Gli altri scalano l’Alpe d’Huez, Pogacar batte anche Pantani! Quinta tappa vinta, Remco a più di 7′

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Lo sloveno parte a inizio salita e rimonta tutti: resta viva solo la lotta per il secondo posto. Superato anche il record di scalata del Pirata

Re Sole detta la sua legge. Tadej Pogacar incanta anche sull’Alpe d’Huez e grazie a un attacco favoloso si va a prendere il successo della 19esima tappa del Tour de France. Un capolavoro. La vittoria consente a Pogacar di firmare anche il miglior tempo di sempre sulla salita dell’Alpe d’Huez. Lo sloveno completa l’ascesa in 35’29”, migliorando il precedente riferimento di Marco Pantani, che nel 1995 aveva fermato il cronometro a 36’50”. L’iridato sloveno, che non si era mai imposto nella famosa montagna alpina, riesce nell’impresa di andare a prendere gli ultimi attaccanti di giornata, prima Sepp Kuss, poi ai -1.8 km al traguardo Lenny Martinez e Richard Carapaz, staccati poi ai -900 metri dalla linea di arrivo. Qui Pogacar, dopo aver rifilato oltre 2’ al primo inseguitore della generale (Evenepoel) cala così il pokerissimo in questa edizione della Grande Boucle. Una giornata che entrerà nella storia questa sulle vivaci pendici dell’Alpe d’Huez, il mito alpino che fece il suo debutto alla Boucle nel 1952, anno della vittoria in solitaria di Fausto Coppi, poi in giallo fino a Parigi.

LA SITUAZIONE Per quanto riguarda la classifica generale, Remco Evenepoel si trova ora a 7’11” da Pogacar, ma ha fatto un passo forse decisivo per il secondo posto alle spalle di Tadej Pogacar. L’olimpionico belga ha pagato oggi altri 2’29” da Pogacar, un abisso, e ha preceduto di 12 secondi Isaac Del Toro, ora terzo a 9’42” dal compagno di squadra. Il messicano, invece, ha distanziato Paul Seixas di quattro secondi e ora ha 24” di vantaggio sul francesino. È stata una tappa esplosiva, partita da Gap, località già famosa per il Mondiale del 1972 vinto da Marino Basso davanti a Franco Bitossi. Una tappa compatta di 127,9 chilometri con 3.500 metri di dislivello e che ha visto i corridori affrontare inizialmente il Col Bayard (4,7 km al 7,2%) e il Col du Noyer (7,2 km all’8,5%), per poi attraversare il Col d’Ornon (5,4 km al 6,4%) a meno di 30 km dal traguardo. Fino all’ultima asperità, l’Alpe D’Huez (13,8 km al 8,1%) davanti a un mare di gente.
ALTRA MAXI FUGA La tappa di oggi è stata caratterizzata da una fuga di una quarantina di corridori. Tra gli uomini al comando, c’erano soprattutto Lenny Martinez, settimo nella generale, poi Richard Carapaz, decimo, Yannis Voisard, undicesimo, oltre ai vari Adam Yates, Sepp Kuss e Davide Piganzoli. Il vantaggio dei corridori in fuga sul gruppo maglia gialla ha superato i 4 minuti. Troppo poco per sperare di poter impedire a Pogacar di lottare per la vittoria di tappa. Un Pogacar che ha infatti gestito la frazione senza troppi patemi. Questo, nonostante il ritiro del giorno prima di Brandon McNulty. Senza dimenticare che diversi corridori dell’UAE Team Emirates hanno dovuto fare i conti problemi di salute, tra cui lo scalatore Adam Yates e Tim Wellens. Si è staccato ben presto, invece, Juan Ayuso: lo spagnolo della Lidl-Trek è stato tra i primi big della classifica a perdere le ruote del gruppo principale. Pochi istanti dopo, è partito Pogacar, che ha alzato il ritmo a circa 13 km dal traguardo con una progressione letale, tanto è vero che nessuno dei big è riuscito a restargli incollato.
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LA TAPPA Del 25 Luglio. La ventesima frazione del Tour, con partenza da Bourg d’Oisans e arrivo all’Alpe d’Huez, sarà l’ultima del trittico sulle Alpi prima del grande finale a Parigi. “Non abbiamo mai avuto una tappa così dura nella storia del Tour alla vigilia dell’arrivo finale sugli Champs-Élysées”, ha avvertito Christian Prudhomme, direttore del Tour. Sarà una tappa titanica che comprende quattro salite leggendarie: una di prima categoria, il Télégraphe (11,9 km al 7,1%), e tre fuori categoria, la Croix de Fer (24 km al 5,2%), il Galibier (17,7 km al 6,9%) e la salita finale all’Alpe d’Huez attraverso il Col de Sarenne (12,8 km al 7,3%), dove la presenza di spettatori sarà in gran parte vietata, per un totale di 5.450 metri di dislivello. Il Col de Sarenne è una novità per il Tour, che in precedenza aveva utilizzato un versante inedito, ma solo in discesa nel 2013. È stato invece scalato nel Giro del Delfinato del 2017, dove il britannico Peter Kennaugh si è aggiudicato il successo di tappa.

Gazzetta

L’Ue contesta a TikTok la sicurezza degli account dei minori

Un ragazzo con in mano uno smartphone e sul display il logo TikTok © ANSA/AFP

Cartellino giallo della Commissione europea sul sistema messo in piedi da TikTok per tutelare gli account di minori sulla piattaforma.

Per Bruxelles, la popolare app di condivisione video non avrebbe garantito un livello adeguato di privacy, sicurezza e protezione dei dati richiesto dalla legge sui servizi digitali (Dsa) alle piattaforme accessibili ai giovani. Con il risultato di esporre i minori a rischi come il cyberbullismo, l’adescamento online e altri comportamenti predatori. Il cuore dell’indagine, avviata il 19 febbraio 2024, riguarda il modo in cui la società di ByteDance ha progettato gli account degli adolescenti.

Oggi gli utenti tra i 13 e i 15 anni hanno il profilo privato per impostazione predefinita, mentre ai ragazzi tra i 16 e i 17 anni viene lasciata la possibilità di scegliere se rendere pubblico o privato il proprio account. Una protezione che, secondo palazzo Berlaymont, può essere disattivata con estrema facilità. Se il minore sceglie un account pubblico, i suoi contenuti possono essere visualizzati anche da utenti esterni e raccomandati attraverso il feed “Per Te”.
Una funzione che “apre a sconosciuti una finestra sulla vita di un bambino”, osserva la Commissione che avverte di “conseguenze potenzialmente permanenti”. Anche con un account privato, poi il profilo di un minore può essere individuato attraverso gli elenchi di follower e persone seguite, mentre la foto del profilo resta visibile a chiunque. Per Bruxelles, quindi il problema è nel design complessivo della piattaforma. Una tesi respinta da TikTok. La società ricorda che gli account dei più giovani dispongono di “oltre cinquanta funzioni preimpostate di privacy e sicurezza sviluppate con esperti del settore” e che i più giovani non possono utilizzare i messaggi diretti né vedere i propri contenuti inseriti nella pagina “Per Te”.

“La tutela dei minori online è un obiettivo che condividiamo”, afferma un portavoce, annunciando che la piattaforma esaminerà le conclusioni preliminari e continuerà a collaborare con Bruxelles. Se le violazioni contestate saranno confermate, la Commissione potrà imporre una sanzione fino al 6% del fatturato annuo globale della società. L’indagine si inserisce nel quadro di una più ampia strategia con cui l’Ue sta cercando di rafforzare le tutele per i minori nello spazio digitale europeo spostando il peso della responsabilità dalle famiglie alle piattaforme. Negli ultimi mesi la Commissione ha già contestato in via preliminare a TikTok il design dell’app, accusandola di utilizzare meccanismi come lo scrolling infinito, l’autoplay e le notifiche push che favorirebbero un uso compulsivo del social, soprattutto tra bambini e adolescenti. Un procedimento analogo è aperto anche nei confronti di Meta per gli effetti dei sistemi di raccomandazione di Instagram e Facebook.

Il prossimo passo arriverà dopo l’estate, quando è attesa una proposta destinata a fissare uno standard europeo per l’accesso dei minori ai social. Un cambio di paradigma sintetizzato dalla vice presidente della Commissione Henna Virkkunen nel suo commento alle conclusioni preliminari inviate oggi a TikTok. “Un elevato livello di protezione – ha detto – non dovrebbe essere un’opzione, ma la norma. Questa è la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni presenti e future di bambini europei”.

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Niente dispositivi digitali sotto i 3 anni, al Senato la prima proposta di legge

Bambini e smartphone (credit: TrackMyPhone) - RIPRODUZIONE RISERVATA

Niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni di età, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.

È quanto prevede la proposta di legge presentata oggi al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società Italiana di Pediatria e a Fondazione Terre des Hommes.
Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei più piccoli, c definendola come “prassi estremamente dannosa” e da “evitare entro i primi tre anni di vita”. La legge, se approvata, porrebbe l’Italia all’avanguardia chiamando a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri. “Questo disegno di legge – dichiara la senatrice Malpezzi, prima firmataria – mette al centro la tutela dei più piccoli attraverso un potenziamento dell’informazione e della formazione, per creare consapevolezza soprattutto nei genitori, sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali”.
La proposta trasforma le evidenze scientifiche in un intervento strutturato di prevenzione. “Nei primi anni di vita – spiega Rino Agostiniani, presidente della Sip – il cervello attraversa una fase di straordinario sviluppo e ha bisogno soprattutto di esperienze reali: relazione, contatto, movimento, gioco, ascolto e interazione con l’adulto. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di evitare che venga introdotta troppo presto e che sottragga spazio a esperienze fondamentali”.
“Da tempo sentivamo il bisogno di poter incidere in modo più efficace nella tutela dei bambine e bambini esposti ai dispositivi digitali in così tenera età, per via di scelte educative spesso dovute alla mancanza di conoscenza dei danni che ne derivano”, afferma Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Progetti Italia di Fondazione Terre des Hommes Italia.

‘Più tempo sui device più aumentano rischi di disturbi del linguaggio’
“L’uso precoce dei device nei bimbi mette in atto meccanismi che attivano parti del cervello meno utili per la crescita futura, con conseguenze anche sull’apprendimento e sul linguaggio. Ad esempio, ci sono lavori scientifici che indicano come un incremento del tempo trascorso davanti ai device di 30 minuti ogni giorno raddoppi il rischio di avere un ritardo del linguaggio a due anni”. Lo spiega il presidente della Società italiana di pediatria, Rino Agostiniani, a margine della conferenza stampa di presentazione del Ddl per lo stop all’utilizzo dei device sotto i 3 anni.
Nei primi periodi della vita, infatti, “il cervello è un organo in forte crescita e, in funzione degli stimoli che riceve, si modifica. Una crescita armonica prevede la relazione, il rapporto con l’adulto, lo scambiarsi degli sguardi, l’ascoltare le parole degli adulti”.
Per quanto riguarda invece il divieto dell’uso dei social ai ragazzi sotto i 15 anni, Agostiniani spiega: “Nell’età preadolescenziale e adolescenziale i problemi sono rilevanti, anche senza arrivare a veri fenomeni di dipendenza, che purtroppo sono sempre più diffusi. L’utilizzo troppo prolungato e una presenza eccessiva sui social rende i ragazzi meno capaci nei loro percorsi di crescita e scolastici e provoca disturbi del sonno. D’altra parte – conclude – bisogna comprendere che l’adolescenza è un’età in cui si forma la visione di sé e l’autostima. Se tutto questo si associa a una mancanza di rapporto con i coetanei nel mondo reale, ma si vive solo una realtà virtuale, avremo degli adolescenti sempre più fragili e meno capaci di affrontare tutte quelle difficoltà che il mondo reale presenterà nel loro percorso di vita”.
Malpezzi (Pd): “Aiutiamo le famiglie. Supportato da tutte le forze politiche speriamo in iter rapido”
“Vogliamo dare una mano alle famiglie che non sanno spesso il male che gli schermi fanno ai bambini, quindi in maniera molto chiara con questo ddl diciamo che dagli 0 ai 36 mesi non ci deve essere esposizione ai dispositivi digitali e spieghiamo perché attraverso l’aiuto dei pediatri che affronteranno il tema con le famiglie durante i controlli di crescita”. Quanto ai tempi di approvazione “potremmo andare molto spediti per essere pronti con la legge di bilancio a mettere un finanziamento per l’aiuto alle campagne informative”. Lo ha detto la senatrice Simona Malpezzi (Pd) a margine della conferenza stampa di presentazione del disegno di legge che si propone di vietare l’utilizzo di device sotto i 3 anni presentato durante una conferenza stampa in Senato.
“Sappiamo – prosegue la senatrice – che l’iter delle leggi in genere è lungo. Qui il vantaggio è che è una legge firmata da tutte le forze politiche. Il testo è stato licenziato, quindi si potrà calendarizzare e assegnare a una commissione speriamo nel più breve tempo possibile. Essendoci compartecipazione di pediatri, infermieri e ostetriche nella stesura, non ci sarà bisogno neanche delle audizioni”.
“Questo ddl, conclude Malpezzi, “va di pari passo con l’altro disegno di legge sul divieto dei social sotto i 15 anni perché l’emergenza c’è, abbiamo bisogno di dire stop ora agli adolescenti ma nello stesso tempo anche di iniziare l’accompagnamento a un uso più critico sin da piccolissimi”.

Ronzulli (FI): “Questa battaglia la si porti avanti tutti insieme”
“L’unità di intenti caratterizza questa proposta di legge: quando ci sono i bambini di mezzo non bisognerebbe mai fare questioni di colore politico. È importante che questa battaglia la si porti avanti tutti insieme, perché sappiamo che quando la squadra è unita si accorciano i tempi tecnici dell’iter legislativo di una proposta di legge. Dobbiamo proteggere i nostri bambini. Per questo abbiamo il grande dovere e la responsabilità di riuscire, in questa legislatura, a portare a casa questa legge”.
Così la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli (FI), già presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza nella precedente legislatura, a margine della conferenza stampa di presentazione del ddl per vietare i device digitali sotto i tre anni, promossa dalla senatrice Malpezzi (Pd) e sottoscritta da parlamentari di tutte le forze politiche da FdI a Avs.

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Calendario Pirelli 2027, viaggio in India tra moda e realtà

Backstage Calendario Pirelli 2027 firmato Sølve Sundsbø e Raghu Rai con Avani Rai foto di A. Scotti

Il Calendario Pirelli 2027 va in India in una edizione delle prime volte: la prima volta in India, la prima volta che un fotografo torna per due anni di seguito dietro all’obiettivo (il norvegese S›lve Sundsb›), la prima volta con gli scatti di due artisti, con lui, Avani Rai, figlia di Raghu Rai, maestro indiano del fotogiornalismo.

Così per la prima volta alle immagini fashion, posate all’approccio estetico legato alla moda di Sundsb›, si affiancano a quelle del reportage: gli scatti 2027 sono stati realizzati a maggio nel Rajasthan e a New Delhi verranno presentati ad ottobre nell’evento The Cal. In questa duplice prospettiva trova spazio la visione dell’India coltivata da Raghu Rai nel corso di una vita – qui declinata in una rappresentazione più contemporanea del suo popolo e della sua diversità – con le immagini della figlia Avani Rai.

“Il progetto che mio padre aveva ideato per Pirelli era un omaggio all’India: univa la sua visione di una vita a una rappresentazione più contemporanea del popolo e della diversità del Paese, aspetti che lo hanno sempre profondamente affascinato. L’idea che quel progetto potesse restare incompiuto era per me insopportabile. Realizzarlo ha per me un significato profondamente personale: è come entrare nel suo sguardo e nel modo in cui lui vedeva l’India attraverso l’obiettivo. La fotografia è stata il dono che mi ha lasciato – non solo come mestiere, ma come modo di vedere il mondo – e in essa abbiamo trovato un legame silenzioso e profondo. Portare avanti questo lavoro è un modo per restargli vicina, per mantenere viva in me una parte di lui”, ha dichiarato Avani Rai.
“È un grande onore essere invitato nuovamente a contribuire al Calendario Pirelli. Sono lieto di farlo al fianco di Avani Rai e di rendere omaggio all’eredità di suo padre. È un’opportunità straordinaria per esplorare l’India. Entrambi ci impegneremo al massimo per celebrare il Paese e la memoria di Raghu Rai attraverso questa collaborazione”, ha affermato S›lve Sundsb›.

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L’Europa del Triassico era un inferno, con incendi durati migliaia di anni

Rappresentazione artistica dei devastanti incendi che distruggevano i boschi nel Triassico (fonte: Mark Garlick) - RIPRODUZIONE RISERVATA

Per migliaia di anni l’Europa è stata un inferno dominato dagli incendi: ad alimentarli erano enormi praterie di felci che avevano sostituito le foreste. A ricostruire le difficili condizioni che esistevano alla fine del Triassico, 201 milioni di anni fa, è lo studio coordinato da Bas van de Schootbrugge, dell’Università di Utrecht nei Paesi Bassi, e pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

La fine del Triassico ha coinciso con una delle grandi estinzioni di massa, che portò alla scomparsa di molte specie, come gli anfibi giganti, e aprì al dominio dei dinosauri.

Alla base di queste trasformazioni vi fu quasi certamente l’intensa attività vulcanica globale dovuta alla frammentazione del supercontinente Pangea che portò all’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di CO2 che provocò un riscaldamento globale compreso tra i 5 e 10 gradi.

Quei cambiamenti hanno portato alla trasformazione degli ecosistemi portando al quasi completo collasso di molte piante, soprattutto gli alberi e aprirono la strada alla diffusione delle felci.

Analizzando ora una serie di quattro carotaggi del terreno risalenti a quell’epoca i ricercatori hanno trovato traccia di eventi drammatici che interessarono un’area che costituisce ora buona parte dell’Europa. In tutti i campioni i ricercatori hanno individuato una fascia di terreno con importanti quantità di molecole dette idrocarburi policiclici aromatici che si formano durante gli incendi boschivi. Strati che secondo gli autori indicherebbero enormi incendi diffusi sul territorio e avvenuti in maniera ciclica e continuativa per un lungo periodo, tra i 40mila e i 300mila anni. Secondo questi dati l’Europa fu dunque una sorta di inferno di fiamme per lunghissimo periodo e a guidare questi incendi erano appunto le enormi distese di felci che una volta secche bruciano facilmente mentre le loro profonde radici rimangono protette nel terreno.

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Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Il Messaggero

Dare un nome al caldo estremo per imparare a difendersi. È questa l’idea alla base del nuovo termine coniato in Giappone, dove il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il meteo, ma anche il linguaggio. Perché quando la realtà cambia, spesso sono le parole a dover cambiare per prime.

Il linguaggio è il più antico strumento con cui l’uomo interpreta e descrive il mondo. Le parole non servono soltanto a comunicare: classificano, delimitano, attribuiscono significato ai fenomeni e, soprattutto, permettono di riconoscerli. Quando un fenomeno diventa nuovo o assume caratteristiche mai sperimentate prima, il vocabolario esistente rischia di non essere più sufficiente.

È quanto sta accadendo con il caldo estremo. Le ondate di calore, sempre più frequenti, più lunghe e più intense, stanno superando i riferimenti su cui si erano costruite le categorie meteorologiche del passato. Temperature che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi si ripetono con una frequenza crescente, rendendo evidente che non si tratta più di semplici “giornate molto calde”, ma di eventi climatici con conseguenze sanitarie e sociali.

Per questo le autorità meteorologiche e sanitarie giapponesi hanno deciso di introdurre un neologismo: kokushobi, letteralmente “giornata di caldo crudele”. Il termine, scelto dopo una consultazione pubblica promossa dall’Agenzia meteorologica nazionale, identifica le giornate in cui la temperatura raggiunge o supera i 40 gradi Celsius. Non è un esercizio linguistico né un’operazione di marketing: è uno strumento di prevenzione.

L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile una condizione di pericolo. Dire che sono previsti quaranta gradi, infatti, non produce necessariamente la stessa reazione in tutti. C’è chi minimizza, chi pensa di essere abituato al caldo, chi ritiene che basti bere un po’ di più. Un’espressione come kokushobi, invece, contiene già un giudizio implicito sulla gravità della situazione. Comunica che non si tratta di una normale giornata estiva, ma di una condizione eccezionale che richiede comportamenti precisi: restare al chiuso nelle ore più calde, utilizzare l’aria condizionata, idratarsi e proteggere le persone più fragili.

Il termine è stato utilizzato ufficialmente per la prima volta dopo che tre città del Giappone centrale hanno raggiunto i 40 gradi. Contestualmente, le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni straordinarie, invitando la popolazione a limitare gli spostamenti e a prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e malati cronici.

La scelta giapponese mostra come il cambiamento climatico stia producendo effetti anche sul piano culturale. Per descrivere il caldo si è sempre fatto ricorso a immagini figurate: “fa un caldo infernale”, “sembra un forno”, “si scioglie l’asfalto”, “è una sauna”. Espressioni efficaci, ma che appartengono al linguaggio quotidiano e non distinguono tra un disagio estivo e un’emergenza sanitaria.

Kokushobi compie un salto ulteriore. Trasforma una sensazione in una categoria riconoscibile e condivisa. È una parola che non descrive soltanto una temperatura, ma il rischio che quella temperatura comporta. In altre parole, diventa uno strumento di protezione civile prima ancora che un termine meteorologico.

Non è la prima volta che il lessico evolve per adattarsi ai cambiamenti della realtà. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune parole come “bomba d’acqua”, “medicane”, “isola di calore urbana” o “fiume atmosferico”, nate per descrivere fenomeni sempre più ricorrenti. Kokushobi aggiunge un tassello e riconosce che il caldo estremo non è più un’eccezione, ma una nuova categoria del rischio climatico.

In fondo, le parole servono anche a questo: a rendere visibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile. E quando una società sente il bisogno di inventarne una nuova, significa che è cambiato il mondo che quella parola è chiamata a raccontare.

Grecia: la retribuzione dell’alto clero ortodosso

di: Francesco Strazzari

clero ortodossoSulla Gazzetta Ufficiale del Governo greco è stata pubblicata la disposizione legislativa che riforma il regime salariale dei più alti prelati della Chiesa di Grecia, con entrata in vigore il 1º luglio 2026. La nuova normativa riguarda esclusivamente l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, i metropoliti in carica e titolari, nonché i vescovi ausiliari e titolari, senza incidere sulla retribuzione dei semplici parroci.

Con il nuovo sistema, poiché i vescovi sono considerati dipendenti dello Stato, come parametro di riferimento per la determinazione delle loro retribuzioni viene assunto lo stipendio mensile del segretario generale di Ministero, che attualmente ammonta a 5.191 euro lordi.

Nello specifico:

(1) L’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, insieme ai metropoliti in carica e titolari, percepirà il 90% di tale importo, ossia 4.671,90 euro lordi mensili. Un aumento di quasi il 100% rispetto allo stipendio percepito finora.

(2) I vescovi titolari e ausiliari saranno retribuiti con il 70% dello stipendio dei metropoliti, portando la loro retribuzione mensile lorda a 3.270,33 euro.

La disposizione prevede, inoltre, che, oltre a tali retribuzioni, non sarà concessa alcuna indennità aggiuntiva né altra prestazione economica. A partire dal 1º luglio 2026, la corresponsione degli stipendi dei vescovi avverrà esclusivamente sulla base del nuovo quadro salariale.

La pubblicazione della disposizione ha suscitato un acceso dibattito pubblico, sia riguardo all’entità delle nuove retribuzioni sia riguardo al momento della loro applicazione.

Rispondendo alle reazioni, il portavoce del Santo Sinodo Permanente, il metropolita di Polianì e Kilkìs, sua eminenza Bartolomeo, ha diffuso un comunicato scritto nel quale parla di inesattezze, interpretazioni errate e perfino di deliberata distorsione dei dati.

Come sottolinea il comunicato, la retribuzione del clero non costituisce un trattamento privilegiato della Chiesa da parte dello Stato, ma rappresenta un risarcimento storico e permanente per il vasto patrimonio monastico sottratto ai sacri monasteri nel periodo 1833-1952, senza – come viene evidenziato – un indennizzo pieno ed equo.

Secondo il comunicato, tale patrimonio è stato utilizzato per finalità di pubblica utilità, contribuendo alla fondazione di università, ospedali e altre infrastrutture di interesse collettivo, oltre che al reinsediamento di contadini, profughi, persone prive di terre e piccoli coltivatori.

La Chiesa sostiene che il recente intervento legislativo non introduce alcun nuovo privilegio per i vescovi, ma riporta la loro retribuzione all’interno del quadro generale previsto per i più alti funzionari pubblici.

Come viene evidenziato, nell’ordinamento giuridico greco il grado di responsabilità e il ruolo istituzionale di ciascun funzionario si riflettono anche sul piano retributivo; per questo motivo gli stipendi dei vescovi sono collegati ai corrispondenti livelli salariali della pubblica amministrazione.

Nello stesso comunicato si fa riferimento ad articoli e interventi pubblici che, secondo il Santo Sinodo, si basano su calcoli errati o su una distorsione dei dati. Viene, inoltre, rivolto un appello affinché il dibattito pubblico si svolga nella verità, nella giustizia e nel rispetto reciproco, evitando esagerazioni e interpretazioni fuorvianti.

Un riferimento particolare viene fatto all’opera pastorale della Chiesa, evidenziando che il servizio quotidiano a favore delle persone bisognose costituisce parte integrante della missione dei pastori e viene svolto con discrezione, secondo l’evangelico: «Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».

Nonostante i chiarimenti forniti dalla Chiesa ortodossa, la decisione del Governo ha suscitato un intenso dibattito pubblico sia riguardo ai rapporti tra Chiesa e Stato sia riguardo alle priorità della politica economica.

Il Governo sostiene che la disposizione rappresenta una razionalizzazione del sistema salariale e un allineamento delle retribuzioni dei vescovi a quelle dei più alti funzionari statali. Tuttavia, il momento scelto per la sua applicazione è divenuto il principale motivo di critica.

Per una parte significativa dell’opinione pubblica, l’aumento è considerato socialmente inopportuno, poiché avviene in un periodo nel quale ampi strati della popolazione continuano ad affrontare un elevato costo della vita, salari modesti e un potere d’acquisto limitato.

Il consistente incremento delle retribuzioni dei vertici della gerarchia ecclesiastica ha alimentato la percezione che le scelte governative non rispondano alle esigenze sociali più urgenti.

Allo stesso tempo, le prese di posizione pubbliche di alcuni metropoliti hanno dimostrato che nemmeno all’interno della Chiesa esiste una piena unanimità. Alcuni gerarchi hanno definito la disposizione giusta e istituzionalmente corretta, sostenendo che essa corregge uno squilibrio salariale esistente da anni.

Altri, invece, hanno espresso riserve, ritenendo che, in un periodo di difficoltà economiche, l’accettazione di aumenti così consistenti non sia coerente con il messaggio di sobrietà, umiltà e solidarietà sociale che la Chiesa è chiamata a testimoniare.

È probabile che la questione rimanga al centro dell’attenzione anche nei prossimi mesi, poiché supera l’aspetto puramente economico. La nuova disposizione, infatti, riporta in primo piano il dibattito, mai sopito, sul finanziamento della Chiesa da parte dello Stato greco, sul fondamento storico della retribuzione del clero e sul grado di separazione tra Chiesa e Stato.

Si tratta di un tema che suscita accese contrapposizioni politiche e sociali, da decenni, poiché coinvolge sia questioni storiche ancora aperte sia diverse concezioni contemporanee del ruolo delle due istituzioni. Indipendentemente dalle differenti sensibilità politiche o religiose, appare evidente che decisioni di questo tipo influenzano il dibattito pubblico e alimentano una più ampia riflessione sul rapporto tra Stato e Chiesa nella Grecia contemporanea.

Va, infine, ricordato che mentre l’intero clero della Chiesa ortodossa è retribuito dallo Stato greco, i sacerdoti cattolici non ricevono alcun sostegno economico pubblico né beneficiano dell’assistenza sanitaria garantita ai loro confratelli ortodossi. Il loro sostentamento, così come la copertura previdenziale e assistenziale, ricade interamente sulla rispettiva diocesi e sul proprio vescovo.

Settimana News

Milioni di famiglie sostengono ogni giorno il peso della malattia e della non autosufficienza: chi sono, le loro storie, l’attesa per la legge, la necessità di fare comunità

Madre e figlia si stringono le mani

«Non ce la faccio più». Quante volte in questi ultimi anni abbiamo sentito frasi come questa. Appelli disperati di mogli, mariti, figli, parenti che hanno scelto – o hanno dovuto scegliere – di stare accanto a un familiare malato cronico, quasi sempre non autosufficiente, spesso con disabilità cognitive o intellettive. Una decisione dettata dall’affetto, certamente, ma anche dalla consapevolezza che troppo spesso non ci sono alternative. Come curare un proprio caro che ha bisogno di assistenza h24 quando da una parte non ci sono le risorse per l’assistenza privata e dall’altra la sanità pubblica non offre garanzie adeguate, tra Rsa costrette alla chiusura e altre strutture per non autosufficienti alle prese con carenze strutturali di spazi e di personale? È il dramma dei milioni di caregiver familiari: non sappiamo ancora con precisione quanti siano, perché manca una disciplina nazionale che li definisca e li censisca in modo organico. Sappiamo però che ogni giorno, e ogni notte, sono accanto a una persona amata che attraversa la prova della malattia, della disabilità o della non autosufficienza, vivendo anche loro una grande prova: anni di fatica silenziosa, di rinunce, di isolamento, di preoccupazioni che finiscono per logorare la salute fisica e quella psicologica.
Ha fatto scalpore nei giorni scorsi la sentenza della Corte d’Assise di Arezzo che ha assolto Giuseppina Martin, 67 anni, dall’accusa di aver ucciso la madre Mirella, 93 anni, da tempo malata di Alzheimer. Secondo i giudici la donna, dopo tanti anni di vicinanza silenziosa, ha sviluppato uno “stress da assistenza” che ha determinato, al momento del delitto, una ridotta comprensione della gravità del gesto. Quella figlia, lasciata sola a sopportare l’impegno della cura e quello, forse ancora più snervante, del carico psicologico derivante dal contatto quotidiano con una madre sempre meno presente a sé stessa, alla fine ha ceduto e ha fatto ciò che certamente, in condizioni di lucidità, non avrebbe mai fatto. Esito atroce, umanamente terribile, ma che va inquadrato nelle condizioni in cui è maturato, come hanno fatto appunto i giudici. Non un gesto da considerarsi esemplare quindi, ma un momento di confusione mentale da comprendere, come quelli che rimbalzano frequentemente dalle cronache in questo scorcio di estate torrida, quando il caldo insopportabile causa a tutti insonnia e irascibilità, figurarsi a chi, come i caregiver di lungo corso, portano tutto l’anno sulle spalle pesi terribili. Quando leggiamo che un ottantenne ha sparato alla moglie affetta da Alzheimer e poi si è tolto la vita, quando un padre uccide un figlio disabile prima di suicidarsi, siamo di fronte a persone disperate, profondamente fragili, incapaci di individuare soluzioni alternative a causa della sofferenza a lungo sopportata ma anche per l’angoscia di una solitudine considerata senza vie di uscita. Scelte estreme e drammatiche che dovrebbero interrogare chi, a livello locale e nazionale, ha la responsabilità della salute pubblica, ma anche le nostre comunità. Come mai di fronte a famiglie piegate sotto il giogo della malattia che opprime, confonde la mente e toglie il respiro, non siamo capaci di organizzare reti solidali, iniziative di sostegno concreto e di vicinanza umana? Qualche esperienza positiva c’è, per fortuna. Ma di fronte al bisogno crescente e sterminato dei caregiver familiari dovrebbe diventare la norma, non l’eccezione. Non abbiamo bisogno di slanci occasionali ma di impegni strutturali e competenti. Preghiera e fede senza carità, ci dice san Paolo, diventano solo «un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna», cioè un suono fastidioso. Pensiamoci.
Ma, allo stesso tempo, è giusto continuare a sollecitare chi ha la responsabilità delle politiche pubbliche affinché si arrivi finalmente a una disciplina organica del caregiver familiare. Intervistata da Avvenire proprio in questi giorni, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha auspicato che il disegno di legge possa ottenere il via libera della Camera entro settembre e quello definitivo del Senato all’inizio del 2027. Sarebbe il primo riconoscimento organico della figura del caregiver familiare dopo oltre quindici anni di tentativi rimasti senza esito. Il testo oggi all’esame della Commissione Affari sociali della Camera introduce una definizione nazionale del caregiver familiare, rafforza alcune tutele lavorative, previdenziali e formative e prevede un contributo economico di 1.200 euro a trimestre destinato ai caregiver conviventi che garantiscono almeno 91 ore settimanali di assistenza e rispettano determinati requisiti reddituali e patrimoniali. Per gli altri livelli di intensità assistenziale sono previste forme di riconoscimento e tutela, ma non il contributo economico diretto. Quanto alle risorse già stanziate si tratta per il 2027 di 250 milioni. Il contributo economico perciò non potrà riguardare al massimo più di 52mila caregiver in un anno: cifre che farebbero apparire le misure attualmente in discussione come estremamente insufficienti. In totale i caregiver variamente intesi in Italia sono oltre 7 milioni (alcuni però solo per due ore a settimana), mentre 2,3 milioni offrono assistenza a non autosufficienti per oltre 10 ore alla settimana, secondo i dati Istat. Ma individuare la platea spetterà all’Inps che dovrà in questi mesi predisporre una piattaforma ad hoc.

La vita amara delle famiglie sempre più sole. Ma un tempo com’era?

Come mai, verrebbe da chiedersi, oggi si parla così spesso – e comunque meno di quanto sarebbe necessario – del problema dei caregiver familiari? Un tempo non esistevano malati cronici che avevano bisogno di assistenza? Non c’erano figli, figlie, coniugi o altri parenti che si prendevano cura di una persona malata? Naturalmente sì. Sarebbe però un errore pensare che sia cambiata soltanto la famiglia. Sono cambiate, insieme, la società, la demografia e la medicina. Da una parte la popolazione è progressivamente invecchiata, con un numero sempre maggiore di persone che convivono per molti anni con patologie croniche o neurodegenerative. Dall’altra, i progressi della ricerca e delle cure hanno permesso a milioni di persone di sopravvivere a ictus, tumori, traumi e malattie neurologiche che un tempo sarebbero state rapidamente fatali. E, grazie a Dio, anche tanti bambini affetti da gravissime patologie congenite o da disabilità oggi possono vivere molto più a lungo, raggiungere l’età adulta e costruire relazioni, esperienze e progetti di vita che fino a pochi decenni fa sarebbero stati impensabili. È uno dei più grandi successi della medicina contemporanea. Questo straordinario progresso, però, ha avuto come naturale conseguenza l’aumento del bisogno di assistenza di lungo periodo. Sempre più persone vivono a lungo con condizioni di non autosufficienza e, di conseguenza, cresce il numero delle famiglie chiamate a farsi carico della cura.
Nello stesso tempo è profondamente cambiata anche la struttura familiare. Quando più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto, l’assistenza era spesso condivisa. Le famiglie erano più numerose, esistevano reti parentali più ampie e, nella maggior parte dei casi, c’erano sorelle, zie o altri familiari che potevano alternarsi nella cura, mentre molte donne non erano impegnate in un’attività lavorativa esterna. Nessuno, naturalmente, rimpiange quel modello sociale. Ma nelle famiglie di oggi, più piccole, più mobili e spesso composte da una sola persona che lavora, l’assistenza continuativa a un malato cronico può trasformarsi rapidamente in un’emergenza. Chi può permettersi di lasciare il lavoro per assistere un coniuge, un genitore o un figlio che ha bisogno di cure quotidiane? Quasi nessuno. Eppure, in assenza di servizi sufficienti, per molti quella diventa l’unica strada possibile. Ecco perché, negli ultimi venti o trent’anni, la figura del caregiver familiare è diventata un pilastro silenzioso del nostro sistema di welfare e, giustamente, oggetto di crescente attenzione da parte della ricerca scientifica, delle istituzioni e del mondo associativo.
La parola caregiver comincia a comparire nella letteratura medica e psicologica anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto negli studi sulla salute mentale e sull’assistenza agli anziani. Negli anni Ottanta il concetto si consolida grazie alle ricerche sulle demenze, in particolare sull’Alzheimer, che dimostrano come il benessere del familiare che assiste influenzi direttamente anche quello della persona malata. In Italia il termine entra nel linguaggio scientifico e sanitario soprattutto tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, mentre il riconoscimento istituzionale arriva molto più tardi. Solo con la legge di Bilancio 2018 compare per la prima volta nell’ordinamento italiano una definizione di caregiver familiare, anche se manca ancora una disciplina organica nazionale. Oggi appare ormai evidente che il caregiver non è semplicemente un “familiare disponibile”, ma una persona che svolge un’attività di enorme valore sociale ed economico. Per molti si tratta di un impegno destinato a durare anni, talvolta una vita intera, con conseguenze importanti sulla salute fisica e psicologica, sulla possibilità di lavorare, sulla stabilità economica e persino sulla rete delle relazioni sociali. Riconoscere questo ruolo significa prendere atto di una trasformazione profonda della nostra società e costruire politiche capaci di accompagnarla.

Ma quanti sono davvero i caregiver e cosa fanno?

Non esiste un criterio con cui calcolare il numero dei caregiver familiari visto che – come detto – manca una legge nazionale che definisca e censisca in modo completo questa figura. Quindi dobbiamo puntare sulle tante stime tracciate in questi anni. L’Istat si è detto, nell’ultima Indagine sulla conciliazione tra lavoro e cura familiare, parla di 3,5 milioni di caregiver familiari ma ammette che si tratta di un dato sottostimato per la tipologia della ricerca, parziale, che ha evidenziato soltanto il ruolo delle persone che assistono familiari disabili, malati gravi o anziani non autosufficienti. Il rapporto Cnel-Censis 2026 arriva invece a calcolare quasi 8 milioni di caregiver, mettendo insieme tutti coloro che prestano il loro lavoro di cura in modo informale nell’ambito familiare. Una stima che le associazioni ritengono più che credibile e che – se confermata – renderebbe quasi inutili le misure della legge al vaglio della Commissione Affari sociali della Camera. Al di là del dibattito politico, gli studi sulla questione caregiver hanno permesso di aver un quadro abbastanza articolato su questa funzione. Sappiamo che la maggior parte dei caregiver sono donne (circa il 70/80 per cento, secondo le diverse indagini) hanno spesso un’età compresa tra 45 e 64 anni; alcuni conciliano l’attività di cura con un lavoro retribuito, ma almeno nella metà dei casi, le persone riducono o interrompono l’attività lavorativa per assistere il familiare malato. Spesso si tratta di un’assistenza a 360 gradi, con un carico di lavoro “infermieristico” che si somma all’assistenza psicologica e finisce per pesare in modo rilevantissimo sulla stabilità emotiva.

«Noi, young carers, chiediamo di non essere lasciati soli»

Il caso di Marco è più diffuso di quanto si pensi. Negli ultimi anni sono aumentati gli studi dedicati ai young carers (giovani che assistono un familiare) e il tema ha ricevuto maggiore attenzione da parte di ricercatori e istituzioni. I dati mostrano come molti giovani caregiver familiari – le circostanze per cui devono occuparsi di nonni, genitori o fratelli malati sono le più diverse – siano costretti a sospendere o abbandonare il lavoro. Secondo un’indagine dell’associazione Caregiver Familiari Uniti (2026) emerge che, tra i giovani caregiver senza lavoro, circa il 62% ha lasciato un’occupazione per dedicarsi alla cura di un familiare. Le emergenze sanitarie più frequenti riguardano le diverse demenze senili, Sla – nelle diverse forme – e Parkinson avanzato. Oltre a tutte le malattie neurologiche degenerative. Qui prevalgono le attività di assistenza fisica e sanitaria – che aumentano con il progredire della perdita di mobilità e autonomia – ma il sostegno emotivo resta essenziale. Nelle cure oncologiche più impegnative, che rimangono la patologia più frequente per determinare la scelta dei caregivers, i due aspetti tendono a essere fortemente intrecciati e determinano spesso un bisogno continuativo di assistenza familiare. Poi c’è tutto il capitolo delle disabilità congenite o acquisite (paralisi cerebrale infantile; sindromi genetiche con grave disabilità; esiti di traumi cranici o spinali). Quando si tratta di bambini, insieme alla sofferenza straziante per le loro condizioni, c’è anche la consapevolezza che il caregiving potrà protrarsi per decenni. Ma pretendere di elencare tutte le patologie che costringono una mamma, un papà, un figlio a diventare caregiver familiare va al di là dei nostri obiettivi. Potremmo ricordare le diverse tipologie di paralisi e di ictus, le insufficienze d’organo cronache, le malattie rare, i disturbi psichiatrici gravi, le tante forme di fragilità degli anziani (perdita della mobilità; decadimento cognitivo lieve; pluripatologie; elevato rischio di cadute con una gamma di conseguenze pressoché infinita), ma si tratterebbe di un elenco del tutto parziale. Tutto questo serve però per dire che nell’universo dei caregiver, ancora largamente inesplorato, esiste una varietà estrema da cui deriva una gamma amplissima di difficoltà, con un impegno variabile anche dal punto di vista dell’assistenza. Stare accanto a un malato, pur molto grave, ma dialogante, collaborativo, vigile appare molto diverso, soprattutto per quanto riguarda l’impatto psicologico, che non assistere un anziano malato di Alzheimer oppure un familiare affetto da una patologia psichiatrica invalidante.

Ma cosa dice la legge quadro ormai in dirittura d’arrivo?

Il punto più rilevante del disegno di legge quadro, già approvato dal Consiglio dei ministri, sembra il riconoscimento giuridico della figura del caregiver familiare. Per la prima volta questo ruolo viene definito in modo organico, individuando chi può essere riconosciuto come tale (coniuge, convivente, parenti entro determinati gradi e altri familiari previsti dalla legge), distinguendolo da diversi livelli di impegno assistenziale. Importante poi, naturalmente, il capitolo dedicato al riconoscimento economico, pur con le tante perplessità già avanzate dalle associazioni. Ai caregiver che rispettano determinati requisiti, con criteri legati all’intensità dell’assistenza prestata e alla convivenza con la persona assistita, andranno cifre esigue – come detto circa 400 euro mensili – con una ulteriore selezione per quanto riguarda gli aventi diritto.
Capitolo lavoro. La legge prevede maggiori tutele per favorire la conciliazione tra lavoro e assistenza; promuovere forme di flessibilità lavorativa; valorizzare l’attività di cura nelle politiche del lavoro. Tutti principi ineccepibili che dovranno poi essere declinati in modo concreto. Anche in questo caso l’attesa dei caregivers è tanta. Il testo prevede un rafforzamento delle tutele previdenziali, tema molto richiesto dalle associazioni dei caregiver e proposte per la formazione e il supporto psicologico (percorsi di formazione per affrontare l’assistenza; sostegno psicologico; maggiore integrazione con i servizi sanitari e sociali) con l’obiettivo di ridurre il rischio di burnout e migliorare la qualità dell’assistenza. Infine, secondo quanto indicato dal cosiddetto “progetto vita”, il caregiver dovrebbe essere coinvolto maggiormente nella pianificazione dell’assistenza della persona con disabilità o non autosufficienza, riconoscendone il ruolo nel percorso di cura. Un quadro ancora lontano dalle richieste delle associazioni che più volte hanno messo in luce la necessità di ampliare la gamma degli interventi. Oggi, in attesa della legge, i caregiver possono già beneficiare di alcune tutele, che però sono legate alla persona assistita più che al caregiver stesso, come i permessi retribuiti previsti dalla Legge 104; il congedo straordinario retribuito fino a due anni per alcuni familiari; alcune misure regionali finanziate attraverso il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare.

Le reti di mutuo aiuto

Quello che non è riuscita ancora a fare la legge, l’hanno fatto in parte – più o meno ampia – e lo continuano a fare le associazioni e le reti di mutuo aiuto, sia online sia sul territorio. Sono collegamenti che permettono ai caregiver familiari di confrontarsi con persone che vivono esperienze simili. L’obiettivo non è solo offrire supporto emotivo, ma anche condividere informazioni pratiche, orientarsi tra i servizi e contrastare l’isolamento, che è uno dei problemi più frequenti dei caregiver.  Tra le esperienze più significative c’è “Carer-Associazioni caregiver familiare” che organizza webinar, incontri online, gruppi di confronto, attività formative e iniziative di advocacy per il riconoscimento dei caregiver. È anche parte della rete europea Eurocarers (71 organizzazioni di 26 Paesi). Molto attivi anche i gruppi di Auto Mutuo Aiuto (Ama), promossi dal terzo settore, che in molti territori si svolgono sia in presenza sia da remoto e consentono ai partecipanti di condividere difficoltà, strategie e risorse in un ambiente facilitato. Esistono poi tante reti territoriali sostenute da alcune amministrazioni regionali, come l’Emilia-Romagna, che mettono in collegamento associazioni, sportelli di ascolto, gruppi di sostegno psicologico e servizi informativi dedicati ai caregiver.
Anche le comunità online stanno assumendo un ruolo crescente. Esistono forum, gruppi facebook, community su WhatsApp e spazi di discussione dedicati a specifiche patologie (Alzheimer, Parkinson, Sla, malattie rare), dove i caregiver si scambiano consigli pratici e sostegno emotivo. Molte associazioni di pazienti hanno creato sezioni specifiche per i familiari assistenti. Tutte realtà molto importanti perché riducono il senso di solitudine; favoriscono lo scambio di informazioni affidabili su diritti, prestazioni e servizi; aumentano la capacità di affrontare il carico assistenziale; migliorano il benessere psicologico grazie al confronto con persone che condividono direttamente l’esperienza della cura. Insomma, si parla lo stesso linguaggio e si comprendono facilmente le esigenze dell’interlocutore. I temi sono quelli che stanno più a cuore a chi ha scelto di stare accanto a un familiare in gravissima difficoltà: come gestire i disturbi comportamentali di una persona con demenza, come affrontare il senso di colpa, come affrontare l’assistenza senza esaurirsi, come parlare in modo efficace ai medici e agli infermieri, come conciliare lavoro e cura.
Nelle nostre regioni il loro sviluppo è ancora disomogeneo: alcune regioni hanno costruito reti molto attive, mentre in altre aree l’offerta dipende soprattutto dall’iniziativa di associazioni locali e dal volontariato. In ogni caso, quella dell’associazionismo è una strada che produce conoscenze e offre vicinanza. Grazie a queste reti il mondo dei caregivers, da semplice destinatario di aiuti pubblici – laddove ci sono – sta diventando un portatore di conoscenze, una risorsa utile anche per l’organizzazione dei servizi sociali e sanitari. In questo impegno, che rappresenta una vera e propria svolta culturale, dovranno essere sempre più presenti anche comunità, parrocchie, centri di ascolto, associazioni di ispirazione cristiana nella consapevolezza che la cura nelle sue diverse forme, compresa evidentemente quella prestata dai caregivers, non è solo un principio largamente affermato dalla dottrina sociale della Chiesa, ma può rappresentare un’occasione propizia per avviare percorsi di spiritualità capaci di alimentare, sostenere e vivere concretamente valori come la responsabilità condivisa, l’amicizia, la vicinanza solidale, la partecipazione, il sacrificio, la buona relazione, la fraternità. È una nuova, drammatica e urgente sfida dell’evangelizzazione.

Per saperne di più

Il manuale dei caregiver familiari. Aiutare chi aiuta, a cura di Franco Pasaresi (Maggioli editore 2021), pagg.308 con testi di Marco Trabucchi, Antonio Guaita, Marina Simoncelli, Giorgia Di Cristofaro, Alessandra Torreggiani
Alzheimer, badanti, caregiver e altre creature leggendarie (Il Pensiero scientifico Editore, 2019) di Eleonora Belloni
Guida pratica al prendersi cura. Una guida concreta all’assistenza quotidiana (Maggioli editore 2024) di Paola Benetti
Dal caregiver al caregiving. Una rete di sostegno alle persone con fragilità, Università Cattolica del Sacro Cuore – Centro di Ricerca sul Caregiving, 2026.
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Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Oggi e domani a Santa Maria di Leuca la terza edizione del Piccolo festival di filosofia rifletterà sulla libertà a partire dai verso dantesco “Libertà va cercando, ch’è sì cara”. Nelle due serate, presso il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, dialogheranno Costantino Esposito, curatore del festival, Alessandra Gerolin, Carlo Altini, Wael Farouq (rettore dell’Arabic Cultural Institute e professore di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano, che qui anticipa i contenuti del suo intervento), Riccardo Manzotti, Alessio Musio, Pia Valenzuela e il rettore del santuario, don Stefano Ancora; intervento conclusivo del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli.
Nel pensiero islamico, la libertà s’incarna in un cammino verso la verità. Non è una meta da raggiungere, ma una via da percorrere. Questa affermazione può suonare strana nel contesto occidentale, abituato a tradurre la parola islam con “sottomissione”, che è tutto il contrario della libertà.
C’è anche un’altra parola che, più di ogni altra, ha contribuito a costruire nell’immaginario occidentale un’immagine oppressiva dell’islam. Questa parola è sharia. Tradotta quasi sempre come “legge islamica”, evoca nella mente di molti immagini di rigidità, punizioni medievali, negazione dei diritti individuali. Indubbiamente, queste traduzioni sono usate spesso anche nel mondo islamico, nell’ambito di una visione ideologica della religione. Tuttavia, tradiscono profondamente il senso originario di queste due parole e con esso una visione del mondo radicalmente diversa da quella che si può immaginare.
In arabo, sharia significa “strada nel deserto che conduce all’acqua”. Non una norma scritta, né un codice penale, ma una via aperta dal cammino di chi l’ha percorsa prima di noi in cerca di vita, perché nel deserto l’acqua è vita e chi non la trova muore. È una strada che non preesiste ai passi di chi la percorre: si forma camminando, si disegna nella sabbia con la propria scelta, il proprio corpo, la propria libertà. Una metafora potente che suggerisce qualcosa di vivo, dinamico, comunitario, l’esatto opposto di una norma imposta dall’alto.
Molto significativamente, nel Corano la parola sharia appare solo cinque volte. In tutti questi casi – i commentatori concordano – non assume mai il significato di “legge”, bensì quello di “strada, via, cammino”. Come nel versetto: «E ti ponemmo su una via [sharia]: seguila dunque» (Co 45:18). Anche i versetti che riguardano le relazioni sociali e le transazioni economiche – quelli ai quali viene talvolta ridotta la sharia nella sua interpretazione più ristretta – sono soltanto 80 su oltre 6.000 versetti totali. Una percentuale minuscola rispetto all’immenso oceano di significati del Libro Sacro.
La sharia, nella sua accezione più profonda, è dunque uno spazio d’incontro tra volontà divina e libertà umana. Nella sua dimensione più universale è, addirittura, la legge della Creazione nel suo insieme, comprendente tutte le cose esistenti, ma anche la loro interconnessione: le leggi della fisica, della chimica, della biologia che governano tutto ciò che esiste. In questo senso sì, tutto l’universo è “sottomesso” (o musulmano), perché tutto obbedisce alle leggi di natura che fungono da limiti invalicabili. La sottomissione non è altro che il riconoscimento dei propri limiti.
L’essere umano, però, occupa un posto unico, perché in certi ambiti ha la facoltà di scegliere. Questa libertà non è un’eccezione alla sharia, ne è il punto di partenza e il senso più profondo. Qui entra in gioco un’altra parola gravata da pregiudizi: la fatwa. Nell’immaginario occidentale è diventata quasi sinonimo di condanna, ma nella tradizione islamica, una fatwa è qualcosa di molto più quotidiano e meno drammatico: un parere giuridico-religioso, la risposta di un esperto (il mufti) alla domanda di un credente o di una credente su una situazione concreta della sua vita. È fondamentale sottolineare che non esiste fatwa senza una domanda libera. Non è un editto calato dall’alto, ma un dialogo: qualcuno pone una questione, qualcun altro risponde, e chi ha chiesto è libero di seguire o meno quella risposta. Il principio base della tradizione islamica su cui si fonda anche la fatwa recita: istafti qalbak, “consulta il tuo cuore”, poiché è nel cuore che risiede la forma più profonda di intelligenza.
La coscienza individuale non è silenziata dalla religione; ne è, al contrario, la bussola fondamentale. La fatwa – o più precisamente la domanda che sta alla base di una fatwa – è la materializzazione della libertà di coscienza. È nata come meccanismo di produzione della sharia, per assicurarne la connessione alla realtà delle persone, rispondendo alle loro necessità reali. La domanda è la porta attraverso la quale si produce e si riformula la sharia, conformemente alle condizioni di una realtà sempre nuova. La sharia si fonda sull’unione di legge e realtà, non esiste senza il libero domandare. La libertà, nel pensiero islamico, è la ricerca della verità attraverso la domanda e la fatwa è uno strumento di questa ricerca.
La fatwa ha subito varie evoluzioni nella storia islamica e, in certi ambiti e in certi periodi, è stata colpita da una rigidità che ha ridotto la vastità del significato della sharia. Oggi, nell’epoca digitale, sta vivendo un’altra trasformazione radicale, portata da internet. Ogni giorno un fiume impetuoso di fatwa scorre sul web, richieste soprattutto da giovani musulmani della Gen Z, che vivono in contesti sempre più complessi e plurali. La rivoluzione non sta nella quantità, ma nella qualità del fenomeno. Per secoli, i libri di fatwa hanno portato in primo piano il nome del mufti; chi faceva la domanda era quasi del tutto cancellato, ridotto a un anonimo titolo introduttivo. Oggi avviene il contrario: il nome del mufti spesso non compare nemmeno, mentre la domanda del credente occupa talvolta più spazio della risposta. I giovani scrivono della loro età, della loro professione, della loro famiglia, delle loro relazioni più intime, delle loro paure, dei loro sentimenti. Usano la prima persona singolare – “io” – in un discorso che tradizionalmente era dominato dalla terza persona, generica e impersonale. Il mustafti, il richiedente, si è conquistato uno spazio centrale nel discorso della fatwa, forzandola a passare al “tu”.
Paradossalmente, la virtualità dell’ambiente digitale ha reso le domande più concrete, più umane. Alcuni dichiarano addirittura di non cercare una risposta: vogliono soltanto essere ascoltati. La fatwa online diventa allora uno spazio di ascolto in cui il credente può raccontarsi senza essere giudicato. Il “sé” che traspare da queste domande appare in crisi, frammentato e impotente, indeciso e alla ricerca di legittimazione, ma è la stessa crisi generale che attraversa il sé contemporaneo, in quella che il filosofo Miguel Benasayag ha chiamato “l’epoca dell’intranquillità”. La fatwa è lo strumento che i giovani musulmani molto religiosi utilizzano per affrontare questa crisi, ed è ancora uno spazio di ricerca della verità, nella libertà.
Oggi, però, si affaccia un altro attore sulla scena: l’intelligenza artificiale. Come per i mufti online, c’è la tentazione di delegarle la scelta e affidare a un algoritmo il peso della responsabilità, sulla base di una sua presunta oggettività. Il pensiero islamico, tuttavia, è netto: l’essere umano non è mai sollevato dalla propria responsabilità individuale, nemmeno quando usa strumenti potentissimi. Nel caso della fatwa, la responsabilità della scelta cade sempre sulla persona, chiamata ad accettare o rifiutare il parere del mufti, o a chiederne un altro. Il pericolo, rispetto all’IA o a qualsiasi mufti, è piuttosto la perdita del desiderio di esercitare responsabilmente la nostra libertà nella ricerca della verità.
C’è un’altra parola araba che forse può venire in nostro soccorso, aiutandoci a non perdere questo desiderio, che è parte integrante della nostra umanità, ed è sadàqa, “amicizia”. Essa proviene dal verbo sadaqa che significa “corrispondere a verità”. Dallo stesso verbo discende anche al-sidq, “il vero”, mentre “stringere amicizia” in arabo si esprime con il verbo sàdaqa, che significa “condividere il vero e la verità”. L’amicizia, dunque, è la compagnia lungo il cammino verso la verità.
La verità è una, ma le strade che vi conducono sono infinite e si disegnano con i passi di chi le percorre liberamente e responsabilmente. Nell’epoca digitale, questa scelta libera di condividere il vero con qualcuno è l’ultimo rifugio di ciò che possiamo ancora chiamare, nonostante tutto, civiltà umana.

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