
Riceviamo e pubblichiamo con gioia la riflessione di una nostra lettrice, L.F., che con uno sguardo teologico limpido e profondo ci invita a rileggere l’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV alla luce della sofferenza e dell’offerta di servizio dei sacerdoti sposati. È un invito al dialogo paziente che facciamo nostro, specialmente oggi, mentre le istituzioni ecclesiali sembrano arroccarsi dietro soluzioni di ripiego che escludono i presbiteri con matrimonio religioso.
1. Il numero 12 e le “pietre scartate”
Nel capitolo centrale dell’Enciclica, al numero 12, Papa Leone XIV offre una straordinaria meditazione sulle “pietre scartate” della società e della Chiesa, ricordando che proprio da ciò che il mondo (o la burocrazia) rifiuta, Dio costruisce le sue opere più grandi.
Come Movimento, sentiamo questa definizione cucita sulla nostra pelle. Centinaia di sacerdoti regolari, formati, abilitati all’insegnamento e desiderosi di curare le anime, vengono oggi “scartati” dalle diocesi a causa del loro stato familiare, mentre le parrocchie vengono lasciate senza Messa domenicale. Chiediamo formalmente al Santo Padre: non siamo forse noi quelle pietre scartate che attendono solo di essere rimesse al loro posto per sostenere le mura di una Chiesa in perenne crisi vocazionale?
Un altro passaggio formidabile dell’Enciclica mette in guardia dal tentativo utopico e ideologico di “eliminare le fragilità” umane attraverso strutture rigide. L’assolutizzazione del celibato obbligatorio risponde esattamente a questa logica: l’illusione di un sacerdote astratto, privo di affetti e legami, che la storia e la realtà odierna stanno drammaticamente smentendo.
Accettare il sacerdozio sposato non significa sminuire il celibato, ma riconoscere la realtà incarnata dell’uomo, accogliere la fragilità e trasformarla, attraverso il sacramento del matrimonio, in una risorsa di empatia, paternità e vicinanza per il Popolo di Dio.
2. La via del dialogo paziente (anche davanti al rifiuto)
Il nostro lettore ci esorta a percorrere con il Papa “la via del dialogo paziente, anche mettendo in conto il rifiuto”. È quello che facciamo dal 2003 e che don Giuseppe Serrone testimonia da oggi con il suo secondo Digiuno dei 40 giorni. Il rifiuto o il silenzio della Curia non ferma la nostra marcia, perché sappiamo che la nostra offerta di gestire le chiese chiuse e celebrare i Sacramenti è un atto di puro amore. Se le istituzioni preferiranno ignorarci ancora, lasciando i tabernacoli vuoti per non aprire alle famiglie dei preti, la responsabilità storica di questo rifiuto non sarà nostra.
Ringraziamo L.F. per questa illuminazione e preghiamo affinché lo Spirito Santo apra gli occhi dei Vescovi della CEI e di Papa Leone XIV sul valore profetico della Magnifica Humanitas.
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