La dimensione mistica secondo Panikkar

di: Francesco Roat

panikkar

L’ultimo volume scritto da Francesco Roat – saggista, pubblicista e narratore – reca il titolo La dimensionemistica secondo Raimon Panikkar (Àncora 2026). Giordano Cavallari gli ha posto alcune domande.

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– Caro Francesco, nell’offrire al lettore qualche cenno biografico di Raimon Panikkar, puoi presentare la sua stessa sintesi di vita: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddista, senza cessare di essere cristiano»?

Quella celebre affermazione, probabilmente la più citata di Panikkar, è anche una delle più fraintese. A prima vista, potrebbe sembrare la confessione di chi abbia progressivamente abbandonato il cristianesimo per approdare ad altre fedi. In realtà, egli intendeva dire esattamente il contrario. La sua esperienza dimostra come l’incontro profondo con altre tradizioni religiose non comporti necessariamente la perdita della propria identità, ma possa invece renderla più consapevole e più ricca.

La sua stessa biografia lo rendeva quasi naturalmente predisposto a questa apertura. Nato a Barcellona nel 1918 da padre indiano di tradizione hindu e da madre catalana cattolica, Panikkar si trovò fin dall’infanzia a respirare un clima di pluralità culturale e religiosa. Tuttavia, la vera svolta avvenne negli anni Cinquanta, quando si recò in India. Fu allora che comprese come l’induismo e, in parte, anche il buddhismo non fossero semplicemente sistemi filosofici o religioni “altre”, ma autentiche vie di esperienza del Mistero.

Però lui resterà sempre sacerdote cattolico e continuerà a considerare Cristo il punto di riferimento decisivo della propria vicenda spirituale, pur interpretandone il mistero in modo assai originale.

Quella frase, insomma, non descrive un percorso di sostituzioni, ma di integrazione. È la testimonianza di un uomo convinto che la verità sia troppo grande perché una sola tradizione possa pretendere di esaurirla e che proprio il confronto autentico con l’altro possa rendere più profonda anche la comprensione della propria fede.

– Come tu accenni nel libro, Panikkar, negli ultimi suoi anni, ha vissuto “una forma di monachesimo laico e contemplativo”: ci spieghi?

Anche in questo caso Panikkar invita a superare gli stereotipi. Il monachesimo, per lui, non coincide anzitutto con l’appartenenza a un monastero o a un ordine religioso. È piuttosto un atteggiamento fondamentale dell’esistenza: vivere con semplicità, coltivare il silenzio, dare spazio alla contemplazione, sottrarsi alla dispersione che caratterizza gran parte della vita moderna.

Negli ultimi anni, ritiratosi a Tavertet, in Catalogna, condusse un’esistenza estremamente sobria. Continuava a scrivere, a studiare e ad accogliere studenti, ricercatori e amici provenienti da ogni parte del mondo, ma tutto si svolgeva entro un ritmo lontanissimo dalla frenesia contemporanea.

La contemplazione non era per lui una parentesi della giornata, bensì il modo stesso di stare al mondo. Parlava spesso della necessità di un “monachesimo secolare”, cioè di una vocazione contemplativa aperta anche ai laici, alle persone sposate, a quanti vivono pienamente immersi nelle responsabilità della società. In fondo, riteneva che il futuro della spiritualità dipendesse proprio dalla capacità di riscoprire un’interiorità non separata dall’impegno quotidiano.

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– La sua «intuizione cosmo teandrica», cos’è?

È probabilmente la categoria più originale e, nello stesso tempo, più impegnativa elaborata da Panikkar. Egli stesso la considerava il cuore della propria riflessione filosofica e teologica. Il termine unisce tre parole greche: kósmos, il mondo; Theós, Dio; anér, l’essere umano. Nessuna di queste tre dimensioni può essere compresa isolatamente dalle altre.

La cultura occidentale moderna ha spesso separato ciò che invece, secondo Panikkar, appartiene originariamente a un’unica trama. Da una parte, si è pensato Dio come totalmente esterno al mondo; dall’altra, si è considerata la natura come un semplice oggetto da utilizzare; infine, si è posto l’essere umano al centro di tutto, fino a farne il dominatore assoluto del pianeta. La conseguenza è stata una molteplicità di fratture: tra fede e ragione, tra spirito e materia, tra umanità e natura.

L’intuizione cosmo-teandrica cerca invece di ricomporre questa unità senza confondere i diversi livelli della realtà. Non è una forma di panteismo, ma non è neppure il tradizionale dualismo che contrappone Creatore e creazione come due realtà totalmente separate. Piuttosto, tutto esiste nella relazione: il cosmo manifesta una profondità spirituale, l’essere umano è costitutivamente aperto tanto al mondo quanto al divino, e Dio non può essere pensato come estraneo alla storia e alla vita.

– Nella teologia di Panikkar come stanno in relazione le grandi religioni: cristianesimo, induismo e buddhismo?

Panikkar è stato uno dei maggiori interpreti del dialogo interreligioso del Novecento, ma la sua prospettiva è molto diversa sia dal semplice irenismo, sia da un facile sincretismo. Non sostiene che tutte le religioni siano uguali o che le loro differenze siano irrilevanti. Al contrario, reputa che ciascuna custodisca una particolare esperienza del Mistero, maturata nel corso di una lunga storia spirituale.

Per lui nessuna religione possiede il monopolio della verità, perché il Mistero eccede inevitabilmente ogni formulazione dottrinale. Ma questo non significa che tutte dicano le stesse cose. Ognuna illumina aspetti differenti dell’esperienza religiosa e, proprio per questo, può diventare dono per le altre. È significativo che Panikkar distingua il dialogo interreligioso da quello che chiama “dialogo intrareligioso”.

Il confronto più importante, infatti, avviene dentro ciascuno di noi, quando l’incontro con un’altra tradizione ci costringe a rileggere criticamente la nostra, a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente storico o culturale.

Da cristiano, Panikkar non ha mai smesso di confrontarsi con la figura di Gesù Cristo, ma ha cercato di mostrarne la portata universale dialogando con le categorie dell’induismo e del buddhismo. È proprio questa disponibilità ad attraversare i confini senza abolirli che continua a rendere il suo pensiero così originale e ancora sorprendentemente attuale.

– Cosa lui intendeva per “Dio”?

È probabilmente la domanda più difficile che mi stai ponendo, e, nello stesso tempo, la più decisiva. Panikkar diffidava delle definizioni troppo rigide di Dio, perché riteneva che ogni concetto fosse inevitabilmente inadeguato rispetto al Mistero ultimo. Per questo preferiva parlare di esperienza piuttosto che di teoria, di incontro più che di dimostrazione.

Dio non è anzitutto un “oggetto” del nostro pensiero, ma la realtà vivente nella quale siamo immersi e dalla quale continuamente riceviamo l’essere. Ciò non significa che il Dio di Panikkar sia un principio impersonale o una vaga energia cosmica, come talvolta è stato sostenuto. Egli rimane profondamente legato alla tradizione cristiana, ma ritiene che il linguaggio su Dio debba essere continuamente purificato dalle immagini troppo umane con cui tendiamo a rappresentarlo. Se riduciamo Dio a un ente separato dal mondo, a una sorta di sovrano collocato al di sopra del cosmo, finiamo inevitabilmente per impoverire tanto Dio quanto il mondo stesso.

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– Sono tanti gli spunti e i “concetti” di cui tratti: naturalmente, per coglierli al meglio, bisogna leggere il libro. Ne prendo uno che ti pregherei di commentare dall’ottica di Panikkar: “accoglienza pacata di ciò che ci può accadere”.

È un’espressione che ho scelto perché mi sembra riassumere bene un tratto essenziale non solo del pensiero, ma anche dello stile di vita di Panikkar. Oggi siamo portati a interpretare l’esistenza come qualcosa da pianificare, controllare e possibilmente dominare. Viviamo immersi nell’ansia della prestazione e nella convinzione che ogni evento debba essere immediatamente spiegato, gestito o corretto.

Panikkar suggerisce invece un atteggiamento radicalmente diverso: imparare anzitutto ad accogliere ciò che accade. Naturalmente non si tratta di una passiva rassegnazione, né tantomeno di una rinuncia all’impegno etico. L’accoglienza è piuttosto disponibilità a lasciarsi interpellare dalla realtà prima ancora di pretendere di modificarla. È un atteggiamento contemplativo.

Mi pare, poi, che qui emerga anche una consonanza con altre grandi tradizioni spirituali. Pensiamo all’abbandono fiducioso di tanti mistici cristiani, ma anche all’attenzione buddhista al momento presente. In fondo, il suo è anche un atteggiamento di umiltà: accettare che non tutto dipenda da noi non significa diminuire la nostra responsabilità, ma collocarla entro un orizzonte più ampio.

– Panikkar, “mistico” del – o per – il “terzo millennio”?

Credo che questa definizione gli si addica pienamente, purché intendiamo la mistica nel suo significato più autentico. Panikkar non era interessato a fenomeni straordinari, a visioni o a esperienze eccezionali. La mistica, per lui, coincide con la capacità di cogliere la profondità del reale, di vivere la relazione con il Mistero nel cuore stesso dell’esistenza quotidiana. Da questo punto di vista la sua riflessione appare quasi profetica.

Molti dei temi che oggi percepiamo come decisivi erano già al centro delle sue opere: il dialogo tra le religioni, la necessità di superare l’antropocentrismo moderno, il rapporto con la natura, la critica a una razionalità esclusivamente tecnico-scientifica, il bisogno di una spiritualità che non sia in fuga dal mondo ma profondamente incarnata.

È inoltre significativo che egli insista continuamente sulla parola “esperienza”. Le religioni rischiano di irrigidirsi quando privilegiano soltanto gli aspetti istituzionali o dogmatici; ritrovano invece vitalità quando tornano alla loro sorgente contemplativa. Per questo considero Panikkar un autore particolarmente importante per il nostro tempo: non propone nuove ideologie, ma un diverso modo di guardare la realtà.

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– Hai pensato, quindi, che noi – cristiani occidentali – abbiamo molto da trattenere dall’opera e dalla vita di Raimon Panikkar?

Senza dubbio sì, anche se aggiungerei subito una precisazione. Il mio libro non vuole essere un’apologia di Panikkar. Come ogni grande pensatore, anch’egli lascia questioni aperte e alcune sue posizioni hanno suscitato, comprensibilmente, vivaci discussioni in ambito teologico. Non tutto convince allo stesso modo, né tutto può essere accolto senza discernimento. Ciò che, però, mi sembra davvero fecondo è il suo invito a recuperare la dimensione contemplativa del cristianesimo.

Nella tradizione occidentale abbiamo sviluppato straordinariamente gli aspetti dottrinali, morali e istituzionali della fede, ma talvolta abbiamo lasciato in ombra l’esperienza interiore. Panikkar ci ricorda che il cristianesimo nasce anzitutto da un incontro trasformante e non semplicemente dall’adesione a un sistema di idee.

Un secondo insegnamento riguarda il dialogo. Viviamo in società sempre più plurali, dove l’incontro con persone di altre religioni o culture è ormai parte della quotidianità. Panikkar mostra che il dialogo autentico non implica il relativismo, bensì una fede sufficientemente matura da non temere il confronto. Chi è davvero radicato nella propria tradizione può ascoltare l’altro senza sentirsi minacciato, anzi riconoscendo che proprio l’altro può aiutarlo a comprendere meglio sé stesso.

Non credo che Panikkar ci consegni risposte definitive. Piuttosto ci educa a porci le domande giuste. E forse è proprio questa la caratteristica dei maestri spirituali più autentici: non offrono formule da ripetere, ma aprono cammini da percorrere.

Aggiungerò solo che, se ho scritto questo libro, è pure perché ho l’impressione che Panikkar sia conosciuto meno di quanto meriterebbe. Viene spesso citato, ma non sempre realmente letto. Accostandosi alle sue opere con pazienza e senza pregiudizi, si scopre un autore che continua a provocare domande essenziali: che cosa significa credere nel XXI secolo? Come vivere la propria fede senza chiudersi agli altri? Quale posto occupano il silenzio, la contemplazione e il Mistero in una civiltà dominata dalla tecnica?

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La regina Camilla e le suore cattoliche: insieme per la dignità delle donne

La regina Camilla con le rappresentanti dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, che riunisce le congregazioni religiose femminili cattoliche / BUCKINGHAM PALACE

di Tommaso Piccoli – AvvenireRicevute a Clarence House a Londra le rappresentanti dell’Unione internazionale delle superiore generali. Al centro del colloquio anche l’impegno delle religiose contro la tratta e per la giustizia climatica

Non è una semplice visita di cortesia quella che ha portato alcune rappresentanti dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg) a Clarence House a Roma. A meno di un anno dallo storico incontro avvenuto in Vaticano durante la Visita di Stato dei sovrani britannici alla Santa Sede, il nuovo colloquio con la regina Camilla conferma l’attenzione della Corona britannica verso il lavoro svolto dalle religiose cattoliche nei contesti più fragili del mondo e rafforza un dialogo che ha al centro la tutela delle donne e delle ragazze più vulnerabili, la lotta alla tratta di esseri umani e l’impegno per la giustizia climatica.

All’udienza a Londra mercoledì hanno preso parte suor Roxanne Schares, nuova segretaria esecutiva della Uisg, suor Abby Avelino, coordinatrice internazionale della rete antitratta Talitha Kum, e suor Maamalifar Poreku, co-segretaria esecutiva della Commissione giustizia, pace e integrità del creato della Uisg. Presente anche suor Lynne Baron, responsabile per la Gran Bretagna delle Suore Fedeli Compagne di Gesù e delegata dell’arcivescovo di Liverpool per l’azione sociale cattolica.
L’incontro ha offerto l’occasione per presentare il lavoro delle circa 600mila religiose rappresentate dalla Uisg, impegnate quotidianamente nell’accompagnamento di migranti e rifugiati, nel sostegno alle vittime della tratta, nell’assistenza alle comunità colpite da guerre, povertà e discriminazioni e nelle iniziative a favore delle popolazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici. «Ogni giorno le suore scelgono di essere presenti ovunque la dignità umana sia minacciata», ha affermato suor Roxanne Schares, sottolineando come le religiose continuino a operare attraverso l’educazione, l’assistenza sanitaria, la cura pastorale, il sostegno sociale e la costruzione della pace, offrendo una testimonianza concreta di speranza soprattutto nei contesti più difficili.
Particolare attenzione è stata dedicata all’attività di Talitha Kum, la rete internazionale nata per contrastare la tratta di esseri umani e oggi presente in oltre 110 Paesi attraverso 68 reti nazionali e regionali. Suor Abby Avelino ha illustrato i progressi compiuti nell’ultimo anno, soffermandosi sul programma “Young Ambassadors Against Human Trafficking”, avviato con il sostegno del Governo britannico e oggi diffuso a livello globale. L’iniziativa promuove il protagonismo dei giovani nella prevenzione dello sfruttamento e nella sensibilizzazione delle comunità.

Nel colloquio si è parlato anche di cura del creato. Suor Maamalifar Poreku ha presentato i progetti della Uisg per la giustizia climatica, che comprendono educazione ambientale, agricoltura sostenibile, accesso all’acqua e sostegno alla resilienza delle comunità locali. «La crisi climatica colpisce in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili, comprese le donne e le ragazze», ha ricordato la religiosa, evidenziando il legame tra tutela dell’ambiente e promozione della giustizia sociale.
Secondo Anabel Inge, incaricata d’affari ad interim dell’Ambasciata britannica presso la Santa Sede, il lavoro delle suore cattoliche dimostra «il potere della fiducia, della presenza e dell’impegno a lungo termine» nel sostenere le comunità più fragili. Per la Uisg, il nuovo incontro con la regina Camilla rappresenta dunque il segno di una collaborazione che continua a crescere attorno a sfide globali condivise. Un dialogo che riconosce il ruolo delle religiose come presenza capillare e spesso insostituibile accanto alle persone più vulnerabili e che punta a favorire, attraverso il lavoro comune di istituzioni, società civile e comunità locali, percorsi di dignità, protezione e sviluppo

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L’Odissea di Nolan: un ritorno alla fine della civiltà

L'Odissea di Nolan: un ritorno alla fine della civiltà

Avvenire

«Dal dì che nozze e tribunali ed are», cantava Ugo Foscolo nei Sepolcri, riprendendo il dispositivo concettuale fissato da Giambattista Vico nella Scienza Nuova: la civiltà nasce nel momento in cui viene istituito il matrimonio, si amministra la giustizia, si pratica il culto. In quel momento le «umane belve» imparano a essere «pietose». Nell’Odissea di Christopher Nolan il redivivo re di Itaca ricorre a una formulazione analoga. Avevamo palazzi, avevamo il commercio, avevamo il linguaggio, dice l’Odisseo interpretato da Matt Damon, e non è privo di significato che anche nell’originale inglese si sia preferita la versione grecizzante del nome, Odysseus, a scapito del più prevedibile Ulysses. Si torna indietro, si torna all’origine, quello che è venuto dopo (i tanti Ulisse dell’arte e della letteratura, da Dante a Joyce) chiede di essere dimenticato. Anche l’Odisseo di Nolan entra in scena come uno smemorato, intento a raccogliere relitti su una spiaggia straordinariamente simile a quella che nel 2011 avevamo ammirato nel finale di The Tree of Life di Terrence Malick.

La citazione potrebbe essere involontaria, senza per questo risultare meno incisiva. Sicuramente intenzionale, invece, è la scelta di Damon, che nei primi anni Duemila aveva interpretato il personaggio di Jason Bourne in una serie cinematografica di grande successo, al di sotto della quale covava il dilemma contemporaneo della perdita di identità. Quei film, nei quali un sicario perdeva la memoria e faticosamente la riconquistava prendendo coscienza delle proprie colpe, non erano diretti da Nolan, che però nel 2000 si era già imposto all’attenzione internazionale con Memento, un thriller che procedeva virtuosisticamente a ritroso, tanto da poter essere rimontato dall’ultima scena alla prima. Il congegno narrativo era il medesimo: un uomo si trova gettato nel mondo senza sapere più nulla di sé. Ha a disposizione solo una collezione di frammenti, tutto dipende da come riuscirà a ricomporli. «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine», ammetteva poco più di un secolo fa T.S. Eliot nella Terra desolata. Nell’Odissea di Nolan, la Penelope di Anne Hathaway sospetta che il suo sposo si sia perduto tra le «macerie» del passato. Ma questa volta, forse, il rimando è ai Canti Pisani di Ezra Pound, con l’autoritratto del poeta che vaga come una formica solitaria in un’Europa devastata.
Straordinaria per impatto visivo (ma ad accrescere il fascino dell’impianto contribuisce in modo determinante la colonna sonora di Ludwig Göransson, che emula le cadenze della metrica arcaica), l’Odissea di Nolan poggia su una stratificazione pressoché inesauribile di riferimenti interni ed esterni all’opera del regista. Il cavallo dell’inganno ai danni dei Troiani, per esempio, si ispira alle sculture monumentali di Igor Mitoraj, così come l’occhio sghembo di Polifemo sembra derivare da un celebre dipinto di Odilon Redon. L’elmo di Agamennone, tanto diverso da quelli degli altri guerrieri, riprende il tema della maschera che si sostituisce al volto, ricorrente nella trilogia che Nolan ha dedicato a Batman. Nel 2012, in particolare, il malvagio Bane di Il cavaliere oscuro – Il ritorno non si separa mai dal respiratore che gli copre la faccia e Tom Hardy, l’attore che lo interpreta, recita quasi sempre con una maschera da aviatore addosso anche in un altro film di Nolan, Dunkirk del 2017.
I puristi in cerca di incongruenze sono avvisati: mai come in questo caso, la caccia a quello che manca nel film, o che nel libro non c’è, si riduce a un esercizio infruttuoso. D’accordo, dal racconto di Nolan sparisce Nausicaa e con lei l’episodio di Odisseo tra i Feaci. Anche la tappa presso i Lotofagi non viene descritta e il fiore dell’oblio diventa una prerogativa della Calipso di Charlize Theron. In compenso, nella riscrittura di Nolan il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre non vale più da antefatto, ma viene elevato a inquadramento narrativo dell’intera vicenda. Durante la visita alla corte di Menelao, inoltre, il principe interpretato da Tom Holland viene introdotto al rompicapo delle differenti leggende sviluppatesi attorno al destino di Odisseo. A ben pensarci, lo stesso Nolan aveva già fornito almeno due rivisitazioni dell’Odissea, in buona misura rispondenti alle varianti del mito: prima nel 2010 con Inception (un padre cerca di ricongiungersi ai figli attraversando i labirinti della mente) e poi nel 2014 con Interstellar (una figlia attende il ritorno del padre, disperso nello spazio-tempo).

Il film attuale si avvantaggia di quello che Nolan ha fatto finora e ne porta a sistema la poetica, fino a costituirsi come documento di consapevolezza civile. L’Elena di Lupita Nyong’o ha la pelle nera non in omaggio a un fantomatico politically correct, ma perché nella civiltà dei commerci i popoli si mescolano, abitano gli stessi palazzi, parlano e scrivono la medesima lingua. Lo esige quella che qui viene indicata come «la legge di Zeus» e che in effetti è la regola aurea diffusa in tante tradizioni spirituali: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Su questa premessa si fonda la cultura dell’ospitalità e del dono, metodicamente profanata dai temibili «popoli del mare» più volte evocati nel film. Nell’Odissea di Nolan la ricostruzione della catastrofica crisi geopolitica della tarda Età del Bronzo (XIII-XII secolo a.C.) viene esposta con precisione addirittura didascalica. Per un riscontro, si può fare tesoro della ricca introduzione con cui il grecista Riccardo Maisano accompagna la sua recente traduzione dell’Odissea omerica, pubblicata un anno fa da Storia e Letteratura (pagine CXVI+880, euro 44).
La decadenza verso una cupa stagione «di anarchia e di dolore» si compie sotto lo sguardo dell’Atena impersonata da Zendaya, il cui tempio è stato violato dall’inganno ordito per soddisfare la volontà di Agamennone. Il rapimento di Elena è un pretesto, spiega Odisseo a Penelope prima di imbarcarsi per la guerra: quella di Agamennone è una guerra per la supremazia economica e, in quanto tale, già infrange la legge di Zeus. Trasformando in maiali i compagni del re di Itaca, la Circe di Samantha Norton non fa altro che anticipare la regressione allo stato primordiale delle «umane belve». E «bestioni» vichiani sono già i pretendenti alla mano di Penelope, capeggiati dal brutale Antinoo di Robert Pattinson.
I palazzi andranno in rovina, il saccheggio sostituirà il commercio, la scrittura cadrà in disuso e di quello che è stato rimarrà soltanto il canto, ritmato dal bastone degli aedi. Ma il linguaggio non andrà perduto, perché «l’Orco fa quel che può fare un orco», osservava Wystan Hugh Auden in una poesia composta nell’agosto del 1968, durante l’invasione sovietica di Praga. Ma, aggiungeva, «l’Orco non può appropriarsi del Discorso». Chissà che l’anglofono Nolan non avesse in mente anche questi versi mentre imprigionava nell’opprimente maschera di Agamennone il volto dissennato della violenza e del sopruso.

Questo articolo anticipa il numero di Gutenberg in uscita venerdì 17 luglio a tema “Eterna Odissea”. Da tremila anni infatti il poema attraversa il tempo, dando forma al viaggio e al desiderio del ritorno. Ulisse è insieme eroe e uomo comune, figura dell’intelligenza che salva e dell’inquietudine che non si placa. Mentre il film di Christopher Nolan riporta Omero sul grande schermo, con questo numero di Gutenberg proveremo a riconoscere nei suoi archetipi il nostro mare aperto.

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Il pressing del centrodestra per la grazia, l’altolà del Colle: il caso Roggero è diventato politico

Il pressing del centrodestra per la grazia, l'altolà del Colle: il caso Roggero è diventato politico

di Vincenzo R. Spagnolo, Roma – Avvenire
Il gioielliere condannato a 14 anni per aver ucciso due rapinatori è ancora in libertà. Ma monta la richiesta dei partiti di Governo, capitanati dalla Lega, di un atto di clemenza del capo dello Stato. Il Guardasigilli Nordio istruisce la pratica, ma Mattarella lo convoca al Quirinale per ricordargli che si tratta di una prerogativa «esclusiva» del presidente della Repubblica

È già sera quando dalle cronache giudiziarie, la vicenda del gioielliere piemontese Mario Roggero condannato per aver ucciso due rapinatori trasloca d’imperio sulle aperture politiche dei giornali. L’intenso battage mediatico e parlamentare che sin dal mattino le forze politiche di centrodestra stanno conducendo in favore di una pronta concessione della grazia al negoziante, condannato in via definitiva a a 14 anni e 9 mesi di carcere, finisce per suscitare di riflesso una certa irritazione sul Colle più alto delle istituzioni repubblicane. Lo si può dedurre, leggendo fra le righe dell’asciutta nota quirinalizia che informa come il presidente Sergio Mattarella abbia «ricevuto» nel pomeriggio il Guardasigilli Carlo Nordio, in un coloquio diretto a «puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia», facoltà che la Costituzione «riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica» come «confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Una puntualizzazione che lascia intendere come il capo dello Stato non voglia sentirsi “tirato per la giacca” in una vicenda che una parte della politica potrebbe aver deciso di cavalcare a fini di propaganda. Nel frattempo, il gioiellere 72enne di Gallo di Grinzane (Cuneo) – che nel 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo dopo un tentativo di rapina nel suo negozio – attende l’ordine di carcerazione conseguente alla condanna definitiva inflittagli dalla Cassazione.

L’intenso pressing dei partiti di centrodestra
Già da mercoledì, dopo la decisione della Cassazione che aveva respinto il ricorso del gioielliere, è andata montando l’attenzione delle forze politiche di centrodestra per la vicenda. La Lega parte lancia in resta, amplificando una proposta del proprio leader e vicepremier Matteo Salvini: «Vogliamo avviare una raccolta firme tra i parlamentari per sollecitare il ministro della Giustizia ad avviare un percorso per la grazia», dice alla Camera, a metà giornata, il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari intervenendo in Aula tra gli applausi dei parlamentari della coalizione, perché «in una situazione come questa, lo Stato deve dare un messaggio chiaro: lui è la vittima». Al momento., nell’emiciclo è presente anche il Guardasigilli, che nel primo pomeriggio fa saperfe di aver avviato d’impulso (in base alla normativa, che glielo consente) l’istruttoria per acquisire atti processuali, pareri dei giudici di sorveglianza e informazioni sulla situazione e condotta del condannato. Una volta che l’avrà messo a punto, il fascicolo verrà trasmesso al Quirinale col parere del Guardasigilli. Nel frattempo, arriva l’ endorsement delle altre forze di Governo e di altri ministri : dal vicepremier e leader di Fi Antonio Tajani («Mi pare un passo giusto») al ministro della Difesa e big di FdI Guido Crosetto («Ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto e difficile da accettare, va esperita ogni possibilità per farlo tornare a casa»). Nelle stesse ore, una petizione lanciata dal capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Massa, Filippo Frugoli, incassa 32mila firme di cittadini, che – secondo lo stesso Frugoli – rappresentano «un messaggio chiaro rivolto alle istituzioni».
La grazia “à la carte”
e quella sottile irritazione del Colle
Ma la grazia non è certo un provvedimento à la carte, che può essere ordinato a gran voce dal menu della politica. L’istruttoria del Guardasigilli è solo il punto di partenza di un procedimento che – in base all’articolo 87 della Carta – attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di «concedere grazia e commutare pene». Un atto di clemenza individuale (non collettivo come amnistia e indulto), diretto a condonare in tutto o in parte la pena, ma senza cancellare la condanna. E perciò assegnato alle valutazioni ponderate del presidente, proprio per sottrarla a pulsioni populistiche o a pressioni di natura plebiscitaria. La “convocazione” del ministro sul Colle può dunque leggersi, nel galateo istituzionale mattarelliano, come un parlare garbatamente a nuora (Nordio) affinché suocera (ossia i partiti di centrodestra) intenda. Non è una questione di merito sulla grazia al gioielliere piemontese, puntualizzano fonti del Quirinale, anche perché ancora non è stata resa nota la motivazione della sentenza della Cassazione sul caso Roggero e quindi ogni discorso è prematuro. La questione è invece strettamente di metodo, poiché tocca i poteri presidenziali, come disegnati dalla Costituzione: in base alla sentenza 200 del 2006, richiamata nella nota del Colle, è riconosciuta «espressamente la possibilità che la grazia sia concessa anche in assenza di domanda», ma «in ogni caso l’iniziativa potrà essere assunta direttamente» dal presidente «al quale da tempo si è riconosciuto tale potere». Non solo: nel vis-à-vis con Nordio, Mattarella avrebbe ripetuto le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Dal canto loro, le opposizioni usano la presa di posizione del Colle per bacchettare Nordio: «Il ministro esce dal Quirinale dopo aver ricevuto una sonora lezione di Costituzione dal Presidente – affonda il M5s -. Una grande figuraccia di un ministro ormai improponibile, che oggi si è prestato alla volgarissima speculazione del centrodestra».
L’attesa di Roggero,
ancora in libertà
E mentre la querelle politica gonfia le aperture del tg, Mario Roggero non è ancora in carcere: «Si costituirà subito», avevano fatto sapere i suoi legali uscendo dalla Cassazione. «Lo farà prossimamente», è stato invece precisato ieri, chiarendo che il gioielliere si presenterà per scontare la pena solo dopo la notifica dell’ordine di carcerazione, che dovrà essere emesso dalla Procura di Asti (dove si era svolto il processo di primo grado). «Mio fratello è provato, ma resiliente. Tanti si sono mossi per la richiesta di grazia e di questo lui è riconoscente» dice Dante Roggero. Per comminare la grazia, nella prassi è necessario che il condannato riconosca la propria responsabilità. Nel caso di Roggero, ciò rappresenta un aspetto problematico, giacché dal 2021 il gioielliere piemontese si è sempre proclamato innocente.

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

Avvenire

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente di tutti: il doppio rispetto alla media globale. Non è solo un problema di minor benessere quotidiano, ma si tratta di una vera e propria emergenza sanitaria, che deve essere affrontata per salvaguardare la salute di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Se si sommano i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla mortalità attribuibile al caldo degli ultimi tre anni si arriva a ben oltre 160mila decessi, in larga parte evitabili con adeguate strategie preventive.

Per contrastare questa “epidemia da caldo” legata alle sempre più frequenti ondate di calore, che rappresentano oggi una delle maggiori minacce per la salute pubblica, l’Oms ha pubblicato nelle scorse settimane una nuova edizione delle “Linee guida per il piano d’azione contro il caldo per la salute” che aggiorna la precedente prima versione del 2008. Si tratta di un documento che ha lo scopo di fornire ai medici e ai professionisti della salute informazioni pratiche atte a proteggere i pazienti contro il caldo estremo, ma anche di dare precise indicazioni ai servizi sanitari e ai governi per attuare azioni concrete di contrasto al cambiamento climatico.
L’obiettivo finale è chiaro: zero morti da calore e adeguata capacità per evitare patologie causate dall’aumento della temperatura. Il caldo è infatti un’emergenza prevedibile e prevenibile. Per questo serve una strategia scaglionata a lungo termine ma che deve partire subito. Occorre chiamare in causa la sanità, i servizi sociali e la protezione civile, non potendo però prescindere dal coinvolgimento dell’urbanistica, delle amministrazioni locali e delle politiche nazionali e internazionali.
La guida dell’Oms è un manuale operativo per trasformare le evidenze scientifiche emerse in questi anni e le esperienze sperimentate negli ultimi due decenni in azioni e indicazioni che i governi e i servizi sanitari possano realmente attuare. Il documento puntualizza anzitutto le tre condizioni che, sommandosi, hanno dato origine alla difficile situazione attuale. In primis il cambiamento climatico, che aumenta la temperatura media e rende le ondate di calore più frequenti, intense e lunghe. Poi la crescente urbanizzazione, che rende i centri urbani “isole di calore” con temperature (soprattutto di notte) di parecchi gradi più alte rispetto agli ambienti rurali, più ricchi di vegetazione. Infine l’invecchiamento della popolazione, con il progressivo incremento delle persone di età superiore ai 65 anni, che per l’età e la concomitante presenza di patologie croniche rappresentano la fascia più fragile di fronte agli eventi più estremi.

Le indicazioni pratiche partono dall’identificazione dei gruppi a rischio, che richiedono interventi differenziati perché la vulnerabilità al caldo non è uguale per tutti ma nasce dall’interazione tra sensibilità fisiologica, esposizione ambientale e capacità (o impossibilità) di proteggersi. Gli anziani rappresentano la categoria più fragile, perché l’invecchiamento compromette la termoregolazione e la percezione della necessità di bere. Spesso poi sono anche portatori di patologie croniche (malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e neurologiche), che riducono l’adattamento allo stress termico. Inoltre sovente sono anche soggetti che vivono in isolamento sociale e/o in condizioni abitative inadeguate (non hanno adeguati sistemi di raffreddamento domestico), tutti ulteriori elementi di rischio. Infine le persone con mobilità limitata o affette da deficit cognitivi sono spesso incapaci di adottare autonomamente comportamenti protettivi o di riconoscere situazioni di pericolo. Anche neonati e bambini richiedono una particolare attenzione perché la loro termoregolazione è ancora immatura. Nelle donne in attesa i cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza riducono la tolleranza al calore, e quindi anche per questa categoria occorre una speciale attenzione.
Bere frequentemente a piccoli sorsi, tenere chiuse persiane e tapparelle nelle ore più calde, raffreddare il corpo con panni o docce sembrano indicazioni banali ma rappresentano consigli pratici fondamentali. Sul piano collettivo la sanità pubblica deve promuovere una rete di figure in grado di controllare le categorie più a rischio (soprattutto gli anziani) durante le ondate di calore per evitare il loro isolamento: caregiver, assistenti sociali, medici di famiglia, volontari. È fondamentale inoltre rendere accessibili per queste categorie spazi climatizzati (centri di raffrescamento), strutture a basso costo e rapidamente attivabili.
Anche i lavoratori all’aperto e gli sportivi sono categorie a rischio, perché esposti direttamente al calore ambientale associato allo stress metabolico dell’attività fisica. L’interruzione del lavoro nelle ore più calde della giornata e la sospensione delle attività sportive quando la temperatura è troppo elevata sono soluzioni indispensabili. Durante l’attività sportiva il caldo estremo, unito all’umidità e al grande sforzo fisico, determina un’ipertermia corporea (la temperatura del corpo arriva a 39° C) che conduce alla compromissione cardiovascolare e neurologica, origine dell’acuto calo fisico.

Al di là delle indicazioni operative per i professionisti della salute e dei suggerimenti forniti ai sistemi sanitari su come affrontare le patologie legate alle ondate di calore, la parte più significativa del documento è però il forte e deciso richiamo alle istituzioni pubbliche sugli interventi indispensabili per contrastare la crescente “epidemia da caldo”, destinata a modificare sempre di più la vita del pianeta, sino anche a poterla stravolgere.
La prevenzione si può e si deve attuare attraverso scelte politiche e operative consapevoli. Pur non negando l’evidenza del cambiamento climatico in atto, manca la consapevolezza che si stanno facendo sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica ma non per eliminare o attenuare i cambiamenti climatici già in atto. Finora l’Europa (e l’Italia in particolare) ha investito molto sulla transizione ma pochissimo sulle strategie per mitigare l’adattamento. Transizione energetica e adattamento climatico sono due cose differenti. La prima riguarda le azioni che riducono le emissioni di gas che alterano il clima, mentre il secondo è l’insieme delle azioni che modificano sistemi, infrastrutture e comportamenti per ridurre i danni prodotti da un clima già cambiato.
Occorre dunque affrontare l’emergenza climatica, identificando gli attori indispensabili per organizzare un adeguato sistema di allerta sanitaria e di comunicazione efficace. L’obiettivo è attuare strategie mirate per la salvaguardia della salute, monitorandone poi l’andamento per correggere nel tempo soglie e misure. Parallelamente è necessario ripensare gli spazi di vita, individuali e collettivi: realizzare abitazioni termoregolabili e flessibili con termostati domotici per una maggiore dispersione calorica quando necessaria e ambienti urbani (città) resilienti e termoassorbenti con più verde, meno cemento e minor asfalto. Un’ecologia integrale fa crescere la coscienza per una nuova “ecologia termica” in grado di affrontare globalmente i problemi legati ai cambiamenti climatici.

Letteratura Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Avvenire

Irecenti dati sulle iscrizioni al liceo classico, scese al 3 per cento, hanno provocato ancora una volta un dibattito sulla sua validità, dimostrando come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in tutto l’Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato di cui liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e dal latino o mantenere lo studio del latino nei licei scientifici? Eppure negli ultimi anni non sono mancate prese di posizione intelligenti sulla necessità di preservare la cultura umanistica nella civiltà tecnologica in cui siano assorbiti. Come da parte degli scienziati Guido Tonelli e Lucio Russo, quest’ultimo autore di un libro fondamentale, Perché la cultura classica, in cui rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo la filosofia e letteratura, ma anche la scienza. Da parte sua Tommaso Braccini nel volume Avventure e disavventure dei classici – che se la prende con la cancel culture che vuole imbavagliare alcuni autori antichi – sottolinea come le vicende travagliate dei classici ci debbano spingere a salvaguardarli, perché molto hanno da dirci oggi. Per non parlare di Martha Nussbaum, che nel saggio Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, si dice preoccupata perché, in una civiltà dominata dalla tecnoscienza e dall’economia, stanno scomparendo non solo le competenze associate agli studi umanistici e artistici, ma anche la capacità di pensare criticamente. Molti economisti di formazione statunitense vedono nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione: sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande relative alla grammatica e alla storia greca e romana oltre che a vari quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione dall’inglese al latino e al greco.

In Francia e in Germania poi da tempo si ridimensiona l’apporto della latinità alla formazione dell’Europa e si vuole rimuovere il contributo della civiltà romana. Un fenomeno segnalato anticipatamente da Rémi Brague nel libro Europe, la voie romaine, che denunciava lo spettacolo comico della svalutazione dei Romani rispetto ai Galli, operata da un popolo che parla una lingua ereditata direttamente dal latino. Se l’Europa è certamente greca ed ebraica, è altrettanto romana.
Ne è ben cosciente Roberto Andreotti, classicista e giornalista, per lunghi anni curatore di Alias, l’inserto letterario del “Manifesto”, come traspare nel libro Virgilio è urgente (Interlinea, pagine 254, euro 16): un titolo volutamente provocatorio, dato che come spiega lui stesso nelle prime pagine «è solo il contemporaneo che può generare domande nuove e incalzanti da porre ai libri degli Antichi, senza per questo trascurarne la drammatica alterità». Sono Virgilio e Ovidio gli autori cui maggior spazio è dedicato, seguiti da Seneca, Apuleio e Rutilio Namaziano. Della guida di Dante nella Divina Commedia si ricorda la ripresa recente, da Seamus Heaney a Alessandro Fo. Ma da più di un secolo, a partire dallo studio fondamentale di Richard Heinze Tecnica epica di Virgilio, l’autore dell’Eneide viene recuperato e acclamato, con letture pubbliche e performance un po’ ovunque. Senza dimenticare lo sceneggiato televisivo trasmesso dalla Rai negli anni Settanta con Giulio Brogi protagonista.
Se Giorgio Caproni «esaltò il profugo troiano come modello di tutti i perseguitati», la poesia occidentale è nata nel segno dell’esilio, come ci ha insegnato Virgilio. Anche Ovidio rientra nella triste casistica dell’intellettuale inviso al potere. La sua attualità è legata soprattutto al successo delle Metamorfosi, immortalate nei secoli dai grandi artisti e cui si riferiscono più volte poeti e scrittori vicini a noi come Walcott, Brodskij, Maalouf e Ransmayr, ma anche il cinema e le serie tv: «Manipolazione della materia; mutilazione del corpo umano; fantasia genetica; potere catastrofico del desiderio. Sembrano etichette da science fiction, in realtà sono dei temi offerti dalle Metamorfosi, riformulati con il linguaggio corrente», commenta Andreotti. Il quale rimarca come la weltanschauung del poeta esiliato a Tomi sia molto diversa da quella virgiliana improntata alla pietas e all’amor patriae: «Per dirla con Paul Veyne, Ovidio non crede ai suoi miti». Miti peraltro immortali, se si pensa a Narciso e Proserpina o a Orfeo e Euridice.

Come quello di Amore e Psiche narrato da Apuleio, che Andreotti vede rivivere nel film d’animazione La bella e la bestia, soffermandosi poi su Lucio, il protagonista delle sue Metamorfosi, ribattezzate da sant’Agostino in L’asino d’oro, rilevando in quello che viene ritenuto l’unico vero romanzo dell’Antichità anche il primo e forse unico caso di conversione religiosa. Come ha segnalato l’antichista e patrologo Gustave Bardy, infatti, le religioni del mondo greco e romano, ma anche quelle di derivazione orientale, non riuscirono a produrre quella trasformazione spirituale nella quale consiste la conversione, che prevede un rinnovamento da cima a fondo dell’anima e della vita della persona. Lucio invece si converte al culto di Iside dopo essere stato trasformato in un asino e il suo atteggiamento pare mosso da una vera ricerca di santità.
E veniamo a Rutilio Namaziano, il cui poema De reditu, scritto dopo il sacco di Roma da parte di Alarico del 410, è una sorta di lamento funebre per la civiltà romana basata sul paganesimo. Andreotti vuole ribaltare il giudizio di Italo Lana, per il quale il mondo di Rutilio appare «fermo e stagnante» rispetto «a una qualunque pagina di un autore cristiano di sempre». In realtà Il ritorno è un poema struggente e straziante. Non certamente favorevole alla nuova religione, ma curiosamente messo in salvo al monastero di Bobbio.
Una nota finale: spiace che nel volume non compaia alcun riferimento all’opera di damnatio memoriae verso gli autori classici in atto nelle università anglosassoni. La cancel culture cui si accennava all’inizio mette sotto accusa proprio Virgilio perché troppo violento e Ovidio perché antifemminista. I classici possono certamente essere discussi, ma è assurdo cancellarli, riscriverli o ridimensionarli perché fanno parte in maniera inscindibile della nostra cultura.

Ecco come si può migliorare l’assistenza agli anziani in sole 4 mosse

Un'anziana e la sua badante in un parco / FOTOGRAMMA

È un’altra estate difficile per gli anziani non autosufficienti, i loro familiari e chi se ne occupa professionalmente. Un universo fatto di quasi 4 milioni di soggetti fragili, attorno a cui ruotano altri 6 milioni di persone tra caregiver familiari, badanti e personale delle Rsa. Per tutti questi soggetti nel 2023 si era concretizzata finalmente la svolta con l’approvazione – all’unanimità – della legge delega 33 per la riforma dell’assistenza agli anziani. A tre anni di distanza, però, l’attuazione di quell’ambiziosa riforma stenta a diventare realtà, eccezion fatta per pochi provvedimenti che non hanno cambiato di molto la situazione delle persone che hanno necessità di essere assistite. Per questo, il Patto per la non autosufficienza – un cartello che riunisce oltre 60 associazioni professionali, sindacali, di famiglie e di malati – chiede oggi di dare una spinta decisiva a partire dalla prossima legge di Bilancio, con un impegno condiviso tra maggioranza e opposizioni, di poco più di 1 miliardo.

«Bastano pochi numeri per comprendere come l’urgenza di oggi è destinata a diventare vera e propria emergenza domani – spiegano Eleonora Vanni e Cristiano Gori, portavoci del Patto -. Già oggi, infatti, ci sono 270mila anziani in lista d’attesa per un ricovero nelle residenze sanitarie che hanno una capacità complessiva di 300mila posti. E nei prossimi 10 anni la popolazione degli ultra85enni è destinata ad aumentare del 30%». Non si può più attendere, dunque, per ridisegnare la struttura della nostra assistenza agli anziani. La proposta del Patto per la non autosufficienza è di avviare già dal 2027 almeno un primo significativo modulo della riforma, mirato su quattro aspetti fondamentali: la semplificazione delle procedure, l’assistenza domiciliare, l’assistenza residenziale e i trasferimenti monetari.
I quattro ambiti su cui agire
Il primo nodo è infatti quello dell’accesso alle misure. Oggi in molti casi occorrono cinque o sei valutazioni diverse per arrivare a certificare la non autosufficienza della persona anziana e attivare le tutele previste. L’idea, peraltro già contenuta nella legge delega, è quella di «introdurre un sistema unitario e integrato di valutazione, che con una o due visite al massimo dia accesso alle misure e accompagni le famiglie nelle procedure».
Il secondo campo d’intervento è invece quello fondamentale dell’assistenza domiciliare. Oggi è essenzialmente di carattere sanitario-infermieristico, è assicurata a poco più del 6% degli anziani non autosufficienti e consta mediamente di 16 ore d’intervento l’anno. La proposta del Patto, invece, prevede di «istituire un nuovo servizio pubblico specificamente dedicato alla non autosufficienza che integri interventi sanitari, sociosanitari e sociali, garantisca continuità assistenziale e interventi di sostegno e orientamento ai caregiver familiari e alle assistenti familiari». Qui c’è il vero cuore della riforma immaginata con la legge delega. Il fine, condiviso da tutto il mondo associativo e dalle stesse forze politiche, infatti, è che vada sostenuta al massimo, in maniera sussidiaria, la permanenza dell’anziano non autosufficiente in casa e in famiglia fintanto che le sue condizioni fisiche e cognitive lo permettono. Una scelta che, da un lato, salvaguarda meglio le relazioni sociali dell’anziano stesso e, dall’altro, garantisce una minore pressione sulle strutture pubbliche e sulle casse dello Stato, grazie ai mancati ricoveri. Tutto però non può essere lasciato solo sulle spalle dei caregiver familiari o sul sistema – oggi piuttosto opaco – del badantato. Ma sostenuto economicamente e professionalmente, appunto con una maggiore e migliore assistenza a domicilio.

Non sempre e non fino all’ultimo, però, è possibile assistere gli anziani in casa. E dunque occorre migliorare anche l’assistenza residenziale nelle Rsa. Qui la proposta del Patto prevede «l’aumento dei posti disponibili e del personale dedicato e di rendere più eque le rette, così da garantire un’assistenza più accessibile, di maggiore qualità e sostenibile per le famiglie. Assistenza domiciliare e residenziale non vanno viste in contrapposizione, ma in sinergia», sottolinea Gori.
Infine, l’ultimo punto riguarda i trasferimenti monetari, a partire dall’indennità di accompagnamento, «con la sperimentazione della Prestazione Universale per la Non Autosufficienza, caratterizzata da importi differenziati in relazione ai bisogni assistenziali (ma sempre superiori agli attuali 552 euro mensili) e da incentivi all’utilizzo di servizi qualificati e di lavoro regolare».
Sì, ma quanto costa? La sostenibilità economica
L’impostazione del progetto si basa su un’implementazione graduale e controllata della riforma dell’assistenza. «Il nostro impegno è a garantire una doppia sostenibilità: attuativa, perché non si possono stravolgere da un giorno all’altro i servizi pubblici, e di risorse economiche», spiega ancora Gori. Per il 2027, dunque, si prevedono stanziamenti aggiuntivi, rispetto agli attuali, di 577 milioni per la domiciliarità, di 433 milioni per le Rsa e di poco meno di 38 milioni per la sperimentazione limitata a 20 territori della nuova Prestazione universale (il Governo ne sta attuando una da 250 milioni per gli ultra 80enni gravissimi e con 6mila euro massimo di Isee. Previsti 25mila beneficiari, ne avrebbero beneficiato in 6mila). Totale: 1 miliardo e 48 milioni per il prossimo anno. Destinati a diventare 2,335 miliardi nel 2028, mentre il costo dell’intera riforma a regime viene stimato in 7-8 miliardi complessivi.

Si tratta di cifre certamente non impossibili da reperire e comunque assai inferiori a quelle ipotizzate per altre spese, come il riarmo o la costruzione di nuove infrastrutture. Decisiva sarà, appunto, la prossima legge di Bilancio, tra l’altro l’ultima di questa legislatura. «Prego astenersi da bonus e misure bandierina per attrarre consenso elettorale. Chiediamo alla maggioranza, ma non meno alle opposizioni, la responsabilità di lavorare assieme per assicurare in maniera concreta una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti. Il progetto per farlo c’è già: è la legge delega. Ora si tratta di compiere scelte coerenti e conseguenti», è la conclusione dei portavoce del Patto. Che suona come un vero e proprio appello.

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Ponte Morandi, 12 anni all’ex-ad di Autostrade Castellucci. Cosa ha stabilito la sentenza

Ponte Morandi, 12 anni all'ex-ad di Autostrade Castellucci. Cosa ha stabilito la sentenza

Avvenire

L’ex-amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni per il crollo del ponte Morandi di Genova, il 14 agosto 2018, che provocò la morte di 43 persone. Castellucci era già stato condannato a sei annim in via definitiva, per l’incidente stradale sulla A16 del 28 luglio 2013, in cui un bus turistico era precipitato dal viadotto Acqualonga con 40 vittime. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto una condanna di 18 anni e sei mesi. Castellucci è stato condannato per crollo colposo e omicidio stradale. Assorbito il reato di omicidio colposo semplice.

Condannato a 5 anni l’ex direttore vigilanza del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti su concessioni autostradali Mauro Coletta. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto la condanna a dieci anni.
Condanne anche per gli ex vertici di Aspi e di Spea. Undici anni è la condanna per Michele Donferri Mitelli, ex numero tre di Aspi, responsabile delle manutenzioni: il pm aveva chiesto per lui 15 anni e sei mesi. Condanna a 5 anni e sei mesi per Paolo Berti, ex numero due Aspi, ex direttore centrale delle operazioni. Per lui erano stati chiesti 12 anni e sei mesi. Condannato a cinque anni e sei mesi anche l’ex ad di Spesa, Antonino Galatà, per il quale il pm aveva chiesto 7 anni.
Per la lettura della sentenza, in aula era presente anche la sindaca di Genova, Silvia Salis. La prima cittadina è andata a stringere la mano ai parenti delle vittime nell’aula strapiena. Presente anche il presidente del Consiglio regionale, Stefano Ballerari e il presidente del Tribunale di Genova, Enrico Ravera.

Un processo dai grandi numeri, quello per il crollo del ponte Morandi. Durante i 4 anni del dibattimento, iniziato infatti il 7 luglio 2022, sono stati ascoltati 282 testimoni e 4 periti, ammesse 214 parti civili (diventate poi 168 per la rinuncia di 46 di loro). Esaminati da pm e difensori 12 imputati e raccolte 21 dichiarazioni spontanee. I capi di imputazione contestati agli imputati sono stati 112, e 67 i difensori degli imputati e 33 quelli delle parti civili. Enorme la mole delle pagine trascritte (24.213), delle pagine di verbali (10.431), e delle pagine della memoria ricostruttiva iniziale del pm (2.380). I faldoni cartacei sono 332, i supporti informatici 352 e la documentazione complessiva con foto e video occupa oltre 12 terabyte di memoria. L’accusa ha depositato una memoria iniziale, cinque memorie interlocutorie e una memoria finale di piu’ di 5.000 pagine, oltre a 10 note scritte in sede di conclusioni e a quasi 2 mila slide. Complessivamente, per i 57 imputati, la Procura ha chiesto 400 anni di carcere e un’assoluzione.

Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Una notte per pensare al fallimento sulla legge elettorale. Per interrogarsi sul terremoto politico che scuote la maggioranza. Per mettere a fuoco una strategia senza escludere più nulla. Nemmeno una crisi di governo che per ora non è all’ordine del giorno. Giorgia Meloni non minimizza. Sa che il no all’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze è anche una sua sconfitta. Sa che quella bocciatura è anche una sua bocciatura.  Sente i leader dei partiti alleati. Ragiona su se e come andare avanti. Ripete poche parole con un tono stranamente pacato: l’Italia non merita un governo che non governi e io non ho nessuna intenzione di farmi logorare. Ce l’ha con i “franchi tiratori”. Ce l’ha con il “partito del pareggio”. Ce l’ha con chi mette le proprie convenienze davanti a quello che serve all’Italia. Crisi? Voto anticipato magari già a settembre? Elly Schlein non ha esitazioni: «Noi saremo pronti in qualunque momento, perché la vera notizia di ieri che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull’idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte tra le opposizioni». La leader del Pd attacca decisa. «Ieri la fotografia chiara al Paese è stata al contrario, c’è stata una maggioranza divisa: è bastata la prima prova di un voto segreto, mentre tutte le opposizioni hanno agito unitariamente… Serve un’alternativa al Paese, perché dopo 4 anni di questo governo, qui ci troviamo con un’Italia che ha la crescita a zero, abbiamo purtroppo i salari tra i più bassi d’Europa, abbiamo le bollette dell’energia che sono invece le più care d’Europa e hanno portato le tasse, la pressione fiscale al record degli ultimi 12 anni…». Le opposizioni caricano a testa bassa. È un coro.

Fratoianni, segretario di Sinistra italiana: «Meloni ha di fatto posto la fiducia. Ed è stata sfiduciata. Ne deve prendere atto. Non ha più una maggioranza, e il messaggio politico è molto chiaro: andate a casa». Conte, leader del Movimento 5 stelle: «Se Meloni ha senso dell’onore e della dignità dovrebbe andarsene… Sono quattro anni che lavoriamo con le altre forze di opposizioni e siamo assolutamente pronti ad andare a votare. Siamo realmente pronti, non come diceva Meloni nel 2022». Crisi? Voto? Una cosa è certa: prima del voto Meloni aveva avvertito gli alleati: se la maggioranza va sotto nel voto a scrutinio segreto sulle preferenze sarebbe stata pronta a recarsi al Quirinale. Se si trattava di una forma estrema di moral suasion a restare compatti, non è andata a segno. Se invece rispecchiava le reali intenzioni della premier, lo si capirà presto. Ora, di certo la sua ira è a livelli di guardia. Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto in questo frangente ad alta tensione. Anche elezioni anticipate o quanto meno un chiarimento in Parlamento. Per Meloni è una fase in cui serve una «attenta riflessione». Certo per ora non c’è il grande strappo. Prevale la «responsabilità di governare il Paese». E anche sulla legge elettorale si va avanti.

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Tra guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, preferiamo interlocutori che confermino la nostra versione del mondo. E se provassimo, invece, a convivere con la distanza e l’alterità?

Se il dissenso è un esercizio di tolleranza

Not in my backyard. È la logica per cui le battaglie che siamo disponibili a sostenere sul piano dei principi diventano molto meno attraenti quando entrano nel nostro spazio d’azione, nel nostro giardino. Stuart Hall, teorico dei Cultural Studies all’Università di Birmingham, definiva questa dinamica una “posizione negoziata”. Negli anni Settanta, in Gran Bretagna alla vigilia del tatcherismo, Hall – attingendo a Gramsci e alla riflessione postcoloniale – ha restituito dignità accademica alle culture popolari smontando l’idea della comunicazione mediatica come un processo lineare, in cui un significato passa semplicemente da un mittente a un destinatario. Non c’è niente di semplice in questo passaggio.

Al centro di questa riflessione c’è la categoria di agency che rende l’azione sociale di ogni individuo unica e originale. In quest’ottica, anche l’interpretazione dei messaggi avviene in modo originale a partire dalla propria storia sociale, culturale e di genere. Secondo Hall, la posizione negoziata descrive quel momento in cui condividiamo un principio generale, salvo opporci quando tocca direttamente la nostra vita, il nostro giardino: not in my backyard. Nello specifico, Hall porta l’esempio di come per molte persone in Gran Bretagna fosse possibile comprendere e accettare le politiche restrittive dei salari come misura per contenere l’inflazione e, contemporaneamente, mobilitarsi contro la stessa misura quando riguardava la propria categoria.
Tutto questo per arrivare alle contraddizioni del dibattito pubblico sull’uso dell’Intelligenza artificiale. Continuano ad affascinarmi le dinamiche proiettive che investono l’AI. Già Bruno Latour, e molte/i studiose/i che ne hanno raccolto l’eredità, hanno reso più porosa la separazione tra umano e tecnologico, parlando di reti di associazione che rendono difficile pensare l’uno senza l’altra. È ingenuo immaginare che l’Intelligenza artificiale sia semplicemente il prodotto del pensiero umano, perché l’umano stesso si è evoluto per millenni attraverso l’interazione con le tecnologie.
Colpisce, però, l’uso massiccio che facciamo di certe forme di AI come ChatGPT per mettere ordine nella complessità delle relazioni umane. Rivista Studio ha riportato una ricerca pubblicata da Futurism secondo cui, in un campione di coppie divorziate intervistate, il ricorso a ChatGPT tendeva soprattutto a confermare la visione dell’utente che lo interrogava. Come riporta l’articolo, «i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno una propensione all’adulazione, tendendo a rimanere accondiscendenti e ossequiosi nei confronti dell’utente, indipendentemente dal fatto che quello che l’utente inserisce sia accurato o reale».

In un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, il dissenso è diventato così faticoso da farci preferire interlocutori che confermino la nostra versione del mondo, come uno specchio che ci restituisce un’immagine rassicurante di noi stessi. Ma uno specchio non è un interlocutore, e un algoritmo che ci conferma non ci rende più lucidi. Se Hall aveva ragione, i significati si costruiscono sempre nella negoziazione e, nelle nostre comunicazioni, c’è sempre uno scarto di incomprensione e di opaco che va tollerato. Cosa intendeva dire DAVVERO con quella frase? Fino in fondo, non lo sapremo mai. Quel che è certo è che ChatGPT lo potrà sapere meno di noi.
Il dissenso che tanto ci fa paura è un esercizio di tolleranza, di sospensione del giudizio, di accettazione dell’alterità. Invece è molto difficile di questi tempi accettare questa distanza, lo è tra Stati, tra genitori e figli, tra amici e compagni. La tua differenza interroga la mia identità, se tu sei diverso, chi ha ragione? Tutti e nessuno. Per questo è utile oggi più che mai non dimenticarsi di insegnare a tollerare il dissenso: tra di noi, con noi stessi e nelle piazze.

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