«Il riscaldamento globale si contrasta
trasformando
le nostre città»

«Il riscaldamento globale si contrasta
trasformando
le nostre città»

Avvenire

Gli scienziati sono netti. Le città sono la fucina del riscaldamento globale: consumano il 78 per cento dell’energia e producono almeno il 60 per cento delle emissioni globali. Gli spazi urbani, dove risiede più della metà della popolazione mondiale, tuttavia sono, al contempo – anche su questo punto gli studiosi concordano – l’attore chiave nella soluzione dell’emergenza climatica. L’avanguardia nel contrasto al riscaldamento globale. Una serie di esempi lo dimostrano. L’ultimo, in ordine di tempo, Chiclayo, divenuto noto nel pianeta perché a guidarne la diocesi, tra il 2015 e il 2023, è stato Robert Prevost, attuale papa Leone XIV. Il quinto centro del Perù, con quasi un milione di abitanti, è ora il laboratorio del progetto di riqualificazione e giustizia climatica del “Foro ciudades para la vida” diretto Liliana Miranda Sara. Iniziativa che l’architetta e urbanista di fama internazionale, tra gli autori degli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), ha appena presentato all’incontro organizzato in Italia, all’Università di Siena, da Wiser, che sta per Well-being in a Sustainable Economy Revisited , progetto europeo che indaga come conciliare economia, felicità ed ecologia.
«Stiamo realizzando un sistema di drenaggio urbano sostenibile – racconta Sara –. Chiclayo si allagava ad ogni pioggerella: era sufficiente una precipitazione di 25 millimetri per innescare il caos». Le foto dell’allora vescovo Prevost con gli stivaloni di gomma e l’acqua alle ginocchia, nel pieno dell’uragano Yaku del 2023, hanno fatto il giro del mondo. La morfologia, perfettamente piana, rende Chiclayo particolarmente vulnerabile. I suoi canali di scolo, inoltre, risalgono all’epoca preincaica ed erano stati pensati per l’irrigazione dei campi circostanti, non per proteggere la città dalle inondazioni. «Abbiamo, dunque, dovuto ripensare il sistema, con la creazione di cisterne per l’acqua. Strutture piccole, situate in differenti punti della città e ricavate nel sottosuolo dei parchi e terreni aperti. Là viene fatta colare l’acqua. Quando sono pieni, un impianto di pompe la aspirano e scaricano nei canali. Ci lavoriamo da quasi dieci anni: abbiamo cominciato nel 2017. Poi ci sono stati gli studi e le analisi di fattibilità. Ora stiamo terminando la costruzione e ci prepariamo alla prova del fuoco di febbraio, la stagione delle piogge raggiungerà il climax. Solo allora toccheremo con mano l’efficacia del piano. Abbiamo, tuttavia, alcuni indicatori incoraggianti. Il modello è stato sperimentato con successo a Trujillo e Piura, altri municipi del Perù settentrionale con frequenti allagamenti. Oltre a risolvere la questione, il drenaggio urbano consente un enorme risparmio idrico: mentre cola dalla terra, la pioggia la irriga. E favorisce la crescita di vegetazione piantata lungo questi corridoi dell’acqua. Alberi che, a loro volta, assorbono smog. Le cisterne sotterranee, infine, riducono la proliferazione di zanzare e delle malattie da loro trasmesse come la dengue».
La “rivoluzione verde” in atto a Chiclayo non è un caso isolato in America Latina. I principali riferimenti sono la colombiana Medellín e Santiago del Cile. La prima è riuscita, nel giro di un decennio, a contenere il rischio di ondate di calore – si parla di una riduzione di tre gradi della temperatura urbana –, piantando milioni di alberi lungo i pendii che caratterizzano il suo paesaggio. In questo modo, inoltre, le radici trattengono il terreno, evitando smottamenti. Più di recente, Santiago ha operato una massiccia elettrificazione dei trasporti di superficie. I bus elettrici si sommano a una metropolitana molto estesa: otto linee. «Il che consente di tagliare le emissioni nonché di non dover aumentare il costo del biglietto ad ogni impennata dei prezzi del petrolio. A conferma che le soluzioni ecologiche possono essere molto convenienti se ben gestite».
Il dinamismo urbano contrasta con lo stallo generale della politica nazionale. Gli Stati arrancano nell’implementazione degli impegni climatici presi in sede multilaterale, a partire dagli Accordi di Parigi del 2015 alla “transizione verso l’uscita dalle fonti fossili” decisa a Dubai tre anni fa. «Su scala locale le procedure sono più snelle e rapide. Sostenere le città è, dunque, il modo più efficace per contrastare la crisi climatica. Lo hanno compreso le banche multilaterali e varie organizzazioni internazionali. I finanziamenti diretti ai Comuni, senza il “filtro” dei rispettivi governi, sono ancora, purtroppo, una percentuale minima del totale.
E, a sua volta, all’interno dei municipi, ai progetti per le zone più povere e vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico, arrivano a malapena le briciole di quest’ultima. Circa il 3,5 per cento della finanza climatica, secondo un recente studio della Banca mondiale», sostiene l’esperta. La carenza di risorse è il principale ostacolo alla transizione ecologica in ambito urbano.
«Quella più rapida ed efficace», ribadisce l’architetta. Il paradosso si inserisce nel grande nodo irrisolto della politica climatica internazionale che destina la gran parte delle risorse – oltre il 60 per cento – alle misure per ridurre le emissioni ovvero la “mitigazione”, in linguaggio tecnico. L’ultima Conferenza Onu per il clima (Cop30), un anno fa a Belém, ha esortato gli Stati a triplicare i soldi per il cosiddetto “adattamento”, le azioni rivolte a contenere gli impatti del riscaldamento globale. Il gap, tuttavia, resta. «In ambito locale si fa voragine. Il fatto è che i protagonisti delle trattative, durante le Cop, sono i rappresentanti dei differenti differenti governi nazionali. Le amministrazioni locali sono a malapena una comparsa – spiega Liliana Miranda Sara –. A farne le spese sono i cittadini, a partire dai più colpiti e fragili. Il clima in cui abbiamo vissuto finora non esisterà più. Il nuovo rapporto del Programma Onu per l’Ambiente (Unep) non lascia adito a illusioni: l’obiettivo di contenere il surriscaldamento entro l’1,5 gradi entro la fine del secolo è sfumato. Un’azione rapida potrebbe consentirci di rimanere almeno all’interno della soglia dei 2 gradi. In ogni caso, entriamo in uno scenario inedito, con effetti imprevedibili e immediati sulla terra e i suoi abitanti. Per affrontarli con la rapidità necessaria e salvare vite umane, dobbiamo realizzare una riforma dello spazio in cui queste vite si svolgono. Le città, dunque. Va ripensato il modo di costruire il sistema viario, riducendo al minimo l’asfalto. I condomini devono ricevere il grosso dell’energia dai pannelli solari. Dobbiamo elettrificare la mobilità – conclude la direttrice del “Foro ciudadades para la vida” -. Prima di tutto, di fronte a un’emergenza già in corso, è urgente creare sistemi di allerta rapida delle calamità. Nonché modelli di evacuazione e rifugi in cui le persone possano proteggersi dalle conseguenze dei fenomeni estremi. Non necessariamente si tratta di opere mastodontiche. A volte sono sufficienti interventi semplici che hanno, tuttavia, un’efficacia grandissima. Non si tratta solo di spendere di più. Ma di destinare con maggior lungimiranza le risorse».

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

Sarà una perizia tecnica a stabilire l’esatta dinamica di quanto accaduto e a dire se siano o meno state rispettate tutte le prescrizioni di sicurezza o se si sia trattato di una «tragica fatalità», come si dice – spesso a sproposito – in questi casi. Per il momento, l’unica certezza è che Andrea Moretti è morto, a 22 anni, mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. L’ingrato compito di riconoscere il suo corpo è toccato al padre, Fabrizio, operaio anche lui e costretto a lasciare il lavoro, circa trent’anni fa, per un infortunio che lo rese invalido.
L’altra notte, il giovanissimo operaio rocciatore, una qualifica molto ricercata perché difficile da reperire nei cantieri, stava lavorando appeso alle funi, quando è precipitato al suolo compiendo un volo di dieci metri, che non gli ha lasciato scampo. Il giovane è stato trovato con l’imbracatura indossata ma non agganciata alla fune di sicurezza. Da capire, a questo punto, perché la sua attrezzatura non fosse agganciata alla fune o se si sia sganciata accidentalmente o se, al contrario, non fosse stata collegata in modo corretto. Domande cui dovrà dare risposta, appunto, la perizia disposta dall’autorità giudiziaria che indaga su questa ennesima tragedia sul lavoro.
«Morire a 22 anni è inaccettabile, e lo è ancora di più se questo accade sul posto di lavoro – scrive in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni –. Anche nel nome di Andrea continueremo a fare la nostra parte, a impegnarci e a compiere ogni sforzo affinché tragedie simili non si ripetano più».
Subito dopo la morte di Moretti, nella notte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha ordinato l’interruzione di ogni lavoro al Colosseo fino a nuova disposizione. In mattinata ha poi deposto una corona di fiori nel luogo della tragedia. «Ci aspettiamo che quanto prima si faccia luce su ciò che é accaduto – ha detto il Ministro –. Faremo di tutto perché venga fuori la verità», ha aggiunto Giuli.
La morte del giovane lavoratore ha scosso il sindacato. L’Ubs ha proclamato lo sciopero, fino alle 16 di oggi, dei lavoratori pubblici, dipendenti del ministero della Cultura, in servizio presso il Parco archeologico del Colosseo, e dei dipendenti dell’impresa Ales Spa, società in house del Mic. La Cisl ha promosso una fiaccolata con i lavoratori, che si è svolta nel tardo pomeriggio di ieri, mentre la Uil ha chiesto «più controlli e prevenzione». La Cgil, con il segretario generale dei lavoratori dell’edilizia, Diego Piccoli, ha effettuato un sopralluogo all’interno dell’Anfiteatro Flavio. La ditta di cui era dipendente Andrea Moretti, «stava lavorando in subappalto – spiega Piccoli –. Si tratta di un’impresa medio-grande nel settore dell’edilizia, con quasi 30 operai, specializzata in edilizia acrobatica», aggiunge. «Dai nostri approfondimenti non sembrano esserci irregolarità su versamenti cassa edile e l’impresa ha una lunga esperienza nel settore. Il subappalto è quindi legato a una lavorazione specialistica. C’è però un problema generale sulla formazione dei lavoratori, su come venga svolta, ma nel caso specifico non abbiamo elementi per dire come sia stata fatta. Di certo – aggiunge Piccoli – la rabbia è tanta, perché a quasi un anno dall’incidente alla Torre dei Conti abbiamo letto solo parole di cordoglio, ma nessun passo in avanti concreto».
«Profondo dolore» per la morte di Andrea Moretti è stata espressa dalla Diocesi di Roma, che partecipa «allo sgomento per una vita così giovane spezzata mentre svolgeva la propria professione» si legge in una nota del Vicariato. «La morte di Andrea ci ferisce profondamente e interpella ancora una volta la coscienza di tutti – aggiunge monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio per la Pastorale sociale, del lavoro e della cura del creato della Diocesi di Roma –. Non possiamo rassegnarci all’idea che si possa uscire di casa per andare al lavoro e non farvi più ritorno. La sicurezza non è un costo né un adempimento burocratico: è rispetto della persona, della sua dignità e del diritto alla vita. Ogni morte sul lavoro ci chiede di fare di più, con responsabilità e determinazione, perché il lavoro sia davvero luogo di vita e mai di morte».
La morte di Andrea Moretti arriva a poco più di un mese dal primo anno della tragedia della Torre dei Conti, a pochi passi dal Colosseo, costata la vita a Octay Stroici, operaio sessantaseienne. «Nel registro degli indagati sono iscritte nove persone, le ipotesi di reato sono omicidio e disastro colposo – ricorda il presidente nazionale Anmil, Amedeo Bozzer –. Noi di Anmil siamo convinti che non sia sufficiente. Siamo convinti che la strage dei lavoratori del nostro Paese meriti l’istituzione di un reato autonomo che è quello dell’omicidio sul lavoro».
Una proposta lanciata, anni fa, dall’ex-direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano, che però, finora, non ha trovato risposte da parte della politica.
Intanto, di lavoro si continua a morire. Sempre ieri, nel parcheggio di un’azienda di Cortenuova nella Bergamasca, un uomo di 66 anni ha perso la vita dopo essere stato colpito una trave in acciaio, rimanendo poi schiacciato contro una ringhiera. Incidente sul lavoro anche a Brembate, dove un ragazzo di 22 anni è stato portato con l’elisoccorso all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere rimasto incastrato in un compattatore di cartone in un’azienda.

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La pubblicazione online dell’intera opera politica, giuridica e intellettuale riapre una questione: quanto della complessità dello statista Aldo Moro è rimasto non raccontato?

La seconda vita di Aldo Moro: l’intellettuale oltre il politico

Avvenire

Missione compiuta. Lo storico Renato Moro – figlio del giurista Alfredo Carlo, fratello dello statista – in un memorabile intervento al Quirinale, in occasione del centenario della nascita, avanzò l’appello a «liberare Moro dal carcere brigatista», superando finalmente la tendenza a leggere la sua vicenda «dalla sua fine, come se quest’ultima fosse la chiave rivelatrice di tutto». Ne scaturì il progetto di mettere online tutto il suo pensiero di politico, cattolico e giurista. Ci sono voluti dieci anni per completare un lavoro enorme, ora tutto a portata di “clic”, a beneficio soprattutto di coloro che non hanno avuto modo di conoscerlo in vita e non sono stati aiutati a conoscerlo dopo, per come avrebbe meritato, basti pensare all’introduzione dell’educazione civica nelle scuole. «Moro è stato, e forse prima di tutto, un intellettuale, un osservatore lucido e attento come pochi delle trasformazioni globali della politica e dei problemi della nostra società».
Sono cambiate le cose in questi dieci anni?
«Tantissimo. Certo, se si parla degli anni Settanta l’immagine simbolo resta quella di Aldo Moro nella sua prigione; il caso Moro ha continuato a ispirare libri, film, documentari, opere teatrali. Ma al tempo stesso sono stati condotti tanti studi nuovi, con esiti sorprendenti, sulla sua vita e la sua azione politica e sulle motivazioni che l’anno ispirata».
A quali sorprese vi siete trovati di fronte?
«La prima, in ordine cronologico, riguarda gli inizi del suo insegnamento a Bari: le dispense di filosofia del diritto, risalenti al 1941-1942, finora sconosciute, poi pubblicate per Cedam di Padova, nel 1943. Concepite quando c’era ancora il Regime e pubblicate per un editore che in quel momento era nella Repubblica di Salò. Eppure contengono già quelle idee sullo Stato e sulla persona che poi porterà nella Costituzione».
D’altronde Moro aveva partecipato ai Littoriali degli studenti universitari, portandovi le riflessioni dell’Azione cattolica sulla centralità della persona…
«Per capire questa apparente anomalia va tenuto presente che cos’era l’Azione cattolica in quel periodo. Non solo Moro, anche La Pira consigliava di partecipare a quei raduni, ma nonostante ciò l’Azione cattolica era attenzionata dal Regime, e il suo contributo era caratterizzato da grande autonomia».
Sui contenuti che cosa va sottolineato, di quelle lezioni?
«Si delinea già una visione istituzionale, che si distingue dagli assolutismi comunisti, fascisti e nazisti, ma anche dalla visione liberale, anch’essa assolutista – in qualche modo – in chiave di libertà della persona. Per lui invece l’individuo si realizza dentro una comunità e lo stato etico di cui parla non è quello statalista di Gentile, ma mette al centro la persona e i valori di cui è portatrice. Riflessioni poi confluite nei primi articoli della Costituzione».
Protagonista assoluto nella Costituente, poi ebbe un decennio di impegno politico piuttosto in ombra.
«Ma, ed è questa la seconda grande scoperta, i primi anni Cinquanta furono per lui una fase di grande elaborazione. Anni di preparazione del centro-sinistra e di grande attenzione alla dimensione locale, alla sua Puglia. Sono aree che avevano votato per la monarchia e lui che aveva votato per la Repubblica, già durante la guerra di Liberazione, negli interventi a Radio Bari, si era espresso contro l’epurazione di massa, per risparmiare coloro che non si erano macchiati di crimini specifici, per recuperare l’unità della comunità nazionale, obiettivo che lo accompagnerà sempre».
Poi il Sessantotto, i dubbi sul prosieguo dell’impegno politico, e la scelta di dedicarsi alla politica estera.
«In realtà la politica estera era già stata, negli anni Sessanta, una prospettiva centrale del suo impegno di segretario della Dc, prima, e presidente del Consiglio poi. Ma la terza sorpresa di questi nostri studi sono le riflessioni che fece, nei primi anni Settanta, sul mondo che stava cambiando. E su quell’Italia che era contraria al cambiamento. Non era tanto Milano, Roma o Torino, era l’Italia profonda che lui, uomo di provincia del Sud, ben conosceva. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” che votava in larga misura la Dc ma coltivava ancora quella pulsione autoritaria che aveva supportato il fascismo. Sul piano internazionale, in quegli stessi anni, ci fu la crisi del Vietnam, e poi la crisi energetica. Le grandi potenze su cui si reggevano gli equilibri di Yalta stavano entrando in crisi e lui con grande anticipo intravide un processo di globalizzazione in atto che solo nei decenni successivi abbiamo imparato a conoscere».
Nell’estate 1975 il suo capolavoro diplomatico, gli accordi di Helsinki, che videro seduti allo stesso tavolo negoziale l’Europa, gli Usa, l’Unione Sovietica e la Santa Sede. Moro era presidente del Consiglio e al tempo stesso presidente di turno della Comunità europea, e potette firmare nella doppia veste.
«Si disse che quegli accordi avrebbero avuto solo un valore formale, e nessuna conseguenza pratica. Invece poi abbiamo visto quanto Giovanni Paolo II potette giovarsi, nei rapporti diplomatici con l’Urss, di quell’impegno comune, sollecitato dalla Santa Sede, per il rispetto delle minoranze religiose. Con un ruolo di mediazione dell’Europa in quanto tale, non come singoli Stati alleati degli Usa. E qui la visione di Moro fu fondamentale per conseguire l’obiettivo».
In quel suo ricordo al Quirinale, dieci anni fa, evocò Moro nella sua casa di Terracina, sul balcone, alle prese con «enormi mucchi di giornali che gli arrivavano alle ginocchia». Ora il suo pensiero è tutto online. Che rapporto avrebbe avuto, oggi, con i nuovi media?
«Quella pila di giornali era il suo modo di “auscultare” il Paese, come diceva lui stesso, e questa sua immensa curiosità e, insieme, dedizione assoluta al bene comune, oggi lo avrebbe certamente avvicinato anche ai social. Mettendo ordine fra i suoi scritti, rileggendoli tutti, emerge come l’accusa che gli viene mossa di “bizantinismo” sia ingiusta. Pasolini disse che era “incomprensibile come il latino”. Invece, a rileggerlo oggi, appare chiaro e di grande attualità. Era un intellettuale, e certo la sua era una riflessione complessa che va inquadrata nel dibattito politico di quegli anni, che era complesso di suo. Ma ogni volta emerge con chiarezza il suo intento pedagogico, tutt’altro che fumoso, e l’amore per la comunità nazionale che lo muoveva».

Oggi alla Camera la presentazione dell’Edizione nazionale delle Opere

Oggi alle 17, nella Sala della Regina della Camera, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà presentata l’Edizione nazionale delle Opere di Aldo Moro, progetto nato nel centenario della nascita, su iniziativa del ministero dei Beni culturali, realizzato all’interno di AlmaDL, biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Una raccolta in cui ogni sezione è accompagnata da riflessioni dei curatori e discorsi, interviste, testi giuridici di Moro, da dirigente della Fuci e dei Laureati cattolici, costituente, uomo di governo, dirigente della Dc e docente, fino al Memoriale dalla prigionia. Dopo il saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana interverranno Renato Moro, presidente dell’Edizione, e Francesca Tomasi dell’Università di Bologna. Seguirà una tavola rotonda con Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta; Giovanni Mario Ceci e Leopoldo Nuti, di Roma Tre; Antonella Meniconi,Sapienza; Paolo Pombeni, Università di Bologna.

Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Avvenire

Esistono varie raffigurazioni artistiche del buon Samaritano: la più nota è quella di Van Gogh, tutta incentrata sul protagonista che issa sul cavallo il malcapitato depredato dai briganti; immagine coloratissima ed emblema efficace della parabola raccontata da Gesù per rispondere alla domanda di un dottore della legge: chi è il mio prossimo? Una simile rappresentazione si trova in Delacroix, mentre del tutto diversa è quella di Rembrandt, che pone al centro della scena vari personaggi. Il buon Samaritano è di spalle, intento a parlare sulla soglia della locanda con l’albergatore, mentre sotto di loro un altro uomo solleva colui che è stato picchiato, poi c’è un altro che tiene fermo il cavallo e una donna che attinge l’acqua dal pozzo. Per Marie Grand, autrice del saggio Geografia dell’amore. Un’altra storia del buon Samaritano (Queriniana, pagine 108, euro 14,00) è proprio quella del pittore olandese, conservata alla Wallace Collection di Londra, l’illustrazione più consona della parabola, perché il dispiegarsi della pietà e della compassione non è un movimento che riguarda la singola persona ma la collettività.
Il messaggio dell’autrice è evidente: «Non si può dare all’amore tutta la sua ampiezza e la sua geografia massima senza tenere sempre insieme queste due vie – quella del buon Samaritano e quella dell’albergatore -, quella dell’incontro interpersonale, attraverso cui cerchiamo di farci prossimi a ciascuno, e quella del servizio impersonale, attraverso cui ci rivolgiamo a tutti».
Michel Serres, il grande intellettuale francese scomparso pochi anni fa, nel suo pamphlet Morale per disobbedienti, affronta la questione in un capitoletto dedicato all’umiltà, “figura cristica” che permette al generoso di non vantarsi della sua prodigalità né ad esigere una reciprocità nel suo donare. «C’è stato bisogno – aveva scritto in precedenza – nientedimeno che di un Dio sceso in terra per avviare una catena transitiva, come per il dono. Da cui l’espressione geniale: perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo a chi ci ha offeso». Il dono è un processo che non tocca due persone ma tre: chi dona, chi riceve e a sua volta si fa donatore, in una catena del bene che non s’interrompe. Come nella parabola del buon Samaritano, appunto, che spesso ci fa dimenticare l’attore principale del dramma, il ferito che giace nel fosso: il brano evangelico per Serres ci vuole suggerire la ripetitività dell’atto del donare e del donarsi affinché tutti noi ci prendiamo cura di chi è in pericolo o è stato maltrattato e ci chiniamo sulla vittima, la quale è poi chiamata a fare altrettanto, in un processo di benevolenza reciproca che possiamo chiamare empatia. A tutto ciò Marie Grand aggiunge la figura del locandiere, che accoglie lo sventurato, accetta il compenso offertogli dal buon Samaritano che gli promette di tornare per pagargli le spese sostenute per l’alloggio dell’uomo ferito. Tutto ciò per dirci che l’amore è un circuito, in cui ciascuno di noi è chiamato in prima persona a farsi prossimo dell’altro, che siano i nostri familiari o i nostri amici ma anche tutti coloro che la vita ci fa incontrare, e in più a farci carico il più possibile delle necessità degli altri, anche dei più lontani.
Un altro filosofo francese, Paul Ricoeur, citato più volte nel volume, aveva cercato di rispondere alla questione “chi è il mio prossimo?” in un articolo intitolato Le socius et le prochain. Durante l’esistenza ci capitano due tipi di relazioni, quelle corte e quelle lunghe. Le prime sono più immediate, le seconde impersonali: «Il primo amore è intimo, soggettivo, ma esclusivo; il secondo è astratto, ma più vasto». Aggiunge Ricoeur: «Il prossimo è la duplice esistenza del vicino e del lontano. La carità non è necessariamente là dove si esibisce; essa si trova anche nel servizio umile e astratto delle funzioni ed è molto spesso il senso nascosto del sociale». Si può amare tutti? È questa al fondo la domanda centrale della parabola. Commenta Grand: «Non potremo mai abbracciare tutti i nostri simili nel calore del sentimento. Amare tutti significa anzitutto chiederci che cosa dobbiamo a tutti, anche a coloro che non avranno per noi altro volto se non quello statistico o immaginario. Non si può dunque ridurre la parabola del buon Samaritano a una semplice esigenza di carità individuale facoltativa. Essa è anche un appello a vivere e pensare il prossimo sul piano sociale e politico».
L’amore ha a che fare con la giustizia, come ha rimarcato Martin Luther King commentando a sua volta la parabola: «Non basta aiutare un uomo ferito sulla strada di Gerico; è anche importante modificare le condizioni che hanno reso possibile la rapina; la filantropia è lodevole, ma non deve far trascurare al filantropo le circostanze di ingiustizia economica che hanno reso necessaria la filantropia». La carità non è solo un’azione personale, ma un obiettivo di tutta la società: di qui l’elogio delle istituzioni da parte dell’autrice, che siano la scuola o gli ospedali, purché recuperino la loro missione originaria che pone al centro l’essere umano.
Qualcuno ricorderà la polemica sull’ordo amoris innescata nel gennaio 2025 dal vicepresidente americano Vance, che rileggendo san Tommaso giustificava la politica di respingimento degli immigrati della sua amministrazione. Il libro di Marie Grand è stato scritto prima, ma nella postfazione Damiano Bondi vi fa riferimento, ricordando le repliche di papa Francesco e dell’allora cardinale Prevost che negavano chiaramente che Gesù ci chieda di fare una classifica del nostro amore per gli altri.

Un libro per bambini diventa una lezione su identità e pace: incontrare l’altro non significa perdersi, ma trasformarsi senza smettere di essere sé stessi

La paura di Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Durante un dibattito che apriva la Settimana della Pace organizzata a Vicenza, si ragionava insieme di come anche l’identità perda le sue caratteristiche profonde di apertura e porosità se rivendicata come una roccaforte da difendere. Si parlava dei percorsi di pace, citando Chiara Lubich e Alexander Langer, nel tentativo di comprendere come ridare respiro oggi alle loro visioni. Attingendo dalla prospettiva antropologica, parlavo un po’ confusamente di come si possano percepire i propri confini esistenziali e culturali solo nella relazione con l’altro, di qualunque tipo sia. Per rendere tutto questo più chiaro, ho citato un libro per l’infanzia molto famoso, sicura di far breccia nella mente delle tante maestre presenti nel pubblico.
Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, un grande classico della letteratura per la prima infanzia, da molti considerato un capolavoro. Le due palline, blu e gialla, sono molto amiche, vivono una davanti all’altra, giocano sempre insieme, si rincorrono, si nascondono e la loro amicizia è resa graficamente dalla fusione dei due colori, dalla trasformazione che l’incontro con l’altro provoca in tutti noi, che diventiamo, fortunatamente, un po’ verdi. L’identità è un colore in continua evoluzione, era quello che volevo dire. È più simile a una ricetta in cui gli ingredienti danno vita a qualcosa di nuovo, ai colori che si mischiano, a piante che si innestano, più che a sassi messi uno sopra l’altro.
Ho visto cenni convinti di assenso, salvo poi scoprire (con un ritardo di 10 anni) che quel libro era stato messo all’indice nel 2015 dall’allora sindaco di Venezia, Brugnaro, appena insediatosi alla guida del Comune. Piccolo blu e piccolo giallo rientrava in quella cinquantina di libri per l’infanzia ritenuti sconvenienti per un riferimento che solo una mente prevenuta e maliziosa poteva trovarvi alla fantomatica “ideologia gender” o a “genitore 1 e genitore 2”, per citare la breve nota della circolare inviata allora alle scuole.
Leo Lionni è stato un immenso scrittore e illustratore per bambini e bambine, vi consiglio di recuperare i suoi albi se non li conoscete. Di famiglia ebrea di origine olandese, si trasferisce in Italia, da dove dovrà nuovamente partire nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Si trasferirà negli Stati Uniti e tornerà in Italia all’inizio degli anni Sessanta.
Il sindaco Brugnaro è stato confermato per un secondo mandato e recentemente la stessa area politica ha vinto le elezioni amministrative. La reazione dell’opinione pubblica si fece sentire e Piccolo blu e piccolo giallo, per fortuna, tornò nelle biblioteche scolastiche qualche settimana dopo insieme ad altri capolavori della letteratura per l’infanzia finiti nelle scatole. Sorte simile toccò alle storie di Gianni Rodari, che non venne tradotto a lungo negli Stati Uniti ai tempi del maccartismo, perché iscritto al Partito Comunista.
Fortunatamente le maestre (e, ahimè, gli ancora troppo pochi maestri) sono più furbe di qualunque diktat, stretto, piccolino e senza senso. E così le scatole si aprono e i libri continuano a fare quello per cui sono nati: venire sporcati di marmellata, circolare e aprire finestre. Piccolo blu incontra piccolo giallo e diventa verde, nessuno dei due scompare. Forse è proprio questa la cosa che dovremmo ricordare, quando parliamo di identità e di pace: che non siamo sassi da impilare per costruire un muro, ma colori capaci di incontrarne altri. E che, qualche volta, è proprio dall’incontro che nasce qualcosa che prima non c’era.
Un’altra maestra ha poi raccontato che quest’anno la dirigenza della sua scuola non ha voluto proseguire il percorso di educazione alla pace perché “il tema è diventato divisivo”… e se provassimo per una settimana a far dirigere la scuola e i comuni dalle bambine e dai bambini.
Avvenire

Proposta per l’incontro tra Papa e clero italiano: non dimentichiamo i sacerdoti sposati

L’annuncio del prossimo incontro tra il clero italiano e Papa Leone XIV (in programma l’11 e il 12 dicembre a Roma) rappresenta un momento importante di fraternità e di riflessione sul tema “chiamati, insieme, inviati”. È un’occasione preziosa per fare memoria della vocazione sacerdotale e per rinnovare lo slancio missionario della Chiesa.

Proprio partendo dallo spirito di questo appuntamento — che mette al centro il senso di comunità e la necessità di nuove energie pastorali — nasce una riflessione e una proposta concreta: perché non estendere l’invito o includere in questo cammino anche i preti sposati?

Si tratta di uomini che hanno ricevuto una valida ordinazione sacerdotale e che, pur vivendo in una condizione canonica diversa o ai margini della vita pastorale ordinaria, continuano a portare nel cuore il dono del loro ministero. In un tempo in cui la Chiesa riflette profondamente sulla sinodalità, sull’accoglienza e sulla necessità di raggiungere ogni periferia spirituale ed esistenziale, valorizzare la presenza e il contributo di queste persone potrebbe rappresentare un forte segno di riconciliazione, Unità e apertura.

La comunione ecclesiale e il rinnovamento del presbiterio trarrebbero grande forza da un abbraccio capace di andare oltre le rigidità, integrando tutte le vocazioni che hanno donato la propria vita al servizio del Vangelo.

#Chiesa #Papa #Clero #Sinodalità #Fede #CEI

Per una società di convivenza delle diversità

periferia1

Settimana News

Ormai è assodato; siamo in pericolo. I motivi sono ovviamente tanti, ma come non pensare che siamo proprio in pericolo dopo il fatto avvenuto in una classe italiana.

Un tredicenne ha assalito la professoressa: fatto grave in sé. Chi l’ha salvata? Uno studente congolese.

L’umanità che salva
Non emerge che questo ragazzino ha espresso la cultura prodotta in lui, così giovane, dal viaggio che è al centro della sua formazione, della sua identità. Infatti, leggo che l’eroe gentile – così è stato soprannominato – vive in una casa famiglia ed è arrivato in Italia senza i suoi genitori, a bordo di un barcone. Ma l’umanità del profugo giunto addirittura su un barcone la consideriamo poco o nulla.

Sui social anche la sua storia ha diviso: qualcuno ha scritto che meriterebbe encomi, molti però hanno reagito male. E nelle ore in cui è accaduto questo, con una curiosa coincidenza temporale, il governo ha annunciato di voler imporre un limite agli “studenti stranieri” in una classe. È già previsto da disposizione ministeriale del 2010 e risultato inattuabile, per carenza di professori e di aule.

Ma ciò che conta è che un caso di amore per la vita altrui, nello specifico di un’italiana da parte di un ragazzo giunto dall’estero, finisce col coincidere non con un momento di maggiore comprensione, ma di nuova separazione, contrapposizione: ed è toccato al presidente Mattarella ricordare che la scuola è aperta a tutti, da Costituzione.

Ma bisogna anche considerare in che contesto questo accade. Una parte sempre più rumorosa non vuole armare l’Ucraina (senza dire quasi mai cosa voglia fare): poco cala che dall’altra parte ci sia una Russia armata di suo? La narrativa però viene spostata sempre più spesso sul parallelo tra resistenza ucraina e la nostra resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il metro, sia da una parte che dall’altra, è quello, la Seconda Guerra Mondiale.

Che ci sia una differenza è evidente: da noi l’invasore nazista era giunto con il consenso del governo fascista, in Ucraina è stato l’esercito nazionale a opporsi da subito all’invasore russo. Ma il problema è nella necessità di questo paragone o della sua negazione, perché la Seconda Guerra Mondiale ci rimanda a giusto o sbagliato, bene o male.

È interessante che Pierluigi Bersani abbia detto in televisione che monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, avrebbe detto di ritenere “moralmente accettabile” intervenire per salvare vite umane in uno Stato aggredito ed elencato strumenti necessari, come i sistemi di allarme e intercettazione dei missili e dei droni, ma il coro “basta armi all’Ucraina” sembra prendere molti se tradotto così: spendiamo i nostri soldi per noi stessi. Che i problemi siano enormi e i soldi pochi è oggettivo, come è oggettivo che l’Europa non abbia un suo esercito.

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione
Ormai è indiscutibile ciò che ha sottolineato più volte Leone XIV: siamo nell’epoca della polarizzazione. Il discorso dunque va allargato. Infatti non c’è un campo unito, fermo, solidale nel difendere ciò che è stato il cuore della nostra identità politica: riassumiamola con “libertà, uguaglianza, fraternità”, dove è il terzo vocabolo che spiega e tiene tutto.

Ma tutto ciò che è universale sembra divenuto fastidioso: diritto internazionale, pace universale, diritti dell’uomo; tutto questo è finito nella lista dei nostri nemici? C’è una sola Maginot: la Chiesa cattolica, unica istituzione globale rimasta in piedi dopo l’uragano MAGA di Donald Trump. È una responsabilità enorme quella di rappresentare tutto ciò che di globale, universale, è rimasto in piedi.

Il punto di partenza che la Chiesa universale potrebbe aiutarci a riporre al centro della discussione che ha luogo in ogni Paese, almeno del nostro Occidente, è molto semplice: questa economia uccide. È questa la frase che taglierebbe la polarizzazione, perché tra le persone ordinare che aderiscono all’uno o all’altro campo ne percepiscono la fondatezza. Dunque sono stati fatti degli errori madornali. Quali?

L’elenco sarebbe troppo lungo e vario. Senza addentrarmi troppo direi che è fallita la globalizzazione. Perché è fallita? Per due motivi fondamentali. Il primo è appunto economico: la finanziarizzazione dell’economia. Questa economia uccide anche i figli di chi l’ha creata, voluta. E causa maremoti, a partire dalle migrazioni forzate.

Ma il colletto blu americano che apprezza la grande deportazione, vorrà studiare la cartolarizzazione del debito dei paesi poveri, della deregulation avviata da Bush e completata da Clinton, in piena sintonia con tante legislazioni europee? E si può chiedere a un tedesco in condizioni economiche quasi disperate di dedicarsi allo stesso studio? Più facile dirgli che gli immigrati creano problemi, gli rubano il lavoro, portano disvalori, per qualcuno malattie, anche qui da noi. È lo scontro di civiltà dentro casa.

Gli errori dunque riguardano tutti, destra e sinistra. I vecchi conservatori e i vecchi progressisti avrebbero un bel po’ da lavorare se gli si chiedesse conto di come hanno squassato il mondo. Ma il nazionalismo estremo, tipo AfD, gli chiede conto di quegli errori economici? Non mi sembra, io credo che i loro leader non li considerino tali. E siamo così al secondo errore.

Globalizzazione e omologazione
Se economicamente la globalizzazione è stata gestita in questo modo, culturalmente ha creato la percezione che si volesse creare un uomo tutto nuovo, senza cultura, senza identità. Il nazionalismo estremo ha percepito questo e ci propone la sovversione usando la religione come veicolo di odio. Odiare l’altro nel nome di Dio; è questo il nuovo credo? La religione è un casellario giudiziale che sporca la fedina penale di tutti coloro che non appartengono alla mia?

Ecco che Marx viene capovolto: l’oppio dei popoli, cioè l’anestetico che sapeva conservare la fedeltà al regnante, diviene la cocaina dei popoli, cioè l’eccitante capace di capovolgere i regni e consegnarli a chi propone di sovvertire l’ordine costituito. Queste religioni trasformate in ideologie e che sostengono un’altra ideologia, il nazionalismo, ci dicono che non è vero che sono morte le ideologie.

Dunque è la globalizzazione che con i suoi fallimenti ci ha portato a odiare tutto ciò che è globale, universale? Penso di sì, e penso che la Chiesa cattolica, unica istituzione universale rimasta in piedi, ha tutto il necessario per dirci che la globalizzazione è stata il grande inganno, non per l’idea, ma per come è stata perseguita.

Oltre al liberismo selvaggio cui si è fatto appena un brevissimo cenno, la globalizzazione ha creato la accennata paura, l’omologazione. È quello che disse papa Francesco a Caserta, quando incontrò il pastore Giovanni Traettino: “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.

Per una società di conviveza delle diversità
Siamo in pericolo ma non ne usciremo in altro modo che tornando nelle diverse periferie del nostro mondo, non barricati nel suo centro, andando a parlare, a vivere, ad ascoltare le periferie urbane, nazionali, continentali. È li che batte il cuore dell’uomo contemporaneo. E per riuscirci bisogna superare il vecchio paradigma occidentale dell’universo come puzzle a incastro unico.

Il paradigma occidentale, sintetizzando più del possibile, Isaiah Berlin lo spiega così: 1) Ogni domanda autentica deve poter avere una risposta: se non si può rispondere non è una domanda autentica. Magari io non saprò la risposta, ma un altro sì. 2) Tutte le risposte devono essere conoscibili, possono essere scoperte mediante mezzi suscettibili di essere appresi e insegnati ad altri. 3) Tutte le risposte debbono essere compatibili tra di loro, diversamente saremmo nel caos.

A questo paradigma, dal campo illuminista venne un’aggiunta: le risposte devono essere basate sul corretto uso della ragione, niente rivelazioni o tradizioni. Non risulterà sorprendente che Berlin citi una frase di Fontenelle, illuminista rappresentativo, dalla vita molto ragionevole: “Un’opera di politica, di morale, di critica, forse persino di letteratura, sarà più bella, tutto considerato, se fatta dalle mani di un geometra”.

Spererei che ci allontanasse da tutto il paradigma, con o senza l’integrazione illuminista, perché già allora un razionalismo arido, gelido, geometrico, alimentò una reazione irrazionale, bollente, per buttare all’aria l’unica geometria possibile, quella imposta a tutti. Come allora accade oggi. Uscire dal meccanismo dell’universo come puzzle a incastro unico è il grimaldello per spiegare che siamo uguali perché siamo diversi, con ideali diversi e dunque il compromesso è indispensabile.

Recuperato il gusto di un mondo pluralista, che rifiuta l’uniformità e che ammette che l’economia che ha imposto uccide, potremmo trovare le risorse spirituali per sfidare l’emergenza d’oggi, la criminalizzazione dell’altro. Cosa potremmo dire a quest’umanità polarizzata nell’odio? Quello che disse papa Francesco a Singapore: «Se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».

Il caso di Don Cosimo Schena e l’uso strumentale della sua storia: perché la scelta del celibato non deve ostacolare il Realismo Pastorale

Chi è Don Cosimo Schena, il prete più seguito sui social: “Ero fidanzato e sognavo di diventare padre”

La storia di Don Cosimo Schena — il presbitero brindisino più seguito sui social, psicologo e parroco — è tornata al centro dell’attenzione mediatica. Nelle sue interviste, Don Cosimo ripercorre con serenità il proprio cammino: gli studi di ingegneria, il fidanzamento giovanile, il sogno di una famiglia e poi la scoperta della vocazione sacerdotale che lo ha portato a lasciare la compagna per entrare in seminario e ordinarsi a trent’anni. Una testimonianza lineare di discernimento personale che, tuttavia, viene talvolta utilizzata in modo strumentale dagli ambienti conservatori per contrastare la causa della riammissione al ministero attivo dei sacerdoti sposati.

La narrazione apologetica che ne deriva tenta di far passare un messaggio rigido: “se Don Cosimo ha saputo rinunciare al matrimonio per fare il prete, allora tutti devono fare lo stesso, e chi si è sposato non deve più rientrare al ministero”.

Un paralogismo che danneggia la pastorale

Usare la storia personale di Don Cosimo Schena come un’arma polemica contro la riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati rappresenta una palese forzatura logica ed ecclesiale:

  1. Confusione tra percorsi e momenti vocazionali diversi: La scelta di Don Cosimo riguarda un giovane laico che, prima dell’ordinazione, ha liberamente scelto la via del celibato presbiterale. La causa sostenuta dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati riguarda invece uomini già validamente ordinati, che hanno ricevuto il Sacramento dell’Ordine con regolari percorsi teologici pontifici e che successivamente hanno contratto matrimonio.

  2. Nessuna contrapposizione tra celibato e clero coniugato: Esaltare la bellezza della scelta celibataria non richiede affatto la svalutazione o l’esclusione dei presbiteri sposati. La storia della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, insegna che le due dimensioni possono coesistere e arricchirsi a vicenda senza annullarsi.

  3. Il rischio dell’ideologia sociale contro il bene delle parrocchie: Trasformare vicende personali o la popolarità social in argomenti di scontro dogmatico fa perdere di vista la realtà drammatica dei territori: parrocchie senza Messa, clero anziano ed esausto, e comunità che chiedono la presenza costante di pastori formati.

Realismo Pastorale: valorizzare ogni vocazione per la Chiesa di Papa Leone XIV

La risposta del Movimento fondato da don Giuseppe Serrone rimane ancorata al senso di responsabilità e alla comunione ecclesiale. La testimonianza di Don Cosimo Schena come parroco e psicologo merita rispetto, ma non può diventare un pretesto per sbarrare la strada a centinaia di presbiteri sposati pronti a rimettersi al servizio delle diocesi.

Rivolgere a Papa Leone XIV l’appello per un decreto canonico di riammissione significa chiedere un atto di realismo pastorale: permettere a chi custodisce la Grazia del sacerdozio e una solida preparazione teologica di affiancare i confratelli celibatari, affinché nessuna comunità rimanga priva dell’Eucaristia e della cura delle anime.

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Scuola / Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un’altra: quella tra ricchi e poveri

Le classi ghetto esistono, è vero, ma la segregazione a scuola è un'altra: quella tra ricchi e poveri

Avvenire

Le classi ghetto esistono. Solo che, per qualche ragione, alcune fanno notizia e altre no. Ci allarma una classe con troppi stranieri. Molto meno una classe piena di bambini poveri. In Italia i minori in povertà assoluta sono oltre un milione e duecentomila e a scuola tendono a concentrarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. Però il limite agli stranieri strappa applausi, quello ai poveri non se lo fila nessuno. Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del governo di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. L’obiettivo dichiarato è evitare le “classi ghetto” e favorire l’integrazione.
Il problema dal quale parte l’esecutivo è reale. Concentrare nella stessa classe molti ragazzi appena arrivati in Italia, magari con una conoscenza insufficiente della lingua, può rendere più difficile il lavoro degli insegnanti e l’integrazione. Ma se ciò che conta è la concentrazione dello svantaggio, la cittadinanza è soltanto una delle caratteristiche alle quali dovremmo guardare. E probabilmente neppure la più importante. Nella scuola italiana esiste infatti un’altra segregazione, meno visibile, quella sociale. I figli delle famiglie con minori risorse economiche e culturali tendono più frequentemente a ritrovarsi nelle stesse scuole e nelle stesse classi. I dati Invalsi mostrano una segregazione persistente legata al livello d’istruzione delle famiglie, particolarmente rilevante nelle grandi aree metropolitane e nel Mezzogiorno.
Una parte del fenomeno dipende dalla geografia delle nostre città. Ma un’altra nasce dalle nostre scelte. Ogni genitore vuole il meglio per i propri figli e, se considera problematica una scuola, cerca di evitarla. Non tutti, però, possono farlo allo stesso modo. Servono informazioni, tempo, possibilità di spostamento, reti sociali. Quando le famiglie più attrezzate abbandonano una scuola, proprio quella scelta contribuisce a trasformarla. Aumentano proporzionalmente gli studenti con maggiori bisogni educativi e la cattiva reputazione finisce per confermarsi. La libertà di scelta individuale può così produrre un risultato collettivo che nessuno ha esplicitamente scelto.
Scuole dei ricchi e scuole dei poveri. E la composizione delle classi conta. A scuola non impariamo soltanto dagli insegnanti, ma anche dai compagni, dal loro linguaggio, dalle aspettative, dalle norme sociali e dalle aspirazioni che circolano nel gruppo. Sono i cosiddetti “effetti dei pari”. Per questo l’Invalsi richiama l’importanza del fatto che le classi dovrebbero essere preferibilmente eterogenee. Ma torniamo allora alla proposta di Meloni. Se il problema è la conoscenza dell’italiano, misuriamo la conoscenza dell’italiano. La cittadinanza dice molto poco al riguardo. Quasi due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati in Italia. Un bambino nato a Torino da genitori egiziani può parlare italiano con inflessioni sabaude quanto un figlio di piemontesi da generazioni. Un suo compagno italianissimo può invece provenire da una famiglia nella quale nessuno ha terminato la scuola superiore, che non possiede libri e dove le risorse economiche sono scarsissime.
Sono i nuovi Pierino e Gianni di cui parlava don Milani. Immaginiamo, allora, due classi. Nella prima il 35% degli studenti ha cittadinanza straniera, ma sono nati in Italia e parlano perfettamente italiano. Nella seconda non c’è uno straniero, ma quasi tutti provengono da famiglie con basso reddito, bassi livelli d’istruzione e poche risorse culturali. Quale delle due è la “classe ghetto”? Non c’è una facile percentuale, buona per un comizio, che possa rispondere. Il rischio è confondere una caratteristica facilmente osservabile, la cittadinanza, con il problema che si vuole affrontare. Se il problema sono le sacrosante difficoltà linguistiche, si intervenga sulle difficoltà linguistiche. Se è lo svantaggio educativo, si misuri quello. Se è la segregazione, occorre guardare a tutte le segregazioni, economiche, etniche, religiose, territoriali.
La scuola pubblica è una delle poche istituzioni nelle quali persone che la società tende a separare possono ancora incontrarsi. Il figlio del medico e quello dell’operaio, la figlia dell’avvocato e quella della cassiera, chi è nato a Treviso e chi è nato a Dakar possono trascorrere cinque ore al giorno nello stesso posto e scoprire che il mondo non coincide con la propria famiglia, il proprio quartiere e il proprio reddito. Questa mescolanza non è un effetto collaterale della scuola pubblica. È uno dei suoi prodotti più preziosi.

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Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Caro Avvenire, le recenti aggressioni a docenti, nelle scuole italiane, vengono sempre più attribuite all’uso degli smartphone e all’influenza di gruppi web che fomentano la violenza. Non sono d’accordo. Nelle scuole americane le stragi sono storia, cominciate in un’epoca in cui il telefono aveva filo e cornetta. Quindi, la causa principale deve essere un’altra. Ricordo che quando andavo a scuola c’era grande solidarietà tra gli studenti. Ma la società italiana è profondamente cambiata e questo si riflette sulla scuola.
Enrico Folli
Solarolo (Ra)
Caro Avvenire, Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, le due professoresse vittime di accoltellamento da parte di alunni andrebbero premiate per il messaggio che trasmettono con le loro parole. Leggere pensieri di solidarietà rivolti alle coscienze dei giovani in formazione è qualcosa che ci tocca e fa comprendere che nella pietà che non cede al rancore si impara l’amore.
Daniele Mosconi
Fondi (Lt)
Cari lettori, l’aggressione, agghiacciante per le sue modalità, nella scuola media di Centocelle spinge a riflettere su numerose tematiche che intersecano la nostra società. In primo luogo, penso però vada espressa piena solidarietà all’insegnante presa di mira, al di là delle sue parole immediatamente dopo il fatto. I docenti hanno un ruolo chiave e sono un presidio indispensabile di cultura e cittadinanza: se diventano bersaglio di loro giovanissimi allievi, deve scattare un allarme che coinvolge tutti. Non stiamo parlando di uno spintone motivato da rabbia e frustrazione momentanee (atto, comunque, da condannare senza esitazione), ma di un macabro rito premeditato, che prevedeva un pubblico online, cui si offre d’essere spettatore di violenza gratuita in diretta streaming. Solo questo dovrebbe dirci la gravità e la pericolosità dei comportamenti che vengono veicolati sulla Rete, caro Folli, e che trovano fertile terreno in ragazzi che sembrano avere perso il senso della realtà insieme alle minime coordinate morali.
Non è successo solo a Roma, recentemente casi simili si sono registrati a Trescore Balneario e a San Vito Lo Capo, esattamente, Centro, Nord e Sud Italia. Nessuna zona franca: piccoli paesi e grandi città, basta uno smartphone per essere parte di un ambiente digitale dematerializzato che però crea effetti concreti e drammatici. Installare metal detector alle porte di tutti gli istituti del Paese per evitare l’ingresso dei coltelli sarebbe un ben triste rimedio, una certificazione dell’inefficacia delle pratiche educative, anche se la sicurezza va certamente garantita. Non dimentichiamo l’uccisione di Abanoub Youssef, diciottenne, accoltellato da un compagno all’Istituto professionale Chiodo, a La Spezia il 16 gennaio scorso.
Come reagire a queste esplosioni di violenza? Nella narrazione pubblica, oscilliamo tra due poli opposti. La comprensione e il perdono lodevolmente espressi dalle professoresse Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, da una parte; dall’altra, l’invocazione di pene più severe, dell’abbassamento della soglia di imputabilità (l’accoltellatore tredicenne di Roma non è punibile) e modifiche al Codice penale già in cantiere per i minorenni. Sono entrambe posizioni di ampio richiamo mediatico, che suscitano discussione, ma rischiano di non lasciare traccia passata qualche settimana (se non si afferma prima qualche altro tema di richiamo).
Espressioni di misericordia di fronte a un ragazzino forse anche manipolato, che ha il diritto di non venire segnato a vita da un errore pur grave, aiutano a non alimentare sentimenti di odio e vendetta. Tuttavia, caro Mosconi, rischiano, pur nell’encomiabile buona intenzione di chi le esprime, di far apparire reati che vanno stigmatizzati senza indulgenza quali “marachelle” da superare in fretta. In realtà, sono gli esiti fortunatamente non tragici che hanno permesso questa lettura; ben diverso sarebbe stato se le ferite inflitte fossero risultate irreversibili o, addirittura, letali.
Ma neppure il solo inasprimento delle sanzioni pare offrire una risposta adeguata. Il tempismo dell’annuncio di misure governative volte a fissare un tetto agli alunni stranieri per classe e a vietare nelle scuole burqa e niqab dà inoltre la sgradevole impressione che il principale problema della scuola italiana sia la presenza di giovani che parlano altre lingue o hanno legami con culture diverse dalla nostra. Nessuno degli episodi richiamati risulta però spiegabile attraverso l’origine geografica degli alunni; a Centocelle, anzi, a fermare l’aggressore è stato uno studente originario della Repubblica del Congo. Anche qui, ovviamente, va evitata una retorica consolatoria che ignori le difficoltà reali e finisca con l’alimentare nuove tensioni.
Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza: genitori e famiglie troppo spesso “ciechi” e accomodanti, che faticano ad assumersi il carico impegnativo di un’educazione all’attenzione e al rispetto dell’altro. Insomma, caro Folli e caro Mosconi, non necessariamente i tempi andati erano migliori. Certo, però, quelli attuali, che corrono rapidi e tumultuosi, ci chiedono un sovrappiù di cura e discernimento, parole e concetti che non godono, all’apparenza, di grande popolarità.

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