Sport Formula 1, c’è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Formula 1, c'è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Da Pirelli a Brembo, da OZ a Fondmetal, fino a caschi, cinture, tute e pistole per i pit stop: dietro lo spettacolo del GP di Monza c’è una filiera di eccellenze tecnologiche

Avvenire

Non solo Ferrari o Kimi Antonelli, il GP d’Italia che si disputa sul circuito di Monza domenica 6 settembre, rappresenta la punta di diamante dell’Italia della componentistica. Ovvero, non solo auto, come Ferrari e Racing Bulls, nome inglese ma sede a Faenza, ma anche e soprattutto aziende che nella ricerca e sviluppo hanno saputo creare un territorio unico fatto di eccellenze mondiali.

L’elenco è lungo e comincia con Pirelli, sponsor della gara ma fornitore unico degli pneumatici sia per la F1 sia per le altre categorie, come F.2 e F.3 che correranno nel week end e dal prossimo anno anche nel Moto Mondiale, ovvero copertura completa a livello planetario a 2 e 4 ruote. Dice Dario Marrafuschi, capo del MotorSport Pirelli: “Monza ovviamente è la gara di casa e per noi è sempre motivo di orgoglio, perché per Pirelli rappresenta l’occasione per vivere da vicino quello che per 365 giorni all’anno facciamo nella nostra sede di Milano”. Ovvero gli pneumatici che forniscono la F.1 dal 2011 e che fino al 2028 sono stati confermati, nascono e vengono sviluppati in viale Sarca a Milano. “Qui abbiamo le nostre menti pensanti, i laboratori dove conduciamo e sviluppiamo mescole, carcasse, strutture, dove analizziamo i dopo gara e portiamo avanti le eccellenze che non sono solo tecniche ma il frutto di collaborazioni con università e laboratori all’avanguardia”.
Da Milano alla conquista del mondo, ma se si parla di gomme si deve parlare anche di cerchioni e col regolamento 2026 è tornato di moda il made in Italy. Sono due le aziende presenti ad alto livello: la OZ, con una esperienza decennale nella categoria, con sede in provincia di Vicenza, fornitrice di Red Bull, Racing Bulls e Mercedes tra l’altro, e la Fondmetal, da Palosco provincia di Bergamo, che torna in F.1 dopo una parentesi di 25 anni, quando il nome era abbinato a una scuderia che costruiva e faceva correre piloti come Fernando Alonso, che ha ritrovato in Aston Martin squadra alla quale fornisce il materiale. Due aziende leader, due aziende di provincia dove la ricerca e sviluppo dei prodotti, specialmente di serie, le ha portate alla ribalta mondiale: “Per noi era un discorso da riprendere – dice Stefano Rumi, presidente Fondmetal – dopo che mio padre lasciò la F.1 alla fine del 2001, era un po’ un impegno personale. Grazie alle nostre esperienze in ricerca e sviluppo, che a quel tempo culminarono anche nella Galleria del Vento di Casumaro, la Fondtech, diretta da Jean Claude Migeot, ex DT della Ferrari, abbiamo voluto fortemente tornare nella massima categoria, perché è lì che si impara a risolvere i problemi che poi vengono affrontati tutti i giorni dagli automobilisti più esigenti”.
Gomme, cerchi, potevano mancare i freni? E infatti la Brembo, società leader da oltre 50 anni presente in F.1, ha il monopolio delle vittorie e delle forniture grazie a un lavoro continuo nella ricerca a due e quattro ruote. Si tratta di un attestato di sicurezza e qualità che Brembo ha portato in giro per il mondo. Quando si parla di sicurezza, un discorso a parte meritano le aziende italiane che hanno il monopolio per i caschi. Tutti i piloti, infatti, indossano almeno un prodotto italiano. Si va dai caschi Bell, proprietà OMP di Ronco Scrivia, che indossano Hamilton e Leclerc, per citarne due, ai Schuberth di Verstappen, nome tedesco ma sede in provincia di Vincenza, una azienda che produce caschi ad alto livello con 30 dipendenti e 3 autoclavi per il carbonio che ha conquistato il pilota olandese. E poi c’è la Stilo, altra realtà italiana, anche questa in provincia di Bergamo, a Cenate Sotto, provincia che con Brembo e Fondmetal si dimostra fra le più attive nel settore della ricerca e sviluppo nel motorsport. Piloti Stroll e Bottas in F.1 ma una vasta e ampia esperienza nel mondo dei rally.

Sempre sotto la voce sicurezza compaiono altri nomi: Sabelt che fornisce le cinture di sicurezza a Ferrari, per esempio, che da Moncalieri ha firmato i mondiali degli ultimi anni targati Schumacher e quello WEC Ferrari dell’anno scorso, campo in cui è arrivata anche la Sparco, di Volpiano, una azienda leader da 150 milioni all’anno di fatturato che oltre alle cinture fornisce anche le tute ultraleggere alla Red Bull e alla Williams, dividendosi il mercato con gli altri player della sicurezza, come OMP/Adidas che fornisce Mercedes e Audi oppure Alpinestars, sulle McLaren campioni del mondo, tanto per citarne una.
Infine, la ciliegina sulla torta: quando vediamo i pit stop da record, un cambio gomme in due secondi, il tutto avviene grazie alle pistole pneumatiche della Dino Paoli di Reggio Emilia, società nata nel 1968 e che ha accompagnato lo sviluppo tecnologico del cambio gomme, tanto che nel 2022 hanno omologato per primi una pistola ad avvitamento elettrico ultraleggera. Anche qui abbiamo il monopolio delle forniture a tutti i team di F.1. Come dire che l’Italia da corsa vanta eccellenze mondiali in cui la ricerca e sviluppo, l’innovazione tecnologica e lo stare al passo coi tempi, non ha eguali al mondo. Segni particolari: sono tutte realtà di provincia, che per cercarle sulla cartina geografica si fa fatica, ma che rappresentano il centro del mondo del motorsport mondiale. A Monza è occasione di celebrazione anche per questi.

Per la Germania c’è Mosca dietro i droni esplosivi trovati allo scalo di Lipsia all’inizio di agosto. Ordinata la chiusura del consolato russo di Bonn. Von der Leyen: «Attacchi avranno conseguenze»

Cos'è la "guerra ibrida" che la Russia sta combattendo contro l'Europa

Dietro i tre droni carichi di esplosivi, rinvenuti all’aeroporto di Lipsia nei pressi di aerei cargo Antonov diretti all’Ucraina tra il 4 e il 14 agosto, c’è la mano della Russia, che sta conducendo una «guerra ibrida» contro la Germania e l’Europa. Durissime accuse lanciate in una dichiarazione ai giornalisti dai ministri di Interno ed Esteri tedeschi, Alexander Dobrindt e Johann Wadephul, d’intesa con il cancelliere Friedrich Merz. Un’accusa che inasprirà ulteriormente i già pessimi rapporti tra Mosca e Berlino, che è tra i più tenaci sostenitori di Kiev. Giunta peraltro proprio nel giorno in cui ordigni artigianali sono in parte esplosi in una centralina elettrica in Brandeburgo, nei pressi della grande centrale a carbone di Jänschwalde, nell’Est della Germania, a due passi dal confine polacco. La matrice qui è ancora ignota.

Dobrindt, che cita inchieste della magistratura e dei servizi, è lapidario: «La Russia ha la responsabilità dell’attacco ibrido a Lipsia». Il ministro rinvia alla «configurazione dei droni, delle componenti, della tecnica di innesco ed esplosivi», che sono «già noti da altre operazioni della Russia», e parla di un «alto livello di professionalità». A cercare di attuare l’attentato, ha aggiunto, «agenti di basso livello» che hanno agito «su incarico diretto di istituzioni statali russe». Per Berlino quello di Lipsia fa parte di un massiccio attacco ibrido alla Germania e al resto d’Europa (si pensi all’incendio di una fabbrica di droni, lunedì scorso, in Polonia o agli ordigni esplosivi ritrovati nei pressi di un analogo impianto in Slovacchia pochi giorni fa). «Consideriamo Lipsia – dice Dobrindt – non come un evento isolato, ma vediamo un collegamento con altre azioni ibride. Riteniamo che la Germania resterà obiettivo di ulteriori attacchi ibridi da parte della Russia», la quale è «disposta a provocare gravi danni». Conclusione drastica: «Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente obiettivo della guerra ibrida» di Mosca.
Le conseguenze sono pesanti. Il ministro degli Esteri, Wadephul, ha annunciato la chiusura del consolato generale russo a Bonn nonché del “Russisches Haus” (“Casa Russia”), il centro culturale russo nell’ex Berlino Est da tempo considerato un centro di spionaggio di Mosca nel cuore della capitale. Sarà convocato l’ambasciatore russo e saranno introdotti ulteriori, severi controlli agli ingressi di cittadini russi in Germania. Le azioni di Mosca, ha avvertito Wadephul, «si inseriscono in una lunga serie di tentativi di destabilizzazione, disinformazione, minacce, sabotaggio e aggressione diretti contro l’Europa» e «la Germania non fa eccezione». Già in agosto i servizi Usa avevano avvertito che il presidente russo Vladimir Putin, pur di vincere la guerra in Ucraina, ha optato per attacchi ibridi a Paesi Nato. Ogni sforzo sarà però vano: «Il nostro messaggio alla leadership russa – dice il ministro – è chiaro: non ci lasceremo dividere o intimorire», la Germania «continuerà a fornire sostegno civile e militare all’Ucraina». Ma anche la Russia «risponderà a tutte le azioni anti-russe«, ha replicato il ministero degli Esteri di Mosca. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di «pretesto».
La vicenda coinvolge direttamente la Nato. «L‘Alleanza – scrive il segretario generale Mark Rutte via X – è pienamente solidale con la Germania dopo l’attacco ibrido russo a Lipsia». Pure l’Ue sostiene Berlino. «Gli attacchi ibridi – ha dichiarato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha sentito Merz – non resteranno senza una risposta chiara». Ue e Nato discuteranno oggi della vicenda, sul tavolo ci sono anche nuove sanzioni. «Solidarietà piena» alla Germania è arrivata anche dall’Italia. «I tentativi di dividerci – ha detto Giorgia Meloni – non avranno successo: le azioni ibride contro uno qualsiasi di noi riguardano tutti noi e saranno affrontate con una risposta unita».

Avvenire

Berlino attacca Mosca per i droni di Lipsia. Europa e Nato: ‘Risponderemo’

Friedrich Merz © ANSA/EPA

Ansa

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto.

La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra.
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Le accuse di Berlino alla Russia di guerra ibrida in relazione ai droni all’aeroporto di Lipsia sono dovute alla “situazione politica interna” in Germania, che vede il cancelliere Friedrich Merz in difficoltà a causa del malcontento della popolazione. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin in una conferenza stampa notturna a Bishkek. “Il cancelliere non gode della fiducia della popolazione, hanno fatto errori evidenti in campo economico”, ha affermato Putin, aggiungendo che la Germania non ha prove di una guerra ibrida russa.

La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia infatti intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”.

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Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

«Vittima di diffamazione e calunnia», il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i vescovi, vince la causa contro Paméla Groleau, la donna che lo ha «falsamente accusato di violenza sessuale nell’ambito di un’azione collettiva contro l’arcidiocesi di Québec». Il porporato sarà risarcito di una somma di 100 mila dollari per violazione del diritto all’onore. A stabilirlo è una sentenza della Corte Superiore del Québec, in Canada, che – pubblicata il 31 agosto – si pronuncia a favore del porporato nella causa per diffamazione intentata nell’agosto 2022 quando erano state rese note le accuse di violenza sessuale. Il giudice Martin Castonguay ha concluso che tali accuse sono infondate e ha condannato la donna a risarcire il porporato dell’intera somma da lui richiesta. Somma che, fa sapere lo stesso Ouellet in uno statement diffuso in queste ore, si impegnerà a devolvere «a organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada». Il caso risale all’agosto del 2022, quando il nome del cardinale era emerso in una class action contro la Corporation Archiépiscopale catholique romaine de Québec et l’Archevêque catholique romain de Québec, riguardante accuse di abusi sessuali avvenuti nel corso di diversi decenni. Paméla Groleau, ex assistente pastorale laica, aveva accusato il cardinale di atti commessi tra il 2008 e il 2010, descrivendo episodi di contatto fisico non consensuale, presentati in seguito come violenze. Il cardinale canadese in una nota ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio Paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con “una temerarietà estrema, equivalente a malizia”», e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle «affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

Avvenire

Da Ceuta alla benzina, benvenuti nel Paese delle proroghe

Da Ceuta alla benzina, benvenuti nel Paese delle proroghe

Avvenire

Nell’estate di Ceuta, il duello infinito tra Italia e Spagna assume sempre più i contorni di un triste spettacolo, al limite dello scaricabarile. L’Europa sembra aver rinunciato al proprio ruolo di regia e di guida nel governo dei flussi migratori: in soli due mesi, il Patto per l’asilo e la migrazione si è rivelato un clamoroso assist per gli Stati membri, lesti nell’applicare la teoria dell’esternalizzazione delle frontiere e nel rigettare ormai qualsiasi ragionamento su possibili solidarietà tra i Paesi. Le urla nel deserto del premier spagnolo Sànchez, che ha evocato Lampedusa per ricordare la necessità di condividere il peso dell’accoglienza, sono il segnale di una vera e propria incomunicabilità tra le capitali del Vecchio continente.

Troppo sensibile in questo momento l’opinione pubblica alle sirene dell’invasione, per poter recepire parole d’ordine di buon senso. Più importante, appare, in tale direzione l’evocazione di reti di disinformazione russe e israeliane, chiamate in causa dal governo di Madrid per la presunta responsabilità di aver diffuso “fake news” sulle modalità di ingresso per i migranti nell’exclave spagnola. Sorprende non tanto l’uscita di Madrid, quanto la risposta contemporanea di Mosca e Tel Aviv, che hanno smentito un loro ruolo nell’ultima crisi migratoria europea e hanno parlato apertamente di «menzogne». La propaganda sui migranti, da qualunque parte la si guardi, sembra essere un nervo scoperto.
Proprio per questo, la decisione del nostro governo di rinviare di altre due settimane il ripristino dell’area di libera circolazione, prorogando la sospensione di Schengen, lascia perplessi. Intendiamoci: i benefici di governare “in proroga” sono evidenti. Si dà la sensazione di aver colto l’emergenza, si interviene più o meno tempestivamente, si rinvia la soluzione del problema. Il nodo si aggroviglia ulteriormente quando la proroga diventa mini-proroga: quindici giorni per il blocco alle frontiere relativo a chi arriva dalla Spagna, dieci giorni di prezzi congelati per le accise sul carburante. Non si capisce se a determinare queste scelte sia il desiderio di tenere buona l’opinione pubblica oppure la tendenza a vivere alla giornata, vedendo l’effetto che fanno i provvedimenti allo studio.
Sia sull’immigrazione che sull’economia, però, il risultato è soltanto la moltiplicazione dell’incertezza, per non parlare della reale efficacia del provvedimento. Finora, se parliamo di numeri, lo stop sugli arrivi dalla penisola iberica dopo il caso Ceuta ha portato a 31 respingimenti e a 6 arresti, a fronte di quasi 500mila persone monitorate alle frontiere aeree e marittime con Madrid. Cifre che francamente sembrano dire come la montagna dei controlli, compreso l’agitato spettro delle infiltrazioni terroristiche, abbia partorito il classico topolino. Ancor più inconsistente è parso il congelamento dei prezzi del gasolio alla pompa, immaginato forse per lenire il caro-vacanza di tanti italiani.
Complessivamente, fa impressione considerare che quel che si appresta a diventare il governo più longevo della storia, in realtà da diversi mesi non riesca a indicare una direzione di lungo periodo, ma si limiti al piccolo cabotaggio, privilegiando la tattica alla strategia di lungo periodo.

Quella manciata di minuti che ha salvato 900 studenti: il preside-eroe del Nepal

La devastazione provocata dall'alluvione a Devighat, nel distretto di Nuwakot, in Nepal

Avvenire

I minuti possono a volte sgusciare via, inavvertiti, leggeri come foglie. A volte, invece, in quello stesso fluire, può concentrarsi un peso enorme: lo stesso che separa la vita dalla morte. E, mercoledì, Rajendra Dawadi, preside della scuola secondaria Tribhuvan Trishuli a Nuwakot, ha avuto a disposizione una manciata di minuti, appena dieci, per prendere una decisione al volo, letteralmente. Senza indugi. Raggranellare quei pochi minuti alla bomba di acqua e fango che di lì a poco si sarebbe abbattuta sul Nepal. Quella decisione Dawadi l’ha presa, in tempo. Via tutti. Evacuare. Abbandonare la scuola. E, contemporaneamente, fermare i bus che stavano affluendo. Così, anticipando di un soffio il fiume di morte e distruzione, il preside nepalese ha salvato i 900 studenti della sua scuola. “Se non avessimo preso una decisione rapida, se fossero passati anche solo 10 minuti, nessuno di noi, studenti compresi, sarebbe stato in grado di parlare con voi oggi”, ha raccontato alla Bbc, Dawadi.
I contorni della tragedia continuano a dilatarsi. Il bilancio delle vittime è salito ancora, a 903 morti, quello dei dispersi a 4.247. Numeri destinati a peggiorare. Secondo i media statali cinesi, queste cifre sono da aggiornare con le 16 vittime e i 546 dispersi sul fronte cinese della frana che portano il bilancio complessivo a 919 morti e 4.793 dispersi. L’elenco dei dispersi in Nepal comprende 592 stranieri e 933 lavoratori impiegati in progetti idroelettrici lungo il fiume travolto dalla piena. Secondo la protezione civile nepalese, nel solo distretto di Nuwakot il numero dei dispersi è aumentato drasticamente a 1.158, rispetto ai 115 segnalati ieri, e altri 562 dispersi sono registrati nel distretto di Rasuwa. Tra i dispersi figurano 45 soldati dell’esercito nepalese, 38 agenti di polizia e 19 funzionari doganali e dell’immigrazione. In India, le autorità dello Stato dell’Uttar Pradesh hanno dichiarato di aver recuperato 17 corpi dai fiumi provenienti dal Nepal, presumibilmente vittime delle inondazioni non conteggiate nel bilancio complessivo.
Nella scuola la sensazione che domina è ancora quella dell’incredulità. E di dolore per la sorte che è toccata a tante, troppe persone: familiari, parenti, amici, conoscenti. Il preside Dawadi rivive quei momenti, terribili e veloci. Gli avvertimenti piovuti da quattro persone diverse nel giro di pochi minuti. Il pericolo percepito come imminente. La decisione. L’evacuazione. “Un genitore è venuto da me e mi ha detto: “Sta arrivando una grande alluvione, sono qui per portare via mia figlia, la porterò con me”. I genitori non si affrettano senza un valido motivo, quindi era chiaro che non avrei dovuto perdere un secondo per evacuare i bambini”, racconta ancora. “Ho deciso che non dovevo più rimandare. Anche se l’alluvione non fosse arrivata, si trattava solo di una giornata di lezioni. Sono orgoglioso di aver salvato così tante vite”, conclude.
Yunisha Amatya, ha 16 anni, ed è una delle studentesse che si trovavano all’interno dell’edificio scolastico. “Io e i miei amici siamo sopravvissuti per soli 10 secondi”, ha raccontato alla Bbc. “Poco prima dell’alluvione, eravamo in classe a studiare. Gli insegnanti si erano riuniti in un unico punto e inizialmente non avevano idea di cosa fosse successo. Dopo cinque minuti, gli insegnanti sono venuti a informarci dell’alluvione e ci hanno chiesto di tornare a casa”, Quindi la fuga, salendo lungo la collina dietro la scuola. E la salvezza.

Da Torino all’India, dal cibo alla tecnologia, il mondo (anche nei suoi lati oscuri) raccontato attraverso i banchi di un mercato

Quando i mercati sono Luoghi dell'Infinito

Avvenire

Se vuoi capire una città, un paese, un territorio, vai al mercato. Non troverai soltanto le espressioni della sua storia e le abitudini dei suoi abitanti, ma il suo presente e le direzioni del suo futuro. I mercati, qualsiasi essi siano, sono un fenomenale termometro per misurare il mondo. Accorciano distanze, scavano in profondità, ribaltano le mappe. Prima che un luogo di commercio, sono da sempre una geografia in movimento, un atlante vivente in cui ogni merce e ogni persona raccontano un viaggio già compiuto e un altro ancora da intraprendere. Il numero 319 di Luoghi dell’Infinito, in edicola e in digitale da martedì 1 settembre, parte da qui.
Apre lo speciale lo scrittore Giuseppe Culicchia con un racconto di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa, accompagnato dal reportage realizzato per Luoghi dal fotografo torinese Federico Ravassard. È un cosmo che ha visto succedersi le migrazioni e le lingue di Torino: dal piemontese dei contadini ai dialetti arrivati dal Sud, fino alle presenze dal resto del mondo. Oggi a Porta Palazzo si trovano letteralmente il mondo e la città insieme: prodotti, attività storiche e nuove, persone che vi lavorano o vi passano, storie che hanno trovato casa nella piazza. Un luogo dalla fama difficile, duro nel lavoro quotidiano, ma che, scrive Culicchia, «non respinge nessuno».
Luigino Bruni parte dalla parentela antichissima fra mercato e religione: la fides è insieme fede e fiducia e gli scambi hanno avuto bisogno fin dall’origine di un orizzonte religioso. Il centro del saggio è il sacrificio, interpretato come forma di commercio con la divinità, un do ut des nel quale la grazia attesa richiede un prezzo. Questa logica, secondo Bruni, ha resistito anche alla novità evangelica della misericordia, entrando nella spiritualità cristiana e poi nel capitalismo.
In un’Europa divisa politicamente e in un Mediterraneo attraversato dai conflitti, i mercanti medievali hanno costruito regole comuni capaci di rendere possibile lo scambio fra lingue, monete e ordinamenti differenti. Antonio Musarra mette al centro la lex mercatoria, insieme di pratiche fondate sulla fiducia e sulla reputazione, e gli strumenti che permettevano di governare il rischio: notai, commenda, lettere di cambio, assicurazioni marittime.
Con Eugenio Giannetta ci si perde nel Gran Bazar di Istanbul, dentro un labirinto di odori, colori e lingue. Il racconto segue l’esperienza diretta del mercato, dai banchi delle spezie ai tessuti e agli ori, dai piccoli rituali del tè e dei dolci offerti dai commercianti alla contrattazione, rito collettivo nel quale l’autore ammette di non eccellere.
Ferdinando Zanzottera ricostruisce la storia e il significato urbano dei mercati coperti, partendo dalle Halles raccontate da Zola come grande “ventre” della città. Dalla fine del Settecento ferro, ghisa e vetro trasformano il mercato in infrastruttura pubblica, ordinando approvvigionamento e vendita senza cancellarne la dimensione civica. Il percorso tocca il Mercato Centrale di Firenze, le Vettovaglie di Livorno, Milano, Parigi e diversi esempi sudamericani. Tutelare questi edifici significa preservare anche banchi, pratiche quotidiane e relazioni, evitando che diventino semplici scenografie gastronomiche o turistiche.
Dal “non luogo” di Marc Augé al supermercato contemporaneo. Marta Santacatterina segue i cambiamenti della Grande distribuzione organizzata attraverso nuove abitudini alimentari, private label, acquisti online e locker, sistemi di pagamento senza casse e coupon personalizzati dagli algoritmi, mentre i punti vendita si trasformano progressivamente in hub di servizi.
Davide Re guarda ai mercati tecnologici come al luogo in cui l’innovazione smette di essere prototipo e incontra bisogni e desideri delle persone. Il viaggio attraversa soprattutto l’Asia, dove robot umanoidi, semiconduttori, intelligenza artificiale e nuove forme di interazione fra uomo e macchina anticipano ciò che potrebbe entrare nella vita quotidiana.
Il viaggio cambia radicalmente prospettiva con Daniele Bellocchio, che segue la destinazione finale di una parte dei rifiuti prodotti dal Nord globale. A Old Fadama, alla periferia di Accra, migliaia di persone ricavano rame e altri metalli dagli e-waste bruciando cavi e apparecchiature in condizioni gravemente tossiche. Bellocchio ricostruisce le rotte dell’elettronica dismessa e poi allarga l’indagine al fast fashion e a Panipat, a nord di Delhi, dove enormi quantità di abiti scartati vengono selezionate e rigenerate. I due luoghi sono esempi di pollution outsourcing: l’esternalizzazione sulle popolazioni più povere dei costi del consumo occidentale.
Nello Scavo parte dall’esperienza diretta su diversi fronti per mostrare come guerre, Stati collassati e frontiere chiuse producano economie nelle quali anche le persone diventano merce. Dalla Somalia alla Cambogia, dai Balcani alla Libia fino all’Ucraina, cambiano i traffici e gli intermediari, ma ritorna lo stesso meccanismo: la vulnerabilità trasformata in prezzo. In Libia migranti, petrolio, armi e droga entrano nello stesso sistema; in Ucraina la deportazione dei bambini mostra una forma diversa di sottrazione della persona alla propria storia.
A Odessa Lucia Capuzzi entra nello Starokonnyi, il mercato più antico della città, che continua a funzionare nonostante le sirene e la guerra. Nel quartiere popolare di Moldavanka i banchi vendono cimeli sovietici, oggetti domestici e beni diventati difficili da reperire, rendendo accessibile ciò che altrove resta fuori dalla portata di una popolazione impoverita dal conflitto. Il mercato accompagna la storia del quartiere da Isaak Babel’ al crollo sovietico fino all’invasione russa e conserva una forte vocazione di spazio autonomo rispetto al potere ufficiale.
Chiude lo speciale France Leclerc, autrice del testo e delle fotografie di un ampio reportage dal Koley Market di Calcutta, mercato all’ingrosso vicino alla stazione di Sealdah che lavora senza interruzione. I venditori coprono le lampade con cellophane colorato per accentuare i toni delle merci, trasformando i banchi in ambienti rossi, verdi e gialli. Ma il Koley Market è soprattutto una città nella città, dove alcuni lavoratori ricavano perfino piccoli spazi in cui abitare. Al centro delle immagini sono i turban wallahs, portatori spesso migranti dal Bihar o dal Bangladesh che trasportano da soli o in gruppo carichi di centinaia di chili.
Apre la sezione Arti & Itinerari Francesca Orsi con un servizio dedicato a Fan Ho, in occasione della prima grande mostra italiana sul fotografo cinese a Palazzo Falletti di Barolo a Torino. La Hong Kong degli anni Cinquanta e Sessanta emerge attraverso un bianco e nero in equilibrio fra attenzione umanista alla vita quotidiana e una rigorosa ricerca compositiva fatta di diagonali, geometrie e forti contrasti di luce.
Chiude il numero Lorenzo Fazzini dalla Maryhouse di New York, la casa dove Dorothy Day ha vissuto e operato e dove ancora oggi il Catholic Worker prepara pasti e accoglie persone in difficoltà. Le stanze, i libri, il giornale Catholic Worker e gli oggetti rimasti accompagnano il racconto di una figura che con Peter Maurin ha unito Vangelo e azione sociale, spiritualità e impegno per la giustizia. Nella casa continua a vivere la sua indicazione: «Farsi fratelli, non benefattori».

Liturgia 6 Settembre 2026 XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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In questa pagina del Vangelo di Matteo vengono riferiti alcuni “loghia”, ossia alcune parole o sentenze, così come furono autenticamente pronunciate da Gesù. Esse sono poste all’interno del discorso elaborato da Matteo sul modo di comportarsi dei cristiani in seno alla comunità. Per comprenderlo, questo discorso deve essere collegato alla frase conclusiva della sezione precedente, in cui si afferma: “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda”.
È un monito a chi dirige la comunità, di non escludere nessuno, senza prima aver tentato ogni mezzo per correggerlo dal suo errore o dal suo peccato. Niente, infatti, è più delicato della correzione fraterna. La regola data da Cristo per la vita e la conduzione della comunità è quella di tenere presente la gradualità del procedere. Ognuno deve lasciarsi guidare dalla preoccupazione di salvaguardare, con ogni cura, la dignità della persona del fratello.
Il primato è dato, perciò, alla comunione. Deve essere salvata ad ogni costo, perché la comunione è tale solo se mette in opera ogni tentativo atto a convertire il peccatore.
Se il fratello persiste nell’errore, non sarà il giudizio della comunità in quanto tale a condannarlo, bensì il fatto che lui stesso si autoesclude dall’assemblea dei credenti. Così avviene nella scomunica pronunciata dalla Chiesa; essa non fa altro che constatare una separazione già avvenuta nel cuore e nel comportamento di un cristiano.
Antifona d’ingresso
Tu sei giusto, o Signore, e retto nei tuoi giudizi:
agisci con il tuo servo secondo il tuo amore. (Sal 118,137.124)
Colletta
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che gioisci nell’esaudire
la preghiera concorde dei tuoi figli,
metti in noi un cuore e uno spirito nuovi,
perché sentiamo la vita come il dono più grande
e diventiamo custodi attenti di ogni fratello,
nell’amore che è pienezza di tutta la legge.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Ez 33,1.7-9
Se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te.
Dal libro del profeta Ezechièle

Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 94
Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».
Seconda lettura
Rm 13,8-10
Pienezza della Legge è la carità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.
Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
2Cor 5,19

Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.
Vangelo
Mt 18,15-20
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Riconoscendoci poveri e bisognosi di perdono rivolgiamo al Padre la nostra preghiera, riponendo in lui tutta la nostra speranza.
Preghiamo insieme e diciamo: Accogli, Signore, la nostra preghiera.

1. Illumina le coscienze con la tua parola e rendile disponibili al pentimento: l’esperienza della riconciliazione nella Chiesa sia segno e strumento di pace per ogni creatura. Noi ti preghiamo.
2. Dona a tutti i tuoi ministri la stessa sollecitudine di Cristo, buon pastore: rendili appassionati nella ricerca di quanti si sono smarriti. Noi ti preghiamo.
3. Guarda ai popoli che soffrono a causa della violenza, dell’odio e delle guerre: suscita in tutti l’impegno di una leale collaborazione per il conseguimento della giustizia e della pace. Noi ti preghiamo.
4. Conforta i nostri fratelli malati: benedici le loro famiglie, e sostieni sulla via della croce i discepoli di Cristo. Noi ti preghiamo.
5. Concedi a noi la tua misericordia: la gioia del perdono renda tutti capaci di accoglienza reciproca. Noi ti preghiamo.

O Padre, guarda la nostra povertà e soccorrici con la tua grazia, perché ci sentiamo da te amati e custoditi. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
O Dio, sorgente della vera pietà e della pace,
salga a te nella celebrazione di questi santi misteri
la giusta adorazione per la tua grandezza
e si rafforzino la fedeltà e la concordia dei tuoi figli.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente. (Sal 41,2-3)

Oppure:
Io sono la luce del mondo;
chi segue me, non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita. (Gv 8,12)

Oppure (Anno A):
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te,
va’ e ammoniscilo fra te e lui solo;
se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. (Mt 18,15)
Preghiera dopo la comunione
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Miss Kathi, l’impegno umanitario e la Corea del Nord. «Non è vero che sono dei robot»

Miss Kathi, l'impegno umanitario e la Corea del Nord. «Non è vero che sono dei robot»

Alla fine, è tutta una questione di sguardi. Se riesci a vedere i nordcoreani «non come robot sottoposti al lavaggio del cervello, ma come individui unici, ciascuno con le proprie speranze, i propri sogni e le proprie paure», allora puoi amarli e, perfino, spendere per loro trent’anni della tua vita. Parola di Katharina Zellweger, la donna occidentale che, al mondo, meglio conosce il “Regno Eremita”. Lo documenta in “Miss Kathi. Saving lives in North Korea”, in uscita l’1 settembre, un libro – scritto con Mike Chinoy, pubblicato in lingua inglese dalla casa editrice statunitense Post Hill Press – che restituisce, in 384 fitte pagine, l’unicità dell’esperienza di questa laica luterana, nata nel 1952 nel villaggio di Teufen, in Svizzera.

Racconta lei stessa: «Tra il 1995 e il 2019 ho compiuto 75 viaggi in Corea del Nord e ho vissuto a Pyongyang per cinque anni (dal 2006 al 2011), lavorando dapprima per la Caritas, poi per la Direzione dello sviluppo e della cooperazione del governo svizzero e, in seguito, alla guida della mia organizzazione non governativa KorAid. Per quanto ne so, nessun altro vanta una storia così lunga e ininterrotta di impegno umanitario in Corea del Nord». Ha scritto un giornalista del Los Angeles Times: «Sembrava improbabile che un’europea alta e bionda potesse diventare una persona così ben informata dall’interno», eppure Kathi è riuscita a conquistarsi la fiducia della gente, tant’è che «il libro mette in luce l’umanità e persino l’umorismo della vita all’interno della Corea del Nord». Generalmente i saggi sulla Corea del Nord sono resoconti di alto livello sulla diplomazia relativa ai programmi nucleari e missilistici oppure racconti di rifugiati e disertori. «Ma il fatto è – sottolinea Zellweger – che la maggior parte dei nordcoreani sono persone comuni, che lottano per sopravvivere. Tra loro ci sono i più vulnerabili: donne, bambini, i più poveri, gli affamati e i disabili, le persone al centro del mio lavoro».
Uno slogan di Caritas – «Un mondo in cui una persona soffre meno è un mondo migliore» – è ciò che ha affascinato la giovane Kathi e l’ha spinta a lasciare la fattoria paterna dove faceva il fieno d’estate e il sidro in autunno. Fin da bambina si era innamorata di Hong Kong, da quando un amico di famiglia le aveva regalato un annuario sulla città. La svolta decisiva data 1978: dopo aver lavorato per alcuni anni come assistente sociale e funzionaria per la libertà vigilata di giovani delinquenti a San Gallo, Kathi vede su un giornale un annuncio per un posto di lavoro dall’altra parte del mondo e nell’anno dei tre Papi si trasferisce a Hong Kong, dove diverrà un’infaticabile collaboratrice del coordinatore della Caritas locale, padre Francesco Lerda del Pime.
Nel 1995 la Corea del Nord, devastata dalla carestia, abbandona la dottrina dell’autosufficienza e chiede aiuto alla comunità internazionale. Kathi coordina l’invio di 1.400 tonnellate di riso per conto di Caritas. Operazione tutt’altro che semplice, dal momento che molti governi occidentali esitavano a inviare cibo per non sostenere il regime. Zellweger era convinta del contrario: «Lasciare morire di fame i nordcoreani a causa del disgusto per il sistema politico del Paese era moralmente sbagliato».

Il libro di Zellweger contiene gustosi aneddoti: da “Stille Nacht” cantata in tedesco da una guida nord-coreana in un bunker anti-aereo, al regalo sorprendente di due sacerdoti sudcoreani piombati nel suo ufficio: un sacchetto di Mc Donald’s con 300 mila dollari raccolti tra i fedeli di Seul per acquistare riso per i bambini del Nord. Non manca il racconto di due commuoventi visite (nel 2000 e nel 2002) di monsignor Celestino Migliore, inviato vaticano; gli fu concesso di celebrare Messa nell’unica chiesa cattolica della città, la cattedrale di Changchung. Kathi ricorda di essere rimasta sorpresa e ammirata dalla fede degli anziani che la gremivano.
Nonostante l’attuale clima cupo e a dispetto di «un sistema politico incredibilmente rigido e profondamente diffidente nei confronti degli estranei», Zellweger continua a nutrire speranza. «Le decine di migliaia di nordcoreani che sono sopravvissuti alla carestia grazie agli aiuti internazionali e le trentamila persone che hanno riacquistato la vista grazie all’aiuto di KorAid dimostrano che è possibile ottenere risultati, aiutare chi ne ha più bisogno, anche nelle circostanze più difficili». Proprio per il suo impegno inesauribile e coraggioso nel 2006 ha ricevuto, lei di fede protestante, l’onorificenza pontificia dell’Ordine di San Gregorio Magno: la più alta attribuita a un laico.

Avvenire

Quando il cristianesimo finisce

di: Marcello Neri in Settimana News

cristianesimo

Che il cristianesimo finisca non è un fenomeno inedito, qualcosa che improvvisamente si annuncia come destino di una estinzione inesorabile mai accaduta. Storicamente, il cristianesimo è già finito più volte – alcune per sostituzione, altre per esaurimento interno. Teologicamente, proprio perché fenomeno della storia umana, il cristianesimo è evangelicamente chiamato a estinguersi per poter continuare a essere.

Alla chiara percezione diffusa della fine del cristianesimo occidentale non sembra accompagnarsi però quella di una sua nuova genesi, del lento parto di un cristianesimo inedito di cui non è ancora possibile concepire la forma – perché continuiamo a guardarlo con le lenti del cristianesimo che sta scomparendo.

E gli albori di questo cristianesimo a venire, che già si annuncia nel tramonto del suo passato, vengono troppo spesso costretti nel letto di Procuste di quello che sta prendendo il suo congedo da noi. Con effetti mortiferi per la possibilità di un cristianesimo a venire. Perché il paradosso davanti al quale ci troviamo è esattamente questo: il miglior cristianesimo di oggi, con il suo apparato pastorale e istituzionale, è la ragione principale che frena la genesi del cristianesimo a venire che sta muovendo i suoi primi passi nelle nostre società occidentali.

D’altro lato, l’inedito di questo cristianesimo, irriducibile a quello che si sta congedando, cerca, in un qualche modo, la sua casa proprio in questa evanescenza di sé stesso. Diventando, a sua volta, ragione della possibile trasformazione della genesi del cristianesimo che verrà nell’istante luttuoso di aver mancato l’occasione che si annuncia alle porte della nostra fede.

Ma anche questo dramma, che scuote oggi le nostre anime credenti, non è qualcosa di nuovo; piuttosto, annuncia quello che è il modo fondamentale di essere del cristianesimo all’interno delle vicende umane. Altri e altre credenti si dovettero confrontare con questa situazione paradossale di una evanescenza del cristianesimo che conteneva in sé la sua genesi a venire. Questi fratelli e sorelle nella fede trovarono la via per sostenere la genesi resistendo alla forza centripeta del cristianesimo che andava scomparendo, del terreno della fede che veniva letteralmente a mancare sotto i loro piedi.

Se noi oggi siamo credenti, lo dobbiamo a loro: alla loro intelligenza e sensibilità evangelica di accompagnare la genesi culturale di una nuova stagione del cristianesimo. La tentazione, per tutti, è quella di una ripetizione letterale del loro gesto – come se ancorare il passaggio di oggi alla storia di quello che siamo stati fosse l’unica possibilità di contrastare l’evanescenza di un cristianesimo in via di congedo.

In questo modo, finiremmo però per dare il colpo di grazia non solo al cristianesimo veniente, ma anche a quello che resta di esso. Perché uscire dalla storia umana vuol dire votarsi a mancare l’appuntamento con il Dio di Gesù, con le presenze del suo Spirito che è sensibilità di Dio per l’umano e le sue storie.

Non si tratta di accettare passivamente che l’essenza del cristianesimo viva della tensione fra «fine» e «genesi»; si tratta, piuttosto, di trovare il modo inedito per dare forma a questa tensione nell’oggi delle nostre società occidentali. In tutti i momenti di soglia che il cristianesimo ha conosciuto nei suoi duemila anni di vita, il dramma e paradosso di una genesi del cristianesimo a venire si sono decisi in virtù di pratiche del Vangelo che, mentre scompaginavano l’evanescente ordinamento cristiano, davano forma all’inedito cristiano dentro una nuova costellazione culturale e sociale dell’umano.

Noi, cittadini del cristianesimo che finisce, abbiamo il compito di essere come dei rabdomanti dello Spirito: che riconoscono e stanano, nella quotidianità del vivere, quelle pratiche del Vangelo che si danno senza ascrizione alcuna – senza titolo, ma non senza nomi e storie. Facendo attenzione però, in questo gesto di riconoscimento, a non ascriverle a noi, al nostro cristianesimo finito, ma al Vangelo stesso.

E, soprattutto, abbiamo il compito di proteggerle dalla forza pervasiva e coloniale del cristianesimo che sta scomparendo – che, pur di non prendere congedo da sé, è disponibile a trascinare con sé nella propria fine ogni pratica di Vangelo che va generando il cristianesimo che verrà.