Leone XIV, il Papa impolitico più politico di tutti

 

I Pastori precedenti hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: dall’appoggio del Vaticano al regime fascista, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo. Oppure, più di recente, Giovanni Paolo II al balcone assieme ad Augusto Pinochet? Da lui, invece, la denuncia continua dei “potenti della terra”

Papa Leone XIV è il più politico dei Papi degli ultimi decenni proprio perché è “impolitico”.

Ogni pontefice, anche e soprattutto dopo aver perso il potere temporale su Roma – nel 1871 – è stato “politico”, in modi e forme diverse, cioè si è sempre posto come attore decisore nelle questioni internazionali e anche in quelle interne dei singoli Stati nazionali, a cominciare da quello italiano.

Nessuno, o pochi, come l’attuale, tuttavia, hanno colto, con nettezza filosofica radicale, il carattere più essenziale della politica, cioè la sua natura peccaminosa, quando non esplicitamente demoniaca – in senso ovviamente metaforico.

I Pastori precedenti, costretti dalla storia a prendere le parti di uno dei poteri secolari contro l’altro, hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: vogliamo ricordare l’appoggio del Vaticano al regime fascista, senza il quale Benito Mussolini non avrebbe mai retto, il sostegno alla guerra di Spagna, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo? Oppure, più di recente, vogliamo ricordare Giovanni Paolo II al balcone assieme all’assassinio seriale Augusto Pinochet?

Papa Leone invece, lo ripete a ogni momento: il potere è male, anche se può essere utilizzato a fin di bene, la sua natura corruttiva è profondamente radicata nella sua natura e funzione. Ancora da ultimo, ad Assisi qualche giorno fa, quando ha denunciato la vocazione dei “potenti della terra” a creare “nemici immaginari”, cioè inesistenti, solo per esercitare in maniera ancor più netta il loro potere e per sovrastare gli altri.

Sembra il ritratto di Donald Trump o di Vladimir Putin o di Benjamin Netanyahu ma la lista sarebbe assai lunga, a cominciare dal governo nazionalista di Roma, che quanto a nemici immaginari, ne costruisce a proprio uso e consumo almeno uno al giorno.

Si ritrova, in questa lucida enunciazione della natura satanica del potere, e di quello politico in particolare, la matrice agostiniana dell’attuale pontefice: proprio Agostino da Ippona, che fu anche uno dei grandi filosofi della politica, istituì la teoria delle due Città, quella terrestre e quella divina: la seconda abitata anche dal male perché il potere politico finisce inevitabilmente per macchiarvisi.

Da qui, in Leone XIV, l’insistenza sul cristianesimo come alternativo al potere, a ogni forma di potere, a cominciare da quello politico: non sono un vaticanista o uno storico della Chiesa, ma mi pare che pochi dei suoi predecessori abbiano, come invece Leone, insistito così tanto nell’usare questa parola, appunto quello di potere, e nel riflettervi.

E, rifacendosi al Pontefice, l’arcivescovo emerito di Tangeri, Santiago Agrelo Martinez, ha scritto sulla’”Avvenire”, all’indomani di Ceuta, parole che non ho letto su nessun altro quotidiano: “sul cammino dell’umanità, la differenza tra chi è salvato e chi è perduto è stabilito da ciascuno dei nostri rapporti con il potere …Quest’ultimo si opporrà sempre a Cristo, cercherà di uccidere e di rinchiuderlo nella tomba … Il mondo del potere è in perenne contrasto con il Vangelo”.

Se non fosse un po’ irriverente, si tratta di tesi che, nella storia del pensiero politico occidentale, sono state espresse con tale chiarezza solo dall’anarchismo. Che, tra anarchismo e cristianesimo tuttavia ci sia più di una parentela, non lo diciamo noi, ma grandi scrittori e pensatori cattolici, da Georges Bernanos a Emmanuel Mounier a Jacques Ellul.

Più che anarchico, però, l’attuale Papa è politico perché impolitico. Che cosa vuol dire? Diversi anni fa, il filosofo italiano Roberto Esposito coniò questo concetto – o meglio, gli diede valenza filosofica: l’impolitico, scrive Esposito nella seconda edizione delle Categoria dell’impolitico (Il Mulino, 1999), “non nega la politica come conflitto, la considera l’unica realtà e tutta la realtà. Aggiungendo, tuttavia, che essa è solo la realtà”. Una realtà finita, con dei limiti precisi, e invalicabili. “Di ciò – della propria finitezza costituiva – la politica non sempre è consapevole”. Anzi, essa “è costitutivamente portata a dimenticarla. L’impolitico non fa che ricordargliela. La riporta, cioè, nel cuore stesso del politico”. Il quale, “per produrre una qualsiasi politica…dovrebbe distaccarsene e riconoscersi in un’alterità rispetto a ciò che invece presuppone come l’unica dimensione . Da questo angolo di visuale … si può bene dire che l’impolitico coincida con la politica”.

Proprio come Leone che, nel suo essere impolitico – cioè nel riflettere sul lato demoniaco del potere – finisce per essere il più politico di tutti. Tanto che, se Esposito volesse proporre una nuova edizione nell’antologia dei filosofi impolitici da lui curata a suo tempo (Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, Bruno Mondadori, 1996), in cui svettavano pensatori cristiani come Karl Barth e Jan Patočka, e pensatrici cristiane come Simone Weil, forse la massima filosofa dell’impolitico, probabilmente oggi Esposito dovrebbe inserire anche Leone XIV.

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Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano: lascito culturale enorme

Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

Giorni fa ho scritto della morte di Francesco Guccini, in obbedienza ad un impulso, quello di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente. Ho scritto del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude la sue esperienza nel mondo. Quando l’anima si spegne lasciandoci solo una spoglia e la memoria di quello che è stato.

Oggi vorrei riflettere invece su quello che non abbiamo perso, o meglio, su quello che alcune personalità lasciano al di là della loro presenza fisica sulla scena.

Guccini ha raccontato un’Italia che non esiste più, ne è stato, come Pier Paolo Pasolini, ultimo testimone. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. Lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”, tra la Via Emilia e il West. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica (lui che è stato insegnante), dove il racconto si tramanda e si arricchisce alla maniera degli aedi, il fatto in sé che diventa epopea.

Lo ha fatto con i suoi libri, scritti a Pavana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara. Che viveva quasi di nulla (castagne ed erba Spagna), l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. Quelle immagini, quei volti con le loro rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale, la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello. Quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.

Un’Italia che abbiamo ritrovato nei versi di Pasolini, nei suoi scritti in friulano. Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino – nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano, ma si mescola col toscano rude della montagna pistoiese, ma anche con lingue remote, sconosciute – esattamente come il friulano che si perde e finisce a sopravvivere solo nelle parole di Pasolini e di pochi altri.

Se si perde la lingua, vuol dire che prima si è perduta una cultura, un mondo. Si sono perse parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che, per dirla con le parole di un altro poeta, “non aveva letto un milione di libri”, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino. Un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.

Chi non si faceva troppe domande, solo quelle essenziali, sceglieva senza esitazione la Resistenza e sapeva andare fino in fondo. Fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori, di spiritualità senza ritualismo. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.

Quell’Italia che non era conservatrice, ma sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana; per questo, solo per questo, non per ideologia, era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento, come invece fa il maresciallo protagonista della trilogia di Appennino di sangue che non lascia il suo dovere, ma nel compierlo è capace di guardare il cuore degli uomini.

Poi è arrivata la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che pigliavano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello che deve e può fare un intellettuale. La fissa, la fotografa con le parole, la trasforma non in inutile nostalgia, ma la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.

Pasolini ha avuto una vita breve, stroncata dalla violenza di assassini ancora vergognosamente impuniti, Guccini ha vissuto a lungo, sempre troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo. Ha avuto il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

Il Fatto Quotidiano

Quelli che io Guccini lo conoscevo molto bene

laprovinciaunica.it

Di solito succede così. Muore un personaggio importante, un personaggio chiave, un personaggio notevole, basti pensare a Franco Baresi e a Francesco Guccini giusto per citare i due casi più recenti, e come ovvio che sia tutta la macchina dell’informazione si concentra su questa notizia di oggettivo rilievo.

E quindi ecco il racconto del personaggio, il suo profilo, le sue gesta, le sue svolte, i momenti chiave della sua carriera e della sua parabola umana, i suoi amori, i suoi odi, i suoi retroscena, i suoi segreti. Ed è giusto così, perché più il personaggio è notevole, in alcuni casi davvero notevole, più è profondo il desiderio, anzi, la necessità delle persone, degli estimatori e dei fan di essere informati su tutti gli aspetti di quell’esistenza talmente speciale da aver segnato un’epoca e, in tanti casi, anche la singola vita di una persona.

E fino a qui, tutto bene. Però, visto che gli uomini sono davvero degli esseri incredibili che non finiscono mai di stupire nei loro cortocircuiti mentali, la morte di un personaggio notevole innesca praticamente sempre un meccanismo psicanalitico talmente perverso, talmente assurdo e talmente grottesco da rendere spesso e volentieri le cronache dedicate alla morte del notevole personaggio di cui sopra degli esercizi di stile incredibilmente comici. Una roba da avanspettacolo.

Bene, provate a farci caso. Non c’è articolo o commento o editoriale dedicato alla morte del notevole personaggio – al Baresi del caso, al Guccini del caso per non parlare di quando c’è di mezzo qualche statista, qualche premio Nobel o qualche Papa – che non parta parlando del notevole personaggio appena deceduto, del quale si raccontano le capacità, le genialità, le creatività, ma anche le fragilità, dipanando la sua avventura umana lungo gli anni e i decenni con tutte le sue fasi di sviluppo, ma anche quelle di feconda contraddizione perché è proprio dalle contraddizioni che nascono i colpi di genio, le differenze dirimenti tra un puro talento e una persona come tante e bla bla bla che poi però, proseguendo nella narrazione e nella scrittura, non venga via via limato, ridotto, rimpicciolito e alla fine decisamente ridimensionato.

E la cosa più spassosa – uno spasso tragico, a dir la verità – è che più la figura del notevole personaggio di cui si dovrebbe parlare diventa marginale più viene sostituita dall’importante editorialista o commentatore o analista o testimone al quale era stato affidato il compito di ricordare il notevole personaggio appena deceduto e che invece si dimentica di parlare del notevole personaggio appena deceduto, ma non si dimentica affatto di parlare di sé, di se stesso, di se stesso medesimo. E di quanto lui, non il morto, ma il vivo, avesse consigliato al notevole personaggio quella cosa o di quanto sempre lui, il vivo, avesse influenzato il notevole personaggio su cosa fare e su cosa non fare e di quanto loro due, il vivo e il morto, avessero villeggiato assieme e folleggiato assieme e studiato e faticato e sbarcato il lunario agli inizi della carriera sempre assieme, anche se, diciamoci la verità, con il vivo sempre un po’ più moderno e geniale del morto. Che, in fondo in fondo, non era poi questo granché.

E via di questo passo, riga dopo riga, fotogramma dopo fotogramma, senza requie e soprattutto senza vergogna, fino a quando l’articolo celebrativo del povero personaggio appena deceduto si trasforma in una plateale e caricaturale e grottesca e circense autocelebrazione del notevole personaggio ancora vivente, che dovrebbe scrivere della vita del notevole personaggio appena deceduto e che invece scrive di sé e io e io e io e io, in un delirio pedantesco, narcisistico, masturbatorio, egolatrico ed egoriferito che ai lettori più smaliziati strappa ogni volta delle risate di indignazione e di compassione davvero irrefrenabili.

Non c’è niente da fare. È come una gara, come una corsa – nel caso del povero Francesco Guccini sono apparsi particolarmente comici gli interventi del tutto fuori registro di Adriano Celentano e soprattutto di Sigfrido Ranucci, che è riuscito nell’impresa napoleonica di collegare la vita, le opere e la morte di Guccini al vile attacco dei poteri forti a “Report” e al suo ruolo di inchiestista senza macchia e senza paura – come se tutto il mondo dello showbiz si trasformasse in un branco di sciacalli o di iene assatanate pronto ad avventarsi sul cadavere ancora caldo del Re Leone per strapparne ognuno il suo pezzo ed esibirlo ai restanti abitanti della savana.

«Io lo conoscevo bene» è il classico incipit che deve metterci subito in allarme: se si parte così, siamo fritti. «Vi racconto il mio Guccini segreto» è un altro indicatore di pericolo assoluto: mettete a letto i bambini. E non abbassiamo la guardia quando arriva il morboso e pericolosissimo «Tutto quello che non sapete del vero Guccini». Fino all’immancabile e davvero pestilenziale «Quella volta che ho visto Guccini piangere» e al distopico «Ecco il figlio segreto di Guccini», che potrebbe anche essere il figlio segreto di Lady Diana o di Umberto Eco o di Keyser Soze o di Claretta Petacci o di Padre Pio, fate voi, tanto uno vale l’altro.

E tutto il resto delle corbellerie con le quali noi del mondo dell’informazione riusciamo per l’ennesima volta a mettere in scena il nostro baraccone popolato da vanesi impenitenti che non hanno alcun rispetto nei confronti dei poveri lettori e dei poveri telespettatori che vorrebbero solo essere informati in maniera seria, corretta ed esaustiva su questo personaggio davvero notevole e che gli venissero messi a disposizione tutti gli elementi per potersi formare un giudizio autonomo. E che invece tutte le volte si devono sorbire le esibizioni felliniane di questo pagliaccesco sottobosco che deve far vedere a tutti che sulla faccia della terra esiste pure lui.

Ma rassegniamoci. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete (o un giornalista) a sparare cazzate.

d.minonzio@laprovincia.it

Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi

di: Domenico Marrone in Settimana News

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Le riflessioni che seguono prendono spunto da un interessante articolo di Giorgio Bozza, pubblicato il 9 luglio 2026 su SettimanaNews con il titolo Delle cinque piaghe della Chiesa locale. Tra le cinque “piaghe” individuate dall’autore, la prima è la mancanza di stima nelle relazioni ecclesiali, in particolare tra il vescovo e il suo presbiterio e tra gli stessi presbiteri.

Questa intuizione mi è sembrata particolarmente feconda perché consente di affrontare un tema spesso dato per scontato e raramente esplorato nella sua profondità antropologica, filosofica, teologica e pastorale. La stima, infatti, non è semplicemente una disposizione psicologica, una forma di cortesia o una qualità del carattere. Essa appartiene al cuore stesso dell’esperienza cristiana, poiché riguarda il modo in cui riconosciamo nell’altro il mistero della sua persona, la sua dignità originaria e la grazia di Dio che lo precede e lo accompagna.

Le considerazioni che seguono non intendono essere una recensione dell’articolo di Giorgio Bozza, né un commento puntuale alle sue argomentazioni. Piuttosto, vogliono svilupparne liberamente l’intuizione iniziale, approfondendo il tema della stima come categoria decisiva della comunione ecclesiale. Sono convinto, infatti, che molte delle fatiche che oggi attraversano la vita delle nostre Chiese particolari non dipendano soltanto da problemi organizzativi o pastorali, ma da una più profonda crisi del riconoscimento reciproco. Dove viene meno la stima, la comunione si impoverisce; dove la stima viene custodita e coltivata, anche le differenze, i conflitti e le inevitabili tensioni possono diventare occasione di crescita e di autentica fraternità evangelica.

Tra le molte fragilità che attraversano oggi la vita ecclesiale ve n’è una meno evidente rispetto ad altre, ma forse più profonda: la crisi della stima reciproca. Si parla spesso di crisi delle vocazioni, di difficoltà pastorali, di trasformazioni culturali, di riduzione della pratica religiosa, di problemi organizzativi. Tutti temi reali e importanti. Ma esiste una crisi più sotterranea che riguarda il tessuto umano e spirituale della Chiesa: la fatica di riconoscere il bene presente nell’altro.

Una comunità può sopportare anche differenze, opinioni divergenti, sensibilità pastorali diverse. La storia della Chiesa è sempre stata attraversata da tensioni. La Scrittura non presenta mai una comunità ideale priva di conflitti.

Mosè discute con il popolo. I profeti contestano i presbiteri. Paolo affronta Pietro ad Antiochia. Lo stesso Gesù deve educare continuamente i suoi discepoli, correggendo le loro incomprensioni e le loro ambizioni.

Il conflitto, dunque, non è necessariamente un male. Talvolta è il segno di una comunità viva. Il problema nasce quando il conflitto perde il suo orizzonte di comunione e diventa delegittimazione dell’altro.

Quando non si dice più: “Fratello, non condivido questa scelta”, ma: “Tu sei il problema”. Quando non si contesta un comportamento, ma si mette in discussione la persona. Quando non si corregge un errore, ma si cancella il mistero dell’altro. È allora che entra in crisi la stima.

Nel linguaggio comune stimare qualcuno significa apprezzarlo. Stimiamo una persona perché è competente, intelligente, capace, generosa, coerente. Questa dimensione umana è certamente positiva, ma la stima cristiana possiede una profondità maggiore.

La stima evangelica non nasce anzitutto dalla valutazione delle qualità dell’altro, ma dal riconoscimento della sua dignità. Prima ancora di essere vescovo o presbitero, parroco o collaboratore pastorale, responsabile di un ufficio o semplice fedele, l’altro è: una persona amata da Dio; un figlio del Padre; un uomo o una donna redenti da Cristo; una creatura abitata dallo Spirito.

La dignità precede la funzione. Il ruolo può cambiare. L’incarico può terminare. Il prestigio può diminuire. La capacità può venire meno. Ma la dignità personale rimane.

Per questo un vescovo non merita stima semplicemente perché è vescovo. Un presbitero non merita stima semplicemente perché è presbitero. Essi meritano stima perché sono persone nelle quali Dio ha posto una chiamata e una grazia.

La stima cristiana è quindi una forma di riconoscimento del mistero di Dio presente nell’altro. Non significa ignorare i limiti. Significa non permettere ai limiti di diventare l’unica chiave di lettura della persona.

Uno dei grandi rischi della cultura contemporanea è la riduzione funzionale della persona. L’uomo viene valutato per ciò che produce. Vale se è efficiente, se raggiunge risultati, se è riconosciuto, se risponde alle aspettative. Questo rischio può entrare anche nella Chiesa.

Il presbitero può essere valutato per il numero delle iniziative pastorali. Il parroco per la capacità organizzativa. Il vescovo per l’efficacia delle sue decisioni. Il presbitero per la sua visibilità.

Ma la persona non coincide con la sua prestazione. La persona viene prima della funzione. Questa è una delle grandi intuizioni della filosofia personalista: l’uomo non è un mezzo, ma un fine. La persona non possiede valore perché è utile. È utile perché possiede valore.

Questa distinzione è fondamentale nella vita ecclesiale. Un presbitero anziano, un prete ammalato, un presbitero meno brillante, un ministro meno visibile non perdono dignità perché non rispondono più ai criteri dell’efficienza. La Chiesa dovrebbe essere proprio il luogo nel quale l’uomo viene liberato dalla logica della prestazione.

La filosofia contemporanea ha mostrato una verità fondamentale: l’identità dell’uomo nasce dentro una relazione di riconoscimento. L’uomo diventa se stesso perché qualcuno lo guarda e gli dice: “Tu sei importante.”

Il filosofo Martin Buber ha distinto la relazione Io-Tu dalla relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Esso l’altro diventa una cosa da utilizzare, un ruolo da gestire, un problema da risolvere. Nella relazione Io-Tu l’altro rimane un mistero da incontrare. Anche nella Chiesa può accadere questa trasformazione.

Il vescovo può vedere il presbitero soltanto come un collaboratore. Il presbitero può vedere il vescovo soltanto come un superiore. Ma quando questo accade, la relazione sacramentale viene impoverita. Non siamo più davanti a un fratello. Siamo davanti a una funzione. La perdita della stima nasce spesso proprio qui: quando il volto scompare dietro il ruolo.

Il Concilio Vaticano II ha restituito una visione profondamente comunionale del ministero ordinato. Il presbiterio non è un insieme di dipendenti del vescovo. Non è una struttura amministrativa. Non è un gruppo di collaboratori chiamati semplicemente ad applicare decisioni. Il presbiterio è una realtà sacramentale.

Il vescovo e i presbiteri partecipano dello stesso mistero di Cristo Pastore. La relazione non è quella tra un dirigente e i suoi collaboratori, ma quella tra una realtà organica nella quale ogni membro ha bisogno dell’altro.

San Paolo scrive: “Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te” (1Cor 12,21). Questa parola vale per tutta la Chiesa, ma assume una forza particolare nel rapporto episcopale. Un vescovo che guarda ai presbiteri soltanto come esecutori impoverisce il suo stesso ministero.

Un presbitero che guarda al vescovo soltanto come autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. La stima reciproca è ciò che impedisce due derive opposte: l’autoritarismo senza fraternità, l’autonomia senza comunione.

L’obbedienza ecclesiale non può essere pensata in modo unilaterale, quasi fosse un movimento a senso unico dal basso verso l’alto. La tradizione cristiana, soprattutto quando assume una prospettiva personalista, ricorda che ogni relazione autenticamente umana è reciproca: chi obbedisce conserva la dignità di persona; chi esercita l’autorità rimane vincolato al dovere del rispetto.

Nel rito dell’ordinazione presbiterale il presbitero promette al vescovo “filiale rispetto e obbedienza”. È una promessa profondamente ecclesiale, perché riconosce che il ministero ordinato non è vissuto in autonomia individualistica, ma dentro una comunione sacramentale nella quale il vescovo rappresenta il principio visibile dell’unità della Chiesa particolare.

Tuttavia questa promessa non può essere interpretata in senso puramente giuridico o funzionale, come se l’obbedienza del presbitero costituisse l’unico elemento morale della relazione episcopale.

L’obbedienza cristiana non è mai umiliazione della persona. Non è cancellazione della coscienza. Non è rinuncia alla propria storia. Non è disponibilità passiva a essere collocati dentro un meccanismo organizzativo.

L’obbedienza ecclesiale nasce dalla fede che Dio agisce attraverso mediazioni umane, ma proprio perché riconosce una mediazione divina, non può mai negare la dignità umana di coloro attraverso i quali questa mediazione passa.

Un’analogia illuminante può essere offerta dal quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Tradizionalmente questo comandamento è stato letto come un invito rivolto ai figli a riconoscere l’autorità dei genitori.

Ma una lettura più profonda, soprattutto alla luce dell’antropologia cristiana, mostra che il comandamento dell’onore non riguarda soltanto chi deve obbedire. Esso istituisce una relazione reciproca. I figli devono onorare i genitori. Ma anche i genitori, proprio perché hanno ricevuto una responsabilità sui figli, devono onorarne la dignità.

Un genitore che pretende obbedienza ma umilia il figlio tradisce il senso stesso della propria autorità. Un padre che usa il proprio ruolo per dominare non esercita la paternità, ma la deforma.

L’autorità autentica non si misura dalla capacità di ottenere obbedienza, ma dalla capacità di generare libertà e maturità.

Lo stesso principio vale nella Chiesa. Il presbitero deve obbedienza al vescovo. Ma il vescovo deve rispetto al presbitero. Il presbitero deve riconoscere l’autorità episcopale. Ma il vescovo deve riconoscere la dignità personale e ministeriale del presbitero.

La relazione ecclesiale non è una scala gerarchica nella quale chi sta sopra possiede valore maggiore e chi sta sotto deve semplicemente adeguarsi. È una comunione nella quale ruoli diversi custodiscono la medesima dignità battesimale.

Credo che una delle fragilità strutturali della vita ecclesiale sia la mancanza di un autentico equilibrio nell’esercizio dell’autorità. Il principio del balance of powers, proprio delle democrazie costituzionali, non è trasferibile meccanicamente alla Chiesa, che non è uno Stato ma un mistero di comunione. Tuttavia esso richiama una sapienza antropologica che anche la Chiesa non può ignorare: ogni autorità umana, proprio perché esercitata da persone limitate e fallibili, ha bisogno di essere illuminata dall’ascolto, corretta dal dialogo e accompagnata da forme di corresponsabilità.

Quando il governo ecclesiale si sottrae a ogni possibilità di confronto, quando il discernimento si riduce alla volontà del singolo o quando l’obbedienza viene interpretata come rinuncia al pensiero e alla parola, si crea un terreno favorevole agli abusi di potere e, ancor più gravemente, agli abusi di coscienza. Non si tratta soltanto di errori organizzativi, ma di ferite inferte al Corpo di Cristo, perché ogni abuso dell’autorità incrina la fiducia, mortifica la dignità delle persone e oscura il volto evangelico della Chiesa.

L’autorità cristiana non teme il confronto, perché non si fonda sull’autosufficienza di chi governa, ma sulla comune ricerca della volontà di Dio. Quanto più è autentica, tanto più sa coniugare decisione e ascolto, fermezza e umiltà, responsabilità e trasparenza. L’opposto dell’autorità non è la partecipazione, ma l’arbitrio; e l’opposto dell’obbedienza non è il dialogo, ma la sudditanza. Solo una Chiesa nella quale l’autorità accetta di lasciarsi continuamente purificare dalla verità e dalla fraternità può essere davvero segno credibile del Vangelo.

Uno dei rischi più grandi nella vita ecclesiale è quello di trasformare le persone in funzioni. Il presbitero può diventare soltanto: un numero nell’organigramma diocesano, una casella da riempire, una risorsa pastorale da spostare, un problema amministrativo da risolvere. Ma un presbitero non è una posizione organizzativa.

Dietro ogni presbitero c’è una storia. C’è una biografia vocazionale. Ci sono anni di formazione. Ci sono esperienze pastorali. Ci sono ferite e maturazioni. Ci sono sensibilità spirituali e umane che non possono essere ignorate.

Una decisione ecclesiale può essere necessaria, talvolta persino dolorosa, ma una modalità impersonale di esercizio dell’autorità rischia di ferire profondamente la persona. Non perché il presbitero abbia un diritto alla propria comodità o alla conservazione del proprio incarico, ma perché ogni persona ha diritto a essere trattata come persona. Esiste una differenza decisiva tra l’esercizio dell’autorità e il modo in cui essa viene esercitata. Una stessa decisione può essere vissuta come un atto di comunione oppure come un’esperienza di umiliazione, a seconda che sia preceduta dall’ascolto, dal dialogo e dal rispetto della biografia personale oppure imposta in modo burocratico e impersonale.

Qui il problema non è semplicemente pastorale, ma tocca il terreno dell’etica e, in alcuni casi, persino quello dei diritti fondamentali della persona. Anche all’interno della Chiesa, infatti, possono verificarsi situazioni nelle quali il diritto di essere ascoltati, il rispetto della buona fama, la tutela della propria dignità, la possibilità di esprimere le proprie ragioni o di conoscere le motivazioni di determinate decisioni risultano di fatto compressi o trascurati.

Non si tratta di trasporre nella vita ecclesiale categorie proprie del contenzioso giuridico o della contrapposizione tra diritti e doveri, ma di riconoscere che la dignità della persona, da cui ogni autentico diritto deriva, precede qualsiasi funzione, ministero o assetto istituzionale. Proprio per questo la Chiesa, mentre annuncia al mondo il Vangelo della dignità umana, è chiamata a custodirla con particolare rigore nelle proprie relazioni interne.

Del resto, il Magistero contemporaneo ha insistito con forza sul fatto che la dignità umana costituisce il fondamento di ogni diritto autentico. Se la Chiesa si fa instancabilmente promotrice dei diritti umani nella società, denuncia le violazioni della dignità dei lavoratori, dei migranti, dei poveri e delle persone vulnerabili, essa è chiamata, con ancora maggiore coerenza, a vigilare affinché nelle proprie relazioni interne nessuno venga trattato come un semplice mezzo, una pratica amministrativa o una casella dell’organigramma.

La credibilità dell’annuncio evangelico passa anche da qui: dalla capacità di coniugare l’autorità con il rispetto, il governo con l’ascolto, la decisione con la cura della persona. Solo così l’autorità ecclesiale diventa realmente segno di quella paternità di Dio che non mortifica mai la libertà dei suoi figli, ma la fa crescere nella verità e nell’amore.

Talvolta si rischia di confondere l’obbedienza con la disponibilità assoluta. Ma l’obbedienza cristiana non chiede al presbitero di smettere di essere sé stesso. Dio non chiama persone anonime. Chiama Abramo con la sua storia. Mosè con le sue paure. Pietro con il suo carattere. Paolo con la sua esperienza. La grazia non cancella la persona: la assume e la trasforma. Per questo anche l’autorità ecclesiale deve saper riconoscere che il presbitero non è soltanto un destinatario di decisioni, ma un soggetto ecclesiale.

La sua esperienza va ascoltata. La sua sensibilità va considerata. La sua storia va rispettata. Questo non significa che ogni desiderio personale debba essere accolto. Significa che ogni persona deve essere ascoltata.

L’autorità cristiana non si misura dalla distanza che riesce a creare, ma dalla comunione che riesce a generare. Un’autorità che dice: “Devi obbedire perché io comando” è un’autorità fragile. Un’autorità che dice: “Camminiamo insieme perché siamo chiamati dallo stesso Signore” è un’autorità evangelica.

Il vescovo non è chiamato semplicemente a ottenere obbedienza dal presbiterio. È chiamato a generare un presbiterio. E generare significa conoscere, accompagnare, incoraggiare, correggere, valorizzare. Un padre non ama i figli soltanto quando essi gli obbediscono. Li ama anche quando deve correggerli. E proprio perché li ama, li corregge senza umiliarli.

Dove manca la stima, l’obbedienza diventa una forma esterna e burocratica. Si esegue, ma non si aderisce. Si compie una disposizione, ma non si vive una comunione.

Al contrario, quando il presbitero percepisce di essere rispettato nella sua dignità, anche una richiesta difficile può essere accolta come espressione di corresponsabilità ecclesiale.

Una correzione senza stima rischia di trasformarsi in umiliazione. Una denuncia senza riconoscimento rischia di generare soltanto scoraggiamento. Prima del rimprovero c’è la fiducia. Prima della correzione c’è il riconoscimento. Prima della conversione c’è la certezza che quella persona continua ad appartenere al progetto di Dio.

La pedagogia insegna che una persona cresce quando qualcuno crede nelle sue possibilità. Questo vale anche per un presbitero. Un presbitero non diventa migliore perché viene continuamente definito attraverso ciò che manca.

Una delle forme più gravi della perdita della stima reciproca nella vita ecclesiale è la mormorazione, quella che la tradizione spirituale ha chiamato detractio. Essa non riguarda semplicemente il fatto di parlare dell’altro, ma riguarda soprattutto il modo in cui si costruiscono le relazioni quando viene meno il coraggio della verità vissuta nella fraternità.

La correzione fraterna parla con l’altro. La detrazione parla dell’altro. La correzione nasce dalla responsabilità della comunione. La detrazione nasce spesso dalla distanza dalla comunione.

Tuttavia occorre riconoscere una dimensione ulteriore: anche lo stile dell’autorità può creare un clima nel quale la mormorazione diventa più facile o addirittura inconsapevolmente favorita.

Quando chi esercita un servizio di governo nella Chiesa comunica prevalentemente attraverso allusioni, generalizzazioni, denunce collettive, categorie astratte o richiami pubblici non accompagnati da un dialogo personale, può accadere che si generi un clima nel quale ciascuno cerca di interpretare a chi siano rivolte quelle parole.

La parola che dovrebbe convocare può allora diventare una parola che divide. Il richiamo che dovrebbe favorire la conversione può trasformarsi in un clima di sospetto: “A chi si riferiva?” “Chi sono i presbiteri che vengono criticati?” “Quale gruppo è sotto accusa?”

E così, paradossalmente, una comunicazione nata forse con l’intenzione di correggere può produrre l’effetto opposto: non un confronto evangelico, ma una moltiplicazione di commenti indiretti.

In questo senso è possibile parlare di un rischio di stile “carbonaro” nella vita ecclesiale, uno stile caratterizzato da: messaggi indiretti; comunicazioni non pienamente trasparenti; giudizi espressi senza un interlocutore preciso; una pedagogia fondata più sul sospetto che sulla fiducia; una contrapposizione tra un presunto “noi fedele” e un “loro problematico”.

Quando l’autorità parla attraverso categorie generali senza assumere il rischio della relazione personale, può prodursi una situazione paradossale: si chiede ai membri della comunità di evitare il giudizio sugli altri, ma contemporaneamente si crea un linguaggio nel quale il giudizio diventa quasi inevitabile.

L’autorità evangelica non teme l’incontro personale. Gesù non ha mai educato i suoi discepoli attraverso messaggi anonimi. Quando deve correggere Pietro, lo fa guardandolo negli occhi. Quando deve purificare la mentalità dei Dodici, cammina con loro. Quando deve affrontare il tradimento di Giuda, non lo trasforma in una denuncia generica contro il gruppo.

La pedagogia di Gesù è sempre personale. Questo non significa che l’autorità non possa proporre orientamenti generali o denunciare fenomeni ecclesiali. Certamente può e deve farlo.

Ma una parola pubblica autenticamente evangelica deve sempre lasciare trasparire una cosa: dietro la correzione c’è un cuore che ama, non un giudizio che etichetta.

Il rischio di una pedagogia ecclesiale prevalentemente negativa è quello di generare una comunità che non si confronta più nella libertà, ma si difende. Quando l’autorità comunica principalmente attraverso il sospetto, i membri della comunità imparano a proteggersi.

Quando comunica attraverso la stima, imparano a responsabilizzarsi. La differenza è enorme. Il sospetto genera strategie. La fiducia genera conversione. Il sospetto produce silenzi prudenti o parole sotterranee. La fiducia produce dialogo.

La mormorazione non nasce soltanto dal cuore cattivo dei singoli. Talvolta nasce anche da un contesto relazionale nel quale manca sufficiente trasparenza, prossimità e fiducia. Per questo chi esercita l’autorità nella Chiesa ha una responsabilità particolare: non soltanto correggere i comportamenti, ma custodire il clima spirituale nel quale le persone vivono le relazioni.

L’autorità che vuole costruire comunione deve evitare ogni stile che possa trasformare il confronto ecclesiale in una sorta di “assemblea degli assenti”, dove tutti parlano di qualcuno che non è presente.

La via evangelica è diversa: non una Chiesa nella quale ci si sorveglia reciprocamente, ma una Chiesa nella quale ci si riconosce reciprocamente. La Chiesa dovrebbe essere il luogo dove la competizione viene trasformata in comunione. La vera grandezza non è essere superiori agli altri. È essere capaci di riconoscere il bene degli altri.

La stima è la forma adulta della carità. La stima è una virtù umana, perché rende possibile una convivenza autentica. È una virtù morale, perché educa alla giustizia dello sguardo. È una virtù spirituale, perché riconosce la presenza della grazia nell’altro.

Ma soprattutto è una dimensione ontologica: riguarda ciò che l’altro è prima ancora di ciò che fa. Prima del vescovo viene il fratello. Prima del presbitero viene il figlio di Dio. Prima del ruolo viene la persona. Una Chiesa può avere programmi, strutture, strategie e progetti. Ma senza stima reciproca rischia di perdere il volto più autentico di Cristo: quello di una comunità nella quale ciascuno può dire all’altro: “Tu sei un dono di Dio prima ancora di essere una risposta alle mie aspettative.”

L’automobile a 100 euro al mese: ecco quello che sappiamo

La dote finanziaria iniziale messa a disposizione per il noleggio sociale è di 50 milioni di euro

Un’automobile nuova, poco inquinante, sicura e dai costi finalmente accessibili. Prende forma il capitolo più atteso del Dpcm Automotive: il programma di «noleggio sociale», pensato per offrire una risposta concreta alle famiglie a basso reddito finora escluse dalla transizione ecologica a causa dei costi proibitivi dei listini. L’iniziativa, presentata nei giorni scorsi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) dal titolare del dicastero Adolfo Urso e dal presidente dell’ACI, Geronimo La Russa, punta a coniugare due urgenze non più rinviabili: il rinnovo di un parco auto tra i più vecchi e inquinanti d’Europa e la sostenibilità sociale del cambiamento energetico.

Chi può accedere al noleggio sociale

La misura si rivolge esclusivamente alle persone fisiche con un indicatore Isee inferiore ai 30mila euro. Per accedervi sarà obbligatorio rottamare una vecchia auto (fino alla classe Euro 4) di cui si sia proprietari da almeno 12 mesi. In cambio, i beneficiari potranno sottoscrivere un contratto di noleggio a lungo termine della durata minima di tre anni (36 mesi) a un canone calmierato di 100 euro al mese, con un tetto di percorrenza fissato a 12mila chilometri all’anno. La quota mensile comprenderà copertura assicurativa Rca, manutenzione ordinaria e straordinaria e soccorso stradale. Al termine del triennio, le famiglie avranno inoltre la possibilità di riscattare la vettura acquistandola con uno sconto del 10% sul valore di mercato residuo.
«Con questo provvedimento imprimiamo una svolta netta», ha dichiarato il ministro Urso, sottolineando la discontinuità con le misure del passato. «Per la prima volta destiniamo il 70% delle risorse alla filiera produttiva e, contemporaneamente, sosteniamo la domanda con una misura equa. Gli incentivi a pioggia non saranno più realizzati perché hanno finito per finanziare l’acquisto di vetture straniere, per di più cinesi. Vogliamo utilizzare le risorse pubbliche per incentivare la produzione e consentire anche a chi non se lo può permettere di viaggiare in sicurezza».

Requisiti, vincoli e obblighi

Per accedere al noleggio sociale bisognerà affrontare però uno slalom tra una lunga serie di requisiti, vincoli e obblighi. Per esempio, bisognerà avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o una pensione o, comunque, una dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d’imposta; si dovrà avere conto corrente e carta di credito; non bisognerà avere carichi pendenti o procedimenti amministrativi; non bisognerà essere protestati o segnalati in Centrale rischi; non si dovrà avere usufruito di precedenti incentivi auto. E ancora, vi sarà la possibilità di indicare solo un secondo guidatore tra i familiari conviventi e basterà il mancato pagamento di un canone, di una multa o di una franchigia assicurativa per perdere il diritto all’auto a noleggio agevolato.
Trattandosi di una misura sperimentale, la dote finanziaria iniziale è di 50 milioni di euro, sufficienti – secondo le stime dell’ACI – per soddisfare tra le 3.000 e le 4.000 richieste. Qualora la risposta fosse positiva, il Governo si dice pronto a incrementare i fondi per rendere il noleggio sociale una misura strutturale.

Auto uguale per tutti

Un dettaglio fondamentale caratterizza l’iniziativa: i beneficiari non potranno scegliere marca, colore o modello della vettura. L’ACI acquisterà infatti un unico modello per tutti attraverso una gara pubblica europea, alla quale potranno partecipare tutti i costruttori operanti nel continente, cinesi compresi.
Per aggiudicarsi la fornitura, la casa automobilistica dovrà soddisfare paletti precisi: proporre un’auto con omologazione pari ad almeno Euro 6, emissioni di CO2 non superiori a 135 gr/km e un prezzo massimo di vendita di 18mila euro. Elemento dirimente nella gara sarà la presenza di una rete di assistenza capillare sul territorio nazionale, necessaria per garantire riparazioni tempestive e consegna del veicolo senza costi aggiuntivi per l’utente.
I tempi tecnici per la pubblicazione del bando europeo, e l’assegnazione e l’acquisizione della flotta da parte dell’ACI richiederanno diversi mesi. Successivamente verrà aperta la piattaforma informatica del Mimit per la presentazione delle domande. Le stime più realistiche indicano che la piattaforma per le richieste vedrà la luce solo nei prossimi mesi, mentre le prime consegne effettive delle autovetture avverranno non prima del 2027 inoltrato.
Avvenire

Quando Giorgia Meloni citò Guccini dal palco

Guccini e Meloni, un rapporto difficile. Il ricordo della premier: «Al di  là delle differenze sarà sempre la mia bussola» - Open

Il video è di 22 anni fa. E si vede una 27enne Giorgia Meloni che dal palco del congresso nazionale di Azione giovani, a Viterbo, cita (parafrasando la prima strofa con l’ultima) il Cirano di Francesco Guccini, la sua canzone preferita. Una formula che poi la leader riuserà in altri comizi, come manifesto di anticonformismo. E’ il 28 marzo del 2004: il primo snodo politico della futura presidente del Consiglio. Questo successo la lancerà nell’empireo della destra italiana, diventando presidente della costola giovanile di An contro lo sfidante Carlo Fidanza, ora big di Fratelli d’Italia in Europa. Dopo due anni entrerà in Parlamento e sarà eletta vicepresidente della Camera. Ecco Meloni a Viterbo: «Voglio chiudere il mio intervento così. Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti. Venite, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false. E voi materialisti con il vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa, nani. Levatevi davanti, per la mia rabbia immensa mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fine della licenza io non perdono e tocco. Grazie».

Corriere Tv

Hiroshima e Nagasaki, 81 anni dopo. Al via i “dieci giorni di preghiera per la pace”

Esplosione di "Little Boy", la bomba atomica lanciata dagli Stati Uniti su Hiroshima il 6 agosto 1945

Bianca Tombini – Città del Vaticano

Come ogni anno, dal 6 agosto, giorno dell’esplosione atomica su Hiroshima, fino al 15 agosto, data della resa del Giappone, si svolgono i “Dieci giorni di preghiera per la pace”. Inaugurata nel 1981, l’iniziativa coinvolge tutti i cristiani del Paese, chiamati ad unirsi per commemorare le vittime dei bombardamenti. Ma per la Conferenza episcopale giapponese (Cbcj), la riflessione non può fermarsi al passato. “Guerre e conflitti si stanno diffondendo in tutto il mondo – osserva il cardinale Isao Tarcisio Kikuchi, presidente della Cbcj, nel suo messaggio dedicato alla ricorrenza – ogni persona ferita o che perde la vita in modo violento è un essere umano creato a immagine di Dio e il peggio è che tale violenza venga giustificata come ‘inevitabile’, trascurando i principi del diritto internazionale umanitario”. “Dobbiamo imparare dall’esperienza di 80 anni fa” continua Kikuchi, esortando a non abbassare la guardia e a costruire una cultura di pace radicata nel rispetto della dignità umana. L’invito dei vescovi è chiaro: utilizzare l’esperienza del passato per interrogarsi sul futuro e impegnarsi con determinazione per la pace, oggi e per le prossime generazioni.

Il nodo del pacifismo in Giappone

Nel suo messaggio monsignor Kikuchi, arcivescovo metropolita di Tokyo, non manca di fare riferimento all’attuale realtà del Giappone. Considerate le recenti modifiche della Costituzione, circa l’esercizio della legittima difesa collettiva, e alcune decisioni di governo come il dispiegamento di missili a lungo raggio, l’aumento della spesa per la difesa e il consenso all’esportazione di armi con capacità letale a determinate condizioni, è importante per l’arcivescovo proteggere la solidità dei valori pacifisti, su cui si basa la dottrina della “difesa esclusiva” che detta le linee guida delle politiche di sicurezza in Giappone. “Il pacifismo della Costituzione nipponica – scrive il prelato – che sancisce la rinuncia alla guerra e il mantenimento delle forze armate, rappresenta un importante insegnamento tratto dalla devastazione della guerra. Dobbiamo fermarci a riflettere se l’erosione graduale di tale spirito e il potenziamento militare senza un adeguato dibattito nazionale porteranno all’instaurazione di una vera pace.”

Solidarietà e speranza, insieme per la pace

Il presidente della Conferenza episcopale giapponese ha sviluppato infine una profonda riflessione sul valore inestimabile della vita: “Ogni vita è un dono prezioso di Dio, che a tutti conferisce dignità. Proteggere tale dignità è il punto di partenza della pace”. La costruzione della pace deve essere pertanto una volontà condivisa ed un processo collettivo: “Costruiamo insieme la pace! Preghiamo e agiamo per la pace. Trasmettiamo di generazione in generazione il ricordo del valore inestimabile della vita. Scegliamo parole d’amore anziché parole di potere, e coltiviamo una civiltà dell’amore”. Parole che risuonano nella giornata in cui si ricordano le vittime di Hiroshima e Nagasaki, ed esortano alla solidarietà e alla compassione per tutti i coloro che ancora oggi soffrono le conseguenze devastanti delle guerre.

Vatican News

Guccini / Dalla centralità della parola alla passione per la letteratura e la Bibbia, il ritratto di un autore che ha saputo interpretare la vita e parlare a generazioni diverse

Francesco Guccini e Gianni Morandi salutano Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 21 aprile 2018

Vatican News

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, un grappolo di illusioni”. Così Francesco Guccini si presentava nel brano Gli artisti, quasi ridimensionando con ironia la propria statura. Dietro quell’autoritratto dimesso c’era però una delle figure più originali della cultura italiana del secondo Novecento: non solo cantautore, ma anche scrittore, narratore, fumettista, attore e lettore instancabile. Come spiegava lui stesso a Brunetto Salvarani in una lunga conversazione pubblicata nel 2010 da L’Osservatore Romano, molte sue canzoni nascevano anzitutto dalla letteratura: da Thomas Stearns Eliot ad Allen Ginsberg, fino alla Bibbia, “un grande libro” e “un grande codice culturale” con cui era impossibile non confrontarsi.

È da questa prospettiva che Salvarani, teologo, scrittore e amico di Guccini, rilegge la figura del cantautore scomparso oggi, 6 agosto 2026. Lo fa con il dolore di chi lo aveva sentito fino a pochi giorni prima e apre il suo ricordo con un pensiero alla moglie Raffaella: “Ci eravamo sentiti qualche giorno fa e sapevo delle difficoltà di salute, ma naturalmente si spera sempre che le cose vadano a finire in maniera diversa”. Per Salvarani, Guccini è stato soprattutto un interprete del suo tempo. “Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri”. Lo ha fatto con la musica, ma anche “con la sua scrittura, addirittura col suo fumetto”. Ha raccontato se stesso e, proprio per questo, la vita di tanti altri.

Il racconto della vita

Considerarlo un cantautore politico, secondo Salvarani, sarebbe “totalmente riduttivo”. La politica attraversa molte sue canzoni, ma non ne costituisce il cuore. Di questa cosa che chiami vita – titolo del volume che Salvarani gli dedicò con Odoardo Semellini – sintetizza meglio di ogni etichetta il centro della sua opera: “il racconto della vita così com’è”, con la storia, gli affetti, la memoria, il tempo che passa e le grandi domande dell’esistenza. Alla base di questa poetica c’erano “la coerenza e la sincerità”. Guccini possedeva una rara trasparenza umana: “Da Francesco potevi comprare una macchina usata e sapevi che non ti avrebbe imbrogliato”. È questa autenticità che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, “canzoni sostanzialmente immortali” perché capaci di intercettare “sentimenti che sono eterni”.

Le parole prima della musica

Guccini apparteneva alla stagione della grande canzone d’autore, sulle orme di Bob Dylan, Donovan, Jacques Brel e Georges Brassens. In Italia, ricorda Salvarani, lui e Fabrizio De André furono i protagonisti di una rivoluzione che metteva al centro la parola, “tanto importante e forse di più rispetto alla melodia”. Una tradizione che oggi sopravvive in pochi artisti: “Forse uno degli ultimi che la rappresenta è Vinicio Capossela”. Tra i suoi dischi fondamentali Salvarani indica Radici (1972), “uno di quegli album che dal punto di vista musicale, ma anche testuale, restano decisamente nella storia”. E proprio nel brano Gli artisti Guccini lascia quasi il proprio testamento poetico: finge che le sue canzoni siano destinate a scomparire, ma in realtà “sapeva che sarebbero rimaste”.

La Bibbia come grande codice culturale

Fra le domande che attraversano tutta l’opera di Guccini, un posto speciale spetta a quelle sul sacro. Proveniva da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi, ma “si è sempre proclamato agnostico”. Una posizione che non si tradusse mai nel rifiuto della tradizione cristiana. Al contrario, osserva Salvarani, Guccini continuò a confrontarsi con il patrimonio biblico e spirituale. Nell’intervista del 2010 spiegava: “La Bibbia è un grande libro, assolutamente da leggere. È pieno di storie affascinanti, di testi poetici”. Amava in particolare la Genesi e l’Apocalisse ed era convinto che la Scrittura fosse anzitutto “un grande codice culturale”, indispensabile per comprendere la civiltà occidentale. Questa familiarità emerge anche in Shomèr ma mi-llailah, il cui titolo riprende un passo del profeta Isaia. Guccini raccontava di essere rimasto colpito dall’invito del profeta “a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi”. Da qui una convinzione che attraversa tutta la sua opera: “Non bisogna stancarsi di porsi delle domande”.

“Dio è morto”, una canzone di speranza

Fra i suoi brani più celebri c’è naturalmente Dio è morto, scritto nel 1965 e inciso nel 1967 dai Nomadi e da Caterina Caselli. Più volte frainteso come un testo nichilista, nasceva dalla celebre copertina di Time (Is God dead?) e da varie suggestioni letterarie. Guccini voleva raccontare una generazione in cerca di un cambiamento profondo. Come spiegava nel 2010, il finale non era un espediente narrativo: “L’aggiunta finale della speranza” rifletteva un sentimento autentico, perché “all’epoca la speranza covava veramente”. In questo contesto assume un significato particolare anche la scelta di Radio Vaticana di trasmettere la canzone negli anni in cui altrove veniva censurata. Salvarani racconta di avere ricostruito personalmente quella vicenda parlando con i due giornalisti dell’emittente che presero quella decisione: “Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società”. Anche per questo Guccini è stato “veramente un cantautore intergenerazionale”.

L’ironia e il mistero

Nel ricordo di Salvarani emerge infine il volto più personale dell’amico. “Guccini era un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia”. Dietro il sarcasmo c’era un uomo che attribuiva un valore assoluto all’amicizia. Anche il brano Gli amici, osserva il teologo, possiede “una dimensione escatologica”, immaginando un ritrovo oltre la morte. Guccini riconosceva infatti che nella vita esiste “una parte misteriosa” che sfugge al positivismo e allo scientismo. Un autore, dunque, che non ha mai preteso di offrire risposte definitive, ma che ha saputo trasformare la letteratura, la musica e perfino la Bibbia in strumenti per continuare a interrogare la vita.

Guccini, un ricordo

di: Antonio Cecconi

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Ogni percorso umano e ogni seria ricerca culturale (inclusa quella “musica leggera” che poi tanto leggera non è) va accolta per la coerenza intrinseca, verificando se viene da lontano ed è capace di andare al di là di mode e convenienze; non è molto felice, ad esempio, l’espressione “cantautori di Dio” messa in giro da qualcuno; soprattutto se la patente rischia di esser rilasciata senza valutare adeguatamente la consistenza musicale, la poetica dei testi, lo spessore culturale dei messaggi.

Per farsi un’idea delle scoperte che si possono fare in una ricerca senza pregiudizi o schemi rigidi, vale pena di approfondire la conoscenza di una figura come Francesco Guccini, da oltre cinquant’anni sulla breccia prima come autore e poi anche come interprete, a lungo enfatizzato riduttivamente (per sua stessa ammissione) come  “cantautore politico” per via della canzone in cui racconta la storia di un ferroviere anarchico che fedele all’idea lancia la locomotiva contro “un treno pieno di signori” perché “trionfi la giustizia proletaria”.

Personaggio a tutto tondo, che ama definirsi uno degli ultimi cantastorie o “burattinaio di parole”, col passare degli anni ha mantenuto, e anzi affinato, la capacità di comunicare l’inquieta ricerca del senso della vita, il ritorno alle radici, la poesia del quotidiano, la tenerezza verso gli emarginati e l’invettiva contro i vizi collettivi. C’è un episodio di oltre trent’anni fa che vale la pena di ricordare: nella musica leggera furoreggiavano i “complessi” e Francesco scrisse per i Nomadi guidati da Augusto Daolio (uno che se n’è andato troppo presto) Dio è morto.

Zelanti dirigenti RAI posero il veto radiofonico e televisivo alla canzone, probabilmente giudicandola dal solo titolo; Radio Vaticana ne colse il forte messaggio e la trasmise, i giovani ne decretarono il successo e divenne un inno popolare di protesta, d’impegno e, per i credenti, di fede: ancor oggi ai concerti di Guccini la cantano in coro con lui spettatori dai diciotto ai cinquant’anni come si continua a cantarla in parrocchie e campi-scuola, anche se quasi si è persa la memoria della “teologia della morte di Dio”. Guccini, in una canzone di qualche anno dopo, ricorda le domande sull’esistenza di Dio che si poneva insieme a un amico mettendo a confronto “il mio Leopardi, le tue teologie“.

Molte volte il tema religioso ritorna nelle sue canzoni, vero e proprio filo conduttore di una ricerca laica condotta attraverso una varietà di registri: l’invettiva contro chi concepisce una fede imposta (Libera nos, Domine) o bacchettona (Nostra Signora dell’ipocrisia), la patetica figura del frate che “dopo un bicchiere di vino… parlava di Dio e Schopenhauer”, i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta nella sua piccola città che poi è Modena (“vecchie suore nere con che fede in quelle sere avete dato / a noi il senso di peccato e di espiazione”), il ringraziamento (“giugno che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io”) e anche la citazione biblica, forzata (“Dicembre… nei tuoi giorni da profeti detti / nasce Cristo la Tigre”) o quasi filologica, per chiedersi in ebraico: Shomer ma mi-llailah – “sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11-12).

Su tutto la domanda, quasi sempre senza risposta, su che cosa c’è oltre il buio, in fondo alla notte, oltre la morte; da una vita Francesco attacca i suoi concerti con la Canzone per un’amica morta in un incidente d’auto chiedendosi: “vorrei sapere a che cosa è servito / vivere amare soffrire…” e conclude: “voglio pensare che ancora mi ascolti / e come allora sorridi”.

Una ricerca non teorica né retorica, collocata ben dentro la voglia di assaggiare “dov’è il sugo del sale“, la polpa della vita, il senso delle cose da scoprire attraverso situazioni e accadimenti, emozioni e memorie, “il ritmo dell’uomo e delle stagioni”, facendo anche ricorso all’ironia ma con un costante fondo di nostalgia e inquietudine, talvolta elencando realtà quotidiane che il verso musicale riscatta dalla banalità e quasi riveste di un valore metafisico: “chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia sana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?”.

Tessitore di citazioni colte, metafore ardite, rime folgoranti e metrica ineccepibile, distilla i suoi prodotti senza concessioni a esigenze di mercato: una raccolta di nuove canzoni più o meno ogni tre anni, quando da idee buone si sviluppano testi costruiti con la cura di un artigiano e attorno alle frasi musicali si è creato l’amalgama del solito gruppo di musicisti eccellenti; alcuni concerti ogni tanto, quando cantare è anche aver voglia di stare con la gente a raccontare tra una canzone e l’altra storie e facezie, digressioni pungenti sull’attualità e qualche battutaccia sopra le righe.

Anche perché Guccini, oltre a occuparsi di canzoni, deve trovare il tempo per scrivere libri (i romanzi Croniche epafaniche e Vacca d’un cane su tempi e luoghi rispettivamente dell’infanzia e dell’adolescenza, il giallo Macaronì in collaborazione con Loriano Macchiavelli, che è anche un affresco sulla vita di paese dei tempi andati e gli stenti dei nostri connazionali emigranti), coltivare amicizie in lunghe sere di partite a carte e di bevute, lavorare alla compilazione del vocabolario italiano-pavanese, cioè di Pàvana sull’Appennino tra Bologna e Pistoia dove i Guccini conducevano un mulino e Francesco crebbe negli anni della guerra per poi tornare a trascorrervi ogni estate.

Un’attenzione che non manca mai, ad ogni nuova uscita di canzoni, è per il mondo degli emarginati, dei piccoli, degli “sfigati”. Storie raccontate con pietà asciutta come quella di Céncio, l’adolescente nano che non riesce a inserirsi nel gruppi dei coetanei perché ha “le stesse voglie, gli stessi eroi ma ali più piccole per lo stesso volo” e finisce per sognare “il Circo, realtà capovolta / mondo di uguali perché tutti strani”; di Keaton, pianista alcoolizzato che “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, finito “in una provincia lontana come una palude / dai nostri discorsi di suonare tra la gente”; del pensionato suo vicino di casa del quale, alla fine di “un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri”, afferma “non posso o non so dir per niente se peggiore sia / a conti fatti la sua solitudine o la mia”; di Amerigo, il vecchio zio che finisce la giovinezza a fare il minatore in un’America diversa da quella dei film: “l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello / e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera / per anni da prigione…”.

C’è una canzone dell’ultima raccolta che si presenta quasi come una piccola summa delle tematiche gucciniane: Cyrano. Il celebre cadetto di Guascogna, condannato a non essere amato per la lunghezza del naso, che scrive su commissione canzoni d’amore per la bella Rossana e finisce per innamorarsene; la lama tagliente dello spadaccino diventa arma poetica contro “signori imbellettati…, poeti sgangherati…, primi della classe, … gente che non sogna, … nuovi protagonisti, politici rampanti, … portaborse, ruffiani e mezze calze / feroci conduttori di trasmissioni false / che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte”, “liberisti” per i quali “tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / in questo benedetto assurdo belpaese”; non mancano – come in altre canzoni – i preti (“se c’è come voi dite un Dio nell’infinito / guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”) ma stavolta ancor più “voi materialisti, col vostro chiodo fisso / che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, / le verità cercate per terra, da maiali, / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Ciò che salva è l’amore, perché “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.

Settimana News

Da “Noi non ci saremo” a “L’avvelenata”: le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Da "Noi non ci saremo" a "L'avvelenata": le 10 canzoni indimenticabili di Guccini

Avvenire

Un colto e raffinato cantastorie dallo spirito libero, un poeta che amava la vita: Francesco Guccini ha scritto canzoni tra l’impegno personale, sociale e politico che hanno segnato per oltre mezzo secolo la cultura popolare del nostro Paese ma che raccontato anche l’umano in tutti i suoi aspetti, persino quelli più intimi e profondi. Ecco i dieci brani del suo vasto repertorio che a nostro giudizio meglio rappresentano lo sguardo di Guccini sul mondo, con citazioni emblematiche per ogni testo a richiamarne il significato.
1. Noi non ci saremo (1966)
“Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo, nemmeno un grido risuonerà…”. È un richiamo poetico contro la guerra nucleare, un  testo in cui l’autore immagina uno scenario apocalittico dopo l’“ora x”. Erano i tempi in cui il rischio dell’atomica faceva tremare i popoli e le nazioni. Ci saranno mille rovine e città in macerie ma alla fine, canta Guccini, splenderà l’arcobaleno e risorgerà il mondo nuovo. Anche se… noi non ci saremo.
2. Dio è morto (1965)
“Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto”. Un evergreen di un’attualità sconcertante. Contro le carriere facili, l’ipocrisia, il consumismo sfrenato e i falsi moralismi. Denuncia il disorientamento delle giovani generazioni di fronte alla crisi dei valori positivi ma apre anche alla speranza di un futuro migliore, perché “Dio risorge”. Rifiutata dalla Rai in quanto ritenuta blasfema, piacque a Paolo VI e venne trasmessa per la prima volta dalla Radio Vaticana.
3. Auschwitz (1966)
“Sono morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino”. È uno dei primi testi italiani dedicati alla memoria della Shoah. Sono nel vento le anime delle vittime dell’Olocausto, vivono ancora per rammentarci, in quello strano silenzio che si percepisce nel lager simbolo dell’orrore, cosa è capace di fare la “bestia umana”. Come può un uomo uccidere un suo fratello? Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?
4. Canzone per un’amica (1966)
“Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare e soffrire, se presto sei dovuta partire…”. Una struggente riflessione sul senso dell’esistenza umana che prende spunto dalla morte di una ragazza sua amica in un incidente stradale. La vita che fugge in un attimo. Ma lui vuole ricordare l’amica com’era, pensare che ancora vive, l’ascolta e che come allora sorride. È conosciuta anche con il titolo “In morte di S.F.”.
5. Il vecchio e il bambino (1972)
“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera”. Immagina profeticamente un mondo dilaniato da guerre e distruzioni dove la natura non esiste più ed è la memoria l’unico mezzo per mettere in contatto le generazioni.
6. Cyrano (1966)
“Venite pure avanti voi con il naso corto, signori imbellettati io più non vi sopporto”. Racconta di amore, di morte e di “altre sciocchezze”. Ma l’eroe del romanzo di Rostand qui diventa un personaggio che con la sua spada punge e critica la società e, in particolare la classe politica dominante. Ma alla fine della storia si intravede un sole, simbolo di speranza nel domani.
7. Vedi cara (1970)
“Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”. Intima confessione su un amore perduto, il ricordo di un sogno di vita in comune che si è infranto a causa della incomunicabilità. Le angosce e le distanze vissute con la compagna di un tempo in un brano che coglie emozioni e dolori di chi ha amato senza comprendere l’altro.
8. Via Paolo Fabbri 43 (1976)
“Mi scoppia il mondo fuori porta San Vitale e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè”. L’indirizzo della sua casa di Bologna è il pretesto per un inno d’amore alla città dove è vissuto e ha creato gran parte dei suoi capolavori. 
9. La locomotiva (1972)
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava”. Scritta in venti minuti in forma di ballata, narra di un ferroviere anarchico (realmente esistito) che si ribella alle ingiustizie e alle dure condizioni di lavoro impadronendosi di una locomotiva: finirà per schiantarsi contro alcuni vagoni fermi sopravvivendo miracolosamente.
10. L’avvelenata (1976)
“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto…”. Un’altra ballata, stavolta contro il conformismo della cultura e le logiche perverse del mercato discografico in cui bisogna “vendersi” per avere successo. Un testo tra il grottesco e l’arrabbiato scritto per sferzare una certa critica musicale saccente che stroncava senza capire.
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