Né missionario né influencer: il Battista

di: Edoardo Mattei

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Alcune riflessioni a margine dell’incontro «Influencer o Missionari. Cattolici» organizzato in occasione della XXI Settimana della Comunicazione

Giovedì 14 maggio, nel contesto della XXI Settimana della Comunicazione, si è svolto presso la Libreria San Paolo alla Conciliazione un incontro intitolato «Influencer o Missionari. Cattolici». Vi hanno partecipato don Roberto Ponti, Provinciale per l’Italia della Società di San Paolo, Maria Paola Piccini, docente della Pontificia Università Salesiana, Rocco De Stefano, psicologo, scrittore e comunicatore digitale, e Nicola Camporiondo, missionario digitale e studente di teologia. La moderazione è stata affidata a Fabrizio Mastrofini. Quello che segue non è un resoconto dell’incontro, che è stato ben condotto, ma le riflessioni personali che ha suscitato.

Il titolo dell’incontro è già un sintomo: missionari o influencer? La domanda presuppone che una delle due categorie sia adeguata, che si tratti solo di scegliere quella giusta. L’impossibilità di rispondere con un sì netto a nessuna delle due alternative è emersa quasi subito, non per mancanza di coraggio, ma perché nessuna delle due coglie davvero ciò che sta accadendo.

Prendiamo il «missionario digitale». Tradizionalmente, una comunità riconosce in uno dei suoi membri l’autentica chiamata alla missionarietà e la genuina disponibilità a rispondervi; la valuta, la discerne e infine invia qualcuno. Nel caso del missionario digitale, qual è la comunità che si fa garante di questa vocazione? Le comunità, che i comunicatori digitali costruiscono attorno a sé, non possono rispondere a questa domanda perché si raccolgono attorno alla condivisione di un’attività che nessuna comunità ha previamente vagliato e per la quale nessuno è stato formalmente inviato. Chiamarli missionari è, in senso tecnico, improprio.

C’è poi un secondo problema. I missionari andavano in terra straniera a portare l’annuncio a chi ancora lo ignorava. Non è questo il caso del digitale dove il pubblico è già, almeno nominalmente, cristiano o comunque raggiunto da innumerevoli messaggi religiosi. Non c’è materia per parlare di missione in senso proprio. L’«influencer» sembra allora acquisire più plausibilità.

L’Accademia della Crusca lo definisce come «personaggio popolare soprattutto in rete che è in grado di influenzare l’opinione pubblica riguardo a un certo argomento», la Treccani come «personaggio di successo, popolare nei social network e in generale molto seguito dai media, che è in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico».

Ma cosa significa, concretamente, essere popolari sui social media? Significa rispettare le metriche della piattaforma utilizzata per ottenere il maggiore interesse possibile e la maggiore attenzione ottenibile dagli utenti. Queste metriche sono state progettate per scopi commerciali, vendere pubblicità e generare ritorni economici.

Un influencer sfrutta queste metriche, video brevi, contenuti emotivi, effetti immediati, per ottenere un engagement da monetizzare. È questo il modo di diffondere il kerigma? Non si riduce la fede a un prodotto quando la si sottomette a queste stesse logiche?

Maria Paola Piccini ha presentato i risultati della sua ricerca con dati che meritano attenzione. La stragrande maggioranza dei follower dei cosiddetti missionari digitali consuma reel e la motivazione principale dichiarata è «trovare ispirazione per la vita quotidiana». Cosa si può trovare in trenta o sessanta secondi di video? Quale teologia può essere passata? La seconda motivazione è «approfondire la fede». Quale argomento può trovare soddisfazione adeguata in quel formato?

Si dirà che si tratta comunque di contenuti di qualità che raggiungono le persone dove sono. La stessa Piccini informa, però, che il primo argomento trattato, con ampio distacco sul secondo, è il commento al Vangelo e che una grande parte dei follower dichiara di partecipare a liturgie e devozioni almeno una volta alla settimana.

Due osservazioni si impongono. La prima: l’omelia domenicale continua evidentemente a non soddisfare, un problema antico che sarebbe noioso riprendere in questa sede.

La seconda, più importante: quale fede si approfondisce davvero con i reel? Pensare che fungano da aggancio per un ulteriore approfondimento sembra una concessione di fiducia generosa. Non stiamo forse descrivendo una credenza vissuta a livello di consolazione emotiva, un seme caduto tra rovi e rocce? Il seme nella terra buona esiste anche lui, certamente. Ma dove nasce quella piantina, chi la vede crescere, chi la cura e la sostiene?

Stimolati da Mastrofini, gli ospiti dell’incontro hanno riconosciuto apertamente la difficoltà del percorso di riconoscimento ecclesiale per una sorta di investitura ufficiale, un «imprimatur digitale», oltre alla mancanza di un coordinamento tra i comunicatori digitali stessi. È un’ammissione significativa, perché tocca il cuore del problema: non si tratta di regolare un fenomeno già sano, ma di chiedersi se il modello sia quello giusto.

Chi presidia la qualità del discernimento vocazionale? Chi garantisce la coerenza tra la vita vissuta e il messaggio comunicato? Chi accompagna questi comunicatori nella crescita spirituale e teologica? Chi li sostiene quando la logica delle piattaforme, imperativa e silenziosa, comincia a modellare la loro identità più di quanto essi modellino il digitale? Queste non sono domande accessorie: sono le domande strutturali che determinano se quello di cui stiamo parlando è apostolato o performance religiosa.

C’è però un rischio che lo stesso dibattito ha mostrato senza avvedersene. La ricerca di un’investitura ufficiale, di un coordinamento riconoscibile, di un «imprimatur digitale» è comprensibile, ma rischia di spostare il problema invece di risolverlo. Se la domanda principale diventa «come si chiama questa figura e chi la autorizza», si resta intrappolati nella stessa logica da cui si vorrebbe uscire: si pensa all’etichetta prima che alla sostanza, alla nomina prima che alla preparazione.

Dare un nome non forma nessuno. Un «imprimatur digitale» senza un percorso serio alle spalle è un timbro su un foglio vuoto. Il problema non è come riconoscere questa figura, ma come formarla.

Né l’influencer né il missionario digitale sono figure adeguate. L’influencer conosce il circuito, ma gli ha consegnato la propria identità. Il missionario porta buone intenzioni, ma non sa sempre come si trasformano quando entrano nel circuito digitale.

Tra i due c’è uno spazio che nessuna delle due figure occupa. È lo spazio del Battista.

Giovanni Battista è, nel Nuovo Testamento, la figura di soglia per eccellenza: non è la luce, ma la annuncia e la prepara. Non è nel Tempio, ma nel deserto, nel mondo, là dove la vita accade. La sua autorità non viene da un’istituzione, ma da una vocazione vissuta con coerenza radicale. Conosce il territorio che attraversa, prepara il terreno per un incontro che lo supera e quando quell’incontro avviene sa farsi da parte: «bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,30). È forse la dichiarazione di identità più lucida di tutto il Nuovo Testamento.

Il Battista digitale non cerca engagement. Non gli interessano i follower, non costruisce un’audience, non ottimizza la propria presenza sulle piattaforme; la sua misura del successo è opposta a quella dell’influencer, non si conta nel numero di chi lo segue ma nella qualità dell’incontro a cui conduce; conosce il territorio digitale dall’interno, ne comprende le logiche di amplificazione algoritmica e i meccanismi con cui le piattaforme costruiscono appartenenze collettive e attivano reazioni emotive. Ma usa questa conoscenza non per adattarsi a quelle logiche, bensì per presidiarle, per creare le condizioni in cui una persona possa essere raggiunta in profondità, nella sua storia reale e non nella sua simulazione algoritmica.

L’analogia con Giovanni Battista è più precisa di quanto sembri. Giovanni somministrava un battesimo d’acqua: era un gesto di preparazione, non di compimento. Suscitava il desiderio, disponeva il cuore all’ascolto, accompagnava il cammino di avvicinamento. Non chiudeva il processo, lo apriva. Il battesimo «In Spirito Santo e fuoco» spettava ad altri e Giovanni lo sapeva con chiarezza cristallina.

Allo stesso modo, il Battista digitale esercita una prima evangelizzazione, raggiunge chi è lontano, suscita domande, dispone all’incontro. Il suo accompagnamento digitale non è il punto di arrivo, bensì la preparazione del terreno per qualcosa che avviene altrove: nella liturgia domenicale, nell’accompagnamento spirituale, nella comunità che si raccoglie intorno a un altare. Come il battesimo di Giovanni rimandava al battesimo del Signore, l’accompagnamento digitale rimanda all’incontro in presenza.

Questa consapevolezza del limite è esattamente ciò che lo distingue dall’influencer e dal missionario digitale. L’influencer punta a trattenere: più follower, più tempo sullo schermo, più engagement. Il missionario digitale tende a costruire comunità attorno a sé, senza sempre avere gli strumenti per accompagnarle verso qualcosa di più solido.

Il Battista digitale, invece, prepara e poi cede il passo, non è una resa, è l’identità. La sua autorità viene dalla solidità della vita interiore, radicata nella dignità battesimale, nutrita dalla preghiera e dai sacramenti, sostenuta da relazioni reali. È quella solidità che gli permette di muoversi in un ambiente complesso senza esserne catturato, di usare gli strumenti digitali senza diventare strumento di essi.

La competenza tecnica richiesta al Battista digitale non è un accessorio dell’apostolato, è parte costitutiva della sua missione che deve associarsi con l’esperienza dei problemi nella vita quotidiana e con la comprensione delle logiche che governano gli ambienti digitali in cui la vita umana sempre più si svolge.

Questa figura non nasce spontaneamente. Nasce dopo una formazione che integri dimensione spirituale, competenza tecnica e capacità di discernimento e non può essere auto-organizzata perché richiede strutture, una comunità di riferimento e un percorso riconoscibile.

L’«imprimatur digitale» di cui si è parlato all’incontro è l’espressione di una responsabilità ecclesiale precisa. Se l’ambiente digitale è diventato uno dei luoghi in cui si gioca l’esperienza della fede, allora la Chiesa è chiamata a essere presente nel digitale e formare chi lo presidia con competenza e con radicamento. Si tratta di riconoscere che la complessità del contesto esige nuove forme di preparazione e di accompagnamento.

Non sono contrario all’impegno nei social media. Sono contrario all’illusione che il formato, le metriche e la visibilità siano strumenti neutri che il messaggio cristiano può attraversare indenne. Il digitale non è uno strumento: è un ambiente, e gli ambienti formano chi li abita. Il Battista digitale lo sa. Ed è per questo che, invece di inseguire la visibilità, impara a presidiare il deserto.

Settimana News

“How kids roll”, lo sguardo dei bambini di Gaza per un messaggio di pace

Un'immagine della mostra "How kids roll"
A Roma, negli spazi di Palazzo Merulana, la mostra racconta il conflitto dal punto di vista dell’infanzia attraverso fotografie, poesie e video. Un percorso immersivo che interroga il passato e il presente tra fragilità, memoria e desiderio di futuro
Martina Accettola – Città del Vaticano – Vatican news

Ci sono luoghi in cui l’infanzia non scorre: resiste. A Gaza, tra macerie e attese sospese, i bambini continuano a immaginare un futuro possibile, tra normalità e trauma. È da questa tensione che nasce “How kids roll”, la mostra ospitata a Palazzo Merulana dal 14 maggio al 28 giugno 2026, curata da Loris Lai e Joseph Lefevre e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures. In questo spazio lo sguardo infantile diventa testimonianza e memoria, ma anche richiesta di ascolto. Con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione e del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, e la media partnership di Vatican News e Radio Vaticana, il progetto espositivo vuole restituire dignità e immaginazione ai bambini che crescono in un contesto di conflitto che continua a ridefinire la quotidianità. Ma, come ricordato da Loris Lai: “Parliamo di Gaza, ma la comunicazione è universale. I bambini sono ovunque”.

Creare ponti
“Ogni guerra è una guerra contro i bambini”: è questo il principio che accompagna l’impegno di UNICEF e Save the Children che hanno sostenuto la realizzazione della mostra. Il supporto nasce dalla volontà di valorizzare How Kids Roll come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace, ascolto e umanità. Come hanno ricordato Andrea Iacomini, portavoce di UNICEF, e Elena Gentili, portavoce di Save the Children, i bambini sono troppo spesso vittime di ciò che non hanno scelto di vivere.

Giornata dei Musei, aperture speciali a Castel Gandolfo

Papa Clemente XIV esce a cavallo dal Palazzo - Sala del Biliardo - Palazzo Papale - Castel Gandolfo

In occasione della Giornata Internazionale dei Musei, il Polo Museale di Castel Gandolfo apre eccezionalmente tre ambienti dell’Appartamento privato solitamente non accessibili al pubblico. Un itinerario tra svago, musica e convivialità per scoprire una dimensione più intima della vita dei Pontefici
Vatican News

Insoliti luoghi di quotidianità, normalmente sottratti allo sguardo dei visitatori, si aprono eccezionalmente al pubblico a Castel Gandolfo in occasione della Giornata Internazionale dei Musei. Per due giorni il percorso del Palazzo Papale si arricchisce con l’accesso a tre ambienti dell’Appartamento privato dei Pontefici, spazi legati al tempo libero, alla conversazione e alla musica, che restituiscono un volto più domestico della residenza pontificia. Domenica 17 e lunedì 18 maggio, oltre al consueto percorso museale del Palazzo Papale, sarà infatti possibile accedere alla Sala del Biliardo, alla Sala della Televisione e alla Sala della Musica, spazi solitamente non accessibili ai visitatori.
Tra relax e storia, il tempo libero dei Pontefici
L’iniziativa consente di esplorare una dimensione meno ufficiale della residenza pontificia, quella del riposo, della conversazione e dei momenti di svago. La Sala del Biliardo deve il suo nome al tavolo da gioco che vi era collocato e che fu utilizzato da diversi Pontefici nei momenti di relax. L’ambiente, decorato nel Settecento da Giovanni Angeloni nell’ambito degli interventi promossi da Clemente XIV, conserva affreschi che raccontano episodi della vita del Pontefice, come l’incontro con il celebre cuoco soprannominato “Setteminestre” e una cavalcata nei dintorni della residenza estiva. In questa stessa sala, secondo le memorie di Massimo d’Azeglio, avvenne anche una partita a biliardo con Pio VII, in un curioso incontro tra il giovane piemontese e il Papa. Nel Novecento Paolo VI trasformò poi l’ambiente in sala da pranzo.

La Famiglia è viva! Torna il premio per le tesi di laurea

La Famiglia è viva! Torna il premio per le tesi di laurea

Avvenire

È stato pubblicato il bando per la quinta edizione del premio dedicato alle tesi di laurea promosso dall’Associazione nazionale famiglie numerose (Anfn), significativamente intitolato «La famiglia è viva!». Un’iniziativa che si è consolidata negli anni diventando un punto di riferimento per la valorizzazione degli studi accademici sui temi familiari, coinvolgendo giovani laureati, università e docenti in un dialogo sempre più ampio e interdisciplinare. Il concorso, nato nel 2018, ha accompagnato in questi anni un percorso che si è rivelato capace offrire contributi di rilievo e vari spunti di riflessione.
Nella prima edizione era stata premiata Anna Mandelli con una tesi sulle famiglie numerose come contesto di sviluppo delle competenze socio-emotive dei bambini, mentre la menzione speciale era andata a Maddalena Tortora per un lavoro sulla generatività familiare. Nel 2020, la seconda edizione, il riconoscimento principale è stato assegnato a Sara Braito per una ricerca sul rapporto tra scuola e famiglia, con uno sguardo comparato tra letteratura europea e realtà britannica. In quell’occasione la giuria aveva segnalato anche i lavori di Marika Di Fabio, dedicato ai gruppi di parola per figli di genitori separati, e di Giovanna Musicco, sulla famiglia nell’ordinamento tributario italiano. La terza edizione, che si è svolta nel 2022, si è conclusa invece con un ex aequo tra Giacomo Salza, con una tesi sul fine-vita, e Grazia Stefanuto, sul tema della genitorialità in carcere come occasione rieducativa. Più recente, nel 2024, il premio è stato conferito a Serena Longhi per uno studio sulla progettualità familiare dei giovani durante la pandemia, mentre la menzione speciale è andata a Elisabetta Matricardi per una ricerca sulle competenze sanitarie nella gestione della lattazione dopo un lutto perinatale.
Nel corso delle diverse edizioni, il concorso ha registrato una partecipazione variabile, da un minimo di 8 a un massimo di 23 candidati, con una significativa eterogeneità sia geografica sia disciplinare. Le tesi presentate hanno spaziato dall’ambito giuridico a quello sanitario, dalla sociologia alla teologia, fino all’economia e alle scienze della formazione, comprendendo lauree triennali, magistrali, a ciclo unico e master. Ora si apre una nuova fase. Sono ufficialmente aperte le candidature per la quinta edizione del premio, con l’auspicio che la partecipazione sia ancora ampia e qualificata. L’obiettivo resta quello di ribadire con convinzione il messaggio che dà il titolo all’iniziativa del premio: la famiglia, oggi più che mai, è una realtà viva e centrale nella società.
Le candidature dovranno essere inviate entro il 31 agosto 2026 all’indirizzo email: premio.tesi2026@famiglienumerose.org. Per informazioni ci si può rivolgere a Cinzia e G.Marco Campeotto (329.0120395 – 366.4785476) oppure scrivere allo stesso indirizzo email. Il bando completo si trova cliccando qui, il resto della documentazione al sito dell’Associazione Famiglie Numerose.

L’auto a 100 all’ora sui passanti, la fuga, il coltello: cosa è successo a Modena

L'auto a 100 all'ora sui passanti, la fuga, il coltello: cosa è successo a Modena

Momenti di panico in centro a Modena. Verso le 16.30 un’auto si è lanciata a tutta velocità sulla gente che passeggiava serenamente in via Emilia, all’inizio della ztl, investendo una decina di passanti. Una donna è rimasta schiacciata contro la vetrina di un negozio: in condizioni gravissime, ha perso entrambe le gambe ed è in pericolo di vita. Ma il primo bilancio parla di altri sei feriti, almeno tre dei quali gravi: preoccupa in particolare un 55enne. Due feriti sono stati portati all’ospedale modenese di Baggiovara e due in elicottero al Maggiore di Bologna.
La corsa dell’auto è stata choccante: dopo aver percorso una cinquantina di metri sul marciapiede, ha scartato a sinistra schiantandosi contro un muro, come si vede in un filmato spuntato sui social. A quel punto il conducente è sceso e ha tentato di accoltellare una persona che provava ad aiutarlo, Luca Signorelli, credendo che si fosse sentito male: il passante ha schivato i colpi (“Uno diretto al cuore”), ma ha riportato un taglio alla testa. Signorelli ha raccontato quegli attimi terribili comparendo insanguinato davanti alle telecamere di Sky: “Gridava qualcosa, non in italiano”. Dopo aver sferrato i fendenti, l’aggressore ha tentato la fuga, ma è stato bloccato dallo stesso Signorelli e da altri passanti, che poi l’hanno consegnato alle forze dell’ordine, giunte pochi minuti più tardi sul posto.
E’ stato subito chiaro che non si trattava di un normale incidente stradale, anche perché la vettura non poteva transitare in quel tratto. Secondo un testimone oculare, l’auto avrebbe infatti accelerato all’improvviso, dirigendosi dritta verso il marciapiede: «Andava ad almeno cento all’ora, abbiamo visto i corpi volare in aria». L’uomo al volante, di 31 anni, è stato portato in questura: si sta cercando di capire la dinamica dei fatti e soprattutto i motivi del gesto. In passato è stato sottoposto a cure psichiatriche. Ma chi è Salim el Koudri, l’autore del folle gesto? Nato in provincia di Bergamo 31 anni fa, ma abita a Ravarino, nel Modenese, l’uomo che, alla guida di una Citroen C3, è piombato sul marciapiede falciando almeno otto persone in centro a Modena. Su di lui, sul suo passato, sono in corso le indagini per provare ad inquadrare i motivi del suo gesto e per dare contorni più definiti a una vicenda che sembra non avere un perché. Salim el Koudri non era noto alle forze dell’ordine: il suo casellario giudiziario non ha segnalazioni. Si è anche laureato in Economia e attualmente, a quanto si apprende dalle prime informazioni raccolte, stava cercando lavoro. Sarebbe però stato in cura per problemi psichiatrici: anche su questo tema, però, gli inquirenti, con il supporto dei servizi territoriali dell’Azienda Usl di Modena, stanno cercando di ricostruirne la storia clinica.
Un italiano di seconda generazione, quindi, con origini marocchine, ma da quello che emerge dai primi riscontri dell’interrogatorio in corso in Questura e dalla perquisizione che è stata disposta nella sua abitazione di Ravarino, un piccolo centro che si trova una quindicina di chilometri a nord-est del capoluogo, non emergerebbero elementi che possano far pensare a una radicalizzazione religiosa o a legami con formazioni eversive.
I segnali che emergerebbero sono invece quelli di una forte instabilità mentale. Resta da capire, ed è quello che gli investigatori cercheranno di appurare nelle prossime ore, se possano esserci stati episodi o situazioni che, in qualche modo, possano averlo spinto, a mettersi al volante di una macchina, ad entrare in una via dello shopping a folle velocità, rischiando di commettere una strage.
«Bisogna capire la natura ma è un atto drammatico, Sono profondamente colpito. Qualunque sia la natura è un fatto gravissimo. Se fosse un attentato sarebbe ancora più grave». Sono le prime parole del sindaco di Modena Massimo Mezzetti, che si è recato sul posto appena saputo cosa era successo. L’autore, «pare un nordafricano, è in questura e lo stanno interrogando» ha aggiunto Mezzetti. Il primo cittadino ha ricevuto la telefonata del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Il PdR ha telefonato al sindaco di Modena per avere notizie dei feriti, esprimere vicinanza alla Città e chiedergli di trasmettere i ringraziamenti a quei cittadini che con coraggio hanno bloccato il colpevole», si legge in una nota del Quirinale.
«L’auto ha puntato il marciapiede – ha confermato il sindaco – colpendo anche una bici e poi si è schiantata colpendo in pieno una donna che è la più grave, con le gambe schiacciate». Il sindaco poi ha elogiato i cittadini che hanno fermato l’automobilista: «Voglio ringraziare questi cittadini. L’uomo era anche armato di coltello, hanno avuto coraggio e grande senso civico. Il mio ringraziamento forte va a loro in questo drammatico momento». La premier Giorgia Meloni, impegnata al Gulf Forum in Grecia, è stata informata dell’accaduto e segue a distanza “con attenzione” l’evoluzione della situazione.
Avvenire

Editoriale: “Le Due Pazienze e la Terza Via: Oltre l’illusione dell’autosufficienza”

Pretisposati.fiori

A Casale Monferrato si è parlato di “due pazienze”: quella dei sacerdoti verso il popolo e quella del popolo verso i sacerdoti. Ma c’è un dato che mons. Gianni Sacchi ha espresso con brutale onestà durante la chiusura della Visita pastorale: “Abbiamo tre sacerdoti per dieci comunità: non possiamo permetterci l’illusione dell’autosufficienza”.

Questa è la realtà che la “fase nuova” di Papa Leone XIV deve affrontare. La pazienza dei fedeli sta finendo davanti alle chiese chiuse e ai preti “multitasking” stremati da carichi burocratici. La soluzione non è solo “farsi aiutare dalla comunità” in senso generico, ma integrare nel presbiterio chi è già formato e pronto: i sacerdoti sposati. Se tre preti devono gestire dieci paesi, la riammissione dei 5.000 sacerdoti del Cantiere trasformerebbe quella sofferenza in abbondanza. La “pazienza” diventerebbe allora progettualità, trasformando le unità pastorali da territori in ritirata a centri di nuova evangelizzazione.

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Se la fede non va vissuta da soli, perché la Chiesa ha costretto per decenni migliaia di sacerdoti sposati a vivere la propria fede ai margini, quasi in un esilio spirituale?

 La fede non va vissuta da soli  ma in comunità e con perseveranza  QUO-110

L’organo ufficiale della Santa Sede oggi ci ricorda che la comunità e la perseveranza sono i pilastri del credente.

Noi del Cantiere incarniamo esattamente questo: la perseveranza di chi, nonostante tutto, è rimasto fedele a Cristo e alla Chiesa, e la comunità di chi ha costruito, nel piccolo della propria famiglia, una “chiesa domestica” vibrante.

Papa Leone XIV ha capito che la solitudine dei preti (le “case ferite” di Ravasi) si guarisce solo tornando alla dimensione comunitaria originaria. Riammettere i sacerdoti sposati non significa solo “dare un lavoro”, ma reinserire dei testimoni esperti di perseveranza nel cuore delle comunità parrocchiali. La nostra famiglia non è un ostacolo alla fede vissuta insieme, ma è la sua prima, naturale manifestazione. Nessun prete deve essere lasciato solo; nessuna famiglia di prete deve essere lasciata fuori.

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Guardare il Ministero con gli Occhi del Cuore

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L’editoriale dell’organo ufficiale della Santa Sede ci ricorda che “vedere” non basta; bisogna “sentire” e “comprendere” con il cuore. Questo è esattamente ciò che chiediamo alla Chiesa italiana e ai suoi Vescovi riguardo alla questione dei sacerdoti sposati.

Se guardiamo alla nostra realtà solo con gli occhi della legge canonica fredda e rigida, vedremo solo “ex preti” o “sacerdoti dispensati”. Ma se iniziamo a guardare con gli occhi del cuore, vedremo uomini che amano Dio, che hanno servito le comunità e che oggi vivono la bellezza del sacramento del matrimonio senza aver mai tradito la loro vocazione originaria. Vedere con il cuore significa riconoscere che il ministero non è una divisa da indossare, ma un’impronta indelebile nell’anima. Papa Leone XIV, con i suoi gesti di apertura (dalla Sapienza a TikTok), ci sta insegnando questo sguardo nuovo: un’estetica della compassione che sa trasformare la distanza in vicinanza.

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Francesco Grana denuncia una Chiesa italiana spesso arroccata in un silenzio prudenziale o, peggio, burocratico

Grana Francesco

Mentre Papa Leone XIV sbarca su TikTok (come abbiamo visto oggi con il tormentone “Six-Seven”) per intercettare i ragazzi, molti Vescovi sembrano ancora temere la trasparenza della comunicazione.

Per il Cantiere, questa non è solo una questione di “media”. È una questione di esistenza. Se i Vescovi avessero ascoltato la “comunicazione” che arriva dal basso, avrebbero già capito che il popolo di Dio non ha paura dei sacerdoti sposati; ne ha bisogno. I nostri 1.860.630 accessi sono una forma di comunicazione potente, un grido digitale che dice: “Siamo qui, siamo pronti”.

Ignorare la comunicazione, come sottolinea Grana, significa ignorare la realtà. La “fase nuova” di Leone XIV richiede Vescovi che sappiano comunicare la speranza, non che gestiscano il declino nel segreto delle stanze curiali. Se la comunicazione è marginale, allora anche la Chiesa diventa marginale. Noi scegliamo di stare al centro, nel dialogo aperto e coraggioso.

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La Bellezza che Guarisce: Il Sacerdote Sposato come ‘Medico’ dell’Anima

"Bellezza e cura" all’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola

Il Cardinale Ravasi, all’Isola Tiberina, ha ribadito che la cura non è solo tecnica, ma “bellezza”. Questo concetto si applica perfettamente alla nostra battaglia per la riammissione. Una Chiesa che nasconde i propri figli (i sacerdoti sposati) o che lascia le proprie parrocchie nel degrado della chiusura è una Chiesa che ha perso la sua bellezza e, di conseguenza, la sua capacità di curare.

Noi del Cantiere crediamo che la famiglia del sacerdote sia un elemento di “bellezza curativa” per la comunità. Vedere un uomo di Dio che vive la pienezza dell’amore umano e del ministero è un’icona di speranza che “umanizza” la struttura ecclesiale, proprio come l’arte umanizza un ospedale. Papa Leone XIV, promuovendo la cultura della cura, non può ignorare che i sacerdoti sposati sono pronti a essere i nuovi “infermieri dello spirito” in quelle periferie esistenziali dove la solitudine (citata da Ravasi su Famiglia Cristiana) sta infettando il corpo della Chiesa.

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