Il futuro del Buddismo

Il futuro del Buddismo

A differenza della maggior parte delle altre grandi religioni, il buddismo dovrebbe registrare una crescita minima o nulla. A causa dei bassi tassi di fertilità e dell’invecchiamento della popolazione in Paesi come la Cina, il Giappone e la Thailandia, la popolazione buddista globale rimarrà probabilmente delle stesse dimensioni del 2025.

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La religione che dominerà il mondo entro il 2050

La religione che dominerà il mondo entro il 2050

Le religioni sono state a lungo una caratteristica distintiva della civiltà umana e hanno plasmato intere culture e società in tutto il mondo. Ma la composizione religiosa del mondo è tutt’altro che statica: è in costante mutamento a causa dei cambiamenti nella crescita della popolazione, delle migrazioni e persino delle scelte di fede delle singole persone.

Nei prossimi decenni, il panorama religioso subirà trasformazioni significative: alcune fedi cresceranno rapidamente, mentre altre subiranno un processo di stasi o di declino. La demografia gioca un ruolo centrale in questi cambiamenti. I tassi di fertilità, la distribuzione dell’età e la concentrazione geografica contribuiscono all’ascesa e al declino di alcuni gruppi religiosi.

Quanto saranno diverse le comunità religiose nel 2050? Che aspetto avranno le loro popolazioni? Quali fedi guadagneranno terreno e quali si dissolveranno lentamente?

Se attualmente la popolazione del pianeta è di 8,2 miliardi di persone, si prevede che entro il 2050 il numero salirà a 9,3 miliardi, con un aumento di quasi il 14%. Anche alcune confessioni religiose cresceranno, mentre altre subiranno una battuta d’arresto.

Nonostante la rapida crescita dell’Islam, si prevede che il cristianesimo rimarrà la religione più diffusa al mondo. Entro il 2050, i cristiani costituiranno circa il 31% della popolazione, superando di poco i musulmani. Ma la sua crescita avverrà soprattutto nell’Africa subsahariana, mentre diminuirà nelle regioni tradizionalmente cristiane come l’Europa.

Si prevede che i musulmani cresceranno a un ritmo sorprendente, aumentando del 41% tra il 2025 e il 2050. Questa crescita, guidata da alti tassi di fertilità e da un’età demografica giovane, significa che entro il 2050 i musulmani probabilmente comprenderanno il 30% della popolazione globale, quasi eguagliando i cristiani.

Nonostante l’aumento dell’irreligiosità in alcune nazioni occidentali, la quota globale di atei, agnostici e persone non affiliate alla religione si ridurrà. Mentre il loro numero assoluto aumenterà leggermente, la loro percentuale sulla popolazione mondiale diminuirà da circa il 16% nel 2025 al 13% nel 2050.

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Le evidenze sulla morte di Abderrhaim Fakir

di: Francesco Caruso – settimananews.it

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Pubblichiamo l’intervento di Francesco Caruso, magistrato di lungo corso[1] ora in pensione, una tra le voci più lucide e serie ascoltate in questi giorni convulsi.

Filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono   diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima.

I primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso.

I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della CRI e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni.

Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti.

Salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psico motoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia.

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Siamo di fronte a una evidenza del fatto che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. “scudo penale”, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.

Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti.

Che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima.

Risalenti sentenze della Cassazione affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del “matto” non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta.

In situazione simili l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza.

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Comprendo la condizione degli agenti, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova.

Per questo credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello.

Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica.

Piuttosto rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade.

La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca.


[1] Francesco Maria Caruso magistrato per 43 anni. Giudice del c.d. processo ai “mandanti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia (dibattimento a Reggio Emilia). In precedenza: Giudice al tribunale di Modena; Giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo); Presidente del tribunale di Ferrara (settore penale) dove ha guidato il processo a carico di agenti di polizia per la morte del giovane Federico Aldrovandi; Presidente dal 2010 del tribunale di Reggio Emilia, dove prima di Aemilia ha guidato il processo Edilpiovra sulle infiltrazioni mafiose nel territorio. Nel 2016 è stato nominato Presidente del tribunale di Bologna, incarico che ha tenuto fino al collocamento a riposo nel 2022.

Il ritorno di Grillo (all’attacco): «M5s doveva cambiare la politica, la politica ha cambiato loro»

Beppe Grillo “bacchetta” M5s/ ANSA

Dopo un lungo silenzio, il fondatore di M5s torna a bacchettare i rappresentanti della sua “creatura”. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog in un lungo post dal titolo Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni, tornando a occuparsi – in modo fortemente critico – del Movimento che, ricorda, «era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo». La nascita del Movimento prendeva le mosse dalla «delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo. Le domande sono rimaste – osserva – le risposte sono scomparse». «Noi – insiste l’ex garante del Movimento – avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo – accusa – sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet».

Grillo passa quindi a un’analisi più generica della «crisi del modello occidentale», più «profonda», dice, e che porta i sintomi di «una malattia che la politica preferisce usare anziché curare». Come per esempio con «il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione». «Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso, dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». E allora il programma «dovrebbe partire da qui, dall’ascolto». E le domande – ricorda – «riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Con una particolare attenzione all’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite (dal lavoro, alla sanità fino alla sicurezza dei nostri dati personali). Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio», avverte. C’è poi – nel lungo post – un passaggio che lega la “rete” alla democrazia: «La rete permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, eppure continuiamo a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che, una volta eletti, rispondono ai partiti e alle correnti e prima o poi finiscono per rispondere soprattutto alla propria sopravvivenza. La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni». «Ecco – conclude – il Movimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di sé stesso. Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».
La replica di Conte e dei social
«Grillo ci accusa di aver perso la nostra identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi». Lo afferma il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, commentando il post dell’ex comico genovese. Ma anche i social non risparmiano critiche. Qualche sostenitore si trova ancora, come Pungiglione 63: «Caro Beppe una sfida per un’Italia migliore. Sanità pubblica, casa, lavoro, redditi, tasse e servizi, trasporti, scuola pubblica, contratti, servizi sociali, evasione fiscale, ce ne sarebbero ancora di argomenti. Su tutti questi pronto ad ascoltarti». Ma poi i toni non sono affatto teneri nella stragrande maggioranza dei post: «Hai preso per il c..o 11 milioni di Italiani perché dovevi drenare il dissenso. Abbiamo visto la fine che hanno fatto i tuoi discepoli. Immersi nella melma putrida preparata dai burattinai», scrive Mauro Lindemann. Alcuni si sentono traditi: «Questo è successo perché non ti sei messo tu alla guida. Eri il leader, ma non ti sei voluto impegnare, hai voluto che altri facessero il lavoro tuo e questo è l’epilogo», per Davide Delle Donne. Ma sono i giudizi politici sulle scelte di Grillo a essere più sferzanti: «Da quando ti sei venduto a Draghi per un complotto per far cadere Conte ti sei rinco……o. Fattene una ragione ed educazione: meglio i tuoi figli prima di dare sentenze», scrive DanieleQua957. Stesso tono da Libero Pensatore: «Hai voluto l’alleanza col Pd al grido di “chi non è d’accordo vada aff…”, dopo aver vomitato di tutto sul medesimo partito, avete tutti voi preso in giro milioni di italiani, il ribrezzo che mi fate non è misurabile. Sparite, ipocriti indegni». Anche Teo Orlando non è tenero: «Non sei ancora contento? Dopo tutto quello che hai promesso e tutto quello che è successo, continui a impartire lezioni. Prima di criticare gli altri, dovresti assumerti le tue responsabilità… hai contribuito a consegnare il Paese a una classe politica che criticavi e ora????.». E Giovanni P., telegrafico, commenta: «Colpa tua ….. la transizione Cingolani e Draghi è uno di noi e ca….e varie …. adesso rimani ai giardinetti». In sostanza, la stessa cosa che sostiene un altro deluso: «Beppe siamo sempre in attesa della tua autocritica sul “Draghi grillino” e le altre ca….e che hai fatto e detto». Mentre l’analisi di Mimmo Pinto è più articolata: «Anche appoggiare il governo Draghi faceva parte del rinnovamento? Il Draghi grillino lo hai battezzato tu non noi. Questo ha portato poi al governo Meloni e grazie anche a te ce lo ciucciamo da quattro anni. Diamo a Grillo ciò che è di Grillo».

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Avvenire

Giornata mondiale contro l’epatite. L’Oms: oltre 285 milioni convivono con il virus

Sindh HIV outbreak raises healthcare concerns

Vaccini, test e terapie esistono, ma ogni anno la malattia provoca 1,3 milioni di morti nel mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità, in occasione dell’odierna giornata, chiede di abbattere le barriere all’accesso alle cure e rilancia l’obiettivo dell’eliminazione della malattia come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, proponendo cinque strategie d’azione concrete

Bianca Tombini – Città del Vaticano – Vatican News

“È uno scenario inaccettabile”. È quanto afferma l’Oms mettendo in evidenza i numeri legati ai decessi causati dall’epatite nel mondo. Una malattia che conta ogni anno quasi 2 milioni di nuove infezioni, con circa 1,3 milioni di morti. L’Oms ha diffuso pertanto una nota in cui richiama governi e sistemi sanitari a rafforzare gli interventi per contrastare la malattia. Secondo le stime infatti, nel 2024 oltre 285 milioni di persone convivevano con un’infezione cronica da virus dell’epatite B, che causa l’85% delle morti. Nonostante i progressi terapeutici, dal 2015 i decessi associati a questo virus sono aumentati del 17%, soprattutto a causa delle difficoltà nella diagnosi e nell’accesso ai trattamenti.

Lo stigma che impedisce l’accesso alle cure
“Epatite: sconfiggiamola”, è lo slogan scelto dall’organizzazione Onu per l’edizione del 28 luglio 2026: un invito ad abbattere lo scoglio che impedisce a milioni di persone di accedere a prevenzione, test diagnostici e cure, come vaccini efficaci e terapie a lungo termine. Gli ostacoli al percorso di guarigione non sono solo le disuguaglianze e le carenze nei sistemi sanitari, ma anche la scarsa consapevolezza e lo stigma che si accompagna a questo tipo di infezioni. L’epatite è un’infiammazione del fegato e ne esistono diverse varianti (A, B, C, D, E). Alcune forme sono acute e si risolvono in breve tempo, mentre altre possono cronicizzare portando a complicazioni letali. I virus B e C si trasmettono attraverso il contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, le epatiti A ed E si diffondono invece attraverso alimenti o acqua contaminati e risultano più frequenti nei Paesi con bassi standard igienico-sanitari.

Lo screening come strategia contro il cancro
L’Istituto superiore di sanità ribadisce oggi l’importanza della prevenzione: “Grazie a vaccinazioni, screening e terapie antivirali, la mortalità correlata alle epatiti si è ridotta rispetto a dieci anni fa, ma per debellare la piaga della malattia una volta per tutte è necessario individuare le infezioni ancora non diagnosticate”. Molte persone infatti convivono con il virus per anni senza sintomi e scoprono la malattia solo quando il danno al fegato è ormai avanzato. “È fondamentale – ricorda l’Iss – aderire ai programmi di screening ed eseguire almeno una volta nella vita il test per l’epatite, cogliendo ogni occasione di diagnosi precoce. Eliminare le epatiti significa prevenire cirrosi, tumori del fegato, ricoveri e morti evitabili. La lotta contro queste infezioni è a tutti gli effetti una strategia di prevenzione oncologica”.

Cinque azioni concrete entro il 2030
“Nessuno dovrebbe morire per una malattia che oggi può essere prevenuta, diagnosticata e, in molti casi, curata”, conclude l’agenzia delle Nazioni Unite. La campagna dell’Oms invita a tradurre le evidenze scientifiche in azioni concrete, con l’obiettivo di eliminare l’epatite come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.  L’agenzia individua in tal senso cinque priorità di azione: sfruttare gli strumenti già disponibili – vaccini diagnosi, trattamenti e terapie a lungo termine – garantendone un’applicazione su larga scala ed equa; mettere le persone e le comunità al centro delle politiche e dei programmi di contrasto; assicurare a tutti un accesso equo ai servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e cura; integrare l’assistenza per l’epatite nei sistemi di assistenza primaria e di copertura sanitaria universale; infine, sostenere ricerca e innovazione per trasformare le conoscenze scientifiche in interventi sempre più efficaci.

Medjugorje, grave atto vandalico al santuario mariano

Una folla di persone in preghiera al santuario di Medjugorje

L’ufficio parrocchiale invita alla preghiera, al perdono e al digiuno dopo che l’altare esterno della chiesa di San Giacomo è stato dato alle fiamme provocando ingenti danni. Imbrattata anche una statua della Vergine Maria. Gli spazi sono stati ripuliti e sono nuovamente idonei al culto, dice una nota del medesimo ufficio

Vatican News

Un grave atto vandalico è stato compiuto nella notte fra lunedì e martedì nel santuario di Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina. Una persona, non ancora identificata, ha cosparso di liquido infiammabile e dato fuoco all’altare esterno della parrocchia di San Giacomo provocando ingenti danni. Lo stesso ha poi imbrattato una statua della Madonna e vergato scritte offensive.

Pulizia e riparazione degli spazi imbrattati
In una dichiarazione l’Ufficio parrocchiale di Medjugorje informa di aver immediatamente iniziato le operazioni di pulizia e riparazione affinché tutti gli spazi siano nuovamente idonei alla preghiera. Il santuario rimane quindi aperto a tutti i pellegrini e l’invito ai fedeli è a rispondere a questo triste evento con la preghiera, il digiuno e il perdono: “Preghiamo per la conversione dei cuori di coloro che hanno commesso questo atto, affinché il Signore li tocchi con la Sua grazia e li guidi sulla via del bene”.

Testimoniare con la vita l’amore, il perdono, la speranza
La notizia dell’atto vandalico è stata appresa “con grande dispiacere”, dice ancora la nota, nella quale si ringraziano tutti coloro che lavorano contribuendo “a far sì che il santuario rimanga un luogo di incontro con Dio, un luogo di pace e un luogo dove la Beata Vergine Maria, Regina della Pace, sia onorata”. Oltre al digiuno e al perdono, l’ufficio parrocchiale invita poi a pregare “anche per la pace nei cuori di tutti”, perché “la Madonna ci chiama costantemente ad essere portatori di pace”. Così questo evento può addirittura “incoraggiarci a prendere ancora più seriamente il Suo appello: non rispondere al male con il male, ma testimoniare con la nostra vita l’amore, il perdono e la speranza”.

“Cantico di Pace” a Castel Gandolfo con il Papa, il 29 luglio in video dalle 21

Il maestro tenore Andrea Bocelli e i giovani e giovanissimi coristi del coro ABF Voices, che saranno protagonisgti dell'evento "Cantico di Pace" il 29 luglio a Castel Gandolfo

Vatican News trasmetterà sul portale e sul canale YouTube il video dell’incontro di preghiera e fraternità guidato da Papa Leone XIV nel Borgo Laudato sì, nei giardini delle Ville Pontificie, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation. La preghiera sarà accompagnata dalla voce di Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia

Vatican News

Mercoledì 29 Luglio, Vatican News trasmetterà alle 21 sul portale www.vaticannews.va e sul canale YouTube l’Incontro di preghiera e fraternità “Cantico di pace” guidato da Papa Leone XIV a Borgo Laudato sì a Castel Gandolfo, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation.A Castel Gandolfo, con il Papa, le voci per la pace di giovani coristi e di Bocelli
La sera del 29 luglio, nel Borgo Laudato si’, il Centro di Alta Formazione e la Fondazione creata dal grande tenore italiano promuovono “Cantico di pace”, un concerto e una …
La testimonianza del coro ABF Voices
L’evento è legato alle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi. La preghiera sarà accompagnata dalla voce del maestro Andrea Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia (Napoli Rione Sanità e Camerino). Ragazzi che portano con sé storie diverse, spesso segnate dalla guerra, dalla povertà o dalla sofferenza, ma che attraverso il canto, testimoniano come l’arte possa diventare un linguaggio universale di dialogo, speranza e riconciliazione.

Papi e l’Odissea: il viaggio come ricerca di senso

Ulisse nella grotta dio Polifemo, (di Jakob Jordaens, Museo Puskin)

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano – Vativan News

Leggere l’Odissea attraverso le riflessioni dei Papi offre una prospettiva sul mondo e sul senso dell’esistenza. Una premessa doverosa riguarda la parola εὐαγγέλιον (evangelium) che ha una lunga storia. Papa Benedetto XVI, nel 2012, in occasione dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sottolinea che questo termine “appare in Omero”, nell’Odissea: “è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo”.

L’Odissea e le domande fondamentali
Il viaggio di Ulisse si snoda, innanzitutto, tra le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? Nei poemi di Omero, si legge nell’enciclica Fides et Ratio di Papa Giovanni Paolo II, sono interrogativi che hanno “la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza”.

La ricerca di senso
L’invito che sostiene l’Odissea, fin dalle prime pagine, è quello di non fermarsi ad Itaca. Mettersi in viaggio diventa una fonte di conoscenza per inquadrare, attraverso il vissuto e l’esperienza, le varie sequenze della vita. Anche la ricerca della verità non deve essere una inerte attesa. Papa Paolo VI esprime questa sana inquietudine all’udienza generale del 7 dicembre del 1966, ponendo una domanda: “non è più grande Ulisse, teso a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore (Dante, Inf. 26), che la tranquilla Penelope?”.

Il valore del viaggio
Il destino dell’uomo non si costruisce nell’attesa che gli eventi prendano forma e sostanza. Papa Francesco, durante il viaggio apostolico in Grecia nel 2021, spiega che “il viaggio in un mare agitato, come insegna il grande racconto omerico, è spesso l’unica via”. Francesco, in occasione della visita al Parlamento ellenico il 6 dicembre del 2021, spiega che non si può restare fermi davanti agli snodi cruciali e alle intemperie della vita.  Nell’Odissea di Omero, ricorda poi il Pontefice argentino, il primo eroe che appare non è Ulisse ma un giovane. Si tratta di Telemaco, suo figlio: “non aveva conosciuto il padre ed è angosciato, sfiduciato perché non sa dov’è e nemmeno se esiste”.

Davanti a un bivio
Papa Francesco, continuando a tratteggiare il ritratto di Telemaco durante il viaggio apostolico in Grecia, spiega che “ci sono varie voci, tra cui quella della divinità, che lo esorta ad avere coraggio e partire”. “E lui fa così: si alza, sistema di nascosto la nave e di fretta, al sorgere del sole, va all’avventura”. La scelta di Telemaco non riguarda solo le trame dell’epica ma anche i passi delle nuove generazioni che cercano di costruire il futuro tra fatiche e incertezze. La decisione dell’unico figlio di Ulisse e Penelope è anche quella presa da tanti migranti che, in questo nostro tempo lacerato da tensioni e conflitti, proiettano i loro sogni oltre paure ed angosce.

La salvezza “sta in mare aperto”
Il racconto omerico è dunque una metafora dei viaggi di tanti Telemaco e Ulisse che hanno solcato i mari della storia e che continuano a navigare tra le sfide poste dal mondo contemporaneo. Francesco, saldando l’Odissea con la quotidianità, sottolinea che “il senso della vita non è restare sulla spiaggia aspettando che il vento porti novità”. La vita dell’uomo è protesa verso l’orizzonte. “La salvezza sta in mare aperto, sta nello slancio, nella ricerca, nell’inseguire i sogni, quelli veri, quelli ad occhi aperti, che comportano fatica, lotta, venti contrari, burrasche improvvise”.

Tra due mari
Ci sono frangenti della vita in cui passato e futuro sembrano quasi sovrapporsi ed occupare la stessa scena. Papa Francesco, incontrando nel 2023 i seminaristi delle diocesi della Calabria, torna al momento di spartiacque, immortalato nel racconto omerico, tra le peripezie del viaggio e il ritorno a casa. “Omero, nell’Odissea, narra che Ulisse, verso la fine del suo viaggio, approdò ad un lembo di terra da cui poté ammirare la bellezza di due mari”. In quella bellezza navigano i ricordi e i sogni dell’uomo: radici da preservare e frutti da raccogliere.

Tutta la nostra vita è un viaggio
Nell’esperienza del viaggio, soprattutto nella sua dinamica esistenziale, si può comprendere il senso più profondo della dimensione umana: “tutta la nostra vita – afferma Papa Leone XIV all’udienza generale del 31 dicembre 2025 – è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”. “Tutti siamo migranti”, pellegrini “in cammino verso la patria celeste”, e il senso del viaggio, sottolinea infine Papa Leone XIV durante il viaggio apostolico in Spagna, sta nel rendere il cammino “più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno”. Come Ulisse, l’uomo è chiamato a mettersi in cammino e ad affrontare le prove della vita.

Papa Leone XIV e il “cantiere famiglia”: un invito da estendere anche alle case dei sacerdoti sposati

Città del Vaticano, 3 ottobre 2015. Veglia di preghiera delle Famiglie per il Sinodo, con Papa Francesco / SICILIANI

L’approfondita analisi pubblicata da Avvenire sul tema “Leone XIV e il cantiere famiglia: un cammino fuori dagli schemi tra Vangelo e società” delinea con chiarezza la visione del Pontefice riguardo alle dinamiche familiari contemporanee. La riflessione evidenzia l’urgenza di uno sguardo ecclesiale capace di superare i vecchi schemi rigidi e di porsi in ascolto delle trasformazioni sociali, valorizzando ogni testimonianza di amore, stabilità e fedeltà vissuta nel solco del Vangelo.

In questo percorso di rinnovamento e di apertura pastorale, la riflessione promossa dal Santo Padre si incrocia direttamente con l’esperienza vissuta dalle famiglie dei sacerdoti sposati.

Oltre gli schemi: la famiglia presbiterale come testimonianza evangelica

Se il “cantiere famiglia” delineato da Papa Leone XIV invita la Chiesa a riconoscere la grazia e la bellezza della vita domestica senza pregiudizi o preclusioni formali, appare naturale rivolgere un accorato appello affinché questo abbraccio si estenda ufficialmente anche alle famiglie dei presbiteri coniugati:

  • Una testimonianza viva nel quotidiano: Le case dei sacerdoti sposati rappresentano un punto di sintesi tra la vocazione al ministero ordinato e la concretezza della vita familiare, offrendo una testimonianza di fede, accoglienza e cura reciproca.

  • Un’autentica ricchezza per la comunità: Le spose e i figli dei sacerdoti non costituiscono un ostacolo al ministero, ma una presenza che arricchisce il tessuto parrocchiale, portando empatia, ascolto e prossimità verso le difficoltà delle altre famiglie.

Un passo di realismo pastorale per il bene comune

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con favore le sollecitazioni emerse dall’analisi di Avvenire e rinnova l’invito al Papa e agli Ordinari diocesani affinché le famiglie del clero coniugato vengano coinvolte pienamente nei percorsi di pastoralità familiare.

I sacerdoti sposati — uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie — insieme alle loro famiglie, sono pronti a mettere il proprio cammino a disposizione della Chiesa universale. Coinvolgere queste realtà nel “cantiere famiglia” rappresenta un atto di realismo pastorale e di trasparenza, capace di trasformare una presunta fragilità in una grande risorsa per la cura delle anime, la fraternità presbiterale e il bene comune dei fedeli.

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