura si dilegua come acqua gettata a terra. Dalla natura di bene siamo divenuti natura di male. Inevitabilmente il male è divenuto il fine della nostra vita.
Ecco l’impossibilità. La vera, insuperabile impossibilità. Non morale, quindi, ma di natura. Fuori dalla verità di ciò che siamo non ci manca la volontà di costruire, di dare, di custodire la speranza. Ci manca la possibilità. All’arco storto non manca il desiderio di colpire nel segno: manca la forma, manca la struttura, manca la meccanica. Nessuna riforma, nessun piano casa, nessun sussidio, pur necessari, potranno da soli raddrizzarlo. L’arco non si raddrizza dall’esterno, con un supplemento di mezzi. Si raddrizza dall’interno, con una restituzione di forma. Il bene si può invocare, rincorrere, decretare. Senza verità, non si raggiunge. Il Salmo lo aveva già narrato. Nel deserto il popolo chiede carne e la riceve in abbondanza: manducaverunt et saturati sunt nimis (Sal 78,29), mangiarono e si saziarono oltre misura. Eppure nondum recesserant a desiderio suo (Sal 78,30): il cibo era ancora nella loro bocca, e non si erano staccati dalla loro brama. Sazi, ma non saziati. È il ritratto di una civiltà che moltiplica i mezzi e smarrisce il fine.
Il Salmo, però, conosce anche la cura. Si apre con un patto tra generazioni: ciò che i padri ci hanno narrato non lo terremo nascosto ai loro figli, ut ponant in Deo spem suam (Sal 78,7), perché ripongano in Dio la loro speranza. E spiega: ne fiant sicut patres eorum (Sal 78,8), perché non diventino come i loro padri, generatio quae non firmavit cor suum (Sal 78,8), generazione dal cuore incostante. Il Salmo non assolve i padri. Mette in guardia i figli.
È questo il debito più grave contratto con i giovani. Più del debito pubblico. Più dei patrimoni che non riusciranno ad accumulare. Il debito di una narrazione interrotta. Abbiamo trattenuto la luce e la verità. Peggio: le abbiamo spente, le abbiamo soffocate, credendo di emanciparci. Le nuove generazioni sono rimaste al buio. Senza verità. Senza speranza.
E se le nuove generazioni sono al buio e senza speranza, anche il domani sarà al buio e senza speranza. Perché la freccia di oggi è l’arco di domani. Anche questi ragazzi, un giorno, saranno chiamati a tendere la corda per figli che ancora non sono nati. Anche i giovani di oggi sono responsabili delle loro azioni e del loro impatto sulle generazioni e sulla storia di domani. Il patto del Salmo non li esonera. Li ri-chiama. Anche loro hanno il dovere di diventare archi buoni, di non lasciarsi torcere dalla rabbia, che deforma chi la porta prima ancora di ferire chi la subisce. Anche loro hanno il dovere di restare nella loro verità di natura. La legge non fa sconti a nessuna generazione: fuori dalla verità di natura non si raggiunge il proprio fine di bene. E si impedisce a chi verrà dopo di raggiungerlo. Un arco storto non tradisce soltanto la sua freccia. Tradisce tutte quelle che verranno. Gli errori dei padri non si riparano con gli errori dei figli. Si riparano con figli che scelgono di diventare padri migliori. Ne fiant sicut patres eorum ( Sal 78,8): è a loro, oggi, che il Salmo parla.
L’innovazione armonica nasce per questo. Ogni buon Armonauta lo sa. Raddrizzare l’arco. Essere frecce buone. A questo siamo chiamati.
Il Salmo, infatti, non finisce nel fuoco. Finisce con un pastore preso dietro le pecore, che guida il suo popolo in innocentia cordis sui (Sal 78,72), con cuore integro. Integro: intero, non spezzato, non torto. Non la forza, ma la forma ritrovata, l’arco diritto.
Forse è questo che i ragazzi in piazza, senza saperlo, stanno chiedendo: che l’Umanità smetta di essere un arco storto e ritorni a essere un arco buono. Tutta l’Umanità. Non una sola parte. Padri e figli. Nessuno escluso.

Israele / Il Likud, partito del premier, secondo gli exit poll, avrebbe 24-25 seggi mentre Yashar, guidato dall’ex generale, sarebbe a 21-23. Ma il blocco delle opposizioni sarebbe davanti con 53 deputati contro i 50 dello schieramento del governo uscente. Decisive le formazioni più piccole. L’opposizione: totale sfiducia a chi ha governato in questi anni

È testa a testa tra Netanyahu ed Eisenkot, ma la sorpresa in Israele è il boom dei partiti arabi

Avvenire

Gli israeliani sembrano aver indicato una direzione, ma non ancora un governo. Gli exit poll danno al “Likud” di Netanyahu 24-25 seggi contro i 21-23 di “Yashar” del generale Eisenkot. Il blocco anti-Bibi prevale però con 52 seggi contro 50, lontano dai 61 necessari. Per governare Eisenkot dovrà superare i veti degli alleati sul sostegno dei partiti arabi, accreditati di 18 seggi: 11 alla Lista Unita e 7 a Ra’am.
Un vincitore certo c’è: la partecipazione. Alle 22 aveva votato il 77,7% degli aventi diritto, il dato più alto a quell’ora dal 1999, secondo la Commissione elettorale. Le rilevazioni non consegnano al premier uscente la maggioranza e non ne decretano la fine politica. L’eternamente redivivo Bibi, dopo quasi vent’anni complessivi al potere, può ancora formare un governo se riuscirà a sottrarre alleati al campo avversario, oppure restare alla guida di un esecutivo provvisorio in caso di stallo e di nuove elezioni in pochi mesi.
In attesa del pronunciamento notturno del premier e dell’esito definitivo che potrebbe riservare altre sorprese, l’opposizione rivendica la vittoria. «Non lasciatevi confondere: il blocco di Netanyahu ha subito una dura sconfitta. È un crollo totale e gli elettori gli hanno detto di andare a casa», scrive Yair Lapid. Eisenkot parla invece di «totale sfiducia in Netanyahu e nel governo del 7 ottobre, espressa dalla maggioranza sionista e dalla maggioranza dei cittadini israeliani». Ma precisa: «Se questi saranno i risultati definitivi, sarà una vittoria della maggioranza sionista che ha a cuore lo Stato». Promette: «Agirò immediatamente per attuare la volontà dei cittadini, sostituire il governo Netanyahu e costituire al più presto un governo sionista della leva militare».
Si apre intanto la partita delle alleanze. «È un’occasione storica per formare un governo del cambiamento, non intendiamo rinunciarvi», dichiara Yair Golan, leader dei Democratici. «Siamo pronti a lavorare con tutti i nostri partner, superare le divisioni e assumerci le responsabilità». Golan è favorevole a un’intesa con Ra’am. Il suo leader Mansour Abbas, già nel pomeriggio, aveva annunciato: «Ra’am sarà il partito che consentirà di formare una coalizione e un governo, mandando la destra all’opposizione per quattro anni». Yousef Jabareen, presidente della Lista Unita, dalla sede del partito promette: «Speriamo di mandare a casa Bibi, Smotrich e il governo macchiato di sangue». Aveva prospettato un sostegno parlamentare esterno, condizionato a interventi per le comunità arabe e a una prospettiva politica palestinese. Ma Lieberman resta contrario a un governo dipendente dai voti arabi. Dal Likud Gideon Sa’ar replica: «La sinistra festeggia troppo presto».
La soglia del 3,25% potrebbe escludere dalla Knesset il “Popolo d’Israele” di Ofer Winter, la lista dei Riservisti e del Partito Economico di Yoaz Hendel e il “Pubblico Charedi” di Moti Leitner. L’esclusione non è ancora definitiva: molti voti rischiano di restare senza rappresentanza. Nel 2022 Netanyahu conquistò 64 seggi con appena 30mila voti di scarto rispetto all’opposizione. Meretz e Balad, sotto al minimo, lasciarono quasi 289mila voti – più di sette seggi – senza rappresentanza.
Destino e simbolo di ogni voto è Gerusalemme, sede della Knesset, il parlamento da 120 posti. La città dei Templi ebraici, del Santo Sepolcro e di al-Aqsa, divisa nel 1948 e sotto controllo israeliano dal 1967, resta occupata nella sua parte orientale. In nessun altro luogo la distanza fra il significato universale della Storia e la contabilità di un’elezione è così difficile da misurare. La distribuzione territoriale delle sezioni elettorali corre su molte cicatrici geografiche. L’esercito ne ha predisposte 850, circa un quarto mobili, per chiamare alle urne i soldati anche nella Striscia, nel Libano meridionale e in Siria. Si è votato nelle terre conquistate dalle forze armate come nella Palestina occupata, disegnando i confini del «Grande Israele» evocato dagli estremisti. Quando nel 1949 Israele elesse la prima Knesset, la guerra appena conclusa era indipendenza per gli israeliani, Nakba, esodo e sradicamento, per i palestinesi. Due memorie senza narrazione comune. Ogni elezione riapre la domanda irrisolta nel 1948: chi decide il futuro di questi luoghi.
Neanche la contabilità degli incidenti è stata facile. Le urne si riempiono, fuori si aspetta anche tre quarti d’ora per votare, e intanto si moltiplicano aggressioni e intimidazioni. Soprattutto nelle roccaforti ultraortodosse. A Beit Shemesh manifestanti danneggiano un seggio e invitano a non votare. A Bnei Brak sono denunciati assalti agli stand di «Charedi Public», partito ultraortodosso dissidente. A Modi’in Illit, nella Cisgiordania occupata, giovani estremisti ebrei devastano tavolini e bruciano volantini. Gli attivisti anti-Netanyahu denunciano schede scomparse e pressioni sugli elettori. A Tiberiade volano spintoni e insulti. A Holon due rappresentanti dei Democratici vengono colpiti a pugni, uno perde conoscenza. A Tel Aviv torna l’ombra del 1995, quando Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista ebreo di destra, in un clima di radicalizzazione politica nel quale era attivo anche Ben Gvir. Il servizio segreto interno aveva assunto due giorni fa la protezione del generale Eisenkot. Ma ieri un uomo è stato arrestato mentre si avvicinava al leader dei Democratici, Golan, con un coltello nascosto.
Il trauma del 7 ottobre non ha prodotto una lettura condivisa. Anche il lutto è diventato terreno di scontro: chiedere conto delle vite perdute può trasformare un padre o una madre in un nemico. «Questo non è niente», dicono i ragazzi del Sira Caffè, nel centro di Gerusalemme, bollato dagli oltranzisti come un covo di traditori perché antifascista. Lo frequentava Hersh Goldberg-Polin, rapito da Hamas il 7 ottobre e ucciso a Gaza durante la prigionia. Sua madre Rachel non ha seguito la retorica della sicurezza. Al decimo posto nella lista di Eisenkot c’è Shira Shapira, madre di Aner, che respinse le granate lanciate da Hamas nel rifugio dove si trovava anche Hersh. Anche Aner frequentava il Sira insieme ad Hersh. Da qui si censiscono gli insulti degli estremisti ai familiari dei caduti del 7 ottobre. Come se l’unica risposta all’attacco di Hamas fosse la fiducia cieca in Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. A Netanya, Ruby Chen, padre del soldato Itay ucciso da Hamas, stringe la fotografia del figlio davanti a un seggio: lo chiamano «traditore». A Rafi Ben Shitrit, ex sindaco di Beit She’an ed ex Likud, padre di Elroi caduto a Nahal Oz, non va meglio. «All’improvviso mi si avventa addosso un’attivista di Netanyahu, urlando come una furia», dice. Quasi non credeva che un’aggressione così potesse arrivare da una donna, da una madre. «Traditore», gli ha urlato. E ancora più forte: «Vergognati, vai con i traditori». Lui non ha reagito. «Ve lo racconto – dice l’uomo – solo perché capiate l’entità dell’odio che Netanyahu ha coltivato qui».
Il partito arabo Ra’am di Mansour Abbas denuncia ostacoli al voto, altre formazioni segnalano schede mancanti. Nel Negev tre residenti di due località beduine sono arrestati per sospetta compravendita di voti a favore di Ra’am. Proprio i partiti arabi, bersaglio delle polemiche elettorali, potrebbero ora risultare determinanti per la formazione del governo. Ma la disponibilità a trattare non equivale ancora a una maggioranza.
Qui la terra non è mai soltanto territorio. Per gli ebrei è memoria biblica, diaspora, ritorno, sicurezza collettiva dopo la Shoah. Per i palestinesi sono famiglie, villaggi, ulivi, luoghi perduti o ancora abitati. E quando i riflettori erano puntati sui seggi, in Palestina è spuntato un altro avamposto illegale, che potrebbe diventare una colonia. Qualunque governo nascerà, le trattative per formarlo potrebbero richiedere settimane. Nel frattempo Netanyahu resterà alla guida dell’esecutivo uscente. Ad al-Bireh, su una collina davanti al quartiere di al-Balou, sono apparse due case mobili sorvegliate da uomini armati. Intorno alle catapecchie con le ruote nascerà un altro pezzo di Israele laddove dovrebbero esserci solo palestinesi.

Assisi, Marengo: la Mongolia esempio del contributo delle religioni a costruire la pace

L'udienza di lunedì 26 ottobre al cardinale Giorgio Marengo, Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia), e Seguito
“In Mongolia, quando si cammina, si ha la percezione che il cielo sia più reale della terra. E questo è anche un messaggio che ogni religione offre al mondo”. Il cardinale, prefetto Apostolico di Ulaanbaatar, racconta ai media vaticani l’udienza di Papa Leone XIV con la massima autorità del buddismo mongolo: “Un segno di grande stima e amicizia”. Dall’esperienza della Chiesa cattolica in Mongolia all’attualità dello “Spirito di Assisi”

Guglielmo Gallone – Inviato ad Assisi – Vatican News

“È un segno di grande stima e di grande amicizia il fatto che il Santo Padre, sapendo quale momento sta attraversando, abbia voluto incontrare la massima autorità del buddismo mongolo”. Così il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, commenta con i media vaticani l’udienza di lunedì 26 ottobre, durante la quale Papa Leone XIV ha ricevuto il porporato insieme all’abate del monastero buddista di Gandan, uno dei principali centri spirituali della Mongolia. Un incontro che, spiega Marengo, ha voluto anzitutto confermare e rafforzare “questo rapporto così proficuo che già esiste tra la tradizione cattolica, che in Mongolia rappresenta una minoranza assoluta, e il mondo buddista, che invece è maggioritario”. Ed è proprio dall’esperienza mongola che il cardinale invita a riflettere sul contributo delle religioni alla costruzione della pace. Quello con Leone XIV, spiega, è stato “un incontro tra leader religiosi che hanno voluto dare un segnale chiaro: il dialogo, la fraternità e la promozione della pace sono possibili”.

La Mongolia, esempio di dialogo interreligioso

Un messaggio che assume un significato ancor più particolare ad Assisi, dove Marengo si trova per partecipare all’Incontro internazionale per la pace Pace disarmata e disarmante, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio a quarant’anni dalla storica giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. Da queste giornate, riflette l’arcivescovo di Ulaanbaatar, è importante capire che il dialogo va vissuto “come amicizia, come conoscenza, partendo naturalmente dal rispetto, dallo studio e dalla conoscenza reciproca”. Tutto questo “dimostra alle società che le tradizioni religiose sono partner nella costruzione del bene comune, non antagoniste”. Ed è un messaggio importante, sottolinea il porporato, “soprattutto per società che magari hanno vissuto situazioni di isolamento dal resto del mondo. Quando questo impegno si concretizza in iniziative di dialogo, di incontro e di promozione di valori comuni, diventa evidente che le tradizioni religiose sono promotrici del bene comune e della pace”. Un impegno che si misura anzitutto nei gesti quotidiani, nelle relazioni e nelle esperienze di fraternità che spesso rimangono lontane dai riflettori. È proprio qui, “nel nascondimento”, secondo Marengo, che si riconosce l’eredità più profonda della giornata voluta da San Giovanni Paolo II quarant’anni fa. “Direi che l’evento che stiamo vivendo dimostra come lo Spirito di Assisi, pur senza fare rumore, stia plasmando la vita di tantissime persone”. Un cambiamento che avviene spesso “in iniziative che non compaiono sui giornali”, ma che continua a orientare positivamente le scelte di uomini e donne in diverse parti del mondo. Anche oggi, in un contesto internazionale segnato da “grande confusione e tensioni mondiali”.

Uno spirito di Assisi che continua a vivere

Non dunque una rinuncia alla propria identità, bensì la possibilità di mettere le rispettive tradizioni al servizio dell’intera società. Anche e soprattutto di fronte al mondo che cambia. E questa esperienza trova corrispondenza proprio nello spirito di Assisi, sul quale il cardinale Marengo è stato invitato a riflettere durante il panel 1986 – 2026: l’attualità dello Spirito di Assisi, al quale hanno partecipato tra gli altri Muhammad Abdul Khabir Azad, grande imam della moschea di Lahore, Pakistan, Jaron Engelmayer, Rabbino capo di Vienna, Austria, e Jean-Dominique Durand, Presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia. Qui il porporato ha sottolineato come l’incontro del 1986 abbia rappresentato “una tappa fondamentale nel cammino del dialogo interreligioso” anche in Mongolia, un Paese oggi attraversata da profonde trasformazioni sociali, dove “l’incursione massiccia e spesso incontrollata del digitale e di nuove forme di socialità” rischia di provocare una rapida perdita di riferimenti relazionali e spirituali. In questo contesto, ha spiegato Marengo, il dialogo tra le religioni aiuta “a tenere alto lo sguardo, ad arginare fenomeni di isolamento, solitudine e perdita di orientamento in tanti giovani”

“Le nuvole passano, il cielo resta”

E proprio pensando allo sguardo, ricordando inoltre il viaggio compiuto da Papa Francesco nel 2023, il cardinale Marengo ricorda la centralità della ger, la tradizionale tenda mongola che invita a un’apertura rivolta verso l’alto, dalla quale entra la luce, a testimonianza della dimensione spirituale dell’esistenza. E allora, il cardinale Marengo conclude proprio raccontandolo quel cielo mongolo che sembra non avere confini, che invita anzi obbliga ad alzare lo sguardo e spalancare i cuori, che incanta i tanti viaggiatori che visitano il Paese a metà tra Cina e Russia. “È difficile descriverlo”, risponde il porporato, che sceglie di affidarsi a un detto della saggezza popolare mongola: “Le nuvole passano, il cielo resta”. Un’espressione che, spiega, ricorda come “la dimensione verticale della vita sia in realtà più fondamentale di quella orizzontale”. Perché “in Mongolia, quando si cammina, si ha la percezione che il cielo sia più reale della terra. E questo è anche un messaggio che ogni religione, ogni tradizione religiosa, offre al mondo.”

Teologia: Von Balthasar: lo “spirito di Assisi”

di: Pietro Messa (a cura)

assisi

Uno dei punti più controversi del pontificato di Giovanni Paolo II è il cosiddetto «spirito di Assisi», ossia quel movimento che ha avuto inizio dalla storica giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace svoltasi nella città di san Francesco il 27 ottobre 1986.

Dopo l’incontro, distorcendone i contenuti, qualcuno vide realizzato un tradimento, per non dire un’apostasia, della fede cristiana, mentre altri vi videro finalmente la realizzazione di una ONU delle religioni. La sera stessa del 27 ottobre, mentre i partecipanti lasciavano la piazza inferiore della Basilica di San Francesco, presso la Porta San Pietro di Assisi vi erano simpatizzanti di gruppi tradizionalisti che distribuivano a coloro che attendevano i pullman volantini contrari a quell’incontro appena conclusosi.

Per uscire da un certo equivoco creatosi attorno allo «spirito di Assisi» un aiuto importante è offerto, sia per autorevolezza che per la sua posizione, da Hans Urs von Balthasar in un suo scritto di commento a quella giornata. Infatti, a distanza di pochi giorni dall’incontro di Assisi e davanti alle diverse reazioni sia intra ecclesiali, che esterne, egli intervenne con un suo contributo dell’otto novembre 1986 dal titolo lapidario «Io e Assisi». L’autorevolezza di tale intervento rende plausibile una sua lettura evidenziandone gli aspetti fondamentali. Lo riprendiamo di seguito.


Hans Urs von Balthasar: «Io e Assisi»

Il mondo sente che in Assisi qualcosa di unico è avvenuto.

Per la prima volta, in risposta al geniale suggerimento del nostro Santo Padre, si sono riuniti tutti gli uomini di preghiera. S’è trattato di qualcosa di tanto più grande di un gesto umanitario; ed hanno torto tutti coloro che hanno voluto limitarlo ad un piano puramente umano: sia quelli che hanno rimproverato il Papa di «massoneria», come quelli che lo hanno esaltato per aver fatto di tutte le religioni un’unica.

Come è possibile dire tali stoltezze di un uomo tanto certo del suo esser cristiano?

Proprio da questa certezza muove anzi una strada sicura all’evento d’Assisi. Per il cristiano che crede è, infatti, un’eresia non riconoscere che Cristo sia morto per tutti gli uomini. Non sono tutti, a qualsiasi religione o visione del mondo appartengano, toccati dalla Grazia di Dio, qualora essi non la respingano volontariamente?

Ancor più profondamente. Tutti coloro che hanno pregato in Assisi non sono forse consapevoli di non essere l’assoluto e, dunque, che una Potenza superiore, che nessun uomo può chiamare con un nome adeguato, è sopra di loro? Una Potenza alla quale sono in un qualche modo debitori e alla quale si rivolgono in preghiera, potendo guardare verso l’Alto nella speranza e nell’offerta. Che lo voglia o meno, l’uomo è un «animal religiosum», un «senso religioso» lo costituisce nel suo più profondo essere persino anche quando rifiuta tutte le religioni storiche come qualcosa di non adeguato, come qualcosa di estraneo agli uomini.

Non si può mai sopprimere la nostalgia di preghiera che sgorga dalla sua anima, nostalgia di adorazione e di contemplazione. Di questo non vi è, forse, prova migliore del fatto che i vari accaniti tentativi dell’ateismo ideologico di sradicare dai cuori questo senso religioso si sono trasformati in pioggia benefica che ha fatto spuntare dal terreno sempre nuovi germogli religiosi.

Assisi non ha in alcun modo mostrato che le religioni sono un’unica religione ma ha chiarito con la massima evidenza che ve ne sono di molto diverse, ed ha anche voluto tener conto di questo con la massima meticolosità immaginabile. Tutti coloro che insieme hanno pregato l’hanno esattamente compreso. Nessuno ha inteso l’iniziativa come un atto propagandistico d’una determinata Chiesa.

Ma a tutti coloro che insieme hanno pregato è giunta, forse per la prima volta, a consapevolezza la cosa detta in precedenza, ossia che esiste nell’uomo «un senso religioso unico», nonostante non esista «un’unica religione».

Un senso religioso che vuole e deve esprimersi necessariamente in una forma di preghiera, di riconoscimento della Potenza suprema, o della Bontà, sopra tutti noi. E che questa unità, che comprende tutte le singole religioni, del «senso religioso» è, ad un tempo, anche il luogo dell’incontro, dell’accordo di tutti nella medesima natura umana, la profondità del mare, alla quale le tempeste, le inimicizie e le guerre che avvengono alla superficie non scendono. In questa profondità domina, dunque, una pace che tutti unisce.

Se in Assisi s’è pregato espressamente per la pace del mondo – e quanto giustamente – lo si è fatto a partire dalla pace stessa che è venuta alla superficie dalla profondità.

Più di tutti si dovrebbero citare le parole: «Tutto quello che voi chiederete pregando, credete di averlo già ottenuto e vi avverrà» (Mc 11,24). «Questa è la fiducia che abbiamo in Dio: se noi chiediamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E sapendo che ci ascolta in ciò che chiediamo, sappiamo pure che possediamo già quanto gli abbiamo chiesto» (1Gv 5,14-15).

Maria dice in Medjugorje qualcosa di diverso? Si deve vivere la pace quando la si implora, e poiché la si implora la si possiede.


Per un approfondimento cf. P. Messa, «Hans Urs von Balthasar e lo “spirito di Assisi”», in Communio, 203-204 (2005), p. 207-219.

Settimana News

Generazione manga: le “anime” giapponesi ormai impazzano anche in Italia. Un successo che parla il linguaggio degli adolescenti, intercetta le loro emozioni e contribuisce a formare la loro identità. Che cosa devono sapere i genitori

Giovani al Lucca Comics

Avvenire

«La nostra generazione è più abituata a vivere le proprie emozioni come emozioni e a non reprimerle» racconta Gaia, che ha 15 anni. Filippo, che ne ha 17, continua: «Una cosa che mi è rimasta molto, sia da alcuni anime sia da alcuni manga, è uno dei principali insegnamenti anche della filosofia. Ovvero non si devono avere né troppe speranze né troppe paure. Cioè essere realisti, spesso anche non avere ansie inutili. Oppure semplicemente non avere speranze inutili, perché poi è più facile rimanere deluso». Le interviste sono state raccolte l’anno scorso tra il Romics di Roma e il Lucca Comics, due appuntamenti imperdibili per le migliaia di ragazzi che nel nostro Paese, come nel resto del mondo, sono appassionati di manga, appunto. Cioè di fumetti giapponesi. Capire i figli significa anche imparare a decifrare le storie che amano, i personaggi in cui si riconoscono, le passioni attraverso cui provano a dare risposte a domande ancora difficili da condividere e per molti adolescenti, oggi, una di queste strade passa proprio dalle strisce e dai cartoni animati ad esse ispirati che spesso restano, agli occhi degli adulti, un mondo poco conosciuto o addirittura frainteso.
Quello dei fumetti giapponesi rappresenta un fenomeno globale che nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore boom, «alimentato anche dalle restrizioni sociali dovute alla pandemia. Nel 2021 i manga rappresentavano quasi il 60% dei fumetti venduti nel nostro Paese, senza contare che diversi autori occidentali ne sono stati influenzati». Con la conseguente ricaduta economica, visto che «un solo fumetto settimanale può arrivare a vendere milioni di copie»: nel 2023 «il mercato dei manga in Giappone, cartaceo e digitale, ha superato i 670 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro). One Piece di Eiichiro Oda ha venduto oltre 500 milioni di copie nel mondo, superando le vendite di colossi della letteratura occidentale come i libri di Harry Potter». Lo raccontano Roberta Gatta, Carolina Giangrandi e Benedetta Manfredi, psicologhe e psicoterapeute impegnate a fianco di ragazzi minorenni, che al tema hanno tra l’altro dedicato recentemente un bel libro dal titolo L’onda giapponese. Come anime e manga hanno conquistato gli adolescenti (L’asino d’oro edizioni). Un canale e mezzo comunicativo efficace, tuttavia «spesso frainteso, censurato, non compreso nella sua complessità e, di conseguenza, tenuto a distanza dal mondo adulto, almeno in Italia». Eppure si tratta di un linguaggio espressivo profondo, «che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze infantili e adolescenziali, risuonando nel percorso di crescita e in tutte le avventure che i ragazzi si trovano ad affrontare giornalmente».

Incertezza e ansie degli eroi-antieroi

Nei manga gli adolescenti di oggi, immersi loro malgrado in un contesto segnato da «crisi economiche e climatiche, forte incertezza e cambiamenti tumultuosi, guerre e precarietà che rendono difficile vivere il presente, ma soprattutto avere un’idea di futuro possibile», cercano e trovano non solo «un intrattenimento o una passione ma una reale strategia per dare ordine a un mondo esterno percepito come frammentato e privo di punti di riferimento. Un modo per stare in rapporto con le proprie emozioni, vivendo il presente, senza sfuggire dalla realtà», commenta Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta che firma la prefazione al volume. «I ragazzi riescono a rispecchiarsi nelle storie dei manga, i cui personaggi lottano per avere una vita migliore». Si tratta spesso di «antieroi che incarnano bene i drammi dell’adolescenza di oggi – l’incertezza, il dolore, le separazioni, gli amori, i lutti e le sconfitte –, proponendo quindi un linguaggio del tutto nuovo e diverso da quello delle storie occidentali dove invece, quasi sempre, c’è un lieto fine». Le emozioni sono «ben espresse e rappresentate, cosa fondamentale per gli adolescenti, perché li aiuta a dare un nome ai loro vissuti più profondi e a poterli esprimere in maniera autentica, senza doversi nascondere o dover per forza aderire a stereotipi nei quali non si riconoscono». E conclude: «I ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e vivono, di proteggere e difendere la loro “verità” e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli e di vederli veramente. Non si può continuare a considerare l’adolescente come problematico, scomodo, ribelle e quindi ingombrante». Le tecniche narrative «coinvolgono il lettore in prima persona, immergendolo nell’azione, mentre i fumetti occidentali mantengono una distanza maggiore tra chi legge e le vicende raccontate. Non si tratta più di aderire passivamente a un modello valoriale già confezionato, ma di entrare in un dialogo costante con i protagonisti», evidenzia la dottoressa Giangrandi.
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
«Così il dubbio, l’incertezza, la precarietà e le difficoltà non sono insetti da scacciare rapidamente, ma diventano preziosi compagni di viaggio con cui interagire, confrontarsi ed evolvere. Le gabbie vengono spezzate, i confini interrogati e il lettore scopre insieme al protagonista la propria personalissima vicenda, in un’ottica di crescita ed evoluzione». Si tratta di personaggi fallibili, imperfetti, a volte deboli ma capaci di riscatto e coraggio: «Non ci sono supereroi, ma solo uomini e donne, bambini e ragazzi che combattono per un ideale collettivo». Inoltre i manga nipponici «trasmettono un panorama narrativo e valoriale estremamente “laico”. Lontani dalla retorica del senso di colpa e della reticenza alla ribellione, spesso appannaggio femminile nel fumetto occidentale, propongono uno storytelling libero da questo tipo di inquinamenti». Ciò che non li allontana affatto dalla possibilità di parlare anche un linguaggio di fede: non a caso dal 2023 Paoline editoriale libri ha dato il via alla serie in 10 volumi Power Bible, sposando lo stile manga che caratterizza anche i recenti Jesus. Il Salvatore, adattamento dei Vangeli illustrato da Fabien Dalmasso con i testi di Nick Meylaender. Lo stesso autore firma anche la biografia manga di Carlo Acutis illustrata da Albert Carreres, uscita lo scorso anno in occasione della canonizzazione del santo quindicenne morto il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. I racconti manga, dunque, stabiliscono una forte sintonia emotiva con il vissuto degli adolescenti e possono rappresentare un aiuto concreto «a prendere le misure in un contesto sociale che per gli adolescenti risulta complicato da affrontare», commenta Giangrandi. Senza trascurare l’aspetto rassicurante e inclusivo contenuto in queste storie, che hanno il pregio di parlare a tutti.
E quella di Jesus. Il Salvatore
E quella di Jesus. Il Salvatore

La costruzione di se stessi e il nodo della sessualità

Un viaggio nel mondo degli adolescenti lo ha fatto anche lo psicoterapeuta e psicanalista Alberto Rossetti, autore nel 2023 di Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, pubblicato da Città Nuova (e ora in libreria con Il libro dei sogni della Gen Z): «Sono partito con l’analisi dei manga chiedendomi cosa ci stessimo perdendo della loro vita, ma ero anche interessato a capire in che modo le loro identità si stessero formando anche a partire da questi prodotti, che tanti ragazzi in terapia mi hanno fatto scoprire. Risultato: in quelle narrazioni «i ragazzi trovano qualcosa di significativo: chiavi di lettura e strumenti per confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la società in cui vivono. Durante la lettura dei manga, scoprono che la crisi della loro vita non solo è necessaria ma può anche essere affrontata e risolta» rileva Rossetti, che riconosce come la dimensione pedagogica del fumetto giapponese sia ancora troppo sottovalutata. Tuttavia non mancano attorno ai manga posizioni critiche, soprattutto per le rappresentazioni del corpo, dell’identità sessuale e dei rapporti tra maschile e femminile. Gli esperti, però, restituiscono un quadro più articolato: «Il manga gioca senza vergogna con la sessualità; c’è un richiamo diretto e senza freni alla fantasia sessuale che, in età adolescenziale, è più che presente nella mente dei lettori. Questo tipo di fumetti non cerca più di tanto di costruirle attorno una gabbia morale ma, al contrario, propone un modo di affrontare quelle fantasie senza doversene vergognare», avverte Rossetti. «L’aspetto che trovo più interessante è l’avvenuta emancipazione dei ragazzi e delle ragazze su temi che fino a qualche anno fa erano inavvicinabili a quest’età, come l’omosessualità: ne parlano e si accettano nelle loro reciproche diversità. Non bisogna spaventarsi di fronte alle domande che si pongono sulla propria sessualità e neanche cercare di censurarle». Proprio come avviene nelle pagine dei manga.

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La notte stellata di Vincent van Gogh

Le vere stelle della "Notte": Van Gogh e l'occhio dell'astronomo

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Le pennellate materiche e vorticose della Notte stellata di Van Gogh non sono frutto della sua fantasia simbolica o di un ricordo sbiadito, né solo la proiezione dell’angoscia spirituale dell’artista, i cui turbini celesti sono stati a lungo interpretati come simboli di fede, mistero e tensione emotiva. La ricerca scientifica The actual sky of Van Gogh’s Starry Night: a multidisciplinary reconstruction (E. J. H. Kim et al., Scientific Reports, 2026) ha dimostrato che l’opera, precedentemente datata a metà giugno 1889, deriva in realtà dall’osservazione empirica del cielo all’alba del 22 luglio di quello stesso anno. Fino alla pubblicazione dello studio l’unico elemento astronomico reale riconosciuto dalla critica era Venere, che il pittore menzionò nella Lettera 777 con la perifrasi di «stella del mattino». Tutto il resto – stelle, Luna, arcata celeste – è sempre stato considerato finora una licenza artistica del pittore o la riproduzione di vago ricordo d’infanzia.
La nuova ricerca si basa su un approccio scientifico multidisciplinare, in cui sono stati utilizzati dei software astronomici per identificare con precisione la posizione di Venere, in basso vicino all’albero, della Luna calante a falce, corrispondente alla fase lunare del 22 luglio 1889, e dell’ammasso stellare delle Iadi al centro del quadro, con la sua tipica forma a V. Il team di ricerca ha condotto dei sopralluoghi in Provenza, tra Saint-Rémy e Arles dove, attraverso una tecnica di ottica topografica e foto-ricostruzione inversa, ha utilizzato le immagini del sito reale per determinare con precisione matematica l’angolo d’inquadratura visiva di Van Gogh. All’interno dell’inquadratura è stata poi effettuata una verifica per individuare quali corpi celesti potessero rientrarvi contemporaneamente. Anche le fonti epistolari a disposizione sono state di nuovo incrociate: dopo aver recuperato il carteggio con il fratello Theo, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi psichica di Van Gogh, da cui sarebbe derivata una presunta incapacità di eseguire osservazioni empiriche, è da collocarsi negli ultimissimi giorni di luglio: questo significa che il 22 di quel mese il pittore nederlandese non era ancora totalmente incapacitato e in balia delle sue emozioni, e che era quindi in grado di riprodurre il cielo con precisione. La datazione è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle condizioni climatiche dell’epoca. Nelle sue lettere, Van Gogh parla del dipinto La notte stellata e della serie sugli Ulivi descrivendo il caldo intenso di quei giorni e il canto delle cicale: i dati d’archivio Météo-France hanno dimostrato che il giugno 1889 fu abbastanza fresco, mentre fu proprio il mese seguente a registrare temperature sopra i 30 gradi, considerate soffocanti all’epoca. Prima di applicare questo metodo di analisi al dipinto di Van Gogh, gli studiosi ne hanno anche testato la validità su altre opere notturne come la Notte stellata sul Rodano e la Terrazza del caffè la sera, i cui riscontri epistolari e topografici erano già noti.

Con il 51,79% dei voti, il leader progressista ribalta i pronostici grazie alla mobilitazione di giovani, donne e società civile. Per il suo quarto mandato lo attende un Paese diviso, con la destra ancora forte in Parlamento e le tensioni con Washington sullo sfondo

Lula acclamato in piazza a San Paolo dopo la vittoria su Bolsonaro

Avvenire

Il primo applauso è arrivato spontaneo e imprevisto quando, con il 47,62 per cento delle schede scrutinate, c’è stato il sorpasso. Il conteggio era già in forte ritardo sulla tabella di marcia dopo la decisione della Corte Suprema di prorogare di due ore l’apertura dei seggi su richiesta dei due candidati, eccezionalmente concordi nel denunciare problemi nei trasporti pubblici per gli elettori. Il battito delle mani è durato una manciata di secondi: troppo presto ancora per festeggiare. E, soprattutto, troppo incerto il dato. Nei circa 130 minuti di spoglio Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono inseguiti in un estenuante testa a testa, contendendosi ogni decimo di punto percentuale. Da quel primo accenno di festa, però, la tensione si è progressivamente allentata alll’hotel Intercontinental di San Paolo, trasformato per il ballottaggio in quartier generale del leader progressista. All’inizio, i militanti avevano quasi timore scaramantico di incrociare gli sguardi. Poi, pian piano, i sorrisi si sono fatti più aperti, fino al trenino improvvisato al centro della sala dai più intrepidi quando, con il 78,08% dei voti conteggiati, il presidente ha staccato di un punto l’avversario dell’ultradestra. Il risultato definitivo è arrivato dopo un’interminabile mezz’ora, certificando la vittoria di Lula con 51,79%. Circa tre punti e mezzo in più del senatore 45enne, che si è fermato al 48.21%.
L’esito, inatteso e sorprendente, ha fatto esplodere il secondo piano dell’albergo paulista in un fragore di canti, cori, grida di entusiasmo. Dal ritorno della democrazia, nel 1988, mai era diventato presidente lo sfidante in svantaggio al primo turno. Lula ha ribaltato l’esito di una corsa che, appena tre settimane fa, sembrava già scritta a suo sfavore, ottenendo – altro fatto inedito – il suo quarto mandato non consecutivo. «Missão reviravolta», così è stata definita la storica rimonta. Una missione difficile anche per un dirigente politico capace di reinventarsi dopo avere perso la popolarità con cui aveva lasciato Planalto dopo otto anni di governo, essere stato accusato di corruzione e perfino incarcerato per 580 giorni, prima di vedere le accuse nei suoi confronti cadere in quanto considerata viziate. Lula, la Fenice, come egli stesso ha ricordato più di una volta: merito dell’esempio di «Dona Lindu», la poverissima madre nordestina che lasciò il marito violento e allevò sola gli otto figli. Stavolta, però, la sua presidenza numero quattro è frutto di una incredibile mobilitazione popolare auto-organizzata che ha preso di contropiede lo stesso Partido dos trabalhadores (Pt). «Non è il trionfo di Lula: è il trionfo della società brasiliana», ha dichiarato, con un filo di voce, l’ex operaio metallurgico e sindacalista, che domani compirà 81 anni, quando si è presentato all’Intercontinental circondato da collaboratori e compagni di lista. «Il cambiamento di strategia è stato drastico. E non è stata una iniziativa del partito bensì una presa di coscienza collettiva. ««Ce ne occupiamo noi». Così ha detto la base, formata soprattutto da giovani, giovanissimi e donne, protagonisti di un capillare attivismo. In rete, come è il caso del gruppo social creato dal deputato André Janones che ha riunito undici milioni di persone. Come sul territorio.
A trascinarli nella contesa la minaccia per la democrazia di un nuovo Bolsonaro al vertice – sottolinea il politologo Nilton Tristão, esperto di opinione pubblica -. Un Bolsonaro – Flávio stavolta – ancora più pericoloso del padre Jair dato il contesto geopolitico. E la crescente aggressività di Donald Trump che ha fatto dell’egemonia continentale una delle direttrici dell’attuale amministrazione». È il popolo variegato che sabato ha inondato l’Avenida Paulista di San Paolo nella manifestazione più partecipata degli ultimi decenni. Adolescenti, anziani, universitari, famiglie con bambini. «Tante tribù differenti, non tutte di sinistra. Ma consapevoli della necessità di difendere i diritti civili e sociali», aggiunge l’analista. Lula li ha menzionati e ringraziati nel primo discorso dopo la rielezione. «Vi prometto che non dimenticherò le lezioni apprese in questa campagna – ha detto -. E che ci sarà un cambiamento nel governo, alla luce di questi insegnamenti». Non sarà facile. Il rivale non ha riconosciuto la sconfitta e ha minacciato di dare battaglia, agitando lo spettro dell’assalto alle istituzioni di Brasilia, per cui il padre è stato condannato a 27 anni. L’estrema destra, inoltre, ha una presenza molto più forte sia alla Camera sia al Senato. «Non dico che non sarà difficile – ha concluso il neo-eletto-. Lo affronteremo. Tutti insieme. Come già abbiamo affrontato e sconfitto le ingerenze straniere. Abbiamo sconfitto l’algoritmo. Non l’ha fatto Lula. L’ha fatto il popolo brasiliano».

Manifestare è un diritto e anche un dovere. Ringraziamo chi ha impedito che nelle ore peggiori ci fossero vittime

Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa

Avvenire

Non lo avrei mai immaginato, ma da quasi cinque anni vivo sotto scorta. Un’esperienza strana, una convivenza singolare quella con i poliziotti con i quali passo la maggior parte delle mie giornate. Abbiamo imparato a conoscerci, a rispettarci, a volerci bene. Educati e discreti, fanno attenzione non solo alla mia persona ma anche alla mia missione. E non parlo solo dei “miei”, di quelli, cioè, che incontro ogni giorno tra la casa e la parrocchia, ma anche di quelli che mi vengono incontro, per la prima volta, nei vari aeroporti, quando, per motivi pastorali, viaggio per l’Italia. Alcuni sono giovani, altri con qualche anno in più. Hanno le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, lo stesso sentire dei giovani e di chi, da qualche tempo, ha messo su famiglia: la lontananza, il matrimonio, la casa, i figli, lo stipendio, la fedeltà al proprio lavoro, il futuro incerto, le guerre infami che si combattono nel mondo. Nei giorni passati li ho visti preoccupati e anche – me lo permetteranno – un poco amareggiati. Li ascoltavo parlare tra loro, mentre fingevo di sonnecchiare, poi ne abbiamo discusso insieme. Sono italiani, amano il nostro Paese, lavorano, pagano le tasse, ci difendono dai pericoli, obbediscono ai superiori. Rischiano la vita. Tante volte, muoiono. Quante bare avvolte nel Tricolore abbiamo benedetto. Tutti dovremmo avere per loro, per le forze dell’ordine, più rispetto, più riconoscenza. Sono nostri amici, non meritano di essere guardati in cagnesco. Il giorno in cui la divisa dovesse smettere di essere un monito, un richiamo alla legalità, una presenza confortante dello Stato, avremmo fatto un passo indietro nel cammino della democrazia. Non sono burattini, non vivono a sbafo. Hanno bisogno di essere difesi. E non solo dalle leggi dello Stato, ma da noi, dalla stessa gente comune che li chiama e li invoca nel momento del bisogno. Hanno bisogno della nostra simpatia.
Manifestare per i propri diritti è non solo un “diritto”, ma, molto di più, un dovere. Perché ai diritti si può anche rinunciare ai doveri, invece, mai. Scendere in strada per richiamare l’attenzione di uno Stato che, a nostro avviso, si è distratto su qualcosa che riteniamo fondamentale, è vera democrazia. E in Italia ci è permesso. La democrazia è una pianta che occorre curare, innaffiare, concimare, tenere d’occhio. Di rendita non si vive. Questo discorso vale per la Chiesa, la cultura, gli affetti, la società, la giustizia, la pace. Occorre vigilare perché le persone e le società prepotenti, mafiose, corrotte, colluse, vigliacche, non prendano il sopravvento. Le lotte sono cambiate non sono terminate. Guai, però, a ragionare seguendo schemi obsoleti. Ci sono nemici che hanno smesso da tempo di essere nemici e vecchi amici da cui guardarci oggi. È l’antica e sempre nuova storia del bene e del male. Il mondo non si taglia in due come una torta: i buoni di qua, i cattivi di là. Magari, fosse così! Occorre avere discernimento, pazienza, preparazione, onestà intellettuale e morale, per riconoscere, di volta in volta, chi applaudire, chi contestare, da chi prendere le distanze.
Vorrei, alla fine di una settimana che ha visto l’Italia impegnata a fronteggiare situazioni di disagio, di sofferenza, proteste giuste, disordini, saccheggi, violenze, che sgorgasse dai nostri cuori un “grazie” a chi ha permesso, a prezzo della propria incolumità, di non stare, stamattina, a piangere qualche morto ammazzato. Non ho apprezzato, invece, coloro che hanno reso la vita difficile ai cittadini normali, anziani, bambini, adolescenti, mamme, papà, disabili, malati attesi in ospedale, badanti e operai che si recavano al lavoro. Le nuove generazioni vanno ascoltate e sostenute, ma anche educate e rimproverate. E per farlo occorre esserne all’altezza. È un cammino lento, faticoso, ma possibile. I problemi si affrontano guardandoli negli occhi. Il “grazie” avrebbe più valore se a dirlo fossero tutti, senza distinzioni di colore politico o appartenenza di classe. Manifestiamo, allora, protestiamo, impegniamoci, facciamo valere i nostri diritti, facciamoci voce di chi voce non ha, puntiamo a ottenere il meglio per tutti. L’Italia, la nostra Italia, ce lo permette. Per amore d verità, ricordiamoci, però, che così non è dappertutto. Non ci venga difficile, oggi, abbracciare, anche solo virtualmente, tutti coloro che, indossando una divisa, permettono alle persone perbene, e anche a quelle che perbene non sono, di vivere più sereni e sicuri. Grazie, cari servitori dello Stato.

L’alito di Dio

L’alito di Dio

“Perciò, secondo l’antropologia ebraica, la mia «anima» non è immortale per natura: quando io muoio, cesso di vivere nella mia interezza, poiché l’alito di Dio torna a Dio, lasciando inerte la polvere, portando tuttavia con sé la mia storia, quella che ho scritto con Dio”. Trovo questa frase in un vecchio libro di Xavier Léon-Dufour dal titolo “Agire secondo il Vangelo”. Parole che mi colpiscono non tanto come spiegazione dell’antropologia ebraica ma per l’immagine dell’alito di Dio che torna a Dio.
Stamattina, dall’alto di casa mia, vedevo salire una sorta di nebbia, di foschia, verso l’Alto, mi attraversava. Succede, a volte. Sarà forse per questo motivo che mi sono commosso pensando al Soffio, al Respiro divino, al fatto di essere parte dell’Alito del Creatore con tutti i respiri del mondo. La città è alta perché respira del Suo respiro. Ho chiuso gli occhi e lasciato entrare l’aria, ho pregato per le tante fatiche e i tanti drammi che ho ascoltato anche questa settimana, storie che rischiano di spezzarlo il respiro, incontri che svelano l’impotenza umana e che aprono in me tantissima paura, quella di non essere all’altezza del dolore e dell’amore.
Respirare l’alito che proviene da Dio e a Dio ritorna, entrare in quel respiro mi ha pacificato. Un Soffio che lascia inerte la polvere e porta con sé ciò che abbiamo scritto con Dio. Spero di non aver frainteso il pensiero di Dufour; quello che è certo è che quell’immagine mi è sembrata preziosissima: rimane la storia scritta con Dio. Non per Dio, ma con Dio, il Dio che scopro nel tentativo di scrivere la mia storia. Quello rimane.
Non posso non tornare con la mente agli affetti che continuano a costruire la mia storia, non posso che commuovermi e ringraziare per tutti quei volti che sono stati per me evidenti testimoni di una vita scritta con il Padre. Non è forse questo un desiderio all’altezza della nostra umanità? Non importa, Signore, cosa, non importa dove, non importa nulla se non che io possa scrivere con te, perché il resto è polvere alla polvere.
Poche righe dopo l’autore riprende: “Questa antropologia, tuttavia, diventa cristiana soltanto se include anche ciò che si chiama la fede nella «risurrezione» (…) la quale mantiene l’unità corpo/anima e riconosce al defunto la sola «esistenza» in Dio. La «risurrezione» del composto anima/corpo consiste nella vita definitiva accordata infine da Dio. L’uomo vivente è dunque relazione con Dio grazie al quale vive e con la terra grazie alla quale si esprime”. Lascio al lettore l’approfondimento, che mi pare sempre più urgente, sul tema della resurrezione nella vita cristiana. Io, questa mattina, mi sono limitato ad assaporare quella “vita definitiva accordata infine da Dio”. Parola per parola, gustando la vita, dolce, amara, misteriosa. Sostando sul suo dirsi definitiva, cioè con un approdo, un compimento, non più esposta alla possibilità di perdersi. Accordata, un dono che assume anche qualcosa di musicale, un percepire una melodia nel Respiro di Dio. Infine, consegnando alla Sua misericordia tutte le vite sfinite che chiedono un infine liberatorio.

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