Una ricerca condotta da Federico Ferrari tra lettere e archivi permette di vedere il sacerdote scomunicato Buonaiuti come multiforme uomo di fede. E documenta come divenne “merce di scambio” prima e dopo il Concordato

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Avvenire

Prosegue l’interesse per la figura di Ernesto Buonaiuti. All’opera e alla memoria del prete scomunicato per la sua posizione modernista, personalità rilevante della cultura del nostro ‘900, viene dedicato a Milano un doppio convegno dal titolo. “Buonaiuti, il cristianesimo e le Chiese un secolo dopo”. Si comincia oggi (ore 17,30) nel Salone degli Archi presso la chiesa di Santa Maria Incoronata (Corso Garibaldi 116), appuntamento promosso da “Noi Siamo Chiesa” al quale parteciperanno numerosi studiosi. Il secondo incontro, promosso nella stessa sede dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, dalla Statale di Milano e dalla Fondazione Romolo Murri si svolgerà il 4 novembre (dalle ore 15,45). Nell’occasione saranno presentati e discussi diversi volumi: dalle riedizioni di Il modernismo cattolico (Il Segno dei Gabrielli, pagine 240, euro 18,00; a cura di Pietro Urcioli) e di Annibale Zambarbieri, Cattolicesimo tra crisi e rinnovamento. Ernesto Buonaiuti ed Enrico Rosa nella prima fase della polemica modernista (Morcelliana, pagine 496, euro 37,00; a cura di Francesco Mores), fino all’inedito di Buonaiuti Introduzione alla scienza storica (Morcelliana pagine 176, euro 15,00; in uscita dopodomani) e al saggio Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università (Viella, pagine 504, euro 39,00 di Federico Ferrari, che viene qui recensito.
Al centro dell’interesse di non pochi storici che, dagli anni ’60 ad oggi, ne hanno approfondito capitoli della vicenda umana e intellettuale (Fausto Parente, Lorenzo Bedeschi, Pietro Scoppola Annibale Zambarbieri, Michele Ranchetti, Francesco Mores), la figura e il pensiero di Ernesto Buonaiuti trovano ora un interprete rigoroso in Federico Ferrari, ricercatore presso l’ Università Johannes Gutenberg di Magonza, che al sacerdote-professore scomunicato vitando aveva già dedicato il suo dottorato all’Università Cattolica.
Nelle pagine del suo nuovo libro, Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università, l’autore, lasciando forse insoddisfatti gli ammiratori senza riserve del prete romano, e, certamente, i nostalgici delle scomuniche, è infatti riuscito in una non facile impresa. Ovvero fare davvero luce su una vita complessa segnata da una riflessione quarantennale non senza aporie, presentandone diversi elementi: l’affascinante profilo, la multiforme personalità, le analisi confluite negli scritti, la reale influenza, il ruolo nella Chiesa e nella cultura del ’900, non dimenticando il rapporto con i suoi delatori e inquisitori, ma anche gli amici, di qua e di là del Tevere, non scevro di conseguenze sul lavoro intellettuale.
Questo risultato ha consentito a Ferrari di non ridurre don Ernesto esclusivamente al capofila senza pace del modernismo italiano, e neppure al profeta eretico incompreso, colpito – com’è noto – nel 1921 da una prima scomunica e sospensione a divinis (l’«amarissimo provvedimento» che lo mise «bruscamente fuori dal sacro recinto»), quindi nel 1926 dalla condanna maggiore di scomunicato vitando (da lui definita «soffocamento della mia migliore forma di proselitismo inenarrabile»).
Un esito che l’autore ha raggiunto valorizzando parecchi carteggi buonaiutiani – con Giorgio La Piana , Guido Cagnola, Remo Missir, Arturo Carlo Jemolo, Luigi Salvatorelli, Lydia von Auw, Joseph Schnitzer, Olga Fröbe-Kapteyn, Valeria Pignetti, Walter Lowrie – e scandagliando vari archivi, in primis i fondi vaticani inerenti l’attività dell’ex Sant’Uffizio, che – come scriveva don Giuseppe De Luca al segretario di Giovanni XXIII, monsignor Loris Capovilla – era “pieno” di Buonaiuti.
L’esplorazione di queste fonti ha permesso di verificare le oscillazioni di giudizio dei Papi (da Pio X e Benedetto XV, a Pio XI e Pio XII) e dei loro collaboratori (intransigenti o moderati) alla prese con il caso di don Ernesto (più volte sollecitato alla sottomissione in vari modi), ma pure di acquisire nuove informazioni sull’utilizzo del sacerdote scomunicato come “merce di scambio” nelle trattative preconcordatarie e dopo i Patti Lateranensi. Non solo. Il libro offre nuove prove dell’accoglienza, da parte del regime fascista e dei successivi governi democristiani, dei desiderata vaticani circa la cattedra di Storia del cristianesimo all’Università di Roma. Un incarico oggetto di infinite traversie qui ben ricostruite. Che videro prima l’allontanamento definitivo di Buonaiuti nel 1931, dopo il suo rifiuto di giurare fedeltà al regime «a norma delle precise prescrizioni evangeliche» (ma fu un difficile gioco d’equilibrismo e di distinzione dei piani, come nota Ferrari, o un’adesione totale alle posizioni di Pio XI sul rapporto Chiesa-società come ha suggerito Francesco Mores?). E, in seguito, la successione dell’allievo e amico ebreo battezzato, Alberto Pincherle, essendosi sperimentata ogni mossa per impedire il ritorno del “prete scomunicato” alla Sapienza, vista la scelta del governo di evitare un conflitto diplomatico con la Santa Sede che aveva posto il veto.
Nonostante infinite vicissitudini e censure causa di tanta sofferenza, ciò che Ferrari conferma è pure l’attaccamento viscerale di Buonaiuti – studioso indefesso votato alla docenza e al confronto con gli spiriti liberi, nonché agitatore di idee e disturbatore di coscienze – alla stessa Chiesa divinamente fondata che al contempo contestava ed amava, al suo essere prete cattolico. Qualcosa ben palesato già nel memoriale autobiografico Il pellegrino di Roma (al quale Ferrari ricorre con parsimonia), ma qui avvalorato da nuove testimonianze. Un dato non indifferente nella valutazione, su queste premesse, della sua opera sotto il profilo scientifico.
Aveva ragione Levi Della Vida, rispondendo ad Uberto Pestalozza, ad osservare: «Buonaiuti va giudicato, non alla stregua delle sue dottrine, ma a quella della sua irrompente religiosità»? Di certo quanto fosse drammaticamente complessa in lui la coesistenza del sacerdote e dello scienziato palesata da tanti scritti in cui l’attenzione alla storia insiste a rintracciare idee di riforma ecclesiale, l’aveva già confidato in una lettera ad un altro prete pieno di riserve sulla sua “operosità scientifica”.
Il 27 agosto 1925 così Buonaiuti si giustificava con don Giuseppe de Luca ricorrendo a parole per alcuni rivelatrici di un limite, per altri della sua cifra più intima: «Ma perché non ti domandi se per caso la mia produzione critica non lascia qualcosa a desiderare proprio perché vi porto quella tale anima sacerdotale, che tu riconosci e ami – ed io te ne sono tanto grato – in me? O rovesciando la osservazione, tu che ami lo spirito sacerdotale sopra ogni altra cosa, non ti accorgi che tendi ad eliminarlo da lavoro scientifico, quale tu l’intendi […]? Non sono contraddittori i tuoi giudizi e le tue idealità, i tuoi apprezzamenti e la pratica del tuo lavoro? E della tua contraddizione non è responsabile la tua sacra paura di incorrere nel ginepraio del modernismo?”». E aggiungeva «Se tu, dicendo tutto il male che vorrai di me, concluderai solo che la coscienza del mio sacerdozio è viva, terribilmente, tragicamente viva nella mia anima, io te ne sarò eternamente grato».

Dalle iscrizioni di Teos, antico centro ionico, emerge un sistema educativo sorprendentemente moderno, con stipendi fissati per legge, esami formali e lezioni aperte a bambini e bambine

Nell'antica Grecia i maestri di musica guadagnavano più di tutti. E a scuola andavano anche le ragazze

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Duemiladuecento anni fa, in una città greca affacciata sull’Egeo, insegnare musica era il mestiere più redditizio della scuola. Lo raccontano le iscrizioni di Teos, antico centro ionico vicino all’odierna Seferihisar, nella provincia di Smirne, in Turchia. Ne emerge un sistema educativo sorprendentemente moderno, con stipendi fissati per legge, esami formali e lezioni aperte a bambini e bambine.
Il benefattore
Tutto nasce dalla generosità di un cittadino ricco, Polythrous, figlio di Onesimo. Intorno al 200 a.C. donò alla città 34.000 dracme per istituire una fondazione destinata a pagare l’istruzione dei figli dei cittadini liberi. Il decreto che ne regola l’amministrazione è arrivato fino a noi e stabilisce con precisione compiti e compensi. Ogni anno andavano eletti tre maestri elementari, incaricati di istruire sia i maschi sia le femmine e un sovrintendente di almeno quarant’anni vigilava sul funzionamento della scuola. Il capitale non doveva restare fermo: era previsto che venisse dato in prestito e i tesorieri che non lo facevano rischiavano una multa. Gli interessi finanziavano gli stipendi.
La classifica degli stipendi
La parte più curiosa riguarda i compensi. Secondo il resoconto del progetto archeologico sul Ginnasio di Polythrous, il maestro di musica riceveva 700 dracme l’anno, mentre i tre insegnanti di lettura, scrittura e letteratura ne prendevano tra 500 e 600. Ciascuno dei due istruttori di atletica ne guadagnava 500. Il direttore degli scavi, Musa Kadıoğlu dell’Università di Ankara, spiega che i più pagati erano gli insegnanti di strumenti a corda, segno del valore che la città attribuiva alla formazione musicale. Le iscrizioni però non dicono perché la musica fosse la materia meglio retribuita. Una pista l’offre lo studioso Sylvain Perrot: secondo lui questi insegnanti potevano appartenere ai tekhnitai, gli artisti dionisiaci stabiliti a Teos, professionisti di alto livello e di condizione economica elevata. È una lettura che si lega bene a un’altra caratteristica della città, ancora oggi ricordata per aver ospitato un’importante associazione di questi artisti. Gli insegnanti non erano semplici esecutori. Secondo Kadıoğlu partecipavano alle decisioni sulle materie da insegnare e in caso di disaccordo interveniva l’amministratore.
Il bouleuterion dell’antica Teo, dove gli studenti sostenevano esami di musica e materie accademiche circa 2200 anni fa / WikiCommons
Il bouleuterion dell'antica Teo, dove gli studenti sostenevano esami di musica e materie accademiche circa 2200 anni fa / WikiCommons
Ragazze a scuola
Sul fronte dell’inclusione, Teos non era un caso isolato. Le testimonianze epigrafiche mostrano che alcune città dell’Asia Minore, soprattutto in Ionia ed Eolide, avevano raccolto l’eredità educativa di Saffo. A Teos, in particolare, i maestri insegnavano a ragazzi e ragazze. Il programma comprendeva lettura, scrittura, grammatica, letteratura e musica, oltre a educazione fisica ed esercizi militari. Le iscrizioni non dicono però che ogni studente seguisse lo stesso percorso.
Gli esami nel palazzo del consiglio
Alla fine dell’anno gli studenti venivano valutati. Le prove di musica e delle materie accademiche si tenevano nel bouleuterion, l’edificio del consiglio cittadino, mentre gli esami di educazione fisica e addestramento militare si svolgevano probabilmente nel ginnasio, a nord. Il bouleuterion, che poteva ospitare circa 800 persone su 17 file di posti, non era dunque soltanto un luogo di politica: vi si tenevano assemblee e anche esami scolastici. Quando nel 2010 ripresero gli scavi sistematici, della struttura affioravano appena poche file di sedili. Oggi gran parte dell’edificio è tornata alla luce e i lavori di restauro, avanzati molto nel 2026, permettono di nuovo di ospitarvi attività culturali. Il progetto è condotto dal Ministero della Cultura e del Turismo turco e dall’Università di Ankara, con il sostegno del Comune metropolitano di Smirne.
Tredici nuove iscrizioni
La campagna di ricerche del 2026 ha riservato un’altra sorpresa. Attorno al Tempio di Roma e Augusto sono emerse nuove basi monumentali e blocchi architettonici riutilizzati nelle fondamenta di una piazza lastricata. Su questi blocchi gli archeologi hanno individuato tredici iscrizioni che gettano luce sui rapporti politici e sociali della città, tra cui anche note circa i compensi ai maestri. Una nomina Parmenione, uno dei più importanti generali di Alessandro Magno. Altre riguardano giudici chiamati da Mileto, Smirne e Mitilene per aiutare a risolvere le controversie pubbliche di Teos, una pratica diffusa tra le città greche. I teii onoravano sia i giudici ospiti sia le comunità che li avevano inviati, in segno di cooperazione diplomatica e giuridica tra città vicine. Restano invece senza nome i personaggi un tempo celebrati dalle statue che stavano sulle nuove basi.
Antiche iscrizioni greche conservate a Teos. I documenti scritti della città forniscono informazioni su istruzione, amministrazione civica e relazioni politiche / Comune metropolitano di Smirne
Antiche iscrizioni greche conservate a Teos. I documenti scritti della città forniscono informazioni su istruzione, amministrazione civica e relazioni politiche / Comune metropolitano di Smirne
Una città di artisti
Teos era una delle dodici città ioniche e prosperò grazie al commercio e alla vita artistica, favorita da due porti. Fu la patria del poeta lirico Anacreonte e in seguito la sede di una potente associazione di artisti dionisiaci. In questa luce, il primato dei maestri di musica appare quasi naturale.

Milano, Gotham City e le vetrine infrante

Milano, Gotham City e le vetrine infrante

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Molto è stato scritto sulle rivolte giovanili a Milano, molto si dirà ancora, spero, sulla risposta spesso maliziosa e interessata della politica che, alla vigilia delle elezioni politiche e amministrative, ha tutto l’interesse a mettere in scena un commissariamento militare della città per spingere un cambio di rotta. Di nuovo Milano come Gotham City, senza neanche Batman e Robin, ma con 500 militari. La Costituzione, fortunatamente, non affida loro compiti ordinari di polizia. Una deterrenza visiva che costa risorse che, come alcuni fanno notare, si potrebbero investire in presidi sociali più che militari. C’è però una domanda che mi interessa particolarmente: quanto c’è di specifico nelle rivolte di Milano (con relative paure a monte e a valle) e quanto, invece, assomigliano a qualcosa che sta accadendo anche in giro per il mondo? Per provare a capirlo sono tornata a disturbare un antropologo, Adriano Favole (Università di Torino), che qualche mese fa convocammo in radio ai tempi delle rivolte a Nouméa (Nuova Caledonia), nel Pacifico.
Allora cercavamo di comprendere cosa stesse succedendo in quel pezzo remoto di Unione europea (eh sì, laggiù è Francia). Ci mettemmo in contatto con una ricercatrice segnalataci dal professor Favole, che raggiungemmo mentre era al sicuro in casa durante un coprifuoco. Mentre continuiamo a citare rivolte simili in altre città europee — Parigi, Marsiglia, Madrid, Bruxelles — il remoto Pacifico ha anticipato la vecchia Europa.
Che idea si fa un antropologo davanti a quello che sembra un «format» globale di rivolte giovanili? Quanto si possono intravedere caratteristiche comuni?
Sono rimasto molto colpito dalla somiglianza tra quanto accaduto a Milano e quanto vidi un paio di anni fa in Nuova Caledonia, un lontano Territorio francese d’Oltremare nel Pacifico dove, era maggio del 2024, una estesa rivolta giovanile mise a ferro e fuoco la città di Nouméa. Anche se il fattore scatenante è diverso (la presenza in un caso di un corteo anti-coloniale, le proteste per la scuola e contro il caro-vita a Milano), il format è lo stesso: giovani, anzi giovanissimi per lo più minorenni, spesso “protetti” nei loro cappucci, autoconvocati sui social che prendono di mira in primo luogo le vetrine. Non è un caso: i marchi internazionali, popolari più che d’élite, sono il simbolo di una società che propone loro un modello unico di persona. Un modello che potremmo sintetizzare in produzione, guadagno, iper-consumo. Un solo modello da cui i giovanissimi delle classi marginali o del cosiddetto ceto medio impoverito si sentono tagliati fuori. Le vetrine sono oggetti d’odio e di attrazione. Si rompono e si saccheggiano. Quelle e quei ragazzi in un certo senso sono molto “integrati” perché la pubblicità, la rete, gli influencer hanno inculcato loro un’idea di essere umano consona al capitalismo globale: salvo che, come capiscono ben presto, a loro rimarranno le briciole del consumismo. Ecco perché è inutile puntare il dito sulle seconde generazioni o sugli stranieri o sugli italiani “viziati”. Non c’è una categoria omogenea di rivoltosi. E’ la rabbia contro il non-senso, è una richiesta disperata di orizzonti di futuro.
L’indignazione collettiva ha sottolineato l’effetto distruttivo delle rivolte sulle «cose», come se queste avvenissero in un campo sociale neutro e privo di responsabilità. L’antropologia ha analizzato a lungo i diversi tipi di violenza sociale e le condizioni in cui emerge. Perché ci indigniamo davanti alla violenza sulle cose e meno davanti alla violenza strutturale del contesto sociale?
Questa espressione, “violenza strutturale” è molto adeguata a quanto avviene. Siamo una società violenta in modo sistematico e quotidiano contro l’ambiente, violenta contro intere categorie di persone che emargina, violenta perché impedisce la manifestazione pubblica del dissenso (ricordiamoci che molta parte degli organi di informazione sono ormai impermeabili alla critica politica). La violenza è “strutturale” quando non c’è modo di sfuggirvi: ed è questa la sensazione dei giovani rivoltosi, l’impossibilità di uscire dalla condizione marginale. Sono e si sentono dei “fuori luogo”. Cosa possiamo fare? Abbiamo bisogno di politiche di inclusione, di giustizia economica e sociale, di finanziare di più la pubblica istruzione, di incoraggiare il dibattito democratico, di portare saperi e pensiero nei territori, soprattutto quelli più marginali.
E i cambiamenti che queste manifestazioni hanno ispirato?
Qui c’è una nota ancora più negativa: le rivolte giovanili in gran parte del mondo hanno aperto la strada a governi ancora più repressivi e di destra. A meno che un ampio fronte politico non decida di andare alla radice del disagio. Resta una contraddizione difficile da sciogliere. Le vetrine infrante sono visibili, fotografabili, contabili. La violenza che precede quelle vetrine, invece, è più difficile da raccontare: non ha un momento preciso in cui esplode, non produce immagini altrettanto immediate, non ha sempre un responsabile a cui attribuire la colpa.
Anche i giovani sembrano essere protagonisti di una nuova stagione di proteste transnazionali: dall’India al Kenya, dalla Serbia all’Unione Europea, rivendicano rappresentanza politica, investimenti nell’istruzione e, soprattutto, la possibilità di immaginare e costruire il proprio futuro. Eppure, i dati sembrano raccontarci una dinamica trasversale: una classe dirigente sempre più attenta al peso elettorale delle fasce demografiche più anziane, a fronte di investimenti insufficienti e di un accesso limitato al potere da parte delle generazioni più giovani. Fino a che punto, oggi, la categoria di “giovani” identifica una fascia d’età e quanto, invece, definisce una condizione di marginalità sociale e politica?
I giovani e giovanissimi sono marginali e marginalizzati perché non hanno un peso politico ed elettorale e soprattutto perché sono per lo più lontani anni luce dall’idea di vivere in mondi chiusi e autoreferenziali, identitari e securitari. Quando, attraverso la scuola, l’università e i percorsi di cittadinanza attiva maturano un pensiero critico e consapevole, sono loro stessi a estendere la protesta e il loro essere “giovani” alle altre categorie marginali della società. Sono gli unici a protestare contro le guerre e i massacri, contro il saccheggio delle risorse dell’ambiente, per i diritti dei migranti e di tutti noi. Se confrontiamo quanto avviene oggi con altre società e altre epoche siamo davanti a una situazione piuttosto paradossale: le vecchie generazioni al potere vivono nel qui e ora dei loro privilegi, mentre le manifestazioni giovanili riportano i temi del dibattito alla responsabilità e al futuro. La saggezza oggi ha il viso di un giovane arrabbiato perché vecchi dissoluti che si credono giovani negano loro il pensiero del domani.

Medio Oriente Ritorno alle urne, governo di minoranza o di unità nazionale: i tre scenari per il dopo voto in Israele

Ritorno alle urne, governo di minoranza o di unità nazionale: i tre scenari per il dopo voto in Israele

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Dopo le elezioni di martedì in Israele, ecco quali sono i tre possibili scenari per il dopo voto.
1) GOVERNO DI MINORANZA DI EISENKOT (Servirebbe però il sostegno dei partiti arabi)
Visto che nessuna delle due coalizioni ha la maggioranza, sarebbe possibile un governo di minoranza. Per farlo servirebbe la collaborazione dei partiti arabi, con un sostegno esterno o comunque un’astensione e almeno un deputato arabo dovrebbe votare a favore. Vista l’animosità del premier uscente Benjamin Natanyahu contro di loro, questo scenario sarebbe possibile solo con Gadi Eisenkot, il leader di Yashar, arrivato secondo dietro il Likud. È considerato uno scenario poco probabile, anche perché contrari a un governo di minoranza si sono già detti gli altri leader dell’opposizione. Inoltre un appoggio esterno dei partiti arabi sarebbe un passo molto drastico che Eisenkot e i suoi alleati non paiono disposti a compiere.
2) GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE (È lo scenario preferito del presidente Herzog)
Un’altra possibilità è la formazione di un governo di unità nazionale, guidato da Benjamin Netanyahu, il cui Likud è comunque rimasto primo partito, con l’adesione di Yashar di Eisenkot. I partiti dell’ultradestra ora alleati con Netanyahu sarebbero esclusi. A premere secondo vari media israeliani è lo stesso presidente Isaac Herzog, che vuole evitare un ritorno alle urne. Secondo fonti politiche citate da vari media anche la Casa Bianca preferirebbe questo scenario, che manterrebbe Netanyahu, alleato di Donald Trump, come premier. Le pressioni sono insomma forti, per tutta la campagna elettorale, però, l’opposizione ha escluso categoricamente di far parte di un governo guidato da Netanyahu, o anche di cui ne faccia solo parte. Le cose potrebbero cambiare se il Likud proponesse un altro nome, ma è molto improbabile.
3) RITORNO ALLE URNE (Scenario preferito da Netanyahu)
Sono molti i commentatori che ritengono nuove elezioni una chiara possibilità. Secondo molti sarebbe lo scenario preferito del premier uscente. Il quale starebbe scommettendo su una più bassa affluenza. E cioè che non si ripeterebbero né l’altissima affluenza degli elettori arabi, né il grande flusso di israeliani arrivati dall’estero per votare. Oltretutto Netanyahu fino al voto resterebbe premier facente funzioni con la sua attuale coalizione. In teoria l’opposizione potrebbe obbligarlo a dimettersi, per farlo però avrebbe bisogno del sostegno dei partiti arabi, fatto che il Likud sicuramente si giocherebbe in campagna elettorale.

Venerdì mobilitazione dei lavoratori negli scali per dire no al commercio di armamenti verso Medioriente e altri teatri di guerra. “Ostacoliamo la macchina bellica”

Porti chiusi alle navi che trasportano armi: la protesta sbarca in Italia e altri 21 Paesi

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Porta in faccia alle navi che trasportano armi. Oltre 25 sindacati di lavoratori portuali, che rappresentano 113 porti in 22 Paesi e regioni distribuiti su cinque continenti, parteciperanno venerdì alla Giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra e l’industria che la alimenta.
La protesta, mai così estesa, prende le mosse dalla Dichiarazione di Istanbul del maggio 2026, che definisce il quadro politico e sindacale della mobilitazione. Ogni organizzazione sindacale, in ciascun Paese, parteciperà con tempi e modi stabiliti nelle assemblee dei lavoratori. Sono stati proclamati scioperi di 24 ore in Paesi come Francia, Italia, India, Grecia e Turchia, mentre in Marocco, a Cipro e in altri porti sono state annunciate astensioni dal lavoro fino a due ore. Allo stesso tempo, i sindacati dei portuali stanno organizzando manifestazioni e presìdi nelle città e nei porti.
I portuali non saranno soli. Lavoratori e sindacati di altri settori, insieme ai giovani, si uniranno a loro nella giornata di mobilitazione, come in Grecia; in Italia, invece, l’Usb ha proclamato uno sciopero generale. «Gli scioperi e le mobilitazioni nei porti di tutto il mondo dimostrano la forza della lotta organizzata dei lavoratori, capace di ostacolare la macchina bellica bloccando il trasporto di armi e attrezzature militari» spiega l’Usb. Ma la protesta corre di pari passo con le ragioni alla base dello sciopero generale proclamato dalla Cgil per venerdì. «La lotta contro la guerra e la militarizzazione dei porti e delle infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti dei portuali – continua l’Usb -. I lavoratori si battono contro la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione e chiedono contratti collettivi, aumenti salariali, una riduzione dell’orario di lavoro e misure a tutela della salute e della sicurezza».
In Italia aderiranno i portuali di Ancona, Civitavecchia, Genova, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. L’obiettivo è dire basta al carico e scarico di armamenti che ha interessato negli ultimi anni anche i nostri scali, in particolare Livorno, Genova e Ravenna. «Di fronte all’intensificarsi dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e al rischio di una guerra generalizzata – rimarca l’Usb -,  il 30 ottobre lancia un messaggio forte e chiaro alle imprese, ai governi e alle alleanze imperialiste. I popoli del mondo non hanno nulla da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per i profitti del capitalismo».

Nel 2024 gli occupati “irregolari” sono saliti a 3,3 milioni. Con l’aumento del sommerso sono aumentate le tragedie nei cantieri e nei campi: una sfida per istituzioni e imprese

Salvatore, Nicu, Pasquale... la crescita del lavoro nero dietro tante morti di operai

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Salvatore Calignano sicuramente non sapeva di contribuire al Pil italiano salendo sul tetto del capannone abusivo di Caivano, per lavorare in nero a 61 anni e poi cadendo morire. Non lo sapeva neanche Nicu Terletchi, 35 anni, operaio moldavo, morto in un cantiere di Padova dove stava lavorando in nero. E neppure il giovanissimo Riccardo Valentin Moraru, appena 20 anni, operaio romeno morto dopo essere precipitato dal tetto di un capannone in costruzione a Barbarano Mossano, anche lui senza un regolare contratto. E neanche Pasquale Petraccia che di anni ne aveva invece 83 ed è morto a Scerne di Pineto colto da un malore mentre lavorava in nero in un cantiere, assieme a un altro operaio di 77 anni, anche lui senza contratto. E così anche Giuseppe Fossato, 63 anni, morto dopo essere stato colpito da un mezzo meccanico mentre lavorava in nero in un’azienda agricola nel territorio di Bovolone, ma il suo corpo era stato spostato nel tentativo di nascondere le irregolarità.
O come Daniluc Tiberi Mai, romeno di 50 anni, e Najahi Jaleleddine, tunisino di 41, morti a Palermo sbalzati a terra da 25 metri mentre stavano lavorando in nero per un’impresa edile che ufficialmente non operava da dieci anni. Tutto fuorilegge come per la morte di Rahali Abdellah, 38 anni, algerino, precipitato da 15 metri in un cantiere irregolare a San Marcellino nel Casertano, assieme a una decina di altri operai, tutti “in nero”. Fantasmi apparsi solo dopo la morte, tutti nel 2026 (in 9 mesi più di 700), ma che producono Pil. No, loro non lo sapevano ma a dirlo è l’Istat nell’annuale rapporto sull’economia non osservata, sommerso e illegale, un enorme tesoro che resta nell’ombra, un mercato parallelo solo in parte è mafioso ma sicuramente criminale. Nel 2024, proprio l’anno della morte di Giuseppe Petrarola, oltre 218 miliardi di euro con un’incidenza sul Pil del 9,9%. La fetta più consistente è l’economia sommersa che sale a 198,4 miliardi, in particolare per la crescita del lavoro irregolare, che arriva a 187,8 miliardi, aumentando del 3,9%, circa 3,1 miliardi.
Frutto di un’occupazione in nero che continua a crescere a un ritmo superiore rispetto a quella in regola. Ben 3 milioni e 277mila occupati con un aumento di 145mila rispetto al 2023 (+4,6%): quasi tre volte la crescita del lavoro regolare (+1,6%). “Nero” in ottima salute, dunque, ma a spese dei lavoratori. Dietro i freddi dati ci sono persone e famiglie. Una contabilità di morte, non “morti bianche” ma “operaicidi”. Morti inaccettabili ancor più in un Paese che al primo articolo della nostra Costituzione scrive “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Invece sono milioni le vittime del Pil “fantasma”, drammaticamente concrete come ben sanno le loro famiglie. Non dovremmo mai dimenticare le parole di papa Francesco: «La sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!». Tocca alla politica e all’economia scegliere, perché non c’è aumento del Pil che le possa giustificare. Ce lo confermano le tante inchieste della magistratura che, grazie all’ottima legge 199 “anticaporalato” che sta per compiere dieci anni, riescono non solo a colpire l’illegalità, ma soprattutto a far rientrare le imprese nelle regole. E nessuna chiude o fallisce. Pil e Vita possono convivere e dare buoni frutti. Basterebbe scegliere strumenti giusti, aumentare i controlli, penalizzare i “furbi” ma anche spingerli a un vero ravvedimento.

Morti sul lavoro / La cronaca delle ultime ventiquattr’ore spiega bene come esista un problema trasversale di protezione e garanzie, a tutte le età e in tutti i settori. Uil: si istituisca il reato di omicidio sul lavoro, nasca una Procura ad hoc. L’Anmil: no all’indifferenza delle istituzioni

Fabbri, carpentieri, operai: chi sono i morti sul lavoro. «La sicurezza non può essere affidata al caso»

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Chi sono i morti sul lavoro in Italia? Quali sono le loro storie, che quotidianamente si affacciano nelle brevi in cronaca? Le ultime ventiquattr’ore dicono molto, da questo punto di vista. Ieri a Pisa, al Centro grandi ustionati è deceduto Kabir Mohidul, operaio bengalese di 29 anni rimasto gravemente ferito nell’incendio avvenuto il 29 settembre nello stabilimento Fincantieri di Ancona. Il giovane era stato soccorso dopo l’esplosione di fiamme durante un intervento di carpenteria. Nello stesso incidente aveva perso la vita il collega Sofiane Boutraa, 55 anni, tunisino e padre di tre figli. Entrambi lavoravano per una ditta appaltatrice. Sempre ieri un operaio di 65 anni è morto folgorato in un’azienda del polo avicolo di Modica, nel Ragusano. A Villafrati, nel Palermitano, è deceduto il fabbro 39enne Giovanni Patricola, precipitato dopo il crollo di un balcone durante lavori di ristrutturazione.
Fabbri, carpentieri, operai. Persone che lavorano nei cantieri edili o nelle grandi fabbriche, addetti alla manutenzione o giovani precari. Spesso, anche persone anziane che perdono la vita in contesti difficilmente spiegabili. «Serve una procura speciale che indaghi, come esiste in altri casi, e che ci sia l’omicidio sul lavoro» ha detto Claudia Mazzucchelli, segretaria generale della Uil Marche, dopo la morte di Kabir. «Nessuna produzione, nessuna scadenza e nessun modello organizzativo possono giustificare condizioni in cui la sicurezza dei lavoratori non sia pienamente garantita – aggiunge la sindacalista – vanno invece rafforzate concretamente prevenzione, formazione, coordinamento delle attività e gestione dei rischi interferenziali, soprattutto nei grandi cantieri e nelle filiere dell’appalto»
In certe zone, poi, la situazione della sicurezza sul lavoro è drammatica. Questa mattina lo ha ricordato Giorgia Lauretta, reggente dell’Anmil Sicilia. «In una Sicilia già profondamente colpita da un’altra tragedia sul lavoro, con la morte dei quattro braccianti di Canicattì di lunedì scorso, la morte di Giovanni Patricola richiama ancora una volta l’attenzione sulla gravità dell’emergenza infortuni e la necessità di interventi concreti e immediati». Nella regione, le denunce di infortunio sul lavoro sono state 18.909, contro le 17.272 dello stesso periodo del 2025, con un aumento del 9,5%. Le denunce di infortunio mortale sono passate da 57 a 61, mentre quelle relative alle malattie professionali sono salite da 1.061 a 1.481, con un incremento del 39,6%. «Dietro questi numeri – sottolinea Anmil – ci sono lavoratori esposti a rischi, famiglie coinvolte e conseguenze È indispensabile rafforzare la prevenzione e fare in modo che la tutela della salute e della sicurezza diventi una priorità effettiva in ogni ambiente di lavoro».
Particolarmente preoccupante è il quadro della provincia di Palermo, dove gli indicatori evidenziano un ulteriore peggioramento. «Non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’ennesima tragedia sul lavoro, di fronte all’ennesimo operaio che precipita nel vuoto mentre svolge la propria attività. Dietro ogni incidente ci sono una persona, una famiglia e un futuro spezzato. Non è accettabile che si continui a morire o a rimanere gravemente feriti mentre si lavora. La sicurezza non può essere affidata al caso» ha sottolineato Lauretta dell’Anmil.

Assisi 2026, le religioni unite per la pace: “Basta con le guerre, scegliamo il dialogo”

Assisi 1986-2026: la pace ha bisogno di dialogo. Quarant'anni dopo lo  storico incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi, il  messaggio di pace e di dialogo conserva tutta la sua
Si conclude nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco l’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, a quarant’anni dalla storica giornata voluta da Giovanni Paolo II. Le parole di Zuppi e Bartolomeo I, le testimonianze dei rappresentanti religiosi e l’appello finale affidato ai bambini: “È ora di riabilitare la pace”

Guglielmo Gallone – Inviato ad Assisi

Eccolo, lo spirito di dialogo e di pace che ha attraversato Assisi in questi giorni. Si è manifestato tutto nell’arco di poche ore, sotto un cielo azzurro e un sole pieno, ormai calante, di fronte a 5mila persone, nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco. Qui, quarant’anni dopo lo storico incontro voluto da San Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, uomini e donne di religioni, culture e Paesi differenti si sono ritrovati ancora una volta gli uni accanto agli altri, per pregare, incontrarsi e chiedere la fine delle guerre. Cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, shintoisti, taoisti, zoroastriani e tanti altri hanno composto un’immagine che ha racchiuso il senso dell’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, giunto oggi, martedì 27 ottobre, alla sua conclusione. Tre giorni di dialogo, testimonianze e confronti, tre giorni dedicati a tutti i conflitti, anche quelli più dimenticati, e agli innumerevoli sforzi per porvi fine, culminati in un appello rivolto al mondo: “Basta con le guerre! Basta con la cultura della guerra, scegliamo la creatività del dialogo e l’audacia della pace”.

Vatican News

L’arco storto

L'arco storto

Avvenire

«Iuvenes eorum comedit ignis» (Sal 78,63). Il fuoco divorò i loro giovani. È il grido antico del salmista.
Da allora sono trascorsi millenni. Eppure quelle parole sembrano scritte apposta per la cronaca di questi giorni. Milano, 17 ottobre 2026. Fumogeni, sanpietrini, vetrine in frantumi, tavolini strappati ai dehors e scagliati contro gli scudi. Centinaia di giovanissimi, molti minorenni, convocati su TikTok da una sigla che nessuno conosceva. Senza bandiere di partito, senza leader, con il tricolore accanto ai vessilli dei Paesi da cui erano partiti i loro genitori. Lo stesso sabato, in Francia, oltre mezzo milione di persone in piazza: una protesta nata nei licei di Créteil e dilagata ovunque, scontri e incendi, più di duemila fermi in un solo fine settimana. Finché Parigi, la città che si volle dei Lumi, ha dovuto spegnere per decreto le proprie strade e riesumare una parola di guerra: coprifuoco. Dalle otto di sera alle sei del mattino, in interi quartieri di Parigi, di Lione, di Lille, di Nizza. Pochi giorni prima, a Lisbona e Porto, si sfilava dietro uno striscione che ha il sapore antico di un epitaffio: «Non si può più vivere così». E ancora le piazze spagnole per la casa, gli studenti serbi dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, i ragazzi di Kathmandu capaci di far cadere un governo. Più di cinquanta Paesi. Un’unica febbre. Un’unica rabbia che divampa. E brucia, brucia tutto.
Il fuoco, appunto. Ancora una volta. Fuoco che divora i giovani. E non solo i giovani. E che anche gli stessi giovani, troppo spesso, alimentano.
Un altro Salmo, il centoventisettesimo, ci ricorda, però, che «come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza» (Sal 127,4). Molti secoli dopo, Khalil Gibran avrebbe scritto ai genitori: «voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce vive, sono lanciati in avanti». Le generazioni sono archi e frecce: sono archi i padri, sono frecce i figli. La freccia, però, non sceglie la propria traiettoria. La riceve. Dalla tensione della corda, dalla forma del legno, dall’occhio dell’arciere che vede il bersaglio. Per questo, se la freccia devia, prima di interrogare la freccia occorre interrogare la mano che l’ha scoccata. Se il fuoco divora i figli, sono i padri a doversi interrogare per primi sui loro errori. Per primi. Ma non da soli. Gibran definisce i giovani «frecce vive». E chi è vivo sceglie. Chi scaglia una pietra resta responsabile di quella pietra. Nessuna ferita subita giustifica la ferita inflitta. Non si costruisce un mondo migliore devastando quello che c’è. Si costruisce un mondo migliore nella verità. Nella verità della propria natura, senza la quale non può esserci verità della storia. E nel sacrificio di sé (non di chi o di ciò che è altro da noi), necessario a custodire ed edificare la verità. Perché – ed è questo, a mio avviso, il cuore della questione – fuori dalla verità di natura non si possono conseguire fini di bene. Non lo possono i padri che hanno spento la luce. Non lo possono i figli che devastano per riaccenderla.
Lo ha ricordato, pochi giorni dopo le violenze di Milano, anche Papa Leone XIV. Rivolgendosi a chi educa nelle scuole e nelle università, ha descritto giovani «come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi», stretti in «una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato». E ha indicato la via: «Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso». Perché «sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati». Non di un amore qualunque, ma di un amore che è verità.
Il Presidente Mattarella, a sua volta, ha chiesto, all’indomani degli scontri, «un’analisi intelligente e approfondita» di violenze che sembrano esplodere «in modo inatteso da soggetti inediti». Una condizione che «pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili». Senza mai dimenticare, ha ricordato, che «ogni violenza è inaccettabile».
Qual è, allora, il punto di vista delle diverse scienze sulla traiettoria di queste «frecce vive» scagliate, a volte disordinatamente, verso il futuro?
L’economia ne calcola la spinta. Federico Fubini sul Corriere ed Enrico Giovannini su Avvenire hanno, molto opportunamente, ricostruito il quadro di crescenti diseguaglianze nel quale questo movimento si sviluppa. Tutto vero. Forse potremmo aggiungere anche che la povertà, da sola, non basta a generare e a “giustificare” la rabbia. Generazioni più povere di questa, in passato, sono partite con la valigia di cartone, finanche cantando, mosse dal desiderio positivo di affrancarsi dalla loro condizione di disagio e di costruire un mondo migliore e un futuro più bello. La diseguaglianza diventa rabbia, invece, solo quando la promessa si rompe. Anzi, quando non c’è più nemmeno una promessa. Vale la pena tenerlo a mente.
La sociologia, a sua volta, ne disegna il profilo. Ragazzi dell’hinterland, figli di chi è già emigrato una volta, che non hanno un altrove verso cui fuggire perché sono già l’altrove dei loro padri. Mentre i coetanei della borghesia partono a migliaia con la laurea in valigia, a loro l’uscita è murata.
La politica, infine, ne registra il vuoto in cui si muovono. Hirschman distingueva tre risposte al declino di una comunità: andarsene, protestare, restare fedeli. A chi non può partire e non è mai stato davvero accolto resta soltanto la voce. Ma una voce senza istituzioni che la ascoltino, senza corpi intermedi che la traducano, o si spegne o diventa grido. E il grido che non trova orecchio diventa urlo che pietrifica e trafigge. E la politica, a destra come a sinistra, sembra non avere risposte. Sloterdijk direbbe che sono fallite le «banche dell’ira»: i partiti e i movimenti che un tempo raccoglievano la collera dei singoli e la investivano in un progetto. Oggi, invece, la rabbia non ha argini. E non manca chi teme che, dietro sigle senza volto e convocazioni anonime, si stenda l’ombra lunga di guerre ibride e di regie interessate a soffiare sul fuoco. C’è chi vi legge soltanto un problema di ordine pubblico, e invoca più divise. C’è chi vi legge soltanto l’esercizio del diritto alla protesta, e chiede più ascolto. Entrambi i punti di vista hanno un loro fondamento. Nessuno dei due, tuttavia, è sufficiente a comprendere il fenomeno nella sua complessità. Non è solo questione di sicurezza. Non è solo questione di libertà. È questione di senso.
Da ultimo, viene in soccorso la filosofia, che interroga questa rabbia risalendo all’assenza di senso da cui scaturisce la disperazione, una delle condizioni più ricorrenti tra le nuove generazioni. Kierkegaard la chiamava «malattia mortale», non perché uccida, ma perché impedisce tanto di vivere quanto di morire: è il sé che non riesce più a fondarsi.
Le analisi, dunque, si moltiplicano. Ciascuna di esse offre una prospettiva diversa, meritevole di considerazione. C’è chi parla di noia, la malattia sottile di chi possiede tutto ma ha perso il senso del vivere. C’è chi parla di immaturità: l’età dell’innocenza che smarrisce la sua purezza, la potenza dell’adolescenza che non è ancora diventata competenza. C’è chi indica la disconnessione dal reale, un’esistenza consumata dietro uno schermo, da cui discendono un’immaturità persistente e l’assenza di ogni senso del limite. C’è chi torna alle diseguaglianze crescenti, alle ingiustizie sociali e intergenerazionali. Tutte letture da approfondire e da tenere nella giusta considerazione.
Eppure, mentre le diagnosi proliferano, la cura tarda a emergere. Il nostro tempo sembra aver affinato come nessun altro l’arte di descrivere gli effetti, mentre ha smarrito quella di risalire alle cause profonde. Parole, parole, parole. La politica, assediata dall’urgenza, fatica a raggiungere le radici del disagio, persino quelle civili. L’accademia ne misura i sintomi con precisione crescente, ma stenta a tradurre la conoscenza in sapere vivificante e poi in educazione. E anche le comunità di fede, custodi della parola che forma le coscienze, faticano a raggiungere chi non ne varca più le soglie. Alla prova della storia, emerge così una diffusa impotenza.
Dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà, allora, di riconoscere che c’è dell’altro. Le cause e le soluzioni stanno più in basso (o più in alto, molto più in alto) del punto in cui ciascuna scienza è abituata a guardare. C’è dell’altro. E c’è di più da indagare. Bisogna andare oltre. Oltre gli effetti visibili. Scendere più in basso, fino alle fondamenta. Fino all’arco.
Proviamoci.
La disperazione sopravviene quando si perde la speranza. La speranza si perde quando si spegne la luce. Perché sperare è vedere. Vedere oltre. Vedere l’alba oltre la notte. Chi non vede nulla non può attendere nulla. E la luce si spegne quando si smarrisce la verità. Non una verità qualunque, opinabile, negoziabile. La verità di ciò che siamo. La verità di natura di cui si diceva sopra. Un sé senza fondamento è un sé senza direzione. E un sé senza direzione è un arco storto.
Il Salmo che ci ha consegnato il fuoco ci consegna anche quest’altra immagine. Conversi sunt retro ut arcus pravus (Sal 78,57). Si sono rivoltati all’indietro, come un arco storto. Pravus: deforme, contorto, distorto. E insieme malvagio, sbagliato, infondato. Una sola parola tiene insieme la fisica e la morale, come se gli antichi sapessero che il male è anzitutto una deformazione della forma. Un arco che perde la sua finalità è un arco che ha perso la sua stessa natura di arco. Non scocca più. Oppure scocca all’indietro, contro l’arciere. Lo stesso Salmo lo aveva annunciato poco prima: Filii Ephraim, intendentes et mittentes arcum, conversi sunt in die belli (Sal 78,9). I figli di Efraim, arcieri provetti, nel giorno della battaglia voltarono le spalle. Avevano l’arco. Avevano la mano. Avevano perduto la memoria: et obliti sunt factorum eius (Sal 78,11). Dimenticarono le opere e le meraviglie che il Signore aveva mostrato loro. Sempre l’oblio precede la deformazione. Prima si dimentica. Poi ci si torce.
Ecco perché le frecce non colpiscono più il bersaglio giusto o addirittura tornano indietro. Non perché siano nate storte, ma perché storto è l’arco che le ha lanciate. Conversi sunt retro: è l’arco dei padri a essersi rivoltato, ed è la freccia dei figli a pagarne la traiettoria. E il Salmo spiega bene dove conduce questa torsione. Dalla schiavitù dell’Egitto, dalla quale il Signore li aveva liberati, si sono inabissati in una schiavitù ancora peggiore. Dalla libertà sono tornati nella schiavitù, dalla vita nella morte. Persero la loro essenza e la loro finalità. E senza la sua essenza e senza il suo fine, il popolo di Dio non era più il popolo di Dio. Senza la sua essenza e senza il suo fine, l’Umanità non è più l’Umanità. Senza la sua essenza e senza il suo fine, ciascuna persona non è più vera persona.
Anche il rischio che queste frecce siano scoccate da mani occulte verso bersagli altrui non smentisce l’analisi. La conferma, invece. Rabbia dei giovani e manipolazione dei poteri non sono letture da contrapporre, come se l’una escludesse l’altra. Coesistono. E hanno la stessa radice. Un mondo che ha smarrito la verità di natura genera insieme la disperazione di chi brucia e il cinismo di chi accende. È l’arco deforme che oggi regge la storia: storto nei padri che non trasmettono, storto nei figli che devastano, storto nei poteri che manovrano e non sono capaci di offrire soluzioni. Così, la sequenza degli errori si perpetua all’infinito.
I Greci chiamavano hamartía l’errore dell’arciere: mancare il bersaglio. Il Nuovo Testamento userà questa parola per dire il peccato. Non anzitutto una trasgressione: uno smarrimento della mira. E l’apostolo Paolo, per dire la vita salvata, corre katà skopó (Fil 3,14), verso il bersaglio. La speranza ha una mèta. La disperazione no.
Abbiamo consegnato ai nostri figli un mondo senza bersaglio. Abbiamo insegnato loro che la verità non esiste, che il bene è una preferenza, il fine un’opinione. Abbiamo chiamato libertà l’assenza di direzione. E ora ci stupiamo che le frecce ricadano su di noi. Abbiamo dichiarato umana ogni parola che veniva dall’alto. E se è parola umana, perché ascoltarla? La mia parola sarà sempre più vera e luminosa della parola altrui. Poi abbiamo relativizzato ogni maestro: se sono tutti uguali, nessuno è autorevole. È l’antica pretesa di Core, Datan e Abiràm: «tutti sono santi» (Nm 16,3), e dunque nessuno ha più nulla da insegnare. Sappiamo come finì. La terra spalancò la bocca e li inghiottì.
E infine abbiamo smarrito la verità di natura, e con essa la possibilità di perseguire fini di bene. Ecco il cuore della questione, come già anticipato, dal punto di vista della teologia fondamentale. Ogni volta che si perde la natura, si perde anche il fine. Quanto più si degrada la natura, tanto più si degrada il fine. Abbiamo preteso di custodire la giustizia, la pace, la dignità dopo aver dissolto la natura che le fonda. Il frutto senza la radice non può maturare né essere raccolto. Un fine senza natura si dilegua come acqua gettata a terra. Dalla natura di bene siamo divenuti natura di male. Inevitabilmente il male è divenuto il fine della nostra vita.
Ecco l’impossibilità. La vera, insuperabile impossibilità. Non morale, quindi, ma di natura. Fuori dalla verità di ciò che siamo non ci manca la volontà di costruire, di dare, di custodire la speranza. Ci manca la possibilità. All’arco storto non manca il desiderio di colpire nel segno: manca la forma, manca la struttura, manca la meccanica. Nessuna riforma, nessun piano casa, nessun sussidio, pur necessari, potranno da soli raddrizzarlo. L’arco non si raddrizza dall’esterno, con un supplemento di mezzi. Si raddrizza dall’interno, con una restituzione di forma. Il bene si può invocare, rincorrere, decretare. Senza verità, non si raggiunge. Il Salmo lo aveva già narrato. Nel deserto il popolo chiede carne e la riceve in abbondanza: manducaverunt et saturati sunt nimis (Sal 78,29), mangiarono e si saziarono oltre misura. Eppure nondum recesserant a desiderio suo (Sal 78,30): il cibo era ancora nella loro bocca, e non si erano staccati dalla loro brama. Sazi, ma non saziati. È il ritratto di una civiltà che moltiplica i mezzi e smarrisce il fine.
Il Salmo, però, conosce anche la cura. Si apre con un patto tra generazioni: ciò che i padri ci hanno narrato non lo terremo nascosto ai loro figli, ut ponant in Deo spem suam (Sal 78,7), perché ripongano in Dio la loro speranza. E spiega: ne fiant sicut patres eorum (Sal 78,8), perché non diventino come i loro padri, generatio quae non firmavit cor suum (Sal 78,8), generazione dal cuore incostante. Il Salmo non assolve i padri. Mette in guardia i figli.
È questo il debito più grave contratto con i giovani. Più del debito pubblico. Più dei patrimoni che non riusciranno ad accumulare. Il debito di una narrazione interrotta. Abbiamo trattenuto la luce e la verità. Peggio: le abbiamo spente, le abbiamo soffocate, credendo di emanciparci. Le nuove generazioni sono rimaste al buio. Senza verità. Senza speranza.
E se le nuove generazioni sono al buio e senza speranza, anche il domani sarà al buio e senza speranza. Perché la freccia di oggi è l’arco di domani. Anche questi ragazzi, un giorno, saranno chiamati a tendere la corda per figli che ancora non sono nati. Anche i giovani di oggi sono responsabili delle loro azioni e del loro impatto sulle generazioni e sulla storia di domani. Il patto del Salmo non li esonera. Li ri-chiama. Anche loro hanno il dovere di diventare archi buoni, di non lasciarsi torcere dalla rabbia, che deforma chi la porta prima ancora di ferire chi la subisce. Anche loro hanno il dovere di restare nella loro verità di natura. La legge non fa sconti a nessuna generazione: fuori dalla verità di natura non si raggiunge il proprio fine di bene. E si impedisce a chi verrà dopo di raggiungerlo. Un arco storto non tradisce soltanto la sua freccia. Tradisce tutte quelle che verranno. Gli errori dei padri non si riparano con gli errori dei figli. Si riparano con figli che scelgono di diventare padri migliori. Ne fiant sicut patres eorum ( Sal 78,8): è a loro, oggi, che il Salmo parla.
L’innovazione armonica nasce per questo. Ogni buon Armonauta lo sa. Raddrizzare l’arco. Essere frecce buone. A questo siamo chiamati.
Il Salmo, infatti, non finisce nel fuoco. Finisce con un pastore preso dietro le pecore, che guida il suo popolo in innocentia cordis sui (Sal 78,72), con cuore integro. Integro: intero, non spezzato, non torto. Non la forza, ma la forma ritrovata, l’arco diritto.
Forse è questo che i ragazzi in piazza, senza saperlo, stanno chiedendo: che l’Umanità smetta di essere un arco storto e ritorni a essere un arco buono. Tutta l’Umanità. Non una sola parte. Padri e figli. Nessuno escluso.

Israele / Il Likud, partito del premier, secondo gli exit poll, avrebbe 24-25 seggi mentre Yashar, guidato dall’ex generale, sarebbe a 21-23. Ma il blocco delle opposizioni sarebbe davanti con 53 deputati contro i 50 dello schieramento del governo uscente. Decisive le formazioni più piccole. L’opposizione: totale sfiducia a chi ha governato in questi anni

È testa a testa tra Netanyahu ed Eisenkot, ma la sorpresa in Israele è il boom dei partiti arabi

Avvenire

Gli israeliani sembrano aver indicato una direzione, ma non ancora un governo. Gli exit poll danno al “Likud” di Netanyahu 24-25 seggi contro i 21-23 di “Yashar” del generale Eisenkot. Il blocco anti-Bibi prevale però con 52 seggi contro 50, lontano dai 61 necessari. Per governare Eisenkot dovrà superare i veti degli alleati sul sostegno dei partiti arabi, accreditati di 18 seggi: 11 alla Lista Unita e 7 a Ra’am.
Un vincitore certo c’è: la partecipazione. Alle 22 aveva votato il 77,7% degli aventi diritto, il dato più alto a quell’ora dal 1999, secondo la Commissione elettorale. Le rilevazioni non consegnano al premier uscente la maggioranza e non ne decretano la fine politica. L’eternamente redivivo Bibi, dopo quasi vent’anni complessivi al potere, può ancora formare un governo se riuscirà a sottrarre alleati al campo avversario, oppure restare alla guida di un esecutivo provvisorio in caso di stallo e di nuove elezioni in pochi mesi.
In attesa del pronunciamento notturno del premier e dell’esito definitivo che potrebbe riservare altre sorprese, l’opposizione rivendica la vittoria. «Non lasciatevi confondere: il blocco di Netanyahu ha subito una dura sconfitta. È un crollo totale e gli elettori gli hanno detto di andare a casa», scrive Yair Lapid. Eisenkot parla invece di «totale sfiducia in Netanyahu e nel governo del 7 ottobre, espressa dalla maggioranza sionista e dalla maggioranza dei cittadini israeliani». Ma precisa: «Se questi saranno i risultati definitivi, sarà una vittoria della maggioranza sionista che ha a cuore lo Stato». Promette: «Agirò immediatamente per attuare la volontà dei cittadini, sostituire il governo Netanyahu e costituire al più presto un governo sionista della leva militare».
Si apre intanto la partita delle alleanze. «È un’occasione storica per formare un governo del cambiamento, non intendiamo rinunciarvi», dichiara Yair Golan, leader dei Democratici. «Siamo pronti a lavorare con tutti i nostri partner, superare le divisioni e assumerci le responsabilità». Golan è favorevole a un’intesa con Ra’am. Il suo leader Mansour Abbas, già nel pomeriggio, aveva annunciato: «Ra’am sarà il partito che consentirà di formare una coalizione e un governo, mandando la destra all’opposizione per quattro anni». Yousef Jabareen, presidente della Lista Unita, dalla sede del partito promette: «Speriamo di mandare a casa Bibi, Smotrich e il governo macchiato di sangue». Aveva prospettato un sostegno parlamentare esterno, condizionato a interventi per le comunità arabe e a una prospettiva politica palestinese. Ma Lieberman resta contrario a un governo dipendente dai voti arabi. Dal Likud Gideon Sa’ar replica: «La sinistra festeggia troppo presto».
La soglia del 3,25% potrebbe escludere dalla Knesset il “Popolo d’Israele” di Ofer Winter, la lista dei Riservisti e del Partito Economico di Yoaz Hendel e il “Pubblico Charedi” di Moti Leitner. L’esclusione non è ancora definitiva: molti voti rischiano di restare senza rappresentanza. Nel 2022 Netanyahu conquistò 64 seggi con appena 30mila voti di scarto rispetto all’opposizione. Meretz e Balad, sotto al minimo, lasciarono quasi 289mila voti – più di sette seggi – senza rappresentanza.
Destino e simbolo di ogni voto è Gerusalemme, sede della Knesset, il parlamento da 120 posti. La città dei Templi ebraici, del Santo Sepolcro e di al-Aqsa, divisa nel 1948 e sotto controllo israeliano dal 1967, resta occupata nella sua parte orientale. In nessun altro luogo la distanza fra il significato universale della Storia e la contabilità di un’elezione è così difficile da misurare. La distribuzione territoriale delle sezioni elettorali corre su molte cicatrici geografiche. L’esercito ne ha predisposte 850, circa un quarto mobili, per chiamare alle urne i soldati anche nella Striscia, nel Libano meridionale e in Siria. Si è votato nelle terre conquistate dalle forze armate come nella Palestina occupata, disegnando i confini del «Grande Israele» evocato dagli estremisti. Quando nel 1949 Israele elesse la prima Knesset, la guerra appena conclusa era indipendenza per gli israeliani, Nakba, esodo e sradicamento, per i palestinesi. Due memorie senza narrazione comune. Ogni elezione riapre la domanda irrisolta nel 1948: chi decide il futuro di questi luoghi.
Neanche la contabilità degli incidenti è stata facile. Le urne si riempiono, fuori si aspetta anche tre quarti d’ora per votare, e intanto si moltiplicano aggressioni e intimidazioni. Soprattutto nelle roccaforti ultraortodosse. A Beit Shemesh manifestanti danneggiano un seggio e invitano a non votare. A Bnei Brak sono denunciati assalti agli stand di «Charedi Public», partito ultraortodosso dissidente. A Modi’in Illit, nella Cisgiordania occupata, giovani estremisti ebrei devastano tavolini e bruciano volantini. Gli attivisti anti-Netanyahu denunciano schede scomparse e pressioni sugli elettori. A Tiberiade volano spintoni e insulti. A Holon due rappresentanti dei Democratici vengono colpiti a pugni, uno perde conoscenza. A Tel Aviv torna l’ombra del 1995, quando Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista ebreo di destra, in un clima di radicalizzazione politica nel quale era attivo anche Ben Gvir. Il servizio segreto interno aveva assunto due giorni fa la protezione del generale Eisenkot. Ma ieri un uomo è stato arrestato mentre si avvicinava al leader dei Democratici, Golan, con un coltello nascosto.
Il trauma del 7 ottobre non ha prodotto una lettura condivisa. Anche il lutto è diventato terreno di scontro: chiedere conto delle vite perdute può trasformare un padre o una madre in un nemico. «Questo non è niente», dicono i ragazzi del Sira Caffè, nel centro di Gerusalemme, bollato dagli oltranzisti come un covo di traditori perché antifascista. Lo frequentava Hersh Goldberg-Polin, rapito da Hamas il 7 ottobre e ucciso a Gaza durante la prigionia. Sua madre Rachel non ha seguito la retorica della sicurezza. Al decimo posto nella lista di Eisenkot c’è Shira Shapira, madre di Aner, che respinse le granate lanciate da Hamas nel rifugio dove si trovava anche Hersh. Anche Aner frequentava il Sira insieme ad Hersh. Da qui si censiscono gli insulti degli estremisti ai familiari dei caduti del 7 ottobre. Come se l’unica risposta all’attacco di Hamas fosse la fiducia cieca in Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. A Netanya, Ruby Chen, padre del soldato Itay ucciso da Hamas, stringe la fotografia del figlio davanti a un seggio: lo chiamano «traditore». A Rafi Ben Shitrit, ex sindaco di Beit She’an ed ex Likud, padre di Elroi caduto a Nahal Oz, non va meglio. «All’improvviso mi si avventa addosso un’attivista di Netanyahu, urlando come una furia», dice. Quasi non credeva che un’aggressione così potesse arrivare da una donna, da una madre. «Traditore», gli ha urlato. E ancora più forte: «Vergognati, vai con i traditori». Lui non ha reagito. «Ve lo racconto – dice l’uomo – solo perché capiate l’entità dell’odio che Netanyahu ha coltivato qui».
Il partito arabo Ra’am di Mansour Abbas denuncia ostacoli al voto, altre formazioni segnalano schede mancanti. Nel Negev tre residenti di due località beduine sono arrestati per sospetta compravendita di voti a favore di Ra’am. Proprio i partiti arabi, bersaglio delle polemiche elettorali, potrebbero ora risultare determinanti per la formazione del governo. Ma la disponibilità a trattare non equivale ancora a una maggioranza.
Qui la terra non è mai soltanto territorio. Per gli ebrei è memoria biblica, diaspora, ritorno, sicurezza collettiva dopo la Shoah. Per i palestinesi sono famiglie, villaggi, ulivi, luoghi perduti o ancora abitati. E quando i riflettori erano puntati sui seggi, in Palestina è spuntato un altro avamposto illegale, che potrebbe diventare una colonia. Qualunque governo nascerà, le trattative per formarlo potrebbero richiedere settimane. Nel frattempo Netanyahu resterà alla guida dell’esecutivo uscente. Ad al-Bireh, su una collina davanti al quartiere di al-Balou, sono apparse due case mobili sorvegliate da uomini armati. Intorno alle catapecchie con le ruote nascerà un altro pezzo di Israele laddove dovrebbero esserci solo palestinesi.