25 Luglio San Giacomo, apostolo

Notizie e visione profetica per il rinnovamento della Chiesa


Lo sloveno parte a inizio salita e rimonta tutti: resta viva solo la lotta per il secondo posto. Superato anche il record di scalata del Pirata
Re Sole detta la sua legge. Tadej Pogacar incanta anche sull’Alpe d’Huez e grazie a un attacco favoloso si va a prendere il successo della 19esima tappa del Tour de France. Un capolavoro. La vittoria consente a Pogacar di firmare anche il miglior tempo di sempre sulla salita dell’Alpe d’Huez. Lo sloveno completa l’ascesa in 35’29”, migliorando il precedente riferimento di Marco Pantani, che nel 1995 aveva fermato il cronometro a 36’50”. L’iridato sloveno, che non si era mai imposto nella famosa montagna alpina, riesce nell’impresa di andare a prendere gli ultimi attaccanti di giornata, prima Sepp Kuss, poi ai -1.8 km al traguardo Lenny Martinez e Richard Carapaz, staccati poi ai -900 metri dalla linea di arrivo. Qui Pogacar, dopo aver rifilato oltre 2’ al primo inseguitore della generale (Evenepoel) cala così il pokerissimo in questa edizione della Grande Boucle. Una giornata che entrerà nella storia questa sulle vivaci pendici dell’Alpe d’Huez, il mito alpino che fece il suo debutto alla Boucle nel 1952, anno della vittoria in solitaria di Fausto Coppi, poi in giallo fino a Parigi.
LA SITUAZIONE Per quanto riguarda la classifica generale, Remco Evenepoel si trova ora a 7’11” da Pogacar, ma ha fatto un passo forse decisivo per il secondo posto alle spalle di Tadej Pogacar. L’olimpionico belga ha pagato oggi altri 2’29” da Pogacar, un abisso, e ha preceduto di 12 secondi Isaac Del Toro, ora terzo a 9’42” dal compagno di squadra. Il messicano, invece, ha distanziato Paul Seixas di quattro secondi e ora ha 24” di vantaggio sul francesino. È stata una tappa esplosiva, partita da Gap, località già famosa per il Mondiale del 1972 vinto da Marino Basso davanti a Franco Bitossi. Una tappa compatta di 127,9 chilometri con 3.500 metri di dislivello e che ha visto i corridori affrontare inizialmente il Col Bayard (4,7 km al 7,2%) e il Col du Noyer (7,2 km all’8,5%), per poi attraversare il Col d’Ornon (5,4 km al 6,4%) a meno di 30 km dal traguardo. Fino all’ultima asperità, l’Alpe D’Huez (13,8 km al 8,1%) davanti a un mare di gente.
ALTRA MAXI FUGA La tappa di oggi è stata caratterizzata da una fuga di una quarantina di corridori. Tra gli uomini al comando, c’erano soprattutto Lenny Martinez, settimo nella generale, poi Richard Carapaz, decimo, Yannis Voisard, undicesimo, oltre ai vari Adam Yates, Sepp Kuss e Davide Piganzoli. Il vantaggio dei corridori in fuga sul gruppo maglia gialla ha superato i 4 minuti. Troppo poco per sperare di poter impedire a Pogacar di lottare per la vittoria di tappa. Un Pogacar che ha infatti gestito la frazione senza troppi patemi. Questo, nonostante il ritiro del giorno prima di Brandon McNulty. Senza dimenticare che diversi corridori dell’UAE Team Emirates hanno dovuto fare i conti problemi di salute, tra cui lo scalatore Adam Yates e Tim Wellens. Si è staccato ben presto, invece, Juan Ayuso: lo spagnolo della Lidl-Trek è stato tra i primi big della classifica a perdere le ruote del gruppo principale. Pochi istanti dopo, è partito Pogacar, che ha alzato il ritmo a circa 13 km dal traguardo con una progressione letale, tanto è vero che nessuno dei big è riuscito a restargli incollato.
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LA TAPPA Del 25 Luglio. La ventesima frazione del Tour, con partenza da Bourg d’Oisans e arrivo all’Alpe d’Huez, sarà l’ultima del trittico sulle Alpi prima del grande finale a Parigi. “Non abbiamo mai avuto una tappa così dura nella storia del Tour alla vigilia dell’arrivo finale sugli Champs-Élysées”, ha avvertito Christian Prudhomme, direttore del Tour. Sarà una tappa titanica che comprende quattro salite leggendarie: una di prima categoria, il Télégraphe (11,9 km al 7,1%), e tre fuori categoria, la Croix de Fer (24 km al 5,2%), il Galibier (17,7 km al 6,9%) e la salita finale all’Alpe d’Huez attraverso il Col de Sarenne (12,8 km al 7,3%), dove la presenza di spettatori sarà in gran parte vietata, per un totale di 5.450 metri di dislivello. Il Col de Sarenne è una novità per il Tour, che in precedenza aveva utilizzato un versante inedito, ma solo in discesa nel 2013. È stato invece scalato nel Giro del Delfinato del 2017, dove il britannico Peter Kennaugh si è aggiudicato il successo di tappa.
Gazzetta

Cartellino giallo della Commissione europea sul sistema messo in piedi da TikTok per tutelare gli account di minori sulla piattaforma.
Per Bruxelles, la popolare app di condivisione video non avrebbe garantito un livello adeguato di privacy, sicurezza e protezione dei dati richiesto dalla legge sui servizi digitali (Dsa) alle piattaforme accessibili ai giovani. Con il risultato di esporre i minori a rischi come il cyberbullismo, l’adescamento online e altri comportamenti predatori. Il cuore dell’indagine, avviata il 19 febbraio 2024, riguarda il modo in cui la società di ByteDance ha progettato gli account degli adolescenti.
Oggi gli utenti tra i 13 e i 15 anni hanno il profilo privato per impostazione predefinita, mentre ai ragazzi tra i 16 e i 17 anni viene lasciata la possibilità di scegliere se rendere pubblico o privato il proprio account. Una protezione che, secondo palazzo Berlaymont, può essere disattivata con estrema facilità. Se il minore sceglie un account pubblico, i suoi contenuti possono essere visualizzati anche da utenti esterni e raccomandati attraverso il feed “Per Te”.
Una funzione che “apre a sconosciuti una finestra sulla vita di un bambino”, osserva la Commissione che avverte di “conseguenze potenzialmente permanenti”. Anche con un account privato, poi il profilo di un minore può essere individuato attraverso gli elenchi di follower e persone seguite, mentre la foto del profilo resta visibile a chiunque. Per Bruxelles, quindi il problema è nel design complessivo della piattaforma. Una tesi respinta da TikTok. La società ricorda che gli account dei più giovani dispongono di “oltre cinquanta funzioni preimpostate di privacy e sicurezza sviluppate con esperti del settore” e che i più giovani non possono utilizzare i messaggi diretti né vedere i propri contenuti inseriti nella pagina “Per Te”.
“La tutela dei minori online è un obiettivo che condividiamo”, afferma un portavoce, annunciando che la piattaforma esaminerà le conclusioni preliminari e continuerà a collaborare con Bruxelles. Se le violazioni contestate saranno confermate, la Commissione potrà imporre una sanzione fino al 6% del fatturato annuo globale della società. L’indagine si inserisce nel quadro di una più ampia strategia con cui l’Ue sta cercando di rafforzare le tutele per i minori nello spazio digitale europeo spostando il peso della responsabilità dalle famiglie alle piattaforme. Negli ultimi mesi la Commissione ha già contestato in via preliminare a TikTok il design dell’app, accusandola di utilizzare meccanismi come lo scrolling infinito, l’autoplay e le notifiche push che favorirebbero un uso compulsivo del social, soprattutto tra bambini e adolescenti. Un procedimento analogo è aperto anche nei confronti di Meta per gli effetti dei sistemi di raccomandazione di Instagram e Facebook.
Il prossimo passo arriverà dopo l’estate, quando è attesa una proposta destinata a fissare uno standard europeo per l’accesso dei minori ai social. Un cambio di paradigma sintetizzato dalla vice presidente della Commissione Henna Virkkunen nel suo commento alle conclusioni preliminari inviate oggi a TikTok. “Un elevato livello di protezione – ha detto – non dovrebbe essere un’opzione, ma la norma. Questa è la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni presenti e future di bambini europei”.
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Niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni di età, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.
È quanto prevede la proposta di legge presentata oggi al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società Italiana di Pediatria e a Fondazione Terre des Hommes.
Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei più piccoli, c definendola come “prassi estremamente dannosa” e da “evitare entro i primi tre anni di vita”. La legge, se approvata, porrebbe l’Italia all’avanguardia chiamando a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri. “Questo disegno di legge – dichiara la senatrice Malpezzi, prima firmataria – mette al centro la tutela dei più piccoli attraverso un potenziamento dell’informazione e della formazione, per creare consapevolezza soprattutto nei genitori, sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali”.
La proposta trasforma le evidenze scientifiche in un intervento strutturato di prevenzione. “Nei primi anni di vita – spiega Rino Agostiniani, presidente della Sip – il cervello attraversa una fase di straordinario sviluppo e ha bisogno soprattutto di esperienze reali: relazione, contatto, movimento, gioco, ascolto e interazione con l’adulto. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di evitare che venga introdotta troppo presto e che sottragga spazio a esperienze fondamentali”.
“Da tempo sentivamo il bisogno di poter incidere in modo più efficace nella tutela dei bambine e bambini esposti ai dispositivi digitali in così tenera età, per via di scelte educative spesso dovute alla mancanza di conoscenza dei danni che ne derivano”, afferma Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Progetti Italia di Fondazione Terre des Hommes Italia.
‘Più tempo sui device più aumentano rischi di disturbi del linguaggio’
“L’uso precoce dei device nei bimbi mette in atto meccanismi che attivano parti del cervello meno utili per la crescita futura, con conseguenze anche sull’apprendimento e sul linguaggio. Ad esempio, ci sono lavori scientifici che indicano come un incremento del tempo trascorso davanti ai device di 30 minuti ogni giorno raddoppi il rischio di avere un ritardo del linguaggio a due anni”. Lo spiega il presidente della Società italiana di pediatria, Rino Agostiniani, a margine della conferenza stampa di presentazione del Ddl per lo stop all’utilizzo dei device sotto i 3 anni.
Nei primi periodi della vita, infatti, “il cervello è un organo in forte crescita e, in funzione degli stimoli che riceve, si modifica. Una crescita armonica prevede la relazione, il rapporto con l’adulto, lo scambiarsi degli sguardi, l’ascoltare le parole degli adulti”.
Per quanto riguarda invece il divieto dell’uso dei social ai ragazzi sotto i 15 anni, Agostiniani spiega: “Nell’età preadolescenziale e adolescenziale i problemi sono rilevanti, anche senza arrivare a veri fenomeni di dipendenza, che purtroppo sono sempre più diffusi. L’utilizzo troppo prolungato e una presenza eccessiva sui social rende i ragazzi meno capaci nei loro percorsi di crescita e scolastici e provoca disturbi del sonno. D’altra parte – conclude – bisogna comprendere che l’adolescenza è un’età in cui si forma la visione di sé e l’autostima. Se tutto questo si associa a una mancanza di rapporto con i coetanei nel mondo reale, ma si vive solo una realtà virtuale, avremo degli adolescenti sempre più fragili e meno capaci di affrontare tutte quelle difficoltà che il mondo reale presenterà nel loro percorso di vita”.
Malpezzi (Pd): “Aiutiamo le famiglie. Supportato da tutte le forze politiche speriamo in iter rapido”
“Vogliamo dare una mano alle famiglie che non sanno spesso il male che gli schermi fanno ai bambini, quindi in maniera molto chiara con questo ddl diciamo che dagli 0 ai 36 mesi non ci deve essere esposizione ai dispositivi digitali e spieghiamo perché attraverso l’aiuto dei pediatri che affronteranno il tema con le famiglie durante i controlli di crescita”. Quanto ai tempi di approvazione “potremmo andare molto spediti per essere pronti con la legge di bilancio a mettere un finanziamento per l’aiuto alle campagne informative”. Lo ha detto la senatrice Simona Malpezzi (Pd) a margine della conferenza stampa di presentazione del disegno di legge che si propone di vietare l’utilizzo di device sotto i 3 anni presentato durante una conferenza stampa in Senato.
“Sappiamo – prosegue la senatrice – che l’iter delle leggi in genere è lungo. Qui il vantaggio è che è una legge firmata da tutte le forze politiche. Il testo è stato licenziato, quindi si potrà calendarizzare e assegnare a una commissione speriamo nel più breve tempo possibile. Essendoci compartecipazione di pediatri, infermieri e ostetriche nella stesura, non ci sarà bisogno neanche delle audizioni”.
“Questo ddl, conclude Malpezzi, “va di pari passo con l’altro disegno di legge sul divieto dei social sotto i 15 anni perché l’emergenza c’è, abbiamo bisogno di dire stop ora agli adolescenti ma nello stesso tempo anche di iniziare l’accompagnamento a un uso più critico sin da piccolissimi”.
Ronzulli (FI): “Questa battaglia la si porti avanti tutti insieme”
“L’unità di intenti caratterizza questa proposta di legge: quando ci sono i bambini di mezzo non bisognerebbe mai fare questioni di colore politico. È importante che questa battaglia la si porti avanti tutti insieme, perché sappiamo che quando la squadra è unita si accorciano i tempi tecnici dell’iter legislativo di una proposta di legge. Dobbiamo proteggere i nostri bambini. Per questo abbiamo il grande dovere e la responsabilità di riuscire, in questa legislatura, a portare a casa questa legge”.
Così la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli (FI), già presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza nella precedente legislatura, a margine della conferenza stampa di presentazione del ddl per vietare i device digitali sotto i tre anni, promossa dalla senatrice Malpezzi (Pd) e sottoscritta da parlamentari di tutte le forze politiche da FdI a Avs.
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Il Calendario Pirelli 2027 va in India in una edizione delle prime volte: la prima volta in India, la prima volta che un fotografo torna per due anni di seguito dietro all’obiettivo (il norvegese S›lve Sundsb›), la prima volta con gli scatti di due artisti, con lui, Avani Rai, figlia di Raghu Rai, maestro indiano del fotogiornalismo.
Così per la prima volta alle immagini fashion, posate all’approccio estetico legato alla moda di Sundsb›, si affiancano a quelle del reportage: gli scatti 2027 sono stati realizzati a maggio nel Rajasthan e a New Delhi verranno presentati ad ottobre nell’evento The Cal. In questa duplice prospettiva trova spazio la visione dell’India coltivata da Raghu Rai nel corso di una vita – qui declinata in una rappresentazione più contemporanea del suo popolo e della sua diversità – con le immagini della figlia Avani Rai.
“Il progetto che mio padre aveva ideato per Pirelli era un omaggio all’India: univa la sua visione di una vita a una rappresentazione più contemporanea del popolo e della diversità del Paese, aspetti che lo hanno sempre profondamente affascinato. L’idea che quel progetto potesse restare incompiuto era per me insopportabile. Realizzarlo ha per me un significato profondamente personale: è come entrare nel suo sguardo e nel modo in cui lui vedeva l’India attraverso l’obiettivo. La fotografia è stata il dono che mi ha lasciato – non solo come mestiere, ma come modo di vedere il mondo – e in essa abbiamo trovato un legame silenzioso e profondo. Portare avanti questo lavoro è un modo per restargli vicina, per mantenere viva in me una parte di lui”, ha dichiarato Avani Rai.
“È un grande onore essere invitato nuovamente a contribuire al Calendario Pirelli. Sono lieto di farlo al fianco di Avani Rai e di rendere omaggio all’eredità di suo padre. È un’opportunità straordinaria per esplorare l’India. Entrambi ci impegneremo al massimo per celebrare il Paese e la memoria di Raghu Rai attraverso questa collaborazione”, ha affermato S›lve Sundsb›.
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Per migliaia di anni l’Europa è stata un inferno dominato dagli incendi: ad alimentarli erano enormi praterie di felci che avevano sostituito le foreste. A ricostruire le difficili condizioni che esistevano alla fine del Triassico, 201 milioni di anni fa, è lo studio coordinato da Bas van de Schootbrugge, dell’Università di Utrecht nei Paesi Bassi, e pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.
La fine del Triassico ha coinciso con una delle grandi estinzioni di massa, che portò alla scomparsa di molte specie, come gli anfibi giganti, e aprì al dominio dei dinosauri.
Alla base di queste trasformazioni vi fu quasi certamente l’intensa attività vulcanica globale dovuta alla frammentazione del supercontinente Pangea che portò all’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di CO2 che provocò un riscaldamento globale compreso tra i 5 e 10 gradi.
Quei cambiamenti hanno portato alla trasformazione degli ecosistemi portando al quasi completo collasso di molte piante, soprattutto gli alberi e aprirono la strada alla diffusione delle felci.
Analizzando ora una serie di quattro carotaggi del terreno risalenti a quell’epoca i ricercatori hanno trovato traccia di eventi drammatici che interessarono un’area che costituisce ora buona parte dell’Europa. In tutti i campioni i ricercatori hanno individuato una fascia di terreno con importanti quantità di molecole dette idrocarburi policiclici aromatici che si formano durante gli incendi boschivi. Strati che secondo gli autori indicherebbero enormi incendi diffusi sul territorio e avvenuti in maniera ciclica e continuativa per un lungo periodo, tra i 40mila e i 300mila anni. Secondo questi dati l’Europa fu dunque una sorta di inferno di fiamme per lunghissimo periodo e a guidare questi incendi erano appunto le enormi distese di felci che una volta secche bruciano facilmente mentre le loro profonde radici rimangono protette nel terreno.
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Il Messaggero
Dare un nome al caldo estremo per imparare a difendersi. È questa l’idea alla base del nuovo termine coniato in Giappone, dove il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il meteo, ma anche il linguaggio. Perché quando la realtà cambia, spesso sono le parole a dover cambiare per prime.
Il linguaggio è il più antico strumento con cui l’uomo interpreta e descrive il mondo. Le parole non servono soltanto a comunicare: classificano, delimitano, attribuiscono significato ai fenomeni e, soprattutto, permettono di riconoscerli. Quando un fenomeno diventa nuovo o assume caratteristiche mai sperimentate prima, il vocabolario esistente rischia di non essere più sufficiente.
È quanto sta accadendo con il caldo estremo. Le ondate di calore, sempre più frequenti, più lunghe e più intense, stanno superando i riferimenti su cui si erano costruite le categorie meteorologiche del passato. Temperature che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi si ripetono con una frequenza crescente, rendendo evidente che non si tratta più di semplici “giornate molto calde”, ma di eventi climatici con conseguenze sanitarie e sociali.
Per questo le autorità meteorologiche e sanitarie giapponesi hanno deciso di introdurre un neologismo: kokushobi, letteralmente “giornata di caldo crudele”. Il termine, scelto dopo una consultazione pubblica promossa dall’Agenzia meteorologica nazionale, identifica le giornate in cui la temperatura raggiunge o supera i 40 gradi Celsius. Non è un esercizio linguistico né un’operazione di marketing: è uno strumento di prevenzione.
L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile una condizione di pericolo. Dire che sono previsti quaranta gradi, infatti, non produce necessariamente la stessa reazione in tutti. C’è chi minimizza, chi pensa di essere abituato al caldo, chi ritiene che basti bere un po’ di più. Un’espressione come kokushobi, invece, contiene già un giudizio implicito sulla gravità della situazione. Comunica che non si tratta di una normale giornata estiva, ma di una condizione eccezionale che richiede comportamenti precisi: restare al chiuso nelle ore più calde, utilizzare l’aria condizionata, idratarsi e proteggere le persone più fragili.
Il termine è stato utilizzato ufficialmente per la prima volta dopo che tre città del Giappone centrale hanno raggiunto i 40 gradi. Contestualmente, le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni straordinarie, invitando la popolazione a limitare gli spostamenti e a prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e malati cronici.
La scelta giapponese mostra come il cambiamento climatico stia producendo effetti anche sul piano culturale. Per descrivere il caldo si è sempre fatto ricorso a immagini figurate: “fa un caldo infernale”, “sembra un forno”, “si scioglie l’asfalto”, “è una sauna”. Espressioni efficaci, ma che appartengono al linguaggio quotidiano e non distinguono tra un disagio estivo e un’emergenza sanitaria.
Kokushobi compie un salto ulteriore. Trasforma una sensazione in una categoria riconoscibile e condivisa. È una parola che non descrive soltanto una temperatura, ma il rischio che quella temperatura comporta. In altre parole, diventa uno strumento di protezione civile prima ancora che un termine meteorologico.
Non è la prima volta che il lessico evolve per adattarsi ai cambiamenti della realtà. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune parole come “bomba d’acqua”, “medicane”, “isola di calore urbana” o “fiume atmosferico”, nate per descrivere fenomeni sempre più ricorrenti. Kokushobi aggiunge un tassello e riconosce che il caldo estremo non è più un’eccezione, ma una nuova categoria del rischio climatico.
In fondo, le parole servono anche a questo: a rendere visibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile. E quando una società sente il bisogno di inventarne una nuova, significa che è cambiato il mondo che quella parola è chiamata a raccontare.
Sulla Gazzetta Ufficiale del Governo greco è stata pubblicata la disposizione legislativa che riforma il regime salariale dei più alti prelati della Chiesa di Grecia, con entrata in vigore il 1º luglio 2026. La nuova normativa riguarda esclusivamente l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, i metropoliti in carica e titolari, nonché i vescovi ausiliari e titolari, senza incidere sulla retribuzione dei semplici parroci.
Con il nuovo sistema, poiché i vescovi sono considerati dipendenti dello Stato, come parametro di riferimento per la determinazione delle loro retribuzioni viene assunto lo stipendio mensile del segretario generale di Ministero, che attualmente ammonta a 5.191 euro lordi.
Nello specifico:
(1) L’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, insieme ai metropoliti in carica e titolari, percepirà il 90% di tale importo, ossia 4.671,90 euro lordi mensili. Un aumento di quasi il 100% rispetto allo stipendio percepito finora.
(2) I vescovi titolari e ausiliari saranno retribuiti con il 70% dello stipendio dei metropoliti, portando la loro retribuzione mensile lorda a 3.270,33 euro.
La disposizione prevede, inoltre, che, oltre a tali retribuzioni, non sarà concessa alcuna indennità aggiuntiva né altra prestazione economica. A partire dal 1º luglio 2026, la corresponsione degli stipendi dei vescovi avverrà esclusivamente sulla base del nuovo quadro salariale.
La pubblicazione della disposizione ha suscitato un acceso dibattito pubblico, sia riguardo all’entità delle nuove retribuzioni sia riguardo al momento della loro applicazione.
Rispondendo alle reazioni, il portavoce del Santo Sinodo Permanente, il metropolita di Polianì e Kilkìs, sua eminenza Bartolomeo, ha diffuso un comunicato scritto nel quale parla di inesattezze, interpretazioni errate e perfino di deliberata distorsione dei dati.
Come sottolinea il comunicato, la retribuzione del clero non costituisce un trattamento privilegiato della Chiesa da parte dello Stato, ma rappresenta un risarcimento storico e permanente per il vasto patrimonio monastico sottratto ai sacri monasteri nel periodo 1833-1952, senza – come viene evidenziato – un indennizzo pieno ed equo.
Secondo il comunicato, tale patrimonio è stato utilizzato per finalità di pubblica utilità, contribuendo alla fondazione di università, ospedali e altre infrastrutture di interesse collettivo, oltre che al reinsediamento di contadini, profughi, persone prive di terre e piccoli coltivatori.
La Chiesa sostiene che il recente intervento legislativo non introduce alcun nuovo privilegio per i vescovi, ma riporta la loro retribuzione all’interno del quadro generale previsto per i più alti funzionari pubblici.
Come viene evidenziato, nell’ordinamento giuridico greco il grado di responsabilità e il ruolo istituzionale di ciascun funzionario si riflettono anche sul piano retributivo; per questo motivo gli stipendi dei vescovi sono collegati ai corrispondenti livelli salariali della pubblica amministrazione.
Nello stesso comunicato si fa riferimento ad articoli e interventi pubblici che, secondo il Santo Sinodo, si basano su calcoli errati o su una distorsione dei dati. Viene, inoltre, rivolto un appello affinché il dibattito pubblico si svolga nella verità, nella giustizia e nel rispetto reciproco, evitando esagerazioni e interpretazioni fuorvianti.
Un riferimento particolare viene fatto all’opera pastorale della Chiesa, evidenziando che il servizio quotidiano a favore delle persone bisognose costituisce parte integrante della missione dei pastori e viene svolto con discrezione, secondo l’evangelico: «Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
Nonostante i chiarimenti forniti dalla Chiesa ortodossa, la decisione del Governo ha suscitato un intenso dibattito pubblico sia riguardo ai rapporti tra Chiesa e Stato sia riguardo alle priorità della politica economica.
Il Governo sostiene che la disposizione rappresenta una razionalizzazione del sistema salariale e un allineamento delle retribuzioni dei vescovi a quelle dei più alti funzionari statali. Tuttavia, il momento scelto per la sua applicazione è divenuto il principale motivo di critica.
Per una parte significativa dell’opinione pubblica, l’aumento è considerato socialmente inopportuno, poiché avviene in un periodo nel quale ampi strati della popolazione continuano ad affrontare un elevato costo della vita, salari modesti e un potere d’acquisto limitato.
Il consistente incremento delle retribuzioni dei vertici della gerarchia ecclesiastica ha alimentato la percezione che le scelte governative non rispondano alle esigenze sociali più urgenti.
Allo stesso tempo, le prese di posizione pubbliche di alcuni metropoliti hanno dimostrato che nemmeno all’interno della Chiesa esiste una piena unanimità. Alcuni gerarchi hanno definito la disposizione giusta e istituzionalmente corretta, sostenendo che essa corregge uno squilibrio salariale esistente da anni.
Altri, invece, hanno espresso riserve, ritenendo che, in un periodo di difficoltà economiche, l’accettazione di aumenti così consistenti non sia coerente con il messaggio di sobrietà, umiltà e solidarietà sociale che la Chiesa è chiamata a testimoniare.
È probabile che la questione rimanga al centro dell’attenzione anche nei prossimi mesi, poiché supera l’aspetto puramente economico. La nuova disposizione, infatti, riporta in primo piano il dibattito, mai sopito, sul finanziamento della Chiesa da parte dello Stato greco, sul fondamento storico della retribuzione del clero e sul grado di separazione tra Chiesa e Stato.
Si tratta di un tema che suscita accese contrapposizioni politiche e sociali, da decenni, poiché coinvolge sia questioni storiche ancora aperte sia diverse concezioni contemporanee del ruolo delle due istituzioni. Indipendentemente dalle differenti sensibilità politiche o religiose, appare evidente che decisioni di questo tipo influenzano il dibattito pubblico e alimentano una più ampia riflessione sul rapporto tra Stato e Chiesa nella Grecia contemporanea.
Va, infine, ricordato che mentre l’intero clero della Chiesa ortodossa è retribuito dallo Stato greco, i sacerdoti cattolici non ricevono alcun sostegno economico pubblico né beneficiano dell’assistenza sanitaria garantita ai loro confratelli ortodossi. Il loro sostentamento, così come la copertura previdenziale e assistenziale, ricade interamente sulla rispettiva diocesi e sul proprio vescovo.
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