BIBBIA DI GERUSALEMME – EDIZIONE IN TELA ROSSA CON COFANETTO

Tradotta in tutte le lingue del mondo cristiano, la Bibbia di Gerusalemme è universalmente la più diffusa. Per il rigore degli studi e l’affidabilità dei ricercatori che vi hanno lavorato è la più amata dai credenti, la più consultata dagli esperti, la più frequentata dal pubblico laico. Questa edizione rilegata, con copertina rigida in tela rossa ed elegante cofanetto è la versione classica, impreziosita da xilografie tratte da una Bibbia stampata a Venezia nel 1606, realizzate da disegnatori e incisori italiani, in apertura di ogni libro biblico.

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Cultura / l’impegno politico di Hemingway per libertà e giustizia. Coinvolgimento civile che segnò anche la sua opera narrativa

E Hemingway seguì la stella dei cronisti

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Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica

Per Ernest Hemingway il giornalismo fu una palestra di scrittura che gli fece esprimere la sua visione del mondo, immersa nella realtà, e lo condusse alla letteratura. A testimonianza di ciò stanno i 172 articoli che scrisse per il quotidiano “Toronto Daily Star”, e per la sua edizione settimanale, nell’arco di tempo che va dal febbraio 1920 al gennaio 1924. Questo corpus è alla base del saggio della storica Gabriella Airaldi Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica (Arcadia edizioni, pagine 326, euro 18,00). L’autrice traduce molti di quei pezzi, la maggior parte dei quali mai apparsi in italiano, e attraverso essi offre il profilo di un uomo che «fin da giovanissimo sceglie di mettere al centro della sua vita l’impegno politico». In questo gli è d’aiuto un lavoro che lo costringe a immergersi nei fatti alla ricerca di una verità possibile. Airaldi – che ha insegnato Storia medievale a Genova e ha svolto in vari continenti attività di ricerca per Cnr e ministero degli Esteri – all’inizio convoca due esponenti di spicco della parola storica e di quella poetica: Marc Bloch e Federico García Lorca, la cui riflessione sul duende , il folletto, il daimon che spinge l’uomo a partire dal suo intimo – elaborata in una celebre conferenza del 1933 – apre e chiude il libro. Entrambi vennero uccisi da regimi liberticidi, Bloch dalla Gestapo nel giugno 1944, Garcia Lorca dai nazionalisti spagnoli nel 1936. Hemingway, animato dallo stesso indomito spirito di libertà – un «guerriero vivace e potente», lo definisce l’autrice – soccomberà con il suicidio nel 1961 al male che lo seguì come un ombra: la depressione.
Era uno dei due corni del suo percorso esistenziale scandito dalla scrittura e dall’azione sempre in cerca della grace under pressure , la grazia sotto pressione, che però alla fine è divenuta la (de)pressione che lo ha schiacciato. Airaldi evidenzia bene come le mille esperienze dello scrittore – dalle ambulanze della Grande guerra, ai tori spagnoli, fino alla pesca in alto mare – non fossero solo cieco vitalismo, bensì rispondessero a una precisa visione della vita: vedere con i propri occhi, toccare con mano, insomma fare esperienza di qualcosa prima di raccontarla. Un’esperienza nella quale il giornalismo ha giocato evidentemente un ruolo di primo piano. A evidenziarlo è la scansione del volume, diviso in due parti: la prima copre gli anni dal 1899 – data di nascita che accomuna lo scrittore alla generazione di italiani che incontrerà nella conflagrazione mondiale – al 1924, anno in cui terminò la collaborazione con il “Toronto Star”. La seconda, lungi da essere una cesura, sottolinea la continuità tra i reportage per la testata canadese con il prosieguo della produzione dello scrittore e indaga le radici che connettono la sua attività giornalistica ai capolavori romanzeschi che gli valsero il Nobel nel 1954: Fiesta! , Addio alle armi , Per chi suona la campana , Il vecchio e il mare , per citare i titoli più noti. La storia del pescatore Santiago, ad esempio, uscita nel 1953, è prefigurata in un articolo per il giornale canadese scritto nel 1922 durante il trasferimento in Francia con la prima moglie Hadley Richardson. Una sosta del piroscafo a Vigo gli diede la possibilità di seguire, scrive Airaldi, la «lunga e sanguinosa pesca del tonno, una lotta che dura sei ore ed oggi appare un preludio interessante alla sfida di The old man and the sea », oltre che un assaggio di quella Spagna che negli anni Trenta lo vedrà in prima linea.
Hemingway si immerge nella scrittura e vive la scena parigina, caratterizzata dai fermenti artistici della lost generation , la generazione perduta di artisti americani. Lì trova l’aiuto di Gertrude Stein e conosce James Joyce, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound. Per il “Toronto Star”, sia Daily che Weekly, Ernest incontra nel 1922 anche Benito Mussolini e dà un lucido ritratto dell’uomo e della situazione creata dalla camice nere, pronte a prendere il potere con la violenza. E mentre molti giornalisti Usa sono affascinati dal Duce, lui «nonostante quello che abitualmente si pensa, non esprime un vero giudizio positivo», scrive la storica. Inizialmente non si sbilancia, secondo il suo stile di non assumere una posizione per partito preso, ma in seguito avrà modo di condannare uomo e regime. Lo si vedrà in Spagna. Ma prima di impegnarsi in quella guerra civile, lo scrittore si è misurato con altri conflitti: quello mondiale, come noto, ma anche la guerra greco-turca del 1918.
La sua formazione politica ha un punto di svolta proprio nel primo dopoguerra, quando il giornale di Toronto lo invia a seguire la conferenza di Genova del 1922, quando in sella al governo c’è ancora Facta, ma Mussolini di lì a poco prenderà il potere. Si tratta del momento in cui a livello internazionale si deve decidere della ricostruzione post-bellica e dei rapporti con la Germania sconfitta e con la neonata Unione Sovietica. «A Genova il giovane giornalista americano prende confidenza per la prima volta con la geopolitica mondiale e oggi i suoi reportage, testimonianze precise e profonde di una prima e chiara esposizione delle sue idee politiche, devono essere considerate autentiche lezioni di storia». I numerosi articoli scritti in quell’occasione sono stati utilizzati in minima parte, sottolinea Airaldi, che ne pubblica integralmente alcuni. Hemingway alterna lucidi scenari della politica internazionale (e di quella del paese ospitante che scivola verso la dittatura) a puntuali resoconti dell’andamento della conferenza che vede la delegazione russa opporsi ai progetti degli alleati e poi stipulare un patto con i tedeschi, fino a notazioni sulla scarsa presenza di donne e a ritratti dei vari membri delle delegazioni, dalla Bulgaria a Russia e Germania, nei quali emerge la vena dello scrittore. Non manca un caustico ritratto dei giornalisti tedeschi, vestiti in modo stravagante e che si considerano intellettuali, disprezzando chi, come l’americano, si attiene al racconto dei fatti.
Merito del libro di Airaldi è quello di scavare nelle righe degli articoli in cerca di quello spirito umanistico (e anche religioso) che caratterizza lo scrittore. E che si vede già in uno degli articoli per il “Toronto Syar” del 1923: “ The Blind man’s Christmas Eve” , storia tragica dall’attacco fulminante: «Per tutti tranne uno dei cinquecentomila abitanti di Toronto era Vigilia di Natale. Per l’uomo cieco era solo il ventiquattro dicembre». Un segno della ricerca di grace under pressure che, esemplifica Airaldi, fu il «modello di comportamento» che lo scrittore dalla giovinezza applicò a se stesso, ma anche i protagonisti delle sue storie, «uomini e donne responsabili della proprie scelte, positive o negative che siano, qualsiasi colore della pelle abbiano , qualsiasi sia la loro posizione sociale : miliardari, intellettuali, toreri, pescatori, camerieri, portatori africani».

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Virus Shamonda: Il paziente contagiato è morto a inizio ottobre. Ma «era gravemente immunodepresso». L’ipotesi è quella di una contaminazione tramite la puntura di un moscerino

In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c'è da sapere

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Da quando è stato identificato per la prima volta, 61 anni fa in Nigeria, il virus Shamonda non era mai stato riscontrato nell’uomo; è infatti trasmesso da insetti ad animali da allevamento. O almeno lo era. Visto che è stato rilevato per la prima volta in un essere umano. È accaduto in Francia e il soggetto contagiato, morto a inizio di ottobre, era un «paziente gravemente immunodepresso», e in attesa di un trapianto. Così riferiscono, in una nota congiunta, i ministeri della Salute e dell’Agricoltura di Parigi.

«Malgrado il virus Shamonda – recita il comunicato – circoli da diversi decenni in Africa e in Asia, finora non era mai stato documentato alcun caso nell’uomo. Si tratta dunque di un evento eccezionale», verificatosi in un paziente ricoverato a Lione per una patologia grave. Al momento l’ipotesi è di «una contaminazione tramite la puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, un territorio in cui, durante la primavera e l’estate, è stata segnalata la circolazione del virus tra gli animali». Stando agli accertamenti, «le complicazioni cerebrali riscontrate nel paziente immunodepresso prima del decesso sarebbero, con ogni probabilità, riconducibili all’infezione da virus Shamonda». Tuttavia, assicurano a Parigi, al di là di questo caso specifico, «alla luce delle conoscenze attualmente disponibili su tale virus, al momento non è stato individuato alcun rischio sanitario per la popolazione generale».
È bene tuttavia non sottovalutare questo segnale che, evidenzia Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Consiglio superiore di sanità, riafferma la capacità, da parte dei cambiamenti climatici, di «influenzare la diffusione dei patogeni. Ma non dobbiamo aspettarci che il contagio si estenda alla popolazione umana: nonostante si sia verificato un decesso, non abbiamo prove che il virus sia mutato diventando pericoloso per le persone».
Dopo il primo riscontro in Nigeria del 1965, il virus era stato segnalato anche in Australia e Giappone. È dell’estate di quest’anno la presenza negli allevamenti europei. «La trasmissione all’uomo è un evento eccezionale e non dobbiamo preoccuparci che il virus possa diffondersi facilmente tra le persone», spiega Andreoni. «Siamo di fronte al caso di un paziente gravemente immunodepresso, nel quale l’infezione potrebbe aver trovato condizioni particolarmente favorevoli. Non possiamo quindi pensare che il virus si sia necessariamente adattato all’uomo: potrebbe semplicemente aver “approfittato” di una situazione. Abbiamo già osservato casi di batteri e parassiti capaci di provocare infezioni in persone con difese immunitarie compromesse, senza che questo significhi che si siano adattati a infettare l’essere umano». Un’ipotesi alternativa, «ma molto meno probabile», è che il virus abbia subito una mutazione che gli consenta di infettare l’uomo con maggiore facilità. Il vero aspetto preoccupante, precisa Andreoni, «è che questo agente infettivo sia arrivato in Europa. È un ulteriore segnale degli effetti della globalizzazione e, soprattutto, dei cambiamenti climatici, che possono favorire la diffusione di vettori e agenti infettivi in nuove aree geografiche. Un campanello d’allarme – conclude – che merita attenzione e monitoraggio».

In Italia, il ministero della Salute aveva lanciato un “alert” già il 17 settembre sulla circolazione del virus in alcuni allevamenti. «In attesa di ulteriori approfondimenti epidemiologici e scientifici, questo caso rappresenta un ulteriore richiamo all’importanza di non abbassare la guardia nei confronti delle malattie infettive emergenti – sottolinea il presidente della Società italiana d’Igiene, Enrico Di Rosa -. È fondamentale rafforzare i sistemi di sorveglianza epidemiologica, virologica ed entomologica, promuovendo una collaborazione sempre più stretta tra sanità pubblica, medicina veterinaria e tutela dell’ambiente». I cambiamenti climatici, aggiunge Di Rosa, «modificano la distribuzione geografica e la stagionalità degli insetti vettori creando condizioni favorevoli alla diffusione di agenti patogeni anche in territori precedentemente meno interessati, esponendo anche il nostro Paese a rischi infettivi nuovi o finora poco conosciuti. Riteniamo pertanto prioritario investire nel potenziamento dei dipartimenti di Prevenzione per intercettare precocemente questi fenomeni. La prevenzione deve essere in grado di anticipare i rischi, non limitarsi a gestire le emergenze».

Chi ha paura del dialogo? Undici schede per conoscere l’islam e «disarmare i pregiudizi»

Un momento della presentazione delle “Schede per conoscere l’Islam” a Roma con Zuppi e gli esponenti delle comunità musulmane

Avvenire

«Sono musulmano di fede ma cattolico di cultura. I genitori mi hanno fatto frequentare l’ora di religione a scuola e l’oratorio». Yassine Baradai si racconta. Lo fa accanto al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede a Roma. D’origine marocchina, è il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. E tiene a far sapere: «Ho festeggiato sempre il Natale. E la mia compagna è cristiana». Una pausa. «C’è bisogno di scardinare una visione dell’islam che riduce tutto a un problema o a una questione di sicurezza. E l’iniziativa che la Conferenza episcopale italiana propone va in questa direzione». Yassine Baradai si riferisce alle “Schede per conoscere l’islam”, undici tappe realizzate con il Pisai, il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica, e destinate a entrare nelle scuole della Penisola durante l’ora di religione cattolica. Un «laboratorio di cultura e dialogo», non una materia «per fare catechismo», spiega Zuppi che per sette anni è stato insegnante di religione. E un’opportunità per tutti. «Anche per gli stessi ragazzi musulmani che mi auguro possano frequentare l’ora di religione», afferma il cardinale nella presentazione delle “Schede” a Palazzo Borromeo. Perché, aggiunge, «la conoscenza permette di sconfiggere i sospetti. Se il cristiano ha pregiudizi verso il musulmano, perché il musulmano non deve avere pregiudizi verso il cristiano?».
Anche l’Italia fa i conti con la polarizzazione. E con la paura del diverso. Timori che la politica cavalca e strumentalizza. E la religione diventa “arma”. «C’è molta ignoranza, c’è molto sensazionalismo, c’è molta semplificazione. Vale per l’islam. Vale per l’ebraismo», dice Zuppi. Due tradizioni al centro del progetto Cei che porta fino in aula il dialogo fra le fedi. E guarda ai «giovani che hanno bisogno di saperi corretti». Poi il monito: «Leggo titoli pericolosi sui giornali che alimentano l’idea di uno scontro di civiltà, compresa l’islamofobia». La sfida è quella di favorire la comprensione reciproca. Sui passi della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” e a quarant’anni dall’incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 ad Assisi dove aveva radunato i leader delle religioni del mondo. Un anniversario di cui le schede «sono uno dei frutti», sottolinea Zuppi.
Dalle religioni presenti nel Paese arriva un messaggio chiaro: non solo è possibile convivere, ma anche collaborare insieme per il bene della nazione e per la coesione sociale. Persino di fronte alla violenza, come quella giovanile di questi giorni. «Serve una condanna univoca, ma anche una necessaria proposta educativa per rispondere alle domande che i ragazzi ci pongono», dichiara il cardinale facendosi interprete di un desiderio collettivo. È ciò che sta alla base anche del “Patto fra le religioni” coordinato dalla Cei che è stato firmato a giugno e consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Il dialogo è una sfida per l’Italia. Ed è soprattutto il futuro – rimarca il presidente della Cei durante l’incontro a Palazzo Borromeo –. Ma vale persino il contrario: se non parli resti indietro, perché il mondo va avanti». Andare incontro all’altro non significa mettere in discussione l’identità italiana. «Anzi, aiuta a capire ancora di più le radici cristiane del Paese e che cosa può tornare a essere il Mediterraneo», assicura Zuppi.
È il tempo di tessere relazioni di «stima e fiducia», fa sapere il vescovo Gaetano Castello, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Dialogo fra le fedi che non è «un lusso» ma un «modo onesto di cooperare per una società migliore che unisce i nostri credo», chiarisce. Scommettendo sulla formazione. Ecco quindi le “Schede” per le classi. «Una buona pratica da sostenere», osserva in un videomessaggio Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ed evidenzia: «Avere come intento la conoscenza dell’altro vuol dire avere come obiettivo ultimo quello di combattere il pregiudizio». Verso chiunque. «Siamo in tempi difficili caratterizzati da parole apertamente ostili», mette in guardia Massimo Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. E Nadjia Kebour, docente al Pisai e alla Pontificia Università Urbaniana, avverte: «L’ignoranza è una radice del male. Il terrorismo esiste e io l’ho vissuto in Algeria, ma l’islam non è la religione dei terroristi. Come non è solo della sharia, ossia delle leggi, ma anche del misticismo». E il preside del Pisai, Wasim Salman, richiama papa Francesco per raccontare il percorso che con la Cei è stato fatto. «C’è bisogno di creare ponti – ribadiscono don Giuliano Savina e don Alberto Gastaldi, direttori degli Uffici nazionali Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e per l’educazione, la scuola e l’università –. Abbiamo già iniziato un confronto con esponenti del buddismo e dell’induismo per compiere un ulteriore passo».

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Nuovo vaccino per tumore polmone. Il farmaco nasce da uno studio italiano e riguarda la stessa patologia che ha colpito il Papa. Cappuzzo (Int Regina Elena di Roma): «Una nuova arma dopo il fallimento della prima terapia»

Tumore al polmone: un vaccino raddoppia la sopravvivenza nella malattia già avanzata

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Un vaccino di nuova generazione contro il tumore del polmone, nato da uno studio italiano e sviluppato dall’azienda biotecnologica francese Ose Immunotherapeutics, ha dimostrato, nella fase 2 di sperimentazione, di poter quasi raddoppiare la sopravvivenza. È una ulteriore conferma di quell’autentica rivoluzione in atto in campo oncologico, dovuta all’immunoterapia (che comprende anche i vaccini antitumorali).
Quando, nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (il più frequente) in stadio metastatico, già trattati dalle terapie di prima linea, la malattia progredisce o si ripresenta, decretando il fallimento delle precedenti cure, solo il 29% sopravvive a un anno dalla ricomparsa. La somministrazione del vaccino peptidico di precisione chiamato “Tedopi”, invece, porta la sopravvivenza a un anno al 47% in combinazione con la chemioterapia (docetaxel), e al 46% con l’immunoterapia (nivolumab). È quanto sta emergendo dalla ricerca di fase 2 “Combi-Ted”, promosso dalla Fondazione Ricerca Traslazionale (FoRT), il cui primo autore è Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e presidente di FoRT, che lo presenterà, domenica prossima, al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in programma a Madrid.

La ricerca internazionale

Lo studio di rilievo internazionale ha coinvolto 17 centri oncologici di eccellenza, distribuiti tra Italia, Francia e Spagna, confermando così il ruolo di primo piano della rete di ricerca italiana nella sperimentazione dei vaccini terapeutici. I risultati, spiega una nota, segnano una «svolta fondamentale» per una patologia che, solo in Italia, nel 2025 ha fatto registrare 43.000 nuove diagnosi (dati Airtum), confermandosi tra le principali cause di malattia tumorale e la prima in assoluto per mortalità nel nostro Paese. In particolare, la forma “non a piccole cellule” (Nsclc), in questi giorni sotto i riflettori perché ha colpito anche il Papa, rappresenta circa l’85% di tutti i casi di tumore al polmone. In un simile scenario, le opzioni terapeutiche alla progressione della malattia sono ancora oggi «estremamente limitate, con la chemioterapia tradizionale che rimane lo standard di cura nonostante la sua modesta efficacia e la spiccata tossicità».

Come funziona il vaccino

Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia medica 2 dell'Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
«A differenza dei classici vaccini proteici o di quelli preventivi, il vaccino peptidico è costituito da una combinazione sintetica di 10 brevi frammenti di amminoacidi (peptidi) selezionati da antigeni tumorali – dice Cappuzzo –. Il farmaco agisce come un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario: nei pazienti con la caratteristica genetica “Hla-A2 positivi” presenta questi 10 “identikit” ai linfociti T, le cellule difensive dell’organismo, insegnando loro a riconoscere e distruggere le cellule tumorali con chirurgica precisione e senza alcun incremento della tossicità rispetto ai trattamenti standard».

Il trial clinico

Nello studio Combi-Ted, 106 pazienti con malattia in progressione dopo una prima linea di chemo-immunoterapia sono stati divisi in tre gruppi per valutare la somministrazione del vaccino peptidico in associazione alla chemioterapia, il vaccino in associazione all’immunoterapico nivolumab, oppure la sola chemioterapia standard a base di docetaxel. «I risultati – evidenzia Cappuzzo –  sono estremamente positivi: nei pazienti che ricevono il vaccino, la sopravvivenza a un anno è praticamente doppia rispetto al gruppo trattato con la sola terapia tradizionale, senza alcun eccesso in termini di effetti collaterali». Queste persone sono ora monitorate. Anche «i pazienti che proseguivano l’immunoterapia aggiungendo il vaccino peptidico – conclude Cappuzzo – ottenevano un beneficio sostanziale in termini di sopravvivenza». E mentre gli studi su questa possibilità terapeutica vanno avanti – in caso di ulteriori conferme in fase 3 si procederà a chiedere alle autorità regolatorie l’autorizzazione all’immissione in commercio -, i dati presentati a Esmo aprono di fatto una nuova era nell’impiego dei vaccini peptidici in immuno-oncologia, dimostrando che l’addestramento mirato del sistema immunitario può trasformare in modo concreto il futuro terapeutico dei pazienti affetti da tumore al polmone avanzato.

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In Italia sono soltanto quattro le aziende che hanno ottenuto la certificazione CAFE (Age Friendly Employer): formazione continua, travaso di competenze e sentinelle anti discriminazione le ricette adottate

L'ultima frontiera dell'inclusione è il lavoro senza stereotipi generazionali

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Generazioni a confronto. Se le famiglie si accorciano perché si diventa genitori sempre più tardi e nonni e nipoti hanno spesso una distanza anagrafica importante, è nei luoghi di lavoro che il dialogo tra chi ha i capelli bianchi e chi ha appena finito gli studi è diventato la normalità.

L’età della pensione si allunga e trattiene gli over60 mentre i giovani iniziano il loro percorso lavorativo sempre prima grazie a stage e tirocini curriculari. In un Paese dove l’invecchiamento della popolazione ha ormai raggiunto la soglia di non ritorno le aziende si stanno ponendo il problema di come trasformare le differenze anagrafiche, che si portano dietro un diverso approccio al lavoro ma anche diverse necessità organizzative, in opportunità. E se una volta erano i “nuovi arrivati” a soffrire di ansia da prestazione oggi sono i “senior” che temono di venire discriminati.
I lavoratori appartenenti a una stessa classe anagrafica sono accomunati da valori, motivazioni, ambizioni, bisogni e aspettative molto simili rispetto all’impegno professionale. Certo si tratta di stereotipi ma possiamo dire che le quattro generazioni che oggi si trovano contemporaneamente al lavoro hanno alcune caratteristiche che li differenziano. I Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964) sono dediti al lavoro e preferiscono una struttura organizzativa gerarchica, la Generazione X (classe 1965-1980) è nota per la sua capacità di flessibilità e adattamento, i Millennial (nati tra il 1981 e il 1996) hanno come priorità l’equilibrio tra vita privata e professionale, mentre i giovani della Gen Z (classe 1997-2010) sono nativi digitali e molto attenti alle questioni ambientali e sociali.
Già oggi i senior rappresentano la maggioranza e lo saranno ancora di più in futuro. Nel 2030 un lavoratore su tre avrà più di 55 anni e non si potrà considerare in uscita, visto che avrà di fronte ancora parecchi anni di vita attiva. L’ultima frontiera dell’inclusività in azienda è quella legata alla questione anagrafica: in quest’ottica è nata nel 2019 la CAFE (acronimo di Certificazione Age Friendly Employer) rilasciata da un ente americano (l’Age-Friendly Institute) che assegna un bollino di qualità, privo di conseguenze pratiche, alle aziende che facilitano i rapporti tra generazioni diverse. Al momento sono oltre 200 i datori di lavoro certificati in 31 stati americani e in altri 10 Paesi. In Italia, dove il processo è gestito da Learning Edge, società di formazione manageriale con sede a Milano, le aziende “amiche del lavoro senza disparità generazionali” si possono letteralmente sulle dita di una mano. Sono appena quattro e hanno elaborato strategie che si muovono lungo diversi binari, dalla formazione e dal travaso di competenze in maniera bidirezionale alla presenza di “sentinelle” che monitorano i rapporti e prevengono i problemi.

Il gruppo Hera, multiutility con 11mila dipendenti, è l’ultima delle quattro ha appena ricevuto la certificazione ma è stata pioniera su questo fronte visto che già nel 2011 aveva realizzato una ricerca, dal titolo simbolico “GenerAzioni” in collaborazione con l’università di Bologna. L’anno scorso è nato il programma Longevità che ha come scopo principale quello di far vivere bene le persone in azienda, a tutte le età offrendo supporto psicologico gratuito, piani alimentari personalizzati, sedute di fisioterapia, screening gratuiti, supporto alla genitorialità e all’istruzione dei figli. Tutti i dipendenti di Hera hanno diritto a 150 ore di permesso per studio, qualsiasi sia la loro posizione ed età. Un’attenzione particolare è stata posta nella gestione della seniority dei propri dipendenti. Viene promosso l’inserimento (pari a circa il 10% delle nuove assunzioni) degli over50, soprattutto donne, che fanno fatica a rientrare nel mondo del lavoro. Previsto anche un programma specifico di accompagnamento alla pensione, Rewire, per vivere questa delicata fase in modo graduale.
«Il nostro obiettivo, a fronte di un allungamento della vita media e di conseguenza anche di quella lavorativa, è il benessere dei lavoratori a tutte le età. I giovani possono attingere all’esperienza degli adulti che in un mondo estremamente digitalizzato rischia di perdersi» sottolinea Alessandro Camilleri, direttore delle Risorse Umane.
Generazioni a confronto senza pregiudizi: il gruppo Hera con il suo progetto “Longevity” punta a far stare bene in azienda giovani e senior 

Poste Italiane, primo datore di lavoro nel nostro Paese con ben 120mila dipendenti, ha ricevuto da poco la certificazione. Un terzo dei dipendenti sono over50. Le iniziative introdotte sono diverse a partire dagli Age Friends un gruppo di 200 dipendenti che ogni giorno si impegnano per diffondere una cultura dell’inclusione. «Poste Italiane ha scelto di fare della diversità generazionale uno degli elementi qualificanti della propria strategia – sottolinea l’azienda –. Dall’anno scorso sono stati promossi programmi di mentoring e coaching per favorire lo scambio di competenze tra giovani ed è stata avviata una ricerca sul rapporto tra le generazioni in azienda». Tra i progetti al via spicca “Keep Fit & Forward” che accompagna chi ha una lunga esperienza ad affrontare le nuove sfide della transizione digitale con il sostegno di un tutor basato sull’intelligenza artificiale.

Punta sui giovanissimi Allianz con il programma avviato dieci anni fa che ha introdotto in Italia il modello tedesco della dualità scuola-lavoro. Entrare in una grande azienda a 16 anni, lavorando come un dipendente per tre giorni al mese durante l’anno scolastico e due mesi estivi. Da dieci anni il colosso assicurativo apre le porte del suo grattacielo milanese di CityLife agli studenti delle superiori: sono già trecento i ragazzi che hanno partecipato. Un’ottima palestra per scoprire cosa vuole fare da grandi tanto che alcuni, conseguita una laurea, sono tornati in Allianz in pianta stabile. Il progetto della dualità prevede contratti di apprendistato part-time e una retribuzione lorda di 8mila euro e tutti i benefit aziendali dalle visite mediche ai buoni pasto. Con i ragazzi della generazione Alpha di fatto salgono a cinque le generazioni presenti in azienda. «Una combinazione unica di competenze esperienze e prospettive – sottolinea Letizia Barbi responsabile delle Risorse Umane – Allianz ha scelto di trasformare la longevità in un’opportunità strategica, favorendo la collaborazione e le sinergie tra diverse generazioni attraverso persone di reverse mentoring». Il punto essenziale è proprio lo scambio: non ci sono persone in cattedra che insegnano “come si fa” ma ognuno mette a disposizione conoscenze e punti di vista per conseguire obiettivi comuni. A beneficiarne non è solo il clima ma anche la produttività, visto il basso turn-over dei dipendenti. Sulla stessa linea si muove Sanofi Italia che ha scelto di utilizzare il linguaggio inclusivo a partire dalla selezione del personale: nessun riferimento all’età (e al genere ovviamente) negli annunci dell’azienda di biofarmaceutica. Anche Sanofi come Poste si affida a dipendenti volontari che promuovono l’inclusività generazionale facendo proposte concrete. Grande attenzione alla formazione continua per i lavoratori senior e benefit mirati come i servizi di prevenzione sanitaria e i piani di previdenza complementare.
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Perché la protesta autonoma dei Tir accomuna autotrasportatori e agricoltori (e spaventa l’industria)

Perché la protesta autonoma dei Tir accomuna autotrasportatori e agricoltori (e spaventa l'industria)

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A Battipaglia, alla grande rotonda all’uscita dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ieri si leggeva: “Tanto non riusciamo più a venderla. Prendete, è gratis”. Così agricoltori e braccianti della zona invitavano gli automobilisti di passaggio a prendere delle buste di insalata fresca, perché la loro fatica degli ultimi mesi non andasse perduta, così come invece succederà ai loro guadagni. “Dopo una vita intensa è venuta a mancare l’agricoltura”, potevano leggere gli automobilisti in un altro cartello poco più in là, mentre caricavano nel bagagliaio uno di quei beni ortofrutticoli che nei supermercati della zona – e ormai lungo gran parte della Penisola – scarseggiano. È il cortocircuito che sta vivendo l’Italia, stretta tra il caro carburanti, che ha mobilitato autotrasportatori e agricoltori, e la conseguente crisi dell’intero comparto agroalimentare che ricade sugli stessi produttori, i braccianti e tutti i cittadini.

Nonostante lo sblocco da quasi mezzo miliardo di euro annunciato dal vicepremier Matteo Salvini – parte di un pacchetto complessivo da circa un miliardo – e la smobilitazione di alcune zone (in particolare la Sicilia), la protesta continua, con Calabria e Campania in testa. Nel Salernitano ieri si sono registrati blocchi e presidi di tir agli svincoli dell’A2 a Padula-Buonabitacolo, sul raccordo Sicignano-Potenza a Buccino e sull’A30 a Nocera-Pagani. Nelle stesse zone, la paura di restare senza benzina ha generato lunghe code alle pompe dei distributori, mentre sempre a Salerno e in diversi Comuni campani sono stati chiusi i centri di raccolta dei rifiuti per l’impossibilità di garantirne il trasferimento agli impianti di destinazione, con il rischio concreto di una nuova emergenza rifiuti per strada. Negli scali aerei calabresi di Crotone e Reggio Calabria, invece, la protesta degli autotrasportatori ha costretto al razionamento del Jet Fuel per gli aeromobili, con l’invito alle compagnie aeree di rifornire allo scalo di partenza.
Se da un lato la Coldiretti Campania decide di cancellare la manifestazione di piazza prevista per oggi a Napoli per «senso di responsabilità», sul territorio la protesta autonoma continua ad articolarsi per presidi e blocchi stradali, spesso autonomi. Un punto sul quale si sofferma il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che sottolinea: «I blocchi, dopo il comunicato di tutte le associazioni di autotrasporto, sono difficilmente spiegabili». Il ministro ha poi commentato che, analizzando i curriculum e i casellari giudiziari dei leader della protesta, emergono diverse criticità. Ma quello che preme di più a Lollobrigida è «sbloccare l’Italia, dare la possibilità a tutte le merci di circolare» perché il rischio è che «invece di agevolare l’acquisto di prodotti del Sud, noi ci troveremmo a comprare prodotti che magari arrivano da Spagna, Francia, Olanda o altri Paesi extra europei». L’impossibilità di far viaggiare le merci sta infatti prosciugando le scorte della Grande distribuzione organizzata (Gdo) e rischia di frenare anche l’industria. C’è, per esempio, l’avvertimento di Confindustria Vibo Valentia sul rischio di sospensione della produzione entro due giorni da parte di marchi come Callipo, Caffo, Monardo e di quelli della cipolla di Tropea. Legacoop Agroalimentare porta invece diversi esempi di prodotti a rischio. Tonnellate di uva da tavola giacciono bloccate nelle celle frigorifero tra Puglia e Basilicata e continuano rallentamenti e difficoltà anche sugli agrumi, le piantine di fragole destinate al trapianto e gli ortaggi da serra in Sicilia, tra i quali zucchine, melanzane e pomodori.
I serbatoi refrigerati per il latte fresco, sono saturi un po’ ovunque, tanto che in Basilicata la Coldiretti è arrivata a scrivere al Prefetto di Potenza per sollecitare l’adozione di misure straordinarie per garantire la continuità della raccolta e del trasporto. L’effetto domino dello stop arriva anche nei supermercati e si sta muovendo rapidamente dal Mezzogiorno verso il Centro e il Nord Italia. Secondo un monitoraggio di Confesercenti, al Sud 4 attività commerciali su 10 registrano gravissime difficoltà di approvvigionamento. Le criticità si estendono ad Abruzzo, Umbria, Toscana e Lazio, minacciando stangate immediate sui carrelli della spesa. Nella Gdo di Lombardia e Veneto si assiste a consegne contingentate e a singhiozzo e si teme uno svuotamento generalizzato dei supermercati entro il fine settimana.

Di fronte a questo quadro, Salvini si è detto aperto a discutere l’introduzione di un tetto al prezzo del gasolio per i professionisti, ma ha aggiunto: «Non siamo disponibili a tollerare la criminalità. Chi taglia le gomme ai Tir o blocca le autostrade commette reati». Il ministero dell’Interno ha avviato infatti controlli di quanti stanno attuando «in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione». Sono 1.339 gli identificati, 71 i denunciati, 242 i sanzionati sul piano amministrativo. Ha disposto poi la scorta per centinaia di Tir (oltre 500 solo in Campania) per consentire carico e scarico merci, mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha chiesto a prefetti e questori di vigilare sul rischio di infiltrazioni criminali. Il 27 ottobre ci sarà un nuovo incontro tra i sindacati e il ministro Salvini. Intanto, però, ogni singola ora di blocco in più rischia di cancellare mesi di lavoro nei campi e di spegnere le macchine di tante aziende.
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Il presidente della Repubblica ha chiesto «scelte adeguate» per affrontare «una grande questione sociale», invitando a guardare ai ragazzi senza «indifferenza»

Il nuovo richiamo di Mattarella sui giovani e le mosse del governo su Milano: ecco il punto

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Matteo Piantedosi vola a Milano per dare consistenza operativa all’ennesimo decreto sicurezza del Governo, ma è il capo dello Stato Sergio Mattarella a tracciarne implicitamente i limiti, invocando una «visione ampia» e mettendo in guardia su tutto ciò che quel provvedimento non può cogliere: il «malessere dei giovani», soprattutto, e il loro «senso di insicurezza per il futuro».

Il discorso del presidente della Repubblica durante la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del Lavoro riprende da dove si era chiuso il suo intervento di lunedì all’assemblea delle Province italiane, quando aveva chiesto di procedere a «un’analisi approfondita» di quanto avvenuto a Milano. Dunque, «accanto alle necessarie scelte congiunturali», avverte Mattarella, ora occorre sviluppare «strategie adeguate» nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro «timore di asservimento o di emarginazione». Il punto è che la società «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Perché si tratta di «una grande questione sociale», di «una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze» del Paese. In modo tale che «le preoccupazioni del presente» si specchino «nell’impegno a progettare il futuro».
Naturalmente al capo dello Stato non sfuggono le cause di questo sentimento, tra le quali c’è il «grave peso» che un «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» ha sul Paese. Così come un quadro internazionale preoccupante, fatto di «insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche». Parole non molto diverse da quelle dell’ex presidente della Bce ed ex premier, Mario Draghi, convinto che parte delle cause delle rivolte risieda «nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice in un’intervista a Bloomberg.
Intanto Milano attende l’arrivo di cinquecento parà del 186esimo reggimento della Folgore, un intero battaglione di élite dell’Esercito italiano, che nella sua storia ha missioni come quella a Mogadiscio, e che è addestrato, tra le altre cose, nel combattimento urbano, viene schierato contro la violenza minorile. «Sono 500 preparati, addestrati esperti, armati, strutturati», ha confermato il vicepremier Matteo Salvini, ieri in Prefettura a Milano insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il loro utilizzo rientrerà nella cornice giuridica del progetto «Strade Sicure». Quindi con funzioni di pubblica sicurezza, ma non di polizia giudiziaria. Concretamente, possono intervenire per bloccare chi sta spaccando una vetrina, trattenere chi sta aggredendo qualcuno, perquisire o chiedere i documenti per l’identificazione. Ma poi si devono chiamare la Polizia o i Carabinieri per l’eventuale accompagnamento in Questura, così come il fermo resta compito del pm e degli agenti di pg. Militari che inoltre risponderanno al prefetto di Milano Claudio Sgaraglia e al questore Bruno Megale, e che potranno essere impiegati nella guida di droni, fatti volare per controllare il centro di Milano. Oggi «ci sarà la prima realizzazione di questa pianificazione che prevederà la copertura di tutto il territorio cittadino, con la possibilità quindi sia con presenze collocate nei vari quadranti della città, soprattutto nel centro storico, ma anche con la capacità pianificata di poter avere delle squadre mobili di pronto intervento laddove i fenomeni si dovessero manifestare fuori dalle zone individuate preventivamente», ha spiegato Piantedosi, che ha escluso le zone rosse (piazza Duomo resta aperta).

Queste in sintesi le misure di ordine pubblico in vista dell’annunciata mobilitazione del Movimento 17 ottobre, che ha rivendicato le devastazioni di domenica, oltre ad aver disseminato sui social una serie di fake news su università assaltate, incendi e violenze. Nome su cui gli investigatori della Polizia postale stanno indagando per capire chi ci sia dietro, come ha confermato ieri anche Salvini. L’altro movimento su cui si concentrano le attenzioni degli investigatori è “Italia in piazza”, che aveva organizzato la prima manifestazione, sabato 17 ottobre, che degenerò subito in guerriglia urbana, anche più pericolosa. Domenica invece sin dall’inizio l’obiettivo è stato il saccheggio, come risulterebbe anche dai messaggi nelle chat con cui si sono dati appuntamento.
Italia in Piazza che – a differenza del Movimento 17 ottobre, completamente protetto dall’anonimato – ha degli organizzatori con nome e cognome, probabilmente sabato darà forfait. Per Piantedosi si tratta in ogni caso di «un fenomeno assolutamente nuovo, inedito insidiosissimo, molto fluido che non ha un riferimento percepibile a quelle che sono organizzazioni tradizionali alle quali le forze di polizia si contrappongono di tipo antagonistico o quant’altro. Un fenomeno nuovo che va affrontato in modo nuovo».
Per quanto riguarda infine il sospetto, che si tratti di movimenti eterodiretti, sollevato da più parti, a cominciare dal ministro della difesa Guido Crosetto, «è prematuro dirlo, non ci sono evidenze materiali chiare e certe che questo sia avvenuto». Tuttavia, nota sempre Piantedosi, «c’è un’evidente differenza tra lo spontaneismo dei ragazzi nelle risposte date ai magistrati e un’organizzazione nella sollecitazione e partecipazione a questi eventi che è stata fatta in maniera abbastanza solida e importante». In ogni caso sabato, oltre allo spauracchio della discesa dei neo-barbari sensibili ai richiami su Telegram, TikTok&C ci sono anche due classici del sabato milanese in corteo – ProPal e antagonisti – che metteranno ulteriormente alla prova il dispositivo di sicurezza. Ieri in Prefettura il sindaco di Milano Beppe Sala ha fatto appello «per evitare psicosi» come quella «di chiudere preventivamente i negozi».

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Parla don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros. «A Milano non c’erano solo le seconde generazioni, ma anche diversi minori italiani. L’azione a cui abbiamo assistito è stata di tipo predatorio, serpeggiava da tempo e andava compresa prima. I decreti non basteranno»

«Tra i ragazzi violenti c'erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti»

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Sono ragazzini tra i 14 e i 15 anni, in qualche caso anche meno. Diversi di loro sono italiani di seconda generazione con i genitori nativi del Nordafrica e provenienti dall’hinterland, certo. Ma attenti a infilarli nella generica categoria dei «maranza», a meno di far rientrare nella definizione (coniata negli anni 80 per bollare spregiativamente il popolo delle periferie allora abitate da emarginati italiani e rispolverata ai giorni nostri per i figli di nordafricani, ndr) anche i rampolli di connazionali e di famiglie della Milano bene, con un reddito tale da potersi permettere prestigiosi istituti privati cittadini.

L’osservatorio di don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros, è il carcere minorile dove sono finiti quei ragazzi che nel weekend sono stati protagonisti dei disordini e dei saccheggi dei negozi in centro a Milano. «Ma – spiega – preferisco distinguere i disordini e gli assalti ai negozi dalle manifestazioni studentesche, che sono forse state l’innesco, ma la matrice e le ragioni soprattutto sono diverse».
Partiamo dai fatti violenti, sui quali anche don Burgio non vede chiaro, per capire le ragioni dei disordini. «Credo che ci sia una regia – prosegue – che andrà necessariamente compresa, perché secondo me non è possibile che il tam tam sui social abbia radunato così tanti ragazzini in un colpo solo. Bisognerà capire, senza complottismi, chi lo ha fatto partire. Può essere che vi sia anche qualche fonte internazionale. Sono stati coinvolti tanti giovanissimi, quindi 14 e 15 anni, qualcuno anche infraquattordicenne che si trovano in queste ore al “Beccaria”, il carcere minorile».
La totalità dei fermati pare completamente incosciente rispetto ai motivi soprattutto, quindi sono da escludere cause ideologiche e politiche. «Piuttosto – aggiunge il sacerdote, che ha grande esperienza di disagio minorile – hanno agito con uno stile predatorio che ha come scopo l’apparire, l’essere performanti e capaci di arricchirsi. Li ha mossi una rabbia esplosiva che serpeggiava già da molto tempo e che quindi andava già compresa e capita. Il problema è che questa rabbia li porta poi a compiere atti impulsivi e violenti senza una vera ragione e questa la cosa più sconcertante».

Un problema delle seconde generazioni che non si sono integrate? «C’erano anche ragazzi di seconda generazione, certo, a saccheggiare i negozi. Ma quello che mi ha colpito è che c’erano con loro diversi ragazzi italiani e anche di buona famiglia. Alcuni sono liceali, uno addirittura frequentava un istituto cattolico. Questo ragazzino, per esempio, aveva anche un coltello in tasca. Quindi vuol dire che questo disagio è molto trasversale, non riguarda più il ceto sociale, la famiglia di appartenenza, ma è una situazione che sta sfuggendo di mano anche a tante famiglie “normali” e anche buone famiglie. Quindi vuol dire che il problema è anche la solitudine interiore di questi ragazzi. C’è uno spaesamento identitario perché questi ragazzi non sanno a chi appartenere. Evidentemente non sono abituati a parlare, a ragionare con i loro genitori. Un conto è vestirli bene, un altro è accudirli e poi aiutarli a costruire un pensiero critico e questo manca del tutto nei ragazzi incontrati in questi giorni».
Per don Claudio servono in piazza le forze dell’ordine, ma soprattutto c’è bisogno di educatori per andare a fondo al problema e capire le ragioni. «Come mi dicono i ragazzi servono “adulti adulti”, veramente capaci di trasmettere il senso della vita, il perché delle cose che accadono. In queste manifestazioni di odio e di violenza c’è il non senso. Se domandi loro perché l’hanno fatto, i ragazzi che ho incontrato non te lo sanno dire. Quindi a Milano c’è stato un richiamo alle armi, ma senza un fondato motivo. Qualcuno genericamente parla di odio verso le forze dell’ordine perché li trattano male. Però sono ragioni deboli. Vuol dire che non hanno il senso dello Stato, né quello del limite della legge e hanno un senso di impunità che va affrontato». Ma come? «Da una parte è chiaro che ci vuole fermezza per scongiurare altri episodi del genere, anche se temo che ce ne saranno ancora. Dall’altra è chiaro che non bastano i decreti pur legittimi, non bastano gli interventi del governo. Non ce la caviamo così».
Un particolare ha colpito don Burgio e non va trascurato se si vuole capire cosa è successo nella folle due giorni milanese: «Penso a quell’immagine dei vestiti rubati e regalati ai senzatetto. Perché anche questa comunque racconta che c’è anche una cultura della giustizia fai-da-te. Questi ragazzi sono lontanissimi dalle istituzioni, da famiglie, Stato, Chiesa e quindi hanno comunque valori molto poco chiari. Per esempio c’è una solidarietà di alcuni ragazzi italiani nei confronti dei coetanei di seconda generazione. Perciò è una giustizia fai-da-te incontrollata e che dice il bisogno di interlocutori che aiutino a capire cos’è la vera giustizia e come si ottiene. Ma il mondo adulto in questo momento non è di grande aiuto».

E da dove possiamo ripartire? Il cappellano del Beccaria chiede unità. «In questo momento – conclude – serve allearsi e non dividersi, perché è chiaro che in queste ore ognuno incolpa l’altro. È un momento dove allearci, dove essere presenti, dove provare a trovare le ragioni comuni per educare questi ragazzi. È un processo lungo, però, e va cominciato dalla scuola».
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Con il cambio dei coefficienti, gli assegni previdenziali sono destinati ad alleggerirsi. Non solo: l’età per il pensionamento di vecchiaia salirà gradualmente nel prossimo biennio rispetto agli attuali 67 anni. No della Cisl allo sciopero generale

Prime notizie dalla Manovra: pensioni più lontane e più basse nel 2027

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Tra anticipazioni, priorità e rispetto dei tempi, il governo sta lavorando alla legge di Bilancio 2027, con diverse ipotesi di intervento in materia fiscale ed economica. Pensioni, regime forfettario per le partite Iva, detassazione degli aumenti salariali, incentivi per i giovani e nuovi sostegni agli investimenti delle imprese, in particolare nell’ambito tecnologico e dell’intelligenza artificiale, sembrano essere i pilastri della prossima manovra, per ora da 23,5 miliardi. Intanto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato lo slittamento dei tempi: la seduta del Consiglio dei ministri per il varo della legge di Bilancio si terrà «la settimana prossima». Sarà preceduta da una nuova riunione di maggioranza? «Se vogliamo rivederci per i contenuti, non ci sono problemi», ha risposto ai cronisti in Transatlantico.

Il capitolo pensioni
Una novità non certo piacevole arriva intanto per chi andrà in pensione dal 1° gennaio 2027. A parità di contributi accumulati e di età d’uscita, riceverà un assegno più basso. La misura riguarda le pensioni contributive o la parte contributiva delle pensioni calcolate con il metodo misto. È la conseguenza dell’applicazione dei nuovi coefficienti contenuti nel decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia del 16 ottobre scorso (pubblicato poi il 19). Inoltre l’età per il pensionamento di vecchiaia sale, come previsto: dagli attuali 67 anni passa a 67 anni e un mese, per arrivare poi a 67 anni e tre mesi nel 2028. Sugli importi la Cgil ha calcolato che, a 64 anni, una quota di pensione contributiva che con i coefficienti del 2024, prima quindi anche della revisione del 2025, valeva 1.500 euro lordi mensili ora scende a 1.449,36 euro con quelli del 2027. Con la revisione dei coefficienti di trasformazione le pensioni si riducono a parità di condizioni, con una perdita per chi esce a 67 anni dell’1,68% dell’assegno rispetto al 2026 e una riduzione tra il 2024 e il 2027 del 3,65%. «La perdita – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali – è di circa 658 euro lordi annui e nell’intero periodo di pensione attesa raggiunge in totale 14.207 euro per le donne e 11.574 euro per gli uomini».
Mini-pacchi: nuovo rinvio al 2027

Si profila intanto un nuovo piccolo rinvio, con un emendamento, per la tassa nazionale sui mini-pacchi in arrivo da Paesi extra-Ue: da dicembre il balzello da 2 euro slitta al 2027. Mentre è confermato invece il tributo, questo di fonte Ue, che scatta invece dal 1° novembre.
Cisl e sciopero generale
Il “parlamentino” della Cisl ha confermato la scelta della confederazione di puntare sul confronto e sulla negoziazione, non allineandosi alla linea dura già decisa dalla Cgil. «Pur rispettando le decisioni delle altre sigle, il consiglio non condivide il ricorso allo sciopero generale contro una manovra di cui non si conosce ancora il testo». La Cisl considera inoltre «sbagliato chiedere ai lavoratori il sacrificio di una giornata di salario senza conoscere ancora i contenuti della manovra». La linea resta quella di «negoziare per decidere», mantenendo aperta «la possibilità di un’azione comune con le altre organizzazioni sindacali su contenuti, piattaforme e vertenze». In questo senso, il sindacato guidato da Daniela Fumarola ha lanciato la campagna Il Patto che unisce. Lavoro, salari, welfare per lo sviluppo con assemblee e iniziative pubbliche con imprese, amministratori, parlamentari e Terzo settore. Tre gli appuntamenti nazionali: il 7 novembre a Genova, il 28 novembre a Gioia Tauro, a metà dicembre a Roma. L’obiettivo è portare nei luoghi di lavoro e nei territori le proposte del sindacato sul Bilancio e le linee programmatiche del “Libro Verde” per la prossima legislatura.

Allargare la platea
Tornando alla manovra il leader di FI, Tajani, ha sostenuto «più si allarga e meglio è, cioè bisogna allargare a tutto il settore finanziario», a proposito dell’ampliamento del contributo da 5 miliardi, per ora previsto per banche e assicurazioni. Lo ha detto in risposta alla domanda se a suo avviso debba interessare anche il settore petrolifero, precisando che «loro hanno già fatto la loro parte». «Adesso vediamo – ha aggiunto -, il ministro Giorgetti sta vedendo il da farsi». Mentre sulla possibilità di un ruolo anche delle casse di previdenza privatizzate nella manovra economica, pur premettendo di essere «favorevole a investimenti dei privati nell’economia italiana», ha concluso che «non si può fare adesso».

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