Perché tanti preti hanno paura degli altri preti

L’ultima indagine sistematica sul benessere dei sacerdoti italiani risale a più di vent’anni fa, riguarda una sola diocesi, Padova, ed è stata realizzata senza finanziamenti. A Pompei, davanti a settecento preti, monsignor Erio Castellucci ha parlato di crisi, amicizia e fraternità, senza affrontare esplicitamente la salute mentale. Le ricerche condotte all’estero, invece, indicano con insistenza un elemento spesso sottovalutato: la qualità del rapporto tra il sacerdote e chi ha la responsabilità di guidarlo.

Quando ci domandiamo come stanno i preti italiani, dobbiamo anzitutto fare i conti con un’assenza: mancano i dati. L’ultima ricerca di una certa consistenza risale al 2005. Don Giorgio Ronzoni, insieme a Paolo Barzon e al sociologo Marcantonio Caltabiano, coinvolse il clero della diocesi di Padova, che allora contava 806 sacerdoti. Dalle risposte emersero due gruppi della stessa consistenza, 124 preti ciascuno. Nel primo prevaleva una valutazione positiva della propria condizione; nel secondo c’erano sacerdoti che si sentivano «bruciati», con livelli elevati di depressione, scarso coinvolgimento e una ridotta realizzazione personale. Le fasce d’età più esposte erano quelle all’inizio e alla fine della vita sacerdotale: i preti sotto i trent’anni e quelli sopra i settanta.

Leone XIV ha cambiato la maggior parte dei membri della Commissione teologica internazionale

ittà del Vaticano – Questa mattina papa Leone XIV ha nominato 24 nuovi membri della Commissione teologica internazionale e ne ha confermati solo sei del quinquennio precedente. L’organismo approfondisce le questioni dottrinali nell’ambito del Dicastero per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. Tra i nuovi nominati figurano sedici sacerdoti e religiosi, una religiosa taiwanese e sette docenti laici, cinque dei quali donne.

La Commissione sarà quindi composta da 30 membri, di cui 24 nuovi e sei confermati. A proseguire il proprio incarico sono Piero Coda, Alberto Cozzi, Simon Francis Gaine, Reinhard Huetter, Isabell Naumann e Josée Ngalula. Tra loro figura anche il segretario generale della Commissione, Piero Coda, che ricopre l’incarico dal 2021.

La Commissione fu istituita da san Paolo VI l’11 aprile 1969, su proposta della prima assemblea del Sinodo dei vescovi, e da allora viene ricomposta ogni cinque anni. Nel primo gruppo sedevano alcuni dei teologi che hanno segnato il Novecento cattolico: Karl Rahner, Henri de Lubac, Yves Congar, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger, che dal 1981 al 2005, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ne fu anche presidente. La presidenza spetta infatti per statuto al prefetto del dicastero, oggi il cardinale Víctor Manuel Fernández. È un organo consultivo: le sue conclusioni vengono sottoposte al papa e consegnate al dicastero, che decide come usarle. L’ultimo documento, «Quo vadis, humanitas?», dedicato all’antropologia cristiana di fronte all’intelligenza artificiale e alle biotecnologie, è stato approvato da Leone XIV il 9 febbraio e pubblicato il 4 marzo. Nel 2025 la Commissione aveva diffuso un testo sui 1700 anni del Concilio di Nicea.

Le regole che ne disciplinano la composizione sono ancora quelle fissate da san Giovanni Paolo II con il motu proprio Tredecim anni del 6 agosto 1982. I membri vengono nominati dal papa su proposta del prefetto, dopo che sono state sentite le conferenze episcopali; restano in carica cinque anni e alla scadenza possono essere confermati. La riforma della Curia del 2022, la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, non ha toccato questo impianto: all’articolo 77 stabilisce soltanto che la Commissione è istituita presso il dicastero, è presieduta dal prefetto e opera secondo le proprie norme.

Le conferme erano state particolarmente numerose nel quinquennio precedente. Quando Francesco ricompose la Commissione nel 2021 i membri erano 28: dodici nuovi e sedici già presenti nel quinquennio precedente. Alcuni avevano attraversato tre mandati di seguito: lo spagnolo Javier Prades López, il francese Philippe Vallin e il messicano Mario Ángel Flores Ramos erano stati nominati la prima volta nel 2009. Due membri del gruppo uscente sono morti durante il mandato, il gesuita portoricano Jorge José Ferrer nel settembre 2024 e il polacco Marek Jagodziński nell’aprile 2025. Leone XIV li aveva ricevuti il 26 novembre 2025, nella prima udienza del pontificato riservata alla Commissione, e in apertura del discorso aveva detto di conoscerne già molti.

Il segretario generale della Commissione, incaricato di coordinarne i lavori e curare la diffusione dei suoi documenti, è il teologo italiano Piero Coda. L’articolo 5 dello statuto stabilisce che venga nominato dal Papa, su proposta del presidente, per un mandato di cinque anni rinnovabile. Prima di avanzare la proposta, il presidente deve consultare, per quanto possibile, i membri della Commissione.

Coda, che fa parte dell’organismo dal 2014, ricopre l’incarico dal 2021, quando subentrò al domenicano francese Serge-Thomas Bonino. Anche il suo mandato quinquennale è giunto a scadenza, ma nell’elenco dei membri per il periodo 2026-2031 Coda figura tra i sei confermati ed è ancora indicato come segretario generale.

Diversa è la procedura prevista per il segretario aggiunto, incarico attualmente ricoperto da monsignor Maurizio Barba, la cui nomina spetta direttamente al prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Fra i nuovi membri ci sono due vincitori del premio Ratzinger, il riconoscimento assegnato ogni anno dalla fondazione vaticana intitolata a Benedetto XVI. Il gesuita francese Michel Fédou, nato a Lione nel 1952, insegna teologia dogmatica e patristica dal 1987 al Centre Sèvres di Parigi, l’istituzione dei gesuiti francesi oggi chiamata Facultés Loyola Paris, di cui è stato decano e poi presidente, e ha fatto parte delle commissioni di dialogo con luterani e ortodossi: il premio gli fu consegnato nel 2022, insieme al giurista Joseph Weiler. Il biblista Paul Béré, gesuita del Burkina Faso nato nel 1966 in Costa d’Avorio, l’aveva ricevuto nel 2019, primo africano a ottenerlo. Béré ha partecipato come esperto a diversi Sinodi, è stato consultore della Segreteria generale del Sinodo dal 2009 al 2014 e dal 2018 siede nella commissione internazionale di dialogo fra anglicani e cattolici. Oggi è decano della facoltà biblica del Pontificio Istituto Biblico, che fa capo alla Gregoriana.

Jan-Heiner Tück, nato nel 1967 a Emmerich, in Germania, sposato e padre di quattro figli, occupa dal 2009 la cattedra di dogmatica e storia dei dogmi all’università di Vienna e interviene spesso sui giornali di lingua tedesca. Dirige la redazione dell’edizione tedesca di Communio, la rivista fondata nel 1972 da un gruppo di cui facevano parte Balthasar, Ratzinger e Karl Lehmann, e fa parte sia della Commissione per la fede della Conferenza episcopale tedesca sia della Commissione teologica dei vescovi austriaci. Nel 2017, quando in Germania si discuteva se ammettere alla comunione i coniugi di confessione diversa, giudicò problematica una licenza generale e propose di decidere caso per caso, dopo un colloquio con un sacerdote.

Più di un nominato ha lavorato su Nicea e sulla teologia dei primi secoli. Khaled Anatolios, prete della Chiesa greco-cattolica melchita nato a Madras nel 1962 e cresciuto fra l’Egitto e il Canada, dirige il dipartimento di teologia dell’università di Notre Dame, negli Stati Uniti, ed è autore di Retrieving Nicaea, uno studio sullo sviluppo della dottrina trinitaria uscito nel 2011. La scozzese Sara Parvis, patrologa all’università di Edimburgo, ha pubblicato nel 2006 con Oxford University Press un libro su Marcello di Ancira e sui vent’anni di controversia ariana seguiti al Concilio, e sta curando l’edizione delle opere superstiti del vescovo. Tück ha scritto di Nicea su Communio nel 2015 e di nuovo nel 2024. Lo spagnolo Ángel Cordovilla, nato nel 1968 e decano delle facoltà di teologia e di diritto canonico della Universidad Pontificia Comillas di Madrid, è autore di un manuale di teologia trinitaria edito dalla Biblioteca de Autores Cristianos e si è formato con Olegario González de Cardedal, che nel 1969 figurava fra i membri della prima Commissione.

Due nomi arrivano dalla facoltà di teologia della Pontificia Universidad Católica Argentina di Buenos Aires. Il domenicano Jorge Scampini, nato nel 1957 a San Antonio de Areco, si era laureato in legge prima di entrare nell’ordine; si occupa di ecclesiologia ed ecumenismo, ha fatto parte per tre mandati della commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese e nel 2025 ha pubblicato un saggio sulla fede nicena nei dialoghi fra le confessioni cristiane. L’altro è Fabricio Forcat, professore associato. In quella università Fernández è stato decano di teologia fra il 2008 e il 2009 e poi rettore fino al 2018. Lo statuto, come detto, affida al prefetto il compito di proporre i nomi al Papa.

Fra gli italiani c’è Maria Teresa Fattori, ricercatrice all’università di Teramo, storica del papato in età moderna e dei concili, che negli ultimi anni ha studiato i sinodi provinciali celebrati dopo il Concilio di Trento. Si è formata a Bologna, come borsista prima dell’Istituto per le scienze religiose fondato da Giuseppe Dossetti e poi della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII che ne è la prosecuzione, il centro associato alla cosiddetta scuola di Bologna, nota per la storia del Concilio Vaticano II diretta da Giuseppe Alberigo; dal 2012 fa parte del comitato scientifico della rivista Cristianesimo nella storia. L’altro italiano è monsignor Carlo Dell’Osso, segretario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana.

Gli altri nominati sono il ceco Lubomír Žák, della facoltà teologica di Olomouc; Tiago de Fraga Gomes, della Pontificia università cattolica del Rio Grande do Sul, a Porto Alegre; Gilbert De Lima, segretario esecutivo della commissione per la dottrina dei vescovi indiani; Clarence Devadass, direttore del Catholic Research Centre di Kuala Lumpur; Julián Arturo López Amozurrutia, decano di teologia della Universidad Pontificia de México; Gaston Ogui Cossi, dell’Université Catholique de l’Afrique de l’Ouest; l’ungherese Csaba Török, che insegna a Esztergom; il gesuita Bernhard Knorn, della Hochschule Sankt Georgen di Francoforte; lo spiritano Patrick Mwania, vicecancelliere della Tangaza University di Nairobi; suor Shu Chin Hu, della facoltà teologica Fu Jen di Taipei; Teresa Hyeon Soon Choi, della Sogang University di Seul; Boyd Taylor Coolman, del Boston College; Claudia Leal Luna, del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia; Anne-Sophie Vivier-Muresan, decana della facoltà di teologia dell’Institut catholique de Paris.

Le donne sono otto, tre in più rispetto alla Commissione uscente: sei nuove componenti e due confermate, Isabell Naumann e Josée Ngalula. Erano entrate nella Commissione per la prima volta nel 2004, con la teologa Barbara Hallensleben, docente a Friburgo, e la suora statunitense Sara Butler.

Il 30 novembre 2023, rivolgendosi a Francesco nell’udienza concessa alla Commissione, Fernández aveva detto che forse era venuto il momento di aggiornare gli statuti, per adattarli alla riforma della Curia e a una Chiesa che si vuole sinodale; il dicastero, aveva aggiunto, ha bisogno di un aiuto maggiore dalla Commissione, ma occorre «stabilire nuovi rapporti concreti». Finora nuovi statuti non sono stati approvati, e i 30 membri della Commissione, tra nuovi ingressi e conferme, lavoreranno con le regole del 1982.

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Cattolici e jainisti insieme per la pace

Il cardinale Koovakad durante un incontro con gli induisti

Il prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso è intervenuto in occasione della celebrazione del “Ahimsa Day” al Parlamento britannico organizzata dall’Institute of Jainology. “La nonviolenza, la famiglia, lo sviluppo sostenibile, la cura della Terra e la promozione della pace – ha detto – sono i punti cardine che hanno da sempre accomunato i cattolici ai jainisti”

Francesco Ricupero – Città del Vaticano

“La nonviolenza, la famiglia, lo sviluppo sostenibile, la cura della Terra e la promozione della pace sono i punti cardine che hanno da sempre accomunato i cattolici ai jainisti”. E’ quanto ha affermato questa sera, lunedì 19 ottobre, a Londra, il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, in occasione della celebrazione dell’“Ahimsa Day” al Parlamento britannico organizzata dall’Institute of Jainology.

Lungo il cammino del dialogo

“Il nostro rapporto – ha ricordato il porporato – ha una storia significativa. Il contatto diretto tra la comunità jainista e la Santa Sede ebbe inizio nel 1986, quando san Giovanni Paolo II invitò ad Assisi Acharya Shri Tulsi, il compianto leader spirituale supremo della comunità jainista Shwetambara Terapanth, per pregare per la pace. L’Acharya inviò un suo rappresentante a quel raduno storico. Nel 1995, una delegazione internazionale jainista, guidata dal L. M. Singhvi incontrò san Giovanni Paolo II, gli fece dono del Tattvartha Sutra e ricevette la sua benedizione per proseguire lungo il cammino del dialogo.

La nonviolenza è la nostra Casa comune

Questo rapporto si è approfondito nel corso degli anni. “Nel 2011, una delegazione internazionale jainista ha tenuto colloqui formali con l’allora Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e ha incontrato Papa Benedetto XVI. I rappresentanti jainisti – ha proseguito il cardinale – hanno partecipato all’inaugurazione del pontificato di Papa Francesco e a diverse iniziative vaticane incentrate sulla fraternità, la nonviolenza e la nostra casa comune. Gli auguri e il messaggio che il Dicastero invia annualmente in occasione del Mahavir Janma Kalyanak Diwas, così come gli auguri che la comunità jainista rivolge alla Santa Sede per il Natale e la Pasqua, costituiscono un ulteriore, importante mezzo per rafforzare l’amicizia e la solidarietà spirituale” tra la comunità. Secondo Koovakad, “il jainismo possiede una delle concezioni di non violenza più complete e rigorose dell’intera umanità: evitare di arrecare danno agli esseri viventi, nel pensiero, nella parola e nell’azione. In un mondo ferito da guerre, terrorismo, odio, discriminazione e sfruttamento della natura, l’Ahimsa offre un messaggio potente e quanto mai attuale. Anche per i cristiani – ha spiegato – la non violenza affonda le proprie radici nella vita e nell’insegnamento di Gesù Cristo, il quale ha comandato ai suoi discepoli di amare i propri nemici e ha esortato Pietro a riporre la spada. Come ha insegnato Papa Benedetto XVI, la non violenza cristiana non significa arrendersi al male, bensì rispondere al male con il bene (Angelus, 18 febbraio 2007). Papa Francesco ha dunque invitato i credenti a fare della non violenza attiva uno stile di vita (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 2017). Non si tratta né di debolezza né di indifferenza, ma di un impegno coraggioso a favore della giustizia, della riconciliazione e della pace”.

Nel ricordo di san Francesco “uomo di pace”

Quest’anno la Chiesa cattolica commemora l’ottavo centenario della morte del Poverello d’Assisi. “San Francesco – ha sottolineato il Prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso – rimane un’icona di pace, semplicità, fraternità e cura del creato. La sua visione di tutte le creature come fratelli e sorelle trova una significativa risonanza nella convinzione jainista circa l’interdipendenza e la sacralità della vita”. Al riguardo il porporato ha ricordato che martedì 27 ottobre “si celebrerà il quarantesimo anniversario dell’evento di Assisi del 1986. In un’epoca segnata da guerre, violenze, divisioni e distruzione ambientale, san Francesco – “uomo di pace” – e lo “spirito di Assisi” – inteso come religioni insieme per promuovere la pace – insieme alla tradizione jainista, ci invitano ad accogliere la fraternità, la solidarietà e la non violenza per la pace nel mondo”.

Lavorare insieme per il bene comune

Il cardinale non ha dubbi nell’affermare che “il dialogo tra persone di diverse tradizioni religiose è essenziale, poiché favorisce relazioni cordiali basate sul rispetto e sulla comprensione reciproci”. Il dialogo tra cattolici e giainisti “ci consente di collaborare per il bene comune, pur rimanendo fedeli alle nostre rispettive identità religiose. Le intuizioni giainiste sull”ahimsa” (non violenza), sull’autocontrollo, sul distacco dai beni materiali, sull’interconnessione della vita, sull’ecologia integrale e sull’uso etico delle risorse mondiali – ha proseguito – possono arricchire la nostra riflessione e il nostro impegno a favore della pace. Allo stesso modo, le Beatitudini evangeliche e la dottrina sociale cattolica offrono una tradizione ricca e vitale, incentrata sulla dignità umana, sulla solidarietà, sulla fraternità, sulla cura dei poveri e dei più vulnerabili, sulla nostra “casa comune” e sulla pace”. Inoltre, il porporato ha fatto riferimento a Leone XIV che “ha esortato le religioni a essere ‘lievito di unità in un mondo frammentato’, sollecitando affinché non vengano utilizzate come armi o muri, bensì come ponti e profezia (Intenzione di preghiera per l’ottobre 2025, Rete Mondiale di Preghiera del Papa)”. Di qui, il cardinale ha auspicato che il dialogo tra giainisti e cattolici debba fungere da ponte,r “capace di unire le comunità, educare i giovani, difendere la dignità della vita e rispondere collettivamente alla violenza, alla povertà e alla crisi ecologica. Possiamo noi disarmare i nostri cuori e camminare insieme nel nobile spirito dell’Ahimsa!” Infine, il prefetto si è congratulato con Abhay Firodia, che quest’anno è stato insignito dell’”Ahimsa Award”.

L’incontro con gli induisti

Nella mattinata di oggi, il prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha visitato il tempio induista Shri Swaminarayan e successivamente ha preso parte all’incontro “Indù e cristiani: insieme per costruire un mondo giusto e pacifico” che si è svolto alla Brahma Kumaris World Spiritual University. Articolato in tre sessioni, l’evento si è concluso con una meditazione e un momento di preghiera.

Liturgia 25 Ottobre 2026 XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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I farisei vivevano per meditare la legge, per capirla, per interpretarla. Alcuni sono riusciti a capire Gesù Cristo che ha detto a uno di loro che non era lontano dal regno dei cieli (Mc 12,34). E un altro fariseo, Paolo di Tarso, riuscì ad essere l’apostolo dei gentili. Ma tanti tra di loro, al contrario, rifiutavano il giovane Rabbi di Nazaret, e lo hanno messo a morte sulla croce… Interpretando la legge, i farisei ottenevano una casistica minuziosa che rendeva il giogo della legge insopportabile.
Ed è per questo che non potevano capire Gesù che, secondo loro, infrangeva il riposo del sabato guarendo i malati il sabato, e anche dicendo che il Figlio dell’uomo era padrone del sabato e che questo giorno, così importante, era stato fatto per l’uomo, e non il contrario… (Mt 12,8; Mc 2,27).
Gesù disfa il repertorio molto complicato dei precetti, e lo riassume nell’amore di Dio e del prossimo sopra tutto. Egli considera che questo è il primo comandamento, da cui tutti gli altri derivano… Di fronte a queste parole non possiamo fare altro che rivedere la nostra condotta, riconoscere i nostri errori e proporci in modo concreto di vivere per amore, di morire per amore.
Antifona d’ingresso
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto. (Sal 104,3-4)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Es 22,20-26
Se maltratterete la vedova e l’orfano, la mia ira si accenderà contro di voi.
Dal libro dell’Èsodo

Così dice il Signore:
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 17
Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato.
Seconda lettura
1Ts 1,5-10
Vi siete convertiti dagli idoli, per servire Dio e attendere il suo Figlio.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.
Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.
Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 14,23

Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.
Vangelo
Mt 22,34-40
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Innalziamo unanimi la nostra preghiera al Padre, ricco di misericordia, perché continui a vegliare su di noi con provvidente tenerezza.
Preghiamo insieme e diciamo: Benedici la tua Chiesa, Signore.

1. Per la santa madre Chiesa: nella fedele testimonianza di tutti i battezzati sia nel mondo il segno efficace dell’amore di Dio che salva. Preghiamo.
2. Per i ministri della Chiesa: con instancabile sollecitudine ricerchino i fratelli che si sono smarriti, per offrire loro la gioia del perdono. Preghiamo.
3. Per i popoli della terra: si spengano rivalità e violenze e cresca l’impegno sincero per il bene comune nella giustizia e nella pace. Preghiamo.
4. Per i giovani delusi da false promesse: nasca in loro un ardente desiderio di cercare Gesù Cristo con apertura d’animo e senza pregiudizi. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: donaci di attendere con perseveranza il ritorno del Cristo glorioso, servendolo sofferente nella carne dei fratelli. Preghiamo.

O Padre, donaci di camminare sotto la guida del tuo Spirito, e fa’ che ci rallegriamo per i germi di bene che spargi nel cuore di ogni uomo. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Guarda, o Signore, i doni che ti presentiamo,
perché il nostro servizio sacerdotale
renda gloria al tuo nome.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Esulteremo per la tua vittoria
e nel nome del nostro Dio alzeremo i vessilli. (Sal 19,6)

Oppure:
Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi,
offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. (Ef 5,2)

Oppure (Anno A):
Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente. (Mt 22,37)
Preghiera dopo la comunione
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.

Lo scisma inevitabile e quello silenzioso

A proposito dello scisma della Fraternità San Pio X - Lo scisma inevitabile e quello silenzioso

Adista

LO SCISMA INEVITABILE E QUELLO SILENZIOSO – A proposito dello scisma della Fraternità San Pio X (Lefebvriani)
Uno scisma riguarda il Magistero al più alto livello, ma non può lasciare indifferente il Popolo di Dio. È con questa preoccupazione che da una posizione periferica, “dal basso”, cerchiamo di prendere la parola sullo scisma della Fraternità san Pio X, costituita da mons. Lefebvre nel 1970. Una questione che ci sovrasta e che potrebbe essere portatrice di ulteriori divisioni.

Dopo un lungo dialogo

Con il Decreto di scomunica del Dicastero per la Dottrina della Fede, del 2 luglio 2026, si conclude un lungo percorso di dialogo tra Roma e la Fraternità san Pio X avviato nel 1987 e segnato da vari passaggi, dopo la firma di un Protocollo di accordo (1988), e varie proposte per andare incontro alle istanze della Fraternità affinché potesse rimanere nella “piena comunione” (1). Concessioni sempre respinte dalla Fraternità dopo un’apparente accoglienza.

A questo proposito sono significativi alcuni passaggi dei due atti di scomunica:

– “la Sede Apostolica ha usato comprensione fino al limite del possibile” (1988);

– “Dai tempi di san Paolo VI fino agli ultimi colloqui, […] i molteplici tentativi di ricondurre gli aderenti al movimento iniziato da Mons. Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati vani” (2026).

L’ostacolo: il Concilio Vaticano II

Il punto fondamentale e insormontabile che ha ostacolato e che ostacola la possibilità di una ricomposizione non sta nella natura delle soluzioni proposte, peraltro foriere di futuri problemi per la Chiesa cattolica, ma nell’accettazione degli esiti del Concilio Vaticano II.

Per il pieno ristabilimento della comunione, ancora nel 2017 dopo circa trent’anni di dialogo privo di progressi significativi, il Vescovo di Roma riteneva necessario che i membri della Fraternità:

– sottoscrivessero “in modo esplicito, la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, accordando a dette affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto”;

– riconoscessero “non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II” (2).

Una Tradizione ingessata

La non accettazione dei documenti del Concilio Vaticano II ha il suo fondamento nel modo di intendere la Tradizione, secondo la quale la Chiesa (il papa e i vescovi) vi sarebbe rimasta fedele fino a prima del Concilio. Una contraddizione messa in evidenza da Roma già nell’atto di scomunica del 1988 (3), nel quale si può leggere che “la radice” dello scisma “è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione”. La Fraternità non tiene conto “del carattere vivo della Tradizione” che, si ribadisce citando la Dei Verbum al n. 8, “progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, […] sia con la contemplazione e lo studio dei credenti […], sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità” (4).

Una contraddittoria visione della Tradizione che riporterebbe indietro di oltre cinquant’anni il dialogo ecumenico, il rapporto con i fratelli ebrei, il rapporto già difficile con la modernità e di conseguenza il rapporto Chiesa-mondo. Una Tradizione che rifiuta il confronto e si richiude in sé stessa e chissà perché, dopo essere “rotolata” nella storia e con la storia per secoli, si dovrebbe arrestare al 1959, anno di indizione del Concilio Vaticano II. Per convincersi di ciò basta frequentare il sito ufficiale della Fraternità san Pio X, una realtà molto sovradimensionata mediaticamente rispetto alla sua reale consistenza.

Ormai il dialogo non può che essere tra due Chiese cristiane

Il desiderio che da sempre percorre la Chiesa è quello dell’unità, per l’unità preghiamo anche ogni domenica nella celebrazione eucaristica (non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà), ma non possiamo non constatare che nei secoli il trauma della divisione, a causa dei nostri peccati, si è ripetuto più volte.

Per ricucire queste divisioni proprio il Vaticano II ha accolto il dialogo ecumenico e da allora la Chiesa cattolica ha avviato relazioni fraterne con molte, se non tutte, le Chiese che non sono in comunione con Roma. Dialoghi con diverse intensità e concordanze, ma con l’intenzione di avanzare insieme nell’unità con le modalità che lo Spirito e i Segni dei tempi suggeriscono. Da semplici battezzati-laici ci sembra di poter dire che non si possa più “inseguire” con concessioni problematiche chi ritiene che invece di un pane gli abbiamo offerto una pietra, che invece di un pesce gli abbiamo dato un serpente, che invece di un uovo gli abbiamo messo in mano uno scorpione (5).Forse è giunto il momento di ritenere che il dialogo possa proseguire, ma che vada collocato nella sfera del rapporto tra due Chiese cristiane e rientri, perciò, nelle modalità dei dialoghi ecumenici e non più come un dialogo interno alla Chiesa cattolica.

Lo “scisma” silenzioso

Il tema ci rimanda ad un altro “scisma”, questo sì tutto interno alla Chiesa cattolica. Uno “scisma silenzioso” che ha svuotato le nostre comunità e le nostre Chiese. Una realtà che tocca in primis le persone: le donne, i giovani, la comunità Lgbtq, i diversamente credenti, i presbiteri che si sono sposati, i divorziati risposati e molti altri che, sebbene nel disagio, ancora restano. Una sfida, messa bene in luce dalla consultazione del Popolo di Dio per il Sinodo sulla sinodalità, che attende risposte e riforme su diversi piani: dalle questioni etiche emergenti alla liturgia (non nel senso di concessioni al Vetus Ordo); dal diritto canonico al decentramento e alla corresponsabilità; dalla ministerialità allo statuto delle comunità. Questioni di grande rilievo in attesa di soluzioni, che il rapido susseguirsi dei Segni dei tempi rende sempre più urgenti.

La gentilezza degli sconosciuti

La gentilezza degli sconosciuti

Per prima cosa devo chiedervi tre volte scusa. Innanzitutto, perché uso la prima persona singolare per rivolgermi a voi lettori, cosa che in ogni scuola di giornalismo ti insegnano a non fare mai. La seconda perché l’idea non è mia, ma dell’edizione australiana di uno dei più bei giornali al mondo, il britannico Guardian. E la terza volta scusa lo devo ai lettori del quotidiano in lingua inglese che sono i veri protagonisti del successo della serie intitolata “La gentilezza degli sconosciuti”, un’azzeccata citazione di un dialogo di Tennesse Williams in Un tram chiamato desiderio. Una semplice rubrica in cui i lettori inviano le loro storie di esperienze toccanti vissute con persone che non conoscevano. A volte un gesto casuale o un atto di generosità può cambiare il modo in cui vedi la tua giornata, o la tua vita. Sono centinaia ormai i testi raccolti e pubblicati. Per questo oggi “Cose dell’altro mondo”, come tra “infaticabili specchi”, come in un fantastico gioco di scatole cinesi, non sarà altro che una rubrica fatta di alcune di queste tante rubriche. Un po’ più lunga del solito. Ma questo no guasterà il sapore del buono che, anche se qualcuno finge di negarlo, commuove ancora.

L’aspirapolvere
«Nonostante abbia 94 anni, mia madre è ancora molto attiva e indaffarata. Così, quando un’aspirapolvere che le piaceva è stata messa in vendita in offerta in una catena nazionale di elettronica, si è recata personalmente al negozio più vicino per comprarla. Purtroppo, però, quando è arrivata, le scorte erano già state esaurite. La commessa le ha detto che l’elettrodomestico era ancora disponibile in un altro negozio di Melbourne, ma che si trovava a un’ora di macchina. Nonostante fosse una persona molto attiva, la mamma ha fatto notare che alla sua età non avrebbe proprio potuto affrontare un viaggio così lungo. Ha chiesto alla commessa se fosse possibile trasferire l’aspirapolvere in questo negozio, ma le è stato categoricamente negato.
Proprio quando ha cominciato a sentirsi un po’ spiazzata e impotente, la donna in coda dietro di lei è intervenuta. Le ha detto che sarebbe stata felice di guidare fino a lì, ritirare l’aspirapolvere e portarglielo a casa.
La sconosciuta sembrava una persona davvero gentile, quindi la mamma ha permesso che l’aspirapolvere venisse ordinato per lei e le ha dato il suo indirizzo. Quando mi ha raccontato questa storia in seguito, mi si è stretto il cuore. Non riuscivo a immaginare un lieto fine. Ma quanto mi sbagliavo.

La sconosciuta ha mantenuto la sua promessa. Il giorno dopo, si è recata a casa di mia madre per ritirare l’aspirapolvere e portarlo a destinazione. Infine, dopo averglielo consegnato, le ha chiesto se le volesse aiuto per montarla. Ovviamente non ce la faceva, quindi la donna lo ha fatto al posto suo.
Sono rimaste in contatto e in seguito sono persino uscite a prendere un caffè insieme: la mamma non lascia andare nessuno così in fretta! Solo più tardi ha scoperto che la donna era in realtà una sportiva australiana molto famosa: la cestista Michele Timms.
Né io né mia sorella viviamo a Melbourne, quindi la mamma si affida ad amici e parenti che vivono lì per ricevere aiuto. Il fatto che uno sconosciuto si sia fatto avanti in questo modo mi ha fatto sentire che c’è davvero speranza per il mondo. La sua generosità è stata sbalorditiva e qualcosa di inaspettato di questi tempi».

Un fazzoletto di Napoli
«Anni fa, ero in visita a Napoli con mia figlia. Il primo giorno, non vedeva l’ora di fare una passeggiata fino al porto, così abbiamo lasciato i bagagli in albergo e siamo uscite a esplorare la città. Ero piuttosto esausta dopo il volo e, mentre percorrevo una ripida strada acciottolata, sono inciampata. Sono volata in aria e sono caduta a terra di faccia. Per qualche ragione, l’istinto di allungare le mani per attutire la caduta mi è mancato, così sono atterrata dritta sul mento. Ho capito subito che mi ero rotta la mascella perché ho sentito un terribile schiocco. In poco tempo, il sangue ha iniziato a sgorgarmi dal viso.
Mia figlia mi ha aiutato ad alzarmi e una folla si è radunata per prestarmi soccorso. Tra queste persone c’era una donna italiana che ha aperto la borsa e ne ha estratto un fazzoletto bianco immacolato con un bordo di pizzo. Me l’ha dato dicendo: “Usalo per pulire il sangue”. Ho protestato, dicendo che non volevo rovinare il suo bel fazzoletto, ma lei ha insistito. Poco dopo è arrivata l’ambulanza e sono stata portata d’urgenza in ospedale.
Il suo gesto gentile è stata la cosa migliore che mi sia capitata in una giornata altrimenti terribile. Ho imparato che nella vita accadono cose brutte, ma a volte ne derivano anche cose belle che alleviano il dolore. Questo è stato uno di quei momenti. Ciò che ha fatto quella splendida donna è stato un gesto così discreto, offerto senza aspettarsi nulla in cambio. Stranamente, è stata proprio la futilità del suo gesto a renderlo così efficace: stava sacrificando qualcosa di bello solo per asciugare del sangue.

Non l’ho rivista mai più. Ma ho conservato il fazzoletto, lavato e tornato bianco, come promemoria di come essere gentili».
La Festa del Papà
«Ho perso mia moglie nel 2020 e mio figlio nel 2021. Qualche anno dopo, vivevo da solo in una casa di riposo quando, una sera, ho deciso di uscire a cena. C’era un piccolo ristorante vietnamita lì vicino che io e mia moglie frequentavamo spesso, un posto con un’ottima cucina e a cui erano legati tanti bei ricordi. Era proprio la Festa del Papà. Ho cenato da solo, ordinando i miei soliti involtini di carta di riso. Quando sono andato a pagare il conto, la ragazza al bancone mi ha detto che il mio pasto era già stato pagato.
“Cosa intendi con “pagato”?” ho chiesto.

Lei ha risposto che una coppia appena uscita dal ristorante aveva pagato il mio pasto. La donna sosteneva che non fosse giusto mangiare da soli nel giorno della Festa del Papà, così lei e il marito avevano pagato loro il conto. Non ho idea di chi fossero. Sono uscito nel parcheggio per guardarmi intorno e vedere se riuscivo a individuare qualcuno, invano. Devo ammettere che, una volta arrivato alla macchina, mi sono seduto e ho pianto a dirotto.
Quella coppia non poteva conoscere la mia situazione. Ma sarò, per sempre, profondamente grato a quegli sconosciuti che hanno portato un po’ di luce in una giornata buia».
I lacci delle scarpe
«Era la mia prima gravidanza e per oltre sette mesi avevo sofferto di iperemesi gravidica, una forma grave ed estrema di nausea e vomito che si può manifestare durante la gestazione. In quelle ultime fasi, dopo che l’iperemesi era finalmente passata, ero esausta e sopraffatta. Provavo un misto di eccitazione e apprensione. Ero pronta ad avere un bambino quando mi ero appena abituata a camminare goffamente?

Un giorno ero a fare shopping e non mi sentivo molto bene. Mentre percorrevo una stretta corsia di un grande magazzino, una donna mi si è avvicinata da dietro. Pensavo che mi avrebbe chiesto di spostarmi o che mi avrebbe fatto un commento poco amichevole. Invece mi ha detto: “Sai che hai le stringe delle scarpe slacciate?”. Non lo sapevo, perché la pancia mi impediva di vedere i miei piedi! L’ho ringraziata per avermelo fatto notare.
Poi mi ha chiesto: “Ti dispiacerebbe se te li sistemassi io?” Le ho detto subito sì, senza pensarci un attimo. Lei così mi ha allacciato le scarpe, mi ha fatto un gran sorriso e se n’è andata.
È stato un piccolo gesto, ma mi ha dato molta sicurezza. Doveva essere una mamma, sapeva che inciampare in quella fase della gravidanza sarebbe stato grave e quanto fosse difficile persino toccarmi le punte dei piedi.
Da futura mamma in procinto di dare alla luce una piccola creatura, si desidera ardentemente essere circondati da brave persone. In quel momento mi sono sentita rassicurata dalla consapevolezza ne esistono tante e ovunque.
Mi ha toccato anche in un altro modo. Quando sei incinta, le difese che di solito mantieni con gli estranei crollano. Un’esperienza privata diventa molto pubblica, soprattutto verso la fine, quando è evidente quanto sia imminente il parto. Sei molto più vulnerabile. E devi fare affidamento sugli altri in modi che possono metterti a disagio. Devi semplicemente arrenderti e dire: “Sì, ho bisogno di aiuto”.
D’altro canto, gli estranei spesso si sentono in dovere di esprimere a parole i loro sentimenti riguardo alla tua gravidanza in modi che non sono sempre graditi. Tutto ciò ha reso il modo semplice e privo di giudizio in cui quella donna si è presa cura di me ancora più significativo.
Non voleva nulla da me, solo dirmi che avevo le scarpe slacciate e che voleva aiutarmi. Per qualcuno forse umiliante, ma per me è stato meraviglioso

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Avvenire

Vangelo e Parola del giorno 19 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 2,1-10

Fratelli, voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste, alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle Potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Anche tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri.
Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 99 (100)

R. Il Signore ci ha fatti e noi siamo suoi.
Oppure:
R. Salvati dall’amore, cantiamo un canto nuovo.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Varcate le sue porte con inni di grazie,
i suoi atri con canti di lode,
lodatelo, benedite il suo nome. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio»

Sacerdote e sposo: il contributo unico dei preti sposati alla pastorale familiare e alla vita della Chiesa

Il recente convegno tenutosi a Catania e ripreso dalle testate ecclesiali, incentrato sull’amore che rende sposi e sul valore delle diverse vocazioni, riporta al centro del dibattito un interrogativo fondamentale e quanto mai attuale: quale apporto specifico possono offrire i sacerdoti sposati alla pastorale e alla missione della Chiesa oggi?

La risposta risiede nell’unione profonda tra la Grazia del Sacramento dell’Ordine e la concretezza dell’esperienza familiare.

Un’integrazione feconda tra ministero ed esperienza familiare

L’immagine del sacerdote che è anche sposo e padre non rappresenta una rottura con la tradizione, ma una ricchezza complementare che può rigenerare la pastorale quotidiana:

  1. Empatia e comprensione pastorale: Un presbitero che vive le dinamiche coniugali, l’educazione dei figli, le difficoltà economiche e le sfide quotidiane delle famiglie possiede una chiave di lettura unica nel contatto con i laici e nella direzione spirituale.

  2. Una testimonianza incarnata per la pastorale familiare: Nelle attività di preparazione al matrimonio, nell’accompagnamento delle coppie e nell’ascolto delle ferite familiari, il sacerdote sposato porta una testimonianza di fede vissuta e una prossimità d’esperienza insostituibile.

  3. Solida formazione e servizio ecclesiale: I presbiteri che hanno contrattato matrimonio custodiscono il carattere indelebile dell’ordinazione presbiterale e una formazione teologica di alto profilo formale e pontificio, che li rende pronti a riprendere il servizio liturgico e catechistico nelle parrocchie.

Realismo Pastorale per la Chiesa di Papa Leone XIV

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, accoglie gli spunti emersi dai dibattiti e dalle riflessioni come quella di Catania per ribadire la propria proposta fondata sul realismo pastorale:

  • Oltre lo steccato del celibato esclusivo: Riconoscere l’apporto dei presbiteri sposati non significa svalutare il celibato presbiterale, ma valorizzare una duplice vocazione che arricchisce la Chiesa di una presenza capillare e paterna.

  • Appello per la riammissibilità canonica: Chiedere a Papa Leone XIV un provvedimento di riammissione al ministero attivo è un atto di responsabilità pastorale per rispondere all’emergenza delle parrocchie senza Messa e per restituire dignità a sacerdoti formati e desiderosi di servire.

L’unione tra la Grazia dell’Altare e la grazia del Focolare è una risorsa di speranza per il futuro dell’evangelizzazione.

#Prospettive, #PapaLeoneXIV, #SacerdotiSposati, #PastoraleFamiliare, #RealismoPastorale

Morto a 108 anni don Avi, il sacerdote più anziano del Trentino

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E’morto all’età di 108 anni don Guido Avi, il sacerdote più anziano del Trentino, e molto probabilmente anche tra i più anziani d’Italia.

Lo scorso febbraio, nel giorno di San Valentino, il suo paese d’origine, Vigalzano, una piccola frazione di Pergine Valsugana, l’aveva festeggiato assieme ai bambini compaesani nati esattamente 100 anni dopo di lui.
La storia di don Avi è la storia del ventesimo secolo, con la dolorosa parentesi della Seconda guerra mondiale.

In pieno conflitto, quand’era parroco di Noriglio, in Vallagarina, diede ospitalità ad un gruppo di soldati italiani e alleati fuggiti dai tedeschi dopo l’8 settembre del 1943. Due anni dopo, invece, don Avi aiutò a salvare un altro soldato, questa volta tedesco, che aveva deciso di disertare. Superando i posti di blocco a Folgaria e in Valsugana, il prete riuscì a portarlo in salvo nella sua casa natale di Vigalzano. Il sacerdote, fino alla sua morte, è rimasto legato al suo paese d’origine.
Il soprannome di don Avi è proprio “don Torta”, perché quand’era parroco di Cristo Re a Trento, disse “Datemi una torta e vi farò una chiesa” e, grazie al coinvolgimento dei fedeli, che risposero subito al suo appello, nel 1952 venne aperta la chiesa di Cristo Re. Anche a 108 anni, era ancora lucido, anche se ovviamente con qualche acciacco.

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«Vivere per il bene»: il richiamo di Papa Leone XIV all’Angelus e i sacerdoti sposati come risorsa concreta contro la crisi della Chiesa

Il Papa all'Angelus

All’Angelus di questa domenica, Papa Leone XIV ha rivolto ai fedeli un accorato invito a superare l’egoismo e le logiche di rendita spirituale per abbracciare uno stile di vita autenticamente evangelico: «vivere per il bene», mettendo la propria esistenza a totale servizio del prossimo e del Regno di Dio.

Un insegnamento alto e impegnativo che risuona con particolare forza e attualità in un’epoca segnata dal drastico calo delle vocazioni, dalla chiusura di molte parrocchie e da una crescente stanchezza del clero in servizio.

Un potenziale di bene inespresso che attende di servire

In questo contesto di profonda crisi strutturale e pastorale, le parole del Papa tracciano una direzione chiara che non può ignorare la presenza e la disponibilità dei sacerdoti sposati:

  1. Uomini impegnati quotidianamente per il bene: I presbiteri che hanno contratto matrimonio continuano a testimoniare la fede e la carità nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e nel sociale, dimostrando che l’amore per Cristo e per la Chiesa non si è mai spento.

  2. Formazione eccellente e valida ordinazione: Si tratta di sacerdoti in possesso di titoli pontifici e di una solida preparazione teologico-pastorale formale. Lasciare inutilizzate queste risorse umane e spirituali contrasta con l’urgenza di “fare il bene” a favore dei fedeli privi dei Sacramenti.

Realismo Pastorale: superare la crisi riaprendo le porte al ministero

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, coordinato da don Giuseppe Serrone, accoglie l’appello di Papa Leone XIV e rinnova l’auspicio per un atto di coraggio e misericordia canonica:

  • Integrazione anziché esclusione: Consentire la riammissione al ministero attivo dei presbiteri sposati significa dare corpo alle parole del Pontefice, trasformando un potenziale inespresso in una forza viva per il bene delle comunità locali.

  • Un decreto di speranza: Chiedere un provvedimento canonico per il loro reintegro è un gesto di puro realismo pastorale, volto a garantire continuità alla vita parrocchiale e a ridare slancio alla missione della Chiesa nel mondo di oggi.

Ripartire dal bene condiviso è la strada maestra per superare ogni crisi e fare della Chiesa una vera casa accogliente per tutti i suoi operai.

#VaticanNews, #PapaLeoneXIV, #Angelus, #SacerdotiSposati, #Riammissionepretisposati