Atomi di eternità

Atomi di eternità

“È soltanto un atomo” potrebbe sembrare un modo per indicare qualcosa di piccolissimo. In realtà, dentro un atomo c’è stata abbastanza storia da occupare secoli di domande, esperimenti, errori e rivoluzioni. Il suo nome viene dal greco e significa “indivisibile”. Democrito immaginava che, continuando a dividere la materia, si dovesse arrivare a unità ultime che non potevano essere spezzate ulteriormente.
Era un’intuizione filosofica, non il risultato di un esperimento. Molto tempo dopo, la scienza avrebbe ripreso quella parola e scoperto quasi subito che l’indivisibile era divisibile. All’inizio del Novecento, gli esperimenti mostrarono che l’atomo possedeva una struttura interna. C’erano elettroni con carica negativa e un nucleo piccolissimo, nel quale era concentrata quasi tutta la massa. In seguito scoprimmo protoni e neutroni; poi capimmo che protoni e neutroni erano composti da quark.
L’atomo non era l’ultimo piano dell’edificio. Era soltanto una porta. Anche la sua forma risultò molto diversa dalle immagini presenti nei libri e nei loghi delle aziende tecnologiche. Siamo abituati a vedere l’atomo disegnato come un piccolo sistema solare: il nucleo al centro e gli elettroni in orbita intorno. È un’immagine utile per riconoscerlo, ma non descrive veramente il comportamento quantistico degli elettroni.
Un elettrone non gira intorno al nucleo come la Terra intorno al Sole seguendo una traiettoria precisa. La meccanica quantistica ci permette di calcolare la probabilità di trovarlo in determinate regioni. Gli orbitali sono distribuzioni di probabilità, non binari già tracciati. Dentro un atomo c’è inoltre moltissimo spazio rispetto alle dimensioni del nucleo. Se potessimo ingrandirlo fino a rendere il nucleo visibile, le distanze interne ci sorprenderebbero. Ma questo non significa che la materia sia inconsistente. Le interazioni elettromagnetiche e le regole quantistiche le danno stabilità e struttura.
Gli atomi del nostro corpo non sono speciali. Il carbonio, l’ossigeno, l’azoto, il calcio e il ferro che ci compongono provengono da una storia cosmica antichissima. Gli elementi più leggeri si formarono nelle prime fasi dell’universo; molti elementi più pesanti nacquero all’interno delle stelle o durante eventi stellari estremi.
Il ferro presente nel sangue non è stato fabbricato dal nostro organismo a partire dal nulla. Esisteva prima di noi. Ha attraversato stelle, materia interstellare, la formazione del Sistema solare, la Terra, altri organismi e infine noi. Siamo temporanee organizzazioni di materia molto più antica della nostra nascita.
Gli atomi passano continuamente dal mondo al nostro corpo e dal nostro corpo al mondo. Li respiriamo, li mangiamo, li restituiamo. Alcuni atomi presenti in noi potrebbero essere appartenuti a piante, animali e persone vissute molto tempo fa. La materia non rispetta il nostro desiderio di possederla per sempre: circola.
Eppure, con atomi comuni, si formano esseri umani irripetibili. La nostra unicità non dipende dall’avere una materia esclusiva, ma dal modo in cui quella materia si organizza, costruisce legami, conserva una storia e diventa capace di pensare. Quale parte del vostro corpo sentite più vostra?
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Dai santuari agli oratori, nella notte dei Santi a far festa è la fede: ecco le proposte delle diocesi

Giovani dell’arcidiocesi di Milano che partecipano alla “Notte dei Santi”, in una delle precedenti edizioni / chiesadimilano.it

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Nient’altro che «stare sempre molto allegri e fare sempre e bene» il proprio dovere. È in questa apparente semplicità che san Giovanni Bosco riassumeva il senso della santità. Non un privilegio riservato a pochi eletti, ma una chiamata universale. È lo spirito che animerà le tante iniziative diocesane per celebrare la Solennità di Tutti i Santi. Appuntamenti che non nascono con la volontà di contrapporsi alla moda di Halloween, ma come esperienze di fede per riscoprire la bellezza di quella vocazione da vivere nel quotidiano. Un cammino che su scala nazionale inizia con “La Notte dei Santuari”, la quale cambia data e per la prima volta si terrà il 31 ottobre anziché a giugno. Promossa dall’Ufficio nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport della Cei con il Collegamento nazionale dei Santuari italiani, ha per tema “Aspirate alla santità, ovunque siate”, tratto dall’omelia di Leone XIV a Tor Vergata.
«Non si tratta di un’attività nuova, suscita grande interesse già da anni, ma di un cambio di data che dona una forte consapevolezza: un’opportunità per ricondurre nell’alveo della santità tutte le esperienze che normalmente si vivono nei 2.700 santuari censiti in Italia», spiega don Marco Fagotti, incaricato per la sezione Turismo religioso della Cei. Mariani, cristologici, legati al carisma di figure chiave della cristianità o nati direttamente dall’opera di grandi santi, i santuari «sono il cuore della Chiesa – afferma don Fagotti –. Da nord a sud decine di luoghi apriranno le loro porte per invitare alla preghiera». Solo per citarne alcuni: a Messina il santuario di Sant’Antonio propone momenti di evangelizzazione in musica e adorazione eucaristica; nel Padovano quello della Madonna del Tresto una veglia di preghiera; a Capurso, in provincia di Bari, nel santuario della Madonna del Pozzo recita del Rosario per la pace sull’esempio dei santi. È stato preparato anche un sussidio liturgico-pastorale con schemi di preghiere, letture e spunti di meditazione, pensato per accompagnare i fedeli durante la veglia e l’adorazione eucaristica fino alla Messa del 1° novembre. L’iniziativa è «un forte momento di aggregazione, fondato sul pellegrinaggio verso il santuario che richiama il pellegrinaggio terreno di ogni cristiano in cammino verso il Signore e verso la salvezza» aggiunge padre Mario Magro, presidente del Collegamento nazionale dei Santuari italiani, sottolineando che in Italia «c’è una grande varietà e quantità di questi luoghi dello spirito che hanno dato ai territori una forte impronta cristiana».
Il cardinale vicario di Roma, Baldo Reina, ha proposto alle comunità parrocchiali momenti comunitari di preghiera suggerendo un itinerario in tre tappe articolato in “Santi per dono”, “Santi nella vita di ogni giorno” e “Santi per il Regno”, «per accompagnare le comunità a riscoprire la santità come dono ricevuto, vocazione quotidiana e cammino verso il Regno». Gli uffici di pastorale giovanile e di pastorale catechistica della diocesi di Ventimiglia-San Remo promuovono un ricco programma suddiviso per fasce di età. L’oratorio della parrocchia dei Santi Giuseppe e Antonio ad Arma di Taggia invita i bambini a vestirsi da santi. La mattina del 31 si aprirà con la Messa e proseguirà con giochi a tema per conoscere meglio i santi. Per ragazzi e giovani, dalle medie all’università, è in programma “Tutti i Santi – Scegli la luce, vieni sul monte!”, una giornata di festa tra la natura sul Monte Bignone. La sera del 31, nel Santuario di Nostra Signora della Montà, a Molini di Triora, veglia per ragazzi, giovani e adulti durante la quale sarà proposta anche una testimonianza dedicata a suor Clare Crockett, delle Serve del Focolare della Madre, di cui si è da poco aperta la causa di beatificazione. «Vogliamo far comprendere ai ragazzi il vero significato di questi giorni, aiutarli a riscoprire il valore profondo della nostra tradizione – afferma l’incaricato della pastorale catechistica don Giovanni Parise –. Esigenza forte anche per via del contesto locale. Il Comune di Triora, per vicende storiche rielaborate a scopi turistici, è noto come il “paese delle streghe”, pertanto si organizzano ogni anno eventi dedicati alla stregoneria e all’esoterismo. Era quindi necessario mostrare ai ragazzi che in questi giorni si celebra la fede nella risurrezione».
L’arcidiocesi di Milano vivrà la tradizionale “Notte dei Santi” pensata per giovani e adolescenti. «La proponiamo per aiutare i ragazzi a celebrare la solennità in modo positivo e propositivo – dice don Stefano Guidi, responsabile della Fondazione oratori milanesi –. Il nostro punto di riferimento è san Carlo Acutis. Ogni anno affrontiamo un tema diverso che sostanzialmente è quello battesimale, missionario e dell’impegno sociale». Studiato come un percorso itinerante nella città, si sviluppa in quartieri o luoghi simbolo diversi. Quest’anno ruota attorno alla Basilica di Sant’Ambrogio «per dar rilievo al Battesimo come inizio di un’esperienza di santità nella Chiesa». La risposta dei ragazzi è sempre eccellente «sia dal punto di vista della partecipazione sia come stile». Di fronte ai recenti fatti di cronaca che hanno scosso la città, don Guidi ribadisce che gli oratori hanno «fiducia negli adolescenti», riflettendo che «la società deve affrontare il tema educativo sotto ogni punto di vista. L’oratorio ha stima dei giovani, ma d’altra parte continua a richiamare l’attenzione su una situazione di malessere che deve essere considerata».

Il Vaticano ha confermato che il Pontefice «ha esercitato il suo diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti» approfittando della possibilità di votare in anticipo per posta. Negli Usa si voterà il 3 novembre

Leone XIV ha votato per le elezioni Usa di midterm. È il primo Papa a farlo nella storia

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Leone XIV è tra i 19 milioni di statunitensi che hanno votato alle elezioni di metà mandato mediante il voto anticipato via posta. Prevost è diventato, con questo, il primo Pontefice che ha espresso la propria preferenza per le votazioni negli Usa. Ad annunciarlo è stata la Sala stampa vaticana, confermando una notizia lanciata ieri dal Chicago Sun-Times, a pochi giorni dal giorno ufficiale delle votazioni che sarà il 3 novembre. «Leone XIV ha esercitato il suo diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti ogni volta che ne ha avuto la possibilità», si legge nella nota. Proprio «in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica, il Papa ha inviato la propria scheda elettorale per posta a Chicago», sua città di origine, in Illinois. Prevost ha tenuto a confermare, sempre tramite il Vaticano, che la stessa cosa era avvenuta «negli anni in cui ha risieduto in Perù», e con ciò ha ribadito anche «la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici».
Leone XIV sarebbe stato anche il primo Papa a votare «in un’elezione democratica e laica», come ha sottolineato alla Cnn lo storico Michael Walsh, che ha scritto diversi libri sul papato. Non risulta infatti che Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, abbiano esercitato il diritto di voto nelle elezioni dei rispettivi Paesi d’origine durante il pontificato. Prevost dunque, primo Papa statunitense della storia, introduce «un elemento di assoluta novità». ll Chicago Sun Times ha riferito anche che Leone XIV è ancora iscritto nelle liste elettorali dell’Illinois e ha chiesto di votare per posta alle elezioni di mid term, citando l’ufficio elettorale della contea di Will, nel sud della città. Il Papa, con il suo nome di battesimo Robert Francis Prevost, «figura nell’elenco delle persone che hanno richiesto una scheda per il voto postale» per le votazioni, ha dichiarato al quotidiano Kim Fladhammer, responsabile dello staff dell’ufficio. Il Pontefice, registrato a un indirizzo della cittadina di New Lenox, ha presentato la richiesta il 3 ottobre scorso. Gli americani saranno chiamati a rinnovare una parte del Congresso e a eleggere governatori e rappresentanti delle istituzioni locali.
Anche la Conferenza episcopale statunitense ha ringraziato il Papa per aver dato l’esempio. «Votando, il nostro Santo Padre dà l’esempio che incoraggia ogni cittadino a esercitare la propria responsabilità civica», ha affermato Chieko Noguchi, portavoce e direttrice esecutiva degli affari pubblici della Conferenza episcopale Usa, in una dichiarazione dopo l’annuncio della Sala stampa. «Come cattolici e come americani – sottolinea la portavoce dei vescovi – abbiamo la benedizione di poter partecipare alla vita politica e pubblica della nostra nazione». E in vista del voto, ricorda, la Conferenza dei Vescovi incoraggia i cattolici a esercitare il diritto «in un modo che metta la nostra fede prima della politica».
Secondo i registri citati dal giornale, Prevost ha votato alle primarie repubblicane del 2012, 2014 e 2016 e a quelle democratiche del 2008 e 2010, oltre che alle elezioni generali del 2012, 2014, 2018 e 2024. Non ha partecipato alle primarie dell’Illinois dello scorso marzo. Nello Stato gli elettori non devono registrarsi come appartenenti a un partito e possono scegliere a quali primarie partecipare. La scheda comprende, tra le altre consultazioni, la corsa al Senato per il seggio di Dick Durbin, la candidatura del governatore JB Pritzker alla rielezione e le elezioni locali e giudiziarie della contea di Will.
Ovviamente non è dato sapere a quale candidato il Papa abbia dato il suo voto, essendo la votazione segreta. Quello che si sa è che Leone XIV ha criticato aspramente la violenza delle politiche migratorie messe in campo dall’amministrazione del presidente Donald Trump, in particolare in riferimento all’utilizzo delle forze armate dell’Ice e al «trattamento disumano» dei migranti. In primavera Prevost aveva affermato che Dio respinge le preghiere di coloro che vogliono la guerra con «le mani sporche di sangue», e ha definito inaccettabile la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana.  Lo stesso presidente ha più volte tentato di inasprire le regole per il voto per corrispondenza.

Le chiamano “mamme anti manganello” e ieri sono scese in piazza a Bologna per sostenere la protesta dei loro figli

A Bologna madri in corteo con i figli per manifestare in pace

Avvenire

L’iniziativa lanciata da Nicoletta Cantarini: chiediamo ascolto, no alla violenza

Le chiamano “mamme anti manganello” e ieri sono scese in piazza a Bologna per sostenere la protesta dei loro figli. Dopo gli scontri che hanno profondamente segnato le manifestazioni cittadine di sabato 24 ottobre, emerge una voce inedita nel dibattito: un gruppetto di madri ha deciso infatti di accompagnare ieri studenti e studentesse nelle piazze della protesta, esponendo uno striscione con la scritta: «No alla violenza sui nostri figli. Manifestare è un diritto».
L’iniziativa è nata attorno a Nicoletta Cantarini, docente universitaria di matematica e madre di tre figli, di cui due adolescenti, che sabato scorso erano scesi in piazza con migliaia di coetanei. Secondo il suo racconto, molti ragazzi sarebbero rimasti profondamente colpiti dalle scene di scontro viste durante i cortei. «Siamo un gruppo di mamme e di donne. Siamo scese in piazza per manifestare accanto ai nostri ragazzi per restituire loro la libertà e la serenità di esprimere le proprie idee liberamente e anche per restituire alle forze dell’ordine il loro ruolo di tutela del cittadino e non del potere», ha affermato Cantarini in Piazza Maggiore, subito prima della partenza del corteo. Dietro quello striscione c’è la preoccupazione per il clima che si è creato nelle manifestazioni: «C’è scritto “No alla violenza sui nostri figli” perché nelle ultime manifestazioni, in particolare quella di sabato scorso, il livello di violenza è stato molto elevato e ha tolto questa serenità ai ragazzi. Quindi i ragazzi hanno paura, quando manifestano hanno paura, i genitori a casa hanno ancora più paura di loro». La docente ha invitato ad allargare lo sguardo oltre gli episodi di piazza: a suo giudizio le tensioni di queste settimane sono il sintomo di un disagio più profondo, che attraversa una parte consistente delle nuove generazioni. «Gli studenti sono generalmente arrabbiati, hanno un disagio forte, provano una grande paura rispetto al futuro. È un futuro incerto che non dà loro garanzie, non si sentono liberi, non si sentono tutelati, si sentono privi di riferimenti e sempre di più ritengo che vengano sottratti loro questi riferimenti da uno Stato che non li difende più, ma appunto li aggredisce».
Parole che descrivono un malessere che va oltre le rivendicazioni della giornata e che richiamano il tema, sempre più presente nel confronto pubblico, della fragilità sociale ed esistenziale di molti adolescenti che sembrano chiedere anzitutto ascolto. «Ci hanno accusato di essere delle madri iper protettive e ansiose. Non credo che questo sia corretto. Siamo dei genitori sì preoccupati. Siamo accanto a loro. Credo che i ragazzi chiedano attenzione e meritino la nostra attenzione».

Economia / A ottobre inflazione al 5,4%, ma i salari non reggono il passo. L’allarme di Mattarella sul «tenore di vita», la leva del risparmio per il futuro

Prezzi, salari, crescita: perché l'economia italiana è in trappola

Mentre le piazze italiane si riempivano di manifestanti contro il caro-vita (e molto altro), l’Istat ha praticamente dato loro ragione: a ottobre i prezzi sono saliti del 5,4% su base annua, portando l’inflazione ai massimi da agosto 2023. È la certificazione di quello che toccano tutti con mano, e infatti – ha spiegato l’istituto di statistica – a spingere i valori sono principalmente «i beni energetici (da +22,6% a +31,4%), ancora influenzati dal quadro geopolitico internazionale», e avanti di questo passo i prezzi potrebbero arrivare a un +6-7% entro la fine del 2026, anno che era iniziato con l’inflazione allo 0,1%. Ma non finisce qui: ieri sempre l’Istat ha annunciato che nel terzo trimestre la crescita del Pil è stata pari a zero, andando così a disegnare un quadro di perfetta “stagflazione” (stagnazione + inflazione), a cui l’Italia aggiunge un suo terzo tipico e sciagurato ingrediente, la debolezza dei salari: in questo caso i dati freschi sono relativi al periodo gennaio-settembre, quando la retribuzione oraria media è cresciuta del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025, segnando così una crescita tendenziale delle retribuzioni contrattuali inferiore a quella dei prezzi.
L’esito di tutto questo è una specie di circolo vizioso, in cui «l’inflazione e una dinamica salariale inoperosa aggrediscono il tenore di vita dei cittadini», come ha sintetizzato Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato alla Giornata del risparmio organizzata come da tradizione dall’Acri. Poche le vie d’uscita possibili, e tra queste il Capo dello Stato menziona – visto il contesto – proprio il risparmio privato, con le sue forme vecchie e nuove, risorsa di cui l’Italia va fiera e che può (e deve) «proteggere le famiglie, valorizzando i proventi del lavoro che riescono a mettere da parte, canalizzando i risparmi verso investimenti sicuri e produttivi». Uno sguardo al futuro necessario, perché se è vero che – nonostante tutto  – l’Italia come l’Europa sul breve «sta mostrando una tenuta superiore alle attese», le prospettive preoccupano di più il governatore Fabio Panetta. Nel suo intervento alla Giornata parla di «shock energetico, rischi geopolitici, tensioni finanziarie», un mix certo non nuovo ma che non accenna a placarsi. Di qui il rischio: «Gli effetti dell’inflazione e dei maggiori costi di finanziamento potrebbero acuirsi nei prossimi mesi».
Come per Mattarella, anche per il Governatore il risparmio «è un patto con il futuro: si consuma meno oggi per costruire il benessere di domani. Questo patto regge se il risparmio trova impieghi capaci di generare crescita e se il suo valore è preservato». Come aveva anticipato all’Avvenire il presidente dell’Acri Giovanni Azzone due settimane fa, l’associazione delle Fondazioni e delle Casse di risparmio ha deciso di lanciare una iniziativa ad hoc proprio per promuovere la cultura del risparmio tra i più giovani, ma intanto «spetta a tutti noi, nei nostri diversi ruoli, fare in modo che il risparmio di oggi sostenga lo sviluppo di domani, e che i giovani possano costruire, con il lavoro, il proprio futuro», ha osservato Panetta. Ricordando che «è un tema cruciale per il benessere futuro di una società che invecchia, in cui la previdenza complementare dovrà sempre più integrare la pensione pubblica», ha aggiunto Panetta. Musica per le orecchie del ministro Giorgetti, fresco di una manovra che punta a lavorare su quel fronte: «Nelle prossime settimane, costituirò, in sinergia con Banca d’Italia, un tavolo con fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni e Fondazioni, perché il risparmio di lungo periodo trovi in Italia opportunità coerenti con i propri mandati», ha annunciato Giorgetti: «Le regole sono fatte, ora tocca agli operatori».
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Il Governo e le banche sono ai ferri corti. «Così vengono colpite anche le realtà sociali»

Il Governo e le banche sono ai ferri corti. «Così vengono colpite anche le realtà sociali»

Avvenire

Con la manovra fatta in ritardo (e “bollinata” a sera dalla Ragioneria generale dello Stato), la sovrapposizione con la Giornata del risparmio, tradizionale punto d’incontro tra il mondo bancario e il Governo, rappresentava un rischio evidente. E così è stato ieri al Salone delle fontane all’Eur, dove si è palesato lo scontro sul “contributo-tassa” da 5,8 miliardi (questa la cifra finale) messo a carico del settore finanziario nel ddl di Bilancio. Un clima reso incandescente anche da un’altra novità trapelata dal testo definitivo (in 157 articoli): la “ Tobin tax ” sulle transazioni finanziarie, che colpisce tutti gli investitori, raddoppia dallo 0,4 allo 0,8%, dopo essere già raddoppiata un anno fa (tant’è che l’incasso nei primi 8 mesi 2026 è schizzato del 94%).
Un duello a colpi di sciabola, più che di fioretto, ha contrassegnato l’iniziativa gestita dall’Acri, archiviando rapidamente le strette di mano e i sorrisi d’ordinanza. Con i vertici del credito compatti nel sottolineare il sovraccarico del peso fiscale sul comparto rispetto ad altri settori e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, proteso a ricordare come negli anni lo Stato abbia aiutato il settore con garanzie e Gacs (lo strumento per cedere i crediti deteriorati) e ora serve un aiuto perchè «siamo sulla stessa barca».
Era la prima occasione d’incontro dopo che – altro elemento che ha sparso sale sulle ferite – la misura è stata varata dall’esecutivo senza alcuna consultazione con le associazioni bancarie, originando un risentimento malcelato. Tanto più che questa mossa ha finito col violare il patto dello scorso anno, quando fra le parti fu chiuso un accordo triennale. E così di prima mattina ad accendere la miccia è stato il presidente dell’Acri (l’associazione delle fondazioni di origine bancaria), Giovanni Azzone, con toni inconsuetamente diretti in un mondo abituato al dialogo felpato. Dopo anni in cui le fondazioni sono state elogiate per dare stabilità, Azzone ha detto che ora sono colpite «due volte» rispetto agli azionisti esteri: tramite la riduzione dei dividendi degli istituti, effetto dell’esborso fiscale, e in più con uno specifico aumento dell’Ires che leva loro dai 40 ai 70 milioni. «Poca cosa per il bilancio statale», ma un taglio ai progetti Acri che si traduce in aiuti in meno per «20mila giovani Neet (i ragazzi che non studiano e non lavorano, ndr ) o 2mila disabili», ha dettagliato con ruvidezza. Giorgetti ha incassato promettendo di tenere i rilievi «nella più alta considerazione»: si vedrà in Parlamento, durante l’esame della legge, se ci sono margini per ascoltare la voce del Terzo settore.
Anche il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, quando è stato il suo turno, ha affondato le critiche, pur premettendo di voler attendere il testo finale: ha parlato di «preoccupante mosaico di dichiarazioni degli esponenti del Governo» e aggiunto di sperare in un «ripensamento», ricordando come le crisi bancarie siano state pagate quasi del tutto con risorse private, a partire dagli «1,1 miliardi che sono stati il costo del risanamento della Popolare di Bari». Un fuoco di fila completato da Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo e già protagonista giorni fa di un duro intervento, che dopo reso atto al «positivo operato» sui conti «di Giorgia Meloni e Giorgetti», ha ricordato come un anno fa sia stato siglato un accordo da 10 miliardi in tre anni: «La parola si rispetta», ha concluso richiamando a una linea di «equità con gli altri settori».
Ma Giorgetti non ha solo incassato. IL ministro ha rivendicato la prudenza del bilancio pubblico in questi anni anche «a scapito del consenso» e poi ha ribattuto rimproverando le banche di aver fatto scendere «per il quarto anno consecutivo» il credito alle Pmi e, quindi, di aver «largamente beneficiato» del risanamento pubblico. Poi, la conclusione lapidaria: i costi sono significativi, ma «assorbibili» e ora le banche hanno «il dovere di aiutare lo Stato in questo ultimo miglio decisivo», in tempi di «burrasca».
Nella polemica non è entrato il governatore della Banca d’Italia: Fabio Panetta non ha trattato il tema della tassazione, che coinvolge peraltro anche la Bce. Lo scorso anno fu appunto Francoforte che manifestò, nero su bianco, dei rilievi alle misure sulle banche elencando i possibili effetti negativi sull’economia reale e su famiglie e imprese. E sulla finanza si registra pure la protesta di Assonime sulla “Tobin” (tassa che «ci mette fuori dal gioco», dicono), mentre l’Irap sulle società energetiche sale di 5 punti nel ‘27. Spuntano poi un doppio rincaro per le sigarette e la “ exit tax” , una tassa sui guadagni maturati in Italia per i ricchi (con beni e diritti per un valore di almeno 800mila euro) che trasferiscono la propria residenza fiscale all’estero.
Dalla relazione alla manovra emerge intanto che la “card” sanitaria da 300 euro sarà data agli ultra 75enni fino a 28mila euro di reddito annuo; lo stesso limite si applica al premio tassato all’1% per i lavoratori fino a 30 anni. Quanto al taglio dell’Irpef (per ora solo per un anno) riguarda 3,2 milioni di contribuenti, mentre la Flat tax a 100mila euro converrà solo a 41mila autonomi. È prevista la riduzione graduale dei tempi di pagamento del Tfs, il trattamento di fine servizio per i dipendenti pubblici che vanno in pensione: dal 2028, per chi matura i requisiti pensionistici entro la fine dello stesso anno, l’attesa scende da 9 a sei mesi, dal 2029 i tempi si riducono ulteriormente a tre mesi. Dal 2030, per chi lascia il lavoro al raggiungimento dei limiti di età, il pagamento potrà partire dalla data di cessazione dal servizio. Novità pure per le targhe personalizzate, su misura: dal primo marzo 2027 il costo sarà fino a 1.000 euro per i privati e 10mila euro per le imprese. I prezzi sono destinati a dimezzarsi dal primo giugno, scendendo rispettivamente a 500 e 5mila euro.
Per il resto il ddl Bilancio registra fronti “caldi” anche sulla sanità: i presidenti delle sei Regioni guidate dal centrosinistra – Giani (Toscana), Decaro (Puglia), De Pascale (Emilia-Romagna), Fico (Campania), Proietti (Umbria) e Todde (Sardegna) – chiedono una riunione urgente della Conferenza delle Regioni per discutere del sistema sanitario pubblico, a loro avviso non rifinanziato in modo adeguato. Un altro fronte è interno alla maggioranza: le pensioni. Il capo leghista, Matteo Salvini, teme che ci sia la volontà di “sfilargli” la dote di 850 milioni e per questo ha ribadito che il fondo in manovra «nasce per quota 64, rispetto ai 67 anni previsti dalla “legge Fornero”», per le altre esigenze ci sono «altre maniere» di intervenire. La partita è aperta.

La Cina schiera anche l’Intelligenza artificiale per “spingere” i matrimoni

La Cina fronteggia un continuo calo di matrimoni

Il team che l’ha creata garantisce massima serietà. Nessuna deviazione dall’obiettivo fissato: il matrimonio. Niente “divagazioni” temporali: il tutto si deve concludere in tre anni. Si chiama Liangpei ed è una piattaforma di incontri con la quale una startup privata cinese prova a porre rimedio a quella slavina che minaccia di destrutturare la società (e l’economia) del gigante asiatico: la denatalità, accompagnata dal continuo franare del numero di unioni. Il punto di forza (dichiarato) della piattaforma? Sfruttare l’Intelligenza artificiale. Per gli sviluppatori c’è una sorta di regola inderogabile: far sì che gli utenti si concentrino su una sola relazione, anziché essere costantemente alla ricerca di alternative. Diversamente dalle classiche app di dating basate su interazioni multiple, Liangpei consente agli utenti di chattare con un solo potenziale partner alla volta.
Come funziona in concreto la piattaforma? Come spiega il sito Sixth Tone, “Liangpei inizia con una conversazione vocale di circa 20 minuti con un’intelligenza artificiale specializzata nel matchmaking. Gli utenti rispondono a 25 domande sulla loro storia sentimentale, sui progetti matrimoniali e persino sull’eventuale intenzione di acquistare una proprietà. Il sistema utilizza quindi le risposte per creare un profilo dettagliato, calcolare i punteggi di compatibilità e suggerire potenziali partner”.
Una volta che due persone si sono trovate compatibili, possono parlare solo finché una delle due non decide di passare oltre. “Vogliamo allontanare gli utenti dalla piattaforma il prima possibile”, ha dichiarato il fondatore Zeng Xinxun. Per iscriversi, gli utenti pagano una quota una tantum di circa 2.000 yuan (pari a circa 260–270 euro). Se entro tre anni l’utente non incontra la persona con cui contrarre matrimonio, l’azienda si impegna a rimborsare la somma versata.
I numeri danno ragione agli ideatori di Liangpei? È presto per saggiare i risultati concreti – ossia il numero di matrimoni – dell’app che ha esordito la scorsa estate. Circa un utente su 10 ha raggiunto un incontro esclusivo uno a uno. Liangpei conta oltre 9.300 utenti attivi in 300 città. Gli uomini rappresentano il 57% degli utenti, mentre le donne il 43%. Le due fasce d’età più numerose sono quelle tra i 26 e i 28 anni e tra i 29 e i 31 anni.
Riuscirà l’impresa di sollevare i matrimoni in Cina? Una cosa è certa: il terremoto sociale e demografico in Cina continua. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, nella prima metà del 2026 le registrazioni di matrimoni sono diminuite nel Paese del 7,5% su base annua. Tra gennaio e giugno si sono sposate circa 3,28 milioni di coppie, 264.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le registrazioni di divorzio sono invece aumentate del 3,9%, raggiungendo quota 1,38 milioni.
Intrecciata al calo delle unioni, c’è quello altrettanto drammatico delle nascite. La “caduta” non sembra arrestarsi. Come riportato dalla rivista Caixin Global, nel 2025 la popolazione cinese è diminuita di 3,39 milioni di unità – il calo più consistente tra i quattro registrati consecutivamente su base annua. Secondo l’Annuario statistico della Cina 2026, alla fine dell’anno la popolazione ammontava a 1,40489 miliardi di persone: un dato inferiore di 7,71 milioni rispetto al picco raggiunto nel 2021.
Cambia radicalmente anche il volto della società cinese. Oggi nel Paese ci sono più di 223 milioni di persone di età pari o superiore a 65 anni, mentre i bambini di età pari o inferiore a 14 anni sono 213 milioni. Un sorpasso che getta ombre cupe sul futuro della corsa della Cina.

 

«Ci hanno uccisi»: e Novaya Gazeta chiude in Russia

Russia: Critical newspaper 'Novaya Gazeta' to close

«Ci hanno uccisi». Titola così la notizia sul sito dello storica testata russa indipendente. Fondata oltre 30 anni fa dal Premio Nobel per la Pace 2021 Dmitrij Muratov insieme a Mihail Gorbachev, ultimo presidente dell’Urss e padre della Perestrojka, Novaya Gazeta nacque nel segno della libertà e indipendenza dell’informazione. Questa era ed è sempre stata la cifra che l’ha guidato. Per questa sua identità universalmente riconosciuta anche con il Nobel ha pagato un caro prezzo. Oltre ad Anna Politkovskaja altri 5 suoi colleghi sono stati uccisi: Igor Domnikov, Jury Schekhochikhin, Stas Markelov, Anastasia Baburova e Natalia Estemirova. Uccisi per il fatto di essere giornalisti, di raccontare la verità su soprusi, guerre e corruzione. Il lavoro dei suoi giornalisti non si è mai fermato anche per rispetto e in memoria di questi colleghi. Una redazione che non ha mai perso il coraggio di testimoniare l’esistenza in Russia di una società civile e giornalistica che crede del diritto e nella libertà di espressione.
Nel comunicato si legge che «il 9 novembre spegneremo le luci nell’edificio in cui abbiamo lavorato per 30 anni, spegneremo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività». Dal giorno dell’inizio dell’aggressione su vasta scala in Ucraina il giornale ha subito un attacco progressivo. Una voce che rappresentava un riferimento per leggere ciò che accade nel Paese; una lettura indipendente, basata sulla profonda conoscenza della realtà articolata e complessa lungo i suoi 11 fusi orari. Una realtà sconosciuta ai più in Occidente e anche per questo incompresa nelle sue dinamiche sociali e politiche. Per questo Novaya Gazeta è una testata unica e insostituibile che forniva un’informazione vitale sia all’interno che all’esterno del Paese. L’ultima goccia dello stillicidio repressivo è avvenuto negli ultimi giorni: contemporaneamente alla lettera di sfratto c’è stata la disattivazione del sistema di donazioni che permetteva di ricevere contributi dai lettori, di fatto privando la redazione di ogni sostegno. Secondo Novaya Gazeta «si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione fornita delle banche, secondo cui agirebbero in base a regolamenti interni aziendali. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato repressivo statale, da funzionari dell’FSB che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese di loro proprietà».
Ma per capire la situazione e la decisione di oggi di alzare bandiera bianca è necessario vedere quanto accaduto precedentemente. Prima di questi ultimi due colpi c’è stata la censura con il blocco del sito, il sequestro della tipografia e l’intervento dei servizi segreti per impedire di stampare e pubblicare il giornale, il ritiro della licenza e a seguire i giornalisti che man mano venivano inseriti nella lista degli “agenti stranieri” a cominciare dal caporedattore. Mentre tutto questo si svolgeva a Mosca, i suoi giornalisti subivano minacce sempre più pesanti fino all’aggressione avvenuta in Cecenia dell’editorialista Elena Milashina, rapita e picchiata. Poi il fermo di un altro collega, Oleg Roldugin, che, come dicono nel comunicato, «è stato preso in ostaggio con l’accusa di lavorare come giornalista». Il suo processo inizierà a breve. Quest’estate la redazione è stata perquisita per diverse ore e a settembre l’intera redazione è stata dichiarata “agente straniero”, e altre cento persone, tra giornalisti e collaboratori, sono stati considerati per questo complici. Nonostante questo in quasi 5 anni dall’inizio della guerra la redazione ha lavorato da remoto facendo il possibile per non abbandonare i lettori e continuare a esprimere la propria voce. Ma, come conclude il caporedattore nel suo messaggio video pubblicato per annunciare la chiusura, «e ora è tutto. Ci troviamo nella kill zone». Un monito che spaventa e riguarda tutti, in Russia e nel mondo intero.

La mattinata di mobilitazione si è aperta con le prime iniziative: a Livorno e Trieste presidi nei porti contro i trasporti di armi. Occupate alcune tangenziali, tende ai Fori imperiali

«Soldi alla scuola e non alla guerra»: da Livorno a Bologna, studenti in piazza. Scontri a Torino e Mestre

Avvenire

La giornata di sciopero generale si è aperta con decine di migliaia di persone pacificamente in piazza, ma poi è proseguita con qualche scontro, come temuto dal Viminale alla vigilia. In particolare le tensioni ci sono state ancora una volta a Torino: in piazza Castello un gruppo di antagonisti ha cercato il confronto con la polizia schierata a protezione della prefettura. Gli agenti hanno reagito con cariche di alleggerimento e azionando gli idranti. Due manifestanti sono rimasti feriti e almeno cinque giovani sono stati fermati. In mattinata alcuni giovani avevano ostentato scudi rudimentali con scritte contro la polizia.
Getti d’acqua anche a Vicenza, dove un gruppo di manifestanti ha invaso la tangenziale. A Mestre sette agenti di Polizia sono rimasti leggermente feriti, riportando contusioni e tagli, dopo il contatto con il corteo che cercava di sfondare il blocco dei reparti mobili. La Questura aveva prescritto agli organizzatori il divieto di transito dalla rotonda di via Torino alla rampa del cavalcavia, che conduce verso la strada di collegamento con la zona industriale e Venezia. I manifestanti hanno invece cercato di proseguire verso la rampa e le forze dell’ordine li hanno respinti. A Milano una manifestazione ha bloccato per un’ora e mezza la tangenziale est, poi i partecipanti sono rientrati in città e il traffico ha ricominciato lentamente a scorrere dopo pesanti disagi. In precedenza, al mattino, alcuni studenti hanno occupato parte della sede stradale di via Pisani, tra piazza della Repubblica e la stazione Centrale, scandendo lo slogan “Noi le armi non le vogliamo”. Poi hanno srotolato sull’asfalto uno striscione contro l’economia di guerra. In testa al corteo è stata esposta un’altra scritta: “Soldi alla scuola e non alla guerra”. Tangenziale e autostrada occupate anche a Bologna, dove la mattinata era iniziata con il blocco degli ingressi di alcuni istituti superiori. Gruppi di studenti hanno chiuso gli accessi al Liceo Copernico, al Liceo Minghetti, al Liceo Fermi, al Liceo Arcangeli, al Liceo Laura Bassi e al liceo Righi e all’Istituto agrario Serpieri. Al Galvani, in via Castiglione, cassonetti sono stati piazzati davanti alle porte di ingresso. Da alcune scuole sono poi partiti i cortei, mentre in centro alcuni negozianti hanno provveduto a coprire le vetrine con pannelli di legno. Ma al fianco degli studenti sono comparse alcune mamme, che hanno esposto una scritta: “No alla violenza sui nostri figli, manifestare è un diritto”. Tutte vestite di rosso, hanno deciso di aderire allo sciopero indetto dai sindacati di base per “dare supporto ai propri figli”. “Il livello di violenza – hanno detto – è molto elevato e manifestanti pacifici vengono scambiati spesso per dei teppisti e violenti: noi vogliamo difendere il diritto dei nostri giovani figli a manifestare pacificamente e serenamente”.
A Napoli migliaia di persone si sono radunate in piazza Mancini (tra loro anche diverse famiglie), per poi dirigersi verso il porto. La manifestazione si è sciolta nel primo pomeriggio, senza problemi di sorta.
A Roma il corteo contro il carovita si è fermato di fronte al ministero dei Trasporti per protestare contro il vicepremier e ministro Matteo Salvini. L’edificio era presidiato da un ingente numero di forze dell’ordine. I manifestanti hanno intonato cori contro il ministro invitandolo ad affacciarsi. “Le aziende agricole fra 10 anni non ci saranno più” è una delle rivendicazioni. È stato lanciato anche un fumogeno, atterrato però ben lontano dal ministero e dal presidio delle forze dell’ordine. Diversi attivisti hanno poi raggiunto i Fori imperiali, dove hanno iniziato a montare le tende per continuare il presidio anche di notte.
A Livorno e Trieste si sono formati presidi davanti ai porti: i lavoratori partecipano alla mobilitazione internazionale contro le navi che trasportano armi. A Genova è stato bloccato l’accesso al varco Albertazzi, poi circa 15 mila persone sono entrate nel porto.
Ma si manifesta in tutta Italia, non solo nelle grandi città. “Abbassate le armi, alzate i salari” è lo striscione che ha aperto il corteo nel centro di Campobasso. “La nostra protesta – hanno rimarcato gli esponenti locali del Collettivo dal Basso – è contro economia di guerra, caro vita, precarietà giovanile e repressione del dissenso. Continui tagli a sanità pubblica e trasporti per sostenere i costi necessari a nutrire il settore bellico causano un conseguente aumento del costo della vita. I padroni si arricchiscono e le infrastrutture crollano, pezzo dopo pezzo, sulla testa di chi deve imparare a vivere con uno stipendio mangiato dall’inflazione”.
(hanno collaborato Simone Marcer e Martino Mangalaviti da Milano)

Mediterraneo, a Malta la Chiesa rilancia l’azione delle donne per la pace

IV Incontro delle Donne del Medio Oriente e Mediterraneo,  Malta 23 - 26 ottobre 2026
Si è svolto nell’arcipelago il quarto incontro promosso dall’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche. Oltre novanta partecipanti, provenienti da 34 Paesi e regioni del mondo, si sono confrontate sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, nella difesa della dignità umana e nella riconciliazione delle comunità segnate dai conflitti

Vatican News

“Una società che esclude metà della sua saggezza non può costruire un futuro completo”. È il messaggio emerso dal quarto Incontro delle Donne del Medio Oriente e Mediterraneo, promosso dall’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (Umofc), in collaborazione con l’Azione Cattolica Maltese e con il sostegno della Conferenza Episcopale di Malta. Dal 23 al 26 ottobre, 92 partecipanti provenienti da 34 Paesi e regioni del mondo si sono riunite per riflettere sul tema “Le donne: un rifugio sicuro per un’umanità in difficoltà”. Al centro del confronto, il contributo femminile alla pace e alla ricostruzione delle comunità ferite dalla violenza e dalle divisioni.

Il ruolo delle donne nei conflitti

“Troppo spesso le donne vengono invitate a partecipare al dialogo sulla pace quando le decisioni sono già state prese”, ha denunciato Bassima Sam’an, giornalista giordana, ricordando come siano proprio le donne a sostenere le famiglie durante i conflitti, a ricostruire le comunità e a mantenere viva la speranza. Una presenza spesso invisibile, che deve trovare pieno riconoscimento anche nei processi decisionali e di riconciliazione. I tre panel dell’incontro hanno approfondito le difficoltà vissute dalle donne del Medio Oriente e del Mediterraneo, con particolare attenzione alle cattoliche appartenenti a minoranze religiose e al loro impegno nella tutela della dignità umana.

La pace comincia dall’ascolto

La costruzione della pace passa anche attraverso il linguaggio e le relazioni quotidiane. “Prima di parlare di pace tra i popoli, dobbiamo chiederci se il nostro linguaggio porta pace alla persona che abbiamo di fronte”, ha sottolineato Nuha Farran, israeliana arabo-cristiana, avvocato ad Haifa, invitando a superare i pregiudizi e a dare ascolto alle voci più fragili. Particolare attenzione è stata dedicata alle donne migranti e a quelle che vivono situazioni di vulnerabilità. Maje Martin, collaboratrice della Prefettura Apostolica in Marocco, ha ricordato che “protezione e autonomia non sono concetti contrapposti”, sottolineando la necessità di creare luoghi sicuri nei quali le persone possano ritrovare fiducia, dignità e capacità di decidere autonomamente.

Comunità come rifugi di speranza

Attraverso le “Conversazioni nello Spirito”, le partecipanti hanno individuato alcuni impegni concreti: rafforzare le reti di preghiera e solidarietà, creare spazi di ascolto e condividere nelle comunità locali le esperienze maturate durante l’incontro. Nel suo intervento conclusivo, la presidente generale dell’Umofc, Mónica Santamarina, ha ringraziato le donne per la testimonianza di “resilienza, fede, coraggio e impegno”, assicurando che nell’organizzazione troveranno sempre “un rifugio sicuro” dove le loro voci saranno ascoltate e valorizzate. L’incontro si è concluso con un rinnovato appello a riconoscere il protagonismo femminile nella Chiesa e nella società, nella convinzione che la pace si costruisca attraverso gesti concreti di accoglienza, solidarietà e riconciliazione.