L’esperienza umana non si può ricavare dall’intelligenza artificiale

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Avvenire

C’è qualcosa di curioso, e forse persino di commovente, nel fatto che alcuni dei ragazzi destinati a vivere nel mondo più tecnologico della storia vogliano, almeno per un anno, tenersi alla larga dalla tecnologia. Succede ad Harvard, dove il corso che sta facendo parlare di sé non insegna a programmare, non promette di spalancare le porte della Silicon Valley e non offre formule per diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Chiede, più semplicemente, di leggere. Libri interi, uno alla settimana. E di farlo con la propria testa.
Si chiama Humanities 10, potremmo definirlo un corso di Lettere nel senso più ampio del termine: un itinerario attraverso la letteratura, la filosofia e i grandi testi della cultura occidentale, ed è tra i corsi più ambiti tra le matricole. Nell’autunno 2026 le candidature sono aumentate del 40 per cento: 180 studenti per 90 posti. Per essere, gli studenti hanno dovuto presentare un saggio. Poi, niente telefoni, computer o intelligenza artificiale. Frequenza obbligatoria, letture impegnative ed elaborati scritti senza scorciatoie.
La docente di filosofia Samantha Matherne conduce gli studenti dentro Emma di Jane Austen, intrecciando il romanzo alle idee di Adam Smith e Immanuel Kant. Poi li incalza: perché Austen ha creato un’eroina così poco simpatica? Perché leggere romanzi? E infine: che cosa ne sarà di Emma, e che cosa ne sarà di voi? Gli studenti applaudono. Il programma attraversa epoche e idee: dall’Odissea a Joyce, da Platone a Dante, da Montaigne a Spinoza, fino a James Baldwin e all’Iliade. I grandi testi della tradizione occidentale sono opere da attraversare e discutere: gli studenti imparano a stare dentro pagine difficili e a difendere un’interpretazione. «Molto di ciò che ricaviamo da questo corso è esperienza umana, e non puoi ottenerla dall’intelligenza artificiale – dice Peggy Urdan, studentessa di scienze politiche e neuroscienze, in una testimonianza raccolta dal Wall Street Journal –. L’unico modo per ottenere qualcosa da questo corso è non usare l’intelligenza artificiale».
L’IA può riassumere l’Iliade, spiegare Kant e confezionare un testo convincente. Ma leggere significa misurarsi con una voce diversa dalla propria, accorgersi di non aver capito e ricominciare: è così che si costruisce un giudizio autonomo. Gli studenti di Harvard sembrano aver individuato un bisogno: sottrarsi alla frammentazione dell’attenzione. Più che bandire la tecnologia da ogni aula, la questione sta nel riconoscere che alcune esperienze valgono proprio per il percorso che richiedono. Se un riassunto può certo restituire la trama di un romanzo, difficilmente può regalarci l’inquietudine di attraversarlo. E se un algoritmo può suggerire un’argomentazione, è impossibile che sostituisca quella sensazione di quando, dopo molte pagine, ci accorgiamo che la nostra idea iniziale era sbagliata.
La “rivolta analogica” si consuma proprio mentre le discipline umanistiche attraversano in linea generale una crisi. Negli Stati Uniti, secondo i dati dell’American Academy of Arts and Sciences, i diplomi universitari di primo livello in discipline umanistiche sono scesi nel 2024 a 165.489, il dato più basso dal 1991 e circa il 30 per cento sotto il picco del 2012. Il corso di Harvard, insomma, non sembra annunciare al momento una riscossa più ampia. Ma proprio la distanza tra la tendenza generale e l’entusiasmo per questo corso dice comunque qualcosa. Anche nel mondo delle imprese tecnologiche si fa strada l’idea che, nell’era dell’automazione, serviranno comunque persone capaci di interpretare problemi e formulare giudizi. Reed Hastings, cofondatore di Netflix, e Jack Clark, cofondatore di Anthropic, vedono nella formazione umanistica una risorsa destinata a rivalutarsi: alle competenze per programmare dovranno affiancarsi quelle per capire che cosa fare degli algoritmi, e con quali conseguenze.
Le discipline umanistiche non possono insomma essere considerate un lusso né un ornamento della formazione scientifica. Servono, eccome, quando il mondo cambia troppo in fretta per consentire di capire dove stiamo andando. Letteratura, filosofia e storia insegnano a riconoscere le contraddizioni umane, interrogare le idee e ricordare che nessuna trasformazione nasce nel vuoto. Se una macchina può contribuire a formulare una risposta, la responsabilità di cercarla resta umana.
Più che fuggire dal futuro, i ragazzi di Harvard stanno cercando di arrivarci preparati. E hanno intuito che, per riuscirci, qualche volta bisogna spegnere tutto, aprire un libro e restare lì. Senza fretta, senza notifiche, senza qualcuno che pensi al posto nostro. Per scoprire che la libertà intellettuale comincia proprio quando nessuno ci consegna la risposta.

«Questo è solo l’inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

«Questo è solo l'inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

Una rivendicazione, ancora da verificare, e la minaccia di un’escalation della strategia del terrore. L’Europa continua ad essere il bersaglio di falsi allarmi bomba che dagli aerei ieri si sono spostati nelle redazioni di alcuni media irlandesi, probabilmente come “avviso” ad una settimana dal doppio appuntamento del vertice della Comunità politica europea e quello informale del Consiglio europeo. Insieme costituiscono la più grande riunione di capi di Stato e di governo mai ospitato dall’Irlanda, che al momento detiene la presidenza a rotazione del Consiglio dell’Ue con la partecipazione di una cinquantina tra leader di Paesi europei, incluso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Questo è solo l’inizio. Quello che è successo questa settimana è soltanto una piccola parte di ciò che attende l’Europa nel prossimo futuro. Molto presto faremo esplodere i vostri aerei, le navi da crociera, le stazioni della metropolitana e i treni» è il contenuto dell’inquietante e-mail inviata a diversi organi di informazione, nella quale un sedicente leader del gruppo, che si firma “Mikhail Andropov” rivendica la serie di minacce di attentati. «In questo momento stiamo preparando una nuova ondata di attacchi» si legge nel messaggio intitolato “Messaggio all’Occidente”. Il cognome utilizzato è quello di Yuri Andropov, ex segretario generale del Partito comunista sovietico. Non è chiaro se si tratti di un indizio di un coinvolgimento russo o di un tentativo di indirizzare i sospetti verso Mosca. Alcune delle minacce giunte giovedì all’aeroporto di Roma recavano la firma “combattenti dello Stato maschile” (Male State), un riferimento a un movimento russo di estrema destra, ultranazionalista e misogino, fondato nel 2016, che ieri ha smentito il suo coinvolgimento. La pista russa potrebbe portare al Centro principale per le tecnologie speciali del Gru, l’unico servizio dell’intelligence di Mosca sopravvissuto alla fine dell’era sovietica, incaricato delle operazioni all’estero. Il team, meglio noto come Unità 74455, è celebre per devastanti attacchi ai danni di diverse aziende europee.
Le minacce anche ieri hanno riguardato una ventina di voli passeggeri e le sedi di diverse testate giornalistiche irlandesi, tra cui l’emittente pubblica Rte, che sono state evacuate per un paio d’ore. Per fortuna anche gli allarmi di ieri, si sono rivelati infondati. I velivoli coinvolti sono atterrati in sicurezza e le perquisizioni a bordo non hanno portato al ritrovamento di alcun ordigno esplosivo. Le allerte hanno riguardato in Italia due voli: un Ryanair proveniente da Fiumicino e atterrato a Lisbona e un Wizzair Praga-Roma deviato su Venezia. Almeno nove voli da o per Praga, quattro voli in transito sulla Francia, due diretti a Sofia. Il ministro della Difesa ungherese, Romulusz Ruszin-Szendi ha spiegato che l’Ungheria ha fatto decollare per tre volte dei caccia per scortare voli civili all’interno del proprio spazio aereo. La polizia danese ha indagato su una minaccia rivolta all’aeroporto di Copenaghen, che ha comunque continuato a operare regolarmente.
Massima allerta in Irlanda. La polizia ha aperto un’indagine sui falsi allarmi bomba inviati via e-mail a diversi media del Paese, fra cui l’emittente radiotelevisiva pubblica Rte, Virgin Media, Newstalk e Irish Independent che hanno causato l’evacuazione delle sedi che ospitano emittenti e quotidiani. Il testo dell’e-mail avvertiva che un ordigno sarebbe esploso entro 45 minuti: una minaccia rivelatasi del tutto falsa dopo i controlli compiuti dalle forze dell’ordine. Il ministro della Giustizia Jim O’Callaghan ha assicurato che sarà fatto ogni sforzo possibile per individuare i responsabili. Anche l’emittente britannica Sky ha riferito di aver ricevuto una minaccia alla sicurezza e di aver informato le autorità competenti.
Sui falsi attacchi bomba è intervenuta la premier Giorgia Meloni. «Non siamo in grado oggi di dire se l’attacco al plasma in Francia, i finti allarmi bomba sugli aerei, l’aggressione nei confronti dei generi alimentari siano tutti collegati, però ci dicono sicuramente tutti la stessa cosa: che oggi a essere sotto attacco sono infrastrutture civili». Questo ha aggiunto la premier «riporta a un ragionamento che cerco di fare da diverso tempo: quando noi parliamo di spese di difesa e sicurezza in un tempo come questo, non stiamo parlando semplicemente di armi. Stiamo parlando di mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini».
La Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha aperto un’indagine sugli allarmi bomba. Un fascicolo per procurato allarme, al momento a carico di ignoti, è stato aperto dalla Procura di Busto Arsizio e un analogo fascicolo è stato aperto dalla procura di Roma. Intanto la Commissione Ue ha annunciato che la prossima settimana ci sarà un summit degli esperti della sicurezza dei 27 a Bruxelles per discutere le misure necessarie .

Benedizioni senza preti a Gallarate e l’appello ai giovani: la crisi del clero spinge sui laici, ma i sacerdoti sposati restano la vera risorsa inattesa

Prevosto Riccardo Festa

La notizia riportata da La Prealpina riguardo alla comunità pastorale San Cristoforo di Gallarate accende nuovamente i riflettori su una realtà ormai comune a molte diocesi italiane: di fronte alla diminuzione numerica dei presbiteri, le tradizionali visite per le benedizioni natalizie vengono affidate a volontari laici e persino a giovani dai 16 anni in su. Come spiegato dal prevosto monsignor Riccardo Festa, la carenza di clero costringe a organizzare la presenza sul territorio con squadre di supporto che non raccolgono offerte e portano la preghiera casa per casa.

Un’iniziativa lodevole di corresponsabilità che tuttavia evidenzia, ancora una volta, una profonda contraddizione strutturale all’interno della vita ecclesiale.

La supplenza dei laici e il tabù dei presbiteri coniugati

Ricorrere all’impegno dei fedeli e dei giovani per colmare i vuoti lasciati dalla mancanza di sacerdoti è la spia di un’emergenza che non può essere affrontata solo con soluzioni tampone:

  1. Il valore insostituibile del Sacramento: Se i laici e i giovani possono portare conforto e preghiera nelle case, non possiedono tuttavia la potestà sacramentale per celebrare l’Eucaristia o amministrare la riconciliazione.

  2. La risorsa ignorata dei sacerdoti sposati: Esistono centinaia di presbiteri regolarmente ordinati, dotati di una solida preparazione teologica pontificia e arricchiti dalla grazia e dall’esperienza della vita familiare, che continuano a essere tenuti ai margini del ministero attivo.

  3. Una discrepanza difficile da giustificare: Mentre si mobilitano volontari laici per le benedizioni e si affrontano complessi incastri organizzativi nelle parrocchie — dove i preti riescono a passare nelle case solo ogni due o tre anni —, si continua a ignorare la disponibilità di pastori formati e pronti a tornare a servire l’altare.

Realismo Pastorale: la risposta alla crisi passa per la riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, guarda a queste esperienze locali con rispetto per la generosità dei laici, ma ribadisce con forza la via maestra del realismo pastorale:

  • Oltre i tabù disciplinari: Affidare i compiti pastorali ai laici è un segno di vitalità, ma non sostituisce la necessità di ristabilire la piena dignità ministeriale a chi ha ricevuto il carattere indelebile dell’Ordine.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo al Santo Padre di considerare con lungimiranza la situazione delle nostre parrocchie e di concedere un decreto di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati.

Riaprire le porte del ministero a chi è già formato significa restituire linfa vitale, sacramenti e speranza alle nostre comunità.

Don Schena, Alberto Ravagnani e la corsa mediatica alla visibilità: mentre i salotti TV polemizzano, la vera causa dei sacerdoti sposati viene dimenticata e strumentalizzata

di alberto devo dirvi8230 don cosimo interviene con forza su ravagnani perch233 proprio lui video

Il dibattito mediatico attorno ai volti noti del clero e del post-clero digitale continua a infuriare. L’ultimo scontro, rilanciato anche dalle testate di settore come Everyeye, vede contrapposti il prete-influencer Don Schena e le dinamiche televisive legate ad Alberto Ravagnani, con accuse di «violenza gratuita» e polemiche accese attorno a interviste e botta e risposta televisivi.

Salotti TV, polemiche social, diatribe tra creator in tonaca o ex in cerca di audience: lo spettacolo continua a riempire le pagine dei siti di intrattenimento. Ma in tutto questo bailamme mediatico, dove finiscono i reali problemi della Chiesa? E soprattutto, che fine fa la drammatica e seria causa dei sacerdoti sposati?

Lo spettacolo della visibilità contro la sofferenza reale

Assistere a polemiche digitali e televisive in cui la figura del sacerdote viene piegata alle logiche dello share e del posizionamento social evidenzia un cortocircuito profondo:

  1. La ricerca esasperata di visibilità: Mentre alcuni preti influencer o ex presbiteri rincorrono i riflettori dei format televisivi e delle polemiche a tesi, l’opinione pubblica viene distolta dai veri drammi ecclesiali, riducendo la vocazione e il ministero a mero fenomeno di costume.

  2. La strumentalizzazione della Chiesa: Usare i panni sacerdotali o il proprio passato ecclesiale come trampolino per dinamiche di spettacolo o per difendere spazi di protagonismo mediatico svaluta la dignità del Sacramento dell’Ordine.

  3. Il silenzio sui veri problemi pastorali: Di fronte alla spettacolarizzazione mediatica, a pagare il prezzo più alto è la Chiesa reale: quella delle parrocchie deserte, delle comunità senza Eucaristia e dei sacerdoti che chiedono giustizia.

Realismo Pastorale: basta con i riflettori, spazio alla giustizia e alla riammissione

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, alza la voce per denunciare questa deriva e contrapporre la forza del realismo pastorale al teatrino dei social:

  • Fuori dai salotti, dentro la vita delle comunità: I sacerdoti sposati non cercano la visibilità televisiva o lo scontro da prima pagina. Custodiscono il carattere indelebile dell’Ordine e una solida preparazione teologica pontificia con l’unico desiderio di tornare a servire l’altare.

  • Un appello a Papa Leone XIV: Chiediamo che l’attenzione della Chiesa e dei media si sposti dalle polemiche effimere dei preti-influencer alla realtà dei presbiteri coniugati, invocando un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per sanare la crisi delle parrocchie.

La Chiesa ha bisogno di pastori autentici e dediti al Vangelo, non di comparse da rotocalco televisivo.

Papa e gli abusi sessuali dei preti in Perù: «Leone XIV incontrerà le vittime»

scomunica lefebvriani papa leone xvi

Open

Mentre Papa Leone XIV è in viaggio per l’America Latina, alcuni attivisti peruviani hanno esortato il Pontefice a espellere dalla Chiesa cattolica i responsabili di abusi sessuali, invocando giustizia in un caso che si trascina da tempo. L’organizzazione non profit statunitense «Bishop Accountability» ha tenuto oggi una conferenza stampa per presentare un elenco di 77 ecclesiastici «accusati pubblicamente di aver abusato sessualmente di minori» in Perù. Nell’elenco figurano diversi alti prelati.

I 77 ecclesiastici
Il Papa sta per iniziare un tour che toccherà Uruguay, Argentina e Perù, dove ha vissuto per quasi vent’anni lavorando come missionario, parroco e vescovo. Il Vaticano ha reso noto che, durante il viaggio Leone incontrerà alcune vittime di abusi, senza tuttavia fornire dettagli in merito. «Ciò che il Papa può fare in questo momento per porre fine, o quantomeno per migliorare sensibilmente, questa deplorevole situazione è attuare tolleranza zero nei confronti di chiunque sia riconosciuto colpevole di abusi sessuali», ha detto ai giornalisti Anne Barrett Doyle, co-direttrice dell’organizzazione. «La Chiesa dovrebbe allontanare definitivamente non solo i colpevoli degli abusi, ma anche coloro che li hanno coperti», ha concluso.

La commissione d’inchiesta
L’organizzazione ha chiesto anche l’apertura di una commissione d’inchiesta su quanto accaduto in Perù. «L’ostinata segretezza dei vertici della Chiesa peruviana mette a rischio i bambini, nega alle vittime il riconoscimento del loro vissuto e impedisce alle autorità civili di identificare e perseguire i complici», ha fatto sapere Barrett Doyle.

Papa Leone XIV riceve i Pooh: “La musica sia uno strumento per la pace”

I Pooh da Papa Leone XIV

Rai News

Dopo aver ricevuto ieri Bob Dylan, e a poche ore dalla partenza per il lungo viaggio apostolico in Sud America, oggi Papa Leone XIV ha ricevuto i Pooh, in Vaticano, in udienza privata.

Nel corso dell’incontro si è parlato del valore della musica come messaggio di pace e del suo contributo alla costruzione di un mondo libero dai conflitti. Un’occasione per condividere con il Pontefice il significato di un percorso artistico che attraversa sei decenni di storia italiana.

I Pooh hanno consegnato a Leone XIV alcuni doni legati alla loro storia: il libro ufficiale del gruppo, una copia originale dell’album “Parsifal“, disco che ha segnato una svolta fondamentale nella loro vicenda musicale, e una compilation dedicata ai sessant’anni di carriera. Tra i regali anche le bacchette della batteria portate da Phil.

All’udienza hanno partecipato, insieme ai componenti della band, anche i rispettivi familiari, in un momento di incontro che ha unito la dimensione artistica a quella personale e spirituale. 

Bob Dylan, incappucciato dal Papa: perché?

Sì, io c’ero. Non all’incontro con il Papa, ovviamente, ma a quel concerto, che tanto ha fatto discutere, tenutosi a Milano all’Unipol Dome. Bob Dylan alla fine è così: controverso per via delle sue scelte, che possono essere condivise o meno.

Ne apprezzi l’artista, la storia, forse un po’ meno la decisione di presentarsi su un palco praticamente al buio: poche luci e lui ancor più defilato, con un cappuccio nero tirato su a nascondergli quasi completamente il volto. Dagli spalti non puoi nemmeno aiutarti con lo zoom del telefono per inquadrarlo, perché all’ingresso è stato sigillato in un sacchetto.

Sono anni che il bardo americano si presenta sul palco con il cappuccio tirato sulla testa: una scelta dettata dalla volontà di far arrivare la musica prima della sua immagine. Una scelta condivisibile o meno: ma al cospetto del Papa? Forse è un po’ troppo

Vanityfair.it

Come 22 bombe atomiche: l’asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c’è una data)

Come 22 bombe atomiche: l'asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c'è una data)

Il Messaggero

I ricercatori hanno stabilito la data precisa in cui un asteroide potrebbe potenzialmente colpire la Terra, con una potenza pari a quella di 22 bombe atomiche. Questo oggetto celeste, chiamato Bennu, si avvicina al nostro pianeta ogni sei anni. Tuttavia, gli scienziati ritengono che il 24 settembre 2182 potrebbe essere la data in cui sussiste un rischio reale di collisione tra la Terra e l’asteroide.

Nonostante la data potenziale di questo evento apocalittico sia ancora lontana, la NASA è attualmente impegnata in intensi sforzi per deviare l’asteroide Bennu e si trova nella fase finale della sua missione. L’agenzia spaziale americana ha lanciato una sonda verso l’asteroide con l’obiettivo di raccogliere campioni, nella speranza che le informazioni raccolte possano aiutare a prevenire un possibile incontro catastrofico. I campioni sono in fase di studio dal ritorno della sonda nel 2023.

Nel corso degli anni, gli asteroidi hanno colpito la Terra molte volte. Dai un’occhiata alla galleria per vedere alcuni degli impatti più significativi.

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Avvenire

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta. Nella vita monastica, la quotidianità non è mai una gabbia o una ripetizione sterile; è piuttosto il luogo teologico in cui Dio si lascia incontrare attraverso i gesti più ordinari, come spezzare il pane, dosare un pugno di farina o mescolare una salsa sul fuoco.
Questa verità si è fatta carne e sorriso nei giorni scorsi, quando la nostra foresteria ha spalancato le porte a una famiglia speciale: mamma, papà e due fratellini, D. e S., uno dei quali con una «fragilità», come ci è stata raccontata.
Sono venuti al monastero spinti dal semplice desiderio di conoscerci, di «stare un po’ con noi» e di condividere un tempo senza orologi e senza ansia da prestazione. Tra le mani e nelle parole portavano un dono prezioso: la loro personale versione delle nostre ricette. Polenta pasticciata, gnocchi al latte e fritti sono stati al centro delle conversazioni durante il tempo trascorso insieme.
Ascoltarli raccontare il modo in cui vivono la cucina a casa è stato come assistere a una piccola liturgia della gioia. D. e S. non seguono semplicemente dosi o passaggi tecnici: per loro cucinare è un viaggio sensoriale fatto di profumi che sorprendono, di consistenze toccate con meraviglia, di colori che accendono gli occhi. In quella narrazione, ogni piccolo ingrediente diventava un mondo intero da esplorare.
La presenza di quella «fragilità», vissuta con tanta serenità, semplicità e persino gioia, lungi dall’essere una nota stonata, è stata la chiave armonica che ha rivelato la profondità dell’incontro. Il suo modo di percepire la realtà, così attento ai dettagli, limpido e privo di sovrastrutture, ci ha richiamato direttamente alla prima parola della Regola di san Benedetto: «Ascolta».
Un ascolto che non si fa solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con il cuore, capaci di sintonizzarsi su un ritmo diverso. Come accade in cucina, dove ogni spezia e ogni ingrediente hanno bisogno del proprio tempo per sprigionare il loro sapore, così la relazione con lui ci ha insegnato l’arte di rallentare, accogliendo la diversità non come una mancanza, ma come una straordinaria ricchezza che educa l’intera famiglia alla cura e alla pazienza reciproca.
Tra i due fratellini si respira una complicità naturale, un’alleanza tenera in cui il gioco e la cucina diventano ponti di comunicazione immediata. Guardarli insieme, circondati dall’amore discreto e tenace dei loro genitori, ci ha ricordato che la felicità non risiede in grandi eventi eccezionali, ma nella capacità di abitare con gratitudine le piccole cose del quotidiano.
È attorno alla tavola di casa che si impara che «nessuno si salva da solo», scoprendo che l’amore vero si nutre di sguardi condivisi, di briciole raccolte insieme e di risate che riempiono la stanza.
D. e S. ci hanno lasciato una lezione luminosa: ci hanno ricordato che il sapore autentico della vita non si misura nella perfezione del risultato, ma nello stupore con cui ci si accosta alla realtà e nella gratuità con cui ci si dona agli altri.
Grazie a questi due piccoli maestri per aver portato nei nostri chiostri il profumo fresco della semplicità e per averci insegnato, ancora una volta, che la santità feriale ha il gusto dolce e meraviglioso delle cose fatte insieme.

Vivere al Sud dovrebbe essere un destino possibile

Il Mezzogiorno prova a fermare l'esodo: ci sono progetti e reti per la “restanza”

Avvenire

Ma tra denatalità e spopolamento il rischio è che il Mezzogiorno si trasformi in una landa desolata, priva della sua risorsa più preziosa: le nuove generazioni. I dati descrivono una situazione drammatica dal 2001 ad oggi sono “spariti” 730mila abitanti, negli ultimi sei anni 150mila laureati si sono trasferiti altrove. Senza un cambio di rotta da qui al 2080, secondo i dati Istat, ci sarà una flessione di ben 8 milioni di residenti. Una vera e propria “estinzione naturale” che la Fondazione con il Sud, che a Napoli ha festeggiato i suoi primi 20 anni di attività, prova a contrastare con interventi di rigenerazione del territorio e di recupero del patrimonio artistico.
All’evento “Sud Vivo. 20 anni con il Sud” che si è svolto presso il complesso monumentale Donnaregina hanno partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni locali e il cardinale Domenico Battaglia. Il capo dello Stato ha auspicato che chi «nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e possa aggiungersi chi viene da fuori per arrivare qui» facendo riferimento ai quattro pilastri della campagna contro lo spopolamento. «Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha aggiunto. L’arcivescovo Battaglia ha messo l’accento sul processo di inclusione sociale e di solidarietà che la Fondazione ha avviato a Napoli, grazie all’impegno di «persone che non si rassegnano alle diseguaglianze». Nella splendida cornice della chiesa barocca anche i giovani protagonisti di questo cambiamento, 130 ragazzi che hanno fatto della “restanza” il loro modello di vita, accompagnati dai loro bambini.
«Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta» ha sottolineato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud. Indispensabile l’impegno trasversale di istituzioni e società civile, mondo economico e della cultura, giovani e adulti. Ma soprattutto un nuovo modo di pensare che guardi alla realtà senza illusioni, focalizzando l’attenzione più su ciò che si ha e non su ciò che manca. Presentata l’indagine sullo spopolamento realizzata da Demopolis che evidenzia come il tema preoccupi il 73% degli italiani, mentre la denatalità addirittura l’80%.
Il 20esimo compleanno è stata l’occasione per presentare anche la campagna “Sud Vivo”, sorretta da una rete di 200 co-promotori, che include piccole e grandi organizzazioni tra cui il Forum nazionale del Terzo Settore, le fondazioni e le associazioni Acri e Assifero. Nei suoi 20 anni di attività la Fondazione con il Sud ha sostenuto oltre 2.000 iniziative. Uno degli interventi simbolo è proprio quello fatto a Napoli, nel rione Sanità. Un quartiere che sorge a pochi passi dal centro storico eppure per due secoli è rimasto come tagliato fuori, una sorta di corpo estraneo. Un ghetto che all’inizio del nuovo millennio sembrava senza speranza. La criminalità organizzata era padrona del quartiere, la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile a livelli altissimi. Eppure, coperto da un mantello di disagio e incuria, quel quartiere custodiva un patrimonio straordinario: chiese barocche, palazzi nobiliari, botteghe artigiane e sotto la superficie un mondo sotterraneo fatto di catacombe paleocristiane. A gettare il seme di un rinnovamento il parroco don Antonio Loffredo: arriva al Rione nel 2001 e coinvolge i ragazzi del quartiere, facendo scattare in loro il desiderio di riscatto ma soprattutto il senso di appartenenza. Nel 2006 nasce la cooperativa sociale La Paranza e due anni dopo vengono riaperte al pubblico le catacombe e la basilica di San Gennaro. Una rinascita crea lavoro per i giovani, soprattutto per quelli considerati “pietre scartate”, senza titolo di studio o con storie di devianza, che sono diventati i punti di riferimento del quartiere. Anno dopo anno il “metodo Sanità” com’è stato ribattezzato ha conquistato premi e riconoscimenti, tra gli altri quello della Commissione Europea, ed ha riaperto altri luoghi simbolici come il cimitero delle Fontanelle, nato come cava di tufo e diventato un luogo di sepoltura soprattutto durante la peste e il colera, e il Chiostro di San Giovanni a Carbonara, che è nato su un luogo dove si raccoglievano i rifiuti.
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
Nel 2024 per “gemmazione” è nata un’altra cooperativa di Comunità, la Sorte, parallelamente è partito il progetto del Museo Diocesano Diffuso (Mudd) che ha sottratto all’abbandono molte chiese del centro, a partire dal Duomo. L’entusiasmo e la voglia di fare comunità sono il segreto del successo di questa rigenerazione del quartiere.
«La cosa più bella è stata scoprire che si può cambiare modo di guardare un luogo senza doverlo abbandonare». Sara ha 23 anni, voleva fuggire da Napoli, si domandava cosa venissero a fare i turisti tra quei vicoli degradati. La cooperativa ha cambiato la sua prospettiva: la fa sentire parte di un qualcosa di più grande, le consente di condividere passioni e speranze. Patrizia cercava l’evasione nei quartieri altolocati, per sfuggire alle sue umili origini. Poi sono arrivati i bambini di un asilo nido, dove ha iniziato ad insegnare durante il Servizio civile. «Ho capito quanto l’educazione possa fare la differenza in contesti così fragili».
Samuele con una laurea in lingue straniere era pronto a trasferirsi al Nord o all’estero. Cercare fortuna altrove sembrava un destino già scritto. Poi la riapertura del cimitero delle Fontanelle, proprio nella via dove lui è nato e cresciuto, gli ha permesso di restare. Adesso si impegna per far sì che altri possano fare questa scelta.