Vangelo e Parola del giorno 21 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 3,2-12

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza.
A me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui.

Salmo Responsoriale

Is 12,2-6

R. Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza. R.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime. R.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,39-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Adozione e affido, ma ora anche le “famiglie di appoggio”: come sta cambiando l’accoglienza di un figlio

Mamma e figlia in strada sotto la pioggia

Avvenire

L’adozione ha futuro o è una “specie” in via di estinzione, destinata a scomparire? Questo è uno dei tanti temi approfonditi del Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia di cui festeggiamo in questi giorni i 50 anni di attività in Università Cattolica. Riguardo alle adozioni internazionali, i numeri – come è noto – sono in drastico calo e sono passati da più di quattromila nel 2012 a poco più di 500 negli ultimi anni. Questa diminuzione potrebbe essere anche interpretata in modo positivo se non ci fosse più bisogno di ricorrere all’adozione, in Italia e nel mondo, e tutti bambini fossero collocati in un contesto familiare. Ma le evidenze vanno in senso contrario e indicano un aumento dei cosiddetti “out of home children”. L’Unicef stima 2,7 milioni di bambini che nel mondo vivono in strutture residenziali. Se restringiamo il focus al nostro contesto italiano, sono più di ventimila. E sappiamo che la prolungata istituzionalizzazione ha effetti negativi sullo sviluppo e sul benessere dei bambini, in quanto non può essere garantita quella cura personalizzata e continuativa h24 e 7/7 che un figlio richiede. E poi calano anche le coppie che si rendono disponibili all’adozione. In un contesto connotato da un drastico calo della natalità, alle coppie che desiderano avere un figlio si aprono numerose strade per fare un figlio “su misura” nei tempi e nei modi decisi dagli adulti stessi. E solo quando tutte queste strade sono state percorse senza successo, un numero residuale di queste coppie si affaccia all’adozione. Certo non è né semplice, né immediato rilanciare il progetto di genitorialità e trasformarlo in un progetto di adozione. E sono poche anche le famiglie disponibili ad accogliere un bambino in affido: i numeri sono ben al di sotto di quanto necessario per coprire il “fabbisogno”.
I bambini, tutti, hanno bisogno di famiglia. A ben vedere, i tempi e i modi dell’accoglienza familiare possono variare quanto a impegno, tempo dedicato e responsabilità. Possono andare dal “per sempre” dell’adozione al “a tempo” nell’affido, ma ci sono le forme più soft, magari part-time, per weekend e vacanze. E poi ci sono forme leggere, come le “famiglie di appoggio”, ovvero famiglie che dedicano del tempo a un bambino che rimane comunque collocato nella comunità educativa, e lo seguono magari per i compiti, lo ospitano qualche giorno, lo portano a teatro, al cinema, offrono cioè quelle esperienze che la comunità non riesce a garantire. In Spagna, ad esempio, si stanno facendo consistenti investimenti per diffondere le cosiddette “familias colaboradoras”, un progetto che prevede anche una valutazione e una preparazione iniziali e un monitoraggio nel tempo. I risultati sono sorprendenti: i bambini “accompagnati” manifestano meno problemi comportamentali, maggiore autostima, più capacità di fare progetti per il futuro. Hanno assaporato una cura personalizzata: svegliarsi la mattina e scegliere quali cereali prendere, avere qualcuno che ti insegna ad andare in bicicletta, o che ti accompagna a calcio ed è lì mentre fai il tuo primo goal. Sembra poco, ma è sufficiente per segnare le loro traiettorie di crescita.
Viene da chiedersi se le famiglie siano ancora in grado di aprirsi in modo generativo, anche poco, o se questa spinta alla generatività è del tutto annientata in un mondo di adulti sostanzialmente ripiegati su sé stessi e impauriti da un futuro visto a tinte fosche. Possiamo rilanciare la generatività familiare? Questo è il cuore della questione di cui si parlerà anche il 22 ottobre in Università Cattolica. Certo è che famiglie che vivono esperienze di accoglienza familiare, non di rado iniziate in modo occasionale e informale o per il passaparola di amici, sono concordi nell’evidenziare che, al di là del “format”, sono esperienze assai impegnative e al tempo stesso profondamente arricchenti. Quel poco o tanto che è stato donato, torna indietro, in modi inaspettati. Ccentuplicato.

Vangelo e riscatto sociale nella favela con padre Gean, il parroco-pallavolista

Vangelo e riscatto sociale nella favela con padre Gean, il parroco-pallavolista

avvenire

Imbarcarsi sulla linea 5 della metro di San Paolo in direzione dell’estrema periferia sud, la più distante dal centro, fa capire cosa significhi vivere nella più grande area metropolitana dell’America Latina, con oltre venti milioni di abitanti. Man mano che ci si allontana dai grattacieli a specchio, il panorama offre prima un misto di anonimi palazzoni semidisabitati e baraccopoli, poi lascia spazio a un’unica grande favela-dormitorio: quella di Capao Redondo. Il capolinea della linea 5, da lì, ogni giorno consente ai suoi settecentomila abitanti di fare i pendolari verso la city .
A pochi minuti dalla stazione, in località Valo Velho, sorge la parrocchia di San Francesco di Assisi, retta dal 2016 dal 48enne padre Gean Medeiros: «Negli anni ’80 questo era considerato tra i quartieri più pericolosi al mondo, paragonabile a quelli dei Paesi in guerra. Ci svegliavamo con i cadaveri per strada», racconta, ricevendoci con un pallone da volley in mano. Padre Gean è conosciuto come il parroco-pallavolista: è professionista nella categoria over 35 con il club del San Paolo e soprattutto ha fatto del suo amore per lo sport uno strumento d’inclusione. «Il pallone ha un potere magico, ci ha permesso di trasformare una periferia dimenticata in un polo culturale e sportivo».
Su Instagram ha 250mila follower: «All’inizio rifiutavo i social, ma poi ho capito che aiutano a raggiungere più persone», spiega. Nel tempo, ha riqualificato un’area abbandonata vicino alla parrocchia per farne una palestra dove oggi trovano svago e possibilità di crescere in modo sano duecento giovanissimi tra i 7 e i 18 anni. «In Brasile, si è perso lo sport a scuola. Per questo abbiamo ideato i Catholic Games , un torneo di calcio e pallavolo maschile e femminile nello Stato di San Paolo, con oltre settecento partecipanti dai 15 ai 21 anni: a settembre è partita la seconda edizione e a breve lanceremo qui vicino un’altra scuola di pallavolo per trecento bambini».
Una volta messo in sicurezza l’impianto elettrico, a ottobre, si apre anche agli adulti: «C’è una lunga lista d’attesa nel quartiere, il volley è diventato di moda e vogliono giocare anche i genitori». Al momento, la palestra è aperta solo di giorno, sfruttando la luce naturale, perché i tossicodipendenti della zona rubano i cavi elettrici per rivenderli al mercato nero del rame, lasciando al buio diverse strutture. «Un ex boss del narcotraffico è caduto nella dipendenza ed è venuto a chiedermi aiuto. L’ho accolto», rivela il sacerdote.
Lo sport diventa anche strumento di evangelizzazione: «Molte persone si sono avvicinate alla fede attraverso la pallavolo, ma io voglio prima di tutto migliorare la vita di tutta la comunità, non solo di quella cattolica». In fondo, osserva il sacerdote, anche questo è chiesto alla Chiesa in queste periferie: arrivare lì dove la politica non arriva. «Tutti questi progetti sono finanziati dal Comune, che qui non mette piede e, di fatto, delega a noi non solo lo sport, ma anche altri servizi pubblici».
La parrocchia di Valo Velho, dunque, è anche un centro di assistenza sociale che organizza incontri per gli anziani, dà ascolto e accoglienza alle donne vittime di violenza domestica e dà lavoro e prospettive professionali a decine di ragazzi: c’è chi attraverso la pallavolo e chi attraverso la gestione della comunicazione del parroco, che ha un team di diciotto giovani che gli curano social, interviste, apparizioni in tv.
In più, ci sono nove insegnanti di volley, capitanati dall’ex pallavolista professionista Cida, che ha giocato anche in Svizzera e parla italiano. È lei, oggi 51enne, che ha dato l’idea del nome dell’associazione non profit attraverso la quale Gean riceve finanziamenti e patrocini: “Piano Piano”. «Cida scelse questa espressione italiana per farmi capire di non avere fretta, che ci sarebbe voluto del tempo prima che questo progetto, lanciato appena prima della pandemia, desse i suoi frutti. Aveva ragione». Padre Gean ha anche scritto un libro di autodisciplina e sta lavorando a un altro volume con altri nove autori, per mettere assieme fede e scienza: «Ho fatto il seminario a ventun anni, sentendo una forte vocazione grazie alla mia famiglia e in particolare a mio zio, che era prete. La mia formazione è filosofica e nei miei libri parlo di psicologia», spiega il prete che a Roma una volta ha avuto la possibilità di incontrare papa Francesco. «Onestamente – sorride – ho trovato la città troppo turistica e caotica. Bergoglio è stato un Pontefice semplicemente fantastico, capace di aprire le porte della Chiesa e di parlare al mondo. Anche Leone XIV mi sta piacendo, è una fase difficile per il pianeta e ci vuole un Papa equilibrato come lui». Prossimi impegni sportivi? «Allenarmi con il San Paolo. Di ruolo sono opposto nonostante sia alto solo un metro e settanta, ma mi alleno in palestra due volte a settimana e vado a correre. Seguo anche una rigorosa dieta senza alcol e zuccheri e ho scoperto il pilates». È un atleta a tutti gli effetti: ha già subito sei interventi chirurgici tra caviglie, spalla e legamenti del ginocchio.

Si chiude la quadrilogia sulla fede. Dopo la fermezza, le opere e lo sguardo, la sorgente che tutto regge. La fede è grazia che si riceve e volontà che la indossa. Ogni giorno. Fino al giudizio

L'abito della fede

Avvenire

Una cintura. Anzi, due. Quasi identiche, azzurre entrambe, sollevate da un’assistente che esita davanti alla direttrice. Nella stanza qualcuno trattiene il fiato. Andy, la ragazza appena assunta, si lascia sfuggire una risatina: per lei quelle cinture sono la stessa cosa, e tanta serietà le pare una commedia. Miranda Priestly si volta. Con la calma glaciale di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce, le racconta la genealogia del maglione informe che indossa. Non è azzurro. Non è turchese. È ceruleo. Prima di finire nel cesto delle svendite dove lei lo ha pescato, convinta così di sottrarsi alla moda, quel colore era sceso dalle passerelle dei grandi stilisti ai grandi magazzini, e dai grandi magazzini alle catene a buon mercato. Andy crede di averlo scelto. Invece è stato scelto per lei. Da altri. Molto prima. In una stanza come quella.

Vent’anni dopo, Il diavolo veste Prada è tornato nelle sale con un seguito, e nel finale, come una rima che chiude il cerchio, il ceruleo ricompare. Ma quella lezione non riguarda soltanto la moda. Riguarda noi. Riguarda la fede.
Quante volte ciò che chiamiamo fede è un maglione ceruleo. Crediamo di averla scelta. Invece ce l’hanno messa addosso l’abitudine, la famiglia, un’emozione, una stagione della vita, un clima culturale che ha deciso per noi quanto credere, come credere, fino a che punto credere, in cosa credere. E, come ogni capo raccolto per caso, la si dismette senza rimpianto al primo cambio di stagione.
Con la riflessione pubblicata oggi su “L’Armonauta”, si chiude un percorso in quattro tempi. Una quadrilogia, potremmo dire. Almeno, così è stata pensata. Chi crede non ha fretta ha mostrato che la fede si riconosce dalla fermezza: chi crede non si agita, resta saldo nelle sue decisioni mentre il mondo corre. Fabbricanti di dèi ha ricordato che la fede si mostra nelle opere, e che è uno scandalo vedere chi non crede edificare con zelo le proprie false religioni mentre chi crede si vergogna della sola vera. Come se vedesse l’invisibile ha affermato che la fede vede ciò che ancora non c’è e lo fa diventare storia. Resta da affrontare, tuttavia, la domanda più radicale. Da dove nascono la fermezza, l’opera, lo sguardo? Da un dono. Che chiede di compiersi in una decisione. Che è frutto di un atto di volontà.

La fede, infatti, è grazia. Nessuno se la dà da sé. Ma la grazia non si posa su un manichino come un abito improvvisato e passeggero. La grazia cerca una volontà. È dono che si riceve e si alimenta nel volere. Per questo scegliere di essere davvero uomini di fede significa decidere. Decidere di indossare l’abito evangelico. Oggi. Domani. Ogni giorno che ci è dato di vivere, un po’ di più.
Il nostro tempo ha preferito, invece, un’altra fede. Più leggera. Evanescente. Che non obbliga. Sentimentale.
Nel 2005 il sociologo americano Christian Smith, al termine di una vasta indagine sulla religiosità degli adolescenti statunitensi, coniò una formula destinata a fare scuola: “deismo moralistico terapeutico”. Un Dio che esiste, certo, che desidera che siamo gentili e corretti, che ha a cuore soprattutto la nostra serenità, e che per il resto non disturba. Interviene quando serve, come un maggiordomo celeste o un terapeuta di guardia. E si ritira con discrezione quando non serve più. Quella diagnosi ha varcato da tempo l’oceano e superato i confini dell’età giovanile. È la religione reale di larga parte dell’Occidente battezzato. Grace Davie, studiando la Gran Bretagna del dopoguerra, parlava di un credere senza appartenere. Si potrebbe aggiungere un credere senza volere. Charles Taylor ha descritto l’età secolare come quella in cui la fede diventa un’opzione fra le altre, esposta di continuo allo sguardo di chi non crede, e perciò fragile, revocabile, provvisoria.

La fede sentimentale vive di stati d’animo. Si accende davanti a un tramonto, si commuove a un funerale, arde per la durata di un pellegrinaggio o di una bella liturgia. E si entusiasma davanti a un bisogno. Una raccolta, un’emergenza, una causa che tocca il cuore. Nasce allora un’opera di bene che ha tutto l’aspetto della carità e nulla della sua radice, perché è compiuta per convenzione sociale, per il calore di un sentimento, per il bisogno di sentirsi buoni o di essere visti come tali. Convenzione e sentimentalismo travestiti da fede. Poi l’emozione si spegne, e con essa l’opera. Così, un poco alla volta, la fede smette di essere dono e diventa costume, accessorio, una buona maniera, una convenzione sociale fra le altre, che si osserva finché conviene e si ripone quando passa di moda. Proprio come il ceruleo. Non regge il “giorno dopo il sabato”. Non regge la malattia, il fallimento, la tentazione. Non supera la prova della storia. È una fede di consumo, che misura Dio con il metro della gratificazione: se consola, resta; se chiede e obbliga, se ne va. Il sentimento è un ottimo inizio e un pessimo fondamento. Accende il fuoco, ma non lo custodisce. Non può custodirlo. Lo custodisce soltanto la volontà, che continua ad alimentarlo quando la fiamma si abbassa e la notte si fa lunga. Il Vangelo è chiaro in proposito: «Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia» (Mt 7,26). Poi la pioggia, i fiumi, i venti. E una rovina grande.
La contemporaneità conosce il prezzo di quella sabbia. Nel 1937, mentre una parte delle chiese tedesche si adattava al regime con la docilità di chi preferisce la quiete secolare alla verità eterna, Dietrich Bonhoeffer apriva Sequela con una frase rimasta conficcata nella coscienza cristiana come una lama: «la grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra Chiesa». Grazia a buon prezzo è il perdono annunciato senza conversione, il sacramento senza sequela, la consolazione senza croce. Una grazia che non costa nulla genera cristiani che non costano nulla. E che non servono a nulla. Non servono al mondo. Non servono alla storia. Non servono a Dio. Non servono neppure al diavolo. Bonhoeffer pagò il prezzo intero, a Flossenbürg, nell’aprile del 1945. Quasi un secolo prima, Kierkegaard aveva intravisto lo stesso abisso nella Danimarca luterana, dove tutti erano cristiani per anagrafe e proprio per questo, denunciava, il cristianesimo rischiava di non esistere più. Universale per nascita. Inesistente per decisione.
È giusto, quindi, interrogarsi: quale abito vogliamo indossare, quello luminoso della vera fede evangelica o quello ceruleo della consuetudine sociale?

Abito viene dal latino habitus, che discende da habere – avere, tenere – e designa tanto la veste quanto il modo d’essere che si acquisisce attraverso la ripetizione. Marcel Mauss mostrò negli anni Trenta che perfino il modo di camminare, di nuotare, di sedere si apprende e si incide nel corpo con l’esercizio. Pierre Bourdieu fece dell’habitus la chiave per comprendere come le disposizioni diventino seconda natura. La tradizione cristiana lo sapeva da sempre. Per Tommaso d’Aquino la fede è un habitus, una virtù infusa da Dio. Ma un abito resta piegato nell’armadio se nessuno lo indossa. L’abito non fa il monaco, dice il proverbio. Vero. Ma il monaco che smette di indossarlo, un giorno dopo l’altro, finisce per dimenticare di esserlo.
Perfino l’economia, che di grazia non sa nulla, ha qualcosa da insegnare. Nel 1994 Laurence Iannaccone si domandò perché le comunità religiose più esigenti prosperassero mentre quelle più accomodanti si svuotavano. La risposta stupì soltanto chi aveva dimenticato il Vangelo. L’esigenza seleziona. Una fede che non chiede nulla attira i passeggeri clandestini, quelli che vogliono il beneficio dell’appartenenza senza portarne il peso, e finisce per diluire l’impegno di tutti. Una fede che chiede molto genera comunità vive, generose, durature, perché autentiche, vere, fondate sulla roccia e non sulla sabbia. Albert Hirschman, nel suo saggio del 1970, metteva in relazione la defezione, la protesta e la lealtà di fronte al declino di un’organizzazione. La fede sentimentale conosce soltanto la prima. Alla prima delusione cambia fornitore. La lealtà, invece, è volontà che resta. Jon Elster ha costruito un’intera teoria della razionalità imperfetta attorno all’immagine di Ulisse che si fa legare all’albero maestro per non cedere al canto delle sirene. Chi conosce la propria debolezza lega la volontà prima che arrivi la tentazione. La Chiesa ha nomi antichi per questo legame che libera. Voto. Promessa. Fedeltà. Obbedienza.
Ed eccoci alla filosofia, che qui si fa teologia senza rinunciare al rigore. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 155, accoglie una definizione di Tommaso che contiene in una riga l’intera tesi di questa quadrilogia: «Credere è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina per comando della volontà mossa da Dio attraverso la grazia». Ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam. La grazia muove. La volontà comanda. L’intelletto aderisce. Se la volontà manca, la grazia resta un invito senza risposta. Anche Agostino si era soffermato su questo tema: colui che ti ha fatto senza di te non ti giustifica senza di te. Fecit nescientem, iustificat volentem. Ti ha creato quando non sapevi. Ti salva se vuoi. Kierkegaard intitolò uno dei suoi discorsi più intensi a una sentenza che è un programma di vita: la purezza di cuore è volere una cosa sola. E Maurice Blondel, nel 1893, individuò nel cuore dell’azione umana uno scarto incolmabile fra la volontà che vuole e la volontà voluta, fra l’aspirazione infinita che ci abita e le scelte finite con cui la onoriamo o la tradiamo. Quello scarto non si colma da sé. Si colma soltanto accogliendo un dono che viene dall’alto.

Qui la riflessione si arresta. E la sapienza prende la parola. Prendiamo in prestito, in proposito, le parole del teologo Costantino Di Bruno: «Occorre operare una netta distinzione tra l’essere e il volere essere e il dovere volere essere per essere. L’uomo è stato creato ad immagine e a somiglianza di Dio. Questa la sua natura. Questa la sua essenza. Questo il suo essere. Questo suo essere è posto da Dio nella sua volontà. L’uomo deve essere ciò che è. Per essere ciò che è, deve volere essere. Se non vuole essere, si separa dal suo essere e precipita nella morte. Da essere nella vita, diviene essere nella morte. Non produce frutti di vita. Produce frutti di morte».
La morte di cui qui si parla non attende la fine dei giorni. Comincia ora, ogni volta che l’uomo rifiuta di essere ciò che è: nella vita svuotata di senso, nelle relazioni consumate, nelle opere che non generano, nelle istituzioni che durano senza vivere, nelle imprese che cercano profitto e potere senza generare e costruire niente di buono, bello, utile e durevole. Il non volere è già un morire. Amleto aveva consegnato all’Occidente la sua domanda più celebre. Essere, o non essere. Ma, posta così, la domanda è incompleta. L’essere ci è dato. Nessuno di noi lo ha scelto. Ciò che resta sospeso è un’altra cosa. Volere, o non volere, essere ciò che siamo. È qui che si decide se la vita sarà dramma o tragedia, se l’uomo resterà immagine o precipiterà nell’ombra di sé stesso. Dio non ha plasmato una statua. Ha generato un figlio. L’immagine è data, la somiglianza è affidata, e la si compie soltanto volendo. Per questo la storia della salvezza è tutta edificata sul «vuoi». E sul «vuoi» che poi deve divenire volere. «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita» (Dt 30,19), dice il Signore a Israele sulla soglia della terra promessa. Gesù, davanti al paralitico che da trentotto anni giace presso la piscina di Betzatà, non gli domanda quanto abbia sofferto, né chi lo abbia abbandonato. Gli domanda una cosa sola. «Vuoi guarire?» (Gv 5,6). E su Gerusalemme pronuncia il lamento più straziante del Vangelo: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23,37). Dio vuole. L’uomo può non volere. In questa asimmetria si consuma tutto il dramma della storia.
Sei. Devi essere. Se devi essere, devi volere essere. Tutto è dalla volontà. Non perché la volontà basti a sé stessa, ma perché è il luogo in cui la grazia chiede di farsi carne e storia. «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare» (Fil 2,13), scrive Paolo ai Filippesi. Suscita il volere. Non lo sostituisce. Lo accende, lo sostiene, lo purifica. Ma il sì resta nostro, e va pronunciato ogni mattina, perché la fede non è una proprietà acquisita una volta per sempre. È una veste che si indossa ogni giorno. E che ogni giorno si può togliere.

A Nazaret la storia ha conosciuto il volere perfetto. Un angelo porta un annuncio che nessuna mente umana avrebbe potuto concepire, e attende. Il cielo resta sospeso a una risposta. «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Non un’emozione, non un trasporto dell’anima destinato a svanire. Una volontà che si consegna intera, e che non si ritirerà né a Betlemme, né in Egitto, né sotto la croce. La grazia aveva colmato Maria. Maria ha voluto quella grazia, ogni giorno, fino al Calvario. Per questo è la prima dei credenti. Non perché abbia ricevuto di più, ma perché ha voluto tutto ciò che ha ricevuto.
C’è una parabola che racconta tutto questo come in una scena di teatro. Un re prepara le nozze del figlio. Gli invitati di riguardo rifiutano. Allora i servi escono per le strade e radunano tutti quelli che trovano, cattivi e buoni. La sala si riempie. L’invito è gratuito, universale, immeritato. È la grazia. Ma quando il re entra a vedere i commensali, scorge un uomo che non indossa l’abito nuziale. «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale? Quello ammutolì» (Mt 22,12). Era entrato per invito. Non aveva voluto vestirsi. Stava nella sala. Non era nella festa.
Quell’abito è la fede. Non la fede emotiva, intermittente, di stagione, ma la fede che si fa vita e diventa veste. L’Apocalisse vede la sposa dell’Agnello avvolta di lino puro e splendente, e spiega che quel lino sono le opere giuste dei santi. Paolo esorta a rivestirsi del Signore Gesù Cristo. Indossare l’abito evangelico significa decidere di pensare come Cristo, giudicare come Cristo, amare come Cristo, scegliere come Cristo. Anche quando costa. Soprattutto quando costa. Sempre di più. È l’unico abito con cui potremo e dovremo presentarci al giudizio eterno.
Proviamo a immaginare come cambierebbe la storia dell’economia, della finanza, della politica, dell’industria e di ogni altro ambito della vita umana, se ogni uomo, ogni giorno, decidesse di indossare l’abito della verità.
Ogni mattina ci vestiamo. Scegliamo, anche distrattamente, che cosa il mondo vedrà di noi quel giorno. Allo stesso modo, ogni mattina, il credente decide se uscire di casa vestito di Vangelo o del ceruleo che altri hanno scelto per lui. Non esiste un giorno neutro. Non esiste un guardaroba vuoto. Chi non indossa l’abito della fede ne indossa comunque un altro. Quello della paura. Quello della convenienza. Quello del pensiero di tutti.
Il peccato si perdona. La morale si condona. Ma è per la fede che saremo giudicati. Il peccato confessato trova sempre la misericordia, la fragilità trova sempre la pazienza di Dio. Ciò che non trova scampo è il non aver voluto credere, il non aver voluto indossare l’abito offerto. «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,18). Non è Dio a pronunciare la condanna. È l’uomo che, non volendo essere ciò che è, si separa dalla sorgente del proprio essere. E la fede di cui renderemo conto non sarà quella dichiarata a parole. Sarà quella che si è vista: nella fermezza che non ha fretta, nelle opere che non si vergognano, nello sguardo che fa dell’invisibile una storia. Una fede che non ha generato vita non era fede. Era un costume di scena.
Gesù ha lasciato ai suoi una domanda che attende ancora risposta: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Non domanda se troverà religiosità, tradizioni, emozioni, valori condivisi. Domanda se troverà la fede. Cioè uomini e donne che l’hanno voluta. Custodita. Indossata fino all’ultimo giorno. Come Paolo, che al termine della corsa poté scrivere: «Ho conservato la fede» (2Tm 4,7). Conservato. Verbo di volontà. Verbo di fedeltà.
Miranda, in fondo, aveva ragione. Ciò che si indossa per caso lo hanno scelto altri. Ma esiste un abito che nessuna stanza del potere può scegliere al posto nostro, che nessuna stagione può mandare fuori moda, che nessun algoritmo può decidere per noi. Ci è donato. Tocca a noi indossarlo. E il giorno del giudizio non ci verrà chiesto se lo avevamo ricevuto. Ci verrà chiesto se lo abbiamo voluto.
È l’abito della fede.
È questo, allora, il proposito con cui l’Armonauta chiude questo cammino in quattro tempi. Non accontentarsi più di una fede indossata per caso, superficialmente e saltuariamente. Ma anelare a una fede voluta. Assumere la responsabilità della propria fede. Indossare, ogni mattina, l’abito evangelico nell’impresa e nella politica, nell’economia e nelle relazioni, nella cura del creato e nella costruzione del futuro, perché l’armonia non nasce da un’emozione, ma da una volontà che si lascia plasmare dalla grazia. Restare saldi, senza fretta. Mostrare la fede nelle opere, senza vergogna. Vedere l’invisibile facendolo diventare storia. E tutto questo, volerlo. Volerlo. E poi volerlo ancora. Profondamente. Fino in fondo. Fino al giorno in cui quell’abito, finalmente, sarà veste eterna. Veste di festa. Veste di gioia piena.

Kosovo: Agron Boshtraj, da sfollato a sminatore: «Grazie all’impegno della Ong Halo Trust abbiamo eliminato in sicurezza 41.005 esplosivi»

Un operatore della Ong Halo Trust impegnato in Kosovo

Avvenire

Ricorda ancora chiaramente la sensazione di incertezza diffusa, condivisa da tutti in quell’estate del 1999, a guerra appena terminata. C’era il timore di imboccare strade e viottoli, tornare ai villaggi, rientrare nei cortili e in casa propria, se era ancora in piedi. «Quella sensazione la provavo anche io. Non sapevamo granché di mine e ordigni inesplosi, dovevamo stare attenti a ogni passo, non riuscivamo a sentirci al sicuro», racconta ad Avvenire Agron Boshtraj, all’epoca sfollato come oltre un milione di albanesi del Kosovo in fuga dai combattimenti e dalla pulizia etnica durante il conflitto tra le forze serbe e jugoslave su un fronte e, sull’altro, il gruppo separatista albanese Uck (Esercito di liberazione del Kosovo).
Per settantotto giorni la Nato aveva lanciato attacchi aerei prima di vedere Belgrado cedere e ritirare le sue truppe. Mentre sul terreno veniva dispiegata la forza militare internazionale della Kfor, agli sfollati di ritorno toccava fare i conti, oltre che con la distruzione, anche con campi disseminati di mine e bombe a grappolo a rischio di esplosione. Ora, a distanza di ventisette anni, dopo una continua presenza sul campo, l’organizzazione umanitaria impegnata nella bonifica del Kosovo, la Halo Trust, ha annunciato la conclusione della sua opera di sminamento del Paese. Quindici mesi di conflitto sono bastati per richiedere quasi tre decenni di bonifica della terra. Il caso del Kosovo, però, non è un’eccezione. La Halo Trust, l’Ong più grande al mondo specializzata nell’eliminazione in sicurezza di mine antiuomo e residuati bellici, in Mozambico ha iniziato le operazioni di bonifica nel 1993, per concluderle solo nel 2015. In Angola, le attività sono iniziate nel 1994, il lavoro non è ancora terminato. Quando, nell’estate del 1999, Agron Boshtraj è tornato a casa sua, l’ha trovata bruciata. «La contaminazione dei terreni rappresentava un pericolo costante. Nel primo mese dopo la fine della guerra circa 150 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi», riferisce. Così, poche settimane dopo l’arrivo dell’Ong in Kosovo, lui si è unito al primo team locale di Halo Trust per provare a fare qualcosa di buono per il suo territorio. «Cercavo un’occupazione e l’organizzazione assumeva personale. Ma non è stato solo un lavoro, è stata una missione», prosegue l’uomo. «Ho imparato a gestire le paure grazie all’addestramento e alle procedure impartite. Ho iniziato come autista-interprete, poi ho ricoperto ruoli come addetto alla logistica, responsabile delle risorse umane, responsabile operativo, amministratore di programma, responsabile di progetto per la ricostruzione».
Soldati francesi della forza di pace Nato in Kosovo (Kfor) rimuovono mine antiuomo disseminate nei pressi del villaggio di Srbica, nel Kosovo settentrionale / Ansa
Soldati francesi della forza di pace Nato in Kosovo (Kfor) rimuovono mine antiuomo disseminate nei pressi del villaggio di Srbica, nel Kosovo settentrionale / Ansa
Da principio, il team ha identificato le aree in cui la contaminazione costituiva una priorità assoluta, all’interno delle città, nel cuore dei villaggi e lungo le strade principali. «È stato un processo molto rapido, prima dell’avvio della preparazione dei piani per bonificare. Abbiamo quindi iniziato ad assumere centinaia di persone, solo nei primi mesi più di cinquecento dipendenti locali, il che ha portato alla creazione di numerosi team, anche femminili, con un effetto diretto anche sull’occupazione e sulla possibilità di avere un reddito. Migliaia sono stati i kosovari che, in quasi tre decenni, hanno lavorato per Halo. È stata un’esperienza molto intensa», spiega Agron Boshtraj.
Il numero totale delle vittime delle mine antiuomo dal 1999 al 2024 in Kosovo è arrivato a 585, il 75% delle quali registrato nei due anni subito dopo la fine del conflitto. «L’impatto che il nostro lavoro ha avuto è stato significativo: abbiamo eliminato in sicurezza 41.005 ordigni esplosivi, consentendo così la bonifica di 193 campi minati. La superficie totale resa sicura da Halo nel Paese equivale a oltre 3.000 campi da calcio», riferisce l’esperto. «Le operazioni sono andate a beneficio di una percentuale della popolazione totale compresa tra il 10 e il 15%. Allora il Kosovo era distrutto, lo sminamento ha permesso di ricostruirlo». Oggi, il suo impegno, cominciato quasi tre decenni fa a casa sua, proseguirà altrove. «Ovviamente è commovente vedere il programma chiudersi dopo ventisette anni. Mi sono sentito parte integrante di un grande team, che ha avuto un forte impatto sull’economia locale, perché abbiamo bonificato aree dove poi sono state costruite autostrade, fabbriche e stabilimenti. Abbiamo lavorato nei pressi dell’aeroporto internazionale di Pristina, che serve oltre 4 milioni e mezzo di passeggeri. Abbiamo sminato i cortili delle scuole, terreni privati, lo stadio di calcio, i campetti da gioco e le aree comuni dei villaggi, dove ora si fanno picnic. Abbiamo ripulito i sentieri di montagna oggi percorsi da migliaia di turisti. Insomma – conclude Agron Boshtraj – abbiamo fatto un ottimo lavoro».

La presidente del Consiglio sui social spiega le novità: fermo preventivo anche per i minorenni, nuovo reato di partecipazione violenta ad una manifestazione, nuova regola del “chi rompe paga”. Nuovi 500 agenti a Milano

La premier Giorgia Meloni / Reuters

avvenire

Un nuovo reato, «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», e nuove aggravanti per devastazione e saccheggio. Più l’estensione dell’arresto in flagranza differita e del fermo preventivo anche per i minori. Ma niente poteri di polizia giudiziaria ai militari, anche se i 500 soldati promessi per Milano potrebbero arrivare già oggi e avere regole di ingaggio più adatte alla gestione delle manifestazioni.

L’esecutivo tiene la barra dritta sulla linea securitaria e l’ottavo pacchetto sicurezza dell’era Meloni prende forma lungo la stessa direttrice. Il Consiglio dei ministri straordinario conferma molte delle misure attese, in parte travasate dal ddl sicurezza in Senato. In conferenza stampa vanno il Guardasigilli Carlo Nordio e il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi. Ma la premier ruba la scena in un video sui social con cui rivendica il provvedimento. La premessa è che «non c’è idea politica, disagio sociale o opposizione al Governo che possa diventare un alibi per devastare un negozio e portare via la merce», tanto meno l’età. Per questo, spiega, «il fermo preventivo si potrà applicare anche ai minorenni», intesi tra i 14 e i 18 anni. Ed è questa la norma ricalcata dal ddl. Meloni illustra anche il nuovo reato, cucito addosso alle recenti manifestazioni di Torino e Milano, prive di un’organizzazione definita e concordata: «Se durante un corteo o una manifestazione ti unisci a un gruppo di cinque o più persone, ti metti a tirare pietre, petardi, bastoni, metti in pericolo la sicurezza di tutti, rischi fino a cinque anni di carcere, fino a 20mila euro di multa. Se avevi il volto coperto o se hai ferito qualcuno, la pena aumenta e aumentano anche le pene per chi devasta in gruppo».
Il reato è punito con la reclusione da due a cinque anni, con aumenti di pena nel caso in cui sia commesso da soggetti travisati e quando le violenze e le devastazioni si dirigono contro infrastrutture pubbliche. La responsabilità di chi organizza i gruppi (anche mediante «strumenti telematici», quindi canali social o di messaggistica istantanea) prevede la reclusione da quattro a dodici anni. Le stesse aggravanti vengono estese ai reati già esistenti di danneggiamento, come spiegato da Nordio. Il ministro annuncia anche la possibilità, nel caso di carenza di magistrati per le convalide dei vari provvedimenti in oggetto, di applicare con effetto immediato giudici in servizio nella Corte di appello al Tribunale ordinario.
Le nuove fattispecie prevedono anche multe e ingiunzioni di pagamento. Se le condotte sono poste in essere da minori non imputabili, sotto i 14 anni, le sanzioni potranno essere applicate ai genitori (o ai tutori legali). La cifra prevista va dai 500 ai mille euro, raddoppiabile in caso di reiterazione. Il prefetto potrà inoltre disporre l’anticipazione del risarcimento dei danni qualora i beni danneggiati appartengano a enti pubblici. Nel caso di beni privati, il soggetto danneggiato potrà ricorrere a un procedimento semplificato. Il principio è semplice, chiarisce Meloni, «chi rompe paga e se chi rompe è un minorenne pagano i suoi genitori».

Completano il quadro la possibilità per il questore di disporre il divieto di radunarsi in luoghi pubblici a persone che abbiano commesso reati nei cinque anni precedenti. E l’estensione del fermo preventivo anche a raduni spontanei in luoghi di afflusso pubblico, quindi non solo in occasione di manifestazioni come previsto finora.
Come detto, i 500 militari promessi per Milano arriveranno. Ma non avranno poteri di polizia giudiziaria. Su questo aspetto Piantedosi nega che lo stop sia arrivato per i rilievi del Colle, come pure riportato da alcune agenzie, ma spiega che oggi presiederà il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica della città e in quel contesto si troveranno le forme più adeguate per dotare i militari di strumenti più adatti alla gestione di proteste come quelle avvenute nel week end.
Meloni dice di aspettarsi che tutte le forze politiche siano «dalla parte della legalità», ma se con questo intende l’appoggio delle opposizioni è destinata a rimanere delusa. Il dissenso di Pd, M5s e Avs è netto, come pure quello di Più Europa. Mentre Roberto Vannacci prova a superare il Governo a destra, annunciando l’elaborazione «di un dettagliato, multidimensionale e fattibile piano sulla sicurezza, che verrà varato nei prossimi giorni e che rappresenterà il nostro apporto strutturato al problema». Tuttavia l’ex generale non esclude l’appoggio in Parlamento al decreto varato ieri.

«Vogliamo capire chi ci ha tolto tutto»: adesso il Movimento 17 ottobre ha un manifesto (in 5 punti)

«Vogliamo capire chi ci ha tolto tutto»: adesso il Movimento 17 ottobre ha un manifesto (in 5 punti)

«Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Poco dopo le 13 il sedicente gruppo che si è preso le responsabilità delle manifestazioni di piazza (senza rinnegare i disordini) ha pubblicato su Telegram il suo primo «comunicato». Un manifesto in 5 punti sintetici che annuncia programma e possibili sviluppi. Con una premessa: «Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo».
Il manifesto, scritto in modo accurato e chiaro, sottolinea «che questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre». In primis, «non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo». E poi «non ci fidiamo delle strutture politiche classiche». Perché «partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa». Un benservito a anarchici e antagonisti, sembrerebbe. Anche se l’area di riferimento traspare dal punto 3: «Ci tuteliamo dalla repressione e dei fascisti». In che modo? Con una strategia che si potrebbe definire liquida: «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli».
Ma chi scrive – l’identità resta un mistero, in queste ore gli investigatori sono in corsa contro il tempo per scoprire gli autori – ammette che la fluidità non è un’idea nuova: l’ispirazione viene dai movimenti che in vari angoli del mondo hanno provato a cambiare le cose dal basso. «Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo «be water», organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato».
Infine, la domanda chiave, che il gruppo si pone da solo: cosa vogliamo dalle piazze? Risposta: «Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda». Nessun accenno però a saccheggi e scontri con la polizia, nessuna presa di distanza. Il Movimento 17 ottobre sembra avere le idee chiare, si vedrà nei prossimi giorni se saranno anche pacifiche e costruttive. L’obiettivo? Uno solo. «Prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Avvenire

Alberto Ravagnani a “Ballando con le stelle” e lo scontro con Barbara d’Urso: la distorsione mediatica dell’«ex prete» e la vera missione dei sacerdoti sposati

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La partecipazione dell’ex presbitero e noto influencer Alberto Ravagnani allo show televisivo Ballando con le stelle e il conseguente scontro verbale con Barbara d’Urso — che lo ha incalzato in diretta tv con domande provocatorie sul suo passato e sulle ragioni del suo abbandono — continuano a far discutere i media e i social network.

Se da un lato la televisione d’intrattenimento predilige la ricerca dello scoop, della polemica ad effetto e dei botta e risposta ad alto tasso di audience, dall’altro questo tipo di narrazione mediatica rischia di creare una profonda ed erronea confusione nell’opinione pubblica riguardo alla condizione di chi ha lasciato il ministero presbiterale.

La differenza fondamentale tra spettacolo e Realismo Pastorale

Sovrapporre vicende nate e cresciute sotto i riflettori dei social o dei talent show alla causa profonda sostenuta dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati rappresenta un paralogismo che va chiarito con fermezza:

  1. Rifiuto del sensazionalismo: Il percorso di chi sceglie le luci della ribalta o le carriere nello show business non ha nulla a che vedere con la vita di centinaia di presbiteri che, dopo aver contratto matrimonio, vivono una vita quotidiana fatta di lavoro, famiglia, preghiera e servizio silenzioso nella società.

  2. Nessun rinnegamento del Sacerdozio: I sacerdoti sposati rappresentati dal Movimento guidato da don Giuseppe Serrone non considerano il ministero un capitolo chiuso da spettacolarizzare, ma custodiscono il carattere indelebile dell’Ordinazione ricevuta e la solida preparazione teologica maturata nelle Università Pontificie.

  3. Il desiderio di servire le comunità: La richiesta rivolta alla Chiesa non è quella di ottenere visibilità o approvazione mediatica, ma di poter tornare ad aprire i tabernacoli, celebrare la Santa Messa e portare i Sacramenti nelle tante parrocchie ormai prive di pastore.

L’appello a Papa Leone XIV per una scelta di verità

Di fronte alle provocazioni dei salotti TV, la risposta della Chiesa deve rimanere ancorata al Vangelo e alla responsabilità verso i fedeli.

L’appello rivolto a Papa Leone XIV per un decreto canonico di riammissione al ministero attivo per i sacerdoti sposati si fonda sul vero realismo pastorale: valorizzare uomini maturi, formati e desiderosi di mettere la propria vita a disposizione delle diocesi, distinguendo con nettezza il servizio ecclesiale dalla ricerca della notorietà.

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L’incontro del clero italiano con Papa Leone XIV: all’appello mancano i sacerdoti sposati, membra vive ma dimenticate della Chiesa

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L’annuncio ufficiale dell’incontro dei presbiteri italiani con Papa Leone XIV — promosso dalla CEI in programma a Roma l’11 e 12 dicembre per il primo anniversario della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro — rappresenta un momento di grande rilievo per la vita ecclesiale del nostro Paese. Un appuntamento pensato per fare memoria della vocazione, rinnovare l’appartenenza al presbiterio e rinvigorire lo slancio missionario.

Tuttavia, scorrendo le comunicazioni e le modalità di partecipazione, emerge un’assenza dolorosa: all’appello mancano ancora una volta i sacerdoti sposati. Pur essendo inseriti a pieno titolo nella Chiesa in virtù del carattere indelebile del Sacramento dell’Ordine ricevuto, a loro non è pervenuto alcun invito ufficiale a questa grande festa della fraternità sacerdotale.

Insieme nell’unico presbiterio: superare le dimenticanze istituzionali

L’evento di Roma nasce con l’intento di rafforzare la comunione e la fraternità tra i pastori. Escludere o dimenticare chi custodisce una valida ordinazione e una solida formazione teologica pontificia crea una ferita nell’unico Corpo ecclesiale:

  1. Un’appartenenza indelebile: I presbiteri sposati non sono estranei o “ex” sacerdoti nel senso ontologico; la grazia dell’Ordinazione rimane impressa nel loro animo. Escluderli dai momenti di preghiera e di incontro con il Santo Padre significa impoverire la stessa fraternità presbiterale.

  2. Il desiderio di comunione e servizio: La richiesta dei sacerdoti sposati di essere coinvolti non nasce da rivendicazioni di categoria, ma dal desiderio filiale di pregare insieme al Papa, rinnovare le promesse e offrire le proprie energie per il bene delle comunità.

Realismo Pastorale per una vera comunione ecclesiale

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, guidato da don Giuseppe Serrone, rivolge un accorato appello alla Presidenza della CEI e a Papa Leone XIV:

  • Spalancare le porte della fraternità: Consentire ai sacerdoti sposati di partecipare a questo pellegrinaggio e a momenti di preghiera corale sarebbe un gesto profetico di riconciliazione e di apertura evangelica.

  • Un decreto canonico per la riammissione: Di fronte alla drammatica carenza di clero nelle parrocchie italiane, passare dal formale invito al decreto di riammissione al ministero attivo rappresenta la scelta di fondamentale realismo pastorale per garantire l’Eucaristia e la presenza spirituale nei territori.

La vera fedeltà che genera futuro non esclude nessuno, ma sa valorizzare ogni operaio chiamato dal Signore nella sua vigna.

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Vangelo e Parola del giorno 20 Ottobre 2026

 

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 2,12-22

Fratelli, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 84 (85)

R. Il Signore annuncia la pace al suo popolo.
Oppure:
R. Sei tu, Signore, la nostra pace.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. R.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo. R.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,35-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».