Gossip, maldicenza o informazione ecclesiale?

di: Marco Vergottini

silenzio

Il pettegolezzo ecclesiastico non abita più soltanto sacrestie e corridoi di curia. Ha imparato a digitare: oggi si presenta come indiscrezione, retroscena, pubblicazione di lettere riservate. Chi frequenta con qualche assiduità la rete ecclesiale italiana sa di che cosa stiamo parlando.

Ci sono siti e blog che – in nome di una conclamata trasparenza, nonché della responsabilità di «non poter tacere» o di spifferare su presunti intrighi e malaffari da svelare – non esitano a ergersi a censori del malcostume nella Chiesa e a paladini di un’informazione veritiera, ancorché scomoda.

Negli ultimi mesi abbiamo verificato una casistica tutt’altro che immaginaria: nomine episcopali anticipate rispetto alla comunicazione della Santa Sede; candidati dati per certi, favoriti o «bruciati»; cordate, veti e ambizioni personali attribuiti sulla base di fonti non identificabili; visite apostoliche trasformate in processi pubblici; vicende personali raccontate attraverso mezze notizie e allusioni.

Si è arrivati persino a fabbricare deliberatamente false nomine episcopali, utilizzandole come esca per smascherare chi avrebbe ripreso la notizia senza citarne la fonte. Non facciamo nomi: casi, date e testi sono tutti reperibili e verificabili. Non stiamo dunque combattendo contro fantasmi.

I panni sporchi

Nessuna nostalgia, sia chiaro, per l’omertà travestita da prudenza ecclesiale. Il giornalismo d’inchiesta è necessario anche nella Chiesa. Gli abusi devono essere denunciati, le coperture smascherate, le opacità economiche documentate, l’esercizio arbitrario dell’autorità criticato. Essere vescovo, cardinale, superiore religioso, rettore di seminario o teologo non conferisce alcuna immunità dalla critica. E invocare il bene della Chiesa per occultare comportamenti censurabili sarebbe la peggiore caricatura della comunione ecclesiale.

Proprio per questo, però, l’informazione deve rimanere informazione. Un fatto è un fatto; un’ipotesi è un’ipotesi; un’indiscrezione è un’indiscrezione. E l’intenzione di una persona non diventa un fatto perché qualcuno sostiene di conoscerla.

Qui si apre la zona grigia. Si parte da un avvenimento verificabile e si scivola quasi impercettibilmente verso il movente: costui ambisce, quello trama, l’altro prepara la propria ascesa, un altro ancora costruisce alleanze, cerca protettori, elimina concorrenti. La grammatica è semplice; la verifica un po’ meno. Per confermare un fatto occorrono prove. Per attribuire un’ambizione non può bastare un retroscena.

Il giornalismo accerta i fatti, mentre il gossip pretende talvolta di conoscere anche le anime.

Il toto-vescovi

Il fenomeno diventa particolarmente sgradevole quando riguarda le nomine episcopali. Da qualche tempo la previsione delle nomine di futuri vescovi sembra essere diventato una specialità del giornalismo ecclesiastico: candidati in pole position, candidature tramontate, veti incrociati, sponsor cardinalizi, promossi, bocciati, favoriti. Il discernimento, nel frattempo, può attendere.

Si dirà: è sempre accaduto. Certamente. Anche nei corridoi vaticani le indiscrezioni non sono nate con Internet. Ma la rete ha cambiato la loro natura: ciò che ieri rimaneva una confidenza fra pochi oggi viene pubblicato, indicizzato, rilanciato e consegnato indefinitamente alla memoria digitale. E qui nasce una questione che non riguarda soltanto la buona educazione.

Una candidatura episcopale ancora in esame è una realtà delicatissima. Pubblicare il nome di una persona, attribuirle appoggi, nemici, ambizioni o appartenenze può incidere sulla sua reputazione e sulla definizione della designazione stessa. Chi anticipa una nomina non sempre si limita a raccontarla: può diventare, magari volontariamente (?), uno degli attori del processo che sostiene soltanto di osservare. Non occorre pensare a complotti. Basta conoscere il funzionamento della comunicazione.

La reputazione non è un privilegio clericale

C’è poi la persona. Strano destino quello di chi ricopre un incarico ecclesiastico. Si direbbe talvolta che, acquistando notorietà, perda contemporaneamente il diritto alla reputazione. Il vescovo può essere criticato, naturalmente; ma può anche essere dileggiato? Il teologo può essere contestato; ma gli si possono attribuire intenzioni che non ha mai dichiarato? Un candidato all’episcopato può essere valutato da chi ne ha la responsabilità; ma può essere preventivamente consegnato alla rete come ambizioso, carrierista, protetto o inadeguato?

C’è inoltre un’asimmetria che la rete rende feroce. L’accusa occupa il titolo; la smentita, quando arriva, qualche riga. Il sospetto corre; la rettifica arranca. E soprattutto resta una traccia. Chiunque abbia avuto a che fare con i motori di ricerca sa che una domanda insinuata oggi può tornare fra cinque anni sotto forma di precedente: «Del resto, già allora si era parlato di…». Si era parlato. Da chi? Sulla base di che cosa? Con quale verifica?

Non importa più. Il sospetto ha ottenuto la cittadinanza digitale.

Non chiamiamola parresia

È a questo punto che la questione diventa propriamente ecclesiale e cristiana. La parresia evangelica non è il diritto di dire tutto ciò che si sa, tanto meno tutto ciò che si crede di sapere. Non gode dell’impunità della parola: se ne assume la responsabilità. La parresia ha un volto. La maldicenza preferisce il retroscena.

E non basta dire: «Ma la notizia era vera». Anche la verità possiede un’etica. Esistono il contesto, la proporzione, la rilevanza pubblica, il rispetto della vita privata, il diritto al contraddittorio. Soprattutto esiste la persona della quale stiamo parlando. Dire la (supposta) verità può ferire. Ma ferire qualcuno non è una prova che si sia detta la verità. Perché la parola può uccidere una reputazione senza versare una goccia di sangue.

Naturalmente esistono fonti che devono essere protette. L’anonimato può essere indispensabile per consentire a una vittima di parlare o a un testimone di denunciare fatti gravi senza esporsi a ritorsioni. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proteggere una fonte è cosa assai diversa dal trasformare la fonte anonima in una licenza per insinuare qualsiasi cosa. Quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore è l’onere della prova.

Non si tratta di parlare meno. Talvolta occorre parlare molto più di quanto abbiamo fatto. Si tratta nondimeno di assumersi la responsabilità di ciò che si dice. Il veleno non diventa acqua benedetta perché circola in ambienti ecclesiastici.

Si può controfirmare con il proprio nome o nascondersi dietro l’anonimato. Si possono invocare la trasparenza, il diritto di cronaca, la libertà d’informazione, persino il bene della Chiesa. Ma chi offende la dignità delle persone, deforma i fatti, inventa circostanze, manipola notizie e insinua colpe non documentate non esercita alcuna parresia. La menzogna, la calunnia e la maldicenza non diventano cristiane perché hanno per oggetto uomini e cose di Chiesa. E un simile modo di usare la parola non può fregiarsi del nome cristiano. Semplicemente.

Settimana News

Davanti all’Alzheimer senza paura

Davanti all’Alzheimer senza paura

Avvenire

Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Il messaggio principale di questa ricorrenza è l’invito a tutti cittadini perché affrontino la malattia con coraggio, fortezza, generosità, preparazione psicologica e competenza clinica. L’organizzazione in tutta Italia della serie di eventi “Alzheimer Fest” è la dimostrazione concreta dell’impegno di molti perché le demenze possano essere affrontate senza timore, aiutando con serenità e consapevolezza chi è malato e chi vive attorno a lui.
Recentemente sono andato a trovare un vecchio professore, al quale devo molto per la mia formazione di medico. Gli ho parlato, preoccupato, delle crisi del nostro tempo, delle follie di chi dovrebbe aiutare il mondo a crescere, delle difficoltà della medicina come sistema organizzato, del lavoro clinico, anche delle persone affette da demenza e delle loro grandi difficoltà, della possibilità non sempre garantita di curare chi ha bisogno. Salutandomi, mi ha detto solo: «Non abbiate paura».
Mi ha impressionato, e mi sono chiesto cosa intendesse dire. Forse: non rinunciate al coraggio di fronte a situazioni umanamente e culturalmente difficili; all’incertezza sulle cure possibili e su quelle impossibili; a investire il vostro sapere nella cura, anche quando si devono affrontare rischi e timori e il solco tra il sapere e l’agire in clinica sembra troppo vasto. Non rinunciate a coinvolgere cuore, mente e braccia in atti di cura, guidati da un’intelligenza generosa. Io, medico, trasferisco l’invito del vecchio professore alle persone che mi chiedono cura, consiglio, giudizio, supporto, dando al “non abbiate paura” non il senso irrealistico secondo il quale il futuro sarebbe privo di dolore e di sofferenza ma l’unico contenuto che posso personalmente garantire: l’impegno a percorrere assieme a chi ha bisogno, a chi è solo, incerto, impaurito il pezzo di strada che è necessario percorre con competenza, corto o lunghissimo non posso saperlo. E che anche le comunità possono garantire di essere barriere al dolore e alla fatica di vivere che si accompagnano alla solitudine.
La paura è talvolta utile per capire la vita, i suoi pericoli, le cattiverie palesi e nascoste; creare un rapporto di fiducia e di accompagnamento protettivo con chi soffre evita però che la paura devasti e paralizzi le scelte positive che si devono compiere per rispondere alle proprie responsabilità umane, in qualsiasi condizione. Il “non abbiate paura” diventa così un messaggio concreto, realizzabile nei vari momenti dell’esperienza della persona che soffre e di chi vive con lui, di chi ha bisogno della certezza che la sofferenza non sarà mai trascurata, lasciata sola, accompagnata dal sentire positivo secondo il quale c’è sempre qualcuno che la rende la vita meno faticosa. Il mondo, nonostante i molti segnali negativi, lascia spazio alla relazione, a chi ha deciso di essere vicino senza egoismi, con l’aperta gioia di essere importante per chi soffre.
È una conquista di tutti i giorni, realizzata con calore e amore, anche con rigore, coscienti di accompagnare chi non si lascia illudere dalle banalità o da speranze infondate, ma nemmeno schiacciare dal dolore.Il rapporto d’amore permette la cura anche nella demenza.
Le emozioni della persona affetta da demenza sono più durature, più accessibili rispetto alla memoria compromessa nella malattia. Su questo fondamento si costruisce il rapporto d’amore, che viene colto dall’ammalato, ricevendone momenti di benessere. “Percepire (feeling) anche senza memoria nella malattia di Alzheimer” rappresenta la base biologica della capacità di interpretare positivamente l’amore ricevuto. In questo ambito non tutto è chiarito a proposito del rapporto tra emozioni e processi mnemonici, ma l’esperienza clinica induce a ritenere certa la capacità della persona ammalata di percepire un atto d’amore e di coglierne l’aspetto positivo.
Qualcuno sostiene che l’insistenza sull’amore come criterio dominante nel rapporto di cura delle persone con demenza potrebbe indurre a pensare che si voglia forzare un comportamento lontano dalla realtà, patrimonio solo di alcuni particolarmente votati per motivazioni di ordine affettivo, morale e religioso. Non è così: la scelta dell’amore è il fondamento operativo se si vogliono ottenere risultati nel ridurre il dolore e la sofferenza. Infatti “ti voglio bene” è l’ultima parola che scompare quando i sintomi della demenza prevalgono su ogni altra espressione dell’esperienza vitale della persona. In questa prospettiva si devono collocare le azioni di cura, volte a migliorare il benessere e a ridurre al massimo la sofferenza.
È necessario convincere chi presta le cure che le modalità con le quali queste vengono fornite è importante. Non si tratta semplicemente di evitare maltrattamenti (sempre inaccettabili, anche se agiti da un caregiver stanco e frustrato) ma di convincere che i singoli atti di ogni giorno (pulizia, alimentazione, tempo libero, somministrazione delle cure, accompagnamento a letto e nelle ore notturne…), se condotti con amore, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita dell’ammalato e sul suo benessere soggettivo.
Schematicamente mi permetto di ricordare i momenti più importanti nei quali possiamo affermare con competenza e impegno “non abbiate paura”. Non abbiate paura dei primi segni di malattia. Non abbiate paura della diagnosi: non è l’inizio di un viaggio senza scopo, ma una tappa della cura. Non abbiate paura della perdita di memoria, dell’incapacità di orientamento, del fatto che il vostro caro confonde i volti noti. Non abbiate paura della depressione, dell’apatia e dei deliri. Non abbiate paura della solitudine, di ricevere cure senza amore, di essere collocati in luoghi poco ospitali. Non abbiate paura che con la morte sparisca l’amore verso i vostri cari.
Per troppi anni le demenze sono state collocate in luoghi marginali sul piano culturale, psicologico, sociale, clinico. Oggi la situazione è in via di miglioramento, per alcuni aspetti molto veloce. In attesa degli avanzamenti della ricerca per arrivare a una terapia, l’atteggiamento di cura aperta e generosa verso l’ammalato è la risposta oggi più nobile ed efficace.

Carney a Strasburgo tra selfie e ovazioni: «L’alleanza tra Canada ed Europa un faro per le democrazie»

Il premier canadese Mark Carney al Parlamento Europeo

Avvenire

«Non siamo alleati di comodo», ma legati da «radici profonde» e da «valori condivisi, per cui abbiamo sempre combattuto e nella cui difesa dobbiamo rimanere all’erta». Dall’emiciclo del Parlamento europeo di Strasburgo, Mark Carney ha affidato a un intervento frammentato dagli applausi (ben più calorosi di quelli riservati il giorno prima a Ursula von der Leyen) la sua visione di un nuovo corso transatlantico che vede Europa e Canada dalla stessa parte. Uniti di fronte alla «frattura geopolitica» ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori dall’ordine internazionale fondato sulle regole e per reagire «alle nuove tempeste che scuotono le nostre società», dalla crisi climatica all’erosione degli standard democratici. E, se sviluppare «legami molto più stretti con l’Europa» in casa gode, secondo i sondaggi, del sostegno «di un’ampia maggioranza dei canadesi», l’idea stessa di mettere in piedi «un’alleanza per il futuro» con l’Ue «sarebbe un faro per le altre democrazie», ha detto il premier canadese, rispondendo (con qualche sfumatura) all’invito della presidente della Commissione a fare di Ottawa il primo “membro associato” dell’Unione.
Che Carney abbia vinto i cuori di una classe politica Ue in cerca di ispirazione lo si era capito da subito, perlomeno sin dalla corsa al selfie tra gli eurodeputati al suo ingresso in Aula (la capogruppo dei verdi, la tedesca Terry Reintke, ha giocato facile sfoggiando la maglia della nazionale canadese di hockey su ghiaccio), mentre il coro «Usa, Usa» abbozzato in solitaria da un esponente dell’ultradestra veniva spento sul nascere da un sorriso dello stesso canadese, poco prima di prendere la parola. Al termine di un discorso in inglese e francese ricco di richiami storici e letterari, l’ovazione (con vistose eccezioni tra i banchi di patrioti e sovranisti) non ha fatto altro che sancire la scommessa dell’Eurocamera sul leader che a gennaio, da Davos, aveva teorizzato la resistenza delle democrazie liberali per salvare un multilateralismo fiaccato dalle bordate delle autocrazie. Tuttavia, ha insistito Carney, «un’alleanza non si definisce in base a ciò a cui ci opponiamo, ma a ciò che proponiamo: libertà, solidarietà, prosperità, sostenibilità». Un messaggio recapitato poco dopo in conferenza stampa direttamente a Trump, che nelle ore precedenti aveva minacciato di tornare a colpire con la clava dei dazi l’avvicinamento tra Bruxelles e Ottawa: «Un’alleanza è un processo positivo. Lo dico al presidente degli Usa: un Canada più forte e resiliente è un partner migliore anche per gli Stati Uniti».
Carney ha precisato di non voler proporre «la creazione di un terzo blocco per rivaleggiare con le grandi potenze, ma con le buone maniere». Semmai, il partenariato con l’Ue è una questione di sovranità, «la quale oggi richiede un accesso sicuro all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori, alle materie prime critiche, ai sistemi di pagamento, alle tecnologie per l’energia pulita, ai vaccini e alle comunicazioni satellitari». È sui temi, infatti, che si è soffermato a lungo, per dettagliare gli ambiti in cui, andando oltre l’attuale rapporto commerciale, Ottawa e Bruxelles dovrebbero muoversi fianco a fianco: dai minerali critici all’energia fino alle capacità di calcolo. Il Paese nordamericano, ad esempio, «dispone di giacimenti di più di 34 materie prime critiche ed è tra i principali produttori delle 10 più essenziali» per chip, batterie e tecnologie rinnovabili: insomma, «la nostra alleanza può contribuire a colmare il bisogno dell’Europa di forniture affidabili, quello del Canada di capacità avanzate di trasformazione e l’obiettivo comune di costruire filiere complete». Ma Ottawa si candida anche a rifornire l’Europa di idrogeno e gas e a sviluppare insieme «protocolli di sicurezza per l’intelligenza artificiale» e «un mercato integrato per i servizi finanziari». Senza dimenticare l’ingresso in Erasmus+, «che può offrire agli studenti l’opportunità di frequentare alcune delle migliori università al mondo». Tasselli di una relazione privilegiata che guarda oltre le distanze geografiche perché «Canada ed Europa sono legate da un’affinità elettiva, scelta e rinnovata. E proprio per questo più forte».

Formazione nei seminari spagnoli e maturità affettiva: il contributo insostituibile dei sacerdoti sposati come formatori

La notizia diffusa da InfoVaticana sulla revisione dei percorsi formativi nei seminari spagnoli — focalizzata sul rafforzamento della maturità affettiva, dell’equilibrio umano e del discernimento vocazionale per i futuri presbiteri — affronta uno dei nodi più cruciali per il futuro della Chiesa. Riconoscere che la preparazione al sacerdozio non può ridursi a un mero addestramento nozionistico o rubricale, ma deve plasmare uomini umanamente solidi, capaci di relazioni sane e di una reale maturità affettiva, è un passaggio d’importanza fondamentale.

Tuttavia, per raggiungere davvero questo obiettivo, è necessario che anche la squadra dei formatori e degli accompagnatori spirituali rifletta una conoscenza profonda e vissuta delle dinamiche affettive e relazionali.

Per un’effettiva maturità affettiva: la testimonianza del clero coniugato

Chi meglio di chi vive quotidianamente l’intreccio tra consacrazione spirituale, dinamiche affettive, vita di coppia e paternità può accompagnare i giovani seminaristi nella comprensione della propria affettività?

  • Superare l’autoreferenzialità nei seminari: Inserire i sacerdoti sposati tra i formatori e i docenti dei seminari permetterebbe ai candidati al sacerdozio di confrontarsi con una testimonianza di vita concreta, equilibrata e non teorica sulla gestione delle emozioni, della solitudine e della relazione con l’altro.

  • Integrazione tra grazia e natura: I sacerdoti che hanno vissuto la grazia del matrimonio e custodiscono una solida formazione teologica formale e titoli pontifici rappresentano una figura d’equilibrio ideale per aiutare i giovani a discernere la propria vocazione con trasparenza e serenità.

La proposta del Movimento: un’opportunità di Realismo Pastorale

La riflessione avviata in Spagna trova una risposta organica nella proposta elaborata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  1. Valorizzare le competenze educative e teologiche: La riammissibilità dei presbiteri sposati non risponde solo all’emergenza delle parrocchie senza Messa, ma offre alla Chiesa formatori qualificati per i futuri sacerdoti.

  2. Un servizio alla salute umana e spirituale del clero: L’affiancamento dei sacerdoti sposati nella formazione dei seminari prevenirebbe fenomeni di isolamento, impreparazione affettiva e burnout che purtroppo colpiscono molti giovani presbiteri.

  3. Piena sintonia con Papa Leone XIV: Offrire questa ricchezza educativa alle diocesi rappresenta una scelta di grande realismo pastorale, capace di preparare pastori maturi, equilibrati e pronti a servire il Popolo di Dio con gioia.

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Le navi italiane potrebbero presto presidiare lo stretto di Bab el-Mandeb (senza aspettare l’Ue)

Guido Crosetto

Ogni ritardo nell’arrivo delle merci significa maggiori costi per le persone, un peso ancor più insostenibile per le famiglie più deboli. Ecco perché, «di fronte alla difficile situazione» nello stretto che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto annuncia che verranno avviate – previo passaggio parlamentare ovviamente – navi militari italiane nello stretto di Bab el-Mandeb, senza aspettare l’Europa. «Abbiamo deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides (la missione militare dell’Ue nella zona, ndr ) a decidere se le navi possono passare o meno», spiega durante il suo intervento alla quarta edizione del Forum “Risorsa Mare” a La Spezia. «Probabilmente ci attiveremo in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra – sottolinea – perché ritardare i tempi in casi come quello significa ritardare l’economia, significa aggravare problemi». Anche perché quando una rotta marittima viene interrotta, «le merci arrivano in ritardo, i costi aumentano e crescono i prezzi per famiglie e imprese – il seguito del ragionamento del ministro -. E ogni crisi economica colpisce soprattutto le persone più fragili, mettendo a rischio la coesione sociale e la stabilità del Paese». Per Crosetto, «difendere la libertà di navigazione significa quindi proteggere i nostri approvvigionamenti, il lavoro delle aziende, il potere d’acquisto delle famiglie e la capacità dell’Italia di produrre ricchezza».
E dopo il blocco dello stretto di Hormuz la via meridionale attraverso quello di Bab el-Mandeb è l’unica alternativa, dove transita il 12% del commercio globale. Secondo i dati Lloyd’s List, riportati da ShipMag , infatti, da inizio estate sono ancora sopra le 1.200 unità al mese le navi che attraversano questo percorso, con un aumento del 28% di navi e del 43% di tonnellaggio rispetto all’estate 2025 ma con volumi di traffico del 39% sotto i livelli precrisi. Negli ultimi giorni le navi sarebbero di media 27 al giorno.
Il titolare della Difesa premette comunque di non decidere nulla «adesso» sul numero della navi militari italiane che verranno inviate per garantire la navigazione nello stretto. «È una situazione di questi giorni – prosegue Crosetto – valuteremo con il Governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, mandiamo a protezione delle navi mercantili». Per ora, conclude, «Gibuti non viene toccato da quello che stanno facendo gli Houthi», i ribelli yemeniti che, con l’appoggio di Teheran, hanno preso il controllo di tre isole lungo lo stretto mettendo a rischio la navigazione in quel tratto di mare. Ma il ministro della Difesa è convinto che «non possiamo permettere che ritardi decisionali burocratici aggravino una situazione già complessa, con conseguenze dirette sulla nostra economia e sulla vita dei cittadini».

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Avvenire

Román de la Cruz Hernández era parroco in un territorio usato dai narcos per il traffico illegale di carburante. Ignoti i moventi e i mandanti dell’omicidio

Una chiesa e alcune case, sullo sfondo le montagne

Hanno abbandonato il suo corpo a bordo strada, non lontano dalle vie usate dai narcos per trafficare illegalmente droga e petrolio. Sulla sua schiena hanno lasciato un cartello con scritte alcune minacce. Il sacerdote Román de la Cruz Hernández è stato ucciso il 15 settembre a Huejutla, nello Stato di Hidalgo, Messico centrale. La notizia è stata data ieri e tutto fa pensare che la morte sia stata un’esecuzione, con mandanti per ora senza un’identità. Sul suo corpo sono state trovate ferite compatibili con colpi d’arma da fuoco. De la Cruz Hernández era prete da vent’anni e operava nella parrocchia Santa Cruz. Una comunità relativamente piccola – 1.500 i fedeli – ma collocata in un luogo tristemente strategico per i gruppi criminali. Nella zona passano le rotte per il traffico di carburante, molto redditizie per i cartelli del Paese. Un mercato illecito che comprende sia il carburante ottenuto con furti da oleodotti statali, che quello preso oltreconfine. Il valore di questo secondo segmento – hanno stimato funzionari messicani – supera i 20 miliardi di dollari all’anno. Attorno alle rotte, si abbatte la brutalità dei cartelli. «Di fronte all’allarmante situazione di violenza che si vive nel nostro Paese ci sentiamo sgomenti» ha scritto il vescovo José Hirais Acosta Beltrán in una nota. «Rivolgiamo un appello urgente all’autorità competente, affinché porti a termine un’indagine esaustiva» e perché il crimine «non resti impunito». Anche la Conferenza episcopale messicana lanciato un appello «urgente» alle autorità di Hidalgo perché si chiarisca la dinamica dell’accaduto.
Román de la Cruz Hernández è l’ennesimo sacerdote che diventa una vittima. Ad aprile di quest’anno, nello Stato del Chiapas, la morte sospetta di un altro prete – don Juan Manuel Zavala Padrigal – aveva lasciato sgomenta la sua comunità. L’uomo era scomparso una domenica subito dopo aver celebrato una messa, e ritrovato alcuni giorni dopo senza vita. I paramenti liturgici e la sua Bibbia erano sparsi attorno alla sua automobile. Per le autorità la sua morte è stata un incidente, versione a cui però non si arrende la comunità locale. Nel 2022, un duplice omicidio era avvenuto dentro una chiesa: due gesuiti di 78 e 80 anni, Javier Campos Morales e Joaquín César Mora Salazar, stavano cercando di dare rifugio a un uomo nella loro struttura religiosa di Cerocahui, minuscolo villaggio della Sierra Tarahumara, nel nord del Paese. Poi l’irruzione di alcuni uomini armati e una raffica di proiettili: morirono tutti e tre.
Sono 63 i preti uccisi nel Paese tra il 1990 e il 2025. Nell’80% dei casi, i crimini sono rimasti impuniti. I dati sono del Centro Católico Multimedial, che aiuta anche a inquadrare alcune motivazioni per cui la Chiesa cattolica viene colpita dalla criminalità (sebbene non tutti i casi abbiano un legame dimostrato con i narcos). «La criminalità organizzata in Messico attua una strategia di violenza specifica contro i sacerdoti cattolici perché questi spesso sono “stabilizzatori sociali” che ostacolano il suo controllo territoriale – si legge nel report relativo al 2025 – Le intimidazioni criminali sono strategiche nei confronti dei sacerdoti e delle comunità cattoliche, ma non sono dovute a una persecuzione di natura religiosa: bensì al fatto che il Paese presenta un elevato rischio nell’esercizio di professioni come il sacerdozio, il giornalismo e la difesa dei diritti umani». Nell’ultimo biennio (2024-2025) 3 sacerdoti sono stati uccisi e uno è scomparso. Un numero in leggero calo rispetto agli anni precedenti. Ma con un altro drammatico risvolto. Ad essere colpito è un numero crescente di persone laiche impegnate in incarichi pastorali. In 23 sono state uccise, sempre nel biennio 2024-2025.
Avenire

«La necessità mi obbliga»: la svolta del Vescovo di Anversa e la via della riammissione al ministero dei preti sposati per il 2028

«La necessità mi costringe»: il vescovo di Anversa avanza nel suo piano per ordinare sacerdoti uomini sposati nel 2028

La notizia battuta da InfoVaticana sulla decisione del Vescovo di Anversa di procedere verso l’ordinazione di uomini sposati entro il 2028, spinto dall’urgenza di non lasciare le comunità prive di pastori, segna un passaggio di forte rilevanza nel dibattito ecclesiale europeo. Le parole del presule — «La necessità mi obbliga» — descrivono lucidamente l’emergenza di una Chiesa che non può più ignorare il vuoto sacramentale e lo spopolamento delle parrocchie.

Questa presa di posizione mette in luce aspetti positivi di fondamentale importanza, ma al contempo invita a considerare la soluzione più immediata ed equilibrata già disponibile per la Chiesa.

I lati positivi della decisione del Vescovo di Anversa

La scelta di Anversa evidenzia la maturazione di una consapevolezza pastorale non più rinviabile:

  1. Priorità alla cura delle anime: Mettere al centro il diritto dei fedeli a ricevere i Sacramenti e l’Eucaristia, superando l’immobilismo di fronte alla crisi vocazionale.

  2. Superamento dei tabù disciplinari: Riconoscere che la coesistenza tra ministero presbiterale e vita familiare è compatibile con la tradizione e con la storia della Chiesa.

La proposta del Movimento: la riammissione come risposta immediata

Se l’ordinazione di viri probati richiede tempi lunghi di formazione e nuovi percorsi ordinativi (proiettati al 2028), la proposta elaborata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre a Papa Leone XIV e ai Vescovi una soluzione di Realismo Pastorale già pronta e immediatamente applicabile:

  • Presbiteri già formati ed esperti: Non occorre attendere anni per formare nuovi candidati. Esistono già centinaia di sacerdoti regolarmente ordinati, con una solida formazione teologica formale e titoli accademici pontifici, che hanno contratto matrimonio.

  • Un decreto canonico di riammissibilità: Un provvedimento d’equità canonica permetterebbe a questi sacerdoti di rientrare subito nel ministero attivo, affiancando il clero celibe e riaprendo le parrocchie senza creare strappi dottrinali.

  • Piena comunione ecclesiale: La via italiana del Movimento garantisce la massima fedeltà al Papa e agli Ordinari diocesani, offrendo una risposta d’equilibrio e di stabilità rispetto a iniziative autonome o sperimentazioni locali.

L’appello che sorge di fronte alle decisioni come quella di Anversa è chiaro: valorizzare le risorse già presenti e iscritte nel Sacramento dell’Ordine è la strada più rapida ed evangelica per rispondere al grido di aiuto delle nostre comunità.

#InfoVaticana, #VescovoAnversa, #SacerdotiSposati, #PapaLeoneXIV, #RealismoPastorale

Celestino Migliore, l’uomo di Leone XIV che smina il difficile viaggio in Francia, ecco chi è il nunzio apostolico a Parigi

Celestino Migliore, l’uomo di Leone XIV che smina il difficile viaggio in Francia, ecco chi è il nunzio apostolico a Parigi

Il Messaggero

Le presidenziali francesi ormai all’orizzonte, il rischio che ogni parola di Leone XIV venga trascinata nel confronto politico, i temi etici, l’intelligenza artificiale, il futuro dell’Europa, la crescita degli estremismi. Quello che attende il Papa in Francia è uno dei viaggi più delicati sul piano diplomatico e a preparargli il terreno, lontano dai riflettori, c’è uno dei veterani della diplomazia vaticana: Celestino Migliore, piemontese di Cuneo, nunzio apostolico a Parigi dal 2020.

Il suo stile è riassunto bene da una costante della sua carriera: poco rumore e molta tessitura. Migliore appartiene alla generazione di diplomatici formatasi nella lunga stagione internazionale di Giovanni Paolo II, quando la Santa Sede affinò quella capacità di influenza che Joseph Nye avrebbe definito soft power: nessun esercito, nessuna coercizione, ma relazioni, persuasione, diritto internazionale e una rete capillare di contatti.

Migliore ne offre una definizione quasi evangelica: il soft power, sostiene, è «il Dna del Vangelo», perché rifugge «dall’imposizione arrogante» e privilegia la forza della persuasione. Una concezione che ha applicato per decenni sui dossier più difficili. All’Onu fu una delle voci attraverso cui Giovanni Paolo II fece arrivare l’opposizione vaticana alla guerra in Iraq; in Russia si trovò a gestire i delicati rapporti con Mosca dopo l’annessione della Crimea; prima ancora riuscì a entrare nella Corea del Nord e a celebrare messa nella cattedrale cattolica di Changchung.

La sua idea della diplomazia parte da un paradosso. Federico II sosteneva che una diplomazia senza esercito fosse «musica senza strumenti»; Stalin liquidava l’influenza pontificia domandando quante divisioni avesse il Papa. Migliore rovescia il ragionamento: i regimi passano, mentre il Papato continua a esercitare un’influenza proprio perché utilizza «la forza del diritto e della persuasione rispetto alla legge della forza». La diplomazia vaticana diventa allora esercizio di pazienza: ottenere spazi, mantenere aperto un canale, vincolare l’interlocutore a un processo negoziale anche quando il risultato appare insufficiente.

È lo stesso metodo che Migliore ha portato a Parigi. Francesco lo inviò in Francia nel 2020, in una delle nunziature più importanti d’Europa, in un momento particolarmente difficile per la Chiesa locale. C’era da ricostruire credibilità dopo il caso del precedente nunzio, ma soprattutto da accompagnare una Chiesa travolta dalla crisi degli abusi e attraversata da profonde tensioni interne. Negli anni successivi Migliore ha dovuto seguire anche alcune successioni episcopali particolarmente delicate, tra cui Parigi, Tolone e Strasburgo. Chi ha lavorato con lui ne sottolinea soprattutto una caratteristica: affronta i problemi senza aspettare che si consumino da soli. «Non si sottrae», ha sintetizzato l’ex presidente dei vescovi francesi Éric de Moulins-Beaufort.

Dietro il diplomatico resta però un uomo assai meno paludato di quanto suggeriscano i saloni della nunziatura parigina. Chi lo incontra racconta un piemontese cordiale, ironico, capace di parlare con libertà e di ridere volentieri. Nel suo ufficio un piccolo orologio – ha raccontato la Croix – scandisce discretamente ogni quarto d’ora: quasi il contrappunto domestico a una vita trascorsa tra udienze, rapporti riservati e dossier internazionali. Parla francese, inglese, spagnolo, portoghese, polacco e russo.

A Parigi il suo ruolo è doppio. È l’uomo di Leone presso l’episcopato francese e contemporaneamente l’ambasciatore della Santa Sede presso la Repubblica. Deve quindi spiegare la Francia a Roma e Roma alla Francia, seguire la vita della Chiesa ma anche decifrare gli equilibri politici, sociali e culturali di un Paese nel quale la laicità costituisce un elemento fondamentale dell’identità repubblicana.

È soprattutto questa esperienza che diventa preziosa alla vigilia dell’arrivo di Leone XIV. Il Papa sarà ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, pregherà a Notre-Dame, incontrerà i giovani allo Stade de France, celebrerà la grande messa all’aperto a Parigi e proseguirà poi per Lourdes e Metz. Un programma costruito attorno alla dimensione religiosa e pastorale, ma inevitabilmente esposto alle interpretazioni politiche di una Francia già proiettata verso la prossima stagione elettorale.

Il compito di Migliore sarà dunque quello che conosce meglio: tenere distinti i piani senza separarli, evitare che la visita pastorale venga risucchiata dalla contesa politica e lasciare al Papa lo spazio per parlare alla Francia senza diventare parte della battaglia francese. In fondo è la cifra di tutta la sua carriera. Dall’Onu a Mosca, dalla Corea del Nord a Parigi, Migliore ha lavorato nei luoghi dove gli interessi sembravano lasciare pochissimo spazio alla mediazione. Senza proclami e senza protagonismi. La sua diplomazia procede per contatti, pazienza e piccoli avanzamenti. Poco rumore, molti interlocutori e l’arte, sempre più rara, di far muovere i dossier senza far vedere chi li sta spingendo.

Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza

di: Stefano Feltri

caldo

Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 15 settembre 2026

Dopo quasi tre mesi di pausa, mi sono chiesto da quale argomento ripartire con Revolution, la trasmissione-podcast quotidiana che conduco per Radio3: le notizie non mancano certo in questi giorni di settembre.

C’è l’evoluzione della guerra in Iran, che si estende allo Yemen, con le milizie Houthi che prendono il controllo anche dello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. E così i due stretti principali dai quali transita petrolio diventano uno strumento militare di Teheran nella resistenza agli Stati Uniti: la Repubblica islamica restringe direttamente i transiti da quello di Hormuz, gli Houthi ora possono fare lo stesso tra Yemen e Gibuti.

Ci sono i mercati in tensione, con il petrolio che va sopra i 108 dollari e gli indici azionari che oscillano tra nuova inflazione, politica economica americana fuori controllo e bolla dell’intelligenza artificiale.

E poi c’è appunto l’AI, con i fondatori delle principali aziende del settore che preparano quotazioni in Borsa per raccogliere decine di miliardi di dollari mentre ci raccontano anche che, forse, prima di diventare redditizia l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti con un attacco chimico o biologico senza antidoti o con agenti artificiali che prendono il controllo di Internet o di qualche batteria di droni.

Tutte questioni importanti, certo, che non mancherà occasione di approfondire. Eppure sembrano tutti dettagli, minuzie, rispetto a una vicenda più grande, più urgente. O meglio, sono tutti aspetti secondari dell’unica grande storia che ha dominato la nostra estate e che c’entra con la fonte dell’energia che ci serve e le nostre scelte di consumo. Mai, dai tempi del Covid, avevamo vissuto in maniera così diretta e condivisa una minaccia esistenziale al nostro stile di vita e alla nostra incolumità: il caldo.

Secondo il servizio di monitoraggio dell’Unione europea, Copernicus, agosto 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia, alla pari con luglio 2023. Ma il fatto che abbiamo già avuto così caldo deve preoccuparci, non rassicurarci: significa che queste temperature stanno diventando la nuova normalità.

caldo estivo

La temperatura media della Terra a livello globale ad agosto 2026 è stata 1,65 gradi più calda che nell’epoca pre-industriale. L’ultima volta che avevamo superato la soglia critica, fissata dall’accordo di Parigi del 2015 in 1,5 gradi sopra la media pre-industriale, era stato a novembre 2025.

Ma queste sono medie, che includono terra e mare, oceani e poli. Ognuno può trovare il record che gli conferma la percezione della sua estate: le temperature nell’Europa occidentale sono state 2,54 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Per dare un’idea, la terribile estate del 2003, la prima in cui i giornali parlavano della strage di anziani per il caldo, aveva registrato temperature sopra la media di 1,98 gradi.

Le statistiche lasciano sempre un po’ indifferenti, ma credo che in molti abbiamo sperimentato la stessa sensazione tra luglio e agosto: che la temperatura fosse una minaccia, che le nostre funzioni corporee fossero in parte compromesse dal caldo, e quelle cerebrali ridotte. Tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre scelte organizzative di vita, gli spostamenti, la quantità di minuti sotto il sole. I servizi del genere Studio Aperto che hanno alimentato decenni di satira, con i consigli su come evitare le ore più calde e bere tanto, non fanno più ridere.

caldo estivo

Chi poteva, è fuggito dalle città, ma trovare rifugio non era poi così facile: le località di mare che per anni consentivano di godere della brezza e di un po’ di sollievo, ora sono calde quanto i centri urbani. Senza aria condizionata non si può sopravvivere. Ma che senso ha comprare una seconda casa lontana per chiudersi dentro con il condizionatore?

L’estate 2026 è stata la prima a essere dominata dalla politica dell’aria condizionata, che ha animato feroci dibattiti in Francia e non solo. Otto Paesi hanno introdotto indicazioni di legge sulle temperature: Bangladesh, Cambogia, Malesia, Singapore e Sri Lanka hanno stabilito che negli uffici sono consentite solo temperature tra i 24 e i 26 gradi. Alle Seychelles il governo ha chiesto di spegnere l’aria condizionata almeno un giorno a settimana.

Il Pakistan ha introdotto vincoli di legge alle misure contro la dispersione termica, sempre più stringenti per i nuovi edifici. La domanda globale di elettricità per l’aria condizionata è cresciuta del 50% in dieci anni, dal 2015, ed è arrivata a 2.900 Terawatt-ora, più dell’intera domanda di energia elettrica dell’Unione Europea. Nel 2024, anno con ondate di calore molto intense, le spedizioni globali di condizionatori hanno raggiunto 200 milioni di unità.

E questo è solo l’inizio. Perché soltanto il 40 per cento della popolazione mondiale ha accesso all’aria condizionata, ma l’80 per cento ne sperimenta il bisogno.

Quanto a noi europei, sappiamo già cosa ci aspetta: un futuro all’americana o alla giapponese, dove il tasso di penetrazione dell’aria condizionata è al 90 per cento, mentre oggi in Europa è al 23 per cento. Significa edifici con finestre sigillate, troppo freddi in estate, troppo caldi in inverno, in un ribaltamento costante della percezione climatica.

È una delle tante evoluzioni che ci attendono e che renderanno la nostra vita un po’ più simile a quella della pandemia, con la differenza che giardini e terrazzi non saranno spazi di sicurezza dalla minaccia, com’era al tempo del virus, ma i più pericolosi e meno allettanti.

Le cronache dell’estate 2026 recuperano, in modo forse inconsapevole, lessico e toni da pandemia: a Roma il comune ha dovuto spingere anziani e persone fragili verso i cinema, non tanto per i film ma per l’aria condizionata, a Sanremo hanno usato il teatro del festival come un rifugio di emergenza, a Firenze hanno organizzato rifugi climatici, da Bari a Torino, comuni, prefetture e farmacie si sono preoccupati di come far arrivare farmaci e viveri ad anziani che non potevano uscire senza rischiare la vita.

In Sicilia, a Palermo, in caso di temperature insostenibili anche a settembre si passerà alla didattica a distanza, come durante la pandemia.

Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, su 39.351 mila edifici scolastici censiti, appena 2.835 dichiarano di avere l’aria condizionata, di quasi 13.000 non abbiamo dati, gli altri ne sono privi. Il ministero guidato da Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro, cioè appena 842 euro di media per ciascuno dei 23.739 edifici che non dichiarano di avere un impianto attivo.

In molte parti d’Italia si è discusso di rinviare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre, lo ha chiesto pure il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Ma in un anno ci devono essere almeno 200 giorni di lezione, e se cominci tardi poi come puoi arrivare a fine giugno o inizio luglio quando farà ancora più caldo?

E i genitori come gestiscono figli minori in città ancora calde a fine estate per settimane e settimane senza scuola?

Se mettiamo insieme i pezzi, è facile capire perché l’estate 2026 rappresenta un punto di non ritorno. Non tanto per la consapevolezza di quello che sta succedendo, ma perché per la prima volta ci siamo accorti che la crisi climatica impatta ogni aspetto delle nostre esistenze. Non soltanto la scelta tra auto elettrica o a benzina.

A questo proposito, sembra davvero anacronistico che il governo Meloni abbia fatto quasi un decreto a settimana e speso oltre due miliardi di euro per tagliare di poco le accise sui carburanti, in modo da non aggravare la spesa per le vacanze delle famiglie e da evitare troppi rincari dovuti all’incremento nei costi dei trasporti.

Qualche decina di euro in più di costo della benzina per un paio di mesi è ben poca cosa rispetto allo sconvolgimento da caldo e ai costi che comporta, non soltanto per i consumi elettrici.

Chiunque abbia in famiglia bambini piccoli o parenti anziani potrà senza fatica contare quante centinaia, più spesso migliaia, di euro comporta ormai la mera sopravvivenza a luglio e agosto.

Molti lavori, già a inizio estate, sono stati dichiarati incompatibili con le temperature in certe fasce orarie: dagli operai dell’edilizia ai rider, attività economica che svanisce e Pil che si riduce.

Le scuole spariscono a metà giugno, ci sono pochi, costosi, centri estivi. Ma quale organizzazione di una famiglia con due genitori che lavorano è compatibile con un centro estivo che finisce alle 16, quando perfino i parchi sono ancora inaccessibili per le alte temperature?

E come si assistono gli anziani non del tutto autosufficienti in città invivibili, dove i servizi si diradano come se fossimo ancora negli anni Ottanta delle lunghe villeggiature fuori porta, con le badanti che – giustamente – hanno diritto anche loro a un po’ di ferie?

Chi non ha risorse è condannato a subire il caldo e le sue conseguenze, chi ha budget elevati a disposizione vede comunque svanire il valore di case al mare diventate fornaci mentre comincia la corsa a montagne sempre più lontane in cerca del fresco.

Il nostro stile di vita fondato sulle energie fossili ha fatto collassare l’ambiente in cui viviamo e adesso l’ambiente deformato dalle emissioni climalteranti sta facendo collassare il nostro stile di vita.

Il fatto che non si parli soltanto di questo, e che la politica cerchi in ogni modo di rimuovere o rinviare il problema, inizia a sembrare una strana forma di suicidio collettivo.

La nostra civiltà si è fondata sull’inquinamento, ora sperimentiamo la barbarie del caldo.

L’estate del coprifuoco climatico

Ferdinando Cotugno è il più noto giornalista climatico in Italia, scrive per Domani e altre testate.

  • Questa estate è stata davvero diversa dalle altre? Per la prima volta è diventato impossibile sostenere che fa caldo e ha sempre fatto caldo?

L’estate del 2026 è stata la più calda delle serie storiche. Per dare un termine di paragone, un agosto italiano medio fra il 1950 e il 1980 era di poco più di 20 gradi.

Nel 2026 la temperatura media di agosto è stata di 25,6 gradi, quindi 5 gradi in più rispetto alle estati che può ricordare un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne: quelle che usiamo come base per misurare il cambiamento.

È uno sbalzo termico enorme. Questi sono dati del Consiglio nazionale delle ricerche, il CNR, e questa è una di quelle volte, non tantissime, in cui le nostre percezioni e i dati sono perfettamente allineati.

Numeri e corpi ci dicono la stessa cosa: in questa estate ha fatto un caldo insopportabile, peraltro con un’estensione temporale sempre più lunga.

Quando parliamo di estate, ormai parliamo di un periodo che quest’anno, per le ondate di calore, è andato dalla fine di maggio all’inizio di settembre.

  • La crisi climatica sta generando anche nuove solitudini: anziani che non possono uscire di casa, bambini che non riescono ad andare a scuola perché manca l’aria condizionata, luoghi di aggregazione deserti. Secondo te come reagiremo a questo effetto poco previsto del riscaldamento?

Qui siamo nel campo delle osservazioni della società, quindi un po’ meno esatto di quello dei dati. Però sì, la mia sensazione è che questa sia stata un’estate da punto di non ritorno anche per la percezione climatica.

Ho sentito normalizzarsi sempre più l’idea del lockdown climatico, l’idea che ci sia una specie di coprifuoco: uscire durante un’ondata di calore è diventato qualcosa di percepito come pericoloso, che è necessario evitare, che fa star male.

Questo ha riportato il clima nelle preoccupazioni quotidiane delle persone dopo un anno relativamente tranquillo, privo di grandi incidenti climatici.

Ricordiamo che negli anni precedenti tutti gli autunni e le primavere erano stati caratterizzati da grandi disastri. Poi c’è stato un anno tranquillo e purtroppo in Italia lo si è usato per spazzare via il tema del clima dall’attenzione.

Ma la realtà vince sempre e quindi il clima si è imposto da solo sull’agenda e nelle percezioni. Secondo me sarà molto presente nelle elezioni amministrative. Nella politica nazionale si parlerà tanto di energia e di caro energia, ma credo poco di mitigazione e cambiamento climatico.

Nelle amministrative, invece, il verde urbano, il refrigerio urbano, la gestione dell’adattamento urbano saranno il tema. Anche perché si è capito quanto possa essere trasformativo un sindaco o una sindaca. Dagli esempi positivi, Londra e Parigi, e da quelli negativi, come Milano, si vede la differenza.

Secondo me si voterà per questa differenza e sulla credibilità di chi porterà un piano solido per cambiare una città e renderla più adatta alla lotta alla crisi climatica.

Anche perché città climaticamente inabitabili per quattro mesi l’anno sono città che vedono deperire il proprio patrimonio, le proprie prospettive, anche il valore degli immobili. Quindi secondo me ci sarà una domanda trasversale di buone idee, buone pratiche, misure di adattamento, strumenti. Se ne parlerà tanto.

  • I negazionisti hanno rapidamente cambiato posizione: adesso non negano più l’aumento delle temperature ma l’utilità delle politiche per contrastarlo. Anche a livello europeo sembra che la spinta per politiche incisive sia svanita. È troppo tardi per tutto?

Secondo me dobbiamo distinguere il negazionismo in senso stretto, che trovo, e anche i dati lo mostrano, piuttosto marginale nella nostra società. Marginale, ma purtroppo sovra rappresentato nelle istituzioni − il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è un negazionista climatico − e nei media italiani.

Però non è nemmeno questo il punto. Il punto è uno scontro fra interessi energetici e interessi collettivi. In questo scontro non c’è nessun negazionista: ci sono gruppi di interessi diversi, con priorità diverse. Non c’è una scala morale di priorità, ma ci sono priorità che corrispondono a interessi più generali, con una proiezione più lunga nel tempo, e ci sono interessi invece molto più ristretti.

Purtroppo questi interessi, che non sono interessi negazionisti, sono interessi fossili, che è una cosa attiva, ma diversa. In Italia stanno vincendo perché hanno molto ascolto nel governo e nei mezzi di comunicazione. Anche la scelta di Giorgia Meloni di andare di nuovo nella direzione di una maggiore estrazione di gas e petrolio in Italia non è tanto una scelta negazionista: è una scelta in cui un gruppo di interesse ha vinto sull’interesse generale.

Secondo me è questo lo scontro ed è così che dobbiamo leggerlo. Questa lettura si può fare a livello di un paese tutto sommato piccolo come l’Italia e si può poi traslare sull’Unione europea, su scala mondiale, sul conflitto fra Stati Uniti e Cina. Sono visioni diverse dell’economia, dell’energia, della società, con effetti diversi. Purtroppo la visione fossile, la visione di chi oggi estrae, continua a estrarre ed estrarrà sempre più idrocarburi, non è compatibile con l’abitabilità di questo pianeta.

Questo ce l’ha detto anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento a un grado e mezzo: un obiettivo sostanzialmente fallito, che ci lascia come unica opzione l’overshoot, cioè superare la soglia di sicurezza, stare chissà quanti decenni al di sopra e poi ritornare al di sotto.

Questa è la nostra migliore opzione al momento. È un’opzione che ci ha garantito non il negazionismo climatico: tutte queste sciagure non arrivano per il negazionismo climatico, ma per una serie di interessi economici. Secondo me a questi interessi economici non va nemmeno dato l’alibi del negazionismo climatico.

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