«Una Chiesa che sia “casa”, con la porta sempre aperta»: la sfida di don Enzo Bottacini per la pastorale familiare

Don Enzo Bottacini

Avvenire

Da parroco a Padenghe sul Garda, dove dal 2019 ha visto rifiorire una comunità fatta di famiglie e giovani, a nuovo responsabile nazionale della pastorale familiare della Conferenza episcopale italiana. Don Enzo Bottacini, veronese di nascita, per sei anni “aiutante di studio” all’Ufficio famiglia accanto a don Paolo Gentili, guarda alla nuova responsabilità con quello che definisce con le parole di papa Francesco un «sano realismo»: la consapevolezza delle fragilità che attraversano oggi le famiglie, ma anche la convinzione sana che il Vangelo continui a offrire una risposta credibile alle inquietudini del presente. Il momento, d’altronde, è difficile: l’ineluttabile corsa dell’inverno demografico (con sempre meno bimbi di cui prendersi cura in casa e sempre più anziani), la crisi delle relazioni, il crollo dei matrimoni, la tecnologia come spina nel fianco di qualsiasi percorso genitoriale ed educativo. Minimo comune denominatore, la sfiducia nel futuro, «che si vince solo costruendo comunità aperte e accoglienti e rimettendo al centro il protagonismo delle famiglie nella vita della Chiesa».
Don Enzo, lei parte da un osservatorio privilegiato: la pastorale familiare di Verona, di cui è direttore, conta sulle coppie più giovani d’Italia. È pronto per tornare a Roma?
Ci tornerò dal lunedì al venerdì perché, d’accordo con il mio vescovo monsignor Domenico Pompili, manterrò l’incarico di responsabile della pastorale familiare anche nella mia diocesi. L’esperienza di questi ultimi anni, qui, è stata entusiasmante. Ho potuto collaborare alla gioia dei miei parrocchiani attorno a quelli che dovrebbero essere i fulcri di ogni comunità non solo religiosa, ma anche civile, cioè le famiglie e i giovani. Abbiamo potuto allenarci a festeggiare la domenica grazie alla più semplice delle decisioni: organizzare il catechismo delle famiglie proprio quel giorno, dopo la Messa. Creare una comunità, d’altronde, significa intessere legami e relazioni che piano piano diventano amicizie: le persone, mentre ci fanno entrare nella loro vita attraverso l’incontro, possono condividere la gioia del Vangelo.
Con quale spirito assume questo incarico?
Con la prospettiva, come affermava Papa Francesco, del “sano realismo”, che significa avere i piedi saldamente ancorati alla realtà e toccare con mano ogni giorno le sfide che la famiglia e la comunità vivono, insieme alle carenze, alle fragilità e alle difficoltà che incontrano. Nello stesso tempo, però, questo realismo è illuminato dal Vangelo e dall’incontro con Cristo. Se devo ripartire da una prospettiva, riparto sempre da Cristo e dal suo Vangelo. Cristo ha vissuto la via dell’amore fino al dono di sé, una strada validissima anche oggi, che diventa il fondamento della nostra vita e non solo della vita della Chiesa. In una società che tende a chiudersi nel privato e nell’individualismo, l’evangelizzazione rimane la nostra carta vincente per continuare a guardare la famiglia e la comunità con occhi positivi e pieni di speranza.
Qual è la ferita più profonda che vede oggi nelle famiglie?
È il sintomo che attraversa tutta la società, della quale la famiglia fa parte: la sfiducia nel domani. La sfiducia di poter costruire progetti di vita duraturi, la sfiducia nel “per sempre”, ma anche la mancanza di fiducia nella coppia. Tante volte manca la stima reciproca. Lui o lei sono talvolta condizionati dalle proprie fragilità e paure, dalla propria realizzazione personale e professionale che perdono di vista il fatto che siamo fatti per amare e per aiutare l’altro a diventare più grande. La bellezza della famiglia è proprio quella di crescere insieme e diventare grandi (santi) insieme. Ci sono passaggi di maturità che si possono vivere soltanto insieme. Altrimenti il rischio è quello di procedere su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai.
Che contributo specifico può offrire la comunità cristiana?
La Chiesa dovrebbe essere come una casa con la porta aperta, come affermava papa Francesco e ci ricorda papa Leone. È una sfida non semplice, perché significa rimanere “aperti” davanti a tutte le situazioni e a tutte le sfide che riguardano la famiglia e a chi quelle fragilità chiede di portarle dentro alla comunità cristiana. Dall’accompagnamento delle ferite fino alla piena integrazione di chi ne porta i segni, dalle difficoltà tra le coppie a quelle con i figli, dalle fragilità di questi ultimi alla loro educazione affettiva, dobbiamo però anche fare rete per saper intessere relazioni significative. Penso, per esempio, al ruolo dei consultori, che sono strumenti privilegiati di incontro con la realtà familiare concreta di oggi. Dietro ogni persona ci sono relazioni, legami, storie che hanno bisogno di essere accompagnate e sostenute nella loro complessità e interezza. Quando consultori, comunità cristiane e realtà civili collaborano, si costruisce qualcosa di molto bello. L’ho sperimentato qui a Desenzano con l’associazione “Comunità e famiglia” che, oltre alle numerose consulenze psicologiche (oltre 180 all’anno) ha instaurato una collaborazione con le parrocchie del territorio per offrire spazi di dialogo, confronto e formazione per e con la famiglia.
Si tratta del tema della corresponsabilità, su cui lei insiste molto…
Sì, perché occorre aprirsi a una Chiesa più corresponsabile e condivisa che sappia arginare la mentalità clericale che talvolta condiziona sacerdoti, consacrati e laici: una forma sottile di esercizio del potere che impedisce alla comunità di respirare a pieni polmoni e a “pieni carismi”. Spesso, infatti, la tendenza è quella di difendere il proprio ruolo invece di condividerlo. Questo limita fortemente una Chiesa partecipata. Da molti anni sentiamo parlare della ministerialità coniugale e familiare ma questo servizio alla Chiesa può essere valorizzato soltanto “in concertazione” con gli altri servizi e ministeri a favore della crescita di tutti. Se non ci fidiamo di più delle famiglie offrendo loro responsabilità reali nelle comunità, rispettando i loro tempi e le loro possibilità, perdiamo la gioia della crescita armonica e plurale del Vangelo.
In questo quadro si inserisce anche la ricezione di “Amoris Laetitia”. Perché, secondo lei, ha incontrato tante resistenze?
È nella persona che Dio abita, è nella persona che si esprime il Vangelo e si realizza l’incontro con Cristo. Lo Spirito Santo che arde nel “profondo sacrario” di noi stessi ci dona sempre la compagnia di Dio attraverso scelte evangeliche e attuali. Amoris Laetitia ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata ad accompagnare, discernere e integrare. Questo richiede un cambiamento di mentalità che non sempre è facile. Le resistenze nascono spesso dalla paura che aprire le porte a ogni figlio di Dio e alla sua storia significhi svalutare il valore delle cose sante e persino dei sacramenti. In realtà, io vedo urgente che ci mettiamo in ascolto di ogni storia per scorgere in ognuno il bene possibile da far fiorire. Il Vangelo ci chiede di entrare dentro la vita concreta delle persone, non di osservarla da lontano.
Quali saranno le priorità del suo mandato?
La prima e la più importante è quella di servire le Chiese locali nella pastorale familiare. In questa dimensione di servizio una delle sfide che sento urgenti – ed è un’altra priorità – è quella di portare lo stile e il metodo familiare dentro la vita della Chiesa e, attraverso di essa, contemporaneamente uscire verso la società. C’è bisogno di umanità, di legami più veri, più vivi, meno segnati dalla paura, dalla fretta e dalla superficialità. Penso che la via maestra sia quella della testimonianza per vivere la famiglia come il primo luogo della missione. È lì che si costruiscono comunità capaci di trasmettere calore umano e di generare relazioni autentiche. Questo è un “capitale sociale” enorme. L’altra priorità è continuare il buon lavoro dei miei predecessori continuando a cercare, coinvolgere e valorizzare le famiglie più giovani. Ho la fortuna di lavorare con molte giovani coppie e la loro giovane età non deve essere un impedimento bensì un’occasione per offrire tempi e spazi consoni alla loro partecipazione attiva per poter rendere più domestico il mondo.

Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»

Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»

Con Vita sommersa (Feltrinelli Gramma, pagine 208, euro 17,10), il suo romanzo d’esordio tradotto in oltre trenta Paesi, Tara Menon (nata in India e cresciuta a Singapore dopo aver vissuto a lungo a New York) intreccia una storia di amicizia femminile, lutto e trasformazione sullo sfondo di due catastrofi naturali: lo tsunami che colpì l’Oceano Indiano nel 2004 e l’uragano Sandy che investì New York otto anni dopo. Al centro del romanzo – che sarà presentato oggi a Como, alla Libreria Ubik, alle 18.00 con Aurora Tamigio – c’è Marissa, segnata fin dall’infanzia da una serie di perdite che mutano il suo sguardo sul mondo. Ma Vita sommersa è più di un romanzo sul lutto. È infatti anche una riflessione sulla memoria, sui legami e sulla difficoltà di trovare parole adeguate per raccontare il dolore. Allo stesso tempo, è un libro in cui la perdita individuale si intreccia alla fragilità del mondo naturale e alle conseguenze della crisi climatica collettiva.

Nel suo romanzo il lutto assume forme diverse e accompagna Marissa, la protagonista, per gran parte della sua vita. Non appare mai come qualcosa che si supera definitivamente, ma come una presenza con cui imparare a convivere. Cosa voleva esplorare dell’elaborazione del dolore e del modo in cui le perdite continuano ad abitare la nostra esistenza?
«Devo dire che sono stata molto fortunata nella mia vita. Ho trentasette anni e finora non ho avuto esperienze dirette e gravi di lutto. Però una cosa che penso è che il lutto non possa essere sconfitto e che non sia nemmeno questo l’obiettivo. Una volta, a un funerale, ho sentito una persona fare un discorso che mi ha molto colpito. Diceva che le dimensioni del lutto e del dolore per la perdita non cambiano. È soltanto la vita che si sviluppa in seguito a diventare più grande. Il dolore può sembrare più piccolo perché la vita va avanti, ma in realtà resta invariato».
Marissa nel libro sul significato del dolore, sulle metafore che usiamo per descriverlo e sulla difficoltà di distinguerlo dalla paura. Scrivendo il romanzo, cosa voleva raccontare del lutto che sente tralasciato o semplificato dalle narrazioni tradizionali?

«Una parte importante del romanzo consisteva nell’esplorare la relazione tra il dolore e il linguaggio. Noi esseri umani siamo limitati perché la nostra principale forma espressiva è quella delle parole, ma una delle cose più difficili da comunicare sono proprio le emozioni. La sezione sul lutto a cui fa riferimento è anche una riflessione su come gli scrittori, nella storia della letteratura, abbiano descritto il dolore. C’è una strofa della poesia In Memoriam di Tennyson che per me è molto importante. I sometimes hold it half a sin / To put in words the grief I feel; / For words, like Nature, half reveal / And half conceal the Soul within . (A volte ritengo quasi un peccato / esprimere a parole il dolore che provo; / poiché le parole, come la Natura, in parte rivelano / e in parte nascondono l’Anima che è in me). Questo sostanzialmente ci insegna che il linguaggio, da un lato, ci consente di parlare del lutto e di descriverlo, ma dall’altro lato ne oscura inevitabilmente una parte del significato».
Marissa osserva che «nella nostra lingua non c’è spazio per il lutto degli amici». Quanto è stato importante per lei dare dignità narrativa a un legame che spesso la letteratura mette in secondo piano rispetto all’amore romantico?
«Per me questo è davvero uno dei temi centrali del libro. Viviamo in una società – e questo vale sia per l’Oriente che per l’Occidente che ho avuto modo di conoscere – in cui le relazioni amorose, matrimoniali e romantiche, sono in qualche modo santificate, mentre l’amicizia viene considerata una sorta di bonus, qualcosa di accessorio. Io credo invece che questa non sia l’esperienza che la maggior parte delle persone fa nella propria vita. Penso che l’amicizia sia una delle relazioni più profonde e gratificanti che possiamo avere. È un rapporto insieme emotivo e razionale, perché gli amici li scegliamo. Inoltre, il costo di uscita da un’amicizia è relativamente basso se lo confrontiamo con quello di una relazione romantica. Questo significa che un’amicizia di lunga durata è una relazione nella quale continuiamo a operare, nel tempo, la stessa scelta di restare. E per me è proprio questo che rende l’amicizia una delle forme di legame più profonde che possiamo vivere».

Marissa conosce la madre soprattutto attraverso i racconti del padre. Nel romanzo emerge una distinzione tra ciò che ricordiamo davvero e ciò che ereditiamo dalla memoria degli altri. Che ruolo ha, per lei, questa memoria indiretta nella costruzione dell’identità?
«È una profonda domanda filosofica, alla quale non sono certa di poter rispondere. Sicuramente il libro si interessa moltissimo al tema della memoria. Entrambe le sezioni del romanzo, quella ambientata in Thailandia e quella ambientata a New York, sono raccontate al tempo presente. Ho fatto questa scelta per differenziare la narrazione principale dai racconti del passato che vengono continuamente evocati. Entrambe le sezioni sono costruite intorno ai ricordi: nella parte ambientata nel 2004 si racconta l’infanzia delle protagoniste, mentre nella parte ambientata nel 2012 emergono sia i ricordi dell’infanzia che quelli dell’adolescenza. È un tema che mi interessa molto. Personalmente sono convinta di avere alcuni ricordi molto precoci. Per esempio, sono sicura di ricordare il giorno della nascita di mio fratello quando avevo quattro anni. Eppure la scienza ci dice che non dovremmo essere in grado di conservare ricordi così antichi. Non ho una risposta definitiva alla domanda, ma il modo in cui queste diverse forme di memoria interagiscono tra loro è qualcosa che mi affascina profondamente».
Nel libro il disastro arriva, ma lei non racconta tanto l’evento in sé quanto ciò che resta dopo. Le interessava raccontare il dopo della catastrofe più che la catastrofe stessa?

«Sì, per me il libro parla soprattutto di quello che succede dopo la catastrofe. Sia lo tsunami che l’uragano arrivano alla fine del romanzo. Mi interessava mettere a confronto due tipi molto diversi di disastro: uno che arriva senza alcun allarme, in una giornata apparentemente perfetta, e un altro preceduto da settimane di preparazione, rispetto al quale molti newyorkesi si mostravano quasi indifferenti. Il libro parla certamente del lutto di una persona dopo un evento catastrofico, ma è anche un tentativo di capire come sia possibile che il mondo continui ad andare avanti dopo una tragedia in cui sono morte circa 250.000 persone. Per Marissa è difficilissimo comprendere come la vita possa continuare normalmente quando, dal suo punto di vista, tutto dovrebbe fermarsi».
C’è un passaggio del libro in cui Marissa ricorda che il significato originario di “apocalisse” è “rivelazione”, “svelamento”. Nel romanzo le grandi catastrofi naturali non sembrano annunciare il futuro, ma rendono visibile qualcosa che è già sotto i nostri occhi. È questa la funzione che può avere la letteratura quando racconta la crisi climatica?
«Amo moltissimo l’etimologia della parola “apocalisse” e il suo significato originario di “rivelazione”. In un certo senso è qualcosa che si ritrova anche nel fenomeno stesso dello tsunami, quando l’acqua si ritira e rivela una parte della natura che normalmente non vediamo. Per quanto riguarda la letteratura, credo che una delle cose che i romanzi possono fare sia invitarci a prestare attenzione a ciò che rischiamo di dimenticare o a cui non facciamo più caso. Penso che Marissa sia un personaggio straordinario proprio perché osserva continuamente il mondo che la circonda. E credo che anche i romanzi possano svolgere questa funzione: insegnarci a guardare meglio, a notare ciò che altrimenti passerebbe inosservato. Rispetto alla crisi climatica, questo può essere un contributo importante».

Nella presentazione del romanzo se ne parla come di una «lettera d’amore alle barriere coralline che stanno scomparendo». Nel libro infatti la natura non è mai uno sfondo. Oltre alla perdita personale c’è sempre anche una perdita collettiva e ambientale.
«Per quanto riguarda questa idea della “lettera d’amore” alla barriera corallina, una delle mie speranze è che le sezioni del romanzo dedicate alla natura riescano a trasmettere un senso di abbondanza e ricchezza del mondo. Credo che soltanto se riusciamo ad apprezzare davvero questa abbondanza e questa straordinaria ricchezza della natura possiamo comprendere quanto grande sia la perdita potenziale legata ai disastri ecologici che stiamo vivendo».

avvenire

Lettura e Vangelo del giorno 7 Giugno 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Osea (Os 6, 3-6)

Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l’aurora.
Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
come la pioggia di primavera che feconda la terra.
Che dovrò fare per te, Èfraim,
che dovrò fare per te, Giuda?
Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all’alba svanisce.
Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Salmo Responsoriale

Salmo 49

Chi cammina per la retta via vedrà la salvezza di Dio.

Parla il Signore, Dio degli dèi,
convoca la terra da oriente a occidente:
«Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti.

Se avessi fame, non te lo direi:
mio è il mondo e quanto contiene.
Mangerò forse la carne dei tori?
Berrò forse il sangue dei capri?

Offri a Dio come sacrificio la lode
e sciogli all’Altissimo i tuoi voti;
invocami nel giorno dell’angoscia:
ti libererò e tu mi darai gloria».

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
(Rm 4, 18-25)

Fratelli, Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Vangelo del Giorno
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 9, 9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Liturgia 7 Giugno 2026 SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

 Colore Liturgico  Bianco

Gesu

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Antifona

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fiore di frumento
e lo ha saziato con miele dalla roccia. (Cf. Sal 80,17)

Si dice il Gloria.

Colletta

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.
 
Oppure: 

Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con te e con i fratelli 
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Dal libro del Deuteronòmio
Dt 8,2-3.14b-16a

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 147

R. Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, 
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento. 
Manda sulla terra il suo messaggio: 
la sua parola corre veloce. R.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. 
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, 
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. R.

Seconda Lettura

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 10,16-17

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Parola di Dio.

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.

[Lauda Sion Salvatórem, 
lauda ducem et pastórem, 
in hymnis et cánticis.
[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore 
con inni e cantici.
Quantum potes, tantum aude: 
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.
Impegna tutto il tuo fervore: 
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
Laudis thema speciális, 
panis vivus et vitális 
hódie propónitur.
Pane vivo, che dà vita: 
questo è tema del tuo canto, 
oggetto della lode.
Quem in sacrae mensa cenae, 
turbae fratrum duodénae 
datum non ambígitur.
Veramente fu donato 
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
Sit laus plena, sit sonóra, 
sit iucúnda, sit decóra 
mentis iubilátio.
Lode piena e risonante, 
gioia nobile e serena 
sgorghi oggi dallo spirito.
Dies enim sollémnis ágitur,
in qua mensae prima recólitur 
huius institútio.
Questa è la festa solenne 
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
In hac mensa novi Regis, 
novum Pascha, novae legis, 
phase vetus términat.
È il banchetto del nuovo Re, 
nuova Pasqua, nuova legge; 
e l’antico è giunto a termine.
Vetustátem nóvitas, 
umbram fugat véritas, 
noctem lux elíminat.
Cede al nuovo il rito antico, 
la realtà disperde l’ombra: 
luce, non più tenebra.
Quod in cena Christus gessit, 
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.
Cristo lascia in sua memoria 
ciò che ha fatto nella cena: 
noi lo rinnoviamo.
Docti sacris institútis, 
panem, vinum in salútis 
consecrámus hóstiam.
Obbedienti al suo comando, 
consacriamo il pane e il vino, 
ostia di salvezza.
Dogma datur christiánis, 
quod in carnem transit panis 
et vinum in sánguinem.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne, 
si fa sangue il vino.
Quod non capis, quod non vides, 
animósa firmat fides,
praeter rerum órdinem.
Tu non vedi, non comprendi, 
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
Sub divérsis speciébus, 
signis tantum et non rebus, 
latent res exímiae.
È un segno ciò che appare: 
nasconde nel mistero 
realtà sublimi.
Caro cibus, sanguis potus: 
manet tamen Christus totus 
sub utráque spécie.
Mangi carne, bevi sangue; 
ma rimane Cristo intero 
in ciascuna specie.
A suménte non concísus, 
non confráctus, non divísus, 
ínteger accípitur.
Chi ne mangia non lo spezza, 
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Sumit unus, sumunt mille: 
quantum isti, tantum ille: 
nec sumptus consúmitur.
Siano uno, siano mille, 
ugualmente lo ricevono: 
mai è consumato.
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequáli, 
vitae vel intéritus.
Vanno i buoni, vanno gli empi; 
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Mors est malis, vita bonis: 
vide paris sumptiónis 
quam sit dispar éxitus.
Vita ai buoni, morte agli empi: 
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!
Fracto demum sacraménto, 
ne vacílles, sed meménto, 
tantum esse sub fragménto, 
quantum toto tégitur.
Quando spezzi il sacramento 
non temere, ma ricorda: 
Cristo è tanto in ogni parte, 
quanto nell’intero.
Nulla rei fit scissúra,
signi tantum fit fractúra, 
qua nec status, nec statúra 
signáti minúitur.]
È diviso solo il segno 
non si tocca la sostanza; 
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecce panis angelórum,
factus cibus viatórum: 
vere panis filiórum, 
non mitténdus cánibus.
Ecco il pane degli angeli, 
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
In figúris praesignátur, 
cum Isaac immolátur: 
agnus Paschae deputátur, 
datur manna pátribus.
Con i simboli è annunziato, 
in Isacco dato a morte, 
nell’agnello della Pasqua, 
nella manna data ai padri.
Bone pastor, panis vere, 
Iesu, nostri miserére: 
tu nos pasce, nos tuére: 
tu nos bona fac vidére 
in terra vivéntium.
Buon pastore, vero pane, 
o Gesù, pietà di noi: 
nútrici e difendici, 
portaci ai beni eterni 
nella terra dei viventi.
Tu qui cuncta scis et vales, 
qui nos pascis hic mortáles: 
tuos ibi commensáles, 
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Tu che tutto sai e puoi, 
che ci nutri sulla terra, 
conduci i tuoi fratelli 
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

 

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51)

Alleluia.

Vangelo

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte

Concedi benigno alla tua Chiesa, o Signore,
i doni dell’unità e della pace,
misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Dice il Signore: «Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui». Alleluia. (Gv 6,56)

Dopo la comunione

Donaci, o Signore,
di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno,
che ci hai fatto pregustare
in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Il caso del Metropolita Hilarion: la necessaria prudenza istituzionale e la tutela della verità

 

La vicenda che vede coinvolto il Metropolita Hilarion rappresenta un passaggio estremamente delicato non solo per la sua persona, ma per l’intero assetto dei rapporti ecumenici e diplomatici in cui ha operato per decenni. Considerato a lungo il “ministro degli Esteri” del Patriarca Kirill e un interlocutore chiave per la Santa Sede, Hilarion ha gestito dossier di rilevanza storica. L’apertura di un’indagine a suo carico in un Paese dell’Unione Europea solleva inevitabilmente clamore mediatico, ma richiede da parte degli osservatori un approccio improntato al diritto e alla moderazione, evitando giudizi sommari prima che la magistratura ceca abbia completato i necessari riscontri.

1. Il dovere della presunzione di innocenza

In presenza di reati gravi come quelli ipotizzati dalle autorità ceche, la trasparenza e la tutela delle garanzie difensive devono camminare di pari passo:

  • Accertamento dei fatti: Le indagini preliminari servono proprio a verificare la fondatezza delle accuse e l’eventuale estraneità dell’alto prelato rispetto alle contestazioni mosse. Fino a un giudizio definitivo, ogni ipotesi rimane tale.

  • Rispetto dei ruoli: La Chiesa, sia essa Cattolica o Ortodossa, osserva con attenzione lo sviluppo della giustizia civile, ribadendo che la verità sostanziale si persegue solo attraverso il rispetto delle regole del giusto processo.

2. Le ricadute sul dialogo ecumenico e sul realismo pastorale

Indipendentemente dagli esiti processuali, la notizia giunge in un momento di forte polarizzazione geopolitica e di stanchezza nelle relazioni tra l’Oriente e l’Occidente cristiano:

  • Isolamento e governance: Le vicissitudini personali dei leader religiosi possono riflettersi sull’immagine delle istituzioni che rappresentano, accelerando processi di riorganizzazione interna o di avvicendamento pastorale già in atto all’interno del Patriarcato.

  • Il valore del dialogo: Questo caso dimostra che le relazioni diplomatiche ed ecumeniche non possono dipendere esclusivamente dalle singole personalità, ma devono poggiare su basi istituzionali solide e canali ufficiali trasparenti, capaci di resistere alle tempeste della cronaca giudiziaria e politica.

Conclusione

Il caso del Metropolita Hilarion impone una riflessione sulla vulnerabilità delle figure pubbliche in tempi di crisi globale. Mentre la magistratura della Repubblica Ceca farà il suo corso per accertare i fatti nella piena legalità, la Redazione di Informazione Libera sospende ogni giudizio di merito, riaffermando il principio cardine secondo cui ogni indagato è presunto innocente fino a prova contraria. La Chiesa universale continua a guardare al bene comune e alla cura delle anime come unici fari dell’azione pastorale, indenne dalle vicende dei singoli uomini.

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Concistoro del 27 Giugno e il volto futuro della Chiesa

Papa Leone XIV convoca il Concistoro: la scelta dei nuovi cardinali tra fedeltà istituzionale e sfide globali

L’annuncio del Concistoro per il 27 giugno 2026 costituisce l’atto di governo più significativo di questa fase del pontificato di Papa Leone XIV. Attravento la nomina dei nuovi membri del Collegio Cardinalizio, il Pontefice non si limita a integrare il corpo dei più stretti collaboratori del Papa, ma imprime una direzione precisa alla Chiesa universale. La scelta dei profili che riceveranno la porpora riflette le priorità programmatiche della Sede Apostolica: l’attenzione alle periferie del mondo, il consolidamento delle riforme della Curia e la ricerca di pastori dotati di spessore teologico e realismo pastorale, capaci di interpretare i mutamenti della società contemporanea.

1. La collegialità e il valore dei passaggi formali

La lettera indirizzata alle massime cariche del Collegio e alle istituzioni deputate evidenzia la volontà di Leone XIV di muoversi nel solco della massima trasparenza e legittimità:

  • Centralità del Collegio Cardinalizio: Il Concistoro ribadisce che le grandi decisioni e il futuro assetto ecclesiale nascono dal confronto con il corpo dei cardinali, chiamati a esprimere l’universalità della fede cattolica in rappresentanza di tutti i continenti.

  • Architettura delle riforme: Le nuove nomine serviranno a dare stabilità ai dicasteri romani e alle grandi diocesi mondiali, garantendo che l’applicazione dei decreti pontifici e il rinnovamento strutturale procedano con rinnovato vigore.

2. Internazionalizzazione e realismo pastorale

Il Concistoro si inserisce in un momento storico in cui la Chiesa affronta sfide cruciali legate alla cura delle anime e alla gestione delle strutture in territori sempre più secolarizzati o provati da tensioni geopolitiche.

  • Le porpore che verranno assegnate il 27 giugno risponderanno alla necessità di configurare un vertice ecclesiale meno eurocentrico e più vicino alle istanze reali dei fedeli, valorizzando vescovi e teologi di provata fedeltà istituzionale.

  • Questo passaggio istituzionale dimostra che l’evoluzione della Chiesa non passa attraverso strappi estemporanei, ma si realizza mediante gli strumenti formali del diritto canonico e del primato petrino, gli unici canali legittimi in grado di dare forma e sostanza alle riforme.

Conclusione

Il Concistoro del 27 giugno 2026 fisserà una pietra miliare nel pontificato di Leone XIV. Il Collegio Cardinalizio che uscirà da questa sessione ordinaria pubblica sarà lo specchio di una Chiesa che vuole abitare la modernità con fermezza dottrinale e apertura al dialogo, ponendo le basi umane e spirituali per l’edificazione del bene comune e per la guida del popolo di Dio nei prossimi decenni.

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La fede oltre il filo spinato: la lezione dei martiri del Novecento e la cura dell’uomo nelle periferie della storia

La riflessione proposta dall’organo di stampa della Santa Sede tocca corde universali. Ricordare l’esperienza di chi ha vissuto la fede dietro il filo spinato non significa semplicemente compiere un esercizio di memoria storica, ma recuperare la sostanza stessa della missione ecclesiale: la vicinanza all’uomo laddove la sua dignità viene calpestata. In quei luoghi di sofferenza estrema, la preghiera, la condivisione di un pezzo di pane e il conforto spirituale non erano semplici riti, ma atti di autentica resistenza morale contro la barbarie.

1. Il primato della persona e la luce nella sofferenza

L’analisi del testo mette in evidenza alcuni pilastri antropologici fondamentali:

  • La libertà interiore: Il filo spinato può imprigionare il corpo, ma non può spegnere la coscienza o la ricerca di Dio. Le testimonianze raccolte dimostrano che la fede vissuta in condizioni estreme diventa una forza di liberazione interiore.

  • La solidarietà transfrontaliera: Nei campi di prigionia, l’appartenenza religiosa e l’etica del servizio hanno spesso superato le divisioni nazionalistiche, trasformando i perseguitati in fratelli e i sacerdoti in veri pastori universali, capaci di dare la vita per gli altri.

2. Una Chiesa che abita le frontiere del dolore

La rilettura di queste vicende storiche offre una chiave interpretativa preziosa per la pastorale contemporanea. La Chiesa è chiamata da sempre a stare sulle frontiere e nelle periferie del mondo:

  • La memoria di questi testimoni ci ricorda che l’annuncio del Vangelo non ha bisogno di contesti protetti o di strutture burocratiche perfette per essere efficace; ha bisogno di presenza autentica, di ascolto e di condivisione del dolore umano.

  • Ieri nei lager, oggi nelle trincee delle nuove povertà, della solitudine e dell’emarginazione, l’identità del credente si gioca sulla capacità di essere “rifugio” e segno di riconciliazione per chi ha perso la speranza.

Conclusione

L’editoriale de L’Osservatore Romano ci consegna un monito preciso: non dimenticare che la fede cristiana ha le sue radici più feconde nella testimonianza pagata a caro prezzo. Custodire “la fede oltre il filo spinato” significa, nel contesto odierno, abbattere i fili spinati invisibili dell’indifferenza e del cinismo che spesso isolano le persone nelle nostre società. La sfida per le comunità cristiane è continuare a incarnare quel realismo della carità che ha permesso a tanti testimoni del passato di trasformare i luoghi di morte in spazi di insperata umanità e risurrezione.

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Quando il sacro cambia pelle: il caso della chiesa-ristorante e la sfida dell’abbandono dei luoghi di culto

Il fenomeno delle architetture religiose riconvertite ad usi profani non è più un’eccezione circoscritta, ma una realtà strutturale che tocca l’Europa e l’Occidente. Il caso della chiesa che oggi ospita un ristorante di altissimo livello e successo mondiale offre lo spunto per una riflessione seria e priva di moralismi superficiali, ma focalizzata sul realismo pastorale e sulla crisi di presenza che la Chiesa sta attraversando. Se da un lato il recupero architettonico evita il totale deperimento fisico delle mura, dall’altro sancisce la definitiva rinuncia a quel presidio spirituale e comunitario che tali edifici hanno rappresentato per secoli.

1. Il patrimonio sacro tra conservazione estetica e vuoto spirituale

La trasformazione di una chiesa in un tempio della ristorazione d’autore evidenzia un paradosso tipico del nostro tempo:

  • Il fascino dell’involucro: Il mercato e la società secolare riconoscono lo straordinario valore estetico, storico e monumentale delle chiese. L’atmosfera generata dalle navate e dalle altezze architettoniche diventa un valore aggiunto per attività commerciali di lusso.

  • La perdita della funzione sociale: Ciò che viene fatalmente meno è la destinazione comunitaria originaria. Una chiesa nasce come spazio pubblico, inclusivo e accessibile a tutti per il culto, la preghiera e il rifugio dello spirito. Quando diventa un’attività commerciale accessibile solo su prenotazione ed economicamente esclusiva, quel legame con il territorio si spezza definitivamente.

2. Le radici del fenomeno: la carenza di clero e il ritiro della pastorale

Nessuna istituzione ecclesiastica aliena o sconsacra volentieri un proprio luogo di culto. Dietro a queste operazioni, che ricordano da vicino altri casi recenti di riconversione commerciale, vi è quasi sempre una causa comune e drammatica: l’impossibilità di garantire una presenza umana e sacramentale stabile all’interno della struttura.

  • La progressiva contrazione del numero di sacerdoti attivi costringe le diocesi a operare scelte dolorose, raggruppando le comunità e abbandonando gli edifici considerati non più sostenibili.

  • La dismissione dei beni diventa così l’ultima spiaggia per evitare il crollo materiale, ma rappresenta anche la certificazione di un vuoto che la pastorale ordinaria non riesce più a colmare.

Conclusione

Vedere una chiesa trasformata in un ristorante di successo può essere considerata un’operazione di design e di salvaguardia immobiliare riuscita, ma dal punto di vista ecclesiale resta il sintomo di un arretramento. La sfida per il futuro della Chiesa Universale non è trovare nuovi e ingegnosi modi per rifunzionalizzare le pareti rimaste vuote, ma avere l’audacia di riformare le proprie strutture interne per far sì che quegli spazi tornino a svolgere la loro missione originaria: essere fari di fede, case di accoglienza e centri di vita comunitaria per il popolo di Dio.

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Intelligenza artificiale. È rivolta contro i data center. «Ci tolgono acqua ed energia»

È rivolta contro i data center. «Ci tolgono acqua ed energia»

avvenire.it

«La siccità nello Utah continua a peggiorare, e ora un riccone vuole arrivare e costruire un data center nella zona nord, proprio dove l’acqua dalle montagne convoglia nel lago». Julie ha 58 anni e ha vissuto tutta la sua vita nello Utah. Per la precisione, i primi 20 anni li ha passati nella contea di Cache, accanto a quella di Box Elder dove stanno pianificando di costruire un datacenter per l’IA grande come due volte Manhattan. Ora vive a Salt Lake City, nella capitale: ed è proprio lì che da settimane si stanno susseguendo proteste per fermare il progetto. «Stanno vendendo la nostra terra», racconta. «Ma noi amiamo la nostra terra e i nostri spazi aperti. Non si aspettavano che avremmo reagito per difenderla».
Il progetto a cui Julie si riferisce è lo “Stratos project”, ovvero un piano per la realizzazione di uno dei più grandi campus al mondo di data center per intelligenza artificiale: un’infrastruttura che inizialmente avrebbe dovuto ricoprire un terreno di 161 chilometri quadrati e richiedere circa 9 gigawatt di energia, una quantità superiore al consumo attuale dell’intero Stato, ma che ora forse sarà ridotta a 81 chilometri quadrati a seguito delle pressioni che sono state fatte: comunque, non abbastanza da fermare le proteste.
Il piano è sostenuto da Kevin O’Leary, fondatore della O’Leary Ventures, società privata di investimento in capitale di rischio, ed è stato approvato dai commissari della contea di Box Elder e dalla MIDA: la Military Installation Development Authority, un’agenzia dello Stato dello Utah creata per facilitare grandi progetti infrastrutturali connessi a interessi strategici e di difesa. Lo Stratos project, infatti, promette di rafforzare la prontezza operativa e la sicurezza nazionale, così come la competitività economica dello Utah, attraendo investimenti privati e creando posti di lavoro.
«La gente qui non è ricca. Siamo solo dei bravi lavoratori, prevalentemente agricoltori e allevatori», spiega Julie. «E il settore agricolo è sempre più in crisi e meno profittevole, sia per mancanza di acqua sia perché in generale qui abbiamo una stagione vegetativa molto breve. Dunque, se qualcuno arriva e ti offre 60 volte quello che guadagni coltivando, la terra gliela vendi». Gli abitanti, tuttavia, sono piuttosto convinti che di questo progetto beneficeranno pochi, a discapito di tutti.
Il Grande Lago Salato, che si estende per 4.400 chilometri quadrati nello Stato dello Utah
Il Grande Lago Salato, che si estende per 4.400 chilometri quadrati nello Stato dello Utah
Il motivo è principalmente ambientale. Da quando il governo federale ha iniziato a monitorare la profondità del Great Salt Lake, negli anni ’40 dell’Ottocento, il livello ha sempre oscillato. Ma a partire dagli anni ’80, ha continuato a scendere a un ritmo superiore alla norma. Sia per l’aumento dell’attività di allevatori e agricoltori, sia per il cambiamento climatico e l’incremento delle temperature. Il data center richiederebbe un enorme consumo di acqua, in un territorio che sta già facendo i conti con questa mancanza. «Quest’anno hanno iniziato a mettere delle restrizioni sulle aree innaffiabili dei giardini privati», racconta. Con il progressivo abbassamento del livello del lago, si stanno anche diffondendo nell’aria polveri contenenti metalli pesanti e sostanze chimiche nocive, precedentemente accumulate sul fondale, che ora sta emergendo sempre più. Inoltre, l’area costituisce un importante punto di sosta per gli uccelli migratori che ogni anno percorrono la rotta dal Canada al Messico.
A questo si somma la preoccupazione per l’inquinamento dell’aria che potrebbe prodursi. «La zona dove stanno costruendo questo enorme data center, è attraversata sottoterra da un gasdotto. Vogliono usare quel gas naturale per bruciarlo e produrre l’elettricità necessaria», spiega. «Ma Salt Lake si trova in una valle molto profonda dove si verifica l’inversione termica. Quindi, spesso l’inquinamento scende nella valle raggiungendo livelli peggiori di Pechino. E questo solo per le auto che circolano, figuriamoci con questa combustione».
O’Leary sta cercando di ridimensionare la portata delle proteste. Ospitato da Tucker Carlson nel suo podcast ha affermato che i manifestanti siano importati da altri Stati, alcuni addirittura spie cinesi. Ma Julie rassicura: «Siamo persone comuni, gente del posto: mamme, allevatori, contadini». E poi ridendo aggiunge: «Te lo posso garantire: nessuno sa una parola di cinese».
La rabbia nei confronti delle infrastrutture che alimentano l’intelligenza artificiale si sta diffondendo sempre di più negli Stati Uniti e sono molte le comunità che stanno cercando di fare pressione politica per fermarne l’espansione. I residenti di Monterey Park, in California, sono stati i primi a inizio giugno a votare su un divieto permanente dei data center, e il risultato è stato schiacciante. Nonostante lo scrutinio non sia ancora terminato, oltre l’86% dei voti espressi è favorevole al divieto. La protesta è esplosa quando HMC StratCap, società di investimento, aveva annunciato di voler costruire un data center nella città, provocando nei residenti grande preoccupazione sugli effetti ambientali negativi, l’aumento dei prezzi dei servizi pubblici e la vicinanza della struttura alle abitazioni.
Inizia a essere sempre più chiaro che l’IA ha un prezzo, non solo ambientale ma anche sociale. Il Nevada settentrionale è diventato uno dei corridoi di data center in più rapida crescita del Paese. Nel 2024, questi centri rappresentavano circa un quinto di tutta l’elettricità consumata in Nevada, e Fortune riferisce che tale cifra potrebbe raggiungere il 35% entro il decennio.
A Lake Tahoe, la compagnia energetica NV Energy ha annunciato che potrebbe interrompere temporaneamente nuove connessioni elettriche nella zona proprio a causa dell’enorme domanda di energia generata dall’espansione dei data center per l’intelligenza artificiale. Circa 49 mila residenti dovranno quindi trovare nuove forniture energetiche, probabilmente più costose. Infatti, per sostenere l’enorme domanda dei data center, le utility stanno investendo miliardi in nuove infrastrutture, linee elettriche e capacità produttiva, costi che spesso vengono scaricati almeno in parte sui consumatori attraverso aumenti tariffari.
Stephen Hawkings una volta disse: «La nascita di una potente intelligenza artificiale sarà o il più grande evento nella storia dell’umanità, oppure il peggiore. Non sappiamo ancora quale dei due». A distanza di dieci anni, l’umanità è lontana dal poter dire se aveva ragione oppure no.

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