Pellegrino delle stelle

Pace.determinazione.12

📝 DIARIO DEL GIORNO 12 – IL PELLEGRINO DELLE STELLE

8 Aprile 2026 – Ore 21: Rendere conto del desiderio

“Stasera, al termine di questo dodicesimo giorno, mi sento interrogato da San Giacomo: ‘Giuseppe, dì quel ch’ell’è la tua speranza’. Rispondo con il mio corpo che pesa meno, ma che sente di più. La mia speranza non è un ottimismo a buon mercato, è un’àncora gettata nel futuro della Chiesa. È la consapevolezza che il mio ‘desiderio lacerato’ è il segno della mia nobiltà umana. Non mi accontento delle ‘comode espansioni’. Preferisco la fame che mi tiene sveglio alla sazietà che mi addormenta nell’ipocrisia. Come Dante, avanzo nel mio pellegrinaggio: ogni passo è un verso, ogni giorno di digiuno è una cantica verso la verità.”

Buona notte dal Giorno 12 (Il Cammino dei 40 ^ giorni)

Il Diario del Corpo (12° giorno di digiuno)

14: La lucidità del vuoto

Il dodicesimo giorno porta con sé una strana, limpidissima calma. Superata la fase della fame “aggressiva”, il corpo sembra essersi rassegnato a una nuova modalità di esistenza. I sensi sono più acuti: il profumo dell’aria di montagna, il suono del vento, il calore della luce.

In questo vuoto fisico, la mente non vaga, ma punta dritta all’essenziale. Giuseppe racconta questa sensazione di “spogliazione”: quando non ti nutri più di cibo, ti accorgi di quanto poco serva per restare umani e di quanto invece sia vitale la verità. Questo digiuno non ci sta indebolendo; sta togliendo il superfluo per lasciare spazio solo alla nostra richiesta di Giustizia.

15: La forza di Albana – La colonna invisibile

Troppo spesso, nelle storie di sacerdoti sposati, la donna viene relegata a un ruolo d’ombra o, peggio, indicata come la “causa” di una caduta. Albana, in questi 12 giorni, dimostra l’esatto contrario. Lei non è la causa di una fine, ma il motore di un nuovo inizio.

Sostenere il digiuno, gestire la comunicazione, vegliare sulla preghiera: la dignità di Albana è la prova che la moglie di un sacerdote non è un ostacolo al sacro, ma la sua custode più fedele. Stasera riflettiamo sul valore immenso della donna nella Chiesa: non più ancella silenziosa, ma protagonista di una riforma che passa attraverso l’amore coniugale.

16: Buona notte dal Giorno 12 (Il Cammino dei 40 ^ giorni)

Il sole cala dietro le vette e noi aggiorniamo il nostro contatore. 12 di 40. Un altro passo è stato compiuto. Non sappiamo cosa accadrà domani, ma sappiamo che siamo fedeli alla nostra coscienza.

Affidiamo la notte a tutti coloro che soffrono per una scelta d’amore non compresa. Che la nostra piccola luce arrivi fino a Roma, fino al cuore di chi ha il potere di aprire queste porte.

“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Matteo 5,6). Buona notte a tutti voi che camminate con noi.

Pace.determinazione.12

QUANTO COSTA UN PASSO VERSO LA VERITÀ?

Viaggi.goccia

“Ho letto dei 15 milioni di euro per il viaggio del Papa (v. qui). Non provo rabbia, ma una profonda malinconia. Mi sento come Novecento che guarda dal parapetto della nave le casse d’oro che vengono caricate a bordo, sapendo che la musica più vera la si suona su un pianoforte scordato, in mezzo all’oceano.”

Mentre l’istituzione sposta milioni per testimoniare se stessa:

  • Il mio deserto non costa nulla, se non la fatica di restare onesti.

  • Le nostre 130 gocce di oggi (le visite reali) sono gratuite, ma pesano più di un oceano di banconote.

  • La mano di Albana sul ponte tibetano dell’Ossola non ha prezzo, perché è la moneta fuori corso dell’Amore che la Chiesa sembra aver dimenticato nei suoi bilanci.

Se 15 milioni servono per una “comunicazione ufficiale”, quanto varrebbe una sola parola di “comunicazione onesta” sui sacerdoti sposati? Quella parola sarebbe gratis. Eppure sembra la più difficile da pronunciare.

Non servono capitali per riformare la Chiesa. Serve il coraggio di scendere dal ponte d’oro e camminare su quello di corde, dove si dondola, si ha paura, ma finalmente ci si tiene per mano.

SEMINARI O CIMITERI DI VITA?

“Ho letto con dolore l’analisi di Viandanti sulla formazione dei sacerdoti. Descrivono una serra protetta, dove si coltivano piante che appassiranno al primo vento del mondo reale.” (Leggi qui)

Mentre l’istituzione discute su come “aggiornare” i programmi dei seminari senza cambiare il cuore del problema, io qui, nel mio 12° giorno di deserto, sperimento la vera formazione:

  • Non nel chiuso di un’aula, ma sospeso su un ponte tibetano dove l’unica sicurezza è la mano di chi ami.

  • Non nel silenzio artificiale, ma nella trasfigurazione dei rumori del mondo in preghiera, come faceva Teresina.

L’articolo parla di una “non-revisione”. Io rispondo con una “visione nuova”. La formazione del prete del futuro non può prescindere dalla verità degli affetti. Un prete che non sa essere sposo o padre (nel cuore o nella realtà) sarà sempre un prete dimezzato, un amministratore di un “oceano di carta” che ha paura della singola goccia di vita.

Non serve riformare i seminari. Serve abbattere le mura e lasciare che la vita — con i suoi dondolii, le sue risate e le sue fatiche — entri a far parte della chiamata.

DGS

Voci dal Mondo e Diritti Umani

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Oltre i Confini del Rito Latino

 6: Due Polmoni, una sola Fede (ma due discipline)

La Chiesa Cattolica respira con due polmoni: quello Occidentale (Latino) e quello Orientale (Greco-Cattolici, Maroniti, Melchiti, ecc.). In quest’ultimo, il sacerdozio uxorato (sposato) non è un’eccezione, ma la norma. Perché un sacerdote cattolico ucraino o maronita può essere un buon pastore e un padre di famiglia, mentre a un sacerdote latino (come Giuseppe) viene imposto l’aut-aut? Questa disparità ferisce l’universalità della Chiesa.

 7: Quando il Papa riconosce il Sacerdote Sposato

Pochi fedeli sanno che il Papa, in quanto Capo della Chiesa Universale, riconosce pienamente la validità e la santità dei sacerdoti sposati orientali. Non sono “preti di serie B”. Allora, perché nel rito latino la famiglia viene vista come un ostacolo al sacro? La nostra battaglia non chiede un’invenzione, ma l’estensione di un tesoro che la Chiesa già possiede ma che tiene chiuso a chiave in Occidente.


 8: Diritti Umani e Libertà di Vocazione

L’Articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani tutela la libertà di coscienza e di religione. Imporre la scelta tra il ministero (per cui si è studiato e a cui si è stati chiamati da Dio) e il diritto naturale a formare una famiglia è una violenza morale. Verso il 6 Maggio, chiediamo che il diritto canonico si armonizzi con i diritti fondamentali dell’uomo: la vocazione non può essere una prigione per il cuore.

9: Lettera ai Parrocchiani “orfani” del Pastore

Mentre le parrocchie chiudono o vengono accorpate perché “mancano preti”, migliaia di sacerdoti sposati sono pronti a servire ma vengono tenuti “in panchina” dal sistema. Ai fedeli che soffrono per la mancanza dell’Eucaristia diciamo: la soluzione c’è. Il vostro parroco potrebbe essere un uomo che vive tra voi, che capisce le vostre fatiche perché le vive in casa propria. Il digiuno di Giuseppe è anche per ridare il pastore al suo gregge.


10: La Verità dei Primi Secoli

San Pietro era sposato. San Paolo rivendicava il diritto di portare con sé una “donna sorella” (moglie) come gli altri apostoli. Per i primi mille anni, il sacerdozio sposato è stato la prassi comune anche in Occidente. Non stiamo chiedendo una “modernizzazione selvaggia”, ma un ritorno alla purezza delle origini apostoliche. Questi 40 giorni sono un viaggio a ritroso verso la sorgente.

11: Il “Modello Panikkar” e la Sintesi Orientale

Come ci ha insegnato Raimon Panikkar, l’Oriente non ragiona per “esclusioni” ma per “inclusioni”. Il sacerdote sposato è l’uomo della sintesi. In questo pomeriggio dell’12° giorno, il nostro Satyagraha si fa ponte tra Roma e Costantinopoli, tra il passato apostolico e il futuro di una Chiesa che sappia finalmente accogliere l’amore in tutte le sue forme.

Diritti Umani e Libertà di Vocazione

 12: L’Articolo 18 – Una bussola per la coscienza

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza.” (Art. 18, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)

Oggi, nel 12° giorno del nostro cammino, invochiamo questo principio universale. La libertà di coscienza non è un “permesso” concesso dalle autorità, ma un diritto intrinseco. Quando la struttura ecclesiastica impone un aut-aut tra la vocazione (il servizio a Dio) e il diritto naturale (formare una famiglia), sta di fatto violando lo spazio sacro della coscienza. La vocazione non può essere usata come moneta di scambio per rinunciare ai diritti fondamentali dell’uomo.

 13: La Vocazione non è un Sequestro della Libertà

Applicare l’Articolo 18 alla scelta sacerdotale significa riconoscere che un uomo non smette di essere “individuo con diritti” nel momento in cui riceve l’ordinazione. Se la coscienza di un sacerdote lo spinge a vivere il ministero in una forma nuova — quella uxorata (sposata) — la risposta non può essere l’esclusione o la “morte civile” professionale e spirituale.

La Chiesa dovrebbe essere la prima custode della libertà di coscienza, non l’ultima. Chiedere la riammissione al ministero per Giuseppe significa chiedere che la Chiesa si allinei ai grandi traguardi di civiltà dell’umanità. Non c’è vero culto a Dio dove non c’è rispetto per la libertà della persona. Il nostro Satyagraha è un atto di fedeltà sia al Vangelo che alla Carta dei Diritti Umani.

Giorno 12: Se il Cardinale Pellegrino avesse avuto ragione?

Il cardinale Michele Pellegrino scomparso nell'86

Nel silenzio del mio dodicesimo giorno di digiuno, mentre il corpo si fa leggero e la mente cerca radici profonde, mi è tornata tra le mani una “perla” preziosa ripescata da SettimanaNews (qui): l’intervista rilasciata nel 1981 dal Cardinale Michele Pellegrino, l’amatissimo Arcivescovo di Torino.

Rileggere le sue parole oggi, nel 2026, provoca un misto di profonda commozione e santa indignazione. Sono passati quarantacinque anni. Eppure, sembra che il tempo si sia fermato, o peggio, che la Chiesa abbia scelto di camminare all’indietro.

“I tempi sono gli uomini che li fanno maturare”

Pellegrino, con la sua proverbiale parresia, smontava già allora l’alibi preferito della burocrazia ecclesiastica: “I tempi non sono maturi”. Egli rispondeva che i tempi maturano attraverso il coraggio degli uomini.

Oggi, con il mio digiuno e con le storie che affollano questo blog — dal giovane di trent’anni che sogna l’altare al prete operaio di ottantadue — sento che siamo noi, questo “coro di gocce”, a dover far maturare il tempo. La maturità non è un frutto che cade da solo, è una scelta di verità.

Il dilemma di un Cardinale profeta

Il Cardinale Pellegrino poneva un aut aut drammatico, che oggi è diventato un’emergenza assoluta:

“O mantenere ad ogni costo la legge del celibato e rinunciare alla piena evangelizzazione, o favorire l’evangelizzazione e modificare la legge ecclesiastica. Credo che bisogna scegliere questa seconda strada.”

Il “ritardo” che lui denunciava nell’81 è oggi un baratro. Quante comunità sono rimaste senza Eucaristia? Quanti sacerdoti sono stati costretti al segreto o all’abbandono in questi 45 anni? Quanta sofferenza inutile è stata generata per difendere una “legge ecclesiastica” a scapito della legge suprema: la salus animarum?

Torino e la Chiesa-Fortezza

Pellegrino parlava di una “Chiesa-fortezza” che chiude porte e finestre per paura del vento dello Spirito. Io oggi, dalla mia montagna che guarda verso Torino, sento che quelle finestre sono ancora sbarrate dal segreto e dalla paura di “dare scandalo”.

Ma lo scandalo vero — ci ricorda Pellegrino — non è il prete che si sposa, ma una Chiesa che preferisce restare “artificiale” e chiusa piuttosto che guardare il mondo vero negli occhi.

La mia risposta a quarant’anni di silenzio

Se oggi una giornalista mi chiede “dati” che il Vaticano tiene secretati, io rispondo con la voce di Pellegrino. Il dato più vero è il ritardo colpevole. Il mio cammino dei 40 giorni è un atto di fedeltà a quella visione: è l’esecuzione di un testamento spirituale che Torino e la Chiesa universale hanno ricevuto quarantacinque anni fa e hanno lasciato impolverare sotto il tappeto.

“Anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età…” cantava Lucio Dalla in quegli anni. Ridiamoci sopra per continuare a sperare, sì. Ma ora è tempo che quella speranza diventi Canone, diventi Pane, diventi Libertà.

Don Giuseppe Serrone Giorno 12 di 40 – Verso la fondazione della Verità.

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Il Canone dello Spirito: la voce di un giovane di 30 anni

Futuro preti sposati

In questo Giorno 12 del mio cammino, il deserto si è improvvisamente popolato. Non di critiche o di rumore, ma di una voce limpida, giovane, che profuma di futuro e di sofferenza benedetta.

Mi ha scritto un uomo di trent’anni. Un giovane che ama Dio, che ama la sua fidanzata e che, con una maturità che commuove, ha scelto di non farsi condizionare da una legge umana nel suo cammino verso il matrimonio. Ma in questa scelta libera, porta una ferita: il desiderio del Sacerdozio.

Il “Ripiego” che non giova a nessuno

Questo giovane ci dice una verità che spesso la gerarchia finge di non vedere: il diaconato permanente, vissuto come “sostituto” per chi è sposato ma sente la vocazione presbiterale, è un ripiego. E i ripieghi — scrive lui con coraggio — “non fanno bene né a se stessi, né alla Chiesa, né tanto meno a Dio”.

La sua non è una ribellione, è una confidenza lacerante. È il grido di chi si sente “sbagliato” solo perché il suo cuore è abbastanza grande da ospitare sia l’amore per una donna che l’amore per l’Altare.

Una Proposta Concreta: Integrare, non Distruggere

La bellezza di questo messaggio sta nella proposta canonica che lo accompagna. Non chiede di abolire il celibato, ma di integrarlo con la sapienza dello Spirito. Egli suggerisce un canone che restituisca al Vescovo diocesano la facoltà di discernere e ammettere agli ordini anche uomini sposati di comprovata fede, e di riammettere chi, dopo la dispensa, sente di poter ancora servire il Popolo di Dio.

“Resta in me la speranza che prima o poi potrò dare compimento a ciò che, come tanti altri uomini, custodisco dentro.”

A te, giovane fratello…

Voglio dirti che il mio digiuno, oggi, è per te. Sei tu il “mattone” di cui parla la canzone della goccia. Sei tu la prova che il mio cammino dei 40 giorni non è l’atto nostalgico di un prete di lungo corso, ma una necessità vitale per le generazioni che verranno.

La tua fidanzata, che condivide la tua speranza, è già parte di quel “coro” che stiamo formando. Non siete soli. Non siete sbagliati. Siete la Chiesa che bussa al futuro.

Appello alla Gerarchia

Ascoltate questa voce. Non ha il tono della pretesa, ma il timbro della “comunicazione onesta” richiesta dal Papa. Se un giovane di 30 anni deve sentirsi lacerato per voler servire Dio pienamente, significa che la nostra “legge umana” sta mettendo i bastoni tra le ruote allo Spirito Santo.

Giorno 12: Fondazione. Oggi posiamo questa pietra. Grazie per il tuo “ascolto visivo”.

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Il Concilio Vaticano II rappresenta un punto di luce nella storia della Chiesa moderna. I preti sposati cercano di attuare le nuove prospettive di rinnovamento

Lebret e il Vaticano II
nella Chiesa del mondo

Avvenire

Il Concilio Vaticano II rappresenta un punto di luce nella storia della Chiesa moderna, una luce non ancora spenta, sebbene si allontani progressivamente dal nostro orizzonte. Il mondo è cambiato molto in questi sessant’anni, la Chiesa con esso; sono cambiate le priorità sociali ed etiche (si pensi all’ambiente), sono cambiati il linguaggio spirituale e i codici narrativi dell’anima individuale e collettiva. In questo grande fluire globale facciamo sempre più fatica a capire cosa sia successo nella Chiesa cattolica tra Giovanni XXIII e Paolo VI, anche perché avendo perso l’abitudine a leggere e studiare la storia, ci siamo dimenticati la triste condizione dalla quale proveniva la Chiesa, e quindi la portata straordinaria e stupefacente dell’evento Concilio. Un evento preparato dall’azione e dal pensiero di molti, in una stagione profetica che nell’epoca moderna resta insuperata: «Viviamo in un mondo nuovo. Il cristiano, che vive in questo mondo nuovo, non può disinteressarsene abbandonandolo al suo destino» (B. Häring, Testimonianza cristiana in un mondo nuovo, 1960). Un protagonista di questa fase profetica è stato Padre Louis-Joseph Lebret (1897-1966), domenicano francese. La sua formazione, tra teologia ed economia, la sua frequentazione e grande conoscenza dell’America Latina e di molti popoli “in via di sviluppo”, la sua sensibilità e il suo carisma personale, furono molto importanti per la svolta antropologica del Vaticano II, in particolare della Gaudium et Spes (1965) e poi per la Popolurum Progressio (1967) di Paolo VI. La sua vocazione cristiana, che seguì e si aggiunge a quella del mare – «Non avrei mai potuto fare il lavoro che è stato il mio, se non fossi stato prima ufficiale di marina» (P. Lebret, L’economia al servizio dell’uomo, Citta Nuova, 1968) – è scandita da tre tappe principali: il Movimento di Saint-Malo (1930-1939), quella di Economie et Humanisme (1941) e infine l’IRFED (Institut International de Recherche en vue du Developpement harmonisé, 1958). Tre fasi collegate tra di loro che segnano la crescita armoniosa di una vocazione spirituale e sociale, sostenuta da due pilastri: la misericordia e l’osservazione della realtà. Il punto di partenza della sua ricerca-azione era infatti la commozione delle viscere per il dolore dell’umanità e per le ingiustizie, il metodo era empirico e quindi storico, per l’importanza che egli dava al dato reale, terapia preventiva contro ogni ideologia.
Una figura oggi quasi dimenticata, anche da parte della Chiesa cattolica che fa molta fatica a conservare la memoria dei suoi profeti. Anche per questa ragione, non possiamo non accogliere con entusiasmo intellettuale e gioia il libro di Michele Dau – Louis Joseph Lebret. L’economia umana: il progresso sociale come ascesa, Castelvecchi, 2025. Lebret non era un accademico, anzi aveva una avversione naturale per il mondo delle analisi astratte, teologiche e filosofiche astratte, sebbene fosse maestro di teologia. Dopo l’esperienza di Saint-Malo, fondò l’associazione «Economie et Humanisme», che pubblicava una omonima rivista e che divenne un punto di riferimento per gli studi sullo sviluppo, con nuove idee sulla povertà, inchieste sul campo e dati, offrendo nuove categorie e narrative sulla povertà e sullo sviluppo. È stato precursore e profeta di filoni di pensiero che hanno alimentato il dibattito culturale nella Chiesa e nella società della seconda metà del Novecento e oltre. Tra questi la teoria della decrescita, la visione del cristianesimo come liberazione dei popoli, la teoria di A. Sen sullo sviluppo come libertà, e l’intuizione dello sviluppo umano integrale, dell’uomo “tutto intero”, una espressione che riprendeva da Perroux. Uno sviluppo, quindi, inteso come un «problema di civiltà», dove centrali sono «i valori affettivi, intellettuali, estetici, etici e spirituali», una delle prime intuizione su quello che oggi chiamiamo capitale spirituale.
Molto importante è la sua idea di bene comune, uno dei pilastri della tradizione della Chiesa, che a lui, domenicano e quindi tomista, era particolarmente caro. Per Lebret il bene comune non era un concetto filosofico astratto e spesso vago (come si continua a leggere in molti testi). Non era la somma dei beni individuali (utilitarismo economico), ma neanche quello che l’economia chiama ‘bene comune’ o beni comuni (commons). Era qualcosa d’altro, che rimandava alla «comunanza di destino»: Lebret sentiva l’esigenza che ci fosse un livello dell’azione politica e sociale che guardasse direttamente e intenzionalmente al bene di tutti, in quelle questioni che riguardavano veramente tutti. Aveva quindi della società una visione non conflittuale ma armoniosa, non perché negasse il conflitto di classe o l’imperialismo dei paesi ricchi (conosceva bene Marx e ne apprezzava alcuni elementi). Voleva invece sottolineare che ci sono alcune dimensioni della vita umana comune dove siamo davvero tutti sulla stessa barca, dove diventiamo veramente e realmente una comunanza di destino – con il covid, con l’ambiente e ora con il pericolo di guerre mondiali, ci accorgiamo quanto sia attuale ed essenziale che questa idea di bene comune sia presa in considerazione, a tutti i livelli.
Lebret è stato uno dei “periti” del Concilio, ma in realtà è stato uno dei suoi “padri” spirituali. Vi giunse solo dal marzo 1964, perché la sua figura non era universalmente stimata – in genere, i portatori di visioni profetiche sono divisivi, solo i falsi profeti piacciono a tutti. Una partecipazione che comunque si rivelò decisiva, dato il ruolo che Lebret svolge nella redazione finale della Gaudium et Spes, e quindi per la metanoia che visse la chiesa nei confronti del mondo. Quando fu presentato alla plenaria del Concilio lo Schema XIII (il testo che sarà infine approvato con il bellissimo titolo di Gaudium et Spes), ci furono circa ventimila note, critiche e mozioni. Lebret ricevette l’incarico di lavorare, ad Ariccia, con altri 29 padri conciliari, 38 esperti e una ventina di laici, su quell’enorme materiale emerso dalla planaria. Così commentava quel lavoro: «Una felicità incontrare la chiesa vivente in ricerca di comunione con l’umanità», scriveva nel suo diario il 4 febbraio del 1965. Dal giugno a luglio del 1965, mentre si trovava in ospedale per la malattia che da lì a poco lo porterà alla morte, non smise di lavorare. Nonostante la portata rivoluzionaria della Gaudium et Spes, il documento sociale della chiesa più profetico dell’epoca moderna, per Lebret si sarebbe potuto fare ancora di più nell’apertura al mondo: «Rispetto a quanto c’è di valido nel pensiero moderno e contemporaneo, spesso non cristiano, del quali molti uomini ad oggi sono intrisi. Non si tiene conto a sufficienza delle diverse ricerche». I profeti sono costanti abitanti della terra del non-ancora, quindi sempre insoddisfatti con i già. Così scriverà nel 1986 il cardinal Poupard: «Per Papa Paolo VI, padre Lebret, è stato un uomo venuto dall’avvenire per aiutare i suoi contemporanei a congedare le visioni superate che non potevano entrare nel futuro guardando indietro». Finalmente terminava la ricerca della terra promessa nel ricordo del mondo di ieri. Per Lebret era forte la convinzione che non fosse sufficiente «la carità» perché «bisognava lavorare per cambiare le strutture».
L’idea di giustizia sociale della Chiesa pre-conciliare portava infatti a guardare la povertà senza mettere seriamente in discussione le strutture economiche e sociali del mondo che generavano sistematicamente quelle povertà, anche perché le gerarchie ecclesiastiche (re, principi e conti) stavano sul lato sbagliato di quelle strutture. Per Lebret, e quindi per il Concilio, era giunto il tempo di mettere in discussione le ragioni profonde della diseguaglianza – un tempo che stiamo ancora aspettando: «Sentinella, quanto resta della notte?».
Lebret era uomo d’azione, non si definiva un intellettuale. Eppure ha scritto, con la penna dell’anima addestrata dall’amicizia e dall’amore per i poveri, alcune pagine bellissime. Come questa del 1942, dove, descrivendo i “veri sapienti”, senza saperlo né volerlo, ci stava parlando della sua stessa vocazione: «Il loro ristretto settore di ricerca non costituisce per essi un limite. Esso li mette in comunione con l’universo, in quanto l’hanno l’ansia di servire l’uomo e l’umanità. Ogni giorno apporta loro nuova luce. Uomini di scienza, cercano il contatto con gli uomini d’azione e, a loro volta, operano in un laboratorio che è la realtà stessa, allo scopo di non consumare la loro vita nella soluzione di falsi problemi o di chimeriche estrazioni. Coloro che sapranno essere insieme uomini d’azione e uomini di scienza diverranno i sapienti di cui questi tempi turbolenti hanno bisogno». Quanto avrebbero bisogno di questi uomini e donne di azione e di scienza, i nostri tempi ancor più turbolenti.

Da AI a AGI. L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence

Verso una AI Sapienziale

Avvenire

L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence — e la sua promessa è quella di implementare un sistema capace di svolgere qualsiasi compito cognitivo umano. In qualsiasi dominio. Con efficacia pari o superiore. Non uno strumento specializzato. Un interlocutore universale. I segnali di questa corsa sono ovunque. Tutti accelerano. Tutti dichiarano, con variazioni di tono ma non di sostanza, che l’AGI è imminente. Siamo entrati in quella fase in cui la traiettoria tecnologica sembra inarrestabile. Non perché lo sia davvero, ma perché nessuno dei protagonisti vuole o può permettersi di fermarsi. Abbiamo smesso di parlare di applicazioni per parlare di infrastruttura. Non «cosa possiamo fare con l’AI», ma «cosa dobbiamo costruire perché l’AI possa esistere a quella scala».
Questa corsa, però, porta con sé due limiti strutturali che la retorica dell’entusiasmo tende a rimuovere. Non sono limiti tecnici secondari, risolvibili con la prossima versione del modello. Sono limiti di sistema. Il primo è un limite economico: il modello di business dell’AI non esiste ancora. Il secondo è un limite epistemologico: il modello ermeneutico / semantico dell’AI attuale è insufficiente. I due limiti non sono disgiunti. Approfondiamoli separatamente.
Partiamo dal modello di business. Un data center da un gigawatt di potenza — la dimensione necessaria per addestrare e distribuire i modelli di frontiera — costa, tra costruzione e gestione, tra 35 e 60 miliardi di euro. Il fabbisogno stimato per l’AI a regime è di circa cento gigawatt. Ovvero cento data center. Un investimento complessivo nell’ordine dei tre-cinque trilioni di euro. Già pianificato. Già annunciato dalle grandi piattaforme tecnologiche globali. Tre-cinque trilioni. C’è addirittura chi sostieni (il CEO Di IBM) che ne serviranno 8 di trilioni. Più di quanto l’intera industria dei semiconduttori abbia mai guadagnato nella sua storia, dalla nascita del transistor fino ad oggi. Una percentuale significativa del PIL globale. L’investimento industriale più concentrato e più rapido che l’umanità abbia mai programmato. C’è però un dettaglio che la narrazione entusiastica tende a omettere: la vita utile di un data center è di circa cinque anni. Il ciclo tecnologico dell’hardware AI (GPU) è talmente rapido che quanto viene costruito oggi diventa obsoleto prima di aver completato la propria curva di ammortamento. Quei tre-cinque trilioni (la netto delle infrastrutture che hanno un ciclo di vita più lungo) andrebbero reinvestiti ogni cinque anni. E per essere economicamente sostenibili dovrebbero generare utili nell’ordine di 1 (o più) trilione l’anno. Ogni anno. Per cinque anni di seguito. Ma un obiettivo di tale portata è realizzabile soltanto attraverso un salto di produttività dell’intera economia globale. Allo stato attuale, invece, la gran parte degli utilizzi dell’AI è di natura retail: riassunti, immagini, intrattenimento, assistenti digitali. È il boom tecnologico a più alta intensità di capitale della storia. Che non ha ancora sviluppato, tuttavia, un modello di business adeguato a sostenerlo. L’era del quantum computer verrà in soccorso. Ma non basterà solo aumentare la capacità di calcolo. Serve anche altro. La conclusione logica è una sola: abbiamo bisogno di un’AI che consumi meno per produrre di più. Non più parametri. Non più gigawatt. Ma più intelligenza per watt. Ed è qui — precisamente qui — che il limite economico incontra il limite epistemologico.
Perché i modelli attuali consumano così tanto? Perché ragionano per singole informazioni correlate statisticamente — pixel di testo, frammenti di dato, schegge di probabilità — invece di ragionare per concetti. Invece di comprendere la struttura del reale, la simulano attraverso miliardi di associazioni. Serve un oceano di calcolo per produrre ciò che un bambino impara in un pomeriggio. È esattamente questo nodo che un ricercatore di primissimo piano ha deciso di aggredire frontalmente.
C’è un momento nella storia della scienza, infatti, in cui chi sa più di tutti (o ha intuito prima di tutti) interrompe il coro e dice: c’è dell’altro. Yann LeCun lo ha fatto a marzo del 2026, lasciando Meta dopo dodici anni per fondare AMI Labs — Advanced Machine Intelligence — raccogliendo oltre un miliardo di dollari (solo sulla base di un concept) nel più grande seed round mai registrato in Europa. LeCun non è un outsider. È uno dei tre padri fondatori del deep learning, Premio Turing 2018. Sa di cosa parla. Ed è proprio perché sa di cosa parla che si permette di dire che la direzione attualmente dominante dell’intelligenza artificiale è insufficiente.
La diagnosi è precisa: i grandi modelli linguistici sono straordinariamente capaci ma strutturalmente limitati. Un gatto che salta su un tavolo calcola traiettorie, anticipa conseguenze, comprende la gravità. Un grande modello linguistico sa descrivere il salto con eleganza impeccabile. Ma non sa eseguirlo. È costruito per fare altro.
I modelli linguistici, infatti, sono macchine probabilistiche: data una sequenza di token, calcolano la distribuzione di probabilità sul token successivo. Fanno questo con sofisticazione stupefacente. Ma ciò che producono non è comprensione: è correlazione statistica elevatissima. Ciò esclude le risposte rare (e per questo più preziose). Non comprendono. Calcolano. Una civiltà che affida progressivamente le proprie decisioni a sistemi che calcolano invece di comprendere non sta adottando (e sviluppando) lo strumento più efficiente. Sta sostituendo il giudizio con la plausibilità. Sta rinunciando alla saggezza per la performance. Sta scegliendo la superficialità rispetto alla profondità.
La proposta di LeCun — l’architettura JEPA, Joint Embedding Predictive Architecture — non nega i modelli linguistici: li supera. Il sistema apprende strutture invece di sequenze: osservando video, dati spaziali, esperienze fisiche, costruisce una rappresentazione interna del mondo e ragiona su quella rappresentazione concettuale. Non pixel di informazione correlati: ontologie. La differenza non è di grado. È di natura. Ed è anche una risposta parziale al primo problema: un’AI che ragiona per concetti è strutturalmente più sobria e sostenibile di un’AI che simula la comprensione attraverso miliardi di correlazioni.
L’orizzonte di LeCun, tuttavia, si ferma al mondo fisico. È un progresso. Ma non è ancora abbastanza. C’è dell’altro, vorremmo dire anche noi. Cosa? Prima di descrivere ciò che manca, occorre smascherare un equivoco che rischia di diventare il più costoso della storia tecnologica contemporanea. Molti sistemi oggi sul mercato si presentano come “etici”. Hanno policy di utilizzo, guardrail, filtri di contenuto. Si dichiarano allineati ai valori umani. Eppure, queste AI non ragionano eticamente. Si limitano — banalizzando la complessità tecnica sottostante — a irrigidire i propri sistemi di controllo.
La differenza è abissale. Un guardrail è un vincolo esterno: impedisce un comportamento senza comprenderne le ragioni. È la differenza tra un uomo che non ruba perché teme la prigione e un uomo che non ruba perché ha interiorizzato il valore della giustizia. Il primo è condizionato. Il secondo è virtuoso. Nessuna AI attuale è virtuosa: è condizionata. I suoi “valori” sono vincoli imposti dall’esterno attraverso RLHF generico, filtri post-hoc, regole di contenuto. Non emergono da un ragionamento etico strutturale: sono protocolli di contenimento. L’etica, così ridotta, non è etica. È compliance.
Abbiamo, dunque, bisogno – è questa la risposta – di una AI strutturalmente etica. Un’AI addestrata su dataset sapienziali — filosofici, morali, teologici, spirituali — che non elabora pixel di informazione correlati statisticamente ma costruisce ontologie, ragiona per concetti, comprende strutture di significato. Un’architettura così concepita è intrinsecamente (e realmente) più sobria e sostenibile. Produce più intelligenza per watt perché non deve simulare la comprensione attraverso miliardi di associazioni: la possiede strutturalmente. Un’AI che ragiona secondo principi morali strutturati non genera percorsi computazionali inutili: sa riconoscere quando una domanda è mal posta, quando una risposta non è necessaria, quando il silenzio vale più di mille token. Il ragionamento etico è intrinsecamente orientato — sa dove vuole arrivare — e questa direzionalità riduce il rumore computazionale. LeCun guadagna efficienza eliminando la correlazione statistica cieca. L’AI sapienziale aggiunge un’ulteriore efficienza: il ragionamento etico è per natura essenziale, tende al necessario e scarta il superfluo.
Su questa prospettiva – che risponde (quanto efficacemente sarà da vedersi) ad entrambi i limiti evidenziati in premessa – è da anni impegnato anche l’Harmonic Innovation Ecosystem. Sviluppando ricerca teorico-pratica d’avanguardia sul rapporto tra tecnologia, etica e bene comune. Implementando piattaforme e modelli fondativi sulla base di dataset proprietari (o utilizzabili in via esclusiva e/o preferenziale) già disponibili. Costruendo un allineamento valoriale non post-hoc ma strutturale, incorporato nell’architettura. Con l’obiettivo di definire un common sense ortogonale al common sense generalista. Un punto di vista (preferenziale) sulla realtà. È questa la novità. Anche in questo caso (come nel caso di LeCun) si ragiona per concetti ed ontologie e non per pixel di informazioni correlati statisticamente. Ma tale approccio è applicato allo spazio morale prima ancora che a quello del reale. E verrà, inoltre, rafforzato da un instruction tuning di secondo livello assicurato da una selezionata comunità internazionale di esperti in etica, bioetica, filosofia, teologia, scienze cognitive, diritto, ecologia. Non il mercato, dunque. Ma la civiltà. Ed il pensiero e lo spirito che l’hanno generata e la sorreggono. Il rapporto con l’umano che ne deriva, non sarebbe, così, di sostituzione ma di amplificazione. Una maieutica algoritmica, si potrebbe dire. Non una risposta al posto di chi decide, ma la domanda posta più in profondità. Nella giusta profondità.
Una AI Fondativa Sovrana, dunque. Sapienziale (e non sapiente, si badi bene!). La prima, forse, davvero degna di questo nome. Non è un sogno. È una opzione concreta. Un cantiere aperto. E la sua sovranità sarebbe europea: radicata nell’umanesimo mediterraneo, nel pensiero cristiano, nella filosofia classica, nel diritto naturale.
L’Armonauta abita, da molto tempo, quindi, la breccia aperta da LeCun. Il problema dell’intelligenza artificiale non è tecnico ma antropologico. La vera libertà del pensiero non si misura in nanometri di silicio né in GPU-hours. Si misura nella capacità di discernere: non soltanto il vero dal falso e il particolare dall’universale, ma il bene dal male, il degno dall’indegno. I greci la chiamavano phronesis. Tommaso d’Aquino la poneva al cuore della prudenza. Nessuno di loro immaginava un algoritmo. Tutti descrivevano qualcosa che nessun algoritmo, da solo, può generare. Ma che un algoritmo orientato dall’umano può, per la prima volta, aiutare a esercitare. La ricerca della Verità. L’unica che illumina. L’unica che rende liberi. L’unica che redime. L’unica che salva.
L’intelligenza che manca non manca per difetto di potenza computazionale. Manca per difetto di intenzione. Perché nessuno, finora, aveva osato chiedere all’intelligenza artificiale di orientarsi verso il bene come fine. Non come variabile da ottimizzare. Non come vincolo da rispettare. Bensì come orizzonte costitutivo, incorporato nell’architettura prima ancora che nel codice. Per essere un “saggio compagno di viaggio”.
Qualcuno lo sta chiedendo.
Qualcuno sta già provando a farlo.
Coming soon.

Trump minaccia l’Iran: ‘Un’intera civiltà sta per morire’, il Papa: ‘E’ inaccettabile’

Trump © ANSA/EPA

ansa

La guerra del Golfo ha vissuto un’ennesima e drammatica giornata, con la comunità internazionale sospesa sull’ultimatum di Donald Trump a Teheran per Hormuz.

Una serie di raid sulle infrastrutture civili iraniane, come ponti e autostrade, è scattata diverse ore prima della deadline posta dal presidente americano. “Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile”, ha rincarato in seguito il commander in chief con un post su Truth dai toni apocalittici, per dare un ultimo avviso agli ayatollah.

Una minaccia al popolo iraniano che il Papa ha definito “inaccettabile”. “Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. E’ una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente di tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”, è l’accorato appello di Leone XIV.

Le bombe di Israele e Stati Uniti sono tornate a cadere sull’isola di Kharg e sulla città di Qoms, dove si starebbe curando un Mojtaba Khamenei ormai “in stato di incoscienza” secondo l’intelligence di Tel Aviv. La Casa Bianca ha negato di considerare l’opzione arma atomica, ma gli ultimi segnali rischiano comunque di destabilizzare ulteriormente l’economia globale, se si guarda anche al proclama dei Pasradan: “la moderazione è finita” e se gli americani e i loro alleati “superano le linee rosse vi colpiremo privandovi per anni del petrolio e del gas della regione”.

“Possiamo distruggere l’Iran in una notte”, aveva minacciato Trump dopo aver dato tempo alla teocrazia per riaprire lo Stretto di Hormuz entro le 2 italiane di mercoledì. Nel frattempo i caccia americani e dell’Idf si sono alzati in volo per colpire target specifici in territorio iraniano. Le autorità locali hanno segnalato raid su un’importante autostrada che collega la città di Tabriz a Teheran e che è stata chiusa.

Ancora, attacchi alle linee ferroviarie, con tutti i treni da e per Mashhad, seconda città del Paese, cancellati per precauzione dopo un avvertimento israeliano che esortava i civili a non viaggiare su rotaie. Nel mirino sono finiti due ponti, a Kashan e vicino alla città santa di Qoms. Le bombe hanno investito Kharg per la seconda volta dall’inizio della guerra, che avrebbero colpito solo obiettivi militari e non la logistica dell’export del petrolio.

Benyamin Netanyahu, commentando gli ultimi attacchi, ha riferito che i ponti e le ferrovie erano utilizzati dalle Guardie Rivoluzionare “per trasportare materie prime per armi, armamenti e i loro operativi che attaccano noi, gli Stati Uniti e altri Paesi della regione”. Non c’è stata nessuna azione mirata contro la popolazione, ha puntualizzato, come a voler confermare che si è trattato di un ultimo avvertimento ai mullah prima di “scatenare l’inferno” evocato dal Trump, ossia la distruzione della rete di approvvigionamento energetico dell’Iran.
Il presidente americano, mentre le lancette del countdown continuavano a correre, è arrivato ad immaginare la distruzione di “un’intera civiltà”. Ma nel consueto lessico che alterna brutalità e messaggi concilianti il tycoon ha lasciato aperto uno spiraglio: “Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale – in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate – forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario”.

In effetti la diplomazia, anche in questa fase critica, non si è interrotta. JD Vance ha detto che si sarebbero tenuti “molti negoziati” prima della scadenza dell’ultimatum e fonti pakistane hanno confermato il “duro lavoro” della leadership di Islamabad per ottenere una “svolta”. Gli stessi media statali di Teheran, dando conto di un’interruzione dei messaggi diretti con Washington, hanno fatto sapere che i contatti indiretti sono proseguiti. Infine, fonti americane e israeliane interpellate da Axios, pur restando scettiche sulla possibilità di un’intesa al fotofinish, hanno parlato di “molti progressi fatti nelle ultime 24 ore”.

Senza escludere anche la possibilità di un ulteriore proroga. Indiscrezioni che hanno portato ad un calo del prezzo del petrolio sui mercati.
Nel caso di un fallimento della trattativa il ricorso degli Usa alla bomba atomica sarebbe comunque scongiurato. La Casa Bianca lo ha detto pubblicamente, per correggere le interpretazioni alle ultime dichiarazioni di Vance. Il vicepresidente, parlando da Budapest al fianco di Orban, aveva parlato di “strumenti non ancora utilizzati che il presidente può e deciderà di usare se l’Iran non cambia condotta”. La stessa Casa Bianca non si è potuta invece sbilanciare sulle prossime decisioni dell’amministrazione riguardo agli sviluppi del conflitto: Trump, è stata l’ammissione, è “l’unico” a sapere cosa fare.

Si lavora alla proposta di tregua del Pakistan

Un alto funzionario iraniano sostiene che l’Iran sta valutando positivamente la richiesta del Pakistan di un cessate il fuoco di due settimane. Lo riporta Reuters sul suo sito.

“Non posso commentare, siamo nel mezzo di trattative accese”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox rispondendo a chi gli chiedeva del cessate il fuoco di due settimane proposto dal Pakistan.

Il primo ministro pakistano Sharif ha invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso in Medio Oriente a rispettare “un cessate il fuoco di due settimane” per consentire alla diplomazia di raggiungere una soluzione definitiva.
Sharif ha chiesto su X alle autorità iraniane di aprire lo Stretto di Hormuz nello stesso periodo, “come gesto di buona volontà”, e ha sollecitato il presidente statunitense Donald Trump “a prorogare di due settimane la scadenza” fissata per l’intervento in Iran.
Il primo ministro ha affermato che gli sforzi diplomatici per una soluzione pacifica del conflitto stanno procedendo “a ritmo costante”. 

Palazzo Chigi: ‘Gli iraniani non possono pagare le colpe del regime’

“L’Italia ribadisce la propria ferma e risoluta condanna nei confronti delle condotte destabilizzanti del regime di Teheran: dagli attacchi missilistici che minacciano la sicurezza delle nazioni del Golfo, alle reiterate intimidazioni volte a compromettere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz — arteria vitale per l’economia globale — fino alla sistematica e brutale repressione interna del proprio popolo. Tuttavia, è fondamentale distinguere nettamente tra le responsabilità di un regime e il destino di milioni di cittadini comuni. La popolazione civile iraniana non può e non deve pagare il prezzo delle colpe dei propri governanti”. Lo afferma una nota di Palazzo Chigi, in cui si spiega che “il Governo italiano continua a seguire con estrema attenzione l’evolversi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un’ulteriore escalation militare che potrebbe coinvolgere l’intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili”.

“Il Governo italiano condivide quanto già dichiarato dalle istituzioni dell’Unione europea sulla necessità di preservare l’integrità delle infrastrutture civili, oltre che l’incolumità della popolazione iraniana, e auspica che si possa presto giungere a una soluzione negoziale della crisi”, sottolinea la nota in cui si spiega che “il governo italiano continua a seguire con estrema attenzione l’evolversi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un’ulteriore escalation militare che potrebbe coinvolgere l’intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili”.

08/04/2026 Diario speranza: casa primo santuario; spezzare il pane e abbracciare la vita; le ferite e l’ingiustizia

Diario della speranza 2026 di don Giuseppe Serrone per riammissione al ministero dei preti sposati

📔 Diario della Speranza | Giorno 12 di 40

 1: La Casa è il primo Santuario

Il Concilio Vaticano II ha definito la famiglia come “Chiesa domestica”. Se crediamo davvero a questa verità, allora la casa non è il luogo dove la vocazione sacerdotale “muore”, ma il luogo dove si incarna.

In questo dodicesimo giorno di digiuno, riflettiamo sul fatto che il sacerdote non è un angelo senza corpo, ma un uomo tra gli uomini. Escludere un sacerdote perché ha scelto di formare una “piccola Chiesa” con una moglie e dei figli è una contraddizione teologica che ferisce il corpo mistico di Cristo. La nostra casa, qui tra le montagne, è oggi il nostro santuario, e la nostra tavola vuota di cibo ma piena di preghiera è il nostro altare.


 2: Spezzare il Pane, Abbracciare la Vita

C’è una gestualità comune che unisce il prete e il padre: spezzare il pane. Don Giuseppe lo ha fatto per anni sull’altare; lo ha fatto a tavola con Albana. Oggi, nel digiuno, quel gesto diventa spirituale. Ma la domanda resta: perché la mano che spezza il Pane della Vita dovrebbe essere considerata “indegna” se stringe la mano di una sposa o accarezza la testa di un figlio?

Il pane eucaristico e il pane domestico sono lo stesso nutrimento d’amore. Negare questa sintesi significa negare l’Incarnazione stessa.


3: Curare la ferita del Clericalismo

Papa Francesco ha spesso denunciato il clericalismo come un male della Chiesa. Il clericalismo nasce quando il sacerdote si sente superiore o “diverso” dai fedeli. Il matrimonio per un sacerdote è l’antidoto più potente al clericalismo. Ti riporta alla terra, ti insegna l’umiltà del servizio quotidiano, ti obbliga al dialogo e al confronto costante. Un sacerdote sposato non può essere un despota spirituale, perché la vita familiare lo educa ogni giorno alla pazienza e alla carità concreta.


 4: Il Silenzio che Urla Giustizia

In questo mattino dell’12° giorno, il nostro silenzio davanti al cibo è un urlo l’ingiustizia. Non stiamo chiedendo di cambiare il Vangelo, ma di tornare alla libertà delle origini, quando gli Apostoli (Pietro in primis) vivevano la missione portando con sé la propria famiglia.

La “Quarantena della Speranza” continua. Il contatore segna 12, la fede segna Infinito.

GIORNO 11 – NOTTE: L’APPUNTAMENTO A VENEZIA 7 Aprile 2026 – Ore 22:00: Oltre l’orizzonte del deserto

Diariosperanza.11

📝 DIARIO DEL GIORNO 11 – NOTTE: L’APPUNTAMENTO A VENEZIA

7 Aprile 2026 – Ore 22:00: Oltre l’orizzonte del deserto

“Sto per chiudere gli occhi in questa fine dell’undicesimo giorno, e nel cuore porto l’invito di G. da Venezia. Mi ha chiamato generoso, intelligente, ma soprattutto ‘brava persona’. Quanta sete c’è di umanità nella nostra Chiesa! Mentre il mio corpo sente il peso della fame, la sua promessa di un incontro mi scalda come un mantello. Non sto solo camminando verso il giorno 40, sto camminando verso fratelli che non sapevo di avere. Se la mia voce ha tremato oggi, è stato per fare spazio alla sua. Grazie, Signore, perché in questo deserto non hai messo solo sassi, ma hai tracciato sentieri che portano fino alla laguna, fino al cuore di chi ha lavorato una vita intera nell’ombra.”