Riflettere sulla pace è quanto mai opportuno e attuale tenuto conto del contesto storico che viviamo

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Rifletterci dal punto di vista della comunità cristiana è ancor di più necessario. Se si dà credito e si presta il doveroso ossequio a quanto il pontificato di Leone XIV ha suggerito e suggerisce con insistenza, l’urgenza ne esce rafforzata. Per questo la Cattedra Wojtyla propone quest’anno un Colloquio filosofico-teologico sul tema della pace nell’ambito del tradizionale appuntamento di novembre delle Wojtyla Lectures.

Dal 9 al 13 novembre prossimo a Roma, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, si svolgerà un ciclo di incontri dedicato al Commento al Cantico dei Cantici di san Bernardo guidato come sempre dal noto filosofo francese Jean-Luc Marion, Direttore della Cattedra Wojtyla.

All’interno di questo appuntamento, si terrà poi giovedì 12 novembre e venerdì 13 il Colloquio filosofico-teologico «Beati gli operatori di pace. Filosofia e teologia dialogano sulla pace», organizzato in collaborazione con il corso di Dottorato di Ricerca in Contemporary Humanism della LUMSA e il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e Storia dell’arte dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Tenuto conto – absit iniuria verbis – dell’inflazione di convegni e pubblicazioni sul tema, gli organizzatori dell’incontro si sono trovati di fronte al non facile compito di identificare una prospettiva che, in qualche modo, potesse rappresentare una nota, non dico di originalità (sarebbe troppo presuntuoso), ma perlomeno di «stravaganza». Offrire, infatti, qualcosa che vada al di là della ripetizione di tesi e assunti che godono di una lunga e consolidata tradizione non è facile, ma sicuramente doveroso.

In questo senso, organizzare un Convegno per dire che la pace non è l’assenza della guerra, sarebbe solamente la doverosa ripetizione di un asserto indispensabile a comprendere come politicamente la pace è l’orizzonte trascendentale di tutte le guerre. Asserto da cui non si può prescindere, ovviamente, ma che apre a una considerazione più radicale che ha a che fare direttamente con quanto appartiene alla riflessione filosofica e (si spera) teologica: la pace è una rappresentazione ideale per poter pensare politicamente la storia degli uomini e delle istituzioni oppure è qualcos’altro?  E, se la risposta è positiva, a quale livello la pace non è solo un’esigenza intellettuale, ma una realtà?

La replica a questi interrogativi è al centro della riflessione del Colloquio della Cattedra Wojtyla che ha scelto di concentrarsi sul livello pre-politico della pace per tentare di comprendere (è solo un tentativo) quando e come la profonda ingiustizia del nostro atteggiamento naturale non viene solo «irenicamente» dichiarata superata in una originaria apertura all’altro o, peggio, cancellata dallo slancio di vecchi e nuovi Schwärmer della giustizia sociale.

Parimenti, e l’osservazione è decisiva, concentrarsi su questa dimensione pre-politica della pace non vuole essere unicamente l’indicazione delle condizioni di base sulle quali la guerra empiricamente diventa improbabile. Porsi a un livello pre-politico è forse il modo più efficace di offrire un orientamento per costruire la civitas terrena nel suo legame e, soprattutto, nella sua differenza dalla civitas Dei. L’esito di una comprensione delle relazioni umane che metta al centro la conversione dello sguardo caratterizza infatti immediatamente in senso teologico (e, quindi, religioso) la pace.

La pace, dunque, è una questione teologica che, come tale, consente agli uomini di riconoscersi reciprocamente come uomini e non come lupi: homo homini homo. Trovare la giusta collaborazione tra istituzioni sinceramente edificate su questo presupposto diventa così uno dei principali (se non il principale) compito dell’azione socio-politica della Chiesa:

«Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio» (Agostino, Civ. Dei, XIX, 17).

Settimana News

Usa, l’onda democratica alle elezioni di Midterm apre la sfida per il 2028

Il Campidoglio degli Stati Uniti all'alba del 3 novembre 2026, giorno delle elezioni di metà mandato a Washington, DC

Al Senato i Democratici possono contare su 54 seggi, compresi i due indipendenti che siedono con loro, contro i 44 dei Repubblicani, con due ancora da assegnare. Alla Camera dei Rappresentanti hanno già conquistato 228 seggi, superando la soglia dei 218 necessari per la maggioranza, contro i 139 attribuiti ai Repubblicani. Restano ancora 68 collegi da assegnare. La prima risposta al cambiamento sembra arrivare da giovani, asiatici, ispanici e latinos

Guglielmo Gallone – Città del Vaticano – Vatican News

Texas, Kansas, South Carolina. Sono queste le sorprese più clamorose delle elezioni di metà mandato americane che, all’indomani del voto, hanno consegnato ai Democratici il Senato e sembrano ormai destinate a garantire loro anche il controllo della Camera dei Rappresentanti. Tre Stati tradizionalmente repubblicani, tre vittorie che appena due anni fa sarebbero apparse improbabili. Nel 2024 Donald Trump aveva conquistato il Texas con 14 punti di vantaggio e la South Carolina con quasi 18. In Kansas, invece, un democratico non vinceva un seggio al Senato federale dal 1932. Novantaquattro anni. Dunque, al momento, secondo gli ultimi dati dell’Associated Press, al Senato i Democratici possono contare su 54 seggi, compresi i due indipendenti che siedono con loro, contro i 44 dei Repubblicani, con due ancora da assegnare. Alla Camera dei Rappresentanti hanno già conquistato 228 seggi, superando la soglia dei 218 necessari per la maggioranza, contro i 139 attribuiti ai Repubblicani. Restano ancora 68 collegi da assegnare.

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

Avvenire

Il prendersi cura, la speranza e la fiducia sono i fondamentali nascosti dell’economia che dovremmo imparare a riconoscere. Nessuno può diventare manager se qualcuno non si è preso cura di lui all’inizio della sua esistenza. La cura precede, accompagna e ricostruisce le capacità (anche quelle produttive) delle persone. Senza speranza nessun rendimento atteso futuro (e quindi nessun investimento o attività finanziaria) hanno valore. La fiducia è ingrediente chiave di quell’intelligenza relazionale che rende possibile la cooperazione tra umani che moltiplica il valore sociale ed economico. Quando queste risorse si impoveriscono, ne risentono dunque non solo la salute ma anche formazione, lavoro e investimenti e dunque il benessere sociale ed economico di un paese. Una politica economica lungimirante deve chiedersi anche come rigenerarle.
L’università può contribuire ad accrescere questi fondamentali della società e dell’economia attraverso ricerca e terza missione, ovvero mettendo ricerca e competenze in relazione con i bisogni della società. È una missione che comprende non solo il trasferimento tecnologico ma si estende anche all’innovazione sociale, alla collaborazione con i territori e alla costruzione di capacità collettive. Perché questa missione produca risultati occorrono strumenti e persone che colleghino stabilmente i laboratori della ricerca con quelli della vita quotidiana.
Da qui la proposta dei dottorati civici. Abbiamo imparato (con il Decreto ministeriale 226 del 14 dicembre 2021) ad avvicinare università e imprese attraverso i dottorati industriali, una tipologia istituita per legge che prevede la partnership e il cofinanziamento di pubblico e imprese. Possiamo costruire un’alleanza analoga tra il pubblico e cooperative sociali, associazioni, fondazioni, amministrazioni e reti territoriali per fondare l’istituto dei dottorati civici come abbiamo recentemente proposto nella commissione sulla terza missione della Società Italiana di Economia. L’innovazione che migliora l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità o l’accesso alle (e l’efficienza delle) cure ha bisogno di ricerca avanzata quanto quella che migliora un processo produttivo. E può generare benefici economici molto oltre l’organizzazione che la realizza.
Il meccanismo sarebbe quello di un percorso triennale inserito in un dottorato accreditato, un progetto costruito insieme all’organizzazione civica e una doppia supervisione, accademica e territoriale. Un programma pilota potrebbe attivare cento percorsi in diverse università del paese. Il costo di riferimento (che possiamo stimare a 90mila euro per posizione nel triennio), potrebbe esser coperto (per ipotesi) per due terzi dal pubblico e per un terzo dai partner, nel qual caso servirebbero sei milioni pubblici e tre dei partner per le 100 posizioni. Rispetto alle cifre che discutiamo in questi giorni per le diverse poste della legge finanziaria si tratta di piccole somme con un potenziale molto grande.
Perché i contribuenti dovrebbero finanziare un dottorato civico? Perché la conoscenza prodotta può andare a vantaggio di gran parte della collettività, ma in condizioni normali non è generata dato che la singola organizzazione spesso non riesce a finanziarla né ad appropriarsi di tutti i benefici. Per fare solo un esempio un’associazione che scopre come prevenire meglio l’abbandono scolastico genera vantaggi per gli studenti, le famiglie, le imprese e le finanze pubbliche. Il finanziamento condiviso consente di realizzare ricerca socialmente utile che altrimenti rischia di restare senza risorse.
Cento dottorati potrebbero diventare cento cantieri: valutare l’intermediazione abitativa, sperimentare l’accompagnamento di operatori di prossimità nella lotta alla povertà, migliorare l’assistenza agli anziani, ridurre la dispersione scolastica, rendere economicamente più accessibili le comunità energetiche. Il valore nasce quando i risultati cambiano le pratiche. Sapere quali interventi funzionano, per chi e in quali condizioni permette di estenderli; scoprire che altri sono inefficaci aiuta a correggere la spesa.
I fondamentali della cura, della speranza e della fiducia diventerebbero così oggetti concreti di investimento e ricerca: servizi capaci di accompagnare, opportunità che rendono credibile il futuro, istituzioni con cui è possibile cooperare. Cento giovani potrebbero aiutare le comunità a produrre queste risorse e a capire come farle durare. Finanziare i dottorati civici significherebbe scommettere sulla capacità del sapere di diventare sviluppo umano e valore economico e sociale condiviso.

Disabilità / Primo sì in Senato alla modifica dell’articolo 38 della Costituzione. Con un valore non solo simbolico ma sostanziale per l’uguaglianza e la tutela di tutti cittadini

Attività sportive a favore di persone con disabilità al palazzo della Regione Lombardia a Milano / ANSA
Nessuno è «minorato», ci sono sempre e solo persone. Alcune con una disabilità. È arrivato al primo via libera, infatti, il disegno di legge costituzionale sui diritti delle persone con disabilità: l’aula del Senato l’ha approvato all’unanimità – ed è un altro segnale positivo – con 135 voti. Ora passerà alla Camera e saranno necessari altri tre passaggi parlamentari per approvare definitivamente la modifica costituzionale.
Il provvedimento, infatti, modifica l’articolo 38 della Costituzione, sul diritto all’assistenza sociale, e lo aggiorna a livello semantico e di diritti. Sparisce dunque la parola «minorati» sostituita dall’espressione «persone con disabilità» (per cui il terzo comma reciterà così: «Gli inabili e le persone con disabilità hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale») e si aggiunge un passaggio specifico sulla tutela: «La Repubblica garantisce il diritto delle persone con disabilità all’autonomia e all’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale, rimuovendo gli ostacoli che ne impediscono l’esercizio».

Il dibattito se modificare anche l’articolo 3 della Costituzione

«La parola minorati non ha più lo stesso significato che poteva avere quando i Padri costituenti l’hanno inserita all’articolo 38 – ha spiegato in aula al Senato il relatore e presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, Andrea De Priamo -. Oggi ha un’accezione decisamente negativa, superata, e che nessuno immagina di mantenere nella nostra Costituzione». Sulla riforma si era aperto un ampio dibattito prima sull’opportunità o meno di ritoccare anche l’articolo 3 della Carta. Già nei mesi scorsi, infatti, per una parte delle associazioni di persone con disabilità l’esplicito inserimento della «disabilità» nell’articolo 3 avrebbe permesso al legislatore di attuare una «discriminazione positiva»; per altre, invece, visto che l’articolo 3 già vieta discriminazioni basate su «condizioni personali e sociali» inserire la disabilità avrebbe ulteriormente ghettizzato le persone con disabilità facendone una sorta di categoria umana a parte. Accantonato questo tema, settimana scorsa, però, il provvedimento licenziato dalla commissione prima dell’estate era tornato in discussione per un’ulteriore correzione del testo, richiesta soprattutto dalle opposizioni. In particolare, si è modificata ulteriormente la formulazione dell’articolo 38 aggiungendo la parte sulla tutela specifica.

La soddisfazione della ministra Locatelli

La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
«Il voto di oggi all’unanimità sul Ddl costituzionale che apporta modifiche all’art.38 della Costituzione in materia di diritti delle persone con disabilità, eliminando la parola minorati, è un segnale importante di cambiamento», ha commentato soddisfatta la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli. Dopo aver abrogato da tutte le leggi ordinarie la parola «handicappato» e «portatore di handicap», ha spiegato ancora, «finalmente completiamo il percorso iniziato anche con la riforma della disabilità aggiornando la nostra Carta costituzionale. Voglio quindi ringraziare tutti i gruppi parlamentari, il relatore e presidente De Priamo, in particolare il senatore Guidi, primo firmatario, e tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato: il mondo delle associazioni a partire da Fand e Fish e tutte le altre realtà che negli anni si sono sempre battute per un forte cambio culturale». Unanimi, infine, gli apprezzamenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
Avvenire

Picierno: «Lavoriamo al Centro, nel Pd i riformisti non incidono»

Picierno: «Lavoriamo al Centro, nel Pd i riformisti non incidono»

Avvenire

Anche Spazio pubblico di Pina Picierno sarà nella lista di centro annunciata dal leader di Azione Carlo Calenda, come parte integrante di un’alternativa a quello che la vicepresidente del Parlamento europeo ama definire “bipopulismo”. L’obiettivo, spiega, è «dare forma a un’offerta elettorale che consenta agli italiani di non dover scegliere il meno peggio». Anche perché ormai «il bipolarismo si è degradato in una dialettica distruttiva. Nella quale chiunque tenti di dialogare con gli avversari nell’interesse generale è tacciato di intelligenza con il nemico».
Picierno, ma cosa intende con “bipopulismo”, cosa accomuna la destra al campo largo?
Sempre di più in Italia assistiamo a un dibattito pubblico orientato alla rissa continua, con spettacoli indecorosi in Parlamento e dinamiche che allontanano dalla soluzione dei problemi concreti. Mi sento a mille miglia sia dalla destra sovranista sia da un campo progressista scivolato verso il “populismo con la pochette” di Giuseppe Conte, pronto a lucrare cinicamente sul legittimo bisogno di pace delle persone per trarne un ritorno elettorale. Un comportamento analogo a una vera e propria truffa nel commercio. Ormai in Italia non c’è spazio per il confronto civile tra forze politiche di culture diverse in nome di valori e principi condivisi. Questo scontro ideologico esasperato ignora colpevolmente la gravità del momento storico europeo, segnato dalla minaccia esterna delle autocrazie e dalla crescita interna di formazioni come l’AfD, che tendono a relativizzare lo Stato di diritto.
Tornando alla lista di centro, chi altro ne farà parte?
Il cantiere è aperto per ricostruire un centro solido che funga da antidoto alla polarizzazione. Tutte le forze politiche che intendono partecipare sono le benvenute, ovviamente nel rispetto del dibattito interno delle loro direzioni.
All’interno del “bipopulismo” si colloca anche il Pd, partito che lei ha contribuito a fondare. Dove ha sbagliato Elly Schlein?
Gli errori sono tantissimi e ne elenco soltanto alcuni. Aver assecondato un incerto ripiegamento identitario, anteponendo l’ambizione di sostituire la presidente del Consiglio – obiettivo fin troppo scontato per chi sta all’opposizione – all’ambizione di cambiare il Paese e rispondere ai suoi bisogni. Che, peraltro, è l’unico modo che conosco per arrivare a sostituire una presidente del Consiglio. Aver rinunciato alla fatica quotidiana della costruzione del consenso, preferendo le alchimie di coalizione e le spallate occasionali. Aver selezionato senza indugio un unico attore sociale di riferimento, trascurando il rapporto con le imprese e con le altre sigle sindacali. Aver ridotto il pacifismo, che è una cosa seria quando si traduce nella volontà di costruire relazioni internazionali fondate sul diritto, a un tweet. In definitiva, aver preferito dire agli italiani «noi siamo questo», anziché «noi vogliamo fare questo».
E allora perché molti riformisti hanno scelto di rimanere secondo lei?
Non posso rispondere per loro. Dal mio punto di vista, ho rifiutato di svolgere il ruolo di “foglia di fico”: l’illusione di restare per limitare i danni o tentare di condizionare le scelte dall’interno non funziona, poiché la linea che ne esce pubblicamente rimane rigidamente identitaria. Dopo aver provato in ogni sede possibile a correggere la rotta, ho preso atto dell’impossibilità di incidere; chi ha a cuore il riformismo deve avere l’ambizione di cambiare il Paese, non di rassegnarsi ad aggiustare i cocci.
La distanza tra lei e il campo largo riguarda soprattutto la politica estera. Come si concilia il legittimo bisogno di pace di cui ha parlato con il sostegno militare a Kiev?
La classe politica italiana, a partire dalla presidente del Consiglio, ha mancato al dovere di spiegare la reale posta in gioco: il progressismo e il liberalismo combattono affinché la sopraffazione brutale della forza non si sostituisca alla certezza del diritto. Il progetto europeo è nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per arginare la violenza imponendo regole condivise. Di fronte all’aggressione criminale perpetrata da Putin, sostenere la resistenza ucraina significa tutelare l’intero impianto normativo internazionale che garantisce la pace duratura. Il pacifismo autentico non può risolversi in una resa passiva: impedire a un popolo aggredito di esercitare la propria difesa significa legittimare la legge del più forte.
Gran parte del campo largo sostiene che la manovra in discussione preveda troppe risorse per la difesa togliendone al sociale. Che ne pensa?
Non bisogna confondere ambiti completamente distinti: affermare che le risorse per la difesa vengano sottratte alle spese sociali è pura demagogia populista. Con gli attuali Trattati europei, la sicurezza e la difesa rimangono materie di stretta competenza nazionale; pertanto, in attesa che si creino le condizioni per riprendere il percorso storico della Comunità Europea di Difesa voluto da Alcide De Gasperi, l’unico passo tangibile e realistico da compiere subito è quello degli acquisti congiunti previsto dal piano Von der Leyen.

Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l’America ha voltato le spalle a Trump

Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l'America ha voltato le spalle a Trump

Avvenire

«Sono un po’ sorpreso, pensavo che sarebbe andata meglio. Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Spero di riuscire a collaborare con loro sull’immigrazione». “The Donald” in versione conciliante accoglie con garbo inusuale la sconfitta. Ma c’è davvero da fidarsi? Più che di un’anatra zoppa, sarebbe opportuno parlare di un presidente dimezzato. Difficile pensare a Donald Trump come a qualcosa di diverso di un Commander in Chief che ha teatralmente perduto gradi, medaglie e onorificenze, costretto da gennaio del prossimo anno a sottostare alla tagliola di un Congresso che lo ha sonoramente ridimensionato. Lo tsunami blu è andato al di là delle più rosee previsioni dei democratici e per Trump si profila il rischio di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente  tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero fra la poderosa macchina di potere della Casa Bianca e il voto di sbarramento dei congressmen che lo costringerebbero a governare solo grazie agli executive orders. Niente di nuovo sotto il sole:  è già accaduto a Joe Biden, a Barack Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, e a suo modo è la salutare profilassi per una democrazia liberale.
Ma per The Donald, che già ha pencolato fra una misurata accettazione del voto e la minaccia già sventolata nelle scorse ore di trasformarsi in Mr Veto, colui che mette sistematicamente i bastoni fra le ruote al Congresso, l’onda blu è qualcosa di peggio di una battuta d’arresto sulla strada della seconda metà del mandato. Occorrerà tempo ed energia per analizzare nel dettaglio la consistenza e le singole ragioni del voto popolare che ha stracciato l’universo Maga, ma appare chiaro fin d’ora che il bagaglio che Trump si portava appresso era di una pesantezza e una vastità impossibile da celare e soprattutto da far digerire a un elettorato scontento, deluso e in buona parte smarrito: dal bilancio federale all’inopportuna guerra senza sbocchi con l’Iran, dalle liti permanenti con la Fed all’ondivaga politica dei dazi, dalle mire neocoloniali sul Canada, il Venezuela, la Groenlandia, Cuba, il Messico all’indecifrabile appeasement con la Russia di Putin, Donald Trump si è mosso come un elefante nella cristalleria, spazzando via secoli di sottigliezze diplomatiche (non occorre ripensare a Henry Kissinger, basta la felpata moral suasion che la Casa Bianca sapeva adottare quando occorreva) all’insegna di un gigantismo muscolare ad uso e consumo del suo elettorato.
Un elettorato che tuttavia aveva ben chiare due cose: che della politica estera gli importava assai poco, quanto invece gli è caro il proprio portafoglio. E l’impennata del gallone di benzina che le forche caudine dello stretto di Hormuz hanno strangolato anche per l’americano medio, i sussulti dell’inflazione, i costi lievitati dei mutui, l’incertezza diffusa sul futuro di quella vasta palude che sta sopra la soglia di povertà ma abbondantemente sotto quella della ricchezza stratosferica che The Donald ha sciaguratamente premiato, hanno dato l’esito che si poteva immaginare. Acciaccato e frastornato, Donald Trump non può che specchiarsi nel proprio fallimento, avendo messo sul tavolo il suo volto e il suo nome, trasformando le elezioni di medio termine in un referendum sulla sua persona. Un referendum perduto in Florida, in Ohio, in Georgia, in Texas, in Kansas, in cento diverse contrade. «Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto io», mormora. Ma intimamente sa che non è vero. L’America gli ha in larga misura voltato le spalle. A cominciare dai suoi. La cui guerra civile in vista delle presidenziali del 2028 è ufficialmente cominciata.

Scienza e fake news: sui vaccini non si scherza

Scienza e fake news: sui vaccini non si scherza

Il 25 ottobre la Camera ha approvato una norma (l’articolo 8 del disegno di legge sulle professioni sanitarie) che apre le porte alla possibilità di reintegro mediante reiscrizione all’Albo professionale dei sanitari che erano stati radiati durante il periodo della pandemia di Covid-19 per le loro posizioni contrarie alla vaccinazione.
Non si tratta di un reintegro automatico. La norma introduce solo la possibilità di chiedere di essere nuovamente iscritti all’Albo delle professioni sanitarie. Riguarda i sanitari radiati per fatti non dolosi, una platea che non coincide automaticamente con i cosiddetti “no-vax”. Il rischio però di un grosso equivoco di fondo resta. Il riesame per una sanzione a suo tempo giustificata dai fatti può essere oggi scambiato per una conferma delle loro tesi. Il messaggio che giunge ai cittadini è che una decisione simile venga percepita come una sorta di “rivincita” dei medici contrari ai vaccini. Una scelta politica inopportuna: una decisione parlamentare non può rendere vera un’affermazione scientificamente infondata.
Lo stesso Presidente della Repubblica ha espresso chiaramente il suo pensiero in proposito. Pur non entrando nel merito del provvedimento, nella giornata dedicata alla ricerca scientifica che si è svolta a fine ottobre al Quirinale, Mattarella ha esplicitamente affermato come «si diffondono credenze irrazionali e fake news distruttive contro i vaccini, inchiodando nella paura parti, sia pur piccole, di popolazione, attraverso un’opposizione pregiudiziale e sconcertante». Una denuncia sulla pericolosa deriva antiscientifica, che non può essere sostenuta da parte della politica.
In ambito sanitario l’importanza del ruolo dei vaccini non può essere messa in discussione. I vaccini rappresentano una delle più grandi vittorie sulle malattie infettive: sono tra le maggiori conquiste della medicina, tra i presidi più efficaci mai resi disponibili per la salute dell’umanità. Hanno rappresentato strumenti fondamentali per la scomparsa dalla faccia della terra di gravi malattie infettive (il vaiolo è stato completamente eradicato nel 1979 e la poliomielite è ormai anch’essa in via di estinzione) e sono oggi mezzi straordinari di prevenzione nei confronti di molte condizioni patologiche. Basti ricordare come il vaccino contro il Covid-19, preparato e distribuito a tempo di record durante la recente pandemia, ha evitato la morte di milioni di persone in tutto il mondo. Anche il rapporto rischi/benefici dei vaccini è senza ombra di dubbio a vantaggio di questi ultimi.
Vi sono professioni che, per essere svolte, non possono prescindere da requisiti minimi di conoscenza e di conseguenti azioni. Se le “regole d’ingaggio” sono chiare devono necessariamente essere accettate da chi vuole svolgere quel tipo di lavoro. Altrimenti si può anche non essere idonei per tale attività. Soprattutto se è in gioco la salute individuale e collettiva.
La verità scientifica è il cardine su cui si basa la professione medica e la tutela della salute. Non può mai essere un’opinione personale e non può essere ignorata da chi lavora in tali ambiti. Per questo ritengo inconcepibile che un sanitario, per il ruolo professionale che riveste, possa opporre un aprioristico rifiuto alla vaccinazione. La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri ha chiesto al Parlamento di rivedere questa disposizione (l’iter legislativo infatti non è concluso perché il provvedimento deve passare ed essere discusso ancora in Senato) in nome delle evidenze scientifiche e della deontologia professionale. La politica può ancora (e credo debba) rivedere le sue scelte, decidendo sulla scorta della verità scientifica e non sulla base di preconcetti e ideologie.
Avvenire

Longevità, un privilegio o una conquista per tutti? Le sfide della finanza

Longevità, un privilegio o una conquista per tutti? Le sfide della finanza

Nell’ultimo secolo e mezzo l’umanità ha compiuto un’impresa straordinaria: ha regalato decine di anni di vita a milioni di persone. Se nel 1872, come ricorda l’Istat, l’Italia era tra i Paesi europei con la speranza di vita più bassa (appena 29,8 anni alla nascita), nel 2025 sono state raggiunte vette impensabili, sfiorando gli 82 anni per gli uomini (81,7 per l’esattezza) e gli 86 per le donne (85,7), come certificano gli ultimi indicatori demografici. Numeri che collocano l’Italia tra i Paesi più longevi al mondo. Eppure, dietro queste cifre, che raccontano l’indiscusso trionfo della medicina e della scienza, si nasconde una realtà più complessa che pone nuove sfide sociali, economiche ed etiche. Oggi in Italia vivono 14,8 milioni di over 65 (un quarto dei residenti) e oltre 2,5 milioni di ultra-ottantacinquenni: una forza demografica che sta trasformando profondamente il volto della nostra società e mettendo a rischio la tenuta del nostro sistema economico e previdenziale.
Ma il punto è anche un altro, e investe questioni di tipo etico: guadagnare anni di vita non significa automaticamente guadagnare anni di benessere. Così la domanda fondamentale cessa di essere “quanto vivremo?” per diventare “riusciremo a vivere più a lungo e soprattutto in salute?
Avvenire

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Sembra impossibile che appena sette giorni fa Meloni, Salvini, Tajani e Giorgetti sedevano insieme in conferenza stampa, felici e sorridenti per la Manovra 2027 (il titolare del Mef un po’ meno, a dire il vero). Oggi il capo della Lega è una retta divergente, il leader di Forza Italia mette sacchi per difendere la sua trincea e a rivendicare l’impostazione della legge di Bilancio sono rimasti solo Palazzo Chigi e il Tesoro. Prevedibile, anche se i toni lasciano l’amaro in bocca alla presidente del Consiglio. A dominare il campo della polemica con gli alleati è Matteo Salvini. Il capo della Lega, partito che esprime il ministro dell’Istruzione Valditara, dice che «tecnici e parlamentari» del Carroccio interverranno per rivedere i tagli di 7mila unità agli organici della scuola, fronte caldissimo. Non solo, sull’utilizzo del “fondo pensioni” non ammette alcun piano che non sia l’uscita a 64 anni nel 2027. «Gli alleati rispettino le priorità della Lega», tuona il vicepremier e ministro delle Infrastrutture. E se queste priorità dovranno tradursi in nuove coperture, beh allora si potrà valutare, dice, l’estensione del contributo delle banche.
Fischiano le orecchie agli istituti, ma anche a Forza Italia che già deve giustificare questi interventi al mondo del credito. Ma soprattutto fischiano le orecchie a Giorgia Meloni, per motivi politici. A rispondere a Salvini, in televisione, ci va il presidente della commissione Finanza del Senato e responsabile economico di FdI, Marco Osnato: «Ha ragione Salvini… Il rispetto dei patti è sacro e in questo caso i patti sono sanciti nella legge di Bilancio». Si prova a mordere il freno delle polemiche, ma il mix di imbarazzo e ira si respira nei palazzi romani. Ai vertici di FdI, la strategia di Salvini viene giudicata non solo sbagliata, ma anche inefficace, perché negli anni questa andatura altalentante verso il Governo non ha giovato alla Lega stessa, si osserva. E nella prospettiva di urne a maggio, può solo restituire l’immagine di una coalizione più lacerata.
Intanto nel concreto il tema della scuola va risolto. FdI aveva trovato una sua narrazione, tra calo demografico e precedenti tagli con la firma del centrosinistra. Ma le uscite di Salvini hanno creato una sorta di obbligo a correggere le norme. La Cisl, tra le più combattive a chiedere una correzione – su questo punto e su quello delle rivalutazioni delle pensioni cinque volte oltre la minima – ha già incontrato Forza Italia, e oggi vedrà i responsabili parlamentari ed economici di Fratelli d’Italia. Il malumore della confederazione sarà certamente arrivato all’orecchio del sottosegretario ed ex leader cislino Luigi Sbarra. Insomma ora sulla scuola una pezza va messa.
Idem sulle rivalutazioni. Qui combatte anche Tajani, chiedendo di rimodulare il taglio degli adeguamenti degli assegni che superano di cinque volte il trattamento minimo. Ma con quali soldi compensare? Salvini, che pure è d’accordo, dice «le banche». Gli istituti sono davvero sul punto di affrontare muso a muso il Governo, ricordando l’accordo dell’anno scorso cui si è cumulato il nuovo intervento per il 2027. E allora, tra le ipotesi tradizionali di incasso, non poteva che spuntare qualche condono. L’ipotesi è una riapertura della sanatoria-Berlusconi del 2003 sulla casa, ma in serata FdI, sentendo già salire il polverone, precisa che l’intervento sarebbe circoscritto alla Campania, che 23 anni fa non utilizzò quella finestra. Ma questo fa capire quanto sia già aperta una seconda caccia alle risorse, che potrebbe essere alleviata solo da una extra-flessibilità concessa dall’Ue (importante in questo senso l’Ecofin della prossima settimana). Intanto tra governatori che oggi si riuniscono in seduta straordinaria per affrontare il nodo delle risorse alla sanità, e malumori che fioccano dai corpi intermedi, la vita reale colpisce duro: a ottobre le bollette del gas sono aumentate del 9,1% per i soggetto vulnerabili, informa l’Arera. Forse anche per questo motivo la manovra si è trovata di colpo ad essere “senza genitori”.
Avvenire

Voto America / Contro il rischio di tensioni ai seggi il Dipartimento della Giustizia ha dispiegato mille osservatori. E spuntano i “cappellani elettorali”. La paura per la presenza di militari della Guardia nazionale. «Può esserci una nuova Capitol Hill»

L'America al voto, si alza l'onda blu dei dem. Crolla la fortezza trumpiana del North Carolina, trema quella in Texas

Lo spoglio delle schede è ancora in corso ma i risultati che arrivano a Washington dai 50 Stati chiamati alle urne per la verifica di midterm cominciano a delineare l’onda blu dei democratici che potrebbe abbattersi sul Congresso. Il primo strappo al Grand Old Party si concretizza in North Carolina: Roy Copper diventa senatore battendo il repubblicano Michael Whatley. Nello Stato “chiave” della Georgia si conferma senatore il giovane Jon Ossoff, “l’Obama del Sud”. Verso la vittoria va anche James Talarico in Texas: qui, i dem non vincevano dal 1994.
La Cnn diffonde i risultati di un sondaggio di contesto: circa tre elettori su quattro dichiarano di essere insoddisfatti di come stanno andando le cose negli Stati Uniti. Quasi quattro su dieci si definiscono addirittura arrabbiati. Tra i principali fattori alla base del malcontento figura l’insoddisfazione per le attuali condizioni economiche.
Un portavoce della Casa Bianca, dove è in corso un party per seguire lo spoglio in diretta, ha confermato il “cauto ottimismo” con il presidente segue gli sviluppi. Da Atlanta, capitale di uno Stato “chiave” come la Georgia, arrivano i primi dati sull’affluenza:  2,8 milioni di persone hanno espresso le proprie preferenze con il voto anticipato, altri 1,2 milioni si sono recati ieri ai seggi.
Sapremo solo domani, se non nei prossimi giorni, l’esito complessivo delle elezioni di midterm. Da questo dipende il futuro della seconda “era Trump”. La chiamata alle urne di milioni di americani ha rappresentato, di fatto, un referendum sulla sua presidenza. Il tycoon ha ostentato sicurezza fino all’ultimo. Intervistato da Fox News, a urne già aperte, ha dichiarato: «Penso che i risultati saranno meglio del previsto, abbiamo tutto sotto controllo». Non è proprio così. Secondo l’ultima analisi del Cook Political Report, i democratici potrebbero ottenere il controllo della Camera con un margine piuttosto alto: i seggi necessari a strapparla ai repubblicani sono 4; le previsioni statistiche parlano invece di un vantaggio tra 9 e 19 deputati. Più incerta è la partita al Senato, segnata dal “testa a testa” tra i candidati di sette Stati: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas.
La posta in gioco è enorme. Il dipartimento della Giustizia americano ha dispiegato circa mille osservatori elettorali in 126 contee e città di tutti i 50 Stati, comprese alcune delle principali aree urbane di quelli in bilico, soprattutto nella comunità considerate roccheforti democratiche. La motivazione ufficiale è garantire “l’integrità elettorale” – il controllo delle barriere architettoniche per i disabili, l’efficienza dell’assistenza linguistica, il rispetto del Voting Rights Act – e prevenire ogni sorta di irregolarità. Approccio che i democratici hanno percepito come una forma di intimidazione “mascherata” in contestazioni arbitrarie delle procedure di voto. Aggravata dal fatto che l’amministrazione Trump ha rifiutato di invitare gli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, interrompendo una tradizione che durava dal 2002. Il rischio di tensioni alle cabine elettorali ha ispirato alcune iniziative de-escalation. Il Franciscan Action Network di Washington, questo è solo un esempio, ha organizzato una rete di “cappellani elettorali”: circa 375 volontari, dislocati nei diversi Stati chiamati al voto, addestrati per portare una presenza di pace ai seggi e dirimere le eventuali controversie nel rispetto della legge statale e federale. «Purtroppo, un nuovo rischio che questa volta compare nell’elenco, e che non c’era mai stato prima, è la possibilità che il nostro stesso governo federale cerchi di interferire in qualche modo, direttamente o indirettamente, nelle elezioni», ha dichiarato il segretario di Stato del Minnesota, il democratico Steve Simon.
In campagna elettorale, Trump ha più volte evocato il rischio di brogli legati all’esercizio del voto di persone prive della cittadinanza americana. Lo spettro di agenti dell’Ice alle urne ha gettato un’ombra cupa sull’Election Day. Gli addetti all’accoglienza schierati all’ingresso del seggio allestito alla Cook Elementary School di Adams Morgan, quartiere periferico della capitale abitato da molti latinos, riescono a scherzarci su: «Qui siamo abbastanza tranquilli perché li hanno portati già tutti via», spiega Margareth offrendo biscotti agli elettori che entrano nell’atrio. Tina, 55 anni, presidia l’ingresso del Columbia Heights Educational Campus, sulla sedicesima strada, insieme a due ragazzi dell’associazione Election Protection: «Siamo fortunati perché qui, a Washington, non votiamo per Camera e Senato ma solo per sindaco, consiglieri, procuratore generale e delegato locale al Congresso – precisa -. Eppure, c’è un clima pessimo. Temiamo possano presentarsi i militari della Guardia Nazionale che, qualche giorno fa, abbiamo visto aggirarsi nel quartiere». Cosa significa? La donna si lascia andare in un amaro sospiro: «Che si stanno preparando… Se per Trump le elezioni andranno male potrebbe esserci un’altra Capitol Hill, la città verrebbe messa in lockdown». Amplificate dall’incertezza delle ultime ore, le paure del passato diventano fantasmi che si aggirano tra le strade tappezzate di volantini che segnalano i posti di blocco dell’Antidroga: «Attenzione, vi fermano e arrestano senza motivo».
Lunghe code sono state registrate ai seggi di diversi Stati: in Georgia, Michigan e Pennsylvania, per esempio, e a New York. A urne aperte, Trump ha mosso due pedine strategiche sullo scacchiere della politica estera: annunciato il taglio dei fondi a Israele («Entro la fine dell’anno») e un incontro alla Casa Bianca, presieduto dalla “First Lady” Melania, tra un rappresentate della Russia e dell’Ucraina (in programma già per giovedì). Proclami elettorali tesi a correggere, se possibile, il tiro dell’ultimo comizio tenuto dal tycoon al Lincoln Memorial: un discorso di 45 minuti dedicato principalmente a un progetto di ristrutturazione da 1,6 miliardi di dollari del monumento e della “vasca riflettente” a cui il presidente vorrebbe dare il suo nome. Uscita che ha irritato molti all’interno dello stesso Grand Old Party attraversato da un brivido di terrore e speranza: «Non può essere vero, è uno scherzo».