Il coraggio di essere anziani

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di: Angelo Brusco – Settimana News

Nel programma di una settimana di formazione organizzata dai dehoniani, dal titolo Il Vangelo della speranza – Il coraggio di essere anziani, è intervenuto Angelo Brusco, religioso camilliano, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona. Docente emerito di psicologia pastorale, insegna counseling pastorale presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona.
In uno dei suoi scritti autobiografici, il card. Martini riporta un proverbio indiano, in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui s’impara, il secondo è quello in cui s’insegna o si aiutano gli altri, il terzo è quello della riflessione sulle esperienze vissute nei due stadi precedenti e il quarto, infine, è quello in cui si apprende a mendicare, cioè a dipendere.

Quando mi concedo un po’ di tempo per riflettere su queste quattro tappe della vita, mi rendo conto che l’attenzione passa da una all’altra per poi soffermarsi con più intensità su una di esse.

Ho avuto modo di planare più volte sul paesaggio della mia giovinezza, l’età in cui ho imparato dagli insegnamenti ricevuti dalle persone e soprattutto dalle più svariate esperienze; e mi sono impegnato a chiarire e a personalizzare il senso della mia esistenza, quello che i giapponesi chiamano l’Ikigai, il motore della vita.

Come dimenticare la fatica di quegli anni, la nebbia sollevata dai numerosi interrogativi che non trovavano facili risposte, gli entusiasmi e le delusioni, la gioia delle piccole e grandi conquiste che hanno contribuito a plasmare la personalità?

Anche il secondo stadio, quello dell’insegnare e dell’aiutare assorbe spesso la mia attenzione. Tale stadio non è ancora completamente terminato, perché numerose rimangono le attività che mi domandano energia e stimolano la mia creatività. Ma già da un po’ di tempo mi sento avviato verso il terzo stadio, durante il quale, come avverte il proverbio indiano, si va nel bosco, simbolo del silenzio, della riflessione, del ripensamento.

Non mi mancano, infine, occasioni di riflettere sul quarto stadio, quello della mendicità e della dipendenza. Ogni volta che entro nella RSA gestita dal mio istituto, incontro persone in cui sono evidenti le conseguenze dell’età avanzata e della malattia.

In quei momenti non posso sottrarmi all’influsso di una varietà di pensieri e di sentimenti che fanno emergere le parole rivolte da Gesù a Pietro: «Quando eri più giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti» (Gv 21,18). Ebbene, in quei momenti risuona forte l’invito che il Cristo rivolge all’apostolo: «Tu seguimi».

Il sì alla vita e alla propria vocazione deve permanere in ogni fase dell’esistenza, anche in quella in cui si fa esperienza di progressive diminuzioni a livello fisico, cognitivo e relazionale. Nell’invito di Gesù a seguirlo, è presente la spinta a continuare a camminare, tenendo presente il monito di Confucio: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi». E, soprattutto, a vivere con la consapevolezza che Dio tiene unite tutte le esperienze della nostra vita, raccogliendole in un disegno purificato e abbellito dal suo amore.

Come l’aquila
Dopo questa introduzione, da intendersi come un rapido flash sulle stagioni della vita, mi soffermo sul terzo stadio dell’esistenza, quello della riflessione. Tale riflessione la considero come una condizione necessaria per il rinnovamento indicato dalle parole della Scrittura: «Renovabitur ut aquilae juventus tua» (Sal 103). Nella tradizione dei bestiari medievali, l’aquila si rinnova volando alto verso il sole per bruciare le vecchie penne e si tuffa poi in una fonte d’acqua pura per rigenerarsi. L’età anziana per un religioso non è il tempo del “disimpegno” o del declino, ma una vera e propria chiamata a una nuova fecondità. La giovinezza interiore non dipende dalle forze fisiche, ma dalla capacità di lasciarsi rinnovare dallo Spirito.

Il rinnovamento della giovinezza è frutto di diversi fattori, quali l’aiuto del Signore e dei confratelli, delle risorse sanitarie…, ma anche e soprattutto dell’impegno personale.

Passi da compiere per prepararsi all’età anziana e viverla creativamente
Secondo lo psicologo E. Erikson, nel suo cammino di crescita l’individuo passa attraverso una serie di otto stadi o fasi successivi.

Infanzia (1 anno) sfiducia vs fiducia. Frutto: speranza
Prima fanciullezza (2-3 anni) autonomia vs dubbio. Frutto: volontà
Età del gioco (3-5 anni) iniziativa vs senso di colpa. Frutto: finalità
Età scolare (6-11 anni) industriosità vs inferiorità. Frutto: competenza
Adolescenza (12-17 anni) identità vs confusione di identità. Frutto: fedeltà
Età giovanile (18-25 anni) amore vs isolamento. Frutto: intimità.
Età adulta (25-64 anni) cura vs stagnazione. Frutto: generatività
Età senile (65- anni) integrità-senso di compimento vs disperazione. Frutto: saggezza.
Il passaggio da uno stadio all’altro è caratterizzato da una crisi. Sappiamo che la crisi è un rischio e un’opportunità. Se le condizioni sono favorevoli, l’individuo supera positivamente la crisi e conquista un modo di essere e di situarsi nei confronti della realtà in un modo più maturo e soddisfacente; se, invece, le condizioni non sono propizie, il processo di crescita viene frenato o seriamente compromesso, lasciando tratti d’immaturità più o meno gravi che influiranno sull’avvenire della persona.

L’ultima di queste fasi è il risultato del passaggio dall’età adulta all’età anziana, ed è caratterizzata o da un senso di compimento o da un sentimento di disperazione. In altre parole, come afferma H. Nouwen, nel suo breve ma significativo volume La ruota del carro – Come dar vita agli anni (Queriniana, Brescia, 1996), l’invecchiare come può portare sia verso l’oscurità oppure verso la luce.

È una fase in cui la persona, se è maturata serenamente, raccoglie con gioia i propri frutti e ne può ancora produrre, offre la ricchezza del proprio buon senso agli altri, guarda verso il passato senza rimpianti e nostalgia. Un esempio biblico del senso di compimento ci è offerto dalla figura del profeta Simeone di cui ci parla il Vangelo di Luca.

Diversa è l’esperienza delle persone anziane che non si sono realizzate. Esse possono essere vittime di un insieme di sentimenti contenuti nel termine disperazione.

La disperazione emerge quando l’individuo ha il sentimento di non aver vissuto, acuito dalla consapevolezza che il tempo è breve, troppo breve per ricominciare un’altra vita e per battere altre strade verso l’integrità.

La disperazione, spesso, si nasconde dietro un senso di disgusto, che prende la forma di mille piccole manifestazioni visibili in tutto il comportamento dell’anziano, rendendolo acido, aggressivo, isolato, incapace di dipendenza e di cooperazione, la rinuncia a crescere, una certa stagnazione psicologica e spirituale, una vena scettica e pessimistica di fronte a quanto viene proposto per instaurare nuovi progetti, la chiusura nel proprio piccolo mondo, l’accresciuta attenzione a interessi superficiali…

I sentimenti che accompagnano queste situazioni sono vari: malinconie, senso di solitudine, nostalgie, scontentezza, intolleranza, risentimenti, rigidità… In questi casi, si ha l’impressione che la persona abbia perso la fiducia nella possibilità di rispondere con rinnovate forze e ardore alle sfide della vita.

Fattori che ostacolano il passaggio consapevole e responsabile all’età anziana
Perché è così difficile prepararsi all’età anziana e viverla costruttivamente, sia nella società come pure nell’ambito della vita consacrata?

Uno dei motivi già ricordato è costituito dalla qualità della vita trascorsa. Un altro è da identificare nel fatto che la vecchiaia tende ad essere occultata. Innanzitutto a livello individuale. La vecchiaia non viene nascosta solo ai nostri occhi, ma molto di più ai nostri sentimenti. Nel più profondo di noi stessi continuiamo a vivere con l’illusione che resteremo sempre uguali.

E, poi, a livello culturale. Secondo gli studiosi, la rivoluzione demografica ancora oggi è relativamente ignorata o comunque sottaciuta: si potrebbe definirla come una rivoluzione silenziosa, nonostante i suoi effetti siano percepiti da ogni persona, da ogni famiglia, da ogni città o nazione nel mondo.

Viviamo in una cultura gerontofobica che, per indicare gli anziani, usa stereotipi negativi, per cui non vale la pena pensare all’età anziana in tempi ostili a questa fase della vita. I religiosi/e non sono completamente esenti da questa mentalità, anche se si rendono conto del diminuire degli effettivi e l’elevarsi della loro età media.

Tutto questo impedisce di considerare l’invecchiamento come una tappa della vita, che va amata e presa in considerazione come le altre.

Nell’immaginario sociale la persona anziana è una persona che non è più nella tensione del vivere, dimenticando che si cresce fino al momento della morte che è, anch’essa, un’ulteriore crescita. L’anziano può essere visto come un sopravvissuto la cui cultura è ormai quella di un tempo superato. Ma questo stereotipo sociale, che vede l’anziano portatore di “idee antiquate” e il giovane portatore di “idee nuove”.

Accettare di essere entrati nella stagione dell’anzianità
«Buongiorno, sorella vecchiaia! Oh! Ti ho vista venire da lontano e non ti ho teso la mano… A lungo ti ho guardata male… Mi sembravi brutta, triste, come sempre in lutto, trascinandoti dietro un sacco di miserie, di giorni amari, di solitudine, di decrepitezza. No, non volevo vederti avvicinare! Eppure eccoti così vicina da toccarmi. Bisogna dunque che mi abitui alla tua compagnia, dato che ormai non mi lasci più. Addio giovinezza! E per sempre! Al contrario, tu prenderai sempre più posto nella mia vita, ed è per questo che, convertendo il mio cuore, ti chiamo in tutta sincerità: “sorella mia”».

Acquisire una conoscenza realistica della vecchiaia
La letteratura umanistica, religiosa e pastorale sulla vecchiaia tende a mettere in luce soprattutto gli aspetti positivi di questa stagione della vita, spesso idealizzandola, lasciandone in ombra gli effetti devastanti sul corpo, sulla psiche e anche sullo spirito della persona.

Rendersi conto della diversità degli anziani. Infatti, vi è l’invecchiamento associato a malattia, quello che riguarda ancor oggi la maggior parte delle persone in età anziana; l’invecchiamento usuale o comune, che mostra i tipici segni non patologici dell’invecchiamento e che è comunque esente dalle maggiori patologie associate all’età; il successful aging, l’invecchiamento in perfetta forma, ben riuscito che riguarda una ristretta minoranza di persone.

Ne deriva che l’età anziana va vista da diversi punti di osservazione; non è solo un fenomeno biologico e sociale, ma anche un fatto personale. Ciò significa che il modo con cui una persona vive la propria vecchiaia dipende dalla sua storia passata, dalle esperienze da lei vissute, dai compiti che ancora svolge, dalla maniera con cui si è preparato a invecchiare.

C’è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la norma.

C’è un secondo modo, il più comune, di invecchiare, che consiste nel subire l’invecchiamento. Molti anziani non riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall’handicap o dalla diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza. Sentono come una minaccia terribile l’idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai trovato il tempo per sé stessi, per riflettere, per riposare in pace.

Ora sono obbligati a passare dal lavoro turbinoso all’inattività forzata e non riescono ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione. I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l’inattività è combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a piccole cose che funzionano da droga o da evasione; diventano duri, acidi, ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.

C’è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta – se possibile – di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non vogliono credere all’invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il loro decadere ricorrendo a trucchi che nascondano la loro età.

Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non si direbbe che lei ha ottant’anni! Come li porta bene! Non li dimostra proprio!». Ci credono e, per un po’, sono su di giri, ma quando poi rimettono i piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più dolorose e profonde. Sono persone che – senza volerlo – si coprono di ridicolo.

Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende di ignorare o di rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.

Infine, non bisogna dimenticare il contesto in cui uno trascorre la sua vecchiaia. Qualche tempo fa, durante le mie letture mi sono imbattuto nel lamento di un religioso:

«Mi accade di sentirmi inutile per molteplici ragioni. Non potendo più lavorare o non esercitando più l’attività pastorale da anni, ho la sensazione di non essere più produttivo. Ospedalizzato per settimane e mesi, in situazione di sempre maggiore dipendenza, mi sento di peso per la mia comunità e la mia famiglia. “Costo caro – mi capita di dire –, do tante preoccupazioni ai miei confratelli”. Paralizzato dai miei handicap e dalla mia perdita di autonomia, non posso più come prima rendere alla mia comunità e alla gente quei servizi che mi gratificavano. Mi sento buono a niente. Infine, quello che trovo particolarmente duro è vedere i miei parenti e anche i miei confratelli allontanarsi da me, non osare più avvicinarmi né abbracciarmi a causa del mio stato di deperimento fisico, del mio dimagrimento, dell’odore che posso emanare: mi sento come di troppo in mezzo ai miei! Per favore, ascoltate e comprendete la mia sofferenza, e aiutatemi a sentirmi utile fino alla mia morte.

Tutto quello che posso ancora fare e realizzare, valorizzatelo. Ascoltatemi raccontarvi quello che, per me, ha avuto importanza nella mia vita: il mio lavoro, la mia famiglia, la mia comunità, i fatti che hanno segnato la mia esistenza, le mie passioni e i miei interessi. Ditemi, se è il caso, che il mio modo di reagire, il mio coraggio, la mia serenità di fronte alla morte vi fanno bene e vi riconfortano. Così, lungi dal disperare, la mia vita conserverà un senso fino al suo termine perché mi sento utile ad altri esseri umani, non solo per quello che faccio, ma per quello che sono».
«Imparare a contare i propri giorni» e prendere coscienza di quanto avviene in noi con il trascorrere del tempo
Questa espressione del salmo 89 è un invito a prendere coscienza della fragilità della nostra vita e della necessità di utilizzare il tempo che ci è dato per realizzare nell’autenticità il nostro progetto esistenziale. Abituarsi a prendere coscienza di quanto avviene nel proprio essere a livello di tutte le dimensioni, cercando di comprenderne il senso, è un passo importante da compiere.

Il nostro organismo ci invia messaggi che, ben interpretati, ci aiutano a comprendere cosa sta avvenendo in noi sul piano fisico, emotivo e spirituale. Spesso siamo attenti solo agli appelli che ci vengono dall’io superficiale, trascurando quelli dell’io più profondo. È, infatti, più facile prestare attenzione a ciò che ci gratifica, tenendo a distanza quanto ci confronta.

Senza la capacità e il coraggio di guardarci dentro con serena onestà, è impossibile pretendere di cambiare e di crescere. Non è forse la verità che ci fa liberi, rendendoci capaci di prendere la responsabilità dei nostri comportamenti?

Questo processo di autoconsapevolezza e di comprensione dev’essere non solo di tipo psicologico, ma anche spirituale. In tutta la letteratura spirituale si trova il richiamo alla conoscenza di sé, quale condizione per un autentico rapporto con il Signore e con il prossimo.

Il cammino della consapevolezza e della comprensione porta inevitabilmente a prendere contatto con parti di noi stessi che non sono piacevoli, con aspetti della nostra condizione umana difficili da accettare. Scoprirci fragili, vedere sfiorire la giovinezza, sperimentarsi vulnerabili, presentire la possibilità del venir meno del nostro essere, essere confrontati con le nostre debolezze, assistere a cambiamenti di prospettive, avvertire la coscienza dell’irripetibilità di molte occasioni e opportunità… sono tutte esperienze che si fanno sentire con acutezza.

L’età anziana è spesso il momento in cui appaiono gli infelici risultati delle inconsistenze a livello intrapersonale, interpersonale e spirituale. Se prima si potevano controllare abbastanza agevolmente gli elementi non integrati della personalità, puntando sull’entusiasmo dei primi tempi, sul lavoro, sui progetti, sull’appoggio dell’ambiente, con il passare degli anni non è più possibile ignorare gli aggiustamenti inadeguati nei settori della vita affettivo-sessuale, delle relazioni interpersonali, del rapporto con il Signore.

L’integrazione dei lati negativi della propria persona, prima rimossi, è quindi un impegno che consente all’anziano di utilizzare tutte le proprie risorse, liberandosi delle maschere che gli impedivano di essere sé stesso nella relazione con il prossimo e con il Signore.

Quanto ho appena presentato è un insieme di sintomi che, nella realtà, non si presentano insieme, bensì spesso isolatamente, tendendo a raggrupparsi in forme svariatissime in rapporto allo stile di personalità, alle esperienze vissute dall’individuo e alle misure che egli ha adottato per favorire la propria crescita.

Aprirsi ad aspetti e valori nuovi
Nel momento stesso in cui espone alla presa di coscienza dei limiti, l’anzianità apre anche alla possibilità di entrare in contatto con aspetti nuovi di sé stessi e di acquisire valori prima ignorati o trascurati. Risulta, quindi, di grande importanza mantenere lo spirito vigile per cogliere lati inediti della realtà personale in tutte le sue dimensioni.

Se, ad esempio, il venir meno della fedeltà del corpo può ingenerare sentimenti depressivi, esso è anche occasione per apprendere modi nuovi di situarsi di fronte alla propria corporeità, modi che esprimano il profondo rispetto per questa dimensione essenziale della persona, riconoscendone allo stesso tempo la relatività.

Dopo la preferenza data al fare, tipica della prima parte della vita, il richiamo del valore dell’essere si fa sempre più forte; se colto e integrato adeguatamente, esso può imprimere un volto nuovo alla vita. Infatti, non è principalmente attraverso la performance che noi diamo testimonianza di un’esistenza vissuta in pienezza, bensì attraverso la qualità di una vita vissuta fedelmente e profondamente.

Alla tendenza ad essere attivi, controllando e dominando le cose, subentra la presa di coscienza dell’importanza della ricettività: la crescita è dono da ricevere prima che frutto delle nostre iniziative.

Può essere di grande aiuto il far seguire all’eventuale dominio dell’animus, una maggiore attenzione all’anima, la dimensione femminile presente in noi maschi.

Purificare le motivazioni del proprio agire
È, questo, uno dei passi più importanti da compiere nell’età anziana. Il processo di maturazione, la molteplicità delle esperienze, l’attenzione alle reazioni degli altri mettono l’individuo in grado di identificare con maggior precisione la qualità delle motivazioni che sono state all’origine delle proprie scelte in tutti i settori.

Basare la stima di sé su valori solidi e duraturi
La domanda: «chi sono?» si presenta spesso all’individuo durante tutta la vita. Se, nel rispondere a tale interrogativo, la persona fa leva solo o prevalentemente su realtà caratterizzate da transitorietà, come l’apparenza fisica – secondo i criteri imperanti nella nostra società –, o la ricchezza, i successi esteriori, i ruoli di prestigio, quando il trascorrere del tempo farà sfiorire o tramontare tali realtà, non troverà sostegni su cui appoggiare la propria autostima.

Come dimenticare la parabola evangelica: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,24-27).

Riconciliarsi con il passato
Invecchiare bene significa guardare indietro alla propria storia – compresi i dolori e i fallimenti – e accoglierla con gratitudine e perdono. Riconciliarsi con il passato significa accettarlo con i suoi successi e sconfitte, accontentandosi del percorso compiuto. Com’è facile ad una certa età dirsi: «Avrei potuto fare questo o quello…»; «sarebbe stato meglio se…», «se mi fosse concesso di…». Il desiderio di rifare la propria vita emerge facilmente nello spirito delle persone anziane. Se è certo che il passato non può essere rifatto, rimane però la possibilità di assumerlo e redimerlo.

Il trascorrere degli anni ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di realizzare numerosi progetti accarezzati nel passato; non è più possibile tornare indietro. Del resto, già il passare da una casa e da un’attività all’altra ci confronta con la provvisorietà, portandoci a relativizzare ogni progetto.

I grandi cambiamenti avvenuti nella società, nella Chiesa e negli istituti religiosi suscitano spesso risentimenti e rabbia in quanti si rendono conto di essere stati nel passato deprivati di opportunità riguardanti la loro vita intellettuale, emotiva e affettiva (specializzazione, studi, amicizie, tempo libero…).

Nella prospettiva cristiana, ogni storia, sia personale sia collettiva, è storia sacra. In essa può essere identificato il filo d’oro dell’amore di Dio che lega insieme gli avvenimenti in un modo che spesso sfugge alla nostra considerazione. Tale filo d’oro si rende visibile nella misura in cui la persona si apre a Dio, ricco di tenerezza e compassione, attraverso la preghiera e i sacramenti.

Si possono così guarire ferite non ancora rimarginate, superare sensi di colpevolezza ancora irrisolti, ristabilire relazioni rimaste infrante o congelate durante numerosi anni, accettare di aver realizzato incompletamente la propria esistenza. Per chi crede, il ripercorrere la propria vita può trasformarsi in preghiera di ringraziamento e in un atteggiamento di adesione alla volontà del Signore. «Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. Ed ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza a tutte le generazioni le tue meraviglie» (Sal 71,17-18).

Apprendere a vivere i distacchi e le separazioni
L’esperienza del lutto, inteso come ferita causata dalla perdita di esseri significativi: persone, animali, oggetti, esperienze… accompagna l’individuo durante tutto il suo percorso esistenziale. Nell’età anziana, però, essa assume un’intensità maggiore. Basti pensare alle numerose modificazioni fisiche e psicologiche, alla scomparsa di persone care, al pensionamento, al passaggio dal domicilio-comunità all’istituzione socio-sanataria, alla perdita della salute…

Non è possibile all’anziano far fronte positivamente a queste piccole morti se non si è educato ad elaborare il lutto, cioè a disinvestire la propria energia affettiva da persone e da cose per reinvestirla in altre.

L’incapacità di affrontare il lutto spiega, anche se solo parzialmente, la resistenza di tanti anziani a lasciare posti di responsabilità o attività non più consone alla loro età. L’evangelico «è necessario che egli cresca e che io diminuisca» parla di una situazione di lutto che, se vissuta bene, rende più facile il rapporto tra generazioni.

Imparare a vivere positivamente la solitudine
Proprio perché è iscritta nella logica dell’esistenza umana, la solitudine fa la propria comparsa in tutte le stagioni della vita. C’è la solitudine del bambino, dell’adolescente, dell’adulto e dell’anziano. Proprio per i distacchi e le separazioni che caratterizzano la vecchiaia, l’anziano può essere più facilmente esposto allo stare solo.

In tante situazioni la solitudine può trasformarsi in isolamento. Una persona non può pretendere di affrontare la solitudine da anziano se non si è abituato prima a viverla creativamente, soprattutto apprendendo a stare bene con sé stessa. Come afferma Nietzsche, «è il cattivo amore verso te stesso che rende la tua solitudine una prigione». La solitudine dolorosa si trasforma in uno spazio sacro di silenzio e contemplazione, dove incontrare sé stessi e Dio.

Accettare di essere dipendenti
Il progressivo deperimento dell’energie fisiche (e a volte psichiche) genera il bisogno di essere aiutati dagli altri. La capacità di accettare positivamente di essere dipendenti, cioè di ricevere aiuto, soprattutto in quelle aree nelle quali si è fieramente autonomi – come il mangiare, il vestirsi, il gestire l’igiene personale… – può essere praticata nell’età anziana solo se è stata appresa e esercitata nelle precedenti stagioni della vita

È il tempo in cui si impara ad affidarci.

Insulti, minacce, aggressioni: quando a scuola i bulli diventano i genitori

Insulti, minacce, aggressioni: quando a scuola i bulli diventano i genitori

Avvenire

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole.
Un genitore – riferiscono, per esempio, i sindacati – ha aggredito un insegnante dopo una nota al figlio, un altro ha colpito un dirigente perché contestava una sospensione. Questi «sono casi rari – dice Ivana Barbacci, segretaria della Cisl Scuola – che però registriamo con maggiore frequenza rispetto al passato». «La scuola italiana non è una guerra tra insegnanti e genitori – le fa eco Silvia Messori, rappresentante di Flc Cgil – ma gli episodi più gravi mostrano che a volte il legittimo diritto della famiglia a confrontarsi con la scuola diventa intimidazione e violenza. Non possiamo dire con certezza che le aggressioni siano aumentate perché non abbiamo numeri ufficiali ma sappiamo che la relazione tra scuola e famiglie è sempre più difficile e il personale più esposto». In effetti fare un conto esatto delle aggressioni, più o meno piccole, è complicato. Il ministero dell’Istruzione e del Merito in qualche modo tiene traccia del fenomeno ma ad oggi non ha reso consultabili i dati. Sul territorio però i sindacati raccolgono in modo informale contestazioni per i voti e le note disciplinari, proteste rispetto alle decisioni prese dai consigli di classe o dai dirigenti, comunicazioni insistenti o aggressive, minacce di ricorso o denuncia per mettere pressione agli insegnanti e post sui social per denigrare gli insegnanti, ma in alcuni casi anche gomme bucate e danni alle automobili dei docenti. «Una delle minacce che incontriamo con più frequenza – aggiunge Barbacci – è quella di ritirare il figlio: “Se vi comportate così, mio figlio lo tolgo da questa scuola e lo trasferisco”». Anche quando un insegnante non corrisponde alle aspettative della famiglia può essere messo pubblicamente in discussione. «Questo – racconta Barbacci – accade già dai primi anni della scuola primaria. I genitori confrontano i quaderni e controllano quanto è andato avanti il programma: guardano, per esempio, dove è arrivata in matematica la prima B e confrontano il lavoro con quello della prima A. E se a dicembre la classe del proprio figlio sembra essere un passo indietro rispetto a quella parallela, possono cominciare proteste che mettono in discussione le capacità dell’insegnante».
Per contare in modo efficace, con un metodo e strumenti condivisi, i casi di violenza ai danni di docenti e soprattutto per provare a prevenirli nel 2025 il ministero ha reso operativo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico che dovrebbe scrivere linee guida nazionali per gestire le aggressioni e migliorare la gestione dei conflitti tra docenti e famiglie. «Per ora ci siamo riuniti solo poche volte – spiega Silvia Messori che per Flc Cgil siede al tavolo insieme a delegati di studenti, genitori e presidi – e siamo all’inizio del lavoro. Nelle prossime riunioni lavoreremo a creare una scheda unica per rilevare gli episodi (è importante avere metodo e strumenti condivisi per rendere credibili i dati) e a un testo per le scuole per spiegare ai dirigenti l’importanza di monitorare e di segnalare velocemente». Oggi infatti non esiste un protocollo nazionale uniforme e ogni scuola si muove a modo suo. Servirebbero invece regole chiare: chi avvisare, quali misure prendere subito, quando coinvolgere le figure responsabili della sicurezza, come proteggere chi ha subito minacce o aggressioni e come evitare che l’episodio si ripeta. Per Barbacci, però, bisognerebbe anche intervenire alle radici del fenomeno: «In passato la famiglia affidava il proprio figlio alla scuola sapendo che se ne sarebbe presa cura perché quello era il suo mestiere e aveva le competenze per farlo. Oggi la fiducia e il rispetto tra le parti si è indebolito e si diventa “sindacalisti dei propri figli” entrando pure nelle scelte didattiche. Si è rotta l’alleanza educativa tra famiglie e scuola e per questo aumentano le forme di conflittualità: in mezzo, però, ci sono gli alunni». Quelli che del bullismo dei genitori fanno davvero le spese.

La “rivoluzione” delle strade scolastiche protegge i bambini e migliora le città

La “rivoluzione” delle strade scolastiche protegge i bambini e migliora le città

Avvenire

«Se vogliamo insegnare la vera pace in questo mondo, e se vogliamo portare avanti una vera guerra contro la guerra, dovremo iniziare con i bambini». Mahatma Gandhi quando doveva parlare ai popoli di argomenti essenziali conosceva perfettamente da quale fulcro partire: i bambini. Anche la Convenzione Onu ricorda che siamo obbligati a fornire il diritto alla vita e naturalmente a uno stile di vita dignitoso proprio ai bambini e ragazzi. Ma questi principi non vanno solo enunciati, vanno cercati in tutti i luoghi frequentati dalle giovani generazioni perché è nella quotidianità che si possono educare le coscienze. Dalle città, dalle scuole e anche dalle strade ci si deve preoccupare, ecco perché lo studio e analisi di Legambiente sulle strade scolastiche è quanto di più impattante e da evidenziare per una giusta e corretta mobilità sostenibile. Le strade scolastiche, spesso chiamate anche Streets for Kids, sono interventi di mobilità urbana e rigenerazione dello spazio pubblico che prevedono la chiusura temporanea o permanente al traffico motorizzato dei tratti di strada antistanti i plessi scolastici. L’obiettivo principale, soprattutto nelle grandi città come Roma o Milano, è trasformare lo spazio davanti alle scuole, spesso inquinato e pericoloso negli orari di ingresso e uscita, in un’area sicura, vivibile e soprattutto a misura di bambino.
Come sempre gli aprifila di queste situazioni non si trovano nel nostro Paese e la Gran Bretagna con Londra è pioniera delle Streets for Kids, la capitale europea leader con oltre 600 strade scolastiche attive, supportate da videocamere di controllo delle targhe (Anpr). Parigi si difende con il piano Ville del quart d’heure, sponsorizzato dalla sindaca Anne Hidalgo che ha trasformato decine di spazi davanti alle scuole in zone completamente pedonali e alberate (Rues aux écoles). Nel nostro Paese la sperimentazione è in crescita, con Milano che ha attivato diversi progetti tramite l’urbanistica tattica (Piazze Aperte per ogni scuola) e Bologna che ha inserito le strade scolastiche all’interno delle sue strategie per la mobilità sostenibile. «In Italia la diffusione delle strade scolastiche è stata resa possibile dal decreto Semplificazioni del luglio 2020 – racconta Roberto Scacchi, responsabile mobilità Nazionale di Legambiente – che ha attribuito ai sindaci il potere di istituire zone scolastiche mediante la semplice modifica della segnaletica stradale, eliminando la necessità di un’autorizzazione ministeriale preventiva e una burocrazia che avrebbe rallentato di gran lunga un’iniziativa di questo calibro.
Dopo lo sblocco normativo del 2020, Milano ha attivato circa 50 strade scolastiche, mentre Roma ne ha programmate 235 in totale con un numero attuale che tra strade già valutate, effettive e in fase di realizzazione ammontano a 39, affiancate poi da interventi di urbanistica tattica e progetti di piedibus». Oltre alla chiusura temporanea di quella particolare strada, questi interventi prevedono in città con poco verde o assente, di riqualificare l’area antecedente la scuola creando piazze scolastiche pedonali, con piantumazione di alberi, per garantire ai bambini e minori degli spazi protetti di aggregazione e gioco, oltre ad una qualità dell’aria migliore.
Le analisi maggiori ovviamente vengono proprio da Londra, sull’efficacia ambientale delle strade scolastiche, studi incentrati sulla riduzione del biossido d’azoto (NO2), legato ai motori diesel e considerato un inquinante emergente, e del particolato PM10, che evidenziano che l’eliminazione dei veicoli a motore, davanti agli istituti scolastici, migliora significativamente la qualità dell’aria per la popolazione infantile. «A Londra si registra una riduzione del 23% di biossido d’azoto nelle strade scolastiche – continua Roberto Scacchi – mentre uno studio dell’Università di Westminster quantifica una diminuzione del 45% delle micro particelle PM 2,5 nell’ora mattutina, momento particolarmente critico a causa della forte congestione veicolare generata dai genitori che accompagnano i figli in automobile. È da questi numeri che si deve assolutamente partire, in quanto la mobilità va cambiata e anche in modo molto rapido e considerando la fragilità anche dei bambini, per quanto riguarda l’assimilazione di micro particelle inquinanti, siamo in obbligo verso di loro a creare delle aree pulite e non più infestanti a causa dei nostri spostamenti. Legambiente continuerà ad esercitare una pressione costante sulle amministrazioni comunali affinché adottino le strade scolastiche, sfruttando l’autonomia decisionale riconosciuta ai comuni, cercando di far capire quanto sia importante un’operazione di questo tipo».

Da oggi il tetto Eni ai carburanti

Da oggi il tetto Eni ai carburanti. E l’Europa torna a discutere gli extraprofitti

Avvenire

La mossa di Eni di fissare un tetto al prezzo dei carburanti in Italia, per un mese e in concomitanza con la riduzione dello sconto sulle accise, arriva mentre in Europa si intensifica il pressing perché la Commissione metta nel mirino gli extraprofitti incassati dalle compagnie energetiche. Fra lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato e le tensioni che adesso abbracciano anche il Mar Rosso, le alte quotazioni di petrolio e gas pesano sulle tasche dei cittadini e preoccupano i governi di mezza Ue, in particolare quelli – dall’Italia alla Polonia, passando per la Spagna – che andranno alle urne tra pochi mesi. Non è un caso che questi tre Paesi siano parte dell’offensiva politica, guidata dalla Germania e a cui si sono unite Portogallo e Austria, per chiedere all’Ue di istituire un prelievo a carico degli extraprofitti di Big Oil . Finché l’Europa non si sarà affrancata del tutto dalla dipendenza dalle fonti fossili, insomma, il balzello servirebbe per fare scudo a famiglie e imprese durante le turbolenze. I sei hanno rinnovato la loro domanda qualche giorno fa, in occasione di una riunione informale dei ministri delle Finanze che si è svolta a Dublino (sotto la presidenza di turno irlandese), lanciando la palla nella metà campo della Commissione. All’esecutivo Ue, infatti, i governi hanno chiesto di presentare una serie di opzioni concrete sul tema della tassazione degli extraprofitti energetici, da discutere in occasione del prossimo incontro dei titolari delle Finanze (il Consiglio Ecofin) già in programma a Lussemburgo il 9 ottobre.
La strada, va detto, parte tutta in salita: a Palazzo Berlaymont, il quartier generale della Commissione europea a Bruxelles, l’appetito per mettere mano ai profitti in eccesso delle società fossili è piuttosto scarso. E per questo si temporeggia. «Esiste la possibilità per gli Stati di procedere autonomamente con la tassazione sugli extraprofitti» a livello nazionale, ha ricordato da Dublino il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis. Con la benzina che costa quasi il 25% in più che un anno fa e il diesel che sfiora il +40%, di fronte all’esitazione Ue, alcune capitali – da Lisbona a Varsavia – si sono già mosse in autonomia. Un’analisi della ong Transport & environment , del resto, mostra come già nei primi sei mesi dell’anno le otto principali compagnie petrolifere abbiano realizzati sul mercato europeo 7,5 miliardi di euro di extraprofitti.
Quello sui guadagni straordinari di Big Oil non sarebbe un intervento inedito per l’Unione: nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, tra le misure d’emergenza (insieme al cosiddetto tetto al prezzo del gas per tenere a bada le fiammate delle quotazioni sul mercato) fu istituito un contributo di solidarietà obbligatorio sui profitti eccedenti il 20% della media dei quattro anni precedenti registrati dalle società fossili per via dei rincari della materia prima. Tra il 2022 e 2023, la misura produsse un extragettito fiscale complessivo di oltre 28 miliardi di euro, secondo una ricognizione della Commissione. Non tutti i governi, però, guardano a quell’esperienza determinati a ripeterla: la Francia, ad esempio, ha già mostrato molta prudenza. Altri ne mettono in dubbio l’efficacia. E gli stessi esecutivi in prima linea vivono delle contraddizioni al loro interno: in Germania, si registra finora il silenzio del cancelliere Friedrich Merz; mentre in Italia la maggioranza è spaccata sul punto, con la Lega (il partito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti) che preme per una tassa Ue e Forza Italia (con il vicepremier Antonio Tajani) che invece indica il modello alternativo di una soluzione concertata con le imprese energetiche e non imposta, proprio nel solco dell’iniziativa di Eni, che dunque potrebbe potenzialmente cambiare la strategia italiana in Ue.
A complicare il quadro è la procedura: per le decisioni in materia fiscale, di regola, serve l’unanimità dei 27 Paesi membri, cioè un miraggio. Al pari di quattro anni fa, tuttavia, si potrebbe seguire una procedura di emergenza che fa leva sulle serie difficoltà nell’approvvigionamento energetico, bypassando il Parlamento Ue e fermandosi alla maggioranza qualificata. Che, comunque, vuol dire almeno 15 governi in rappresentanza del 65% della popolazione Ue come minimo. Numeri che, per ora, sembrano lontani. Aspettando di conoscere quali opzioni Dombrovskis metterà (se le metterà) sul tavolo dei ministri.

Le radici cristiane d’Europa antidoto alla xenofobia

Il Papa a Metz, l'omaggio a Schuman. Buttiglione: «Le radici cristiane d'Europa antidoto alla xenofobia»

Rocco Buttiglione, filosofo, docente universitario, ex ministro / IMAGOECONOMICA
Ci sono tre caratteristiche ad accomunare Robert Schuman – al quale il Papa renderà omaggio, recandosi nella sua Metz, in Lorena, nell’ultimo giorno del suo viaggio in Francia – a Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, gli altri padri fondatori dell’Europa unita: «La lingua tedesca, la fede cattolica e l’essere cittadini di frontiera. Frontiera che loro vissero come un ponte, un luogo di dialogo e fratellanza, capovolgendo la prospettiva hitleriana di supremazia», spiega Rocco Buttiglione – filosofo, docente universitario, amico di Giovanni Paolo II e studioso del suo pensiero, nonché ex ministro per le Politiche comunitarie e per i Beni e le attività culturali – anche alla luce della sua ben nota dimestichezza con la lingua tedesca. Di padre lorenese e madre del Lussemburgo, Schuman era nato cittadino tedesco, studiò da tedesco e completò gli studi in Germania, ma divenne cittadino francese quando l’Alsazia-Lorena, nel 1919, dopo la Grande Guerra, fu restituita alla Francia col Trattato di Versailles. Curiosamente anche Adenauer, nato a Colonia, nella Renania, si definiva uomo di frontiera. E anche De Gasperi nel 1911 fu per una fase della sua vita austriaco, eletto alla Camera dei deputati del Reichsrat per il collegio Val di Fiemme-Trento.
«Andrebbe ricordato il famoso motto latino Bella gerunt alii, tu felix Austria nube (“Le guerre le facciano gli altri, tu, Austria felice, sposati”) che caratterizzò la strategia degli Asburgo volta a utilizzare il matrimonio combinato per allargare la loro potenza. Il beato Carlo I, ultimo imperatore d’Austria, suggellò questo mito asburgico facendo dell’impero austro-ungarico una forma di unità fra popoli liberi. Con Hitler invece questo mito, in parte fondato in parte no, fu riconvertito a fini di dominio, con gli effetti disastrosi che conosciamo».
Quindi se la distruzione dell’Europa fu teorizzata e attuata in lingua tedesca, il progetto unitario mosse i suoi primi passi in parallelo utilizzando la stessa lingua.
«C’entra anche qui la lingua tedesca, perché fu il politico e filosofo austriaco Richard von Coudenhove-Kalergi a scrivere nel 1923 il libro Paneuropa all’origine di un filone di pensiero – con l’adesione fra gli altri di Albert Einstein, Thomas Mann, Sigmund Freud e sul versante politico di tutti e tre i padri fondatori – che teorizzava con largo anticipo l’unificazione europea. Fu lui, fra l’altro, a proporre l’Inno alla gioia quale inno europeo e a prospettare un primo ambito di politica comune per il carbone e l’acciaio».
Fu la “dichiarazione Schuman” nel 1950 a dare il via questa prima forma di collaborazione europea. Perché proprio il carbone e l’acciaio?
«Schuman scriveva che “l’unione delle nazioni europee esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania”. Il carbone e l’acciaio da materie prime dell’industria bellica venivano riconvertite per un’idea di pace. Fu questa la sua grande intuizione».
E perché il cristianesimo è stato un fattore unificante per l’Europa?
«Il battesimo e i matrimoni misti misero in relazione in Francia i Goti e i Franchi; in Spagna i Visigoti e gli Ispani; in Germania i Sassoni e i Bavari, o pensiamo anche ai Longobardi, ai Franchi e ai Latini dell’ Adelchi del Manzoni. I tre padri fondatori De Gasperi, Adenauer e Schuman furono espressione di queste culture di frontiera, fusione di popoli diversi. Nasce così un popolo nuovo europeo portatore di un’idea comune di pace universale mutuata dal cristianesimo. Nasce un’idea di unità politica e anche di difesa comune».
E su questa De Gasperi, ormai anziano, dopo l’unità sul carbone e l’acciaio voluta da Schuman, portò avanti la sua ultima battaglia, ma fu sconfitto proprio dalla contrarietà francese.
«La Francia impegnata nella guerra in Vietnam non sapeva se l’Europa l’avrebbe spalleggiata. Ma contro la difesa comune europea si saldarono altri fattori: la contrarietà degli Stati Uniti, che nella Nato preferivano avere i singoli Stati e non un’Europa unita, e la contrarietà dei comunisti».
Ora, con l’ascesa dell’Afd, la Germania sembra diventata l’epicentro della crisi europea, dopo esser stata portatrice di una cultura unificante.
«Viene usato un cristianesimo “ariano” che non esiste per accantonare quella grande prospettiva per l’Europa – che si manifestò con Giovanni Paolo II, portata avanti da Helmuth Kohl – che con il crollo del comunismo poteva respirare “a due polmoni”. Ma avrebbe dovuto riconoscere le sue radici cristiane che avrebbero aiutato a non cadere oggi in una deriva xenofoba e anti-islamica. Basti pensare a come è stata gestita da noi l’emergenza albanese. C’è stata una grande accoglienza e una piena integrazione, era quello il modello da seguire».
Il Papa, rivolto ai parlamentari del Partito popolare europeo, il 25 aprile, ha sottolineato il contributo dei Padri fondatori che considerarono i principi cristiani un fattore comune e unificante, dopo il disastro della Seconda guerra mondiale. Come per De Gasperi anche per Schuman la causa di beatificazione procede.
«La fase diocesana si è chiusa, mi pare, senza ombre. Sarebbe bello che questa visita possa far presagire un passo in avanti decisivo».

Papa Leone XIV a Lourdes: “Abusi sono una piaga, ci sia massima vigilanza”

Papa Leone XIV a Lourdes: “Abusi sono una piaga, ci sia massima vigilanza”

Giornata intensa per Papa Leone XIV a Lourdes, terza tappa del viaggio apostolico in Francia. Il Pontefice è arrivato nella cittadina dei Pirenei dopo gli appuntamenti di Parigi e la Messa celebrata sabato in Place de la Concorde alla quale hanno partecipato circa 700mila fedeli.

Il programma ufficiale della giornata prevede diversi momenti nel Santuario di Nostra Signora di Lourdes, a partire dalla riunione con i vescovi della Conferenza episcopale francese e dalla Messa nella Prairie. In seguito sono previsti l’incontro con gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre-Dame e un appuntamento privato con le religiose di vita contemplativa. La giornata si concluderà alle 21 con la preghiera del Santo Rosario e la processione aux flambeaux, ultimo grande appuntamento della giornata.

Papa Leone XIV, 150mila fedeli alla Messa a Lourdes
Alla celebrazione nella Prairie del Santuario di Lourdes hanno partecipato circa 150mila fedeli, secondo i dati riportati dalla Sala Stampa vaticana. Prima della Messa, Leone XIV ha compiuto un giro tra i pellegrini a bordo dell’auto aperta. La celebrazione è stata seguita dall’Angelus, prima del trasferimento del Papa alla Casa Vescovile per il pranzo in forma privata. Nell’omelia, Leone XIV ha rivolto un saluto particolare ai pellegrini arrivati dalle diverse province e diocesi francesi, invitandoli a portare nelle proprie comunità il conforto dell’esperienza vissuta a Lourdes. “Possa questo pellegrinaggio ravvivare la fiamma della fede nelle vostre case e nelle vostre parrocchie”, ha detto il Papa, esortando i fedeli a condividere il messaggio di Lourdes con i propri cari e con il popolo francese.

Ai vescovi francesi: “Massima vigilanza su abusi contro minori”
“Negli ultimi anni avete affrontato con determinazione il doloroso flagello degli abusi commessi contro minori da membri del clero o in un contesto ecclesiale contro minori. Avete adottato misure coraggiose per rispondere attraverso l’ascolto, la ricerca della verità, la giustizia, il perdono e la riparazione, e attraverso un fermo impegno per una cultura della prevenzione e della protezione contro questi crimini. Vi ringrazio per ciò che avete fatto e so che alcuni momenti sono stati molto difficili per la vostra Conferenza. Dovete continuare lungo la strada che avete intrapreso, mantenendo la massima vigilanza. Allo stesso tempo, il vostro clero deve essere sostenuto e incoraggiato. So che è oggetto della vostra cura paterna”. Lo ha detto Papa Leone XIV, incontrando i vescovi della Conferenza episcopale francese a Lourdes.

L’incontro con le vittime degli abusi del clero
Tra gli appuntamenti più delicati del viaggio di Papa Leone XIV in Francia c’è il confronto con le vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa. La Santa Sede aveva annunciato per il viaggio un incontro con un gruppo ristretto di vittime. Secondo quanto spiegato dalla Conferenza episcopale francese, saranno sette le persone incontrate dal Papa a Lourdes, in un momento pensato per consentire un confronto personale. L’incontro assume particolare rilievo alla luce del percorso compiuto dalla Chiesa francese nell’affrontare il tema degli abusi. La questione è stata al centro anche delle richieste rivolte al Pontefice da gruppi di vittime.

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Suore e abusi: resistenze e speranza

di: Ayleen Over

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Mary Lembo, religiosa togolose della congregazione delle suore di santa Caterina d’Alessandria, psicologa e docente a Roma presso l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, ha scritto una tesi di dottorato sugli abusi subiti dalle suore in Africa che include anche testimonianze di vittime in cinque Paesi (Religieuses abusées en Afrique, Parigi 2022). È consulente del Dicastero vaticano per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica sulla tutela delle religiose. Collabora inoltre con l’istituzione missionaria tedesca Missio ad Aquisgrana come partner di progetto. Riprendiamo da Katholisch.de (24 settembre) l’intervista che Ayleen Over le ha fatto.

  • Suor Mary, come è nata la sua ricerca sul tema degli abusi subiti dalle suore in Africa?

Dopo gli studi, ho iniziato a condurre diversi seminari in Africa. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con molte donne che chiedevano di entrare nella vita religiosa o che vi erano già entrate. Ho ascoltato le loro preoccupazioni e mi sono resa conto che alcune delle situazioni che descrivevano rientravano negli abusi.

Il mio lavoro presso un centro per la protezione dell’infanzia mi ha inoltre portato ad affrontare il tema degli abusi sessuali e dell’abuso di potere.

Le diffidenze e le ragioni

  • In quali paesi africani hai svolto i tuoi studi?

Temo di non poterlo dire. Una delle condizioni per la mia ricerca era che i partecipanti desiderassero rimanere completamente anonimi. Posso però dire di aver condotto una ricerca in quattro paesi dell’Africa occidentale e in uno dell’Africa orientale. Quando ho iniziato la mia ricerca nel 2014, molti erano restii a partecipare. Inizialmente ho inviato loro delle buste contenenti un invito e una spiegazione della mia ricerca.

Tuttavia, quasi nessuno ha risposto. Solo quando ho spiegato personalmente la mia ricerca alcuni hanno accettato. A volte ho dovuto chiedere ai superiori/e degli ordini religiosi se fossero a conoscenza di abusi e se potessero aiutarmi. La risposta era sempre: Sì, siamo a conoscenza di casi. Ma non possiamo aiutarla nella sua ricerca.

  • Qual era il motivo?

Molte volevano semplicemente rimanere anonime. Questo in ragione delle le conseguenze. Temono ritorsioni. Ad esempio, potrebbero essere espulse dall’ordine se il sacerdote aggressore esercita un potere considerevole. Anche il ricatto gioca un ruolo, sia nei confronti dell’ordine stesso che delle loro famiglie. Alle suore viene detto: «O lasciate l’ordine, o verranno presi altri provvedimenti contro di voi», quindi le donne preferiscono rimanere in silenzio.

Temono che ciò possa danneggiare la reputazione del loro ordine, della Chiesa o la loro stessa reputazione. Inoltre, si vergognano profondamente di ciò che è accaduto. È qualcosa di molto intimo.

  • Qual è stato il tipo di abuso di cui ti hanno parlato più frequentemente?

Inizialmente, le mie domande si sono concentrate sugli abusi sessuali. Ho chiesto specificamente informazioni su toccamenti indesiderati e comportamenti invadenti. Tuttavia, ho sentito parlare anche di abusi psicologici, emotivi e spirituali. L’abuso di potere e di fiducia è un altro problema. In Africa, è ancora comune che gli uomini siano posti su un piedistallo. Sono la figura autorevole in famiglia. Ciò che dicono è importante; sono istruiti e meritano rispetto.

Questa immagine viene proiettata anche sui sacerdoti. A volte questo porta a un fraintendimento dei voti. Il voto di obbedienza, ad esempio, non significa che la suora debba obbedire al sacerdote, ma piuttosto che debba esserci un dialogo. Tuttavia, questo fraintendimento rende più facile l’abuso di potere.

Consapevolezza crescente

  • Come affronta la Chiesa in Africa questi casi di abuso?

Vedo e sento parlare di uno sviluppo positivo. Le consorelle che lavorano in questo ambito mi dicono che sempre più donne desiderano parlare delle proprie esperienze. Organizziamo seminari per incoraggiare i responsabili delle istituzioni religiose a dare a queste donne lo spazio e la sicurezza necessari. In altri seminari, incoraggiamo le donne ad ascoltarsi a vicenda e a prendere sul serio le esperienze delle altre consorelle. In questo modo, possiamo contemporaneamente aumentare la loro autostima. Chi ha fiducia in se stesso è più propenso a parlare delle proprie esperienze.

Richiediamo inoltre a molte congregazioni di adottare politiche e linee guida di tutela che specifichino chi una consorella vittima di abusi può contattare e cosa succede in seguito. Questo si chiama tutela: prevenire gli abusi, ad esempio, fornendo un ambiente sicuro e rispettoso. Inizialmente, non è stato facile implementare tutto questo. Tutti questi processi sono impegnativi.

Ma percepisco che la volontà di farlo sta crescendo tra le congregazioni e le istituzioni. Ci sono altri progetti che danno speranza. In Kenya e in altri paesi, ad esempio, ci sono suore che hanno studiato legge e diritto canonico, si uniscono in associazioni come le “Suore cattoliche nella professione legale” (CASILEP) e offrono il loro aiuto alle congregazioni.

  • Ritiene che noi in Europa stiamo ignorando il problema in Africa?

Non direi. Abbiamo molte collaborazioni tra ricercatori in Africa ed Europa, ma anche in Australia, Asia e America Latina. Molti colleghi europei mi contattano e mi chiedono di scambiare esperienze. Attraverso questa collaborazione, abbiamo scoperto che non ci sono grandi differenze nella natura degli abusi; gli schemi sono simili.

Tuttavia, ciò che riscontriamo è che le suore africane sono meno propense a denunciare le loro esperienze rispetto, ad esempio, alle suore europee. Nel 2022 ho pubblicato il mio studio sulla cattiva condotta sessuale dei sacerdoti nei confronti delle suore in cinque paesi dell’Africa subsahariana. Purtroppo e una realtà.

  • Come fa a mantenere la speranza?

È difficile non perdere la speranza. Ma quando confronto la situazione all’inizio della mia ricerca, nel 2014, con quella di oggi, ritrovo fiducia. Vedo i progressi che sono stati fatti e so che continueranno. Anche le parole di papa Francesco mi sono di aiuto. Nel 2019, Papa Francesco ha parlato delle suore vittime di abusi e ha affermato che gli abusi devono cessare. Questo riconoscimento pubblico è stato, ovviamente, molto utile.

settimananews.it

Messico: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006

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La memoria delle 200.000 vittime della “guerra cristera” (1926-1929) si apre alla tragedia messicana di questi ultimi decenni: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006. La persecuzione verso i cattolici dell’inizio del ‘900 è ricordata in un messaggio della conferenza episcopale del 31 luglio dal titolo: A cento anni da quel 1926. il conflitto religioso in Messico.

La denuncia degli scomparsi di oggi è risuonata il 30 agosto in occasione della giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate.

La guerra civile era già visibile nella costituzione massonico-laicista del 1917 ma diventa palese con le leggi Calles, (dal nome del suo proponente) nel 1926. Il 31 luglio diventavano esecutive. Pochi giorni prima in una lettera pastorale i vescovi, vista l’impossibilità di esercitare il ministero, decidevano di sospendere tutte le messe nel paese. Si scatenò la tempesta sull’intera nazione ed emerse il grido popolare «Viva Cristo Rey y santa Maria de Guadalupe».

Contro la violenza della polizia e dell’esercito di formò la guardia nazionale dei cristeros che arrivò a contare 20.000 uomini. Le vittime della repressione furono 200.000. La persecuzione durò di fatto fino agli anni ‘40, mentre il riconoscimento dei diritti ecclesiali avvenne solo con la riforma giuridica del 1992.

Le campane tacquero e parlò il sangue

I vescovi non intendono glorificare la guerra, giustificare le armi o invocare vendetta. Di quella tragedia nazionale vogliono ricordare la fedeltà del popolo credente, la testimonianza dei martiri e il prezzo altissimo della libertà. La memoria cristiana non si fissa sul passato, lo purifica e lo risana.

«Riconosciamo umilmente che in quegli anni accanto all’eroismo vi furono anche durezza di cuore in alcuni cattolici, calcoli politici, parole incendiarie di passioni, decisioni prese senza il rigore razionale che oggi esigiamo dagli altri; e che la Chiesa, in certi momenti della storia, non ha sempre saputo servire la verità con i mezzi miti del Vangelo». Saper chiedere perdono rende possibile la denuncia degli errori altrui.

«Ed è per questo che proclamiamo con convinzione profetica: la persecuzione contro la Chiesa è stata reale. Chiese chiuse e profanate, sacerdoti fucilati senza processo, suore espulse, laici impiccati sui pali lungo le strade, migliaia di persone uccise, deportazioni, denunce e bambini ridotti a vittime […] Allora le campane tacquero e parlò il sangue».

Alcune di quelle vittime hanno già il riconoscimento ecclesiale ma tutte portano il segno del martirio. La certezza che il potere ha dei limiti, l’incomprimibile libertà di coscienza e la convinzione che ci sono verità per cui si può morire sono diventati elementi costitutivi dell’identità nazionale. La vita in Cristo chiede la libertà religiosa per tutti in sintonia con la dichiarazione universale dei diritti umani.

Dialogo nazionale per la pace

Una libertà fissata finalmente dall’articolo 24 della costituzione del 2013, ma non compiutamente acquisita visto i limiti del culto, l’impossibilità per le associazioni religiose di aprire radio o televisioni, la diffusione di modelli educativi non condivisi con le famiglie e un clima di sospetto delle elites verso le forme pubbliche della fede.

«Ancora più grave è quando lo stato permette alla criminalità organizzata di diventare un governo parallelo che controlla i territori dove tutti i diritti umani vengono azzerati: rapimenti, estorsioni, omicidi e condizionamenti delle coscienze giovanili».

Con nuovi rischi come la manipolazione delle informazioni, la riduzione della persona a consumatore, la polarizzazione favorita dagli algoritmi, le nuove schiavitù digitali. Il martire che afferma il valore radicale della persona accettando la morte ingiusta alimenta lo sforzo di superare gli attuali conflitti che dividono la nazione, in coerenza con l’impegno del “dialogo nazionale per la pace” promosso dalla Chiesa.

La memoria di quel conflitto può avviare un tempo di grazia, il cammino di rinnovamento spirituale partito dal 2022 con papa Francesco, e cioè la novena di preparazione per il quinto centenario di nostra Signora di Guadalupe (2031). «Possa questo tempo trovarci riconciliati: capaci di dire la verità senza odio, di perdonare senza dimenticare e di costruire insieme una nazione in cui nessuna coscienza sia costretta e nessuna vita sia sacrificabile».

Madres buscadoras

Come succede al silenzioso esercito degli scomparsi, una piaga che riguarda oltre 130.000 persone e altrettante famiglie. I vescovi hanno deciso di condividere e sostenere l’attività delle madres buscadoras (madri in ricerca) che in diversi stati del Messico sono attive per la ricerca degli scomparsi. I 3000 membri hanno risolto finora 5.000 casi (della metà sono stati trovati solo i resti).

La Conferenza episcopale ha rivolto un appello urgente alle autorità del paese per una libertà che non sia una concessione ma una garanzia per tutti. Sicurezza e giustizia non possono restare solo promesse per varie aree del paese. Si sta allargando nelle parrocchie l’uso delle “cassette della pace” dove chiunque abbia informazioni su una persona scomparsa può lasciare le indicazioni dove poterla trovare, con la garanzia della sicurezza e dell’anonimato.

I cartelli della droga e i mercanti dei flussi migratori sono i responsabili maggiori delle scomparse che riguardano per il 75% maschi sotto i trent’anni. Contribuiscono al fenomeno anche i progetti minerari, l’estrazione petrolifera e la costruzione di autostrade. Interi villaggi vengono evacuarti senza nessuna garanzia.

Nella sua recente visita al paese il problema è stato sollevato e condiviso dal segretario di stato, card. Pietro Parolin. È in preparazione un libro bianco con nomi e foto delle vittime e delle persone scomparse. Il documento includerà anche i nomi dei giornalisti e dei preti uccisi. Fra il 2018 e il 2026 sono stati assassinati 14 preti e 23 laici impegnati nella pastorale.

Settimana News

Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari

All’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari

Guglielmo Gallone – Città del Vaticano Vatican News

“Si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile. In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”. Le parole pronunciate da Papa Leone XIV venerdì nel Palazzo dell’Eliseo, di fronte ad autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile, della cultura e del Corpo diplomatico, arrivano alla vigilia di una data importante: il 26 settembre nel mondo si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari.

La Giornata per l’eliminazione delle armi nucleari
Una ricorrenza ancora più importante di fronte alle stime della Federation of American Scientists, secondo cui, all’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari. Russia e Stati Uniti ne detengono da soli circa l’86 per cento; seguono Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Circa 9.700 testate fanno parte degli arsenali militari e circa 4.000 sono schierate presso forze operative. Il numero complessivo delle armi diminuisce, è vero, ma ciò avviene soprattutto grazie allo smantellamento di quelle già ritirate da Washington e Mosca. Le testate conservate per un possibile impiego militare stanno invece aumentando.Sempre più arsenali…
I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) lo dimostrano. All’inizio del 2025 le testate nucleari esistenti nel mondo erano circa 12.241 e 12.187 all’inizio del 2026: 54 in meno. Nello stesso periodo, però, quelle conservate negli arsenali militari per un possibile impiego sono passate da 9.614 a 9.745, 131 in più. E le testate schierate con missili e aerei sono salite, nelle stime del SIPRI, da 3.912 a 4.012. Anche la distribuzione degli arsenali cambia: la Cina, che secondo il SIPRI possiede oggi circa 620 testate, è il Paese che sta ampliando il proprio più rapidamente. Numeri in linea con l’ultimo rapporto Ican, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, secondo cui nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici, l’equivalente di 3.768 dollari al secondo. L’aumento rispetto al 2024 è del 19 per cento: in soli due anni si è arrivati a spendere 16,8 miliardi di dollari in più per i propri arsenali. Che dire inoltre dell’incertezza che ruota attorno ai numeri. Il caso più netto in tal senso è Israele: non conferma né smentisce ufficialmente di possedere armi nucleari. Le circa 90 testate attribuitegli dal SIPRI sono quindi una stima degli esperti, non un dato dichiarato dal governo. La Corea del Nord non pubblica un inventario verificabile: il SIPRI stima circa 60 testate assemblate, distinguendole dal materiale fissile che potrebbe consentire di costruirne altre. India e Pakistan, due Stati nucleari che negli ultimi mesi hanno anche combattuto, pur cercando al tempo stesso di evitare un’escalation, non comunicano conteggi completi. Persino per Stati Uniti e Russia il venir meno dello scambio di dati e delle verifiche legate al New START rende più difficile controllare le stime.

… in un mondo sempre più conflittuale
Le cifre restano dunque stime, ma la direzione indicata dai dati è chiara. E, di più, avviene in un clima geopolitico sempre più teso, come dimostrano i mancati accordi sulla questione nucleare. Il 5 febbraio scorso è appunto scaduto il New START, l’ultimo trattato che poneva limiti agli armamenti nucleari strategici schierati da Stati Uniti e Russia. Per la prima volta da oltre mezzo secolo, le due maggiori potenze nucleari si trovano senza un accordo in vigore che fissi un tetto a queste armi. E a maggio la conferenza chiamata a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare si è chiusa senza un’intesa su un documento conclusivo sostanziale. Il Tnp resta comunque in vigore perché dal 1995 è stato prorogato a tempo indeterminato e non necessita di rinnovi periodici. Quello che non è stato raggiunto, per la terza volta consecutiva, è il consenso politico sul documento conclusivo della conferenza di revisione quinquennale. Che, più di ogni altra cosa, riflette il caos geopolitico di un mondo senza punti di riferimento e incapace di capirsi.

La linea della Santa Sede
La posizione della Santa Sede in questo senso è chiara. Intervenendo lo scorso 15 settembre alla Conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, a Vienna, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha riconosciuto il contributo che le tecnologie nucleari possono offrire, anche per rispondere alla crescente domanda di energia. Monsignor Gallagher ha però richiamato le responsabilità che ne accompagnano lo sviluppo: impedire che i programmi civili siano impiegati per dotarsi di armi, proteggere gli impianti durante i conflitti e governare con adeguati controlli e standard di sicurezza l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore nucleare.

Gli appelli di Papa Leone XIV
È una posizione espressa più volte da Papa Leone XIV. Che, il 5 agosto 2025, per l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, aveva ribadito che “le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Al termine dell’udienza del 4 febbraio scorso, cioè alla vigilia della scadenza del New START, Papa Prevost aveva poi invitato a dare un seguito concreto al trattato e a scongiurare una nuova corsa agli armamenti: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Inoltre, in un post pubblicato dall’account ufficiale di Pontifex, lo scorso 5 marzo aveva chiesto di pregare insieme “perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”. Sono passati 13 anni dall’istituzione di questa Giornata. Quali passi verificabili sono disposti a compiere gli Stati che possiedono armi nucleari? Se, citando ancora Papa Prevost nel suo primo discorso al corpo diplomatico, “la guerra si accontenta di distruggere”, chi si prende la responsabilità dello “sforzo continuo e paziente”, che impone invece la pace? E quanto ancora può reggere una sicurezza costruita sulla possibilità di distruggersi a vicenda? Oggi si parla sempre più spesso della necessità di regole condivise tra Usa e Cina sull’intelligenza artificiale, richiamando gli accordi sanciti tra Washington e Mosca durante la Guerra fredda proprio sul nucleare: ma, oltre a governare i rischi delle nuove tecnologie, siamo sicuri di avere fatto abbastanza per contenere i rischi dell’arma nucleare?

Lettura e Vangelo del giorno 27 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 18,25-28

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 24 (25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza. R.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore. R.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. R.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fil 2,1-11

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche
comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».