Lettura e Vangelo del giorno 30 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro di Giobbe
Gb 9,1-12.14-16

Giobbe rispose ai suoi amici e prese a dire:
«In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
Se uno volesse disputare con lui,
non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille.
Egli è saggio di mente, potente di forza:
chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
Egli sposta le montagne ed esse non lo sanno,
nella sua ira egli le sconvolge.
Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
Comanda al sole ed esso non sorge
e mette sotto sigillo le stelle.
Lui solo dispiega i cieli
e cammina sulle onde del mare.
Crea l’Orsa e l’Orione,
le Plèiadi e le costellazioni del cielo australe.
Fa cose tanto grandi che non si possono indagare,
meraviglie che non si possono contare.
Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo.
Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: “Cosa fai?”.
Tanto meno potrei rispondergli io,
scegliendo le parole da dirgli;
io, anche se avessi ragione, non potrei rispondergli,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
Se lo chiamassi e mi rispondesse,
non credo che darebbe ascolto alla mia voce».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 87 (88)

R. Giunga fino a te la mia preghiera, Signore.

Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti?
O si alzano le ombre a darti lode? R.

Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà nel regno della morte?
Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio? R.

Ma io, Signore, a te grido aiuto
e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi?
Perché mi nascondi il tuo volto? R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,57-62

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

L’Italia “interna” non può perdere i suoi studenti

L'Italia "interna" non può perdere i suoi studenti

Avvenire

Nel dibattito sulle aree interne si dà per scontato che ragazze e ragazzi non ci vengano. Non è vero. Nelle Marche, che conosco meglio, le tre città universitarie “interne” – Urbino, Macerata e Camerino – contano insieme quasi trentamila studenti e studentesse, con cinquemila nuovi arrivi ogni settembre. E il quadro è nazionale: quasi ventimila iscrizioni all’Aquila, quindicimila a Udine, settemila fra Potenza e Matera. Senza che nessuno l’abbia progettata, le università realizzano nell’Italia interna la più grande politica giovanile: la riempiono, ogni anno, di ventenni.
Ragazze e ragazzi, dunque, vengono. Ma non restano. Perché?
La risposta sta nel meccanismo di finanziamento delle università, autentico paradigma del trattamento riservato alle aree interne. In Italia gli atenei si finanziano prevalentemente basandosi sui numeri, e i “premi” a chi ne ha di più vengono prelevati dallo stesso fondo che finanzia tutti: non è un incentivo ma un vero e proprio travaso da chi ha meno studenti a chi ne ha di più. Meno numeri, meno risorse.
Esattamente come accade nelle aree interne per le scuole, i presidi sanitari, il trasporto pubblico locale: dove i numeri calano, i servizi chiudono. Così il territorio s’impoverisce – meno servizi, meno lavoro – e un territorio più povero trattiene meno giovani. La spirale si avvita, sempre per la stessa regola: dare risorse ai numeri. Una regola che non fotografa lo spopolamento: lo produce.
Eppure, la spirale si può invertire. Dalle tre università marchigiane, ad esempio, escono cinquemila laureate e laureati l’anno: trattenerne anche solo uno su dieci significherebbe cinquecento giovani in più ogni anno. Più di tutti i bambini e le bambine che nascono, in un anno, nelle tre città messe insieme.
Né si può dire che chi parte lo faccia perché lo desidera. Una ricerca del Gran Sasso Science Institute (Sonzogno, Urso e Faggian, 2022) ha domandato a quasi mille giovani delle aree interne se intendano andarsene: ha risposto sì appena il 12 per cento; più della metà vuole restare, il resto parte, o resta, per necessità. Come mostra il Forum Disuguaglianze e Diversità nel saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, fra lavoro precario, case introvabili e organizzazioni (partiti compresi) sorde alla voce delle nuove generazioni, andarsene è l’unico gesto di potere che resta a chi ha capito di non contare. La voglia di restare c’è: è restare che è diventato un lusso.
E i lussi sono questione di risorse, quelle che, nelle litanie della politica, mancano sempre. Ma negli anni del Pnrr, il più grande afflusso di risorse europee della storia repubblicana (194 miliardi di euro), l’espatrio netto dei 18-34enni è cresciuto del 55 per cento: i soldi c’erano, ma si è scelto di farne “altro”. L’articolo 3 della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli «di ordine economico e sociale» che impediscono «il pieno sviluppo della persona umana»: rispondere che mancano i soldi significa usare l’ostacolo come alibi per non rimuoverlo.
Le strade per invertire la spirale ci sono. Portare l’investimento in università e ricerca dallo 0,5 all’1 per cento del Pil in cinque anni: un decimo di punto di Pil è appena un cinquantesimo di quanto il governo, in sede Nato, si è impegnato a spendere per la difesa. Attivare, nei territori, misure alla portata di ogni Comune, dalla garanzia pubblica per giovani inquiline e inquilini agli appalti che premiano chi assume giovani. Misure, però, che vanno scritte con loro, non per loro. A settembre ne arriveranno cinquemila in più, solo nelle Marche. Non serve farli nascere, né attirarli. Ci sono già. Ascoltiamoli.
Forum Disuguaglianze e Diversità

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A Zungri, nel Vibonese, l’appello dei genitori per un’alunna con grave disabilità: «Diritti negati». Il Comune: «Siamo senza risorse, servono norme ad hoc»

Uno studente disabile aiutato a stare in classe

Avvenire

A Zungri, in provincia di Vibo Valentia, l’assistenza di cui Carol ha bisogno a scuola non risulta ancora pienamente garantita. La ragazza, 15 anni, ha iniziato quest’anno la prima classe della secondaria di primo grado, ma sua madre è costretta a recarsi personalmente in classe per nutrirla e cambiarla. Risultato: da un lato una famiglia che denuncia il disagio quotidiano, dall’altro il dirigente scolastico, Angelo Stumpo, e il sindaco di Zungri, Serafino Fiamingo, che sottolineano entrambi di non avere a disposizione risorse sufficienti da destinare all’assistenza richiesta.

Carol è affetta da tetraparesi discinetica, atrofia cerebellare progressiva ed epilessia: si alimenta anche attraverso una Peg, la sonda inserita nella parete addominale che consente di somministrarle latte, liquidi e farmaci, e ha bisogno di assistenza continua per la postura, la movimentazione, l’igiene personale e il cambio. A oggi, denunciano i genitori Maurizio Crudo e Rosetta Raffa, non risultano pienamente operative le figure necessarie ad assisterla durante l’intera permanenza nel plesso di Zungri dell’Istituto comprensivo Rombiolo-San Calogero-Cessaniti. «Questa situazione è grave, umiliante e inaccettabile», scrivono in un lungo appello.
I genitori ricostruiscono una vicenda che, sostengono, non nasce da un ritardo improvviso. Le necessità di Carol erano note ed erano state oggetto di richieste formali e diffide trasmesse anche tramite i legali: già da luglio, sottolineano, era stata sollecitata «l’attivazione tempestiva di tutte le figure indispensabili per garantire il diritto allo studio e all’inclusione di Carol». Nonostante questo, l’anno è iniziato senza un’assistenza «assicurata in maniera completa e continuativa». Servono, elencano, l’insegnante di sostegno per il monte ore riconosciuto, l’assistente all’autonomia e alla comunicazione, collaboratori scolastici formati per l’igiene e il cambio, e personale in grado di seguirla durante il pasto e nella gestione della Peg secondo le prescrizioni sanitarie. «Queste figure non sono facoltative», scrivono. Un appello che i genitori rivolgono alla dirigenza scolastica, al Comune di Zungri e all’Ufficio scolastico competente.
Una versione più articolata dei fatti arriva da Angelo Stumpo, dirigente dell’istituto da tre anni, che riconduce il nodo a un problema di competenze e risorse. La sua scuola conta 1.682 alunni in sei Comuni e 28 plessi: i disabili sono 81. Con l’ingresso alla secondaria, ricorda, la cattedra di sostegno di Carol è passata da 22 a 18 ore, ma il punto, spiega, riguarda l’assistenza specialistica, che «è una prerogativa dell’ente locale», in questo caso dei Comuni, non della scuola. Il finanziamento arriva ogni anno sulla base della legge regionale 27 del 1985 sul diritto allo studio e si divide tra trasporti, refezione scolastica e supporto agli alunni con disabilità. Ma nei sei Comuni serviti dall’istituto, spiega Stumpo, nessuno bandisce direttamente il reclutamento delle figure specialistiche, il tutto viene demandato alle scuole. È lui, di fatto, a fare il giro delle amministrazioni e poi emettere il bando per reclutare, tra gli altri, un Oss e due assistenti all’autonomia e alla comunicazione, destinati non solo a Carol ma a tutti gli alunni disabili. Il Comune di Zungri eroga 3.200 euro l’anno: con queste risorse, dice, «riesco a coprire al massimo un’ora al giorno per tutto l’anno» nel caso di Carol. Inoltre, all’Oss vengono di fatto richieste competenze infermieristiche, come quelle legate alla Peg, che non rientrano nel suo profilo. «Sono legittime le rivendicazioni della famiglia ma servirebbe un finanziamento dedicato alle scuole per reclutare figure adeguate o un piano di servizi».

Lo stesso senso di impotenza attraversa le parole del sindaco Fiamingo, che pure rivendica quanto fatto dall’amministrazione comunale. «Cosa possiamo garantire con appena tremila euro l’anno?», si chiede, spiegando di immedesimarsi nella condizione della madre ma di non poter, con risorse così ridotte, assicurare un’assistenza specializzata per l’intera giornata. Da quando è sindaco, ricorda, ha fatto installare la rampa di accesso alla scuola che ancora mancava, spendendo settemila euro. Spiega inoltre di aver già sottoposto il caso all’assessore regionale competente e insiste sulla necessità di una normativa dedicata a situazioni come questa: «Ce ne vorrebbe una ad hoc». Se avesse le forze finanziarie, aggiunge, pagherebbe lui stesso l’assistenza per conto del Comune, anche se non rientra tra le sue competenze dirette. «Non siamo contro la famiglia di Carol», conclude, «siamo con lei». Resta, sullo sfondo, una responsabilità che la scuola da sola non può colmare: la partita del sostegno a Carol si decide soprattutto nei bilanci dei Comuni e della Regione, chiamati a stanziare risorse che, per ora, non tengono il passo con i suoi bisogni.

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Dalla società del tutto e subito alla pazienza di Dio. La fretta nasce dall’assenza di fede. Solo la fede che si fa obbedienza lascia maturare frutti che nessuna fretta potrà mai produrre

Chi crede non ha fretta

Avvenire

Un film senza parole. Nessun dialogo, nessuna voce fuori campo, nessuna trama. Solo immagini e musica. Deserti che respirano, nuvole che scorrono come maree. Poi le città. La pellicola accelera: le automobili diventano fiumi di luce, i pendolari si trasformano in un nastro che sale e scende dalle scale mobili, montati con lo stesso ritmo della catena di un’industria alimentare. L’uomo e la merce si confondono. Scorrono. Si somigliano. Sotto, implacabili, gli arpeggi di Philip Glass: si ripetono, si inseguono, non approdano mai. È Koyaanisqatsi, il film che Godfrey Reggio portò sugli schermi nel 1982. Soltanto alla fine compaiono alcune parole. Sono la traduzione del titolo, un termine della lingua hopi: «vita folle; vita in tumulto; vita in disintegrazione; vita fuori equilibrio; uno stato di esistenza che richiede un altro modo di vivere».

Fuori equilibrio. Senza misura. Dunque, senza verità. Ecco il punto.
Viviamo nella società del tutto e subito. Tutto: perché nulla deve restare fuori dalla portata e dalle pretese del desiderio. Subito: perché nessun desiderio deve attendere. La sociologia l’ha descritta con precisione clinica. Hartmut Rosa vi ha riconosciuto una triplice accelerazione – tecnica, del mutamento sociale, dei ritmi di vita – che si alimenta da sé in un circolo senza uscita. Le macchine ci fanno risparmiare tempo; noi, invece di abitarlo, lo riempiamo di altre cose (effimere) da fare, finché il tempo risparmiato diventa tempo mancante. Più andiamo veloci, meno tempo abbiamo. Il paradosso è perfetto. Papa Francesco, nella Laudato si’, ha dato un nome a questa febbre prendendo in prestito un neologismo spagnolo: rapidación. Un’accelerazione continua dei cambiamenti che – scriveva – «contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica». La natura matura. Noi pretendiamo. Tutto e subito, appunto.
C’è però una radice più profonda, che affonda nel modo stesso in cui pensiamo. Daniel Kahneman, psicologo insignito del Nobel per l’economia nel 2002, l’ha messa a nudo in Pensieri lenti e veloci. Nella nostra mente convivono due sistemi. Il primo «opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario»: intuisce, associa, reagisce. Il secondo è lento e faticoso: calcola, verifica, dubita. Il primo è riflesso. Il secondo è giudizio. Il guaio – mostra Kahneman con decenni di esperimenti – è che il secondo è pigro: preferisce avallare le risposte del primo piuttosto che mettersi al lavoro. Così gran parte delle nostre scelte, anche quelle che crediamo ponderate, nasce dalla fretta travestita da ragione. Ora, si osservi il punto decisivo. Un’intera civiltà si è organizzata per nutrire il pensiero veloce e addormentare quello lento. Il marketing parla al primo sistema. La comunicazione politica pure. Lo schermo che teniamo in mano è progettato per catturarlo, stimolarlo, premiarlo. Abbiamo costruito un mondo a misura dell’impulso e dell’istinto. E poi ci stupiamo che impulso e istinto lo governino.

L’economia ne è il laboratorio più evidente. La tirannia della trimestrale e la bulimia del profitto hanno preso il posto della pazienza del seminatore. Si cresce per accumulo, non per maturazione. Si estrae invece di coltivare. Si acquisisce invece di generare. Ne è nato un modello di sviluppo estrattivo, incrementale, acquisitivo: misura il valore in base al ritorno immediato e scarica sul futuro il costo del presente. Mark Carney, allora governatore della Banca d’Inghilterra, lo chiamò nel 2015 la «tragedia dell’orizzonte»: gli effetti più gravi delle nostre scelte cadono oltre l’orizzonte temporale di chi le compie. Chi decide non paga. Chi paga non ha deciso. È un tradimento. Della terra, certo. Ma prima ancora della dignità dell’uomo, ridotto a ingranaggio di un ciclo che non gli chiede di essere, ma solo di produrre e consumare. Possibilmente in fretta. L’uomo diventa mezzo. Il tempo diventa merce. Il futuro diventa discarica. Il patto intergenerazionale si rompe. L’alleanza tra vita e verità si frantuma.
I progressi esponenziali della tecnica digitale hanno peggiorato la situazione. La febbre si è fatta sistema e prassi. Oggi l’attenzione è la merce più contesa del pianeta, e con essa si contraggono i due spazi che la fretta non tollera: la riflessione e la relazione. La riflessione, perché pensare richiede sosta e la sosta è diventata un costo. La relazione, perché l’altro richiede tempo e il tempo è diventato un lusso. Siamo connessi con tutti e presenti a nessuno. Informati di tutto, sapienti di nulla. Hartmut Rosa giunge a una conclusione che dovrebbe inquietarci: nelle società secolarizzate l’accelerazione funziona come un equivalente della promessa di vita eterna. Chi non crede più nell’eternità tenta di stipare più vita nel tempo che gli resta. Più cose. Più esperienze. Più in fretta. Come se la velocità potesse riscattare la finitezza. E ora l’intelligenza artificiale promette di accelerare perfino il pensiero, di consegnarci risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare le domande. Il rischio è evidente: diventare più rapidi e meno sapienti. Più efficienti e meno umani. Più larghi, ma meno profondi.
Gli antichi lo sapevano. Augusto – racconta Svetonio – amava ripetere in greco: «Affrettati lentamente». Festina lente. Ma sono i Padri a scendere fino alla radice. Tertulliano scrisse un trattato sulla pazienza confessando, con disarmante franchezza, di non possederla: miserrimus ego, semper aeger caloribus impatientiae, sempre malato delle febbri dell’impazienza. Eppure, proprio lui pronuncia una sentenza vertiginosa: omne peccatum impatientiae adscribendum. Agostino completa il quadro: patientia comes est sapientiae, non famula concupiscentiae. La pazienza è compagna della sapienza, non serva della brama. Ogni peccato va ricondotto all’impazienza. Se ne può scorgere l’ombra fin nella caduta delle origini: il frutto colto prima del tempo, afferrato invece che ricevuto. Se ne rintraccia il segno nella storia di Israele, che si fabbricò il vitello d’oro perché non seppe sopportare l’indugio di Mosè sul monte. L’idolo nasce dalla fretta. Sempre. Eppure, il popolo di Israele aveva visto i prodigi del suo Dio. La fretta cancella la memoria.

Eccoci allora al cuore. Dal mio punto di vista. La velocità che si fa fretta non nasce dalla tecnica. Non nasce dal mercato. Non nasce nemmeno dalla psicologia. Nasce da una cosa sola: dall’assenza di fede. La fretta, l’ansia di avere e di possedere, è propria dei disperati, di chi ha perso la speranza che è certezza nella fede. Chi non crede che Dio operi nella storia deve fare tutto da sé. E deve farlo subito, perché il tempo è poco e nessuno gli garantisce il domani. La fretta è l’ateismo pratico del nostro tempo. E la mancanza di fede ci rende disobbedienti, agitati, confusi. Disobbedienti, perché chi non attende Dio si costruisce strade proprie. Agitati, perché chi porta da solo il peso del futuro non trova pace. Confusi, perché chi corre non vede.
Succede nelle imprese. Tutti vogliono subito i profitti, e dimenticano la vocazione. Perché ogni impresa ne ha una: generale, servire l’uomo e il bene comune generando valore vero; e talvolta particolare, perché alcune imprese nascono per una missione precisa, affidata a loro e a nessun altro. Quando il rendimento del prossimo trimestre o la massimizzazione dei dividendi e dei guadagni dei soci diventano l’unico orizzonte, la vocazione soffoca. L’impresa può anche macinare utili per qualche stagione. Ma smarrisce l’anima. E un’impresa senza anima è soltanto un meccanismo che attende di guastarsi. Il Vangelo lo aveva detto: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola, «e questa rimane senza frutto» (Mc 4,19).
Succede nella politica. Si cerca di capitalizzare il consenso nel breve termine e i frutti non arrivano mai. È la massima che molti attribuiscono a De Gasperi, ma che il predicatore americano James Freeman Clarke aveva già formulato nell’Ottocento: il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione. Il consenso rapido è un prestito a usura: si incassa oggi, si restituisce domani con gli interessi, e a pagare sono sempre gli altri. Lo statista accetta di essere impopolare oggi per essere giusto domani. Semina alberi alla cui ombra non siederà.

Succede nella formazione. Si studia non per sapere, ma per superare l’esame. Seneca lo lamentava già con Lucilio: non vitae, sed scholae discimus. Non impariamo per la vita, ma per la scuola. I secoli hanno poi rovesciato la frase in un motto edificante. La realtà, invece, è rimasta quella di Seneca. Si ottiene il voto, si accumulano titoli, ma si perde il sapere. Chi ha imparato soltanto a superare gli esami resta disarmato davanti alle prove vere della vita.
Succede nelle relazioni. Tutto è subito. Subito l’intimità, subito la rottura. Si consumano persone come si consumano notizie: basta un gesto del pollice e l’altro scompare. Aristotele osservava che i giovani diventano amici rapidamente e rapidamente cessano di esserlo, perché inseguono il piacere e il piacere muta in fretta. E ricordava un antico proverbio: non ci si conosce davvero prima di aver consumato insieme la quantità di sale che esso prescrive. Il sale. Cioè il tempo. Cioè la fedeltà.
Succede sempre. In ogni ambito in cui l’uomo pretende di sostituire la propria impazienza alla pazienza di Dio.

La Sacra Scrittura, invece, dice altro. Nella Vulgata, Isaia consegna una parola che è già una sentenza: qui crediderit, non festinet (Is 28,16). Chi crede non ha fretta. E poco prima aveva pronunciato un «guai» contro coloro che, sfidando il Signore, dicono: festinet et cito veniat opus eius, ut videamus (Is 5,19). Si affretti, venga presto la sua opera, perché possiamo vederla. Il tutto e subito ha radici antiche. È la pretesa di piegare Dio al nostro orologio. Abramo, per avere un figlio, un solo figlio, dovette vivere ben venticinque anni di attesa nella fede, nella speranza contro ogni speranza. Venticinque anni. Non venticinque giorni. «Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso» (Eb 6,15). E tra la promessa della benedizione e la venuta di Cristo Gesù passarono circa mille e ottocento anni. Dio non ha fretta, perché abita l’eternità. Il chiamato conosce il fine legato alla sua persona man mano che la sua obbedienza diviene storia. Non conosce però il fine che si compie oltre la sua storia personale. L’obbedienza la mette il chiamato. I frutti li dona il Signore. Tra l’obbedienza e il dono la distanza è infinita. Io non so, noi non sappiamo, Dio sa. Io obbedisco, noi obbediamo, Dio produce. Senza obbedienza, Dio non può produrre. E dalla disobbedienza mai potrà nascere la vita. La fede è la virtù del tempo abitato. Non è attesa passiva. È fiducia operosa nell’obbedienza alla chiamata e alla vocazione particolare: fare tutto ciò che ci è chiesto e lasciare a Dio ciò che non ci appartiene. Tutto è dalla fede, e la fede è obbedienza.
C’è un capitolo del Vangelo di Marco che è un intero trattato sulla fretta. Il quarto. Si apre con il seminatore. Una parte del seme cade sul terreno sassoso e «subito germogliò perché il terreno non era profondo» (Mc 4,5), ma al primo sole, non avendo radici, secca. È il sì dell’entusiasmo immediato: accoglie la Parola con gioia e alla prima tribolazione, dice il testo, subito viene meno. Prosegue con il seme che cresce da solo: dorma o vegli il contadino, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. «Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). In mezzo, il granello di senape: il più piccolo di tutti i semi, che diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Ma non in una notte. Si chiude con la tempesta. Nel Vangelo del seminatore c’è un solo «subito» legittimo: quello della falce, quando il frutto è maturo. Ma è il subito di Dio. Non il nostro.
Ecco lo scarto incommensurabile. Da una parte il piccolo frutto a breve termine che ciascuno di noi può desiderare e perfino afferrare, ma con esiti effimeri. Dall’altra l’infinito frutto che Dio fa maturare nel lungo termine, con i suoi tempi, se noi ci manteniamo obbedienti nella fede. Il trenta, il sessanta, il cento per uno. E oltre. Perché quando un uomo dona sé stesso al Padre, il Padre risponde a questo dono di amore donando tutto sé stesso all’uomo. E ogni sì, unito a un altro sì, riceve in dono infiniti altri sì. Nella fede che si fa obbedienza, i frutti arriveranno con certezza. E saranno moltiplicati all’infinito dall’infinita onnipotenza di Dio.

Lo dico per esperienza diretta. L’opera di Dio è sempre minacciata da chi si lascia tentare dall’ansia del tutto e subito, dell’avere e non dell’essere. C’è chi dice no a una prospettiva di fede, fin dal principio. C’è chi dice un sì superficiale, detto con la bocca ma non con il cuore, che crolla alla prima prova. E c’è chi dice sì e poi, rosicchiato dal tarlo dell’impazienza, trasforma quel sì di luce in un no di tenebra: sceglie strade proprie, convince altri a percorrerle, trascina con sé chi si fidava, fino a far morire l’opera stessa. Costoro pretendono i frutti a qualsiasi costo. E li pretendono con ogni falsa scienza, con ogni superbia, con ogni agitazione, confondendo e confondendosi, illudendo e illudendosi. Nel farlo, distruggono l’albero. E nel distruggere l’albero finiscono per distruggere sé stessi. Vogliono tutto e finiscono col perdere tutto. Perché senza fede ogni sì dato a Dio muore. L’ho visto in passato, in una storia particolare e di grande grazia nata da una chiamata d’amore che esigeva una risposta d’amore. Lo vedo ancora oggi in un’altra storia particolare e di grande grazia nata da una risposta d’amore all’iniziale chiamata d’amore, che esige, però, altre risposte d’amore. Sono certo che lo vedrò anche domani.
Si può fare qualcosa per custodire la storia nella verità? Sì: restare fermi e saldi nella fede. Contro tutto e contro tutti. Stat crux dum volvitur orbis: la croce sta, mentre il mondo gira. È il motto dei Certosini, uomini del silenzio e dell’attesa, che da quasi mille anni custodiscono la loro regola senza inseguire le mode del mondo. Il mondo ruota vorticosamente, rincorre sé stesso, cambia volto a ogni stagione. La croce no. La verità no. La fede no. Sta. Non corre. Non insegue. Non si adegua. Non vacilla. Attende e salva. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vede l’opera di Dio compiersi per vie sempre nuove e inimmaginabili. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vedrà il suo sì produrre frutti.
Non sappiamo quando.
Non sappiamo come.
Questo appartiene al mistero di Dio.
Ma siamo certi che li produrrà.
Li sta già producendo.
A noi è chiesto soltanto di non agitarci se il mare sembra in tempesta. Torniamo al quarto capitolo di Marco. Le onde si rovesciano nella barca. Gesù dorme a poppa, sul cuscino. I discepoli lo svegliano gridando: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Egli si desta, minaccia il vento, dice al mare: «Taci, calmati!» (Mc 4,39). E poi la domanda che attraversa i secoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). La paura è figlia della fretta. La fretta è figlia della sfiducia. Alla fine, i discepoli si chiedono chi sia costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono. Il mare obbedisce. Il vento e le onde riconoscono la voce del Creatore; l’uomo, che ne porta l’immagine, è l’unico capace di dubitarne. Tocca a noi. La tempesta non è il segno dell’assenza di Dio. La tempesta serve soltanto a manifestarne una gloria ancora più grande. Come di fronte a Lazzaro: non per la morte, ma per la gloria di Dio.
Ecco allora il proposito dell’Armonauta. Non correre, ma radicarsi. Non estrarre, ma seminare. Non pretendere il frutto, ma custodire il seme. Restare sulla barca quando il vento urla, sapendo chi dorme a poppa. Restare sotto la croce quando il mondo gira. Restare sempre saldo nella fede e fedele alla chiamata originaria. Obbedire nella fede e lasciare a Dio il tempo, il modo, la misura. Perché il frutto che nasce dalla fretta muore con la fretta. Il frutto che nasce dalla fede attraversa i secoli. E si moltiplica. All’infinito.

Papa, cresce l’estrema destra, non è espressione del cristianesimo

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Ansa

“La crescita dei gruppi di estrema destra” in Germania e in altre parti d’Europa e del mondo, vede “la comparsa di espressioni che combinano tali posizioni politiche con una certa forma di religiosità; una religiosità che, a giudizio non solo mio ma anche dei vertici delle Chiese cattolica e protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo.

Dobbiamo tornare ai valori del Vangelo, che non si fondano sull’odio e sulla divisione, bensì sulla comprensione, sulla compassione e sull’accompagnamento”.

Lo ha detto il Papa nella conferenza stampa nel volo di ritorno da Metz a Roma.
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Lettura e Vangelo del giorno 29 settembre 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Daniele
Dn 7,9-10.13-14

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 137 (138)

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore! R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall’Himalaya

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall'Himalaya

Avvenire

Aduecento chilometri da New Delhi si aprono già le montagne dell’Himalaya. È una regione semitropicale, con la sua brava jungla (che è una parola indiana), tigri, scimmie, elefanti. Se si comincia a salire su per i tornanti si attraversano gole montane, acque impetuose e santuari di guru antichi e moderni. L’Uttarakhand, il nome dello stato indiano, vi attende con le sue numerose cliniche e centri di benessere, di well-being. Il benessere qui vale sia per i turisti occidentali che per gli indiani che cercano refrigerio e il ripulirsi dai fumi perniciosi delle megalopoli. Se vi inerpicate ancora, arrivate a vedere l’Everest e i suoi grandi fratelli e sorelle, le cime tempestose che dividono dalla Cina e dal Nepal. E raccogliete storie di asceti che hanno vissuto da queste parti in grotte e nevi cogliendo i frutti della moksha, della liberazione. Uno di questi, molto giovane, dal nome Bhole Baba Samaj (che è in realtà anche uno dei nomi di Shiva, la divinità qui più amata per avere sofferto e vissuto come noi) è apparso tra queste aspre valli negli anni ‘70 e vi ha fondato una clinica per venire in soccorso dei rustici abitanti. Dopo avere assolto al suo compito, infondendo serenità tutto intorno, è svanito, passando attraverso uno stato di mahasamadhi, dalla vita attingendo direttamente il Nirvana. Questo è il mondo degli yogi e dell’ascetismo himalayano che ha il suo luogo d’elezione nel monte Kailash (il testo classico è Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, ma anche il bellissimo Nove Vite di William Darlymple).
Il lascito di Bhole Baba è stato raccolto da una équipe di medici ayurvedici da tutta l’india e oggi è un ospedale all’avanguardia che offre i suoi servizi alle popolazioni locale e agli “occidentali” che salgono fin qua. Cos’ è la medicina Ayurvedica? Come dice la stessa parola, è una costellazione della cura che ha origini ai tempi delle prime scritture hindù, i Veda. Si tratta di una pratica bimillenaria basata sull’esperienza, quindi nulla di esoterico: solamente lo studio degli equilibri e delle malattie e la regolazione con erbe e principi naturali – che per altro sono alla base di moltissima industria farmaceutica occidentale, l’India essendo una delle prime fornitrici in questo campo. A differenza della nostra medicina, che ha una storia piuttosto recente, l’empirismo dell’Ayurveda non ha mai avuto un prima e un dopo, ma affonda in una continuità di acquisizioni. Così racconta un grande psicoanalista e medico indiano, Sudir Kakar, in Sciamani, mistici e dottori che tratta della tradizione indiana nel campo della cura. Si dovrebbe parlare di olismo se non fosse un termine abusato. L’ Ayurveda, a cui Kakar dedica due lunghi capitoli nel suo libro, si occupa di corpo senza staccarlo dalla mente e lo fa con una complicatissima classificazione dei tipi umani, delle affezioni e dei principi vitali. Medicina ippocratea? Sì, se non fosse che tra i Greci e noi abbiamo messo una frattura di secoli. Qui la frattura non c’è mai stata ed è il motivo per cui l’Ayurveda offre le cure per tutte le malattie conosciute dalla nostra allopatia con in più dei rimedi che evitano la farmacopea chimica. Ed è il motivo del suo successo crescente tra “occidentali”. In cima ai monti, sulle nuvole, si viene accuditi, esaminati con analisi e tecniche simili a quelle di cui usufruiamo nei nostri ospedali ma con terapie che affondano in una concezione diversa dell’unità psico-fisica.
La chiave della cura è una disintossicazione generale del corpo e della mente, il panchakarma, che ripulisce, drena, libera attraverso massaggi, bagni di vapore, liquidi di varia natura e medicine e diete che agevolano l’espulsione di ristagni. A questo tipo di cura si affianca quella mirata che agisce con preparati naturali specifici. Questo complesso terapeutico, che va dalle gastriti alla oftalmica, al diabete alle malattie mentali, costituisce oggi nel mondo una rete di migliaia di cliniche. Con grande mia meraviglia il tutto è estremamente laico, l’idea di salute e benessere viene coniugata attraverso un attento ascolto del paziente e nessun misticismo a cui aderire. Le cure partono da una anamnesi dettagliata e vengono trattate con terapie prive di un “codice di adesione” spirituale. Ovviamente il tutto avviene dentro una cornice culturale indiana, ma non diversamente da quanto avviene dentro a un nostro ospedale del “Bambin Gesù”. La salute è un effetto di accordo tra visione del mondo, concezione del corpo e della mente. Qualcosa che a noi, abituati all’idea di scienza post-rinascimentale, di rottura tra il mondo alchemico e quello dell’empiria non è familiare. Eppure, il principio su cui si basa la medicina ayurvedica non è dissimile dal paradigma indiziario che Carlo Ginzburg ci ha spiegato essere alla base delle scienze sperimentali. La differenza è che l’ayurvedico si giova di due millenni di sperimentazione e di elaborazione – in testi, archivi e continua ricerca. Se mi ritrovo qui, tra le nuvole himalayane insieme a una nutrita folta di pazienti europei è perché, sperimentalmente, c’è un tipo di efficacia che, fosse anche solo per gli effetti detox generali, è abbastanza evidente. Si aggiunga a questo e alla serietà delle equipe mediche cha hanno una formazione che va dalla allopatia all’ayurvedico, il clima generale offerto da queste cliniche. Non si respira l’aria dei nostri ospedali, c’è una grande attenzione agli aspetti psicologici oltre che a quelli fisiologici, e questo si riflette nell’architettura generale del processo terapeutico. A cui si aggiunge il saluto offerto ogni mattina da centinaia di uccelli, folle di pini e rododendri, decine di allegre scimmie che ci circondano.

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Perfetta letizia il mio fallimento

Perfetta letizia il mio fallimento

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Con voce calma, dolce e spaesata, il prete mi confida: “Io non me la sento di assolvere una persona che mi dice di essere convivente”. Non lo vedevo da moltissimo tempo; è un prete davvero buono e in lui non è possibile trovare nessun segno di durezza, ma mi sorprende che il discorso cada immediatamente lì: si sente che è qualcosa che gli pesa sul cuore. Non vuole passare per cattivo, non lo è, ma non vuole neanche che tutto il mondo su cui ha costruito la sua lunga vita da prete crolli. Anni fa avrei cominciato a difendere una posizione di accoglienza intransigente e radicale. Oggi rimango sospeso: mi concentro soprattutto sul suo disagio, non voglio iniziare nessuna guerra di posizione ideologica. Mi lascio interrogare dal suo smarrimento. E solo alla fine parlo.
Pochi giorni fa intercetto un’amica. Anche qui, lo sento, è un problema che le sta a cuore, che la fa soffrire: inizia a elencare l’incapacità della Chiesa di essere al passo con i tempi, dice che Gesù ha accolto tutti e che nessuno deve giudicare la sua vita affettiva, e che è vergognoso che preti (e pronuncia la parola facendomi capire che non è categoria da potersi permettere prediche moralistiche) non accettino la sua scelta affettiva. Anche qui, memore di antiche battaglie catechistiche, scelgo di concentrarmi solo sul suo disagio. Ascolto. E solo alla fine parlo.
Pensandoci adesso, mi accorgo che in questi miei vent’anni di prete non ho mai preso, su temi morali, una posizione netta. Alla fine cercavo sempre di mostrare agli uni le ragioni dell’altro. Senza chiaramente arrivare a conclusioni. Senza contrapposizioni insanabili. Senza mai perdere la faccia. Ma non era solo pavidità la mia, era davvero qualcos’altro. Che non sapevo immediatamente definire.
Vi scongiuro, adesso, di non scrivermi mail prendendo le parti dell’uno o dell’altro: non è su questo che vorrei parlare qui. Davvero, non sto difendendo nessuno. Solo, con voi, vorrei provare a raccogliere dal gemito delle nostre città la richiesta che ci portiamo dentro di essere “a posto”. A posto e accolti come preti. A posto e accolti come fedeli. A posto e accettati per quel che siamo. Questo mi ha colpito molto. E una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? 
A posto, per me, nel mio sogno di gioventù, era essere un prete di parrocchia amato e riconosciuto. Ho fatto di tutto per essere apprezzato dai superiori, dai parrocchiani, dai vicini e dai lontani. Sognavo serate di convivialità con i miei adolescenti che, cresciuti, mi avrebbero portato i loro bambini da conoscere. Sognavo programmi pastorali avveniristici e comunità parrocchiali così rivoluzionarie da diventare un faro per la nuova evangelizzazione. Io sognavo di essere a posto. E riconosciuto. Di tutto questo non si è avverato niente, per fortuna.
Vi scongiuro, non scrivetemi che non è la stessa cosa, che la mia vita non è nemmeno paragonabile a quella di chi è escluso dal ricevere la comunione. Lo so, e non è questo il centro di questa riflessione. Solo, mi ha fatto interrogare la distanza tra il sogno di essere a posto e la vita che viviamo che, alla fine, spesso ci sposta, ci rende fuori posto, ci impone di accettare il fallimento del non-controllo. E, vi assicuro, è doloroso anche pensare di aver fallito anni interi della propria vita.
Così decido di scendere in cappella e, davanti al Crocifisso, porto il mio amico prete, i miei amici arrabbiati e me stesso, con loro. I fuori posto. Sto davanti al Cristo inchiodato al legno di una croce e sorrido pensando che nemmeno lui è stato al suo posto. È morto fuori da Gerusalemme, e nemmeno il sepolcro è stato il suo luogo definitivo. Sorrido e penso che, alla fine, ed è quello che ho detto anche ai miei amici, io sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, non tanto di essere a posto, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto qui dove sono. Città alta è questo: quando nulla è controllato, io sono nelle sue mani. E, se per sentire questa sua prossimità serve attraversare il fallimento e l’essere rifiutati, allora io dico, lo dico davvero: perfetta letizia il mio fallimento. 

Il culto dell’arcangelo cambia volto:
in Brasile mobilita folle e suscita comunità di preghiera, mentre la Quaresima micaelica si diffonde attraverso app e reti digitali anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal Gargano alle Americhe,
la nuova “linea sacra” di san Michele

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«La linea micaelica comincia in Paradiso: è lì che san Michele adora la Santissima Trinità». Padre Ladislao Suchy, sacerdote polacco della Congregazione di San Michele Arcangelo e rettore del santuario di Monte Sant’Angelo, risponde così quando gli si domanda dove inizi davvero quella direttrice ideale che congiunge sette celebri luoghi legati all’arcangelo: Skellig Michael in Irlanda, St Michael’s Mount in Cornovaglia, Mont-Saint-Michel in Normandia, la Sacra di San Michele all’imbocco della Val di Susa, Monte Sant’Angelo sul Gargano, il monastero dell’Arcangelo Michele di Panormitis, nell’isola greca di Simi, e il monastero Stella Maris sul Monte Carmelo, in Terra Santa. Secondo una tradizione popolare, la sacra linea rappresenterebbe il colpo di spada con cui l’arcangelo ricacciò Satana negli inferi. Un piccolo grande mistero, dal momento che la mappa parla da sé, eppure non si tratta di un itinerario attestato dalle fonti antiche e non vi sono prove che quei santuari siano stati edificati ricercando un simile allineamento.
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all’Irlanda
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all'Irlanda



La missione di san Michele, che la Chiesa festeggia oggi con gli arcangeli Gabriele e Raffaele, è descritta nella Scrittura. Il suo nome ebraico, Mi-ka-El , significa «Chi è come Dio?»: nessuna creatura può prendere il posto del Creatore. In Daniele è il «gran principe» che vigila sul popolo di Dio; la Lettera di Giuda lo mostra mentre contende con il diavolo per il corpo di Mosè; nell’Apocalisse guida gli angeli contro il drago, «il serpente antico», e lo precipita dal cielo. La tradizione cristiana lo ha perciò riconosciuto come protettore della Chiesa e condottiero delle schiere celesti.
Le prime grandi attestazioni del culto micaelico si svilupparono in Oriente. In Occidente il principale centro propulsore divenne la grotta del Gargano. Il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano colloca alla fine del V secolo le apparizioni dell’Arcangelo a un vescovo di Siponto, in seguito identificato con Lorenzo Maiorano. Il santuario fu particolarmente caro ai Longobardi, che riconobbero in san Michele il proprio protettore e ne propagarono la venerazione. L’influenza del Gargano seguì le vie di pellegrinaggio dell’Europa medievale, lungo le quali sorsero nei secoli successivi altri grandi centri micaelici, fra cui la Sacra di San Michele. «In Italia la devozione è antichissima – osserva padre Suchy –. Nel passato, soprattutto nel Sud, era legata ai pellegrinaggi a piedi che partivano dai paesi e dalle città della Puglia, della Basilicata, della Campania e anche dell’Abruzzo». Le compagnie avanzavano lungo tratturi e sentieri con canti, croci e stendardi. Oggi quel mondo ha cambiato forma. «È mutato il tipo di culto». Sono diminuite le compagnie che percorrono integralmente la strada a piedi; automobili e pullman hanno abbreviato il viaggio. «Cambia la modalità del pellegrinaggio: magari i visitatori non aumentano come numero, ma aumenta la qualità. Oggi ancora di più la gente avverte quanto abbia bisogno del suo aiuto». La trasformazione non riguarda soltanto il Gargano. «Ci sono tanti altri Paesi dove la devozione si sta allargando e risvegliando – racconta padre Suchy –. Si riscopre e si ritorna a invocare colui che è stato sempre considerato il protettore della Chiesa. A partire dal Brasile».
Nel Paese verde-oro è infatti in corso una vera rinascita micaelica. La Quaresma de São Miguel Arcanjo , periodo penitenziale dal 15 agosto al 28 settembre, coinvolge moltitudini di fedeli. La pratica si richiama anche a san Francesco d’Assisi, che la osservava in preparazione alla festa dell’arcangelo: durante quella del 1224, ritiratosi alla Verna, ricevette le stimmate. Un ruolo centrale è svolto da Hesed, istituto di vita religiosa fondato a Fortaleza nel 1997 da suor Kelly Patrícia e suor Jane Madeleine, articolato in un ramo femminile e uno maschile. Nel marzo 2020, con le chiese chiuse per la pandemia, Hesed intensificò la propria presenza sul web, portando nelle case l’adorazione eucaristica e rendendo pubblica la devozione a san Michele, fino ad allora vissuta al proprio interno. Da quelle dirette nacque l’“Esercito di san Michele”, una vasta rete di fedeli uniti quotidianamente dal Rosario e altre pratiche di preghiera. Padre Suchy parla di circa 800mila aderenti; Hesed dichiara di avere superato il milione. Le religiose dell’istituto hanno inoltre trasmesso da Monte Sant’Angelo catechesi rivolte al Brasile, creando un ponte con il Gargano. Il legame non è soltanto virtuale. Una copia della statua venerata a Monte Sant’Angelo, benedetta sul Gargano, il 26 luglio 2025 ha iniziato da Santa Bárbara d’Oeste una peregrinatio attraverso il Brasile. La missione, promossa sempre da Hesed con il nome A Grande Reconquista , porta l’immagine nelle diocesi e accompagna la consacrazione delle comunità locali a san Michele. Nell’agosto scorso aveva già raggiunto 33 città di 16 Stati. A Montes Claros, nel Minas Gerais, l’arcivescovo José Carlos de Souza Campos ha affidato l’intera arcidiocesi a san Michele.
Hesed non esaurisce la rinascita brasiliana. Decisivo è anche Frei Gilson, sacerdote dei Carmelitani Messaggeri dello Spirito Santo e, per seguito digitale e capacità di mobilitazione, fra i predicatori più popolari del Paese. Durante la Quaresima di san Michele, ogni anno, guida dal lunedì al sabato, alle quattro del mattino, il Rosario davanti all’Eucaristia trasmesso online, superando spesso il milione di collegamenti simultanei. Alle dirette mattutine di Frei Gilson ha dato ulteriore risonanza Canção Nova, comunità carismatica fondata il 2 febbraio 1978 dal salesiano Jonas Abib e divenuta una delle maggiori realtà della nuova evangelizzazione in Brasile, con televisione, radio, internet ed editoria. Nel 2026 ha trasmesso sui propri canali i 40 dias com São Miguel Arcanjo guidati dal religioso, dal lunedì al sabato a partire dalle 3.50, affiancandovi un proprio itinerario quotidiano. Il cammino si è concluso dal 25 al 27 settembre, nella sede di Cachoeira Paulista, con l’ Acampamento São Miguel Arcanjo : tre giornate di predicazioni, preghiera, adorazione, musica e Messe. Alla diffusione della Quaresima di san Michele contribuisce anche padre Reginaldo Manzotti, sacerdote dell’arcidiocesi di Curitiba, predicatore, cantante e scrittore. Fondatore nel 2005 dell’Associação Evangelizar É Preciso, guida ogni giorno online un momento di preghiera dedicato a san Michele dall’enorme seguito.
Un polo micaelico sta sorgendo nel comune di São Miguel Arcanjo, circa 180 chilometri a ovest della città di San Paolo. Qui si tramanda il racconto di un’apparizione avvenuta durante la Rivoluzione costituzionalista del 1932. Il 29 settembre, mentre le truppe si preparavano allo scontro, un bagliore avrebbe rischiarato il cielo e un uomo avrebbe annunciato la cessazione dei combattimenti. Tornato in chiesa, un capitano avrebbe riconosciuto nell’immagine di san Michele colui che aveva portato l’annuncio. Nella stessa località è in costruzione la Gruta do Arcanjo , complesso di 30mila metri quadrati con un padiglione, una chiesa ispirata al santuario del Gargano e una statua di san Michele alta 69 metri, annunciata come la più alta al mondo. Nelle fondamenta sarà posta una pietra della grotta di Monte Sant’Angelo donata nel 2022. Il Brasile è l’epicentro di un fenomeno che si allarga al resto del continente. Dall’8 al 19 ottobre il Paraguay accoglierà la spada di san Michele venerata nella grotta del Gargano, che per la prima volta lascerà l’Italia. Il 9 ottobre, nella Cattedrale di Asunción, il cardinale Adalberto Martínez Flores presiederà la Messa e il solenne affidamento all’arcangelo dell’arcidiocesi e dell’intero popolo paraguaiano. La spada sarà poi portata a Caacupé, Villarrica e San Lorenzo, prima del congedo ad Asunción il 18 ottobre. La peregrinatio, accompagnata da padre Suchy e dal vicerettore del santuario, padre Marco Arciszewski, coinciderà con i cinquant’anni di presenza dei padri micaeliti nel Paese. Anche in Messico e in altri Paesi latinoamericani si moltiplicano le iniziative dedicate all’arcangelo.
Negli Stati Uniti e in Canada, invece, la Quaresima di san Michele ha trovato una propria via di diffusione grazie a Exodus 90, apostolato cattolico maschile nato nel 2013 da un programma ideato da padre Brian Doerr per i seminaristi del Mount St. Mary’s Seminary di Emmitsburg, nel Maryland. Esteso in seguito ai laici, propone un metodo fondato su preghiera, ascesi e fraternità, per aiutare gli uomini a liberarsi da dipendenze e distrazioni. All’interno di questo percorso Exodus 90 ha rilanciato la St. Michael’s Lent : per quaranta giorni piccole fraternità di uomini si impegnano nella preghiera quotidiana, nel digiuno, nella sobrietà digitale e in incontri settimanali di verifica. Il programma prevede anche una veglia di un’ora alle due del venerdì mattina. La Quaresima micaelica diventa così una scuola di libertà dagli “idoli” contemporanei. Una cassa di risonanza ancora più vasta è Hallow, applicazione statunitense di preghiera cattolica lanciata nel 2018 e scaricata oltre 30 milioni di volte. Ha trasformato la Quaresima di san Michele in un itinerario digitale proposto in inglese, portoghese, spagnolo, polacco, francese, italiano e tedesco, adattandolo ai diversi Paesi attraverso il contributo di sacerdoti, artisti e testimonial. La presenza di san Michele si sta manifestando insomma in forme nuove e inattese. Dal Gargano alle Americhe e ritorno, una nuova “linea” sembra unire quanti invocano l’arcangelo guerriero come speciale aiuto nella lotta quotidiana contro Satana e il male, facendo risuonare la domanda racchiusa nel suo nome: «Chi è come Dio?».

Il coraggio di essere anziani

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di: Angelo Brusco – Settimana News

Nel programma di una settimana di formazione organizzata dai dehoniani, dal titolo Il Vangelo della speranza – Il coraggio di essere anziani, è intervenuto Angelo Brusco, religioso camilliano, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona. Docente emerito di psicologia pastorale, insegna counseling pastorale presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona.
In uno dei suoi scritti autobiografici, il card. Martini riporta un proverbio indiano, in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui s’impara, il secondo è quello in cui s’insegna o si aiutano gli altri, il terzo è quello della riflessione sulle esperienze vissute nei due stadi precedenti e il quarto, infine, è quello in cui si apprende a mendicare, cioè a dipendere.

Quando mi concedo un po’ di tempo per riflettere su queste quattro tappe della vita, mi rendo conto che l’attenzione passa da una all’altra per poi soffermarsi con più intensità su una di esse.

Ho avuto modo di planare più volte sul paesaggio della mia giovinezza, l’età in cui ho imparato dagli insegnamenti ricevuti dalle persone e soprattutto dalle più svariate esperienze; e mi sono impegnato a chiarire e a personalizzare il senso della mia esistenza, quello che i giapponesi chiamano l’Ikigai, il motore della vita.

Come dimenticare la fatica di quegli anni, la nebbia sollevata dai numerosi interrogativi che non trovavano facili risposte, gli entusiasmi e le delusioni, la gioia delle piccole e grandi conquiste che hanno contribuito a plasmare la personalità?

Anche il secondo stadio, quello dell’insegnare e dell’aiutare assorbe spesso la mia attenzione. Tale stadio non è ancora completamente terminato, perché numerose rimangono le attività che mi domandano energia e stimolano la mia creatività. Ma già da un po’ di tempo mi sento avviato verso il terzo stadio, durante il quale, come avverte il proverbio indiano, si va nel bosco, simbolo del silenzio, della riflessione, del ripensamento.

Non mi mancano, infine, occasioni di riflettere sul quarto stadio, quello della mendicità e della dipendenza. Ogni volta che entro nella RSA gestita dal mio istituto, incontro persone in cui sono evidenti le conseguenze dell’età avanzata e della malattia.

In quei momenti non posso sottrarmi all’influsso di una varietà di pensieri e di sentimenti che fanno emergere le parole rivolte da Gesù a Pietro: «Quando eri più giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti» (Gv 21,18). Ebbene, in quei momenti risuona forte l’invito che il Cristo rivolge all’apostolo: «Tu seguimi».

Il sì alla vita e alla propria vocazione deve permanere in ogni fase dell’esistenza, anche in quella in cui si fa esperienza di progressive diminuzioni a livello fisico, cognitivo e relazionale. Nell’invito di Gesù a seguirlo, è presente la spinta a continuare a camminare, tenendo presente il monito di Confucio: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi». E, soprattutto, a vivere con la consapevolezza che Dio tiene unite tutte le esperienze della nostra vita, raccogliendole in un disegno purificato e abbellito dal suo amore.

Come l’aquila
Dopo questa introduzione, da intendersi come un rapido flash sulle stagioni della vita, mi soffermo sul terzo stadio dell’esistenza, quello della riflessione. Tale riflessione la considero come una condizione necessaria per il rinnovamento indicato dalle parole della Scrittura: «Renovabitur ut aquilae juventus tua» (Sal 103). Nella tradizione dei bestiari medievali, l’aquila si rinnova volando alto verso il sole per bruciare le vecchie penne e si tuffa poi in una fonte d’acqua pura per rigenerarsi. L’età anziana per un religioso non è il tempo del “disimpegno” o del declino, ma una vera e propria chiamata a una nuova fecondità. La giovinezza interiore non dipende dalle forze fisiche, ma dalla capacità di lasciarsi rinnovare dallo Spirito.

Il rinnovamento della giovinezza è frutto di diversi fattori, quali l’aiuto del Signore e dei confratelli, delle risorse sanitarie…, ma anche e soprattutto dell’impegno personale.

Passi da compiere per prepararsi all’età anziana e viverla creativamente
Secondo lo psicologo E. Erikson, nel suo cammino di crescita l’individuo passa attraverso una serie di otto stadi o fasi successivi.

Infanzia (1 anno) sfiducia vs fiducia. Frutto: speranza
Prima fanciullezza (2-3 anni) autonomia vs dubbio. Frutto: volontà
Età del gioco (3-5 anni) iniziativa vs senso di colpa. Frutto: finalità
Età scolare (6-11 anni) industriosità vs inferiorità. Frutto: competenza
Adolescenza (12-17 anni) identità vs confusione di identità. Frutto: fedeltà
Età giovanile (18-25 anni) amore vs isolamento. Frutto: intimità.
Età adulta (25-64 anni) cura vs stagnazione. Frutto: generatività
Età senile (65- anni) integrità-senso di compimento vs disperazione. Frutto: saggezza.
Il passaggio da uno stadio all’altro è caratterizzato da una crisi. Sappiamo che la crisi è un rischio e un’opportunità. Se le condizioni sono favorevoli, l’individuo supera positivamente la crisi e conquista un modo di essere e di situarsi nei confronti della realtà in un modo più maturo e soddisfacente; se, invece, le condizioni non sono propizie, il processo di crescita viene frenato o seriamente compromesso, lasciando tratti d’immaturità più o meno gravi che influiranno sull’avvenire della persona.

L’ultima di queste fasi è il risultato del passaggio dall’età adulta all’età anziana, ed è caratterizzata o da un senso di compimento o da un sentimento di disperazione. In altre parole, come afferma H. Nouwen, nel suo breve ma significativo volume La ruota del carro – Come dar vita agli anni (Queriniana, Brescia, 1996), l’invecchiare come può portare sia verso l’oscurità oppure verso la luce.

È una fase in cui la persona, se è maturata serenamente, raccoglie con gioia i propri frutti e ne può ancora produrre, offre la ricchezza del proprio buon senso agli altri, guarda verso il passato senza rimpianti e nostalgia. Un esempio biblico del senso di compimento ci è offerto dalla figura del profeta Simeone di cui ci parla il Vangelo di Luca.

Diversa è l’esperienza delle persone anziane che non si sono realizzate. Esse possono essere vittime di un insieme di sentimenti contenuti nel termine disperazione.

La disperazione emerge quando l’individuo ha il sentimento di non aver vissuto, acuito dalla consapevolezza che il tempo è breve, troppo breve per ricominciare un’altra vita e per battere altre strade verso l’integrità.

La disperazione, spesso, si nasconde dietro un senso di disgusto, che prende la forma di mille piccole manifestazioni visibili in tutto il comportamento dell’anziano, rendendolo acido, aggressivo, isolato, incapace di dipendenza e di cooperazione, la rinuncia a crescere, una certa stagnazione psicologica e spirituale, una vena scettica e pessimistica di fronte a quanto viene proposto per instaurare nuovi progetti, la chiusura nel proprio piccolo mondo, l’accresciuta attenzione a interessi superficiali…

I sentimenti che accompagnano queste situazioni sono vari: malinconie, senso di solitudine, nostalgie, scontentezza, intolleranza, risentimenti, rigidità… In questi casi, si ha l’impressione che la persona abbia perso la fiducia nella possibilità di rispondere con rinnovate forze e ardore alle sfide della vita.

Fattori che ostacolano il passaggio consapevole e responsabile all’età anziana
Perché è così difficile prepararsi all’età anziana e viverla costruttivamente, sia nella società come pure nell’ambito della vita consacrata?

Uno dei motivi già ricordato è costituito dalla qualità della vita trascorsa. Un altro è da identificare nel fatto che la vecchiaia tende ad essere occultata. Innanzitutto a livello individuale. La vecchiaia non viene nascosta solo ai nostri occhi, ma molto di più ai nostri sentimenti. Nel più profondo di noi stessi continuiamo a vivere con l’illusione che resteremo sempre uguali.

E, poi, a livello culturale. Secondo gli studiosi, la rivoluzione demografica ancora oggi è relativamente ignorata o comunque sottaciuta: si potrebbe definirla come una rivoluzione silenziosa, nonostante i suoi effetti siano percepiti da ogni persona, da ogni famiglia, da ogni città o nazione nel mondo.

Viviamo in una cultura gerontofobica che, per indicare gli anziani, usa stereotipi negativi, per cui non vale la pena pensare all’età anziana in tempi ostili a questa fase della vita. I religiosi/e non sono completamente esenti da questa mentalità, anche se si rendono conto del diminuire degli effettivi e l’elevarsi della loro età media.

Tutto questo impedisce di considerare l’invecchiamento come una tappa della vita, che va amata e presa in considerazione come le altre.

Nell’immaginario sociale la persona anziana è una persona che non è più nella tensione del vivere, dimenticando che si cresce fino al momento della morte che è, anch’essa, un’ulteriore crescita. L’anziano può essere visto come un sopravvissuto la cui cultura è ormai quella di un tempo superato. Ma questo stereotipo sociale, che vede l’anziano portatore di “idee antiquate” e il giovane portatore di “idee nuove”.

Accettare di essere entrati nella stagione dell’anzianità
«Buongiorno, sorella vecchiaia! Oh! Ti ho vista venire da lontano e non ti ho teso la mano… A lungo ti ho guardata male… Mi sembravi brutta, triste, come sempre in lutto, trascinandoti dietro un sacco di miserie, di giorni amari, di solitudine, di decrepitezza. No, non volevo vederti avvicinare! Eppure eccoti così vicina da toccarmi. Bisogna dunque che mi abitui alla tua compagnia, dato che ormai non mi lasci più. Addio giovinezza! E per sempre! Al contrario, tu prenderai sempre più posto nella mia vita, ed è per questo che, convertendo il mio cuore, ti chiamo in tutta sincerità: “sorella mia”».

Acquisire una conoscenza realistica della vecchiaia
La letteratura umanistica, religiosa e pastorale sulla vecchiaia tende a mettere in luce soprattutto gli aspetti positivi di questa stagione della vita, spesso idealizzandola, lasciandone in ombra gli effetti devastanti sul corpo, sulla psiche e anche sullo spirito della persona.

Rendersi conto della diversità degli anziani. Infatti, vi è l’invecchiamento associato a malattia, quello che riguarda ancor oggi la maggior parte delle persone in età anziana; l’invecchiamento usuale o comune, che mostra i tipici segni non patologici dell’invecchiamento e che è comunque esente dalle maggiori patologie associate all’età; il successful aging, l’invecchiamento in perfetta forma, ben riuscito che riguarda una ristretta minoranza di persone.

Ne deriva che l’età anziana va vista da diversi punti di osservazione; non è solo un fenomeno biologico e sociale, ma anche un fatto personale. Ciò significa che il modo con cui una persona vive la propria vecchiaia dipende dalla sua storia passata, dalle esperienze da lei vissute, dai compiti che ancora svolge, dalla maniera con cui si è preparato a invecchiare.

C’è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la norma.

C’è un secondo modo, il più comune, di invecchiare, che consiste nel subire l’invecchiamento. Molti anziani non riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall’handicap o dalla diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza. Sentono come una minaccia terribile l’idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai trovato il tempo per sé stessi, per riflettere, per riposare in pace.

Ora sono obbligati a passare dal lavoro turbinoso all’inattività forzata e non riescono ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione. I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l’inattività è combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a piccole cose che funzionano da droga o da evasione; diventano duri, acidi, ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.

C’è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta – se possibile – di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non vogliono credere all’invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il loro decadere ricorrendo a trucchi che nascondano la loro età.

Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non si direbbe che lei ha ottant’anni! Come li porta bene! Non li dimostra proprio!». Ci credono e, per un po’, sono su di giri, ma quando poi rimettono i piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più dolorose e profonde. Sono persone che – senza volerlo – si coprono di ridicolo.

Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende di ignorare o di rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.

Infine, non bisogna dimenticare il contesto in cui uno trascorre la sua vecchiaia. Qualche tempo fa, durante le mie letture mi sono imbattuto nel lamento di un religioso:

«Mi accade di sentirmi inutile per molteplici ragioni. Non potendo più lavorare o non esercitando più l’attività pastorale da anni, ho la sensazione di non essere più produttivo. Ospedalizzato per settimane e mesi, in situazione di sempre maggiore dipendenza, mi sento di peso per la mia comunità e la mia famiglia. “Costo caro – mi capita di dire –, do tante preoccupazioni ai miei confratelli”. Paralizzato dai miei handicap e dalla mia perdita di autonomia, non posso più come prima rendere alla mia comunità e alla gente quei servizi che mi gratificavano. Mi sento buono a niente. Infine, quello che trovo particolarmente duro è vedere i miei parenti e anche i miei confratelli allontanarsi da me, non osare più avvicinarmi né abbracciarmi a causa del mio stato di deperimento fisico, del mio dimagrimento, dell’odore che posso emanare: mi sento come di troppo in mezzo ai miei! Per favore, ascoltate e comprendete la mia sofferenza, e aiutatemi a sentirmi utile fino alla mia morte.

Tutto quello che posso ancora fare e realizzare, valorizzatelo. Ascoltatemi raccontarvi quello che, per me, ha avuto importanza nella mia vita: il mio lavoro, la mia famiglia, la mia comunità, i fatti che hanno segnato la mia esistenza, le mie passioni e i miei interessi. Ditemi, se è il caso, che il mio modo di reagire, il mio coraggio, la mia serenità di fronte alla morte vi fanno bene e vi riconfortano. Così, lungi dal disperare, la mia vita conserverà un senso fino al suo termine perché mi sento utile ad altri esseri umani, non solo per quello che faccio, ma per quello che sono».
«Imparare a contare i propri giorni» e prendere coscienza di quanto avviene in noi con il trascorrere del tempo
Questa espressione del salmo 89 è un invito a prendere coscienza della fragilità della nostra vita e della necessità di utilizzare il tempo che ci è dato per realizzare nell’autenticità il nostro progetto esistenziale. Abituarsi a prendere coscienza di quanto avviene nel proprio essere a livello di tutte le dimensioni, cercando di comprenderne il senso, è un passo importante da compiere.

Il nostro organismo ci invia messaggi che, ben interpretati, ci aiutano a comprendere cosa sta avvenendo in noi sul piano fisico, emotivo e spirituale. Spesso siamo attenti solo agli appelli che ci vengono dall’io superficiale, trascurando quelli dell’io più profondo. È, infatti, più facile prestare attenzione a ciò che ci gratifica, tenendo a distanza quanto ci confronta.

Senza la capacità e il coraggio di guardarci dentro con serena onestà, è impossibile pretendere di cambiare e di crescere. Non è forse la verità che ci fa liberi, rendendoci capaci di prendere la responsabilità dei nostri comportamenti?

Questo processo di autoconsapevolezza e di comprensione dev’essere non solo di tipo psicologico, ma anche spirituale. In tutta la letteratura spirituale si trova il richiamo alla conoscenza di sé, quale condizione per un autentico rapporto con il Signore e con il prossimo.

Il cammino della consapevolezza e della comprensione porta inevitabilmente a prendere contatto con parti di noi stessi che non sono piacevoli, con aspetti della nostra condizione umana difficili da accettare. Scoprirci fragili, vedere sfiorire la giovinezza, sperimentarsi vulnerabili, presentire la possibilità del venir meno del nostro essere, essere confrontati con le nostre debolezze, assistere a cambiamenti di prospettive, avvertire la coscienza dell’irripetibilità di molte occasioni e opportunità… sono tutte esperienze che si fanno sentire con acutezza.

L’età anziana è spesso il momento in cui appaiono gli infelici risultati delle inconsistenze a livello intrapersonale, interpersonale e spirituale. Se prima si potevano controllare abbastanza agevolmente gli elementi non integrati della personalità, puntando sull’entusiasmo dei primi tempi, sul lavoro, sui progetti, sull’appoggio dell’ambiente, con il passare degli anni non è più possibile ignorare gli aggiustamenti inadeguati nei settori della vita affettivo-sessuale, delle relazioni interpersonali, del rapporto con il Signore.

L’integrazione dei lati negativi della propria persona, prima rimossi, è quindi un impegno che consente all’anziano di utilizzare tutte le proprie risorse, liberandosi delle maschere che gli impedivano di essere sé stesso nella relazione con il prossimo e con il Signore.

Quanto ho appena presentato è un insieme di sintomi che, nella realtà, non si presentano insieme, bensì spesso isolatamente, tendendo a raggrupparsi in forme svariatissime in rapporto allo stile di personalità, alle esperienze vissute dall’individuo e alle misure che egli ha adottato per favorire la propria crescita.

Aprirsi ad aspetti e valori nuovi
Nel momento stesso in cui espone alla presa di coscienza dei limiti, l’anzianità apre anche alla possibilità di entrare in contatto con aspetti nuovi di sé stessi e di acquisire valori prima ignorati o trascurati. Risulta, quindi, di grande importanza mantenere lo spirito vigile per cogliere lati inediti della realtà personale in tutte le sue dimensioni.

Se, ad esempio, il venir meno della fedeltà del corpo può ingenerare sentimenti depressivi, esso è anche occasione per apprendere modi nuovi di situarsi di fronte alla propria corporeità, modi che esprimano il profondo rispetto per questa dimensione essenziale della persona, riconoscendone allo stesso tempo la relatività.

Dopo la preferenza data al fare, tipica della prima parte della vita, il richiamo del valore dell’essere si fa sempre più forte; se colto e integrato adeguatamente, esso può imprimere un volto nuovo alla vita. Infatti, non è principalmente attraverso la performance che noi diamo testimonianza di un’esistenza vissuta in pienezza, bensì attraverso la qualità di una vita vissuta fedelmente e profondamente.

Alla tendenza ad essere attivi, controllando e dominando le cose, subentra la presa di coscienza dell’importanza della ricettività: la crescita è dono da ricevere prima che frutto delle nostre iniziative.

Può essere di grande aiuto il far seguire all’eventuale dominio dell’animus, una maggiore attenzione all’anima, la dimensione femminile presente in noi maschi.

Purificare le motivazioni del proprio agire
È, questo, uno dei passi più importanti da compiere nell’età anziana. Il processo di maturazione, la molteplicità delle esperienze, l’attenzione alle reazioni degli altri mettono l’individuo in grado di identificare con maggior precisione la qualità delle motivazioni che sono state all’origine delle proprie scelte in tutti i settori.

Basare la stima di sé su valori solidi e duraturi
La domanda: «chi sono?» si presenta spesso all’individuo durante tutta la vita. Se, nel rispondere a tale interrogativo, la persona fa leva solo o prevalentemente su realtà caratterizzate da transitorietà, come l’apparenza fisica – secondo i criteri imperanti nella nostra società –, o la ricchezza, i successi esteriori, i ruoli di prestigio, quando il trascorrere del tempo farà sfiorire o tramontare tali realtà, non troverà sostegni su cui appoggiare la propria autostima.

Come dimenticare la parabola evangelica: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,24-27).

Riconciliarsi con il passato
Invecchiare bene significa guardare indietro alla propria storia – compresi i dolori e i fallimenti – e accoglierla con gratitudine e perdono. Riconciliarsi con il passato significa accettarlo con i suoi successi e sconfitte, accontentandosi del percorso compiuto. Com’è facile ad una certa età dirsi: «Avrei potuto fare questo o quello…»; «sarebbe stato meglio se…», «se mi fosse concesso di…». Il desiderio di rifare la propria vita emerge facilmente nello spirito delle persone anziane. Se è certo che il passato non può essere rifatto, rimane però la possibilità di assumerlo e redimerlo.

Il trascorrere degli anni ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di realizzare numerosi progetti accarezzati nel passato; non è più possibile tornare indietro. Del resto, già il passare da una casa e da un’attività all’altra ci confronta con la provvisorietà, portandoci a relativizzare ogni progetto.

I grandi cambiamenti avvenuti nella società, nella Chiesa e negli istituti religiosi suscitano spesso risentimenti e rabbia in quanti si rendono conto di essere stati nel passato deprivati di opportunità riguardanti la loro vita intellettuale, emotiva e affettiva (specializzazione, studi, amicizie, tempo libero…).

Nella prospettiva cristiana, ogni storia, sia personale sia collettiva, è storia sacra. In essa può essere identificato il filo d’oro dell’amore di Dio che lega insieme gli avvenimenti in un modo che spesso sfugge alla nostra considerazione. Tale filo d’oro si rende visibile nella misura in cui la persona si apre a Dio, ricco di tenerezza e compassione, attraverso la preghiera e i sacramenti.

Si possono così guarire ferite non ancora rimarginate, superare sensi di colpevolezza ancora irrisolti, ristabilire relazioni rimaste infrante o congelate durante numerosi anni, accettare di aver realizzato incompletamente la propria esistenza. Per chi crede, il ripercorrere la propria vita può trasformarsi in preghiera di ringraziamento e in un atteggiamento di adesione alla volontà del Signore. «Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. Ed ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza a tutte le generazioni le tue meraviglie» (Sal 71,17-18).

Apprendere a vivere i distacchi e le separazioni
L’esperienza del lutto, inteso come ferita causata dalla perdita di esseri significativi: persone, animali, oggetti, esperienze… accompagna l’individuo durante tutto il suo percorso esistenziale. Nell’età anziana, però, essa assume un’intensità maggiore. Basti pensare alle numerose modificazioni fisiche e psicologiche, alla scomparsa di persone care, al pensionamento, al passaggio dal domicilio-comunità all’istituzione socio-sanataria, alla perdita della salute…

Non è possibile all’anziano far fronte positivamente a queste piccole morti se non si è educato ad elaborare il lutto, cioè a disinvestire la propria energia affettiva da persone e da cose per reinvestirla in altre.

L’incapacità di affrontare il lutto spiega, anche se solo parzialmente, la resistenza di tanti anziani a lasciare posti di responsabilità o attività non più consone alla loro età. L’evangelico «è necessario che egli cresca e che io diminuisca» parla di una situazione di lutto che, se vissuta bene, rende più facile il rapporto tra generazioni.

Imparare a vivere positivamente la solitudine
Proprio perché è iscritta nella logica dell’esistenza umana, la solitudine fa la propria comparsa in tutte le stagioni della vita. C’è la solitudine del bambino, dell’adolescente, dell’adulto e dell’anziano. Proprio per i distacchi e le separazioni che caratterizzano la vecchiaia, l’anziano può essere più facilmente esposto allo stare solo.

In tante situazioni la solitudine può trasformarsi in isolamento. Una persona non può pretendere di affrontare la solitudine da anziano se non si è abituato prima a viverla creativamente, soprattutto apprendendo a stare bene con sé stessa. Come afferma Nietzsche, «è il cattivo amore verso te stesso che rende la tua solitudine una prigione». La solitudine dolorosa si trasforma in uno spazio sacro di silenzio e contemplazione, dove incontrare sé stessi e Dio.

Accettare di essere dipendenti
Il progressivo deperimento dell’energie fisiche (e a volte psichiche) genera il bisogno di essere aiutati dagli altri. La capacità di accettare positivamente di essere dipendenti, cioè di ricevere aiuto, soprattutto in quelle aree nelle quali si è fieramente autonomi – come il mangiare, il vestirsi, il gestire l’igiene personale… – può essere praticata nell’età anziana solo se è stata appresa e esercitata nelle precedenti stagioni della vita

È il tempo in cui si impara ad affidarci.