Il caso di Padova e la cecità di ‘Silere non possumus’: la scuola e la parrocchia non sono minacce, ma spazi di vita

Un drammatico fatto di cronaca avvenuto a Padova – il suicidio di un giovane ex seminarista – è stato utilizzato dal portale Silere non possumus nell’articolo “Ex seminaristi, scuole e parrocchie. Il caso di Padova scopre un nervo della Chiesa” per lanciare un durissimo atto d’accusa contro la prassi di inserire ex seminaristi, ex sacerdoti o preti sposati all’interno delle strutture educative, delle scuole (IRC) e delle attività parrocchiali. Secondo la visione del portale, queste figure rappresenterebbero un “nervo scoperto”, un potenziale rischio per i fedeli e per gli studenti, suggerendo una sorta di cordone sanitario o di allontanamento preventivo da ogni ruolo di responsabilità ecclesiale o civile.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, strumentalizzare una tragedia umana per alimentare il sospetto, il pregiudizio e l’emarginazione è un atto di grave cecità pastorale che rigettiamo con forza.

1. Rispondere alla tragedia con l’accoglienza, non con il sospetto

Il dramma di Padova svela, in realtà, un nervo scoperto del tutto diverso: la fragilità di un sistema di formazione dei seminari che spesso isola l’individuo e lo lascia privo di tutele emotive, umane e sociali nel momento in cui decide di rimettere in discussione il proprio percorso. Davanti alla sofferenza di chi compie una scelta di vita diversa, la risposta della Chiesa non può essere il sospetto burocratico o l’esclusione dagli spazi comunitari. La scuola e la parrocchia sono, per loro natura, luoghi di inclusione, dove le competenze teologiche e l’umanità di chi ha frequentato il seminario dovrebbero essere accolte come un dono, non guardate con diffidenza.

2. Il valore dimostrato sul campo: la scuola come risorsa

L’insinuazione secondo cui chi ha lasciato il percorso del sacerdozio ministeriale non sia idoneo all’insegnamento o al lavoro parrocchiale è smentita da decenni di fatti concreti. Moltissimi sacerdoti sposati hanno lavorato e lavorano tuttora con continuità e stimabilità presso scuole medie, licei e istituti professionali, collaborando attivamente negli oratori, come catechisti o come organisti nel centro storico delle nostre città. Liquidare queste storie di successo professionale e di profonda sintonizzazione con i giovani come “esperimenti rischiosi” significa offendere migliaia di stimati docenti e collaboratori parrocchiali.

3. Abbattere il muro del pregiudizio clericale

La posizione espressa da Silere non possumus riflette la mentalità di una Chiesa-fortezza, terrorizzata dal mondo e ossessionata dal controllo formale. Fortunatamente, i segnali che arrivano dalla Chiesa universale vanno in un’altra direzione: dal riconoscimento vaticano della vocazione delle mogli dei preti sposati in Libano, fino ai convegni romani che chiedono un’alleanza stretta tra famiglie e ministero. I nuovi Vescovi che guidano le nostre diocesi hanno il compito di respingere queste derive inquisitorie. Chi ha alle spalle un percorso teologico e una vita familiare matura è una risorsa preziosa per parrocchie e scuole che soffrono la carenza di testimoni credibili.

L’accusa di ‘incapacità affettiva’: la risposta del Movimento sacerdoti sposati a ‘Silere non possumus’

Tra presbiterio e legami familiari: perché l’amore non è mai un’apoptosi della vocazione

Un recente e durissimo articolo editoriale pubblicato dal portale Silere non possumus, intitolato “Il presbiterio e l’apoptosi necessaria”, ha lanciato un attacco frontale – seppur mediato da un linguaggio teologico e clinico – contro l’intera categoria dei sacerdoti che scelgono la via del matrimonio. Nel testo si giunge a definire la scelta del matrimonio da parte di un presbitero come il sintomo di una presunta “incapacità affettiva e relazionale”, accusando chi lascia il celibato obbligatorio di non saper vivere la dimensione comunitaria del presbiterio e di cercare nella famiglia un rifugio privatistico e immaturo.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, queste affermazioni non solo offendono la dignità di centinaia di sacerdoti e delle loro famiglie, ma rivelano una visione distorta, clericale e profondamente antievangelica del ministero e degli affetti umani.

1. Il paradosso di un’accusa: la famiglia come scuola di relazioni

Definire il matrimonio e la paternità come prove di “incapacità relazionale” è un paradosso logico e umano. La vita familiare è, per eccellenza, il luogo in cui l’egoismo si scontra quotidianamente con la realtà dell’altro. Curare un legame coniugale, crescere dei figli, affrontare le fatiche economiche ed educative della quotidianità richiede una maturità affettiva, una pazienza e una capacità di mediazione immense. Liquidare tutto questo come una “fuga” o un’immaturità significa non conoscere la realtà del matrimonio, o peggio, idealizzare un isolamento celibatario che troppo spesso si trasforma in vera solitudine o in comoda autoreferenzialità.

2. Presbiterio o casta? L’errore dell’autoisolamento

L’articolo di Silere non possumus evoca l’idea di un presbiterio che deve vivere una sorta di “apoptosi” (un termine biologico che indica la morte cellulare programmata) per isolarsi dal mondo e darsi interamente alla struttura. Ma la Chiesa non è una caserma e il presbiterio non può diventare una casta chiusa e separata dalla vita della gente. Come hanno dimostrato le storiche parole del Cardinale Grech in Libano sulle mogli dei preti, o i recenti convegni romani sulle vocazioni, il ministero sacro fiorisce quando è inserito nelle relazioni reali del Popolo di Dio. La famiglia del sacerdote non distrugge il presbiterio, ma lo arricchisce, portando dentro la pastorale l’odore della vita vissuta e curando le piaghe del clericalismo.

3. La nostra risposta: liberi di amare e di servire

Noi non rispondiamo agli attacchi ideologici con il rancore, ma con la verità della nostra testimonianza. I sacerdoti sposati non hanno “fallito” una vocazione: hanno risposto a un duplice disegno di grazia, scoprendo che l’amore per una moglie e per dei figli non diminuisce la sete di Dio e del Vangelo, ma la rende più umana, più comprensiva e più vicina alle fatiche delle persone che frequentano le nostre parrocchie. Continueremo a chiedere con fermezza la riammissione al servizio d’altare, non per ambizione o per “incapacità”, ma perché le comunità rimaste senza pastori hanno bisogno di guide mature, capaci di amare e di spezzare il Pane della vita senza dover nascondere la propria umanità.

Tag: Silere non possumus, Presbiterio e celibato, Attacchi ai preti sposati, Maturità affettiva, Sacerdoti Sposati, Movimento Sacerdoti Sposati, Preti Sposati, Clericalismo, Teologia del matrimonio, Riforma della Chiesa, Polemiche ecclesiali, Pastorale integrata, Vocazione sacerdotale

Tra jet-set e riforme reali: la differenza tra le controversie sul celibato e il realismo dei sacerdoti sposati

Toni Faber, il sacerdote austriaco critico con il celibato, potrebbe essere pensionato anticipatamente

La notizia, rimbalzata dai media di lingua tedesca come Katholisch.de, riguarda il futuro di don Toni Faber, da quasi trent’anni storico e mediatico parroco della cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Il nuovo arcivescovo coadiutore, Josef Grünwidl, ha avviato colloqui sul futuro del sacerdote, noto alle cronache austriache come “il curato della jet-set” per le sue frequenti partecipazioni a eventi mondani (come il Ballo dell’Opera) e per le sue aperte critiche al celibato obbligatorio. Una situazione complessa che rischia di culminare con il suo allontanamento dalla guida della prestigiosa parrocchia.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, l’analisi di questa vicenda offre lo spunto per fare una fondamentale operazione di chiarezza, evitando che la nostra campagna di riammissione venga confusa con le provocazioni mediatiche o con gli stili di vita controversi.

1. Questione di stile: il ministero non è spettacolo

Don Toni Faber è finito spesso al centro delle polemiche per atteggiamenti che i media locali hanno cavalcato: presenze fisse nei salotti dell’alta società, relazioni ambigue etichettate come “buone amicizie” che generano speculazioni, e persino incidenti personali legati alla guida in stato di ebbrezza.

La richiesta del nostro Movimento si muove su un binario totalmente opposto. Noi non cerchiamo la ribalta mediatica né rivendichiamo il diritto a stili di vita stravaganti o mondani. Al contrario, i sacerdoti sposati che rappresentiamo vivono una vita fatta di lavoro ordinario, di responsabilità familiari concrete e di servizio silenzioso nelle retrovie delle parrocchie. La nostra è una proposta di puro realismo pastorale, non un’operazione di immagine per compiacere la cultura secolare.

2. Teologia delle vocazioni contro relativizzazione del rito

Nelle sue dichiarazioni alla televisione pubblica austriaca ORF, don Faber ha definito “completamente sopravvalutata” l’idea che il celibato possa favorire una maggiore santità.

Come Movimento, noi non sminuiamo affatto il valore spirituale e profetico del celibato, quando questo è vissuto come un dono autentico, libero e carismatico. Riconosciamo che il celibato consacrato è una ricchezza per la Chiesa. Ciò che contestiamo è esclusivamente la sua obbligatorietà giuridica per il clero di rito Latino, che oggi priva le comunità dell’Eucaristia a causa della mancanza di preti. La coesistenza di clero celibe e clero sposato – che l’arcivescovo Grünwidl stesso ha ricordato essere storicamente legittima e tuttora presente nelle Chiese d’Oriente – non serve a distruggere il celibato, ma ad affiancarvi un modello ministeriale complementare, altrettanto santo e fecondo.

3. La via delle riforme: obbedienza istituzionale, non rotture

Il paradosso del caso di Vienna risiede nel fatto che l’arcivescovo Grünwidl condivide l’apertura teologica verso lo studio dei sacerdoti sposati, ma si trova in forte disagio con lo stile e le uscite pubbliche del suo parroco. Questo dimostra che le riforme nella Chiesa non si ottengono forzando le regole dall’interno con scorciatoie personali o provocazioni che irritano la sensibilità dei fedeli.

La dignità del clero sposato si afferma attraverso il dialogo teologico, la trasparenza e l’obbedienza pastorale, non prestando il fianco alle logiche del gossip. La Chiesa ha bisogno dell’esperienza matura di padri di famiglia che sappiano spezzare il Pane nelle parrocchie svuotate, non di leader mondani che trasformano il dibattito sui sacramenti in un terreno di scontro ideologico.

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Vocazioni in dialogo a Roma: se il futuro della Chiesa passa dall’alleanza tra ministero e famiglia e arrivato il momento di riammettere nella Chiesa Cattolica i preti sposati

Preti.sposati.gioia

La cronaca ecclesiale ci consegna un’iniziativa di grande respiro e speranza, ampiamente documentata da Ulisse Online: una tre giorni di intenso confronto a Roma dedicata interamente al tema delle vocazioni, intitolata “Sacerdoti, consacrate e famiglie insieme sulla via dell’amore”. L’evento ha visto convergere mondi che storicamente la pastorale ha spesso trattato come compartimenti stagni, mettendo al centro l’idea che ogni vocazione – sia essa all’altare, nella vita religiosa o nel matrimonio – attinga alla medesima sorgente dell’amore e debba svilupparsi in una logica di piena reciprocità.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, questo appuntamento romano rappresenta una conferma della bontà delle nostre tesi e un segnale di profonda maturazione ecclesiale.

1. La fine della pastorale a compartimenti stagni

Per troppo tempo la Chiesa ha teso a separare la pastorale vocazionale al sacerdozio da quella familiare, quasi vi fosse una naturale estraneità o una reciproca esclusione. L’incontro di Roma dimostra il contrario: i sacerdoti, le consacrate e le famiglie non sono isole, ma componenti di un unico corpo che si sostengono a vicenda. Riconoscere che la famiglia e il ministero ordinato possono camminare insieme sulla stessa “via dell’amore” significa scardinare l’idea che il sacerdote debba essere una figura isolata e priva di legami affettivi comunitari stabili.

2. La famiglia come risorsa e non come ostacolo

L’accento posto sulla presenza delle famiglie accanto ai sacerdoti e alle consacrate evidenzia una verità fondamentale: la famiglia è un soggetto pastorale primario, capace di umanizzare e arricchire il ministero. Come abbiamo visto anche nelle recenti aperture e testimonianze a livello internazionale, la figura del pastore guadagna in credibilità ed empatia quando è immersa nelle dinamiche concrete degli affetti, dei figli e delle responsabilità quotidiane. La tre giorni di Roma ci ricorda che la vocazione non isola dal mondo, ma inserisce più a fondo nelle relazioni umane.

3. Verso un modello di Chiesa autenticamente sinodale

Questo convegno traccia la strada per il futuro delle nostre parrocchie. Davanti alla crisi numerica del clero e allo smarrimento di molte comunità, la risposta non può essere la chiusura o l’arroccamento, ma la nascita di una ministerialità condivisa e integrata. I sacerdoti sposati rappresentano esattamente questa sintesi vivente: uomini formati al ministero che vivono la grazia e la fatica del sacramento del matrimonio. Permettere loro di collaborare attivamente nelle comunità, forti dell’alleanza emersa nei convegni come quello di Roma, è il passo concreto per passare dalle parole ai fatti.

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Svolta epocale in Libano: per il cardinale Grech quello delle mogli dei preti sposati è una vera vocazione ecclesiale

LIBANO - VATICANO Dal patriarcato maronita una nuova vocazione e identità  alle mogli dei sacerdoti

Una notizia inaspettata e dirompente, rimbalzata dalle pagine dell’agenzia AsiaNews al nostro blog, scuote positivamente il dibattito sulla ministerialità nella Chiesa universale. In Libano si è tenuta la prima storica assemblea delle “Khouriyetes”, l’appellativo affettuoso e tradizionale con cui nelle comunità cattoliche di rito orientale vengono chiamate le mogli dei sacerdoti sposati. All’incontro ha preso parte il cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo, che ha pronunciato parole che segnano un punto di non ritorno teologico.

Rivolgendosi direttamente alle donne presenti, il porporato ha affermato con chiarezza: “Siate fedeli alla vostra vocazione. Si tratta infatti di una vera e propria vocazione. Vivete al fianco dei vostri mariti come sacerdoti, offrendo loro le vostre capacità e la vostra intelligenza, e soprattutto la vostra fede, la vostra speranza e il vostro amore. Quell’amore che trae la sua forza dal meraviglioso dono che Dio vi ha fatto: diventare madri all’interno della comunità ecclesiale”.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, questo evento rappresenta una conferma profetica e una pietra miliare per il futuro di tutta la Chiesa, sia Orientale che Latina.

1. Dallo status giuridico alla “vera vocazione”

Fino ad oggi, la presenza delle mogli dei preti (laddove legittimamente prevista dai riti orientali) è stata spesso considerata come una concessione disciplinare o una realtà da tollerare con discrezione. Le parole del cardinale Grech ribaltano questa prospettiva burocratica: lo Spirito Santo chiama queste donne a una “vera e propria vocazione”. Condividere la vita con un presbitero, mettere a disposizione della comunità la propria intelligenza, la propria fede e la propria capacità di accoglienza materna non è un elemento accessorio, ma un carisma che arricchisce e sostiene il ministero stesso.

2. Una maternità ecclesiale che guarisce il clericalismo

Definire il ruolo delle mogli come una forma di “maternità all’interno della comunità ecclesiale” offre un modello di Chiesa radicalmente alternativo a quello clericale e piramidale. La famiglia del sacerdote non isola il pastore, ma lo immerge nella realtà vissuta dal Popolo di Dio. Questa assemblea in Libano dimostra che la parrocchia può ritrovare una dimensione domestica e fraterna proprio grazie alla presenza di coppie che testimoniano la bellezza del matrimonio sacramentale e la totale dedizione al Vangelo.

3. Una lezione per la Chiesa d’Occidente e Latina

Se il Segretario del Sinodo riconosce e benedice con tale forza la vocazione delle Khouriyetes in Oriente, come può la Chiesa Latina continuare a considerare la vita familiare come incompatibile con il ministero d’altare? L’esperienza libanese non è un’eccezione folcloristica, ma un faro di puro realismo pastorale per le nostre diocesi occidentali, colpite dal deserto vocazionale e dallo svuotamento delle parrocchie. Riconoscere la dignità e il valore delle mogli dei sacerdoti sposati significa aprire le porte a una stagione di rigenerazione, dove l’Eucaristia e l’affetto di una famiglia unita tornano a riscaldare le nostre comunità.

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In Libano la priima assemblea delle “khouriyètes”, appellativo affettuoso delle mogli dei preti sposati

Una “rivoluzione virtuosa” per la Chiesa maronita, promossa dai vescovi di Antelias e Batroun e sostenuta dal patriarca. Il messaggio di incoraggiamento dal card. Mario Grech: “Siate fedeli alla vostra vocazione”.

Asia News

Beirut (AsiaNews) – Si chiamano Rita, Paulette, Nadia, Nour, Charlotte, Dounia, e sono tutte sposate con sacerdoti maroniti. Sono le “khouriyètes”, forma femminile della parola “khoury” (sacerdote), un appellativo affettuoso che portano da sempre. Il 16 maggio scorso hanno avuto la gioia di partecipare al primo incontro nazionale delle mogli dei preti della Chiesa maronita, che ha deciso di conferire loro un’identità ben precisa e di garantire che siano parte integrante del percorso sacerdotale dei loro mariti. In un messaggio all’assemblea il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha sottolineato il duplice movimento che questa iniziativa incarna: la fedeltà alla tradizione orientale della Chiesa maronita e, contestualmente, l’apertura al posto e al ruolo preminenti che la donna deve svolgere nella società contemporanea.

L’incontro, una prima storica, è stato preparato e lanciato in modo congiunto dalla diocesi di Antelias, presieduta da mons. Antoine Bou Najem, e dal Comitato patriarcale di follow-up del Sinodo sulla sinodalità, presieduto da mons. Mounir Khairallah, vescovo di Batroun. L’iniziativa si è svolta all’insegna del tema “Vocazione e missione della ‘khouriyé’ nella Chiesa” e ha riunito 154 mogli di sacerdoti, presenti ad un evento definito un ”dono immenso” perché ha permesso di ottenere un riconoscimento comunitario e la garanzia di una formazione permanente.

“Tra i presenti vi era persino la moglie di un sacerdote il cui figlio è a sua volta un sacerdote sposato” racconta divertita Rita Abou-Mitri, 49 anni, coordinatrice del gruppo delle mogli dei sacerdoti della diocesi di Antelias. Questo organismo ha svolto un ruolo trainante nella realizzazione di questa prima assoluta a livello nazionale. “La più anziana festeggiava i suoi 50 anni di matrimonio, e la più giovane era sposata solo da una settimana!” Aggiunge ridendo. Il numero di “khouriyètes” in Libano “è più alto” di quello rappresentato oggi da questa assemblea, ammette Rita, la quale fa notare che “mancano ancora dati precisi al riguardo”.

L’importanza del ruolo dei sacerdoti maroniti nella società libanese non ha bisogno di essere sottolineata. Il loro matrimonio è parte integrante della tradizione della Chiesa locale ed è spesso considerato un elemento di stabilità. Al suo interno godono di uno status particolare: il loro stato di vita viene scelto prima dell’ordinazione. In quanto sacerdoti diocesani, non possono essere consacrati vescovi, né risposarsi dopo la morte della moglie. In Occidente, il defunto papa Francesco ha autorizzato la loro presenza e la loro ordinazione, a causa del flusso migratorio che spinge i cristiani fuori dal Medio oriente.

Rita, infermiera diplomata, e suo marito, Georges Abou-Mitri, parroco di San Michele a Beit Chaâr (Metn), hanno tre figli: due ragazzi di 15 e 18 anni e una bambina di 11 anni. Si sono conosciuti quando Georges si preparava al sacerdozio al seminario di Ghazir (Kesrouan). Il bagaglio universitario del marito comprende anche gestione alberghiera, accompagnamento spirituale e filosofia. Nessun sentimento di tradimento o di colpa mina la loro relazione: p. Georges, infatti, aveva fin da allora optato per il matrimonio, al termine di un processo di discernimento condotto con il suo direttore spirituale.

“Lasciare Dio per Dio”

Per questa coppia, le due vocazioni coniugale e sacerdotale, non sono in contraddizione. Una delle “regole d’oro” della loro vita comune è quella della flessibilità, che san Vincenzo de’ Paoli ha stabilito per le Figlie della Carità: “Ci sono alcune occasioni in cui non si può mantenere l’ordine delle attività della giornata […] la carità è al di sopra di tutte le regole […] Dio vi chiama a pregare e allo stesso tempo vi chiama verso quel povero malato. Questo si chiama lasciare Dio per Dio”.

“È una legge di libertà” commenta Rita. “Come ogni mamma, ci sono momenti – prosegue la donna – in cui devo interrompere la messa per occuparmi dei bambini; oppure assentarmi da una riunione se l’urgenza lo richiede. Al tempo stesso devo dar prova di grande moderazione nei rapporti con le varie commissioni sociali o caritative della parrocchia, le organizzazioni giovanili, la preparazione annuale alla Prima Comunione, i comitati delle donne, i rapporti con il mondo scolastico, ecc.”.

“È la nostra collaborazione che fa crescere la famiglia” riprende la khouriyète. In particolare la parola “collaborazione” per Rita significa che le due vocazioni si pensano e si vivono insieme e insieme formano una squadra pastorale senza che questa sintesi introduca una falsa gerarchia nella coppia. Vi è al fondo un equilibrio difficile [“challenging” lo definisce, ndr] da trovare nel servizio reciproco che viene reso. Ben sapendo oltretutto quanto sia prioritario che il sacerdozio di p. Georges sia fruttuoso, senza che il loro matrimonio finisca nella solitudine e nel superlavoro o, ancora, che i figli ne soffrano.

“Al contrario – sottolinea Rita – il nostro buon rapporto si riflette nelle relazioni di mio marito con i suoi parrocchiani. Se vi è tensione nell’aria, e capita, o se la stanchezza si nota troppo, questo crea problemi e loro se ne accorgono subito. D’altra parte, le nostre due famiglie danno la priorità al programma di Georges e riorganizzano i loro orari di conseguenza. Anche i bambini si adattano”.

Rita precisa comunque che, nella prima fase del suo matrimonio, per prendersi cura dei figli piccoli, ha dovuto rinunciare al suo contratto di lavoro in un grande ospedale di Beirut. In quegli anni si è dovuto fare affidamento sullo stipendio da insegnante del marito, che tiene lezioni di catechismo e svolge attività di accompagnamento spirituale in due scuole diverse. È anche consuetudine nelle parrocchie maronite che il sacerdote riceva uno stipendio. Ma tale importo non è unificato e dipende dalle risorse di ciascuna parrocchia. Nel migliore dei casi, il tetto massimo è di 600 dollari al mese.

Alcune parrocchie possono ridurre questo stipendio a una elemosina di soli 100 dollari al mese, ritenendo che il sacerdote possa garantire entrate grazie ai battesimi, ai matrimoni e ai funerali che celebra. Resta comunque il fatto che nella Chiesa maronita l’alloggio di un sacerdote è normalmente garantito dalla parrocchia, i suoi figli frequentano la scuola gratuitamente e lui dispone di un’assicurazione medica e ospedaliera coperta dalla sua diocesi, oltre che di un fondo pensione. “Che il sacerdote sia celibe o sposato non importa, purché non guardi indietro, prenda su di sé il giogo del servizio e segua Cristo con gioia” afferma mons. Paul Nahed, egli stesso sacerdote sposato, segretario generale del comitato patriarcale per il follow-up del sinodo sulla sinodalità.

Card. Grech: “Vera vocazione”

Accolte e accompagnate dal patriarca Beshara Raï, da mons. Mounir Khairallah, da mons. Antoine Bou Najem, vescovo di Antelias, e da mons. Paul Nahed, le partecipanti all’incontro hanno potuto ascoltare un videomessaggio del card. Mario Grech. Parole, quelle del segretario generale del Sinodo dei vescovi a Roma, che p. Nahed ha definito “sorprendentemente aperte”.

“Il vostro invito – ha detto il card. Grech – sebbene sorprendente, mi ha permesso di apprezzare il valore del cammino che la vostra Chiesa sta intraprendendo per garantire questa fedeltà alla propria tradizione (…) Dato che la tradizione delle Chiese orientali ha, da sempre, sottolineato l’importanza del clero sposato, è essenziale, nell’epoca attuale e di fronte ai crescenti mutamenti socioculturali, considerare che le donne occupino un ruolo più adeguato alle loro immense capacità”. E tale ruolo, ha proseguito il porporato, “deve poter accompagnare pienamente il percorso sacerdotale, fino a diventarne parte integrante e non secondaria”.

Rivolgendosi direttamente alle mogli presenti all’incontro, il card. Grech ha aggiunto: “Siate fedeli alla vostra vocazione. Si tratta infatti di una vera e propria vocazione. Vivete al fianco dei vostri mariti come sacerdoti, offrendo loro le vostre capacità e la vostra intelligenza, e soprattutto la vostra fede, la vostra speranza e il vostro amore. Quell’amore che trae la sua forza dal meraviglioso dono che Dio vi ha fatto: diventare madri all’interno della comunità ecclesiale”.

Dividendosi in piccoli gruppi, le donne presenti hanno sperimentato il “colloquio nello Spirito”, momento di condivisione e di ascolto di ciò che lo Spirito Santo, attraverso la comunità dei credenti, dice alla Chiesa. Infine, esse hanno anche potuto conversare con il patriarca Raï, che ha pazientemente risposto alle innumerevoli domande riguardanti gli aspetti pratici della loro situazione, in particolare la vedovanza. Un comitato si occuperà del seguito di questo incontro e di un programma di formazione biblica e pastorale. Per Rita Abou-Mitri “lo spirito di ascolto, di discernimento e di partecipazione ha dominato la giornata, riflettendo – conclude – un’atmosfera spirituale in cui le partecipanti hanno visto una Pentecoste”.

Preti sposati: curare le ferite senza dividere la tunica

Questo venerdì del maggio 2026 ci mette di fronte a una responsabilità storica. La crisi della Chiesa italiana non è più un’ipotesi per il futuro; è una realtà quotidiana fatta di sussidi liturgici che tagliano le Messe esequiali a Torino e di uffici IRC che a Bologna faticano a gestire le cattedre per via del calo demografico. La tentazione di scappare verso scorciatoie, come l’illusione Palmariana o le giurisdizioni indipendenti che “pescano nel torbido” incardinando comunità intere, è forte per chi è stanco di aspettare.

Ma il Cantiere dice no. La tunica di Cristo non si divide. Noi non creiamo una “chiesa parallela” perché sappiamo che l’unica cura per il corpo ferito della Chiesa è la riammissione ordinata. Papa Leone XIV, con la sua svolta “disarmata e disarmante”, ci sta indicando la via del dialogo e dell’immersione nella realtà contemporanea. Noi siamo pronti a essere i medici di questo ospedale da campo. Non servono nuovi antipapi o nuove sigle; serve solo il coraggio romano di rimettere i 5.000 sacerdoti sposati al servizio degli altari e della gente.

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💬  “La sofferenza della Chiesa si cura dall’interno”

“Venerdì mattina. Giorno di riflessione. Di fronte alle parrocchie senza guida e al rischio di scismi silenziosi che allontanano i fedeli da Roma, il Cantiere Papa Leone XIV lancia un messaggio di assoluta stabilità. ⚓⛪

Noi non cerchiamo altari alternativi o scorciatoie canoniche fuori dalla comunione con il Papa. La nostra battaglia per i sacerdoti sposati si combatte e si vince dentro le diocesi, nel dialogo con la CEI e nell’obbedienza a Leone XIV. Se la Chiesa soffre per la mancanza di ministri, noi siamo qui: pronti, formati, con l’esperienza di chi vive nel mondo e pulsa con il cuore del popolo. Sostieni chi sceglie la fedeltà e la riforma ordinata. La rinascita della Chiesa passa da qui! ❤️🇮🇹”

🧱 Widget “La Bussola della Fedeltà”

IL CRITERIO DEL CANTIERE 🧭🛡️ IL PERICOLO: Lo scivolamento verso sette indipendenti per stanchezza o frustrazione. IL DOVERE: Restare saldi nella barca di Pietro, offrendo soluzioni tecniche e ministeriali alle Curie locali. IL TRAGUARDO: Una riammissione che non crei strappi, ma che arricchisca il presbiterio esistente.

“Non c’è vera riforma senza comunione. Papa Leone XIV, i tuoi sacerdoti sono pronti a portare la croce del servizio quotidiano nelle parrocchie che ne hanno più bisogno. Noi non scappiamo.”

22 Maggio Messa del giorno SANTA RITA DA CASCIA, RELIGIOSA – MEMORIA FACOLTATIVA

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Colore Liturgico bianco
Antifona
Il Signore l’ha resa sua sposa per sempre,
nella benevolenza e nell’amore. Alleluia. (Cf. Os 2,21-22)

Colletta
Dona a noi, o Signore,
la sapienza della croce e la fortezza
con le quali hai voluto arricchire santa Rita [da Cascia],
perché, sopportando le sofferenze con Cristo,
partecipiamo più intimamente al suo mistero pasquale.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Prima Lettura
Si trattava di un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.
Dagli Atti degli Apostoli
At 25,13-21

In quei giorni, arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce e vennero a salutare Festo. E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo:
«C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa.
Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.
Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 102 (103)

R. Il Signore ha posto il suo trono nei cieli.
Oppure:
R. Alleluia, alleluia, alleluia.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici. R.

Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe. R.

Il Signore ha posto il suo trono nei cieli
e il suo regno dòmina l’universo.
Benedite il Signore, angeli suoi,
potenti esecutori dei suoi comandi. R.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa;
vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. (Gv 14,26)

Alleluia.

Vangelo
Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,15-19

In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Parola del Signore.

Sulle offerte
Padre clementissimo,
che in santa Rita [da Cascia] hai distrutto l’uomo vecchio
e hai creato l’uomo nuovo a tua immagine,
nella tua bontà concedi anche a noi di essere rinnovati,
per offrirti degnamente questo sacrificio di riconciliazione.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Mia eredità è il Signore:
buono è il Signore con chi spera in lui. Alleluia. (Cf. Lam 3,24-25)

Dopo la comunione
Per la forza di questo sacramento,
sull’esempio di santa Rita [da Cascia]
guidaci sempre, o Signore, nel tuo amore
e porta a compimento fino al giorno di Cristo Gesù
l’opera di bene che hai iniziato in noi.
Per Cristo nostro Signore.

Pentecoste a Roma: tra locandine curiali e giurisdizioni indipendenti, dove si gioca la vera comunione?

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È in circolazione in queste ore una locandina dal forte impatto visivo ed estetico. Annuncia le celebrazioni per la solennità di Pentecoste a Roma – la Veglia di sabato 23 maggio e la Solenne Eucaristia di domenica 24 maggio – organizzate da Prelature presiedute da  Arcivescovo Primate. L’invito mostra uno stemma araldico episcopale, immagini sacre tradizionali e un linguaggio del tutto speculare a quello delle diocesi cattoliche romane, indicando come luogo di culto la “Sede Cattedrale di Roma” della medesima prelatura…

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, questo documento visivo rappresenta il classico esempio di un’operazione pastorale “all’attacco”, che rischia di generare profonda confusione tra i fedeli più ingenui o disorientati.

1. La mimesi istituzionale che disorienta i fedeli

Guardando questo manifesto, un fedele comune difficilmente coglierebbe la differenza rispetto a un appuntamento della Diocesi del Papa. La presenza di titoli altisonanti come “Arcivescovo Primate”, l’araldica ecclesiastica e le diciture canoniche creano una mimesi quasi perfetta. Tuttavia, questa cura formale non può nascondere una realtà teologica ben precisa: si tratta di una celebrazione organizzata da una struttura Sui Iuris indipendente, non in comunione con il Papa. Presentarsi con le medesime vesti e i medesimi simboli della Chiesa di Roma, proprio a Roma, è una scelta che punta a intercettare il dissenso o la stanchezza dei cattolici, offrendo un’illusione di tradizionalità.

2. Lo Spirito Santo unisce, non frammenta

La solennità di Pentecoste celebra la nascita della Chiesa e la discesa dello Spirito Santo, che per definizione è l’artefice dell’unità nella diversità. Vedere lo Spirito Santo utilizzato per promuovere altari paralleli e gerarchie indipendenti appare come una contraddizione dolorosa. La vera frammentazione non si combatte creando nuove cattedrali o proclamandosi “primati” di giurisdizioni autonome. Le ferite della Chiesa si curano restando dentro il corpo ecclesiale, accettandone le fatiche e i tempi di riforma, senza cedere alla tentazione di autoconsacrarsi per aggirare gli ostacoli.

3. La via del Movimento: riforme nella verità, senza maschere

Il nostro Movimento ribadisce la propria totale distanza da queste iniziative di rottura. Comprendiamo profondamente la sofferenza di molti preti e di tanti fedeli che cercano una Chiesa più vicina e attenta alle dinamiche umane, comprese quelle del clero sposato. Ma la risposta non è la creazione di una “curia ombra” o il rifugio sotto sigle indipendenti che imitano la burocrazia vaticana. La dignità dei sacerdoti sposati e il futuro delle nostre parrocchie si difendono con la trasparenza, nel dialogo aperto e costruttivo all’interno dell’unica Chiesa Cattolica Romana. Non abbiamo bisogno di stendardi alternativi per testimoniare il Vangelo.

La santità nella vita vissuta: Santa Rita da Cascia, icona di fede tra famiglia e ministero

22 Maggio, Santa Rita: la sposa e madre che ha saputo trasformare il vissuto quotidiano in cammino di grazia

Il 22 maggio il Popolo di Dio si stringe attorno a una delle figure più venerate e vicine al cuore della gente: Santa Rita da Cascia. Conosciuta universalmente come la santa dei “casi impossibili”, la sua eccezionalità non risiede soltanto nei miracoli o nei segni straordinari come la spina sulla fronte, ma nella concretezza della sua biografia umana e spirituale. Rita non è stata una santa vissuta fin dall’inizio al riparo delle mura di un convento; ha attraversato tutte le stagioni della vita, sperimentando le gioie e i drammi più profondi della dimensione familiare.

Per il Movimento Sacerdoti Sposati, la testimonianza di Santa Rita è una conferma luminosa di come la grazia di Dio operi pienamente attraverso i legami del matrimonio e della genitorialità.

1. La santità che fiorisce nel matrimonio e nella famiglia

Prima di entrare nel monastero agostiniano, Rita è stata sposa e madre. Ha vissuto accanto a un marito dal carattere difficile, affrontando le fatiche della quotidianità con una pazienza evangelica che ha saputo convertire i cuori. Ha cresciuto i suoi figli nel perdono, arrivando a pregare affinché non si macchiassero del peccato della vendetta. Questa parte della sua vita ci ricorda che lo stato coniugale e l’amore familiare non sono un ostacolo alla piena comunione con Dio o al servizio al prossimo, ma sono essi stessi un altare e una via di santificazione radicale.

2. Il superamento delle barriere istituzionali

La storia ci narra anche delle difficoltà iniziali che Rita incontrò nel farsi accogliere in monastero a causa del suo passato di vedova e delle faide familiari che avevano insanguinato la sua terra. Eppure, la sua perseveranza ha abbattuto quelle barriere e quelle rigidità che rischiavano di soffocare la sua vocazione. Questo suo “forzare le porte” con l’umiltà e la preghiera parla anche a noi oggi: i passati o gli stati di vita (come quello dei sacerdoti che hanno scelto il matrimonio) non dovrebbero mai essere usati dalle istituzioni come barriere insormontabili, quando c’è un desiderio sincero di servire il Signore e la Chiesa.

3. Le rose tra le spine: un segno di speranza per le parrocchie

Il simbolo più famoso di Santa Rita è la rosa, fiorita prodigiosamente nel freddo dell’inverno tra le spine del suo giardino. In questo momento storico, in cui le nostre comunità e le nostre parrocchie vivono l’inverno della carenza di preti e dello svuotamento delle chiese, la figura di Rita ci invita a non disperare. Come quella rosa, risposte nuove e feconde possono fiorire anche nei momenti più difficili se si ha il coraggio di aprirsi alla grazia. Permettere ai sacerdoti sposati di tornare a servire l’altare è una di quelle rose possibili, un segno di primavera per un Popolo di Dio che ha sete di Eucaristia.