«La necessità mi obbliga»: la svolta del Vescovo di Anversa e la via della riammissione al ministero dei preti sposati per il 2028

«La necessità mi costringe»: il vescovo di Anversa avanza nel suo piano per ordinare sacerdoti uomini sposati nel 2028

La notizia battuta da InfoVaticana sulla decisione del Vescovo di Anversa di procedere verso l’ordinazione di uomini sposati entro il 2028, spinto dall’urgenza di non lasciare le comunità prive di pastori, segna un passaggio di forte rilevanza nel dibattito ecclesiale europeo. Le parole del presule — «La necessità mi obbliga» — descrivono lucidamente l’emergenza di una Chiesa che non può più ignorare il vuoto sacramentale e lo spopolamento delle parrocchie.

Questa presa di posizione mette in luce aspetti positivi di fondamentale importanza, ma al contempo invita a considerare la soluzione più immediata ed equilibrata già disponibile per la Chiesa.

I lati positivi della decisione del Vescovo di Anversa

La scelta di Anversa evidenzia la maturazione di una consapevolezza pastorale non più rinviabile:

  1. Priorità alla cura delle anime: Mettere al centro il diritto dei fedeli a ricevere i Sacramenti e l’Eucaristia, superando l’immobilismo di fronte alla crisi vocazionale.

  2. Superamento dei tabù disciplinari: Riconoscere che la coesistenza tra ministero presbiterale e vita familiare è compatibile con la tradizione e con la storia della Chiesa.

La proposta del Movimento: la riammissione come risposta immediata

Se l’ordinazione di viri probati richiede tempi lunghi di formazione e nuovi percorsi ordinativi (proiettati al 2028), la proposta elaborata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre a Papa Leone XIV e ai Vescovi una soluzione di Realismo Pastorale già pronta e immediatamente applicabile:

  • Presbiteri già formati ed esperti: Non occorre attendere anni per formare nuovi candidati. Esistono già centinaia di sacerdoti regolarmente ordinati, con una solida formazione teologica formale e titoli accademici pontifici, che hanno contratto matrimonio.

  • Un decreto canonico di riammissibilità: Un provvedimento d’equità canonica permetterebbe a questi sacerdoti di rientrare subito nel ministero attivo, affiancando il clero celibe e riaprendo le parrocchie senza creare strappi dottrinali.

  • Piena comunione ecclesiale: La via italiana del Movimento garantisce la massima fedeltà al Papa e agli Ordinari diocesani, offrendo una risposta d’equilibrio e di stabilità rispetto a iniziative autonome o sperimentazioni locali.

L’appello che sorge di fronte alle decisioni come quella di Anversa è chiaro: valorizzare le risorse già presenti e iscritte nel Sacramento dell’Ordine è la strada più rapida ed evangelica per rispondere al grido di aiuto delle nostre comunità.

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Celestino Migliore, l’uomo di Leone XIV che smina il difficile viaggio in Francia, ecco chi è il nunzio apostolico a Parigi

Celestino Migliore, l’uomo di Leone XIV che smina il difficile viaggio in Francia, ecco chi è il nunzio apostolico a Parigi

Il Messaggero

Le presidenziali francesi ormai all’orizzonte, il rischio che ogni parola di Leone XIV venga trascinata nel confronto politico, i temi etici, l’intelligenza artificiale, il futuro dell’Europa, la crescita degli estremismi. Quello che attende il Papa in Francia è uno dei viaggi più delicati sul piano diplomatico e a preparargli il terreno, lontano dai riflettori, c’è uno dei veterani della diplomazia vaticana: Celestino Migliore, piemontese di Cuneo, nunzio apostolico a Parigi dal 2020.

Il suo stile è riassunto bene da una costante della sua carriera: poco rumore e molta tessitura. Migliore appartiene alla generazione di diplomatici formatasi nella lunga stagione internazionale di Giovanni Paolo II, quando la Santa Sede affinò quella capacità di influenza che Joseph Nye avrebbe definito soft power: nessun esercito, nessuna coercizione, ma relazioni, persuasione, diritto internazionale e una rete capillare di contatti.

Migliore ne offre una definizione quasi evangelica: il soft power, sostiene, è «il Dna del Vangelo», perché rifugge «dall’imposizione arrogante» e privilegia la forza della persuasione. Una concezione che ha applicato per decenni sui dossier più difficili. All’Onu fu una delle voci attraverso cui Giovanni Paolo II fece arrivare l’opposizione vaticana alla guerra in Iraq; in Russia si trovò a gestire i delicati rapporti con Mosca dopo l’annessione della Crimea; prima ancora riuscì a entrare nella Corea del Nord e a celebrare messa nella cattedrale cattolica di Changchung.

La sua idea della diplomazia parte da un paradosso. Federico II sosteneva che una diplomazia senza esercito fosse «musica senza strumenti»; Stalin liquidava l’influenza pontificia domandando quante divisioni avesse il Papa. Migliore rovescia il ragionamento: i regimi passano, mentre il Papato continua a esercitare un’influenza proprio perché utilizza «la forza del diritto e della persuasione rispetto alla legge della forza». La diplomazia vaticana diventa allora esercizio di pazienza: ottenere spazi, mantenere aperto un canale, vincolare l’interlocutore a un processo negoziale anche quando il risultato appare insufficiente.

È lo stesso metodo che Migliore ha portato a Parigi. Francesco lo inviò in Francia nel 2020, in una delle nunziature più importanti d’Europa, in un momento particolarmente difficile per la Chiesa locale. C’era da ricostruire credibilità dopo il caso del precedente nunzio, ma soprattutto da accompagnare una Chiesa travolta dalla crisi degli abusi e attraversata da profonde tensioni interne. Negli anni successivi Migliore ha dovuto seguire anche alcune successioni episcopali particolarmente delicate, tra cui Parigi, Tolone e Strasburgo. Chi ha lavorato con lui ne sottolinea soprattutto una caratteristica: affronta i problemi senza aspettare che si consumino da soli. «Non si sottrae», ha sintetizzato l’ex presidente dei vescovi francesi Éric de Moulins-Beaufort.

Dietro il diplomatico resta però un uomo assai meno paludato di quanto suggeriscano i saloni della nunziatura parigina. Chi lo incontra racconta un piemontese cordiale, ironico, capace di parlare con libertà e di ridere volentieri. Nel suo ufficio un piccolo orologio – ha raccontato la Croix – scandisce discretamente ogni quarto d’ora: quasi il contrappunto domestico a una vita trascorsa tra udienze, rapporti riservati e dossier internazionali. Parla francese, inglese, spagnolo, portoghese, polacco e russo.

A Parigi il suo ruolo è doppio. È l’uomo di Leone presso l’episcopato francese e contemporaneamente l’ambasciatore della Santa Sede presso la Repubblica. Deve quindi spiegare la Francia a Roma e Roma alla Francia, seguire la vita della Chiesa ma anche decifrare gli equilibri politici, sociali e culturali di un Paese nel quale la laicità costituisce un elemento fondamentale dell’identità repubblicana.

È soprattutto questa esperienza che diventa preziosa alla vigilia dell’arrivo di Leone XIV. Il Papa sarà ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, pregherà a Notre-Dame, incontrerà i giovani allo Stade de France, celebrerà la grande messa all’aperto a Parigi e proseguirà poi per Lourdes e Metz. Un programma costruito attorno alla dimensione religiosa e pastorale, ma inevitabilmente esposto alle interpretazioni politiche di una Francia già proiettata verso la prossima stagione elettorale.

Il compito di Migliore sarà dunque quello che conosce meglio: tenere distinti i piani senza separarli, evitare che la visita pastorale venga risucchiata dalla contesa politica e lasciare al Papa lo spazio per parlare alla Francia senza diventare parte della battaglia francese. In fondo è la cifra di tutta la sua carriera. Dall’Onu a Mosca, dalla Corea del Nord a Parigi, Migliore ha lavorato nei luoghi dove gli interessi sembravano lasciare pochissimo spazio alla mediazione. Senza proclami e senza protagonismi. La sua diplomazia procede per contatti, pazienza e piccoli avanzamenti. Poco rumore, molti interlocutori e l’arte, sempre più rara, di far muovere i dossier senza far vedere chi li sta spingendo.

Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza

di: Stefano Feltri

caldo

Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 15 settembre 2026

Dopo quasi tre mesi di pausa, mi sono chiesto da quale argomento ripartire con Revolution, la trasmissione-podcast quotidiana che conduco per Radio3: le notizie non mancano certo in questi giorni di settembre.

C’è l’evoluzione della guerra in Iran, che si estende allo Yemen, con le milizie Houthi che prendono il controllo anche dello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. E così i due stretti principali dai quali transita petrolio diventano uno strumento militare di Teheran nella resistenza agli Stati Uniti: la Repubblica islamica restringe direttamente i transiti da quello di Hormuz, gli Houthi ora possono fare lo stesso tra Yemen e Gibuti.

Ci sono i mercati in tensione, con il petrolio che va sopra i 108 dollari e gli indici azionari che oscillano tra nuova inflazione, politica economica americana fuori controllo e bolla dell’intelligenza artificiale.

E poi c’è appunto l’AI, con i fondatori delle principali aziende del settore che preparano quotazioni in Borsa per raccogliere decine di miliardi di dollari mentre ci raccontano anche che, forse, prima di diventare redditizia l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti con un attacco chimico o biologico senza antidoti o con agenti artificiali che prendono il controllo di Internet o di qualche batteria di droni.

Tutte questioni importanti, certo, che non mancherà occasione di approfondire. Eppure sembrano tutti dettagli, minuzie, rispetto a una vicenda più grande, più urgente. O meglio, sono tutti aspetti secondari dell’unica grande storia che ha dominato la nostra estate e che c’entra con la fonte dell’energia che ci serve e le nostre scelte di consumo. Mai, dai tempi del Covid, avevamo vissuto in maniera così diretta e condivisa una minaccia esistenziale al nostro stile di vita e alla nostra incolumità: il caldo.

Secondo il servizio di monitoraggio dell’Unione europea, Copernicus, agosto 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia, alla pari con luglio 2023. Ma il fatto che abbiamo già avuto così caldo deve preoccuparci, non rassicurarci: significa che queste temperature stanno diventando la nuova normalità.

caldo estivo

La temperatura media della Terra a livello globale ad agosto 2026 è stata 1,65 gradi più calda che nell’epoca pre-industriale. L’ultima volta che avevamo superato la soglia critica, fissata dall’accordo di Parigi del 2015 in 1,5 gradi sopra la media pre-industriale, era stato a novembre 2025.

Ma queste sono medie, che includono terra e mare, oceani e poli. Ognuno può trovare il record che gli conferma la percezione della sua estate: le temperature nell’Europa occidentale sono state 2,54 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Per dare un’idea, la terribile estate del 2003, la prima in cui i giornali parlavano della strage di anziani per il caldo, aveva registrato temperature sopra la media di 1,98 gradi.

Le statistiche lasciano sempre un po’ indifferenti, ma credo che in molti abbiamo sperimentato la stessa sensazione tra luglio e agosto: che la temperatura fosse una minaccia, che le nostre funzioni corporee fossero in parte compromesse dal caldo, e quelle cerebrali ridotte. Tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre scelte organizzative di vita, gli spostamenti, la quantità di minuti sotto il sole. I servizi del genere Studio Aperto che hanno alimentato decenni di satira, con i consigli su come evitare le ore più calde e bere tanto, non fanno più ridere.

caldo estivo

Chi poteva, è fuggito dalle città, ma trovare rifugio non era poi così facile: le località di mare che per anni consentivano di godere della brezza e di un po’ di sollievo, ora sono calde quanto i centri urbani. Senza aria condizionata non si può sopravvivere. Ma che senso ha comprare una seconda casa lontana per chiudersi dentro con il condizionatore?

L’estate 2026 è stata la prima a essere dominata dalla politica dell’aria condizionata, che ha animato feroci dibattiti in Francia e non solo. Otto Paesi hanno introdotto indicazioni di legge sulle temperature: Bangladesh, Cambogia, Malesia, Singapore e Sri Lanka hanno stabilito che negli uffici sono consentite solo temperature tra i 24 e i 26 gradi. Alle Seychelles il governo ha chiesto di spegnere l’aria condizionata almeno un giorno a settimana.

Il Pakistan ha introdotto vincoli di legge alle misure contro la dispersione termica, sempre più stringenti per i nuovi edifici. La domanda globale di elettricità per l’aria condizionata è cresciuta del 50% in dieci anni, dal 2015, ed è arrivata a 2.900 Terawatt-ora, più dell’intera domanda di energia elettrica dell’Unione Europea. Nel 2024, anno con ondate di calore molto intense, le spedizioni globali di condizionatori hanno raggiunto 200 milioni di unità.

E questo è solo l’inizio. Perché soltanto il 40 per cento della popolazione mondiale ha accesso all’aria condizionata, ma l’80 per cento ne sperimenta il bisogno.

Quanto a noi europei, sappiamo già cosa ci aspetta: un futuro all’americana o alla giapponese, dove il tasso di penetrazione dell’aria condizionata è al 90 per cento, mentre oggi in Europa è al 23 per cento. Significa edifici con finestre sigillate, troppo freddi in estate, troppo caldi in inverno, in un ribaltamento costante della percezione climatica.

È una delle tante evoluzioni che ci attendono e che renderanno la nostra vita un po’ più simile a quella della pandemia, con la differenza che giardini e terrazzi non saranno spazi di sicurezza dalla minaccia, com’era al tempo del virus, ma i più pericolosi e meno allettanti.

Le cronache dell’estate 2026 recuperano, in modo forse inconsapevole, lessico e toni da pandemia: a Roma il comune ha dovuto spingere anziani e persone fragili verso i cinema, non tanto per i film ma per l’aria condizionata, a Sanremo hanno usato il teatro del festival come un rifugio di emergenza, a Firenze hanno organizzato rifugi climatici, da Bari a Torino, comuni, prefetture e farmacie si sono preoccupati di come far arrivare farmaci e viveri ad anziani che non potevano uscire senza rischiare la vita.

In Sicilia, a Palermo, in caso di temperature insostenibili anche a settembre si passerà alla didattica a distanza, come durante la pandemia.

Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, su 39.351 mila edifici scolastici censiti, appena 2.835 dichiarano di avere l’aria condizionata, di quasi 13.000 non abbiamo dati, gli altri ne sono privi. Il ministero guidato da Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro, cioè appena 842 euro di media per ciascuno dei 23.739 edifici che non dichiarano di avere un impianto attivo.

In molte parti d’Italia si è discusso di rinviare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre, lo ha chiesto pure il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Ma in un anno ci devono essere almeno 200 giorni di lezione, e se cominci tardi poi come puoi arrivare a fine giugno o inizio luglio quando farà ancora più caldo?

E i genitori come gestiscono figli minori in città ancora calde a fine estate per settimane e settimane senza scuola?

Se mettiamo insieme i pezzi, è facile capire perché l’estate 2026 rappresenta un punto di non ritorno. Non tanto per la consapevolezza di quello che sta succedendo, ma perché per la prima volta ci siamo accorti che la crisi climatica impatta ogni aspetto delle nostre esistenze. Non soltanto la scelta tra auto elettrica o a benzina.

A questo proposito, sembra davvero anacronistico che il governo Meloni abbia fatto quasi un decreto a settimana e speso oltre due miliardi di euro per tagliare di poco le accise sui carburanti, in modo da non aggravare la spesa per le vacanze delle famiglie e da evitare troppi rincari dovuti all’incremento nei costi dei trasporti.

Qualche decina di euro in più di costo della benzina per un paio di mesi è ben poca cosa rispetto allo sconvolgimento da caldo e ai costi che comporta, non soltanto per i consumi elettrici.

Chiunque abbia in famiglia bambini piccoli o parenti anziani potrà senza fatica contare quante centinaia, più spesso migliaia, di euro comporta ormai la mera sopravvivenza a luglio e agosto.

Molti lavori, già a inizio estate, sono stati dichiarati incompatibili con le temperature in certe fasce orarie: dagli operai dell’edilizia ai rider, attività economica che svanisce e Pil che si riduce.

Le scuole spariscono a metà giugno, ci sono pochi, costosi, centri estivi. Ma quale organizzazione di una famiglia con due genitori che lavorano è compatibile con un centro estivo che finisce alle 16, quando perfino i parchi sono ancora inaccessibili per le alte temperature?

E come si assistono gli anziani non del tutto autosufficienti in città invivibili, dove i servizi si diradano come se fossimo ancora negli anni Ottanta delle lunghe villeggiature fuori porta, con le badanti che – giustamente – hanno diritto anche loro a un po’ di ferie?

Chi non ha risorse è condannato a subire il caldo e le sue conseguenze, chi ha budget elevati a disposizione vede comunque svanire il valore di case al mare diventate fornaci mentre comincia la corsa a montagne sempre più lontane in cerca del fresco.

Il nostro stile di vita fondato sulle energie fossili ha fatto collassare l’ambiente in cui viviamo e adesso l’ambiente deformato dalle emissioni climalteranti sta facendo collassare il nostro stile di vita.

Il fatto che non si parli soltanto di questo, e che la politica cerchi in ogni modo di rimuovere o rinviare il problema, inizia a sembrare una strana forma di suicidio collettivo.

La nostra civiltà si è fondata sull’inquinamento, ora sperimentiamo la barbarie del caldo.

L’estate del coprifuoco climatico

Ferdinando Cotugno è il più noto giornalista climatico in Italia, scrive per Domani e altre testate.

  • Questa estate è stata davvero diversa dalle altre? Per la prima volta è diventato impossibile sostenere che fa caldo e ha sempre fatto caldo?

L’estate del 2026 è stata la più calda delle serie storiche. Per dare un termine di paragone, un agosto italiano medio fra il 1950 e il 1980 era di poco più di 20 gradi.

Nel 2026 la temperatura media di agosto è stata di 25,6 gradi, quindi 5 gradi in più rispetto alle estati che può ricordare un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne: quelle che usiamo come base per misurare il cambiamento.

È uno sbalzo termico enorme. Questi sono dati del Consiglio nazionale delle ricerche, il CNR, e questa è una di quelle volte, non tantissime, in cui le nostre percezioni e i dati sono perfettamente allineati.

Numeri e corpi ci dicono la stessa cosa: in questa estate ha fatto un caldo insopportabile, peraltro con un’estensione temporale sempre più lunga.

Quando parliamo di estate, ormai parliamo di un periodo che quest’anno, per le ondate di calore, è andato dalla fine di maggio all’inizio di settembre.

  • La crisi climatica sta generando anche nuove solitudini: anziani che non possono uscire di casa, bambini che non riescono ad andare a scuola perché manca l’aria condizionata, luoghi di aggregazione deserti. Secondo te come reagiremo a questo effetto poco previsto del riscaldamento?

Qui siamo nel campo delle osservazioni della società, quindi un po’ meno esatto di quello dei dati. Però sì, la mia sensazione è che questa sia stata un’estate da punto di non ritorno anche per la percezione climatica.

Ho sentito normalizzarsi sempre più l’idea del lockdown climatico, l’idea che ci sia una specie di coprifuoco: uscire durante un’ondata di calore è diventato qualcosa di percepito come pericoloso, che è necessario evitare, che fa star male.

Questo ha riportato il clima nelle preoccupazioni quotidiane delle persone dopo un anno relativamente tranquillo, privo di grandi incidenti climatici.

Ricordiamo che negli anni precedenti tutti gli autunni e le primavere erano stati caratterizzati da grandi disastri. Poi c’è stato un anno tranquillo e purtroppo in Italia lo si è usato per spazzare via il tema del clima dall’attenzione.

Ma la realtà vince sempre e quindi il clima si è imposto da solo sull’agenda e nelle percezioni. Secondo me sarà molto presente nelle elezioni amministrative. Nella politica nazionale si parlerà tanto di energia e di caro energia, ma credo poco di mitigazione e cambiamento climatico.

Nelle amministrative, invece, il verde urbano, il refrigerio urbano, la gestione dell’adattamento urbano saranno il tema. Anche perché si è capito quanto possa essere trasformativo un sindaco o una sindaca. Dagli esempi positivi, Londra e Parigi, e da quelli negativi, come Milano, si vede la differenza.

Secondo me si voterà per questa differenza e sulla credibilità di chi porterà un piano solido per cambiare una città e renderla più adatta alla lotta alla crisi climatica.

Anche perché città climaticamente inabitabili per quattro mesi l’anno sono città che vedono deperire il proprio patrimonio, le proprie prospettive, anche il valore degli immobili. Quindi secondo me ci sarà una domanda trasversale di buone idee, buone pratiche, misure di adattamento, strumenti. Se ne parlerà tanto.

  • I negazionisti hanno rapidamente cambiato posizione: adesso non negano più l’aumento delle temperature ma l’utilità delle politiche per contrastarlo. Anche a livello europeo sembra che la spinta per politiche incisive sia svanita. È troppo tardi per tutto?

Secondo me dobbiamo distinguere il negazionismo in senso stretto, che trovo, e anche i dati lo mostrano, piuttosto marginale nella nostra società. Marginale, ma purtroppo sovra rappresentato nelle istituzioni − il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è un negazionista climatico − e nei media italiani.

Però non è nemmeno questo il punto. Il punto è uno scontro fra interessi energetici e interessi collettivi. In questo scontro non c’è nessun negazionista: ci sono gruppi di interessi diversi, con priorità diverse. Non c’è una scala morale di priorità, ma ci sono priorità che corrispondono a interessi più generali, con una proiezione più lunga nel tempo, e ci sono interessi invece molto più ristretti.

Purtroppo questi interessi, che non sono interessi negazionisti, sono interessi fossili, che è una cosa attiva, ma diversa. In Italia stanno vincendo perché hanno molto ascolto nel governo e nei mezzi di comunicazione. Anche la scelta di Giorgia Meloni di andare di nuovo nella direzione di una maggiore estrazione di gas e petrolio in Italia non è tanto una scelta negazionista: è una scelta in cui un gruppo di interesse ha vinto sull’interesse generale.

Secondo me è questo lo scontro ed è così che dobbiamo leggerlo. Questa lettura si può fare a livello di un paese tutto sommato piccolo come l’Italia e si può poi traslare sull’Unione europea, su scala mondiale, sul conflitto fra Stati Uniti e Cina. Sono visioni diverse dell’economia, dell’energia, della società, con effetti diversi. Purtroppo la visione fossile, la visione di chi oggi estrae, continua a estrarre ed estrarrà sempre più idrocarburi, non è compatibile con l’abitabilità di questo pianeta.

Questo ce l’ha detto anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento a un grado e mezzo: un obiettivo sostanzialmente fallito, che ci lascia come unica opzione l’overshoot, cioè superare la soglia di sicurezza, stare chissà quanti decenni al di sopra e poi ritornare al di sotto.

Questa è la nostra migliore opzione al momento. È un’opzione che ci ha garantito non il negazionismo climatico: tutte queste sciagure non arrivano per il negazionismo climatico, ma per una serie di interessi economici. Secondo me a questi interessi economici non va nemmeno dato l’alibi del negazionismo climatico.

Settimana News

Il prete tra spiritualità e psicologia: ricomporre l’umanità del sacerdote

prete

L’articolo apparso su SettimanaNews, curato da Nico Dal Molin e dedicato al tema del rapporto tra spiritualità, psicologia e vita presbiterale, tocca un nervo scoperto della Chiesa contemporanea. Sempre più spesso la vita dei sacerdoti è segnata da burnout, solitudine, difficoltà nella gestione delle relazioni e sovraffaticamento emotivo. La riflessione che emerge dalle scienze umane dimostra che la sola dimensione “devozionale” o l’appello astratto al dovere spirituale non bastano più a sostenere l’equilibrio della persona: la grazia presuppone la natura e ne garantisce lo sviluppo.

Tuttavia, accanto all’ausilio della psicologia, la Chiesa è chiamata ad affrontare le cause strutturali ed ecclesiali di questa sofferenza con coraggio e visione pastorale.

Quando l’isolamento schiaccia l’uomo prima del ministro

Il dialogo tra vita spirituale e sostegno psicologico rivela come molti presbiteri vivano una condizione di profonda scissione:

  • Sconfinamenti di ruolo e sovraccarico: Spesso dal sacerdote ci si aspetta che sia al contempo guida spirituale, gestore burocratico, psicologo di comunità ed educatore, senza possedere gli strumenti adatti o senza potersi permettere momenti di reale recupero umano.

  • La solitudine affettiva ed emotiva: L’isolamento e la mancanza di una rete di supporto familiare ed affettiva strutturata rischiano di trasformare la dedizione al ministero in un peso insostenibile o in un’esperienza di aridità.

Dalla diagnosi psicologica alla svolta del Realismo Pastorale

Se la psicologia aiuta a comprendere le dinamiche emotive e umane della crisi, la risposta ecclesiale deve passare per una vera riforma pastorale che non privi la Chiesa del patrimonio umano e teologico dei suoi figli:

  1. La ricomposizione dell’unità familiare e sacerdotale: Il ministero non può richiedere l’annullamento della dimensione relazionale e affettiva dell’uomo.

  2. Valorizzare il clero coniugato per rigenerare la comunità: La riammissibilità al ministero attivo dei sacerdoti sposati con regolare formazione teologica ed esperienza pastorale offrirebbe un supporto fondamentale al clero celibe, riducendo l’isolamento e garantendo una gestione condivisa della cura delle anime.

  3. Una Chiesa più sana e fraterna: L’integrazione di ministeri celibi e coniugati crea un ambiente ecclesiale più equilibrato, in cui le diverse vocazioni si sostengono e si arricchiscono a vicenda, sotto la guida di Papa Leone XIV e dei Vescovi.

Curare l’umanità dei presbiteri significa non limitarsi ad accompagnare la crisi, ma eliminare le cause che la generano, offrendo risposte di salute spirituale, psicologica e istituzionale.

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“A te che resisti” è il titolo della lettera, preparata da Raniero La Valle, che trecento persone hanno inviato al papa per chiedere un Concilio ecumenico per la pace

Nicea. Fonte di unità e speranza - Azione Cattolica Italiana

“A te che resisti” è il titolo della lettera, preparata da Raniero La Valle, che trecento persone hanno inviato al papa per chiedere un Concilio ecumenico per la pace. La prima frase evidenzia il coraggio con cui Prevost osa chiedere ai «potenti del mondo» di «rovesciare la loro condotta». Costante, infatti, è in Prevost la denuncia dei poteri mondiali (economici, tecnologici, politici, militari, culturali, mediatici), espressi ampiamente nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026 o in Magnifica humanitas (cap. terzo, quarto e quinto), ma esposti costantemente e diffusamente in varie occasioni, coniugando etica, teologia e politica. Qualche esempio (incompleto).

Potenti autorità assassine

Il 28 marzo 2026, durante la visita nel Principato di Monaco, Leone denuncia «l’agire occulto di potenti autorità pronte a uccidere senza scrupoli: quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti; quante finte ragioni si pretendono per toglierli di mezzo». Afferma con energia che «le guerre sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro». Il 29 marzo 2026, domenica delle Palme, il papa propone una chiara cristologia affermando solennemente che «questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue” (Is 1, 15)» .

I signori della guerra

In Algeria, il 14 aprile, dopo aver commemorato i martiri d’Algeria, ribadisce che «il Cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Non è coi malvagi, coi prepotenti, coi superbi». Il 16 aprile in Camerun, osserva che «i signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio […]. Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!». EsploraPercorsi Spirituali

Despoti e tiranni del corpo e dello spirito

Il 18 aprile in Angola, Leone, da un lato denuncia «i prepotenti interessi» che mettono le mani sulle ricchezze del paese, dall’altro propone la metodologia della riconciliazione offerta da papa Francesco (Evangelii gaudium, 227). In tale ambito spicca il monito a non diventare schiavi di un dominio blasfemo. «Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario» […]. Come osservava ancora papa Francesco, «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare» (Fratelli tutti, 15)”.

Dominio, prepotenza, discriminazione

Il 21 aprile, in Guinea equatoriale, il papa ricorda ancora l’analisi lucida di papa Francesco, presente sia in Evangelii gaudium che nei discorsi ai Movimenti popolari (riproposti da Leone nella Dilexi te). «La rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica. In proposito, faccio mio l’appello di Papa Francesco, che proprio un anno fa lasciava questo mondo: “Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide” (Evangelii gaudium, 53). È infatti ancora più evidente oggi, rispetto ad alcun anni fa, che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli […]. Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte». LeggiTesti Cristiani

Il ruggito del Leone

Molto opportunamente l’inizio della lettera “A te che resisti” osserva che occorre impedire che il papa resti solo, «additato come un trasgressore e un pericoloso visionario, e forse anche ingiuriato con l’intenzione di travolgerti». Insomma, da un lato incalzano padroni, tiranni, colonialisti, imperialisti, affaristi, assassini, predatori, corrotti, manipolatori, deliranti, idolatri. Vicino a loro, spesso, molti indifferenti, impotenti, depressi, disorientati, rassegnati, manipolati, sfruttati, scartati. Leone sembra evocare il mysterium iniquitatis (2 Ts 2,7) cui opporre il mysterium pacis, attivo grazie a tanti artigiani e architetti, realisti e sognatori, testimoni e profeti, tessitori e poeti: «Una riserva di gioia e di speranza», specifica, «un’immensa moltitudine che ripudia la guerra», «un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace» (11 aprile), «una miriade di fratelli e sorelle solidali» (16 aprile 2026). Il suo appello è un ruggito che sveglia e chiama a rinnovare la storia «capovolgendo la logica di dominio, quella di chi persegue l’insensata ambizione di determinare l’architettura della Terra» (2 maggio 2026).

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Difesa civile non armata e nonviolenta

“Un’altra difesa è possibile”: cosa significano quelle 50mila firme

Adista

È un «traguardo storico» quello raggiunto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” con il superamento della soglia delle 50mila firme necessarie per depositare in Parlamento il testo di una Proposta di Legge (PdL) d’iniziativa popolare sulla Difesa civile non armata e nonviolenta, in attuazione degli artt. 11 e 52 della Costituzione. Nonostante il disinteresse dei media mainstream e le difficoltà iniziali, la mobilitazione di movimenti della società civile e degli enti locali ha impresso una svolta insperata alla mobilitazione. La raccolta prosegue fino al 18 settembre per rafforzare il mandato politico in vista del dibattito parlamentare e lanciare un segnale chiaro alle forze politiche per il 2027. La PdL – che chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – sarà consegnata in nei prossimi giorni in Senato, dove ci si augura possa iniziare al più presto il suo iter parlamentare.

Con lo sguardo puntato sulle elezioni del 2027, i promotori della Campagna ritengono di aver fornito «un banco di prova su cui chiamare a pronunciarsi le forze politiche: destinare risorse alla prevenzione dei conflitti, alla mediazione e alla cooperazione, invece che alla sola crescita della spesa militare, è una scelta di campo che riguarda il futuro del Paese».

Politica

«L’obiettivo è portare sul tavolo della politica e nel dibattito nazionale il tema di un’altra difesa possibile», spiega Mao Valpiana (presidente del Movimento nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile”), «spostando fondi pubblici dalla preparazione della guerra alla costruzione della pace».

Questo importante obiettivo è «il segnale di una sensibilità diffusa nel nostro Paese contro la guerra e le spese militari. Ci aspettiamo ora che il Parlamento, invece di altre misure per il riarmo, discuta la proposta di legge e risponda alla domanda che sale dai cittadini e dalle cittadine», aggiunge anche Giulio Marcon (co-portavoce di Sbilanciamoci!).

Sulla stessa lunghezza d’onda Laura Milani (presidente della CNESC): «In questo momento storico, in cui si tende a normalizzare la guerra, a militarizzare la società e a far passare la corsa al riarmo come l’unica via per garantire la sicurezza, è un segnale straordinario che così tante persone abbiano voluto firmare per questa legge di iniziativa popolare. È un invito forte a un cambiamento di prospettiva sul modo di intendere la difesa e su come costruire vere politiche di pace».

«Siamo pronti ad affrontare il confronto con il Parlamento e con l’opinione pubblica sul modello di difesa necessario per il nostro Paese», afferma infine Alfio Nicotra (coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace Disarmo). La nostra proposta «arriva alle Camere prima della tanto annunciata “riforma Crosetto” dello strumento militare nazionale. Mentre il militarismo mostra su tutti i fronti il proprio fallimento, incapace di risolvere i conflitti e di dare sicurezza ai popoli, il movimento per la pace propone una difesa reale della nostra società e della nostra democrazia, fedele ai principi sanciti dagli articoli 11 e 52 della Costituzione. Questo schieramento vasto e unitario, che ha fatto della nonviolenza e del disarmo il proprio manifesto politico, rappresenta una risorsa importante per la nostra democrazia. In tempi in cui il riarmo viene spacciato come unica soluzione alla guerra mondiale a pezzi, non era facile scrivere una pagina diversa. Invece l’abbiamo scritta, ed è per noi il primo passo nella direzione giusta».

Lettura e Vangelo del giorno 17 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 15,1-11

Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 117 (118)

R. Rendete grazie al Signore perché è buono.
Oppure:
R. Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre». R.

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore. R.

Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,36-50

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Cosa dovremmo fare per il clima

Attuare poco per volta le misure per il clima ha un costo che non pagano quelli che sostengono questa tesi, ma i villaggi cancellati, le popolazioni del Pacifico, i contadini dell’Asia meridionale, i braccianti del Mezzogiorno, gli anziani senza climatizzazione nel pieno del calore urbano. Il dominio del profitto.

Jacqueline Peel e Wesley Morgan

1. Nairobi, 2 settembre

Ci sono date che finiscono nei libri di storia con il rumore delle guerre e dei crolli finanziari, e date che ci passano accanto in silenzio pur pesando molto di più. Il 2 settembre 2026 appartiene alla seconda categoria. Quel giorno, da Nairobi, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha pubblicato un rapporto intitolatoLimiting Overshoot(il superamento del limite tollerabile). Non è l’ennesimo allarme. È qualcosa di diverso e, per chi ha seguito trent’anni di negoziati climatici, di più grave: è un atto notarile.

Per la prima volta un’agenzia delle Nazioni Unite smette di chiedersi se la soglia di 1,5 gradi verrà superata e comincia a chiedersi quanto salirà il picco, quanto durerà il superamento e se esistano condizioni realistiche per tornare indietro. Il linguaggio ufficiale èovershoot,peakand decline: sfondare, toccare il massimo, rientrare. È la grammatica di una sconfitta trasformata in piano di lavoro.

António Guterres ha commentato chiedendo che il superamento sia il più contenuto e il più breve possibile, e che l’unica cosa a superare ogni misura sia semmai l’ambizione politica. La direttrice esecutiva dell’UNEP, Inger Andersen, è stata più asciutta: se restiamo sopra 1,5 gradi nel lungo periodo, non esistono esiti buoni. Nessuno. Non è una frase da conferenza stampa, è una constatazione tecnica travestita da avvertimento morale.

2. Che cosa dice davvero il documento

Vale la pena leggere le cifre, perché è lì che il rapporto smette di essere un testo diplomatico e diventa un atto d’accusa. Anche nello scenario più favorevole costruito sugli impegni oggi presentati dai governi, il picco atteso di riscaldamento si colloca intorno a 1,8 gradi. Con le politiche effettivamente in vigore, non con quelle annunciate, la stima mediana per fine secolo si attesta intorno ai 2,6 gradi, in una forbice che va da 1,9 a 3,6. Dalla firma dell’Accordo di Parigi il mondo ha immesso in atmosfera oltre 400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

Il rapporto richiamal’Emissions Gap Reportdel 2025, che fissava l’asticella: per restare su una traiettoria compatibile con 1,5 gradi e un superamento limitato, le emissioni globali di gas serra dovrebbero scendere del 55 per cento rispetto ai livelli del 2019 entro il 2035. Nel 2024 sono invece cresciute del 2,3 per cento, arrivando a 57,7 miliardi di tonnellate equivalenti. Non è un rallentamento insufficiente. È una direzione sbagliata.

Una precisazione tecnica serve a evitare confusioni che la propaganda sfrutta volentieri. Il 2024 ha già chiuso con una media annua intorno a 1,53 gradi sopra i livelli preindustriali, ma un singolo anno caldo non equivale al superamento della soglia: quella si misura sul riscaldamento di fondo, oggi stimato intorno a 1,4 gradi. È proprio questa distinzione che rende la notizia più seria, non meno: significa che il superamento strutturale è ormai atteso entro pochi anni, con stime che indicano il 2029 o il 2030.

3. Il tempo è l’unica variabile non negoziabile

Fra tutte le cifre del rapporto, la più politica è quella indicata da Joeri Rogelj, uno degli autori: ogni cinque anni di ritardo nella riduzione delle emissioni aggiunge almeno un decimo di grado al picco del riscaldamento. Tradotto: ogni legislatura sprecata ha un prezzo fisico, misurabile, che qualcuno pagherà.

Questo rovescia il modo in cui in Italia e in Europa si discute di clima. Da anni ci viene raccontata una contrapposizione tra chi vorrebbe fare troppo in fretta e chi predica gradualità, tra transizione ideologica e realismo industriale. Il rapporto dell’UNEP dimostra che quella contrapposizione è falsa. La gradualità non è una posizione prudente: è una posizione costosa, e il costo non lo paga chi la sostiene. Lo pagano, in ordine, le popolazioni delle isole del Pacifico, i contadini dell’Asia meridionale, i braccianti che lavorano sotto il sole a quaranta gradi nelle campagne del Mezzogiorno, gli anziani soli nelle case senza climatizzazione durante le ondate di calore urbane.

Il ritardo, insomma, non è un incidente della politica. È una redistribuzione. Sposta risorse e sicurezza dal futuro al presente e dai molti ai pochi, e lo fa con la lentezza rassicurante delle procedure amministrative.

4. Il conto arriva a Trishuli Bazar

Il 26 agosto 2026, sul confine tra Tibet e Nepal, una massa di ghiaccio, roccia e detriti si è staccata a oltre cinquemila metri di quota e ha generato una piena improvvisa lungo il sistema del Bhote Koshi e del Trishuli. In mezz’ora il livello del fiume si è alzato di nove metri. Un pilota di elicottero ha raccontato di onde alte cinque o sei metri. A Devighat, nel distretto di Nuwakot, secondo le ricostruzioni locali si sono salvate pochissime case. Ponti, mercati, scuole, quindici impianti idroelettrici: cancellati.

I bilanci restano provvisori e discordanti, come sempre accade quando la tragedia colpisce aree remote e Stati diversi. Ai primi di settembre l’autorità nepalese per la gestione dei disastri parlava di oltre milleduecento morti fra i due Paesi e di migliaia di dispersi. Alcune organizzazioni hanno accusato le autorità cinesi di sottostimare le vittime, un’accusa che va registrata come tale e non trasformata in fatto accertato. Una rete internazionale di oltre ottantacinque scienziati ha ricostruito in meno di ventiquattro ore la dinamica dell’evento, escludendo che il solo distacco glaciale potesse spiegare la violenza della colata e indicando il ruolo dell’indebolimento della roccia dovuto allo scioglimento del permafrost e all’acqua di fusione.

Non è possibile attribuire un singolo disastro al riscaldamento globale con la stessa certezza con cui si attribuisce una tendenza. Ma è possibile dire che quel tipo di evento appartiene alla famiglia di fenomeni che il riscaldamento rende più probabili e più violenti, e che gli abitanti di Rasuwa non hanno contribuito quasi in nulla alle emissioni che stanno destabilizzando le loro montagne. È questa l’asimmetria che tiene insieme la questione climatica e la questione della giustizia: chi decide non paga, chi paga non decide.

Il presidente di Palau, Surangel Whipps Jr, ha reagito al rapporto ricordando quanto le nazioni del Pacifico avessero lottato per far entrare la soglia di 1,5 gradi nell’Accordo di Parigi, e osservando che chiedere più ambizione non basta più. Chi vive su un atollo non discute di scenari: guarda il mare che sale sul proprio orto.

5. Il conto italiano: quarantotto miliardi in un anno

Chi vuole capire perché il mondo ha superato la soglia non deve guardare alle dichiarazioni, ma ai bilanci pubblici. In Italia il quadro è documentato con precisione da Legambiente, che monitora la materia dal 2011. Secondo il rapporto Stop sussidi ambientalmente dannosi presentato nel marzo 2026, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato 48,3 miliardi di euro a sussidi ambientalmente dannosi, distribuiti su settantasei voci fra attività, opere e progetti legati direttamente o indirettamente alle fonti fossili e alle attività inquinanti. In quindici anni la somma complessiva supera i 436 miliardi.

La composizione conta più del totale. Il settore energetico assorbe oltre 14 miliardi. Ci sono 3,6 miliardi di agevolazioni IVA, 2,9 miliardi di quote di carbonio assegnate gratuitamente nel sistema ETS e circa 2 miliardi in prestiti e garanzie pubbliche messe a disposizione da SACE e Cassa depositi e prestiti a favore di impianti e infrastrutture fossili. I contributi agli impianti alimentati da fonti fossili sono passati da 1.019 milioni nel 2023 a 1.176 milioni nel 2024. Solo nel 2024, secondo la stessa fonte, l’inadeguatezza di canoni e royalties nel settore oil and gas, aggravata da esenzioni e tetti massimi, è costata allo Stato 547,4 milioni di mancati introiti rispetto ad altri Paesi.

Il dato ufficiale, pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica il 16 luglio 2026 nell’ottava edizione del Catalogo dei sussidi, adotta un perimetro contabile più stretto e per il 2025 indica 22,4 miliardi di sussidi dannosi, di cui 20,6 miliardi destinati specificamente ai combustibili fossili attraverso quarantaquattro misure. Nel 2020 erano 13 miliardi. Le due contabilità non coincidono, e la differenza dei criteri va detta con onestà. Ma la direzione che segnalano è la stessa, e la denuncia di Legambiente sulle diciotto voci non quantificate nel Catalogo resta senza risposta.

Qui la discussione smette di essere ambientale e diventa costituzionale. La legge costituzionale numero 1 del 2022 ha inserito nell’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, e ha aggiunto all’articolo 41 che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Ogni miliardo di denaro pubblico che consolida la rendita fossile va misurato su quel testo. Non è una metafora: è una norma di rango costituzionale.

6 La rimozione del carbonio e la tentazione dell’alibi

Il rapporto dell’UNEP indica come unica via di rientro un percorso che vada oltre la neutralità carbonica, fino a emissioni nette negative: sottrarre all’atmosfera più anidride carbonica di quanta se ne immetta. Sul piano fisico è ineccepibile. Sul piano politico è il punto più pericoloso dell’intero documento, e va detto proprio perché il documento stesso lo mette in guardia: la rimozione del carbonio deve aggiungersi agli sforzi di azzeramento, non sostituirli.

La tentazione è evidente. Una tecnologia futura che promette di riparare i danni è lo strumento retorico perfetto per rinviare le decisioni presenti. Piantare alberi, ripristinare ecosistemi, accelerare l’alterazione delle rocce, aumentare l’alcalinità degli oceani: sono approcci diversissimi per maturità, costo e rischio, e nessuno di essi è oggi dimostrato alla scala di gigatonnellate che gli scenari presuppongono. Nel frattempo intorno alla rimozione del carbonio si sta costruendo un mercato, con crediti, certificazioni e attori finanziari. Un mercato ha bisogno di scarsità e di domanda, non necessariamente di risultati climatici verificabili.

Il rischio è che si ripeta lo schema già visto con le compensazioni: un’industria del rinvio finanziata da chi continua a estrarre, che vende all’opinione pubblica la promessa di una riparazione futura in cambio del permesso di non cambiare nulla adesso. Rob Jackson, climatologo di Stanford estraneo al rapporto, ha usato un’immagine efficace: non siamo riusciti a fermare il treno delle emissioni, e ora gli scenari ci chiedono di fermarlo e poi di farlo tornare indietro. È la nostra migliore speranza. È anche, ha aggiunto, tutt’altro che probabile.

7. Antalya, novembre: chi ospita, chi presiede, chi vende

Dal 9 al 20 novembre 2026 la COP31 si terrà ad Antalya, in Turchia, con una divisione di ruoli senza precedenti nella storia dei negoziati climatici: la Turchia mantiene la presidenza formale, l’ospitalità e l’Action Agenda, mentre l’Australia esercita la presidenza dei negoziati, con l’autorità di gestire il processo, nominare i facilitatori, preparare i testi e formulare la decisione finale. Il ministro australiano Chris Bowen sarà presidente dei negoziati. Una pre-COP si terrà alle Figi e un incontro di leader a Tuvalu fra il 5 e l’8 ottobre.

Questa geometria è stata presentata come una vittoria del multilateralismo e come un riconoscimento del Pacifico. In parte lo è. Ma va guardata anche per quello che è: l’Australia, che guiderà le trattative sull’uscita dalle fonti fossili, è uno dei maggiori esportatori mondiali di carbone e di gas naturale liquefatto. La Turchia, che ospita e presiede formalmente, è un Paese la cui espansione economica poggia largamente sul carbone e sul gas. Non è un’accusa di malafede: è la descrizione di un conflitto di interessi strutturale che attraversa l’intero processo negoziale e che nessuna procedura, finora, ha saputo neutralizzare.

8. Non è il clima ad aver tradito

La parolaovershootha una qualità sedativa. Suona tecnica, quasi contabile, e permette di dire che abbiamo sforato un obiettivo come si sfora un budget trimestrale. Ma dietro quella parola non ci sono scostamenti di bilancio: ci sono villaggi cancellati in una valle dell’Himalaya, isole che perdono acqua potabile, raccolti bruciati, città che d’estate diventano invivibili per chi non può permettersi di andarsene.

La cosa più importante che il rapporto dell’UNEP dice, senza dirla, è che il superamento della soglia non è stato un fallimento della scienza né un limite della tecnologia. La scienza aveva indicato la traiettoria con decenni di anticipo. Le tecnologie esistevano e sono diventate progressivamente più economiche. Ciò che è mancato è stata la volontà di sottrarre potere a chi guadagna dall’estrazione, e quella volontà è mancata perché il potere di quegli interessi si è tradotto in sussidi, esenzioni, garanzie pubbliche, quote gratuite e ostruzione diplomatica documentata.

Un grado e mezzo non è evaporato. È stato speso, voce per voce, e le voci hanno un nome e un importo. Il rapporto delle Nazioni Unite ci dice che si può ancora limitare l’altezza del picco e accorciarne la durata, e che ogni decimo di grado risparmiato è vita risparmiata. Ma per farlo occorre smettere di trattare la crisi climatica come una questione di comportamenti individuali e cominciare a trattarla per quello che è: una questione di proprietà, di rendita e di democrazia.

La domanda da portare ad Antalya, e prima ancora nelle nostre assemblee elettive, non è se crediamo alla scienza del clima. È molto più semplice e molto più scomoda: chi paga i quarantotto miliardi, e chi li incassa.

primaloro.cm

FONTI

Lo spunto iniziale di questo articolo è un testo circolato in italiano attraverso la newsletter Other News (Roma), traduzione dell’articolo di Jacqueline Peel e Wesley Morgan pubblicato da The Conversation nel settembre 2026. I dati citati in quel testo sono stati qui verificati sulle fonti primarie e integrati con documentazione successiva.

UN NEO-CAPITALISMO / I fascisti della «fine dei tempi»

Ai ricchi questo mondo non piace più, e stanno facendo progetti e investimenti per andarsene altrove. Una specie di apocalisse domestica progettata nella Silicon Valley per la quale la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni sono prigioni da violare e da cui fuggire
di Naomi Klein e Astra Taylor

Jeff Bezos spera con la sua società aerospaziale “Blue Origin” di colonizzare lo spazio, permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle diBlue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

È questo il “fascismo della fine dei tempi”, come lo chiamiamo nel nostro libro con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni.

Di fronte a questa prospettiva da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine.

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale.

Nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospazialeSpaceXvenne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene. Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il Paese seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, la campagna elettorale di Mamdani affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Dentro la celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme comeDoorDash, sugli operai dei magazziniAmazonche lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a La Guardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono orrende e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

primaloro.com

L’estratto di questo saggio – pubblicato il 13 settembre 2026 sul «Guardian» – è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living World, uscito il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di «Guardian US», docente di giustizia climatica e co-direttrice del «Centre for Climate Justice» dell’Università della British Columbia. Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del «Debt Collective».

“Il governo delle destre vuole reintrodurre il nucleare in Italia”. Dichiarazione del Comitato Sì alle Rinnovabili

Destre e Terzo polo votano insieme per il ritorno all'energia nucleare – la Sinistra quotidiana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la Dichiarazione di Alfiero Grandi, della presidenza del Comitato “Si alle energie rinnovabili No al nucleare” e vicepresidente del Coordinamento per la democrazia costituzionale

Il governo delle destre più dura più fa disastri, ora anche la riesumazione del nucleare.

Ieri il Senato ha approvato un testo di legge elettorale palesemente incostituzionale in diversi punti.

Adesso la maggioranza di destra insiste con la legge delega che punta a reintrodurre il nucleare in Italia. ConsultaMappe Interattive

Ben due referendum nel 1987 e nel 2011 hanno bocciato a grande maggioranza il nucleare civile in Italia e le centrali che c’erano sono state chiuse. La destra ha la responsabilità di volere una contrapposizione tra la maggioranza del parlamento e il voto dei cittadini.

Questa legge per il ritorno al nucleare è un affronto alla democrazia e alla partecipazione.

Viene sbattuta la porta in faccia agli elettori. La destra un giorno sogna il capo del governo eletto dal popolo e il giorno dopo va contro il voto di ben due referendum popolari che hanno detto No a grande maggioranza.

Se si ritiene che siano troppo vecchi i referendum si vada alla Corte costituzionale per chiedere una interpretazione autentica della Costituzione, come avvenne nel 2012 con la sentenza 199.

Questa legge è incostituzionale per diverse altre ragioni. Il governo si fa dare una delega in bianco a fare tutto e il suo contrario, fino a stravolgere i conti pubblici.

Con un gioco delle 3 carte vorrebbe far credere che il nucleare è una risposta alla crisi energetica ma il governo stesso, con ottimismo, dice che prima di 10 anni il nucleare non ci sarà nemmeno volendo.

La crisi energetica è ora, risposte a 10 anni sono ridicole. La verità è che il governo ha sostanzialmente rallentato sulle rinnovabili e difficilmente raggiungeremo obiettivi altrimenti del tutto alla portata. L’eolico off shore è fermo malgrado proposte di investimenti privati importanti che darebbero energia elettrica più di tutto il nucleare di cui si blatera.

Il governo finge di risolvere il problema delle scorie radioattive ma in realtà è questo governo che ha rinviato la soluzione di almeno 10 anni. Inoltre il governo non prevede di costituire prima di tutto l’Agenzia per la sicurezza nucleare, entità tecnica indipendente, per dare certezza alle popolazioni. Inoltre parla di autorizzazioni integrate che imporrebbero ad Enti locali, regioni e sovrintendenze le decisioni. Evidentemente il ruolo delle autonomie esiste solo quando conviene alla destra.

Tutto fa pensare che questa legge servirà per la campagna elettorale, per tentare di fare dimenticare i non interventi nelle politiche energetiche, nelle rinnovabili, negli accumuli, il balbettio sull’aumento dei prezzi di benzina, gasolio e gas che stanno colpendo il potere d’acquisto e infiammano l’inflazione.

Prima questo governo se ne andrà prima si potrà cancellare questa legge che prende a schiaffi il voto dei cittadini. In ogni caso il referendum abrogativo sarà sempre possibile. Non c’è 2 senza 3?

Adista