Assisi, Marengo: la Mongolia esempio del contributo delle religioni a costruire la pace

L'udienza di lunedì 26 ottobre al cardinale Giorgio Marengo, Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia), e Seguito
“In Mongolia, quando si cammina, si ha la percezione che il cielo sia più reale della terra. E questo è anche un messaggio che ogni religione offre al mondo”. Il cardinale, prefetto Apostolico di Ulaanbaatar, racconta ai media vaticani l’udienza di Papa Leone XIV con la massima autorità del buddismo mongolo: “Un segno di grande stima e amicizia”. Dall’esperienza della Chiesa cattolica in Mongolia all’attualità dello “Spirito di Assisi”

Guglielmo Gallone – Inviato ad Assisi – Vatican News

“È un segno di grande stima e di grande amicizia il fatto che il Santo Padre, sapendo quale momento sta attraversando, abbia voluto incontrare la massima autorità del buddismo mongolo”. Così il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, commenta con i media vaticani l’udienza di lunedì 26 ottobre, durante la quale Papa Leone XIV ha ricevuto il porporato insieme all’abate del monastero buddista di Gandan, uno dei principali centri spirituali della Mongolia. Un incontro che, spiega Marengo, ha voluto anzitutto confermare e rafforzare “questo rapporto così proficuo che già esiste tra la tradizione cattolica, che in Mongolia rappresenta una minoranza assoluta, e il mondo buddista, che invece è maggioritario”. Ed è proprio dall’esperienza mongola che il cardinale invita a riflettere sul contributo delle religioni alla costruzione della pace. Quello con Leone XIV, spiega, è stato “un incontro tra leader religiosi che hanno voluto dare un segnale chiaro: il dialogo, la fraternità e la promozione della pace sono possibili”.

La Mongolia, esempio di dialogo interreligioso

Un messaggio che assume un significato ancor più particolare ad Assisi, dove Marengo si trova per partecipare all’Incontro internazionale per la pace Pace disarmata e disarmante, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio a quarant’anni dalla storica giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. Da queste giornate, riflette l’arcivescovo di Ulaanbaatar, è importante capire che il dialogo va vissuto “come amicizia, come conoscenza, partendo naturalmente dal rispetto, dallo studio e dalla conoscenza reciproca”. Tutto questo “dimostra alle società che le tradizioni religiose sono partner nella costruzione del bene comune, non antagoniste”. Ed è un messaggio importante, sottolinea il porporato, “soprattutto per società che magari hanno vissuto situazioni di isolamento dal resto del mondo. Quando questo impegno si concretizza in iniziative di dialogo, di incontro e di promozione di valori comuni, diventa evidente che le tradizioni religiose sono promotrici del bene comune e della pace”. Un impegno che si misura anzitutto nei gesti quotidiani, nelle relazioni e nelle esperienze di fraternità che spesso rimangono lontane dai riflettori. È proprio qui, “nel nascondimento”, secondo Marengo, che si riconosce l’eredità più profonda della giornata voluta da San Giovanni Paolo II quarant’anni fa. “Direi che l’evento che stiamo vivendo dimostra come lo Spirito di Assisi, pur senza fare rumore, stia plasmando la vita di tantissime persone”. Un cambiamento che avviene spesso “in iniziative che non compaiono sui giornali”, ma che continua a orientare positivamente le scelte di uomini e donne in diverse parti del mondo. Anche oggi, in un contesto internazionale segnato da “grande confusione e tensioni mondiali”.

Uno spirito di Assisi che continua a vivere

Non dunque una rinuncia alla propria identità, bensì la possibilità di mettere le rispettive tradizioni al servizio dell’intera società. Anche e soprattutto di fronte al mondo che cambia. E questa esperienza trova corrispondenza proprio nello spirito di Assisi, sul quale il cardinale Marengo è stato invitato a riflettere durante il panel 1986 – 2026: l’attualità dello Spirito di Assisi, al quale hanno partecipato tra gli altri Muhammad Abdul Khabir Azad, grande imam della moschea di Lahore, Pakistan, Jaron Engelmayer, Rabbino capo di Vienna, Austria, e Jean-Dominique Durand, Presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia. Qui il porporato ha sottolineato come l’incontro del 1986 abbia rappresentato “una tappa fondamentale nel cammino del dialogo interreligioso” anche in Mongolia, un Paese oggi attraversata da profonde trasformazioni sociali, dove “l’incursione massiccia e spesso incontrollata del digitale e di nuove forme di socialità” rischia di provocare una rapida perdita di riferimenti relazionali e spirituali. In questo contesto, ha spiegato Marengo, il dialogo tra le religioni aiuta “a tenere alto lo sguardo, ad arginare fenomeni di isolamento, solitudine e perdita di orientamento in tanti giovani”

“Le nuvole passano, il cielo resta”

E proprio pensando allo sguardo, ricordando inoltre il viaggio compiuto da Papa Francesco nel 2023, il cardinale Marengo ricorda la centralità della ger, la tradizionale tenda mongola che invita a un’apertura rivolta verso l’alto, dalla quale entra la luce, a testimonianza della dimensione spirituale dell’esistenza. E allora, il cardinale Marengo conclude proprio raccontandolo quel cielo mongolo che sembra non avere confini, che invita anzi obbliga ad alzare lo sguardo e spalancare i cuori, che incanta i tanti viaggiatori che visitano il Paese a metà tra Cina e Russia. “È difficile descriverlo”, risponde il porporato, che sceglie di affidarsi a un detto della saggezza popolare mongola: “Le nuvole passano, il cielo resta”. Un’espressione che, spiega, ricorda come “la dimensione verticale della vita sia in realtà più fondamentale di quella orizzontale”. Perché “in Mongolia, quando si cammina, si ha la percezione che il cielo sia più reale della terra. E questo è anche un messaggio che ogni religione, ogni tradizione religiosa, offre al mondo.”

Teologia: Von Balthasar: lo “spirito di Assisi”

di: Pietro Messa (a cura)

assisi

Uno dei punti più controversi del pontificato di Giovanni Paolo II è il cosiddetto «spirito di Assisi», ossia quel movimento che ha avuto inizio dalla storica giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace svoltasi nella città di san Francesco il 27 ottobre 1986.

Dopo l’incontro, distorcendone i contenuti, qualcuno vide realizzato un tradimento, per non dire un’apostasia, della fede cristiana, mentre altri vi videro finalmente la realizzazione di una ONU delle religioni. La sera stessa del 27 ottobre, mentre i partecipanti lasciavano la piazza inferiore della Basilica di San Francesco, presso la Porta San Pietro di Assisi vi erano simpatizzanti di gruppi tradizionalisti che distribuivano a coloro che attendevano i pullman volantini contrari a quell’incontro appena conclusosi.

Per uscire da un certo equivoco creatosi attorno allo «spirito di Assisi» un aiuto importante è offerto, sia per autorevolezza che per la sua posizione, da Hans Urs von Balthasar in un suo scritto di commento a quella giornata. Infatti, a distanza di pochi giorni dall’incontro di Assisi e davanti alle diverse reazioni sia intra ecclesiali, che esterne, egli intervenne con un suo contributo dell’otto novembre 1986 dal titolo lapidario «Io e Assisi». L’autorevolezza di tale intervento rende plausibile una sua lettura evidenziandone gli aspetti fondamentali. Lo riprendiamo di seguito.


Hans Urs von Balthasar: «Io e Assisi»

Il mondo sente che in Assisi qualcosa di unico è avvenuto.

Per la prima volta, in risposta al geniale suggerimento del nostro Santo Padre, si sono riuniti tutti gli uomini di preghiera. S’è trattato di qualcosa di tanto più grande di un gesto umanitario; ed hanno torto tutti coloro che hanno voluto limitarlo ad un piano puramente umano: sia quelli che hanno rimproverato il Papa di «massoneria», come quelli che lo hanno esaltato per aver fatto di tutte le religioni un’unica.

Come è possibile dire tali stoltezze di un uomo tanto certo del suo esser cristiano?

Proprio da questa certezza muove anzi una strada sicura all’evento d’Assisi. Per il cristiano che crede è, infatti, un’eresia non riconoscere che Cristo sia morto per tutti gli uomini. Non sono tutti, a qualsiasi religione o visione del mondo appartengano, toccati dalla Grazia di Dio, qualora essi non la respingano volontariamente?

Ancor più profondamente. Tutti coloro che hanno pregato in Assisi non sono forse consapevoli di non essere l’assoluto e, dunque, che una Potenza superiore, che nessun uomo può chiamare con un nome adeguato, è sopra di loro? Una Potenza alla quale sono in un qualche modo debitori e alla quale si rivolgono in preghiera, potendo guardare verso l’Alto nella speranza e nell’offerta. Che lo voglia o meno, l’uomo è un «animal religiosum», un «senso religioso» lo costituisce nel suo più profondo essere persino anche quando rifiuta tutte le religioni storiche come qualcosa di non adeguato, come qualcosa di estraneo agli uomini.

Non si può mai sopprimere la nostalgia di preghiera che sgorga dalla sua anima, nostalgia di adorazione e di contemplazione. Di questo non vi è, forse, prova migliore del fatto che i vari accaniti tentativi dell’ateismo ideologico di sradicare dai cuori questo senso religioso si sono trasformati in pioggia benefica che ha fatto spuntare dal terreno sempre nuovi germogli religiosi.

Assisi non ha in alcun modo mostrato che le religioni sono un’unica religione ma ha chiarito con la massima evidenza che ve ne sono di molto diverse, ed ha anche voluto tener conto di questo con la massima meticolosità immaginabile. Tutti coloro che insieme hanno pregato l’hanno esattamente compreso. Nessuno ha inteso l’iniziativa come un atto propagandistico d’una determinata Chiesa.

Ma a tutti coloro che insieme hanno pregato è giunta, forse per la prima volta, a consapevolezza la cosa detta in precedenza, ossia che esiste nell’uomo «un senso religioso unico», nonostante non esista «un’unica religione».

Un senso religioso che vuole e deve esprimersi necessariamente in una forma di preghiera, di riconoscimento della Potenza suprema, o della Bontà, sopra tutti noi. E che questa unità, che comprende tutte le singole religioni, del «senso religioso» è, ad un tempo, anche il luogo dell’incontro, dell’accordo di tutti nella medesima natura umana, la profondità del mare, alla quale le tempeste, le inimicizie e le guerre che avvengono alla superficie non scendono. In questa profondità domina, dunque, una pace che tutti unisce.

Se in Assisi s’è pregato espressamente per la pace del mondo – e quanto giustamente – lo si è fatto a partire dalla pace stessa che è venuta alla superficie dalla profondità.

Più di tutti si dovrebbero citare le parole: «Tutto quello che voi chiederete pregando, credete di averlo già ottenuto e vi avverrà» (Mc 11,24). «Questa è la fiducia che abbiamo in Dio: se noi chiediamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E sapendo che ci ascolta in ciò che chiediamo, sappiamo pure che possediamo già quanto gli abbiamo chiesto» (1Gv 5,14-15).

Maria dice in Medjugorje qualcosa di diverso? Si deve vivere la pace quando la si implora, e poiché la si implora la si possiede.


Per un approfondimento cf. P. Messa, «Hans Urs von Balthasar e lo “spirito di Assisi”», in Communio, 203-204 (2005), p. 207-219.

Settimana News

Generazione manga: le “anime” giapponesi ormai impazzano anche in Italia. Un successo che parla il linguaggio degli adolescenti, intercetta le loro emozioni e contribuisce a formare la loro identità. Che cosa devono sapere i genitori

Giovani al Lucca Comics

Avvenire

«La nostra generazione è più abituata a vivere le proprie emozioni come emozioni e a non reprimerle» racconta Gaia, che ha 15 anni. Filippo, che ne ha 17, continua: «Una cosa che mi è rimasta molto, sia da alcuni anime sia da alcuni manga, è uno dei principali insegnamenti anche della filosofia. Ovvero non si devono avere né troppe speranze né troppe paure. Cioè essere realisti, spesso anche non avere ansie inutili. Oppure semplicemente non avere speranze inutili, perché poi è più facile rimanere deluso». Le interviste sono state raccolte l’anno scorso tra il Romics di Roma e il Lucca Comics, due appuntamenti imperdibili per le migliaia di ragazzi che nel nostro Paese, come nel resto del mondo, sono appassionati di manga, appunto. Cioè di fumetti giapponesi. Capire i figli significa anche imparare a decifrare le storie che amano, i personaggi in cui si riconoscono, le passioni attraverso cui provano a dare risposte a domande ancora difficili da condividere e per molti adolescenti, oggi, una di queste strade passa proprio dalle strisce e dai cartoni animati ad esse ispirati che spesso restano, agli occhi degli adulti, un mondo poco conosciuto o addirittura frainteso.
Quello dei fumetti giapponesi rappresenta un fenomeno globale che nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore boom, «alimentato anche dalle restrizioni sociali dovute alla pandemia. Nel 2021 i manga rappresentavano quasi il 60% dei fumetti venduti nel nostro Paese, senza contare che diversi autori occidentali ne sono stati influenzati». Con la conseguente ricaduta economica, visto che «un solo fumetto settimanale può arrivare a vendere milioni di copie»: nel 2023 «il mercato dei manga in Giappone, cartaceo e digitale, ha superato i 670 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro). One Piece di Eiichiro Oda ha venduto oltre 500 milioni di copie nel mondo, superando le vendite di colossi della letteratura occidentale come i libri di Harry Potter». Lo raccontano Roberta Gatta, Carolina Giangrandi e Benedetta Manfredi, psicologhe e psicoterapeute impegnate a fianco di ragazzi minorenni, che al tema hanno tra l’altro dedicato recentemente un bel libro dal titolo L’onda giapponese. Come anime e manga hanno conquistato gli adolescenti (L’asino d’oro edizioni). Un canale e mezzo comunicativo efficace, tuttavia «spesso frainteso, censurato, non compreso nella sua complessità e, di conseguenza, tenuto a distanza dal mondo adulto, almeno in Italia». Eppure si tratta di un linguaggio espressivo profondo, «che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze infantili e adolescenziali, risuonando nel percorso di crescita e in tutte le avventure che i ragazzi si trovano ad affrontare giornalmente».

Incertezza e ansie degli eroi-antieroi

Nei manga gli adolescenti di oggi, immersi loro malgrado in un contesto segnato da «crisi economiche e climatiche, forte incertezza e cambiamenti tumultuosi, guerre e precarietà che rendono difficile vivere il presente, ma soprattutto avere un’idea di futuro possibile», cercano e trovano non solo «un intrattenimento o una passione ma una reale strategia per dare ordine a un mondo esterno percepito come frammentato e privo di punti di riferimento. Un modo per stare in rapporto con le proprie emozioni, vivendo il presente, senza sfuggire dalla realtà», commenta Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta che firma la prefazione al volume. «I ragazzi riescono a rispecchiarsi nelle storie dei manga, i cui personaggi lottano per avere una vita migliore». Si tratta spesso di «antieroi che incarnano bene i drammi dell’adolescenza di oggi – l’incertezza, il dolore, le separazioni, gli amori, i lutti e le sconfitte –, proponendo quindi un linguaggio del tutto nuovo e diverso da quello delle storie occidentali dove invece, quasi sempre, c’è un lieto fine». Le emozioni sono «ben espresse e rappresentate, cosa fondamentale per gli adolescenti, perché li aiuta a dare un nome ai loro vissuti più profondi e a poterli esprimere in maniera autentica, senza doversi nascondere o dover per forza aderire a stereotipi nei quali non si riconoscono». E conclude: «I ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e vivono, di proteggere e difendere la loro “verità” e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli e di vederli veramente. Non si può continuare a considerare l’adolescente come problematico, scomodo, ribelle e quindi ingombrante». Le tecniche narrative «coinvolgono il lettore in prima persona, immergendolo nell’azione, mentre i fumetti occidentali mantengono una distanza maggiore tra chi legge e le vicende raccontate. Non si tratta più di aderire passivamente a un modello valoriale già confezionato, ma di entrare in un dialogo costante con i protagonisti», evidenzia la dottoressa Giangrandi.
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
«Così il dubbio, l’incertezza, la precarietà e le difficoltà non sono insetti da scacciare rapidamente, ma diventano preziosi compagni di viaggio con cui interagire, confrontarsi ed evolvere. Le gabbie vengono spezzate, i confini interrogati e il lettore scopre insieme al protagonista la propria personalissima vicenda, in un’ottica di crescita ed evoluzione». Si tratta di personaggi fallibili, imperfetti, a volte deboli ma capaci di riscatto e coraggio: «Non ci sono supereroi, ma solo uomini e donne, bambini e ragazzi che combattono per un ideale collettivo». Inoltre i manga nipponici «trasmettono un panorama narrativo e valoriale estremamente “laico”. Lontani dalla retorica del senso di colpa e della reticenza alla ribellione, spesso appannaggio femminile nel fumetto occidentale, propongono uno storytelling libero da questo tipo di inquinamenti». Ciò che non li allontana affatto dalla possibilità di parlare anche un linguaggio di fede: non a caso dal 2023 Paoline editoriale libri ha dato il via alla serie in 10 volumi Power Bible, sposando lo stile manga che caratterizza anche i recenti Jesus. Il Salvatore, adattamento dei Vangeli illustrato da Fabien Dalmasso con i testi di Nick Meylaender. Lo stesso autore firma anche la biografia manga di Carlo Acutis illustrata da Albert Carreres, uscita lo scorso anno in occasione della canonizzazione del santo quindicenne morto il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. I racconti manga, dunque, stabiliscono una forte sintonia emotiva con il vissuto degli adolescenti e possono rappresentare un aiuto concreto «a prendere le misure in un contesto sociale che per gli adolescenti risulta complicato da affrontare», commenta Giangrandi. Senza trascurare l’aspetto rassicurante e inclusivo contenuto in queste storie, che hanno il pregio di parlare a tutti.
E quella di Jesus. Il Salvatore
E quella di Jesus. Il Salvatore

La costruzione di se stessi e il nodo della sessualità

Un viaggio nel mondo degli adolescenti lo ha fatto anche lo psicoterapeuta e psicanalista Alberto Rossetti, autore nel 2023 di Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, pubblicato da Città Nuova (e ora in libreria con Il libro dei sogni della Gen Z): «Sono partito con l’analisi dei manga chiedendomi cosa ci stessimo perdendo della loro vita, ma ero anche interessato a capire in che modo le loro identità si stessero formando anche a partire da questi prodotti, che tanti ragazzi in terapia mi hanno fatto scoprire. Risultato: in quelle narrazioni «i ragazzi trovano qualcosa di significativo: chiavi di lettura e strumenti per confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la società in cui vivono. Durante la lettura dei manga, scoprono che la crisi della loro vita non solo è necessaria ma può anche essere affrontata e risolta» rileva Rossetti, che riconosce come la dimensione pedagogica del fumetto giapponese sia ancora troppo sottovalutata. Tuttavia non mancano attorno ai manga posizioni critiche, soprattutto per le rappresentazioni del corpo, dell’identità sessuale e dei rapporti tra maschile e femminile. Gli esperti, però, restituiscono un quadro più articolato: «Il manga gioca senza vergogna con la sessualità; c’è un richiamo diretto e senza freni alla fantasia sessuale che, in età adolescenziale, è più che presente nella mente dei lettori. Questo tipo di fumetti non cerca più di tanto di costruirle attorno una gabbia morale ma, al contrario, propone un modo di affrontare quelle fantasie senza doversene vergognare», avverte Rossetti. «L’aspetto che trovo più interessante è l’avvenuta emancipazione dei ragazzi e delle ragazze su temi che fino a qualche anno fa erano inavvicinabili a quest’età, come l’omosessualità: ne parlano e si accettano nelle loro reciproche diversità. Non bisogna spaventarsi di fronte alle domande che si pongono sulla propria sessualità e neanche cercare di censurarle». Proprio come avviene nelle pagine dei manga.

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La notte stellata di Vincent van Gogh

Le vere stelle della "Notte": Van Gogh e l'occhio dell'astronomo

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Le pennellate materiche e vorticose della Notte stellata di Van Gogh non sono frutto della sua fantasia simbolica o di un ricordo sbiadito, né solo la proiezione dell’angoscia spirituale dell’artista, i cui turbini celesti sono stati a lungo interpretati come simboli di fede, mistero e tensione emotiva. La ricerca scientifica The actual sky of Van Gogh’s Starry Night: a multidisciplinary reconstruction (E. J. H. Kim et al., Scientific Reports, 2026) ha dimostrato che l’opera, precedentemente datata a metà giugno 1889, deriva in realtà dall’osservazione empirica del cielo all’alba del 22 luglio di quello stesso anno. Fino alla pubblicazione dello studio l’unico elemento astronomico reale riconosciuto dalla critica era Venere, che il pittore menzionò nella Lettera 777 con la perifrasi di «stella del mattino». Tutto il resto – stelle, Luna, arcata celeste – è sempre stato considerato finora una licenza artistica del pittore o la riproduzione di vago ricordo d’infanzia.
La nuova ricerca si basa su un approccio scientifico multidisciplinare, in cui sono stati utilizzati dei software astronomici per identificare con precisione la posizione di Venere, in basso vicino all’albero, della Luna calante a falce, corrispondente alla fase lunare del 22 luglio 1889, e dell’ammasso stellare delle Iadi al centro del quadro, con la sua tipica forma a V. Il team di ricerca ha condotto dei sopralluoghi in Provenza, tra Saint-Rémy e Arles dove, attraverso una tecnica di ottica topografica e foto-ricostruzione inversa, ha utilizzato le immagini del sito reale per determinare con precisione matematica l’angolo d’inquadratura visiva di Van Gogh. All’interno dell’inquadratura è stata poi effettuata una verifica per individuare quali corpi celesti potessero rientrarvi contemporaneamente. Anche le fonti epistolari a disposizione sono state di nuovo incrociate: dopo aver recuperato il carteggio con il fratello Theo, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi psichica di Van Gogh, da cui sarebbe derivata una presunta incapacità di eseguire osservazioni empiriche, è da collocarsi negli ultimissimi giorni di luglio: questo significa che il 22 di quel mese il pittore nederlandese non era ancora totalmente incapacitato e in balia delle sue emozioni, e che era quindi in grado di riprodurre il cielo con precisione. La datazione è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle condizioni climatiche dell’epoca. Nelle sue lettere, Van Gogh parla del dipinto La notte stellata e della serie sugli Ulivi descrivendo il caldo intenso di quei giorni e il canto delle cicale: i dati d’archivio Météo-France hanno dimostrato che il giugno 1889 fu abbastanza fresco, mentre fu proprio il mese seguente a registrare temperature sopra i 30 gradi, considerate soffocanti all’epoca. Prima di applicare questo metodo di analisi al dipinto di Van Gogh, gli studiosi ne hanno anche testato la validità su altre opere notturne come la Notte stellata sul Rodano e la Terrazza del caffè la sera, i cui riscontri epistolari e topografici erano già noti.

Con il 51,79% dei voti, il leader progressista ribalta i pronostici grazie alla mobilitazione di giovani, donne e società civile. Per il suo quarto mandato lo attende un Paese diviso, con la destra ancora forte in Parlamento e le tensioni con Washington sullo sfondo

Lula acclamato in piazza a San Paolo dopo la vittoria su Bolsonaro

Avvenire

Il primo applauso è arrivato spontaneo e imprevisto quando, con il 47,62 per cento delle schede scrutinate, c’è stato il sorpasso. Il conteggio era già in forte ritardo sulla tabella di marcia dopo la decisione della Corte Suprema di prorogare di due ore l’apertura dei seggi su richiesta dei due candidati, eccezionalmente concordi nel denunciare problemi nei trasporti pubblici per gli elettori. Il battito delle mani è durato una manciata di secondi: troppo presto ancora per festeggiare. E, soprattutto, troppo incerto il dato. Nei circa 130 minuti di spoglio Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono inseguiti in un estenuante testa a testa, contendendosi ogni decimo di punto percentuale. Da quel primo accenno di festa, però, la tensione si è progressivamente allentata alll’hotel Intercontinental di San Paolo, trasformato per il ballottaggio in quartier generale del leader progressista. All’inizio, i militanti avevano quasi timore scaramantico di incrociare gli sguardi. Poi, pian piano, i sorrisi si sono fatti più aperti, fino al trenino improvvisato al centro della sala dai più intrepidi quando, con il 78,08% dei voti conteggiati, il presidente ha staccato di un punto l’avversario dell’ultradestra. Il risultato definitivo è arrivato dopo un’interminabile mezz’ora, certificando la vittoria di Lula con 51,79%. Circa tre punti e mezzo in più del senatore 45enne, che si è fermato al 48.21%.
L’esito, inatteso e sorprendente, ha fatto esplodere il secondo piano dell’albergo paulista in un fragore di canti, cori, grida di entusiasmo. Dal ritorno della democrazia, nel 1988, mai era diventato presidente lo sfidante in svantaggio al primo turno. Lula ha ribaltato l’esito di una corsa che, appena tre settimane fa, sembrava già scritta a suo sfavore, ottenendo – altro fatto inedito – il suo quarto mandato non consecutivo. «Missão reviravolta», così è stata definita la storica rimonta. Una missione difficile anche per un dirigente politico capace di reinventarsi dopo avere perso la popolarità con cui aveva lasciato Planalto dopo otto anni di governo, essere stato accusato di corruzione e perfino incarcerato per 580 giorni, prima di vedere le accuse nei suoi confronti cadere in quanto considerata viziate. Lula, la Fenice, come egli stesso ha ricordato più di una volta: merito dell’esempio di «Dona Lindu», la poverissima madre nordestina che lasciò il marito violento e allevò sola gli otto figli. Stavolta, però, la sua presidenza numero quattro è frutto di una incredibile mobilitazione popolare auto-organizzata che ha preso di contropiede lo stesso Partido dos trabalhadores (Pt). «Non è il trionfo di Lula: è il trionfo della società brasiliana», ha dichiarato, con un filo di voce, l’ex operaio metallurgico e sindacalista, che domani compirà 81 anni, quando si è presentato all’Intercontinental circondato da collaboratori e compagni di lista. «Il cambiamento di strategia è stato drastico. E non è stata una iniziativa del partito bensì una presa di coscienza collettiva. ««Ce ne occupiamo noi». Così ha detto la base, formata soprattutto da giovani, giovanissimi e donne, protagonisti di un capillare attivismo. In rete, come è il caso del gruppo social creato dal deputato André Janones che ha riunito undici milioni di persone. Come sul territorio.
A trascinarli nella contesa la minaccia per la democrazia di un nuovo Bolsonaro al vertice – sottolinea il politologo Nilton Tristão, esperto di opinione pubblica -. Un Bolsonaro – Flávio stavolta – ancora più pericoloso del padre Jair dato il contesto geopolitico. E la crescente aggressività di Donald Trump che ha fatto dell’egemonia continentale una delle direttrici dell’attuale amministrazione». È il popolo variegato che sabato ha inondato l’Avenida Paulista di San Paolo nella manifestazione più partecipata degli ultimi decenni. Adolescenti, anziani, universitari, famiglie con bambini. «Tante tribù differenti, non tutte di sinistra. Ma consapevoli della necessità di difendere i diritti civili e sociali», aggiunge l’analista. Lula li ha menzionati e ringraziati nel primo discorso dopo la rielezione. «Vi prometto che non dimenticherò le lezioni apprese in questa campagna – ha detto -. E che ci sarà un cambiamento nel governo, alla luce di questi insegnamenti». Non sarà facile. Il rivale non ha riconosciuto la sconfitta e ha minacciato di dare battaglia, agitando lo spettro dell’assalto alle istituzioni di Brasilia, per cui il padre è stato condannato a 27 anni. L’estrema destra, inoltre, ha una presenza molto più forte sia alla Camera sia al Senato. «Non dico che non sarà difficile – ha concluso il neo-eletto-. Lo affronteremo. Tutti insieme. Come già abbiamo affrontato e sconfitto le ingerenze straniere. Abbiamo sconfitto l’algoritmo. Non l’ha fatto Lula. L’ha fatto il popolo brasiliano».

Manifestare è un diritto e anche un dovere. Ringraziamo chi ha impedito che nelle ore peggiori ci fossero vittime

Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa

Avvenire

Non lo avrei mai immaginato, ma da quasi cinque anni vivo sotto scorta. Un’esperienza strana, una convivenza singolare quella con i poliziotti con i quali passo la maggior parte delle mie giornate. Abbiamo imparato a conoscerci, a rispettarci, a volerci bene. Educati e discreti, fanno attenzione non solo alla mia persona ma anche alla mia missione. E non parlo solo dei “miei”, di quelli, cioè, che incontro ogni giorno tra la casa e la parrocchia, ma anche di quelli che mi vengono incontro, per la prima volta, nei vari aeroporti, quando, per motivi pastorali, viaggio per l’Italia. Alcuni sono giovani, altri con qualche anno in più. Hanno le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, lo stesso sentire dei giovani e di chi, da qualche tempo, ha messo su famiglia: la lontananza, il matrimonio, la casa, i figli, lo stipendio, la fedeltà al proprio lavoro, il futuro incerto, le guerre infami che si combattono nel mondo. Nei giorni passati li ho visti preoccupati e anche – me lo permetteranno – un poco amareggiati. Li ascoltavo parlare tra loro, mentre fingevo di sonnecchiare, poi ne abbiamo discusso insieme. Sono italiani, amano il nostro Paese, lavorano, pagano le tasse, ci difendono dai pericoli, obbediscono ai superiori. Rischiano la vita. Tante volte, muoiono. Quante bare avvolte nel Tricolore abbiamo benedetto. Tutti dovremmo avere per loro, per le forze dell’ordine, più rispetto, più riconoscenza. Sono nostri amici, non meritano di essere guardati in cagnesco. Il giorno in cui la divisa dovesse smettere di essere un monito, un richiamo alla legalità, una presenza confortante dello Stato, avremmo fatto un passo indietro nel cammino della democrazia. Non sono burattini, non vivono a sbafo. Hanno bisogno di essere difesi. E non solo dalle leggi dello Stato, ma da noi, dalla stessa gente comune che li chiama e li invoca nel momento del bisogno. Hanno bisogno della nostra simpatia.
Manifestare per i propri diritti è non solo un “diritto”, ma, molto di più, un dovere. Perché ai diritti si può anche rinunciare ai doveri, invece, mai. Scendere in strada per richiamare l’attenzione di uno Stato che, a nostro avviso, si è distratto su qualcosa che riteniamo fondamentale, è vera democrazia. E in Italia ci è permesso. La democrazia è una pianta che occorre curare, innaffiare, concimare, tenere d’occhio. Di rendita non si vive. Questo discorso vale per la Chiesa, la cultura, gli affetti, la società, la giustizia, la pace. Occorre vigilare perché le persone e le società prepotenti, mafiose, corrotte, colluse, vigliacche, non prendano il sopravvento. Le lotte sono cambiate non sono terminate. Guai, però, a ragionare seguendo schemi obsoleti. Ci sono nemici che hanno smesso da tempo di essere nemici e vecchi amici da cui guardarci oggi. È l’antica e sempre nuova storia del bene e del male. Il mondo non si taglia in due come una torta: i buoni di qua, i cattivi di là. Magari, fosse così! Occorre avere discernimento, pazienza, preparazione, onestà intellettuale e morale, per riconoscere, di volta in volta, chi applaudire, chi contestare, da chi prendere le distanze.
Vorrei, alla fine di una settimana che ha visto l’Italia impegnata a fronteggiare situazioni di disagio, di sofferenza, proteste giuste, disordini, saccheggi, violenze, che sgorgasse dai nostri cuori un “grazie” a chi ha permesso, a prezzo della propria incolumità, di non stare, stamattina, a piangere qualche morto ammazzato. Non ho apprezzato, invece, coloro che hanno reso la vita difficile ai cittadini normali, anziani, bambini, adolescenti, mamme, papà, disabili, malati attesi in ospedale, badanti e operai che si recavano al lavoro. Le nuove generazioni vanno ascoltate e sostenute, ma anche educate e rimproverate. E per farlo occorre esserne all’altezza. È un cammino lento, faticoso, ma possibile. I problemi si affrontano guardandoli negli occhi. Il “grazie” avrebbe più valore se a dirlo fossero tutti, senza distinzioni di colore politico o appartenenza di classe. Manifestiamo, allora, protestiamo, impegniamoci, facciamo valere i nostri diritti, facciamoci voce di chi voce non ha, puntiamo a ottenere il meglio per tutti. L’Italia, la nostra Italia, ce lo permette. Per amore d verità, ricordiamoci, però, che così non è dappertutto. Non ci venga difficile, oggi, abbracciare, anche solo virtualmente, tutti coloro che, indossando una divisa, permettono alle persone perbene, e anche a quelle che perbene non sono, di vivere più sereni e sicuri. Grazie, cari servitori dello Stato.

L’alito di Dio

L’alito di Dio

“Perciò, secondo l’antropologia ebraica, la mia «anima» non è immortale per natura: quando io muoio, cesso di vivere nella mia interezza, poiché l’alito di Dio torna a Dio, lasciando inerte la polvere, portando tuttavia con sé la mia storia, quella che ho scritto con Dio”. Trovo questa frase in un vecchio libro di Xavier Léon-Dufour dal titolo “Agire secondo il Vangelo”. Parole che mi colpiscono non tanto come spiegazione dell’antropologia ebraica ma per l’immagine dell’alito di Dio che torna a Dio.
Stamattina, dall’alto di casa mia, vedevo salire una sorta di nebbia, di foschia, verso l’Alto, mi attraversava. Succede, a volte. Sarà forse per questo motivo che mi sono commosso pensando al Soffio, al Respiro divino, al fatto di essere parte dell’Alito del Creatore con tutti i respiri del mondo. La città è alta perché respira del Suo respiro. Ho chiuso gli occhi e lasciato entrare l’aria, ho pregato per le tante fatiche e i tanti drammi che ho ascoltato anche questa settimana, storie che rischiano di spezzarlo il respiro, incontri che svelano l’impotenza umana e che aprono in me tantissima paura, quella di non essere all’altezza del dolore e dell’amore.
Respirare l’alito che proviene da Dio e a Dio ritorna, entrare in quel respiro mi ha pacificato. Un Soffio che lascia inerte la polvere e porta con sé ciò che abbiamo scritto con Dio. Spero di non aver frainteso il pensiero di Dufour; quello che è certo è che quell’immagine mi è sembrata preziosissima: rimane la storia scritta con Dio. Non per Dio, ma con Dio, il Dio che scopro nel tentativo di scrivere la mia storia. Quello rimane.
Non posso non tornare con la mente agli affetti che continuano a costruire la mia storia, non posso che commuovermi e ringraziare per tutti quei volti che sono stati per me evidenti testimoni di una vita scritta con il Padre. Non è forse questo un desiderio all’altezza della nostra umanità? Non importa, Signore, cosa, non importa dove, non importa nulla se non che io possa scrivere con te, perché il resto è polvere alla polvere.
Poche righe dopo l’autore riprende: “Questa antropologia, tuttavia, diventa cristiana soltanto se include anche ciò che si chiama la fede nella «risurrezione» (…) la quale mantiene l’unità corpo/anima e riconosce al defunto la sola «esistenza» in Dio. La «risurrezione» del composto anima/corpo consiste nella vita definitiva accordata infine da Dio. L’uomo vivente è dunque relazione con Dio grazie al quale vive e con la terra grazie alla quale si esprime”. Lascio al lettore l’approfondimento, che mi pare sempre più urgente, sul tema della resurrezione nella vita cristiana. Io, questa mattina, mi sono limitato ad assaporare quella “vita definitiva accordata infine da Dio”. Parola per parola, gustando la vita, dolce, amara, misteriosa. Sostando sul suo dirsi definitiva, cioè con un approdo, un compimento, non più esposta alla possibilità di perdersi. Accordata, un dono che assume anche qualcosa di musicale, un percepire una melodia nel Respiro di Dio. Infine, consegnando alla Sua misericordia tutte le vite sfinite che chiedono un infine liberatorio.

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Per venerdì, sono 102 le manifestazioni attese, insieme allo sciopero generale dei sindacati di base. Scuola, crescono le occupazioni: in un liceo di Roma identificati diversi minori

Da qui a gennaio attese 227 manifestazioni; per il Viminale è allerta continua

Al secondo piano del palazzo del Viminale, dove si trova il Centro situazioni del Dipartimento di pubblica sicurezza, è una giornata impegnativa ma, almeno in apparenza, di quelle non troppo roventi. L’attenzione di dirigenti e funzionari resta alta, davanti ai computer che raccolgono e analizzano le informazioni provenienti da tutta Italia sull’ordine pubblico e gli alert su eventuali situazioni di emergenza. Lo scoglio delle manifestazioni di sabato è stato superato, con un primo bilancio che riferisce di quasi 5mila identificati, 371 fermati (fra cui 110 minorenni), 9 persone arrestate nel corso di tensioni e scontri in diverse piazze italiane. Il prossimo giorno caldo potrebbe essere venerdì, quando sono attese nuove manifestazioni lungo la penisola. La linea del Governo è chiara e la presidente del Consiglio l’ha ribadita più volte in questi giorni: «Il diritto di manifestare va sempre garantito, come il diritto dei cittadini di vivere le proprie città in sicurezza», argomenta Giorgia Meloni, precisando che in quella direzione va il nuovo decreto legge approvato dal Cdm per «dare allo Stato strumenti più efficaci per prevenire le violenze».

Sul sito «Mappadellarivolta,org» previsti 102 eventi solo per venerdì

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi». Ebbene, solo ieri, sul sito erano indicati 31 eventi, da Ventimiglia fino a Palermo, con diverse categorie in strada (autotrasportatori in Sicilia e nel Foggiano; agricoltori in Calabria; studenti in diversi atenei) e la voce «possibili disagi» piuttosto ricorrente. Oggi il contatore del sito annuncia altri 22 fra blocchi e sit-in, domani 14, giovedì 7 e poi venerdì l’impennata: ben «102» manifestazioni. L’elenco è lungo e contiene un po’ di tutto: dallo sciopero generale proclamato in diversi settori privati e pubblici (come trasporti, sanità e scuola) dalle sigle del sindacato di base ai «cortei» di lavoratori, studenti e cittadini «contro il caro vita, i tagli all’istruzione e il riarmo», previsti in diverse città (da Milano a Torino; da Genova a Roma fino a Siracusa e altre ancora). Eventi noti anche a questure e prefetture, che hanno predisposto o stanno predisponendo adeguati servizi di ordine pubblico, confidando che la natura di ogni singola manifestazione rimanga tale e non vi si infiltrino elementi facinorosi intenzionati a innescare tensioni o scontri di piazza.

Le occupazioni scolastiche crescono

Sulla cartina dell’Italia spiccano anche diverse occupazioni studentesche in atto in scuole e facoltà universitarie: da Roma a Milano, Napoli, Bologna e Torino, fino alle assemblee nei licei di Palermo e a un corteo a Firenze. Non senza qualche frizione: nel liceo romano Giordano Bruno sono intervenuti gli agenti della Digos, chiamati forse dalla dirigente scolastica dopo un tentativo di occupazione. Sono stati identificati prima 7 ragazzi non iscritti alla scuola – accompagnati in commissariato per poi essere riaffidati ai genitori – e poi altri 5 giovani a volto coperto e con catene, estranei al liceo ma presenti nel giardino. «I ragazzi sono stati portati via e scortati in commissariato mentre stavano portando avanti la protesta e l’occupazione dell’istituto», afferma Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, protestando per la «risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca».

L’affondo di Mantovano: c’è pure l’uso di droghe dietro scontri del 17 ottobre

La convinzione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è che «nei disordini del 17 e 18 ottobre e anche in quelli più contenuti dell’ultimo fine settimana» non vada trascurato «un aspetto e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia, prima di darsi alle devastazioni e ai saccheggi hanno assunto sostanze stupefacenti». Considerazioni che fanno infuriare le opposizioni: «Parole vergognose, che mirano a delegittimare ogni protesta sociale», lamenta il capogruppo di M5s alla Camera, Riccardo Ricciardi, ritenendo che Mantovano faccia parte di «una crociata» contro «milioni di ragazzi e ragazze del nostro Paese», accusati dalla destra di essere «nullafacenti e sfaticati, ora anche drogati» solo «per distogliere l’attenzione dai problemi quotidiani , a partire dalla casa e dai salari».

La lente sui social, l’intelligence e i blitz preventivi

In attesa che la magistratura accerti l’effettivo profilo e le reali intenzioni della presunta “mente” di alcune proteste – il ricercatore bresciano Youssef Siher, in carcere con l’accusa d’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata – l’Aisi e la Polizia postale continuano a monitorare le piattaforme social (da Instagram, a Tiktok e Telegram) su cui molti giovani, alcuni anche connessi al Movimento 17 ottobre, organizzano eventi. I violenti vanno «isolati» prima che facciano danni, è la parola d’ordine del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Prima di sabato, a scopo preventivo, in tutta Italia sono state eseguite centinaia d fermi e perquisizioni (oltre a fogli di via, Daspo e altri provvedimenti dei questori), utilizzando anche le norme del recente decreto legge. E non è escluso che altri blitz arrivino nei prossimi giorni. Intanto, la lista di proteste segnalate sulla mappa della rivolta si allunga. Disagio giovanile e maranza a parte, è la miccia del caro vita e dei prezzi alle stelle di diesel e benzina a tenere accesa nel Paese la tensione sociale.

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Martedì si decide il futuro di Israele. Gli elettori scelgono in un Paese diviso tra sicurezza, diritti e rappresentanza. Il premier evoca la minaccia atomica

Netanyahu o Eisenkot, Israele decide il suo futuro. E la guerra pesa sulle urne

Una nube atomica sopra Tel Aviv, nelle stesse ore in cui decine di aerei atterrano sulla pista dell’aeroporto Ben Gurion. A bordo migliaia di israeliani emigrati, ma decisi a tornare per votare oggi. Finzione e aspirazione sono diventate materia da campagna elettorale, tra paura da capitalizzare e speranze da rilanciare. L’esplosione nucleare sulla metropoli che da tempo ha voltato le spalle al premier è generata dall’intelligenza artificiale e diffusa da Benjamin Netanyahu per evocare la minaccia iraniana. I voli di «Fly&Vote», il programma “Vola&Vota”, sono reali: hanno provocato perfino un ricorso del Likud alla Commissione elettorale. Fino a 70mila i rientri stimati, anche di cittadini emigrati dopo il 7 ottobre. Guerra e voto, tra i paradossi di una democrazia nella quale non tutti coloro che vivono sotto le decisioni del governo possono eleggerlo. «Perché quella terribile immagine di olocausto nucleare proprio su Tel Aviv? Cosa vuole dirci Bibi?», protestano dagli uffici tra i grattacieli con le finestre sul mare del comitato di Eisenkot. Il generale outsider è davanti al Likud negli ultimi sondaggi, ma senza una maggioranza autonoma. La guerra entra nella contesa politica, non solo come allusione. Secondo Channel 12 , il capo di Stato maggiore Eyal Zamir avrebbe chiesto garanzie scritte prima di un’operazione capace di riaccendere lo scontro con l’Iran. Netanyahu avrebbe inoltre sollecitato Trump a un attacco congiunto prima delle urne, senza ottenere il via libera.
La nube radioattiva artificiale inquieta anche Washington. Teheran – fanno trapelare fonti della Casa Bianca – potrebbe leggerla come il preavviso di un attacco e reagire. La guerra immaginata diventerebbe reale. «Non c’è stato alcuno scontro», taglia corto Netanyahu. Katz nega, lo Stato maggiore non conferma né smentisce. Intanto Trump invita a rieleggere Bibi per «finire il lavoro» contro l’Iran. E il premier dice di aver affidato a esercito e Mossad l’obiettivo di rovesciare il regime di Teheran. Le sirene potrebbero sconvolgere il voto, ma per rinviarlo servirebbe una legge votata da 80 deputati. La frattura non si ferma all’Iran. A Hebron, dopo l’uccisione di due soldati israeliani, il generale Zamir avrebbe chiesto di interrompere l’operazione. «Obiettivi raggiunti», avrebbe sostenuto, sollevando dubbi sulla legittimità di impedire agli sfollati palestinesi di tornare. Netanyahu avrebbe invece ordinato di continuare. Fonti militari fanno circolare un magro bilancio: 500 edifici perquisiti, 3mila sfollati, appena 2 armi sequestrate. «In questo momento stiamo soltanto perdendo tempo», sbotta un soldato impegnato nell’operazione. E dal Libano arrivano voci secondo cui Hezbollah sta ricostruendo le proprie capacità militari con fondi iraniani, senza annunciare offensive.
La sicurezza finisce per dividere le istituzioni anche sulla tutela delle urne. Netanyahu convoca il ministro estremista della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, e il capo della polizia Daniel Levy. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara contesta l’iniziativa: la gestione del voto compete alla Commissione elettorale. Alla fine il giudice Noam Sohlberg autorizza l’incontro, purché non si discuta dell’integrità della consultazione. Non è andata così. Netanyahu avrebbe evocato disordini degli «anarchici di sinistra». E poi Gerusalemme, dove perfino la geografia sembra raccontare la separazione. La Valle di Hinnom, la Geenna biblica, incide la terra ai piedi del Monte Sion, costeggia il margine meridionale dell’antica città fino alla Città di Davide e separa quelle alture dal Monte del Cattivo Consiglio. Ma per dividere gli abitanti della stessa città bastano uno status giuridico e una tessera elettorale. Solo il 39,2 per cento dei residenti può votare per la Knesset, contro il 77,4 per cento a Tel Aviv-Giaffa. Pesano anche i minorenni. Gran parte dei palestinesi di Gerusalemme Est ha però soltanto la residenza permanente: vota alle municipali, non per il Parlamento che decide anche della sua vita. In Cisgiordania votano gli israeliani delle colonie, non i palestinesi dei territori occupati. E le elezioni legislative palestinesi, assenti dal 2006, sono state rinviate da Mahmoud Abbas, insieme alle presidenziali, all’11 settembre 2027: invoca ostacoli dovuti all’occupazione e ragioni di sicurezza, contestate da Israele.
Durante la Marcia delle bandiere dello scorso maggio, nel bazar della Città Vecchia i commercianti palestinesi avevano abbassato le saracinesche. Su bancomat e portoni erano comparsi avvisi ai manifestanti: «Questa è una proprietà ebraica. Non danneggiatela». Un espediente amaro per proteggere negozi e ingressi. Anche il percorso del corteo, attraverso i quartieri arabi verso il Muro Occidentale, diventa una dichiarazione di sovranità. Gli arabi cittadini di Israele sono il 18 per cento degli elettori residenti. Possono decidere gli equilibri, ma gran parte dell’opposizione esclude coalizioni con i loro partiti: si parla di appoggio esterno. “Ra’am” e “Lista Comune” sono state riammesse dalla Corte Suprema dopo l’esclusione della Commissione elettorale. «Se non fai parte della coalizione e del governo, nessuno si occuperà degli interessi del tuo gruppo», dice Mansour Abbas, leader di “Ra’am”. Areen Ghanayem spiega perché andrà al seggio: «Ogni voto fa la differenza». Si stima il 63 per cento di affluenza dei palestinesi israeliani, contro il 56 nel 2022. Anche Eisenkot respinge uno Stato palestinese, ma si oppone all’annessione e agli avamposti illegali. Altra variabile: i riservisti, richiamati per mesi mentre i partiti ultraortodossi difendono le esenzioni dalla leva per gli studenti delle yeshivot. «La loro vita professionale, accademica e personale viene colpita duramente», dice Avi Losice dei figli richiamati. I religiosi condizionano le alleanze; i riservisti chiedono di distribuire il peso della mobilitazione.
Alle urne anche l’Israele della guerre altrui. Oltre 102mila immigrati maggiorenni da Russia e Ucraina arrivati dopo il 2022 possono votare. «A Mosca le elezioni non avevano significato», racconta Oleg, emigrato per sfuggire all’arruolamento. Voterà anche Alla, scappata da Odessa. «Netanyahu è sostenuto da Trump. Trump sostiene Putin e ha preso in giro l’Ucraina – riassume la ragazza di Haifa che non parla ancora un buon ebraico –. Non voterò per Bibi. Teheran non è forse alleata di Mosca?». Altri immigrati sono grati al governo che ha facilitato il loro ingresso, lontano dai raid russi. Incombe il 7 ottobre. La prima elezione dopo l’attacco di Hamas e tre anni di guerre riapre la questione delle responsabilità. Gal Cohen, del kibbutz Be’eri, dove fu ucciso un abitante su dieci, contesta a Netanyahu di non averle assunte. Una commissione d’inchiesta indipendente è stata promessa da Eisenkot. Israele domani fino alle 22 sceglierà chi lo governerà, non necessariamente il futuro di chi vive sotto il suo controllo senza poter votare. La frattura attraversa politica, comunità e famiglie, oltrepassa i confini. Nella città dove la Geenna separa le alture, le divisioni che pesano di più non sono quelle che raccontano ancora le rocce.

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Eruzione del vulcano Marsili, lo studio sugli scenari: nel caso peggiore uno tsunami in 10 minuti

Eruzione del vulcano Marsili, lo studio sugli scenari: nel caso peggiore uno tsunami in 10 minuti

Con le scosse che stanno attraversando la Sicilia negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Marsili, il vulcano sottomarino che si trova sul fondo del Mar Tirreno. Il punto esatto è a 120 km a Nord della Sicilia e 170 km a Ovest della Calabria. È uno dei vulcani più estesi di tutto il continente europeo: circa 70 km di lunghezza e 20 km di larghezza media con un’altezza che nel suo punto massimo supera i 3 km, arrivando quindi a circa 500 metri sotto il livello del mare. Una premessa:  diversi geologi hanno commentato in questi giorni il rapporto tra le scosse registrate in Sicilia e il vulcano Marsili: al momento non ci sono segni di correlazione. Spiega così il professor Nicola Alessandro Pino nella sua intervista a Fanpage.it: “Escludo un ruolo del Marsili: questo vulcano sottomarino si trova in una diversa area del Tirreno, distante qualche centinaio di chilometri dall’epicentro di questi terremoti”. E questa è sicuramente una buona notizia, visto che le conseguenze di un’eruzione del vulcano Marsili sarebbero molto complesse da gestire.

L’8 dicembre del 2020 la rivista scientifica Bulletin of Volcanology ha pubblicato uno studio firmato da un team di scienziati italiani che hanno provato a simulare cosa succedere in caso di eruzioni. Il titolo è Tsunamis from prospected mass failure on the Marsili submarine volcano flanks and hints for tsunami hazard evaluation. Sono scenari teorici, certo non vicini, che però prendono in considerazione tutti gli effetti possibili. Secondo questo studio il rischio peggiore non è costituito dall’eruzione in sé, troppo in profondità e troppo distanziata dalle coste per causare un danno a chi vive vicino. Il problema è il distacco di volumi di roccia dal vulcano: sono le frane il vero problema.

Lo studio identifica in tutto cinque scenari, qui li raggruppiamo in tre per sintesi. Il primo prevede cosa può succedere in caso di cedimenti di piccolo volume o in acque profonde. È uno scenario che è stato documentato analizzando due casi del passato. Uno che prevede una frana di piccole dimensioni sul fianco Nord del vulcano a 800 e 1.400 metri di profondità. E un altro che prevede una frana di dimensioni più larghe, circa 2,8 km³ ma tra i 2.400 e i 3.200 metri di profondità. Le onde che vengono generate da questi casi hanno volumi molto ridotti. Parliamo di pochi millimetri nel primo caso, pochi centimetri nel secondo: in entrambi gli scenari non c’è nessuna conseguenza per i territori costieri. I cedimenti di piccoli volumi non generano abbastanza forza, mentre quelli troppo profondi vengono ammortizzati dall’acqua.

Passiamo agli altri due casi. Nello studio viene analizzato anche cosa può succedere se venissero rilevati cedimenti medi in acque poco profonde. Parliamo di volumi da 2,4-2,7 km³ vicino alla cresta, la parte più alta del vulcano. In questo caso si verificherebbero degli tsunami, onde anomale tra 1 e 4 metri in grado di arrivare sulle coste di Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’ultimo caso viene analizzato lo scenario peggiore: il cedimento di un intero settore di vaste dimensioni, si parla di 17,6 km³. Qui parliamo di onde in grado di superare 20 metri in Basilicata, i 15 metri in Campania e tra i 5 e i 10 metri in Sicilia. Le prime ad essere colpite sarebbero le isole Eolie: 10 minuti. Poi Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania: 20 minuti. E solo all’ultimo Sardegna: 45 minuti, ovviamente vista la distanza con onde più contenute.

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