Giornata mondiale contro l’epatite. L’Oms: oltre 285 milioni convivono con il virus

Sindh HIV outbreak raises healthcare concerns

Vaccini, test e terapie esistono, ma ogni anno la malattia provoca 1,3 milioni di morti nel mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità, in occasione dell’odierna giornata, chiede di abbattere le barriere all’accesso alle cure e rilancia l’obiettivo dell’eliminazione della malattia come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, proponendo cinque strategie d’azione concrete

Bianca Tombini – Città del Vaticano – Vatican News

“È uno scenario inaccettabile”. È quanto afferma l’Oms mettendo in evidenza i numeri legati ai decessi causati dall’epatite nel mondo. Una malattia che conta ogni anno quasi 2 milioni di nuove infezioni, con circa 1,3 milioni di morti. L’Oms ha diffuso pertanto una nota in cui richiama governi e sistemi sanitari a rafforzare gli interventi per contrastare la malattia. Secondo le stime infatti, nel 2024 oltre 285 milioni di persone convivevano con un’infezione cronica da virus dell’epatite B, che causa l’85% delle morti. Nonostante i progressi terapeutici, dal 2015 i decessi associati a questo virus sono aumentati del 17%, soprattutto a causa delle difficoltà nella diagnosi e nell’accesso ai trattamenti.

Lo stigma che impedisce l’accesso alle cure
“Epatite: sconfiggiamola”, è lo slogan scelto dall’organizzazione Onu per l’edizione del 28 luglio 2026: un invito ad abbattere lo scoglio che impedisce a milioni di persone di accedere a prevenzione, test diagnostici e cure, come vaccini efficaci e terapie a lungo termine. Gli ostacoli al percorso di guarigione non sono solo le disuguaglianze e le carenze nei sistemi sanitari, ma anche la scarsa consapevolezza e lo stigma che si accompagna a questo tipo di infezioni. L’epatite è un’infiammazione del fegato e ne esistono diverse varianti (A, B, C, D, E). Alcune forme sono acute e si risolvono in breve tempo, mentre altre possono cronicizzare portando a complicazioni letali. I virus B e C si trasmettono attraverso il contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, le epatiti A ed E si diffondono invece attraverso alimenti o acqua contaminati e risultano più frequenti nei Paesi con bassi standard igienico-sanitari.

Lo screening come strategia contro il cancro
L’Istituto superiore di sanità ribadisce oggi l’importanza della prevenzione: “Grazie a vaccinazioni, screening e terapie antivirali, la mortalità correlata alle epatiti si è ridotta rispetto a dieci anni fa, ma per debellare la piaga della malattia una volta per tutte è necessario individuare le infezioni ancora non diagnosticate”. Molte persone infatti convivono con il virus per anni senza sintomi e scoprono la malattia solo quando il danno al fegato è ormai avanzato. “È fondamentale – ricorda l’Iss – aderire ai programmi di screening ed eseguire almeno una volta nella vita il test per l’epatite, cogliendo ogni occasione di diagnosi precoce. Eliminare le epatiti significa prevenire cirrosi, tumori del fegato, ricoveri e morti evitabili. La lotta contro queste infezioni è a tutti gli effetti una strategia di prevenzione oncologica”.

Cinque azioni concrete entro il 2030
“Nessuno dovrebbe morire per una malattia che oggi può essere prevenuta, diagnosticata e, in molti casi, curata”, conclude l’agenzia delle Nazioni Unite. La campagna dell’Oms invita a tradurre le evidenze scientifiche in azioni concrete, con l’obiettivo di eliminare l’epatite come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.  L’agenzia individua in tal senso cinque priorità di azione: sfruttare gli strumenti già disponibili – vaccini diagnosi, trattamenti e terapie a lungo termine – garantendone un’applicazione su larga scala ed equa; mettere le persone e le comunità al centro delle politiche e dei programmi di contrasto; assicurare a tutti un accesso equo ai servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e cura; integrare l’assistenza per l’epatite nei sistemi di assistenza primaria e di copertura sanitaria universale; infine, sostenere ricerca e innovazione per trasformare le conoscenze scientifiche in interventi sempre più efficaci.

Medjugorje, grave atto vandalico al santuario mariano

Una folla di persone in preghiera al santuario di Medjugorje

L’ufficio parrocchiale invita alla preghiera, al perdono e al digiuno dopo che l’altare esterno della chiesa di San Giacomo è stato dato alle fiamme provocando ingenti danni. Imbrattata anche una statua della Vergine Maria. Gli spazi sono stati ripuliti e sono nuovamente idonei al culto, dice una nota del medesimo ufficio

Vatican News

Un grave atto vandalico è stato compiuto nella notte fra lunedì e martedì nel santuario di Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina. Una persona, non ancora identificata, ha cosparso di liquido infiammabile e dato fuoco all’altare esterno della parrocchia di San Giacomo provocando ingenti danni. Lo stesso ha poi imbrattato una statua della Madonna e vergato scritte offensive.

Pulizia e riparazione degli spazi imbrattati
In una dichiarazione l’Ufficio parrocchiale di Medjugorje informa di aver immediatamente iniziato le operazioni di pulizia e riparazione affinché tutti gli spazi siano nuovamente idonei alla preghiera. Il santuario rimane quindi aperto a tutti i pellegrini e l’invito ai fedeli è a rispondere a questo triste evento con la preghiera, il digiuno e il perdono: “Preghiamo per la conversione dei cuori di coloro che hanno commesso questo atto, affinché il Signore li tocchi con la Sua grazia e li guidi sulla via del bene”.

Testimoniare con la vita l’amore, il perdono, la speranza
La notizia dell’atto vandalico è stata appresa “con grande dispiacere”, dice ancora la nota, nella quale si ringraziano tutti coloro che lavorano contribuendo “a far sì che il santuario rimanga un luogo di incontro con Dio, un luogo di pace e un luogo dove la Beata Vergine Maria, Regina della Pace, sia onorata”. Oltre al digiuno e al perdono, l’ufficio parrocchiale invita poi a pregare “anche per la pace nei cuori di tutti”, perché “la Madonna ci chiama costantemente ad essere portatori di pace”. Così questo evento può addirittura “incoraggiarci a prendere ancora più seriamente il Suo appello: non rispondere al male con il male, ma testimoniare con la nostra vita l’amore, il perdono e la speranza”.

“Cantico di Pace” a Castel Gandolfo con il Papa, il 29 luglio in video dalle 21

Il maestro tenore Andrea Bocelli e i giovani e giovanissimi coristi del coro ABF Voices, che saranno protagonisgti dell'evento "Cantico di Pace" il 29 luglio a Castel Gandolfo

Vatican News trasmetterà sul portale e sul canale YouTube il video dell’incontro di preghiera e fraternità guidato da Papa Leone XIV nel Borgo Laudato sì, nei giardini delle Ville Pontificie, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation. La preghiera sarà accompagnata dalla voce di Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia

Vatican News

Mercoledì 29 Luglio, Vatican News trasmetterà alle 21 sul portale www.vaticannews.va e sul canale YouTube l’Incontro di preghiera e fraternità “Cantico di pace” guidato da Papa Leone XIV a Borgo Laudato sì a Castel Gandolfo, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation.A Castel Gandolfo, con il Papa, le voci per la pace di giovani coristi e di Bocelli
La sera del 29 luglio, nel Borgo Laudato si’, il Centro di Alta Formazione e la Fondazione creata dal grande tenore italiano promuovono “Cantico di pace”, un concerto e una …
La testimonianza del coro ABF Voices
L’evento è legato alle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi. La preghiera sarà accompagnata dalla voce del maestro Andrea Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia (Napoli Rione Sanità e Camerino). Ragazzi che portano con sé storie diverse, spesso segnate dalla guerra, dalla povertà o dalla sofferenza, ma che attraverso il canto, testimoniano come l’arte possa diventare un linguaggio universale di dialogo, speranza e riconciliazione.

Papi e l’Odissea: il viaggio come ricerca di senso

Ulisse nella grotta dio Polifemo, (di Jakob Jordaens, Museo Puskin)

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano – Vativan News

Leggere l’Odissea attraverso le riflessioni dei Papi offre una prospettiva sul mondo e sul senso dell’esistenza. Una premessa doverosa riguarda la parola εὐαγγέλιον (evangelium) che ha una lunga storia. Papa Benedetto XVI, nel 2012, in occasione dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sottolinea che questo termine “appare in Omero”, nell’Odissea: “è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo”.

L’Odissea e le domande fondamentali
Il viaggio di Ulisse si snoda, innanzitutto, tra le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? Nei poemi di Omero, si legge nell’enciclica Fides et Ratio di Papa Giovanni Paolo II, sono interrogativi che hanno “la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza”.

La ricerca di senso
L’invito che sostiene l’Odissea, fin dalle prime pagine, è quello di non fermarsi ad Itaca. Mettersi in viaggio diventa una fonte di conoscenza per inquadrare, attraverso il vissuto e l’esperienza, le varie sequenze della vita. Anche la ricerca della verità non deve essere una inerte attesa. Papa Paolo VI esprime questa sana inquietudine all’udienza generale del 7 dicembre del 1966, ponendo una domanda: “non è più grande Ulisse, teso a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore (Dante, Inf. 26), che la tranquilla Penelope?”.

Il valore del viaggio
Il destino dell’uomo non si costruisce nell’attesa che gli eventi prendano forma e sostanza. Papa Francesco, durante il viaggio apostolico in Grecia nel 2021, spiega che “il viaggio in un mare agitato, come insegna il grande racconto omerico, è spesso l’unica via”. Francesco, in occasione della visita al Parlamento ellenico il 6 dicembre del 2021, spiega che non si può restare fermi davanti agli snodi cruciali e alle intemperie della vita.  Nell’Odissea di Omero, ricorda poi il Pontefice argentino, il primo eroe che appare non è Ulisse ma un giovane. Si tratta di Telemaco, suo figlio: “non aveva conosciuto il padre ed è angosciato, sfiduciato perché non sa dov’è e nemmeno se esiste”.

Davanti a un bivio
Papa Francesco, continuando a tratteggiare il ritratto di Telemaco durante il viaggio apostolico in Grecia, spiega che “ci sono varie voci, tra cui quella della divinità, che lo esorta ad avere coraggio e partire”. “E lui fa così: si alza, sistema di nascosto la nave e di fretta, al sorgere del sole, va all’avventura”. La scelta di Telemaco non riguarda solo le trame dell’epica ma anche i passi delle nuove generazioni che cercano di costruire il futuro tra fatiche e incertezze. La decisione dell’unico figlio di Ulisse e Penelope è anche quella presa da tanti migranti che, in questo nostro tempo lacerato da tensioni e conflitti, proiettano i loro sogni oltre paure ed angosce.

La salvezza “sta in mare aperto”
Il racconto omerico è dunque una metafora dei viaggi di tanti Telemaco e Ulisse che hanno solcato i mari della storia e che continuano a navigare tra le sfide poste dal mondo contemporaneo. Francesco, saldando l’Odissea con la quotidianità, sottolinea che “il senso della vita non è restare sulla spiaggia aspettando che il vento porti novità”. La vita dell’uomo è protesa verso l’orizzonte. “La salvezza sta in mare aperto, sta nello slancio, nella ricerca, nell’inseguire i sogni, quelli veri, quelli ad occhi aperti, che comportano fatica, lotta, venti contrari, burrasche improvvise”.

Tra due mari
Ci sono frangenti della vita in cui passato e futuro sembrano quasi sovrapporsi ed occupare la stessa scena. Papa Francesco, incontrando nel 2023 i seminaristi delle diocesi della Calabria, torna al momento di spartiacque, immortalato nel racconto omerico, tra le peripezie del viaggio e il ritorno a casa. “Omero, nell’Odissea, narra che Ulisse, verso la fine del suo viaggio, approdò ad un lembo di terra da cui poté ammirare la bellezza di due mari”. In quella bellezza navigano i ricordi e i sogni dell’uomo: radici da preservare e frutti da raccogliere.

Tutta la nostra vita è un viaggio
Nell’esperienza del viaggio, soprattutto nella sua dinamica esistenziale, si può comprendere il senso più profondo della dimensione umana: “tutta la nostra vita – afferma Papa Leone XIV all’udienza generale del 31 dicembre 2025 – è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”. “Tutti siamo migranti”, pellegrini “in cammino verso la patria celeste”, e il senso del viaggio, sottolinea infine Papa Leone XIV durante il viaggio apostolico in Spagna, sta nel rendere il cammino “più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno”. Come Ulisse, l’uomo è chiamato a mettersi in cammino e ad affrontare le prove della vita.

Papa Leone XIV e il “cantiere famiglia”: un invito da estendere anche alle case dei sacerdoti sposati

Città del Vaticano, 3 ottobre 2015. Veglia di preghiera delle Famiglie per il Sinodo, con Papa Francesco / SICILIANI

L’approfondita analisi pubblicata da Avvenire sul tema “Leone XIV e il cantiere famiglia: un cammino fuori dagli schemi tra Vangelo e società” delinea con chiarezza la visione del Pontefice riguardo alle dinamiche familiari contemporanee. La riflessione evidenzia l’urgenza di uno sguardo ecclesiale capace di superare i vecchi schemi rigidi e di porsi in ascolto delle trasformazioni sociali, valorizzando ogni testimonianza di amore, stabilità e fedeltà vissuta nel solco del Vangelo.

In questo percorso di rinnovamento e di apertura pastorale, la riflessione promossa dal Santo Padre si incrocia direttamente con l’esperienza vissuta dalle famiglie dei sacerdoti sposati.

Oltre gli schemi: la famiglia presbiterale come testimonianza evangelica

Se il “cantiere famiglia” delineato da Papa Leone XIV invita la Chiesa a riconoscere la grazia e la bellezza della vita domestica senza pregiudizi o preclusioni formali, appare naturale rivolgere un accorato appello affinché questo abbraccio si estenda ufficialmente anche alle famiglie dei presbiteri coniugati:

  • Una testimonianza viva nel quotidiano: Le case dei sacerdoti sposati rappresentano un punto di sintesi tra la vocazione al ministero ordinato e la concretezza della vita familiare, offrendo una testimonianza di fede, accoglienza e cura reciproca.

  • Un’autentica ricchezza per la comunità: Le spose e i figli dei sacerdoti non costituiscono un ostacolo al ministero, ma una presenza che arricchisce il tessuto parrocchiale, portando empatia, ascolto e prossimità verso le difficoltà delle altre famiglie.

Un passo di realismo pastorale per il bene comune

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con favore le sollecitazioni emerse dall’analisi di Avvenire e rinnova l’invito al Papa e agli Ordinari diocesani affinché le famiglie del clero coniugato vengano coinvolte pienamente nei percorsi di pastoralità familiare.

I sacerdoti sposati — uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie — insieme alle loro famiglie, sono pronti a mettere il proprio cammino a disposizione della Chiesa universale. Coinvolgere queste realtà nel “cantiere famiglia” rappresenta un atto di realismo pastorale e di trasparenza, capace di trasformare una presunta fragilità in una grande risorsa per la cura delle anime, la fraternità presbiterale e il bene comune dei fedeli.

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Avvenire

Quando l’immediato futuro si riempie di interrogativi, sorge quasi spontaneo il desiderio di voltarsi indietro per aggrapparsi a un passato di sogni e speranze, ai simboli di un’epoca e di una spensieratezza giuliva, in cui l’edonismo cominciava a viaggiare a braccetto con il benessere. Era il tempo della Dolce Vita, emanata da Roma, dalle sue star e dalle sue bellezze. Un immaginario (per pochi o per molti, difficile quantificare) legato a un simbolo intramontabile, la Fiat 500, gioventù che sporge dal tetto aperto, a ritmo lento per le strade dell’Urbe, e quelle immagini alla Fontana di Trevi, “Marcello, come here! Hurry up!” immortalate nel tempo e celebrate dal cinema. Un mito che evoca nostalgia, un desiderio di spensieratezza oggi riproposto da Fiat con la 500 Dolcevita, ovviamente in chiave moderna, con l’intrigante versione scoperta ed esclusiva della 500, l’unica nel segmento delle piccole col fascino d’altri tempi, la struttura da cabrio e il tetto aperto verso il cielo azzurro o le stelle come la prima 500 lanciata nel 1957.
Non è una operazione nostalgia dichiarata, ma nasconde sentimenti forse lasciati da parte negli ultimi decenni e rispolverati da Fiat anche attraverso una indovinata operazione d’immagine (basti pensare ai messaggi lanciati da Gerry Scotti nel programma La Ruota della Fortuna di cui Fiat è partner, ma anche il videoclip con Rovazzi, Arisa e Nino D’Angelo).
Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita non è la piccola per tutti, anche se il brand in questo momento attraversa una fase di crescita e ricorda a gran voce di essere “La Fiat per tutti gli italiani”, ma è la piccola compatta e fashion che fa distinguere per esclusività, bellezza (la grande bellezza italiana…), per essere un oggetto fashion e come tale tra dotazioni e chicche tecnologiche deve distinguersi anche nel costo (listino 25.200 euro, in promo a 19.950 euro). Non a caso è proposta in due colori iconici, il bianco ghiaccio o il Celestial Blue, per esaltare lo stile italiano, la freschezza, l’azzurro del mare e del cielo. La capote è in tessuto di tela, un Blu inconfondibile, si apre elettricamente, le calotte degli specchietti sono cromate, i cerchi in lega diamantati, i fari full Led, all’interno la plancia dal disegno ellittico ha lo stesso colore della carrozzeria, i sedili in tessuto/vinile pied-de-poule con tanto di logo ricamato, c’è l’autoradio DAB da 10,25″, il climatizzatore automatico, il sensore pioggia e i sensori di parcheggio posteriori. Un piacere guidarla, agile e facile, pratica e fashion, con un buon livello di isolamento interno, interpreta al meglio quel desiderio di… evasione accompagnato da un messaggio che suona come un claim: “Più luce, il sole sulla pelle e il piacere di godersi ogni istante, questo è lo spirito di Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita: vivere con leggerezza e lasciarsi guidare dal momento”.
Tre porte, quattro posti (i due dietro non sono per giganti) e un bagagliaio che può arrivare a 440 litri (da 185 circa), una citycar racchiusa in 363 cm di lunghezza. Tecnicamente è proposta con il motore FireFly 1.0 Hybrid da 12V, un tre cilindri di ridotte vibrazioni, con 65 CV di potenza e coppia massima di 92 Nm, il cambio è manuale a 6 marce: efficienza e fluidità, consumo dichiarato 5,4 l/100 km con una velocità di punta che arriva a 150 km/h, buono l’assorbimento asperità offerto dalle sospensioni. Aspetti che si accodano a quello primario: stile ed esclusività, un’auto da esibire come un abito da grandi firme .

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Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: L’età dei doveri – Costituzione e solidarietà (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro – lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 – che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza – che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica – non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri.
La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri «ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco». La finalità del libro – che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana – è altrettanto esplicita: «Ridare luce all’occhio dei doveri» per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà.
Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E – per dirla con Violante – il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale.
Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché – scrive l’autrice con un’efficace immagine – i diritti non sono «appesi al cielo come stelle da collezionare» ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è «un punto su un foglio bianco» ma «un nodo da cui si dipartono fili» che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere «è sempre venuto prima del diritto», perché «il padre viene prima del figlio». Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché «se tutto è diritto, allora niente è diritto» e, di fronte a questa bulimia – ci ricorda Tripodina – la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale.
La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione – dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà – è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che – ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 – è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: «Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti»).
Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma – parole di Calamandrei – che i diritti di libertà non sono più «il recinto di filo spinato» entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma «la porta che gli consente di uscire dal suo giardino». È la libertà che si completa nella solidarietà.
La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui – denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona – l’ideologia consumista diventa «il nuovo cemento di una società atomizzata», i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama «inviolabilità senza solidarietà». Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono – per definizione – suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza.
Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una «babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili». È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava «la bassa marea della politica». Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra «dittatura della maggioranza» e «governo dei giudici» – suggerisce l’autrice – dobbiamo perseguire un modello democratico «collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti». E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come «l’istituzione repubblicana più importante»: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, «non è una nostalgia ma un’urgenza nuova» che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza.

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Avvenire

Sarà Mancini bis: come la promessa di una rivoluzione per il calcio italiano è diventata una restaurazione

Roberto Mancini

Avvenire

Tiri Mancini con ritorno al passato, l’Italia del calcio è un gambero azzurro. I tiri Mancini sono quelli che hanno portato al siluramento di Andrea Pirlo, reo di testimonianza remunerata del gioco d’azzardo (Ambassador della piattaforma russa Fonbet, da 48 ore illegale in Italia e quindi oscurata) e l’assunzione, tanto agognata dal Presidente della Figc Giovanni Malagò, del suo pupillo, Roberto Mancini. L’atto secondo dell’era Malagò, al primo «stavamo a scherzà», direbbe Alberto Sordi, si apre con il licenziamento in tronco voluto dallo stesso Presidente, con le dimissioni «senza polemiche», dice sempre il Presidente, del dt Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo, con l’apertura a un Mancini bis sulla panchina azzurra. Dopo settimane di parole chiave come «rinascimento del pallone italiano, nuova filiera del settore giovanile da ricostruire e valorizzazione del calcio di base», eccolo qua il nuovo che avanza, il caro vecchio Mancio pronto a riprendersi il suo posto e anche a ribadire, umilmente (viene da ridere) le scuse. Quelle per il suo “sgarbo” nazionale consumatosi nell’estate 2023. La rottura di Mancini con l’ex presidente della Figc Gravina e le dimissioni annunciate con una fredda pec spedita sotto il sole della Grecia a bordo del suo yacht. Un gesto da eterno genio ribelle del calcio nostrano che in quel momento storico si sentiva accerchiato e declassato (tagli al suo staff rimasto orfano del “gemello del gol” Gianluca Vialli) dopo che non aveva centrato la qualificazione ai Mondiali del 2022: eliminati dalla Macedonia del Nord. Ma anche quella eliminazione per Malagò fu più colpa di una Federazione vecchia e cattiva, perché per lui c’è un solo vincente in circolazione, il Mancini campione d’Europa, a sorpresa, a Euro2020 e il fantastico tecnico del record, 37 partite senza sconfitte alla guida della Nazionale (primato interrotto il 10 settembre 2021 contro il Portogallo). «Roberto è il miglior ct possibile», ribadisce un raggiante Malagò che cerca di scacciare via tutte le nubi del “caso Pirlo” per riabbracciare quello che per Fabio Capello rimane il “Mancio d’Arabia”, quindi non idoneo per il ritorno.
Quando Mancini disse addio alla Nazionale infatti andò a svernare a Riad da ct dell’Arabia Saudita. Missione lampo, finita dopo una sola stagione da “tackle nel deserto” sopportata solo dietro carovane di milioni di dollari (25 circa). Poi ultima spiaggia all’Al-Sadd Sports Club di Doha, per un altro ingaggio da sceicco di Jesi in Qatar (biennale da 10 milioni). Il figliol prodigo per tornare a Coverciano si è “accontentato” di 2 milioni a stagione, contratto fino al 2030. Ma non è tanto per gli 8 milioni che ha detto «sì»,ma perché quando Giovannino principe dell’Aniene, Circolo del generone romano di cui il “Mancio” è socio più che onorario, chiama, non si può che rispondere “èccome!”. Nel valzer dell’ipocrisia di queste ultime ore abbiamo assistito a uno spettacolo da incubo di una notte di mezza estate. Per nominare un allenatore di calcio, uno straccio di selezionatore, della Nazionale, si sono mossi anche i servizi segreti, e siccome siamo nella Repubblica fondata sul pallone si è rischiato di tornare alle urne. La nostra politica poi, quando scoppiano gli scandali del calcio non perde mai l’occasione di scendere subito in campo e lo invade con i suoi assist che sanno di comizi elettorali. I comizi contro Pirlo poi hanno rasentato il ridicolo e gettato del fango gratuito e ingiusto nei confronti di un campione che ha commesso un solo grave errore, secondo il codice da “Azzurro Vergogna” coniato da tempo immemore da Avvenire: prestare nome e volto a un’agenzia di scommesse che alimenta l’azzardo e le ludopatie giovanili. Tutto il resto è noia, discorso da bar sport, compreso il dibattito fantapolitico. «Ripartiamo da un progetto serio», ha invocato il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, ma è dura fare i seri quando anche la nomina di un tecnico diventa un affare di Stato.
Il nuovo corso Malagò sarebbe dovuto ripartire dalla scelta immediata condivisa e decisa di un ct con il quale avviare un progetto effettivo di rinnovamento. Invece si è iniziato a parlare di fare economia per non allargare la faglia del buco da 30 milioni di euro della Figc generato dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026. Perciò il “ripiego Pirlo” era dettato da ragioni meramente finanziarie, perché gli ingaggi necessari per mettere sotto contratto Mancini o Antonio Conte (il più amato dalla Lega di Serie A, che ora protesta) erano stati cassati alla voce “troppo esosi”. Poi però abbiamo scoperto che si poteva anche ingaggiare persino un mister di platino come Pep Guardiola. Un tiki-taka da 20 milioni l’anno per il Pep catalano e accordo fino al 2030. Roba da City Group, mica da Figc che piange miseria. Se Pirlo non fosse stato tradito dallo scommettificio russo (se fosse stata un’agenzia italiana o inglese saremmo arrivati a tanto?) la Figc se la sarebbe cavata con una spesa da 6 milioni complessivi in quattro anni, ma resta da capire se il nuovo piano di rilancio tecnico dell’Italia del pallone sia in mano a dei commercialisti o a gente che vive e che sa di calcio. Uno che ha vissuto in maniera specchiata in questo strano mondo del pallone e che sa anche tanto di calcio è sicuramente Claudio Ranieri. L’aggiustatore universale di Testaccio, classe 1951, è il nuovo direttore tecnico. Ranieri prende dunque il posto di Paolo Maldini che lasciando la Federcalcio ha detto solo: «Questi non vogliono il cambiamento». Almeno in questo, difficile non dargli ragione.

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Relazione con una quattordicenne dell’oratorio, sacerdote patteggia due anni

Relazione con una quattordicenne

la voce

Una pena di due anni di reclusione, sospesa a condizione che segua un percorso di recupero in una struttura specializzata nella prevenzione dei reati sessuali. Si è concluso con un patteggiamento davanti al Tribunale di Verbania il procedimento a carico di un sacerdote quarantenne, già viceparroco in una comunità dell’Aronese, sul Lago Maggiore.

La vicenda risale al 2023 e riguarda la relazione avuta dal religioso con una ragazza di 14 anni che frequentava l’oratorio. L’inchiesta era cominciata dopo la denuncia presentata dai familiari della minorenne, ai quali la giovane aveva raccontato quanto sarebbe accaduto. La ragazza si era confidata anche con un istruttore, riferendo l’esistenza del rapporto con il sacerdote.

Dopo le prime dichiarazioni, però, la quattordicenne aveva cambiato versione, arrivando a negare quanto raccontato in precedenza. Una ritrattazione che aveva reso più difficile il lavoro degli inquirenti, chiamati a verificare un’accusa delicata senza poter contare su una testimonianza rimasta lineare nel corso del procedimento.

Nel frattempo, quando i sospetti erano emersi all’interno della famiglia, il sacerdote aveva lasciato il proprio incarico nella comunità. La Diocesi di Novara aveva comunicato che il religioso avrebbe trascorso un periodo di riposo, studio e ricerca spirituale, senza entrare nei dettagli dell’indagine penale.

La svolta è arrivata dall’esame del fascicolo compiuto dal giudice per le indagini preliminari di Verbania. Il Gip ha analizzato le chat scambiate tra il sacerdote e la minorenne, individuando conversazioni considerate compatibili con l’esistenza di incontri di natura intima.

I messaggi hanno assunto un peso decisivo proprio a causa della ritrattazione della ragazza. Di fronte ai riscontri digitali, il giudice ha disposto l’imputazione coatta per atti sessuali con minore di sedici anni, ritenendo che gli elementi raccolti dovessero essere sottoposti alla valutazione di un tribunale.

La difesa ha quindi scelto la strada del patteggiamento. La pena è stata concordata in due anni, con il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità. Il giudice ha concesso la sospensione, subordinandola però all’obbligo di seguire un trattamento terapeutico presso un ente specializzato.

Il patteggiamento chiude il procedimento senza arrivare a un dibattimento pubblico nel quale ricostruire testimonianza dopo testimonianza l’intera vicenda. Non rappresenta formalmente una confessione, ma comporta l’applicazione di una pena concordata tra difesa e Procura e successivamente valutata dal giudice.

Il caso riporta l’attenzione sulla protezione dei ragazzi negli ambienti educativi e religiosi. Un oratorio è un luogo fondato sulla fiducia delle famiglie e sul rapporto diretto tra adulti e minorenni. Quando quella fiducia viene messa in discussione, la questione non riguarda soltanto la responsabilità individuale, ma anche la capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali di rischio e intervenire tempestivamente.

Particolarmente delicato è il tema della ritrattazione. Nei procedimenti che coinvolgono minorenni, un cambiamento nel racconto non può essere interpretato automaticamente né come prova della falsità dell’accusa né come conferma dei fatti. Paura, vergogna, legami affettivi, pressione dell’ambiente e timore delle conseguenze possono incidere sulle dichiarazioni di una ragazza adolescente. Per questo gli investigatori devono cercare riscontri esterni e indipendenti.

Nel procedimento di Verbania quei riscontri sono stati individuati nelle comunicazioni digitali. Telefoni, applicazioni di messaggistica e social network possono conservare appuntamenti, richieste, fotografie e frammenti di conversazioni capaci di ricostruire rapporti che, altrimenti, resterebbero affidati soltanto alle versioni contrapposte delle persone coinvolte.

Non è la prima volta che un’inchiesta riguardante un sacerdote e un minorenne raggiunge le aule giudiziarie piemontesi. Negli anni sono stati aperti procedimenti anche nel Torinese, nel Vercellese e nel Cuneese, con vicende ed esiti differenti. Alcuni si sono conclusi con condanne o patteggiamenti, altri con assoluzioni o archiviazioni. Ogni caso deve essere valutato separatamente, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.

Resta però un punto che va oltre il singolo fascicolo: nelle comunità in cui un adulto esercita autorità morale, educativa o religiosa, la tutela dei minorenni non può essere affidata soltanto alla fiducia personale. Servono regole chiare, formazione degli educatori, canali di segnalazione accessibili e interventi immediati quando emergono comportamenti sospetti.

Nella vicenda dell’Aronese, il primo racconto della ragazza sembrava essersi indebolito con la successiva ritrattazione. A cambiare il corso dell’indagine sono state le parole rimaste archiviate nei telefoni. La testimonianza era cambiata. Le chat, invece, erano ancora lì.

I principali candidati alla nomina a Cardinali del Papa Leone XIV

Anche il prossimo papa sarà straniero? • Neodemos

Il card. Michael Czerny S.I., Prefetto emerito del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha compiuto ottant’anni sabato 18 luglio, festeggiando il suo compleanno in Africa.

Con il raggiungimento di questo traguardo, non è più un Cardinale elettore, riducendo così il numero dei Cardinali con diritto di voto a 116. Al momento del Conclave del 2025, i Cardinali elettori erano 136, di cui 133 hanno espresso il proprio voto.

Il numero dei Cardinali elettori è stabilito nella costituzione apostolica Romano Pontifici eligendo circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice di San Paolo VI (1975). La costituzione apostolica stabilisce che «il massimo numero dei Cardinali elettori non deve superare i 120», e San Giovanni Paolo II ha mantenuto questa disposizione nella costituzione apostolica Universi dominici gregis circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice (1996). In pratica, tuttavia, San Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno tutti superato il numero previsto, consentendo che il numero dei Cardinali con diritto di voto salisse oltre i centoventi.

Con la riduzione del numero dei Cardinali elettori, nelle ultime settimane si sono susseguite voci secondo cui entro la fine dell’anno si terrà un Concistoro ordinario per la creazione di nuovi Cardinali. Ulteriori ipotesi suggeriscono che tale Concistoro ordinario potrebbe essere annunciato dopo il soggiorno estivo di Papa Leone XIV a Castel Gandolfo, che dovrebbe concludersi lunedì 27 luglio, oppure essere programmato tra il viaggio apostolico in Francia e quello in Sudamerica.

Se Papa Leone XIV decidesse di nominare nuovi Cardinali semplicemente per sostituire quelli che raggiungeranno l’età pensionabile nel corso del prossimo anno, il Concistoro ordinario sarebbe molto probabilmente di dimensioni relativamente ridotte, con forse meno di dieci nuovi Cardinali. Se, invece, la sua intenzione fosse quella di plasmare il Collegio cardinalizio in vista di un futuro a lungo termine, il Concistoro ordinario potrebbe essere notevolmente più ampio. A titolo di confronto, nel suo ultimo Concistoro ordinario del dicembre 2024, papa Francesco ha nominato ventun nuovi Cardinali.

Ma se quest’anno dovesse tenersi un Concistoro ordinario, chi ha più probabilità di ricevere la berretta rossa?

Il punto di partenza più ovvio è la Curia Romana. Mons. Filippo Iannone O.Carm., attualmente Prefetto del Dicastero per i vescovi, dovrebbe ricevere la berretta rossa. Dopo essere stato scavalcato da papa Francesco in occasione della nomina a Prefetto del Dicastero per i testi legislativi, la carica di prefetto del Dicastero per i vescovi è stata tradizionalmente accompagnata dal Cardinalato. Lo stesso Papa Leone XIV ha ricoperto la carica di Prefetto dal gennaio 2023 fino alla sua elezione al soglio pontificio ed è stato creato Cardinale nel settembre dello stesso anno.

Mons. Luis Marín de San Martín O.S.A., Elemosiniere di Sua Santità e capo del Dicastero per il servizio della carità, è un altro nome che ricorre spesso. Sebbene la carica di Elemosiniere di Sua Santità non sia automaticamente legata al Cardinalato, la sua lunga amicizia agostiniana con Papa Leone XIV rende realistica questa prospettiva. I due hanno lavorato a stretto contatto a Roma quando padre Robert Francis Prevost O.S.A. era Priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino e si conoscono da tre decenni. Esiste inoltre un parallelo con la nomina del card. Konrad Krajewski precedente Elemosiniere di Sua Santità, che era strettamente legato a papa Francesco.

Diversi incarichi di alto livello nella Curia Romana sono ricoperti da Prefetti che hanno già superato la consueta età pensionabile, tra cui il card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per l’unità dei cristiani, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e il card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle cause dei santi.

Ciò fa supporre che Papa Leone XIV possa nominare un nuovo Prefetto per uno di questi Dicasteri prima di annunciare il suo primo gruppo di Cardinali, con il funzionario appena nominato che figurerebbe poi nell’elenco del Concistoro ordinario.

Il successore del card. Kurt Koch come Prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani è oggetto di particolare interesse. Fonti vaticane hanno indicato al sito AdVaticanum che mons. Erik Varden O.C.S.O., Vescovo Prelato di Trondheim in Norvegia ed ex Abate della Mount Saint Bernard’s Abbey di Coalville nel Regno Unito, ha ottime possibilità di essere scelto. Ha lasciato un’impressione notevole quando ha predicato gli esercizi spirituali quaresimali annuali per Papa Leone XIV e la Curia Romana. Mons. Varden vanta inoltre una notevole esperienza nel campo dell’unità dei Cristiani, in particolare con le Chiese orientali, il che lo rende la scelta naturale per la missione del Dicastero.

Passando alla categoria più realistica, ma al contempo più difficile da prevedere, vi sono le sedi cardinalizie tradizionali. Vale la pena notare che quando un Cardinale si dimette da una sede diocesana ma rimane in età di voto, il suo successore non viene solitamente creato Cardinale fino a quando il predecessore non compie ottant’anni.

Nel mondo anglofono, mons. Charles Philip Richard Moth, Arcivescovo metropolita di Westminster, nominato nel dicembre 2025 e insediato nel febbraio 2026, riceverà probabilmente la berretta rossa. Vi è, tuttavia, un’importante precisazione.

Il card. Vincent Gerard Nichols, che ha ricoperto la carica dal 2009 al 2025, ha compiuto ottant’anni nel novembre 2025 ed è ora Cardinale emerito senza diritto di voto. Ogni Arcivescovo metropolita di Westminster, sin dal ripristino della gerarchia, è stato creato Cardinale. Mons. George Basil Hume O.S.B., nominato il 9 febbraio 1976, ricevette la berretta rossa da San Paolo VI il 24 maggio 1976, circa tre mesi e mezzo dopo, proprio nel Concistoro ordinario successivo. Analogamente, mons. Cormac Murphy-O’Connor, nominato il 15 febbraio 2000 e insediato il mese successivo, fu elevato da San Giovanni Paolo II il 21 febbraio 2001, quasi esattamente un anno dopo la sua nomina e in occasione del primo Concistoro ordinario tenutosi dopo il suo insediamento.

Lo stesso mons. Vincent Gerard Nichols, tuttavia, ha atteso quasi cinque anni. Nominato nell’aprile 2009, fu scavalcato nei Concistori ordinari di Papa Benedetto XVI del 2010 e del 2012, prima che papa Francesco lo creasse Cardinale nel febbraio 2014.

In sintesi, mons. George Basil Hume fu creato Cardinale quasi immediatamente, mons. Cormac Murphy-O’Connor al primo Concistoro ordinario disponibile, mentre mons. Vincent Gerard Nichols solo dopo un intervallo notevolmente più lungo che abbracciò due Concistori ordinari intermedi. Non è chiaro se il ritardo di mons. Nichols rifletta una circostanza particolare o un temporaneo cambiamento di atteggiamento nei confronti della sede. Ciò che la storia dimostra è che l’Arcivescovo metropolita di Westminster, senza eccezioni dal ripristino della gerarchia, è stato alla fine nominato Cardinale, secondo lo schema tradizionale che prevede l’elevazione al primo o al secondo Concistoro ordinario successivo alla nomina. Se mons. Charles Philip Richard Moth seguirà questo calendario più rapido spetta, ovviamente, esclusivamente a Papa Leone XIV decidere. I dati storici suggeriscono semplicemente che il prossimo Concistoro ordinario sia il momento in cui ci si aspetterebbe normalmente tale elevazione.

Il nome successivo probabilmente sorprenderà molti lettori e rappresenta una sorta di colpo di scena. Tuttavia, mentre la Chiesa continua a crescere e il suo baricentro si sposta verso l’Asia, le ragioni a favore di mondo. Mons. Peter Chung Soon-taeck O.C.D., Arcivescovo metropolita di Seul, diventano sempre più convincenti. È succeduto al card. Andrew Yeom Soo-jung come Arcivescovo metropolita di Seul nel 2021, ma è stato scavalcato nel Concistoro ordinario del 2024.

Mons. Peter Chung Soon-taeck ha già ottimi contatti a Roma, avendo precedentemente ricoperto la carica di Definitore generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Ancora più determinanti sono i suoi legami personali con il Santo Padre e il fatto che sia il principale organizzatore della 41ª Giornata mondiale della gioventù del 2027 a Seul. È stato fortemente coinvolto nei preparativi per l’evento, che sarà di fatto la «sua» Giornata mondiale della gioventù. Con la Corea del Sud che ospita ancora una volta un importante raduno internazionale, sarebbe naturale che Papa Leone XIV reinserisse Seul nel Collegio cardinalizio e vedesse il suo Arcivescovo metropolita indossare la berretta rossa.

Un altro candidato ovvio è mons. Josef Grünwidl, che è succeduto al card. Christoph Schönborn O.P. come Arcivescovo metropolita di Vienna. Egli rappresenta un altro classico esempio di sede cardinalizia europea tradizionale in attesa della prossima berretta rossa. Nominato da Papa Leone XIV il 17 ottobre 2025 e insediato il 24 gennaio 2026, mons. Grünwidl guidava già l’Arcidiocesi di Vienna in qualità di Amministratore apostolico sin dal pensionamento del card. Schönborn nel gennaio 2025. Figlio della Chiesa viennese, è stato ordinato dal card. Franz König, ha ricoperto il ruolo di segretario personale del card. Schönborn a metà degli anni Novanta, ha poi ricoperto diversi importanti incarichi pastorali, ha presieduto il consiglio presbiteriale ed è diventato Vicario episcopale per il Vicariato meridionale.

Ciò che rende la sua candidatura particolarmente interessante è la combinazione di profonde radici locali e uno stile volutamente sobrio. Mons. Josef Grünwidl ha esitato più volte prima di accettare la nomina, spiegando di ritenere che Dio desiderasse la disponibilità piuttosto che la perfezione.

Il fatto che riceva o meno la berretta rossa nel prossimo Concistoro ordinario dipenderà da quanto fortemente Papa Leone XIV desideri riaffermare il posto di Vienna nel Collegio cardinalizio. Storicamente, gli Arcivescovi metropoliti di Vienna sono stati elevati relativamente in fretta dopo la loro nomina. Molti lo considerano quindi uno dei nomi europei più papabili che potrebbero comparire in una prima lista di nuovi Cardinali.

Un fattore significativo, tuttavia, è il numero dei Cardinali elettori italiani, che è diminuito drasticamente durante il pontificato di papa Francesco. Ventotto italiani entrarono nel Conclave che lo elesse nel 2013, rappresentando quasi un quarto dell’intero elettorato.

Anche dopo tale riequilibrio, tuttavia, l’Italia rimane il Paese con il maggior numero di Cardinali elettori.

Due sedi italiane che tradizionalmente hanno rivestito la berretta rossa sono attualmente prive di rappresentanza nel Collegio cardinalizio: l’Arcidiocesi di Genova, dove mons. Marco Tasca O.F.M.Conv. è succeduto al card. Angelo Bagnasco, e l’Arcidiocesi di Firenze, dove mons. Gherardo Gambelli è succeduto al card. Giuseppe Betori.

Un’altra possibilità intrigante è rappresentata da mons. Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano. Nato nel 1951, raggiungerà l’età pensionabile di settantacinque anni il 29 luglio di quest’anno. Egli ha tuttavia confermato alla stampa italiana che Papa Leone XIV ha fatto sapere che non accetterà immediatamente le sue dimissioni, e mons. Delpini si aspetta quindi di rimanere in carica almeno per il prossimo anno pastorale. Nominarlo Cardinale sarebbe un chiaro gesto di buona volontà nei confronti di una delle sedi vescovili più importanti d’Italia. In tale scenario, secondo la prassi, il suo successore non verrebbe nominato fino a quando mons. Delpini non perdesse definitivamente il diritto di voto all’età di ottant’anni.

Che uno, due o addirittura tre di questi italiani compaiano nell’elenco di un prossimo Concistoro ordinario dipenderà da quanto Papa Leone XIV intenda discostarsi dal modello di internazionalizzazione stabilito dal suo predecessore. Con il numero dei Cardinali elettori già pari a 116 e molte altre sedi cardinalizie che avanzano le proprie richieste, sembra improbabile che ogni importante vacanza italiana venga coperta immediatamente. Come modesto segno di continuità e di unità con la Chiesa italiana, tuttavia, la nomina di almeno un nuovo Cardinale elettore italiano non sarebbe sorprendente.

Detto questo, l’usanza di attendere che un Cardinale in pensione raggiunga l’età di ottant’anni prima di elevare il suo successore non è una regola assoluta ed è già stata disattesa in passato.

San Giovanni Paolo II creò Cardinale mons. Péter Erdő, Arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest, il 21 ottobre 2003, sebbene il card. László Pacilfik Paskai O.F.M., suo immediato predecessore, si fosse dimesso solo l’anno precedente e avesse ancora solo settantasei anni, il che significava che rimaneva Cardinale elettore. Il card. Paskai mantenne il diritto di voto fino al maggio 2007 ed entrambi parteciparono al Conclave del 2005.

Si trattò, tuttavia, di una chiara eccezione alla prassi abituale di evitare che due Cardinali in età di voto fossero legati alla stessa sede residenziale.

Per ora, la possibilità di un Concistoro ordinario in cui vengano creati dei Cardinali rimane ipotetica. Tuttavia, poiché il numero dei Cardinali con diritto di voto continua a diminuire, la probabilità che se ne tenga uno aumenta. Mentre papa Francesco si è dimostrato in qualche modo imprevedibile nella scelta dei Cardinali, Papa Leone XIV si è finora dimostrato generalmente più convenzionale nelle sue decisioni pontifice, il che fa supporre che la sua scelta dei Cardinali possa a sua volta essere più prevedibile.

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