Corsa agli armamenti a livelli record, l’obiettivo di una pace positiva per la sicurezza umana

Corsa agli armamenti e negazione del diritto umanitario

avvenire

Proprio mentre rischiano di accendersi nuovi conflitti e la forza sembra schiacciare il diritto, è fondamentale ricordare che la Pace non è un’astrazione morale né un esercizio retorico di facciata, utile solo a scaricare le coscienze. Le omelie natalizie di papa Leone, il suo messaggio per la Giornata mondiale del 1° gennaio sulla “Pace disarmata e disarmante” (cifra del suo pontificato sin dalla prima apparizione sulla Loggia di San Pietro) e il documento della Conferenza Episcopale Italiana su Educare alla Pace tracciano con chiarezza una linea di lavoro che rifiuta un diffuso equivoco strumentale e manipolatorio. Quello che oppone una pace “bella ma irrealistica” a una guerra presentata come necessaria, inevitabile, persino risolutiva. Questa sì una narrazione retorica tossica che rovescia la realtà: la guerra non risolve problemi, ma li moltiplica. Non garantisce maggiore sicurezza, ma la erode con impatti tremendi. La guerra non produce stabilità, ma semina disuguaglianze, odio e violenza strutturale destinata a riprodursi nel tempo. Parlare (e progettare) invece una “Pace positiva” significa provare ad assumere fino in fondo la concretezza di scelte che costruiscono, al posto di distruggere, una prospettiva capace di portare lavoro, welfare, istruzione, sanità, diritti, cooperazione a tutti i popoli e a tutte le persone. Base delle Pace positiva deve essere la capacità di prevenire i conflitti affrontandone le cause profonde: povertà, esclusione, competizione predatoria per le risorse, crisi ambientale. Portando davvero sicurezza “umana”.

È esattamente in questa prospettiva che la riflessione della Chiesa Cattolica converge con le analisi più rigorose della comunità internazionale. Il recente rapporto delle Nazioni Unite The Security We Need mostra quanto oggi le scelte politiche internazionali siano profondamente distanti dalle priorità collettive che, come umanità, dichiariamo di voler perseguire, e dai problemi che vorremo risolvere. Nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.700 miliardi di dollari, segnando il decimo anno consecutivo di crescita.

Proprio mentre la corsa agli armamenti raggiunge livelli e accelerazioni storici il mondo è ben lontano dal raggiungere la maggior parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Al momento solo uno su cinque è sulla buona strada per essere realizzato entro il 2030 e la carenza di risorse finanziarie per l’implementazione dell’Agenda 2030 dedicata a tali obiettivi si aggira intorno a 4.000 miliardi di dollari all’anno, che potrebbero aumentare a 6.400 miliardi di dollari entro il 2030, se le attuali tendenze attuali non si modificheranno.

Tutto questo mentre si ipotizza che, sotto la spinta delle richieste Nato di aumento, le spese militari potrebbero raggiungere nel prossimo decennio la cifra spropositata di 6.600 miliardi di dollari (cioè due volte e mezzo il livello attuale e ben 5 volte il totale di spesa militare alla fine della guerra fredda). Ma a parte l’enormità confondendo di questi numeri è cruciale capire cosa significhino queste cifre per la vita delle persone. Dietro miliardi di dollari destinati a eserciti e armamenti ci sono scuole senza insegnanti, ospedali privi di attrezzature essenziali, sistemi sanitari impreparati alle pandemie, infrastrutture mancanti nei quartieri più poveri. Il rapporto evidenzia che in molti Paesi a basso e medio reddito ogni aumento dell’1% della spesa militare corrisponde a una riduzione dell’1% dei servizi sanitari pubblici, con effetti diretti sulla mortalità infantile, sull’aspettativa di vita e sull’accesso all’istruzione. La spesa militare totale mondiale nell’ultimo decennio, stimata in 21.900 miliardi di dollari, avrebbe potuto avere un impatto trasformativo a livello globale se fosse stata destinata allo sviluppo. Con gli stessi soldi si sarebbe potuto: vaccinare tutti i bambini del mondo, finanziare 12 anni di istruzione di qualità per tutti i bambini dei Paesi a basso e medio-basso reddito, finanziare integralmente le esigenze di adattamento alla crisi climatica dei paesi in via di sviluppo, eliminare il divario di povertà estrema a livello globale, eliminare la malnutrizione infantile a livello globale, porre fine alla fame entro il 2030, fornire assistenza sanitaria di base a tutti nei paesi a basso e medio-basso reddito in 10 anni, fornire accesso universale all’acqua potabile e ai servizi igienici in paesi a basso e medio reddito, fornire accesso universale all’elettricità tramite energie rinnovabili.

Lo ribadisce anche il Sipri di Stoccolma, nel suo recente studio Rebalancing Military Spending

Towards Achieving Sustainable Development: la spesa militare pubblica ha un impatto negativo significativo sullo sviluppo sostenibile perché sottrae risorse alla spesa sociale, rallenta la crescita economica, aumenta le disuguaglianze e contribuendo al cambiamento climatico attraverso le emissioni di gas inquinanti.

La proposta (da tempo anche al centro degli obiettivi dei movimenti pacifisti e Nonviolenti) è dunque quella di rivitalizzare i meccanismi internazionali di disarmo per discutere l’impatto della spesa militare sullo sviluppo e promuovere una sicurezza incentrata sull’uomo che dia priorità allo sviluppo sostenibile. La proposta di un nuovo disegno di “sicurezza umana” globale non è utopia, ma chiamata concreta a investire in prevenzione e sviluppo piuttosto che nel maggio della deterrenza e della reazione militare. È la visione di una pace positiva che non si limita a dire “no alla guerra”, ma spiega dove, come e perché un diverso uso delle risorse umane, materiali e finanziarie produce più sicurezza, più giustizia e più futuro. Educare alla pace oggi significa dunque anche smontare l’idealizzazione della guerra, denunciarne i costi umani, sociali ed economici, e mostrare che un’altra strada non solo è auspicabile, ma è necessaria e conveniente.

Economia, appartenenza e lingua Le leve cinesi per silenziare il Tibet

Cosa vedere a Lhasa, la capitale del Tibet ricca di tradizioni

Sul “Tetto del mondo” è calata una cappa impenetrabile di oblio. Il progetto, coltivato con perseveranza dal Gigante asiatico, punta a svuotare (dal basso) la cultura tibetana

LUCA MIELE – avvenire

È lentamente, ma inesorabilmente, scivolata ai margini dell’attenzione internazionale. Fino a essere avvolta da una sorta di inscalfibile silenzio. La questione tibetana è evaporata. Come sta succedendo sul “Tetto del mondo”, dal 1950 divenuto formalmente una regione autonoma cinese, di fatto un “tassello” del gigante asiatico? Cosa si cela dietro il sipario che sta velando la questione tibetana? Non si tratta di una sparizione casuale. Ma di una dissolvenza legata a un disegno po-litico, di lungo respiro, coltivato con perseveranza da Pechino. Ne è convinto Gerald Roche, docente di Linguistica all’Università La Trobe, a Melbourne, in Australia. Roche ha studiato a lungo sul campo la lingua tibetana, condensando la sua esperienza e le sue analisi nel libro The Politics of Language Oppression in Tibet. «Uno dei motivi per cui la questione tibetana è scomparsa dall’attenzione dell’opinione pubblica – spiega l’antropologo ad Avvenire – è che il governo cinese è riuscito a promuovere la propria prospettiva presso un pubblico eterogeneo. E lo ha fatto in tutto il mondo. I tentativi di sollevare la questione tibetana sui social media e su altri forum pubblici tendono oggi a incontrare un misto di indifferenza e negazionismo». S ulle istanze e sulle rivendicazioni del Tibet, Pechino ha imposto una cappa di silenzio. E di censura. Un filtro che, di fatto, impedisce e limita la circolazione di notizie sulla regione autonoma. “È esattamente così continua Roche -. Sono stato inserito nella lista nera della Cina, quindi è molto difficile per me dirlo con precisione o sicurezza. Questo è un secondo motivo per cui la questione tibetana non riceve più il sostegno popolare. Il governo cinese è riuscito a prendere il controllo delle informazioni alle quali il mondo attinge per sapere cosa accade in Tibet». La strategia di Pechino, negli anni, si è addensata attorno a tre principi cardini progressivi: l’integrazione economica forzata, la negazione dell’autodeterminazione, con un controllo capillare delle istanze religiose autonome, e l’assimilazione linguistica. Avendo raggiunti i primi due, Pechino può focalizzarsi sul terzo obiettivo, arrivando a mortificare la pluralità della cultura, della religione e della società tibetana. U n patrimonio di una ricchezza inestimabile che rischia di essere così “norma-lizzato”. Secondo il Journal of democracy, «Pechino sta tentando di alterare radicalmente la percezione pubblica globale del Tibet, e lo sta facendo adottando una strategia ben definita di imperialismo linguistico». Il modo più rapido per garantire l’armonia – uno dei dogmi al quale è ancorata la politica cinese – «è sradicare le differenze, sinizzare». L’imbuto attraverso cui passa l’assimilazione è linguistico, perché è nella lingua che transita, si solidifica e respira il patrimonio identitario e culturale di un Paese. La politica governativa cinese obbliga tutti i tibetani a imparare e a utilizzare il cinese mandarino, sin dalla scuola materna, in nome dell’affermazione di una «lingua nazionale comune », anche se (a parole) si è cercato di «garantire l’apprendimento e l’uso delle lingue minoritarie in base alle reali esigenze». Chi parla solo tibetano viene di fatto ostracizzato, incontrando barriere insormontabili nella ricerca, ad esempio, di un lavoro. Il risultato è una lenta disgregazione della ricchezza culturale tibetana. Circa il 4% dei tibetani (250.000 persone) parla una lingua minoritaria, mentre sono almeno 60 i dialetti che si “affollano” nella regione autonoma. Lingue, che non più parlate o tramandate, rischiano di scomparire. U no dei gangli della assimilazione forzata passa attraverso l’educazione. In ossequio a un principio più volte tematizzato dal presidente cinese Xi Jinping, per il quale i bambini devono «studiare a scuola, vivere a scuola, crescere a scuola». «Forgiare l’anima»: è uno degli slogan più ripetuti da Xi, fermamente convinto che il Partito comunista cinese debba, appunto, «stilizzare» l’anima dei giovani. L’obiettivo finale? Per il think tank britannico Council on Geostrategy, sotto la maschera della “armonizzazione culturale” si cela «l’intenzione di sostituire la cultura etnica con una cultura nazionale unificata cinese». Come avviene, in concreto, questa opera di omogeneizzazione dal basso? Secondo un report del Tibet Action Institute, un’organizzazione fondata nel 2009 che associa azione non violenta a strumenti di comunicazione digitale per sostenere il movimento tibetano, Pechino ha impiantato un sistema capillare di “collegi residenziali coercitivi”. Almeno 800-900.000 bambini tibetani, di età compresa tra i 6 e 18 anni, vivono nei convitti gestiti dalle autorità cinesi. Si tratta di un sistema alternativo, se non oppositivo, alle famiglie. «I bambini tibetani crescono in gran parte sotto l’influenza del governo cinese piuttosto che delle loro famiglie. I genitori raramente hanno la possibilità di scegliere se mandare i propri figli nei collegi statali o tenerli a casa. Agli studenti è vietato frequentare lezioni di lingua tibetana durante le vacanze scolastiche, ai genitori di coinvolgere i propri figli in attività religiose», si legge nel rapporto. E ancora: «Le scuole stanno frammentando le famiglie tibetane, l’identità tibetana e il tessuto stesso della società tibetana. Oggi, la vita dei bambini tibetani viene irrevocabilmente alterata per servire gli scopi del governo cinese. Il sistema dei collegi coloniali viola palesemente il diritto nazionale e internazionale».

I l sistema dei convitti fa parte di una strategia coloniale «per alterare le menti e riorientare la lealtà dei tibetani come popolo, al fine di eliminare le basi dell’identità di gruppo tibetana e il potenziale di azione collettiva». Cosa resta in questa opera di demolizione? La cultura tibetana rischia davvero di venire schiacciata sotto il peso cinese? Assisteremo alla sua progressiva, irreversibile, tragica sparizione? Per Roche «i tibetani non hanno una sola lingua, ne parlano decine. Le lingue minori sono attualmente in fase di sradicamento a causa della deliberata politica governativa, ma una qualche forma di lingua standard, basata sulla forma scritta del tibetano, continuerà a esistere per molto tempo. Nel complesso, il governo cinese non vuole distruggere l’identità e la cultura tibetane, vuole controllarle. Punta ad avere qualcosa da esibire agli occhi del mondo per dimostrare quanto sia benevolo: un guscio vuoto, ormai privato di ogni autenticità, da mettere in mostra».

Il monastero bizantino perduto riemerge dalle sabbie del deserto

Una missione archeologica egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità ha scoperto a a Sohag i resti di un complesso monastico bizantino ben conservato, offrendo nuove informazioni sulla vita monastica cristiana primitiva nell’Alto Egitto.
in Avvenire
Gli scavi hanno riportato alla luce le fondamenta di alcuni edifici in mattoni crudi, segno dell’esistenza di una comunità autosufficiente. Le strutture comprendono edifici rettangolari orientati da ovest e est, con dimensioni variabili tra 8×7 e 14×8 metri, dotati di sale con absidi destinate al culto, piccole celle voltate per i monaci e cortili interni. Le pareti conservano inoltre tracce di intonaco, nicchie e pavimentazioni rifinite.
Sono stati poi identificati anche resti di strutture circolari interpretate come tavoli comuni e vasche in mattoni rossi e calcare, probabilmente usate per la conservazione dell’acqua o attività artigianali. La scoperta più rilevante però è un grande edificio di 14×10 metri ritenuto la chiesa principale, composto da navata, coro e santuario semicircolare, con resti di pilastri che suggeriscono una copertura a cupola.
Tra i reperti figurano infine anfore, utensili domestici e frammenti architettonici incisi, che arricchiscono il quadro della vita quotidiana e spirituale del sito. Le autorità egiziane sottolineano l’importanza scientifica e culturale della scoperta, che contribuisce a valorizzare Sohag come area archeologica di crescente rilievo e a promuovere il turismo culturale verso siti meno conosciuti dell’Egitto, attirando l’attenzione su destinazioni meno conosciute e contribuendo in questo modo ad attrarre sia visitatori che ricercatori interessati alla storia delle civiltà e delle religioni.

Lettura e Vangelo del giorno 9 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,11-18

Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,45-52

[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare.
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.
E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.