[INVITO] Stasera ore 21:00 – Un’unica Fiamma, una sola Speranza

Preghiera21aprile

La Redazione invita tutti i lettori, gli amici e i sacerdoti in ascolto a unirsi, ovunque vi troviate, in un Momento di Preghiera e Memoria.

Alle ore 21:00, accenderemo idealmente una luce per tre intenzioni che oggi battono all’unisono nel cuore del Giorno 25:

  1. In memoria di Papa Francesco: Nel giorno dell’anniversario della sua salita al Cielo, preghiamo perché il suo sogno di una Chiesa “ospedale da campo” e libera dal clericalismo diventi realtà attraverso la nostra Supplica.

  2. Per il Natale di Roma: Perché la Città Eterna sia sempre faro di civiltà e accoglienza, e perché il Dicastero che vi ha sede trovi il coraggio della fratellanza promossa da Papa Leone XIV.

  3. Per la salute di Don Giuseppe: Sosteniamo con la nostra energia spirituale il suo corpo stanco ma indomito. Che la sua “corsa” di Forrest Gump trovi ristoro e che la sua visione di Truman Show continui a illuminare il nostro cammino.

Come partecipare: Alle 21:00 fermati per un minuto di silenzio, recita una preghiera o accendi una candela. Se vuoi, scrivi un pensiero o un “Amen” nei commenti qui sotto.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.”

Oltre l’Orizzonte del Set

Dalla Redazione di Informazione Libera

Don Giuseppe stasera è stanco. La sua è la stanchezza di Forrest Gump dopo chilometri di strada e quella di Truman Burbank dopo la tempesta in mare.

Abbiamo vissuto per decenni in un “Truman Show” ecclesiale, dove si faceva finta che il problema dei preti sposati non esistesse, che le loro famiglie fossero invisibili, che la legge fosse più importante della vita. Oggi, al 25° giorno, abbiamo toccato la fine di quel set.

Forrest Gump corre attraverso l'America per 1170 giorni e 16 ...

Come Forrest, abbiamo attraversato l’oceano del silenzio. Non lo abbiamo fatto per “fare rumore”, ma per testimoniare che la Verità è un cammino che non si può fermare. Ora la porta è aperta. Oltre quella porta non c’è il caos, ma la libertà di servire Dio nella verità dell’amore umano.

Le scene più iconiche di The Truman Show 🌀 4K

L’Appello di Leone XIV: Se è Fratellanza, che sia per Tutti

L’agenzia ANSA riporta oggi le parole di Papa Leone XIV nel giorno dell’anniversario della morte del suo predecessore: “Raccogliamo l’eredità di Francesco promuovendo la fratellanza”.

Accogliamo queste parole con commozione e speranza. In questo 25° giorno di digiuno, la nostra Supplica al Dicastero per la Dottrina della Fede si spoglia di ogni rivendicazione per farsi puro atto di fratellanza.

Chiediamo a Papa Leone: la fratellanza di cui parla la Chiesa comprende anche quei sacerdoti che, per amore di una famiglia, sono stati allontanati dall’altare? L’eredità di Francesco, fatta di “ospedali da campo” e braccia aperte, può finalmente riabbracciare i suoi figli esiliati?

Come Forrest Gump, abbiamo corso verso questa meta. Come Truman, siamo usciti dalla finzione. Ora, davanti alla porta della Fratellanza indicata da Leone XIV, attendiamo che la Verità si faccia incontro alla Vita.

Papa Francesco © ANSA/EPA

Oggi Roma festeggia il suo Natale, la Chiesa ricorda Francesco, e noi, insieme a Papa Leone, guardiamo avanti. La fratellanza non può più attendere.

Nel nome di Papa Francesco: La Verità che non muore

Un anno senza Bergoglio, Papa Leone:

In questo 21 aprile, mentre le agenzie come Adnkronos battono i messaggi di ricordo per l’anniversario della scomparsa di Papa Francesco, il nostro 25° giorno di digiuno si tinge di una luce solenne.

Ricordare Francesco oggi significa ricordare l’uomo che ci ha insegnato che “il tempo è superiore allo spazio”. Il tempo della riforma è maturato. Non c’è modo migliore per onorare la sua memoria che trasformare le sue aperture sinodali in atti concreti di giustizia ecclesiale.

La nostra Supplica al Dicastero è l’eco del suo grido per una Chiesa che non ha paura della realtà. Come lui voleva una Chiesa “inculturata” e vicina alle periferie, noi offriamo la nostra vita di preti sposati, immersi nelle periferie esistenziali della famiglia e del lavoro, per essere operai di quella vigna che lui ha tanto amato.

Santo Padre Francesco, il tuo seme sta germogliando nel silenzio del nostro digiuno.

dalla Redazione di Informazione Libera

Trump, il Papa e la Forza della Verità

Un recente blog sull’Huffington Post riflette su come anche Donald Trump stia misurando le “divisioni” del Papa. È un’analisi che ci tocca da vicino. In un mondo che conta le divisioni come segni di debolezza, noi proponiamo la Satyagraha: la forza della verità che nasce dal basso.

Le divisioni della Chiesa non si curano con la diplomazia del potere, ma con il coraggio della riforma. Mentre i leader mondiali osservano le crepe nel Vaticano, noi da 25 giorni indichiamo una strada di guarigione: la riammissione dei sacerdoti sposati.

Una Chiesa che sa accogliere la vita non è più divisa, ma arricchita. La nostra Supplica non è un atto politico, è il contributo per rendere la Chiesa quel “ponte di bellezza” che persino chi siede alla Casa Bianca dovrebbe ammirare.

Oltre le divisioni, verso l’Universalismo del Vangelo.

Speranze.rinascitedigermogli

Suggestoni nuovi post dal blog del 21 Aprile 2026

1. Il Potere Legittimo e la Democrazia Autentica

Un post di grande spessore civile. Affrontare il tema del potere e della democrazia significa interrogarsi su come viene esercitata l’autorità anche dentro la Chiesa. Suggerisce che una “democrazia autentica” dello spirito non può prescindere dall’ascolto della base e dal riconoscimento dei diritti dei presbiteri, portando il dibattito su un piano di etica pubblica e giustizia universale.

2. Cultura a Perugia: Il Trecento esplosivo di Giotto e degli Umbri

Questa è una magnifica “interferenza culturale”. Giotto e la scuola umbra rappresentano il momento in cui l’arte ha iniziato a parlare la lingua dell’umanità, della realtà e degli affetti. Citare questa bellezza serve a ricordare che la fede è sempre incarnata nella cultura e nella storia, e che la riforma che chiediamo è un nuovo “Rinascimento” per il clero.

3. Per salvare l’Occidente serve un nuovo Universalismo

Un post dal respiro geopolitico e filosofico. Si pone l’accento sulla crisi dell’Occidente e sulla necessità di una visione che unisca invece di dividere. Il prete sposato, immerso nelle dinamiche familiari e sociali, diventa qui l’icona di questo “nuovo universalismo”: un ponte tra il sacro e il mondo che può aiutare la Chiesa a parlare di nuovo a un Occidente smarrito.

4. 21 Aprile 2026: Roma nel cuore, la Verità nel cammino

Il post celebrativo per il Natale di Roma. Collega la fondazione della città alla “fondazione” di una nuova coscienza ecclesiale. È il messaggio dell’amore per Roma (la Chiesa) che non accetta l’ingiustizia, ma cammina verso la Sede di Pietro portando il dono della Verità. La metafora delle “4 strade” verso la città eterna è qui più viva che mai.

5. 25° Giorno: La luce dell’alba sul cammino della Verità

Il diario dell’anima di questo martedì. La luce dell’alba rappresenta la speranza che non muore dopo quasi quattro settimane di testimonianza. È il post che tiene stretto il legame con i lettori più affezionati, quelli che seguono il battito del cuore (e del digiuno) di Don Giuseppe, trasformando la stanchezza fisica in vigore spirituale.

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Il potere legittimo e la democrazia autentica

di: Leone XIV

scacchi

«La democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». Diversamente «rischia di diventare una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche». È il monito contenuto nel messaggio di Leone XIV in occasione della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (14-16 aprile). Di seguito, in una traduzione dall’inglese curata dall’Osservatore Romano  il testo del Papa rivolto ai partecipanti ai lavori.

Ho appreso con piacere della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si tiene dal 14 al 16 aprile 2026, e invio i miei migliori auguri oranti a tutti i partecipanti. Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo dedicato servizio come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio allo stesso modo la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: «The Uses of Power: Legitimacy, Democracy and the Rewriting of the International Order» [Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale]. È un argomento particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per costruire la pace all’interno e fra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale.

La dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1903). Perché la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana.

Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono altresì informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un tempo in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale.

A tale riguardo, i miei predecessori hanno espresso la necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale (cf. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 58; Pacem in terris, n. 137), improntata al principio di sussidiarietà (cf. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 57). Lo sviluppo di una tale comunità globale di fratellanza richiede «la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (Francesco, Fratelli tutti, n. 154). Di fatto, è «più che mai necessario ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale» (Visita alla sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2025, n. 7).

In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis — la classica definizione agostiniana della pace — dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sulle realtà di questo mondo e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 25, a. 3, ad 3); il potere divino non domina, ma piuttosto guarisce e ristora.

È proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità aiuta a plasmare la “città terrena” nell’unità e nella pace, rendendola — seppure in modo imperfetto — un’anticipazione e una prefigurazione della «Città di Dio» (cf. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza (cf. Discorso ai leader religiosi all’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025).

Con questi sentimenti, auspico sinceramente che le vostre riflessioni in questi giorni producano spunti preziosi per chiarire gli usi legittimi del potere, i criteri della democrazia autentica e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In tal modo, il vostro lavoro contribuirà in maniera significativa alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace, una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un’autorità umilmente posta al servizio di ogni essere umano e dell’intera famiglia umana.

Possa lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità e di pace, illuminare le vostre menti e sostenere i vostri sforzi. Invoco volentieri su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio.

Dal Vaticano, 1° aprile 2026

Leone PP. XIV

in Settimana News

Cultura / A Perugia il Trecento esplosivo di Giotto e degli umbri

A Perugia il Trecento esplosivo di Giotto e degli umbri

Giotto, “Madonna con Bambino”, 1300 circa. Oxford, The Ashmolean Museum. Particolare
Nel flusso della storia ci sono punti e momenti in cui lo scorrere dei tanti nastri che, a differenti velocità, lo tessono, convergono e si addensano, come una stretta o un passo, per risfociare e tornare a diversificarsi in un paesaggio del tutto nuovo. Assisi e il cantiere della basilica, tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, sono una di queste gigantesche boe, o meglio ancora isole, capaci di ridisegnare rotte intere, da ritrovare e ripercorrere ancora e ancora. È quello che fa – magnificamente – la mostra “Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, in corso alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, costituisce il secondo, naturale capitolo di un percorso avviato due anni fa con un’altra storica esposizione dedicata al Maestro di San Francesco. È effettivamente inedita, e irripetuta, la centralità – non solo italiana ma europea – che l’Umbria vive nel periodo che va dall’esplosione del movimento francescano fino all’assestamento finale del cantiere papale. La mostra si occupa di documentare una serie di fenomeni differenti eppure impossibili da disgiungere tra loro, avvinti come sono dal campo di forze della riflessione culturale e teologica, politico e spirituale che governa e genera il complesso organismo assisiate. Troviamo dunque la congiuntura mirabile dell’incontro tra Giotto e Francesco, che non solo consegna ai posteri l’immaginario definitivo del santo ma segna l’inestricabilità di due rivoluzioni, mistica l’una e pittorica l’altra, che fanno della realtà degli affetti il loro fuoco e il loro crogiolo. Arnolfo (e ancora prima Nicola) nel corso del Duecento aveva segnato attraverso la scultura una nuova via che restituisse realtà ai corpi. Giotto, con la sua équipe, non si limita a ritradurla, virtuosisticamente, nelle due dimensioni ma la piega per dare forma monumentale e sapienza retorica alla verità del sentire umano. C’è poi, a dimostrazione del talento dell’ordine minorita nel reclutare i migliori tra i giovani talenti, l’arrivo dei senesi Simone Martini e Pietro Lorenzetti nel cantiere della basilica inferiore, lasciato bruscamente da Giotto per Roma, dove completano la cappella di San Martino e il transetto sinistro. I loro affreschi gareggiano con Giotto nel prenderne le distanze e nell’inseguirlo, portando sotto le basse volte della basilica un vento diverso dal rigore del fiorentino e una differente interpretazione del naturalismo, più scrupolosa, per quanto preziosa, per Pietro, per Simone più aperta alle arie gotiche d’Oltralpe – e a ben vedere in linea con l’internazionalità all’origine del progetto. E c’è infine il fallout del giottismo tra i pittori umbri, masticato digerito e assimilato in un linguaggio che Roberto Longhi voleva, e non a torto, caratterialmente passionale. Ed è questa la sezione della mostra che merita particolare attenzione, in quanto non si tratta semplicemente di opere di contorno a contraltare dei capolavori dei maestri, ma raccoglie l’esito di decenni di studi che hanno ricomposto l’immagine, come scrive Veruska Picchiarelli in catalogo, «di un microcosmo brulicante e pieno di fascino». Sono il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro di Cesi, il Maestro del Farneto, Marino di Elemosina, il Maestro di Figline (di cui viene ricomposto un fondamentale polittico), Palmerino di Guido (già noto come Maestro Espressionista di Santa Chiara), che fu sodale e stretto collaboratore di Giotto sui ponteggi della basilica inferiore, e Puccio Capanna, artista assisiate riconosciuto qui come uno dei vertici del Trecento, che addolcisce il giottismo tardo in una pittura placidamente luminosa e a cui, significativamente, viene attribuito l’onore dell’immagine guida della mostra. Ma poco importa se molti di questi artisti non hanno un nome o se nelle loro tavole può aleggia re una naïveté che interpreta, mescola, fraintende, compendia il modello come può. Non si tratta di stilare graduatorie, quanto piuttosto di riconoscere la vitalità e la freschezza degli esiti di una civiltà pittorica che restituisce per intero la misura dello shock giottesco, a cui reagisce scardinando il rigore spaziale dell’originale con «una passionalita visionaria – scrive Zappasodi – capace di tenerezze sublimi e violenze ribollenti».
In questo senso la mostra spicca per essere esemplare sotto il profilo scientifico e divulgativo. Il primo aspetto è reso evidente dai prestiti straordinari a riconoscimento della bontà del progetto e da un catalogo (Silvana Editoriale, 496 pagine, euro 45) con saggi che ambiscono a costituire un punto di riferimento sulle questioni trattate (a Zappasodi e Picchiarelli si affiancano i contributi tra gli altri di Laura Cavazzini, Andrea De Marchi, Alessandro Bagnoli). Il secondo è la sua traduzione in un percorso che ha il volano nella Madonna di San Giorgio alla Costa e nel Polittico della Badia Fiorentina di Giotto, e che si articola poi dai riflessi giotteschi nella pittura umbra alla svolta gotica con i senesi (aperta però da Giotto con la stupenda, minuta Madonna col Bambino dell’Ashmolean Museum di Oxford) e in rapporto alla geografia della valle del Tevere, per approdare infine alla chiesa inferiore (in mostra anche il solo frammento esistente della decorazione dell’abside di Giotto e una vetrata di Pietro Lorenzetti), alla maturità di Guido di Palmerino e a Puccio Capanna. Da segnalare, finalmente, la sala immersiva, costruita in modo didatticamente persuasivo e non semplicemente una trappola per la distrazione di massa. L’ambiente è il dispositivo che porta nel museo l’intrasportabile, ossia il complesso organismo assisiate, che viene ricostruito in termini crono e topologici, restituendo il percorso iconografico, dal valore mistico e simbolico, che guidava i pellegrini verso e attorno la tomba del santo.
Una nota a margine. Nel testo in cui il direttore della Gnu Costantino D’Orazio mette a confronto, anche con stimolanti riflessioni critiche, il centenario francescano del 1926 con quello attuale, non figura mai la parola “fascismo” o “fascista”: troviamo al più «retorica dell’italianità», «un’idea di genio nazionale» o un generico «nazionalismo dell’epoca». Da uno storico, spiace.
Avvenire

«Per salvare l’Occidente serve un nuovo universalismo»

Omri Boehm: «Per salvare l'Occidente serve un nuovo universalismo»

Il filosofo israelo-americano Omri Boehm / WikiCommons
Cosa significa, oggi, difendere l’idea di un’umanità condivisa in un mondo sempre più frammentato? L’universalismo è ancora un ideale praticabile, o è destinato a soccombere sotto il peso delle identità e delle appartenenze? E infine, come si fa a restare umani in un’epoca dominata dai conflitti identitari e dalla polarizzazione politica? Sono le domande da cui prende avvio il filosofo israelo-americano Omri Boehm, nipote di sopravvissuti alla Shoah, in Universalismo Radicale. Oltre l’identità (traduzione di Claudia Tatasciore, Marietti1820, pagine 160, euro 16,00), un saggio che propone una difesa rigorosa dell’idea illuminista di umanità contro quella che l’autore considera una deriva teorica e politica diffusa tanto a destra quanto a sinistra.
Bohem insegna alla New School di New York e da anni lavora su un tema più che mai attuale: come immaginare una convivenza tra israeliani e palestinesi oltre l’identità, oltre le appartenenze che diventano muri, oltre le narrazioni che paralizzano ogni possibilità politica. Il punto di partenza del suo libro è la constatazione che la democrazia liberale occidentale attraversa una crisi profonda. Boehm osserva come negli ultimi decenni il progetto universalista dell’Illuminismo sia stato progressivamente messo in discussione sia dalle critiche postmoderne sia dalle politiche identitarie. Propone quindi di recuperare ciò che definisce un “universalismo radicale”, capace di opporsi sia al nazionalismo identitario sia al relativismo culturale.
Nel suo libro lei sostiene un quadro etico universalista che va oltre i confini nazionali o religiosi. Come vede questa prospettiva applicata alle attuali tensioni politiche e sociali in Israele, in particolare riguardo ai dibattiti sulla democrazia, i diritti delle minoranze e il ruolo dello stato nella definizione dell’identità ebraica?
«Bisogna partire da una premessa semplice ma impegnativa: uno Stato che rivendica legittimità democratica non può arrogarsi il diritto di esprimere la sovranità di un unico gruppo etnico. La tensione in Israele oggi non è solo politica; è concettuale, o costituzionale. Riguarda il modo in cui la sovranità democratica viene intesa come espressione dell’identità di un gruppo etnico o come incarnazione di principi universali. Pensiamo a Lincoln: la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo – la domanda è, chi sono i popoli? I cittadini? O gli ebrei? Una prospettiva universalista insiste sul fatto che, costituzionalmente, lo stato deve appartenere ai cittadini in quanto tali. La dignità umana condiziona l’identità di gruppo, piuttosto che essere l’identità di gruppo a condizionare la dignità umana. A volte si sente dire che Israele è uno stato ebraico così come l’Italia è uno stato italiano. Questo è falso: l’Italia esprime la sovranità del popolo italiano, e gli ebrei italiani sono italiani – solo i razzisti lo negano. I palestinesi in Israele, anche se sono cittadini, non fanno parte del popolo ebraico. La crisi che vediamo oggi – la riforma giuridica e le guerre etniche che vediamo a Gaza e in Cisgiordania – riflettono tale questione etnica demografica».
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la politica dell’identità è spesso al centro di grandi controversie. Lei sostiene che rischi di sostituire l’idea di umanità universale: qual è il pericolo principale di questo cambiamento? E quale potrebbe essere il modo più efficace per contrastarlo?
«Il rischio principale è che l’identità sostituisca l’universalità come l’orizzonte morale finale. Quando ciò accade, perdiamo l’idea che ci sia qualcosa che dobbiamo agli altri in quanto esseri umani, indipendentemente dalla loro appartenenza. E troppo spesso, questa o quella identità di vittime viene presentata come giustificazione per annientare l’umanità di un altro gruppo. Per contrastare tutto questo, dobbiamo ritornare ai principi che possono essere condivisi tra le identità. Non cancellando le differenze, ma insistendo sul fatto che la differenza non determina l’obbligo morale. Riconoscerlo è rivelato tutt’altro che ovvio, e farebbe la differenza».
Molti studiosi post-coloniali affermano che l’universalismo occidentale è stato storicamente uno strumento di dominio. È possibile difendere l’universalismo senza ignorare questa critica?
«No, è impossibile, poiché è una critica in molti casi giustificata. L’universalismo è stato spesso invocato in modo ipocrita per giustificare il dominio anziché l’uguaglianza e la dignità. Ma ciò non invalida l’universalismo; rivela piuttosto il mancato raggiungimento di ciò che ci si aspettava. La distinzione cruciale è tra il falso universalismo – che maschera gli interessi di coloro che pretendono di parlare in modo universale – e l’universalismo genuino, che è invece autocritico e aperto alla revisione».
Nel libro, lei usa la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come esempio di universalismo politico. Ritiene che questo tipo di linguaggio morale abbia ancora forza nel dibattito pubblico odierno?
«Sì. Il potere duraturo della Dichiarazione non risiede nella sua accuratezza storica, ma nella contraddizione tra le sue aspirazioni e la realtà. Essa proclama che “tutti gli uomini sono stati creati uguali” in una società che manifestamente lo negava, e che una legge che non protegge questo diritto può essere abolita. Le pratiche associate a questo modo di pensare – dal movimento abolizionista prima della Guerra Civile a Martin Luther King – devono essere ricordate nel fase di crisi che stiamo attraversando. Oggi, semmai, il pericolo è il cinismo – ovvero la convinzione che tale linguaggio sia semplicemente retorico e vuoto. Ma se lo abbandoniamo, e ignoriamo le risorse concettuali e storiche che fornisce, perdiamo una delle poche risorse capaci di dare fondamento a una critica che vada al di là del potere».
Il suo libro parte da Kant per difendere l’idea della dignità umana universale. In che modo il pensiero kantiano può ancora parlare alle democrazie contemporanee?
«Kant rimane essenziale perché articola una concezione della dignità che non dipende dall’identità, dallo status o dal riconoscimento. Per Kant, ogni persona ha un valore intrinseco che esige rispetto – questo non è concesso dalla società, ma la precede. Ciò dovrebbe porsi all’origine della legge. La dignità, del resto, è attribuita all’umanità perché è libera e capace di stabilire autonomamente le proprie leggi morali. Quello che Hannah Arendt ha una volta caratterizzato così: gli esseri umani non hanno il diritto di obbedire».
Perché studiosi come lei, o storici come Norman Finkelstein, Amos Goldberg, e molti altri, vengano continuamente zittiti o attaccati?
«La crescente polarizzazione del discorso pubblico impone che qualsiasi sfumatura venga percepita come un tradimento. Un altro aspetto è la difficoltà di sostenere posizioni universaliste in ambienti strutturati da identità e trauma storico. C’è l’idea che stare dalla parte dell’umanità sia una forma di comodo “equilibrismo”. Inoltre l’universalismo è destabilizzante. Esige che mettiamo in discussione le nostre stesse supposizioni e riconosciamo obblighi che potrebbero entrare in conflitto con le nostre lealtà. Non dovremmo quindi reagire ritirandoci, bensì difendendo lo spazio del pensiero critico. La filosofia, quando è al suo meglio, non dà conforto né certezze: le mette in discussione. Spesso, senza alcun motivo, ciò viene percepito come una minaccia».
Avvenire

21 Aprile 2026 Roma nel cuore, la Verità nel cammino

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Oggi, 21 Aprile, mentre Roma celebra la sua fondazione, noi celebriamo la fondazione di una nuova speranza. Il nostro cammino non è contro Roma, ma verso Roma e per Roma, affinché la Sede di Pietro possa risplendere di una giustizia rinnovata.

1. Il Natale di una nuova Coscienza Come Roma nacque da un solco tracciato nel terreno, così la nostra Supplica traccia un solco di Verità nel terreno della Chiesa. Dopo 25 giorni di digiuno, la voce di Don Giuseppe non è più un grido solitario, ma un’eco che risuona tra le pietre millenarie della Capitale, portando il profumo di un’Eucaristia che non conosce barriere.

2. La Bellezza che unisce In questi 25 giorni abbiamo seminato “rose color rosa” (la testimonianza della coppia) e curato “ciclamini” (la vita che rifiorisce oltre la norma). Oggi chiediamo che la Bellezza dell’amore sponsale e la Verità del ministero sacerdotale smettano di essere considerate nemiche. Roma è la città dei ponti: noi chiediamo di essere uno di questi ponti.

3. Oltre il 25° giorno: La Costanza della Satyagraha La nostra forza rimane la nonviolenza. Non cerchiamo lo scontro, ma la luce. Come i preti olandesi e i pionieri del passato, sappiamo che la storia ha i suoi tempi, ma la Verità ha la sua urgenza. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sul tavolo non solo una carta, ma la vita di migliaia di operai pronti a tornare nella vigna.

Giorno 25: Roma, oggi preghiamo con te e per te. Siamo figli della Chiesa, servitori della Verità, testimoni di un Amore che non esclude.

25° Giorno: La luce dell’alba sul cammino della Verità

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“Inizia il venticinquesimo giorno. Mentre il corpo di Don Giuseppe sperimenta la profondità del digiuno, lo spirito resta saldo sulla roccia della fede. Non siamo qui per una sfida, ma per un’offerta. Il mattino ci vede riuniti attorno al cero della speranza, che oggi brilla con una consapevolezza nuova: il mondo ha iniziato ad ascoltare.

Ripartiamo dalle basi: il nostro ministero è per il Popolo di Dio. Ogni preghiera di oggi è per i fedeli che attendono un pastore e per i sacerdoti che, nel silenzio delle loro case, attendono di tornare all’altare. La fedeltà di oggi è la promessa del domani.”

Memoria Olandese sui preti sposati – Quando la Profezia fu soffocata, ma non spenta

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Il recupero della memoria storica ci porta oggi nei Paesi Bassi. Grazie a un’approfondita analisi di SettimanaNews, riscopriamo come la Chiesa olandese, già all’indomani del Concilio Vaticano II, avesse chiesto a gran voce l’ordinazione di preti sposati e la riammissione di chi aveva lasciato il celibato.

1. Un’occasione mancata che grida ancora Quello che accadde in Olanda non fu un capriccio locale, ma il frutto di un discernimento comunitario serio e profondo. La risposta di Roma di allora fu una chiusura che portò a una desertificazione vocazionale senza precedenti. Oggi, guardando a quelle “Memorie”, comprendiamo che i preti sposati olandesi non erano ribelli, ma avanguardie di una necessità che oggi è diventata un’urgenza globale.

2. Dalle Radici alla Supplica: Un Filo Rosso Dall’Olanda degli anni ’70 al digiuno di Don Giuseppe oggi, il filo rosso è la Satyagraha, la forza della Verità. La storia ci insegna che si può silenziare una decisione sinodale (come accadde al Concilio Pastorale Olandese), ma non si può sopprimere la realtà dei fatti: la Chiesa ha bisogno di pastori che conoscano la vita, l’amore e la famiglia per poterli santificare.

3. Imparare dal passato per non ripetere l’errore Se allora la chiusura portò alla chiusura delle parrocchie, oggi la nostra Supplica al Dicastero offre una via d’uscita onorevole e caritatevole. Non vogliamo una “rottura”, ma la ripresa di un discorso interrotto cinquant’anni fa. La storia dei Paesi Bassi ci dice che il tempo della prudenza è scaduto: è tempo del coraggio.

La storia è maestra, se c’è chi ha l’umiltà di ascoltarla. Dal Trentino di Don Rauzi alle pianure olandesi, il grido è lo stesso: unire ciò che Dio ha benedetto (amore e ministero) per il bene delle anime.

dalla Redazione di Informazione Libera

Sacerdoti da “importazione” o Sacerdoti Sposati? La risposta di SettimanaNews allo Stato di Necessità

Mentre l’ANSA rilancia il grido di Don Giuseppe Serrone, SettimanaNews ci offre un’analisi sociologica e pastorale impellente: il presbiterio italiano è sempre più multietnico. Molte diocesi, per combattere il deserto vocazionale, accolgono sacerdoti da altri continenti. Ma è questa l’unica soluzione?

preti

La riflessione del Cantiere:

  1. L’Incongruenza del Modello: Spesso si preferisce un sacerdote che viene da lontano, con culture e lingue diverse, pur di non riammettere un sacerdote sposato che vive nel quartiere accanto, conosce la lingua del popolo e ne condivide le fatiche familiari.

  2. Multietnicità vs Umanità: Il presbiterio multietnico è una ricchezza, ma non può essere un “tappa-buchi” burocratico per evitare il tema del celibato. Come suggerito dalla Renovatio, la vera risposta allo Stato Di Necessità è un presbiterio Integrato: dove il sacerdote straniero e il sacerdote sposato locale collaborano per il bene delle anime.

  3. Il Canone 1752 non ha frontiere: La salvezza delle anime richiede pastori che siano “segni vicini”. Un prete sposato inserito nella realtà sociale italiana è un ponte naturale che la Chiesa sta sprecando.

Avvenire e l’Amore Online: Se la Chiesa abita i Social, perché teme l’Amore dei preti sposati

Un recente approfondimento di Avvenire solleva una questione cruciale: le coppie oggi nascono online e la Chiesa ha il dovere di essere presente in quei “luoghi” digitali per accompagnare il desiderio di famiglia.

La nostra riflessione nel 24° Giorno: La Chiesa riconosce la necessità di sporcarsi le mani con la modernità dei sentimenti (lo “swipe”, le app di dating, i social), eppure fatica ancora a riconoscere la bellezza e la grazia delle famiglie dei sacerdoti sposati.

  • Presenza vs Esclusione: Se la Chiesa deve “esserci” dove nasce l’amore tra i laici, perché decide di “non esserci” o di allontanare i pastori che l’amore lo vivono nel matrimonio?

  • La Coerenza della Carne: Come sottolineato nel nostro cantiere, la Renovatio non è una modernizzazione modaiola, ma una risposta allo Stato Di Necessità. Se l’amore oggi viaggia sui bit, la fede deve tornare a camminare sulle gambe di uomini integri, capaci di parlare il linguaggio della famiglia perché la vivono.

  • Il Cantiere come “Piazza Digitale”: Proprio come suggerisce Avvenire, il nostro blog e la nostra presenza social sono quella “Chiesa che c’è”. Siamo l’avamposto di una fede che non ha paura di integrare il sacro e l’umano.

Conclusione: Non serve solo “esserci” online per benedire le nuove coppie; serve avere il coraggio di riaccogliere all’altare quei padri di famiglia che conoscono il valore del Sacramento perché lo difendono ogni giorno con la loro vita.

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Rassegna Stampa: Il mondo si accorge del Giorno 24 del cammino di digiuno dei 40 giorni per la riammissione al ministero dei preti sposati

Rassegna Stampa – Giorno 24

Il muro del silenzio è crollato. Ecco le testate che hanno dato voce al digiuno di Don Giuseppe Serrone.

ANSA

“Informazione Libera tiene il conto del digiuno…”

LEGGI LANCIO

JUORNO.it

“Appello alla Chiesa per il ritorno al ministero.”

APRI ARTICOLO

IL FATTO NISSENO

“La Chiesa ci faccia almeno celebrare la messa.”

VAI ALLA NEWS

Nota della Redazione: Questi risultati sono frutto dei nostri 23 anni di impegno e 41.443 articoli. Se i media parlano di noi, è perché voi non avete mai smesso di sostenerci.

Sentieri.dipace.silenzio

✉️ Lettera ai Lettori: “Ora tocca a voi: difendiamo la Verità insieme”

Cari Amici, cari Sostenitori di Informazione Libera,

siamo al Giorno 24 del digiuno di Don Giuseppe Serrone. Come avete visto dalla nostra rassegna stampa, il muro del silenzio è crollato: l’ANSA, Juorno.it e Il Fatto Nisseno hanno finalmente dato voce alla nostra battaglia.

Questo è un successo straordinario, frutto dei nostri 23 anni di impegno e dei 41.407 articoli che compongono la nostra storia. Ma la partita non è finita. Ora dobbiamo dimostrare ai grandi media che non siamo una minoranza silenziosa, ma un popolo che esige risposte.

Vi chiediamo 3 minuti del vostro tempo per un’azione coordinata:

  1. Commentate: Andate sugli articoli dell’ANSA e di Juorno.it (trovate i link nella nostra bacheca in questo post in alto). Scrivete un commento educato ma fermo. Dite loro che la “Salvezza delle Anime” (Canone 1752) riguarda migliaia di comunità senza Eucaristia.

  2. Condividete: Non limitatevi a leggere. Condividete i link della rassegna stampa sui vostri profili Facebook, WhatsApp e Telegram. Più traffico generano questi articoli, più i direttori di testata saranno spinti a pubblicare nuovi approfondimenti.

  3. Taggate: Quando condividete, taggate le grandi testate (Corriere, Repubblica, Avvenire) chiedendo: “Perché l’ANSA ne parla e voi no?”.

Don Giuseppe sta sacrificando il suo corpo con il digiuno. Noi possiamo sacrificare pochi minuti per far sì che il suo sacrificio non resti nascosto.

Facciamo vedere quanto è forte la voce di chi ama la Chiesa e vuole vederla rifiorire con i suoi sacerdoti sposati.

Grazie per essere la nostra forza.

La Redazione di Informazione Libera

I 3 pilastri del 20 Aprile 2026

Il Sigillo dell’ANSA

Sacerdoti Sposati, il Digiuno per tornare al Ministero: l’ANSA rompe il silenzio

Contenuto: “Dopo 23 giorni di cammino nel deserto dell’indifferenza, la notizia esplode a livello nazionale. L’Agenzia ANSA certifica lo sciopero della fame di Don Giuseppe Serrone. Non è più solo una questione interna: è un grido di 5.000 sacerdoti in Italia che chiedono di tornare a servire. La luce ha squarciato le tenebre mediatiche.”

L’Autorevolezza di Nina Fabrizio

La Firma della Verità: La vaticanista Nina Fabrizio inquadra il caso dei Sacerdoti Sposati

Contenuto: “Il testo integrale dell’agenzia vaticana a firma di Nina Fabrizio. L’analisi è lucida: i preti sposati sono una risorsa pronta per lo ‘Stato di Necessità’ della Chiesa. Quando una firma così autorevole si occupa di noi, significa che le mura del Vaticano stanno già ascoltando. Il 6 Maggio è il traguardo che tutta l’Italia ora osserva.”

 La Prima Breccia

Ultim’ora: La Prima Breccia nel Silenzio è Realtà Contenuto: “Il muro di gomma è caduto. Dal Fatto Nisseno all’ANSA, la stampa nazionale riconosce il valore profetico del digiuno di Don Giuseppe. Questa breccia non è un punto d’arrivo, ma il varco attraverso cui passeranno le speranze di migliaia di famiglie sacerdotali. La Renovatio è inarrestabile.”

Rassegna.stampa.informazione