I preti operai: “uomini di frontiera” in fabbrica

Don Gino Piccio

L’esperienza dei preti operai è stata molto importante per la Chiesa e per la società. All’epoca “Chiesa in uscita” si diceva “uomini di frontiera”, come erano quei sacerdoti.

Per parlare dei preti operai ricordo due figure, don Gianni Fornero, sacerdote della Diocesi di Torino, e don Gino Piccio, sacerdote della Diocesi di Casale Monferrato.

Preteoperaio in fabbricamilitante sindacalefondatore della Gioc (Gioventù Operaia Cattolica)don Gianni Fornero ha saputo portare a compimento un percorso iniziato con le esperienze dei cappellani del lavoro e dei preti operai, frutto delle aperture del Concilio e della volontà di stabilire un rapporto nuovo tra la Chiesa e mondi che sembravano lontani. Attraverso la maturazione di un’attenzione straordinaria per i giovani lavoratori, il suo itinerario si è poi sviluppato ulteriormente con responsabilità sia a livello nazionale che internazionale, in cui ha trasferito questa sua sensibilità e profuso il suo grande carisma. L’impegno di don Fornero nella Pastorale sociale e del lavoro è diventato un modello di riferimento che continua anche dopo la sua morte, avvenuta il 4 giugno 2004.

Don Gianni Fornero

Don Carlo Carlevaris lo ricordava con queste parole: “Nella vita ci sono momenti, incontri, percezioni nuove che cambiano i programmi preparati da tempo, le strade intraprese, i contesti sociali in cui si è vissuti sino a quel momento. Anche i sogni prendono altre colorazioni. La vita può cambiare anche radicalmente. Ad un piccolo gruppo di seminaristi, alla vigilia della ordinazione sacerdotale, arriva un messaggio, un invito, una sfida: ‘Diventare preti di un mondo, di una società che non conoscete. Lì dobbiamo annunciare il Vangelo… spezzando il loro pane, facendo il loro lavoro, assumendo quanto di vitale, di fatica, di incertezze è proprio della loro condizione, condividendo il sogno di una società alternativa, offrendo una dimensione spirituale a loro accessibile e una realtà di Chiesa in cui ci sia posto anche per loro. Dove possiate incontrare il Cristo della bottega di Nazareth e i sogni di una società nuova in cui il Cristo è presente con abbigliamenti inconsueti, atteggiamenti e attitudini della gente comune, con questo popolo di operai, di lavoratori che guardano il cielo dal fumo e nel rumore assordante delle macchine’. Nel 1967 questa proposta giunse ad una decina di seminaristi a pochi anni dalla ordinazione”. Proseguiva don Carlevaris: “Gianni Fornero, con alcuni altri, accettò con entusiasmo questo invito, quella sfida. Fu così che la prospettiva della sua vita cambiò radicalmente. Questa squadra di giovani seminaristi-operai si immerse in quel progetto dopo che aveva ottenuto da Padre Pellegrino il suo assenso e la sua partecipazione. Alcuni di loro furono con me i primi preti-operai. Da loro, da Gianni, Silvio, Silvano, Giacomo, Gianni Gili, Beppe, Felice, Tom, nacquero la Missione Operaia, la Gioc, il Progetto Comune, i Cmo (credenti adulti), con padre Pellegrino che ci seguiva e consultava. Così si realizzava il nostro sogno di annunciare il Vangelo, di evangelizzazione della classe operaia. Così pensavamo di realizzare un’esperienza di una Chiesa in cui la classe operaia trovasse il suo posto. Abbiamo vissuto questo tempo”.

Don Gino Piccio, mandato a lavorare nei campi dai modesti genitori già all’età di 14 anni, ha sempre considerato il lavoro manuale un modo per avvicinare le persone nei momenti più veri della loro esistenza. Pur ordinato prete, alla fine degli anni ’40 fa il bracciante agricolo ed il consigliere spirituale tra le mondine del Vercellese. Nel 1966, ispirato dai dibattiti che seguirono il Concilio Vaticano II, ottiene (terzo prete in Italia dopo Bruno Borghi e Sino Politi) dal vescovo Angrisani il permesso di lavorare in una piccola fabbrica del Casalese, dove rimane per sei anni.

Don Gino lascia già alla metà degli anni ’60 la parrocchia per la scelta della fabbrica, come prete operaio, e va ad abitare in una casa popolare di via Rosselli, dove si sposta anche il gruppo di amici che si riunivano allora nella sacrestia della parrocchia di S. Stefano. Il Vaticano II aveva riaperto la possibilità per i preti di accedere al lavoro ed aveva esortato la Chiesa ad essere povera e per i poveri. Dopo sei anni di fabbrica intraprende, di sua iniziativa, un giro a piedi, senza nulla portare con sé, per visitare tutti i preti delle parrocchie della diocesi e interrogarsi con loro sulla possibilità di una presenza nuova tra la gente, spinto, ancor prima che dal Concilio, dal detto evangelico: “Gesù mandò i dodici in missione dopo aver dato loro queste istruzioni… Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente. Non procuratevi monete d’oro o d’argento o di rame da portare con voi. Non prendete borse per viaggio, né un vestito di ricambio, né sandali, né bastone…” (Matteo 10, 5-10; Marco 6,7-13; Luca 9, 1-6). Don Gino propone di regalare ogni bene ai poveri, di non prendere soldi per le attività sacerdotali ed infine di andare a lavorare insieme con la gente. I parroci e il vescovo sono interessati ma perplessi nel mettere in pratica le proposte radicali di questo “prete viandante”, benché non ne impediscano il cammino. Alcuni lo considerano matto, come capita spesso a chi vuole realizzare il Vangelo in modo pieno. Altri lo ospitano per tentare l’esperienza nuova, ottenendo qualche frutto. Egli ritorna saltuariamente in via Rosselli per stare coi giovani. Il gruppo continua a riunirsi. Le aggregazioni di giovani e adulti, attorno ai primi, si moltiplicano ed agiscono sia parallelamente sia secondo la propria specificità. Discussioni, incontri, campi di lavoro, visite al carcere, interventi nei vari settori di vita familiare, scolastico, professionale, sindacale, politico, nel campo della solidarietà e della cooperazione con il Sud del mondo e tante altre iniziative non cessano di impegnarli.

in Vita Casalese

L’esperienza dei preti operai non deve essere dimenticata e ci deve stimolare ad essere veramente una Chiesa in uscita.

Pastorale sociale e del lavoro diocesi di Casale Monferrato

Nelle carceri ci sono 18mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili

Nelle carceri ci sono 18mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili

Continua a crescere il numero dei detenuti nelle carceri italiane. Con la carenza ormai “patologica” del personale di vigilanza e degli educatori, l’aumento costante degli ospiti rende ancora più pesanti le condizioni di vita dietro le sbarre, destinate a peggiore ulteriormente con l’arrivo dell’estate. Al 31 maggio i reclusi erano 64.741 (49.323 dei quali condannati in via definitiva e 20.350 stranieri), ovvero 329 in più rispetto ad aprile. L’incremento medio mensile delle presenze nei 189 istituti penali si attesta ormai intorno a questa cifra considerando che, al 31 dicembre del 2025, il ministero della Giustizia ne aveva registrate 63.499. In cinque mesi, dunque, le persone “al gabbio” sono aumentate di 1.342 unità, per via soprattutto dei reati introdotti dall’inizio della legislatura nell’ordinamento, attraverso decreti sicurezza e disegni di legge (57 nuove fattispecie e oltre 60 aggravanti).
Il sovraffollamento è ancora più grave se si considera che la capienza regolamentare è di 51.269 posti e quella effettiva di circa 46.300 (a causa di ristrutturazioni o indisponibilità di spazi per ragioni tecniche). Sarebbero 18.441, quindi, i ristretti presenti oltre le capacità ricettive reali delle strutture penitenziarie. Nel giugno del 2025 il tasso di sovraffollamento era del 134% oggi supera il 139% con 73 carceri dove si va oltre il 150%. Dal primo gennaio scorso i suicidi sono stati 27, l’ultimo dei quali il 2 giugno nella casa circondariale di Capanne a Perugia, dove un detenuto italiano di 30 anni si è tolto la vita impiccandosi appena rientrato in cella dopo un colloquio video con la madre. Allarme sovraffollamento nelle carceri di Roma e del Lazio. I casi più critici riguardano Rebibbia con 443 reclusi oltre il limite, e Regina Coeli, che supera la capienza regolare di 376 persone. Nei 14 istituti della regione risultano in tutto 6.917 ristretti, ma i posti sono 5.316 (1.601 i detenuti in più). E aumentano le tensioni. Un recluso minorenne ospitato nel Centro di prima accoglienza della Capitale è evaso dal Policlinico Umberto I nel quale era stato ricoverato a seguito di un tentativo di suicidio. Nella Casa circondariale di Viterbo una guardia è stata aggredita da un detenuto e ha riportato lesioni guaribili in un mese, come denuncia Massimo Costantino, segretario generale Fns Cisl Lazio.
La Lombardia è l’altra regione dove il sovraffollamento risulta più pesante: in 18 penitenziari sono allocati 8.939 detenuti su una capienza ufficiale di 6.149 posti. Tre gli istituti più intasati, Brescia Canton Mombello (con 377 detenuti anziché i previsti 182), Busto Arsizio (446 su un massimo consentito di 240) e Milano San Vittore (1.106 sui 748 che ne può contenere). «Nulla è cambiato in questi anni nel nostro Paese e nulla si risolverà se non si prendono misure eccezionali di tipo deflattivo – osserva Luigi Pagano, garante dei detenuti della città di Milano, già direttore di San Vittore –; i meccanismi giuridici ci sono ma bisogna applicarli, non dovrebbero entrare in carcere i condannati a pene basse, chi ha compiuto piccoli reati e può essere sottoposto a misure alternative, il fatto è che nella rete della giustizia spesso finiscono tossicodipendenti, immigrati, persone indigenti e senza dimora, minori stranieri non accompagnati, ovvero soggetti fragili che difficilmente riescono a uscire dal sistema punitivo. Manca un progetto complessivo conforme alla legge e ci si limita alla gestione del quotidiano, noi garanti non possiamo fare altro che denunciare quello che avviene dietro le sbarre, le decisioni vanno prese dalla politica». La Campania è l’altra realtà regionale più critica: nel carcere di Carinola, a Caserta, dove sono ristretti in 527, c’è stato un tentativo di rivolta, un poliziotto è stato colpito con un pugno al volto e alcuni detenuti sono saliti per sul tetto per inscenare una protesta. La situazione è tornata alla normalità dopo qualche ora anche per l’intervento di mediazione del direttore dell’istituto. «Continueremo a sensibilizzare i vertici regionali e nazionali affinché il sistema penitenziario venga alleggerito prima che si arrivi a un punto di non ritorno», afferma il segretario dell’Osapp Campania, Vincenzo Palmieri.
Avvenire

Promessi Sposi

Promessi Sposi

Avvenire

Torno dopo tantissimi anni ai Promessi Sposi. Stupito mi lascio portare all’interno di un miracolo letterario. Ogni capitolo mi apre riflessioni, pensieri, possibilità di commento: preghiere, ogni personaggio è complesso, affascinante. Riaffiorano vaghi ricordi delle scuole superiori, mi sembra ancora di sentire la voce della mia professoressa di lettere, primissimi anni Novanta, scuola tecnica, che ci chiedeva di dividere in sequenze il capitolo. Me lo ricordo bene: macro e micro. Ne usciva un testo spezzettato, frantumato, scene cinematografiche. Son passati quasi quarant’anni e il testo che viene a prendermi oggi è intero: un pezzo unico, sono io a essermi frammentato, nel frattempo, in tante vite, in tante scelte, sono io ad aver interpretato più ruoli, ad aver amato, sbagliato, ad aver fatto i conti con l’arroganza del potere subita e su quella agita, ad aver vissuto, insomma, tra promesse e delusioni tenute insieme della Divina Provvidenza. Leggere il testo immortale del Manzoni mi regala Speranza.
Le città e i paesi del ramo del lago di Como, i tumulti e i sotterfugi, le guerre e le conversioni, i poveri e i ricchi, e la politica così diversa e così uguale a oggi, insomma tutto quel narrare, tutta quella fede, tutta quella bellezza, sono un regalo. Nessuna città è così bassa da non poter essere visitata da Dio. Ogni città, ogni cuore, può schiudersi all’Alto. Ma c’è un’altra cosa che mi accade e che mi fa pensare, molto. Un uomo che ricordavo legato solo al suo timoroso rifiuto: don Abbondio. Relegato sempre, nella mia testa, all’incontro con i bravi, non ricordavo il suo apparire nei capitoli successivi. Soprattutto nel ventitreesimo. Il maestoso racconto della conversione dell’innominato. Chiedo perdono alla mia professoressa delle superiori: non ricordavo alcune sequenze (fondamentali)!
Quelle appena seguenti l’incontro con il cardinal Federigo. L’innominato è convertito e don Abbondio lo sta accompagnando da Lucia, a cavallo, e intanto pensa. E quello che pensa è per me un colpo al cuore perché sono le stesse cose su cui stavo riflettendo io qualche paragrafo prima. Don Abbondio esce dal testo e si siede nel mio essere più profondo per ricordarmi che c’è un Abbondio in me, per dirmi che ogni volta che ragiono come lui io contribuisco a mantenere piccole e basse le città.
Che come lui posso arrivare a occludere il flusso della misericordia. A oscurare il volto di Dio. Non dice niente di terribile don Abbondio, provate a rileggere il brano, ma quello che dice (Manzoni è inarrivabile) ha il potere di sabotare la vita. Don Abbondio ha paura, certo, ma una paura che non fa altro che richiamarlo ad una presunta meritata tranquillità. Il Manzoni lo tratteggia esplicitamente come il figlio maggiore della parabola evangelica, don Abbondio si sente l’ubbidiente incompreso, quello che non ha mai dato fastidio.
L’autore esplicita anche i suoi pensieri. Dubbiosi rispetto alla conversione del malvivente e alla rapidità di tale scelta. Pensieri da vittima sacrificale che si sente costretto a correre rischi che non vuole, pensieri che cercano la colpevole (Perpetua), pensieri che giudicano gli atteggiamenti dell’innominato, pensieri che credono di sapere e di vedere una verità che l’ingenuità del cardinale ignora, pensieri per la sua incolumità (la paura di cader da cavallo). Pensieri contro “i santi” e contro “i birboni” che non si accontentano di una vita nascosta e umile (come la sua) ma che vivono sempre sopra le righe, nel bene e nel male. Che mettono il mondo sottosopra con il male e ora lo mettono sottosopra con la (presunta) conversione. Parole, quelle di don Abbondio che sembrano addirittura “giuste”: la penitenza si fa in segreto, è pericoloso fidarsi senza rassicurazioni, il cardinale dovrebbe aver cura dei suoi preti invece di esporli al rischio di andare con un malvivente. E ancor più sottilmente: il malvivente usa il santo per ripulirsi e il santo (il cardinale) usa il malvivente per mostrarsi ancora più santo.
Insomma rileggetevi il capolavoro del Manzoni ma fatelo lasciando entrare i personaggi, lasciando che riemerga anche il don Abbondio che è in noi, quello che dice “mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirami per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’essere lasciato vivere!”. Ecco, una città rimane bassa quando il don Abbondio che è in noi chiede di non essere coinvolto, di essere lasciato in pace. Un don Abbondio che trova sempre mille giustificazioni per non fidarsi di Dio, per non lasciar correre la vita, per opporre buon senso all’insensato ma vitale movimento del provvidente Amore.

“Valgo quanto amo”, il documentario dedicato a Don Cuba, il primo “prete di strada”

“Valgo quanto amo” è il documentario dedicato alla straordinaria figura di Don Danilo Cubattoli, conosciuto da tutti come Don Cuba, sacerdote fiorentino che ha segnato profondamente la vita religiosa e sociale del Novecento, in onda su Tv2000 giovedì 25 giugno alle ore 22.50

 

Attraverso testimonianze, materiali d’archivio e filmati inediti, il documentario ripercorre la vicenda umana e spirituale di un uomo che ha scelto di vivere il Vangelo tra la gente, dedicandosi senza distinzione ai più fragili e agli emarginati. Durante la Seconda Guerra Mondiale aiutò numerosi ebrei perseguitati, mentre negli anni successivi portò la sua missione ben oltre i confini italiani, fino all’Africa, dove nel 1954 celebrò una storica Messa sul Monte Kilimangiaro.

Definito dal cardinale Elia Dalla Costa il primo “prete di strada”, Don Cuba ha anticipato un modello di sacerdozio fondato sulla vicinanza alle persone e sull’impegno concreto verso chi vive situazioni di difficoltà. Una figura capace di entrare in relazione con tutti, dai più poveri ai più facoltosi, grazie a una straordinaria umanità e a un’autentica passione per il prossimo.

“Valgo quanto amo” racconta anche aspetti meno conosciuti della sua personalità, tra cui l’amore per il cinema e l’attività di cineasta, restituendo il ritratto completo di un uomo che ha saputo coniugare fede, cultura e impegno civile.

Un omaggio a un protagonista della Chiesa italiana, la cui testimonianza continua ancora oggi a parlare di solidarietà, accoglienza e amore senza confini.

tv2000.it

Papa in Spagna traccia l’identità del clero del futuro: l’eccellenza formativa come antidoto alla crisi pastorale

Nel suo secondo discorso in terra spagnola, Papa Leone XIV ha delineato con precisione i criteri accademici, umani e spirituali che devono guidare l’azione dei pastori nel contesto contemporaneo. Il Pontefice ha insistito sul fatto che l’annuncio della fede in una società complessa non può basarsi su risposte improvvisate o su un intellettualismo astratto. Serve una formazione solida, integrata ed eccellente, capace di coniugare il rigore degli studi teologici con una profonda conoscenza dell’animo umano e delle dinamiche familiari e sociali che i fedeli vivono quotidianamente.

1. Il valore della formazione teologica e accademica legittima

Il richiamo del Papa all’alta qualità della preparazione istituzionale tocca un punto centrale:

  • I ministeri nella Chiesa richiedono percorsi di studio rigorosi, compiuti all’interno delle università pontificie e delle facoltà teologiche riconosciute, gli unici canali legittimi in grado di garantire l’ortodossia e l’efficacia della cura d’anime.

  • In quest’ottica, la risorsa rappresentata dai sacerdoti sposati emerge in tutta la sua consistenza: si tratta di uomini che hanno già completato l’intero ciclo di studi filosofici e teologici, conseguendo titoli accademici validi e avendo alle spalle anni di formazione seminariale e di esperienza pastorale diretta sul campo.

2. L’integrazione tra esperienza di vita e ministero

Le parole del Pontefice evidenziano che la dottrina prende vita solo quando incontra la realtà esistenziale delle persone:

  • Il clero del futuro deve saper parlare alle famiglie, ai giovani e alle periferie sociali. I sacerdoti sposati uniscono alla solida base dottrinale già acquisita una profonda conoscenza pratica delle dinamiche familiari, del lavoro e della quotidianità laicale.

  • Questa duplice veste – l’essere teologi formati e, al contempo, persone inserite pienamente nel tessuto sociale e negli affetti familiari – risponde perfettamente all’identità di pastori maturi e radicati auspicata nel discorso di Madrid.

Conclusione

Il secondo discorso di Papa Leone XIV in Spagna ribadisce che la riforma della Chiesa e il superamento della crisi vocazionale passano dall’elevazione della qualità umana e intellettuale dei suoi ministri. Riconoscere che esiste già un corpo di sacerdoti interamente formati, maturi e pronti a mettere la propria competenza al servizio delle diocesi rappresenta un’opportunità concreta di realismo pastorale. La sfida per le istituzioni ecclesiastiche resta quella di valorizzare ogni risorsa legittima per far sì che la “casa” della Chiesa continui a essere guidata da braccia robuste e menti preparate, capaci di edificare il bene comune.

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Liturgia 14 Giugno 2026 XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Antifona

Ascolta, o Signore, la mia voce: a te io grido.
Sei tu il mio aiuto: non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. (Sal 26,7.9)

Si dice il Gloria.

Colletta

O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Padre, che hai fatto di noi
un regno di sacerdoti e una nazione santa,
donaci di ascoltare la tua voce
e di custodire la tua alleanza,
per annunciare con le parole e con la vita
che il tuo regno è vicino.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura

Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Dal libro dell’Èsodo
Es 19,2-6a

In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se datete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 99 (100)

R. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.

Seconda Lettura

Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto più saremo salvati mediante la sua vita.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Rm 5,6-11 

Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, uno stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete nel Vangelo. (Mc 1,15)

Alleluia.

Vangelo

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,36 – 10,8 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte

O Dio, che nel pane e nel vino
doni all’uomo il cibo che lo alimenta
e il sacramento che lo rinnova,
fa’ che non ci venga mai a mancare
questo sostegno del corpo e dello spirito.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Una cosa che ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: 
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita. (Sal 26,4)

motivo:

Padre santo, custodiscili nel tuo nome, 
perché siano, come noi, una cosa sola. (Gv 17,11)

*A
Annunciate che il regno di Dio è vicino;
guarite gli infermi, scacciate i demoni. 
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente data. (Cfr. Mt 10,7-8)

Dopo la comunione

La partecipazione ai tuoi santi misteri, o Signore,
come prefigura la nostra unione in te,
così realizzi l’unità nella tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.

Kosovo, al voto anticipato per uscire dallo stallo parlamentare

 

Le elezioni anticipate di oggi assumono un significato che va oltre il semplice rinnovo dell’Assemblea. Rappresentano un test cruciale per la tenuta delle istituzioni democratiche e per la capacità del Kosovo di avanzare nel percorso di integrazione Ue. Senza una soluzione alle divisioni interne e senza un rilancio del dialogo con la Serbia, il rischio è che il Paese continui a essere intrappolato in una spirale di crisi politiche ricorrenti, governi deboli ed elezioni frequenti

Francesco Citterich – Città del Vaticano

Le elezioni legislative anticipate in Kosovo di domenica prossima si svolgono in un contesto di profonda crisi politica e istituzionale, segnato da mesi di stallo parlamentare, difficoltà nella formazione di governi stabili e crescenti tensioni tra maggioranza e opposizione. Il ricorso alle urne, che nelle intenzioni dei leader dovrebbe rappresentare uno strumento per superare l’impasse istituzionale, rischia invece di confermare la fragilità del sistema politico kosovaro, caratterizzato da una forte polarizzazione e da una cronica instabilità governativa.

Vatican News

Lettura e Vangelo del giorno 8 Giugno 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro dei Re
1 Re 17,1-6

In quei giorni, Elìa, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».
A lui fu rivolta questa parola del Signore: «Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. Berrai dal torrente e i corvi per mio comando ti porteranno da mangiare».
Egli partì e fece secondo la parola del Signore; andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 120 (121)

R. Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra. R.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele. R.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte. R.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Cosi infatti perseguitarono i prfoeti che furono prima di voi».

«Una Chiesa che sia “casa”, con la porta sempre aperta»: la sfida di don Enzo Bottacini per la pastorale familiare

Don Enzo Bottacini

Avvenire

Da parroco a Padenghe sul Garda, dove dal 2019 ha visto rifiorire una comunità fatta di famiglie e giovani, a nuovo responsabile nazionale della pastorale familiare della Conferenza episcopale italiana. Don Enzo Bottacini, veronese di nascita, per sei anni “aiutante di studio” all’Ufficio famiglia accanto a don Paolo Gentili, guarda alla nuova responsabilità con quello che definisce con le parole di papa Francesco un «sano realismo»: la consapevolezza delle fragilità che attraversano oggi le famiglie, ma anche la convinzione sana che il Vangelo continui a offrire una risposta credibile alle inquietudini del presente. Il momento, d’altronde, è difficile: l’ineluttabile corsa dell’inverno demografico (con sempre meno bimbi di cui prendersi cura in casa e sempre più anziani), la crisi delle relazioni, il crollo dei matrimoni, la tecnologia come spina nel fianco di qualsiasi percorso genitoriale ed educativo. Minimo comune denominatore, la sfiducia nel futuro, «che si vince solo costruendo comunità aperte e accoglienti e rimettendo al centro il protagonismo delle famiglie nella vita della Chiesa».
Don Enzo, lei parte da un osservatorio privilegiato: la pastorale familiare di Verona, di cui è direttore, conta sulle coppie più giovani d’Italia. È pronto per tornare a Roma?
Ci tornerò dal lunedì al venerdì perché, d’accordo con il mio vescovo monsignor Domenico Pompili, manterrò l’incarico di responsabile della pastorale familiare anche nella mia diocesi. L’esperienza di questi ultimi anni, qui, è stata entusiasmante. Ho potuto collaborare alla gioia dei miei parrocchiani attorno a quelli che dovrebbero essere i fulcri di ogni comunità non solo religiosa, ma anche civile, cioè le famiglie e i giovani. Abbiamo potuto allenarci a festeggiare la domenica grazie alla più semplice delle decisioni: organizzare il catechismo delle famiglie proprio quel giorno, dopo la Messa. Creare una comunità, d’altronde, significa intessere legami e relazioni che piano piano diventano amicizie: le persone, mentre ci fanno entrare nella loro vita attraverso l’incontro, possono condividere la gioia del Vangelo.
Con quale spirito assume questo incarico?
Con la prospettiva, come affermava Papa Francesco, del “sano realismo”, che significa avere i piedi saldamente ancorati alla realtà e toccare con mano ogni giorno le sfide che la famiglia e la comunità vivono, insieme alle carenze, alle fragilità e alle difficoltà che incontrano. Nello stesso tempo, però, questo realismo è illuminato dal Vangelo e dall’incontro con Cristo. Se devo ripartire da una prospettiva, riparto sempre da Cristo e dal suo Vangelo. Cristo ha vissuto la via dell’amore fino al dono di sé, una strada validissima anche oggi, che diventa il fondamento della nostra vita e non solo della vita della Chiesa. In una società che tende a chiudersi nel privato e nell’individualismo, l’evangelizzazione rimane la nostra carta vincente per continuare a guardare la famiglia e la comunità con occhi positivi e pieni di speranza.
Qual è la ferita più profonda che vede oggi nelle famiglie?
È il sintomo che attraversa tutta la società, della quale la famiglia fa parte: la sfiducia nel domani. La sfiducia di poter costruire progetti di vita duraturi, la sfiducia nel “per sempre”, ma anche la mancanza di fiducia nella coppia. Tante volte manca la stima reciproca. Lui o lei sono talvolta condizionati dalle proprie fragilità e paure, dalla propria realizzazione personale e professionale che perdono di vista il fatto che siamo fatti per amare e per aiutare l’altro a diventare più grande. La bellezza della famiglia è proprio quella di crescere insieme e diventare grandi (santi) insieme. Ci sono passaggi di maturità che si possono vivere soltanto insieme. Altrimenti il rischio è quello di procedere su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai.
Che contributo specifico può offrire la comunità cristiana?
La Chiesa dovrebbe essere come una casa con la porta aperta, come affermava papa Francesco e ci ricorda papa Leone. È una sfida non semplice, perché significa rimanere “aperti” davanti a tutte le situazioni e a tutte le sfide che riguardano la famiglia e a chi quelle fragilità chiede di portarle dentro alla comunità cristiana. Dall’accompagnamento delle ferite fino alla piena integrazione di chi ne porta i segni, dalle difficoltà tra le coppie a quelle con i figli, dalle fragilità di questi ultimi alla loro educazione affettiva, dobbiamo però anche fare rete per saper intessere relazioni significative. Penso, per esempio, al ruolo dei consultori, che sono strumenti privilegiati di incontro con la realtà familiare concreta di oggi. Dietro ogni persona ci sono relazioni, legami, storie che hanno bisogno di essere accompagnate e sostenute nella loro complessità e interezza. Quando consultori, comunità cristiane e realtà civili collaborano, si costruisce qualcosa di molto bello. L’ho sperimentato qui a Desenzano con l’associazione “Comunità e famiglia” che, oltre alle numerose consulenze psicologiche (oltre 180 all’anno) ha instaurato una collaborazione con le parrocchie del territorio per offrire spazi di dialogo, confronto e formazione per e con la famiglia.
Si tratta del tema della corresponsabilità, su cui lei insiste molto…
Sì, perché occorre aprirsi a una Chiesa più corresponsabile e condivisa che sappia arginare la mentalità clericale che talvolta condiziona sacerdoti, consacrati e laici: una forma sottile di esercizio del potere che impedisce alla comunità di respirare a pieni polmoni e a “pieni carismi”. Spesso, infatti, la tendenza è quella di difendere il proprio ruolo invece di condividerlo. Questo limita fortemente una Chiesa partecipata. Da molti anni sentiamo parlare della ministerialità coniugale e familiare ma questo servizio alla Chiesa può essere valorizzato soltanto “in concertazione” con gli altri servizi e ministeri a favore della crescita di tutti. Se non ci fidiamo di più delle famiglie offrendo loro responsabilità reali nelle comunità, rispettando i loro tempi e le loro possibilità, perdiamo la gioia della crescita armonica e plurale del Vangelo.
In questo quadro si inserisce anche la ricezione di “Amoris Laetitia”. Perché, secondo lei, ha incontrato tante resistenze?
È nella persona che Dio abita, è nella persona che si esprime il Vangelo e si realizza l’incontro con Cristo. Lo Spirito Santo che arde nel “profondo sacrario” di noi stessi ci dona sempre la compagnia di Dio attraverso scelte evangeliche e attuali. Amoris Laetitia ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata ad accompagnare, discernere e integrare. Questo richiede un cambiamento di mentalità che non sempre è facile. Le resistenze nascono spesso dalla paura che aprire le porte a ogni figlio di Dio e alla sua storia significhi svalutare il valore delle cose sante e persino dei sacramenti. In realtà, io vedo urgente che ci mettiamo in ascolto di ogni storia per scorgere in ognuno il bene possibile da far fiorire. Il Vangelo ci chiede di entrare dentro la vita concreta delle persone, non di osservarla da lontano.
Quali saranno le priorità del suo mandato?
La prima e la più importante è quella di servire le Chiese locali nella pastorale familiare. In questa dimensione di servizio una delle sfide che sento urgenti – ed è un’altra priorità – è quella di portare lo stile e il metodo familiare dentro la vita della Chiesa e, attraverso di essa, contemporaneamente uscire verso la società. C’è bisogno di umanità, di legami più veri, più vivi, meno segnati dalla paura, dalla fretta e dalla superficialità. Penso che la via maestra sia quella della testimonianza per vivere la famiglia come il primo luogo della missione. È lì che si costruiscono comunità capaci di trasmettere calore umano e di generare relazioni autentiche. Questo è un “capitale sociale” enorme. L’altra priorità è continuare il buon lavoro dei miei predecessori continuando a cercare, coinvolgere e valorizzare le famiglie più giovani. Ho la fortuna di lavorare con molte giovani coppie e la loro giovane età non deve essere un impedimento bensì un’occasione per offrire tempi e spazi consoni alla loro partecipazione attiva per poter rendere più domestico il mondo.