Festival Fotografia Etica a Lodi

Festival Fotografia Etica / Mashruk Ahmed "Broken promises - July of memory" documenta le insurrezioni studentesche avvenute in Bangladesh nel 202

Conflitti, povertà, disastri ambientali, operazioni di soccorso. Sono parole che siamo così abituati a sentire che a volte facciamo fatica a ricordarci che riguardano persone in carne ed ossa, situazioni vere e drammatiche. È ciò che ci aiuta a fare la fotografia etica: dare volti, colori ed emozioni alle notizie che sentiamo ogni giorno e ai contesti che pensiamo lontani da noi. Questo approccio trova la sua massima espressione al Festival della Fotografia Etica a Lodi.

“Vogliamo offrire uno spazio in cui la fotografia diventi strumento di conoscenza, capace di farci sentire nostre le storie altrui e di spingerci a pensare con senso critico a ciò che accade vicino e lontano da noi” così il direttore Alberto Prina riassume perfettamente l’anima del Festival che da diciassette anni ospita per cinque weekend i più grandi fotogiornalisti da tutto il mondo e le loro opere. Questa edizione, dal 26 settembre al 25 ottobre, non sarà da meno: 30 mostre, 14 spazi, un ricco calendario di eventi e visite guidate . Il Festival ospiterà anche l’unica tappa lombarda della mostra itinerante del World Press Photo, il concorso di fotogiornalismo più conosciuto al mondo. Nei sinuosi spazi del centro direzionale Bipielle progettato da Renzo Piano, le quasi 150 immagini selezionate, tra cui spicca lo scatto di Carol Guzy, World Press Photo of the Year 2026, che mostra la disperazione di due figlie che si aggrappano alla maglietta del padre mentre gli agenti dell’ICE lo arrestano. “In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente”, aveva commentato Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva del World Press Photo., quando era stato annunciato il vincitore.

Un’istantanea talmente significativa e potente che ha vinto anche la sezione MASTER del World Report Award, il concorso internazionale del Festival che supporta l’impegno sociale dei fotografi nel documentare l’umanità nei suoi aspetti più intimi e profondi. Sempre a palazzo Barni i vincitori delle altre sezioni, che raccontano storie da ogni parte del mondo: la resilienza delle comunità indiane ai test nucleari, il devastante conflitto in Sudan, le mutazioni della Galizia, le insurrezioni studentesche e l’urbanizzazione a Dakha in Bangladesh.

“In un tempo in cui le immagini possono essere fabbricate in pochi secondi, scegliamo storie che qualcuno è andato a vedere davvero” continua Prina: è la filosofia che accompagna tutte le foto in mostra al Festival. La fotografia come presenza e come strumento, come nel caso dello Spazio Non profit, in cui si punta l’obiettivo su progetti di denuncia sociale, umanitaria, femminista, ambientale, portati avanti da organizzazioni non governative internazionali come SOS Humanity che si occupa di operazioni di soccorso nel Mediterraneo documentate da Max Cavallari con il reportage “Acquaintance – search and rescue in the Mediterranean sea” e Pinkishe Foundation che si occupa di povertà mestruale in India, con cui ha collaborato Ginevra Bonina in “Out for blood”. I temi toccati sono numerosi e variegati, dai conflitti più devastanti alle affascinanti geometrie del mondo naturale, dagli ampi reportage di respiro internazionale a fotografie che sanno racchiudere complicate storie in scatti singoli.
Il Festival innerva tutta la città, colorando di arancione gli spazi culturali più conosciuti e quelli che vengono aperti per l’occasione, sino ad includere bar e ristoranti con il circuito OFF, che permette anche ai fotografi emergenti di esporre i propri lavori.
Un appuntamento imperdibile, che trasforma Lodi in una grande finestra aperta sulle urgenze del nostro tempo. Visitare il Festival della Fotografia Etica significa, oggi più che mai, scegliere di non voltare lo sguardo e riappropriarsi del valore dell’empatia.

Avvenire

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Perché la finanza
sostenibile
deve puntare
sulle rinnovabili

Perché la finanza
sostenibile
deve puntare
sulle rinnovabili

Avvenire

Raggiungere l’autonomia energetica mettendo al centro le fonti rinnovabili è strategico e non più rimandabile. Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno reso la sfida del contrasto al cambiamento climatico e la transizione energetica vitali e drammaticamente urgenti. Dal punto di vista ambientale, certamente, perché non possiamo tardare nel processo di decarbonizzazione dei nostri sistemi energetici e mitigazione del riscaldamento globale. Ma anche dal punto di vista finanziario: gli investitori responsabili considerano la sfida della sicurezza energetica rinnovabile centrale per le strategie di investimento e la creazione di valore.

Il Forum per la Finanza Sostenibile rappresenta 180 soci dell’industria finanziaria e della società civile. Alcuni mesi fa abbiamo lanciato la campagna “Finanziamo le rinnovabili: è ora!”, dove diamo voce ai nostri associati attraverso le loro storie di investimento, finanziamento, assicurazione: nell’attuale scenario molto complesso, caratterizzato da una comunicazione in molti casi fuorviante e scorretta sulla sostenibilità, pensiamo sia utile ed efficace portare casi concreti positivi, per alimentare un dibattito pubblico che si svolga su basi scientifiche.
Nonostante gli sconvolgimenti internazionali, si è osservato negli ultimi anni un aumento degli investimenti globali in transizione energetica. Secondo i dati di BloombergNEF, nel 2025 si è raggiunto il livello record di 2.300 miliardi di dollari, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. Gli investimenti in produzione di energia pulita hanno continuato a superare quelli nei combustibili fossili, con un divario che si è ampliato a 102 miliardi di dollari, rispetto agli 85 miliardi del 2024. Un ruolo fondamentale, come mette in luce l’Agenzia Internazionale dell’Energia Rinnovabile, è svolto dagli investitori privati, che da soli coprono il 60% degli investimenti totali. Lo confermano, per l’Italia, le nostre ricerche, da cui emerge come gli operatori istituzionali investano in modo importante nel settore delle energie rinnovabili, soprattutto attraverso gli investimenti tematici e l’impact investing.
Attraverso la campagna abbiamo raccolto esperienze significative dagli operatori finanziari: dalle loro storie concrete emerge come la finanza sostenibile svolga un ruolo decisivo nell’accompagnare la trasformazione del sistema energetico, sostenendo infrastrutture, tecnologie e imprese capaci di generare valore nel lungo periodo. La finanza sostenibile trasforma il capitale paziente in infrastrutture utili a ridurre l’impronta di carbonio.

Tra le esperienze raccolte ci sono casi di operatori che hanno molto aumentato gli impianti per produrre energia verde oggetto di investimento. Uno di loro ci ha riferito, per esempio, di essere passato tra il 2016 e il 2026 da 60 a 523 impianti in portafoglio, per un totale oggi di 909 MW (contro i 157 MW di partenza). Un altro investitore ha calcolato che attraverso i propri impianti si genera ogni anno un impatto concreto pari a 456 GWh di energia prodotta e 241.680 tonnellate di CO₂ evitate. Molti operatori stanno puntando sui sistemi di stoccaggio basati sulle batterie, i così detti BESS (Battery Energy Storage System), decisivi per rafforzare la stabilità di un sistema che vuole puntare sempre più sulle rinnovabili. Per esempio, una società già impegnata negli impianti rinnovabili e nell’efficienza energetica sta sviluppando una pipeline BESS di circa 670 MW.
Più in generale, nelle valutazioni degli investitori la produzione e l’utilizzo di energie verdi da parte di società investibili rappresentano un aspetto sempre più importante, perché collegato a fattori come l’intensità emissiva, le strategie di riduzione delle emissioni, la gestione dei rischi climatici e la solidità dei piani di transizione. Un investitore ci ha raccontato che oltre tre quarti del valore del portafoglio di alcuni suoi fondi ha obiettivi di riduzione delle emissioni e che il 78% della capacità produttiva delle società presenti nei portafogli proviene da fonti rinnovabili.
Inoltre, è considerato importante il valore strategico di partnership sinergie con i diversi stakeholder. Un operatore ci ha raccontato di due importanti piattaforme di collaborazione industriale con altri partner, sottolineando come le soluzioni (produzione on-site, approvvigionamento di energia rinnovabile, elettrificazione e sistemi più efficienti) esistano già, ma la vera sfida sia piuttosto creare le condizioni perché questi interventi possano essere finanziati, realizzati e portati su ampia scala.

È importante infine evidenziare come l’interesse verso le energie verdi e l’efficienza energetica ampli l’universo investibile a numerosi settori a queste collegati, come la mobilità elettrica e l’immobiliare sostenibile. In questo modo, la finanza sostenibile sostiene la transizione dell’economia, con ricadute positive sui costi dell’energia per famiglie e imprese, che si abbassano con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili, e sul contrasto, urgente, alla crisi climatica.

L’urbanistica del togliere: via l’asfalto, «il suolo delle città sia fatto di prati, arbusti e piante»

L'urbanistica del togliere: via l’asfalto, «il suolo delle città sia fatto di prati, arbusti e piante»

Urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, Paolo Pileri sarà ospite a Eco Sanfra, il festival ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco e dedicato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale, in programma a Perugia da oggi a domenica 27 settembre. Insieme a Don Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI e direttore dell’Ufficio dell’apostolato del mare, Pileri parlerà di suolo, paesaggio e comunità con un occhio alle generazioni future. Ma, anche e soprattutto agli ultimi studi che sta portando avanti sulla cosiddetta “urbanistica del togliere”.

Di cosa si tratta?
È una proposta che stiamo lanciando da qualche tempo, spiegando che il progetto urbano non può essere fatto solamente di addizioni; aggiungiamo qualcosa, ma dobbiamo avere il coraggio di immaginare sottrazioni, quindi togliere. La prima cosa da togliere sono ovviamente gli asfalti e tutto quello che invade gli spazi pubblici. Il caldo quest’estate li ha resi bollenti, invivibili, impraticabili e sui quali non si poteva camminare. Ecco, questo è un esempio dell’urbanistica che deve togliere; che non vuol dire che non ha bisogno di progetto, anzi bisogna mettersi lì, guardare cosa fare. Ripensare gli spazi, ridisegnarli, rivedere le proporzioni, le geometrie, c’è tantissimo da fare. Poi da qui si parte a “scorticare”: via gli asfalti per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante.
Una sfida importante per le città dell’asfalto dovunque…
Una bellissima sfida e importante, certo. In realtà è meno complicata di quello che si può immaginare. Diciamo che la sua complicazione sta nel sovvertire la normalità a cui siamo abituati, cioè che l’urbanistica sia, come ho detto prima, qualcosa che prende un prato e lo fa diventare un bosco verticale, ad esempio, invece la cosa che mi piace pensare è che il bosco verticale lo facciamo tornare a essere un bosco orizzontale.
Sta bocciando uno dei progetti pluripremiati all’insegna della sostenibilità?
Sì, a mio parere è anche una sorta di “forzatura antropocentrica”, cioè l’idea è ragazzi, adesso io prendo la natura e sapete cosa faccio? Gli do la forma che più mi pare e piace. Io sono l’architetto, io sono il deus ex macchina e quindi faccio della natura quello che voglio. Ecco questo è un processo culturalmente tossico.

Ma, tornando all’urbanistica del togliere, cosa ne pensano i sindaci?
Ne stiamo parlando da un po’ e qualche amministrazione si è già avvicinata a questo concetto. Come la città di Genova che sto personalmente aiutando a introdurre il concetto del togliere anche all’interno dei meccanismi di regolamento dell’ urbanistica. C’è anche un piccolo comune in provincia di Padova, Selvazzano Dentro, con cui stiamo lavorando, come Politecnico, e dove il sindaco, si è già detto d’accordo. Poi ci sono molte altre amministrazioni che, lo dico molto francamente, non hanno nemmeno capito di cosa stiamo parlando.
Che cosa vi dicono?
Molti pensano che la parola “togliere” sia una parola da bandire dal vocabolario dello sviluppo e quindi non ne vogliono sentir parlare. C’è anche la miopia dell’Associazione nazionale dei comuni italiani che anziché provare a traghettare – con tutte le difficoltà del caso – un concetto nuovo ma necessario nell’urbanistica, cosa fa? Decide di non avventurarsi .
Forse sono perplessi anche per i costi da sostenere.
Oggi possiamo prevedere dei costi spannometrici, parliamo di circa 100 euro per metro quadrato, se vogliamo togliere l’asfalto, rigenerare il suolo e fare il minimo indispensabile per ripristinare un prato. Sono costi molto spannometrici. Ma il fatto che ci siano dei costi ci rende felici e dovrebbe far felice anche gli ordini professionali e le imprese, quelle ad esempio che fanno capo all’associazione degli asfalti. Perché le frese che vengono usate per togliere l’asfalto sono le stesse che si usano per posizionarlo. Con l’urbanistica del togliere le imprese non perdono lavoro ma vengono pagate lo stesso, pagate per “togliere”.

Ma lei pensa a una città ad asfalto zero o con un tipo di asfalto diverso?
Sono due cose diverse. C’è la depavimentazione, che significa rimozione completa dell’asfalto o altri materiali. Dopo la rimozione c’è la ricostruzione della terra con tecniche particolari. Poi c’è la rimozione completa dell’asfalto e la successiva impermeabilizzazione con tecniche che aumentano la permeabilità del suolo anche se quest’ultimo caso non rispetta tutto quello che sono i valori ecologici di un prato. Così come non è detto che tutta l’acqua riesca a penetrare nel suolo, perché buona parte rimane tra le fughe delle mattonelle. Ecco quindi l’urbanistica del togliere: ovviamente il top è arrivare alla depavimentazione, il meno top è arrivare alla deimpermeabilizzazione.
Al festival parlerà anche delle generazioni future, come si collega quest’altro tema?
Togliamo per le generazioni future. Questo governo ha dovuto approvare nel novembre scorso una legge che si chiama “VIG”, valutazione di impatto generazionale, che valuta gli effetti sociali, economici ed ambientali delle nuove leggi sulle generazioni future. Una legge che obbliga il legislatore, il Parlamento e i parlamentini regionali, ma anche i Comuni. Ma ancora oggi, purtroppo non abbiamo il regolamento per attuare questa norma avveniristica, che “mette le ali” all’ambientalismo. L’urbanistica del togliere può davvero diventare una sfida per l’ambiente e per le prossime generazioni.

Avvenire

Il valore dello stare a tavola

Il valore dello stare a tavola

Questa settimana scelgo di condividere con voi parole non mie, ma questa bellissima riflessione di Irene, che ha partecipato insieme ad alcune consorelle lo scorso weekend a una tavola rotonda presieduta da Madre Noemi, per raccontare l’importanza di quanto abbiamo da imparare nell’ascolto dell’altro e nella condivisione. “Ieri, 20 settembre 2026, ho avuto la possibilità di partecipare a Gubbio a “A tavola con i Monaci – Dove le fedi si incontrano”. Durante la giornata si è parlato di cristianesimo, ebraismo e islam, ma più ascoltavo, più mi rendevo conto che non ero semplicemente davanti a persone che raccontavano la propria religione. Stavo ascoltando persone che, partendo da strade diverse, cercavano un modo per incontrarsi.

Ognuno portava con sé la propria storia, le proprie domande, il proprio modo di guardare Dio e il mondo, eppure c’era la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro. Mi ha fatto pensare a quanto spesso, invece, nella vita di tutti i giorni, abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Ci basta sapere che una persona crede in modo diverso dal nostro, che ha una cultura diversa o che vede le cose con altri occhi, per costruire immediatamente una distanza. Ieri, invece, ho visto persone scegliere di fare il contrario: avvicinarsi senza avere paura delle differenze, ma con il desiderio di capire e di incontrare l’altro.
La tavola è diventata un luogo di incontro. Non soltanto un posto in cui mangiare, ma uno spazio in cui fermarsi, ascoltare e condividere. Quando siamo intorno a una tavola, per un momento, cadono alcune delle distanze che siamo abituati a costruire. Non ci sono più soltanto una religione davanti a un’altra, una cultura davanti a un’altra, una storia davanti a un’altra. Ci sono persone. Persone che mangiano, parlano, ascoltano, sorridono e raccontano qualcosa di sé, perché a tavola non si condivide soltanto il cibo. Si condividono pezzi di vita. Si fanno domande, si raccontano esperienze, si ascoltano parole che magari non avevamo mai sentito prima. E, poco alla volta, quello che sembrava lontano diventa un po’ più vicino.
In quel momento ho pensato anche a noi giovani. Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente connessi, possiamo parlare con chiunque in pochi secondi e conoscere realtà che si trovano dall’altra parte del mondo, eppure forse facciamo sempre più fatica a incontrarci davvero. Siamo abituati a giudicare dalle immagini, dalle parole scritte velocemente, dalle idee che gli altri mostrano di sé. Ci manca, forse, la pazienza di sederci accanto a qualcuno e dire: “Raccontami chi sei”. Senza avere già una risposta. Senza pensare di dover dimostrare qualcosa.

Quell’incontro mi ha fatto capire che ascoltare veramente l’altro richiede tempo e, soprattutto, richiede di accettare di non avere tutto sotto controllo. Significa lasciare che la storia di un’altra persona ci tocchi, anche quando è diversa dalla nostra. E forse è proprio lì che comincia un incontro vero: non quando smettiamo di essere diversi, ma quando impariamo a non avere paura delle nostre differenze.
Ed è forse proprio continuando ad ascoltare che ho iniziato a capire quanto tutto ciò che stavo sentendo avesse a che fare anche con la nostra vita di ogni giorno. Dietro alle parole sulla fede, sulle tradizioni e sulle differenze, tornava continuamente qualcosa di molto semplice: il modo in cui scegliamo di stare accanto agli altri. Il modo in cui parliamo, il modo in cui ascoltiamo, il modo in cui ci avviciniamo oppure ci allontaniamo.
Mentre ascoltavo tutti questi interventi, mi sono resa conto che alla fine il punto è sempre lo stesso: le cose importanti passano dai gesti semplici. Una tavola, un piatto condiviso, delle mani che si avvicinano. È incredibile come il cibo, qualcosa che facciamo ogni giorno senza pensarci, possa diventare un ponte tra persone diverse. E mentre lo sentivo raccontare, mi veniva da pensare che anche noi giovani, nelle nostre vite di tutti i giorni, abbiamo bisogno di tornare a questi gesti semplici: fermarci, guardarci, stare insieme davvero.

Mi è rimasta dentro quella frase antica: «Rendete grazie a lui perché è buono. Alleluia.» È una parola che Israele ha ricevuto, che ha attraversato secoli e contesti diversi senza perdere la sua forza. E mi fa pensare che alcune parole, quando sono vere, non si consumano. Restano. Ci accompagnano. Ci tengono in piedi. Poi c’è quella frase: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo».
Prima era riferita a Israele, popolo disprezzato. Poi è stata letta come immagine di Cristo rifiutato dagli uomini. La stessa parola, ma occhi diversi, orecchie diverse. E questo mi ha fatto riflettere su quanto spesso noi giovani dividiamo tutto in “vecchio” e “nuovo”, come se il vecchio fosse inutile. In realtà il vecchio è la radice, il nuovo è il ramo. Senza radici, il ramo si spezza. Mi ha colpito anche il fatto che nella tradizione ebraica Dio non ha un nome, perché non si conosce. È un modo per dire che non possiamo possedere tutto, definire tutto, controllare tutto. E forse anche noi dovremmo accettare che alcune cose non si capiscono subito, che ci vuole tempo, che ci vuole silenzio.
“Buono” significa dire bene, benedire. E mi sono chiesta quante volte, tra noi giovani, usiamo le parole per ferire invece che per benedire. Caino uccide Abele perché non aveva più parole. È una frase durissima, ma vera: quando smettiamo di parlare, quando ci chiudiamo, quando non troviamo più le parole giuste, qualcosa dentro di noi muore. E spesso muore anche la relazione con l’altro. La testimonianza del frate francescano mi ha toccato molto. Lui vive da anni in Terra Santa, una terra ferita. Racconta che tante volte, proprio a tavola, si sono risolti problemi enormi: israeliani e palestinesi che, seduti insieme, trovano soluzioni che la politica non vede. E mentre lo ascoltavo, pensavo che anche tra noi, nelle nostre piccole tensioni quotidiane, basterebbe a volte sedersi insieme, parlare, guardarsi negli occhi.

Perché quando mangi accanto a qualcuno, non puoi più vederlo come un nemico. Ma poi arriva il dolore: famiglie senza pane, bambini che muoiono, persone che lasciano la loro terra perché non hanno più nulla. E quando lui dice “dobbiamo imparare ad accettare l’altro come un dono, non come una minaccia”, io penso a quanto questa frase sia vera anche per noi. Perché spesso, tra giovani, l’altro diventa una minaccia senza che ce ne accorgiamo: una minaccia alla nostra sicurezza, alla nostra immagine, al nostro equilibrio. E allora ci chiudiamo. Ma così perdiamo proprio ciò che potrebbe salvarci: la relazione.
Mi ha colpito anche l’idea che Francesco restituisce alla lingua la sua innocenza. Che la voce può diventare preghiera. Che nel momento più buio della sua vita, lui inizia con un ringraziamento. E questo mi fa pensare che forse anche noi, nei momenti difficili, dovremmo provare a dire almeno una parola buona. Una parola che non ferisce. Una parola che apre. Quando si parlava della Bibbia delle donne, della vita quotidiana che attraversa la Scrittura, ho capito che anche noi, nelle nostre giornate normali, possiamo trovare parole che ci tengono insieme. Perché la pace non nasce nei grandi discorsi: nasce nelle piccole cose. Nei messaggi che scegliamo di non mandare con rabbia. Nelle parole che scegliamo di dire con sincerità. Nei silenzi che non usiamo per punire l’altro.

Avvenire

«Il riscaldamento globale si contrasta
trasformando
le nostre città»

«Il riscaldamento globale si contrasta
trasformando
le nostre città»

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Gli scienziati sono netti. Le città sono la fucina del riscaldamento globale: consumano il 78 per cento dell’energia e producono almeno il 60 per cento delle emissioni globali. Gli spazi urbani, dove risiede più della metà della popolazione mondiale, tuttavia sono, al contempo – anche su questo punto gli studiosi concordano – l’attore chiave nella soluzione dell’emergenza climatica. L’avanguardia nel contrasto al riscaldamento globale. Una serie di esempi lo dimostrano. L’ultimo, in ordine di tempo, Chiclayo, divenuto noto nel pianeta perché a guidarne la diocesi, tra il 2015 e il 2023, è stato Robert Prevost, attuale papa Leone XIV. Il quinto centro del Perù, con quasi un milione di abitanti, è ora il laboratorio del progetto di riqualificazione e giustizia climatica del “Foro ciudades para la vida” diretto Liliana Miranda Sara. Iniziativa che l’architetta e urbanista di fama internazionale, tra gli autori degli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), ha appena presentato all’incontro organizzato in Italia, all’Università di Siena, da Wiser, che sta per Well-being in a Sustainable Economy Revisited , progetto europeo che indaga come conciliare economia, felicità ed ecologia.
«Stiamo realizzando un sistema di drenaggio urbano sostenibile – racconta Sara –. Chiclayo si allagava ad ogni pioggerella: era sufficiente una precipitazione di 25 millimetri per innescare il caos». Le foto dell’allora vescovo Prevost con gli stivaloni di gomma e l’acqua alle ginocchia, nel pieno dell’uragano Yaku del 2023, hanno fatto il giro del mondo. La morfologia, perfettamente piana, rende Chiclayo particolarmente vulnerabile. I suoi canali di scolo, inoltre, risalgono all’epoca preincaica ed erano stati pensati per l’irrigazione dei campi circostanti, non per proteggere la città dalle inondazioni. «Abbiamo, dunque, dovuto ripensare il sistema, con la creazione di cisterne per l’acqua. Strutture piccole, situate in differenti punti della città e ricavate nel sottosuolo dei parchi e terreni aperti. Là viene fatta colare l’acqua. Quando sono pieni, un impianto di pompe la aspirano e scaricano nei canali. Ci lavoriamo da quasi dieci anni: abbiamo cominciato nel 2017. Poi ci sono stati gli studi e le analisi di fattibilità. Ora stiamo terminando la costruzione e ci prepariamo alla prova del fuoco di febbraio, la stagione delle piogge raggiungerà il climax. Solo allora toccheremo con mano l’efficacia del piano. Abbiamo, tuttavia, alcuni indicatori incoraggianti. Il modello è stato sperimentato con successo a Trujillo e Piura, altri municipi del Perù settentrionale con frequenti allagamenti. Oltre a risolvere la questione, il drenaggio urbano consente un enorme risparmio idrico: mentre cola dalla terra, la pioggia la irriga. E favorisce la crescita di vegetazione piantata lungo questi corridoi dell’acqua. Alberi che, a loro volta, assorbono smog. Le cisterne sotterranee, infine, riducono la proliferazione di zanzare e delle malattie da loro trasmesse come la dengue».
La “rivoluzione verde” in atto a Chiclayo non è un caso isolato in America Latina. I principali riferimenti sono la colombiana Medellín e Santiago del Cile. La prima è riuscita, nel giro di un decennio, a contenere il rischio di ondate di calore – si parla di una riduzione di tre gradi della temperatura urbana –, piantando milioni di alberi lungo i pendii che caratterizzano il suo paesaggio. In questo modo, inoltre, le radici trattengono il terreno, evitando smottamenti. Più di recente, Santiago ha operato una massiccia elettrificazione dei trasporti di superficie. I bus elettrici si sommano a una metropolitana molto estesa: otto linee. «Il che consente di tagliare le emissioni nonché di non dover aumentare il costo del biglietto ad ogni impennata dei prezzi del petrolio. A conferma che le soluzioni ecologiche possono essere molto convenienti se ben gestite».
Il dinamismo urbano contrasta con lo stallo generale della politica nazionale. Gli Stati arrancano nell’implementazione degli impegni climatici presi in sede multilaterale, a partire dagli Accordi di Parigi del 2015 alla “transizione verso l’uscita dalle fonti fossili” decisa a Dubai tre anni fa. «Su scala locale le procedure sono più snelle e rapide. Sostenere le città è, dunque, il modo più efficace per contrastare la crisi climatica. Lo hanno compreso le banche multilaterali e varie organizzazioni internazionali. I finanziamenti diretti ai Comuni, senza il “filtro” dei rispettivi governi, sono ancora, purtroppo, una percentuale minima del totale.
E, a sua volta, all’interno dei municipi, ai progetti per le zone più povere e vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico, arrivano a malapena le briciole di quest’ultima. Circa il 3,5 per cento della finanza climatica, secondo un recente studio della Banca mondiale», sostiene l’esperta. La carenza di risorse è il principale ostacolo alla transizione ecologica in ambito urbano.
«Quella più rapida ed efficace», ribadisce l’architetta. Il paradosso si inserisce nel grande nodo irrisolto della politica climatica internazionale che destina la gran parte delle risorse – oltre il 60 per cento – alle misure per ridurre le emissioni ovvero la “mitigazione”, in linguaggio tecnico. L’ultima Conferenza Onu per il clima (Cop30), un anno fa a Belém, ha esortato gli Stati a triplicare i soldi per il cosiddetto “adattamento”, le azioni rivolte a contenere gli impatti del riscaldamento globale. Il gap, tuttavia, resta. «In ambito locale si fa voragine. Il fatto è che i protagonisti delle trattative, durante le Cop, sono i rappresentanti dei differenti differenti governi nazionali. Le amministrazioni locali sono a malapena una comparsa – spiega Liliana Miranda Sara –. A farne le spese sono i cittadini, a partire dai più colpiti e fragili. Il clima in cui abbiamo vissuto finora non esisterà più. Il nuovo rapporto del Programma Onu per l’Ambiente (Unep) non lascia adito a illusioni: l’obiettivo di contenere il surriscaldamento entro l’1,5 gradi entro la fine del secolo è sfumato. Un’azione rapida potrebbe consentirci di rimanere almeno all’interno della soglia dei 2 gradi. In ogni caso, entriamo in uno scenario inedito, con effetti imprevedibili e immediati sulla terra e i suoi abitanti. Per affrontarli con la rapidità necessaria e salvare vite umane, dobbiamo realizzare una riforma dello spazio in cui queste vite si svolgono. Le città, dunque. Va ripensato il modo di costruire il sistema viario, riducendo al minimo l’asfalto. I condomini devono ricevere il grosso dell’energia dai pannelli solari. Dobbiamo elettrificare la mobilità – conclude la direttrice del “Foro ciudadades para la vida” -. Prima di tutto, di fronte a un’emergenza già in corso, è urgente creare sistemi di allerta rapida delle calamità. Nonché modelli di evacuazione e rifugi in cui le persone possano proteggersi dalle conseguenze dei fenomeni estremi. Non necessariamente si tratta di opere mastodontiche. A volte sono sufficienti interventi semplici che hanno, tuttavia, un’efficacia grandissima. Non si tratta solo di spendere di più. Ma di destinare con maggior lungimiranza le risorse».

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

Sarà una perizia tecnica a stabilire l’esatta dinamica di quanto accaduto e a dire se siano o meno state rispettate tutte le prescrizioni di sicurezza o se si sia trattato di una «tragica fatalità», come si dice – spesso a sproposito – in questi casi. Per il momento, l’unica certezza è che Andrea Moretti è morto, a 22 anni, mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. L’ingrato compito di riconoscere il suo corpo è toccato al padre, Fabrizio, operaio anche lui e costretto a lasciare il lavoro, circa trent’anni fa, per un infortunio che lo rese invalido.
L’altra notte, il giovanissimo operaio rocciatore, una qualifica molto ricercata perché difficile da reperire nei cantieri, stava lavorando appeso alle funi, quando è precipitato al suolo compiendo un volo di dieci metri, che non gli ha lasciato scampo. Il giovane è stato trovato con l’imbracatura indossata ma non agganciata alla fune di sicurezza. Da capire, a questo punto, perché la sua attrezzatura non fosse agganciata alla fune o se si sia sganciata accidentalmente o se, al contrario, non fosse stata collegata in modo corretto. Domande cui dovrà dare risposta, appunto, la perizia disposta dall’autorità giudiziaria che indaga su questa ennesima tragedia sul lavoro.
«Morire a 22 anni è inaccettabile, e lo è ancora di più se questo accade sul posto di lavoro – scrive in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni –. Anche nel nome di Andrea continueremo a fare la nostra parte, a impegnarci e a compiere ogni sforzo affinché tragedie simili non si ripetano più».
Subito dopo la morte di Moretti, nella notte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha ordinato l’interruzione di ogni lavoro al Colosseo fino a nuova disposizione. In mattinata ha poi deposto una corona di fiori nel luogo della tragedia. «Ci aspettiamo che quanto prima si faccia luce su ciò che é accaduto – ha detto il Ministro –. Faremo di tutto perché venga fuori la verità», ha aggiunto Giuli.
La morte del giovane lavoratore ha scosso il sindacato. L’Ubs ha proclamato lo sciopero, fino alle 16 di oggi, dei lavoratori pubblici, dipendenti del ministero della Cultura, in servizio presso il Parco archeologico del Colosseo, e dei dipendenti dell’impresa Ales Spa, società in house del Mic. La Cisl ha promosso una fiaccolata con i lavoratori, che si è svolta nel tardo pomeriggio di ieri, mentre la Uil ha chiesto «più controlli e prevenzione». La Cgil, con il segretario generale dei lavoratori dell’edilizia, Diego Piccoli, ha effettuato un sopralluogo all’interno dell’Anfiteatro Flavio. La ditta di cui era dipendente Andrea Moretti, «stava lavorando in subappalto – spiega Piccoli –. Si tratta di un’impresa medio-grande nel settore dell’edilizia, con quasi 30 operai, specializzata in edilizia acrobatica», aggiunge. «Dai nostri approfondimenti non sembrano esserci irregolarità su versamenti cassa edile e l’impresa ha una lunga esperienza nel settore. Il subappalto è quindi legato a una lavorazione specialistica. C’è però un problema generale sulla formazione dei lavoratori, su come venga svolta, ma nel caso specifico non abbiamo elementi per dire come sia stata fatta. Di certo – aggiunge Piccoli – la rabbia è tanta, perché a quasi un anno dall’incidente alla Torre dei Conti abbiamo letto solo parole di cordoglio, ma nessun passo in avanti concreto».
«Profondo dolore» per la morte di Andrea Moretti è stata espressa dalla Diocesi di Roma, che partecipa «allo sgomento per una vita così giovane spezzata mentre svolgeva la propria professione» si legge in una nota del Vicariato. «La morte di Andrea ci ferisce profondamente e interpella ancora una volta la coscienza di tutti – aggiunge monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio per la Pastorale sociale, del lavoro e della cura del creato della Diocesi di Roma –. Non possiamo rassegnarci all’idea che si possa uscire di casa per andare al lavoro e non farvi più ritorno. La sicurezza non è un costo né un adempimento burocratico: è rispetto della persona, della sua dignità e del diritto alla vita. Ogni morte sul lavoro ci chiede di fare di più, con responsabilità e determinazione, perché il lavoro sia davvero luogo di vita e mai di morte».
La morte di Andrea Moretti arriva a poco più di un mese dal primo anno della tragedia della Torre dei Conti, a pochi passi dal Colosseo, costata la vita a Octay Stroici, operaio sessantaseienne. «Nel registro degli indagati sono iscritte nove persone, le ipotesi di reato sono omicidio e disastro colposo – ricorda il presidente nazionale Anmil, Amedeo Bozzer –. Noi di Anmil siamo convinti che non sia sufficiente. Siamo convinti che la strage dei lavoratori del nostro Paese meriti l’istituzione di un reato autonomo che è quello dell’omicidio sul lavoro».
Una proposta lanciata, anni fa, dall’ex-direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano, che però, finora, non ha trovato risposte da parte della politica.
Intanto, di lavoro si continua a morire. Sempre ieri, nel parcheggio di un’azienda di Cortenuova nella Bergamasca, un uomo di 66 anni ha perso la vita dopo essere stato colpito una trave in acciaio, rimanendo poi schiacciato contro una ringhiera. Incidente sul lavoro anche a Brembate, dove un ragazzo di 22 anni è stato portato con l’elisoccorso all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere rimasto incastrato in un compattatore di cartone in un’azienda.

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La pubblicazione online dell’intera opera politica, giuridica e intellettuale riapre una questione: quanto della complessità dello statista Aldo Moro è rimasto non raccontato?

La seconda vita di Aldo Moro: l’intellettuale oltre il politico

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Missione compiuta. Lo storico Renato Moro – figlio del giurista Alfredo Carlo, fratello dello statista – in un memorabile intervento al Quirinale, in occasione del centenario della nascita, avanzò l’appello a «liberare Moro dal carcere brigatista», superando finalmente la tendenza a leggere la sua vicenda «dalla sua fine, come se quest’ultima fosse la chiave rivelatrice di tutto». Ne scaturì il progetto di mettere online tutto il suo pensiero di politico, cattolico e giurista. Ci sono voluti dieci anni per completare un lavoro enorme, ora tutto a portata di “clic”, a beneficio soprattutto di coloro che non hanno avuto modo di conoscerlo in vita e non sono stati aiutati a conoscerlo dopo, per come avrebbe meritato, basti pensare all’introduzione dell’educazione civica nelle scuole. «Moro è stato, e forse prima di tutto, un intellettuale, un osservatore lucido e attento come pochi delle trasformazioni globali della politica e dei problemi della nostra società».
Sono cambiate le cose in questi dieci anni?
«Tantissimo. Certo, se si parla degli anni Settanta l’immagine simbolo resta quella di Aldo Moro nella sua prigione; il caso Moro ha continuato a ispirare libri, film, documentari, opere teatrali. Ma al tempo stesso sono stati condotti tanti studi nuovi, con esiti sorprendenti, sulla sua vita e la sua azione politica e sulle motivazioni che l’anno ispirata».
A quali sorprese vi siete trovati di fronte?
«La prima, in ordine cronologico, riguarda gli inizi del suo insegnamento a Bari: le dispense di filosofia del diritto, risalenti al 1941-1942, finora sconosciute, poi pubblicate per Cedam di Padova, nel 1943. Concepite quando c’era ancora il Regime e pubblicate per un editore che in quel momento era nella Repubblica di Salò. Eppure contengono già quelle idee sullo Stato e sulla persona che poi porterà nella Costituzione».
D’altronde Moro aveva partecipato ai Littoriali degli studenti universitari, portandovi le riflessioni dell’Azione cattolica sulla centralità della persona…
«Per capire questa apparente anomalia va tenuto presente che cos’era l’Azione cattolica in quel periodo. Non solo Moro, anche La Pira consigliava di partecipare a quei raduni, ma nonostante ciò l’Azione cattolica era attenzionata dal Regime, e il suo contributo era caratterizzato da grande autonomia».
Sui contenuti che cosa va sottolineato, di quelle lezioni?
«Si delinea già una visione istituzionale, che si distingue dagli assolutismi comunisti, fascisti e nazisti, ma anche dalla visione liberale, anch’essa assolutista – in qualche modo – in chiave di libertà della persona. Per lui invece l’individuo si realizza dentro una comunità e lo stato etico di cui parla non è quello statalista di Gentile, ma mette al centro la persona e i valori di cui è portatrice. Riflessioni poi confluite nei primi articoli della Costituzione».
Protagonista assoluto nella Costituente, poi ebbe un decennio di impegno politico piuttosto in ombra.
«Ma, ed è questa la seconda grande scoperta, i primi anni Cinquanta furono per lui una fase di grande elaborazione. Anni di preparazione del centro-sinistra e di grande attenzione alla dimensione locale, alla sua Puglia. Sono aree che avevano votato per la monarchia e lui che aveva votato per la Repubblica, già durante la guerra di Liberazione, negli interventi a Radio Bari, si era espresso contro l’epurazione di massa, per risparmiare coloro che non si erano macchiati di crimini specifici, per recuperare l’unità della comunità nazionale, obiettivo che lo accompagnerà sempre».
Poi il Sessantotto, i dubbi sul prosieguo dell’impegno politico, e la scelta di dedicarsi alla politica estera.
«In realtà la politica estera era già stata, negli anni Sessanta, una prospettiva centrale del suo impegno di segretario della Dc, prima, e presidente del Consiglio poi. Ma la terza sorpresa di questi nostri studi sono le riflessioni che fece, nei primi anni Settanta, sul mondo che stava cambiando. E su quell’Italia che era contraria al cambiamento. Non era tanto Milano, Roma o Torino, era l’Italia profonda che lui, uomo di provincia del Sud, ben conosceva. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” che votava in larga misura la Dc ma coltivava ancora quella pulsione autoritaria che aveva supportato il fascismo. Sul piano internazionale, in quegli stessi anni, ci fu la crisi del Vietnam, e poi la crisi energetica. Le grandi potenze su cui si reggevano gli equilibri di Yalta stavano entrando in crisi e lui con grande anticipo intravide un processo di globalizzazione in atto che solo nei decenni successivi abbiamo imparato a conoscere».
Nell’estate 1975 il suo capolavoro diplomatico, gli accordi di Helsinki, che videro seduti allo stesso tavolo negoziale l’Europa, gli Usa, l’Unione Sovietica e la Santa Sede. Moro era presidente del Consiglio e al tempo stesso presidente di turno della Comunità europea, e potette firmare nella doppia veste.
«Si disse che quegli accordi avrebbero avuto solo un valore formale, e nessuna conseguenza pratica. Invece poi abbiamo visto quanto Giovanni Paolo II potette giovarsi, nei rapporti diplomatici con l’Urss, di quell’impegno comune, sollecitato dalla Santa Sede, per il rispetto delle minoranze religiose. Con un ruolo di mediazione dell’Europa in quanto tale, non come singoli Stati alleati degli Usa. E qui la visione di Moro fu fondamentale per conseguire l’obiettivo».
In quel suo ricordo al Quirinale, dieci anni fa, evocò Moro nella sua casa di Terracina, sul balcone, alle prese con «enormi mucchi di giornali che gli arrivavano alle ginocchia». Ora il suo pensiero è tutto online. Che rapporto avrebbe avuto, oggi, con i nuovi media?
«Quella pila di giornali era il suo modo di “auscultare” il Paese, come diceva lui stesso, e questa sua immensa curiosità e, insieme, dedizione assoluta al bene comune, oggi lo avrebbe certamente avvicinato anche ai social. Mettendo ordine fra i suoi scritti, rileggendoli tutti, emerge come l’accusa che gli viene mossa di “bizantinismo” sia ingiusta. Pasolini disse che era “incomprensibile come il latino”. Invece, a rileggerlo oggi, appare chiaro e di grande attualità. Era un intellettuale, e certo la sua era una riflessione complessa che va inquadrata nel dibattito politico di quegli anni, che era complesso di suo. Ma ogni volta emerge con chiarezza il suo intento pedagogico, tutt’altro che fumoso, e l’amore per la comunità nazionale che lo muoveva».

Oggi alla Camera la presentazione dell’Edizione nazionale delle Opere

Oggi alle 17, nella Sala della Regina della Camera, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà presentata l’Edizione nazionale delle Opere di Aldo Moro, progetto nato nel centenario della nascita, su iniziativa del ministero dei Beni culturali, realizzato all’interno di AlmaDL, biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Una raccolta in cui ogni sezione è accompagnata da riflessioni dei curatori e discorsi, interviste, testi giuridici di Moro, da dirigente della Fuci e dei Laureati cattolici, costituente, uomo di governo, dirigente della Dc e docente, fino al Memoriale dalla prigionia. Dopo il saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana interverranno Renato Moro, presidente dell’Edizione, e Francesca Tomasi dell’Università di Bologna. Seguirà una tavola rotonda con Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta; Giovanni Mario Ceci e Leopoldo Nuti, di Roma Tre; Antonella Meniconi,Sapienza; Paolo Pombeni, Università di Bologna.

Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Avvenire

Esistono varie raffigurazioni artistiche del buon Samaritano: la più nota è quella di Van Gogh, tutta incentrata sul protagonista che issa sul cavallo il malcapitato depredato dai briganti; immagine coloratissima ed emblema efficace della parabola raccontata da Gesù per rispondere alla domanda di un dottore della legge: chi è il mio prossimo? Una simile rappresentazione si trova in Delacroix, mentre del tutto diversa è quella di Rembrandt, che pone al centro della scena vari personaggi. Il buon Samaritano è di spalle, intento a parlare sulla soglia della locanda con l’albergatore, mentre sotto di loro un altro uomo solleva colui che è stato picchiato, poi c’è un altro che tiene fermo il cavallo e una donna che attinge l’acqua dal pozzo. Per Marie Grand, autrice del saggio Geografia dell’amore. Un’altra storia del buon Samaritano (Queriniana, pagine 108, euro 14,00) è proprio quella del pittore olandese, conservata alla Wallace Collection di Londra, l’illustrazione più consona della parabola, perché il dispiegarsi della pietà e della compassione non è un movimento che riguarda la singola persona ma la collettività.
Il messaggio dell’autrice è evidente: «Non si può dare all’amore tutta la sua ampiezza e la sua geografia massima senza tenere sempre insieme queste due vie – quella del buon Samaritano e quella dell’albergatore -, quella dell’incontro interpersonale, attraverso cui cerchiamo di farci prossimi a ciascuno, e quella del servizio impersonale, attraverso cui ci rivolgiamo a tutti».
Michel Serres, il grande intellettuale francese scomparso pochi anni fa, nel suo pamphlet Morale per disobbedienti, affronta la questione in un capitoletto dedicato all’umiltà, “figura cristica” che permette al generoso di non vantarsi della sua prodigalità né ad esigere una reciprocità nel suo donare. «C’è stato bisogno – aveva scritto in precedenza – nientedimeno che di un Dio sceso in terra per avviare una catena transitiva, come per il dono. Da cui l’espressione geniale: perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo a chi ci ha offeso». Il dono è un processo che non tocca due persone ma tre: chi dona, chi riceve e a sua volta si fa donatore, in una catena del bene che non s’interrompe. Come nella parabola del buon Samaritano, appunto, che spesso ci fa dimenticare l’attore principale del dramma, il ferito che giace nel fosso: il brano evangelico per Serres ci vuole suggerire la ripetitività dell’atto del donare e del donarsi affinché tutti noi ci prendiamo cura di chi è in pericolo o è stato maltrattato e ci chiniamo sulla vittima, la quale è poi chiamata a fare altrettanto, in un processo di benevolenza reciproca che possiamo chiamare empatia. A tutto ciò Marie Grand aggiunge la figura del locandiere, che accoglie lo sventurato, accetta il compenso offertogli dal buon Samaritano che gli promette di tornare per pagargli le spese sostenute per l’alloggio dell’uomo ferito. Tutto ciò per dirci che l’amore è un circuito, in cui ciascuno di noi è chiamato in prima persona a farsi prossimo dell’altro, che siano i nostri familiari o i nostri amici ma anche tutti coloro che la vita ci fa incontrare, e in più a farci carico il più possibile delle necessità degli altri, anche dei più lontani.
Un altro filosofo francese, Paul Ricoeur, citato più volte nel volume, aveva cercato di rispondere alla questione “chi è il mio prossimo?” in un articolo intitolato Le socius et le prochain. Durante l’esistenza ci capitano due tipi di relazioni, quelle corte e quelle lunghe. Le prime sono più immediate, le seconde impersonali: «Il primo amore è intimo, soggettivo, ma esclusivo; il secondo è astratto, ma più vasto». Aggiunge Ricoeur: «Il prossimo è la duplice esistenza del vicino e del lontano. La carità non è necessariamente là dove si esibisce; essa si trova anche nel servizio umile e astratto delle funzioni ed è molto spesso il senso nascosto del sociale». Si può amare tutti? È questa al fondo la domanda centrale della parabola. Commenta Grand: «Non potremo mai abbracciare tutti i nostri simili nel calore del sentimento. Amare tutti significa anzitutto chiederci che cosa dobbiamo a tutti, anche a coloro che non avranno per noi altro volto se non quello statistico o immaginario. Non si può dunque ridurre la parabola del buon Samaritano a una semplice esigenza di carità individuale facoltativa. Essa è anche un appello a vivere e pensare il prossimo sul piano sociale e politico».
L’amore ha a che fare con la giustizia, come ha rimarcato Martin Luther King commentando a sua volta la parabola: «Non basta aiutare un uomo ferito sulla strada di Gerico; è anche importante modificare le condizioni che hanno reso possibile la rapina; la filantropia è lodevole, ma non deve far trascurare al filantropo le circostanze di ingiustizia economica che hanno reso necessaria la filantropia». La carità non è solo un’azione personale, ma un obiettivo di tutta la società: di qui l’elogio delle istituzioni da parte dell’autrice, che siano la scuola o gli ospedali, purché recuperino la loro missione originaria che pone al centro l’essere umano.
Qualcuno ricorderà la polemica sull’ordo amoris innescata nel gennaio 2025 dal vicepresidente americano Vance, che rileggendo san Tommaso giustificava la politica di respingimento degli immigrati della sua amministrazione. Il libro di Marie Grand è stato scritto prima, ma nella postfazione Damiano Bondi vi fa riferimento, ricordando le repliche di papa Francesco e dell’allora cardinale Prevost che negavano chiaramente che Gesù ci chieda di fare una classifica del nostro amore per gli altri.

Un libro per bambini diventa una lezione su identità e pace: incontrare l’altro non significa perdersi, ma trasformarsi senza smettere di essere sé stessi

La paura di Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Durante un dibattito che apriva la Settimana della Pace organizzata a Vicenza, si ragionava insieme di come anche l’identità perda le sue caratteristiche profonde di apertura e porosità se rivendicata come una roccaforte da difendere. Si parlava dei percorsi di pace, citando Chiara Lubich e Alexander Langer, nel tentativo di comprendere come ridare respiro oggi alle loro visioni. Attingendo dalla prospettiva antropologica, parlavo un po’ confusamente di come si possano percepire i propri confini esistenziali e culturali solo nella relazione con l’altro, di qualunque tipo sia. Per rendere tutto questo più chiaro, ho citato un libro per l’infanzia molto famoso, sicura di far breccia nella mente delle tante maestre presenti nel pubblico.
Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, un grande classico della letteratura per la prima infanzia, da molti considerato un capolavoro. Le due palline, blu e gialla, sono molto amiche, vivono una davanti all’altra, giocano sempre insieme, si rincorrono, si nascondono e la loro amicizia è resa graficamente dalla fusione dei due colori, dalla trasformazione che l’incontro con l’altro provoca in tutti noi, che diventiamo, fortunatamente, un po’ verdi. L’identità è un colore in continua evoluzione, era quello che volevo dire. È più simile a una ricetta in cui gli ingredienti danno vita a qualcosa di nuovo, ai colori che si mischiano, a piante che si innestano, più che a sassi messi uno sopra l’altro.
Ho visto cenni convinti di assenso, salvo poi scoprire (con un ritardo di 10 anni) che quel libro era stato messo all’indice nel 2015 dall’allora sindaco di Venezia, Brugnaro, appena insediatosi alla guida del Comune. Piccolo blu e piccolo giallo rientrava in quella cinquantina di libri per l’infanzia ritenuti sconvenienti per un riferimento che solo una mente prevenuta e maliziosa poteva trovarvi alla fantomatica “ideologia gender” o a “genitore 1 e genitore 2”, per citare la breve nota della circolare inviata allora alle scuole.
Leo Lionni è stato un immenso scrittore e illustratore per bambini e bambine, vi consiglio di recuperare i suoi albi se non li conoscete. Di famiglia ebrea di origine olandese, si trasferisce in Italia, da dove dovrà nuovamente partire nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Si trasferirà negli Stati Uniti e tornerà in Italia all’inizio degli anni Sessanta.
Il sindaco Brugnaro è stato confermato per un secondo mandato e recentemente la stessa area politica ha vinto le elezioni amministrative. La reazione dell’opinione pubblica si fece sentire e Piccolo blu e piccolo giallo, per fortuna, tornò nelle biblioteche scolastiche qualche settimana dopo insieme ad altri capolavori della letteratura per l’infanzia finiti nelle scatole. Sorte simile toccò alle storie di Gianni Rodari, che non venne tradotto a lungo negli Stati Uniti ai tempi del maccartismo, perché iscritto al Partito Comunista.
Fortunatamente le maestre (e, ahimè, gli ancora troppo pochi maestri) sono più furbe di qualunque diktat, stretto, piccolino e senza senso. E così le scatole si aprono e i libri continuano a fare quello per cui sono nati: venire sporcati di marmellata, circolare e aprire finestre. Piccolo blu incontra piccolo giallo e diventa verde, nessuno dei due scompare. Forse è proprio questa la cosa che dovremmo ricordare, quando parliamo di identità e di pace: che non siamo sassi da impilare per costruire un muro, ma colori capaci di incontrarne altri. E che, qualche volta, è proprio dall’incontro che nasce qualcosa che prima non c’era.
Un’altra maestra ha poi raccontato che quest’anno la dirigenza della sua scuola non ha voluto proseguire il percorso di educazione alla pace perché “il tema è diventato divisivo”… e se provassimo per una settimana a far dirigere la scuola e i comuni dalle bambine e dai bambini.
Avvenire

Proposta per l’incontro tra Papa e clero italiano: non dimentichiamo i sacerdoti sposati

L’annuncio del prossimo incontro tra il clero italiano e Papa Leone XIV (in programma l’11 e il 12 dicembre a Roma) rappresenta un momento importante di fraternità e di riflessione sul tema “chiamati, insieme, inviati”. È un’occasione preziosa per fare memoria della vocazione sacerdotale e per rinnovare lo slancio missionario della Chiesa.

Proprio partendo dallo spirito di questo appuntamento — che mette al centro il senso di comunità e la necessità di nuove energie pastorali — nasce una riflessione e una proposta concreta: perché non estendere l’invito o includere in questo cammino anche i preti sposati?

Si tratta di uomini che hanno ricevuto una valida ordinazione sacerdotale e che, pur vivendo in una condizione canonica diversa o ai margini della vita pastorale ordinaria, continuano a portare nel cuore il dono del loro ministero. In un tempo in cui la Chiesa riflette profondamente sulla sinodalità, sull’accoglienza e sulla necessità di raggiungere ogni periferia spirituale ed esistenziale, valorizzare la presenza e il contributo di queste persone potrebbe rappresentare un forte segno di riconciliazione, Unità e apertura.

La comunione ecclesiale e il rinnovamento del presbiterio trarrebbero grande forza da un abbraccio capace di andare oltre le rigidità, integrando tutte le vocazioni che hanno donato la propria vita al servizio del Vangelo.

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