«Il riscaldamento globale si contrasta trasformando le nostre città»

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Notizie e visione profetica per il rinnovamento della Chiesa

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L’annuncio del prossimo incontro tra il clero italiano e Papa Leone XIV (in programma l’11 e il 12 dicembre a Roma) rappresenta un momento importante di fraternità e di riflessione sul tema “chiamati, insieme, inviati”. È un’occasione preziosa per fare memoria della vocazione sacerdotale e per rinnovare lo slancio missionario della Chiesa.
Proprio partendo dallo spirito di questo appuntamento — che mette al centro il senso di comunità e la necessità di nuove energie pastorali — nasce una riflessione e una proposta concreta: perché non estendere l’invito o includere in questo cammino anche i preti sposati?
Si tratta di uomini che hanno ricevuto una valida ordinazione sacerdotale e che, pur vivendo in una condizione canonica diversa o ai margini della vita pastorale ordinaria, continuano a portare nel cuore il dono del loro ministero. In un tempo in cui la Chiesa riflette profondamente sulla sinodalità, sull’accoglienza e sulla necessità di raggiungere ogni periferia spirituale ed esistenziale, valorizzare la presenza e il contributo di queste persone potrebbe rappresentare un forte segno di riconciliazione, Unità e apertura.
La comunione ecclesiale e il rinnovamento del presbiterio trarrebbero grande forza da un abbraccio capace di andare oltre le rigidità, integrando tutte le vocazioni che hanno donato la propria vita al servizio del Vangelo.
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Ormai è assodato; siamo in pericolo. I motivi sono ovviamente tanti, ma come non pensare che siamo proprio in pericolo dopo il fatto avvenuto in una classe italiana.
Un tredicenne ha assalito la professoressa: fatto grave in sé. Chi l’ha salvata? Uno studente congolese.
L’umanità che salva
Non emerge che questo ragazzino ha espresso la cultura prodotta in lui, così giovane, dal viaggio che è al centro della sua formazione, della sua identità. Infatti, leggo che l’eroe gentile – così è stato soprannominato – vive in una casa famiglia ed è arrivato in Italia senza i suoi genitori, a bordo di un barcone. Ma l’umanità del profugo giunto addirittura su un barcone la consideriamo poco o nulla.
Sui social anche la sua storia ha diviso: qualcuno ha scritto che meriterebbe encomi, molti però hanno reagito male. E nelle ore in cui è accaduto questo, con una curiosa coincidenza temporale, il governo ha annunciato di voler imporre un limite agli “studenti stranieri” in una classe. È già previsto da disposizione ministeriale del 2010 e risultato inattuabile, per carenza di professori e di aule.
Ma ciò che conta è che un caso di amore per la vita altrui, nello specifico di un’italiana da parte di un ragazzo giunto dall’estero, finisce col coincidere non con un momento di maggiore comprensione, ma di nuova separazione, contrapposizione: ed è toccato al presidente Mattarella ricordare che la scuola è aperta a tutti, da Costituzione.
Ma bisogna anche considerare in che contesto questo accade. Una parte sempre più rumorosa non vuole armare l’Ucraina (senza dire quasi mai cosa voglia fare): poco cala che dall’altra parte ci sia una Russia armata di suo? La narrativa però viene spostata sempre più spesso sul parallelo tra resistenza ucraina e la nostra resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il metro, sia da una parte che dall’altra, è quello, la Seconda Guerra Mondiale.
Che ci sia una differenza è evidente: da noi l’invasore nazista era giunto con il consenso del governo fascista, in Ucraina è stato l’esercito nazionale a opporsi da subito all’invasore russo. Ma il problema è nella necessità di questo paragone o della sua negazione, perché la Seconda Guerra Mondiale ci rimanda a giusto o sbagliato, bene o male.
È interessante che Pierluigi Bersani abbia detto in televisione che monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, avrebbe detto di ritenere “moralmente accettabile” intervenire per salvare vite umane in uno Stato aggredito ed elencato strumenti necessari, come i sistemi di allarme e intercettazione dei missili e dei droni, ma il coro “basta armi all’Ucraina” sembra prendere molti se tradotto così: spendiamo i nostri soldi per noi stessi. Che i problemi siano enormi e i soldi pochi è oggettivo, come è oggettivo che l’Europa non abbia un suo esercito.
La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione
Ormai è indiscutibile ciò che ha sottolineato più volte Leone XIV: siamo nell’epoca della polarizzazione. Il discorso dunque va allargato. Infatti non c’è un campo unito, fermo, solidale nel difendere ciò che è stato il cuore della nostra identità politica: riassumiamola con “libertà, uguaglianza, fraternità”, dove è il terzo vocabolo che spiega e tiene tutto.
Ma tutto ciò che è universale sembra divenuto fastidioso: diritto internazionale, pace universale, diritti dell’uomo; tutto questo è finito nella lista dei nostri nemici? C’è una sola Maginot: la Chiesa cattolica, unica istituzione globale rimasta in piedi dopo l’uragano MAGA di Donald Trump. È una responsabilità enorme quella di rappresentare tutto ciò che di globale, universale, è rimasto in piedi.
Il punto di partenza che la Chiesa universale potrebbe aiutarci a riporre al centro della discussione che ha luogo in ogni Paese, almeno del nostro Occidente, è molto semplice: questa economia uccide. È questa la frase che taglierebbe la polarizzazione, perché tra le persone ordinare che aderiscono all’uno o all’altro campo ne percepiscono la fondatezza. Dunque sono stati fatti degli errori madornali. Quali?
L’elenco sarebbe troppo lungo e vario. Senza addentrarmi troppo direi che è fallita la globalizzazione. Perché è fallita? Per due motivi fondamentali. Il primo è appunto economico: la finanziarizzazione dell’economia. Questa economia uccide anche i figli di chi l’ha creata, voluta. E causa maremoti, a partire dalle migrazioni forzate.
Ma il colletto blu americano che apprezza la grande deportazione, vorrà studiare la cartolarizzazione del debito dei paesi poveri, della deregulation avviata da Bush e completata da Clinton, in piena sintonia con tante legislazioni europee? E si può chiedere a un tedesco in condizioni economiche quasi disperate di dedicarsi allo stesso studio? Più facile dirgli che gli immigrati creano problemi, gli rubano il lavoro, portano disvalori, per qualcuno malattie, anche qui da noi. È lo scontro di civiltà dentro casa.
Gli errori dunque riguardano tutti, destra e sinistra. I vecchi conservatori e i vecchi progressisti avrebbero un bel po’ da lavorare se gli si chiedesse conto di come hanno squassato il mondo. Ma il nazionalismo estremo, tipo AfD, gli chiede conto di quegli errori economici? Non mi sembra, io credo che i loro leader non li considerino tali. E siamo così al secondo errore.
Globalizzazione e omologazione
Se economicamente la globalizzazione è stata gestita in questo modo, culturalmente ha creato la percezione che si volesse creare un uomo tutto nuovo, senza cultura, senza identità. Il nazionalismo estremo ha percepito questo e ci propone la sovversione usando la religione come veicolo di odio. Odiare l’altro nel nome di Dio; è questo il nuovo credo? La religione è un casellario giudiziale che sporca la fedina penale di tutti coloro che non appartengono alla mia?
Ecco che Marx viene capovolto: l’oppio dei popoli, cioè l’anestetico che sapeva conservare la fedeltà al regnante, diviene la cocaina dei popoli, cioè l’eccitante capace di capovolgere i regni e consegnarli a chi propone di sovvertire l’ordine costituito. Queste religioni trasformate in ideologie e che sostengono un’altra ideologia, il nazionalismo, ci dicono che non è vero che sono morte le ideologie.
Dunque è la globalizzazione che con i suoi fallimenti ci ha portato a odiare tutto ciò che è globale, universale? Penso di sì, e penso che la Chiesa cattolica, unica istituzione universale rimasta in piedi, ha tutto il necessario per dirci che la globalizzazione è stata il grande inganno, non per l’idea, ma per come è stata perseguita.
Oltre al liberismo selvaggio cui si è fatto appena un brevissimo cenno, la globalizzazione ha creato la accennata paura, l’omologazione. È quello che disse papa Francesco a Caserta, quando incontrò il pastore Giovanni Traettino: “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.
Per una società di conviveza delle diversità
Siamo in pericolo ma non ne usciremo in altro modo che tornando nelle diverse periferie del nostro mondo, non barricati nel suo centro, andando a parlare, a vivere, ad ascoltare le periferie urbane, nazionali, continentali. È li che batte il cuore dell’uomo contemporaneo. E per riuscirci bisogna superare il vecchio paradigma occidentale dell’universo come puzzle a incastro unico.
Il paradigma occidentale, sintetizzando più del possibile, Isaiah Berlin lo spiega così: 1) Ogni domanda autentica deve poter avere una risposta: se non si può rispondere non è una domanda autentica. Magari io non saprò la risposta, ma un altro sì. 2) Tutte le risposte devono essere conoscibili, possono essere scoperte mediante mezzi suscettibili di essere appresi e insegnati ad altri. 3) Tutte le risposte debbono essere compatibili tra di loro, diversamente saremmo nel caos.
A questo paradigma, dal campo illuminista venne un’aggiunta: le risposte devono essere basate sul corretto uso della ragione, niente rivelazioni o tradizioni. Non risulterà sorprendente che Berlin citi una frase di Fontenelle, illuminista rappresentativo, dalla vita molto ragionevole: “Un’opera di politica, di morale, di critica, forse persino di letteratura, sarà più bella, tutto considerato, se fatta dalle mani di un geometra”.
Spererei che ci allontanasse da tutto il paradigma, con o senza l’integrazione illuminista, perché già allora un razionalismo arido, gelido, geometrico, alimentò una reazione irrazionale, bollente, per buttare all’aria l’unica geometria possibile, quella imposta a tutti. Come allora accade oggi. Uscire dal meccanismo dell’universo come puzzle a incastro unico è il grimaldello per spiegare che siamo uguali perché siamo diversi, con ideali diversi e dunque il compromesso è indispensabile.
Recuperato il gusto di un mondo pluralista, che rifiuta l’uniformità e che ammette che l’economia che ha imposto uccide, potremmo trovare le risorse spirituali per sfidare l’emergenza d’oggi, la criminalizzazione dell’altro. Cosa potremmo dire a quest’umanità polarizzata nell’odio? Quello che disse papa Francesco a Singapore: «Se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».
La storia di Don Cosimo Schena — il presbitero brindisino più seguito sui social, psicologo e parroco — è tornata al centro dell’attenzione mediatica. Nelle sue interviste, Don Cosimo ripercorre con serenità il proprio cammino: gli studi di ingegneria, il fidanzamento giovanile, il sogno di una famiglia e poi la scoperta della vocazione sacerdotale che lo ha portato a lasciare la compagna per entrare in seminario e ordinarsi a trent’anni. Una testimonianza lineare di discernimento personale che, tuttavia, viene talvolta utilizzata in modo strumentale dagli ambienti conservatori per contrastare la causa della riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati.
La narrazione apologetica che ne deriva tenta di far passare un messaggio rigido: “se Don Cosimo ha saputo rinunciare al matrimonio per fare il prete, allora tutti devono fare lo stesso, e chi si è sposato non deve più rientrare al ministero”.
Usare la storia personale di Don Cosimo Schena come un’arma polemica contro la riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati rappresenta una palese forzatura logica ed ecclesiale:
Confusione tra percorsi e momenti vocazionali diversi: La scelta di Don Cosimo riguarda un giovane laico che, prima dell’ordinazione, ha liberamente scelto la via del celibato presbiterale. La causa sostenuta dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati riguarda invece uomini già validamente ordinati, che hanno ricevuto il Sacramento dell’Ordine con regolari percorsi teologici pontifici e che successivamente hanno contratto matrimonio.
Nessuna contrapposizione tra celibato e clero coniugato: Esaltare la bellezza della scelta celibataria non richiede affatto la svalutazione o l’esclusione dei presbiteri sposati. La storia della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, insegna che le due dimensioni possono coesistere e arricchirsi a vicenda senza annullarsi.
Il rischio dell’ideologia sociale contro il bene delle parrocchie: Trasformare vicende personali o la popolarità social in argomenti di scontro dogmatico fa perdere di vista la realtà drammatica dei territori: parrocchie senza Messa, clero anziano ed esausto, e comunità che chiedono la presenza costante di pastori formati.
La risposta del Movimento fondato da don Giuseppe Serrone rimane ancorata al senso di responsabilità e alla comunione ecclesiale. La testimonianza di Don Cosimo Schena come parroco e psicologo merita rispetto, ma non può diventare un pretesto per sbarrare la strada a centinaia di presbiteri sposati pronti a rimettersi al servizio delle diocesi.
Rivolgere a Papa Leone XIV l’appello per un decreto canonico di riammissione significa chiedere un atto di realismo pastorale: permettere a chi custodisce la Grazia del sacerdozio e una solida preparazione teologica di affiancare i confratelli celibatari, affinché nessuna comunità rimanga priva dell’Eucaristia e della cura delle anime.
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