Diocesi di Torino, la mappa delle nomine e la sfida delle parrocchie: la risposta è nel realismo pastorale

L’approfondita inchiesta de Lo Spiffero sul valzer delle nomine e sulle nuove strategie pastorali messe in atto dall’arcivescovo di Torino delinea con precisione il quadro di una delle diocesi più importanti d’Italia. Di fronte alla riduzione drastica del numero dei presbiteri, all’invecchiamento del clero e al continuo accorpamento di comunità parrocchiali, la Chiesa torinese si trova costretta a riorganizzare la presenza sul territorio con un carico di lavoro sempre più gravoso per i pochi parroci rimasti.

La gestione di questo passaggio epocale non può tuttavia basarsi soltanto su riassetti burocratici o sulla moltiplicazione degli incarichi in capo ai medesimi sacerdoti, col rischio evidente di accelerare fenomeni di isolamento affettivo e di burnout presbiterale.

La gestione dei territori e il superamento dei sovraccarichi

Il quadro dipinto dalle cronache torinesi dimostra come l’emergenza clero non sia una speculazione teorica, ma una realtà quotidiana che tocca da vicino la vita sacramentale dei fedeli e la cura delle anime nei quartieri urbani e nei comuni della provincia. Per evitare lo spopolamento pastorale e garantire il bene comune delle comunità, emerge l’urgenza di un autentico realismo pastorale:

  • Valutazione delle risorse reali: Riconoscere che la sola riorganizzazione dei confini parrocchiali non aumenta il numero dei pastori né la qualità del loro servizio.

  • Apertura alla collaborazione strutturale: Sostenere il clero celibatario attraverso l’affiancamento di figure pronte, formate ed eclesialmente stabili.

La risorsa dei sacerdoti sposati per la Chiesa locale

In questo contesto di profonda ristrutturazione, la comunità dei sacerdoti sposati rappresenta una risposta concreta e immediatamente disponibile per gli Ordinari diocesani:

  • Presbiteri provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie;

  • Pastori la cui stabilità relazionale e la cui esperienza nella vita familiare offrono un supporto umano, spirituale e organizzativo capace di alleggerire il peso sulle spalle dei parroci in carica.

Qualora le indicazioni romane o un provvedimento di Papa Leone XIV concedano ai Vescovi la facoltà di reintegrare i presbiteri coniugati, realtà dinamiche e complesse come la diocesi di Torino potrebbero disporre di operai già pronti per la vigna del Signore, capaci di garantire la presenza dei sacramenti, custodire la cura delle anime e restituire slancio alla vita delle parrocchie.

Kenya, la sospensione di 7 sacerdoti a Maralal: la risposta alla fragilità del clero è nella trasparenza e nel realismo pastorale

La notizia diffusa da Nigrizia riguardo alla decisione del Vescovo di Maralal, in Kenya, di sospendere sette sacerdoti per grave “cattiva condotta” (legate a violazioni degli obblighi dello stato clericale, tra cui la gestione della vita affettiva e la disciplina ecclesiastica) accende i riflettori su una ferita dolorosa ma sempre più diffusa all’interno delle diocesi di tutto il mondo.

Questo drammatico episodio non rappresenta un fatto isolato, ma mostra la fragilità strutturale di un sistema clericale che spesso spinge i presbiteri all’isolamento, alla doppia vita e al conseguente svuotamento della credibilità della Chiesa davanti ai fedeli.

Trasparenza canonica e fallimento della “doppia morale”

La presa di posizione del presule keniota dimostra il dovere della Chiesa di agire con fermezza e trasparenza istituzionale quando viene meno il rispetto per il popolo di Dio. Tuttavia, dal punto di vista dell’analisi sistemica e del realismo pastorale, punire ed escludere non basta a risolvere le cause profonde del malessere:

  • La solitudine e il burnout: In contesti geografici e pastorali complessi, la rigida imposizione di un modello di vita celibatario senza un reale supporto comunitario ed emotivo porta inevitabilmente a crolli umani, affettivi e morali.

  • Il valore dell’onestà e della stabilità: La via d’uscita dal cancro della doppia vita non è il nascondimento o la sanzione tardiva, ma il riconoscimento della stabilità della vita familiare e della vocazione matrimoniale vissuta alla luce del sole.

Un contrasto che interroga la Chiesa globale

Di fronte alla crisi del clero che tocca sia l’Africa che l’Europa, emerge con forza l’urgenza di riforme ordinarie. Mentre la Chiesa si trova costretta a sospendere ministri per condotte trasgressive, esiste una vasta comunità di sacerdoti sposati che vivono nella totale trasparenza e nell’obbedienza:

  • Uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie;

  • Pastori che hanno scelto la via della chiarezza, unendo la grazia del ministero ordinato alla stabilità affettiva e relazionale della vita familiare.

Integrare il realismo pastorale nell’ordinamento canonico — consentendo agli Ordinari diocesani di contare sulla collaborazione di sacerdoti sposi e padri di famiglia integri — è la strada maestra per garantire la vera cura delle anime, prevenire gli scandali, tutelare il bene comune delle comunità e restituire dignità al ministero presbiterale in ogni parte del globo.

Vescovi d’Europa alla ricerca di nuove vocazioni: la risposta è già pronta nel realismo pastorale dei sacerdoti sposati

I partecipanti all'incontro di Belgrado

La recente assemblea e il lavoro della Commissione del CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa) sulla formazione e le vocazioni — rilanciati dai media vaticani — mettono in luce un dato inequivocabile: i Vescovi europei sono attivamente alla ricerca di risposte adeguate, coraggiose e rinnovate per far fronte al calo vocazionale e alla complessa gestione delle parrocchie nei contesti sempre più secolarizzati del nostro continente.

Le problematiche sollevate dai Presuli riflettono la necessità di una vera conversione pastorale: la crisi di vocazioni non è soltanto un fattore numerico, ma incide direttamente sulla sostenibilità del ministero, generando isolamento affettivo, sovraccarico di lavoro e burnout nei presbiteri in servizio. Di fronte a questo scenario, la ricerca di soluzioni non può limitarsi all’attesa di tempi migliori o a semplici riassetti burocratici delle unità pastorali.

Una risorsa concreta già presente nel tessuto ecclesiale

Mentre il CCEE interroga le Chiese locali sulle nuove forme di formazione e di accompagnamento, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati ricorda che una risposta matura e immediata è già a disposizione degli Ordinari diocesani: l’integrazione e la riammissibilità al ministero attivo del clero coniugato.

I sacerdoti sposati non rappresentano una realtà esterna o improvvisata. Al contrario, essi:

  • Custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie;

  • Uniscono alla validità del carattere sacramentale ricevuto la stabilità emotiva, la maturità e il radicamento relazionale della vita familiare;

  • Sono pronti a mettersi a completa disposizione delle diocesi qualora un decreto di Papa Leone XIV autorizzi i Vescovi a reintegrarli nei servizi parrocchiali.

Affiancare il clero celibatario per la cura delle anime

L’appello rivolto agli Episcopali europei non intende sovrapporsi o contrapporsi alla bellezza del celibato consacrato, ma proporre una feconda complementarietà pastorale. L’esperienza della stabilità familiare del sacerdote sposato può offrire un punto d’appoggio umano e spirituale al confratello celibe, spezzando la catena della solitudine presbiterale.

I Vescovi d’Europa sono alla ricerca di strade per rievangelizzare i territori e custodire il bene comune dei fedeli. Riconoscere, valorizzare e riammettere i sacerdoti sposati è la scelta di realismo pastorale più trasparente e tempestiva per garantire la presenza dei sacramenti, la vita delle comunità locali e la cura delle anime.

Sacerdoti sposati pronti al rientro: un’email ai Vescovi europei per salvare le parrocchie vuote

L’onda d’urto generata dalla recente e storica presa di posizione dei Vescovi del Belgio a favore dell’ordinazione e del reintegro dei sacerdoti sposati ha riaperto con forza il dibattito sul futuro della presenza cristiana in Europa. Di fronte allo spopolamento sacramentale, alla chiusura di centinaia di parrocchie e al drammatico isolamento del clero celibatario, la base ecclesiale non intende rimanere a guardare.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati compie un passo concreto e istituzionale, promuovendo una lettera aperta indirizzata ai Presuli e alle Conferenze Episcopali di tutto il continente. L’iniziativa non ha toni di rivendicazione, ma si configura come un’offerta trasparente di servizio e di realismo pastorale: centinaia di presbiteri coniugati si dicono pronti a rientrare immediatamente in servizio attivo nelle parrocchie territoriali, qualora un decreto o una disposizione di Papa Leone XIV conceda agli Ordinari diocesani la facoltà di riammetterli al ministero.

Risorse già formate per il bene comune

A differenza di altre soluzioni a lungo termine, la riammissione dei sacerdoti sposati offre una risposta immediata ed efficace. I presbiteri coinvolti:

  • Possiedono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso pontificie università;

  • Hanno maturato un’esperienza umana, lavorativa e familiare che ne arricchisce la stabilità affettiva ed emotiva;

  • Desiderano mettersi a completa disposizione dei Vescovi per affiancare il clero locale, vincere la solitudine dei confratelli e garantire la celebrazione dei sacramenti e la cura delle anime.

Rilanciare la presenza dei sacerdoti sposati nelle comunità locali significa superare le logiche del clericalismo difensivo e restituire speranza ai fedeli europei, unendo la grazia dell’Ordine alla vita quotidiana delle famiglie.

Rilanciare la “Casa dei Cristiani”: una Sede per i sacerdoti sposati, centro di fraternità e realismo pastorale

Il cammino della Chiesa cattolica nel 2026 si trova a un punto di svolta decisivo. Se da un lato i vertici ecclesiali e le assemblee episcopali riflettono sulle riforme necessarie per superare la crisi delle vocazioni e lo spopolamento sacramentale, dall’altro emerge con forza l’esigenza di risposte concrete, visibili e strutturate sul territorio. In questo contesto, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati rilancia con determinazione il progetto di una Sede centrale e operativa, una vera e propria “Casa dei Cristiani” pensata per accogliere, coordinare e valorizzare i sacerdoti coniugati e le loro famiglie.

Un centro di accoglienza, studio e orientamento pastorale
L’idea di una Sede non nasce come una semplice esigenza logistica, ma come una scelta di dignità, trasparenza e servizio al bene comune. Forte dell’esperienza ultra-ventennale di realtà solidali come la CHIF (“Liberi e Solidali”), la nuova Sede si propone di essere:

Un punto di riferimento umano e previdenziale: Un luogo dove trovare supporto legale, amministrativo e d’orientamento per chi affronta il passaggio alla vita coniugale o chiede il reintegro canonicale.

Un centro di studio e formazione formale: Un polo culturale diretto da presbiteri dotati di titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie, aperto al dialogo con gli Ordinari diocesani e gli studiosi di teologia ecclesiale.

Un laboratorio di fraternità presbiterale: Un “porto sicuro” capace di accogliere anche i confratelli celibatari o i giovani preti segnati dall’isolamento affettivo e dal burnout, offrendo l’esperienza, l’ascolto e la stabilità relazionale proprie di un ambiente familiare.

Dalle parole ai fatti: abbattere il clericalismo con la presenza
Rilanciare la Sede significa superare la dimensione puramente virtuale per mostrare alla Chiesa e alla società civile la realtà di famiglie sacerdotali integrate, trasparenti e fedeli al Vangelo. Come dimostrano le recenti ed epocali aperture giunte dagli episcopati europei (come la Conferenza Episcopale del Belgio), la presenza di un clero coniugato non è un’ipotesi del futuro, ma una risorsa del presente.

La Sede diventerà così la casa dell’ascolto e della stabilità affettiva, un luogo in cui la grazia del ministero ordinato e la bellezza della vocazione al matrimonio convivono alla luce del sole. Da qui partono i progetti per affiancare i sacerdoti sposati alle parrocchie vuote e per collaborare con i Vescovi nella cura delle anime. Riaprire e rilanciare le porte di questo centro è il passo più concreto per trasformare il realismo pastorale in una realtà vissuta ogni giorno.

Nel giorno della beatificazione del patriarca maronita Elias Boutros Hoyek (1843-1931)

Il drappo con la raffigurazione del nuovo beato, appena scoperto durante la celebrazione

Vatican News

Beato il patriarca Hoyek. Raï: “Una vita per Dio, il popolo e la patria libanese”
Nella sede patriarcale estiva di Dimane, alla presenza del presidente Joseph Aoun e delle massime autorità del Libano, la Messa di beatificazione di Elias Boutros Hoyek. Nella sua omelia il patriarca maronita Bechara Boutros Raï ha sottolineato il richiamo alla santità come servizio e il contributo del beato patriarca alla costruzione di un Paese inclusivo e rispettoso di tutte le sue componenti
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Nel giorno della beatificazione del patriarca maronita Elias Boutros Hoyek (1843-1931), celebrata nella sede patriarcale di Dimane alla presenza del presidente della Repubblica Joseph Aoun e delle massime autorità del Paese, il patriarca Bechara Boutros Raï ha delineato il profilo spirituale e civile del nuovo beato, presentandolo come una delle figure più luminose della storia del Libano. A concelebrare è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi e inviato di Papa Leone XIV. “Egli giunge tra noi portando l’affetto del Santo Padre – ha detto il patriarca maronita – e condividendo la gioia di questa giornata benedetta”.
La santità è un dono di Dio
“Oggi non eleviamo un uomo a una gloria terrena, ma rendiamo testimonianza alla gloria che Dio ha compiuto in lui”, ha affermato Raï, ricordando che “la santità non è un onore conferito dalla terra, bensì un dono che Dio concede a coloro che hanno vissuto il Vangelo con fedeltà fino alla fine”. Nel pronunciare l’omelia il patriarca maronita ha tratteggiato Hoyek come “uomo di Dio, che fu il centro della sua vita”, “uomo della Divina Provvidenza” e “uomo della visione e della Nazione”, convinto profondamente che il Libano fosse” una missione prima ancora che uno Stato e riteneva che la persona umana fosse la sua ricchezza più preziosa”.

Il Patriarca dei poveri e degli oppressi
Il patriarca Hoyek, ha detto Bechara Boutros Raï, “visse secondo un unico motto: ‘Mio Dio, il tuo compiacimento’ senza mai cercare la propria gloria, ma unicamente la gloria di Dio e il bene dell’uomo”, ha ricordato Raï, spiegando che ogni sua scelta “era frutto della preghiera” e nasceva “dalla coscienza illuminata dalla fede, fondata sulla rettitudine, sulla giustizia e sull’umiltà”. Durante la terribile carestia del 1916 aprì Dimane, Bkerké e i monasteri agli affamati, arrivando a ipotecare beni del Patriarcato. Alla domanda su chi avrebbe risarcito quei sacrifici, rispondeva con la semplicità della fede: “Dio provvederà”. Per questo, ha ricordato il patriarca, il popolo lo chiamò “il patriarca dei poveri e degli oppressi”.
Costruttore del Grande Libano
Il patriarca Bechara Boutros Raï ha voluto sottolineare il ruolo determinante svolto dal Beato Hoyek nel processo che ha portato alla nascita dello Stato libanese. Raï ha ricordato come il patriarca abbia sostenuto la causa del Libano alla Conferenza di Pace di Parigi, difendendo “il diritto del suo popolo alla libertà e alla dignità” e ottenendo il recupero dei territori sottratti dall’Impero ottomano. Per questo “meritò a pieno titolo l’appellativo di Patriarca del Grande Libano” e viene ancora oggi annoverato tra i principali artefici dello Stato moderno.
L’armonia nella diversità
Particolare rilievo ha assunto il richiamo al contributo offerto dal nuovo Beato libanese alla Costituzione del 1926, che, secondo Raï, ne riflette pienamente la visione politica e sociale. “Nel 1926 il patriarca approvò la Costituzione e ne delineò la filosofia”, ha ricordato il patriarca maronita, indicando come suo fondamento “l’armonia nella diversità e la necessità di tutelare le identità e le peculiarità di tutte le componenti del Libano”. Una concezione che vedeva “il sistema confessionale come un sistema di partecipazione tra componenti differenti, unite dal patto di convivere pacificamente nell’armonia delle differenze, all’interno di uno Stato fondato su una democrazia consensuale”. Un passaggio che Raï ha riproposto come una delle eredità più attuali del nuovo beato, indicando nella tutela del pluralismo e nella convivenza tra le diverse comunità la strada per il futuro del Paese dei Cedri.
Una Chiesa che guarda al futuro
Raï ha infine ricordato l’opera ecclesiale del nuovo beato, fondatore della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia Maronite, promotore dell’educazione, delle missioni e delle opere di misericordia, convinto che la Chiesa fosse “una madre chiamata a costruire il futuro” e non soltanto a custodire il passato.

Una vita da proporre come modello
Concludendo l’omelia, il patriarca maronita ha consegnato ai fedeli il significato più profondo della beatificazione, indicando Hoyek come un esempio ancora attuale per il Libano e per la Chiesa. “Questo è stato il patriarca Hoyek: un pastore che pregava, un padre che amava, un costruttore sapiente e un leader capace di guardare oltre il proprio tempo”, ha affermato. Per questo, ha concluso, “oggi, elevandolo agli onori degli altari, la Chiesa proclama davanti al mondo che una vita vissuta per Dio, al servizio dell’uomo e nell’amore per la Patria è una vita degna di essere proposta come modello alle generazioni e come luce capace di indicare la via a tutti coloro che desiderano fare della fede una forza per edificare l’uomo e la nazione”.

Il caso Ranucci-Lavitola-Becciu, così il Vaticano entra nell’inchiesta: lo scoop del Riformista nel ristorante Cefalù e le querele ‘sospese’ contro il giornalista

Il caso Ranucci-Lavitola-Becciu, così il Vaticano entra nell’inchiesta: lo scoop del Riformista nel ristorante Cefalù e le querele ‘sospese’ contro il giornalista

Il caso Ranucci-Lavitola si intreccia, come nella rete da pesca esposta nel ristorante Cefalù, con un’altra vicenda dai contorni ancora indefiniti. Quella che porta nelle segrete stanze del Vaticano, con il caso del cardinale Angelo Becciu. Un caso in cui processo giudiziario e mediatico hanno viaggiato in parallelo. Al centro dell’inchiesta vaticana – lo ricordiamo – ci sono i fondi della Segreteria di Stato, il palazzo di 60 Sloane Avenue a Londra e i finanziamenti a Cecilia Marogna.
Il 16 dicembre 2023 Becciu è stato condannato in primo grado a cinque anni e sei mesi, ottomila euro di multa e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per peculato e truffa. Il 17 marzo 2026 la Corte d’Appello vaticana ha però riconosciuto una «nullità relativa» del primo grado, anche per il mancato deposito integrale degli atti invocato dalla difesa, disponendo la rinnovazione di parte del dibattimento.

La sentenza resta efficace, ma nella fase preliminare sono state accolte alcune significative eccezioni difensive. Report ha dedicato all’affaire due servizi: Lo sterco del diavolo, del 12 aprile 2021, e Pacco, doppio pacco e contropaccotto, di Giorgio Mottola, trasmesso il 31 gennaio 2022. «La vicenda giudiziaria che ha interessato il cardinale Becciu è stata caratterizzata da una rappresentazione mediatica di stampo colpevolista. Nell’ambito di tale narrazione si sono inseriti anche alcuni servizi di Report, rispetto ai quali sono state proposte due querele nell’interesse del cardinale Becciu», sottolineano gli avvocati Fabio Viglione e Laura Finiti. «Una nel 2021 e una più recente, nel 2025. Ad oggi non ci risulta che siano state archiviate e non ci è stato notificato alcun provvedimento definitivo».

Il nodo più delicato riguarda Nicola Giampaolo, intervistato da Mottola nel 2021 sulle cause di beatificazione. «Giampaolo rivolse al cardinale accuse gravissime, parlando di una presunta richiesta di denaro collegata a una causa di beatificazione. Successivamente, convocato nell’Ufficio del Promotore di Giustizia vaticano riproponendo sostanzialmente la stessa versione dei fatti, gli venne contestato il reato di calunnia per il quale è stato condannato». La condanna a tre anni e sei mesi, pronunciata nell’ottobre 2025, è stata confermata in appello il 26 giugno 2026. «Giampaolo è stato inoltre condannato a risarcire al cardinale quindicimila euro, oltre alle spese legali. L’imputato ha proposto ricorso ma attualmente registriamo due sentenze conformi, una del Tribunale e l’altra della Corte di Appello vaticana, che lo hanno condannato per calunnia in danno del cardinale Becciu. Nel procedimento vaticano è stata acquisita e trascritta anche la puntata di Report nella quale quelle accuse erano state formulate».

La sentenza non cancella l’intera inchiesta, ma apre un problema sulla verifica delle fonti. «I giornalisti hanno il diritto di proteggere le proprie fonti. Il punto è che le informazioni diffuse devono essere corrette e veritiere e, talvolta, non lo sono. In questi casi, l’unica tutela per una persona colpita dall’informazione ritenuta diffamatoria è l’accertamento giudiziario». I legali evidenziano anche una contraddizione cronologica: «Le fantasiose accuse erano, peraltro, riferite alla primavera del 2018, quando il cardinale Becciu non era ancora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Assunse quell’incarico soltanto il primo settembre 2018. Gli sono stati quindi attribuiti fatti che, in quel momento, non avrebbe neanche potuto commettere». Su questo scenario pesa lo scoop del Riformista: la cena del maggio 2023 nel ristorante Cefalù tra Valter Lavitola, Sigfrido Ranucci e don Gianni Fusco.

Il prelato ha poi confermato che Ranucci gli rivolse domande sul caso Becciu. La cena, successiva alle puntate, non prova che Lavitola fosse la fonte, ma alimenta il dubbio che possa aver avuto un ruolo di intermediario. Viglione e Finiti restano prudenti: «Non sappiamo che cosa si siano detti durante quelle cene, non possiamo quindi formulare ipotesi sul suo eventuale contributo alle inchieste di Report». Di certo, tra brindisi, risate e pacche sulle spalle, Il Riformista nel maggio 2023 ha documentato – con foto e video – l’esistenza di una intesa cordiale tra il prelato, il giornalista che mise il cardinale nel mirino di Report e il ristoratore che aveva organizzato quell’incontro.

Sul processo Viglione e Finiti aggiungono: «Siamo certi dell’innocenza del cardinale Becciu. La stessa sentenza di primo grado lo ha assolto da cinque delle otto contestazioni e, pur pronunciando una condanna sulle altre tre, ha riconosciuto che non ha ottenuto alcun tornaconto personale, neppure un centesimo. Confidiamo che la Corte d’Appello possa chiarire definitivamente la sua estraneità ai fatti». Infine, precisano: «Non intendiamo condurre una polemica contro Report e pratichiamo sempre la massima cautela, nel rispetto del principio di non colpevolezza che va esteso a tutti e per ogni vicenda giudiziaria».

E se il cardinale dovesse essere assolto? «Riteniamo auspicabile che la trasmissione ne dia conto con la stessa evidenza riservata alle accuse. Sarebbe la migliore risposta per un programma di inchiesta che ha a cuore l’interesse pubblico e la corretta informazione». Le querele che hanno depositato in relazione ai servizi di Report restano ancora senza una formale definizione. «Se sarà presentata una richiesta di archiviazione delle querele, la leggeremo ed essendo convinti della diffamatorietà dei servizi, proporremo opposizione dinanzi al Gip», dichiarano.
Bisogna dire che la giustizia, per la quale in qualche caso Ranucci invoca tempi rapidi ed esiti certi, quando deve occuparsi del conduttore Rai sembra entrare in un ambito assai temuto dai pescatori ritratti sulle pareti del ristorante Cefalù. L’insabbiamento.
Il Riformista

È la Giornata mondiale dei nonni: tutte le ragioni per cui andare a trovarli

Nonna e nipotina

Nella data che la Chiesa dedica alla memoria dei santi Gioacchino e Anna, nonni di Gesù, vale la pena considerare l’immenso valore della loro presenza in una famiglia. Basti pensare al legame profondo e insostituibile con i nipoti…

Avvenire

Una benedizione, quando sono presenti. Se poi sono in buona salute e in armonia con i figli – e non sempre succede – la presenza dei nonni è un moltiplicatore di relazioni positive e di situazioni favorevoli. Non si è mai a piedi se in famiglia c’è una nonna o un nonno – averli entrambi è la più straordinaria delle fortune – disponibili a metterci una pezza per coprire i tanti inciampi del nostro quotidiano percorso a ostacoli. La nonna, o il nonno, sanno fare tutto. A modo loro, ma lo sanno fare. Basta dare loro fiducia e mettere da parte i pregiudizi sul fatto che non sono smart come vorremmo, che forse hanno idee e metodi che sembrano superati.
Non dobbiamo però dimenticare che hanno imparato il grande segreto della lentezza, sanno scegliere quelle poche cose da fare con il tempo necessario, “tanto non scappa nessuno” – un approccio esistenziale che qualche volta ci fa innervosire – ma che, guarda caso, ai bambini va benissimo, e quando stanno con i nonni sono più sereni e rilassati. Forse perché hanno capito, senza comprenderlo in modo razionale ma intuendolo distintamente, che i nonni fanno e dicono ciò che i genitori non possono né dire né fare. Ci vogliono tanti anni di esperienza e di pazienza e di ascolto – e anche di silenzio e di sofferenza – per arrivare al tempo di qualità che sanno offrire i nonni, per regalare quella tenerezza semplice, senza esagerazioni e senza gesti soffocanti, che solo loro hanno imparato, per trasmettere quella presenza rassicurante che parla – senza parole difficili – di memoria e di identità, di esperienza e di valori. Concetti di cui i bambini non sanno nulla sul piano teorico ma di cui avvertono tutta la verità, il fascino, il mistero.
Anche quando il nonno che parla di persone vissute tanti anni fa, che rievoca episodi lontanissimi di quando lui era giovane – e ai bambini appare situazione quasi incredibile – sembra un po’ noioso, e quelle parole paiono scorrere via senza lasciare traccia. Invece immagini e ricordi si radicano in modo indelebile nel fondo dell’anima dei piccoli e diventano un patrimonio straordinario di conoscenze familiari. Non saprei nulla del mio trisavolo, nonno di mio nonno, se lui non me avesse parlato a lungo quand’ero bambino, facendomi rivivere le imprese di un uomo che, tra tante altre avventure, aveva combattuto nelle battaglie risorgimentali riportando una lieve ferita che però, nelle interminabili rievocazioni del nonno, diventava evento terribile e devastante. Solo l’intervento severo della nonna gli impediva di aggiungere particolari inopportuni che, naturalmente, sarei stato curioso di ascoltare con gli occhi sbarrati, trattenendo il fiato, come si ascolta la più sconvolgente delle storie. Solo tanti anni dopo, quando il nonno ormai era morto, ho messo a fuoco le circostanze reali di una vicenda davvero accaduta e che lui, a parte qualche generosa concessione alla fantasia, riferiva in modo corretto. Quel ponte tra le generazioni, di cui spesso si parla, viene costruito anche da memorie come questa, da episodi che – quando ascoltati da bambini – sembrano arrivare da un mondo fantastico. Solo più tardi scopriamo che fanno parte di noi e ci aiutano a comprendere che siamo stretti in una rete di relazioni e di affetti che arriva da lontano e che ci dà sicurezza e gioia.
Nel messaggio per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che si celebra domenica 26 luglio (memoria dei santi Anna e Gioacchino, nonni di Gesù), papa Leone parla di «bisogno irrinunciabile di prossimità». La presenza dei nonni traccia una linea che collega passato e presente per poi offrirci la possibilità di guardare avanti in modo più sereno, perché più consapevoli di una identità costruita anche sulla nostra storia familiare. Si può dimenticare tutto ciò? Sì oggi, nei nostri anni frammentati e digitalizzati, purtroppo succede. Per questo il Papa sollecita i giovani a riprendere la «bella abitudine» di visitare gli anziani, che non vanno mai considerati un peso e non devono «provare vergogna della fragilità che emerge».
Ma il concetto più forte e più coinvolgente evocato da papa Leone è quello della rinascita. Sembra paradossale questo auspicio nei confronti di persone che stanno percorrendo l’ultimo tratto della vita, eppure nessuno come i nonni avverte quanto sia importante, nonostante fatiche e delusioni, ricominciare ogni giorno. Nessuno come chi ha lungamente vissuto sa che il segreto per farcela, è quello di ripartire recuperando, chissà dove e con quale forza, il sorriso degli anni migliori. Che, per i nonni, non sono mai quelli passati ma quelli che verranno, se trascorsi accanto a un nipotino a cui poter raccontare di «quella volta che». Evento sempre meno consueto, purtroppo, su cui la Giornata di oggi ci deve aiutare a riflettere. Anche se in troppi casi la trama delle relazioni è diventata tanto inconsistente da svuotare le identità di molte persone e da far apparire senza passato troppe storie personali, a nessuno, a qualsiasi età, è preclusa la possibilità di rinascere. Ascoltiamo i nonni, che lo sanno bene.

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La fine del monachesimo benedettino

Se si volesse avere conferma della realtà del monachesimo italiano basta osservare la foto ricordo (oltremodo eloquente e deprimente) della visita che Leone XIV ha compiuto nei giorni scorsi all’abbazia di Montecassino, cuore della tradizione benedettina, e vedere in quali condizioni versi oggi la presenza monastica del cenobio che custodisce le spoglie di San Benedetto: pochi e sparuti monaci che passano il tempo nel negozio di souvenir.  In fondo per ospitarli basterebbe una roulotte e invece hanno a disposizione la ciclopica struttura di Montecassino con centinaia di locali vuoti che aspettano l’organizzazione di eventi profani o la costruzione di mini appartamenti.

La stessa immagine la si confronti con quella che negli stessi giorni ritrae i monaci di Norcia attorno al cardinale Pierbattista Pizzaballa andato a trovarli nel monastero da loro ripopolato e costruito.