Psicologia e formazione presbiterale

psicologia

L’impiego delle competenze psicologiche nella formazione al presbiterato non costituisce un elemento marginale o meramente strumentale del percorso seminaristico. Esso coinvolge direttamente la concezione della persona, della libertà, della vocazione e della responsabilità ecclesiale.

La questione fondamentale non consiste, pertanto, nel decidere se la psicologia debba essere utilizzata nella formazione presbiterale, ma nel determinare come essa possa essere utilizzata senza trasformarsi in uno strumento di controllo della persona, della coscienza o della vocazione.

Psicologia e formazione presbiterale: una questione antropologica ed ecclesiologica
La Pastores dabo vobis pone la formazione umana come fondamento dell’intero itinerario formativo, perché «la personalità del sacerdote deve essere ponte e non ostacolo agli altri nell’incontro con Gesù Cristo»[1]. La formazione umana non rappresenta quindi una dimensione preliminare destinata a essere successivamente superata, ma costituisce la condizione concreta attraverso la quale le altre dimensioni — spirituale, intellettuale e pastorale — possono integrarsi.

Questa prospettiva è ulteriormente sviluppata dalla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016, che concepisce la formazione come un processo unitario nel quale le quattro dimensioni interagiscono reciprocamente[2]. La quarta edizione della Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis della Conferenza Episcopale Italiana recepisce tale impostazione e la declina nel contesto ecclesiale italiano. Il documento, approvato dalla 78ª Assemblea Generale della CEI e confermato dal Dicastero per il Clero, è entrato in vigore ad experimentum il 9 gennaio 2025[3].

La nuova Ratio Nationalis individua nella prima fase dell’itinerario formativo un tempo particolarmente significativo per la costruzione della consistenza interiore, la vita spirituale, la conoscenza di sé e il discernimento vocazionale[4]. In tal modo essa riconosce implicitamente che nessun discernimento serio può prescindere dalla realtà concreta della persona, dalla sua storia, dalle sue risorse e dalle sue fragilità.

La legittimità delle competenze psicologiche
L’utilizzo della psicologia nella formazione presbiterale trova dunque una legittimazione precisa: aiutare il candidato a raggiungere una conoscenza più realistica di sé, favorendo quella maturità umana necessaria alla risposta vocazionale.

La Ratio Nationalis afferma esplicitamente, a proposito della tappa propedeutica, che «la presenza di psicologi e psicoterapeuti è importante» ai fini della conoscenza di sé. Al tempo stesso stabilisce che tali professionisti non possano far parte dell’équipe dei formatori, proprio «a salvaguardia della loro professionalità»[5].

Questa disposizione assume un rilievo etico decisivo. La competenza psicologica viene riconosciuta e valorizzata, ma contemporaneamente viene delimitata. Lo psicologo non viene incorporato nell’apparato formativo come un ulteriore educatore, né la sua competenza clinica viene trasformata in una competenza vocazionale.

La Ratio stabilisce inoltre che il Responsabile, con il consenso del Vescovo, individui le diverse figure chiamate a collaborare al percorso e che il Vescovo conservi «la responsabilità ultima del discernimento»[6]. Ne deriva una distinzione essenziale: lo psicologo contribuisce alla conoscenza della persona; i formatori esercitano una responsabilità educativa; il direttore spirituale opera nel foro interno; il Vescovo assume la responsabilità ecclesiale ultima del discernimento.

Non si tratta di una frammentazione della formazione, ma di una corretta articolazione delle competenze.

Conoscenza di sé e discernimento vocazionale
La quarta edizione della Ratio Nationalis offre, su questo punto, una formulazione particolarmente significativa. «La conoscenza del volto autentico di Dio cammina inseparabilmente con la scoperta del proprio volto»: nessuna sequela del Signore è possibile senza un «cammino di conoscenza realistica di sé stessi»[7].

Il dato psicologico viene pertanto inserito all’interno di una prospettiva propriamente vocazionale. Conoscersi non significa semplicemente acquisire informazioni sulla propria personalità, ma imparare a leggere la propria storia alla luce della chiamata e della missione.

La Ratio precisa infatti che la vocazione non è separabile dalla storia personale e richiede un progressivo apprendimento della capacità di raccontarsi, con particolare attenzione anche alla maturazione della dimensione affettiva e sessuale[8].

In questo senso la psicologia può svolgere una funzione autenticamente formativa: aiutare il candidato a riconoscere dinamismi inconsapevoli, ferite, risorse, modalità relazionali e fragilità che potrebbero condizionare la sua capacità di vivere il ministero.

Tuttavia, conoscere psicologicamente una persona non significa giudicarne teologicamente la vocazione. La psicologia può offrire elementi necessari al discernimento, ma non può sostituirsi al discernimento ecclesiale. Una diagnosi psicologica non è una diagnosi vocazionale.

È precisamente qui che si colloca il principio della non riduzione psicologistica della vocazione. La vocazione cristiana eccede ogni interpretazione psicologica perché implica la relazione tra Dio, la persona e la Chiesa. La psicologia può contribuire a verificare la maturità e l’idoneità umana, ma non può pretendere di determinare il mistero della chiamata.

Libertà e responsabilità: il criterio etico fondamentale
Il criterio decisivo per valutare l’uso della psicologia nella formazione presbiterale è pertanto la libertà.

La nuova Ratio Nationalis insiste sulla necessità di un itinerario personalizzato, dotato di «gradi di libertà sufficienti», e invita a offrire ai seminaristi «spazi e tempi di autonomia» per promuovere e verificare la responsabilità e la libertà delle loro scelte[9].

La stessa prospettiva viene ripresa nella dimensione umana della formazione, dove si afferma che la responsabilità interpella sempre la libertà personale e richiede il confronto con la coscienza illuminata dal Vangelo[10].

Questo principio ha una conseguenza etica rilevante: la formazione non può essere identificata con l’adattamento del candidato alle aspettative dell’istituzione.

Una psicologia utilizzata correttamente aiuta la persona a diventare più consapevole e libera. Una psicologia utilizzata impropriamente può invece diventare uno strumento di conformazione: individuare ciò che l’istituzione desidera e utilizzare le categorie psicologiche per ottenere dal candidato l’adeguamento a quel modello.

Il discrimine è dunque chiaro: la psicologia è eticamente corretta quando aumenta la libertà della persona; diventa eticamente problematica quando la riduce.

La distinzione dei ruoli come garanzia della persona
La distinzione tra psicologo, psicoterapeuta, formatore, direttore spirituale e Vescovo non costituisce soltanto una questione organizzativa. Essa rappresenta una vera garanzia etica.

La Ratio Nationalis stabilisce che l’accompagnamento personale coinvolge l’intera équipe formativa, ma precisa contemporaneamente le diverse responsabilità. In particolare, il Direttore spirituale è competente per il cammino spirituale nel foro interno, mentre i formatori operano principalmente nel foro esterno[11].

La stessa Ratio richiama esplicitamente la necessità di rispettare la distinzione tra foro interno e foro esterno[12].

Il rispetto di tale distinzione impedisce che informazioni acquisite in un determinato ambito vengano trasferite automaticamente in un altro. L’asimmetria propria del rapporto formativo rende questa cautela particolarmente importante. Il candidato non deve trovarsi nella condizione di dover scegliere tra libertà della propria coscienza e sicurezza del proprio percorso istituzionale.

La distinzione dei ruoli tutela quindi contemporaneamente la persona formata e il professionista: impedisce allo psicologo di essere trasformato in un controllore dell’idoneità ecclesiale e impedisce al formatore di appropriarsi di competenze cliniche che non gli appartengono.

Riservatezza, foro interno e proporzionalità delle informazioni
Uno dei nodi etici più delicati riguarda la gestione delle informazioni personali. La Ratio Nationalis, nell’Appendice relativa alle norme per l’ammissione, stabilisce che, salvo il rispetto del foro interno, le informazioni riguardanti i candidati siano coperte da «doverosa riservatezza», in coerenza con il diritto alla buona fama e alla tutela dell’intimità personale[13].

La norma aggiunge tuttavia che la riservatezza non può essere utilizzata per nascondere o dissimulare il vero stato delle cose relativamente a ciò che può essere comunicato nel foro esterno[14].

Si configura così un equilibrio tra due esigenze entrambe irrinunciabili: la tutela dell’intimità personale e la responsabilità ecclesiale del discernimento.

Da ciò deriva il principio della proporzionalità: non tutto ciò che è conosciuto deve essere necessariamente comunicato; deve essere comunicato ciò che è pertinente, necessario e legittimamente utilizzabile per il fine formativo o per il discernimento di competenza. L’informazione psicologica non può diventare un patrimonio istituzionale illimitato.

Psicologia, fragilità e non riduzione della persona
Una corretta impostazione etica deve inoltre evitare due riduzionismi opposti.

Il primo consiste nel sottovalutare le fragilità psicologiche, quasi che la vocazione possa neutralizzare automaticamente ogni difficoltà personale. Il secondo consiste nel trasformare ogni fragilità in una patologia o nel leggere l’intera persona a partire dalla categoria diagnostica.

La Ratio Nationalis, già nella tappa propedeutica, invita a prestare attenzione al profilo umano degli aspiranti, evidenziando «risorse come pure limiti e fragilità», e al loro stato di salute fisica e psichica in rapporto alla compatibilità con il cammino vocazionale[15].

La formulazione è significativa perché mantiene insieme due elementi: realismo e non riduzionismo. Il candidato deve essere conosciuto nella verità della propria persona, ma non può essere identificato con le proprie difficoltà.

La fragilità, infatti, non coincide automaticamente con l’inidoneità. Al tempo stesso, il riconoscimento della fragilità non può essere utilizzato come motivo per occultare condizioni realmente incompatibili con le esigenze del ministero.

Il compito della valutazione psicologica è pertanto quello di fornire elementi competenti e proporzionati, non di produrre etichette.

La formazione come processo personalizzato
Un altro elemento della nuova Ratio Nationalis particolarmente rilevante per la questione psicologica è il principio della personalizzazione.

Il documento afferma che l’itinerario formativo possiede una dimensione soggettiva e deve tener conto delle esigenze proprie di ciascun candidato[16]. La personalizzazione non significa tuttavia arbitrio individualistico, ma adeguamento del percorso alla concretezza della persona in vista degli obiettivi comuni della formazione.

In questa prospettiva anche la psicologia deve evitare protocolli standardizzati applicati indistintamente. L’intervento psicologico deve essere proporzionato alla situazione concreta, rispettoso della domanda e finalizzato al bene della persona.

La personalizzazione costituisce così una forma di giustizia formativa: persone differenti non possono essere trattate come se fossero identiche.

Dalla psicologia come controllo alla psicologia come servizio
Il problema etico fondamentale può allora essere formulato in termini più radicali. La psicologia può essere utilizzata secondo una logica di controllo oppure secondo una logica di servizio.

Nel primo caso essa viene impiegata per classificare, selezionare, sorvegliare e conformare. La persona diviene oggetto di osservazione e il sapere psicologico si trasforma in una forma di potere istituzionale.

Nel secondo caso essa aiuta la persona a comprendere la propria storia, ad assumere consapevolmente le proprie responsabilità, a elaborare le proprie fragilità e a crescere nella libertà.

La nuova Ratio Nationalis sembra orientare decisamente verso questa seconda prospettiva: la conoscenza di sé non viene separata dalla sequela di Cristo; la maturazione umana viene collegata al dono di sé; la vocazione viene ricondotta alla missione e non all’autorealizzazione[17].

La psicologia trova dunque il proprio limite e insieme la propria legittimità nel fatto di essere al servizio della persona e non dell’istituzione.

Un modello etico per l’impiego della psicologia nella formazione presbiterale
Alla luce della Ratio Fundamentalis, della nuova Ratio Nationalis italiana e degli Orientamenti CEI del 2008, è possibile sintetizzare alcuni principi etici fondamentali:

Principio della dignità della persona: il candidato non è un oggetto di valutazione, ma un soggetto libero e responsabile.
Principio della competenza: ciascun professionista deve operare entro i limiti della propria competenza.
Principio della finalità: ogni intervento psicologico deve avere una finalità chiaramente definita e legittima.
Principio della proporzionalità: devono essere raccolte e utilizzate soltanto le informazioni pertinenti e necessarie.
Principio della libertà: il ricorso alle competenze psicologiche deve rispettare la libertà della persona.
Principio della riservatezza: le informazioni personali devono essere adeguatamente protette.
Principio della distinzione dei ruoli: psicologo, psicoterapeuta, formatore, direttore spirituale e Vescovo non devono sovrapporre le proprie funzioni.
Principio dell’autonomia professionale: il professionista non può essere ridotto a strumento delle aspettative dell’istituzione.
Principio del non riduzionismo: la persona non può essere identificata con una diagnosi o con una fragilità.
Principio della non manipolazione: la psicologia non può essere utilizzata per produrre conformità istituzionale.
Principio della personalizzazione: il percorso deve tener conto della storia e delle caratteristiche del singolo candidato.
Principio della responsabilità ecclesiale: l’apporto psicologico concorre al discernimento, ma non si sostituisce ad esso.
L’uso delle competenze psicologiche nella formazione presbiterale si colloca oggi dentro una consapevolezza ecclesiale più matura. La nuova Ratio Nationalis italiana non considera la psicologia una presenza estranea alla formazione, ma ne riconosce il valore, soprattutto per la conoscenza di sé e per la maturazione umana. Al tempo stesso ne delimita con chiarezza il campo, salvaguardando la professionalità degli esperti, la distinzione dei ruoli, la responsabilità del Vescovo e la libertà della persona[18].

La questione etica decisiva non è quindi se la psicologia debba entrare nel Seminario, ma con quale idea di persona e di libertà vi entri.

Se la psicologia aiuta il candidato a conoscere la propria storia, ad assumere le proprie fragilità, a maturare relazioni sane e a compiere scelte più libere, essa diventa autentico servizio alla vocazione.

Se invece viene utilizzata per controllare la coscienza, anticipare il giudizio sulla vocazione, raccogliere informazioni non necessarie o ottenere conformità alle aspettative dell’istituzione, essa oltrepassa il proprio statuto e diventa una forma di potere.

La prospettiva eticamente corretta può essere dunque formulata in un principio conclusivo: la psicologia è al servizio della formazione quando rende la persona più libera per il dono di sé; cessa di esserlo quando pretende di appropriarsi della sua coscienza, della sua vocazione o della sua libertà.

[1] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n. 43.

[2] CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 8 dicembre 2016, nn. 89-93.

[3] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i Seminari, quarta edizione, Roma, 2025. Il documento è stato approvato dalla 78ª Assemblea Generale della CEI (Assisi, 13-16 novembre 2023), confermato ad experimentum dal Dicastero per il Clero e promulgato con entrata in vigore il 9 gennaio 2025.

[4] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, nn. 22-24. La nuova Ratio articola l’itinerario in quattro tappe: propedeutica, discepolare, configuratrice e di sintesi vocazionale.

[5] Ivi, n. 32. La disposizione riprende espressamente il principio contenuto in CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, 29 giugno 2008, n. 6.

[6] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, n. 31.

[7] Ivi, n. 34.

[8] Ivi.

[9] Ivi, n. 80.

[10] Ivi, n. 111.

[11] Ivi, n. 112. La Ratio distingue le responsabilità dei diversi formatori e richiama esplicitamente il foro interno e il foro esterno.

[12] Ivi, n. 112, nota 174.

[13] Ivi, Appendice I, art. 1, n. 12.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, n. 24.

[16] Ivi, n. 50. La Ratio sottolinea il carattere soggettivo dell’itinerario e la necessità di percorsi personalizzati.

[17] Ivi, nn. 34-35. La vocazione è presentata come apertura alla missione e al dono di sé, non come mera autorealizzazione.

[18] Cfr. CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, nn. 31-34, 80-82, 111-114, Appendice I.

La geografia della fame, 266 milioni le persone colpite in 47 Paesi del mondo

Malnutrizione in Nigeria

Vatican News

Alla vigilia del World Food Day, la presentazione a Milano della seconda edizione della “Mappa delle 10 principali emergenze alimentari globali”. In cima alla lista Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. Due carestie documentate a Gaza e in Sudan, 30 milioni i bambini in stato di malnutrizione acuta e la guerra che rimane la prima causa di deprivazione. Il direttore di Azione Contro la Fame, Garroni: salvare vite è essenziale ma urge una decisiva risposta umanitaria

Cronaca di un pomeriggio in cui il cuore della città di Milano è stato trasformato in un campo di battaglia, con scontri, lanci di transenne e lacrimogeni. Meloni: ci sono teppisti che seminano caos

Giovanissimi, vestiti di nero, senza bandiere: chi ha incendiato Piazza Duomo

Avvenire

Piazza Duomo trasformata in un campo di battaglia ed evacuata. Scontri tra manifestanti e Polizia, con sassaiole e lanci di oggetti da una parte e di lacrimogeni dall’altra. E con feriti da entrambe le parti. Una cinquantina di persone fermate, quasi tutti giovanissimi, metà dei quali minorenni, vestiti di nero e senza alcuna bandiera né simbolo politico. Cinque i feriti portati in ospedale.
È il bilancio provvisorio del corteo di Milano «Italia in Piazza», che si è svolto ieri anche in altre città, contro il carovita. Cinquemila i partecipanti, alcune centinaia quelli che hanno dato vita agli scontri partecipandovi attivamente. L’atmosfera si è incendiata subito. Alla prima svolta, in via Broletto, è partita la sassaiola contro le forze dell’ordine, che hanno effettuato una carica. Gli scontri sono proseguiti nel cuore della città, in piazza Duomo e in Galleria Vittorio Emanuele, tra turisti e passanti terrorizzati. In Galleria i negozianti hanno abbassato le serrande, mentre piazza Duomo è diventata l’arena dello scontro con lanci di transenne e parti di arredo urbano, oltre a oggetti di ogni genere. I passanti si sono rifugiati nella stazione della metropolitana, invasa dal fumo dei lacrimogeni. Gli scontri sono proseguiti a più riprese, con attacchi, lanci e ripiegamenti.
Vandalizzata la piazza, distrutte le pensiline di autobus e tram, incendiati un bagno chimico sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele e diversi cestini dei rifiuti, danneggiati i primi piani degli edifici, distrutto e saccheggiato un negozio di Foot Locker. La guerriglia urbana si è spostata verso San Babila e poi in corso Italia. Disordini anche a Bologna, con scontri davanti alla stazione.In Piazza Medaglie d’Oro sono stati usati idranti e lacrimogeni in risposta alla sassaiola da parte di ragazzini incappucciati. Mentre a Torino è stato vandalizzato il punto vendita delle librerie Feltrinelli nella stazione ferroviaria di Porta Nuova, quando un gruppo di giovani ha tentato di bloccare la stazione. Sono 12 le persone fermate, 10 minorenni. «Ho grande rispetto per le migliaia di persone che oggi hanno manifestato pacificamente, anche partecipando alla mobilitazione indetta dalla Cgil che ha visto anche la partecipazione dei leader della sinistra – ha scritto sui social la premier Giorgia Meloni – . Qualunque siano le idee per le quali si manifesta, la partecipazione è alla base di qualunque sana democrazia. Dall’altro lato, però, non possiamo ignorare quanto accaduto in altre piazze italiane. A Milano lanci di pietre contro le forze dell’ordine, agenti feriti, danneggiamenti e violenze che hanno costretto a interrompere il corteo. A Torino sono state fermate persone con sanpietrini e martelletti frangivetro. A Bologna i disordini hanno portato alla chiusura precauzionale della stazione ferroviaria. Teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città. Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è», ha concluso Meloni chiedendo alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità.
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Il beato Rosario Livatino Patrono dei Magistrati italiani

Rosario Livatino

Il beato Rosario Angelo Livatino, “primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire” (Leone XIV), con decreto del 7 ottobre 2026 è stato dichiarato dal Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti Patrono dei Magistrati italiani.

In tutte le fasi dell’iter di discernimento e approvazione, i Vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta del Comitato promotore, riconoscendo nella figura del giudice Livatino un modello di riferimento, uno speciale intercessore per quanti ogni giorno amministrano la giustizia.

“Il giudice Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera”, sottolinea il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

CEI

Liturgia 18 Ottobre 2026 XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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L’ipocrisia dei farisei e dei sadducei proclama la veridicità di Gesù, che essi cercano di cogliere nella rete di un dilemma sapientemente calcolato: o egli afferma che il tributo ad uno Stato straniero e idolatra è lecito, e perde la stima di coloro che non accettano il dominio romano; oppure dichiara che questo tributo è illecito, e apre la porta al suo processo con l’accusa di istigare la sedizione. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare”. Gesù non è il capo di un movimento di rivolta: il suo discepolo deve compiere i suoi obblighi civici. È in questo modo che l’ha capito la prima Chiesa (Rm 13,1-7; 1Pt 2,13-17). Ma ciò che è importante e decisivo, e che non sembra preoccupare i farisei, è il seguito: “E a Dio quello che è di Dio”. Soltanto a Dio si devono l’adorazione e il culto, e né lo Stato né alcun’altra realtà di questo mondo possono pretendere ciò che è dovuto esclusivamente a Dio. Il martirio è l’espressione suprema della resistenza cristiana di fronte al tentativo assolutistico del potere temporale di usurpare il posto di Dio (Ap 20,4).
A Dio ciò che è di Dio! Ma tutto appartiene a Dio, che è il creatore. Ed è per questo che non si può astrarre Dio durante la costruzione della città terrena, “quasi che Dio non meriti alcun interesse nell’ambito del disegno operativo ed associativo dell’uomo” (Reconciliatio et paenitentia , 14). L’uomo può realizzare la pretesa blasfema di costruire un mondo senza Dio, ma “questo mondo finirà per ritorcersi contro l’uomo” (ivi , 18).
Antifona d’ingresso
Io t’invoco, o Dio, poiché tu mi rispondi;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi. (Sal 16,6.8)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, sul palmo della tua mano
sta scritto il nome di ogni tuo figlio:
fa’ che nel misterioso intrecciarsi
delle libere volontà degli uomini
nessuna autorità abusi della propria forza
e ogni potere si ponga sempre
a servizio del bene di tutti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 45,1.4-6
Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni.
Dal libro del profeta Isaìa

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
«Io l’ho preso per la destra,
per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.
Per amore di Giacobbe, mio servo,
e d’Israele, mio eletto,
io ti ho chiamato per nome,
ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.
Io sono il Signore e non c’è alcun altro,
fuori di me non c’è dio;
ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci,
perché sappiano dall’oriente e dall’occidente
che non c’è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 95
Grande è il Signore e degno di ogni lode.

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,
il Signore invece ha fatto i cieli.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
Egli giudica i popoli con rettitudine.
Seconda lettura
1Ts 1,1-5
Mèmori della vostra fede, della carità e della speranza.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.
Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Fil 2,15-16

Alleluia, alleluia.
Risplendete come astri nel mondo,
tenendo salda la parola di vita.
Alleluia.
Vangelo
Mt 22,15-21
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, condividiamo ora la preghiera universale, primo servizio alla missione. Dio Padre moltiplichi i segni della sua fedele misericordia portando tutte le creature alla salvezza.
Preghiamo insieme e diciamo: Venga il tuo regno, Signore.

1. Per la Chiesa cattolica: senta sempre viva l’urgenza della missione alle genti e investa le migliori energie nell’azione evangelizzatrice. Preghiamo.
2. Per i missionari che recano il dono del Vangelo in terre e culture lontane: siano sostenuti con ogni mezzo dalle comunità di partenza e valorizzati al loro rientro. Preghiamo.
3. Per i giovani: l’esempio dei missionari martiri li entusiasmi e li convinca a consacrarsi totalmente alla grande causa della evangelizzazione, sui sentieri della fedeltà a Cristo. Preghiamo.
4. Per i governanti: nel rispetto delle legittime aspirazioni dei popoli, si impegnino a superare le cause dei conflitti etnici e sociali, e a garantire la libertà religiosa. Preghiamo.
5. Per le nostre parrocchie: infondendo nelle attività pastorali un ampio respiro missionario, raggiungano con l’annuncio di Cristo, via, verità e vita, le persone in ricerca, a volte inconsapevole. Preghiamo.

Signore Dio nostro, che gioisci delle tue creature e le sostieni con la forza del tuo Spirito, fa’ nascere per i poveri il pane dalla terra e la giustizia dalla generosità dei retti di cuore, perché gli umili riprendano coraggio e si manifesti la tua salvezza tra le genti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Per questi tuoi doni concedi a noi, o Signore,
di servirti con cuore libero,
perché, purificati dalla tua grazia,
siamo rinnovati dai misteri che celebriamo.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. (Sal 32,18-19)

Oppure (Anno A):
Rendete a Cesare quel che è di Cesare
e a Dio quel che è di Dio. (Mt 22,21)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai doni del cielo, o Signore,
ci ottenga gli aiuti necessari alla vita presente
nella speranza dei beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.

Lefebvriani in attesa

di: Lorenzo Prezzi

lefebvriani

Un comunicato della Fraternità sacerdotale san Pio X (lefebvriani) del 13 ottobre annuncia l’attesa di una risposta al ricorso presentato al dicastero dopo il decreto di scomunica del 2 luglio in seguito all’avvenuta ordinazione illecita di quattro vescovi (cf. SettimanaNews). Si informa che il ricorso è stato inoltrato l’11 luglio (reso noto il 13) come passo previsto dal diritto canonico e secondo i termini e le procedure indicate.

«Con tali iniziative i vescovi della Fraternità intendono esercitare il diritto riconosciuto loro dalla Chiesa, chiedendo l’esame delle obiezioni giuridiche e dottrinali che hanno formulato nei confronti dei testi del 2 luglio», il decreto e la nota esplicativa del Dicastero. «In attesa del seguito che verrà dato a tali iniziative da parte delle autorità competenti, la Fraternità intende osservare la discrezione richiesta dalla natura di tali procedure» e invita tutti alla preghiera.

Curioso modo di osservare la discrezione dandone comunicazione ufficiale, ma coerente con i funambolismi logici, giuridici e spirituali cui i responsabili sono costretti a ricorrere per la giustificazione sempre più traballante delle scelte compiute. Difficile immaginare che si possa contestare in radice i documenti del Vaticano II e un’intera stagione della Chiesa universale, invocando le norme previste dal Codice di diritto canonico, quando la legislazione nasce proprio da quei documenti e da quella stagione. Se le norme sono frutto delle costituzioni, decreti e dichiarazioni conciliari come potrebbero giustificare il loro radicale rifiuto?

Il testo del comunicato dei lefebvriani parla dell’attesa di una risposta dando l’illusione di una sospensiva della pena della scomunica. Così non è perché la pena è legata all’atto (la consacrazione senza il consenso papale) e non al decreto. La scomunica è determinata automaticamente dal gesto dell’ordinazione illecita e una sospensiva del decreto (che attesta la sua certezza giuridica) non la elimina. Il ricorso sospende il decreto ma non la pena che è legata al fatto (cf. SettimanaNews).

Vi è una dissonanza esplicita fra la rivendicazione di un diritto ecclesiale e il rifiuto di riconoscere la pertinenza dell’autorità papale nell’evento consacratorio. In base a quale autorità e in ragione di quale legame ecclesiale si possono indicare le censure come «obiettivamente ingiuste e invalide» come scrive il superiore generale nella lettera ai fedeli del 3 luglio? Se si accetta la remissione della scomunica decretata da Benedetto XVI nel 2009 significa riconoscere che la scomunica c’era ed è oggi riaffermata. Con la successiva domanda sulla coerenza di un’azione pastorale di vescovi e preti nelle comunità su tutti gli elementi della cura pastorale.

L’attesa di un atto conclusivo dell’intera vicenda è auspicabile secondo i tempi talora estenuanti della curia romana. Ma è probabile un punto fermo che consegni la Fraternità ad un cammino ormai solitario ed esposto a derive imprevedibili

Settimana News

Ortodossia: A 10 anni dal concilio di Creta

di: Lorenzo Prezzi
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Lavori del Grande e santo concilio delle Chiese ortodosse a Creta (2016).

Dopo dieci anni dal “grande e santo concilio” delle Chiese ortodosse in Grecia, a Creta (19-26 giugno 2016), vescovi e teologi si sono ritrovati a Chantilly (Svizzera; 5-8 ottobre 2026).

Guidati dal metropolita Emmanuel, uno dei gerarchi di maggior rilievo nel patriarcato di Costantinopoli, oltre una trentina di relatori hanno illuminato i testi e la recezione dell’evento conciliare.

Dopo quello del 1872, in cui si era condannato il filetismo e cioè la riduzione nazionalistica delle Chiese con la conseguente pretesa di antonomia-autocefalia, l’avvio della preparazione al concilio di Creta corre in parallelo all’esperienza del Vaticano II.

Prende vita, infatti, con la conferenza panortossa di Rodi nel 1961, ma la preparazione faticosa e contrastata si allunga per oltre cinquant’anni e arriva alla conclusione grazie alla convinta spinta di Costantinopoli e di Bartolomeo in particolare.

Nonostante la preparazione condivisa fra tutte le 14 Chiese autocefale, poche settimane prima della celebrazione quattro di esse si sono ritirate: Antiochia, Mosca, Georgia e Bulgaria.

Uno dei risultati dell’attuale convegno è stata la partecipazione di tre delle Chiese assenti, mentre la Chiesa russa ha confermato la sua decisione di non partecipare.

Del convegno riprendo qualche elemento del discorso introduttivo di Bartolomeo I e della tavola rotonda finale (i testi sono in buona parte recuperabili sul sito Ortodoxie.com).

Il patriarca qualifica il concilio come «l’evento ecclesiale determinante per l’autocoscienza e il cammino dell’ortodossia contemporanea», capitolo rilevante della storia conciliare della Chiesa.

Gli otto testi approvati, assieme all’enciclica finale e al messaggio, costituiscono un patrimonio ormai largamente condiviso dalle Chiese, in particolare nella diaspora: dalla vita liturgica alla spiritualità, dal matrimonio al digiuno, dalla struttura canonica alla vita sacramentale, dall’ecumenismo alla missione nel mondo attuale. E soprattutto nella conferma che il culto, come l’insegnamento e la predicazione, vivono nell’esperienza del convenire, della sinodalità. «La conciliarità è il modo di esistenza e di funzionamento della Chiesa, è il suo ethos».

Una parola severa è dedicata agli assenti di allora: «Non esisteva alcuna ragione teologica o ecclesiologica per impedire la celebrazione del concilio. Rimandare la convocazione (come chiedeva la Chiesa russa, ndr.), avrebbe significato l’abbandono definitivo del progetto, e forse è proprio questo che alcuni auspicavano e cercavano».

Importante fu il ruolo della teologia e dell’apertura ecumenica, in piena fedeltà alla tradizione ortodossa. Nel decennio il tesoro del concilio è stato tradotto in molte lingue con significativi approfondimenti teologici, anche se la recezione va continuamente sollecitata.

Il domenicano p. Hyacinthe Destivelle ha sintetizzato gli orientamenti conciliari fissati nell’enciclica finale come un’ecclesiologia eucaristica che fa emergere la natura conciliare della Chiesa.

La sua missione nel mondo è espressa come “ecclesializzazione” della realtà, che significa la trasformazione della creazione nel corpo di Cristo che è la Chiesa. In conseguenza a questo impianto teologico, emerge un’antropologia indissociabile dell’ecclesiologia. Infine, emerge dai testi, una scelta ecumenica che, pur nel suo limite, è foriera di sviluppi ben maggiori di quelli già raggiunti.

Nella tavola rotonda finale il metropolita Job di Pisizia, del patriarcato ecumenico, ha ricordato tre questioni che rimangono aperte dopo lo scavo prezioso dell’assemblea di Creta.

Va precisato il riconoscimento delle altre Chiese cristiane che non possono essere ricondotte solo alla loro presenza nella storia senza riconoscere il loro carattere propriamente ecclesiale.

In secondo luogo, va alimentata la ricerca sulla questione antropologica ben oltre la prudente riserva emersa dai testi conciliari, restii a indicare l’umano come “persona” per non oscurare la qualità personale attribuita alla Trinità.

Infine, va meglio calibrata la corrispondenza fra acribia, cioè il giudizio ecclesiale formalizzato in norme, con l’economia, cioè la misericordia come eccezione. In realtà, l’economia-misericordia designa l’intero del mistero della salvezza per l’uomo.

Il professore John Chryssavgis, dell’istituto ecumenico Huffington, ha ricordato un elemento prezioso di continuità rispetto al concilio e cioè la pubblicazione di un testo dal titolo Per la vita del mondo, verso un ethos sociale della Chiesa ortodossa.

Il testo, pubblicato nel 2020, identifica le principali sfide sociali e culturali delle comunità ortodosse e si è rivelato un punto di riferimento per una dottrina sociale ortodossa costruita con l’apporto di molte Chiese e scuole teologiche.

L’arcivescovo Giovanni di Tirana e di tutta l’Albania ha rinnovato la denuncia del pericolo nazionalista per le Chiede dell’ortodossia e la necessità urgente della pratica della sinodalità. «Il fondamento teologico della sinodalità ci porta a coltivare la comunione nel concreto. E l’esperienza sinodale ci aiuta a comprendere in profondità ciò che professiamo rispetto alla Chiesa e alla sua identità».

È toccato al dott. Cerol Saba, portavoce dell’assemblea dei vescovi ortodossi di Francia, ricordare le drammatiche sfide che si aprono davanti alle comunità cristiane: dai conflitti al nuovo disordine mondiale, dai messianismi politici alla fine del multilateralismo, dalla fine del diritto internazionale alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Assieme a molte altre voci, ha invocato l’assoluta urgenza dell’unità fra le Chiese ortodosse. «Sono convinto che il mondo ortodosso ha oggi più che mai bisogno di mettere in opera dei nuovi processi di mediazione».

Davanti alle domande condivise di un nuovo concilio, il prof. Nicolas Kazarian, prete ortodosso e professore a Boston, ha smorzato le attese in un’intervista a La Croix (8 ottobre): «Per ipotizzare un nuovo concilio bisognerebbe investire tutto ciò che è richiesto dal segretariato preconciliare, dalle nomine dei rappresentanti delle Chiese nei diversi comitati… Strutturalmente siamo ancora molto distanti. L’incontro con i primati delle antiche Chiese della “pentarchia” nel prossimo novembre potrà permettere di avanzare in questo senso».

La 13enne ucraina che ha salutato il Papa: “Un sogno realizzato”. Operata in Italia per un tumore, aveva già abbracciato Leone a San Pietro

La 13enne ucraina che ha salutato il Papa,  'un sogno realizzato ' - RIPRODUZIONE RISERVATA

“Un sogno realizzato”.

Così la stessa ragazzina ucraina, la tredicenne Varvara, curata in Italia da una malattia ormai superata, ha commentato con i giornalisti all’uscita dal Gemelli il saluto personale che ha potuto scambiare con papa Leone.

Il 31 dicembre scorso, in un’udienza in Piazza San Pietro, come ricorda Vatican news, malata di tumore e prossima ad una operazione, aveva già potuto abbracciare il Papa dal quale, raccontava, aveva ricevuto forza e incoraggiamento”.

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Flash Charging contro Multi-Energy, il duello che deciderà il futuro dell’auto

Flash Charging contro Multi-Energy, il duello che deciderà il futuro dell'auto

Il Salone dell’Auto di Parigi 2026 verrà ricordato come il momento in cui l’industria automobilistica globale ha smesso di teorizzare la transizione energetica per affrontarne la realtà operativa. Tra i padiglioni del centro espositivo di Porte de Versailles non si è assistito soltanto a una semplice passerella di nuovi modelli, ma alla messa in scena di uno scontro filosofico, industriale e tecnologico senza precedenti tra i costruttori europei e i giganti dell’automotive asiatico, Cina in testa. Al centro di questa contesa figurano due grandi pilastri strategici: da un lato la corsa alla velocità di ricarica estrema e alla democratizzazione dei prezzi; dall’altro la ricerca di una flessibilità produttiva capace di proteggere i bilanci dei costruttori tradizionali in una fase di transizione dai ritmi incerti.
Il punto di rottura tecnologico del Salone è indiscutibilmente rappresentato dall’avvento della ricarica ultra-rapida di nuova generazione. Fino a ieri, l’ansia da ricarica e i tempi di attesa alle colonnine costituivano la principale barriera psicologica per l’adozione di massa dell’auto elettrica. A Parigi, le case cinesi hanno dimostrato come questa barriera sia ormai sul punto di crollare definitivamente. Il debutto europeo della BYD Atto 8 ha catturato l’attenzione di analisti e addetti ai lavori grazie all’introduzione della tecnologia proprietaria Flash Charging abbinata alla nuova evoluzione della Blade Battery da 115 kWh. La promessa non è più quella di ricaricare l’auto in mezz’ora, ma di ripristinare dal 10% al 97% della batteria in appena 9 minuti (con un rifornimento parziale fino al 70% completabile in circa 5 minuti). Si tratta di tempi di sosta del tutto paragonabili a quelli di un pieno di carburante tradizionale o a una breve sosta caffè.
Questo balzo in avanti non rileva soltanto per la velocità teorica, ma per l’impatto sulla gestione termica ed elettrochimica dell’accumulatore, in grado di mantenere efficienze di carica elevate anche a temperature estreme. Abbinando queste prestazioni a listini competitivi e a dotazioni di bordo ricche di sensori LiDAR e software avanzati, i brand cinesi confermano la loro strategia: guidare il cambio di paradigma tecnologico imponendo standard standardizzati e difficilmente eguagliabili nel breve periodo.
La risposta europea. Di fronte all’offensiva cinese, l’industria europea non è rimasta a guardare, ma ha scelto una strada strategica differente, fondata sul pragmatismo industriale e sulla massima flessibilità. Se i competitor asiatici scommettono quasi unicamente su architetture native 100% elettriche (BEV), i grandi gruppi europei come Stellantis, Renault e Volkswagen hanno mostrato a Parigi la forza delle nuove piattaforme Multi-Energy.
Questa scelta risponde a una duplice esigenza. Da un lato, il mercato europeo viaggia a velocità differenti: mentre i paesi del Nord Europa avanzano rapidi verso l’elettrificazione totale, i mercati del Sud ed Est Europa mostrano tassi di adozione più contenuti, frenati da infrastrutture di ricarica ancora disomogenee e da una capacità di spesa medio-bassa. Dall’altro lato, i costi di sviluppo di piattaforme esclusivamente elettriche rischiano di appesantire eccessivamente le finanze dei gruppi industriali del Vecchio Continente. Piattaforme modulari di nuova concezione consentono invece di assemblare sulle stesse linee di montaggio vetture con propulsioni Mild-Hybrid, Full Hybrid, Plug-in Hybrid o 100% elettriche, adattando la produzione in tempo reale alla domanda effettiva dei concessionari. Questa versatilità permette di difendere i margini operativi senza rinunciare alla decarbonizzazione progressiva.
La guerra del software e delle materie prime. La sfida esposta a Parigi non riguarda però soltanto motori e batterie, ma si estende alla sovranità del software e della catena del valore. Se sul fronte dell’infotainment e della connettività l’integrazione nativa dell’intelligenza artificiale e la gestione centralizzata dei veicoli tramite Software-Defined Vehicles (SDV) vedono una competizione serrata, la vera partita di fondo resta economica. L’integrazione verticale dei produttori cinesi — che controllano l’intera filiera, dall’estrazione delle materie prime alla raffinazione dei metalli critici fino all’assemblaggio dei pacchi batteria — garantisce loro un vantaggio strutturale sui costi di produzione nell’ordine del 20-30%. L’Europa risponde con politiche industriali volte a localizzare la produzione di gigafactory sul territorio comunitario e con l’introduzione di soluzioni tecnologiche volte a ridurre la dipendenza da cobalto e litio, puntando su batterie LFP (litio-ferro-fosfato) di seconda generazione e su architetture di ricarica ad altissima tensione (800V e oltre).
Un nuovo equilibrio per il mercato globale. Il Salone di Parigi 2026 segna dunque il passaggio da una fase di entusiasmo teorico a un confronto di mercato maturo e serrato. La reazione dei consumatori nei prossimi mesi dirà se a prevalere sarà il modello d’assalto tecnologico basato sul Flash Charging e sul tutto-elettrico, oppure la transizione flessibile e pragmatica proposta dalla risposta Multi-Energy europea. Una cosa è certa: la competizione non è mai stata così accesa e a trarre il massimo beneficio da questa battaglia d’ingegneria e di prezzo sarà, alla fine, il consumatore finale.

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Avvenire

C’è un tesoro di vita in ogni coppia: ritroviamolo prima di “correre” alla provetta

C’è un tesoro di vita in ogni coppia: ritroviamolo prima di “correre” alla provetta

L’infertilità è un ospite silenzioso: entra nella vita di una persona e di una coppia senza dare alcun segnale della sua presenza se non quando si va alla ricerca di una gravidanza. L’infertilità è un ospite inatteso: può modificare in modo drammatico la vita di una persona e di una coppia e mettere in crisi il loro desiderio di maternità e paternità. L’infertilità è un ospite che bussa alla porta di un numero crescente di coppie: «L’infertilità colpisce gran parte della popolazione mondiale, con circa una persona su sei che ne soffre nel corso della propria vita» si legge nel Rapporto “Infertility Prevalence Estimates – 1990-2021”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2023. L’infertilità è un ospite, che richiede risposte non sempre facili da individuare.
Di fronte a una coppia con problemi di infertilità è necessario fare, innanzitutto, una diagnosi eziopatogenetica, individuare i possibili trattamenti e accompagnare la coppia nel suo percorso di ricerca di una gravidanza: passaggi, questi, che richiedono – da una parte – la presenza di una équipe curante con specifiche expertise e, dall’altra, tempo. Ed è proprio il tempo, che spesso manca. Un orologio biologico, le cui lancette girano velocemente e in modo inesorabile sia per la donna sia per l’uomo; la mancanza di un’educazione al tempo e all’attesa; il prevalere di una cultura del fast: tutto concorre alla ricerca di soluzioni rapide, anche se non sempre efficaci.
Rispettare il tempo e i tempi, supportare le coppie con problemi di infertilità, recuperare il potenziale fertile della donna e dell’uomo, ricercare in modo naturale una gravidanza: questi sono gli obiettivi di quanti operano in Isi (Istituto scientifico internazionale)-Paolo VI e il cui lavoro clinico e di ricerca viene presentato in questi giorni nel corso del congresso “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”. Muovendo da una vision e lavorando per una mission che mette al centro la coppia con i suoi bisogni e le sue fragilità e un approccio secondo natura, si stanno raccogliendo risultati molto interessanti. Senza escludere le coppie che hanno deciso di non continuare il percorso di ricerca di una gravidanza e le coppie con sterilità insuperabile, si è registrato infatti un tasso di gravidanza pari al 18%. Un risultato veramente importante se confrontato con i dati riportati nella Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sull’attuazione della legge 40/2004 (febbraio 2026): il tasso di successi per cicli iniziati è stato del 10% con l’inseminazione intrauterina e dell’11,9% con tecniche di Procreazione medicalmente assistita di II e III livello tra cui, ad esempio, la Fivet o la Icsi.
Un risultato raggiunto grazie alla collaborazione di specialisti di varie discipline, perché l’essere fertili è il risultato del concorrere di tanti fattori maschili e femminili, fattori fisici e psichici. D’altra parte, la fertilità è un equilibrio delicato e dinamico, che può essere destabilizzato da comportamenti e stili di vita non salutari (dieta, fumo, alcool, droghe, sedentarietà, malattie sessualmente trasmesse), da condizioni ambientali (interferenti endocrini), da patologie sistemiche o dell’apparato riproduttivo, dal malessere psicologico. E – non da ultimo – dall’età della donna e dell’uomo nel momento della ricerca della gravidanza. Accanto alle condizioni di infertilità che accadono, ce ne sono quindi altre che potrebbero essere prevenute. È, però, un dato di fatto che si lavori molto poco per tutelare la fertilità migliorando le conoscenze e la consapevolezza da parte della popolazione, e che non si investa sulla promozione della salute preconcezionale e sulla prevenzione dell’infertilità già a partire dall’età dell’adolescenza.
Avvenire