Città del Vaticano – Quando venerdì 6 novembre l’Airbus di ITA Airways si alzerà da Fiumicino diretto a Montevideo, il Dicastero per la Comunicazione avrà già spedito in America Latina una parte dei suoi uomini e si preparerà a imbarcarne altri. A bordo, per la prima volta in un viaggio apostolico, ci sarà Montse Alvarado, già presidente di EWTN News, che Leone XIV ha nominato prefetto a giugno. Con lei viaggeranno Andrea Tornielli, direttore editoriale, Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, Massimiliano Menichetti, responsabile di Radio Vaticana e Vatican News, e Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa. I posti del pool riservati ai media vaticani, quelli che nel Dicastero chiamano «VAMP», sono assegnati a Silvina Pérez e Salvatore Cernuzio.
Poi ci sono le squadre a terra, che partono prima del Papa. A Montevideo lo studio centrale è affidato a Silvonei Protz, capomissione e voce portoghese, con Renato Martinez e Sebastian Sanson per lo spagnolo, Christine Seuss per il tedesco, Antonella Palermo per l’italiano, Francesca Merlo per l’inglese e Xavier Sartre per il francese; Franco Piroli cura la parte multimediale, Adriano Vitali la produzione radiofonica. A Buenos Aires la seconda squadra fa capo a padre Felipe Herrera, per lo spagnolo, con Benedetta Capelli per l’italiano, padre Paul Samasumo per l’inglese, Fatima Mesaud al multimediale e Bruno Orti alla radio.
In Perù il primo gruppo si ricompone e si divide di nuovo. Protz, Martinez, Merlo e Seuss restano a Lima con Piroli e Vitali. A Chiclayo va Palermo, responsabile del gruppo, con Sanson e Sartre, raggiunti il 12 novembre da Mesaud, che arriva dall’Argentina. Il 13, mentre il Papa sarà a Chiclayo, Merlo partirà per Cusco e Martinez per Pucallpa, in Amazzonia; Piroli li seguirà entrambi, da Lima a Cusco il 13 e da lì a Pucallpa il 14. Torneranno a Lima soltanto dopo che il Papa avrà lasciato le due città.
Facciamo la somma. Quattordici persone nelle squadre, due nel pool, cinque fra prefetto e direttori: ventuno nomi. A questi vanno aggiunti gli uomini della Direzione tecnologica, cioè tre cameraman, due tecnici dell’audio e altri tre tecnici, poi i fotografi e il personale della Sala Stampa (Salvatore Scolozzi, ecc…) che accompagna i giornalisti accreditati. Si va oltre la trentina.
Il viaggio dura dodici giorni, tocca tre Paesi, misura quasi 32.000 chilometri e prevede 36 discorsi del Pontefice. Al volo intercontinentale d’andata seguono una decina di tratte interne fra Aerolíneas Argentinas, LATAM, un velivolo dell’aeronautica uruguaiana e due voli in elicottero nella regione di Chiclayo, prima del lungo rientro da Lima a Roma. È il sesto viaggio internazionale di Leone XIV e il quinto di più giorni in meno di un anno: Turchia e Libano a fine novembre 2025, poi Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale ad aprile, undici giorni in tutto, la Spagna a giugno, la Francia a settembre.
La macchina dei viaggi e le presenze superflue
Ogni cifra sulla quale faremo luce oggi andrebbe moltiplicata per il numero dei viaggi previsti in questo calendario. Sia chiaro: i viaggi apostolici del successore di Pietro sono necessari e la loro importanza non è in discussione. A essere discutibile è la necessità di mobilitare un simile apparato di persone, a cominciare da Andrea Tornielli e Andrea Monda, fino a una quantità di inviati il cui contributo alla copertura giornalistica del viaggio appare, nella migliore delle ipotesi, marginale.
Peraltro, chi conosce il mestiere sa bene che, in molti casi, lavorare dalla redazione di Palazzo Pio consentirebbe di produrre contenuti migliori, con maggiore precisione, meno errori e senza quell’ansia da prestazione che sembra accompagnare certi inviati ogni volta che sono al seguito papale. Sarebbe sufficiente una squadra ristretta sul posto, composta da fotografi, operatori video e un paio di giornalisti capaci di raccogliere le notizie e trasmettere tempestivamente il materiale alla redazione. Il resto del lavoro potrebbe essere svolto in Vaticano, con maggiore attenzione alla qualità dei testi, alla verifica delle informazioni e all’approfondimento.
Quanto ad Andrea Tornielli, fatichiamo a comprendere quale valore aggiunto produca la sua presenza al seguito del Pontefice. Pubblicare sui social la fotografia del posto del Papa a bordo dell’aereo, con il cartellino «Santo Padre» bene in vista, potrà forse soddisfare una certa vanità personale, ma difficilmente giustifica il costo di una trasferta. Lo stesso vale per le centinaia di fotografie riversate nelle chat, alcune con il logo del Dicastero applicato frettolosamente, altre senza, perché nella foga di pubblicarle si dimentica persino di inserirlo. La sua preoccupazione principale è rivendicare la paternità di immagini sulle quali non vanta alcun diritto, arrogandosi peraltro il potere di farlo a nome del Dicastero, senza averne alcun titolo. La qualità delle fotografie e il loro effettivo valore giornalistico, evidentemente, vengono dopo.
Per non parlare delle fotografie e dei video sgranati, mossi o pubblicati sui social senza alcun criterio editoriale, in una confusione che ricorda più la gestione improvvisata del profilo Facebook di un boomer che il lavoro di una struttura professionale alla quale è affidata la comunicazione della Santa Sede. E tutto questo mentre il Dicastero dispone di personale, mezzi tecnici e risorse economiche che dovrebbero consentire ben altri standard. La domanda, allora, è piuttosto semplice: quante di queste trasferte rispondono a effettive necessità giornalistiche e quante servono soprattutto a garantire a determinati dirigenti il privilegio di figurare nel seguito papale?
Per Alvarado sarà il primo viaggio apostolico al seguito del Pontefice e, dunque, anche un’occasione preziosa per osservare da vicino il funzionamento della macchina organizzativa del Dicastero e verificare quante delle persone mobilitate siano effettivamente necessarie. Potrà così valutare anche il ruolo di quei dirigenti, a cominciare da Andrea Tornielli e Massimiliano Menichetti, che oggi cercano di stringersi attorno al nuovo prefetto per conquistarne la fiducia, pur prendendo parte a trasferte la cui utilità è pari a zero e i cui costi ricadono sulla Santa Sede.

Straordinari e diarie: quanto costa una trasferta
Al rientro dalla trasferta, ciascun dipendente deve registrare nel sistema di rilevazione delle presenze le ore di straordinario accumulate. L’orario ordinario è di sei ore al giorno, ma durante i viaggi apostolici si arriva facilmente a lavorarne dodici. Le ore eccedenti vengono conteggiate per intero, con un incremento significativo della retribuzione.
Si comprende allora perché Paolo Ruffini e Andrea Tornielli abbiano tanto insistito presso la Segreteria per l’Economia per ottenere avanzamenti di livello a favore dei propri fedelissimi. Il passaggio da un livello retributivo all’altro comporta aumenti consistenti dello stipendio e incide anche sul compenso riconosciuto per le ore di straordinario. Di conseguenza, più alto è l’inquadramento, maggiore è il beneficio economico derivante dalle trasferte.
Per un dipendente inquadrato al sesto livello, una sola settimana al seguito del Papa può tradursi in circa 4.000 euro di straordinari in busta paga. Una cifra che, moltiplicata per il numero dei dipendenti inviati e per la frequenza dei viaggi apostolici, dà la misura dell’impegno economico sostenuto dalla Santa Sede.
A queste somme si aggiunge la diaria, che per un dipendente inquadrato al sesto livello si aggira intorno ai 3.000 euro. L’importo, destinato a coprire le spese per i pasti, viene consegnato in contanti e ciascuno può decidere liberamente dove mangiare. I costi dell’albergo e dei biglietti aerei restano invece interamente a carico del Dicastero e vengono sostenuti separatamente.
Sommando retribuzione straordinaria, diaria, vitto, alloggio e trasporti, il costo complessivo di una settimana di trasferta può raggiungere i 10.000 euro per un singolo dipendente di sesto livello. Per direttori e caporedattori, che beneficiano di inquadramenti superiori, la spesa aumenta ulteriormente. Considerando una delegazione di oltre trenta persone, il costo stimato di un singolo viaggio apostolico può superare i 400.000 euro.
Nel caso del viaggio in America Latina, tuttavia, ci sono almeno due circostanze che rendono il conto ancora più oneroso. La trasferta durerà dodici giorni, mentre le cifre appena esposte si riferiscono a una sola settimana. Inoltre, le squadre inviate sul territorio raggiungono le rispettive destinazioni prima dell’arrivo del Pontefice e, nel caso del Perù, alcuni dipendenti rimarranno sul posto anche dopo la sua partenza da Cusco e Pucallpa. Per ciascuna di queste giornate aggiuntive continueranno a maturare le spese di soggiorno e, secondo le modalità di rendicontazione applicabili, le relative indennità e ore di straordinario.
Sempre gli stessi sul volo papale
Tutto questo aiuta a comprendere molte cose. Anzitutto, la corsa a ottenere un posto sul volo papale, alimentata certamente dal desiderio di visibilità e dalla possibilità di esibire la propria vicinanza al Pontefice, ma anche da vantaggi economici tutt’altro che trascurabili. Spiega, soprattutto, perché a partire siano quasi sempre le stesse persone.
Il caso di Salvatore Cernuzio è emblematico. La sua presenza nei viaggi apostolici è ormai una costante, nonostante nel Dicastero lavorino giornalisti con un’anzianità di servizio ben superiore alla sua. A fare la differenza sembra è, ovviamente, il rapporto privilegiato con Andrea Tornielli, che lo ha voluto a Vatican News dopo aver collaborato con lui al La Stampa. Un legame professionale e personale che ha fatto sollevare molti interrogativi sui criteri con cui il direttore dei media vaticani lavora a Palazzo Pio.
Un dipendente inviato sistematicamente ai viaggi apostolici può arrivare ad accumulare circa 40.000 euro annui di compensi aggiuntivi. Una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con le retribuzioni dei colleghi che rimangono a lavorare nelle redazioni romane e che, pur svolgendo quotidianamente un lavoro essenziale, non beneficiano delle stesse opportunità.
Non sorprende, dunque, che all’interno del Dicastero siano emersi malumori e contestazioni. Diversi dipendenti lamentano una distribuzione delle trasferte che non sembra rispondere a criteri trasparenti di anzianità, competenza e merito. In assenza di regole chiare e di un sistema capace di garantire pari opportunità professionali, le decisioni finiscono per apparire legate soprattutto ai rapporti personali con i vertici.
Basti pensare alle redazioni linguistiche, dove lavorano giornaliste e giornalisti preparati, con anni di esperienza e una conoscenza approfondita della Chiesa e delle realtà internazionali, che non hanno mai avuto la possibilità di salire su un aereo papale. Professionisti che ogni giorno garantiscono il funzionamento dell’informazione vaticana, mentre le trasferte, con i relativi benefici economici, continuano a essere concentrate nelle mani di un gruppo ristretto di persone.
«Io prendo uno stipendio come quello degli altri, non prendo mica di più. Non capisco perché parliate sempre del mio stipendio», dichiarò Andrea Tornielli a Silere non possum quando, durante il Meeting di Rimini, decise di fare un agguato intimidatorio al nostro direttore. I numeri, però, raccontano una realtà ben diversa. E Silere non possum ha l’abitudine di parlare sulla base dei documenti, a differenza di Tornielli, che preferisce affidarsi al chiacchiericcio dei salotti. Alla retribuzione ordinaria, già tutt’altro che modesta, si aggiungono infatti le indennità e i compensi maturati in occasione di ogni trasferta. E Tornielli, guarda caso, parte praticamente sempre.
Chi serve davvero a seguire il Papa
Una parte di questa imponente spedizione è certamente necessaria. Gli operatori video che viaggiano sull’aereo papale e seguono da vicino il Pontefice sono gli unici autorizzati a effettuare riprese a distanza ravvicinata; lo stesso vale per i fotografi. Indispensabili sono anche i tecnici che posano i cavi, collegano le apparecchiature e garantiscono la continuità del segnale. Proprio quei lavoratori che, paradossalmente, figurano tra i meno retribuiti dell’intera delegazione. Per il resto della copertura televisiva, Vatican Media si avvale delle emittenti dei Paesi ospitanti, alle quali è affidata la produzione del segnale delle celebrazioni e degli eventi pubblici.
Chi conosce dall’interno il funzionamento di questa macchina sa bene che una squadra di una decina di professionisti, eventualmente affiancata da qualche tecnico aggiuntivo, sarebbe sufficiente a garantire un’adeguata copertura del viaggio apostolico. Il problema è tutto il resto: la presenza di dirigenti e funzionari il cui contributo operativo appare difficilmente individuabile, ma che continuano a occupare posti nella delegazione, moltiplicando i costi. Una sfilata di vertici tanto dispendiosa quanto superflua, pagata con le risorse della Santa Sede.
Le squadre inviate in anticipo nei Paesi che il Pontefice visiterà svolgono un lavoro del tutto inutile: l’intervista al parroco, quella al vescovo, qualche fotografia della chiesa, un servizio sulla comunità cattolica locale. Contenuti che, peraltro, le diocesi e le agenzie di stampa mettono abitualmente a disposizione nei giorni precedenti il viaggio e che potrebbero essere raccolti e approfonditi direttamente dalle redazioni di Roma, senza sostenere i costi di ulteriori trasferte.
C’è poi un paradosso che rende ancora più difficile giustificare un simile dispiegamento di personale. I giornalisti di Vatican Media inviati a terra non hanno accesso al percorso riservato al pool papale. Il seguito del Pontefice si muove secondo un programma rigidamente organizzato dalla Sala Stampa della Santa Sede, mentre gli altri inviati devono raggiungere autonomamente i luoghi degli eventi, seguendo percorsi differenti e assistendo agli appuntamenti dalla stessa distanza degli altri giornalisti e del pubblico. La loro presenza sul territorio, dunque, non garantisce necessariamente un accesso privilegiato alle notizie o alle immagini. Nel frattempo, a Roma, le scrivanie di Palazzo Pio rimangono vuote e le redazioni devono fare i conti con l’assenza di una parte consistente del personale.
Quanto alla Sala Stampa, buona parte del lavoro svolto dai suoi dipendenti durante le trasferte consiste in attività logistiche: accogliere i giornalisti accreditati, accompagnarli agli appuntamenti, coordinarne gli spostamenti e organizzare i trasferimenti da una località all’altra. Un apparato organizzativo costoso, che potrebbe essere sensibilmente ridimensionato, lasciando alle singole testate la gestione dei propri spostamenti e concentrando le risorse della Santa Sede sulle attività strettamente necessarie alla copertura istituzionale e giornalistica del viaggio.
Il prezzo del posto sull’aereo papale
Poi ci sono i giornalisti delle altre testate, che il posto sull’aereo papale devono pagarselo. O, più precisamente, sono le rispettive redazioni a sostenerne il costo. Per il viaggio di Francesco in Asia e Oceania del settembre 2024, durato dodici giorni, ciascuna testata ha dovuto affrontare una spesa superiore ai 10.000 euro, comprensiva degli alberghi individuati dall’organizzazione vaticana, quasi sempre strutture a cinque stelle. A bordo dell’aereo viaggiavano circa cento persone, una settantina delle quali giornalisti.
Il problema delle tariffe imposte agli operatori dell’informazione, del resto, viene denunciato da anni. Già nel 2017, trenta giornalisti delle agenzie di stampa avevano scritto a monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, al direttore della Sala Stampa Greg Burke e al coordinatore dei viaggi papali, monsignor Mauricio Rueda Beltz, per contestare il costo del volo verso Fatima. L’organizzazione vaticana chiedeva 1.738 euro per un posto sull’aereo papale, mentre un normale biglietto di linea costava circa 250 dollari. Nella lettera, i giornalisti definivano quella tariffa «del tutto sproporzionata». Una contestazione che sollevava già allora interrogativi sui criteri di determinazione dei costi e sulla gestione economica dei viaggi apostolici.
Ma che cosa si ottiene, concretamente, in cambio di quelle somme? Un posto su un pulmino che segue un itinerario prestabilito, una camera negli alberghi individuati dall’organizzazione, l’accesso agli stessi luoghi e agli stessi appuntamenti, negli stessi orari. Un centinaio di persone assiste alle medesime scene, dalle medesime postazioni, finendo inevitabilmente per produrre racconti pressoché identici. Sul volo di andata è previsto il tradizionale saluto del Pontefice ai giornalisti, mentre la conferenza stampa si tiene soltanto durante il viaggio di ritorno, in questo caso da Lima a Roma. Con Leone XIV si aggiunge qualche breve dichiarazione raccolta durante gli spostamenti. Migliaia di euro per assistere a una conferenza stampa nella quale soltanto alcuni giornalisti hanno la possibilità di rivolgere una domanda al Papa. Gli altri ascoltano. E anche sui criteri con cui vengono selezionati coloro ai quali è consentito intervenire, sul ruolo della Sala Stampa e sulla trasparenza di queste scelte ci sarebbe parecchio da raccontare.
Resta poi un interrogativo di natura economica: quanto di ciò che le testate pagano per partecipare ai viaggi apostolici contribuisce, direttamente o indirettamente, a sostenere i costi dell’apparato vaticano che li organizza e li accompagna? In assenza di rendiconti dettagliati, non è possibile stabilirlo. Ma proprio per questo sarebbe necessario conoscere come vengono determinate le tariffe e quali spese siano effettivamente comprese negli importi richiesti alle redazioni.
La passerella e il lavoro dei veri inviati
Il mestiere del giornalista, però, richiede ben altro. Significa cercare le notizie, incontrare le persone, ascoltare testimonianze, verificare i fatti, osservare una realtà da prospettive differenti e raccontare ciò che sfugge alla comunicazione ufficiale. Le redazioni lo sanno bene, al punto che spesso finiscono per pagare due volte: da una parte il posto sull’aereo papale per il giornalista che segue il programma ufficiale e partecipa alla conferenza stampa; dall’altra il lavoro di un vero inviato, che si muove autonomamente, raggiunge i luoghi, raccoglie testimonianze, realizza servizi con la propria telecamera e garantisce i collegamenti.
Insomma, ci sono redazioni che spendono migliaia di euro per garantire un posto sull’aereo papale a giornalisti come Franca Giansoldati, Gianguido Vecchi e Andrea Gagliarducci, la cui presenza al seguito del Pontefice non sempre si traduce in una produzione giornalistica capace di giustificare investimenti tanto onerosi. Talvolta i contributi sono pochi, altre volte si leggono ricostruzioni confuse, prive di un autentico approfondimento. Basti pensare a Giansoldati, che arriva a chiedere al Papa se sia felice, con una flemma tale da far passare la voglia di sorridere persino a chi lo fosse davvero. Domande che difficilmente giustificano migliaia di euro di trasferta. Il paradosso è che, mentre si finanziano queste passerelle, le stesse redazioni devono sostenere anche i costi di chi il lavoro giornalistico lo svolge concretamente sul territorio: spesso giovani collaboratori, pagati poco, che cercano notizie, raccolgono testimonianze, realizzano interviste e producono servizi. A loro il lavoro, ad altri il privilegio di comparire nel seguito papale.
Nel frattempo, l’ammissione al volo papale è diventata, per alcuni, una sorta di riconoscimento personale da esibire, quasi fosse una certificazione di prestigio professionale. Si alimenta così una piccola cerchia di privilegiati che si ritrova viaggio dopo viaggio, negli stessi alberghi, nelle stesse hall, sugli stessi pulmini, compiaciuta di appartenere al seguito pontificio. Una sfilata di persone che sembrano attribuire più importanza al posto occupato sull’aereo che alle notizie portate a casa.
È anche questo sistema ad alimentare un sottobosco di millantatori che, tra psico blog e paginette Facebook, finiscono per attribuirsi qualifiche e autorevolezze che nessuno ha mai riconosciuto loro. Il piccolo circolo che frequentano, fatto di conoscenze, favori e reciproche adulazioni, li convince che basti definirsi «vaticanisti» o «giornalisti» per acquisire prestigio e credibilità. Si illudono che un titolo possa compensare l’assenza di competenza, equilibrio e capacità di giudizio. E così scambiano la frequentazione di certi ambienti per autorevolezza professionale, senza comprendere che quest’ultima si conquista con il lavoro, la serietà e la qualità di ciò che si pubblica.

Il richiamo di Francesco e la prova di Alvarado
Il 31 ottobre 2024, concludendo l’assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione, papa Francesco rivolse ai dipendenti un richiamo molto preciso sulla gestione delle risorse economiche: occorreva contenere le spese, individuare nuove fonti di finanziamento e prendere atto che la Santa Sede non avrebbe più potuto sostenere i costi della struttura come aveva fatto fino ad allora. In quei giorni Matteo Bruni rese noto che il Dicastero aveva chiuso il 2023 con un disavanzo di 27,5 milioni di euro, a fronte di un organico di circa 570 dipendenti. Eppure, due anni dopo, l’organizzazione dei viaggi apostolici continua a seguire sostanzialmente lo stesso modello, ereditato dal pontificato di san Giovanni Paolo II e concepito in un’epoca in cui la comunicazione funzionava in maniera profondamente diversa. Oggi le televisioni dei Paesi ospitanti producono il segnale delle celebrazioni, le piattaforme digitali consentono di trasmetterlo in diretta in tutto il mondo e lo stesso Dicastero lo rilancia attraverso i propri canali. Le possibilità tecnologiche sono cambiate radicalmente, ma il numero delle persone mobilitate e i costi che ne derivano sembrano essere rimasti ancorati al passato.
Montse Alvarado si prepara dunque a salire a bordo di una macchina organizzativa già avviata, della quale avrà finalmente la possibilità di osservare da vicino il funzionamento. Nell’intervista concessa a EWTN News In Depth, trasmessa il 24 ottobre, il nuovo prefetto ha indicato nella comunicazione di Cristo al mondo la missione fondamentale del Dicastero, dichiarandosi pronta ad accogliere la visione del Pontefice e a tradurla in scelte concrete. E tra le indicazioni già espresse dal Papa c’è anche quella, inequivocabile, di prestare maggiore attenzione ai costi.
Per dodici giorni Alvarado avrà davanti agli occhi l’intero apparato della comunicazione vaticana, con tutte le sue professionalità, le sue contraddizioni e i suoi sprechi. Vedrà i tecnici che stendono i cavi a Chiclayo, gli operatori che riprendono il Pontefice a pochi metri dall’altare, i fotografi impegnati a documentare ogni appuntamento. Ma potrà osservare anche chi trascorre buona parte del tempo con l’iPhone in mano, intento a produrre contenuti per i propri profili social, comportandosi come se Vatican News fosse una vetrina personale; chi sembra più interessato alle conversazioni di corridoio, al pettegolezzo e alle relazioni con i colleghi e i potenti che alla produzione di notizie; e chi accompagna il Pontefice senza che sia possibile individuare un contributo professionale proporzionato ai costi della sua presenza.
Sarà un’occasione per verificare personalmente ciò che, rimanendo negli uffici di Palazzo Pio, rischierebbe di conoscere soltanto attraverso le relazioni degli stessi dirigenti che devono fingere di essere utili sul volo. Potrà confrontare le risorse impiegate con il lavoro effettivamente svolto, distinguere le professionalità indispensabili dalle presenze superflue e valutare la qualità dei contenuti prodotti a fronte delle somme spese. Soprattutto, potrà rendersi conto di quanto sia necessario intervenire su un sistema nel quale, troppo spesso, la partecipazione ai viaggi apostolici sembra essere diventata un privilegio da conservare anziché una responsabilità da giustificare. Le parole di Francesco sul contenimento dei costi risalgono ormai a due anni fa. Alvarado ha ora l’opportunità di trasformare quel richiamo in decisioni concrete.
in Vaticano, viaggi papali oltre 400mila euro: chi ci guadagna?