
Nel cuore di Lombok, un’isola a est dell’Indonesia, un lago occupa oggi ciò che un tempo era la cima di una montagna. Il Segara Anak – il lago in questione – si apre come una ferita circolare colma di acque cristalline sulla cima della montagna: un paesaggio naturale che è difficile immaginare come l’antica sommità del vulcano Samalas, responsabile di una delle eruzioni più violente della storia, avvenuta circa otto secoli fa.
Per molto tempo quel grande vulcano passò inosservato, confuso con il complesso del monte Rinjani, finché la scienza non rivelò che il cratere su cui oggi si estende quella laguna paradisiaca era in realtà la traccia di una delle maggiori eruzioni degli ultimi mille anni: un’esplosione di proporzioni tali da alterare il clima del pianeta nel XIII secolo.
L’anno senza estate
Le cronache medievali descrivono il 1257 come un anno anomalo: raccolti distrutti, cieli del colore della cenere e un inverno insolitamente lungo. In Inghilterra sarebbe stato ricordato come «l’anno senza estate», secoli prima che l’espressione diventasse celebre per un’altra eruzione vulcanica.
I fenomeni insoliti descritti dalle fonti medievali non furono circoscritti al Vecchio continente. Dal Medio Oriente al Mediterraneo, cronache cristiane e musulmane raccontano di un sole malato, incapace di riscaldare la terra, di cieli coperti da una foschia persistente e di campagne sterili, con un profondo peggioramento delle condizioni di vita di numerose comunità.
In Asia le conseguenze furono ancora più gravi: il freddo estremo e la siccità arrivarono a interrompere le grandi rotte commerciali, innescando il collasso economico e sociale di intere regioni. Alcuni storici hanno ipotizzato che quel brusco raffreddamento possa aver contribuito alla frammentazione di diversi imperi, indebolendo in particolare il mondo mongolo, che in quel periodo – sotto il governo di Hulagu, nipote di Gengis Khan – era già attraversato da tensioni interne e crescenti pressioni ai confini.
Senza esserne consapevoli, le cronache di tutte quelle società descrivevano gli effetti di un medesimo evento: l’eruzione di un vulcano situato su un’isola remota, di cui ignoravano il nome e l’ubicazione.
Il fantasma del Samalas emerge
Il mistero cominciò a chiarirsi poco più di un decennio fa, quando un’équipe franco-indonesiana analizzò le ceneri dell’area del monte Rinjani e verificò che la composizione isotopica e geochimica dei frammenti di vetro vulcanico coincideva con quella delle microparticelle intrappolate nei ghiacci polari. Questa corrispondenza permise di collegare direttamente l’eruzione ai picchi di solfati registrati in Groenlandia e in Antartide.
Tali picchi di solfati costituivano la traccia chimica dei gas solforosi liberati da una grande eruzione: una volta raggiunta la stratosfera, il biossido di zolfo si era trasformato in un aerosol capace di riflettere parte della radiazione solare. Con il tempo, queste particelle sono ricadute sulla superficie, restando intrappolate negli strati annuali dei ghiacci e lasciando testimonianza di un breve ma intenso «inverno vulcanico». Fu così che riemerse un nome dimenticato: Samalas, il vulcano che esplose con tale violenza da far scomparire la propria cima, lasciando come unica traccia un immenso cratere, oggi pieno d’acqua, e un cambiamento climatico di portata globale.
Nel momento stesso in cui la scienza iniziava a cercare risposte, parlò anche la memoria dell’isola. L’ipotesi di un grande vulcano nascosto trovò infatti conferma in una testimonianza inattesa: la Babad Lombok, un antico manoscritto giavanese che racconta la storia della civiltà dell’isola e che, in modo sorprendente, descrive una montagna che vomitava fuoco, seppellisce villaggi – tra cui la capitale del regno – e fa precipitare il mondo in una lunga oscurità.
All’improvviso, un testo che per secoli era stato letto come un mito si rivelava l’unica testimonianza di un disastro reale.
L’inverno che colpì mezzo mondo
L’impatto del Samalas fu particolarmente rilevante per il grande continente eurasiatico. In Europa il freddo estremo decimò il bestiame, congelò i fiumi e provocò gravi carestie; in Asia, invece, i cronisti registrarono monsoni irregolari, siccità e migrazioni di massa. Quella nube di aerosol raffreddò l’emisfero settentrionale per due lunghi anni, colpendo società che dipendevano interamente da cicli agricoli prevedibili.
Tuttavia, l’aspetto più affascinante di questa storia risiede nella capacità del pianeta di nascondere un evento di tale violenza e un impatto ecologico di tale portata. Quel vulcano, la cui eruzione aveva immerso il mondo in un cupo inverno, scomparve dalla faccia della Terra – fisicamente e dalla memoria umana – per oltre otto secoli.
Per fortuna, la scrittura possiede spesso un modo inatteso di conservare la verità: la custodisce e, talvolta, la trasforma in qualcosa di magico. In questo caso il mito non era un mito, ma realtà. Le popolazioni che assistettero a quel disastro lasciarono racconti che la posterità relegò nel regno delle leggende; storie che coloro che non videro l’eruzione – ma subirono anni di freddo, raccolti distrutti e cieli opachi – riuscirono appena a immaginare. Solo la convergenza tra geologia, climatologia e tradizione letteraria ha permesso di ricostruire un evento capace di trasformare il XIII secolo, pur avendo lasciato pochissime tracce materiali.
National Geographic