Se l’azione liturgica si incarna nel presente, il popolo di Dio ha diritto alla pienezza dei Sacramenti, anche dai sacerdoti sposati

liturgia

Un profondo studio pubblicato da SettimanaNews restituisce alla liturgia la sua dimensione più autentica e vibrante: essa non è un museo di tradizioni superate o una ripetizione formale di rubriche, ma il vero “oggi della storia”. Nell’azione liturgica, il mistero divino si cala nel tempo presente, intercettando la vita reale delle persone, le loro fatiche, le loro speranze e la loro cultura. La liturgia, insomma, vive se parla al cuore dell’uomo contemporaneo e se edifica concretamente la comunità radunata attorno all’altare.

Come staff di Informazione Libera, accogliamo questo altissimo spunto per riflettere su come l’attuale gestione pastorale debba aprirsi alla realtà per salvaguardare proprio la vita liturgica e sacramentale del territorio.

Il ministero ordinato radicato nell’oggi

Se la liturgia è incarnazione nel presente, la figura del ministro che la presiede non può essere disincarnata o estranea al vissuto della gente. I sacerdoti sposati con regolare matrimonio religioso incarnano perfettamente questo principio di contemporaneità e vicinanza.

Inseriti pienamente nella società civile — molti dei quali svolgono con passione il ruolo di docenti e formatori nelle scuole superiori — essi sperimentano in prima persona le dinamiche familiari, lavorative e sociali del nostro tempo. Portare questa ricchezza esistenziale all’altare non mitiga la sacralità del rito, ma la arricchisce di un’empatia profonda, permettendo alla liturgia di essere davvero l’espressione dei vissuti, delle ansie e delle gioie della comunità.

L’emergenza dei tabernacoli chiusi e il realismo pastorale

Il saggio di SettimanaNews ci ricorda che la liturgia ha bisogno di una comunità viva e di un’azione concreta. Eppure, il panorama odierno delle nostre Diocesi (come confermano i recenti accorpamenti parrocchiali a Torino) mostra uno scenario preoccupante: la spaventosa carenza di clero costringe i pochi sacerdoti celibi a corse frenetiche in auto tra un campanile e l’altro, riducendo l’Eucaristia domenicale a un rito frettoloso o, peggio, portando alla sospensione delle celebrazioni in molti paesi.

Se la liturgia si spegne nei territori, l’“oggi della storia” rischia di diventare un ricordo del passato per migliaia di fedeli. Davanti a questo indebolimento sacramentale, l’immobilismo delle vecchie consuetudini deve cedere il passo a un saggio realismo.

Braccia pronte per far risplendere l’altare

Il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, guidato con costante lealtà istituzionale da don Giuseppe Serrone, si propone alla Chiesa e alla CEI come una risorsa sussidiaria e collaborativa. Attraverso il dialogo per il Decreto di Riammissione di Papa Leone XIV, offriamo operai qualificati, teologicamente preparati e pronti a servire in modo ufficiale e totalmente gratuito.

Il nostro desiderio è affiancare i confratelli celibi affaticati, curare l’animazione liturgica delle parrocchie rimaste incustodite e garantire che il Pane di vita continui a essere spezzato alla luce del sole. Permettere ai sacerdoti sposati di tornare a servire l’altare significa custodire la bellezza della liturgia, assicurando che essa rimanga, per ogni comunità, l’incontro vivo e presente con il Signore del tempo.

Oltre i tabù: il valore dei sacerdoti sposati

chiesa italiana

“La sinodalità tra totem e tabù: la prova del realismo per il futuro dei ministeri”

Titolo: Se il cammino ecclesiale diventa uno slogan: perché la cura del territorio chiede di superare i vecchi steccati

Un profondo editoriale pubblicato su SettimanaNews affronta una delle questioni più delicate del dibattito ecclesiale contemporaneo: il rischio che la parola “sinodalità” venga idealizzata come un totem teorico, privo di ricadute pratiche, o che rimanga paralizzata davanti ai tabù strutturali che da secoli condizionano la vita della Chiesa. Camminare insieme, come ricorda l’analisi, non può ridursi a un esercizio di stile burocratico o a una serie infinita di assemblee, ma deve tradursi nel coraggio di ascoltare la realtà e di rinnovare i processi pastorali laddove il bene delle anime lo richiede.

Come staff di Informazione Libera, riteniamo che questa riflessione tocchi da vicino la missione del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati e l’urgenza di un realismo che superi l’immobilismo.

Oltre i tabù: il valore del clero sposato

Il celibato obbligatorio per il clero di rito latino è spesso trattato come uno di quei tabù istituzionali intramontabili, capaci di bloccare qualsiasi discernimento pratico, persino davanti all’evidente sofferenza delle comunità. Eppure, la storia e la teologia ci ricordano che il ministero ordinato e la vita familiare non sono incompatibili.

I sacerdoti sposati con regolare matrimonio religioso rappresentano una risorsa matura ed esistenzialmente ricca. Molti di loro operano con dedizione nella società civile e nel mondo della scuola come insegnanti e formatori. Portare questa sintesi di vita matrimoniale e competenza sacramentale all’interno delle Diocesi non significa intaccare la dottrina, ma arricchire la Chiesa di una vicinanza unica alle fatiche e alle gioie della gente.

Il totem della burocrazia contro la realtà parrocchiale

Mentre i salotti ecclesiali discutono sulle formule della sinodalità, la realtà dei territori (come emerso chiaramente nelle recenti nomine e negli accorpamenti di Torino) presenta parrocchie lasciate senza una guida stabile e sacerdoti celibi costretti a coprire da soli quattro o cinque comunità, spendendo la vita in auto tra un campanile e l’altro.

Una sinodalità autentica deve saper rispondere a questa emergenza. Non si può celebrare l’ascolto dello Spirito se poi si lasciano i tabernacoli chiusi e i fedeli privati dell’Eucaristia domenicale pur di non valorizzare operai già pronti e formati.

Un cammino di lealtà per il bene comune

Il Movimento, guidato con fermezza e lealtà istituzionale da don Giuseppe Serrone, non propone scorciatoie o fratture. Il nostro dialogo con i Vescovi e la richiesta di un Decreto di Riammissione da parte di Papa Leone XIV si muovono esattamente nello spirito di una Chiesa che cammina insieme sul serio.

Offrire il ministero del clero sposato in modo ufficiale, coordinato e totalmente gratuito è una proposta di autentica sussidiarietà pastorale. Siamo pronti ad affiancare i confratelli in servizio, a custodire le comunità più isolate e a dimostrare che la sinodalità, quando incontra il realismo e l’amore per il popolo di Dio, sa superare ogni paura e rinnovare il volto delle nostre parrocchie.

La teologia oltre le frammentazioni: dal dibattito accademico al servizio delle comunità

vergo

Se la riflessione si frammenta in mille sigle, la pastorale concreta rischia di restare senza operai

Un recente e lucido intervento pubblicato su SettimanaNews solleva un interrogativo provocatorio ma necessario sull’attuale panorama culturale ecclesiale: in Italia vi è una proliferazione eccessiva di associazioni e sigle teologiche? L’analisi evidenzia come il rischio di una scomposizione in troppi rivoli accademici sia quello di scivolare in un dibattito autoreferenziale, dove la speculazione intellettuale si allontana progressivamente dal vissuto reale delle parrocchie e dalle sfide quotidiane dei fedeli.

Come staff di Informazione Libera, accogliamo questa riflessione per ribadire la necessità di una teologia che non si chiuda nelle accademie, ma che sappia farsi carne, storia e servizio pastorale concreto.

Una teologia incarnata nella vita quotidiana

Il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati esprime, nella propria stessa identità, il superamento di questa separatezza tra studio e vita. Molti dei nostri sacerdoti non sono solo pastori, ma teologi, biblisti e docenti qualificati che insegnano regolarmente nelle scuole superiori e negli istituti di formazione.

La loro non è una teologia elaborata dietro una cattedra isolata, ma un pensiero che si confronta ogni giorno con le dinamiche della famiglia, del lavoro, delle fatiche economiche e delle speranze della società civile. Questa ricchezza culturale, unita all’esperienza del matrimonio religioso e della paternità, offre una sintesi teologica matura, capace di parlare un linguaggio accessibile ed empatico, vicino alle ansie del nostro tempo.

Superare la burocrazia per rispondere alla carenza di clero

Mentre il mondo intellettuale ecclesiale si interroga sulle proprie geometrie associative, il territorio richiede con urgenza risposte pratiche alla spaventosa carenza di clero. Come documentano le cronache diocesane da nord a sud, l’accorpamento delle parrocchie sta sovraccaricando i sacerdoti celibi in servizio, trasformandoli in “funzionari itineranti” e privando molte comunità dell’Eucaristia domenicale.

Davanti a questa realtà, la dispersione delle energie in mille rivoli ideologici o burocratici non è più sostenibile. La teologia e la dottrina devono tradursi in azione e sussidiarietà per il bene delle anime.

Un’offerta di servizio unita e coordinata

Il cammino del Movimento, guidato con lealtà istituzionale verso le decisioni di Papa Leone XIV e nel pieno dialogo con la CEI, punta esattamente a questo: rimettere a disposizione delle Diocesi competenze teologiche e sacramentali già pronte e formate.

Non cerchiamo la creazione di nuove correnti o sigle isolate, ma l’integrazione legale e ufficiale attraverso il Decreto di Riammissione. I sacerdoti sposati desiderano unicamente offrire il proprio ministero in modo gratuito per affiancare i confratelli, custodire le parrocchie incustodite e fare in modo che la bellezza della liturgia e della Parola continui a illuminare la vita della gente, lontano dalle distrazioni del clericalismo o dell’accademismo fine a se stesso.

Settimana News

Pane che unisce il Mediterraneo: la convivialità familiare e il diritto all’Eucaristia

Sacred Bread

Dalla tavola di casa all’altare: se il pane è simbolo di comunione, nessuna comunità dovrebbe restarne priva

Un affascinante approfondimento pubblicato dalle colonne di Avvenire mette in luce il valore storico, culturale e spirituale del pane nel bacino del Mediterraneo. Definito come “quel pane che unisce i popoli”, esso rappresenta da millenni il fulcro della convivialità, l’elemento attorno al quale le famiglie si riuniscono, superando le differenze per riscoprirsi tessere di un’unica umanità. Per il mondo cristiano, questo antico simbolo quotidiano compie il suo salto più alto sull’altare, trasformandosi nel Pane Spezzato che edifica la Chiesa.

Come staff di Informazione Libera, accogliamo questa suggestione per riflettere sul legame profondo tra la vita quotidiana delle famiglie e la realtà pastorale delle nostre parrocchie, oggi messe a dura prova.

La teologia del quotidiano: la famiglia e l’altare

Il pane nasce dal lavoro, si spezza in famiglia e si condivide nell’ospitalità. Questa dimensione “domestica” è la stessa che i sacerdoti sposati del nostro Movimento sperimentano ogni giorno. La vita familiare, lungi dall’essere un ostacolo al ministero, rappresenta un canale privilegiato per comprendere i bisogni reali della gente.

Saper cosa significhi guadagnarsi il pane, educare i figli e curare le relazioni affettive permette di portare sull’altare un’esperienza umana ricca e matura. Il clero sposato, integrato nella società e nel mondo del lavoro (spesso nell’insegnamento scolastico), è un ponte naturale che unisce la sacralità dell’Eucaristia alla concretezza della vita quotidiana dei fedeli.

Il dramma delle comunità private del Pane Spezzato

Se il pane è ciò che unisce e dà vita, non possiamo non guardare con preoccupazione alla crescente “carestia eucaristica” che colpisce molte nostre diocesi. Come abbiamo evidenziato nei recenti blocchi di nomine in Piemonte e in altre regioni d’Italia, l’accorpamento selvaggio delle parrocchie costringe i pochi sacerdoti celibi a ritmi insostenibili, lasciando molti campanili senza la Messa domenicale.

Quando una comunità non può spezzare il Pane eucaristico nella propria parrocchia, rischia di smarrire la propria identità e di scivolare nell’isolamento. Davanti a questa emergenza, l’immobilismo non è più sostenibile.

Operai pronti per la messe

La disponibilità del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati si offre ai Vescovi e alla CEI proprio come una risposta concreta a questa necessità. Esistono sul territorio sacerdoti regolari, pronti a rimettersi al servizio della Chiesa Cattolica in modo ufficiale e totalmente gratuito.

Il nostro obiettivo, nel pieno rispetto dei tempi del dialogo istituzionale verso il Decreto di Riammissione, è quello di affiancare i confratelli celibi, tenere aperti i tabernacoli e garantire che quel “Pane che unisce” continui a essere spezzato in ogni comunità, preservando la ricchezza spirituale e relazionale delle nostre parrocchie.

Innovazione tecnologica e realismo pastorale: se la Chiesa corre sull’IA, non può rallentare sulle riforme territoriali

La “fretta” di Papa Leone
e l’Intelligenza artificiale

Sulle pagine del quotidiano Avvenire, un attento commento mette in luce l’audacia e la “fretta” profetica di Papa Leone XIV nel confrontarsi con una delle sfide più imponenti della nostra epoca: l’Intelligenza Artificiale. Il Pontefice sta dimostrando una straordinaria rapidità nel sollecitare le istituzioni ecclesiastiche, i teologi e i pensatori a non subire passivamente la rivoluzione digitale, ma a governarla con intelligenza, mettendo sempre al centro la dignità dell’uomo. Una Chiesa “in apprendimento”, capace di camminare alla velocità della storia senza lasciarsi frenare da vecchie resistenze.

Come staff di Informazione Libera, consideriamo questa sollecitazione papale un segnale di grandissima speranza che convalida il metodo di lavoro del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati.

La modernità dei linguaggi al servizio del Vangelo

La fretta del Papa sull’Intelligenza Artificiale dimostra che le strutture ecclesiali possono e devono adottare un passo nuovo. Lo stesso Movimento, nelle sue recenti campagne di sensibilizzazione culturale, sta dimostrando di saper abitare la contemporaneità, utilizzando una comunicazione visiva moderna, pulita e d’impatto per trasmettere i propri messaggi alle Diocesi e alla CEI.

Abbracciare la modernità tecnologica, tuttavia, richiede di pari passo un profondo realismo nell’affrontare le necessità concrete delle nostre comunità parrocchiali, anch’esse investite dai cambiamenti epocali del nostro tempo.

Se la tecnologia avanza, la pastorale sul territorio deve rinnovarsi

Mentre la Sede Apostolica offre linee guida per l’algoretica e il futuro digitale, la realtà quotidiana dei campanili in Italia (da Torino a molte altre regioni) ci mostra una Chiesa locale che fatica a gestire il presente a causa della drammatica carenza di clero. L’accorpamento delle parrocchie e il sovraccarico dei sacerdoti celibi rimasti in servizio richiedono risposte altrettanto rapide, concrete e prive di pregiudizi ideologici.

La proposta del clero sposato regolare si inserisce esattamente in questa dinamica di modernità e pragmatismo pastorale. Esistono sul territorio energie già formate, teologi, docenti e padri di famiglia pronti a mettersi a disposizione dei Vescovi locali. Offrire il proprio ministero in modo ufficiale, coordinato e gratuito non significa rompere con la tradizione, ma applicare quella stessa “intelligenza orientata al bene” che il Papa chiede nel campo dell’innovazione.

Verso un Decreto di Riammissione al passo con i tempi

La prontezza con cui Papa Leone XIV sta guidando la Chiesa verso le frontiere della tecnologia dimostra che l’immobilismo non fa parte del suo magistero. Confidiamo che questa stessa lungimiranza e questa saggia “fretta” possano presto tradursi nel tanto atteso Decreto di Riammissione per i sacerdoti sposati e le loro famiglie.

Una Chiesa che sa dialogare con gli algoritmi saprà certamente valorizzare la ricchezza umana e sacramentale di chi, con lealtà e obbedienza, desidera unicamente tornare a servire l’altare, tenere aperti i tabernacoli e supportare i confratelli nella cura delle anime.

Ascesi orientale e Profezia biblica: quando il sacrificio diventa cura per il mondo e superamento dell’egoismo

Il monaco buddhista Shionuma: «Così la sofferenza può insegnarci a vivere»

Sulle pagine del quotidiano cattolico Avvenire, una profonda riflessione sulla figura del monaco buddhista Ryojun Shionuma ha riacceso il dibattito sul senso profondo della sofferenza, della disciplina del corpo e dell’ascesi come strumenti per imparare a vivere autenticamente. Shionuma, noto per aver compiuto pratiche di resistenza fisica e spirituale estreme sul monte Omine, ricorda al mondo contemporaneo una verità universale: il sacrificio e la privazione non sono fini a se stessi, ma tappe necessarie per purificare il cuore, sviluppare l’empatia e comprendere le sofferenze del prossimo.

Come staff di Informazione Libera, accogliamo questo stimolo culturale ed ecumenico. La testimonianza di questo maestro d’Oriente ci permette di rileggere, con sguardo rinnovato, la centralità della nostra missione e l’illuminazione  tratta dalle Scritture sul significato del Vero Digiuno.

Dalla privazione materiale all’amore attivo

Sebbene l’ascesi buddhista utilizzi metodi legati alla pura resistenza del corpo, la sua conclusione etica converge straordinariamente con la spiritualità cristiana: chi sperimenta la privazione impara a non essere egoista. Nel cristianesimo, tuttavia, questo percorso compie un salto di qualità decisivo attraverso la rivelazione del profeta Isaia e le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo.

Il digiuno che piace a Dio non è una prova di forza eroica e solitaria, né una punizione fine a se stessa. Come andiamo ribadendo nel nostro cammino di sensibilizzazione, il “Vero Digiuno” consiste nel “sciogliere le catene malvage, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi” (Isaia 58). Significa privarsi del proprio egoismo, dell’orgoglio clericale e del linguaggio accusatorio per fare spazio all’altro, curando le piaghe della solitudine e dell’abbandono.

I sacerdoti sposati e la sofferenza dell’esclusione

Le parole di Shionuma su come la sofferenza possa trasformarsi in una maestra di vita risuonano profondamente nella storia del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati. Per decenni, i presbiteri che hanno scelto la via del regolare matrimonio religioso hanno vissuto una forma dolorosa di ascesi e di sofferenza: l’esclusione, il silenzio istituzionale, l’incomprensione e, talvolta, il disprezzo della propria legittima diversità (tema su cui proprio ieri è intervenuto Papa Leone XIV ammonendo che “il disprezzo per la diversità porta alla distruzione”).

Questa sofferenza non ha però generato rancore, ma ha insegnato a vivere e ad amare ancora di più la Chiesa Cattolica. È diventata una cattedra di empatia. Proprio perché hanno vissuto sulla propria pelle la fatica del discernimento, l’ansia del futuro e il peso del giudizio, i sacerdoti sposati e le loro famiglie possiedono oggi una maturità umana unica, capace di comprendere e lenire le “fragilità e le ansie” delle famiglie moderne.

Un’offerta gratuita per la risurrezione delle comunità

La sofferenza del passato si trasforma oggi in energia costruttiva, in un cantiere aperto per il futuro. Non chiediamo privilegi, ma il riconoscimento di una vocazione nella vocazione attraverso il Decreto di Riammissione.

Come il monaco cammina per chilometri per intercedere per l’umanità, così i sacerdoti sposati sono pronti a mettersi in viaggio, a spendere le proprie energie e la propria formazione teologica per servire gratuitamente le parrocchie in affanno, supportare i confratelli celibi schiacciati dal multitasking pastorale e riaprire quelle chiese che rischiano di restare vuote. La vera ascesi, per noi, si traduce nel servizio umile, legale e gioioso alla luce del sole.

Ciclismo: Vingegaard, il primo re danese del Giro

Ciclismo: Vingegaard, il primo re danese del Giro

Avvenire

Adesso la Danimarca ha due re: Federico X e Jonas Vingegaard. Un capo della nazione e simbolo dello sport danese nel mondo, che festeggia la conquista del suo primo Giro d’Italia, che poi è anche il primo di un corridore danese. Con questo successo, Vingegaard va ad affiancare il proprio nome a quelli di Jaques Anquetil e Eddy Merckx, Felice Gimondi e Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Otto corridori che almeno una volta possono dire di aver vinto tutti e tre i Grandi Giri, un traguardo che nemmeno Tadej Pogacar. «Sono felice per me e per i miei compagni, per il mio team e per quanti mi vogliono bene, ma non penso a quello che fanno o non fanno gli altri, io sono solito solo a pensare quello che riesco a fare io», dice il danese.
La Danimarca ha due re, uno politico e l’altro sportivo, che quattro giorni fa vinse la quarta tappa a Carì, in Svizzera, nel giorno del 58° genetliaco del suo sovrano, anche se a specifica domanda, il corridore danese ha ammesso di non essere al corrente della ricorrenza. «Non lo sapevo», ha ammesso.
Cinque vittorie di tappa. La prima sul Blockhaus, la seconda a Corno alle Scale, la terza a Pila, che gli vale anche la maglia rosa, quella svizzera di Carì e, infine, sabato sul traguardo di Piancavallo. «È stato un bellissimo viaggio, in una terra bellissima, dove il ciclismo è cultura e dove la passione si sente», ha detto il corridore della Visma Lease a Bike che in carriera ha vinto due Tour e una Vuelta, prima aggiungerci questo Giro.
È felice Vingegaard, che in questa stagione aveva già vinto la Parigi-Nizza (con due tappe), la Volta Ciclista a Catalunya (con due tappe) e adesso la corsa rosa, con cinque tappe. «Sì, posso dire di essere tornato al mio livello o, forse, anche meglio perché il ciclismo continua a evolversi», ha detto felicissimo il danese che ora correrà il Delfinato prodromico al Tour, dove ritroverà l’avversario di sempre: Tadej Pogacar. Cinque baci per un Giro al bacio. Cinque vittorie celebrate sempre con quel rito del bacio alla fede e alla foto della famiglia posta sul manubrio per celebrare un Giro alla Pogacar, dove due anni fa lo sloveno dominò con il bonus di sei successi di giornata e venti giorni in maglia rosa. «Ma io non sono stato poi così male – dice sornione il danese in rosa -. Ho corso un ottimo Giro, facendo registrare degli ottimi dati, ma in Francia secondo i miei piani, dovrei riuscire a fare un ulteriore passo avanti e a fare anche meglio», dice.
Per tutti, da anni, è “il re pescatore”. Non perché ami andare a pescare, ma perché a Hillerslev, il suo paese, una delle attività principali è la pesca e Jonas Vingegaard ha lavorato a contatto con i pesci. Da adolescente, in un mercato ittico del porto di Hanstholm, uno dei più importanti del Paese. Sveglia alle 5, lo faceva dalle 6 alle 12 e poi si allenava in bicicletta. «Mi svegliavo alle cinque, ma mi piaceva – ha raccontato -. In qualche modo era rilassante. Principalmente sogliole, merluzzo e baccalà. Tra le 25 e le 30 ore per settimana, tra le 6 e mezzogiorno. Così avevo il pomeriggio per allenarmi. Non è che ne avessi bisogno, di lavorare. Ma un po’ il voler diventare professionista era aleatorio, in quel momento. Un po’, correvo principalmente in Danimarca e non c’erano che una-due corse nel fine settimana. Spesso ero a casa, mi annoiavo e volevo occupare bene il tempo».
I genitori si chiamano Claus e Karina, la sorella Michelle, di 4 anni più grande. Trine è l’amore della sua vita, conosciuta grazie al ciclismo: lei infatti lavorava nel campo del marketing ma non solo per la ColoQuick-Cult, la piccola squadra Continental (terza fascia) da cui ha cominciato a correre prima di passare nel 2019 alla Jumbo-Visma. Poi ci sono i “frutti” del loro amore: Frida e Hugo. Qualche tempo fa ha deciso di aggiungere al proprio cognome quello di sua moglie Trine: Hansen. «Volevamo semplicemente avere lo stesso, identico cognome – ha spiegato il danese -. Un suggello al fatto che vogliamo passare la vita assieme».
A differenza di molti suoi colleghi, che devono lottare con il peso, soprattutto nella fase invernale dedicato al riposo, Jonas non mette su un grammo. «È nei miei geni essere snello – ha raccontato una volta al quotidiano belga Het Nieuwsblad -. Dunque non ho problemi a restare magro. Anche se mi lascio andare nel mese successivo alla stagione, difficilmente prendo più di due chili».
C’è però una cosa nel suo fisico che sicuramente cambierebbe: «I miei piedi piatti. Mi hanno già causato alcuni problemi al ginocchio e al tendine d’Achille».
Prima della bicicletta il pallone. Attaccante: non era male. Solo che era sempre il più piccolo, il meno potente e gli arrivavano pochi palloni. «Mi sono divertito in ogni caso parecchio, ma poi ho scoperto il ciclismo e ho soprattutto apprezzato il fatto che molte cose le potevo fare da solo». Per esempio vincere.
Jonas Vingegaard viene da un paesino di 370 abitanti, Hillerslev, che si trova a ridosso del parco nazionale di Thy sulla costa occidentale dello Jutland: natura incontaminata e rigogliosa. Occhio alla pronuncia del cognome, a cui tiene in modo particolare: gli stranieri lo dicono più o meno come Vin-ge-gaard, mentre in danese il modo corretto è Vin-ge-go. «Michael Valgren (re dell’Amstel 2018 e bronzo iridato 2021, ndr) e vincitore di una tappa in questo Giro, era un vicino di casa e facevamo parte della stessa squadra giovanile. Ora vive a Monaco, io in Danimarca, ma resta un interlocutore importante specie quando sono alle corse».
La Danimarca è una terra completamente piatta, o quasi. Il punto più alto del Regno è la collina Møllehøj, nei pressi di Skanderborg nel bel mezzo della penisola dello Jutland. Il Møllehøj è stato riconosciuto come punto più alto della Danimarca soltanto nel 2005: si tocca l’inebriante quota di 170,86 metri sul livello del mare. Appare quindi paradossale: il più grande scalatore al mondo (Cit. Pogacar) è nato nel Paese privo di montagne. «Ho sempre amato scalare le montagne, ho sempre adorato la pace: ora mi godrò questa vittoria con la mia famiglia. Cosa mi resterà di questo Giro? Tutto: la maglia rosa e l’affetto della gente. Ieri negli ultimi chilometri mi sono goduto tutto questo amore. Io mi sono concesso al loro abbraccio, alla loro passione: che gioia. Mi hanno parlato di questa terra fantastica. Del terremoto del 1976, della loro forza: io li ho voluti onorare, con la gioia del mio essere corridore». Il migliore.

Lettura e Vangelo del giorno 1 Giugno 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo
2Pt 1,2-7

Carissimi, grazia e pace siano concesse a voi in abbondanza mediante la conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.
La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza.
Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 90 (91)

R. Mio Dio, in te confido.

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido». R.

«Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui. R.

Lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza». R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Liturgia 7 Giugno 2026 SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

Colore Liturgico  Bianco

GesuScarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

Antifona d’ingresso

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fiore di frumento
e lo ha saziato con miele dalla roccia. (Cf. Sal 80, 17)

Si dice il Gloria.

Colletta

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con te e con i fratelli
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Dt 8,2-3.14-16
Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Parola di Dio

Salmo responsoriale

Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Seconda lettura
1Cor 10,16-17
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Parola di Dio

Sequenza

[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.

Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.

Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.

È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.

È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.

Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.

È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.

Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.

Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.

Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.

Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!

Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell’intero.

È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona.]

Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.

Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

Papa sulle famiglie: ‘Afflitte da fragilità e ansie, la Chiesa sia prudente’. Il contributo dei sacerdoti sposati

Immagine si concentra sulla vicinanza e l'empatia. Ho scelto di rappresentare un sacerdote sposato (con la fede nuziale ben visibile sulla mano che riposa sulla spalla dell'uomo) seduto in mezzo a una famiglia comune. Le loro espressioni riflettono le "fragilità e le ansie" menzionate dal Papa, ma anche il conforto del sostegno reciproco. Lo sfondo soffuso di una chiesa o di un centro comunità, con una croce e un poster che cita i temi dell'articolo, sottolinea il contesto pastorale della scena, basato su un ascolto reale e condiviso della vita quotidiana

Accanto alle ferite della quotidianità: la pastorale del realismo per curare le ansie delle famiglie moderne

Una recente nota dell’agenzia ANSA ha rilanciato un’importante riflessione di Papa Leone XIV dedicata alla realtà familiare contemporanea. Il Santo Padre ha evidenziato come le famiglie di oggi siano profondamente “afflitte da fragilità e ansie”, sia di natura economica sia relazionale, invitando al contempo le istituzioni ecclesiali e i pastori a una profonda “prudenza” nell’accompagnamento. Un richiamo che non invita all’immobilismo, ma a un discernimento attento, capace di calarsi nella complessità della vita reale senza applicare formule astratte.

Come staff di Informazione Libera, riteniamo che questo binomio — fragilità familiare e prudenza pastorale — interroghi profondamente il futuro dei ministeri nella Chiesa e offra una chiave di lettura preziosa per comprendere il ruolo dei sacerdoti sposati.

Conoscere le ansie per saperle curare

Chi, meglio di un sacerdote che vive l’esperienza del matrimonio religioso e della paternità, può comprendere dal di dentro le “fragilità e le ansie” citate dal Pontefice? I presbiteri sposati del nostro Movimento sperimentano quotidianamente le stesse sfide dei laici: la gestione del bilancio familiare, l’educazione dei figli in una società complessa, le preoccupazioni per il lavoro e la salute.

Questa non è una diminuzione del ministero, ma uno straordinario valore aggiunto. Molti dei nostri confratelli, inseriti stabilmente nel mondo della scuola come docenti o nelle professioni, intercettano ogni giorno il disagio dei giovani e dei genitori. Portare questa sensibilità sull’altare e nel confessionale permette di esercitare proprio quella “prudenza” e quell’empatia che il Papa chiede alla Chiesa: un accompagnamento che non giudica dall’alto di un privilegio, ma che cammina accanto, condividendo lo stesso carico.

Una “prudenza” che apre al futuro

La prudenza raccomandata dal Papa è una virtù di governo che serve a edificare, non a bloccare. Davanti a una Chiesa territoriale in affanno — dove i sacerdoti celibi sono sempre più isolati e gravati da un numero insostenibile di parrocchie (come documentato nei recenti casi di Torino) — la vera prudenza consiste nel non lasciare il popolo di Dio senza guide spirituali.

Il nostro impegno si muove nel solco di Isaia: “spezzare le catene dell’oppressione”, che oggi spesso significano solitudine, abbandono pastorale e ansia sociale. Offrire al Santo Padre e ai Vescovi la disponibilità di sacerdoti sposati regolari, pronti a servire gratuitamente e in totale obbedienza, è l’atto di prudenza più alto: permette di innestare forze fresche, mature e stabili nel tessuto parrocchiale.

In cammino con la Chiesa in apprendimento

Il cammino verso il Decreto di Riammissione procede con la pazienza e la fermezza dei tempi della Chiesa. Accogliamo il monito del Papa come uno stimolo a qualificare sempre di più la nostra presenza: non siamo un fattore di instabilità, ma un porto sicuro. Le nostre famiglie sono e vogliono essere fari di speranza, pronti a collaborare con la CEI e con i pastori locali per lenire le ansie del nostro tempo e mostrare il volto di una Chiesa che è, prima di tutto, madre e compagna di viaggio.

Tag: Papa Leone XIV, ANSA Vaticano, Fragilità familiari, Ansie moderne, Prudenza pastorale, Sacerdoti Sposati, Movimento Sacerdoti Sposati, Preti Sposati, Informazione Libera, Giuseppe Serrone, Vero Digiuno, Realismo pastorale, Accompagnamento Chiesa