Proporre la fede oggi

di: Francesco Strazzari
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Veglia di preghiera dei giovani con papa Leone XIV (Parigi, 25 settembre 2026 – foto Vatican Media).

Era il novembre 1994 quando Claude Dagens, vescovo di Angoulême, presentava all’Assemblea dei vescovi francesi, riuniti a Lourdes un rapporto intitolato “La proposta della fede nella società odierna (il cosiddetto Rapporto Dagens, frutto di un lavoro di équipe, di cui facevano parte i teologi i teologi Joseph Doré, Henri-Jérôme Gagey, i vescovi Claude Cesbron e Hippolyte Simon, suor Geneviève Médevielle ed altri.

Il gruppo di lavoro era guidato da mons. Claude Dagens con l’incarico di elaborare un documento di largo respiro da sottoporre ai vescovi. Il Rapporto Dagens «invitava tutti coloro che lo desideravano a intraprendere un discernimento nella Chiesa sulla situazione della fede cristiana nella società contemporanea».

Furono redatte 3.000 pagine di risposte pervenute da individui, gruppi, parrocchie e movimenti francesi. Fu elaborato un secondo Rapporto di sintesi, che essi proposero insieme al primo come “strumento di lavoro” per continuare e approfondire l’analisi intrapresa.

Dopo un anno di lavoro intenso, il gruppo di lavoro si proponeva di:

  1. valutare le condizioni relativamente nuove nelle quali veniva accolta, annunciata e praticata la fede nel Dio di Gesù Cristo;
  2. tradurre la proposta della fede in priorità pastorale in modo che mobilitasse molteplici attori nella Chiesa con le loro esperienze e le proprie risorse;
  3. impostare un dialogo con i responsabili della società civile, con i quali discutere con libertà sul posto specifico dei credenti nella società.

Emerse, innanzitutto, l’appello a prendere la parola e a compiere un percorso di discernimento.

Il secondo intento iniziale riguardava gli attori del progetto. Si desiderava che fossero i più diversi possibile e non solo per le attività specifiche che contribuiscono alla formazione della fede.

La terza prospettiva aperta dal Rapporto riguardava le relazioni con la società civile e i suoi molteplici responsabili. Occorreva ammettere che, in questi ambiti, si era rimasti molto lontani dalle intenzioni iniziali.

Si accennava ai diversi livelli della recezione del Rapporto, alle circostanze della recensione e alle diverse letture di esso. Emersero critiche sulla redazione del Rapporto, sulla sua struttura e sul contenuto (eccessivo ottimismo).

Furono critiche pesanti, che toccavano i fondamenti stessi della fede e della vita cristiana. Furono avanzate proposte per chiedere che la fede venisse presentata come una iniziazione, come parte di nuove conoscenze e partire da una formazione a nuovi stili di vita e di visione del mondo.

Si chiedeva, soprattutto da parte di gruppi parrocchiali, che venisse riconosciuto il ruolo svolto dalle comunità carismatiche e si auspicava che le comunità ordinarie di tipo parrocchiale potessero diventare sempre di più luoghi dediti a questa esperienza spirituale.

Il Gruppo Dagens ne prese atto e indicò quattro opzioni:

  1. partire dalla fede come esperienza situata nella propria storia personale;
  2. affrontare la sfida della fede ammettendo l’esistenza di condizioni sfavorevoli, ostacoli, resistenze, difficoltà anche gravi;
  3. non collocare la società civile e la Chiesa nella prospettiva esclusiva del faccia a faccia, un impegno estremamente vasto che richiede confronti leali soprattutto nel campo dell’educazione;
  4. riflettere e prendere in seria considerazione alcuni punti forti dell’esperienza cristiana incentrata sull’esperienza pasquale.

Constatando che né le analisi né i dibattiti possono bastare da soli, il gruppo osservava: «C’è da sperare che tali analisi e dibattiti sfocino in orientamenti, in scelte il più coerenti possibile e centrate su alcune importanti priorità della vita e della missione cristiana alla vigilia del XXI sec., in una specie di “carta dell’evangelizzazione”.

Il gruppo lanciava tre appelli: amare il mondo nella verità; risalire alla sorgente; vivere la fede nella totalità per avere credibilità.

Il 9 novembre 1996 i vescovi francesi rendevano nota la Lettera ai cattolici di Francia. Specificavano: «Non è un trattato sull’evangelizzazione in Francia. È un appello rivolto a tutto il popolo dei battezzati per condividere più ampiamente e annunciare con sicurezza la fede che ci anima».

Concluso il Rapporto Dagens, esso tornava ai vescovi per raccogliere e sistemare in forma di lettera ai cattolici di Francia il risultato di tre anni di lavoro sull’evangelizzazione nella società odierna. La lettera portava lo stesso titolo dei precedenti rapporti: La proposta della fede nella società odierna, curata dalla stessa équipe presieduta da mons. Claude Dagens.

Tre priorità di fondo per la missione: «Comprendere, con realismo, che la nostra situazione di cattolici nella società odierna ci invita ad andare più decisamente al cuore del mistero della fede e a formare una Chiesa che proponga la fede in maniera più solidale».

In quel tempo ho incontrato più volte il vescovo Claude Dagens, che, il 17 aprile 2008, fu eletto accademico di Francia, uno dei quaranta immortali. La sua elezione dovette molto alla direzione del Rapporto Dagens.

L’ho incontrato nel monastero delle benedettine di Belloc, nei Pirenei atlantici, dove trascorreva tempi di preghiera, di riflessione e di studio, a un’ora circa dal santuario di Lourdes, dove si recava spesso.

Mi parlava del Rapporto e della Lettera ai cattolici di Francia con appassionati riferimenti a Madeleine Delbrêl: «Il mio pensiero corre spesso a Madeleine Delbrêl, alla periferia di Parigi, Ivry, dove operava in ambiente comunista ateo, diceva: «Il tempo di oggi è il tempo della nostra fede. La fede è una passante; nessun tempo le è refrattario, essa non è refrattaria a nessun tempo; essa è fatta per il tempo e destinata ad ogni tempo e, quando un tempo sembra esserle refrattario, è nei nostri confronti che è refrattario… Siamo noi diventati refrattari a questo tempo».

Commentava Dagens: «È un tempo favorevole alla nostra conversione. Le circostanze ci obbligano ad uscire da noi stessi, dai nostri gusci, come soldati chiusi nelle caserme, per testimoniare nel mondo l’apertura a Dio della nostra umanità reale e attuale. È il compito della Chiesa, è un’esigenza permanente che ci obbliga alla conversione permanente. Essere aperti a Dio, radicalmente, perché, tramite noi, il mondo si apra a Dio».

E ancora: «Siamo vicini al santuario di Lourdes. La Vergine Maria disse a Bernadetta: “Va’ a bere alla sorgente!”. Non capiva. Andò al torrente Gave. Ritornò. Lo sguardo della Vergine le indicò il luogo. Dapprima acqua sporca, poi sempre più limpida. Che vuol dire? Dalla sorgente usciva l’acqua. Quando guardo a lei, vedo dapprima la fanciulla ebrea di Nazaret, sorpresa dal messaggero di Dio, l’angelo Gabriele: “Tu sei benedetta fra tutte le donne. Gioisci! Piena di grazia! Il Signore è con te”. Non capisce. È smarrita. Domanda spiegazione. Come può accadere questo? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Risponde: “Sono la serva del Signore”. È il dialogo della fede, che si apre totalmente, radicalmente alle promesse di Dio, anche se non capiamo niente, anche se non capiamo subito i segni. Il Magnificat è l’inno della gioia. Abbatte i potenti dai troni, rialza gli umili. Charles Maurras, uomo politico francese, grande pensatore, filosofo, acceso nazionalista, diceva che per lui il Magnificat è pericoloso. Parlava del “veleno” del Magnificat. Credo che il Magnificat trasformi il mondo, perché Dio si mette da parte dei poveri, dagli ’anawim della Bibbia, di coloro che sono disarmati e che attendono tutto da colui che ci conosce e ci ama. Il Magnificat è una maniera di dire: il Signore rimane con noi».

Il vescovo Dagens è un appassionato della Chiesa, argomento sul quale torna spesso nelle conversazioni. Come il leggendario card. Hume, inglese, sogna e racconta i suoi sogni.

«Che cosa sogno? Una Chiesa che impari, per opera dello Spirito Santo, a non considerarsi come un blocco monolitico che va ad urtare contro altri blocchi o contro il quale altri blocchi vanno a urtare. Sogno che la Chiesa impari a mettersi alla sequela di Gesù, con Gesù, con lo Spirito Santo. Il cammino è aperto. Questo vuol dire che ci sono delle tappe da percorrere (riferimento al Rapporto e alla Lettera). Vi sono scoperte da fare. Una grande novità del cristianesimo per il tempo che stiamo vivendo, in un momento di crisi globale sotto tutti gli aspetti, è di non essere schiavi dell’ideologia trionfante del progresso, basato su previsioni e calcoli razionali. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso del tempo. Ogni epoca è aperta a Dio. Ogni tempo, per quanto difficile, è aperto a Dio, perché Dio stesso è aperto al nostro tempo. Impariamo non soltanto a calcolare e a fare previsioni sull’avvenire: il tempo previsto non si realizza. Il senso del tempo semplicemente ci apre all’eternità di Dio».

Sogni di un vescovo, accademico di Francia, uno dei quaranta immortali, timido e riservato, battagliero e passionale, ordinario e contemplativo, aperto al mistero di Dio, adepto della Via – come ama definirsi – sulle orme dei primi cristiani.

Settimana News

Tra madre e figlio, i gesti di cura attraversano il tempo e si scambiano i ruoli: una memoria d’amore che diventa fede, gratitudine e speranza

Madre

Avvenire

“I primi anni della vita passano/ veloci: il bambino si sveglia/ e mangia e poi dorme e poi si sveglia/ ancora, e se è malato muore oppure”, mi commuovo ogni volta che la parola poetica irrompe nel quotidiano a trasfigurarlo. Forse è questo l’unico motivo per cui mi ostino a scrivere. Oltre al fatto che non potrei fisicamente farne a meno. Queste parole mi raggiungono in un momento particolare della mia vita: mia madre è qui a Crocetta da me per qualche giorno. Il tempo, la morte di mio padre, la fragilità l’hanno trasformata.
E la mia casa non è agevole per il movimento: pietra e scale ovunque, come a portarsi la montagna anche tra le mura domestiche, rudezza antica. Così, muoversi chiede, a volte, un aiuto; ci si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene. E intanto, leggendo “La camera da letto” di Attilio Bertolucci, diventa inevitabile sentire che “i primi anni della vita passano veloci”: sono già passati, ma hanno lasciato memoria. Ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto, ogni contatto di pelle tra madre e figlio piange la dolcezza del tempo dell’infanzia.
Soffre la malinconia di quando la vita si presentava carica di futuro e condivisa con le persone care. Ora quel tempo è passato, inesorabilmente, e in ogni gesto riecheggia l’assenza dei morti. Ci si sente più soli. Eppure — e questo è il miracolo — ogni cenno è carico di una memoria affettiva che sembrava solo chiedere d’essere resuscitata: una cura che, pur essendo passata, non sembra affatto esaurita. Ritorna. C’è. E così non si capisce più se è la madre che sorregge il figlio o viceversa; se è il genitore a chiamare o il figlio a essere resuscitato nel pieno della notte. Chi si prende cura di chi? Sostenersi, portare luce nei corridoi, sistemare lenzuola e cuscini sono gli stessi gesti di un tempo, identici; in mezzo, cinquant’anni che hanno aiutato a capire che i gesti di cura non si danno e non si ricevono, ma si condividono. Curare è lasciare che il tempo ci curi. Il figlio e la madre si confondono in un bisogno condiviso: arrivare al termine della notte. Vivi.
“E se è malato muore…”, così scrive Bertolucci. Tanti sono i morti da ricordare; inevitabile scivolare nel passato quando ci si concede il lusso di scambiarsi parole a cuore aperto. Ma non è passato nulla, ora comprendo: si sta come sulla riva di un fiume, scorrono le acque, verremo presto anche noi deposti, ci stiamo regalando il tempo dell’addio. Arrivederci.
“E mangia e poi dorme e poi si sveglia”, come noi, io e mia madre, in questi giorni. Tutto qui, in poche esatte parole, che dicono l’infanzia, che svelano il presente, che illuminano anche l’osso profondo della fede: eucarestia, affidamento nella preghiera, resurrezione. È tutto qui.
“Se è malato muore oppure/ guarendo è diverso, i suoi occhi/ vedono le persone e le ringraziano/ di stargli vicino nella solitudine”. Sono passati pochi giorni da quando mia madre è tornata a casa sua; mi ha ringraziato mille volte. Io ancora non sono così libero da dirle il mio grazie senza scoppiare in pianto; forse queste righe, in parte, servono a sopperire. Grazie perché siamo vivi, passando di guarigione in guarigione. È questa la fede che continua ad insegnarmi. Per giungere con speranza al “giorno di luce calma e di grande silenzio attorno”.

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

Avvenire

Arrampicato tra i Caruggi e l’antica chiesa di san Donato abita il signor Erminio. Ha novantasette anni e sei rampe di scale da salire per arrivare all’appartamento in cui si è trasferito da un paio d’anni. «Qui pago soltanto 200 euro al mese perché se ne dovessi pagare di più non ce la farei» sospira cercando posto per le sedie tra le pile di giornali accatastate ai lati della sua poltrona verde. Per mesi i volontari hanno bussato alla sua porta, lasciando, a chi non rispondeva, dei bigliettini. «Poi un giorno ci ha detto di aspettarlo giù in strada e così lo abbiamo conosciuto», racconta Daniela Parodi, coordinatrice del programma Viva gli Anziani di Genova della Comunità di Sant’Egidio. All’inizio Erminio non era convinto. «Quasi mi davano fastidio, non capivo cosa volessero da me. Ora mi meraviglio che ci siano ragazzi che perdano tempo con noi». Quando una parte del soffitto della sua vecchia casa è crollata, sono stati i volontari a trovargli una nuova sistemazione. Erminio è rimasto nel suo quartiere, il Molo, uno dei più antichi della città. Qui, stando ai dati comunali disponibili, il 47% degli over 75 vive solo.
A maggio 2025 i residenti con più di 65 anni erano 161mila quasi il 30% della popolazione. «Dal Comune abbiamo ottenuto l’anagrafica dei 1200 over 80 che vivono in centro, e settimanalmente andiamo porta per porta a citofonare per chiedere se va tutto bene» spiega Parodi. Il tentativo è ricostruire una rete di prossimità di persone che possano aiutare le persone rimaste sole: vicini di casa, medici di medicina generale, giornalai, commercianti della zona. Gli stessi anziani possono diventare parte attiva della rete: sono circa 300 gli over 75 che, come volontari, vanno a trovare altre persone in difficoltà. Secondo una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata la presenza di Viva gli Anziani è associata a una riduzione del 15% degli accessi impropri al Pronto soccorso e del 20% degli ingressi in istituti di cura. «Mi sono addormentata vedendo che sul mio comodino c’era il vostro depliant» ha scritto in una mail una signora sola, chiedendo aiuto dopo essere caduta in casa. «Avere una rete di prossimità significa che ci sono delle sentinelle, persone che si accorgono dell’assenza, qualcuno che conosce il tuo nome e sa dove cercarti» aggiunge Parodi.
Oltre al monitoraggio domiciliare di più di 5mila anziani, la Comunità di Sant’Egidio genovese gestisce tre convivenze solidali, un’altra formula di sostegno agli anziani nella quotidianità. Nella casa “Roberto Bianchi”, nel quartiere di Carignano, vivono sei donne anziane che hanno scelto di mettere insieme le proprie risorse per continuare a vivere in una casa, invece di entrare in una struttura. «Le convivenze solidali sono un modo di vivere la vecchiaia in uno spazio familiare» afferma Roberta Reboa, responsabile della casa. Ogni mattina ci sono persone che si occupano delle pulizie e dell’assistenza; al pomeriggio arrivano volontari e amici. Si leggono i giornali, si discute, si gioca a carte, si prega insieme. La domenica c’è il pranzo, con una tavolata aperta anche ai vicini e ad altri anziani della zona. Non è solo una soluzione abitativa, ma una casa aperta a tutto il quartiere. «Qui c’è famiglia, assistenza e tutto quello che importa» dice la signora Adele. A chi le chiede di esprimere un desiderio risponde: «Sogno di non avere tanti disturbi, per non dare fastidio. Perché se mi aggrappo devo dipendere e non voglio essere dipendente».
La signora Anna è arrivata da pochi mesi. Fino a 92 anni ha vissuto nella sua casa, poi una caduta e alcuni incidenti domestici hanno fatto capire ai volontari di Viva gli anziani, che già la andavano a trovare, che forse era arrivato il momento di cercare un’altra soluzione. Le hanno proposto di trasferirsi nella convivenza. «Sola non potevo più stare, qui mi sento protetta». Per Roberta Reboa, questa esperienza può essere anche un modo per ripensare l’approccio all’invecchiamento. «Come un paio di secoli fa è stata progettata una società che tenesse conto delle esigenze dei bambini, oggi possiamo costruire una società a misura di anziano. E qui a Genova lo stiamo sperimentando». E c’è una frase che Reboa sente ripetere da chi arriva nella casa: «Io qui sono risorto». «È la cosa più emozionante – racconta – e mi colpisce vedere come le persone della casa si prendono cura di chi è più fragile».

Gambetti fuori da San Pietro: Leone XIV fa saltare gli equilibri del Vaticano?

Gambetti fuori da San Pietro: Leone XIV fa saltare gli equilibri del Vaticano?

laprimapagina.it

Il cardinale Mauro Gambetti lascia San Pietro. Non un semplice avvicendamento, ma uno dei cambiamenti più pesanti nella geografia del potere ecclesiastico italiano dell’era Leone XIV.

Il Papa ha nominato Gambetti arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, accettando contestualmente la rinuncia dell’arcivescovo Bruno Forte, arrivato al limite canonico dei 75 anni. La nomina è ufficiale ed è stata comunicata dalla Santa Sede il 3 ottobre.

Ma il dato politicamente ed ecclesialmente più interessante è un altro: Gambetti non lascia soltanto la Basilica di San Pietro. Lascia contemporaneamente il ruolo di vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, quello di arciprete della Basilica e la presidenza della Fabbrica di San Pietro.

Tre incarichi strategici. Un uomo solo. E adesso una poltrona che, almeno per il momento, resta vuota.

Ed è proprio qui che comincia la domanda che attraversa i corridoi vaticani: perché Leone XIV ha deciso di spostare Gambetti da Roma?

La risposta ufficiale non parla di scontro, punizione o bocciatura. E sarebbe scorretto inventarla. Ma la coincidenza temporale riporta inevitabilmente l’attenzione sui cinque anni trascorsi da Gambetti alla guida di San Pietro, un periodo nel quale il cardinale francescano ha impresso una forte accelerazione alla modernizzazione della Basilica.

Digitalizzazione, nuove esperienze per i visitatori, mostre immersive, tecnologia, gestione digitale e perfino un vero e proprio “gemello digitale” della Basilica realizzato attraverso oltre 400mila immagini e la collaborazione con Microsoft. Un progetto presentato dallo stesso Gambetti come una nuova idea di Basilica, capace di parlare anche attraverso i linguaggi contemporanei.

Tutto bene? Non proprio.

Attorno alla gestione di San Pietro non sono mancate critiche e polemiche. Nel 2026, per esempio, è stata contestata l’ipotesi di potenziare il punto ristoro sulla terrazza della Basilica, con una raccolta di firme contro il progetto. La vicenda ha alimentato il dibattito sull’opportunità di trasformare sempre più San Pietro anche in uno spazio organizzato per la fruizione turistica.

E qui emerge una contraddizione che non riguarda soltanto Gambetti.

La Fabbrica di San Pietro ha per statuto il compito di conservare, valorizzare e rendere fruibile uno dei patrimoni religiosi, artistici e storici più importanti del mondo. Lo stesso statuto prevede attività culturali, mostre e iniziative finalizzate alla valorizzazione della Basilica.

Dunque il problema non è semplicemente “modernizzare o non modernizzare”.

Il vero interrogativo è quale idea di San Pietro abbia in mente il nuovo corso vaticano.

Quella di Gambetti era una Basilica sempre più tecnologica, accessibile, immersiva e organizzata per milioni di pellegrini e visitatori. Una Basilica che lui stesso aveva definito una “Basilica in uscita”.

Ora quella stagione si chiude.

E la scelta di Leone XIV assume un peso ancora maggiore perché Gambetti era una figura fortemente legata alla stagione di Francesco. Bergoglio lo aveva creato cardinale nel 2020 e nel febbraio 2021 lo aveva chiamato a Roma affidandogli contemporaneamente San Pietro, la Fabbrica e il vicariato per la Città del Vaticano.

Leone XIV lo manda invece in Abruzzo.

Non in una sede marginale: Chieti-Vasto è un’arcidiocesi metropolitana. Ma certamente lontana dal centro nevralgico della macchina vaticana.

È difficile non vedere, almeno sul piano istituzionale, un cambio di fase.

Il cardinale che per oltre cinque anni ha avuto responsabilità dirette sulla Basilica simbolo della cristianità viene ora chiamato a guidare una Chiesa locale che deve affrontare problemi completamente diversi: territorio, parrocchie, sacerdoti, vocazioni, comunità.

Non è una retrocessione dichiarata. Non è stata presentata così dal Vaticano.

Ma è una poderosa redistribuzione del potere.

E c’è un altro particolare destinato a far discutere: Leone XIV non ha nominato contestualmente il successore di Gambetti a San Pietro.

La casella dell’arciprete resta dunque scoperta. Così come, almeno per il momento, resta da definire il nuovo assetto di funzioni che Gambetti concentrava nelle proprie mani.

È forse questo il messaggio più interessante della giornata.

Leone XIV non si è limitato a sostituire un arcivescovo in Abruzzo. Ha aperto una partita dentro il Vaticano.

E quella partita riguarda San Pietro, la sua gestione, la sua organizzazione e soprattutto il rapporto tra spiritualità, patrimonio, tecnologia, turismo e gestione economica.

Gambetti aveva costruito una stagione precisa.

Adesso quella stagione è finita.

Il nuovo Papa non ha spiegato pubblicamente se si tratti semplicemente di una normale rotazione ecclesiastica o dell’inizio di un nuovo corso. I fatti, però, sono chiari: il cardinale più vicino alla gestione quotidiana della Basilica durante gli ultimi anni di Francesco non è più a Roma.

E la poltrona che lascia dietro di sé è ancora vuota.

A volte, in Vaticano, anche una poltrona vuota dice parecchio.

Spoils system in Vaticano. Gambetti via da San Pietro. Il cardinale finisce a Chieti

Papa Leone XIV, 71 anni, sta procedendo alla riorganizzazione del Vaticano

Quotidiano Nazionale

Città del Vaticano, 3 ottobre 2026 – Senza dubbio l’augurio migliore gliel’hanno fatto i suoi confratelli conventuali di Assisi, dove è stato a lungo custode generale: “Fra Mauro, il Signore ti dia pace”. Ne servirà tanta al cardinale bolognese Mauro Gambetti, 60 anni, congedato ieri da papa Leone XIV dal vertice del cuore della cristianità, la basilica di San Pietro – ancora incerto il nome del successore –per essere trasferito alla guida dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto dal 29 novembre. Il religioso conventuale pagherebbe una gestione troppo manageriale del luogo sacro per antonomasia sotto il cui altare maggiore, realizzato nel 1594, da metà del II secolo, la Chiesa ritiene siano conservate le spoglie del primo degli apostoli.

Paradigmatico in tal senso è stato il progetto di ampliare il punto ristoro sulla Cupola di San Pietro contro il quale centinaia di persone quest’anno hanno sottoscritto una petizione online arrivata sulla scrivania del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Risultato, l’inaugurazione del locale rinnovato, prevista per settembre scorso, non è ancora avvenuta. Ma Gambetti era già finito sulla graticola per un’altra polemica, relativa stavolta alla sicurezza della basilica stessa. Colpa di un video, girato la mattina del 10 ottobre del 2025 e divenuto subito virale. Il filmato mostra un giovane che in San Pietro, dopo aver superato senza troppi problemi i tornelli sotto il Baldacchino del Bernini, orina serafico nel mezzo dell’Altare della Confessione davanti ai fedeli. Imbarazzo fuori e soprattutto dentro il Vaticano.

Per uno strano scherzo del destino l’arcidiocesi di Chieti-Vasto finisce adesso per avere un cardinale sulla cattedra di Santa Maria Assunta dopo che l’arcivescovo in uscita, il fine teologo Bruno Forte, suo magrado ha solo sfiorato più volte la berretta rossa nel corso dei primi concistori convocati da Bergoglio. Proprio Francesco è stato il patrocinatore più autorevole della carriera di Gambetti, culminata nel 2021 in una triade di incarichi di assoluto prestigio: vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica papale di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, l’ente che tra l’altro si occupa della manutenzione e del restauro della chiesa.

Pragmatico e dall’approccio problem-solving, perfezionato con una laurea in Ingegneria Meccanica, Gambetti in questi anni in Vaticano si è distinto per una buona dose di sobrietà. “Mi basta ciò che ho”, avrebbe risposto a chi gli chiedeva conto del perché avesse rinunciato ad alcuni rimborsi ecclesiastici. In perfetto stile Bergoglio… Che ne apprezzava l’intraprendenza con la quale promosse il World Meeting on Human Fraternity e la Giornata Mondiale dei Bambini. Due eventi mediatici che tra il 2023 e il 2024 – è del 2025 lo show con i 3mila droni di Elon Musk – convogliarono in San Pietro decine di Premi Nobel e migliaia di bimbi. Tutto bene per Francesco che due anni fa istituì il Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini.

Un’istituzione dalla vita breve, però. In piena discontinuità, a febbraio, Prevost ha soppresso il Comitato e annullato la II edizione della Giornata Mondiale dei Bambini. Un po’ per razionalizzare i costi, un po’ perché i mega eventi non sembrano troppo nelle corde di Leone XIV. Incline, come si mostra, a salvaguardare piuttosto la dimensione spirituale della basilica e a tutelarne il patrimonio storico.

Via da Roma il cardinale Gambetti: perché Leone manda in Abruzzo il potente arciprete di San Pietro

Cardinal Mauro Gambetti celebrates a mourning Mass for Pope Francis on the fourth day of Novendiali (nine days of mourning after the Pope's funeral) at St. Peter's Basilica at the Vatican, April 29, 2025. REUTERS/Yara Nardi

repubblica.it

Con il Papa venuto da Chicago la sintonia non era mai scattata. Tanto che per lunghi mesi, dopo il Conclave, Leone non lo ha neppure ricevuto. Una sorta di preavviso. Giunto a compimento oggi quando la sala stampa della Santa Sede ha comunicato che il cardinale Mauro Gambetti lascia Roma perché Leone XIV lo ha nominato arcivescovo di Chieti-Vasto. Dalla basilica più importante del mondo ad una diocesi dell’Abruzzo è un bel salto.

Da Assisi a Roma
Nato 60 anni fa in provincia di Bologna, Mauro Gambetti è francescano conventuale. Prima di entrare nell’ordine di San Francesco ha studiato ingegneria meccanica. Papa Francesco lo conobbe ad Assisi quando era custode generale del sacro convento, nel 2020 lo elevò a sorpresa alla dignità cardinalizia e nel 2021 lo portò a Roma in qualità di arciprete della basilica di San Pietro, presidente della Fabbrica della basilica vaticana nonché suo vicario generale per la Città del Vaticano. Il bilancio di questi anni romani è controverso.

Iniziative e guadagni
Il francescano ha dato nuovo slancio alle attività, e alle finanze, di San Pietro: nuovi percorsi turistici, mostre multimediali, iniziative quali la scannerizzazione digitale della basilica, partnership, donazioni, eventi internazionali con tanto di premi Nobel, concerti, spettacoli luminotecnici con i droni. Un attivismo che ha fatto registrare un aumento degli introiti ma che è stato altresì accusato di eccessiva disinvoltura, creando non pochi malumori Oltretevere. Agli attacchi velenosi della vecchia guardia si sono sommate le perplessità nell’entourage papale.

Le perplessità
Negli ultimi mesi ha fatto sollevare qualche sopracciglio il progetto di un bistrot per turisti sul terrazzo della basilica, espansione in realtà di un punto ristoro già esistente, che porterebbe prosaicamente piatti caldi ai tavolini con vista sul cupolone. Ma soprattutto negli uffici economici della Santa Sede è stato acceso un faro già da tempo sul fundraising dell’associazione “Be Human”, che Gambetti ha affidato a un suo fedelissimo, un altro francescano, padre Enzo Fortunato. Così come non è piaciuta la gestione fin troppo imprenditoriale del patrimonio immobiliare del Capitolo di San Pietro, una serie di appartamenti intorno al Vaticano, con tanto di caso, finito sui giornali, di una signora anziana sfrattata dal suo appartamento poco lontano da Borgo Pio per far fruttare meglio la locazione. E così papa Leone, che ha una formazione matematica e sa leggere agilmente un bilancio, già nei mesi scorsi ha spostato di imperio la gestione degli immobili sotto la responsabilità dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). E ora ha nominato Gambetti in Abruzzo.

Metodo Prevost
Una mossa che rientra nella linea adottata da Prevost: confermare le linee di fondo della riforma delle finanze vaticane di Bergoglio ha fatto (dalla segreteria per l’economia allo Ior, dall’Apsa agli investimenti), ma correggendo alcune scelte di dettaglio o di personale.

Una casella-chiave vacante
A Chieti-Vasto Gambetti succede al teologo Bruno Forte, che a 77 anni ha già superato di due anni l’età di pensionamento. Una diocesi tutto sommato piccola che si ritrova un arcivescovo cardinale. I francescani di Assisi hanno fatto gli auguri al loro confratello, “il nostro caro fra Mauro”, per una nomina che “lo riconduce a una dimensione di servizio pastorale più diretto”. Leone non ha contestualmente nominato un successore in quella casella-chiave della Curia alla quale probabilmente verrà destinato nel prossimo futuro un altro cardinale.

 

Mauro Gambetti arcivescovo di Chieti-Vasto, il Papa sceglierà un nuovo arciprete per San Pietro

Mauro GAMBETTI OFMConv

Rai News

Dopo giorni di indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, presentata da monsignor Bruno Forte, e ha nominato al suo posto il cardinale francescano Mauro Gambetti, trasferendolo dagli uffici di Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Gambetti era stato nominato appena 55enne arciprete a San Pietro da Papa Francesco il 20 febbraio 2021.

Seguendo l’antico leitmotiv “promoveatur ut amoveatur” (promuoverlo per spostarlo), infatti, il Pontefice mette fine alla gestione della Basilica di San Pietro del frate cardinale, che negli anni sotto Papa Francesco – che gli aveva posto la berretta rossa in testa, nel 2020 – aveva accumulato diverse cariche e ruoli importanti, almeno fin dalla sua creazione a cardinale.

 

Una lunga carriera, tra Assisi e il Vaticano
Nato il 27 ottobre 1965 a Castel San Pietro Terme (Bologna), dopo la laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università di Bologna, nel 1992 ha iniziato il suo cammino nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. È stato ordinato presbitero l’8 gennaio 2000 a Longiano. Ha ricoperto diversi incarichi: ministro provinciale della Provincia Bolognese di Sant’Antonio di Padova (2009-2013); Custode generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi (2013-2017); contestualmente, il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino l’ha nominato Vicario episcopale per la pastorale della Basilica Papale di San Francesco e degli altri luoghi di culto retti dai Frati Minori Conventuali nella medesima Diocesi.

Nel 2017 è stato eletto presidente della Federazione Intermediterranea dei Ministri provinciali dei Frati Minori Conventuali. È stato poi riconfermato come Custode Generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi per il quadriennio 2017-2021, incarico svolto fino al 31 ottobre 2020, giorno in cui gli è stata assegnata la Sede titolare di Tisiduo con titolo personale di Arcivescovo ed ha ricevuto la consacrazione episcopale il 22 novembre 2020 presso la Basilica di San Francesco di Assisi.

È stato creato cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 28 novembre 2020 e il 20 febbraio 2021 Bergoglio lo ha nominato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Inoltre, il 2 giugno 2023, con decorrenza dal 1° gennaio 2024, Papa Francesco lo ha nominato Giudice della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. È Membro del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Gambetti, nel suo periodo in Vaticano, è stato promotore di molte iniziative soprattutto come presidente della Fondazione Fratelli tutti, l’ente che ha organizzato il World Meeting on Human Fraternity con decine di Premi Nobel e la Giornata Mondiale dei Bambini (GMB), che ha promosso invece gli eventi preparatori e il coordinamento della prima edizione voluta da Papa Francesco. Nel novembre dello stesso anno, Papa Francesco aveva istituito un apposito Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini, affidandone la presidenza a padre Enzo Fortunato, altro religioso francescano.

Papa Leone XIV, tuttavia, già nel febbraio 2026, ha soppresso il Comitato e il 27 marzo scorso il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha annullato la seconda edizione della Giornata Mondiale dei Bambini (inizialmente prevista a Roma dal 25 al 27 settembre 2026), delegando eventuali iniziative pastorali a livello diocesano o parrocchiale.

Alberto Matano stronca Alberto Ravagnani: “Troppo audace” | Pubblico fischia e lui sbotta: “Basta buonismo!”

Alberto Matano stronca Alberto Ravagnani a Ballando con le stelle 2026

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Alberto Matano stronca Alberto Ravagnani a Ballando con le stelle 2026: “Esibizione troppo audace!” Pubblico fischia e lui sbotta: “Basta buonismo!”

Alberto Ravagnani a Ballando con le stelle 2026 stroncato da Alberto Matano: “Esibizione troppo audace per la prima puntata”

Alberto Matano stronca Alberto Ravagnani a Ballando con le Stelle 2026. L’ex Don, in coppia con la maestra Erika Martinelli, si esibisce in un valzer sulle note di Supereroi di Mr.Rain, ma il giudizio del giurato è tutt’altro che entusiasta. Alberto Matano definisce la performance “troppo audace per la prima puntata”,

Scendendo nel dettaglio, pur riconoscendo il coraggio di Alberto Ravagnani nel partecipare al programma per lui c’era troppa chimica con la sua maestra, ma poi gli rivolge una domanda destinata a far discutere: “Cosa hai provato nel ballare con una donna così sensuale?”. Alberto risponde: “Grazie a lei sto provando emozioni nuove”.

Matano fischiato a Ballando con le stelle 2026: “Basta buonismo! Non sono più il custode del tesoretto!”

Il voto di Alberto Matano ad Alberto Ravagnani a Ballando con le stelle 2026 è il più basso della giuria, un 5, mentre gli altri giudici sono decisamente più generosi. Carolyn Smith assegna 7 e commenta: “Il ballo è rispetto, ho trovato molto rispetto e con la giusta dose di contatto nel valzer”. Ivan Zazzaroni dà 7: “Ho intravisto del potenziale, qualcosa nella postura non mi convinceva. Ma ci sono state cose molto positive”. Anche Barbara D’Urso assegna 7 e si dice colpita dal percorso del concorrente, mentre Guillermo Mariotto dà 6 e lo invita a “tirare fuori le palle”. A inizio puntata, Ravagnani aveva raccontato anche la sua scelta di cambiare vita e il percorso che lo ha portato fino a Ballando, dopo l’esperienza maturata durante la pandemia con i video online. Il totale è di 32 punti, ma il 5 di Matano scatena la reazione del pubblico, che fischia il giurato che a sua volta replica stizzito: “Non sono più il custode del tesoretto, adesso sono un giurato quidi basta buonismo.”

Il rebus del vescovo di Novara

 

Circola voce a Roma che l’enfant prodige del clero novarese monsignor Filippo Ciampanelli, vescovo sottosegretario del Dicastero delle Chiese orientali, abbia rifiutato di essere traslato sulla cattedra di San Gaudenzio.

In settimana il Nunzio ha convocato don Michele Falabretti, ma qualcuno parla anche del sottosegretario della Cei, il bergamasco monsignor Mario Marchesi. Sarà finalmente la volta buona? A proposito di provviste di Chiesa, sembra che abbia fatto capolino nelle terne episcopali, spiazzando molti, il nome di don Marco Di Matteo, classe 1968, ordinato nel 1993, dominus e proconsole boariniano di Chieri e del Chierese. Le vie del Signore sono infinite.

Tratto da Lo Spiffero

“Fratello Sole, Sorella Luna” in tournée lo spettacolo tratto dal film di Zeffirelli

Ksenia Borzak, nel ruolo di Chiara e Giulio Pranno, nel ruolo di Francesco

Silvia Guidi e Eugenio Murrali – Città del Vaticano

È una data simbolica quella scelta per l’avvio della tournée nazionale di Fratello Sole, Sorella Luna. Il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, parte da Massa, in Toscana, il viaggio teatrale 2026-2027 dello spettacolo tratto dall’opera di Franco Zeffirelli, nella versione teatrale di Angela Demattè, per la regia di Piero Maccarinelli.
Dopo il significativo debutto al Teatro Lyrick di Assisi, lo spettacolo si apre a un attraversamento nazionale di città, teatri e spazi urbani, con una natura volutamente itinerante e dialogica.

L’allestimento vede in scena Giulio Pranno nel ruolo di Francesco e Ksenia Borzak in quello di Chiara, con la partecipazione speciale di Massimo Wertmüller e Fabrizia Sacchi e con Gabriele Cicirello (Deodato), Antonio Iorio (Paolo), Edoardo Raiola (Bernardo), Andrea Galasso (Giocondo), Eduardo Sacchi (Silvestro). Musiche originali di Riz Ortolani e Donovan, musiche e arrangiamenti di Alessandro Nidi, scenografie di Francesco Sereni, costumi di Daniele Gelsi, light designer Javier Delle Monache, con l’amichevole contributo di Tullio Solenghi.

“Con Angela Demattè siamo andati alla Fondazione Zeffirelli – spiega il regista, parlando con i media vaticani della genesi del suo ultimo spettacolo – dove abbiamo scoperto che esistevano ben dieci sceneggiature di Fratello Sole, Sorella Luna scritte dal regista fiorentino,  Lina Wertmüller e Suso Cecchi D’Amico, la crème de la crème del cinema di quegli anni”. Un ritrovamento decisivo. “Queste sceneggiature – continua Maccarinelli – differivano in vari passaggi e questo ci è molto piaciuto e abbiamo usato queste differenze, perché ci hanno permesso in qualche modo di studiare una struttura drammaturgica che pur omaggiando il film e restando sostanzialmente fedele diventava però una rappresentazione teatrale”. L’idea, chiarisce il regista, non è nata da lui, che all’inizio ha esitato: come portare dallo schermo alla scena le lunghe galoppate a cavallo, le campagne di Assisi, il Vaticano sulle note di Ortolani? La risposta è venuta proprio dall’approfondimento filologico sui copioni e dal lavoro drammaturgico con Angela Demattè, assistita da Lea Paiella.

Il secondo scoglio era scenografico: come passare velocemente dalla casa del mercante alla stanza dei tessuti, a San Damiano, alla campagna, a Roma. La risposta è arrivata dall’incontro con Francesco Sereni, “un artista dei fondali cinematografici”. “Abbiamo trovato una soluzione attraverso la retroproiezione: sono stati creati dieci fondali con una partenza fotografica e un intervento pittorico fatto da lui, i dieci fondi ideali su cui in qualche modo si immergono i personaggi, costruiti ovviamente in modo tale che siano in prospettiva con l’occhio dello spettatore”. Dieci fondali e dieci sceneggiature: un dispositivo che ha permesso allo spettacolo di assumere una propria profonda identità, pur mantenendo la grandezza visiva dell’immaginario zeffirelliano. “Superati questi due scogli, adattamento e scenografia, è stato un enorme piacere lavorare sul testo di Angela con questo gruppo di attori”, dice Maccarinelli.

La figura di Chiara
Rispetto al film, la versione teatrale compie una scelta: dare più spazio a Chiara. “Nella realtà storica era molto più giovane di Francesco; qui è resa quasi coetanea, perché – spiega Maccarinelli – ci interessava l’unione di queste due anime”, la radicalità condivisa, la penitenza non come punizione ma come “cammino liberamente assunto”, il rispetto, il perdono, la preghiera. Lo spettacolo ripercorre la parabola di Francesco fino al 1209, anno della prima visita a Innocenzo III. Figlio di ricchi mercanti, scopre che “la povertà è l’unica vera ricchezza”. Un pensiero che produce scandalo nella bottega del padre – “siamo in una prigione di stoffe”, dice, e va avanti della sua strada, tra la riprovazione di alcuni e l’iniziale smarrimento degli amici. Accanto a lui, nello spettacolo, Chiara, anch’essa di famiglia nobile, che porta il pane ai poveri e ai lebbrosi. Intorno, gli amici Bernardo, Paolo, Giocondo, Silvestro e Deodato, lo “storpio”. “Il conflitto è generazionale oltre che motivazionale”, annota Maccarinelli. Le feroci discussioni con il padre, lo stupore attonito della madre, fanno da contrappunto alla ricerca dell’essenzialità.

Maccarinelli rivendica con forza la scelta di una compagnia giovane: “Sono molto ammirato dalla capacità di questi giovani di fare gruppo, di cementare l’esperienza fra di loro, sostenendosi e difendendosi”. Tra i momenti che più lo emozionano, indica la spoliazione e la riconsegna degli abiti al padre – con Chiara in un angolo che raccoglie il mantello abbandonato da Francesco e lo porta alla madre – e l’inserimento del Cantico delle Creature, non detto da una sola voce ma coralmente dai frati: “Un tradimento temporale necessario, perché questo vertice di bellezza andava ridetto ad alta voce”. Un classico della memoria visiva italiana diventa così un dispositivo teatrale corale, musicale e fisico, che ci parla del denaro come “origine di tutte le guerre”, dell’accumulo che soffoca, del bisogno di essenzialità che riguarda tutti.