«Matrimonio, verginità, ministero ordinato» – la bella riflessione di don Giovanni Frausini, docente di Teologia sacramentaria

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Settimana News

«Cielo, mio marito!». Queste parole messe in bocca a una donna all’arrivo improvviso del suo uomo possono esprimere due situazioni opposte: quella della sposa sorpresa in flagrante adulterio o quella della sposa gioiosamente stupita di fronte alla venuta inattesa dello sposo.

Da che mondo è mondo l’amore tra un uomo e una donna non solo ha permesso al genere umano di non estinguersi ma, anche e soprattutto, ha custodito nel cuore di tutti la nostalgia di Dio per quella immagine di Lui presente in ogni coppia umana.

Infatti, sia gli sposati che i celibi sono segno dello stesso desiderio della Chiesa di essere sempre più la sposa fedele che gioiosamente attende lo Sposo, lo riconosce presente e vive unita a Lui, totalmente protesa al servizio dei fratelli: matrimonio e verginità sono due modalità diverse, ma con lo stesso fine; infatti

la Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere a immagine di Dio».

Il loro ministero è far sì che tutta la Chiesa cresca nel desiderio dell’incontro con Cristo, sempre desiderato, mai temuto. Mistero di infinita nostalgia. A conferma di questo basta mettersi in ascolto della lex orandi che nel rito più antico di consacrazione verginale così si rivolge al Padre:

Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, dovevano sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero.

Cosa ha reso possibile l’unità tra celibato e matrimonio, realtà così diverse tra loro?

Quando Dio creò l’essere umano, «maschio e femmina li creò», «a immagine di Dio» (Gen 1,27), ponendo una prima grande testimonianza di sé: una sua immagine nel mondo. Poi, dopo diverse vicende alcune gioiose, altre drammatiche, volle entrare in un rapporto nuovo e ancora più profondo con alcuni uomini chiamando Abramo e donandogli i figli. Così Dio entrò in alleanza con un popolo, il suo popolo, in maniera così unica e piena da poter affermare: «Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio» (Es 6,7). Nel popolo di Dio si entra per generazione, perché figli di Abramo. Per Israele generare figli vuole dire, fino ad oggi, generare il popolo di Dio; allora per ogni ebreo «il matrimonio […] costituisce un dovere», come pure la generazione di figli «è un dovere imposto da Dio, nel momento stesso della creazione della prima coppia umana, […] il celibato […] è una colpa».

Ma Dio dovette fare i conti con la durezza del cuore del suo popolo e per questo l’unità della prima coppia si scontrò con la fragilità umana: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così» (Mt 19,8). Eva che era stata definita da Adamo «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» diventa la colpevole: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gen 3,12).

Poi ecco la svolta, l’unica vera novità della storia: l’incarnazione del Verbo (cf. Desiderio desideravi n. 10). Anche se «tutto è stato fatto per mezzo di lui», ora proprio il Verbo si è fatto carne e questo ci pone di fronte non più solo all’immagine di Dio, ma al Dio fatto uomo, Gesù.

Ora quella che è l’immagine di Dio presente nel dono della coppia uomo-donna raggiunge la sua pienezza nella presenza del Dio fatto carne, Gesù Cristo, uomo Figlio di Dio. Ecco perché quello che era un dovere diventa una possibilità, perché figli di Dio non si diventa più per nascita ma per la fede in Gesù Cristo. La sua persona apre all’umanità possibilità nuove tanto da poter dire che siamo realmente figli (cf. 1Gv 3,1). Anche il problema della morte, che aveva come unica soluzione la generazione di figli nei quali poter continuare a vivere, grazie al dono della risurrezione dei morti e della vita eterna viene superato.

Ormai anche il celibato, accanto al matrimonio, è una condizione di vita possibile per i credenti.

Va anche sottolineato il fatto che con il Vaticano II abbiamo riscoperto la universale vocazione alla santità: la radicalità evangelica è possibile in ogni condizione di vita, a tutto il Popolo di Dio, secondo la chiamata ed il carisma di ciascuno. Anche il matrimonio è, quindi, una via possibile alla santità.

Ciononostante continua ad essere presente nella Chiesa un linguaggio che predilige le differenze: parliamo di speciale consacrazione, diciamo che alcuni gruppi di cristiani sono i consacrati, come se fosse possibile una consacrazione più grande del battesimo. Certo l’esercizio della vita cristiana, la virtù, ci differenzia per come ci lasciamo guidare dal dono della Grazia, ma non certo per lo stato di vita nel quale siamo inseriti.

Anche l’utilizzo della metafora sponsale per descrivere esclusivamente i rapporti tra Cristo e chi vive nel celibato o nella verginità non è adeguata al nostro contesto teologico. La sposa di Cristo è la Chiesa, non un gruppo particolare, ma tutta la Chiesa. È molto significativo che si sta diffondendo il rito della velatio nel matrimonio cristiano: si rende in tal modo evidente il fatto che il sacramento del matrimonio lega la coppia a Cristo con un vincolo nuziale. Non è la donna che riceve il velo ma la nuova coppia che, con le promesse fatte davanti a Dio e alla comunità e l’effusione dello Spirito, è diventata una piccola chiesa, come amava esprimersi Giovanni Crisostomo.

Paradossalmente il fatto che a celebrare il sacramento del matrimonio siano di frequente famiglie esistenti già di fatto da molti anni e persino con figli, rende ancora più evidente che il sacramento del matrimonio, pur avendo nel consenso la propria materia prima, senza della quale non è possibile costruire una famiglia, trasforma quel legame di coppia in un nuovo legame con Cristo, e lo inserisce in quell’unione sponsale che lega Cristo alla Chiesa, sua amatissima sposa.

Il ministero degli sposi si concretizza in una famiglia che, ad immagine della Chiesa, ama e serve il suo Sposo; ma sappiamo bene che Cristo-Sposo rivolge le sue attenzioni amando e servendo la sua Chiesa e l’umanità intera. Così la famiglia cristiana.

Storicamente le ragioni che hanno portato nella Chiesa latina a unire il ministero al celibato sono state diverse, cominciando dalla necessità di salvaguardare i beni della Chiesa; per evitare la dispersione del suo patrimonio, quando i ministri ordinati erano chiamati anche tra persone sposate, si richiedeva loro di abbandonare l’amministrazione dei beni di famiglia, e talvolta anche di vivere la castità assoluta. Poi, la sacerdotalizzazione del ministero, avvenuta gradualmente a partire dal III secolo, ha trovato nel celibato un valido alleato per quella incompatibilità tra culto e sesso che anche Israele ha conosciuto, così come in molte religioni pagane.

Quale senso ha oggi il celibato dei ministri ordinati al presbiterato ed episcopato nella Chiesa latina?

Innanzitutto la testimonianza della presenza del Risorto, vivente in mezzo a noi; anche affettivamente Gesù e la sua Chiesa possono dare pienezza alla nostra umanità che, per disposizione del Creatore, è fatta per mettersi in relazione. «Non è bene che l’uomo sia solo» non è ormai solo la premessa alla relazione di coppia ma si apre anche, per un carisma particolare, al celibato-verginità, che diventa così testimonianza della Pasqua di Cristo, della sua presenza viva in mezzo alla sua Chiesa.

Anche il non generare figli contribuisce a questo scopo: se siamo destinati alla vita eterna non è la generazione di altre creature che ci permette di continuare a vivere oltre la morte, ma la Pasqua di Cristo in noi.

Accanto a queste ragioni che manifestano la preziosità del celibato per il ministero ce ne sono altre, a mio parere, meno significative.

C’è la cosiddetta libertà che il non avere moglie e figli comporterebbe: il tempo pieno. Ma siamo sicuri che questo sia vero? Quando guardiamo alle responsabilità di un parroco (o di un vescovo) ci rendiamo conto che una parte importante del suo tempo non è destinata al proprio del ministero, ma ad adempimenti di altra natura. La condivisione della responsabilità è qui una necessità, non certo una concessione. Nella direzione che lo Spirito sta dando alla Chiesa non può essere questa la ragione del celibato. Anche perché è ormai evidente che la testimonianza fondamentale del Vangelo è soprattutto nella vita dei cristiani e non tra le mura della parrocchia.

Dal Concilio Vaticano II la Chiesa latina, che a differenza della Chiesa orientale, non conosceva un ministero ordinato coniugato, ordina al diaconato anche uomini sposati. Una situazione nuova, sconosciuta in questa parte di Chiesa, che è appena iniziata.

Essa ci testimonia la possibilità di un ministero coniugato, data l’affinità nello scopo di questi due sacramenti, matrimonio e ordine; ma richiede anche l’avvio di una paziente ricerca, teologica e pratica, su come mettere in relazione l’essere sposati e ministri ordinati. L’equilibrio tra questi due sacramenti richiede molta chiarezza e pazienza.

Va anche sottolineato il fatto che questa prima esperienza di ministero coniugato potrà essere particolarmente importante per le future scelte della Chiesa in questo campo. Ma perché la stragrande maggioranza dei diaconi è coniugata? Possibile che il Signore, per mezzo della Chiesa, chiami al diaconato solo sposi?

Fa riflettere come accanto a un’evidente crisi del matrimonio, fatta di separazioni, divorzi e soprattutto di fuga dal matrimonio, si presenti anche una fuga dal celibato, come forma stabile di vita di un credente, dimenticando che essere cristiani è rispondere a una chiamata. Non è facile capire questa situazione: certamente entrano in gioco diversi fattori come la precocità delle relazioni sessuali, la solitudine, il bisogno di quelle conferme affettive che sono talvolta mancate nell’infanzia e altre ragioni ancora.

Ma soprattutto è necessario, a mio parere, riproporre la vita cristiana come relazione con Cristo, nella Chiesa, perché solo dentro a questo incontro è possibile intuire la bellezza e la forza della verginità-celibato per il Regno dei cieli e anche del matrimonio-sacramento. Una occasione d’oro, un kairos, per ritrovare l’essenziale del ministero celibe e sposato: annunciare Gesù Cristo che ha dato se stesso per noi ed è vivo nella sua Chiesa, mentre attendiamo il suo ritorno.

Le indulgenze: il grande inganno religioso che soppianta il Vangelo di Cristo

Le indulgenze: il grande inganno religioso che soppianta il Vangelo di Cristo

Adista

Ogni tot anni, il calendario liturgico annuncia pomposamente quelli che chiamano «Anni Giacobei»: il 2027, il 2032, il 2038 e il 2049 saranno i prossimi. Viene promesso che recandosi a Santiago, visitando la tomba dell’apostolo, confessandosi entro quindici giorni e facendo la comunione, il pellegrino otterrà l’indulgenza plenaria, ovvero la remissione delle pene temporali dovute ai peccati. Una sorta di «tabula rasa» ritualizzata. Eppure, tutto ciò non è altro che un delirio religioso, un meccanismo sacro che soppianta il Vangelo di Cristo e lo rimpiazza con vuote formule umane.

Cristianesimo
Gesù non ha mai parlato di indulgenze, di giubilei o di condizioni formali per ottenere il perdono. Non ha ma imposto scadenze, pellegrinaggi o requisiti esterni. La sua parola è stata chiara, diretta e incisiva: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Nient’altro. Cristo non ha chiesto né certificati sacramentali né visite a santuari. Cristo ha chiesto fede. Ha chiesto amore. Ha chiesto un dono radicale della vita.

«Il giusto vivrà per la fede» (Rm 1,17). Non per pellegrinaggi, né per preghiere imposte, né per un certificato ecclesiastico di perdono, ma per la fede in Cristo.

Ciò che la Chiesa cattolica offre oggi come se fosse grazia divina non è altro che una  religione di rituali che anestetizza le coscienze. Questo è stato denunciato da teologi lucidi come José María Castillo e Xabier Pikaza, quando avvertono che il cristianesimo non può diventare un sistema di meriti accumulati.  Juan José Tamayo lo dice in modo ancora più diretto: queste pratiche sono un meccanismo di controllo, un modo per mantenere i fedeli assoggettati a una struttura che si erge a mediatrice di ciò che appartiene solo a Dio.

E se allarghiamo la nostra prospettiva, ricordiamo che già nel XVI secolo Martin Lutero ha levato la voce contro questa farsa spirituale. Il suo grido continua a risuonare: la salvezza non si compra, non si guadagna, non si ottiene attraverso ritualismi, ma si riceve come un dono gratuito da Dio, mediante la fede.

Spiritualità
Pertanto, di fronte allo spettacolo giacobeo e al fascino di massa che esso produce, dobbiamo parlare francamente: nessuna indulgenza salva. Nessun giubileo redime. Nessuna tomba apostolica perdona i peccati. Solo Cristo salva. Solo Cristo perdona. Solo Cristo riconcilia con il Padre. Tutto il resto è puro teatro religioso, che distoglie lo sguardo dall’essenziale: il Dio vivo che si offre incondizionatamente.

Ma ecco la grande domanda: questo è il Vangelo di Cristo o un sistema religioso che si frappone tra l’uomo e Dio?

Il problema delle indulgenze non è solo teologico, ma anche spirituale: danno l’illusione di avvicinarsi a Cristo, quando in realtà lo celano dietro un sistema religioso. Questo è ciò che Castillo definisce «cristianesimo addomesticato», che riduce la sequela di Gesù a pratiche meccaniche.

Qualcuno crede davvero che per sperimentare il perdono di Dio sia necessario recarsi a Santiago in un anno specifico, adempiere a tre requisiti formali e ricevere così un’indulgenza? La grazia di Dio non dipende da calendari o rituali. Dipende solo da Cristo.

Pertanto, al di là del fascino culturale degli Anni Santi di Compostela, è importante ricordare con chiarezza questo: nessuna indulgenza salva, nessun rito garantisce la salvezza. Solo Dio, rivelato in Gesù, è colui che perdona, libera e dà vita.

L’inganno delle indulgenze continua ad essere un ostacolo alla vera fede. Non sono un ponte verso Dio, ma un muro eretto da strutture religiose che cercano di perpetuare il proprio potere. Il Vangelo non ha bisogno di aggiunte o di condizioni: è pura grazia, gratuita, senza mediazioni umane. Aggrapparsi alle indulgenze significa rinunciare alla libertà che Cristo offre. Chiunque voglia trovare Dio, non si lasci ingannare da calendari o da rituali: guardi a Gesù, l’unico Salvatore. Tutto il resto è ombra, superstizione e menzogna. Solo  Cristo è vita. Solo Cristo è verità. Solo Cristo è via.

Cristianesimo

Quando vederla, come e dove: tutto quello che c’è da sapere sull’eclissi di sole di mercoledì

Quando vederla, come e dove: tutto quello che c'è da sapere sull'eclissi di sole di mercoledì

avvenire

Tutta Europa assisterà a un oscuramento solare, visibile dall’Italia come eclissi parziale al tramonto. Occorre proteggere gli occhi. Un gioco geometrico che da sempre affascina e inquieta

Per qualche minuto sembrerà che qualcosa nell’ordine naturale delle cose sia cambiato. Mercoledì 12 agosto, mentre il Sole scenderà verso l’orizzonte, la Luna comincerà a passargli davanti e dall’Italia assisteremo a un’eclissi, seppur solo parziale. Altrove lo spettacolo sarà totale: l’ombra del nostro satellite attraverserà le regioni artiche, la Groenlandia, l’Islanda e quindi la Spagna, prima di “abbandonare” la Terra “nel Mediterraneo”. Nel nostro Paese l’evento inizierà attorno alle 19.30 e saranno soprattutto le regioni del Nord e dell’Ovest a poterlo osservare: in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna la copertura del disco solare potrà raggiungere e in alcuni casi superare il 90 per cento. Al Centro-Sud, invece, il massimo teorico arriverà quando il Sole sarà già tramontato.
La geometria dell’evento è relativamente semplice. La Luna si trova tra la Terra e il Sole e proietta nello spazio la propria ombra. Chi si trova nella stretta zona raggiunta dall’ombra più scura, l’”umbra”, vede il disco solare scomparire completamente; nella penombra, molto più estesa e all’interno della quale si troverà l’Italia, la Luna ne copre soltanto una parte. Si tratta di un gioco di proporzioni reso possibile da una straordinaria coincidenza: il Sole ha un diametro circa quattrocento volte maggiore di quello lunare, ma è anche circa quattrocento volte più lontano. Visti dalla Terra, i due dischi hanno quindi dimensioni apparenti molto simili. La totalità di domani durerà generalmente tra un minuto e mezzo e due minuti lungo la fascia europea interessata. Per chi rimarrà in Italia servirà però anche un po’ di fortuna geografica. Il Sole sarà molto basso e occorrerà avere l’orizzonte occidentale libero: una montagna, una collina o anche un rilievo relativamente lontano potranno anticiparne la scomparsa. L’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha realizzato mappe che tengono conto proprio dell’orografia italiana e indicano la visibilità alle 19.30, alle 19.50 e alle 20.20. Resta intesa una regola senza eccezioni: durante un’eclissi parziale non bisogna mai osservare direttamente il Sole. Servono occhiali specifici conformi alla normativa Iso: i normali occhiali da sole non proteggono la vista, bisogna fare attenzione. Binocoli, telescopi e fotocamere richiedono filtri solari appositi collocati davanti all’ottica.
Oggi sappiamo prevedere un’eclissi con precisione quasi assoluta. Per millenni, invece, vedere il Sole cambiare improvvisamente forma significava assistere alla rottura dell’ordine del mondo. Cinesi, Babilonesi, Greci e molte altre civiltà cercarono di attribuire un significato a quella luce che diminuiva in pieno giorno. Il cielo era insieme calendario, divinità e strumento politico: se il Sole poteva scomparire, anche l’ordine umano poteva essere messo in discussione. È proprio da quella paura, tuttavia, che nasce una parte della nostra scienza. Registrando le eclissi, confrontandone le ricorrenze e osservando il movimento degli astri, gli uomini cominciarono lentamente a trasformare il prodigio in fenomeno. L’eclissi diventò prevedibile. E quando qualcosa può essere previsto, smette di appartenere soltanto al mito ed entra nel territorio della conoscenza. Secoli dopo, le eclissi sarebbero diventate perfino laboratori naturali: durante quella del 1919, le osservazioni compiute da Arthur Eddington contribuirono alla celebre verifica della deviazione della luce prevista dalla relatività generale di Einstein. Resta però qualcosa di antropologicamente rilevante nel vedere il Sole trasformarsi, perché un’eclissi introduce una discontinuità dentro ciò che consideriamo immutabile. Per qualche minuto cambia la luce, cambiano i colori, cambia la nostra percezione del paesaggio. Poi tutto ritorna esattamente al proprio posto. È una mutazione che contiene già in sé la promessa del ritorno. Ed è difficile non pensare a questo osservandola nell’estate del 2026, mentre il caldo e gli eventi estremi rendono sempre più percepibile una trasformazione di natura completamente diversa: quella del clima. Anche la Terra ha sempre conosciuto mutamenti. Negli ultimi due millenni l’Europa ha attraversato periodi relativamente più caldi e altri più freddi; tra questi ultimi figurano quelli convenzionalmente riuniti sotto il nome di Piccola era glaciale, particolarmente evidenti nei secoli dell’età moderna. Ma quelle oscillazioni non possono essere sovrapposte al riscaldamento contemporaneo. Le ricostruzioni paleoclimatiche e le osservazioni mostrano oggi l’impronta crescente delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e del contributo umano al cambiamento del sistema climatico. Qui sta forse il cortocircuito più interessante del 12 agosto. Guarderemo una trasformazione spettacolare del cielo sapendo esattamente quando comincerà e quando finirà. La Luna avanzerà davanti al Sole e poi proseguirà lungo la propria orbita.
L’eclissi appartiene al regno dei cicli, del ritorno, della prevedibilità. Il cambiamento climatico ci pone invece davanti alla domanda opposta: non quando tutto tornerà come prima, ma quanto di ciò che stiamo in parte modificando assieme alla natura stessa potrà davvero tornare indietro, e in quali tempi. La natura possiede cicli immensamente più lunghi delle nostre vite; ciò che per il pianeta può essere una transizione, per una civiltà rischia di diventare irreversibile. Forse è anche per questo che continuiamo ad alzare gli occhi durante un’eclissi. Duemila anni fa potevamo temere che il Sole non sarebbe più tornato. Oggi sappiamo che riapparirà, possiamo calcolarne persino il secondo. La nostra inquietudine si è spostata altrove: non riguarda più ciò che il cielo farà a noi, ma ciò che noi stiamo facendo alla Terra. La sera del 12 agosto l’ombra passerà. Il Sole riapparirà intero e il giorno terminerà normalmente. È la certezza rassicurante della meccanica celeste. Una certezza che non è più coincidente con il futuro del pianeta.

Giordania, al via preparazione per le celebrazioni del Battesimo di Cristo nel 2030

Il Battesimo di Gesù

Il 10 agosto la prima riunione del Comitato che si occuperà della preparazione e della supervisione del grande evento storico e religioso. Presieduto dal primo ministro Hassan, è composto da ministri, leader religiosi, rappresentanti delle istituzioni. In linea con le direttive del re Abdullah II, mobilitate tutte le risorse per realizzare diversi progetti come un museo e un villaggio per i pellegrini

Vatican News

La Giordania ha avviato i preparativi per la preparazione delle celebrazioni del secondo millennio del Battesimo di Gesù Cristo che si terranno nel 2030. Lunedì 10 agosto il primo ministro giordano, Jafar Hassan, ha presieduto la prima riunione del Comitato nazionale che si occuperà di curare questo evento religioso e storico di grande rilevanza. Il Comitato – informa una nota governativa – è composto da ministri, leader religiosi e comunitari e rappresentanti delle istituzioni competenti. Funge da punto di riferimento nazionale per la preparazione e la supervisione delle celebrazioni ed è responsabile dell’elaborazione delle politiche e delle linee guida generali, del coordinamento delle attività di sensibilizzazione a livello internazionale e delle procedure nazionali, nonché della pianificazione degli eventi legati all’anniversario.

In linea con le direttive di re Abdullah II

Durante la riunione, il premier Hassan ha sottolineato la necessità di avviare immediatamente i preparativi in linea con le direttive di re Abdullah II, al fine di sostenere l’iniziativa avanzata dal Consiglio dei leader ecclesiastici in Giordania, sulla base di un piano globale e di un calendario ben definito. Ha affermato inoltre che “la commemorazione del secondo millennio del Battesimo di Cristo riflette il prestigio storico e religioso della Giordania e il suo ruolo di meta globale per il pellegrinaggio cristiano”, mettendo al contempo in risalto “il messaggio del Regno di convivenza, rispetto per il prossimo, pace, amore e fratellanza umana”. Hassan ha anche dichiarato che “il governo sta mobilitando tutte le risorse disponibili per sostenere l’evento, descrivendolo come un’opportunità per rafforzare la posizione della Giordania come terra di patrimonio religioso e meta mondiale per i pellegrini cristiani”.

Diversi progetti

Durante la riunione sono stati esaminati i piani della Fondazione per lo Sviluppo dei Terreni Adiacenti al Luogo del Battesimo volti alla realizzazione di diversi progetti, tra cui un villaggio per pellegrini e visitatori cristiani, un museo dedicato al Battesimo, un corridoio verde e il potenziamento delle infrastrutture del sito. I partecipanti hanno sottolineato pure l’importanza di costituire sottocomitati specializzati incaricati di supervisionare l’attuazione dei progetti e garantire il raggiungimento degli obiettivi prefissati, con il supporto di esperti e specialisti.

La composizione del Comitato

Il Comitato Nazionale per la preparazione della celebrazione del secondo millennio del Battesimo di Gesù Cristo nel 2030 è presieduto dal primo ministro. Ne fanno parte i ministri della Comunicazione, dell’Interno, dell’Economia digitale e dell’Imprenditoria, nonché del Turismo e dei Beni culturali. L’organismo comprende inoltre: il vescovo Christophoros Atallah, arcivescovo greco-ortodosso di Giordania; l’arcivescovo Iyad Twal, vicario patriarcale latino in Giordania;  l’arcivescovo Hossam Naoum, arcivescovo anglicano; il vescovo Munib Younan, ex vescovo della Chiesa evangelica luterana; il presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione per lo sviluppo del sito del Battesimo; il direttore generale della Commissione del Luogo del Battesimo; il direttore generale dell’Ente Nazionale per il Turismo della Giordania; Nadim Al-Mauasher; Osama Imseeh; Basem Farraj.

 

“Re Carlo è morto”, la radio sbaglia annuncio e lo speaker scappa: storia di un disastro

Re Carlo - (Fotogramma)

Adnkronos

“Re Carlo è morto”. Una radio ha diffuso la fake news relativa alla mort di Re Carlo III e non si è corretta per quasi mezz’ora. A distanza di 3 mesi dalla clamorosa gaffe di un’emittente del Regno Unito, l’inchiesta dell’authority per le telecomunicazioni (Ofcom) fa chiarezza sull’errore ‘reale’. Bisogna riavvolgere il nastro fino al 19 maggio- Radio Caroline, emittente dell’Essex, durante il Barry Marsh Show ha trasmesso 3 messaggi registrati per annunciare la morte di Re Carlo III: “Abbiamo sospeso la nostra normale programmazione fino a ulteriori annunci come segno di rispetto dopo la morte di Sua Maestà Re Carlo III”. l’annuncio è stato seguito dall’inno nazionale e da circa 16 minuti di silenzio. Dopo quasi mezz’ora, la correzione con l’intervento di uno speaker: “Mi è appena stato comunicato che poco fa abbiamo trasmesso per errore alcune informazioni. Non le ho sentite personalmente, ma sono errate, si tratta di un problema tecnico e ovviamente ci scusiamo”. Secondo la ricostruzione dell’Ofcom, sembra che lo speaker – dopo essersi reso conto dell’errore – abbia interrotto la riproduzione dei file incriminati e, in preda al panico, abbia lasciato gli studi dell’emittente.

Ofcom ha reso noto di aver ricevuto due reclami in merito alla trasmissione e di aver riscontrato violazioni della norma 5.1, che impone che le notizie siano riportate in modo accurato e imparziale, e della norma 5.2: gli errori nella diffusione di notizie devono essere evidenziati e corretti in diretta in maniera tempestiva. “Abbiamo ritenuto che si trattasse di un errore molto significativo su una questione di particolare importanza pubblica. Radio Caroline non ha trasmesso scuse e chiarimenti fino a circa 30 minuti dopo la prima messa in onda degli annunci errati”, il verdetto dell’authority.

La catena di errori
Com’è possibile che si verifichi un errore simile? “Il titolare della licenza stava monitorando la trasmissione al momento dell’incidente, un tecnico era già a conoscenza del problema ma ci è voluto del tempo per capire cosa fosse successo e ripristinare il programma previsto. La situazione è stata aggravata dal fatto che il presentatore stesse trasmettendo il programma in streaming da remoto”. Insomma, un disastro. Tutto chiaro? No, manca un dettaglio.

Tutta colpa del tecnico curioso…
Agli atti, anche un’ulteriore spiegazione dell’emittente. I file contenenti relativi a necrologi pre-registrati erano accompagnati da “una serie di istruzioni rigorose per presentatori e dirigenti”. Ordini chiari, insomma, da attuare solo in circostanze ben precise. Un membro dello staff, però, si è incuriosito e ha cliccato, scoperchiando il vaso di Pandora. Radio Caroline ha affermato di “prendere la questione molto seriamente” e di aver agito “il prima possibile”. L’emittente ha aggiunto che il membro dello staff che ha riprodotto i file è stato oggetto di una reprimenda e “si è scusato”. Per evitare altri incidenti analoghi, i file sono stati eliminati desktop del computer dello studio.

L’incontro con le Clarisse di Sarzana rivela il valore essenziale dei monasteri: cuori nascosti di preghiera che, senza «servire» a nulla, ricordano a tutti il senso profondo della vita

Lievito di città

Le indicazioni dell’amica erano chiarissime. Sono riuscito a perdermi lo stesso. Non un vero e proprio smarrimento, ma ho imboccato un senso unico tra le splendide colline di Sarzana che mi ha costretto a ritornare sui miei passi. Movimento di rientro. Ricalcolare il tragitto. Riassettare le attese. Di solito vengo a Sarzana per la stagione di prosa al teatro degli Impavidi. Oppure a qualche concerto. Impossibile perdersi, si trova sempre ciò che si cerca. Stavolta no. Mi hanno invitato le Clarisse, suore di clausura, per conoscermi.
Non sono io a cercare, per fortuna. Già mi sembra un dono. Rientro sul percorso e imbocco finalmente via Paradiso, sì, si chiama proprio così. Arrivo e l’accoglienza è sorprendente. Non sapevo se aspettarmi le grate, mi trovo in giardino, con loro, sedie attorno a un tavolo, un improvviso e costante vento freschissimo, acqua, sciroppo al limone e una cordialità che annulla l’imbarazzo, sembra di conoscersi da tanto, da sempre. Impressione rara. Aprirsi, confidarsi, toccare tantissimi argomenti, viene facile, spontaneo.
E poi ridono, tanto, queste cinque suore, sono belle. Libere. Spiritose. Abitate dallo Spirito. Mi fermerò un’oretta, pensavo. Quando guardo l’orologio credevo in un errore, ne erano passate quasi quattro. Come se il tempo, lì, avesse più fretta di scivolare nell’Eterno. Scandisse l’urgenza di tornare a casa. “Noi come hai visto siamo sorelle semplici e poverelle”, così mi scrive madre Tiziana il giorno dopo, e mi sembra la definizione perfetta per descrivere questo cuore nascosto, questo lievito palpitante e segreto, immerso nel cuore di una città splendida come Sarzana. L’impressione, dopo averle incontrate, è che se non ci fossero loro a scandire un respiro segreto e Alto la città morirebbe. E non lo dico con enfasi o retorica, è davvero l’impressione ricevuta.
Mi sembra che per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi crede di non credere, per tutti, loro siano essenziali. Riportano all’essenza. Profumano. Sono convinto che le nostre città possano ambire a una certa altezza perché sostenute da queste presenze semplici e in-utili. Cioè libere dall’ansia di dover giustificare concretamente il loro esserci nel mondo. Luoghi dove la sfida quotidiana è saper vivere le gioie e le asprezze della fraternità. Dove combattere la buona battaglia per non cedere alle lusinghe della complessità. E stare nella povertà, con cuore grato.
Stare con le sorelle mi smuove nel cuore una richiesta che non faccio mai. Per pudore, per timidezza, mai. Chiedo se piacerebbe loro che io tornassi, magari per pregare insieme. Le parole che scandisco stupiscono prima di tutto me. Eppure sono naturali, dicono di una nostalgia di un luogo fraterno, semplice e povero dove sentirsi Suoi. Io sono sempre più convinto che, come Chiesa istituzione, dovremmo riuscire non solo a stare al passo con le richieste del mondo, non solo rispondere con servizi di carità all’altezza ed efficienti, non solo garantire presidi parrocchiali funzionali e attivi, ma dovremmo urgentemente cercare il modo per non smarrire tutti questi tesori nascosti. Difendere questi presidi in-utili e quindi essenziali secondo la logica del Vangelo. E immaginare nuove modalità per garantire che ogni città abbia un cuore pulsante di preghiera. Uno spazio di Silenzio abitato. Di liturgia scandita con passione e fedeltà. Uno spazio nascosto, segreto.
Senza funzioni che ne giustifichino per forza l’esistenza. Non devono servire a niente, non devono fornire servizi, niente di niente, solo esistere. Questo sarebbe il loro vero servizio. Non luoghi abitati da professionisti dell’accompagnamento spirituale, non da studiosi, deve essere qualcosa ignorato dalla maggior parte della gente. In questo tempo di città smart, funzionali, a misura d’uomo, la sua anima paradossale ed evangelica deve tornare a essere la dismisura della disfunzionalità rispetto ai paradigmi del tempo.
Quando ero giovane, in parrocchia, spesso si sentiva dire che “avevano senso” i missionari ma non le suore di clausura, perché queste ultime non servivano a niente. Io mi arrabbiavo e snocciolavo le prove della loro utilità. Del loro essere nel mondo in altro modo. Del loro essere più attive e informate e dentro la realtà di quanto i miei amici credessero. Avevano ragione loro. Non servono a niente. Non servono a nessuno. Perché basta vederle sorridere e si capisce che ci ricordano che il senso profondo della vita è altro, è appartenere a Qualcuno.
avvenire

«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti «stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa». È in nome di questa promessa che Avvenire ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace. Una iniziativa potente per urlare: «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo». La proposta ha avuto circolazione soprattutto sui social e ha suscitato molto interesse, tanto da essere sottoscritta da centinaia di persone (parte delle adesioni sono pubblicate qui di seguito), da Massimo Cacciari a Francesca Izzo, da Luigi Manconi a Stefano Zamagni. Anche Elly Schlein, segretaria del Pd, ha aderito nella giornata di domenica all’invito lanciato sul nostro giornale. «Non dobbiamo far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori» ha sottolineato la leader democratica, ricordando che «non sono mai arrivati tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi e la fame viene usata come arma di guerra».
Una voce autorevole di sostegno arriva poi da Gerusalemme: «I bambini di Gaza sono i testimoni silenziosi del bisogno di pace, un diritto essenziale negato a chi ha dovuto sopportare mancanze, dolori, perdite devastanti», scrive ad Avvenire il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia i diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio». Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Sono i bambini ucraini e quelli russi, sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Perché quello che è vero a Gaza – la sofferenza innocente, il diritto di ogni bambino di essere amato e protetto e di non diventare bersaglio inerme dell’odio e della violenza degli adulti -, vale ovunque nel mondo e in qualunque epoca storica. Ma c’è un di più, oggi: ci sono i numeri. Ci sono i 300 bambini e adolescenti palestinesi morti in 300 giorni di tregua, uno al giorno, a cui si possono aggiungere i 21mila che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti e delle azioni militari israeliani successive al 7 ottobre 2023. E le decine di migliaia di bambini feriti, mutilati, sfollati, resi orfani. Anche sui mattoni del loro dolore dovrò nascere la consapevolezza che la guerra non risolve nulla, la pace tutto.
La prima ad avanzare la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la pace fu, esattamente un anno fa, l’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano, Brindisi, che la presentò in Senato. Da allora la proposta ha raccolto decine di adesioni, tra le quali si annoverano numerosi sindaci pugliesi. Ora la stessa iniziativa viene rilanciata da un nutrito gruppo di intellettuali di tutta Italia. E, si badi bene, non si tratta solo di una provocazione o di un fatto simbolico. O, almeno, non del tutto. Perché se è vero che un professore universitario – qual è Mazzarella – può a norma di regolamento avanzare una candidatura al Comitato norvegese (articolo 5), è altrettanto vero che il Nobel, in virtù del suo essere corredato da un cospicuo assegno, può essere attribuito solo a persone in carne e ossa o a organizzazioni che ne facciano buon uso, non a un intero popolo. Si tratta però di un ostacolo superabile: nel 2025 Cristina Machado fu insignita del Premio Nobel per il suo impegno politico e civile a favore dei diritti del popolo venezuelano. Dunque, perché no? «Riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza è un atto di verità e di giustizia – scrive ancora padre Faltas -. Riconoscerlo nel tempo con il premio Nobel sarà il segno indelebile di chi crede fermamente nella pace».

Ecco chi ha aderito all’appello

Egidio Addis, Clotilde Esperance Adikpeto, Giorgio Amedeo, Osvaldo Aime, Simone Aime, Isabella Aime, Mario Aliberti, Annalisa Allunto, Elisa Amerio, Grazia Amendola, Laurent Amour Amouzou, Patrizia Amoroso, Pierandrea Amato, Anna Maria Anedda, Manuela Anselmo, Robert Antal Berbecaru, Andreea Antal Berbecaru, Ornella Arca, Angela Arietti, Rossana Arietti, Marco Asunis, Dario Aversa. Flavia Bachetta, Cristian Balarini, Cecilia Balocchi, Luigina Balboni, Barbara Bolasco, Paolo Bonandin, Sofia Bonandin, Valentina Bonandin, Alice Bono, Ugo Bologna, Federico Bardone, Rodica Bargan, Paola Barzanti, Giulio Bassanese, Paola Bassignana, Luciano Bassignana, Erica Bassignana, Giulia Bassignana, Raffaele Bauccio, Antonino Begani, Elena Bedei, Marinella Bellando, Loredana Bellone, Raffaella Bellucci Sessa, Sonia Benedetto Diamante, Anna Maria Beneduce, Francesco Benzo, Chiara Bergerone, Giulia Bernardi, Carla Bertone, Helen Louise Bertoletto, Sara Bertolatti, Daniela Bezzi, Daniela Bina, Liliana Bianco, Alberto Biuso, Rosanna Bivi, Renata Bogino, Giovanni Carlo Bonotto, Barbara Borini, Mirco Borsoi, Marco Antonio Borsi, Giovanni Borsetti, Piera Borsani, Marisa Brasso, Elena Brunetti, Emanuela Bussolati. Massimo Cacciari, Giovanna Cacciato, Ennio Cabiddu, Pier Paolo Calcagno, Maria Calvelli, Elisa Camandona, Leonardo Campanelli, Anna Capecchi, Grazia Capparelli Scalea, Ilaria Carleo, Eliana Carli, Giovanni Carluccio, Antonio Carluccio, Letizia Carlucci, Agostino Carrino, Andrea Castagneri, Rossella Castello, Margherita Cataldi, Maria Cristina Cavallo, Luigi Cavo, Giorgia Cavo, Bruna Cedeghini, Ersilia Cecchetto, Maria Marta Cena, Domenico Cena, Elisa Cesan, Claudia Cerutti, Alessandra Chesta, Antonio Giovanni Chessa, Paola Chiama, Silvia Chieregato, Paola Chiesa, Aldo Cigliano, Claudio Ciancio, Emanuele Ciancio, Benedetta Ciancio, Cristiana Cocco, Claudia Colangelo, Valerio Colombaroli, Flora Cometto, Alessandra Consolaro, Maria Luisa Coppo, Ornella Corda, Consuelo Cordara, Marisa Cordero, Maura Corvetti, Giuseppe Costarella, Cristina Crapanzano, Donatella Cresta, Eugenio Creso, Enrica Cubeddu, Silvia Cuffini, Alberto Cucatto, Simone Cucatto, Anna Curti. Michele Dalmasso, Angelica D’Alessandro, Angiolo Dall’Aste Brandolini, Alfonso D’Amaro, Laura Davì, Giuseppe Decandia, Maria Piera De Cicco, Piero De Gennaro, Laura De Angelis, Monica De Lorenzis, Roberta De Macchi, Sebrina De Miceli, Daniela Debernardis, Roberto Delizia, Guglielmo Del Gaudio, Alessandro Della Corte, Daniela Dezzani, Mariuccia Papa Diamante, Carmela Mandato Diamante, Rossella Di Giovanni, Roberta Anna Di Martino, Davide Di Naro, Enrico Di Rosa, Laura Di Simone, Stefania Di Terlizzi, Gabriella Dogliani, Maria Angela Donna, Luigi Dompè, Andrea Dosio, Anna Doria, Augusto Dotto, Gabriele Dotto, Aurora Dotto, Maria Luigia Dragoni, Anatolie Dulea, Emma Dovano. Piera Egidi Bouchard, Roberto Esposito. Martina Fabbretti, Davide Calogero Falci, Silvia Fania, Franca Faranda, Marlena Fantinuoli, Grazia Favata, Franco Felizia, Domenico Reinaldo Fernandez Del Real, Natalia Ferrazza, Pasquale Ferrara, Silvana Ferrero, Franco Ferrari, Silvia Ferrari, Silvana Festichino Sinchetto, Vittoria Fiorelli, Pierluigi Filloramo, Genny Fissore, Miranda Fico, Ebba Folonari, Anna Forlati, Marina Formica, Ambasciatore Luca Fornari, Claudio Frassinelli, Francesca Frediani, Maria Frieri, Maria Vittoria Frigero, Diego Fulcheri, Filippo Furioso. Carlo Galli, Lorena Maria Gallo, Silvia Maria Gallo, Giorgio Gamba, Gialma Gasparotto, Luigina Gatti, Walter Gerbaudo, Sonia Gesnelli, Rosanna Ghista, Fabrizia Giacobbe, Tullia Giacobbe, Valerio Giacobbe, Giuseppe Giacobbe, Mara Giacoletto, Gloria Gibellini, Giuseppe Gianfrante, Enzo Giannone, Antonio Ginetti, Stella Giordana, Buono Giorno, Tommaso Giorno, Lorenza Giorgi, Massimo Giovara, Mauro Gobbo, Alessandra Golle, Cristoforo Gorno, Anna Rosa Gosio, Anna Laura Grandis, Fabio Granata, Elvira Gravina, Silvia Grasso, Gianclaudio Greco, Lia Grignani, Maria Antonietta Guadagnino, Gianna Maria Guelpa, Valentina Guerriero, Rocco Guerriero. Anna Elisabetta Iannelli, Aniello Iaccarino, Salvatore Dario Impellizzeri, Daniela Isoardi, Stefano Isola, Francesca Izzo. Salvatore Labruna, Laura Lai, Andrea Lebra, Elisabetta Lenta, Giuseppe Lesca, Enrica Lisciani Petrini, Elisabetta Lisa, Danilo Lillia, Anna Li Veli, Stefania Lombardo, Carmela Lombardo, Laura Lombardi, Maria Rosa Loreto, Agnese Lorenzini, Aldo Lotta, Andrea Lotta, Corrado Lotta, Rosaria Lotta, Camilla Lucamarini, Thomas Lussi. Stefano Macaluso, Simona Mana, Franco Manina, Luigi Manconi, Sandro Mancini, Mariasole Mainenti, Rina Mallus, Antonio Marchina, Marianna Marcovei, Francesca Marinaro, Colette Mariani, Mari Mariani, Eva Mariani, Giuseppe Marino, Federico Mariotti, Maria Rosa Giovanna Masoero, Maria Regina Mascia, Manuela Massa, Franca Massa, Viola Mazzoleni, Annika Mazzucco, Lorenzo Mazzotti, Silvia Mazzuca, Gerardo Mele, Rosa Alba Meloni, Nicola Melis, Angela Meroni, Mariarita Mercurio, Graziella Miccoli, Maria Migliorati, Cristina Minolfi, Maurizio Momo, Sebastiano Molineri, Antonello Murgia, Nicoletta Murdaca, Tiziana Mulas, Anna Musini. 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Duomo di Milano sta completando l’ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

Il Duomo di Milano sta completando l'ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

In questi anni in Duomo è stata approntata una vera e propria opera ingegneristica «che ha richiamato tanti colleghi da tutta Europa, venuti a vederla anche più volte»: il ponteggio sopraelevato per il restauro del tiburio. Lo racconta soddisfatto Francesco Canali, l’ingegnere che dal 2014 dirige i cantieri della Veneranda Fabbrica della cattedrale milanese. All’interno mostra il ponteggio collocato a circa 60 metri sopra l’altare maggiore: si sviluppa per 18 metri da un lato all’altro, ed è composto nella sua interezza da circa otto chilometri di tubi d’acciaio. Chi entra oggi nella basilica può farsi un’idea alzando lo sguardo, avvicinandosi alla crociera: l’altezza e la dimensione del ponteggio sono veramente impressionanti.

In autunno, dopo nove anni di lavori, tornerà finalmente visibile al pubblico il tiburio, ovvero la struttura ottagonale che circonda la cupola, sotto alla guglia della Madonnina. È una delle parti più scenografiche del monumento, opera degli architetti Giovanni Antonio Amadeo e Gian Giacomo Dolcebuono alla fine del 1400 (alcuni anni prima Leonardo da Vinci aveva presentato un suo progetto, che però pare non fosse piaciuto). I lavori esterni sono da poco conclusi; per settembre saranno terminati anche quelli all’interno, assicura Canali.
Si tratta di uno degli interventi più impegnativi nella storia recente della cattedrale, che ha visto un investimento complessivo di 20 milioni di euro. Basti pensare che per consentire le celebrazioni eucaristiche, evitando di coprire l’altare maggiore con il ponteggio, è stata predisposta questa struttura aerea con una grande rete quadrata a coprire il grande “buco” in alto, al centro della cattedrale. «Ci siamo subito posti il problema di cosa fare questo spazio – spiega l’ingegnere –. Situato all’incrocio tra navate e transetto, sulla pianta è un quadrato sul quale insiste una cupola semisferica, ogivale, con otto spicchi o cuspidi che aiutano a sostenere la volta. Abbiamo colto l’occasione dei restauri per approfondire le fasi costruttive con questo ponteggio molto elaborato, e per investire sulle dotazioni di cantiere».
Nel complesso, il cantiere che ha interessato guglia e tiburio è durato oltre 18 anni (i lavori sono iniziati nel 2008), ma la fase in cui la cupola è stata rivestita dal ponteggio è durata otto anni, durante la quale vi hanno lavorato centinaia tra dipendenti della Fabbrica e restauratori in oltre 15mila giornate di lavoro, per una media di 250 giornate all’anno. Un periodo lungo, che ha compreso anche due anni di stop dovuti alla pandemia, esplosa proprio quando i lavori all’interno erano nel pieno svolgimento.
«Abbiamo fatto scuola? Sì, però va detto che la Veneranda Fabbrica ha una fortuna, come tutte le fabbricerie delle cattedrali italiane: di doversi dedicare alla cura del monumento, quindi cercando soluzioni non convenzionali, anche costose, ma che vanno nella direzione di una maggiore efficienza del cantiere, oltre al rispetto del luogo sacro – ribadisce Canali –. Un obbligo, insomma». E questa parte, prosegue, aveva bisogno di un restauro approfondito che, «in assenza di una struttura efficiente, non avremmo potuto realizzare». Da qui l’idea del ponteggio sopraelevato. L’ultimo restauro in Duomo risale alla fine degli anni ’60: proprio per motivi tecnici non si era potuto fare tutto quello che si sta realizzando ora. Sono stati restaurati i quattro arconi decorati da una sessantina di statue raffiguranti santi (quindici per lato), rimuovendo le incrostazioni sulle superfici, ovvero la sporcizia creata dallo smog e dal fumo delle candele che hanno contribuito al degrado naturale del marmo di Candoglia: un materiale, com’è noto, molto delicato. E per fine anno si spera di rimuovere il telone, anche se una data precisa ancora non c’è. È stato quasi un gioco da trapezisti lavorare così, scherza Canali, indicando anche la gigantesca impalcatura a forma di croce poco sopra la rete, che si appoggia – o meglio si aggancia – al ponteggio esterno.
Resta ora da vedere se il camminamento esterno attorno al tiburio, proprio sotto alla guglia maggiore con la Madonnina, verrà aggiunto al percorso di visita delle terrazze. In fondo era già percorribile negli anni ‘60, prima del penultimo restauro. Ci vorrebbe altro personale di custodia, fanno sapere dalla Veneranda Fabbrica; ma il nuovo colpo d’occhio dall’alto, dai transetti e dall’abside, aggiungerebbe ulteriore fascino ad un panorama sulla città praticamente unico.

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Avvenire

Liturgia 16 Agosto 2026 XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
O Dio, nostra difesa,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nel tuo tempio
è più che mille altrove. (Cf. Sal 83,10-11)
Colletta
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che nell’obbedienza del tuo Figlio
hai abbattuto l’inimicizia tra le creature
e degli uomini hai fatto un popolo solo,
rivestici degli stessi sentimenti di Cristo,
affinché diventiamo eco delle sue parole
e riflesso della sua pace.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 56,1.6-7
Condurrò gli stranieri sul mio monte santo.
Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:
«Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché la mia salvezza sta per venire,
la mia giustizia sta per rivelarsi.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saranno graditi sul mio altare,
perché la mia casa si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 66
Popoli tutti, lodate il Signore.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.
Seconda lettura
Rm 11,13-15.29-32
I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili per Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 4,23

Alleluia, alleluia.
Gesù annunciava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 15,21-28
Donna, grande è la tua fede!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Dio, nostro Padre, ha cura di tutti i suoi figli. Confidando nella sua benevolenza, eleviamo a lui la nostra preghiera di intercessione.
Preghiamo insieme e diciamo: Esaudisci, Signore, la nostra preghiera.

1. Per la santa Chiesa: professando coraggiosamente la sua fede in Cristo, comunichi a tutti gli uomini la beata speranza che la sostiene. Preghiamo.
2. Per il papa, i vescovi e i presbiteri: il Signore li conforti nelle fatiche apostoliche e conceda loro la gioia di vedere il gregge dei fedeli riunito in un unico ovile. Preghiamo.
3. Per i popoli provati dalla guerra: possano presto ottenere un futuro di giustizia e di pace, ed essere orientati a un vero sviluppo. Preghiamo.
4. Per coloro che si consacrano al servizio degli emarginati e degli esclusi: come il Samaritano del Vangelo, siano premurosi nella dedizione al prossimo. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la partecipazione a questa santa Eucaristia ci renda capaci di rinunciare a noi stessi per seguire Cristo, mettendo la nostra vita a servizio del suo regno. Preghiamo.

O Padre, il nostro cuore esulta per le tue benedizioni; alla sovrabbondanza dei tuoi doni corrisponda la nostra piena adesione. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli, o Signore, i nostri doni
nei quali si compie il mirabile scambio
tra la nostra povertà e la tua grandezza,
perché, offrendoti il pane e il vino che ci hai dato,
possiamo ricevere te stesso.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione. (Sal 129,7)

Oppure (Anno A):
Dice Gesù: «Donna, grande è la tua fede!
Avvenga per te come desideri». (Mt 15,28)
Preghiera dopo la comunione
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Leone XIV, il Papa impolitico più politico di tutti

 

I Pastori precedenti hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: dall’appoggio del Vaticano al regime fascista, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo. Oppure, più di recente, Giovanni Paolo II al balcone assieme ad Augusto Pinochet? Da lui, invece, la denuncia continua dei “potenti della terra”

Papa Leone XIV è il più politico dei Papi degli ultimi decenni proprio perché è “impolitico”.

Ogni pontefice, anche e soprattutto dopo aver perso il potere temporale su Roma – nel 1871 – è stato “politico”, in modi e forme diverse, cioè si è sempre posto come attore decisore nelle questioni internazionali e anche in quelle interne dei singoli Stati nazionali, a cominciare da quello italiano.

Nessuno, o pochi, come l’attuale, tuttavia, hanno colto, con nettezza filosofica radicale, il carattere più essenziale della politica, cioè la sua natura peccaminosa, quando non esplicitamente demoniaca – in senso ovviamente metaforico.

I Pastori precedenti, costretti dalla storia a prendere le parti di uno dei poteri secolari contro l’altro, hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: vogliamo ricordare l’appoggio del Vaticano al regime fascista, senza il quale Benito Mussolini non avrebbe mai retto, il sostegno alla guerra di Spagna, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo? Oppure, più di recente, vogliamo ricordare Giovanni Paolo II al balcone assieme all’assassinio seriale Augusto Pinochet?

Papa Leone invece, lo ripete a ogni momento: il potere è male, anche se può essere utilizzato a fin di bene, la sua natura corruttiva è profondamente radicata nella sua natura e funzione. Ancora da ultimo, ad Assisi qualche giorno fa, quando ha denunciato la vocazione dei “potenti della terra” a creare “nemici immaginari”, cioè inesistenti, solo per esercitare in maniera ancor più netta il loro potere e per sovrastare gli altri.

Sembra il ritratto di Donald Trump o di Vladimir Putin o di Benjamin Netanyahu ma la lista sarebbe assai lunga, a cominciare dal governo nazionalista di Roma, che quanto a nemici immaginari, ne costruisce a proprio uso e consumo almeno uno al giorno.

Si ritrova, in questa lucida enunciazione della natura satanica del potere, e di quello politico in particolare, la matrice agostiniana dell’attuale pontefice: proprio Agostino da Ippona, che fu anche uno dei grandi filosofi della politica, istituì la teoria delle due Città, quella terrestre e quella divina: la seconda abitata anche dal male perché il potere politico finisce inevitabilmente per macchiarvisi.

Da qui, in Leone XIV, l’insistenza sul cristianesimo come alternativo al potere, a ogni forma di potere, a cominciare da quello politico: non sono un vaticanista o uno storico della Chiesa, ma mi pare che pochi dei suoi predecessori abbiano, come invece Leone, insistito così tanto nell’usare questa parola, appunto quello di potere, e nel riflettervi.

E, rifacendosi al Pontefice, l’arcivescovo emerito di Tangeri, Santiago Agrelo Martinez, ha scritto sulla’”Avvenire”, all’indomani di Ceuta, parole che non ho letto su nessun altro quotidiano: “sul cammino dell’umanità, la differenza tra chi è salvato e chi è perduto è stabilito da ciascuno dei nostri rapporti con il potere …Quest’ultimo si opporrà sempre a Cristo, cercherà di uccidere e di rinchiuderlo nella tomba … Il mondo del potere è in perenne contrasto con il Vangelo”.

Se non fosse un po’ irriverente, si tratta di tesi che, nella storia del pensiero politico occidentale, sono state espresse con tale chiarezza solo dall’anarchismo. Che, tra anarchismo e cristianesimo tuttavia ci sia più di una parentela, non lo diciamo noi, ma grandi scrittori e pensatori cattolici, da Georges Bernanos a Emmanuel Mounier a Jacques Ellul.

Più che anarchico, però, l’attuale Papa è politico perché impolitico. Che cosa vuol dire? Diversi anni fa, il filosofo italiano Roberto Esposito coniò questo concetto – o meglio, gli diede valenza filosofica: l’impolitico, scrive Esposito nella seconda edizione delle Categoria dell’impolitico (Il Mulino, 1999), “non nega la politica come conflitto, la considera l’unica realtà e tutta la realtà. Aggiungendo, tuttavia, che essa è solo la realtà”. Una realtà finita, con dei limiti precisi, e invalicabili. “Di ciò – della propria finitezza costituiva – la politica non sempre è consapevole”. Anzi, essa “è costitutivamente portata a dimenticarla. L’impolitico non fa che ricordargliela. La riporta, cioè, nel cuore stesso del politico”. Il quale, “per produrre una qualsiasi politica…dovrebbe distaccarsene e riconoscersi in un’alterità rispetto a ciò che invece presuppone come l’unica dimensione . Da questo angolo di visuale … si può bene dire che l’impolitico coincida con la politica”.

Proprio come Leone che, nel suo essere impolitico – cioè nel riflettere sul lato demoniaco del potere – finisce per essere il più politico di tutti. Tanto che, se Esposito volesse proporre una nuova edizione nell’antologia dei filosofi impolitici da lui curata a suo tempo (Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, Bruno Mondadori, 1996), in cui svettavano pensatori cristiani come Karl Barth e Jan Patočka, e pensatrici cristiane come Simone Weil, forse la massima filosofa dell’impolitico, probabilmente oggi Esposito dovrebbe inserire anche Leone XIV.

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