«Auto elettrica: basta sconti da Black Friday, servono aiuti strutturali»

«Auto elettrica: basta sconti da Black Friday, servono aiuti strutturali»

Critiche agli incentivi “mordi e fuggi” e ai maxi bonus da Black Friday, che andrebbero sostituiti con aiuti strutturali e pluriennali per risolvere la vera emergenza che ostacola la transizione ecologica in tema di mobilità, cioè il rinnovo del nostro parco circolante. Nei giorni scorsi Sébastien Guigues ha tracciato un bilancio del suo primo anno da direttore generale di Renault Italia, in occasione di “Viva Festival” a Locorotondo, rassegna di musica contemporanea sponsorizzata dal marchio francese che nell’occasione ha esposto la nuova Twingo elettrica.

Per Renault i primi sei mesi del 2026 si sono rivelati in forte crescita, con 51.248 immatricolazioni tra autovetture e veicoli commerciali (+3,9% sul 2025), che valgono il 4° posto nel mercato totale: «A luglio poi – spiega Guigues – abbiamo raggiunto circa il 7% di quota nel mercato retail, il miglior risultato degli ultimi anni. Nuova Clio è stata la protagonista assoluta: è un’auto perfetta per il mercato italiano grazie alla combinazione tra GPL e full hybrid E-Tech: infatti ha già totalizzato più di 20mila ordini. La nuova Twingo elettrica con 10mila ordini ha esordito in maniera molto soddisfacente, e anche i veicoli commerciali stanno recuperando terreno dopo un periodo difficile. Ovviamente non voglio dire che tutto è perfetto. La concorrenza resta molto forte, e non solo quella dei marchi cinesi anche se si parla molto di loro».
Renault però sembra puntare su una strategia diversa rispetto a molti concorrenti…
Dal punto di vista del business a livello globale abbiamo avviato una nuova fase con il piano “Future Ready” e i risultati stanno migliorando. Non siamo ancora dove vogliamo arrivare, ma la direzione è quella giusta. Abbiamo scelto di non scommettere su una sola tecnologia. Crediamo nell’elettrico ma anche nell’ibrido, e nel GPL dove il Gruppo Renault, grazie a Dacia, è saldamente al primo posto assoluto in Italia in fatto di immatricolazioni. Questa strategia oggi ci sta premiando. Quando sarà pronta per una diffusione più ampia dell’elettrico, l’Italia troverà Renault attrezzata con un’offerta completa.

Nell’analisi del bilancio del Gruppo Renault dei primi sei mesi a livello mondiale si è evidenziata una riduzione dei costi costruttivi di 400 euro a veicolo…
Sì. Siamo riusciti a sviluppare, per esempio, Twingo in due anni invece dei quattro che occorrevano in passato, e questo incide molto sul prezzo finale della vettura. Specialmente per le macchine elettriche, lo sviluppo veloce è decisivo perché la tecnologia invecchia presto.
Per quanto riguarda l’Italia invece, avete aumentato del 15% le vendite ai privati. Quanto incide sui buoni risultati di Renault?

Le flotte sono importanti in termini numerici, ma vendere ai clienti privati eliminando le km zero, come abbiamo fatto noi, mantiene meglio il valore dell’usato e questo rende più competitivi anche i canoni di leasing e finanziamento. È un circolo virtuoso. Oggi il valore residuo è l’elemento decisivo nella costruzione del prezzo, perché la gente prende la macchina a rate, ben pochi hanno 40mila euro in contanti da investire su un’automobile.
Perché in Italia l’auto elettrica fatica ancora a decollare?
Perché l’elettrificazione ha un costo e qualcuno deve sostenerlo. Nei Paesi dove l’elettrico è cresciuto davvero, i governi hanno accompagnato la transizione con incentivi stabili e duraturi. In Italia, invece, si continua con bonus “mordi e fuggi”: finiscono in poche ore e non aiutano il mercato a svilupparsi. La Francia è già al 50%, la Germania anche. L’Italia non è elettrica, ma un giorno lo sarà. Non serve molto per cambiare. In Francia e in Germania la gente ha capito che con la guerra, e i problemi dello Stretto di Hormuz la benzina sarebbe stata più costosa, dunque è passata all’elettrico. Però in Italia abbiamo un problema in più: l’elettricità che costa tanto, più di quasi tutti i Paesi europei.

La politica locale non sembra voler agevolare più di tanto le elettriche. A Roma, ad esempio, la ZTL è tornata a pagamento anche per le vetture 100% a batteria. Voi costruttori riuscite ad interagire con le istituzioni o non c’è proprio possibilità di discussione?
La politica ci ascolta tanto, ma ci sente poco. E il risultato lo si vede nel quotidiano. La macchina elettrica ha un costo supplementare, per noi, per tutti. Ma in Italia nessuno vuole pagare quel costo aggiuntivo. Che alla fine paga il cliente, ma solo chi può permetterselo. E le istituzioni cosa hanno fatto sinora? Stanziare milioni di euro per le elettriche che si esauriscono in poche ore non è aiutare a elettrificare, quello è un Black Friday.
Come se ne esce?
Premiando prima di tutto la rottamazione delle auto più vecchie. È quella la vera misura ambientale: eliminare dal parco circolante le vetture più inquinanti, indipendentemente dalla tecnologia scelta per sostituirle.
Quindi il problema non è solo elettrico contro termico?
Esatto. La priorità è rinnovare il parco auto. Una persona che guida una vettura di vent’anni spesso non lo fa per scelta, ma perché non può permettersi altro. Prima di imporre divieti bisogna offrire alternative economicamente accessibili. È una questione sociale prima ancora che industriale.

C’è ancora chi sostiene che in Italia manchino le infrastrutture di ricarica…
Invece non è più cosi, nemmeno sulle autostrade dove le colonnine di ricarica veloce sono presenti ogni 50 chilometri e spesso sono persino sottoutilizzate. Il problema oggi è più culturale e di fiducia che infrastrutturale.
Quale dovrebbe essere, in sintesi, la politica dell’auto dei prossimi anni?
Evitare gli approcci ideologici. Non esiste una sola tecnologia capace di risolvere tutto. Dobbiamo diversificare, accompagnare gradualmente la transizione e concentrarci sull’obiettivo vero: sostituire le auto più vecchie con veicoli moderni, qualunque sia la loro alimentazione. Questo farebbe bene all’ambiente, ai cittadini e all’industria.
E la tanto pubblicizzata invasione dei cinesi?
Nessuno sa quanto valga un brand cinese, perché è ancora presto per valutare il valore residuo delle loro auto. Magari anche l’usato andrà fortissimo, ma sono arrivati da poco e non sono passati almeno cinque anni per poterlo dire.
A meno che poi arrivi un colosso come BYD ed entri in Renault, come si vocifera che possa accadere. Allora cambierebbe tutto…
Sì, ma in Europa il nostro presidente ha già detto che non accadrà. Perché l’Europa è il “nostro” continente, anche se siamo un brand globale. Infatti stiamo facendo l’inverso, andremo costruire auto con Ford, per esempio. Renault è molto attaccata alla propria indipendenza. Le nostre fabbriche vanno bene, non c’è nessun bisogno al momento in Europa per allearci con qualcuno.

Avvenire

«Firmare per il Nobel ai bimbi di Gaza è un dovere morale»

«Firmare per il Nobel ai bimbi di Gaza è un dovere morale»

Sono sempre di più le adesioni alla petizione per Gaza (petizione.gaza@avvenire.it), con la richiesta lanciata dal professor Eugenio Mazzarella di dare il Nobel per la pace ai bambini della Striscia. Significative sono anche le prese di posizione istituzionali, come quella dell’Associazione Carta di Roma. «Partire da Gaza non significa fermarsi a Gaza – sottolinea l’Associazione -. Non si tratta di “premiare” la sofferenza o stabilire una graduatoria tra vittime, ma si tratta di obbligare la comunità internazionale a riconoscere un fatto: quando la guerra divora l’infanzia, la politica ha già fallito». Per questo, «sarebbe un Nobel a tutta l’infanzia violata». Tanti gli accademici e i professionisti che hanno sottoscritto l’appello, ma tanti anche gli abbonati del giornale, che dicono “sì” ricordando anche il numero dell’abbonamento, a riprova di un’appartenenza sempre più grande alla famiglia di “Avvenire”. Lo stesso sta avvenendo sui territori, con prese di posizione da parte di consiglieri regionali di diverse forze politiche. Non solo: la mobilitazione è arrivata anche nei municipi. A Napoli, un consigliere comunale, Toti Lange, ha presentato un ordine del giorno all’Assemblea del Consiglio Comunale della città partenopea per sostenere come Città di Napoli tutta, «la meritoria proposta di candidare al Nobel per la Pace i Bambini di Gaza». Lo stesso discorso vale anche per tanti cittadini impegnati “dal basso”, nella cooperazione e nei servizi sociali per i più poveri, dalle periferie delle grandi città alle prese con l’emergenza abitativa fino ai progetti per l’infanzia.
«È un imperativo morale per ciascuno di noi mettere il proprio nome al servizio della memoria». Usa queste parole Luca Formenton, editore di lungo corso, presidente della casa editrice Il Saggiatore e vicepresidente della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, per spiegare il suo “sì” alla petizione lanciata su queste colonne da Eugenio Mazzarella a favore del Nobel per i bambini di Gaza. Formenton ha intercettato la petizione su diverse chat personali di WhatsApp. «Per me è stato naturale aderire. Mi sono trovato del tutto d’accordo e ho firmato. Credo che l’adesione sia motivata dalla mia professione: sono un editore e per me la memoria è importante. Così la candidatura al Nobel per la pace dei bambini che non hanno avuto o non avranno un futuro è anche un modo per ricordarli».
Anche Silvia Costa, già parlamentare europea, parla di «dovere morale. Ho sentito il bisogno di esprimermi e di unirmi ad altri per cercare di mobilitare l’opinione pubblica e riscoprire insieme a tutti gli altri l’umanità, l’empatia, la volontà di non rassegnarsi». Quelle di Formenton e Costa sono due tra le migliaia di storie, tra le più note certamente, che si leggono tra le righe del “sì” all’appello per i piccoli della Striscia. Entrambi intellettuali di peso, entrambi impegnati nel dibattito pubblico. Costa si occupa di minori da molto tempo, visto che è stata cofondatrice di Telefono Azzurro con Ernesto Caffo nel 1987 e ha seguito a New York la discussione che ha portato alla firma della Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989. Oggi è nel direttivo del Partito democratico. Formenton invece, da conoscitore del mondo dei lettori, pensa che «tanta gente si sente coinvolta perché non si tratta di un appello generico, ma riguarda una situazione specifica. Il tentativo, secondo me riuscito, è di dare un volto ai numeri, ri-umanizzare le vittime».
Sullo sfondo c’è la necessità di riaffermare diritti umani fondamentali, in un momento storico in cui sembra dominare la legge del più forte e le regole internazionali vengono tranquillamente messe da parte. «Questa in fondo è la grande sconfitta di chi ha sempre avuto a cuore la pace, a ogni latitudine – osserva Costa -: pensavamo che gli organismi internazionali ci avrebbero messi al riparo, invece siamo riprecipitati nelle guerre, che sono all’origine stessa della violenza e, come vediamo a Gaza, dell’accanimento sui civili».
Non c’è, secondo l’esponente del Pd, il rischio di trascurare altre infanzie, altre storie. «Non dobbiamo oscurare altre realtà di sofferenza, a partire dai bambini trucidati da Hamas il 7 ottobre, è vero. Però non possiamo negare che la situazione dei civili a Gaza è tragica e crudele e non più motivabile dalla legittima difesa. Israele ha violato i trattati internazionali sulla protezione dei civili bombardando ospedali, scuole, abitazioni. Ecco perché penso sia legittimo oggi parlare specialmente dei bambini di Gaza, senza comunque scordare le altre situazioni di infanzia in guerra».
Secondo Formenton, la speranza adesso sta tutta in «una mobilitazione estesa, che possa far riflettere i potenti sul fatto che ogni guerra, in ogni parte del mondo, coinvolge bambini innocenti. Ed è chiaro che la candidatura riguarda non solo Gaza, ma i piccoli in tutte le guerre, dagli israeliani vittime della furia di Hamas, agli ucraini, fino ai sudanesi» sottolinea l’editore. Concretamente, in questa fase, è necessario sottrarre all’invisibilità le piccole vittime di questa guerra, sollecitando i capi di governo e i parlamentari a non stare a guardare, ma a pretendere un posto nei negoziati rimettendo al centro la diplomazia.
Anche la partecipazione di tante donne, secondo Silvia Costa, non deve sorprendere. «Il tema della protezione dei bambini probabilmente è più vicino alla sensibilità, alla storia e alla cultura delle donne. Assegnare ai bambini un ruolo di soggetto da rispettare nella sua realtà di persona in formazione, attiene al protagonismo femminile in quello che io chiamo cultura della cura. Sono convinta che la politica nazionale e internazionale dovrebbe ripartire proprio dal prendersi cura e accompagnare la dignità delle persone».
Avvenire

Lettura e Vangelo del giorno 14 agosto 2026

Letture del Giorno

Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 16,59-63

Così dice il Signore Dio: «Io ho ricambiato a te quello che hai fatto tu, perché hai disprezzato il giuramento infrangendo l’alleanza. Ma io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ricorderai la tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole, che io darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto». Oracolo del Signore Dio.

Salmo Responsoriale
Is 12,2-6

R. La tua collera, Signore, si è placata e tu mi hai consolato.

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza. R.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime. R.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele. R.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,3-12

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Il messaggio di Papa Leone XIV alle consacrate degli USA: la forza della testimonianza e la necessità di un’alleanza pastorale per risvegliare il mondo

Il videomessaggio di Papa Leone XIV ai partecipanti all’Assemblea Annuale della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Usa nel 70.mo anniversario della fondazione

Nel suo recente videomessaggio rivolto all’Assemblea annuale della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Stati Uniti (LCWR), Papa Leone XIV ha espresso con parole accorate la gratitudine di tutta la Chiesa per la presenza, l’operato e la vitalità delle religiose e dei consacrati. Il Pontefice ha sottolineato come la Chiesa abbia profondo bisogno della loro testimonianza radicata in Cristo per «contribuire a risvegliare il mondo», rendendo un sentito omaggio ai contributi storici e duraturi offerti dagli Istituti religiosi nei campi fondamentali dell’evangelizzazione, dell’educazione e dell’assistenza ai poveri e agli emarginati.

Questo accorato richiamo alla fecondità della vita consacrata invita a riflettere su come lo spirito di servizio e l’ardore missionario debbano trovare oggi nuove forme di collaborazione e sinergia all’interno del Popolo di Dio.

Una testimonianza condivisa per la rigenerazione delle comunità

Il Papa ricorda che la capacità di risvegliare le coscienze non deriva da formule burocratiche, ma dalla qualità della vita spirituale e dalla vicinanza concreta alle sofferenze umane. In questo orizzonte di rinnovamento e di presenza attiva sul territorio, la testimonianza di chi ha dedicato la propria vita al Vangelo si dimostra un pilastro insostituibile per superare la secolarizzazione e lo smarrimento della società contemporanea.

Riconoscere l’immenso valore del servizio reso nei settori dell’istruzione, della carità e dell’annuncio evangelico significa anche comprendere la necessità di spalancare le porte a tutte le forze vive della Chiesa, creando una reale alleanza tra diverse vocazioni:

  • Presenza e prossimità nelle periferie: Come le consacrate operano spesso in prima linea accanto agli ultimi, così la presenza capillare di famiglie presbiterali e di sacerdoti sposati può rafforzare la trama relazionale delle comunità locali, garantendo ascolto e sostegno quotidiano.

  • Continuità dell’azione educativa e caritativa: La collaborazione tra la vita consacrata e il ministero presbiterale integrato nella vita familiare e sociale crea una rete educativa e caritativa ancora più solida, capace di intercettare i bisogni delle nuove generazioni e delle famiglie in difficoltà.

Unire le vocazioni per una Chiesa in uscita

Il messaggio di Papa Leone XIV alla LCWR conferma che la Chiesa trae forza dalla varietà dei suoi carismi e dalla capacità di lavorare insieme per il bene comune.

Allargare lo sguardo e valorizzare la complementarità tra le diverse forme di vocazione — dalla vita consacrata femminile al ministero presbiterale nelle sue diverse espressioni — rappresenta la via maestra per far sì che il messaggio evangelico continui a essere una luce viva, capace di riscaldare i cuori e di restituire speranza e vitalità alle nostre parrocchie e al mondo intero.

Lettura e Vangelo del giorno 13 agosto 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 12,1–12

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono, perché sono una genìa di ribelli.
Tu, figlio dell’uomo, fatti un bagaglio da esule e di giorno, davanti ai loro occhi, prepàrati a emigrare; davanti ai loro occhi emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo. Forse comprenderanno che sono una genìa di ribelli. Davanti ai loro occhi prepara di giorno il tuo bagaglio, come fosse il bagaglio di un esule. Davanti a loro uscirai però al tramonto, come partono gli esiliati. Fa’ alla loro presenza un’apertura nel muro ed esci di lì. Alla loro presenza mettiti il bagaglio sulle spalle ed esci nell’oscurità. Ti coprirai la faccia, in modo da non vedere il paese, perché io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti».
Io feci come mi era stato comandato: preparai di giorno il mio bagaglio come quello di un esule e, sul tramonto, feci un foro nel muro con le mani. Uscii nell’oscurità e sotto i loro occhi mi misi il bagaglio sulle spalle.
Al mattino mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, non ti ha chiesto la casa d’Israele, quella genìa di ribelli, che cosa stai facendo? Rispondi loro: Così dice il Signore Dio: Questo messaggio è per il principe di Gerusalemme e per tutta la casa d’Israele che vi abita.
Tu dirai: Io sono un simbolo per voi. Quello che ho fatto io, sarà fatto a loro; saranno deportati e andranno in schiavitù. Il principe che è in mezzo a loro si caricherà il bagaglio sulle spalle, nell’oscurità, e uscirà per la breccia che verrà fatta nel muro per farlo partire; si coprirà il viso, per non vedere con gli occhi il paese».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 77 (78)

R. Proclameremo le tue opere, Signore.

Si ribellarono a Dio, l’Altissimo,
e non osservarono i suoi insegnamenti.
Deviarono e tradirono come i loro padri,
fallirono come un arco allentato. R.

Lo provocarono con le loro alture sacre
e con i loro idoli lo resero geloso.
Dio udì e s’infiammò,
e respinse duramente Israele. R.

Ridusse in schiavitù la sua forza,
il suo splendore in potere del nemico.
Diede il suo popolo in preda alla spada
e s’infiammò contro la sua eredità. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21- 19,1

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Se le case ci possiedono

Se le case ci possiedono

Spesso d’estate ci si ritira nella seconda casa, per chi ne ha una. È stato il nostro luogo di vacanze da bambini e sarà il luogo delle vacanze dei tuoi bambini. La seconda casa ti vede tornare puntualmente dalla vita della prima casa. L’una ospita la routine della quotidianità lavorativa, l’altra accoglie il tempo del non lavoro. Una prevalentemente in città, l’altra in collina, al mare, in montagna, al paese di origine. Per alcuni la seconda casa è su quattro ruote (camper o roulotte), per altri in muratura, per altri ancora si identifica con una località dove di anno in anno affittano un alloggio.

Quelle in muratura di solito sono un’eredità familiare che si passa di generazione in generazione. A volte sono vicine al cimitero dove sono seppelliti i parenti e questo rende ancora più difficile venderle: allontanarsi dalle tombe può sembrare un abbandono. Come gli alberi, anche le case sono collegate alla terra che le ospita, al legame con i nostri cari e alla comunità che vi abita intorno. Questo fa sì che le case in muratura siano le più vincolanti: sono loro a possedere noi, come scrive Renzo Ceresa nel suo romanzo Bruciare la salvia. I settant’anni.
Per le persone nate in un altro paese, la seconda casa coincide con una lingua diversa da quella parlata nel paese della prima casa. Spesso per loro il ritorno avviene una volta ogni tanto perché il biglietto per il Perù o per lo Sri Lanka è costoso e tocca risparmiare per anni per andarci.
Nelle due case siamo persone diverse. In una entriamo e usciamo per lavorare, nell’altra ci dedichiamo a produrre decine di barattoli di marmellata di dubbio gusto, tagliamo l’erba e leggiamo libri su una sedia a sdraio. Anche l’abbigliamento cambia, in una le scarpe con il tacco, nell’altra vestiti larghi e ciabatte. In una il wifi e nell’altra, a volte, ancora il telefono fisso e il lettore DVD (o VHS!). In una i bambini sono scortati nei loro spostamenti e nell’altra imparano l’autonomia muovendosi da soli in bicicletta nel paesello o dentro il campeggio.

Intorno alle seconde case vive una comunità di residenti che non ha una seconda casa perché è soprattutto chi migra in città per lavoro che ne ha una. Se non migri resti in quella che un giorno sarebbe potuta diventare la tua seconda casa. A lungo chi migrava verso la città faceva il salto sociale arricchendosi e raggiungendo il prestigio di chi è parte del rutilante capitalismo urbano. Oggi che le città sono diventate sempre più respingenti da un punto di vista climatico, della qualità della vita, del costo delle case, tornando alla seconda casa in montagna mi chiedo chi tra di noi abbia fatto la scelta più oculata.

Avvenire

Un gruppo di ricercatori propone un investimento finanziario pubblico per ogni nuovo nato, il cui capitale potrà essere riscattato solo da adulti e se si avranno figli. Un meccanismo di solidarietà generazionale al contrario

Un fondo per far nascere genitori. L’idea finlandese che fa discutere

Nella lingua finlandese vauva significa neonato, il Sampo è invece un oggetto magico della mitologia finnica che assicura abbondanza e prosperità a chi lo possiede. Il fatto che un gruppo di ricercatori abbia deciso di avanzare l’idea di un fondo per i neonati di domani, o per i futuri genitori, chiamandolo Vauvasampo, dice molto dell’ambizione della proposta, ma anche della speranza che lo strumento finanziario riesca a risollevare il paese dalla crisi della natalità che sta attraversando. Riferimenti magici a parte, il fondo è qualcosa di veramente nuovo ed “estremo” nel panorama delle misure per aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano. È come una pensione all’inverso, che accantona e investe risorse oggi per sostenere le nascite del futuro.

L’idea del Vauvasampo è stata avanzata da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerca sulla popolazione della Federazione delle famiglie finlandesi, diretto da Anna Rotkirch, e funziona in modo semplice. Lo Stato accantona 5.000 euro per ogni bambino che nasce in Finlandia. Il capitale viene investito in titoli o indici azionari, come farebbe un fondo pensione con un orizzonte di lungo periodo. La somma accumulata potrà essere riscossa solamente se, una volta adulti, si diventerà genitori. Non tutta la cifra, però: il 70% alla nascita del primo figlio, il 60% del rimanente alla nascita di un eventuale secondo, il resto con il terzo. Tradotto in euro, e ipotizzando un rendimento nominale annuo del 6%, secondo una simulazione degli autori, ciascun genitore potrebbe ricevere, tenendo conto dell’inflazione, circa 13.200 euro per il primo figlio, 3.900 per il secondo, 2.800 per il terzo. E chi invece non diventa padre o madre? La sua quota, dopo 45 anni, tornerebbe al fondo per essere destinata alla generazione successiva, e nel giro di qualche decennio il capitale accumulato dovrebbe rendere il meccanismo autosufficiente, non più dipendente dai contributi statali.
Il fondo potrebbe dunque  effettuare i primi pagamenti circa vent’anni dopo la sua introduzione, quando i primi assegnatari comincerebbero a diventare genitori. Nel frattempo, per evitare torti generazionali, è previsto un regime transitorio di bonus: 5.000 euro alla nascita del primo figlio, 2.000 per il secondo, 500 euro per il terzo. Il costo medio annuo per lo Stato, tra fondo e regime transitorio, è stimato in 325 milioni, lo 0,12% del Pil finlandese o lo 0,81% della spesa previdenziale. I promotori calcolano che i soli bonus transitori possano risollevare il tasso di fecondità da 1,3 a 1,6 figli per donna, mentre il fondo pienamente operativo lo porterebbe vicino a 2. Questo vorrebbe dire, sempre in base alle simulazioni, avere 17.000 nascite in più rispetto ai livelli attuali, una caduta dal 45% al 25% delle persone senza figli dopo i 45 anni, un crollo delle disparità di reddito e un aumento della popolazione femminile adulta di 70-80mila unità entro il 2076 rispetto a uno scenario senza incentivi.
Stime di questo tipo incorporano un grado molto alto di incertezza, l’aspetto innovativo è piuttosto l’accostamento al concetto di previdenza, come fosse un sistema pensionistico inverso, perché sostiene la solidarietà intergenerazionale trasferendo risorse dalle generazioni adulte e anziane a quelle più giovani, soprattutto offrendo una prospettiva di lungo periodo, immaginando una società futura più favorevole alle famiglie. In uno scenario di invecchiamento demografico, l’intenzione è di contrastare quel circolo vizioso, comune a molti paesi occidentali, che a fronte del calo delle nascite vede la politica smettere di investire nei bambini e nelle nuove generazioni perché ormai non paga più elettoralmente.

I promotori del fondo (tra i quali c’è anche il demografo statunitense Lyman Stone, a capo della Pronatalism Initiative dell’Institute for Family Studies, riconoscono i limiti di una proposta fortemente orientata a indirizzare i comportamenti sociali, caratteristica in ogni caso tipica del welfare nordico, insieme all’inventiva e alla generosità delle prestazioni. Se l’intenzione della proposta è assottigliare il gap tra figli desiderati e figli avuti, ridurre l’incertezza finanziaria per chi diventa genitore, e incoraggiare ad avere figli prima che sia troppo tardi, ci sono alcuni aspetti critici da valutare. Si pone ad esempio un tema di equità (e di sensibilità) verso chi non vuole o non può avere figli. Inoltre, uno strumento finanziario così strutturato e robusto può apparire una forma di mercificazione della natalità, oltre che di invasione nella sfera privata, senza contare possibili abusi nell’ambito delle decisioni familiari. Non sono questioni da poco.
La Finlandia ha conosciuto un crollo della natalità più forte rispetto ad altri Paesi: nel 2010 aveva un tasso di fecondità di 1,87 figli per donna, nel 2024 è sceso a 1,25, tornando a 1,3 nel 2025. Oltre alle classiche cause che caratterizzano il declino demografico globale legate al cambiamento delle priorità delle persone e degli stili di vita, unite ai timori per l’insicurezza finanziaria e all’innalzamento dell’età media alla quale si ha ormai il primo figlio, in Finlandia a preoccupare è in particolare l’aumento delle crisi di coppia e dei divorzi già prima della nascita dei figli. Una condizione che ha reso la solitudine e la difficoltà nell’avere un partner stabile quasi un’emergenza sociale. La probabilità di diventare genitori è poi più bassa tra le persone con redditi inferiori e una posizione lavorativa più fragile, a conferma della necessità concreta di immaginare nuove forme di sostegno.
Un aiuto finanziario come quello immaginato con il fondo per i bebè non risolverà i problemi demografici, in assenza di riforme più solide. Ma in un contesto globale in cui di fronte alle nascite che calano si argomenta sempre più spesso che  “non c’è più nulla da fare”, perché “ovunque va così”, e comunque non avere figli “è una libera scelta”, suggerendo un disinvestimento economico e persino culturale rispetto al problema, ecco che la proposta di un fondo per i figli e i genitori di domani, capace di guardare non alle prossime elezioni, ma a un orizzonte superiore ai vent’anni, e proponendo una forma di solidarietà intergenerazionale capovolta, è già una notizia. Insomma, là fuori, su al Nord, c’è ancora qualcuno che ci crede. E ha idee.

Avvenire

Ecco lo spettacolo dell’eclissi che ha incantato l’Europa

Ecco lo spettacolo dell'eclissi che ha incantato l'Europa

Il fenomeno del Sole nero è tornato sull’Europa. Per meno di due minuti, nella giornata di ieri, in una sottile striscia del Vecchio Continente la nostra stella è scomparsa del tutto. Ventisette anni dopo la celebre eclissi dell’11 agosto 1999 – l’ultima totale del secolo scorso –, l’ombra della Luna è tornata a dominare il cielo europeo. Il cono d’ombra ha attraversato le regioni artiche, la Groenlandia e l’Islanda, per poi fendere l’Atlantico fino a raggiungere la Spagna e un piccolo lembo del Portogallo. Altrove, Italia compresa, è rimasto soltanto un Sole “parziale e pallido”, progressivamente “mangiato” dal satellite mentre scendeva verso l’orizzonte. È stata, a tutti gli effetti, un’eclissi del tramonto.

In Spagna il buio è arrivato quando il giorno stava ormai finendo: a León la totalità è cominciata alle 20.28 (ora locale), mentre a Valencia si è registrata quattro minuti più tardi. A Madrid la Luna ha coperto il 99 per cento del disco solare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo del tutto. In Islanda il fenomeno si era consumato in precedenza, con Reykjavik immersa nell’oscurità per poco più di un minuto. Lungo gran parte della fascia centrale dell’ombra lo spettacolo è durato meno di due minuti: un intervallo minuscolo, sufficiente però a trasformare il giorno in qualcosa che per millenni gli uomini hanno interpretato come una drammatica frattura nell’ordine naturale. In Italia l’eclissi è stata parziale e molto eterogenea a seconda della latitudine e, soprattutto, della longitudine. La Luna ha cominciato a sovrapporsi al Sole intorno alle 19.30 e la percentuale di oscuramento è cresciuta procedendo da Sud-Est verso Nord-Ovest.
A Milano il primo contatto è avvenuto alle 19.27 e il massimo intorno alle 20.20, con oltre il 92 per cento del disco solare coperto. A Torino e a Genova si è superato il 93 per cento; molto meno a Roma, ferma a circa il 69 per cento, e a Napoli, dove ci si è attestati intorno al 46 per cento. In molte località del Centro-Sud il Sole è tramontato prima che potesse essere raggiunto il massimo astronomico previsto. L’orografia ha fatto il resto: con l’astro ormai bassissimo, è bastato il profilo di una collina o di una montagna per anticiparne la scomparsa alla vista. Ma l’eclissi di ieri non è stata soltanto uno spettacolo per appassionati. Ancora oggi, pur sapendo prevedere al centesimo di secondo il movimento dell’ombra lunare, quei pochi minuti rappresentano un laboratorio scientifico irripetibile. La corona solare, normalmente nascosta dalla travolgente luminosità della fotosfera, emerge nitida durante la totalità attorno al disco nero della Luna. La Nasa ha inseguito l’oscurità con un aereo da ricerca WB-57 ad alta quota per studiare le dinamiche della corona stessa; in Islanda e in Spagna, nel frattempo, palloni scientifici hanno misurato ciò che accade nell’atmosfera terrestre quando viene meno, all’improvviso, la radiazione solare.
Si è trattato di un esperimento naturale su scala planetaria che nessun laboratorio artificiale avrebbe mai potuto riprodurre. È uno dei paradossi più affascinanti delle eclissi: per migliaia di anni sono state interpretate come spaventose manifestazioni dell’inconoscibile; oggi, invece, ci aiutano a conoscere meglio l’Universo e a decifrare l’ordine profondo delle cose.

Avvenire

«Francesco Guccini è morto ma Dio no»: l’illusione di addomesticare il senso del sacro nella cultura contemporanea

L’articolo pubblicato sulla rivista teologica L’Isola di Patmos analizza con acume la scomparsa del cantautore Francesco Guccini, prendendo spunto dalla sua celebre canzone «Dio è morto» per tracciare una riflessione sul rapporto tra cultura laica, nichilismo e fede autentica.

La diagnosi tragica contro l’ottimismo facile

L’analisi mette in guardia da una duplice tentazione che caratterizza il dibattito culturale odierno:

  1. La riduzione del nichilismo a pretesto lirico: Usare la celebre intuizione di Nietzsche («Dio è morto») come una semplice premessa per giungere a una soluzione consolatoria («Dio risorge in quel che noi vogliamo») significa snaturare la portata tragica della secolarizzazione. Il nichilismo moderno non è un passaggio indolore, ma una ferita aperta nella coscienza dell’uomo che ha smarrito il fondamento della verità.

  2. L’arruolamento improprio dei maestri laici: Tentare di “battezzare” o arruolare d’ufficio figure della cultura agnostica o anarchica senza rispettarne la coerenza narrativa e umana è un errore morale e intellettuale. Guccini ha sempre cantato l’inquietudine, il dubbio e la ricerca, senza cedere a facili edulcorazioni o a un “umanesimo ottimistico” di maniera.

Il senso del divino oltre i desideri dell’uomo

Il nocciolo teologico dell’articolo risiede nel richiamo al primato oggettivo di Dio. Dio non “risorge” semplicemente perché l’uomo lo desidera o perché si proietta un’aspirazione di giustizia sociale. L’esistenza e la presenza di Dio trascendono le costruzioni ideologiche e i desideri umani:

  • Dio rimane vivo e sovrano, indipendentemente dalle mode culturali e dalle proclamazioni filosofiche o artistiche della sua scomparsa.

  • La vera speranza cristiana non si fonda sull’auto-consolazione dell’uomo, ma sulla Rivelazione e sulla certezza che la Verità sussiste al di là dei mutamenti delle epoche storiche.

Riconoscere il valore della poesia e della canzone d’autore significa apprezzarne la capacità di porre domande profonde, mantenendo però la fondamentale distinzione tra la ricerca umana e la realtà del Mistero divino.

Chiarificazione necessaria: distinguere la causa legittima dei sacerdoti sposati dalle “prelature indipendenti”

Papa Francesco e l'Opus Dei

Immagine giunta dal Portogallo  riaccende i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso: il proliferare di entità ecclesiastiche autonome, prelature e giurisdizioni indipendenti che offrono servizi religiosi, messe, esorcismi e preghiere di guarigione.

Tuttavia, tali realtà rischiano di generare una profonda confusione nella mente dei fedeli, sovrapponendo contesti privi di riconoscimento canonico da parte della Santa Sede con il cammino serio, trasparente ed evangelico dei sacerdoti sposati cattolici.

La distinzione fondamentale: legittimità e fedeltà alla Chiesa Cattolica

È necessario ribadire con chiarezza e fermezza la differenza d’identità e di intenti tra queste organizzazioni autonome e la causa promossa dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  1. Obbedienza a Papa Leone XIV e alla Sede Apostolica: I presbiteri cattolici sposati non fondano prelature parallele, non creano giurisdizioni indipendenti né cercano scorciatoie. Essi riconoscono l’autorità di Papa Leone XIV e dei Vescovi, rimanendo in fiduciosa ed obbediente attesa di un provvedimento canonico ufficiale di riammissibilità al ministero attivo.

  2. Nessun commercio dei Sacramenti o speculazione: Il ministero sacerdotale è un dono gratuito per la cura delle anime. La vera tradizione cattolica respinge qualsiasi mercificazione delle benedizioni, degli esorcismi o delle celebrazioni liturgiche. Il servizio pastorale non si trasforma mai in un’attività a scopo di lucro o di raccolta fondi mascherata.

  3. Formazione teologica formale e titoli pontifici: I sacerdoti sposati cattolici appartengono al clero ordinato della Chiesa, provvisti di una formazione teologica formale d’eccellentissimo livello e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie. La loro identità si fonda sul rigore dottrinale e sul rispetto della disciplina ecclesiale.

Un richiamo al realismo pastorale e alla trasparenza

La diffusione di sigle e prelature indipendenti in Europa — dal Portogallo all’Italia — prospera spesso proprio nei vuoti lasciati dalla mancanza di sacerdoti nelle parrocchie tradizionali. Quando i fedeli si sentono soli o smarriti, corrono il rischio di affidarsi a realtà ambigue.

La risposta di vero realismo pastorale da parte delle autorità ecclesiastiche risiede nella valorizzazione e nella riammissione del clero cattolico regolarmente ordinato. Emanare un decreto canonico di riammissibilità per i sacerdoti sposati appartenenti alla Chiesa di Roma permetterebbe di riaprire le parrocchie ufficiose, garantire Sacramenti trasparenti e proteggere il Popolo di Dio da ogni forma di confusione o speculazione.