Il caso di Don Cosimo Schena e l’uso strumentale della sua storia: perché la scelta del celibato non deve ostacolare il Realismo Pastorale

Chi è Don Cosimo Schena, il prete più seguito sui social: “Ero fidanzato e sognavo di diventare padre”

La storia di Don Cosimo Schena — il presbitero brindisino più seguito sui social, psicologo e parroco — è tornata al centro dell’attenzione mediatica. Nelle sue interviste, Don Cosimo ripercorre con serenità il proprio cammino: gli studi di ingegneria, il fidanzamento giovanile, il sogno di una famiglia e poi la scoperta della vocazione sacerdotale che lo ha portato a lasciare la compagna per entrare in seminario e ordinarsi a trent’anni. Una testimonianza lineare di discernimento personale che, tuttavia, viene talvolta utilizzata in modo strumentale dagli ambienti conservatori per contrastare la causa della riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati.

La narrazione apologetica che ne deriva tenta di far passare un messaggio rigido: “se Don Cosimo ha saputo rinunciare al matrimonio per fare il prete, allora tutti devono fare lo stesso, e chi si è sposato non deve più rientrare al ministero”.

Un paralogismo che danneggia la pastorale

Usare la storia personale di Don Cosimo Schena come un’arma polemica contro la riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati rappresenta una palese forzatura logica ed ecclesiale:

  1. Confusione tra percorsi e momenti vocazionali diversi: La scelta di Don Cosimo riguarda un giovane laico che, prima dell’ordinazione, ha liberamente scelto la via del celibato presbiterale. La causa sostenuta dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati riguarda invece uomini già validamente ordinati, che hanno ricevuto il Sacramento dell’Ordine con regolari percorsi teologici pontifici e che successivamente hanno contratto matrimonio.

  2. Nessuna contrapposizione tra celibato e clero coniugato: Esaltare la bellezza della scelta celibataria non richiede affatto la svalutazione o l’esclusione dei presbiteri sposati. La storia della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, insegna che le due dimensioni possono coesistere e arricchirsi a vicenda senza annullarsi.

  3. Il rischio dell’ideologia sociale contro il bene delle parrocchie: Trasformare vicende personali o la popolarità social in argomenti di scontro dogmatico fa perdere di vista la realtà drammatica dei territori: parrocchie senza Messa, clero anziano ed esausto, e comunità che chiedono la presenza costante di pastori formati.

Realismo Pastorale: valorizzare ogni vocazione per la Chiesa di Papa Leone XIV

La risposta del Movimento fondato da don Giuseppe Serrone rimane ancorata al senso di responsabilità e alla comunione ecclesiale. La testimonianza di Don Cosimo Schena come parroco e psicologo merita rispetto, ma non può diventare un pretesto per sbarrare la strada a centinaia di presbiteri sposati pronti a rimettersi al servizio delle diocesi.

Rivolgere a Papa Leone XIV l’appello per un decreto canonico di riammissione significa chiedere un atto di realismo pastorale: permettere a chi custodisce la Grazia del sacerdozio e una solida preparazione teologica di affiancare i confratelli celibatari, affinché nessuna comunità rimanga priva dell’Eucaristia e della cura delle anime.

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Scuola / Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un’altra: quella tra ricchi e poveri

Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un'altra: quella tra ricchi e poveri

Avvenire

Le classi ghetto esistono. Solo che, per qualche ragione, alcune fanno notizia e altre no. Ci allarma una classe con troppi stranieri. Molto meno una classe piena di bambini poveri. In Italia i minori in povertà assoluta sono oltre un milione e duecentomila e a scuola tendono a concentrarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. Però il limite agli stranieri strappa applausi, quello ai poveri non se lo fila nessuno. Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del governo di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. L’obiettivo dichiarato è evitare le “classi ghetto” e favorire l’integrazione.
Il problema dal quale parte l’esecutivo è reale. Concentrare nella stessa classe molti ragazzi appena arrivati in Italia, magari con una conoscenza insufficiente della lingua, può rendere più difficile il lavoro degli insegnanti e l’integrazione. Ma se ciò che conta è la concentrazione dello svantaggio, la cittadinanza è soltanto una delle caratteristiche alle quali dovremmo guardare. E probabilmente neppure la più importante. Nella scuola italiana esiste infatti un’altra segregazione, meno visibile, quella sociale. I figli delle famiglie con minori risorse economiche e culturali tendono più frequentemente a ritrovarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. I dati Invalsi mostrano una segregazione persistente legata al livello d’istruzione delle famiglie, particolarmente rilevante nelle grandi aree metropolitane e nel Mezzogiorno.
Una parte del fenomeno dipende dalla geografia delle nostre città. Ma un’altra nasce dalle nostre scelte. Ogni genitore vuole il meglio per i propri figli e, se considera problematica una scuola, cerca di evitarla. Non tutti, però, possono farlo allo stesso modo. Servono informazioni, tempo, possibilità di spostamento, reti sociali. Quando le famiglie più attrezzate abbandonano una scuola, proprio quella scelta contribuisce a trasformarla. Aumentano proporzionalmente gli studenti con maggiori bisogni educativi e la cattiva reputazione finisce per confermarsi. La libertà di scelta individuale può così produrre un risultato collettivo che nessuno ha esplicitamente scelto.
Scuole dei ricchi e scuole dei poveri. E la composizione delle classi conta. A scuola non impariamo soltanto dagli insegnanti, ma anche dai compagni, dal loro linguaggio, dalle aspettative, dalle norme sociali e dalle aspirazioni che circolano nel gruppo. Sono i cosiddetti “effetti dei pari”. Per questo l’Invalsi richiama l’importanza del fatto che le classi dovrebbero essere preferibilmente eterogenee. Ma torniamo allora alla proposta di Meloni. Se il problema è la conoscenza dell’italiano, misuriamo la conoscenza dell’italiano. La cittadinanza dice molto poco al riguardo. Quasi due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati in Italia. Un bambino nato a Torino da genitori egiziani può parlare italiano con inflessioni sabaude quanto un figlio di piemontesi da generazioni. Un suo compagno italianissimo può invece provenire da una famiglia nella quale nessuno ha terminato la scuola superiore, che non possiede libri e dove le risorse economiche sono scarsissime.
Sono i nuovi Pierino e Gianni di cui parlava don Milani. Immaginiamo, allora, due classi. Nella prima il 35% degli studenti ha cittadinanza straniera, ma sono nati in Italia e parlano perfettamente italiano. Nella seconda non c’è uno straniero, ma quasi tutti provengono da famiglie con basso reddito, bassi livelli d’istruzione e poche risorse culturali. Quale delle due è la “classe ghetto”? Non c’è una facile percentuale, buona per un comizio, che possa rispondere. Il rischio è confondere una caratteristica facilmente osservabile, la cittadinanza, con il problema che si vuole affrontare. Se il problema sono le sacrosante difficoltà linguistiche, si intervenga sulle difficoltà linguistiche. Se è lo svantaggio educativo, si misuri quello. Se è la segregazione, occorre guardare a tutte le segregazioni, economiche, etniche, religiose, territoriali.
La scuola pubblica è una delle poche istituzioni nelle quali persone che la società tende a separare possono ancora incontrarsi. Il figlio del medico e quello dell’operaio, la figlia dell’avvocato e quella della cassiera, chi è nato a Treviso e chi è nato a Dakar possono trascorrere cinque ore al giorno nello stesso posto e scoprire che il mondo non coincide con la propria famiglia, il proprio quartiere e il proprio reddito. Questa mescolanza non è un effetto collaterale della scuola pubblica. È uno dei suoi prodotti più preziosi.

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Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Caro Avvenire, le recenti aggressioni a docenti, nelle scuole italiane, vengono sempre più attribuite all’uso degli smartphone e all’influenza di gruppi web che fomentano la violenza. Non sono d’accordo. Nelle scuole americane le stragi sono storia, cominciate in un’epoca in cui il telefono aveva filo e cornetta. Quindi, la causa principale deve essere un’altra. Ricordo che quando andavo a scuola c’era grande solidarietà tra gli studenti. Ma la società italiana è profondamente cambiata e questo si riflette sulla scuola.
Enrico Folli
Solarolo (Ra)
Caro Avvenire, Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, le due professoresse vittime di accoltellamento da parte di alunni andrebbero premiate per il messaggio che trasmettono con le loro parole. Leggere pensieri di solidarietà rivolti alle coscienze dei giovani in formazione è qualcosa che ci tocca e fa comprendere che nella pietà che non cede al rancore si impara l’amore.
Daniele Mosconi
Fondi (Lt)
Cari lettori, l’aggressione, agghiacciante per le sue modalità, nella scuola media di Centocelle spinge a riflettere su numerose tematiche che intersecano la nostra società. In primo luogo, penso però vada espressa piena solidarietà all’insegnante presa di mira, al di là delle sue parole immediatamente dopo il fatto. I docenti hanno un ruolo chiave e sono un presidio indispensabile di cultura e cittadinanza: se diventano bersaglio di loro giovanissimi allievi, deve scattare un allarme che coinvolge tutti. Non stiamo parlando di uno spintone motivato da rabbia e frustrazione momentanee (atto, comunque, da condannare senza esitazione), ma di un macabro rito premeditato, che prevedeva un pubblico online, cui si offre d’essere spettatore di violenza gratuita in diretta streaming. Solo questo dovrebbe dirci la gravità e la pericolosità dei comportamenti che vengono veicolati sulla Rete, caro Folli, e che trovano fertile terreno in ragazzi che sembrano avere perso il senso della realtà insieme alle minime coordinate morali.
Non è successo solo a Roma, recentemente casi simili si sono registrati a Trescore Balneario e a San Vito Lo Capo, esattamente, Centro, Nord e Sud Italia. Nessuna zona franca: piccoli paesi e grandi città, basta uno smartphone per essere parte di un ambiente digitale dematerializzato che però crea effetti concreti e drammatici. Installare metal detector alle porte di tutti gli istituti del Paese per evitare l’ingresso dei coltelli sarebbe un ben triste rimedio, una certificazione dell’inefficacia delle pratiche educative, anche se la sicurezza va certamente garantita. Non dimentichiamo l’uccisione di Abanoub Youssef, diciottenne, accoltellato da un compagno all’Istituto professionale Chiodo, a La Spezia il 16 gennaio scorso.
Come reagire a queste esplosioni di violenza? Nella narrazione pubblica, oscilliamo tra due poli opposti. La comprensione e il perdono lodevolmente espressi dalle professoresse Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, da una parte; dall’altra, l’invocazione di pene più severe, dell’abbassamento della soglia di imputabilità (l’accoltellatore tredicenne di Roma non è punibile) e modifiche al Codice penale già in cantiere per i minorenni. Sono entrambe posizioni di ampio richiamo mediatico, che suscitano discussione, ma rischiano di non lasciare traccia passata qualche settimana (se non si afferma prima qualche altro tema di richiamo).
Espressioni di misericordia di fronte a un ragazzino forse anche manipolato, che ha il diritto di non venire segnato a vita da un errore pur grave, aiutano a non alimentare sentimenti di odio e vendetta. Tuttavia, caro Mosconi, rischiano, pur nell’encomiabile buona intenzione di chi le esprime, di far apparire reati che vanno stigmatizzati senza indulgenza quali “marachelle” da superare in fretta. In realtà, sono gli esiti fortunatamente non tragici che hanno permesso questa lettura; ben diverso sarebbe stato se le ferite inflitte fossero risultate irreversibili o, addirittura, letali.
Ma neppure il solo inasprimento delle sanzioni pare offrire una risposta adeguata. Il tempismo dell’annuncio di misure governative volte a fissare un tetto agli alunni stranieri per classe e a vietare nelle scuole burqa e niqab dà inoltre la sgradevole impressione che il principale problema della scuola italiana sia la presenza di giovani che parlano altre lingue o hanno legami con culture diverse dalla nostra. Nessuno degli episodi richiamati risulta però spiegabile attraverso l’origine geografica degli alunni; a Centocelle, anzi, a fermare l’aggressore è stato uno studente originario della Repubblica del Congo. Anche qui, ovviamente, va evitata una retorica consolatoria che ignori le difficoltà reali e finisca con l’alimentare nuove tensioni.
Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza: genitori e famiglie troppo spesso “ciechi” e accomodanti, che faticano ad assumersi il carico impegnativo di un’educazione all’attenzione e al rispetto dell’altro. Insomma, caro Folli e caro Mosconi, non necessariamente i tempi andati erano migliori. Certo, però, quelli attuali, che corrono rapidi e tumultuosi, ci chiedono un sovrappiù di cura e discernimento, parole e concetti che non godono, all’apparenza, di grande popolarità.

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Lettura e Vangelo del giorno 22 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro dei Proverbi
Prv 21,1-6.10-13

Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
Salmo Responsoriale

Dal Sal 118 (119)

R. Guidami, Signore, sul sentiero dei tuoi comandi.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Fammi conoscere la via dei tuoi precetti
e mediterò le tue meraviglie. R.

Ho scelto la via della fedeltà,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore. R.

Guidami sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in essi è la mia felicità.
Osserverò continuamente la tua legge,
in eterno, per sempre. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Primo piano / I neonazisti tedeschi che amano la natura e odiano le persone: cos’è il fenomeno völkisch

Vista dall'alto su un lago circondato da alberi e da abitazioni

Avvenire

Krakow am See, paese del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, una delle aree di insediamento del movimento völkisch ©Niteshift / Wikimedia Commons
Indossano camicie di lino, pantaloni in pelle o gonne al polpaccio. Ai figli raccontano le fiabe dei fratelli Grimm e i miti della letteratura norrena. Lontani dai riflettori della grande città, si trasferiscono nelle brughiere dell’ex Germania Est e lì costruiscono le loro case. Danno nuova vita agli attrezzi, lavorano i terreni incolti, risanano fattorie in disuso. Amano la natura, ma odiano le persone. Nel suo saggio Naturliebe und Menschenhass (“Amore per la natura e odio per le persone”) la giornalista Andrea Röpke descrive il fenomeno völkisch, l’anima più nera – o meglio, più bruna – dell’estrema destra tedesca: una corrente neonazista camuffata da sensibilità ecologica, che dal 2013 ha trovato uno sbocco politico nell’AfD. Negli ultimi anni, decine di villaggi rurali sono stati colonizzati dagli adepti del movimento, che si ispira a un’ideologia etno-nazionalista nata in Germania tra il XIX e il XX secolo e poi assorbita dall’hitlerismo. Tra questi rientrano alcune località del Meclemburgo-Pomerania e della Sassonia-Anhalt, dove il partito di Alice Weidel ha ottenuto risultati elettorali storici che preoccupano il governo di Berlino. Una volta insediati nelle campagne tedesche, il primo approccio dei völkisch è il mimetismo. Si presentano come semplici ecologisti, dediti a uno stile di vita legato ai valori della terra. Sono alternativi, ma si integrano nel tessuto sociale e per questo vengono visti di buon occhio dalle amministrazioni locali. Recuperano gli antichi mestieri che nessuno vuole più fare e si inseriscono nelle associazioni, nelle società sportive, nei vigili del fuoco. Seguendo una strategia culturale per lungo tempo prerogativa della sinistra, creano una rete di iniziative dal basso e finiscono così per egemonizzare la vita dei villaggi. Fino a quando, a un certo punto, qualcuno non tradisce la vera natura che si cela dietro al proprio impegno sociale.
L’ideologia völkisch si basa sul mito sciovinista del Blut und Boden, “sangue e suolo”, ovvero su una definizione etnica e biologica del popolo tedesco. I genitori indottrinano i bambini all’odio razziale e antisemita, imponendo loro una rigida disciplina per evitare che la democrazia li “rammollisca”. L’addestramento inizia con le gelide notti invernali trascorse in stanze non riscaldate e prosegue con la frequentazione di campi paramilitari in cui i ragazzi imparano a usare le armi e si abituano a strisciare nel fango come se fossero in trincea. Oggi il fenomeno degli “econazisti” riguarda poche migliaia di persone che vivono in territori periferici, ma non per questo è da sottovalutare. Se è vero che solo una parte degli elettori dell’AfD aderisce alla corrente più radicale, è vero anche che molti degli esponenti di punta del partito non nascondono il proprio legame con l’ideologia völkisch: primo tra tutti Ulrich Siegmund, il governatore in pectore della Sassonia-Anhalt, che rifiuta ogni tentativo di “melonizzazione” e resta fedele al cuore più “bruno” del suo partito.

Primo piano / La sfilata dei leader all’Assemblea Onu: chi ci sarà e chi no, di cosa si parlerà

La sfilata dei leader all'Assemblea Onu: chi ci sarà e chi no, di cosa si parlerà

Avvenire

L’apertura della 80esima Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 settembre 2025 / REUTERS/Jeenah Moon/File Photo
Si apre oggi in «un’era di profonda incertezza», come ha detto il segretario generale António Guterres, il dibattito generale dell’81esima Assemblea delle Nazioni Unite. Mentre i leader mondiali – con molte defezioni – si alterneranno sul palco del Palazzo di Vetro, però, la vera diplomazia si terrà lontano dai riflettori, nel corso degli incontri bilaterali a margine dei discorsi di New York e a Washington. È nella capitale americana infatti che Donald Trump incontrerà giovedì Xi Jinping, per un nuovo, attesissimo summit. È proprio il timore di tenere discorsi poco seguiti di fronte a una sala semivuota ad aver tenuto lontani molti protagonisti della scena internazionale: oltre a Xi, mancheranno il premier indiano Narendra Modi, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Al centro delle discussioni ci saranno anzitutto i conflitti aperti, dalla guerra in Ucraina, entrata nel quinto anno, a quella a Gaza, fino alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, al settimo mese, che hanno fatto impennare i prezzi del petrolio e sconvolto i traffici negli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandeb, e senza dimenticare il conflitto in Sudan. Ma pochi si aspettano vere svolte. Nonostante le dichiarazioni di unità che sicuramente accomuneranno molti interventi in Assemblea, infatti, il Consiglio di Sicurezza, il vero organo decisionale dell’Onu, è paralizzato dalle divisioni tra i suoi cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.
E le riforme sono improbabili in un contesto in cui l’Onu stessa fatica a restare in piedi dopo essere sopravvissuta a un collasso finanziario e ai tagli di Washington (che deve all’organismo ancora 1,3 miliardi di dollari). Non a caso il tema scelto quest’anno è “Ripristinare la fiducia”, a partire dal quella in un’organizzazione che affronta interrogativi sulla propria stessa utilità e i continui attacchi del presidente statunitense.
Eppure Trump non ha rinunciato al suo turno di padrone di casa: questa mattina aprirà la sfilata dei leader davanti a un mondo scosso dai suoi dazi e dalla sua offensiva contro l’Iran e dopo aver gelato l’assemblea un anno fa con la certezza che «i suoi Paesi stanno andando all’inferno». Sempre in mattinata interverranno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente francese Emmanuel Macron. Sullo sfondo c’è anche la successione dello stesso Guterres. Il Consiglio di Sicurezza non ha ancora trovato un’intesa fra i sette candidati rimasti, dopo il ritiro dell’ex presidente cilena Michelle Bachelet. In pole position la costaricana Rebeca Grynspan, anche perché per tradizione toccherebbe all’America Latina avere il prossimo segretario generale e molte delegazioni spingono per la prima donna al vertice. Fra gli interventi più attesi quello dell’iraniano Massud Pezeshkian, che si è presentato con una delegazione ridotta a causa dei visti negati a molti dei suoi, e di Volodomyr Zelensky, che implorerà il mondo di non dimenticare l’Ucraina. Proprio al presidente ucraino Trump, con il quale avrà un faccia a faccia, ha chiesto ieri di sospendere gli attacchi alle raffinerie russe, che a suo dire fanno salire i prezzi del diesel e alimentano la carenza globale.
Giovedì parleranno il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in piena campagna elettorale, a difesa del suo operato su Iran e Gaza, e (in video, per il secondo anno, dopo il rifiuto del visto americano) il palestinese Abu Mazen. Anche quest’anno l’Onu rilancerà la proposta dei due Stati (oggetto giovedì di una sessione promossa da Francia, Regno Unito, Canada e Arabia Saudita) ma più in sordina. Attesa anche la venezuelana Delcy Rodríguez, al debutto dopo la cattura di Nicolás Maduro. Per la prima volta nella sua storia, inoltre, l’Assemblea ha messo in cima all’agenda l’intelligenza artificiale, cercando un’intesa globale per porvi dei limiti. Guterres l’ha annoverata tra le «tre minacce esistenziali» del nostro tempo, insieme alla crisi climatica e all’aumento delle disuguaglianze.

La legge proposta da Meloni per limitare il numero di non italiani, secondo molti presidi, «non è applicabile senza ledere i diritti degli alunni»

Il tetto del 30% di stranieri in classe e la "fuga dei bianchi" dalle periferie: i casi di Milano, Torino e Prato

Alcuni bambini figli di persone straniere, nel loro primo giorno di scuola presso la scuola Carlo Pisacane a Roma / ANSA
La stretta di Meloni sulle “classi ghetto” si è già scontrata con le difficoltà di un lunedì di rientro a scuola. In una prima elementare del “Pezzani” di Corvetto, nella periferia milanese, gli studenti italiani in classe ieri erano solo quattro su quindici. In alcune aule del “Mascagni” di Prato, il numero scende a due su venti. Dal palco di Gioventù nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio aveva annunciato domenica che uno squilibrio del genere non sarà più tollerato: una legge, in discussione al Consiglio dei ministri forse già tra giovedì e venerdì, imporrà a ogni scuola di non superare il tetto del 30% di alunni stranieri. In realtà, è un obbligo che vale dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite. Eppure, per 16 anni, la direttiva è rimasta di fatto carta straccia. «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere – ammette Mario Battiato, dirigente scolastico del “Gandhi” di Prato –. Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?».
La proposta di Meloni, a cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lavora da oltre un mese, non dovrebbe riguardare tutti gli studenti stranieri in Italia, che rappresentano oltre l’11% del totale. Al momento pare che dal decreto legge saranno esclusi tutti gli alunni con passaporto europeo e quelli che mostrano buone conoscenze di italiano. Di fatto, la misura coinvolgerà solo un alunno straniero su tre. La maggior parte di loro vive al Nord: un quarto in Lombardia, un altro 12% in Emilia-Romagna e l’11% in Veneto.
«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6. Nel capoluogo lombardo, le scuole che già non rispettano la “circolare Gelmini” sono almeno 35: in 24 elementari e in 11 medie, il numero di iscritti di origine straniera supera il 50%. Quasi tutte si trovano in quartieri periferici: «Se un dirigente di una scuola del centro chiede un contributo volontario da 50 euro, lo ottiene da tutti. Nei luoghi marginalizzati da nessuno».
Ma lo stigma verso le scuole a maggioranza straniera non trova conferma nelle prove Invalsi. Se, per ovvi motivi, le competenze in Italiano sono molto più basse tra gli alunni con background migratorio, non vale lo stesso per Matematica e Inglese. Nella prima, il divario si assottiglia man mano che si accumulano anni di studio. Per quanto riguarda la lingua straniera, invece, sono gli italiani a dover colmare un divario con gli alunni stranieri. «I voti degli stranieri che fin da piccoli hanno studiato in Italia, alle fine della terza media, sono più alti di quelli degli italiani», spiega Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi. Nella sua circoscrizione 5 di Torino, la terza città per studenti stranieri in Italia dopo Milano e Roma, «la metà delle aule supera il tetto del 30%». Ma gli studenti che non parlano italiano sono comunque pochi. In generale, la percentuale delle classi che mostra livelli critici di apprendimento dell’italiano si attesta ad appena lo 0,6% su scala nazionale.
Alle scuole superiori, secondo i dirigenti scolastici, applicare il limite al numero di stranieri per aula sarà ancora più difficile. Nelle città che non offrono più di una scuola per indirizzo, il tetto rischia di scontrarsi con l’obbligo costituzionale di una scuola «aperta a tutti». «A Prato è così – spiega il dirigente Battiato –. Per molti indirizzi c’è un solo istituto: cosa succede se supera il tetto del 30%? Chi arriva tardi non ha diritto a studiare quelle materie?». Ostacoli simili, secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli, valgono per elementari e medie: «La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere. Se in quella zona sono maggioritari gli stranieri, li mandiamo via?». La soluzione, per il preside del “Gandhi” di Prato, dove la popolazione studentesca è un terzo del totale e in alcuni istituti sfiora il 65%, è il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri: «Da anni organizziamo corsi con le risorse del Comune. Ma sono scarse. Servirebbero classi “polmone” per fare solo Italiano con i nuovi arrivati». Alla richiesta dei dirigenti fanno eco i sindacati: «Se aumentano le iscrizioni di stranieri, devono aumentare i docenti specializzati – reclama Marcello Pacifico, presidente di Anief –. Ci aspettiamo risorse per l’istruzione».
Sul divieto di burqa e niqab in classe proposto da Meloni, infine, le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia.
Avvenire

Fede radicale

Fede radicale

Addosso un senso profondo di fallimento. Non sono a casa mia, purtroppo. Mi sono lasciato condurre in un’altra città per condividere pensieri sul Vangelo. Ma ho sbagliato, ancora. Non ho capito il contesto, non vedevo l’ora che tutto finisse: lingue troppo diverse. Non resta che lasciarmi alle spalle anche questa esperienza, questa città che ha deciso di guardarmi con occhi che ho percepito ostili, e cercare un bosco. Lo trovo. Alberi. Silenziosi. Imbocco un sentiero sperando che il cammino mi liberi almeno un po’ da questa sensazione di non essere all’altezza delle attese della gente. Antico problema. Salgo. Intorno a me non i castagni stanchi del mio Appennino, non i tronchi sdraiati come cadaveri, non le cortecce aperte come ferite, non i tronchi fratturati da violenti temporali, non l’abbandono. Qui tutto è più ordinato: faggi, abeti di montagna, sentieri ben visibili, spazi pensati per la sosta. E infatti c’è gente qui, in cerca di respiro.
Io cammino. Vorrei disincagliarmi dai pensieri, dai volti, da alcune frasi che mi hanno raggiunto con durezza; vorrei, ma più ci penso più i pensieri mi stritolano come un serpente attorno al cuore. Poi però li vedo. Sono due ragazzini. Sono giovanissimi e stanno abbracciati su una coperta in mezzo a un prato. Punto. Non posso sapere i loro pensieri, non intuisco i loro discorsi: solo stanno, così, e quello stare mi riempie il cuore di pace. Sento una distanza siderale tra le nostre proposte parrocchiali, ancora tanto indirizzate al fare, e quei due ragazzini, la loro liturgia che non chiede niente se non di essere lasciata in pace. Poco prima avevo parlato dell’importanza di uccidere il proprio ego. O rinnegare se stessi, per stare nel solco del Vangelo. Avevo ricevuto commenti duri e silenzi ancor più taglienti, come se il mio fosse stato un invito al disimpegno, a persone impegnate da una vita per la causa.
Eppure mi era sembrato d’essere stato così chiaro! Sì, ma per spiegare agli altri l’uccisione dell’ego io mi sono dovuto esporre, ho dato una mia interpretazione del Vangelo, ho portato a supporto poesie e testi che parlavano a me, mi sono impegnato. Insomma: troppo me. Avrei forse dovuto prenderli per mano, uno a uno; avrei dovuto accompagnare tutte le persone a camminare con me nei boschi. Senza dire niente. Sarebbe stata esperienza anche vagamente zen e quindi, immagino, più apprezzata. Poi avrei chiesto loro di guardare in silenzio quei due ragazzi. Chi avrebbe visto in loro solo una perdita di tempo, un egoistico separarsi dal mondo, un disimpegno verso i poveri, si sarebbe fatto una diagnosi da solo.
Mentre penso a questa ipotesi rido di me, sto ancora predicando. I due ragazzi forse si accorgono di essere guardati. Con velata timidezza mi guardano, sorrido, sorridono. Silenziosamente li ringrazio. Continuo a camminare. Non sono riuscito a depositare del tutto l’amarezza ma mi hanno aiutato. Mi incolpo ancora d’aver parlato di una via troppo radicale al Vangelo a persone che hanno la loro legittima strada. Io so la distanza tra la mia mediocrità e il sogno, però è l’unica via che mi pare percorribile per non ridurre il Vangelo a un’antropologia fatta di buoni sentimenti. Respiro profondamente, ancora. Provo a lasciar andare i pensieri, per l’ennesima volta. Tento una preghiera. Chiedo al Risorto di farmi capire come possa io stare nella trama delle città, soprattutto delle città religiose, delle piccole città fatte da persone che vivono un’etica cristiana e appartengono a gruppi ecclesiali, senza far loro male. Senza provocarli.
Chiedo al Risorto di aiutarmi a capire se devo scendere nelle trame della città oppure se è meglio che io stia altrove. Perso in questi pensieri, troppo acerbi per avere senso, perso in questo groviglio di domande che non hanno l’ambizione di arrivare a nessuna risposta, vedo, ancora dall’alto del mio sentiero, una seconda giovane coppia. Sono bellissimi. L’immagine è toccante. Sono abbracciati anche loro. Ma sono in piedi, al cospetto di un albero centenario protetto da una staccionata. L’albero è altissimo, maestoso ed elegante, e i due ragazzi sono ai suoi piedi. Abbracciati. Maestosi ed eleganti. Anche loro. I due ragazzi si stringono e stanno lì, come a cercare la benedizione dell’Eterno. Stanno. Solo stanno. In silenzio, e si abbracciano. Questa è fede radicale. Fede radicale è una fede che ha radici. Che lezione per me, per la mia logorroica mania di voler spiegare Dio. Che lezione anche per il gruppo da cui sono fuggito, che lezione silenziosa e maestosa: le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi ai piedi di un albero.
Avvenire

In carcere Mario Adinolfi: dai domiciliari continuava a usare telefono e social. Era stato arrestato a luglio per truffa aggravata. Violazioni segnalate dall’avvocato di alcune delle vittime

Provocatorio fino all’ultimo, anche mentre viene arrestato, Mario Adinolfi posta sui social: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano a subire questo tipo di arresto”. Poco dopo, la Guardia di finanza lo trasferirà a Regina Coeli.

L’accusa è quella di aver violato più volte il divieto di usare cellulari e computer durante gli arresti domiciliari. Con cadenza quotidiana pubblicava sulla sua newsletter 49 articoli a sua firma, si legge nelle carte, e poi 23 post sul suo account Facebook. Violazioni segnalate dall’avvocato di alcune delle vittime di Adinolfi, quelle che avevano denunciato le presunte truffe subite dal politico e giornalista, alla base dell’inchiesta che lo ha portato ai domiciliari il 7 luglio scorso.

È indagato anche per evasione fiscale. “Non sono né un truffatore né un lestofante”: lui si era difeso così. Adesso a parlare sono i suoi avvocati. “Il carcere è una decisione che spaventa”, dicono. Quelli di Adinolfi erano solo commenti a fatti di attualità.

Rai News

Dieci voci per il Martini più intimo. «Così seppe anticipare i tempi»

Dieci voci per il Martini più intimo. «Così seppe anticipare i tempi»

Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) ci parla ancora. Attraverso la sua parola, il Primato della Bibbia nella sua vita, la signorilità dei suoi gesti e la timidezza eloquente («fatta per non travalicarti» così testimonia uno dei suoi segretari Erminio De Scalzi) con cui si interfacciava con chi lo incontrava.
A quasi 100 anni dalla sua nascita, che si celebreranno il 15 febbraio prossimo, un libro curato da Marco Vergottini ci riporta alle gesta e alla personalità carismatica ma allo stesso tempo complessa del porporato gesuita che guidò la diocesi di Milano per ben 22 anni, «gli stessi – amava ripetere Martini- di sant’Ambrogio». Il volume in questione reca un titolo eloquente: Martini da vicino. Interviste ai suoi segretari (Edb, pagine 160, euro 11,00). E raccoglie, oltre alla voce di Ferruccio De Bortoli, che firma la prefazione, le testimonianze di dieci collaboratori che conobbero da vicino, quasi come dei compagni di stanza, «il gesuita Martini». Il pregio principale di quest’opera è stata infatti quella di raccogliere da parte di Vergottini, che fu segretario del Consiglio pastorale ambrosiano (1984-2002), dieci voci (compresa la propria) per permettere al lettore di conoscere nell’intimo il “Martini che non ti aspetti” non solo come pastore, «uomo spirituale» (come il suo amato Paolo VI) ma anche il raffinato esegeta della Parola di Dio o l’uomo sempre capace di pronunciare battute ironiche di tipo britannico. In grado, spesso, di spiazzare il più avveduto interlocutore.
I nomi scelti da Vergottini vanno da Gianni Zappa, che fu uno dei portavoce di Martini, fino al suo esecutore testamentario l’attuale vescovo di Acqui Luigi Testore passando per i suoi segretari (tra loro quelli particolari cambiati, ogni sei anni, per evitare che questi «diventino degli onnipotenti»): Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare emerito di Milano, Paolo Cortesi (“il prete della consegna delle armi delle Br”), Ettore Colombo, Virginio Pontiggia, Gianni Cesena, Gregorio Valerio (scomparso nel 2025), a cui consegna questa massima, priva di nostalgia ma carica di futuro, dopo il suo congedo da Milano: «Caro don Gregorio, il bello viene dopo».
A chiudere questa carrellata è il ricordo dell’ultimo segretario di Martini, quello del ritiro a Gerusalemme e poi a Gallarate negli anni della malattia: don Damiano Modena. Nella testimonianza vivida di quest’ultimo risuona molto di quanto l’ultimo collaboratore di Martini scrisse nel suo commovente saggio del 2013 Il silenzio della Parola. Ma queste pagine offrono soprattutto l’occasione di riscoprire l’attualità degli insegnamenti di una figura che tanto ha segnato la Chiesa italiana nell’ultimo scorcio del Novecento. Come stupisce certamente scoprire – grazie alla rivelazione di Vergottini – l’interesse di Martini per gli scritti («di cui aveva letto tutto») del romanziere australiano Morris West. Molte delle testimonianze degli intervistati non solo fanno emergere il Martini pastore, uomo pubblico e coscienza critica della “sua” Milano grazie ai suoi memorabili discorsi alla città. Ma regalano al lettore l’importanza che ebbe per lui scrivere di suo pugno un piccolo ma denso testo (tanto apprezzato da Benedetto XVI) e non frutto di altre elaborazioni (i famosi sbobinati attribuiti a Martini) nel 2011 un anno prima della morte: Il vescovo.
Vergottini mette in risalto un aspetto di Martini sconosciuto ai più l’ammirazione per un pastore a lui “ecclesialmente” molto lontano come il cardinale di Genova Giuseppe Siri. Che lui indica come modello per la sua capacità di ascolto e di pazienza per capire e interagire con i «suoi preti». Riecheggiano in queste pagine le sofferenze intime di Martini – lui che si sente prima di tutto graniticamente un «gesuita obbediente al Vicario di Cristo» – per essere stato interpretato e visto dai media come l’“anti Papa” del magistero di Giovanni Paolo II. O ancora affiora, da queste pagine, l’ammirazione del gesuita torinese per il collega professore Ratzinger che lo volle membro della Congregazione per la dottrina della fede, per ben dieci anni, con il quale «ho sempre dialogato in tutta libertà». Ma il testo ci restituisce di Martini il suo essere sempre un precursore del nuovo, con lo sguardo lungimirante puntato verso la Chiesa che verrà: basti pensare al suo libro profetico e quasi testamentario (e qui spesso citato) Conversazioni notturne a Gerusalemme del 2008, confezionato a quattro mani con il gesuita Georg Sporschill.
Nella sua intervista Gianni Cesena conferma che già, negli anni Novanta, grazie al pensiero di Bernard Lonergan il cardinale di Milano studiava le neuroscienze. «E nemmeno si parlava di intelligenza artificiale, ma Martini – racconta don Cesena – era già sulle piste di ciò che oggi è invece all’ordine del giorno». Il volume ha poi il pregio di confermare un aspetto caratteriale dello stile gesuitico e molto austero di Martini: il riserbo e la lotta al chiacchiericcio e alla maldicenza. Vizi non di rado in voga nel clero. Qui viene rievocata la famosa frase (il primo a rivelare questa confidenza fu il suo vicario generale e poi cardinale Renato Corti) rivolta ai suoi commensali in episcopio: «A tavola non si parlerà mai di persone, si eviterà ogni giudizio su di esse».
Ci sono dentro questo volume aspetti della vita di Martini – già conosciute grazie al suo più autorevole biografo Marco Garzonio – come le gite in montagna o la sua predilezione per la visita ai carcerati con cui «mi sentivo pienamente vescovo». Ma si scoprono delle autentiche perle inedite come l’attenzione per la vita nascosta al mondo delle claustrali della sua sconfinata diocesi o la passione per le musicassette con cui ascoltava «la teologia in tedesco» durante i suoi viaggi in auto accompagnato dal fido collaboratore Sandro Clerici. Vengono a galla tutti i pensieri sulla morte di Martini e il mistero della Croce e della Risurrezione, a cui aveva dedicato la sua tesi di dottorato in teologia alla Gregoriana. Un libro, insomma, che ci riconsegna l’uomo Martini che sognava una Chiesa, povera, libera, sciolta, immune da ogni tentazione di potere. Capace di farsi prossima a tutti.
Avvenire