Successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa

La sessione di apertura del Concilio

Una data fotografa il Concilio non nel tripudio delle fanfare, ma nel “pianissimo” degli archi: l’8 dicembre 1962, festa dell’Immacolata. Giovanni XXIII chiude la prima sessione con un discorso non solenne né encomiastico, ma improntato a un realismo spirituale. Nessun testo è stato approvato, nessuna costituzione varata, nessun decreto firmato. Il colpo d’occhio potrebbe sembrare impietoso: oltre duemila vescovi riuniti da ogni continente, settimane di discussioni serrate, e alla fine… zero documenti. Ma Roncalli non gioca la partita dei risultati immediati. Il suo registro è diverso: non misura il Concilio in provvedimenti votati, ma in coscienze attivate. È come se dicesse ai padri conciliari e al mondo: il motore è acceso, il viaggio è lungo, non scambiate il primo chilometro per l’arrivo.
L’allocuzione ha un tono dimesso, quasi domestico. Lo stesso incipit che ne dà il titolo è feriale: Prima sessio. Non v’è retorica di vittoria; l’apprezzamento verte sull’immagine di un’assemblea che ha imparato a conoscersi. Il Papa insiste su un punto decisivo: prima di produrre testi, la Chiesa deve promuovere ascolto. Vescovi provenienti da culture, lingue, sensibilità teologiche diversissime hanno dovuto misurare le parole, conoscersi e apprendere i codici, se è vero che la cattolicità non è un’idea astratta ma un coro di accenti. Fin qui si sono create le condizioni perché la parola comune portasse a un compromesso non frettoloso. La lentezza esaspera chi avrebbe voluto decisioni rapide; d’altro canto, quell’incedere lento rivela la novità dell’evento: non un concilio “amministrato dall’alto”, ma un laboratorio di collegialità. Le divergenze non vengono nascoste sotto il tappeto come la polvere; vengono affrontate. Roncalli le definisce quasi un bene provvidenziale: si perviene alla verità con momenti di pausa e respirando un po’ di aria fresca, non imboccando corsie preferenziali. Eppure il Papa non si limita a giustificare l’assenza di risultati formali. Compie una scelta strategica che, a posteriori, appare geniale: indicare nella liturgia il primo terreno di maturazione conciliare. Non è un dettaglio tecnico. Significa partire dal luogo dove fede e vita si incontrano ogni giorno, dove la Chiesa respira. Se si riforma il modo di pregare, si riforma il modo di essere. È il contrario dell’ingegneria ecclesiastica: prima il cuore, poi l’architettura. E poi la frase-sigillo: l’attesa di una “nuova Pentecoste”. Non come fuoco d’artificio, ma come incremento di energie spirituali, come stile materno che si estende nei campi dell’umano. In controluce si capisce il paradosso di quella giornata: nessun testo approvato, ma una direzione impressa. Il Concilio non ha ancora prodotto documenti, ma ha prodotto fiducia. Non ha chiuso capitoli, ha aperto orizzonti.
Il discorso in chiaroscuro scorre come un ponte tra due rive. Da una parte, il ricordo dell’11 ottobre, con la sua coreografia monumentale; dall’altra, l’attesa dei mesi di intersessione, silenziosi ma decisivi. Giovanni XXIII invita i vescovi a tornare nelle diocesi non come reduci, ma come portatori di una fiaccola. Il Concilio non si interrompe: cambia scena. Si sposta dalle navate di San Pietro alle scrivanie, alle biblioteche, alle visite pastorali. È una pausa operosa, non una sospensione. E com’è stato il clima dentro e fuori San Pietro? La permanenza a Roma fra sessioni in assemblea, lavoro in commissione, contatti con i confratelli e i teologi conosceva ritmi intensi ed estenuanti; non meraviglia allora che ci fossero momenti di ricreazione al Bar-Abba e al Bar Jonas (locali sempre aperti in basilica per consentire un po’ di relax. Qualche fonte riporta che fu lo stesso Papa a prendere tale decisione: «Poveretti, se non gli avessi concesso un bar, avrebbero fumato dentro le loro mitre!»). In Francia nel 1966 comparve Conciliabules (Bolle del Concilio) un librino che raccoglieva un centinaio di freddure e barzellette, subito riciclate in Italia dal vescovo Luigi Bettazzi per almeno mezzo secolo. Per esempio: «Qual è la conferenza episcopale meglio organizzata e sempre concorde? Facile! Quella del Principato di Monaco: c’è un solo vescovo!». Al segretario del Sant’Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani, indomito difensore della tradizione, non mancavano sortite di verace humor trasteverino. Nel dibattito sulla liturgia auspicò di morire prima della fine del Concilio. Perché mai? «Vorrei davvero poter ricevere un funerale cattolico!».
Tornando all’8 dicembre 1962, papa Roncalli con la sua bonaria fermezza consegna alla storia un criterio più che un bilancio: il successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa. Quel giorno non si chiude una sessione: si inaugura un rilancio paziente e promettente della lunga attraversata del Vaticano II.
Avvenire

Papa ai preti giovani, ‘non isolatevi, parlate delle vostre crisi: ma i preti sposati con famiglia che potrebbero aiutare a superare la crisi ancora tabù

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l Papa, nell’udienza ai sacerdoti romani, ha parlato anche delle difficoltà affrontate dai preti più giovani che “spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca. In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine.

Vi esorto – ha detto il Pontefice – alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi”.
Ai preti più adulti il Papa ha chiesto dunque “un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”, ha concluso.

Ansa

Per il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, manca continuamente nella riflessione del Papa l’accenno e il riferimento ai preti sposati, grande risorsa nella Chiesa Cattolica per arginare la crisi dei preti.

I gruppi ispirati a don Milani votano No al referendum sulla magistratura

Don Milani, la musica e il riscatto - SettimanaNews
FIRENZE-ADISTA. La Fondazione don Milani, il Gruppo don Milani di Calenzano e l’Istituzione don Milani invitano ad esprimere il proprio No al referendum sulla riforma costituzionale sulla magistratura, «che apre la strada ad un sempre maggiore controllo della politica sul potere giudiziario attraverso una radicale modifica degli assetti dell’organo di autogoverno di quel potere, il Consiglio superiore della magistratura».

«Il motivo centrale del nostro No sta nel merito stesso della riforma», si legge nel documento sottoscritto dalle tre associazioni milaniane. «La proposta, nei fatti, consegna enorme potere e influenza sulla giustizia alle maggioranze politiche del momento, avvantaggiandole di volta in volta, come riconosciuto dallo stesso ministro della Giustizia, estensore della riforma.

Questo significa porre le basi per minare alla radice il principio della terzietà del giudice, che è sacro in uno Stato di diritto. Se la carriera, le assegnazioni e il futuro di un magistrato dipendono da chi detiene il potere politico, come può quel giudice essere – e apparire – veramente imparziale e terzo rispetto alle parti? Si rischia di creare due pesi e due misure: una giustizia per chi ha appoggi politici e una per il cittadino comune. Viene così svuotato di senso quanto stabilito della Costituzione, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura attraverso il suo autogoverno.

È il senso di responsabilità che ci ha insegnato don Lorenzo ad imporci questa presa di posizione.

Nella Lettera ai Giudici il priore ricorda che la parola “uguaglianza” scritta in Costituzione deve diventare vita concreta. Una giustizia asservita al potere politico tradisce proprio quel principio di uguaglianza di fronte alla legge. Nella stessa Lettera, don Milani non difendeva solo una causa, ma il ruolo stesso della magistratura come potere autonomo e terzo, unico baluardo a difesa dei diritti di chi non ha voce.
Per don Milani, la Costituzione era un testo sacro, uno strumento di riscatto per gli ultimi. Modificarla in questo senso significa tradirne lo spirito più profondo e tradire il principio della separazione dei poteri, l’unico argine contro l’arbitrio e il sopruso del potente sul povero.
I Care, definisce una dimensione etica antitetica al me ne frego fascista e alla sua violenza prevaricatrice. I Care significa capire le ragioni dell’altro, riconoscere la sua umanità, fondare sul dialogo la convivenza, sentire la responsabilità di difendere, di tutelare, di migliorare ciò che è condiviso e importante per tutti

La parola era per don Milani la chiave fatata per l’emancipazione degli ultimi, e si deve stare in guardia dai tanti tentativi a cui si assiste oggi di stravolgere il senso di tante parole importanti e privarle del loro significato.
La parola “giustizia” diventa un suono vuoto se chi deve amministrarla non è libero. Un giudice che dipende dalla politica non potrà mai ascoltare veramente la parola del povero, dell’emarginato, del “piccolo” a cui don Milani ha dedicato tutta la sua esistenza.
Per tali ragioni, questo referendum non è una semplice questione tecnica, ma una scelta di valori e di sistema. Chiediamo a tutti – cittadini, educatori, giovani – di votare no. Per restare fedeli alla Costituzione e all’insegnamento di Barbiana, per continuare ad avere cura insieme della nostra Costituzione. Pensiamo che di fronte ad una legge ingiusta, che si aggiunge ad altre leggi ingiuste che seguono l’obiettivo di limitare i diritti e rottamare la democrazia, “l’obbedienza non è più una virtù”. Sentiamo forte la responsabilità, oggi, di difendere l’indipendenza della giustizia pilastro irrinunciabile dello stato di diritto e con essa la tradizione democratica della nostra terra. Per continuare ad avere cura di quel fragile compromesso da coltivare e tutelare ogni giorno e che si chiama democrazia, sentiamo la responsabilità di votare No a questo referendum».

Milioni di cristiani e musulmani, in tutto il mondo, iniziano nello stesso giorno un cammino di digiuno, preghiera e carità

Un uomo pulisce la moschea Mahabat Khan in vista del mese sacro musulmano del Ramadan a Peshawar, Pakistan

Quando il digiuno unisce, Quaresima e Ramadan insieme nel 2026

Milioni di cristiani e musulmani, in tutto il mondo, iniziano nello stesso giorno un cammino di digiuno, preghiera e carità: il mondo diventa così un po’ più predisposto all’ascolto, alla comprensione e alla pace

Nel 2026 si verifica una significativa coincidenza temporale. La Quaresima cristiana e il Ramadan islamico iniziano quasi contemporaneamente, offrendo un’opportunità unica per il dialogo interreligioso e la riflessione sui valori condivisi di penitenza, preghiera e carità. Questa sincronia di date, sebbene non inedita, assume un particolare rilievo oggi, mentre il mondo sempre più necessita di ponti di comprensione e rispetto tra le diverse fedi.

La Quaresima, per i cristiani cattolici e altre Chiese cristiane, è un periodo di quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, la celebrazione della resurrezione di Gesù. Inizia con il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo, prima della Messa in Coena Domini. Nel 2026, il Mercoledì delle Ceneri cade il 18 febbraio. Durante questo periodo, i fedeli sono invitati a un cammino di conversione, che include l’ascolto della Parola di Dio, il digiuno e l’astinenza. Il digiuno è un segno di pentimento e aiuta a concentrarsi sulla fame spirituale, mentre l’astinenza proibisce il consumo di carne e cibi e bevande particolarmente ricercati. La durata di quaranta giorni richiama eventi biblici come i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto a digiunare e i quaranta giorni in cui istruì i suoi discepoli dopo la resurrezione. Il digiuno quaresimale è inteso come un aiuto alla conversione a Dio e alla riscoperta del significato della propria fame.

Parallelamente, il Ramadan è il nono mese del calendario islamico, un periodo sacro di digiuno, riflessione, preghiera e comunità per i musulmani di tutto il mondo. Nel 2026, il Ramadan inizia la sera di martedì 17 febbraio, con il primo giorno di digiuno mercoledì 18 febbraio, e termina al tramonto di giovedì 19 marzo. Le date esatte possono variare di un giorno a seconda dell’avvistamento della luna, poiché il calendario islamico si basa sul ciclo lunare. Durante il Ramadan, dall’alba al tramonto, i musulmani si astengono da cibo, bevande, fumo e attività sessuali. Questo digiuno, chiamato Sawm, è uno dei Cinque Pilastri dell’Islam e ha lo scopo di avvicinare i fedeli a Dio e di ricordare la sofferenza dei meno fortunati. Il Ramadan commemora la rivelazione del Corano al profeta Maometto. Il termine “Ramadan” deriva dalla radice araba “ar-ramad”, che significa “calore intenso” o “bruciare”, e si riferisce al “mese benedetto” in cui Allah perdona, benedice e premia i fedeli.

La contemporaneità dell’inizio di questi due importanti periodi religiosi nel 2026 è vista da molti come un’opportunità per promuovere l’amicizia e il dialogo tra cristiani e musulmani. Entrambi i periodi sono caratterizzati da pratiche spirituali come il digiuno, la preghiera e l’attenzione ai poveri, valori che costituiscono un patrimonio spirituale condiviso. Questa coincidenza temporale invita a riscoprire e promuovere l’amicizia e la comprensione reciproca tra le diverse fedi, sottolineando come la fede debba trasformare il cuore e plasmare le azioni, e come il digiuno apra gli occhi alla sofferenza e accresca la compassione. Sebbene le specifiche pratiche e la durata possano differire, il Ramadan e la Quaresima condividono l’obiettivo fondamentale di rinnovamento spirituale e morale, offrendo ai credenti l’opportunità di riflettere sulle proprie vite, correggere gli errori e rafforzare la propria fede, promuovendo empatia e solidarietà all’interno delle comunità.

rsi.ch

Cardinal Ruini rivela di essersi innamorato 3 o 4 volte… ma ancora per lui tabù preti sposati e riammissione al ministero

Ruini: «Mi sono innamorato tre volte ma grazie a Dio ho resistito. Ratzinger sbagliò a lasciare, Bergoglio ignorò la tradizione»

Comunicato stampa Roma 21 Febbraio 2026 – Cardinal Ruini rivela di essersi innamorato 3 o 4 volte… ma ancora per lui tabù preti sposati e riammissione al ministero

Il Movimento Internazionale commenta intervista a Ruini: “Nostalgiche dichiarazioni che non incidono nella vita di oggi della Chiesa bisognosa di riforme per arginare la crisi dei preti. I preti sposati sono una grande ricchezza per la Chiesa”

Di seguito l’intervista del Corriere della Sera

Cardinal Ruini, oggi sono 95 anni. Qual è il segreto della longevità?
«Non saprei. Forse, in ordine di importanza crescente: una vita ordinata; il Dna di ciascuno; la misura del dono di Dio».

Lei cosa mangia, cosa beve? Ha fatto esercizio fisico?
«Seguo più o meno una dieta mediterranea: pasta, verdure, carne, frutta; niente di particolare. Bevo acqua. E faccio da molti anni tanta fisioterapia».

Quanto conta la fede? Quanto la curiosità intellettuale per il mondo?
«Fede e durata della vita terrena sono due grandezze indipendenti l’una dall’altra: pensi alla morte precoce di Carlo Acutis. La curiosità intellettuale può aiutare a tenere vivo il cervello, e così forse allungare la vita».

Qual è il suo primo ricordo?
«Un prato in collina, e la mia palla che ruzzolando finisce contro un filo spinato e si buca. Era l’estate del 1934, avevo tre anni».

Com’era l’Italia fascista?
«Un’Italia che non mi piaceva. Troppo sicura di sé e inconsapevole delle sue debolezze».

È vero che lei ebbe una discussione con suo padre sulla guerra?
«Ne avevo spesso. Mio padre era convinto che la guerra l’avremmo vinta. Io invece che l’avremmo perduta».

Perché?
«Perché avevo appreso dal libro di geografia per le scuole medie che i nostri avversari erano molto più ricchi di noi».

Della guerra cosa ricorda?
«I bombardamenti, che non risparmiarono il mio paese, Sassuolo. La morte di alcuni amici. Il lungo periodo trascorso come sfollato nella casa di campagna di mio padre. Un periodo, quest’ultimo, molto positivo».

Come mai?
«Mi piaceva la vita dei campi, aiutavo i contadini nel loro lavoro. Poi ricordo l’8 settembre, con i soldati che venivano a chiedere cibo e soprattutto vestiti, per potersi liberare delle divise».

Se avesse avuto qualche anno in più, avrebbe scelto la Repubblica sociale o i partigiani?
«Nessuno dei due fronti».

Perché decise di fare il sacerdote?
«Sono sempre stato credente e praticante. Quando stavo finendo il liceo scientifico, il mio direttore spirituale mi chiese molto delicatamente se avessi pensato anche alla possibilità di farmi sacerdote. La proposta mi piacque, e dissi di sì quasi d’istinto. Dedicarmi a Dio mi apparve qualcosa di entusiasmante».

Ma la sua famiglia non era d’accordo, vero?
«Mio padre e mia madre erano molto contrari. Favorevole invece era mia sorella Donata, allora una ragazzina di dodici anni, che mi ha poi sostenuto, anche economicamente, per tutta la sua vita».

Una volta lei confidò al Corriere di essersi innamorato. Ci racconta qualcosa di più? Le pesò rinunciare a quell’amore?
«Per la verità, mi sono innamorato o, forse meglio, mi sono sentito attratto da una donna più di una volta. Ma con l’aiuto di Dio ho sempre resistito. Naturalmente quelle rinunce mi pesavano. Ma non presi mai in considerazione l’ipotesi di una scelta diversa. Non ho mai pensato di lasciare il sacerdozio».

Se le ricorda, quelle donne?
«Certo. Almeno tre o quattro, in diversi periodi. La vita è lunga…».

È vero che da giovane era un prete progressista, conciliare?
«Ero certo entusiasta del Concilio; e lo sono ancora. Quando però, dopo il Concilio, si aprì la crisi che è arrivata a mettere in discussione i dogmi della fede cattolica, ho reagito immediatamente, opponendomi con forza».

Quali dogmi?
«Addirittura la divinità di Cristo. Per non dire della morale sessuale. Fu un periodo molto particolare».

Pensa che il Concilio sia andato oltre le intenzioni di Giovanni XXIII e Paolo VI?
«No, assolutamente. Come le ho detto, non bisogna confondere Concilio e dopo-Concilio».

Come ricorda il primo incontro con Papa Wojtyla?
«Era l’autunno del 1984, ed ero vescovo ausiliare a Reggio Emilia. Ma ero anche uno dei tre vicepresidenti del comitato preparatorio del convegno ecclesiale di Loreto. Un pomeriggio ricevetti una telefonata da monsignor Re, allora assessore della segreteria di Stato, che mi comunicava che ero atteso assieme a lui a cena dal Papa. Giovanni Paolo II entrò subito in merito, chiedendomi notizie e valutazioni sulla preparazione del convegno. Ho risposto con totale franchezza, e mi sono reso conto che il Papa apprezzava questa mia schiettezza e le mie valutazioni. Da allora mi chiamò spesso e ho goduto della sua fiducia».

Che cosa aveva detto al Papa?
«Avevo criticato l’impostazione della Cei. La Conferenza dei vescovi pensava che il mondo fosse ormai secolarizzato. Giovanni Paolo II era invece convinto che la secolarizzazione fosse in via di superamento, e occorresse una nuova evangelizzazione, rivolta ai popoli già cristiani che erano a rischio di perdere la fede. Io pensavo con il Papa che si potesse tenere le nostre posizioni e fare un’opera di evangelizzazione».

E sul comunismo?
«Giovanni Paolo II era contrario al compromesso storico. Per lui, i cristiani che sul comunismo non ragionavano in termini di “noi” e “loro” non avevano capito».

Com’è stato davvero il suo rapporto con Prodi?
«Con Prodi e con la sua grande famiglia sono stato molto amico. Tanto da celebrare il suo matrimonio con Flavia Franzoni. Le nostre strade si sono divise quando intorno al 1990 io sono rimasto su posizioni di centro, mentre lui si è orientato a sinistra. Con il senno di poi, penso che entrambi, sia io sia Prodi, avevamo frainteso le posizioni dell’altro, ritenendole coincidenti con le proprie. Mentre non era vero. Oggi i nostri rapporti sono decisamente buoni, anche se non ci sentiamo spesso».

E il rapporto con Berlusconi?
«L’ho conosciuto quando è “sceso in campo”, per usare il suo linguaggio. Mi resi subito conto che il suo stile di vita aveva aspetti problematici. Ma la sua azione politica mi è apparsa decisiva per fermare il comunismo, per introdurre il bipolarismo in Italia e per resistere all’ondata di laicismo che già allora minacciava valori non negoziabili per la Chiesa».

Nel 1994 i comunisti non c’erano quasi più.
«Dica pure post-comunisti, se preferisce. Resta il fatto che, se non c’era Berlusconi, al potere andava Occhetto».

E lo stile di vita?
«Ricordo che noi cattolici ci infervorammo per John Kennedy; e venne fuori che neanche lui era irreprensibile».

È pentito di aver in qualche modo dato un avallo, con la sua autorevolezza, alla stagione di Berlusconi? O rifarebbe quella scelta?
«Non sono pentito. Oggi la situazione è diversa. Posso solo dire che i miei orientamenti di fondo non sono cambiati».

Qual è stato il più grande Papa che la Chiesa ha avuto in questi 95 anni?
«Domanda difficile. Per la Chiesa è un periodo fortunato, in cui si sono succeduti vari grandi Pontefici. Penso a Pio XII, a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI».

Deve scegliere.
«Per me il maggiore è Giovanni Paolo II».

Perché?
«Perché fu un vero leader mondiale».

Benedetto XVI è stato più grande come teologo che come pontefice? Sapeva governare?
«È stato soprattutto un grandissimo teologo. Il governo è stato il suo punto debole».

Lei fu uno dei protagonisti del conclave del 2005: emerse mai un’alternativa reale a Ratzinger?
«Sui conclavi vige il segreto. Dirò soltanto che reali alternative a mio parere non emersero».

Quale ricordo personale custodisce di quel conclave?
«Un’atmosfera positiva, fiduciosa. Eravamo reduci dal funerale di Giovanni Paolo II, che fu l’apogeo del prestigio della Chiesa. E poi ricordo il giuramento nella Sistina: “Giuro su Cristo che mi giudicherà…”. Dire quelle parole così impegnative sotto lo sguardo del Cristo giudicante di Michelangelo dava una scossa che ricordo ancora adesso».

Come visse le dimissioni di Ratzinger?
«Mi hanno totalmente sorpreso, e mi dispiacquero molto».

Fu un errore?
«Le dico la verità: fu una decisione sbagliata, almeno a me pare così. Poi certo lui sapeva meglio di me quali erano le sue condizioni, quindi non voglio giudicare. A me le dimissioni non convinsero».

Sul comò di fronte vedo le foto di Wojtyla, di Ratzinger, di Prevost; non vedo quella di Bergoglio.
«Si giri. È lì, alle sue spalle».

Papa Francesco l’ha delusa?
«Con papa Francesco mi sono trovato in difficoltà. Troppo grande e improvviso è stato il cambiamento. Più che deluso, sono stato sorpreso».

Quale bilancio fa del suo pontificato? Ha fatto più bene o più male alla Chiesa?
«Mi sembra un bilancio complesso, con aspetti molto positivi e altri assai meno. È presto per giudicare quali di essi prevalgano».

Mi dica una cosa positiva di Francesco.
«Il suo grande coraggio».

E una cosa negativa.
«Tenere troppo poco conto della tradizione. Non a caso è stato forse più amato dai non credenti che dai credenti».

E Leone che impressione le fa? L’ha incontrato?
«Mi ha concesso un’udienza nei primissimi giorni del pontificato. La mia impressione è ottima. Sono felice di avere questo Papa».

Oggi alla guida della Cei, che lei ha retto per sedici anni, c’è un cardinale considerato progressista. I vescovi italiani sono troppo «a sinistra?».
«Non mi pare che l’episcopato italiano nel suo complesso possa dirsi a sinistra. Le posizioni sono diversificate, come è sempre stato e come è naturale che sia. Era così anche ai miei tempi».

Lei una volta disse al Corriere: la cultura è a sinistra, ma il Paese è a destra. Come mai questa dicotomia secondo lei?
«È una dicotomia che esiste in molti Paesi, non solo in Italia. Deriva probabilmente dal fatto che la gente comune dà più peso agli aspetti pratici, mentre gli intellettuali guardano a questioni che ritengono di principio».

Che giudizio politico e personale dà di Giorgia Meloni?
«Decisamente positivo sotto entrambi gli aspetti, sia politico sia personale».

La conosce? Vi parlate?
«La conosco da molti anni e parliamo volentieri, nei limiti del suo tempo. È una persona molto immediata, molto schietta. Con me è anche molto affettuosa. C’è un’amicizia vera, ci mandiamo sempre a salutare».

In che modo?
«L’infermiere che viene da me per curarmi va anche da lei».

Di Trump cosa pensa?
«Ho un giudizio non positivo. Trump ha sconvolto la politica americana e mondiale, andando in una direzione molto discutibile. E poi non mi piace la sua spregiudicatezza».

Lei tornerebbe alla messa in latino?
«Certamente no. È molto importante che la gente comprenda il linguaggio nel quale si celebra».

Però la considerano un tradizionalista.
«Tradizione non vuol dire tornare indietro. Al contrario. “tradere” significa passare da una mano all’altra. Tradizione è la continuità della Chiesa».

La Chiesa ha rinunciato a parlare di quelli che si chiamavano valori non negoziabili? La sacralità della vita, l’indissolubilità del matrimonio, la morale sessuale?
«Non possiamo rinunciare a parlare di questi valori. Fanno parte del contenuto della nostra fede, dell’etica cristiana. Oggi se ne parla meno di prima; ma questa è una lacuna a cui dobbiamo porre rimedio».

Nel Vangelo secondo Luca, Gesù chiede: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?». Lei cosa risponderebbe a questa domanda?
«Risponderei: “Signore, tu lo sai; io lo spero con tutto il cuore”».

Ma quando tornerà Cristo secondo lei?
«Anche questo lo sa soltanto Dio».

Quindi non è certo che troverà ancora la fede sulla terra?
«Purtroppo no».

Il cristianesimo è in crisi? Come vede il suo futuro?
«Almeno in Occidente la crisi della fede è innegabile. E la nostra prima risposta deve essere la preghiera. Tanta preghiera, affinché la luce della fede non si spenga ma prenda nuovo vigore. Sul futuro a lungo termine del cristianesimo, sono comunque ottimista».

Perché?
«Perché alla sua origine non c’è soltanto l’uomo. C’è Dio».

Esiste nel mondo un sentimento anticristiano?
«Esiste certamente, ed è esistito nelle forme più varie fin dall’inizio del cristianesimo. Ricordiamo la parola di Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Colpisce la scarsa solidarietà di noi credenti verso i nostri fratelli perseguitati».

Le chiese sono sempre più vuote, ma la gente ha un disperato bisogno di speranza e di fede. Come spiega questa contraddizione?
«È una contraddizione più apparente che reale. Coloro che hanno perso la fede non per questo non hanno più bisogno di speranza, e anche di fede. È un buco che non si può chiudere, e che testimonia che siamo fatti per Dio. Poi influiscono le carenze di noi credenti nell’opera di evangelizzazione».

Anche i seminari sono vuoti. Non è crudele imporre ai preti di non avere una famiglia?
«Non si tratta di un’imposizione, ma di una condizione liberamente accettata. Il celibato dei preti ha i suoi problemi, ma anche i suoi vantaggi. A mio parere, molto maggiori».

Perché una donna non potrebbe fare il sacerdote?
«La Chiesa non può ordinare le donne sacerdoti, perché il sacerdote è configurato a Cristo, che è di sesso maschile».

Lei ha paura della morte?
«Sì. Soprattutto perché alla morte segue il giudizio di Dio sulla nostra vita. La paura è attenuata dalla fiducia nella misericordia di Dio, che è infinita».

Quindi è possibile che l’inferno sia vuoto?
«Non ci credo. Temo che l’inferno vuoto non lo sia affatto».

Ha mai dubitato dell’esistenza di Dio, della resurrezione della carne?
«Dubitato in senso proprio, no. Altra cosa è la tentazione. Di tentazioni riguardo alla fede ne ho avute tante, anche forti».

Ma cosa accade al nostro corpo tra la morte e la resurrezione nel giorno del Giudizio Universale?
«Il nostro corpo giace nel sepolcro, in attesa di risorgere per la salvezza eterna o per la condanna. La nostra anima immortale è invece già in paradiso, o all’inferno o in purgatorio. Il giudizio particolare su ciascuno di noi avviene già al momento della morte».

Lei ha scritto sull’aldilà un libro bellissimo, che però non dà certezze. Ad esempio c’è un capitolo in cui rievoca le esperienze premorte — la luce dopo il tunnel, la sensazione di beatitudine… — ma poi conclude: queste persone non sono realmente morte, quindi il loro racconto non è decisivo. Cosa dobbiamo aspettarci allora?
«Vorrei precisare: nel mio libro riconosco che la ragione da sola non ci dà certezze sull’aldilà; ma dico chiaramente che questa certezza la possiamo raggiungere attraverso la fede».

Ma lei personalmente l’aldilà come lo immagina?
«L’aldilà per coloro che si salvano è la visione di Dio, l’unione immediata con Lui. Oltre che l’unione con i nostri fratelli defunti. I vangeli impiegano al riguardo immagini molto belle; ad esempio quella del convito. Un banchetto solenne, in cui mangiamo insieme e insieme siamo felici. Mantenendo la nostra individualità».

Lei è stato presidente della Commissione su Medjugorje. Che idea si è fatto?
«Per la nostra Commissione le prime sette apparizioni furono reali. Era davvero la Madonna. Dopo le cose si confondono, e non abbiamo dato un giudizio preciso. Se siano apparizioni o suggestioni non lo so».

Qual è la persona più intelligente che ha conosciuto nella sua vita?
«Non mi sento in grado di giudicare in merito. Posso dire che di persone estremamente intelligenti ne ho conosciute non poche. Ad esempio Giovanni Paolo II, o in maniera diversa il mio professore di teologia alla Gregoriana, Bernard Lonergan».

Wojtyla era così intelligente?
«Pensi che leggeva due libri contemporaneamente: il più difficile di persona, mentre si faceva leggere a voce alta il libro più facile. San Tommaso d’Aquino invece dettava due libri contemporaneamente».

E la persona più buona?
«A maggior ragione non mi sento di giudicare. Anche di persone buone ne ho conosciute molte. Mi limito a ricordarne due che sono addirittura sante: madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II».

Lui dubbi non ne aveva.
«No, lui no. Una fede granitica. Quando pregava, era davvero a colloquio con Dio».

corriere.it

Robin Ward, 60 anni, sposato, padre di due figli e studioso di patristica e storia della Chiesa accolto nella Chiesa cattolica mentre i preti sposati ancora discriminati

Comunicato stampa – Roma 21 Febbraio 2026 – Robin Ward, 60 anni, sposato, padre di due figli e studioso di patristica e storia della Chiesa accolto nella Chiesa cattolica mentre i preti sposati ancora discriminati

Robin Ward, 60 anni, ex direttore (dal 2006 al 2025) del seminario anglicano St. Stephen’s House, è stato accolto nella Chiesa cattolica il 14 febbraio presso l’Abbazia di San Michele dall’Abate Dom Cuthbert Brogan. Ward è stato ordinato chierico della Chiesa d’Inghilterra nel 1992. Sposato, padre di due figli e studioso di patristica e storia della Chiesa, Ward ha citato l’influenza di John Henry Newman – di cui ha scelto il nome al momento della cresima – e ha detto che le domande sulla natura della Chiesa lo hanno portato a convertirsi. Dal 1992, circa 700 membri del clero anglicano e leader religiosi in Gran Bretagna si sono convertiti al cattolicesimo.

Fonte: it.news