Serie A 2026-2027, perché il calcio è ancora un rito collettivo

Serie A 2026-2027, perché il calcio è ancora un rito collettivo

Avvenire

Per molti è Capodanno. Riparte la Serie A, ricomincia un nuovo anno per gli sfegatati del pallone. Sono quelli che dividono il tempo non in anni ma in stagioni, che programmano le vacanze in funzione della prima giornata, che sanno già dove saranno per il derby di ottobre e iniziano a fare i conti con la classifica ancora prima che il campionato cominci. Come del resto insegna lo scrittore inglese Nick Hornby, autore di Febbre a 90°, il romanzo di culto che ha raccontato tic, ossessioni e nevrosi del tifoso. Il calcio non è soltanto uno sport, è una forma singolare di appartenenza, un calendario sentimentale.
Dopo l’ennesima estate a guardare il Mondiale degli altri, dunque, i fan italici del pallone tornano a gioire (e soffrire) per il proprio club nel campionato tricolore. Il primo appuntamento è sabato 22 agosto, l’ultimo sarà il 30 maggio 2027. In mezzo, 38 giornate, tre soste per le nazionali, due turni infrasettimanali e una pausa natalizia: abbastanza per trasformare ancora una volta il campionato in una specie di orologio collettivo.
Si riparte dall’Inter campione d’Italia, inevitabilmente e forse ancora di più squadra da battere. Grazie all’abilità di un dirigente navigato come Beppe Marotta alla presidenza, Cristian Chivu può disporre sempre di una formazione da primato. Dietro i nerazzurri, l’unica seria candidata a contendere lo scudetto sembra il Napoli, affidato a Massimiliano Allegri voglioso di rivalsa dopo l’amaro ritorno in rossonero. Tutta da verificare la consistenza della Juventus di Spalletti, la grande incognita è il Milan di Rúben Amorim, rivoluzionato rispetto alla stagione precedente e con l’acquisto più costoso di sempre: il portoghese Gonçalo Ramos, pagato ben 75 milioni. Non si possono però sottovalutare la Roma di Gasperini che riparte dal terzo posto e la nuova Atalanta di Maurizio Sarri. E poi, certo, c’è il Como milionario dei fratelli Hartono. Non si può definirla ancora sorpresa dopo una stagione che l’ha portato fino alla Champions League, la squadra di Cesc Fàbregas rappresenta la variabile più esplosiva. Intrigante anche l’attivismo della nuova Fiorentina, chi invece già traballa è l’ex ct della Nazionale Gattuso sulla panchina della Lazio.
Difficile però fare tanti pronostici col mercato ancora aperto (chiude il 1 settembre). È uno degli aspetti più paradossali del calcio moderno. Gli allenatori cominciano la stagione mentre i direttori sportivi continuano a telefonare e gli stessi giocatori possono salutare in corso d’opera… Per non parlare degli appassionati del Fantacalcio che devono fare l’asta al buio o far slittare l’inizio della stagione, perché questo ormai è molto più di un gioco tra amici. L’ideatore è considerato il giornalista Riccardo Albini, ma la popolarità arrivò da quando nel 1994 la Gazzetta dello Sport trasformò il Fantacalcio in un concorso nazionale facendone una sorta di secondo campionato parallelo. Un rito che ormai si tramanda di generazione in generazione.
Un calcio da giocare e soprattutto da guardare. Anche quest’anno tutte le partite della Serie A saranno trasmesse da Dazn, mentre Sky ne trasmetterà tre per ogni giornata in co-esclusiva. Il risultato è l’ormai dispersivo “spezzatino”, con un campionato sempre più distribuito tra sabato, domenica e lunedì. Per vedere tutto il calcio bisogna moltiplicare abbonamenti e piattaforme, una situazione che alimenta il fenomeno illegale del “pezzotto”.
Eppure nonostante tutto, ci saranno compleanni spostati per una partita, cene organizzate in funzione del derby, figli che chiederanno di restare svegli per vedere il secondo tempo, nonni che rimpiangeranno gli idoli di una volta… Non mancheranno mariti che prometteranno di accompagnare la moglie a una cena “subito dopo la partita” e genitori che porteranno i figli allo stadio per la prima volta. Il pallone, con tutti i suoi eccessi, continua a esercitare un fascino insopprimibile, dalla Serie A alla terza categoria. In questo coinvolgimento Joseph Ratzinger lesse anche un desiderio d’eternità. Prima di diventare Benedetto XVI, l’allora cardinale tedesco, riflettendo sul significato del gioco, osservava che esso è un’azione libera, senza scopo e senza costrizione, capace però di impegnare tutte le forze dell’uomo. Una sorta di evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e dalla necessità di guadagnarsi il pane, per entrare nella «libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello». Per novanta minuti, milioni di persone possono dedicarsi con assoluta serietà a qualcosa che non è necessario. Ma che rimanda al desiderio di una vita senza fine. Molto più di un gioco. E proprio per questo, una cosa seria.

Renault 4 E-Tech Plein Sud: l’elettrica ritrova il fascino del tetto in tela

Renault 4 E-Tech Plein Sud: l'elettrica ritrova il fascino del tetto in tela

Avvenire

Le auto “scoperte” rappresentano una nicchia, limitata ancora di più perché i migliori prodotti sono in fascia premium o super premium. Anche per questo fa piacere che una Casa generalista quale Renault si sia cimentata sul tema, non  con nostalgia ma per trarre ispirazione nel fare rivivere un concetto piacevole nell’era elettrica.
E così la nuova Renault 4 E-Tech electric  cabrio si affianca alla versione classica, strizzando l’occhio a quanti sposano i valori dell’ambiente con la scelta delle auto a batteria e la vita all’aria aperta. Il modello, non a caso, si chiama  Plein Sud: nome che richiama la Plein Air, la versione completamente scoperta, la Renault 4L, di fine anni ’60. La scelta è stata meno estrema, perché non si tratta di una cabriolet vera e propria ma di un modello con un ampio tetto in tela con l’intento dichiarato di portare a bordo la sensazione del viaggio all’aria aperta.
Il tetto si apre elettricamente in dieci secondi, con un pulsante, oppure a comando vocale. L’apertura misura 92 cm di lunghezza per 80 di larghezza, e si può regolare in ogni posizione intermedia. Per contenere peso e ingombri gli ingegneri francesi hanno adottato un telo premium che si ripiega in tre pieghe invece delle quattro abituali, con elementi strutturali in materiale composito al posto del metallo. Rispetto alle soluzioni che ripiegano il tettuccio nel bagagliaio ha il vantaggio di mantenerne inalterata la capacità, che resta quindi di 420 litri.
Due gli allestimenti già sul mercato: Techno Plein Sud da 36.790 euro e Iconic Plein Sud da 38.790 euro, entrambe proposte con motorizzazione elettrica da 110 kW (150 Cv), abbinata a una batteria da 52 kWh.  Abbiamo provato il nuovo modello nell’entroterra tra Barcellona e Sitges, su strade che consentono di divertirsi anche se (colpa di un clima stranamente autunnale) abbiamo viaggiato con il tetto aperto solo per un breve tratto, constatandone il perfetto funzionamento – anche con il comando vocale – della copertura Se si viaggia en plein air,  entra in funzione un piccolo deflettore in tessuto che si solleva e devia il flusso dell’aria, così il vento resta sempre contenuto e non particolarmente fastidioso. È possibile ascoltare serenamente la radio o dialogare con il passeggero e il tetto si può manovrare con l’auto in marcia fino a 90 km/h. Da sottolineare che la versatilità aumenta perchè lo slittamento dei sedili posteriori e l’ampiezza del tettuccio permettono di trasportare oggetti lunghi oltre due metri, come una tavola da surf.

La settimana nera dei femminicidi: com’è stato possibile? «Le leggi ci sono, ma vanno applicate»

In una combo le ultime vittime di femminicidio: da sinistra Dafne Rebaudo, Ornella Forastefano, Luigia Fortunato e Joanna Rouissi e nella seconda fila Tania Sperindio, Tania Terrin e Daniela Florea

Avvenire

Non sembrano la stessa Italia, quella fotografata dai dati diffusi dal Viminale a Ferragosto e quella di Camponogara, Colleferro, Corigliano. La prima aveva tirato un sospiro di sollievo, raccogliendo per la prima volta i risultati concreti di un impegno condiviso trasversalmente dalla politica e dalla società: giù di oltre il 15% gli omicidi volontari nei primi 6 mesi del 2026, con un impressionante -37% di femminicidi; su, invece, del 10,7% gli ammonimenti del questore e del 24,1% quelli per violenza domestica. Poi, in appena cinque giorni, sei donne sono state uccise. Una sequenza che riporta drammaticamente al centro la domanda sulla capacità del Paese di riconoscere il pericolo e intervenire prima che sia troppo tardi. E che tuttavia «non deve farci cancellare i passi avanti compiuti» osserva Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi e deputata di Noi Moderati.
Onorevole, come si tiene insieme questa contraddizione?
La diminuzione dei femminicidi certificata dal Viminale è il risultato di una serie di provvedimenti importanti, della reattività della società civile, del lavoro dei centri antiviolenza e del patto di corresponsabilità tra famiglia, scuola e società civile a cui siamo arrivati nel corso degli ultimi anni. Quando accadono fatti terribili come quelli di questi giorni, soprattutto così ravvicinati, sembra che tutto ciò che di positivo è stato fatto venga annullato: non deve essere così. La lotta alla violenza di genere continua (deve continuare) con un’attenzione quotidiana e sistematica, lavorando soprattutto sulla prevenzione. Non dobbiamo farci paralizzare né dai dati positivi né da quelli negativi.
Il caso di Tania, a Camponogara, sembra però porre una questione precisa: quella della disarmante incapacità di valutare il rischio che corre una donna, anche dopo ripetute denunce.
È un punto decisivo. Nel caso della povera Tania è evidente come ci sia stato un clamoroso errore nella valutazione di quel rischio. Di fronte a uomini pericolosi non si può adottare una misura troppo leggera rispetto alla loro effettiva letalità. Oggi la legge 181 ha irrobustito la possibilità e la velocità di utilizzare le misure cautelari custodiali: l’ammonimento non può bastare, non in casi come questo.
Come si valuta concretamente il rischio che un uomo violento possa effettivamente arrivare a uccidere?
Non ci si può limitare a scartabellare le carte e nemmeno a vedere se c’è una denuncia. Bisogna ricostruire la storia del soggetto, il suo comportamento, la situazione psicologica, familiare e lavorativa. Sono tutti elementi che possono diventare campanelli d’allarme. Con questo non sto dicendo ovviamente che ogni uomo debba finire in carcere, ma se si scopre che un uomo ha avuto quattro fidanzate e tutte hanno subito violenza e sporto denuncia, qualche dubbio deve sorgere. Per questo è fondamentale la formazione specialistica non solo dei magistrati e dei pubblici ministeri, ma anche delle forze dell’ordine e del personale sociosanitario: quando si raccoglie una denuncia bisogna mettere chi dovrà decidere nelle condizioni di avere davanti il quadro completo.
La sensazione è che quando un uomo vuole uccidere una donna, in ogni caso, riesca sempre a farlo. Anche quando indossa il braccialetto elettronico…
L’Italia ha oggi il numero di braccialetti elettronici più elevato a livello europeo: quasi 10mila, più della metà dei quali riguardano casi di violenza di genere. Parte delle disfunzioni tecniche sono state risolte, ma anche in questo caso resta il nodo della valutazione del rischio: a un uomo molto pericoloso non si dà il braccialetto elettronico, lo ripeto: serve una misura cautelare custodiale. A questo proposito come Commissione stiamo integrando la nostra relazione analizzando dieci casi di femminicidio legati all’utilizzo del braccialetto. Il dato che emerge è proprio questo: non è il braccialetto che non ha funzionato, ma la decisione di metterlo all’uomo sbagliato.
C’è poi il momento successivo alla fatidica denuncia, quando una donna può tornare sui propri passi. L’abbiamo visto succedere anche nei casi di questi giorni.
Una donna che vive una situazione di violenza in molti casi non ha la lucidità necessaria per affrontarla e questa non è affatto una colpa. La denuncia è un passo fondamentale, ma deve essere anche sostenuto. Per questo deve attivarsi la rete socio-familiare. Non possono esserci più amici o parenti che dicono: «Così lo rovini» o «Sei troppo buona». Ancora: se l’uomo chiede un ultimo incontro, bisogna coinvolgere le forze dell’ordine. Se c’è un pericolo concreto, bisogna andare in un centro antiviolenza o in una casa rifugio. Non è giusto che sia sempre la donna a dover cambiare vita, ma nell’immediato, questo voglio dirlo, se andarsene significa salvarsi la vita può essere necessario. E dalla denuncia non si dovrebbe tornare indietro.
Il nuovo reato di femminicidio è stato recentemente criticato perché i giudici sembrerebbero applicarlo ancora poco. Cosa ne pensa?
Quando la presidente della Corte di Cassazione è venuta in audizione ci ha detto una cosa sacrosanta: «Le leggi devono sedimentare». Anche il reato di femminicidio ha bisogno del suo tempo. Non tutti gli omicidi di una donna sono femminicidi. Se si uccide una vicina di casa per una lite di vicinato, non siamo di fronte a un femminicidio. Il femminicidio ha una specificità di genere legata al movente. Più che polemizzare sulla sua utilità, dovremmo formare maggiormente chi deve riconoscere i casi e applicare correttamente la norma. Il reato di femminicidio non è affatto un fallimento: è un indirizzo culturale. Averlo istituito ha contribuito a una prima svolta nel cambiamento che invochiamo da anni nella nostra società.
A settembre lei proporrà un testo unico sulla violenza di genere. Perché?
L’Italia ha l’impianto normativo più robusto in Europa, voglio metterlo bene in chiaro: nell’analisi comparata che abbiamo fatto confrontandolo con quelli degli altri Paesi questo punto è emerso con chiarezza. Abbiamo tante leggi importanti, dunque, ma sono frammentate. Ecco perché vorremmo riprendere la ricognizione normativa e proporre un testo unico che diventi uno strumento chiaro per operatori della giustizia, forze dell’ordine, personale sanitario e società civile: una mappa di cosa fare e come intervenire. E vorremmo utilizzare maggiormente anche lo strumento dell’intelligenza artificiale: a Madrid ho avuto modo di conoscere un sistema che, attraverso indicatori raccolti al momento della denuncia, aiuta a classificare il rischio come verde, giallo o rosso. La decisione finale resta all’essere umano, naturalmente, ma anche la tecnologia può aiutare.
La Commissione si è occupata molto anche degli orfani di femminicidio.
Stiamo lavorando all’aggiornamento di tre decreti: uno riguarda l’aumento delle borse di studio, un altro la creazione di un Osservatorio nazionale sui numeri degli orfani di femminicidio; lavoriamo inoltre sull’aggiornamento dei fondi per il loro sostegno psicologico, scolastico e sportivo. La cosa più importante è che oggi si parla molto di più di questi «orfani silenziosi»: quando una donna viene uccisa abbiamo imparato a vedere anche loro, a intercettare i loro bisogni e quelli dei nonni o dei parenti affidatari. Dobbiamo fare sempre meglio.

Antico Egitto, l’asino
al tempo dei faraoni

Antico Egitto, l’asino
al tempo dei faraoni

Avvenire

Per secoli abbiamo immaginato le grandi rotte carovaniere del deserto attraverso la figura del cammello. Ma prima che la «nave del deserto», come viene spesso indicato questo animale, facesse la sua comparsa in Medio Oriente e nell’Africa nord-orientale (soprattutto a partire dal X-IX secolo a.C.) erano gli asini a rendere possibili i viaggi e i commerci a lunga distanza. Frank Förster, egittologo, archeologo del deserto e curatore del Museo egizio dell’Università di Bonn, ha dedicato una parte importante delle sue ricerche alla ricostruzione di alcune di queste antiche vie carovaniere. La sua prospettiva amplia la geografia conosciuta dell’antico Egitto: non più soltanto la valle del Nilo, con le sue città, i templi e i monumenti, ma anche il profondo deserto sahariano, con tracce quasi invisibili, stazioni artificiali per l’approvvigionamento idrico, giare per la conservazione dell’acqua e animali da soma capaci di attraversare per centinaia di chilometri territori aridi e inospitali. In questa storia l’asino non è semplicemente un animale da lavoro o da trasporto: è uno dei protagonisti della stessa nascita della civiltà egizia.
Dottor Förster, quando pensiamo alle carovane nel deserto, il primo animale che ci viene in mente è il cammello…
«Il cammello ebbe un impatto rivoluzionario sui trasporti e sui commerci nel deserto, ma arrivò relativamente tardi nell’Africa nord-orientale. Nei periodi precedenti, il principale animale da soma era l’asino. Gli antichi egizi avevano poche alternative se volevano trasportare merci, materie prime e rifornimenti attraverso le regioni desertiche. L’asino era robusto, poco esigente e, dopo un adeguato addestramento, particolarmente adatto a percorrere lunghe distanze nel deserto trasportando carichi considerevoli. Un animale ben addestrato poteva percorrere tra i 25 e i 40 chilometri al giorno per settimane, a seconda del terreno, della stagione e delle condizioni meteorologiche. Aveva bisogno di essere abbeverato ogni due o tre giorni e poteva sopportare una notevole disidratazione. Questo è fondamentale per comprendere la mobilità dell’antico Egitto nel Sahara orientale».
Dunque, si parte dai percorsi degli asini per ricostruire il territorio nella sua accezione più ampia…
«Sì, in un certo senso. Per molto tempo l’archeologia egizia si è concentrata soprattutto su tombe, templi, insediamenti, città e valle del Nilo. Ma un territorio non è fatto soltanto dei luoghi in cui le persone vivono. È fatto anche delle vie che li collegano. Nel deserto, una pista è naturalmente molto più difficile da identificare di una città o di una necropoli. Non ci sono mura o monumenti, ma tracce più sottili: piccoli cumuli di pietre, lastre collocate come segnali stradali, frammenti di ceramica, resti di contenitori e stazioni di rifornimento, talvolta ossa o persino escrementi di animali da soma».
Le sue ricerche sulla via carovaniera Abu Ballas sono state decisive per comprendere questo sistema. Di che cosa si trattava esattamente?
«L’Abu Ballas era un’antica e frequentata rotta che collegava l’oasi di Dakhla, nel deserto occidentale egiziano, con regioni estremamente remote del Sahara orientale: quelle del Gilf Kebir e del Gebel Uweinat, dove oggi convergono i confini di Egitto, Libia e Sudan. Da qui il percorso proseguiva verso sud, in regioni subsahariane ricche di prodotti come incenso, pelli di animali, avorio e forse oro. A prima vista, ci troviamo di fronte a un ambiente quasi impossibile da attraversare: centinaia di chilometri senza fonti naturali d’acqua. La scoperta di questa rotta ha cambiato profondamente la nostra comprensione delle capacità degli antichi egizi. Come potevano percorrere distanze simili in un’epoca in cui i cammelli non erano ancora disponibili come animali da soma? La risposta sta in un sistema logistico basato sugli asini e su stazioni artificiali di rifornimento. Lungo il percorso venivano depositate provviste e contenitori, soprattutto grandi giare di ceramica per l’acqua. Gli antichi viaggiatori potevano così spostarsi da una stazione all’altra. Non si trattava di un attraversamento casuale del deserto, ma di una vera e propria rete di comunicazione, basata sulla capacità dell’asino di sopravvivere fino a tre giorni nel deserto senza acqua. Le grandi stazioni di rifornimento erano quindi collocate a intervalli di circa tre giorni di viaggio».
Questa prospettiva cambia anche il modo in cui possiamo leggere l’iconografia egizia.
«Sì, in una certa misura. L’iconografia, cioè il modo di trasmettere informazioni attraverso le immagini, è una fonte importante, ma deve essere interpretata con cautela. Le decorazioni delle tombe egizie mostrano spesso gli asini impegnati nei lavori agricoli, nei campi e nelle aie. Le vere e proprie carovane di asini, invece, sono raffigurate solo molto raramente.
L’asino era un animale ordinario e indispensabile. Proprio per questo poteva essere considerato meno degno di una rappresentazione celebrativa. Il faraone, l’élite e i funzionari erano simboli del potere; l’asino, semplicemente, era lì ogni giorno: trasportava grano, materiali, merci e persone. Era il simbolo della vita quotidiana. Come accade ancora oggi in molte altre culture, questo ruolo importante dell’asino è stato raramente riconosciuto nelle rappresentazioni».
Nella Bibbia l’asino è una presenza costante: gli asini di Abramo e di Giacobbe, l’asina di Balaam…
«L’asino apparteneva alla vita quotidiana dell’antico Vicino Oriente. Era un animale da soma e da lavoro, legato all’agricoltura, ai viaggi e agli spostamenti di famiglie e gruppi, oltre che ai trasporti e ai commerci a lunga distanza. Nel libro della Genesi, per esempio, gli asini compaiono nel contesto delle grandi famiglie pastorali e delle migrazioni dei patriarchi. Abramo possiede asini tra i suoi beni; Giacobbe organizza lo spostamento della sua famiglia e delle sue ricchezze in un mondo nel quale gli animali da soma sono essenziali. La storia di Balaam e della sua asina è particolarmente interessante. L’asina vede ciò che il veggente e indovino, chiamato dal re moabita Balak per maledire Israele, non riesce a vedere: un angelo con la spada sguainata che blocca il cammino, salvando così la vita di entrambi. È un notevole rovesciamento della gerarchia umana. L’animale apparentemente umile e testardo possiede, nel racconto, una percezione del soprannaturale e del divino che l’essere umano non ha».
Lei è anche curatore del Museo egizio dell’Università di Bonn. Quanto è importante per un egittologo lavorare sia sul campo sia in un museo?
«Sono due esperienze profondamente complementari. Il lavoro sul campo permette di incontrare i reperti nel loro contesto originario: ceramiche lungo una pista, un’iscrizione su una parete rocciosa o un deposito di grandi giare in una stazione di rifornimento nel deserto».
Il museo, al contrario, ci costringe a riflettere su come gli oggetti vengono selezionati, conservati, interpretati e presentati al pubblico. Un museo non dovrebbe limitarsi a esporre oggetti belli o famosi. Dovrebbe ricostruire connessioni e contesti: da dove proviene un oggetto? Chi lo ha usato e per quale motivo? Come è arrivato fin lì? Quali rotte ha percorso e in quali stazioni si è fermato?
«Un recipiente di ceramica può sembrare un oggetto modesto. Ma se sappiamo che apparteneva a una stazione di rifornimento nel deserto, diventa la testimonianza di uno straordinario sistema logistico. Il museo può contribuire a rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile».
Quale immagine dell’antico Egitto emerge, dunque, dalla ricerca sulle rotte degli asini?
«Un Egitto molto più mobile e interconnesso di quanto siamo abituati a immaginare. Spesso pensiamo alle civiltà antiche come a realtà immobili: piramidi, templi e statue sono fermi. Ma quelle società erano costantemente in movimento. Per costruire un monumento occorreva trasportare materiali; per procurarsi materie prime bisognava raggiungere luoghi lontani; per commerciare era necessario attraversare regioni difficili. E prima del cammello, fu l’asino, con il suo incedere, a tracciare la mappa dell’antico Egitto».

Col «no al woke» Conte ha lanciato
la sua Opa sul centrosinistra

Col «no al woke» Conte ha lanciato
la sua Opa sul centrosinistra
Il “ coming out inverso” di Alexandra Ocasio Cortez negli Stati Uniti sul «primo woke », come l’ha definito la democratica di scuola Bernie Sanders, getta scompiglio nel campo largo. Sedicenti «da sempre oppositori» del progressismo basato sulle battaglie su identità e genere spuntano come funghi tra gli esponenti del centrosinistra. Criticati da chi ritiene invece che la posizione tenuta finora non vada rivista, semmai rilanciata.
Chi ne approfitta per primo è Giuseppe Conte, che sul tema prova a dare un’altra spallata a Elly Schlein in vista delle eventuali (ma ancora non programmate) primarie di coalizione. Il leader M5s spiega che alla sinistra «non serve il woke », che «il nemico da combattere è questa società di diseguali» e che è ora di «definire le vere priorità». Un’uscita corredata dal ricordo personale della visita di un suo amico di Boston, che l’avrebbe criticato per la statua di una «donna nuda di boteriane fattezze» sulla sua scrivania.
Matteo Renzi, invece, rivendica: osserva che «adesso si svegliano tutti» e finalmente ci si rende conto che «l’ubriacatura woke fa male alla sinistra». Ed è vero che Italia Viva non è mai stata particolarmente vicina al progressismo di genere, ma neanche si ricordano finora prese di distanza così nette da parte dell’ex premier. C’è poi chi, come il leader di Più Europa, Riccardo Magi, la pensa all’opposto. Per lui le battaglie woke in Italia non hanno mai attecchito, tanto è vero che, osserva, «siamo tra gli ultimi in Europa sui diritti civili, le coppie gay non possono adottare, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è consentita solo con il consenso informato preventivo dei genitori». Insomma, per Magi, la lotta alle disuguaglianze non è incompatibile con altre battaglie progressiste. Stesso discorso per l’eurodeputata di Avs, Silvia Salis: «Non facciamoci fregare. In Italia il woke è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali – avverte –. Nella sostanza, serve a delegittimare nell’opinione pubblica le battaglie femministe e antirazziste, contrapponendole falsamente e pretestuosamente alle lotte per la giustizia economica. È una stupidaggine colossale». Osvaldo Napoli, di Azione, se la prende invece con Conte, ma non nel merito, piuttosto per l’inversione di rotta: «Conte-Zelig ci regala un’altra delle sue piroette quando sconfessa il mondo woke per riabilitare una sinistra novecentesca, molto di lotta, ma sempre poco di governo».
Chi non parla è Elly Schlein, che in un certo senso incarna quella cultura di genere e forse proprio per questo non ha bisogno di esprimersi. Ma diversi esponenti dem lo fanno. Tra questi c’è Giorgio Gori con un post sui social: «Mai stato woke ». Oppure il senatore Alessandro Alfieri, convinto che certi eccessi abbiano gonfiato le vele a Roberto Vannacci. Perfino Laura Boldrini ammette che, come ogni «nuova corrente di pensiero che vuole affermarsi e portare temi nel dibattito pubblico, nella sua fase iniziale» anche il woke può «cadere in qualche eccesso». Ma questo, precisa, non toglie nulla alle battaglie civili.
Verrebbe da chiedersi dove fossero tutti questi detrattori nel centrosinistra prima dell’uscita di Ocasio Cortez. E infatti ci pensa la destra. Matteo Salvini è tra i primi, con un post generato dall’Ia in cui Schlein, Conte, Renzi e Gori compaiono seduti in cerchio assieme a una scritta piuttosto eloquente: «Prima riunione dei wokisti anonimi». E poi: «Mi chiamo Conte e non sono più woke da due giorni». Duro il capogruppo in Senato di FdI, Lucio Malan: «Ora la sinistra tenta di sganciarsi dal woke , dopo averlo sostenuto, dopo aver approvato leggi per imporlo, dopo aver rovinato vite, dopo aver detto che non esiste. Stessa procedura seguita per il comunismo, per l’odio verso le imprese private, per la proprietà privata, poi per il pericolo di raffreddamento globale causato dall’uomo».

Liturgia 23 Agosto 2026 XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

Quando Gesù chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, le loro risposte rispecchiarono le diverse teorie e speculazioni riguardo Gesù diffuse nella loro cultura.
Se la stessa domanda fosse posta da Gesù oggi, le risposte sembrerebbero forse più colte, ma sarebbero molto simili. Invece di evocare Elia, Giovanni Battista o Geremia, si evocherebbero forse le speculazioni dell’ultimo convegno sulla cristologia, oppure ancora i risultati di un recente sondaggio. Possiamo immaginare che Gesù ascolterebbe gentilmente, forse sorridendo. Poi però giunge la vera e propria domanda: “Voi chi dite che io sia?”. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri, siano essi teologi o conduttori di dibattiti televisivi. Gesù vuole la nostra risposta personale. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti.
È quello che succede con l’atto di fede. Gesù lancia una sfida a ogni uomo e a ogni donna direttamente e personalmente: “Tu, chi dici che io sia?”.
La nostra risposta possa essere quella di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. La nostra risposta possa essere quella della Chiesa, che fu fondata da Cristo su Pietro come su una pietra, affinché il “credo” diventasse un “crediamo”: Crediamo in Dio, Padre onnipotente…, in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio…, per opera dello Spirito Santo… incarnato nel seno della Vergine Maria.
Antifona d’ingresso
Signore, tendi l’orecchio, rispondimi.
Tu, mio Dio, salva il tuo servo, che in te confida.
Pietà di me, o Signore, a te grido tutto il giorno. (Sal 85,1-3)
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, fonte di sapienza,
che sulla solida fede dell’apostolo Pietro
hai posto il fondamento della tua Chiesa,
dona a quanti riconoscono in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente
di diventare pietre vive
per l’edificazione del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 22,19-23
Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide.
Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo:
«Ti toglierò la carica,
ti rovescerò dal tuo posto.
In quel giorno avverrà
che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;
lo rivestirò con la tua tunica,
lo cingerò della tua cintura
e metterò il tuo potere nelle sue mani.
Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme
e per il casato di Giuda.
Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide:
se egli apre, nessuno chiuderà;
se egli chiude, nessuno potrà aprire.
Lo conficcherò come un piolo in luogo solido
e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 137
Signore, il tuo amore è per sempre.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
Seconda lettura
Rm 11,33-36
Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
Infatti,
chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi mai è stato suo consigliere?
O chi gli ha dato qualcosa per primo
tanto da riceverne il contraccambio?
Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 16,18

Alleluia, alleluia.
Tu sei Pietro e su questa pietra
edificherò la mia Chiesa
e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
Alleluia.
Vangelo
Mt 16,13-20
Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Facendoci voce di ogni creatura, dal cuore della Chiesa eleviamo con fiducia al Padre la nostra comune preghiera.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, Signore.

1. Per la santa Chiesa: saldamente unita alla croce di Cristo, testimoni al mondo che solo in essa è la vera salvezza. Preghiamo.
2. Per il papa e tutti i ministri del Vangelo: sostenuti dalla preghiera e dalla carità dei fedeli, possano compiere efficacemente il loro servizio di amore. Preghiamo.
3. Per tutti i popoli: si aprano gli uni agli altri in spirito di collaborazione e rendano possibile una pace duratura. Preghiamo.
4. Per i disabili: siano rimossi ovunque barriere e ostacoli che impediscono o rendono difficoltoso il libero accesso e l’incontro tra le persone. Preghiamo.
5. Per noi qui convocati: questa celebrazione ci insegni a offrire con libertà e con gioia il nostro culto spirituale. Preghiamo.

Nella tua immensa bontà accordaci, o Padre, quanto ti abbiamo chiesto con fede e resta sempre con noi, perché abbiamo la forza di compiere il bene. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
O Signore, che ti sei acquistato
una moltitudine di figli
con l’unico e perfetto sacrificio di Cristo,
concedi a noi, nella tua Chiesa,
il dono dell’unità e della pace.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Con il frutto delle tue opere si sazia la terra, o Signore;
tu trai il cibo dalla terra:
vino che allieta il cuore dell’uomo,
pane che sostiene il suo cuore. (Cf. Sal 103, 13-15)

Oppure:
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
ha la vita eterna
e io lo risusciterò nell’ultimo giorno», dice il Signore. (Gv 6,54)

Oppure (Anno A):
«Voi, chi dite che io sia?».
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». (Mt 16,15-16)
Preghiera dopo la comunione
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.

La febbre dei “cahiers de vacances”: così la Francia porta i compiti al mare (sfidando IA e smartphone)

Fratello e sorella fanno i compiti della vacanze in tenda in Francia

di Daniele Zappalà, Parigi – Avvenire
Un rito nato quasi per caso nel 1933 è diventato un fenomeno nazionale da quasi 5 milioni di copie l’anno: tra nostalgia, desiderio di apprendere e bisogno di staccarsi dagli schermi, i quaderni estivi conquistano ormai anche gli adulti

Se varcate la frontiera per qualche giorno di vacanza estiva in Francia, la loro presenza difficilmente potrà sfuggirvi. Basta entrare in un supermercato o fermarsi in una stazione di servizio autostradale, per imbattersi in grandi espositori molto vistosi pieni di fascicoletti coloratissimi, sormontanti magari da slogan come questo: «Quest’estate, decolla verso il successo!». Persino sulle spiagge, non è raro vedere gli stessi libriccini in mano a bambini, ragazzini, ma pure a qualche adulto. Oltralpe, i cahiers de vacances, ovvero le raccolte estive d’esercizi delle principali materie scolastiche, sono un’istituzione consolidata che non sembra affatto temere l’avvento dell’era digitale e dell’IA. Si tratta di compiti per le vacanze illustrati in modo allettante e dal taglio generalmente piuttosto ludico, da sfogliare e completare senza vincoli eccessivi, quasi con lo stesso piglio dei patiti di enigmistica. Furono inventati nel 1933 e da allora si sono vieppiù confermati come un grande fenomeno collettivo nazionale. Al punto che nel 2024, il volume complessivo si è avvicinato alla soglia dei 5 milioni di esemplari venduti, secondo una tendenza in crescita nell’ultimo decennio. Quasi il 90% delle vendite si concentra fra maggio e agosto. Una vera manna, dunque, per le case editrici capaci di sfruttare il filone d’oro. Nella scia di questo successo, nonostante la forte concorrenza, i prezzi si avvicinano a quelli dei libri tascabili, in media attorno agli 8 euro.
Ma perché spendere parte delle proprie vacanze a risolvere esercizi di matematica o d’inglese? Il fenomeno può sorprendere, soprattutto quando coinvolge anche gli adulti, come si è constatato negli ultimi anni. Ormai, le case editrici sfornano pure dei ‘quaderni’ esplicitamente rivolti «a tutta la famiglia». Certamente, i cahiers rispecchiano la centralità dell’universo scolastico nella società francese. Da sempre, è chiaro, tutto ciò può apparire un tantino pedante, soprattutto agli sguardi esterni. Ma di fatto, in un Paese in cui i risultati scolastici sono determinanti per l’accesso alle formazioni universitarie più richieste, è molto diffusa la preoccupazione di non dissipare del tutto, nelle settimane estive lontane dai banchi, quella voglia di apprendere che milioni di famiglie cercano pazientemente di trasmettere ai propri virgulti nel corso dell’anno di lezioni. Una preoccupazione rivolta soprattutto ai più piccoli, come conferma il ruolo trainante dei cahiers per gli alunni delle elementari. Per accrescere l’appetibilità dei fascicoli di esercizi, certi editori fanno ricorso, per le illustrazioni, pure a delle licenze di grandi marchi come Disney, o Dragon Ball.
Nell’ottica di tanti genitori, i cahiers sono così divenuti una tappa e uno strumento irrinunciabili in vista della delicata rentrée di settembre. In questo senso, i fascicoletti illustrati svolgono indubbiamente pure una funzione rassicurante. Quasi come i bagnini sulle spiagge che vigilano sui rischi della balneazione. In certi casi, è proprio per affiancare i più piccoli e dare l’esempio che certi genitori scelgono a loro volta di buon grado di svolgere i compitini quotidiani sui cahiers, talora di difficoltà progressiva. Quelli esplicitamente rivolti agli adulti coprono ormai il 15% del mercato, in forte crescita. A volte, può trattarsi pure di una scelta legata a una dolce forma di nostalgia per un rito d’infanzia. Fra i meno giovani, ad esempio, sopravvive pure il ricordo degli anni Cinquanta dorati del decollo economico, quando i cahiers perfettamente completati permettevano pure di vincere dei premi anche importanti, come viaggi e persino automobili. Anche grazie a queste reminiscenze, oggi, prendere in mano un cahier è divenuto il simbolo di una Francia intramontabile. Più in generale, secondo certi sociologi, pesa pure il piacere di accantonare almeno un po’ in estate i terminali digitali, riassaporando i piaceri lenti legati alla manualità della scrittura.
In questo senso, la collana di maggior successo ha un nome, Passeport, divenuto doppiamente evocatore. Per i ragazzi, ciò ricorda l’importanza di non disperdere le nozioni per il seguito del proprio percorso d’apprendimento verso l’università. Per gli adulti, invece, il ‘passaporto’ in questione suona come un diritto estivo d’uscita dal perimetro della vita professionale, sempre pronta ad allungare i propri tentacoli, attraverso l’insieme dei canali digitali, anche durante le ferie. In certi casi recenti, come nelle serie speciali dedicate al ciclismo del Tour de France, i cahiers tendono ad allontanarsi decisamente dalla sfera scolastica, finendo per lambire di fatto sponde molto più simili a quelle dell’enigmistica pura. E dire che nel 1933, tutto cominciò quasi per caso. L’inventore dei cahiers, Roger Magnard, puntò inizialmente sul prodotto semplicemente per smaltire in qualche modo i propri stock invenduti di carta. Una scommessa divenuta con il tempo un vero fenomeno di costume nazionale.

Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

Dal caso Ranucci alla Rai,
tutti i passi indietro dell’Italia sull’informazione

di Matteo Marcelli, Giuseppe Muolo in Avvenire
Prosegue il caso legato a “Report”, ma non si parla dei ritardi sul Media freedom act e le querele. Facciamo il punto

Nessun nuovo passo in avanti sull’inchiesta. Il caso Ranucci resta ancora cosparso di punti interrogativi. Nel frattempo il giornalista ieri è tornato a parlare, tenendo fermamente il punto: «Da due mesi e mezzo viaggio a una media di 200 articoli al giorno, di cui due terzi sono pieni di falsità, anche di giornali da cui non te lo aspetteresti – ha detto ad Asiago durante una nuova tappa della presentazione del suo ultimo libro -. Non posso ovviamente perdere il tempo a smentire ogni cosa perché sarebbe impossibile». E ha aggiunto, sarcasticamente: «L’unica fortuna è che tra qualche settimana mio figlio diventerà avvocato». Intanto le ombre sul coordinatore di Report aumentano: ieri la giornalista e scrittrice Angela Camuso, ha raccontato al Tempo di aver subito delle avance dal conduttore. Una testimonianza che ha scatenato il centrodestra. Kelany (FdI) ha parlato di «nuove accuse di molestie», citando i rapporti con delle stagiste che Ranucci racconta nel suo libro. Episodi che il giornalista ha successivamente bollato come «finzione». Secondo Gasparri (FI) la sua reputazione «è sottozero». Mentre per il dem Verini la destra usa il caso Ranucci per «regolare i conti con Report». Le presunte avance, in ogni caso, non sono legate all’inchiesta, che naviga ancora in mare aperto. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi. Su tutti la genesi dell’attentato a Ranucci. E i rapporti tra il conduttore e il faccendiere Lavitola, reo confesso di essere il mandante. Un puzzle che gli inquirenti si augurano di ricomporre nei prossimi giorni con le dichiarazioni spontanee che Lavitola farà al Tribunale del Riesame e con gli interrogatori dei presunti attentatori.
Sullo sfondo della vicenda Ranucci-Report permane lo stallo sulla governance della Rai, ancora senza un presidente effettivo dopo lo scontro in commissione di Vigilanza, auto-azzerata con le dimissioni di massa a inizio luglio e non ancora ricomposta. Ma al di là dell’intoppo politico (la mancata nomina di Simona Agnes), sul sistema di informazione pubblico pesa un incompiuto ancor più inquietante che, salvo interventi dell’ultima ora, porterà dritto a una procedura di infrazione. Si parla del regolamento europeo sulla libertà dei media ( European Media Freedom Act , Emfa), in vigore già da un anno. Che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepito per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.
Un testo incompatibile con l’attuale sistema di governance, figlio della riforma Renzi del 2015. Michele Anzaldi, ex parlamentare Pd ed ex segretario della commissione di Vigilanza Rai, faceva parte di quella maggioranza e non ha molti dubbi sul fatto che la procedura di infrazione arriverà, visto che la riforma ha dato poteri enormi all’amministratore delegato e che la sua nomina è formalmente affidata al Cda, ma sulla base della proposta dell’assemblea dei soci, cioè del Mef. «Siamo all’opposto di quanto previsto dal regolamento europeo, seguendo il quale il governo dovrebbe essere il più lontano possibile dall’ad. Ma questo era un principio di buon senso valido anche prima della riforma. Pensiamo al caso di Berlusconi, peraltro proprietario di reti private, dal punto di vista politico è inconcepibile che chi governa il servizio pubblico sia emanazione diretta dell’esecutivo. Quindi o si interviene subito o l’Europa interverrà, tanto più che l’ultimo termine per l’applicazione dell’Emfa era l’8 agosto».
Il fatto è che il Mef resta il finanziatore principale dell’azienda (attraverso il canone) ed è difficile ipotizzare di togliergli il potere di indicare l’ad e quindi di incidere sul controllo gestionale della Rai. Per anni si è parlato del modello Bbc, basato su una fondazione. Un modo per spostare il potere decisionale affidando nomine e decisioni strategiche a un ente autonomo. Su questo, spiega ancora Anzaldi, si era anche raggiunto un accordo nel 2010. Anche se applicare un modello del genere all’Italia non è semplice: «Dal punto di vista democratico, il Parlamento rimane l’organo più rappresentativo e questo rende complesso e delicato definire la legittimità di un sistema di nomine interamente delegato a elezioni interne o di settore».
Fin qui il tema della governance, ma c’è anche un altro punto: l’Emfa stabilisce l’obbligo di garantire ai media di servizio pubblico risorse finanziarie certe e stabili per un orizzonte temporale di almeno tre anni. È anche vero, però, che assieme alla sicurezza dei fondi «serve certezza su come vengono utilizzati e come vengono eliminati gli sprechi – osserva Anzaldi –. In nessuna azienda un editore darebbe soldi senza un progetto di rilancio, che preveda un piano di efficientamento e l’abolizione degli sprechi, che purtroppo hanno caratterizzato la gestione dell’azienda da diversi anni».
C’è poi un altro aspetto, che non riguarda solo la Rai, ma l’intero sistema di informazione: le querele temerarie (Slapp, Strategic lawsuit against public participation ). L’Italia, scrive l’Ordine dei giornalisti citando il Case ( Coalition against slapp in Europe ), «è da due anni il Paese Ue con più slapp censite. Senza estensione delle tutele ai casi domestici, oltre il 90% dei bersagli italiani resterebbe privo di tutele». Ma su questo pesa una tendenza culturale che produce molte altre storture non meno preoccupanti. In Italia è estremamente facile distruggere la reputazione di una persona anche solo dando risonanza a un avviso di garanzia. E, al contrario, quando la vicenda giudiziaria si conclude positivamente, magari con un’archiviazione, alla notizia non viene mai dato lo stesso spazio. Questo sbilanciamento, riflette ancora Anzaldi, dimostra «una profonda mancanza di rispetto dei ruoli e una totale assenza di responsabilità da parte della politica e del sistema informativo». Per non parlare delle decine di casi controversi in cui la Rai ha chiuso programmi di successo senza dare spiegazioni nonostante le denunce dell’Ordine. Chiude il quadro l’ultimo report sulla libertà di stampa di Reporters sans frontieres , che colloca l’Italia al 56esimo posto su 180 Paesi, con un calo di sette posizioni rispetto al 2025, dovuto, spiega l’Ong, a pressioni politiche, rischi per la sicurezza dei cronisti e tentativi di limitare il lavoro giornalistico.

Case e scuole inagibili, oltre 3mila sfollati. Ma sull’emergenza dei Campi Flegrei ora c’è chi specula

Uno degli edifici lesionati a Pozzuoli / ANSA

di Antonio Averaimo, Napoli – Avvenire
A un mese dall’ultima scossa sono solo 9 le famiglie rientrate nelle abitazioni sulle 1.391 evacuate. Lo scandalo degli affitti raddoppiati in tutta la zona e la paura per l’inizio delle lezioni

Sono solo nove, su un totale di 1.391, le famiglie rientrate finalmente nella propria casa dalla sera del 31 luglio scorso, quando una forte scossa di magnitudo 4.7 seminò il panico nell’area dei Campi Flegrei. Si tratta in tutto di 28 persone appartenenti alle 3.488, quasi tutte di Pozzuoli, che da quel giorno hanno dovuto lasciare la loro abitazione dichiarata inagibile. Entro questo fine settimana, altri dovrebbero ottenere il via libera al rientro, man mano che le verifiche ai danni subiti dagli edifici, condotte dai Vigili del fuoco, si avviano al termine. Stando ai dati forniti mercoledì dalla prefettura di Napoli, la gran parte degli sfollati (3.321) si trova al momento in casa di parenti o amici, 143 stanno soggiornando in alberghi, mentre 52 hanno trovato rifugio nel palazzetto dello sport di Pozzuoli. Gli edifici dichiarati inagibili sono nel complesso 215, per un totale di 1.081 unità abitative. Martedì, intanto, è arrivato il primo milione – l’intervento totale ammonterà a 5 − stanziato dalla Regione Campania proprio per le famiglie evacuate in seguito al terremoto delle settimane scorse, il più forte mai registrato da quelle parti: 800mila euro sono destinati a quelle che hanno trovato una sistemazione autonoma e 200mila a quelle ospitate in strutture alberghiere. Grazie a quei fondi, il Comune di Pozzuoli sta provvedendo a saldare le domande di contributo per autonoma sistemazione. Su 1.207 richieste, per altrettanti nuclei familiari, sono stati sbloccati già 726 pagamenti.

Ma c’è un altro fronte aperto nella città-simbolo del bradisismo – il fenomeno di sollevamento e abbassamento del suolo alla base dei ripetuti eventi sismici che avvengono nell’area dei Campi Flegrei −, a poche settimane dall’inizio dell’anno scolastico. Da giorni, tecnici e operai sono impegnati in una corsa contro il tempo per rimettere in sesto le 14 scuole puteolane che hanno riportato danni in seguito al sisma di fine luglio. Si va dai casi meno gravi a quelli più gravi, questi ultimi tali da determinare «uno stato di rischio estremamente elevato di crollo anche alla più piccola ulteriore sollecitazione». È quanto si legge nel capitolo relativo agli edifici scolastici contenuto in una relazione richiesta ai propri uffici dal sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni. Il documento, firmato da tre dirigenti comunali, suddivide gli edifici scolastici in «parzialmente utilizzabili» (otto) e «non utilizzabili» (sei). Tra i primi, ci sono anche due istituti situati a Monterusciello, quartiere sorto negli anni Ottanta del secolo scorso proprio per mettere al riparo gli abitanti di una parte della città da un’altra crisi bradisismica che mordeva in quel periodo. Mercoledì, il primo cittadino puteolano ha assicurato che tutte le scuole comunali riapriranno regolarmente per l’inizio dell’anno scolastico, il prossimo 15 settembre. Solo un plesso di un istituto comprensivo resterà chiuso per quella data: le sue classi troveranno posto nelle altre sedi della scuola. In altri due istituti resteranno inagibili invece, fino a ottobre, auditorium e palestra.
C’è poi il capitolo delle richieste provenienti dal territorio, che puntano a integrare il “decreto Campi Flegrei” varato dal governo a inizio agosto, che ha stanziato 100 milioni per la riparazione o riqualificazione delle abitazioni rese inagibili dal sisma. Il provvedimento ha anche istituito un fondo per contribuire in parte alle spese di chi decide di sistemare autonomamente la propria casa principale danneggiata e per questo sgomberata. Per quest’ultima misura, sono stati previsti circa 1,9 milioni per il 2026 e altri 4,5 milioni per il 2027. Ma dal territorio sono giunte altre sollecitazioni, tradotte negli emendamenti al decreto che saranno esaminati in una riunione convocata per oggi nella prefettura di Napoli e poi trasmessi all’esecutivo. Tra i temi più caldi sollevati dai sindaci dell’area e dai comitati dei cittadini, ci sono il caro affitti esploso dopo la scossa del 31 luglio, l’assistenza agli sfollati, un piano di aiuti alle attività commerciali e il ripristino del trasporto pubblico (colpiti, in particolare, i collegamenti marittimi con le isole del Golfo). Nell’area dei Campi Flegrei, come nella zona occidentale di Napoli e nei Comuni del litorale domitio-flegreo più vicini a Pozzuoli, è segnalata una speculazione galoppante sui canoni di locazione che punta ad approfittare del bisogno disperato di case da parte delle famiglie evacuate. Assocasa parla apertamente di prezzi raddoppiati. Nei quartieri di Napoli ovest gli affitti hanno raggiunto le cifre record di 2.500-3.000 euro al mese. Un bilocale a Varcaturo, località di mare a pochi chilometri da Pozzuoli, può arrivare a costare fino a mille euro. La rete cittadina “Pozzuoli esiste ancora” ha denunciato anche fenomeni di discriminazione verso diversi sfollati. «Molto spesso non accettano bambini, persone con disabilità e animali», spiega Raffaele Postiglione, referente della rete. «Oggi la criticità delle famiglie sgomberate è attenuata da una rete sociale e familiare, visto che la stragrande maggioranza è ospite di un amico o un parente. Ma con la fine dell’estate, il ritorno al lavoro e poi a scuola, la convivenza in abitazioni affollate sarà impossibile».
L’assessora regionale alle Politiche abitative, Claudia Pecoraro, che ha annunciato mercoledì la sospensione dei canoni di locazione per gli sfollati che vivono nelle case popolari in capo all’Acer (ex Iacp), sta pensando a «uno strumento di incentivazione per aumentare l’offerta di alloggi a canone concordato per le famiglie sfollate. L’ipotesi sulla quale stiamo lavorando – ha spiegato Pecoraro − prevede un fondo regionale, che abbiamo già individuato in circa 500mila euro, per contribuire alla copertura totale dell’Imu nei Comuni che metteranno a disposizione abitazioni attraverso contratti a canone concordato».

Il messaggio del Papa per i Giochi del Mediterraneo a Taranto: lo sport come ponte di fraternità, pace e riscatto per i territori

La  Croce degli sportivi a Taranto per i Giochi del Mediterraneo 2026

Il messaggio diffuso da Vatican News con cui Papa Leone XIV saluta l’avvicinarsi dei Giochi del Mediterraneo di Taranto rimarca una delle direttrici fondamentali del suo pontificato: l’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali, la promozione della pace e il valore del dialogo tra culture e popoli diversi. Definendo lo sport un formidabile “costruttore di ponti” e un linguaggio universale capace di unire le sponde del Mare Nostrum, il Santo Padre ha voluto rivolgere un pensiero di speranza e di riscatto a una terra complessa e ricca di storia come Taranto e l’intero Mezzogiorno.

In un’epoca segnata da conflitti, divisioni e tensioni sociali, il richiamo papale invita a considerare ogni evento umano, sportivo e comunitario come un’opportunità per rigenerare il tessuto sociale e costruire fraternità autentica.

Costruire ponti e rigenerare le comunità locali

Le parole del Pontefice offrono spunti di riflessione che superano il semplice evento atletico, toccando la vita profonda delle nostre comunità:

  • Incontro e superamento delle barriere: Lo sport e la vita comunitaria mostrano come la diversità di provenienza, cultura ed esperienza possa diventare ricchezza condivisa. I ponti non si costruiscono con dichiarazioni teoriche, ma mettendo al centro la persona, l’ascolto e la collaborazione reciproca.

  • Riscatto sociale e pastorale dei territori: Territori che hanno sofferto ferite ambientali, industriali o d’isolamento sociale chiedono una presenza costante, capace di animare i luoghi di aggregazione, offrire speranza ai giovani e non lasciare nessuno ai margini.

La Chiesa vicina alla vita reale delle persone

La visione di una Chiesa “in uscita”, capace di dialogare con le realtà del territorio e di essere presente dove la gente vive, soffre e spera, si riflette nel quotidiano lavoro di tutte le componenti ecclesiali.

Valorizzare ogni carisma, promuovere la presenza dei pastori tra la gente e sostenere la vitalità delle parrocchie e dei centri di aggregazione rappresentano la via maestra per far sì che il messaggio di fraternità lanciato da Papa Leone XIV a Taranto trovi un riscontro concreto nella vita di ogni giorno.