Proposta per l’incontro tra Papa e clero italiano: non dimentichiamo i sacerdoti sposati

L’annuncio del prossimo incontro tra il clero italiano e Papa Leone XIV (in programma l’11 e il 12 dicembre a Roma) rappresenta un momento importante di fraternità e di riflessione sul tema “chiamati, insieme, inviati”. È un’occasione preziosa per fare memoria della vocazione sacerdotale e per rinnovare lo slancio missionario della Chiesa.

Proprio partendo dallo spirito di questo appuntamento — che mette al centro il senso di comunità e la necessità di nuove energie pastorali — nasce una riflessione e una proposta concreta: perché non estendere l’invito o includere in questo cammino anche i preti sposati?

Si tratta di uomini che hanno ricevuto una valida ordinazione sacerdotale e che, pur vivendo in una condizione canonica diversa o ai margini della vita pastorale ordinaria, continuano a portare nel cuore il dono del loro ministero. In un tempo in cui la Chiesa riflette profondamente sulla sinodalità, sull’accoglienza e sulla necessità di raggiungere ogni periferia spirituale ed esistenziale, valorizzare la presenza e il contributo di queste persone potrebbe rappresentare un forte segno di riconciliazione, Unità e apertura.

La comunione ecclesiale e il rinnovamento del presbiterio trarrebbero grande forza da un abbraccio capace di andare oltre le rigidità, integrando tutte le vocazioni che hanno donato la propria vita al servizio del Vangelo.

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Per una società di convivenza delle diversità

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Settimana News

Ormai è assodato; siamo in pericolo. I motivi sono ovviamente tanti, ma come non pensare che siamo proprio in pericolo dopo il fatto avvenuto in una classe italiana.

Un tredicenne ha assalito la professoressa: fatto grave in sé. Chi l’ha salvata? Uno studente congolese.

L’umanità che salva
Non emerge che questo ragazzino ha espresso la cultura prodotta in lui, così giovane, dal viaggio che è al centro della sua formazione, della sua identità. Infatti, leggo che l’eroe gentile – così è stato soprannominato – vive in una casa famiglia ed è arrivato in Italia senza i suoi genitori, a bordo di un barcone. Ma l’umanità del profugo giunto addirittura su un barcone la consideriamo poco o nulla.

Sui social anche la sua storia ha diviso: qualcuno ha scritto che meriterebbe encomi, molti però hanno reagito male. E nelle ore in cui è accaduto questo, con una curiosa coincidenza temporale, il governo ha annunciato di voler imporre un limite agli “studenti stranieri” in una classe. È già previsto da disposizione ministeriale del 2010 e risultato inattuabile, per carenza di professori e di aule.

Ma ciò che conta è che un caso di amore per la vita altrui, nello specifico di un’italiana da parte di un ragazzo giunto dall’estero, finisce col coincidere non con un momento di maggiore comprensione, ma di nuova separazione, contrapposizione: ed è toccato al presidente Mattarella ricordare che la scuola è aperta a tutti, da Costituzione.

Ma bisogna anche considerare in che contesto questo accade. Una parte sempre più rumorosa non vuole armare l’Ucraina (senza dire quasi mai cosa voglia fare): poco cala che dall’altra parte ci sia una Russia armata di suo? La narrativa però viene spostata sempre più spesso sul parallelo tra resistenza ucraina e la nostra resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il metro, sia da una parte che dall’altra, è quello, la Seconda Guerra Mondiale.

Che ci sia una differenza è evidente: da noi l’invasore nazista era giunto con il consenso del governo fascista, in Ucraina è stato l’esercito nazionale a opporsi da subito all’invasore russo. Ma il problema è nella necessità di questo paragone o della sua negazione, perché la Seconda Guerra Mondiale ci rimanda a giusto o sbagliato, bene o male.

È interessante che Pierluigi Bersani abbia detto in televisione che monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, avrebbe detto di ritenere “moralmente accettabile” intervenire per salvare vite umane in uno Stato aggredito ed elencato strumenti necessari, come i sistemi di allarme e intercettazione dei missili e dei droni, ma il coro “basta armi all’Ucraina” sembra prendere molti se tradotto così: spendiamo i nostri soldi per noi stessi. Che i problemi siano enormi e i soldi pochi è oggettivo, come è oggettivo che l’Europa non abbia un suo esercito.

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione
Ormai è indiscutibile ciò che ha sottolineato più volte Leone XIV: siamo nell’epoca della polarizzazione. Il discorso dunque va allargato. Infatti non c’è un campo unito, fermo, solidale nel difendere ciò che è stato il cuore della nostra identità politica: riassumiamola con “libertà, uguaglianza, fraternità”, dove è il terzo vocabolo che spiega e tiene tutto.

Ma tutto ciò che è universale sembra divenuto fastidioso: diritto internazionale, pace universale, diritti dell’uomo; tutto questo è finito nella lista dei nostri nemici? C’è una sola Maginot: la Chiesa cattolica, unica istituzione globale rimasta in piedi dopo l’uragano MAGA di Donald Trump. È una responsabilità enorme quella di rappresentare tutto ciò che di globale, universale, è rimasto in piedi.

Il punto di partenza che la Chiesa universale potrebbe aiutarci a riporre al centro della discussione che ha luogo in ogni Paese, almeno del nostro Occidente, è molto semplice: questa economia uccide. È questa la frase che taglierebbe la polarizzazione, perché tra le persone ordinare che aderiscono all’uno o all’altro campo ne percepiscono la fondatezza. Dunque sono stati fatti degli errori madornali. Quali?

L’elenco sarebbe troppo lungo e vario. Senza addentrarmi troppo direi che è fallita la globalizzazione. Perché è fallita? Per due motivi fondamentali. Il primo è appunto economico: la finanziarizzazione dell’economia. Questa economia uccide anche i figli di chi l’ha creata, voluta. E causa maremoti, a partire dalle migrazioni forzate.

Ma il colletto blu americano che apprezza la grande deportazione, vorrà studiare la cartolarizzazione del debito dei paesi poveri, della deregulation avviata da Bush e completata da Clinton, in piena sintonia con tante legislazioni europee? E si può chiedere a un tedesco in condizioni economiche quasi disperate di dedicarsi allo stesso studio? Più facile dirgli che gli immigrati creano problemi, gli rubano il lavoro, portano disvalori, per qualcuno malattie, anche qui da noi. È lo scontro di civiltà dentro casa.

Gli errori dunque riguardano tutti, destra e sinistra. I vecchi conservatori e i vecchi progressisti avrebbero un bel po’ da lavorare se gli si chiedesse conto di come hanno squassato il mondo. Ma il nazionalismo estremo, tipo AfD, gli chiede conto di quegli errori economici? Non mi sembra, io credo che i loro leader non li considerino tali. E siamo così al secondo errore.

Globalizzazione e omologazione
Se economicamente la globalizzazione è stata gestita in questo modo, culturalmente ha creato la percezione che si volesse creare un uomo tutto nuovo, senza cultura, senza identità. Il nazionalismo estremo ha percepito questo e ci propone la sovversione usando la religione come veicolo di odio. Odiare l’altro nel nome di Dio; è questo il nuovo credo? La religione è un casellario giudiziale che sporca la fedina penale di tutti coloro che non appartengono alla mia?

Ecco che Marx viene capovolto: l’oppio dei popoli, cioè l’anestetico che sapeva conservare la fedeltà al regnante, diviene la cocaina dei popoli, cioè l’eccitante capace di capovolgere i regni e consegnarli a chi propone di sovvertire l’ordine costituito. Queste religioni trasformate in ideologie e che sostengono un’altra ideologia, il nazionalismo, ci dicono che non è vero che sono morte le ideologie.

Dunque è la globalizzazione che con i suoi fallimenti ci ha portato a odiare tutto ciò che è globale, universale? Penso di sì, e penso che la Chiesa cattolica, unica istituzione universale rimasta in piedi, ha tutto il necessario per dirci che la globalizzazione è stata il grande inganno, non per l’idea, ma per come è stata perseguita.

Oltre al liberismo selvaggio cui si è fatto appena un brevissimo cenno, la globalizzazione ha creato la accennata paura, l’omologazione. È quello che disse papa Francesco a Caserta, quando incontrò il pastore Giovanni Traettino: “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.

Per una società di conviveza delle diversità
Siamo in pericolo ma non ne usciremo in altro modo che tornando nelle diverse periferie del nostro mondo, non barricati nel suo centro, andando a parlare, a vivere, ad ascoltare le periferie urbane, nazionali, continentali. È li che batte il cuore dell’uomo contemporaneo. E per riuscirci bisogna superare il vecchio paradigma occidentale dell’universo come puzzle a incastro unico.

Il paradigma occidentale, sintetizzando più del possibile, Isaiah Berlin lo spiega così: 1) Ogni domanda autentica deve poter avere una risposta: se non si può rispondere non è una domanda autentica. Magari io non saprò la risposta, ma un altro sì. 2) Tutte le risposte devono essere conoscibili, possono essere scoperte mediante mezzi suscettibili di essere appresi e insegnati ad altri. 3) Tutte le risposte debbono essere compatibili tra di loro, diversamente saremmo nel caos.

A questo paradigma, dal campo illuminista venne un’aggiunta: le risposte devono essere basate sul corretto uso della ragione, niente rivelazioni o tradizioni. Non risulterà sorprendente che Berlin citi una frase di Fontenelle, illuminista rappresentativo, dalla vita molto ragionevole: “Un’opera di politica, di morale, di critica, forse persino di letteratura, sarà più bella, tutto considerato, se fatta dalle mani di un geometra”.

Spererei che ci allontanasse da tutto il paradigma, con o senza l’integrazione illuminista, perché già allora un razionalismo arido, gelido, geometrico, alimentò una reazione irrazionale, bollente, per buttare all’aria l’unica geometria possibile, quella imposta a tutti. Come allora accade oggi. Uscire dal meccanismo dell’universo come puzzle a incastro unico è il grimaldello per spiegare che siamo uguali perché siamo diversi, con ideali diversi e dunque il compromesso è indispensabile.

Recuperato il gusto di un mondo pluralista, che rifiuta l’uniformità e che ammette che l’economia che ha imposto uccide, potremmo trovare le risorse spirituali per sfidare l’emergenza d’oggi, la criminalizzazione dell’altro. Cosa potremmo dire a quest’umanità polarizzata nell’odio? Quello che disse papa Francesco a Singapore: «Se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».

Il caso di Don Cosimo Schena e l’uso strumentale della sua storia: perché la scelta del celibato non deve ostacolare il Realismo Pastorale

Chi è Don Cosimo Schena, il prete più seguito sui social: “Ero fidanzato e sognavo di diventare padre”

La storia di Don Cosimo Schena — il presbitero brindisino più seguito sui social, psicologo e parroco — è tornata al centro dell’attenzione mediatica. Nelle sue interviste, Don Cosimo ripercorre con serenità il proprio cammino: gli studi di ingegneria, il fidanzamento giovanile, il sogno di una famiglia e poi la scoperta della vocazione sacerdotale che lo ha portato a lasciare la compagna per entrare in seminario e ordinarsi a trent’anni. Una testimonianza lineare di discernimento personale che, tuttavia, viene talvolta utilizzata in modo strumentale dagli ambienti conservatori per contrastare la causa della riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati.

La narrazione apologetica che ne deriva tenta di far passare un messaggio rigido: “se Don Cosimo ha saputo rinunciare al matrimonio per fare il prete, allora tutti devono fare lo stesso, e chi si è sposato non deve più rientrare al ministero”.

Un paralogismo che danneggia la pastorale

Usare la storia personale di Don Cosimo Schena come un’arma polemica contro la riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati rappresenta una palese forzatura logica ed ecclesiale:

  1. Confusione tra percorsi e momenti vocazionali diversi: La scelta di Don Cosimo riguarda un giovane laico che, prima dell’ordinazione, ha liberamente scelto la via del celibato presbiterale. La causa sostenuta dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati riguarda invece uomini già validamente ordinati, che hanno ricevuto il Sacramento dell’Ordine con regolari percorsi teologici pontifici e che successivamente hanno contratto matrimonio.

  2. Nessuna contrapposizione tra celibato e clero coniugato: Esaltare la bellezza della scelta celibataria non richiede affatto la svalutazione o l’esclusione dei presbiteri sposati. La storia della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, insegna che le due dimensioni possono coesistere e arricchirsi a vicenda senza annullarsi.

  3. Il rischio dell’ideologia sociale contro il bene delle parrocchie: Trasformare vicende personali o la popolarità social in argomenti di scontro dogmatico fa perdere di vista la realtà drammatica dei territori: parrocchie senza Messa, clero anziano ed esausto, e comunità che chiedono la presenza costante di pastori formati.

Realismo Pastorale: valorizzare ogni vocazione per la Chiesa di Papa Leone XIV

La risposta del Movimento fondato da don Giuseppe Serrone rimane ancorata al senso di responsabilità e alla comunione ecclesiale. La testimonianza di Don Cosimo Schena come parroco e psicologo merita rispetto, ma non può diventare un pretesto per sbarrare la strada a centinaia di presbiteri sposati pronti a rimettersi al servizio delle diocesi.

Rivolgere a Papa Leone XIV l’appello per un decreto canonico di riammissione significa chiedere un atto di realismo pastorale: permettere a chi custodisce la Grazia del sacerdozio e una solida preparazione teologica di affiancare i confratelli celibatari, affinché nessuna comunità rimanga priva dell’Eucaristia e della cura delle anime.

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Scuola / Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un’altra: quella tra ricchi e poveri

Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un'altra: quella tra ricchi e poveri

Avvenire

Le classi ghetto esistono. Solo che, per qualche ragione, alcune fanno notizia e altre no. Ci allarma una classe con troppi stranieri. Molto meno una classe piena di bambini poveri. In Italia i minori in povertà assoluta sono oltre un milione e duecentomila e a scuola tendono a concentrarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. Però il limite agli stranieri strappa applausi, quello ai poveri non se lo fila nessuno. Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del governo di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. L’obiettivo dichiarato è evitare le “classi ghetto” e favorire l’integrazione.
Il problema dal quale parte l’esecutivo è reale. Concentrare nella stessa classe molti ragazzi appena arrivati in Italia, magari con una conoscenza insufficiente della lingua, può rendere più difficile il lavoro degli insegnanti e l’integrazione. Ma se ciò che conta è la concentrazione dello svantaggio, la cittadinanza è soltanto una delle caratteristiche alle quali dovremmo guardare. E probabilmente neppure la più importante. Nella scuola italiana esiste infatti un’altra segregazione, meno visibile, quella sociale. I figli delle famiglie con minori risorse economiche e culturali tendono più frequentemente a ritrovarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. I dati Invalsi mostrano una segregazione persistente legata al livello d’istruzione delle famiglie, particolarmente rilevante nelle grandi aree metropolitane e nel Mezzogiorno.
Una parte del fenomeno dipende dalla geografia delle nostre città. Ma un’altra nasce dalle nostre scelte. Ogni genitore vuole il meglio per i propri figli e, se considera problematica una scuola, cerca di evitarla. Non tutti, però, possono farlo allo stesso modo. Servono informazioni, tempo, possibilità di spostamento, reti sociali. Quando le famiglie più attrezzate abbandonano una scuola, proprio quella scelta contribuisce a trasformarla. Aumentano proporzionalmente gli studenti con maggiori bisogni educativi e la cattiva reputazione finisce per confermarsi. La libertà di scelta individuale può così produrre un risultato collettivo che nessuno ha esplicitamente scelto.
Scuole dei ricchi e scuole dei poveri. E la composizione delle classi conta. A scuola non impariamo soltanto dagli insegnanti, ma anche dai compagni, dal loro linguaggio, dalle aspettative, dalle norme sociali e dalle aspirazioni che circolano nel gruppo. Sono i cosiddetti “effetti dei pari”. Per questo l’Invalsi richiama l’importanza del fatto che le classi dovrebbero essere preferibilmente eterogenee. Ma torniamo allora alla proposta di Meloni. Se il problema è la conoscenza dell’italiano, misuriamo la conoscenza dell’italiano. La cittadinanza dice molto poco al riguardo. Quasi due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati in Italia. Un bambino nato a Torino da genitori egiziani può parlare italiano con inflessioni sabaude quanto un figlio di piemontesi da generazioni. Un suo compagno italianissimo può invece provenire da una famiglia nella quale nessuno ha terminato la scuola superiore, che non possiede libri e dove le risorse economiche sono scarsissime.
Sono i nuovi Pierino e Gianni di cui parlava don Milani. Immaginiamo, allora, due classi. Nella prima il 35% degli studenti ha cittadinanza straniera, ma sono nati in Italia e parlano perfettamente italiano. Nella seconda non c’è uno straniero, ma quasi tutti provengono da famiglie con basso reddito, bassi livelli d’istruzione e poche risorse culturali. Quale delle due è la “classe ghetto”? Non c’è una facile percentuale, buona per un comizio, che possa rispondere. Il rischio è confondere una caratteristica facilmente osservabile, la cittadinanza, con il problema che si vuole affrontare. Se il problema sono le sacrosante difficoltà linguistiche, si intervenga sulle difficoltà linguistiche. Se è lo svantaggio educativo, si misuri quello. Se è la segregazione, occorre guardare a tutte le segregazioni, economiche, etniche, religiose, territoriali.
La scuola pubblica è una delle poche istituzioni nelle quali persone che la società tende a separare possono ancora incontrarsi. Il figlio del medico e quello dell’operaio, la figlia dell’avvocato e quella della cassiera, chi è nato a Treviso e chi è nato a Dakar possono trascorrere cinque ore al giorno nello stesso posto e scoprire che il mondo non coincide con la propria famiglia, il proprio quartiere e il proprio reddito. Questa mescolanza non è un effetto collaterale della scuola pubblica. È uno dei suoi prodotti più preziosi.

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Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Caro Avvenire, le recenti aggressioni a docenti, nelle scuole italiane, vengono sempre più attribuite all’uso degli smartphone e all’influenza di gruppi web che fomentano la violenza. Non sono d’accordo. Nelle scuole americane le stragi sono storia, cominciate in un’epoca in cui il telefono aveva filo e cornetta. Quindi, la causa principale deve essere un’altra. Ricordo che quando andavo a scuola c’era grande solidarietà tra gli studenti. Ma la società italiana è profondamente cambiata e questo si riflette sulla scuola.
Enrico Folli
Solarolo (Ra)
Caro Avvenire, Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, le due professoresse vittime di accoltellamento da parte di alunni andrebbero premiate per il messaggio che trasmettono con le loro parole. Leggere pensieri di solidarietà rivolti alle coscienze dei giovani in formazione è qualcosa che ci tocca e fa comprendere che nella pietà che non cede al rancore si impara l’amore.
Daniele Mosconi
Fondi (Lt)
Cari lettori, l’aggressione, agghiacciante per le sue modalità, nella scuola media di Centocelle spinge a riflettere su numerose tematiche che intersecano la nostra società. In primo luogo, penso però vada espressa piena solidarietà all’insegnante presa di mira, al di là delle sue parole immediatamente dopo il fatto. I docenti hanno un ruolo chiave e sono un presidio indispensabile di cultura e cittadinanza: se diventano bersaglio di loro giovanissimi allievi, deve scattare un allarme che coinvolge tutti. Non stiamo parlando di uno spintone motivato da rabbia e frustrazione momentanee (atto, comunque, da condannare senza esitazione), ma di un macabro rito premeditato, che prevedeva un pubblico online, cui si offre d’essere spettatore di violenza gratuita in diretta streaming. Solo questo dovrebbe dirci la gravità e la pericolosità dei comportamenti che vengono veicolati sulla Rete, caro Folli, e che trovano fertile terreno in ragazzi che sembrano avere perso il senso della realtà insieme alle minime coordinate morali.
Non è successo solo a Roma, recentemente casi simili si sono registrati a Trescore Balneario e a San Vito Lo Capo, esattamente, Centro, Nord e Sud Italia. Nessuna zona franca: piccoli paesi e grandi città, basta uno smartphone per essere parte di un ambiente digitale dematerializzato che però crea effetti concreti e drammatici. Installare metal detector alle porte di tutti gli istituti del Paese per evitare l’ingresso dei coltelli sarebbe un ben triste rimedio, una certificazione dell’inefficacia delle pratiche educative, anche se la sicurezza va certamente garantita. Non dimentichiamo l’uccisione di Abanoub Youssef, diciottenne, accoltellato da un compagno all’Istituto professionale Chiodo, a La Spezia il 16 gennaio scorso.
Come reagire a queste esplosioni di violenza? Nella narrazione pubblica, oscilliamo tra due poli opposti. La comprensione e il perdono lodevolmente espressi dalle professoresse Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, da una parte; dall’altra, l’invocazione di pene più severe, dell’abbassamento della soglia di imputabilità (l’accoltellatore tredicenne di Roma non è punibile) e modifiche al Codice penale già in cantiere per i minorenni. Sono entrambe posizioni di ampio richiamo mediatico, che suscitano discussione, ma rischiano di non lasciare traccia passata qualche settimana (se non si afferma prima qualche altro tema di richiamo).
Espressioni di misericordia di fronte a un ragazzino forse anche manipolato, che ha il diritto di non venire segnato a vita da un errore pur grave, aiutano a non alimentare sentimenti di odio e vendetta. Tuttavia, caro Mosconi, rischiano, pur nell’encomiabile buona intenzione di chi le esprime, di far apparire reati che vanno stigmatizzati senza indulgenza quali “marachelle” da superare in fretta. In realtà, sono gli esiti fortunatamente non tragici che hanno permesso questa lettura; ben diverso sarebbe stato se le ferite inflitte fossero risultate irreversibili o, addirittura, letali.
Ma neppure il solo inasprimento delle sanzioni pare offrire una risposta adeguata. Il tempismo dell’annuncio di misure governative volte a fissare un tetto agli alunni stranieri per classe e a vietare nelle scuole burqa e niqab dà inoltre la sgradevole impressione che il principale problema della scuola italiana sia la presenza di giovani che parlano altre lingue o hanno legami con culture diverse dalla nostra. Nessuno degli episodi richiamati risulta però spiegabile attraverso l’origine geografica degli alunni; a Centocelle, anzi, a fermare l’aggressore è stato uno studente originario della Repubblica del Congo. Anche qui, ovviamente, va evitata una retorica consolatoria che ignori le difficoltà reali e finisca con l’alimentare nuove tensioni.
Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza: genitori e famiglie troppo spesso “ciechi” e accomodanti, che faticano ad assumersi il carico impegnativo di un’educazione all’attenzione e al rispetto dell’altro. Insomma, caro Folli e caro Mosconi, non necessariamente i tempi andati erano migliori. Certo, però, quelli attuali, che corrono rapidi e tumultuosi, ci chiedono un sovrappiù di cura e discernimento, parole e concetti che non godono, all’apparenza, di grande popolarità.

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Lettura e Vangelo del giorno 22 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro dei Proverbi
Prv 21,1-6.10-13

Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
Salmo Responsoriale

Dal Sal 118 (119)

R. Guidami, Signore, sul sentiero dei tuoi comandi.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Fammi conoscere la via dei tuoi precetti
e mediterò le tue meraviglie. R.

Ho scelto la via della fedeltà,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore. R.

Guidami sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in essi è la mia felicità.
Osserverò continuamente la tua legge,
in eterno, per sempre. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Primo piano / I neonazisti tedeschi che amano la natura e odiano le persone: cos’è il fenomeno völkisch

Vista dall'alto su un lago circondato da alberi e da abitazioni

Avvenire

Krakow am See, paese del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, una delle aree di insediamento del movimento völkisch ©Niteshift / Wikimedia Commons
Indossano camicie di lino, pantaloni in pelle o gonne al polpaccio. Ai figli raccontano le fiabe dei fratelli Grimm e i miti della letteratura norrena. Lontani dai riflettori della grande città, si trasferiscono nelle brughiere dell’ex Germania Est e lì costruiscono le loro case. Danno nuova vita agli attrezzi, lavorano i terreni incolti, risanano fattorie in disuso. Amano la natura, ma odiano le persone. Nel suo saggio Naturliebe und Menschenhass (“Amore per la natura e odio per le persone”) la giornalista Andrea Röpke descrive il fenomeno völkisch, l’anima più nera – o meglio, più bruna – dell’estrema destra tedesca: una corrente neonazista camuffata da sensibilità ecologica, che dal 2013 ha trovato uno sbocco politico nell’AfD. Negli ultimi anni, decine di villaggi rurali sono stati colonizzati dagli adepti del movimento, che si ispira a un’ideologia etno-nazionalista nata in Germania tra il XIX e il XX secolo e poi assorbita dall’hitlerismo. Tra questi rientrano alcune località del Meclemburgo-Pomerania e della Sassonia-Anhalt, dove il partito di Alice Weidel ha ottenuto risultati elettorali storici che preoccupano il governo di Berlino. Una volta insediati nelle campagne tedesche, il primo approccio dei völkisch è il mimetismo. Si presentano come semplici ecologisti, dediti a uno stile di vita legato ai valori della terra. Sono alternativi, ma si integrano nel tessuto sociale e per questo vengono visti di buon occhio dalle amministrazioni locali. Recuperano gli antichi mestieri che nessuno vuole più fare e si inseriscono nelle associazioni, nelle società sportive, nei vigili del fuoco. Seguendo una strategia culturale per lungo tempo prerogativa della sinistra, creano una rete di iniziative dal basso e finiscono così per egemonizzare la vita dei villaggi. Fino a quando, a un certo punto, qualcuno non tradisce la vera natura che si cela dietro al proprio impegno sociale.
L’ideologia völkisch si basa sul mito sciovinista del Blut und Boden, “sangue e suolo”, ovvero su una definizione etnica e biologica del popolo tedesco. I genitori indottrinano i bambini all’odio razziale e antisemita, imponendo loro una rigida disciplina per evitare che la democrazia li “rammollisca”. L’addestramento inizia con le gelide notti invernali trascorse in stanze non riscaldate e prosegue con la frequentazione di campi paramilitari in cui i ragazzi imparano a usare le armi e si abituano a strisciare nel fango come se fossero in trincea. Oggi il fenomeno degli “econazisti” riguarda poche migliaia di persone che vivono in territori periferici, ma non per questo è da sottovalutare. Se è vero che solo una parte degli elettori dell’AfD aderisce alla corrente più radicale, è vero anche che molti degli esponenti di punta del partito non nascondono il proprio legame con l’ideologia völkisch: primo tra tutti Ulrich Siegmund, il governatore in pectore della Sassonia-Anhalt, che rifiuta ogni tentativo di “melonizzazione” e resta fedele al cuore più “bruno” del suo partito.

Primo piano / La sfilata dei leader all’Assemblea Onu: chi ci sarà e chi no, di cosa si parlerà

La sfilata dei leader all'Assemblea Onu: chi ci sarà e chi no, di cosa si parlerà

Avvenire

L’apertura della 80esima Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 settembre 2025 / REUTERS/Jeenah Moon/File Photo
Si apre oggi in «un’era di profonda incertezza», come ha detto il segretario generale António Guterres, il dibattito generale dell’81esima Assemblea delle Nazioni Unite. Mentre i leader mondiali – con molte defezioni – si alterneranno sul palco del Palazzo di Vetro, però, la vera diplomazia si terrà lontano dai riflettori, nel corso degli incontri bilaterali a margine dei discorsi di New York e a Washington. È nella capitale americana infatti che Donald Trump incontrerà giovedì Xi Jinping, per un nuovo, attesissimo summit. È proprio il timore di tenere discorsi poco seguiti di fronte a una sala semivuota ad aver tenuto lontani molti protagonisti della scena internazionale: oltre a Xi, mancheranno il premier indiano Narendra Modi, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Al centro delle discussioni ci saranno anzitutto i conflitti aperti, dalla guerra in Ucraina, entrata nel quinto anno, a quella a Gaza, fino alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, al settimo mese, che hanno fatto impennare i prezzi del petrolio e sconvolto i traffici negli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandeb, e senza dimenticare il conflitto in Sudan. Ma pochi si aspettano vere svolte. Nonostante le dichiarazioni di unità che sicuramente accomuneranno molti interventi in Assemblea, infatti, il Consiglio di Sicurezza, il vero organo decisionale dell’Onu, è paralizzato dalle divisioni tra i suoi cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.
E le riforme sono improbabili in un contesto in cui l’Onu stessa fatica a restare in piedi dopo essere sopravvissuta a un collasso finanziario e ai tagli di Washington (che deve all’organismo ancora 1,3 miliardi di dollari). Non a caso il tema scelto quest’anno è “Ripristinare la fiducia”, a partire dal quella in un’organizzazione che affronta interrogativi sulla propria stessa utilità e i continui attacchi del presidente statunitense.
Eppure Trump non ha rinunciato al suo turno di padrone di casa: questa mattina aprirà la sfilata dei leader davanti a un mondo scosso dai suoi dazi e dalla sua offensiva contro l’Iran e dopo aver gelato l’assemblea un anno fa con la certezza che «i suoi Paesi stanno andando all’inferno». Sempre in mattinata interverranno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente francese Emmanuel Macron. Sullo sfondo c’è anche la successione dello stesso Guterres. Il Consiglio di Sicurezza non ha ancora trovato un’intesa fra i sette candidati rimasti, dopo il ritiro dell’ex presidente cilena Michelle Bachelet. In pole position la costaricana Rebeca Grynspan, anche perché per tradizione toccherebbe all’America Latina avere il prossimo segretario generale e molte delegazioni spingono per la prima donna al vertice. Fra gli interventi più attesi quello dell’iraniano Massud Pezeshkian, che si è presentato con una delegazione ridotta a causa dei visti negati a molti dei suoi, e di Volodomyr Zelensky, che implorerà il mondo di non dimenticare l’Ucraina. Proprio al presidente ucraino Trump, con il quale avrà un faccia a faccia, ha chiesto ieri di sospendere gli attacchi alle raffinerie russe, che a suo dire fanno salire i prezzi del diesel e alimentano la carenza globale.
Giovedì parleranno il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in piena campagna elettorale, a difesa del suo operato su Iran e Gaza, e (in video, per il secondo anno, dopo il rifiuto del visto americano) il palestinese Abu Mazen. Anche quest’anno l’Onu rilancerà la proposta dei due Stati (oggetto giovedì di una sessione promossa da Francia, Regno Unito, Canada e Arabia Saudita) ma più in sordina. Attesa anche la venezuelana Delcy Rodríguez, al debutto dopo la cattura di Nicolás Maduro. Per la prima volta nella sua storia, inoltre, l’Assemblea ha messo in cima all’agenda l’intelligenza artificiale, cercando un’intesa globale per porvi dei limiti. Guterres l’ha annoverata tra le «tre minacce esistenziali» del nostro tempo, insieme alla crisi climatica e all’aumento delle disuguaglianze.

La legge proposta da Meloni per limitare il numero di non italiani, secondo molti presidi, «non è applicabile senza ledere i diritti degli alunni»

Il tetto del 30% di stranieri in classe e la "fuga dei bianchi" dalle periferie: i casi di Milano, Torino e Prato

Alcuni bambini figli di persone straniere, nel loro primo giorno di scuola presso la scuola Carlo Pisacane a Roma / ANSA
La stretta di Meloni sulle “classi ghetto” si è già scontrata con le difficoltà di un lunedì di rientro a scuola. In una prima elementare del “Pezzani” di Corvetto, nella periferia milanese, gli studenti italiani in classe ieri erano solo quattro su quindici. In alcune aule del “Mascagni” di Prato, il numero scende a due su venti. Dal palco di Gioventù nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio aveva annunciato domenica che uno squilibrio del genere non sarà più tollerato: una legge, in discussione al Consiglio dei ministri forse già tra giovedì e venerdì, imporrà a ogni scuola di non superare il tetto del 30% di alunni stranieri. In realtà, è un obbligo che vale dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite. Eppure, per 16 anni, la direttiva è rimasta di fatto carta straccia. «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere – ammette Mario Battiato, dirigente scolastico del “Gandhi” di Prato –. Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?».
La proposta di Meloni, a cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lavora da oltre un mese, non dovrebbe riguardare tutti gli studenti stranieri in Italia, che rappresentano oltre l’11% del totale. Al momento pare che dal decreto legge saranno esclusi tutti gli alunni con passaporto europeo e quelli che mostrano buone conoscenze di italiano. Di fatto, la misura coinvolgerà solo un alunno straniero su tre. La maggior parte di loro vive al Nord: un quarto in Lombardia, un altro 12% in Emilia-Romagna e l’11% in Veneto.
«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6. Nel capoluogo lombardo, le scuole che già non rispettano la “circolare Gelmini” sono almeno 35: in 24 elementari e in 11 medie, il numero di iscritti di origine straniera supera il 50%. Quasi tutte si trovano in quartieri periferici: «Se un dirigente di una scuola del centro chiede un contributo volontario da 50 euro, lo ottiene da tutti. Nei luoghi marginalizzati da nessuno».
Ma lo stigma verso le scuole a maggioranza straniera non trova conferma nelle prove Invalsi. Se, per ovvi motivi, le competenze in Italiano sono molto più basse tra gli alunni con background migratorio, non vale lo stesso per Matematica e Inglese. Nella prima, il divario si assottiglia man mano che si accumulano anni di studio. Per quanto riguarda la lingua straniera, invece, sono gli italiani a dover colmare un divario con gli alunni stranieri. «I voti degli stranieri che fin da piccoli hanno studiato in Italia, alle fine della terza media, sono più alti di quelli degli italiani», spiega Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi. Nella sua circoscrizione 5 di Torino, la terza città per studenti stranieri in Italia dopo Milano e Roma, «la metà delle aule supera il tetto del 30%». Ma gli studenti che non parlano italiano sono comunque pochi. In generale, la percentuale delle classi che mostra livelli critici di apprendimento dell’italiano si attesta ad appena lo 0,6% su scala nazionale.
Alle scuole superiori, secondo i dirigenti scolastici, applicare il limite al numero di stranieri per aula sarà ancora più difficile. Nelle città che non offrono più di una scuola per indirizzo, il tetto rischia di scontrarsi con l’obbligo costituzionale di una scuola «aperta a tutti». «A Prato è così – spiega il dirigente Battiato –. Per molti indirizzi c’è un solo istituto: cosa succede se supera il tetto del 30%? Chi arriva tardi non ha diritto a studiare quelle materie?». Ostacoli simili, secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli, valgono per elementari e medie: «La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere. Se in quella zona sono maggioritari gli stranieri, li mandiamo via?». La soluzione, per il preside del “Gandhi” di Prato, dove la popolazione studentesca è un terzo del totale e in alcuni istituti sfiora il 65%, è il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri: «Da anni organizziamo corsi con le risorse del Comune. Ma sono scarse. Servirebbero classi “polmone” per fare solo Italiano con i nuovi arrivati». Alla richiesta dei dirigenti fanno eco i sindacati: «Se aumentano le iscrizioni di stranieri, devono aumentare i docenti specializzati – reclama Marcello Pacifico, presidente di Anief –. Ci aspettiamo risorse per l’istruzione».
Sul divieto di burqa e niqab in classe proposto da Meloni, infine, le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia.
Avvenire

Fede radicale

Fede radicale

Addosso un senso profondo di fallimento. Non sono a casa mia, purtroppo. Mi sono lasciato condurre in un’altra città per condividere pensieri sul Vangelo. Ma ho sbagliato, ancora. Non ho capito il contesto, non vedevo l’ora che tutto finisse: lingue troppo diverse. Non resta che lasciarmi alle spalle anche questa esperienza, questa città che ha deciso di guardarmi con occhi che ho percepito ostili, e cercare un bosco. Lo trovo. Alberi. Silenziosi. Imbocco un sentiero sperando che il cammino mi liberi almeno un po’ da questa sensazione di non essere all’altezza delle attese della gente. Antico problema. Salgo. Intorno a me non i castagni stanchi del mio Appennino, non i tronchi sdraiati come cadaveri, non le cortecce aperte come ferite, non i tronchi fratturati da violenti temporali, non l’abbandono. Qui tutto è più ordinato: faggi, abeti di montagna, sentieri ben visibili, spazi pensati per la sosta. E infatti c’è gente qui, in cerca di respiro.
Io cammino. Vorrei disincagliarmi dai pensieri, dai volti, da alcune frasi che mi hanno raggiunto con durezza; vorrei, ma più ci penso più i pensieri mi stritolano come un serpente attorno al cuore. Poi però li vedo. Sono due ragazzini. Sono giovanissimi e stanno abbracciati su una coperta in mezzo a un prato. Punto. Non posso sapere i loro pensieri, non intuisco i loro discorsi: solo stanno, così, e quello stare mi riempie il cuore di pace. Sento una distanza siderale tra le nostre proposte parrocchiali, ancora tanto indirizzate al fare, e quei due ragazzini, la loro liturgia che non chiede niente se non di essere lasciata in pace. Poco prima avevo parlato dell’importanza di uccidere il proprio ego. O rinnegare se stessi, per stare nel solco del Vangelo. Avevo ricevuto commenti duri e silenzi ancor più taglienti, come se il mio fosse stato un invito al disimpegno, a persone impegnate da una vita per la causa.
Eppure mi era sembrato d’essere stato così chiaro! Sì, ma per spiegare agli altri l’uccisione dell’ego io mi sono dovuto esporre, ho dato una mia interpretazione del Vangelo, ho portato a supporto poesie e testi che parlavano a me, mi sono impegnato. Insomma: troppo me. Avrei forse dovuto prenderli per mano, uno a uno; avrei dovuto accompagnare tutte le persone a camminare con me nei boschi. Senza dire niente. Sarebbe stata esperienza anche vagamente zen e quindi, immagino, più apprezzata. Poi avrei chiesto loro di guardare in silenzio quei due ragazzi. Chi avrebbe visto in loro solo una perdita di tempo, un egoistico separarsi dal mondo, un disimpegno verso i poveri, si sarebbe fatto una diagnosi da solo.
Mentre penso a questa ipotesi rido di me, sto ancora predicando. I due ragazzi forse si accorgono di essere guardati. Con velata timidezza mi guardano, sorrido, sorridono. Silenziosamente li ringrazio. Continuo a camminare. Non sono riuscito a depositare del tutto l’amarezza ma mi hanno aiutato. Mi incolpo ancora d’aver parlato di una via troppo radicale al Vangelo a persone che hanno la loro legittima strada. Io so la distanza tra la mia mediocrità e il sogno, però è l’unica via che mi pare percorribile per non ridurre il Vangelo a un’antropologia fatta di buoni sentimenti. Respiro profondamente, ancora. Provo a lasciar andare i pensieri, per l’ennesima volta. Tento una preghiera. Chiedo al Risorto di farmi capire come possa io stare nella trama delle città, soprattutto delle città religiose, delle piccole città fatte da persone che vivono un’etica cristiana e appartengono a gruppi ecclesiali, senza far loro male. Senza provocarli.
Chiedo al Risorto di aiutarmi a capire se devo scendere nelle trame della città oppure se è meglio che io stia altrove. Perso in questi pensieri, troppo acerbi per avere senso, perso in questo groviglio di domande che non hanno l’ambizione di arrivare a nessuna risposta, vedo, ancora dall’alto del mio sentiero, una seconda giovane coppia. Sono bellissimi. L’immagine è toccante. Sono abbracciati anche loro. Ma sono in piedi, al cospetto di un albero centenario protetto da una staccionata. L’albero è altissimo, maestoso ed elegante, e i due ragazzi sono ai suoi piedi. Abbracciati. Maestosi ed eleganti. Anche loro. I due ragazzi si stringono e stanno lì, come a cercare la benedizione dell’Eterno. Stanno. Solo stanno. In silenzio, e si abbracciano. Questa è fede radicale. Fede radicale è una fede che ha radici. Che lezione per me, per la mia logorroica mania di voler spiegare Dio. Che lezione anche per il gruppo da cui sono fuggito, che lezione silenziosa e maestosa: le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi ai piedi di un albero.
Avvenire