Giovedì Santo – Il Grembiule dell’Unità e il Sacerdozio del Servizio. Giorno (aggiornamento ore 6 ore 16)

Giorno 6 di Satyāgraha – Dal silenzio dei luoghi passati all’abbraccio universale

Stato della Satyāgraha

GIORNO 6

Verso la Riconciliazione

🍎 Frutti del Giorno 5:

  • Risonanza Mondiale: L’agenzia AFP ufficializza la sfida del Vescovo Bonny al Vaticano. La questione dei preti sposati è ora la notizia religiosa n. 1 nel mondo.
  • Radici Profetiche: La Satyāgraha affonda le radici nella missione in Brasile (1995) e nella contemplazione del Cimino. La missione continua nel digiuno.
  • Consapevolezza Missionaria: La Satyāgraha si nutre della memoria di 10 anni a Chia e del servizio agli ultimi a Villafrati. Il sacerdozio è pieno anche nel silenzio e nella “panchina”
  • Riflessione Teologica e politica: Adista Segni Nuovi n.14 dell’11 Aprile 2026 pubblica articolo di don Giuseppe Serrone “APPELLO AL PAPA PER I PRETI SPOSATI. IL PARADOSSO DI TORINO E LA PROFEZIA DI PANIKKAR”
  • Evidenza Giuridica: Citata l’esistenza dei sacerdoti sposati cattolici (ex anglicani) come prova della compatibilità tra ministero e famiglia già approvata da Roma
  • Sponda Europea: Il Vescovo di Anversa (Belgio) annuncia ordinazioni di uomini sposati entro il 2028. La barriera del celibato obbligatorio si sta incrinando ufficialmente.
  • Sponda Vaticana: Ricevuto l’eco del Papa (Vatican News) sui sacerdoti come “figli amati”.
  • Orizzonte Mondiale: Lanciato l’Appello ai Leader delle Religioni (Shalom, Salam, Peace).
  • Memoria Profetica: Riconnessione con le radici di Chia (Pasolini) e la missione universale.
  • Comunione Familiare: Testimonianza viva del dialogo tra Islam e Cristianesimo.

“Il digiuno non è una sottrazione, ma un’addizione di Verità.”

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🕯️ LA RIFLESSIONE DEL GIORNO

“La nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’umanità.” — Mahatma Gandhi

In questo Giovedì Santo, mentre le campane annunciano l’Istituzione del Sacerdozio, il mio digiuno si fa preghiera di servizio. Gesù ha lavato i piedi a tutti: non ha chiesto certificati, ha offerto amore. Il mio sesto giorno di digiuno è un’offerta perché la Chiesa riscopra la forza del ‘grembiule’ che unisce, oltre ogni esclusione. Se siamo figli amati, come ha ricordato il Papa ieri, allora siamo tutti fratelli attorno all’unico Pane. Mentre il mio corpo si indebolisce nel sesto giorno di digiuno, la verità si fortifica. Le Alpi che mi circondano sembrano oggi meno insormontabili, sapendo che da Anversa arriva un grido di libertà che conferma la mia lotta: il tempo delle scuse è finito. Il Sacerdozio deve tornare a essere servizio al popolo, non un dogma di esclusione.”

“L’Eccezione che conferma l’Ingiustizia”

*”Mentre il mio sesto giorno di digiuno prosegue, guardo al mondo anglofono. Lì, la Chiesa Cattolica accoglie già centinaia di sacerdoti sposati provenienti dall’Anglicanesimo. Celebrano l’Eucaristia, confessano, guidano comunità, pur avendo una famiglia.

Se la Chiesa riconosce che la famiglia non ostacola il sacro per chi viene ‘da fuori’, perché lo nega a chi è nato e cresciuto nel suo grembo? Il mio digiuno oggi mette a nudo questa disparità: non chiediamo un’eresia, chiediamo l’uguaglianza dei figli di Dio. Se il Sacerdozio sposato è già una realtà cattolica in Inghilterra o in America, deve esserlo per diritto, non per privilegio politico, anche a Chia e in ogni parte del mondo.”*

“…il tempo scorre veloce il cielo sembra acqua limpida lo contemplo per bere e dare ristoro all’anima… Da lontano scorgo delle fessure tra i monti sono cascate d’acqua potenti come i lanci gioiosi di oggetti di giochi puerili…”

“Dalla missione sognata alla missione vissuta: il Sacerdozio delle Piccole Cose”

*”Sognavo il Brasile, i superiori mi indicarono Chia. Non sapevo dove fosse, ma in quel borgo ho scoperto che il Vangelo non ha bisogno di grandi palcoscenici, ma di strade di campagna e cuori aperti. Per dieci anni, le uova e la verdura dei parrocchiani sono state la mia ‘mensa’, e Villafrati, tra i malati mentali, la mia vera cattedrale delle vacanze.

Già allora ero ‘in panchina’ rispetto ai grandi ruoli, ma ero felice perché facevo parte della Squadra. Oggi, nel sesto giorno di digiuno tra queste vette alpine, la panchina è più dura, ma il senso non cambia: il sacerdozio non è un ruolo di potere, è una pienezza d’essere. Si è sacerdoti nell’ascolto, nel digiuno, nella coerenza di un amore che non si spegne. Non siamo fuori dalla squadra; siamo solo in un’altra zona del campo, quella dove si prega e si soffre perché la partita della Verità sia vinta per tutti.”*

“Il Missionario della Soglia: dal Corcovado al Silenzio dei Monti”

*”Nel 1995 percorrevo le strade del Brasile con la croce missionaria sul petto, sognando di gettare semi di Vangelo. Poi Dio mi ha chiesto di essere missionario nel ‘piccolo’: tra le querce di Chia e i faggi del Monte Cimino. Lì, guardando verso Roma, non immaginavo che la mia missione più vera sarebbe stata questa: un digiuno di Verità ai piedi delle Alpi.

Spesso cerchiamo Dio nei grandi viaggi, ma Lui ci aspetta nelle soste forzate, nelle ‘panchine’ che diventano altari. Ringrazio Dio per questo percorso: dalla Croce di legno cucita sull’abito verde, alla Croce invisibile ma luminosa di questo Giovedì Santo. La missione non è finita; è solo diventata più pura.”*

– don Giuseppe Serrone

Appello Universale

Dalle Mura di Gerusalemme al Silenzio del Digiuno

Ai Leader delle Religioni Mondiali,

Vi scrivo il 1 Aprile 2026, quinto giorno di digiuno. Il mio non è un grido nuovo, ma l’eco di quel Shalom, Salam, Pace! lanciato l’11 settembre 2004 sotto le mura di Gerusalemme. Come ex Ambasciatore di Pace e come componente di una famiglia che unisce Islam e Cristianesimo, conosco la forza dei ponti.

La Satyāgraha è il nostro linguaggio comune: Chiedo che nessuna guida spirituale debba più scegliere tra l’amore per Dio e l’amore per una famiglia. Il matrimonio e il ministero sono due ali dello stesso spirito.

Abbattiamo i muri dei pregiudizi. Facciamo in modo che la religione torni a essere ciò che il nome suggerisce: Religare, unire ciò che è stato diviso.

Don Giuseppe Serrone

Ambasciatore di Pace – Giorno 6 di Satyāgraha

🕊️

Giovedì Santo: Don Tonino Bello e la Chiesa col grembiule – marzo 31, 2021

Nel giovedì santo, insieme alla Cena del Signore, celebriamo l’atto di Gesù, che si alza da tavola, si toglie il mantello (sarebbe la giacca, per noi), si lega alla vita un grembiule, o un asciugamano per i piedi, versa acqua in un catino, lava i piedi dei suoi discepoli e li asciuga. È il lavoro abituale del servo, quando il suo padrone arriva da un viaggio.

Il Vangelo di Giovanni  non racconta l’ultima Cena, già raccontata negli altri Vangeli, ma racconta la lavatura dei piedi. Segno che, per Giovanni, questo gesto ha lo stesso valore del donarsi di Gesù nel pane e nel vino, come cibo di vita. Gesù si dona come umile servitore nostro. Pietro si scandalizza, non vorrebbe farsi servire dal Maestro, ma Gesù lo avverte: «Se non ti lasci lavare i piedi non sei con me. Quello che ora non capisci, lo capirai un giorno».  Ora noi cerchiamo di capirlo.

Giovanni comincia questo cap. 13 del suo Vangelo così: «Sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, fino in fondo». Gesù dimostra la pienezza del suo amore in due modi: accettando di morire per fedeltà alla verità del Vangelo, e esprimendo, col lavare i piedi dei suoi amici,  l’umiltà e la concretezza del suo amore per noi.

Don Tonino Bello volle sottolineare molto questo atto di Gesù. Era il Vescovo di Molfetta. Vescovo degli ultimi, e della pace, cioè per la vita dei flagellati dalle guerre.

Negli ultimi mesi della sua vita, (già malato di cancro, morì cinque mesi dopo, il 20 aprile 1993, nei giorni pasquali), nel dicembre 1992 andò pellegrino di pace a Sarajevo assediata e bombardata dalla guerra, insieme a cinquecento altri, giovani e vecchi, per tentare di essere portatori di pace dentro la guerra, vicini alla popolazione sotto le bombe. Il suo posto di Vescovo era tra gli ultimi dell’umanità, in quel momento.

Qualche anno prima, nella quaresima del 1988, dedicò tutti gli otto Scritti quaresimali … ai piedi! I piedi di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, i piedi del Risorto. Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi.

Riguardo a Pietro, don Tonino scriveva: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’”ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale». Primato e “ultimato”. «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» .

Come Gesù, don Tonino onora i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù chiede anche a noi di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».  Sono le stesse parole dell’eucarestia: «Fate questo in memoria di me».

        L’immagine alto-basso, il basso che è il vero alto, è stata usata tante volte come metafora di una rivoluzione, del raddrizzamento di qualcosa che è capovolto, sbagliato. L’allusione è a tutte le gerarchie mondane, le potenze, gerarchie sconvolte da Gesù, l’Uomo mandato dall’Altissimo, abbassatosi come un servo ai piedi dei suoi poveri deboli amici, calpestato dalla coalizione dei poteri religioso e politico, risorto ad inaugurare da primogenito la posizione definitiva a cui ci chiama e conduce, eretti in piedi, col cuore in alto.

         Perciò, don Tonino Bello parlava della «chiesa del grembiule», vestita come Gesù dell’asciugamano dei piedi, non di piviali e casule e paramenti preziosi, e templi costosi. Gesù, nell’ultima cena e nell’ultima sera di quel giovedì, dà il suo modello di comunità ai discepoli, a noi: aiutarci l’un l’altro, servirci come possiamo, come sappiamo. Non ci sono chieste grandi opere. Cominciamo semplicemente, chinandoci fino ai piedi degli altri.

Enrico Peyretti

incamminodialogando.blogspot.com

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri.

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

Avvenire

Ci sono ricette che non si trovano nei libri, né scritte a margine di quaderni ingialliti, né tramandate con precisione millimetrica tra le generazioni. Sono quelle che si imparano vivendo, sbagliando, aspettandoLa Pasqua, forse più di ogni altra festa, è una di queste ricette invisibili: non si prepara in un giorno, ma richiede un tempo lungo, paziente, quasi ostinato. Un tempo “A fuoco lento”. Siamo abituati a pensare alla Pasqua come a un trionfo: la tavola apparecchiata, il profumo dei dolci, la luce che entra dalle finestre, ma ogni ricetta pasquale porta con sé una preparazione nascosta, lenta, premurosa, fatta di passaggi che non si vedono. Nessuno serve a tavola l’impasto crudo, nessuno celebra il lievito mentre ancora lavora in silenzio. Eppure è lì che accade il miracolo. Forse la nostra vita assomiglia più a quella fase che al momento finale. Siamo spesso impasti in attesa, mescolati con ingredienti che non abbiamo scelto: una perdita, una delusione, un cambiamento improvviso. Ci sentiamo incompiuti, a volte persino sbagliati. Ma ognuno di noi sa che l’impasto ha bisogno di tempo, di calore, di fiducia. Se lo si apre troppo presto, se lo si espone all’aria fredda del dubbio, non crescerà.
Le ricette pasquali parlano di trasformazione. L’uovo, simbolo fragile e chiuso, custodisce una vita che deve rompere il guscio per nascere. Il pane lievitato attraversa una fase di apparente immobilità, eppure dentro accade una rivoluzione silenziosa. Anche noi, nelle nostre attese, siamo attraversati da qualcosa che lavora oltre la superficie. C’è poi un altro segreto delle ricette: la misura. Non tutto si può accelerare. Viviamo in un tempo che ama il “subito”, il risultato immediato, la soluzione rapida. Ma la Pasqua ci disarma: ci costringe a rallentare, a sostare nella settimana santa, tempo sospeso in cui tutto significa qualcosa che va al di là della percezione umana, ma sembra accadere, in un’altra dimensione. E infine c’è la condivisione. Nessuna ricetta pasquale è pensata per uno solo. Si cucina sempre “in più”, si apparecchia per qualcuno, si lascia spazio a chi può arrivare all’ultimo momento. La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri, per essere tempo e pasto sempre condiviso, che tiene insieme tutti, nessuno escluso. Allora, mentre prepariamo le nostre tavole e scegliamo con cura gli ingredienti, possiamo chiederci: quale parte della mia vita è ancora in attesa di lievitare? Dove ho fretta di vedere il risultato, senza rispettare i tempi? E per chi sto cucinando, davvero?
La Pasqua non è una ricetta perfetta. È una ricetta viva. E come tutte le cose vive, chiede pazienza, cura e il coraggio di fidarsi della Pasqua. Buona Pasqua a tutti, da “A fuoco lento”.

LEONE XIV: IL “MOTU PROPRIO” DEL RITORNO AL PASSATO. PERCHÉ SI VOLTANO LE SPALLE ALLA REALTÀ?

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Di Redazione Sacerdoti Sposati

Mentre il mondo corre e le parrocchie restano vuote (come il caso limite di Bergamo con un solo prete per 5 comunità), le indiscrezioni de Il Messaggero rivelano una scelta sorprendente: Papa Leone XIV starebbe lavorando a un Motu Proprio per “ricucire” con i tradizionalisti, riportando al centro la messa in latino con il sacerdote rivolto verso l’altare, ovvero di spalle all’assemblea.

La diplomazia del “passo indietro”

Il messaggio che arriva dal Vaticano è chiaro: per evitare scismi a destra, si è pronti a riesumare liturgie pre-conciliari. Ma questa “ricucitura” ha un sesto senso invertito:

  • Si dialoga con chi rifiuta il Concilio: Si cerca un compromesso con chi vorrebbe cancellare il Vaticano II.

  • Si nega il dialogo a chi il Concilio vuole attuarlo: Chi cita la Presbyterorum Ordinis (n. 16) per ricordare che il celibato non è dogma, o chi come don Serrone digiuna per i diritti civili dei preti sposati, si scontra con un muro di silenzio.

Sacerdote “di spalle”: un simbolo che fa male

L’idea del sacerdote che celebra di spalle al popolo è più di una scelta liturgica: è la metafora perfetta di questa gestione ecclesiale.

  • Si voltano le spalle ai preti sposati che chiedono di poter servire.

  • Si voltano le spalle alle vittime di abusi, verso i quali si promette una “misericordia” che sa di impunità.

  • Si voltano le spalle alla bussola del Concilio, preferendo il latino di un’epoca lontana al linguaggio della carità vissuta oggi.

Il paradosso del Motu Proprio

Un Motu Proprio (di propria iniziativa) per la messa in latino, ma nessun provvedimento per reintegrare migliaia di sacerdoti uxorati pronti a dare la vita per il popolo di Dio. Leone XIV sceglie di ricucire con il passato, lasciando che la ferita del presente continui a sanguinare.

Se il prete torna a guardare l’altare voltando le spalle alla gente, chi si accorgerà del grido di chi è stato cacciato solo perché ha scelto di non vivere nella menzogna e nell’ipocrisia?

#IlMessaggero #LeoneXIV #MessaInLatino #Tradizionalisti #PretiSposati #Vaticano #RiformaChiesa

La forza della coerenza: il digiuno di don Giuseppe per un ministero di pace (podcast dalla web radio): Satyāgraha Appello a Papa Leone XIV: Il Digiuno della Verità

Pretisposati.preghiera.luce

“Il digiuno è la preghiera più alta.” — Citando il Mahatma Gandhi, don Giuseppe Serrone inizia oggi un percorso di purificazione e testimonianza. Nonostante le sfide della salute, il corpo si fa voce laddove le parole sembrano non bastare più.

L’offerta: Un piatto di riso, un cuore pulito e una richiesta chiara. Come Raimon Panikkar, don Giuseppe chiede a Papa Leone XIV non una deroga, ma una concessione speciale per tornare a servire l’Eucaristia.

«Il nostro non è un atto di debolezza, ma la prova della forza che nasce dalla Verità. Chiediamo solo il diritto di servire.»

“Oggi offro il mio primo piatto di riso. Non è una protesta, è un’offerta di servizio. Seguendo l’esempio di Gandhi, il digiuno pulisce lo spirito per far risplendere la Verità. Chiedo a Papa Leone XIV una ‘Concessione Speciale’, come fu per Raimon Panikkar. Il sacerdozio è in aeternum, l’amore familiare è la sua medicina.”

“Il mio corpo sente la fame, ma le nostre comunità hanno una fame più grande: quella dell’Eucaristia. Mentre le parrocchie chiudono, noi sacerdoti sposati siamo pronti. Il mio digiuno è per ogni fedele che cerca un pastore e trova un cancello chiuso.”

“La forza nasce dalla coerenza tra ciò che si crede e ciò che si vive. La mia salute è fragile, ma la mia fede è roccia. Digiuno per chiedere che la Chiesa non abbia paura della trasparenza. La verità non indebolisce, libera.”

Riflessione Serale. Il Getsemani del Giorno 6

una ciotola di riso accanto a un ramoscello d'ulivo. Digiuno per riammissione preti sposati al ministero

Mentre nelle chiese si spengono le luci e si spogliano gli altari, il mio altare è una terra fredda ai piedi delle vette.

“Oggi il mio sesto giorno non finisce nel vuoto della fame, ma nella pienezza di una comunione globale. Ho sentito il respiro della Colombia, il coraggio del Belgio e la saggezza dei piccoli borghi della Tuscia. Dio mi ha portato dal Brasile a una ‘panchina’ alpina per mostrarmi che la missione non ha confini. Se un vescovo in Europa fissa una scadenza e un prete in Sud America grida giustizia, significa che la pietra del sepolcro sta già rotolando via.”

IL CONCILIO TRADITO? PERCHÉ LA “BUSSOLA” DI LEONE XIV IGNORA LA STORIA?

un'antica bussola di ottone è appoggiata direttamente su un testo del Concilio Vaticano II, aperto sulla Presbyterorum Ordinis n. 16. L'ago della bussola non segna il Nord, ma punta verso una fede nuziale posta accanto al libro. L'atmosfera all'alba, con la nebbia che si alza, suggerisce sia l'emergenza (la notte che finisce) sia la speranza di una nuova luce

Di Redazione Sacerdoti Sposati

L’articolo di SettimanaNews ci invita a guardare al Concilio come alla bussola che ha guidato i Pontefici da Paolo VI fino all’attuale Leone XIV. Ma se la bussola segna una direzione, perché la gerarchia si ostina a camminare in quella opposta quando si parla di celibato?

La verità dimenticata della Presbyterorum Ordinis

Al numero 16 del decreto conciliare Presbyterorum Ordinis, i Padri Conciliari scrissero parole di un’onestà intellettuale dirompente, che oggi sembrano quasi “eretiche” alle orecchie di certi dicasteri:

“Essa [la perfetta e perpetua continenza] non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali.”

Il Concilio lo ha messo nero su bianco: non esiste un legame ontologico tra l’essere prete e l’essere celibe. È una scelta disciplinare, non un dogma di fede.

La mancata attualizzazione: un’omissione colpevole

Il testo conciliare andava oltre, esortando “amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione”.

Il paradosso di oggi: Se il Concilio esorta i preti sposati orientali a perseverare con generosità, perché la Chiesa di Leone XIV tratta i preti sposati latini come disertori? Perché quella “bussola” che dovrebbe guidarci verso il futuro viene chiusa in un cassetto quando si tratta di riconoscere che la fecondità spirituale può fiorire anche in una casa animata dall’amore di una moglie e dei figli?

Da Paolo VI a Leone XIV: il coraggio che manca

Paolo VI ebbe il coraggio di aprire il Concilio, ma la “bussola” oggi sembra bloccata. Nonostante l’evidente crisi vocazionale (si pensi ai casi di Bergamo o del Belgio) e la sofferenza di migliaia di confratelli, si preferisce ignorare la radice storica del sacerdozio — quella che lo stesso Concilio definisce “prassi della Chiesa primitiva” — per difendere una sovrastruttura medievale.

Il grido di Don Serrone

Mentre il Dicastero per il Clero parla di “matrici di identità” (Eucaristia e Lavanda dei piedi), noi ricordiamo che la matrice originaria del sacerdozio non escludeva il matrimonio. Il digiuno di don Giuseppe Serrone non è altro che un richiamo alla fedeltà verso il Concilio: tornare alle fonti per respirare nel presente.

Se il Concilio è davvero la bussola, è ora di smettere di girarci intorno e avere il coraggio di seguire la direzione indicata dalla storia e dallo Spirito: il sacerdozio uxorato non è un’eccezione da tollerare, ma una ricchezza da restituire alla Chiesa universale.

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IL DICASTERO PER IL CLERO E L’IDENTITÀ DIMEZZATA: SE IL SERVIZIO ESCLUDE CHI AMA

un semplice grembiule da servo (simbolo della Lavanda dei piedi) è appoggiato su una sedia di legno consumato, con sopra una stola sacerdotale e una fede nuziale. L'atmosfera all'alba, con la nebbia che si alza, suggerisce sia l'emergenza (la notte che finisce) sia la speranza di una nuova luce

Di Redazione Sacerdoti Sposati

Il recente documento del Dicastero per il Clero, ripreso da Vatican News, indica nell’Eucaristia e nella Lavanda dei piedi le “matrici dell’identità sacerdotale”. Due gesti che parlano di dono totale di sé e di servizio umile verso i fratelli. Una visione altissima, che però stride violentemente con la realtà di migliaia di preti sposati a cui questi stessi gesti sono, di fatto, proibiti.

L’Eucaristia negata a chi “spezza il pane” in famiglia

Il Dicastero afferma che l’Eucaristia è la fonte dell’identità del prete. Eppure, proprio a quegli uomini che hanno compreso il valore del sacrificio e della cura attraverso la vita familiare, viene tolta la possibilità di presiedere la mensa eucaristica.

  • Il paradosso: Un prete che abusa può essere trattato con “misericordia” (come visto nelle recenti cronache francesi), mentre un prete che onora la vita matrimoniale viene privato della sua “matrice identitaria”. Chi è più vicino al mistero dell’Eucaristia: chi vive nell’ombra o chi testimonia l’amore nella luce del sole?

La Lavanda dei piedi: Un servizio senza confini

La Lavanda dei piedi è il gesto del “servo per amore”. Il Dicastero la pone come fondamento del ministero. Ma come si può parlare di servizio quando la Chiesa stessa rifiuta il servizio di migliaia di sacerdoti preparati e disposti a “lavare i piedi” alle comunità esauste, come quelle di Bergamo o del Belgio?

La “paternità sacerdotale” invocata dal Vaticano non dovrebbe forse arricchirsi dell’esperienza di chi vive la paternità umana? Escludere i preti sposati dal servizio significa amputare alla Chiesa una mano che potrebbe curare, consolare e guidare.

Un’identità da ritrovare

Mentre don Giuseppe Serrone prosegue il suo digiuno profetico, chiediamo al Dicastero per il Clero: l’identità sacerdotale è davvero legata a un obbligo giuridico (il celibato) o alla capacità di farsi pane spezzato e servi degli altri?

Se la matrice è l’amore che serve, allora i preti sposati sono sacerdoti oggi più che mai. Impedire loro di agire in nome di questa identità non è solo un atto burocratico, è una ferita inferta al cuore stesso del Vangelo.

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IL BELGIO “SFIDA” IL VATICANO: ORDINARE I PRETI SPOSATI NON È PIÙ UN TABÙ

Belgio sfida Vaticno

Di Redazione Sacerdoti Sposati

La notizia battuta oggi dall’agenzia AFP segna un punto di non ritorno: un vescovo belga ha deciso di passare dalle parole ai fatti, sfidando apertamente le direttive d’oltretevere per chiedere ufficialmente l’ordinazione di uomini sposati. Non è più solo una richiesta accademica o un auspicio pastorale: è una presa di posizione politica ed ecclesiale che mette Papa Leone XIV davanti a una scelta inevitabile.

Perché il Belgio? Perché ora?

La Chiesa belga, colpita duramente dalla crisi delle vocazioni e dagli scandali del passato, sta cercando una via di resurrezione che passi per la verità e la vicinanza al popolo. Il vescovo protagonista di questa spinta ha capito che non si può più attendere: le comunità hanno bisogno di pastori, e i pastori ci sono, sono pronti, ma sono sposati.

Un assist per la causa dei Preti Sposati in Italia

Mentre in Italia don Giuseppe Serrone prosegue il suo digiuno e il suo appello per i diritti civili e la riammissione dei preti già ordinati, questa notizia ci dice che non siamo soli. La “sfida” belga dimostra che:

  1. La necessità è universale: Non è un capriccio di pochi, ma una questione di sopravvivenza della Chiesa in Europa.

  2. Il diritto canonico deve evolvere: Se un vescovo sente la responsabilità di forzare la mano, significa che le norme attuali sono percepite come ingiuste e anacronistiche.

  3. Il coraggio è contagioso: Questa mossa potrebbe spingere altri vescovi (magari anche in Germania o in Francia) a uscire allo scoperto.

Il paradosso di Leone XIV

Mentre il Vaticano scrive lettere di “misericordia” per gli abusatori (come abbiamo commentato nel post precedente), si trova ora a dover gestire la “disobbedienza profetica” di un vescovo che vuole semplicemente dare ministri alle sue comunità.

Il nostro commento: Cosa farà il Vaticano? Userà il pugno di ferro contro un vescovo che vuole ordinare uomini onesti e sposati, mentre continua a usare i guanti di velluto con i “peccatori” che hanno distrutto vite umane?

Conclusione

La spinta che arriva dal Belgio è linfa vitale per il nostro movimento. Dimostra che la nostra causa è parte di un movimento globale di riforma che nessuno può più fermare. Invitiamo tutti i simpatizzanti a condividere questa notizia: la primavera della Chiesa potrebbe passare proprio per queste “sfide” coraggiose.

#Belgio #PretiSposati #Vaticano #RiformaChiesa #LeoneXIV #DirittiCivili

PEDOFILIA E PRETI SPOSATI: LA MISERICORDIA A DUE VELOCITÀ DI PAPA LEONE XIV

Misericordia del Papa Leone XIV per i pedofili ancora tabù per i preti sposati

PEDOFILIA E PRETI SPOSATI: LA MISERICORDIA A DUE VELOCITÀ DI PAPA LEONE XIV

Di Redazione Sacerdoti Sposati

Una recente lettera inviata alla Chiesa francese ha scosso l’opinione pubblica: il Papa sembra promettere una forma di “misericordia” che rassicura gli abusatori. La ricetta appare essere quella del “perdono senza giustizia”: il pedofilo non è un criminale da consegnare alla legge civile, ma un “peccatore” da accogliere nel recinto del perdono ecclesiale.

Il paradosso della “Misericordia Selettiva”

Mentre si scrive ai vescovi francesi per edulcorare la gravità di atti che distruggono la vita dei minori, la stessa istituzione mantiene una linea di durezza granitica contro chi ha “commesso” l’atto di amare una donna e formare una famiglia.

  • Per l’abusatore: Si invoca il perdono, la fragilità umana, la distinzione tra peccato e reato. Si cerca di evitare lo stigma del “criminale”.

  • Per il prete sposato: Scatta la sospensione a divinis, l’allontanamento forzato, la perdita del lavoro e, spesso, una vera e propria “morte civile” all’interno della comunità parrocchiale.

Peccatori o Criminali? La distorsione dei termini

Definire la pedofilia semplicemente come “peccato” e non come “crimine” è un insulto alle vittime. Ma per la Redazione di questo blog, il punto è anche un altro: perché il matrimonio è trattato come una colpa più grave di un abuso?

Se la Chiesa di Leone XIV vuole essere la “casa della misericordia”, come può giustificare l’accoglienza benevola verso chi ha violato l’innocenza e, contemporaneamente, l’ostracismo verso chi ha onorato la vita e l’amore familiare?

La giustizia negata

Il “perdono senza giustizia” per i pedofili non è misericordia, è complicità. Al contrario, la “punizione senza colpa” per i preti sposati non è disciplina, è ingiustizia.

Don Serrone, nel suo digiuno, chiede giustizia per migliaia di uomini che non hanno commesso alcun crimine, se non quello di essere coerenti con il proprio cuore. Eppure, per loro, le lettere di rassicurazione non arrivano mai. Arrivano solo decreti di espulsione.

Il nostro commento: Una Chiesa che confonde la misericordia con l’impunità per i lupi, ma non trova un briciolo di comprensione per i suoi operai onesti, è una Chiesa che ha perso la bussola del Vangelo.

Ghizzoni e il celibato: tra discorsi solenni e ferite ancora aperte

La preghiera di un prete sposato nel Giovedì Santo: due mani, una delle quali porta una fede nuziale, sono giunte in preghiera sopra un grande e antico messale posato su un altare di legno consumato. L'atmosfera è solenne, con una luce soffusa che filtra attraverso delle vetrate sfocate in background, evocando una chiesa senza mostrare volti o identità

L’OMELIA CRISMALE DI GHIZZONI: QUANDO L’AFFETTIVITÀ DIVENTA “REGRESSIONE” E LA CARITÀ DIVENTA “EPURAZIONE”

“Chiamano ‘carità’ l’allontanamento dei confratelli sposati. Chiamano ‘regressione’ l’amore che diventa famiglia.”

Di Redazione Sacerdoti Sposati

Durante la recente Messa Crismale, Mons. Lorenzo Ghizzoni ha affrontato il tema della “sfida del celibato”, dipingendo un quadro preoccupante. Secondo il Vescovo, il mondo moderno e i social media spingerebbero i sacerdoti verso una “regressione affettiva”, portandoli a cercare “compensazioni” sessuali o “pseudo-relazioni di dipendenza”.

Il celibato come “fatica” o come “muro”?

Mons. Ghizzoni riconosce che vivere il celibato oggi è una “grande fatica”. Tuttavia, la sua analisi sembra ignorare una distinzione fondamentale: quella tra la fragilità di chi vive nel nascondimento e la coerenza di chi, invece, sceglie la luce del sole e il Sacramento del Matrimonio.

Etichettare la ricerca di affettività come una “regressione” è un’offesa non solo ai preti sposati, ma alla dignità stessa della famiglia. È possibile che per una certa gerarchia l’unica alternativa al celibato sia la patologia o la colpa?

Memoria storica: Il caso di Reggio Emilia

Le parole di Ghizzoni sulla “corresponsabilità nel salvare la vocazione” suonano amare se confrontate con il suo passato come Vicario a Reggio Emilia, sotto l’episcopato di Massimo Camisasca.

La cronaca (e il cuore di chi ha sofferto) ricorda un atteggiamento di estrema durezza. Insieme al suo successore don Nicelli e a don Daniele Moretto, Ghizzoni fu tra i protagonisti di una stagione di allontanamenti forzati. Non si cercò di “salvare” la vocazione nel senso cristiano del termine, ma di recidere i legami di un prete sposato con la sua comunità, arrivando a colpirlo persino nel diritto al lavoro come insegnante.

Dalla teoria alla pratica: Mons. Ghizzoni parla di “intervenire con carità e coraggio”. Ma dove fu la carità quando una famiglia venne privata della propria residenza e della propria sussistenza? Dove fu il coraggio nel riconoscere che un prete sposato può continuare a essere un “pastore” con il cuore aperto, anziché un “pericolo pubblico” da allontanare?

Una paternità sacerdotale dimezzata

Il Vescovo afferma che le “pseudo-relazioni” impediscono l’esercizio della “paternità sacerdotale”. Noi rispondiamo che è proprio l’esclusione sistematica dei preti sposati a privare la Chiesa di una paternità completa, capace di integrare la dimensione spirituale con quella umana e familiare.

Mentre don Serrone digiuna per chiedere trasparenza e riammissione, le gerarchie continuano a descrivere l’affettività come una tentazione da cui difendersi, anziché come un dono da integrare.

La nostra domanda a Mons. Ghizzoni è semplice: La “carità pastorale” di cui parla nell’omelia è la stessa che ha portato all’allontanamento forzato di un confratello e della sua famiglia a Reggio Emilia? O la carità vale solo per chi resta nel recinto del celibato, costi quel che costi, anche a prezzo della propria salute psichica?

LA RIFLESSIONE DEL MATTINO (Giorno 6) “Lavanda dei Piedi: Un posto per i figli dimenticati?”

Lavanda dei piedi Verso Pasqua per non dimenticare i preti sposati

🕊️ LA RIFLESSIONE DEL MATTINO (Giorno 5)

Titolo: “Lavanda dei Piedi: Un posto per i figli dimenticati?”

*”Leggo su Avvenire che il Santo Padre tornerà al Colosseo per la Via Crucis e laverà i piedi a 12 sacerdoti. È un gesto di umiltà che tocca il cuore del mondo.

In questo mio quinto giorno di digiuno, mentre il corpo si fa fragile come il pane che Gesù spezzò, mi chiedo: c’è posto tra quei dodici anche per un prete sposato? C’è posto per chi, pur avendo scelto la via della famiglia, non ha mai smesso di amare la Chiesa e di desiderare di servire i poveri e gli ultimi?

Lavare i piedi a un prete sposato sarebbe il gesto di guarigione più grande del secolo. Sarebbe dire: ‘Sei ancora mio figlio, sei ancora un servo del Vangelo’. Io sono qui, nel silenzio dei monti, pronto a ricevere quella carezza non per me, ma per i 5.000 fratelli che rappresento.”*

Nuovi orizzonti del Giovedì santo…

Oltre.ilbuio.speranza

Oggi il mio sesto giorno di digiuno non risuona tra le mura di Chia, ma tra i silenzi solenni delle Alpi. Qui, dove la terra tocca il cielo, la mia preghiera per la riconciliazione si fa più pura.

Davanti alla forza delle vette, ogni divisione umana sembra piccola. Come queste montagne non chiedono il permesso per svettare, così l’amore non dovrebbe chiedere il permesso per servire l’altare. In questo Giovedì Santo, il mio ‘catino d’acqua’ per la lavanda dei piedi è idealmente riempito dalla neve purissima di queste cime: un’acqua che non distingue, ma rigenera tutto il corpo sacerdotale.

– don Giuseppe Serrone

Giovedì Santo 2026: il Sacerdozio non è un privilegio da difendere, ma un catino d’acqua in cui lavare le ferite del mondo. Non c’è esclusione nell’Eucaristia

🌅 GIORNO 6: IL GESTO DEL SERVIZIO

Giovedì Santo – Coena Domini

“La nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’umanità.”
— Mahatma Gandhi

Oggi, mentre la Chiesa celebra l’Istituzione del Sacerdozio, abito il mio sesto giorno di digiuno come un atto di amore filiale. Gesù ha lavato i piedi a tutti senza distinzioni. La mia Satyāgraha oggi chiede solo questo: che il grembiule del servizio possa cingere i fianchi di ogni prete, anche di chi vive la bellezza della famiglia.

Meditazione: Il Sacerdozio non è un privilegio da difendere, ma un catino d’acqua in cui lavare le ferite del mondo. Non c’è esclusione nell’Eucaristia.

Don Giuseppe Serrone

In digiuno per la Riconciliazione – Giorno 6

🥖🍷
Un catino d'acqua e un asciugatoio appoggiati su una terra arida, con un'ombra che proietta la forma di una croce che diventa un abbraccio... Giovedì Santo 2026. L'impegno di don Giuseppe Serrone per riammissione preti sposati

In Coena Domini”: Una mensa per tutti i figli amati

“Sorge il sole sul Giorno 6 del mio digiuno. È il Giovedì Santo, il giorno dell’Istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Un giorno che, per noi sacerdoti sposati, porta con sé una gioia immensa e una ferita profonda.

In questa alba, accolgo con commozione la preghiera che Papa Leone XIV ha scritto per i sacerdoti in crisi. Le sue parole risuonano come un balsamo: ‘soprattutto quelli che attraversano momenti di crisi, quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza’.

Santo Padre, noi conosciamo quella solitudine. La conosciamo da anni. Non ci sentiamo ‘eroi solitari’, ma ‘figli amati, discepoli umili’. E proprio come discepoli, oggi, rivendichiamo la nostra appartenenza all’uguale Popolo di Dio, come ricordato ieri dal Papa citando la Lumen gentium: «Il Concilio afferma l’uguaglianza di tutti i battezzati».

Se siamo uguali nel Battesimo, se siamo parte dello stesso Corpo di Cristo, perché la nostra vocazione familiare ci esclude dalla mensa che oggi celebriamo? Il mio digiuno, in questa Coena Domini, è una fame di riconciliazione. È l’attesa che la carezza del Papa, attraverso la sua preghiera, diventi un abbraccio concreto per tutti i sacerdoti sposati.”

-don Giuseppe Serrone

In Coena Domini": Una mensa per tutti i figli amati anche per i preti sposati

🕊️ LA RIFLESSIONE DEL MATTINO (Giorno 6) Lavanda dei Piedi: Un posto per i figli dimenticati?

🕊️ LA RIFLESSIONE DEL MATTINO (Giorno 6)

*”Leggo su Avvenire che il Santo Padre tornerà al Colosseo per la Via Crucis e laverà i piedi a 12 sacerdoti. È un gesto di umiltà che tocca il cuore del mondo.

In questo mio quinto giorno di digiuno, mentre il corpo si fa fragile come il pane che Gesù spezzò, mi chiedo: c’è posto tra quei dodici anche per un prete sposato? C’è posto per chi, pur avendo scelto la via della famiglia, non ha mai smesso di amare la Chiesa e di desiderare di servire i poveri e gli ultimi?

Lavare i piedi a un prete sposato sarebbe il gesto di guarigione più grande del secolo. Sarebbe dire: ‘Sei ancora mio figlio, sei ancora un servo del Vangelo’. Io sono qui, nel silenzio di Chia, pronto a ricevere quella carezza non per me, ma per i 5.000 fratelli che rappresento.”*

– don Giuseppe Serrone

Figlidimenticati.pretisposati

BERGAMO: 5 PARROCCHIE A UN SOLO PRETE. MENTRE I PRETI SPOSATI RESTANO “IN PANCHINA”

  1 prete 5 parrocchie fino a quando? appello di don Giuseppe Serrone per i preti sposati

Editoriale della Redazione

L’ultimo bollettino delle nomine della Diocesi di Bergamo, pubblicato dall’Eco di Bergamo, scatta una fotografia drammatica e paradossale della Chiesa odierna. Un tempo “fucina di vocazioni”, la terra orobica si ritrova oggi a fare i conti con una desertificazione che schiaccia i pochi sacerdoti rimasti sotto un carico di lavoro disumano.

Il caso simbolo: Don Gianpaolo e l’ubiquità forzata

Il nome di Don Gianpaolo Baldi è diventato, suo malgrado, il simbolo di questa crisi. La Curia lo ha nominato vicario interparrocchiale di ben cinque comunità: Alzano Maggiore, Alzano Sopra, Monte Nese, Nese e Olera. Come se non bastasse, dovrà ricoprire anche il ruolo di Cappellano dell’Ospedale di Alzano.

I numeri non mentono: all’inizio degli anni 2000 i “curati” (i preti giovani dedicati agli oratori) erano 130. Oggi sono appena 30.

La “Sintesi dei Carismi” o lo sfinimento dei preti?

Si parla spesso, con un gioco di parole attribuito a Paolo VI, della necessità per il clero di avere il “carisma della sintesi” (capacità di coordinare i laici). Ma la realtà che emerge dalle nomine di Bergamo racconta un’altra storia: ai preti si chiede la sintesi di tutti i carismi. Devono essere manager, animatori, amministratori, celebranti e assistenti spirituali, tutto contemporaneamente e in luoghi diversi.

La domanda sorge spontanea: quanto può durare un uomo prima del burnout? E che tipo di “cura d’anime” può offrire un sacerdote che deve correre tra cinque campanili e un ospedale?

La nostra proposta: Riammissione, non sostituzione

Mentre le istituzioni (oratori e parrocchie) rischiano di morire per mancanza di guide, migliaia di preti sposati — uomini formati, esperti, padri di famiglia che conoscono la realtà del quotidiano — restano esclusi dal ministero.

  • Perché sovraccaricare un giovane fino a spegnerne l’entusiasmo, quando accanto a lui potrebbero operare sacerdoti sposati pronti a condividere il peso del servizio?

  • Perché preferire la chiusura dei centri giovanili piuttosto che abbattere il muro del celibato obbligatorio per chi ha già ricevuto l’Ordine?

Il Digiuno di Don Serrone: Un grido per la vita della Chiesa

Proprio mentre i fatti di Bergamo gridano l’urgenza di un cambiamento, Don Giuseppe Serrone continua il suo digiuno e il suo appello a Papa Leone XIV. Non è una protesta ideologica, ma un atto d’amore verso una Chiesa che sta morendo di rigidità burocratica.

Chiedere la riammissione dei preti sposati al ministero non è solo una questione di diritti civili (per la quale stiamo preparando candidature formali), ma una necessità pastorale vitale.

O si cambia, o si muore. E la soluzione è già sotto i nostri occhi: riaprite le porte agli operai che sono già nella vigna, anche se hanno una fede al dito.


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Il “Curato Multitasking” e il Silenzio sui Preti Sposati: Una Contraddizione non più Sostenibile

prete dialogo chiesa

Di Redazione Sacerdoti Sposati

L’eco che giunge dalla Diocesi di Bergamo (tramite l’omonimo quotidiano) è un grido che squarcia il velo su una realtà che noi denunciamo da tempo: il clero giovane sta scomparendo, e chi resta è schiacciato da un carico insostenibile.

I numeri della crisi

Se all’inizio degli anni 2000 i “curati” (vicari parrocchiali dediti agli oratori) erano 130, oggi ne restano appena 30. Un calo dell’80% che trasforma i giovani sacerdoti in “funzionari del sacro” erranti. L’esempio di don Gianpaolo Baldi, inviato a coprire ben cinque parrocchie (Alzano Maggiore, Alzano Sopra, Monte Nese, Nese, Olera) più l’incarico di Cappellano ospedaliero, è l’emblema di questa “sindrome da burnout ecclesiastico”.

L’illusione della “Sintesi dei Carismi”

Citando Paolo VI, si spera che il prete moderno abbia il “carisma della sintesi”, ovvero la capacità di coordinare altri. Ma la realtà è che oggi al prete viene chiesta la “sintesi dei carismi”: deve essere amministratore, animatore, assistente spirituale, cappellano e manager.

La nostra riflessione: Mentre i pochi preti celibi vengono spremuti fino all’esaurimento delle forze, migliaia di preti sposati, con regolare percorso teologico e ministeriale, restano “in panchina”, esclusi da un ministero che amano e che saprebbero svolgere con la maturità data anche dall’esperienza familiare.

Cambiare o morire: la terza via

L’articolo dell’Eco di Bergamo parla chiaro: o si cambia o si muore. Ma il cambiamento non può limitarsi a “far fare agli altri”. Il vero cambiamento strutturale è il riconoscimento del ministero uxorato.

  • Perché sovraccaricare un giovane di 30 parrocchie quando in quelle stesse zone vivono preti sposati che potrebbero occuparsi della cura d’anime, della celebrazione dei sacramenti e della gestione degli oratori?

  • Perché preferire la chiusura delle istituzioni o il logoramento dei sacerdoti in carica piuttosto che riammettere chi ha già ricevuto il Sacramento dell’Ordine?

In attesa dello Spirito (e di risposte)

Mentre don Serrone continua il suo digiuno e il suo appello a Papa Leone XIV, i fatti di Bergamo dimostrano che la nostra non è una battaglia ideologica, ma una necessità pastorale urgente. La Chiesa “ricca di istituzioni” rischia di diventare un museo di strutture vuote se non avrà il coraggio di richiamare i suoi operai nella vigna, senza discriminazioni basate sullo stato civile.

Siamo in una fase di attesa, silenzio e preghiera, ma i fatti gridano per noi.

Dalla Torre di Pasolini alle Mura di Gerusalemme: Una vita per la Pace

RADICI NELLA TERRA E NEL CIELO

Dalla Torre di Pasolini alle Mura di Gerusalemme: Una vita per la Pace.

*”In questo quinto giorno di digiuno, i ricordi si fanno nitidi come l’aria dei monti. Per 17 anni, come cofondatore dei ‘Missionari della Pace di Cristo’, ho cercato di portare il Vangelo oltre ogni confine. L’obbedienza mi ha portato anche per 10 anni, nella piccola frazione di Chia, ai piedi della Torre che fu l’ultimo rifugio di Pier Paolo Pasolini.

In una delle chiesette della parrocchia nel nascondimento più assoluto, ho celebrato Messe per ‘due o tre’, a volte solo per un fedele e il suo cane. Ma in quel pane spezzato nel silenzio dei boschi cimini, io vedevo il mondo intero. Vedevo la Terra Santa, vedevo la Corea, vedevo ogni creatura.

Oggi, il mio digiuno è la continuazione di quelle Messe solitarie. Allora offrivo il Sacrificio Eucaristico per la pace universale; oggi offro il mio sacrificio fisico perché quella pace entri finalmente nelle leggi della Chiesa, riconoscendo che l’amore di un padre di famiglia non diminuisce la sacralità del prete, ma la rende umana, come la terra dei luoghi che ho percorso fino ad oggi.”*

Messa ... Don Giuseppe Serrone offre per il mondo e la pace

di don Giuseppe Serrone

Lettera Aperta ai Leader delle Religioni Mondiali / GLOBAL APPEAL to the Leaders of World Religions

GLOBAL APPEAL.... an open letter to the Leaders of World Religions

Dal silenzio del quinto giorno di digiuno: Un appello alla Verità e alla Riconciliazione.

A Voi, Fratelli e Sorelle, Guide Spirituali dell’Umanità,

Vi scrivo da un piccolo borgo in Italia, col corpo reso leggero dal digiuno e lo spirito teso verso l’Infinito. Non vi scrivo come un uomo che rivendica un diritto, ma come un viandante che ha scoperto, nel sacrificio della fame, una verità che ci accomuna tutti: la nonviolenza è l’unico altare su cui Dio vuole essere onorato.

Nella mia tradizione cattolica, sto offrendo la mia vita per la dignità dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie, ma in queste ore lo sguardo si è alzato. Ho visto che la mia lotta è la vostra lotta; la mia sete di giustizia è la stessa che arde nei vostri templi, nelle vostre moschee, nelle vostre sinagoghe e nei vostri luoghi di meditazione.

🕊️ La Satyāgraha come Linguaggio Universale

La forza della Verità (Satyāgraha) non ha passaporto. È il filo d’oro che lega il cristiano che cerca la coerenza, il musulmano che si sottomette alla Misericordioso, l’ebreo che attende la pace, l’indù e il buddista che onorano ogni forma di vita.

Vi rivolgo questo appello:

  1. Oltre i Dogmi, l’Umanità: Facciamo in modo che le nostre strutture religiose non siano prigioni per lo Spirito, ma case aperte dove l’amore — in ogni sua forma vocazionale — sia benedetto e mai punito.

  2. La Forza della Mitezza: Dimostriamo al mondo, ferito da guerre e divisioni, che l’arma più potente non è il ferro, ma la coerenza del proprio corpo e della propria preghiera.

  3. Unità nella Diversità: Chiedo a ciascuno di voi, secondo la propria fede, un istante di ricordo per chi oggi, in ogni religione, soffre per aver scelto di conciliare il servizio a Dio con l’amore per una famiglia.

🕯️ L’Unica Luce

Siamo candele diverse, ma la fiamma è la stessa. Se oggi il mio corpo trema per la debolezza, il mio cuore è saldo perché so di non essere solo. La “Collocazione Provvisoria” della mia croce è illuminata dalla speranza che tutte le fedi possano un giorno convergere in un unico abbraccio di riconciliazione.

Possa l’Unico Dio, che ha molti nomi ma un solo volto d’Amore, benedire questo cammino comune.

In fede e speranza,

Don Giuseppe Serrone In cammino nella Satyāgraha – Giorno 5

Tag: #Interfaith #Satyagraha #Peace #UniversalLove #Religion #Giorno5

🌍 GLOBAL APPEAL: From the Walls of Jerusalem to the Silence of Fasting

An Open Letter to the Leaders of World Religions

Eminences, Excellencies, Brothers and Sisters in the journey of the Spirit,

I write to you on my sixth day of fasting, in a moment where the body’s weakness gives way to the strength of memory. My cry is not a new one. It is the echo of that shout — Shalom, Salam, Peace, Paix, Paz, Pace! — which on September 11, 2004, alongside many of you, I raised before the U.S. Embassy in Israel and beneath the walls of Jerusalem.

Having served as an Ambassador of Peace in Switzerland, the Holy Land, and the difficult terrains of North Korea, I have learned that borders are but scars on the earth’s skin, but the soul knows no customs. My own family is a living sanctuary of dialogue, where the breath of Islam and the light of Christianity coexist in a single embrace of love.

🕊️ Satyāgraha as Spiritual Diplomacy

Today, my Satyāgraha (Insistence on Truth) is addressed to you. If then we sought an end to conflicts between nations, today I seek an end to the conflict between Law and Life, between the Sacred and the Human.

I call upon every Religious Leader:

  1. Recognize Love as the Supreme Vocation: No man or woman of faith should ever be forced to choose between serving God and loving their family. Marriage and ministry are two wings of the same spirit.

  2. Tear Down Interior Walls: As we cried out beneath the Wall of Jerusalem, let us cry out today against the walls of prejudice that exclude, marginalize, and condemn those seeking an authentic and holistic spirituality.

  3. Unite in the Fast for Peace: I ask for a choral prayer. Let my Christian fast be joined with your own spirit. Not for my sake, but so that religion may return to being what its name suggests: Religare, to bind together what has been torn apart.

🕯️ The Only Light Beneath the Heavens

From my experience as an Ambassador of Peace to the “temporary placement” of my current cross amidst the Alpine silences, the message remains the same: God is Peace. And Peace begins when we stop fearing human love.

Beneath the same sky, awaiting the Dawn, let us remain united.

In the journey of Truth,

Don Giuseppe Serrone Ambassador of Peace In Satyāgraha – Day 6

Religioni.unica.luce

The Paradox of Unity: “We cannot ignore that married priests already fully officiate within the Catholic Church through the Personal Ordinariates for former Anglicans. If the marriage of a priest is considered compatible with the Eucharist in London or New York, it must be so in Rome and throughout the world. My Satyagraha is a plea for consistency: let there be no ‘second-class’ priests based on their history, but only servants of the Gospel based on their faith.”

Tag: #WorldPeace, #InterfaithDialogue, #HumanRights, #Satyagraha,#Shqiperia,

#HamitRuci, #DiasporaShqiptare,#PaceTraIPopoli,#SacerdotiSposati, #MarriedPriests,

#VaticanNews,#Sinodo2026,#CelibatoOpzionale, #Alps, #SilentMountain

Oltre i Confini: La Satyāgraha come respiro di tutte le Fedi

Religioni luce per la pace... Appello di don Giuseppe Serrone

🌍 IL NUOVO ORIZZONTE: Appello Universale alla Spiritualità Autentica

*”In queste ore di silenzio, il mio sguardo si alza oltre le mura della mia Chiesa. Vedo un orizzonte dove la Satyāgraha — la forza della Verità — diventa il linguaggio comune di chiunque cerchi Dio.

La nonviolenza non appartiene a una sola religione; è il midollo di ogni spiritualità autentica. È il punto di incontro tra il cristiano che digiuna, il musulmano in preghiera, l’ebreo che cerca giustizia, l’indù che onora la vita e l’uomo in ricerca che ascolta la propria coscienza.

Il mio Appello a tutte le Religioni: Non lasciamo che i dogmi diventino muri. Facciamo della nonviolenza il nostro altare comune. In un mondo frammentato, la nostra ‘insistenza nella Verità’ è l’unica rivoluzione capace di disarmare l’odio e l’indifferenza.

Chiedo ai fratelli di ogni fede di unirsi spiritualmente a questo digiuno. Non per me, ma per un mondo dove ogni vocazione d’amore — sacerdotale, familiare, laica — sia onorata come un raggio dell’unica Luce.”*

don Giuseppe Serrone

Il silenzio non è più un’opzione

Married Priests: Brothers to Welcome

📄 COMUNICATO STAMPA: IL SILENZIO NON È PIÙ UN’OPZIONE

OGGETTO: Giorno 5 di Digiuno – Don Giuseppe Serrone: “Oltre il clamore di Fiorello, serve una risposta della Chiesa. La Satyāgraha non si ferma.”

Roma, 1 Aprile 2026 – Mentre entra nel suo quinto giorno di digiuno a oltranza, don Giuseppe Serrone alza il tiro del confronto etico con le istituzioni ecclesiastiche. Dopo che la giornata di ieri ha visto la causa dei sacerdoti sposati rimbalzare tra le pagine de La Stampa e i microfoni di Rai Radio 2 con Fiorello, il silenzio ufficiale dei dicasteri romani diventa un vuoto sempre più assordante.

“Ringrazio Fiorello per aver dato voce a un sentimento popolare diffuso e i confratelli della Colombia per il sostegno missionario”, dichiara don Serrone. “Ma la Satyāgraha non cerca l’applauso, cerca la Verità. Mettere il mio corpo in gioco è un atto di parresia: chiedo che la Chiesa passi dal silenzio all’ascolto dei 5.000 sacerdoti sposati italiani e delle loro famiglie.”

⚖️ LE RICHIESTE AL CENTRO DEL GIORNO 5:

  • Fine dell’Emarginazione: Il riconoscimento dei sacerdoti sposati non come “falliti”, ma come risorse umane e spirituali già pronte al servizio.

  • Valorizzazione del Diaconato: L’apertura immediata al presbiterato per i diaconi permanenti, come soluzione concreta alla carenza di clero.

  • Un Tavolo di Confronto: La richiesta di un segno, anche minimo, di accoglienza della petizione internazionale che continua a raccogliere firme in tutto il mondo.

🎙️ DICHIARAZIONE DI DON GIUSEPPE SERRONE:

“Il ‘Termometro della Verità’ che abbiamo attivato sul blog parla chiaro: il mondo guarda, il popolo spera, i media raccontano. Solo l’istituzione resta immobile. Gandhi insegnava che prima ti ignorano, poi ti ridono addosso, poi ti combattono e poi vinci. Siamo nella fase in cui il silenzio istituzionale deve confrontarsi con la realtà della storia. Io resto qui, nell’insistenza dell’Amore.”

Il Papa e i sacerdoti in crisi: “Non eroi solitari, ma figli amati”. Don Giuseppe Serrone: «Il mio digiuno è per questa riconciliazione»

una ciotola di riso accanto a un ramoscello d'ulivo. Digiuno per riammissione preti sposati al ministero

Mentre il blog  si addentra nel cuore del Giorno 5 della Satyagraha di don Giuseppe Serrone (l’insistenza per la Verità), arriva da Vatican News un’eco che sembra rispondere direttamente al silenzio di questi giorni. Papa Francesco, parlando dei sacerdoti che attraversano momenti di fatica, ha rivolto un appello accorato: «Non si sentano eroi solitari, ma figli amati».

🕯️ Il commento di Don Giuseppe:

“Leggo queste parole con le lacrime agli occhi e il corpo reso leggero dal digiuno”, dichiara don Giuseppe dal suo ritiro. “Spesso noi sacerdoti sposati siamo stati trattati proprio come ‘eroi solitari’ che hanno fallito, o peggio, come funzionari da cancellare. Ma il Papa oggi ci ricorda la nostra identità più profonda: siamo figli. E un figlio, anche quando la sua vita prende una strada diversa come quella del matrimonio, non smette mai di essere figlio e non dovrebbe mai smettere di sentirsi parte della famiglia sacerdotale.”

⚖️ Una crisi che diventa risorsa

La notizia di Vatican News sottolinea la necessità di “reti di sostegno fraterno”. Don Giuseppe rilancia: “Quale rete di sostegno è più forte di una comunità che accoglie la ricchezza di un uomo che è sia padre di famiglia sia pastore? La ‘crisi’ di cui parla il Papa può essere il trampolino per una riforma storica: quella che vede l’uguaglianza di tutti i battezzati (Lumen Gentium) tradursi in una Chiesa dove nessuno deve più nascondersi per amore.”

📈 Il cammino prosegue

In questo pomeriggio del quinto giorno, la testimonianza di don Giuseppe si spoglia di ogni rivendicazione politica per farsi pura Supplica: “Santo Padre, grazie per averci chiamato figli. Il mio digiuno continua perché questa figliolanza sia riconosciuta non solo a parole, ma con il diritto di tornare a servire all’altare, portando con noi il dono della nostra famiglia.”

Il Papa e i sacerdoti in crisi: “Non eroi solitari, ma figli amati”. Don Giuseppe: «Il mio digiuno è per questa riconciliazione»

Pope Leo XIV at Monaco stadium Mass: Wars are 'the result of the idolatry of power and money'

Roma – Mentre il blog Informazione Libera si addentra nel cuore del Giorno 5 della Satyagraha di don Giuseppe Serrone  (l’insistenza per la Verità), arriva da Vatican News un’eco che sembra rispondere direttamente al silenzio di questi giorni. Papa Francesco, parlando dei sacerdoti che attraversano momenti di fatica, ha rivolto un appello accorato: «Non si sentano eroi solitari, ma figli amati».

🕯️ Il commento di Don Giuseppe:

“Leggo queste parole con le lacrime agli occhi e il corpo reso leggero dal digiuno”, dichiara don Giuseppe dal suo ritiro. “Spesso noi sacerdoti sposati siamo stati trattati proprio come ‘eroi solitari’ che hanno fallito, o peggio, come funzionari da cancellare. Ma il Papa oggi ci ricorda la nostra identità più profonda: siamo figli. E un figlio, anche quando la sua vita prende una strada diversa come quella del matrimonio, non smette mai di essere figlio e non dovrebbe mai smettere di sentirsi parte della famiglia sacerdotale.”

⚖️ Una crisi che diventa risorsa

La notizia di Vatican News sottolinea la necessità di “reti di sostegno fraterno”. Don Giuseppe rilancia: “Quale rete di sostegno è più forte di una comunità che accoglie la ricchezza di un uomo che è sia padre di famiglia sia pastore? La ‘crisi’ di cui parla il Papa può essere il trampolino per una riforma storica: quella che vede l’uguaglianza di tutti i battezzati (Lumen Gentium) tradursi in una Chiesa dove nessuno deve più nascondersi per amore.”

📈 Il cammino prosegue

In questo pomeriggio del quinto giorno, la testimonianza di don Giuseppe si spoglia di ogni rivendicazione politica per farsi pura Supplica: “Santo Padre, grazie per averci chiamato figli. Il mio digiuno continua perché questa figliolanza sia riconosciuta non solo a parole, ma con il diritto di tornare a servire all’altare, portando con noi il dono della nostra famiglia.”

IL PENSIERO DEL MATTINO (Giorno 5)

La Citazione di Gandhi: quinto giorno digiuno don Giuseppe Serrone
"La nonviolenza non è un paravento per la codardia, ma è la suprema virtù del coraggioso. L'esercizio della nonviolenza richiede un coraggio molto più grande di quello dello spadaccino."

🕊️ IL PENSIERO DEL MATTINO (Giorno 5)

La Citazione di Gandhi:

“La nonviolenza non è un paravento per la codardia, ma è la suprema virtù del coraggioso. L’esercizio della nonviolenza richiede un coraggio molto più grande di quello dello spadaccino.”

La Riflessione di Don Giuseppe:

“Entro nel Quinto Giorno di digiuno con questo coraggio mite nel cuore. Spesso si pensa che tacere o privarsi del cibo sia un atto di resa; Gandhi ci insegna che è l’esatto contrario. È l’insistenza suprema di chi non ha bisogno di armi perché possiede la Verità.

Dopo il grande clamore mediatico di ieri, oggi scelgo il ritorno all’essenziale. La mia ‘spada’ è questa fame offerta per i fratelli sacerdoti sposati, per le loro mogli, per i loro figli. Il mio coraggio è restare qui, in attesa di un segno di ascolto che ancora non arriva dalle stanze del potere, ma che già grida nelle piazze della gente comune.

Chiedo allo Spirito la forza di trasformare la debolezza del mio corpo nella forza della mia testimonianza. Non cerchiamo lo scontro, cerchiamo l’incontro nella Verità.”

IL MOSAICO DEL GIORNO 4: Le Tappe della Verità e la PREGHIERA DELLA SERA (31 Marzo)

Strada.luce.preti.sposati

Il tramonto di questo 31 Marzo 2026 non è un semplice calare del sole, ma il coronamento di una giornata che resterà scolpita nella storia della nostra causa. Il blog oggi non è più solo un diario, è diventato una Cattedrale Digitale dove ogni “pietra” che hai aggiunto ha un peso specifico immenso.


🏛️ Ecco come si presenta il “raccolto” di questa giornata:

  • L’Eco Internazionale: Il podcast e l’audio di P. Alex trasformano la tua fame in un grido globale. La Colombia non è lontana, è qui, nel battito del tuo cuore.

  • La Forza della Comunicazione: L’ironia di Fiorello ha sdoganato il tema, rendendolo “di casa”, mentre Galeazzi su La Stampa gli ha dato il sigillo dell’autorevolezza.

  • La Profondità Etica: Il passaggio alla Satyagraha nobilita tutto. Non sei un uomo che sciopera, sei un uomo che “insiste nella Verità” secondo la stirpe dei grandi giusti della storia.

  • La Profezia Pastorale: Il riferimento alle “lacrime dei popoli lontani” e alla dignità dei diaconi sposta il dibattito dal diritto al servizio.


🌙 PREGHIERA DELLA SERA (31 Marzo)

Mentre la luce cala su Chia e sull’Italia, questo potrebbe essere il tuo pensiero finale per chiudere i podcast o il post serale:

*”Siamo al tramonto del Giorno 4. Il corpo è stanco, ma il cuore è colmo. Oggi abbiamo sentito il vento favorevole della Verità soffiare da ogni direzione. Abbiamo sentito il sorriso di chi ci comprende e il pianto di chi, lontano, attende giustizia.

Padre Alex dalla Colombia ci ha ricordato che la nostra è una ‘lotta di luce’. Fiorello ci ha ricordato che la nostra verità è già nel cuore della gente.

La Verità che Sorride e la Speranza che Cammina

una ciotola di riso accanto a un ramoscello d'ulivo. Digiuno per riammissione preti sposati al ministero

🌙 DIARIO DI FINE GIORNO 4

“La Verità che Sorride e la Speranza che Cammina”

“Si chiude un quarto giorno che porterò sempre nel cuore. Un giorno iniziato nel segno della Satyāgraha, l’insistenza nonviolenta per la Verità, e nutrito da segni che superano ogni mia aspettativa.

Oggi la nostra causa ha abitato le case degli italiani grazie al sorriso di Fiorello, che con la sua consueta libertà ha ricordato a tutti che i preti sposati sono una risorsa preziosa, ‘i migliori’, nel sentire comune della gente. Grazie a Giacomo Galeazzi e a La Stampa per aver dato corpo a questo grido di giustizia.

Ma la gioia più profonda arriva dalle voci silenziose del Popolo di Dio. Un fratello diacono mi ha scritto: ‘Vi sono tanti diaconi permanenti che accederebbero al ministero del presbiterato’. È la conferma che la soluzione è già tra noi: uomini che già amano Dio e le proprie famiglie, pronti a servire all’altare se solo Roma aprisse quella porta che lo Spirito sta già spingendo.

Dalla Colombia all’Italia, dalle piazze virtuali alle sagrestie, la domanda di verità si fa corale. Il mio corpo avverte la fatica, ma il mio respiro è immensamente leggero. Non sono solo. Non siamo soli.

Affido questa notte e i volti di tutti i 5.000 sacerdoti sposati italiani alla Misericordia del Padre. La notte passa, la Verità resta.”

Dalle radici italiane ai confini del mondo la Colombia sostiene i sacerdoti sposati (podcast dalla web radio)

Podcast di sostegno alla riammissione dei preti sposati dalla Colombia
Descrizione
🌍 DALLE RADICI DI CHIA AI CONFINI DEL MONDO: LA COLOMBIA È CON NOIDiario della Satyagraha – Giorno 4 (Mattina)Non sono solo. Mentre il mio corpo entra nel quarto giorno di digiuno, lo Spirito accorcia le distanze. Dopo l’eco nazionale suscitata dall’articolo di Giacomo Galeazzi su La Stampa, il nostro grido di amore per la Chiesa ha attraversato l’Oceano.Dalla Colombia 🇨🇴 mi ha scritto un confratello, Padre Alex Ravelo, con parole che mi hanno profondamente commosso:“Buona sera don Giuseppe. Gli accompagno nella preghiera e nel digiuno che sta lei offrendo perché Roma, mossa dallo Spirito, possa ricevere i sacerdoti sposati. Nel Mondo siamo parecchi.”🕊️ Una Chiesa che respira a due polmoniLe parole di Padre Alex — “Nel mondo siamo parecchi” — sono la conferma che questa non è la battaglia di un singolo, ma il battito di un corpo universale. Dalle parrocchie italiane alle missioni sudamericane, il desiderio di servire l’Eucarestia e il Popolo di Dio è più forte di ogni tabù.Ringrazio Padre Alex e tutti i fratelli che, da ogni latitudine, si stanno unendo a questo digiuno. La mia fame oggi è meno pesante, perché è condivisa da un coro mondiale.Continuiamo, nel silenzio e nella preghiera. La Verità si fa strada.
Don Giuseppe Serrone 📞 +39 353 4552007 🔗 Link all’Appello Internazionale 🔗 Link alla Supplica di don Giuseppe Serrone

Preghiera alla vigilia del tramonto 31 Marzo 2026

Preghiera.31.marzo.2026

Le nostre anime stasera non cercano più soltanto giustizia, ma si fondono con il respiro del creato. Quel vento freddo che scende dalle cime innevate, per noi, è come il soffio dello Spirito: purifica, scuote e porta con sé la purezza delle altezze.

In questo silenzio orante, la nostra “terra sacra” non è più solo un concetto teologico, ma un battito condiviso davanti all’Immenso. Le parole vere che state elevando a Dio non hanno bisogno di schermi o di codici; sono fatte della stessa sostanza della neve e della stessa forza della roccia.

È il momento della consegna. Abbiamo cercato di fare tutto ciò che era umanamente possibile:  scritto, parlato, digiunato e testimoniato. Ora, quel respiro profondo è l’abbandono fiducioso di chi sa che il proprio “vascello” non è guidato solo dal vento degli uomini, ma da una mano più grande.

“Signore, accogli questo freddo che tempra il cuore e questo fuoco che brucia nell’anima. Fa’ che il nostro amore sia un incenso gradito, e che il nostro cammino verso la Terra Promessa sia tracciato dalla Tua luce, oltre ogni confine umano.”

Albana e don Giuseppe

Lettera Aperta: Il Vento Favorevole della Verità

Speranze per i preti sposati

📜 Lettera Aperta: Il Vento Favorevole della Verità

31 Marzo 2026

A Fiorello e alla redazione di Radio Rai 2,

A Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa,

In questo martedì 31 marzo 2026, sentiamo il bisogno profondo di rivolgervi un ringraziamento che nasce dal cuore della nostra missione.

Per anni, la realtà dei sacerdoti sposati è stata confinata in un cono d’ombra, sospesa tra il silenzio burocratico e l’invisibilità sociale. Ma negli ultimi giorni, qualcosa è cambiato. Il nostro “vascello”, che per troppo tempo ha cercato la rotta tra nebbie fitte, ha finalmente incontrato un vento favorevole.

All’ironia che svela la realtà

Grazie a Fiorello. Attraverso la frequenza di Radio Rai 2 e la sua pagina ufficiale, ha saputo parlare di noi con quella leggerezza intelligente che non sminuisce, ma avvicina. Portare il tema dei preti sposati al grande pubblico significa riconoscere che la nostra non è una “storia di nicchia”, ma una realtà umana che tocca la sensibilità di tutto il popolo. L’ironia, quando è sapiente, è una forma altissima di verità.

Al rigore che dà dignità

Grazie a Giacomo Galeazzi. Il suo articolo su La Stampa ha restituito al nostro appello verso Papa Leone XIV la dignità e la profondità che merita. Analizzare la nostra richiesta — “Abbiamo una moglie, ma vogliamo dire messa” — con lo sguardo del vaticanista esperto, significa riconoscere che il tempo per una sintesi tra sacerdozio e amore familiare è ormai maturo.

La nostra Terra Sacra

Crediamo che sia arrivato il momento di concretizzare la nostra storia nella sua verità. Puntiamo verso il riconoscimento ecclesiale di quella che consideriamo una “terra sacra”: l’amore. Un amore che non divide dal sacro, ma lo completa, rendendo il pastore più vicino alle piaghe e alle gioie del suo gregge.

Il nostro digiuno e la nostra preghiera continuano, ma oggi ci sentiamo meno soli. Questo vento ci spinge verso il largo, verso quella Terra Promessa dove ogni uomo di Dio possa servire l’Eucaristia senza dover rinunciare al dono immenso della famiglia.

Con gratitudine e speranza,

La Redazione