La Cina schiera anche l’Intelligenza artificiale per “spingere” i matrimoni

La Cina fronteggia un continuo calo di matrimoni

Il team che l’ha creata garantisce massima serietà. Nessuna deviazione dall’obiettivo fissato: il matrimonio. Niente “divagazioni” temporali: il tutto si deve concludere in tre anni. Si chiama Liangpei ed è una piattaforma di incontri con la quale una startup privata cinese prova a porre rimedio a quella slavina che minaccia di destrutturare la società (e l’economia) del gigante asiatico: la denatalità, accompagnata dal continuo franare del numero di unioni. Il punto di forza (dichiarato) della piattaforma? Sfruttare l’Intelligenza artificiale. Per gli sviluppatori c’è una sorta di regola inderogabile: far sì che gli utenti si concentrino su una sola relazione, anziché essere costantemente alla ricerca di alternative. Diversamente dalle classiche app di dating basate su interazioni multiple, Liangpei consente agli utenti di chattare con un solo potenziale partner alla volta.
Come funziona in concreto la piattaforma? Come spiega il sito Sixth Tone, “Liangpei inizia con una conversazione vocale di circa 20 minuti con un’intelligenza artificiale specializzata nel matchmaking. Gli utenti rispondono a 25 domande sulla loro storia sentimentale, sui progetti matrimoniali e persino sull’eventuale intenzione di acquistare una proprietà. Il sistema utilizza quindi le risposte per creare un profilo dettagliato, calcolare i punteggi di compatibilità e suggerire potenziali partner”.
Una volta che due persone si sono trovate compatibili, possono parlare solo finché una delle due non decide di passare oltre. “Vogliamo allontanare gli utenti dalla piattaforma il prima possibile”, ha dichiarato il fondatore Zeng Xinxun. Per iscriversi, gli utenti pagano una quota una tantum di circa 2.000 yuan (pari a circa 260–270 euro). Se entro tre anni l’utente non incontra la persona con cui contrarre matrimonio, l’azienda si impegna a rimborsare la somma versata.
I numeri danno ragione agli ideatori di Liangpei? È presto per saggiare i risultati concreti – ossia il numero di matrimoni – dell’app che ha esordito la scorsa estate. Circa un utente su 10 ha raggiunto un incontro esclusivo uno a uno. Liangpei conta oltre 9.300 utenti attivi in 300 città. Gli uomini rappresentano il 57% degli utenti, mentre le donne il 43%. Le due fasce d’età più numerose sono quelle tra i 26 e i 28 anni e tra i 29 e i 31 anni.
Riuscirà l’impresa di sollevare i matrimoni in Cina? Una cosa è certa: il terremoto sociale e demografico in Cina continua. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, nella prima metà del 2026 le registrazioni di matrimoni sono diminuite nel Paese del 7,5% su base annua. Tra gennaio e giugno si sono sposate circa 3,28 milioni di coppie, 264.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le registrazioni di divorzio sono invece aumentate del 3,9%, raggiungendo quota 1,38 milioni.
Intrecciata al calo delle unioni, c’è quello altrettanto drammatico delle nascite. La “caduta” non sembra arrestarsi. Come riportato dalla rivista Caixin Global, nel 2025 la popolazione cinese è diminuita di 3,39 milioni di unità – il calo più consistente tra i quattro registrati consecutivamente su base annua. Secondo l’Annuario statistico della Cina 2026, alla fine dell’anno la popolazione ammontava a 1,40489 miliardi di persone: un dato inferiore di 7,71 milioni rispetto al picco raggiunto nel 2021.
Cambia radicalmente anche il volto della società cinese. Oggi nel Paese ci sono più di 223 milioni di persone di età pari o superiore a 65 anni, mentre i bambini di età pari o inferiore a 14 anni sono 213 milioni. Un sorpasso che getta ombre cupe sul futuro della corsa della Cina.

 

«Ci hanno uccisi»: e Novaya Gazeta chiude in Russia

Russia: Critical newspaper 'Novaya Gazeta' to close

«Ci hanno uccisi». Titola così la notizia sul sito dello storica testata russa indipendente. Fondata oltre 30 anni fa dal Premio Nobel per la Pace 2021 Dmitrij Muratov insieme a Mihail Gorbachev, ultimo presidente dell’Urss e padre della Perestrojka, Novaya Gazeta nacque nel segno della libertà e indipendenza dell’informazione. Questa era ed è sempre stata la cifra che l’ha guidato. Per questa sua identità universalmente riconosciuta anche con il Nobel ha pagato un caro prezzo. Oltre ad Anna Politkovskaja altri 5 suoi colleghi sono stati uccisi: Igor Domnikov, Jury Schekhochikhin, Stas Markelov, Anastasia Baburova e Natalia Estemirova. Uccisi per il fatto di essere giornalisti, di raccontare la verità su soprusi, guerre e corruzione. Il lavoro dei suoi giornalisti non si è mai fermato anche per rispetto e in memoria di questi colleghi. Una redazione che non ha mai perso il coraggio di testimoniare l’esistenza in Russia di una società civile e giornalistica che crede del diritto e nella libertà di espressione.
Nel comunicato si legge che «il 9 novembre spegneremo le luci nell’edificio in cui abbiamo lavorato per 30 anni, spegneremo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività». Dal giorno dell’inizio dell’aggressione su vasta scala in Ucraina il giornale ha subito un attacco progressivo. Una voce che rappresentava un riferimento per leggere ciò che accade nel Paese; una lettura indipendente, basata sulla profonda conoscenza della realtà articolata e complessa lungo i suoi 11 fusi orari. Una realtà sconosciuta ai più in Occidente e anche per questo incompresa nelle sue dinamiche sociali e politiche. Per questo Novaya Gazeta è una testata unica e insostituibile che forniva un’informazione vitale sia all’interno che all’esterno del Paese. L’ultima goccia dello stillicidio repressivo è avvenuto negli ultimi giorni: contemporaneamente alla lettera di sfratto c’è stata la disattivazione del sistema di donazioni che permetteva di ricevere contributi dai lettori, di fatto privando la redazione di ogni sostegno. Secondo Novaya Gazeta «si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione fornita delle banche, secondo cui agirebbero in base a regolamenti interni aziendali. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato repressivo statale, da funzionari dell’FSB che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese di loro proprietà».
Ma per capire la situazione e la decisione di oggi di alzare bandiera bianca è necessario vedere quanto accaduto precedentemente. Prima di questi ultimi due colpi c’è stata la censura con il blocco del sito, il sequestro della tipografia e l’intervento dei servizi segreti per impedire di stampare e pubblicare il giornale, il ritiro della licenza e a seguire i giornalisti che man mano venivano inseriti nella lista degli “agenti stranieri” a cominciare dal caporedattore. Mentre tutto questo si svolgeva a Mosca, i suoi giornalisti subivano minacce sempre più pesanti fino all’aggressione avvenuta in Cecenia dell’editorialista Elena Milashina, rapita e picchiata. Poi il fermo di un altro collega, Oleg Roldugin, che, come dicono nel comunicato, «è stato preso in ostaggio con l’accusa di lavorare come giornalista». Il suo processo inizierà a breve. Quest’estate la redazione è stata perquisita per diverse ore e a settembre l’intera redazione è stata dichiarata “agente straniero”, e altre cento persone, tra giornalisti e collaboratori, sono stati considerati per questo complici. Nonostante questo in quasi 5 anni dall’inizio della guerra la redazione ha lavorato da remoto facendo il possibile per non abbandonare i lettori e continuare a esprimere la propria voce. Ma, come conclude il caporedattore nel suo messaggio video pubblicato per annunciare la chiusura, «e ora è tutto. Ci troviamo nella kill zone». Un monito che spaventa e riguarda tutti, in Russia e nel mondo intero.

La mattinata di mobilitazione si è aperta con le prime iniziative: a Livorno e Trieste presidi nei porti contro i trasporti di armi. Occupate alcune tangenziali, tende ai Fori imperiali

«Soldi alla scuola e non alla guerra»: da Livorno a Bologna, studenti in piazza. Scontri a Torino e Mestre

Avvenire

La giornata di sciopero generale si è aperta con decine di migliaia di persone pacificamente in piazza, ma poi è proseguita con qualche scontro, come temuto dal Viminale alla vigilia. In particolare le tensioni ci sono state ancora una volta a Torino: in piazza Castello un gruppo di antagonisti ha cercato il confronto con la polizia schierata a protezione della prefettura. Gli agenti hanno reagito con cariche di alleggerimento e azionando gli idranti. Due manifestanti sono rimasti feriti e almeno cinque giovani sono stati fermati. In mattinata alcuni giovani avevano ostentato scudi rudimentali con scritte contro la polizia.
Getti d’acqua anche a Vicenza, dove un gruppo di manifestanti ha invaso la tangenziale. A Mestre sette agenti di Polizia sono rimasti leggermente feriti, riportando contusioni e tagli, dopo il contatto con il corteo che cercava di sfondare il blocco dei reparti mobili. La Questura aveva prescritto agli organizzatori il divieto di transito dalla rotonda di via Torino alla rampa del cavalcavia, che conduce verso la strada di collegamento con la zona industriale e Venezia. I manifestanti hanno invece cercato di proseguire verso la rampa e le forze dell’ordine li hanno respinti. A Milano una manifestazione ha bloccato per un’ora e mezza la tangenziale est, poi i partecipanti sono rientrati in città e il traffico ha ricominciato lentamente a scorrere dopo pesanti disagi. In precedenza, al mattino, alcuni studenti hanno occupato parte della sede stradale di via Pisani, tra piazza della Repubblica e la stazione Centrale, scandendo lo slogan “Noi le armi non le vogliamo”. Poi hanno srotolato sull’asfalto uno striscione contro l’economia di guerra. In testa al corteo è stata esposta un’altra scritta: “Soldi alla scuola e non alla guerra”. Tangenziale e autostrada occupate anche a Bologna, dove la mattinata era iniziata con il blocco degli ingressi di alcuni istituti superiori. Gruppi di studenti hanno chiuso gli accessi al Liceo Copernico, al Liceo Minghetti, al Liceo Fermi, al Liceo Arcangeli, al Liceo Laura Bassi e al liceo Righi e all’Istituto agrario Serpieri. Al Galvani, in via Castiglione, cassonetti sono stati piazzati davanti alle porte di ingresso. Da alcune scuole sono poi partiti i cortei, mentre in centro alcuni negozianti hanno provveduto a coprire le vetrine con pannelli di legno. Ma al fianco degli studenti sono comparse alcune mamme, che hanno esposto una scritta: “No alla violenza sui nostri figli, manifestare è un diritto”. Tutte vestite di rosso, hanno deciso di aderire allo sciopero indetto dai sindacati di base per “dare supporto ai propri figli”. “Il livello di violenza – hanno detto – è molto elevato e manifestanti pacifici vengono scambiati spesso per dei teppisti e violenti: noi vogliamo difendere il diritto dei nostri giovani figli a manifestare pacificamente e serenamente”.
A Napoli migliaia di persone si sono radunate in piazza Mancini (tra loro anche diverse famiglie), per poi dirigersi verso il porto. La manifestazione si è sciolta nel primo pomeriggio, senza problemi di sorta.
A Roma il corteo contro il carovita si è fermato di fronte al ministero dei Trasporti per protestare contro il vicepremier e ministro Matteo Salvini. L’edificio era presidiato da un ingente numero di forze dell’ordine. I manifestanti hanno intonato cori contro il ministro invitandolo ad affacciarsi. “Le aziende agricole fra 10 anni non ci saranno più” è una delle rivendicazioni. È stato lanciato anche un fumogeno, atterrato però ben lontano dal ministero e dal presidio delle forze dell’ordine. Diversi attivisti hanno poi raggiunto i Fori imperiali, dove hanno iniziato a montare le tende per continuare il presidio anche di notte.
A Livorno e Trieste si sono formati presidi davanti ai porti: i lavoratori partecipano alla mobilitazione internazionale contro le navi che trasportano armi. A Genova è stato bloccato l’accesso al varco Albertazzi, poi circa 15 mila persone sono entrate nel porto.
Ma si manifesta in tutta Italia, non solo nelle grandi città. “Abbassate le armi, alzate i salari” è lo striscione che ha aperto il corteo nel centro di Campobasso. “La nostra protesta – hanno rimarcato gli esponenti locali del Collettivo dal Basso – è contro economia di guerra, caro vita, precarietà giovanile e repressione del dissenso. Continui tagli a sanità pubblica e trasporti per sostenere i costi necessari a nutrire il settore bellico causano un conseguente aumento del costo della vita. I padroni si arricchiscono e le infrastrutture crollano, pezzo dopo pezzo, sulla testa di chi deve imparare a vivere con uno stipendio mangiato dall’inflazione”.
(hanno collaborato Simone Marcer e Martino Mangalaviti da Milano)

Mediterraneo, a Malta la Chiesa rilancia l’azione delle donne per la pace

IV Incontro delle Donne del Medio Oriente e Mediterraneo,  Malta 23 - 26 ottobre 2026
Si è svolto nell’arcipelago il quarto incontro promosso dall’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche. Oltre novanta partecipanti, provenienti da 34 Paesi e regioni del mondo, si sono confrontate sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, nella difesa della dignità umana e nella riconciliazione delle comunità segnate dai conflitti

Vatican News

“Una società che esclude metà della sua saggezza non può costruire un futuro completo”. È il messaggio emerso dal quarto Incontro delle Donne del Medio Oriente e Mediterraneo, promosso dall’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (Umofc), in collaborazione con l’Azione Cattolica Maltese e con il sostegno della Conferenza Episcopale di Malta. Dal 23 al 26 ottobre, 92 partecipanti provenienti da 34 Paesi e regioni del mondo si sono riunite per riflettere sul tema “Le donne: un rifugio sicuro per un’umanità in difficoltà”. Al centro del confronto, il contributo femminile alla pace e alla ricostruzione delle comunità ferite dalla violenza e dalle divisioni.

Il ruolo delle donne nei conflitti

“Troppo spesso le donne vengono invitate a partecipare al dialogo sulla pace quando le decisioni sono già state prese”, ha denunciato Bassima Sam’an, giornalista giordana, ricordando come siano proprio le donne a sostenere le famiglie durante i conflitti, a ricostruire le comunità e a mantenere viva la speranza. Una presenza spesso invisibile, che deve trovare pieno riconoscimento anche nei processi decisionali e di riconciliazione. I tre panel dell’incontro hanno approfondito le difficoltà vissute dalle donne del Medio Oriente e del Mediterraneo, con particolare attenzione alle cattoliche appartenenti a minoranze religiose e al loro impegno nella tutela della dignità umana.

La pace comincia dall’ascolto

La costruzione della pace passa anche attraverso il linguaggio e le relazioni quotidiane. “Prima di parlare di pace tra i popoli, dobbiamo chiederci se il nostro linguaggio porta pace alla persona che abbiamo di fronte”, ha sottolineato Nuha Farran, israeliana arabo-cristiana, avvocato ad Haifa, invitando a superare i pregiudizi e a dare ascolto alle voci più fragili. Particolare attenzione è stata dedicata alle donne migranti e a quelle che vivono situazioni di vulnerabilità. Maje Martin, collaboratrice della Prefettura Apostolica in Marocco, ha ricordato che “protezione e autonomia non sono concetti contrapposti”, sottolineando la necessità di creare luoghi sicuri nei quali le persone possano ritrovare fiducia, dignità e capacità di decidere autonomamente.

Comunità come rifugi di speranza

Attraverso le “Conversazioni nello Spirito”, le partecipanti hanno individuato alcuni impegni concreti: rafforzare le reti di preghiera e solidarietà, creare spazi di ascolto e condividere nelle comunità locali le esperienze maturate durante l’incontro. Nel suo intervento conclusivo, la presidente generale dell’Umofc, Mónica Santamarina, ha ringraziato le donne per la testimonianza di “resilienza, fede, coraggio e impegno”, assicurando che nell’organizzazione troveranno sempre “un rifugio sicuro” dove le loro voci saranno ascoltate e valorizzate. L’incontro si è concluso con un rinnovato appello a riconoscere il protagonismo femminile nella Chiesa e nella società, nella convinzione che la pace si costruisca attraverso gesti concreti di accoglienza, solidarietà e riconciliazione.

Esplorazione dello spazio sia beneficio di tutti i popoli

Lo Space Shuttle Endeavour esposto in posizione di lancio presso il Samuel Oschin Air and Space Center, in occasione di un’anteprima riservata ai media al California Science Center di Los Angeles

Vatican News

In una dichiarazione resa il 28 ottobre al Palazzo di Vetro, l’osservatore permanente monsignor El Kassis sottolinea che le tecnologie spaziali rappresentano uno “strumento prezioso” per affrontare sfide epocali come “cambiamenti climatici, insicurezza alimentare, scarsità d’acqua, catastrofi naturali”. “Lo spazio extra-atmosferico sia ambito di pace e stabilità”

Daniele Piccini – Città del Vaticano

L’”esplorazione” e l’”utilizzo” dello spazio extra-atmosferico offrono “straordinarie opportunità per il progresso scientifico e lo sviluppo umano integrale”, alla condizione “essenziale” che queste innovazioni vadano a “beneficio di tutti i popoli” e che non creino “nuove disuguaglianze e forme di esclusione”. Lo ha ribadito l’arcivescovo Christophe Z. El Kassis, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in una dichiarazione resa ieri, 28 ottobre, al Palazzo di Vetro, nel corso della quarta commissione dell’81.ma Assemblea generale, dedicata al tema “Cooperazione internazionale nell’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico”.

La ricerca spaziale e i cambi climatici

Il diplomatico vaticano ha ricordato che questo presupposto è sancito dal “Trattato sullo spazio extra-atmosferico” del 1967 e ha evidenziato che la ricerca in questo ambito può aiutare ad affrontare problemi epocali. “Le tecnologie spaziali – ha spiegato monsignor El Kassis – rappresentano uno strumento prezioso per affrontare le urgenti sfide che il nostro pianeta si trova a fronteggiare, tra cui i cambiamenti climatici, l’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e le catastrofi naturali”. A questo fine, ha aggiunto, è necessario “rafforzare la cooperazione internazionale, soprattutto nella condivisione delle “conoscenze scientifiche”, “affinché i Paesi in via di sviluppo possano beneficiare pienamente di questi progressi”.

Cooperare per tutelare l’ambiente spaziale

Una “risposta internazionale coordinata” è sollecitata anche dalla questione della “tutela dell’ambiente spaziale”, minacciato dall’”affollamento delle orbite”, dall’”accumulo di detriti spaziali” e dall’”aumento delle attività commerciali”. “È indispensabile – ha rimarcato ancora l’osservatore permanente della Santa Sede – una gestione responsabile dello spazio extra-atmosferico, con l’obiettivo di garantire che il progresso scientifico e tecnologico non comprometta il suo utilizzo pacifico e sostenibile da parte delle generazioni future”. Per questo, ha concluso l’arcivescovo, la Santa Sede incoraggia “gli sforzi comuni per preservare lo spazio extra-atmosferico come ambito di pace, stabilità e cooperazione, a beneficio delle generazioni presenti e future”.

L’elemosiniere in Ucraina per portare il conforto del Papa

Il viaggio in Ucraina di monsignor Luis Marín de San Martín, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità

È entrato nel vivo ieri, 28 ottobre, il viaggio di monsignor Luis Marín de San Martín nel Paese dell’est Europa. Una missione, per conto di Leone XIV, per incontrare le realtà che si occupano di dare sollievo ad un popolo fortemente provato dalla guerra. Molti gli incontri in programma, testimonianza di una Chiesa che, nel buio del conflitto, sceglie di restare accanto al suo popolo, nei rifugi, nelle cucine, nelle piccole comunità che rinascono tra le macerie

Benedetta Capelli – Città del Vaticano – Vatican News

Un canto di speranza, voce di chi non si arrende alla guerra e vuole credere in un futuro di pace. È quello intonato dai volontari e dal sacerdote che si occupa, alla periferia di Kyiv, di un centro nel quale si accolgono famiglie e bambini, autentico punto di riferimento per una comunità che in pochi anni ha perduto ogni certezza. “Mia madre mi insegnò a cantare della speranza in fiore”: è il loro inno, intonato guardando il tagete, fiore tipico dei cortili ucraini. Qui l’arcivescovo elemosiniere Luis Marín de San Martín, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, e il sottosegretario Massimo Ralli sono giunti ieri, 28 ottobre, al termine della prima intensa giornata trascorsa in Ucraina.

Il viaggio, iniziato martedì 27 dopo circa dodici ore di auto da Varsavia, intende essere il segno della vicinanza del Papa alla popolazione provata da anni di guerra ma anche un’occasione per incontrare quanti si fanno loro prossimi con l’aiuto concreto. La capitale Kyiv è la prima tappa della missione, che si conclude domani, venerdì 30, toccando varie città come Zaporizhzhia, Dnipro e Fastiv.

Dopo la Messa celebrata nella nunziatura apostolica, l’arcivescovo agostiniano si è recato insieme al rappresentante pontificio, arcivescovo Visvaldas Kulbokas, al vescovo Oleksandr Yazlovetskyi, ausiliare di Kyiv-Zhytomyr e presidente di Caritas-Spes, e a don Vyacheslav Grynevych, direttore esecutivo, in uno dei centri proprio di Caritas-Spes della capitale. Distribuzione dei viveri; accoglienza durante gli attacchi per chi non ha un luogo dove ripararsi; sostegno concreto e psicologico agli anziani e soprattutto alle donne rimaste sole con i figli mentre i mariti sono al fronte: sono questi i servizi offerti in questo luogo nel quale c’è un’attenzione particolare ai bambini. Molti di loro non frequentano la scuola in presenza da anni, prima a causa del Covid e poi della guerra, e vivono lontani dai propri amici, nella solitudine. Per loro l’organismo caritativo crea occasioni di incontro, perché il conflitto non tolga anche la gioia di stare insieme e non renda ancora più profonde le ferite interiori che già lascia. Custodire l’infanzia, anche tra le sirene, è un modo concreto di generare futuro.

“Fraternamente”, il podcast per i sacerdoti verso l’incontro con Papa Leone XIV: all’appello mancano i preti sposati e il loro lungo cammino di testimonianza

L’esordio del podcast Fraternamente, promosso in vista del grande raduno del clero italiano con Papa Leone XIV, nasce come uno spazio di ascolto, condivisione e accompagnamento spirituale per i presbiteri in servizio. Un’iniziativa importante che intende valorizzare la voce dei pastori e rafforzare i legami all’interno della comunità ecclesiale.

Tuttavia, anche in questo strumento ideato per dare respiro alla fraternità presbiterale, si registra una grave ed evidente omissione: all’appello mancano ancora una volta i sacerdoti sposati. Viene così ignorata non solo la loro presenza nell’unico Corpo ecclesiale, ma anche il loro costante e sofferto cammino di testimonianza e preghiera per la Chiesa.

Il digiuno dei 40 giorni e la voce soffocata dei presbiteri coniugati

La richiesta di riammissibilità canonica non nasce da un’esigenza estemporanea, ma da un percorso di fede profondo e documentato:

  1. La testimonianza del digiuno: Tra marzo e maggio, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati ha intrapreso un intenso digiuno di 40 giorni per invocare il ripristino del ministero attivo e sensibilizzare le istituzioni vaticane sulla carenza di clero.

  2. La voce dei podcast su Web Radio Informazione Libera News: Durante quei mesi, attraverso resoconti quotidiani e approfondimenti podcast diffusi sul web, i sacerdoti sposati hanno offerto una narrazione di profonda fedeltà al Vangelo, lontana dai clamori mediatici e radicata nella preghiera e nel desiderio di servire.

  3. L’esclusione dal dialogo fraterno: Trovare oggi format radiofonici e podcast istituzionali dedicati alla “fraternità” che dimenticano questo percorso di offerta e sofferenza rappresenta una contraddizione che smentisce nei fatti l’intento di un vero ascolto sinodale.

Realismo Pastorale: fraternità significa non escludere nessuno

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, ribadisce che la vera fraternità non si misura con i format di comunicazione, ma con la capacità di abbracciare ogni sacerdote regolarmente ordinato:

  • Valutare la storia e la formazione: I sacerdoti sposati possiedono titoli rilasciati dalle Università Pontificie, un’esperienza pastorale diretta e il sacro vincolo dell’Ordinazione che nessun provvedimento burocratico può cancellare.

  • Appello a Papa Leone XIV: Chiediamo al Santo Padre e ai promotori delle iniziative per il clero di aprire i microfoni e le porte della comunione anche alle storie, al digiuno e alle speranze dei presbiteri coniugati attraverso un decreto canonico di riammissione al ministero attivo.

La fraternità sacerdotale è autentica solo quando non lascia indietro nessuno dei suoi operai.

🎙️ ⛪ “FRATERNAMENTE”, IL PODCAST PER I PRETI: MA ALL’APPELLO MANCANO I SACERDOTI SPOSATI

Nasce il podcast Fraternamente in vista dell’incontro del clero con Papa Leone XIV. Un’iniziativa lodevole da cui però restano ancora esclusi i sacerdoti sposati.

💡 La riflessione del Realismo Pastorale: Si dimentica la voce e la testimonianza di chi non ha mai smesso di amare la Chiesa: ▪️ Il digiuno dei 40 giorni: Il percorso di preghiera e penitenza intrapreso dal Movimento per chiedere la riammissibilità al ministero; ▪️ I resoconti su Web Radio Informazione Libera News: Podcast e testimonianze di presbiteri formati nelle Università Pontificie pronti a tornare a servire; ▪️ Vera comunione: La fraternità non può essere una parola di circostanza; serve un atto di giustizia con il decreto di riammissione al ministero attivo!

Chiediamo a Papa Leone XIV una Chiesa che sappia ascoltare e riabbracciare tutti i suoi sacerdoti.

🔗 Leggi l’approfondimento sul nostro blog.

Tag: Vatican News, Fraternamente, Papa Leone XIV, Sacerdoti sposati, Realismo pastorale, Informazione Libera News

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Li bagnano per far crescere il muschio e li trattano come cuccioli. Dietro alla moda dei “brick babies”, che spopola online, la sfiducia di una generazione che rinuncia a carriera e famiglia

Niente figli né cani: perché i giovani cinesi allevano mattoni

Prendono un mattone, lo bagnano regolarmente e aspettano che sulla superficie cresca il muschio. Il mattone diventa così una specie di animale domestico vegetale che non richiede grandi attenzioni e costa pochissimo. È questa la nuova mania dei giovani cinesi tra i quali spopolano i «brick babies», letteralmente i bambini mattone.
Coltivare le piante di muschio sui mattoni – spiega chi lo fa – è più facile che prendersi cura delle piante d’appartamento: basta spruzzarle con acqua un paio di volte al giorno e aspettare che le spore di muschio si attacchino e crescano. Il resto il mattone lo fa da sé: anche se ci si dimentica di annaffiare, il muschio entra in letargo e poi, per recuperarlo, basta qualche goccia.
Al fenomeno, a dir poco strambo, è stato dedicato anche un hashtag che ha superato cinque milioni di visualizzazioni su Weibo, il popolare social network cinese. E alcuni medici sono dovuti intervenute per mettere in guardia sui rischi per la salute di questa pratica che potrebbe favorire la diffusione di muffe e causare pruriti e allergie.
Dietro a quella che a molti sembra l’ennesima follia, però, si nasconde un cambiamento sociale. Oggi quasi un quinto dei giovani cinesi tra i 16 e i 24 anni che non studia più è disoccupato. Il mercato del lavoro è stagnante e, anche chi ha affrontato anni di studi molto competitivi, fatica a trovare un posto e di conseguenza versa in cattive condizioni economiche. Per questo molti giovani cinesi stanno rinunciando ad alcune aspettative tradizionali, tipo all’avere figli (il tasso di natalità l’anno scorso ha toccato il minimo storico) e alla corsa al successo per costruirsi una vita più tranquilla. Ma per ottenerla desistono anche dall’avere un cane, che comporta costi e va portato a spasso, e persino dall’annaffiare e concimare normali piante da appartamento.
«Niente gatti, niente appuntamenti: ho iniziato ad allevare un mattone» scrive un “papà” di brick baby. «Un mattone – prosegue nella teorizzazione un altro utente – mi dà un senso di sicurezza che mi sembra molto più solido di tante relazioni. Gli psicologi lo chiamano “compagnia emotiva a energia zero”. Soddisfa il tuo bisogno di compagnia senza richiedere alcun obbligo di dare amore in cambio».
Per questa generazione che ha perso la speranza, insomma, il mattone rappresenta una compagnia che non pretende quasi nulla. Ma che – aggiungiamo noi – dà anche veramente poco.

Le recenti violenze di piazza e gli investimenti stradali, per noia e “svago”, sono il portato del disagio post-Covid che ha visto l’aumento di “sballo”, disturbi psicologici e chiusure in branchi. A peggiorare le cose è il virtuale

Quei ragazzi soli e attratti dentro il vortice digitale

Avvenire

Le ultime settimane hanno offerto diversi esempi allarmanti di violenza giovanile. I cortei di protesta che in Francia sfilavano il 17 ottobre per protestare contro il costo della vita e il grave stato dell’educazione nazionale sono stati infiltrati da gruppi violenti che hanno seminato danni e terrore, a Parigi e altrove. Lo stesso è accaduto simultaneamente a Milano, sia pure con minori danni. Se quella di Parigi e di Milano era violenza collettiva, Roma aveva offerto pochi giorni prima un inedito esempio di violenza individuale. «Ci annoiavamo… Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno…» Queste sono alcune delle raggelanti frasi pronunciate dai due minorenni romani (sedici e diciassette anni), che all’inizio di ottobre, scorrazzando con la loro microcar, hanno colpito intenzionalmente diversi passanti e fatto cadere dal monopattino l’attore Davide Iacopini, ancora ricoverato in condizioni critiche. Episodi come questi, ormai tutt’altro che rari, ci spingono a interrogarci non solo sul perché di queste esplosioni di violenza da parte dei giovani (soprattutto – va detto – da parte di maschi), ma anche sul ruolo delle famiglie, della scuola e di tutta intera la società che hanno attorno.
Fiaccata da due anni di COVID, la generazione che ora ha diciott’anni è forse la più fragile tra quelle recenti. La scuola, lo studio, lo sport non bastano ad assorbire le sue energie, e quello che un tempo si chiamava “lo svago” ha cambiato natura e strumenti. L’esistenza di provocatori modelli fastosi e la percezione delle insopportabili disuguaglianze inaspriscono i comportamenti, spingono ai consumi eccessivi, all’alcol, allo sballo, sempre attraverso lo smartphone, vero diabolus sotto mentite spoglie, usato spesso some potente strumento di chiamata a raccolta.
Questi nuovi costumi portano danni non solo alla collettività ma anche ai singoli. Secondo i dati diffusi nel settembre 2023 dal Bambino Gesù, il grande ospedale pediatrico romano, in un solo anno erano arrivati al suo pronto soccorso quasi quattrocento giovanissimi per tentato suicidio o intenzioni suicidarie: età media quindici anni, per il novanta per cento ragazze. Nel 2025 le consulenze neuropsichiatriche di quel pronto soccorso sono state 1.675, quasi cinque al giorno, contro le 155 del 2011. Non sorprende quindi che lo stesso ospedale abbia aperto, all’inizio di questo mese, un ambulatorio neuropsichiatrico dedicato alle dipendenze digitali, che danneggiano il sonno, la scuola, le relazioni, la vita familiare e i rapporti tra i sessi, e possono indurre alla violenza, su sé e sugli altri: lo smartphone usato fino a notte fonda, i videogiochi e i social network che occupano ogni spazio della giornata, la difficoltà a interrompere la connessione, l’accesso libero alla pornografia e alla violenza, il progressivo ritrarsi dalle attività e dalle relazioni abituali, fino alle nuove forme di rapporto perverso con l’intelligenza artificiale.
Il fenomeno era chiaro già agli albori dei social. Nel 2011 la psicologa sociale statunitense Sherry Turkle lo aveva colto e descritto in un libro dal titolo eloquente, Insieme ma soli (in italiano da Codice Edizioni, 2012): la connessione in rete, pur sembrando una forma di condivisione, è in realtà una radicale e perfino disperata forma di solitudine. A molti giovani, in altre parole, il mondo reale appare solo attraverso il display di uno smartphone. Ma così la realtà si trasforma in pixel, si converte in videogioco, e nei videogiochi si possono correre tutti i rischi senza timore di farsi male. Si possono inventare challenge, come oggi si chiamano le “sfide” per via digitale, anche fatali, concepite per il solo gusto di correre il rischio e di metterle online. Non per caso i due giovani romani, che pure colpivano di proposito, hanno dichiarato di non essersi resi conto di far male a qualcuno: nel videogioco il colpo non lascia ferite. La loro microcar aveva una telecamera installata proprio per filmare le loro imprese. Il video non serve più a registrare un evento che sta accadendo: al contrario, si produce un evento apposta per trasformarlo in video e metterlo online.
Qual è la forza che spinge questi giovani ad azioni violente? Trovo cenni di risposta in alcuni testi, più e meno recenti, che può essere utile richiamare. Il primo è La parte maledetta (1949; in italiano da Bollati Boringhieri, 1992), un penetrante saggio di Georges Bataille, compagno di strada e poi avversario dei surrealisti. Secondo Bataille ogni sistema vivente, dall’organismo alla società, produce più energia di quanta gliene serva per sopravvivere e crescere, e quell’eccedenza, “la parte maledetta”, deve in ogni caso essere spesa: nel lusso dissipativo, nella festa, nel sacrificio o, quando non trova altra via, nella violenza, nel conflitto e nella guerra. Trasferito all’individuo, il ragionamento è illuminante. Il bambino è pura energia, che disperde senza scopo apparente fino a sfiancarsi; la crescita e l’educazione insegnano a impiegarne fruttuosamente la parte migliore. Ma una quota in eccesso rimane, e non tutti riescono a dominarla.
A questo ragionamento si collega bene quello di Roger Caillois, che in I giochi e gli uomini (1958; in italiano da Bompiani, 1981) distingue le attività ludiche in quattro grandi famiglie: i giochi di competizione (agon), di caso (alea), di travestimento (mimicry) e di vertigine, che chiama ílinx (parola greca per “vortice”). I giochi di ílinx mirano a sconvolgere per un attimo la stabilità della percezione e a provocare nella coscienza una specie di panico voluttuoso: la velocità, il capogiro, l’ebbrezza di perdere il controllo. È, scrive Caillois, «ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e stordisca l’istinto di conservazione». Quando alla vertigine si unisce la sfida, ne nasce il desiderio cieco di correre rischi fino al limite estremo, di mettersi in situazioni difficili senza immaginare come se ne uscirà.
Come non riconoscere nei fatti da cui ho preso le mosse una forma degenerata di questi giochi, in cui però la vertigine si paga con il corpo degli altri e con il danno collettivo? C’è poi un altro aspetto interessante. Rifiutata la società come luogo di convivenza, spinti da una globale indignazione verso le tremende disuguaglianze di quest’epoca, queste generazioni si aggregano in gruppi chiusi, che hanno vistosi tratti tribali. Ciò è evidente nel caso dei fatti di Francia e di Milano, dove i gruppi si sono espressi nella violenza di branco. Sia a Parigi che a Milano, il tribalismo si è presentato sotto la forma più adatta ai tempi, quella digitale, che aggrega rapidamente giovani che non si sono mai visti ma si influenzano a vicenda in sfide folli. I violenti di Milano erano stati convocati da un messaggio su un sito TikTok moto frequentato che diceva più o meno (cito dal “Corriere della sera”): “noi spacchiamo le vetrine e voi avrete felpe e scarpe”. Un altro tipo di comunità digitale aveva spinto, il 12 ottobre scorso, un quattordicenne di Aubagne, vicino Marsiglia, ad aprire il fuoco con un fucile da caccia nella sua scuola, ferendo il preside e un’insegnante. Arrestato subito, ha ammesso di aver subito l’influenza di una comunità online dal nome raggelante, TCC (True Crime Community), unificata dall’esaltazione delle vere stragi di massa. Il branco reale e quello digitale, insomma, si alimentano a vicenda. Mentre le famiglie sono diventate assenti, la scuola non riesce più a contenere le energie di questi giovani, e talvolta si converte nel luogo della sfida mortale.
Spetterà agli studiosi, agli educatori e ai politici capire che cosa sta accadendo alle ultime generazioni, travolte dal mondo digitale nelle sue forme più oscure, attratte da modelli estremi e risentite dalle disuguaglianze e dalla mancanza di prospettive future. Non pare possibile riportare in vita le collettività giovanili di un tempo, le associazioni politiche, religiose, sportive in cui si esprimeva una volta l’eccedenza di energia. Occorrerà inventarne di nuove, o sperare che siano i giovani stessi, scorgendo il baratro sul cui bordo camminano, a inventarle da soli.

Bosnia / L’incidente è avvenuto durante un’attività di routine. I deceduti sono due dell’esercito e due della Croce Rossa: Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci. Il dolore delle istituzioni

Bosnia, precipita elicottero della missione Eufor: morti 4 militari italiani

Avvenire

L’avvitamento, l’inversione di marcia, ripetuta più volte. Poi lo schianto. Volava a bassa quota l’elicottero dell’esercito italiano che si è schiantato nel pomeriggio durante un’operazione di routine nell’area di Brcko, nel nord della Bosnia-Erzegovina. Il bilancio dell’incidente è tragico. Morti quattro componenti dell’equipaggio italiano: due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana. A bordo del velivolo si trovavano complessivamente 15 persone. Undici i feriti. Il ministero della Difesa italiano ha mantenuto il massimo riserbo sulle identità dell’equipaggio in attesa dell’informazione ufficiale alle famiglie. Poi, a tarda serata, sono stati comunicati, i nomi delle vittime: “Ci uniamo al dolore dei familiari del sergente dell’Esercito Simone Ruggia, del sergente dell’Esercito Claudio Marchesi, del tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e del sergente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Laura Procacci che hanno perso la vita servendo l’Italia, la Difesa e l’Esercito”. ha informato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Le prime ricostruzioni dell’accaduto sono incerte, frammentarie. Secondo il portale di notizie bosniaco Klix, il CH-47 Chinook della forza di intervento dell’Unione Europea, Eufor, sarebbe precipitato attorno alle 16. Ancora ignote la cause del disastro. Le immagini hanno restituito immediatamente la gravità dell’accaduto: il relitto dell’elicottero spezzato in più punti, i frammenti del velivolo sparsi sul terreno. A fornire le prime informazioni è stato il sindaco del distretto di Brèko, Siniša Milic che inizialmente ha parlato di tre vittime e di diversi feriti: «Purtroppo, alcuni di loro versano in condizioni critiche. Tutti sono stati curati presso il nostro ospedale locale e i feriti vengono trasferiti in strutture mediche della nostra zona, dove potranno ricevere le cure mediche adeguate», ha precisato. Poi si è appreso della morte di una quarta persona. «L’elicottero è precipitato in una zona disabitata, il che è una fortuna, ma non lontano dalle prime case dell’insediamento di Gorica. Per ora, ovviamente, non abbiamo informazioni sulle cause dell’incidente», ha aggiunto ancora il sindaco.
Sul luogo della tragedia sono intervenuti vigili del fuoco, protezione civile e squadre mediche, che hanno partecipato al recupero dei corpi delle vittime e dei feriti. Come ha spiegato ancora Milic, «una grande quantità di cherosene si è riversata nelle immediate vicinanze dell’elicottero, il che richiede particolare cautela». «L’Eufor può confermare che nell’incidente avvenuto a Brcko è precipitato un CH-47 Chinook italiano. A seguito di questo incidente, diversi membri del personale Eufor hanno tragicamente perso la vita e altri sono rimasti gravemente feriti», è quanto ha fatto sapere la missione in un comunicato. Unanime il cordoglio dei rappresentanti delle istituzioni. «Cordoglio e commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento», è stato espresso dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivolto il suo «pensiero alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che è volato in Bosnia, si è detto «profondamente addolorato» e ha espresso «un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani».
La missione Eufor, composta da 1.200 soldati, ha assunto il ruolo di comando della Nato nel 2004, con il compito di contribuire al mantenimento della sicurezza e di sovrintendere alle disposizioni militari dell’accordo di pace che ha posto fine alla guerra del 1992-95. Opera sotto mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come precisato dal ministero della Difesa, il distaccamento dell’aviazione dell’Esercito italiano del 4° Reggimento “Altair” è presente nell’Eufor dal gennaio 2026. Il distaccamento utilizza elicotteri multiruolo AB-205 ed elicotteri da trasporto medio CH-47F per il trasporto, il soccorso e l’evacuazione medica.