CALCIO: Italia, tre squilli per la Nations League, è festa azzurra al Dall’Ara

L’Italia supera per tre a uno la Turchia allo stadio “Dall’Ara” di Bologna e chiude in bellezza questa serie di quattro impegni consecutivi. A sbloccare il risultato ci pensa al 26’ Scamacca, bravo a battere Cakir con un destro potente capitalizzando il cross di Di Lorenzo. La Turchia ha il merito di restare aggrappata al match e al 61’ trova la rete del momentaneo pareggio con Aral Simsir, sfruttando un momento di appannamento degli azzurri. La reazione dei padroni di casa è però immediata: passano appena tre minuti prima che Calafiori, entrato in campo da pochissimo, riporti avanti i suoi. Nel finale di partita c’è gloria anche per Pio Esposito, ancora una volta letale a gara in corso dopo essere subentrato dalla panchina. Questo successo permette all’Italia di salire a quota sette punti in classifica, consolidando la seconda posizione alle spalle della Francia capolista, distante tre lunghezze. Dietro agli azzurri resta il Belgio a quota sei, mentre la Turchia resta ferma a zero.

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Calcio: 6-2 alla Polonia, l’Italia Under 21 si qualifica agli Europei 2027

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L’Italia Under 21 travolge 6-2 i pari età della Polonia e si qualifica alla fase finale degli Europei 2027 di categoria per differenza reti.

Nella partita giocata all’Adriatico di Pescara nell’ultima giornata del gruppo E di qualificazione dove gli azzurrini raggiungono i polacchi in testa, decisivi i gol di Koleosho (16′), Ndour (27′ e 54′), Lipani (59′), Fini (66′) e Cherubini (86′).

Per la Polonia U21 a segno Mikołajewski (65′) e Żewłakow (85′).
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Ora sì, è un’altra Italia! Bel tris alla Turchia, il secondo posto nel girone è più vicino

 

Gazzetta

Apre Scamacca nel primo tempo con una gran volée: nella ripresa pareggia la nazionale di Montella con Samsir, prima che Calafiori di testa e Pio Esposito in tap-in chiudano i conti. E il successo della Francia sul Belgio è un grosso regalo agli azzurri
Senza abito di gala, ma con un outfit comunque appropriato, la Nazionale continua il suo cammino virtuoso assicurandosi aritmeticamente l’obiettivo minimo: il terzo posto nel girone, che consentirà all’Italia di partecipare come testa di serie al sorteggio per le qualificazioni europee. Sono stati prima Scamacca e poi Calafiori, due calciatori romani, a indirizzare la vittoria contro la Turchia, prima che Pio Esposito chiudesse la pratica esaltando i 30.000 del Dall’Ara. Non è stata l’Italia scintillante di Bursa né quella scaltra di Parigi. Ma il risultato è arrivato lo stesso nonostante i 9 cambi iniziali. E adesso la corsa ai quarti di Nations League diventa apertissima: al momento gli azzurri hanno scavalcato il Belgio e potranno giocarsi le loro chance. Sarà decisivo molto probabilmente lo scontro diretto di Bruxelles in programma il 15 novembre.
ASSESTAMENTO
Il bilancio dell’ultima settimana dice 7 punti in 3 partite: niente male per Roberto Mancini. Che come previsto ha stravolto la formazione rispetto allo Stade de France: impossibile spremere troppo i giocatori, soprattutto Pio Esposito e Tonali che avevano giocato le tre partite precedenti. Quattro i titolari al debutto nel nuovo ciclo: Doumbia a centrocampo e il tridente inedito composto da Vergara, Scamacca e Maldini. Quattro anche i rilanci dopo il flop contro il Belgio: i senatori Di Lorenzo, Mancini e Barella e il giovane Romano. La nona novità era Ruggeri, che aveva giocato bene a Bursa, con Bastoni unico giocatore di movimento confermato. È fisiologico dunque che l’Italia abbia faticato a ritrovarsi come squadra. E che persino la derelitta Turchia di questi tempi, sbarcata a Bologna senza cinque pilastri, abbia creato qualche problema: Donnarumma, tanto per non perdere l’abitudine, ha dovuto subito disinnescare un destro affilato di Kabak. E Montella ha sperato nel vantaggio quando Akgun, dopo una bella combinazione collettiva, non è riuscito a scavalcare Gigio di testa.
IL LAMPO
—  Ma la Nazionale è stata brava a sfruttare la prima occasione favorevole (26’): dal cross di Di Lorenzo rimbalzato su Kabak, Scamacca ha tratto la forza e la precisione per spaccare la rete con uno dei suoi tiri esplosivi: spaccarla davvero, non per modo di dire, visto che è stato necessario riannodarla durante l’intervallo. Un ottimo segnale per lui, che aveva segnato appena un gol nelle 24 precedenti partite in azzurro, tre anni fa contro l’Inghilterra. E un perfetto big bang per la squadra, che dopo l’1-0 si è sciolta e ha cominciato a prendere il controllo del gioco, anche senza creare occasioni per il raddoppio. Buonissimo il lavoro di Vergara, sia nella proposta che nei ripiegamenti (peccato per l’infortunio muscolare); apprezzabile la velocità di pensiero di Romano, che beneficiava del meccanismo del doppio play con il supporto di Barella e poi Tonali, interessanti pure i ribaltamenti di Doumbia, vigoroso nelle progressioni palla al piede.
—  Dopo l’intervallo l’Italia ha tremato ancora, a causa di una disattenzione di Di Lorenzo che ha lasciato entrare Aral Simsir. L’attaccante del Trabzonspor ha gestito male la possibilità ma ha fatto suonare l’alert nella testa di Mancini, che ha immediatamente ordinato tre cambi: dentro Pio, Kayode e Calafiori per ritrovare energia sulle fasce e sponde utili davanti. Intanto l’altro Mancini, Gianluca, era costretto a respingere una scheggia temibilissima in area di rigore, sempre innescata da Simsir. Gli effetti delle sostituzioni si sono avvertiti nel brevissimo periodo, perché Esposito ha mandato in porta con una magia Doumbia, non abbastanza freddo nel calciare addosso a Cakir. Ma poi la Turchia ha pareggiato con un’azione in velocità allestita dallo juventino Celik e conclusa a porta vuota da Simsir, ancora lui. Qui l’Italia è stata lucida, non si è fatta travolgere dall’ansia, ed è stata premiata in fretta da un calcio piazzato disegnato da Barella e convertito in gioia da Calafiori, proprio l’applauditissimo ex del Bologna, alla prima rete in carriera con la Nazionale. Brividi contrastanti di una partita molto scorbutica. Montella, ancora contestato dai tanti tifosi al seguito, ha protestato molto con Marciniak per il contatto aereo con Elmali ma l’arbitro (giustamente) non ha sentito ragioni, indicando il centrocampo senza attendere neppure il Var. Lì Mancini ha aggiunto anche Tonali (fuori Barella) per congelare il pallone, spostando Romano a mezzala. Non è stato semplicissimo arrivare a dama, c’è voluto un altro intervento di Donnarumma su Ozcan, però la missione è stata compiuta e impreziosita dal tris di Esposito, ormai insostituibile certezza verso il futuro

Mistero peste in Siberia, viaggio nel lockdown di Putin: ospedali isolati e avvisi cancellati. «I colleghi della scienziata morta dormono a terra»

Peste Siberia, viaggio nel lockdown di Putin: ospedali isolati e avvisi di allarme cancellati. «I colleghi della scienziata morta dormono sui pavimenti»

Il Messaggero

Dormono sulle sedie e sul pavimento, perché i letti non ci sono. Sono più di sessanta i colleghi di Darya Shipilova rimasti chiusi nell’istituto di ricerca di Irkutsk, in Siberia, nonostante nessuno di loro sia risultato positivo alla peste. Un parente di una collega ha raccontato: «Hanno messo tutti in isolamento da venerdì. Più di 60 persone: entro sabato, nessun test era risultato positivo. E dormono lì, per terra, sulle sedie. Ovviamente non ci sono letti». Ai familiari è stato concesso soltanto di far passare pacchi di cibo attraverso il posto di blocco. A poche ore dalle prime notizie, il mistero del laboratorio della peste ha fatto il giro del mondo. Ospedali e centri medici sono stati isolati in un’area di circa 78 chilometri quadrati. La causa è la morte della tecnica di laboratorio, da cui sono scaturiti i timori di un’epidemia di peste polmonare.

Le ultime ore di Darya Shipilova
Shipilova aveva 28 anni e lavorava all’Istituto anti-peste di Irkutsk, che si occupa di Siberia e Estremo Oriente. Si sarebbe sentita male durante una spedizione sul campo con alcuni colleghi in Buriazia, vicino al confine orientale con la Mongolia. È stata ricoverata il 29 settembre e intubata, ed è morta due giorni dopo a Shelekhov, cittadina satellite di Irkutsk. Sulle cause circolano versioni diverse, come spesso accade in Russia. L’agenzia locale Lyudi Baikala riferisce che la donna avrebbe detto al personale medico di aver rotto per sbaglio una provetta contenente batteri vivi. Media russi e canali Telegram sostengono che l’incidente sia avvenuto il 25 settembre, nel laboratorio dell’istituto, e che lei abbia poi cercato di nasconderlo. Gli amici respingono con forza questa ipotesi: dicono che sapesse benissimo di dover cercare subito un trattamento antibiotico in caso di esposizione. Aveva lavorato di persona con la Yersinia pestis, il batterio responsabile della malattia. A marzo il suo nome compariva tra gli autori di uno studio sulla sensibilità agli antibiotici di ceppi prelevati nelle aree della Siberia dove la peste è presente in natura. La sua attività riguardava i batteri di regioni come l’Altai e di zone della Mongolia, oltre a esperimenti sulle risposte immunitarie all’infezione. Un’ex collega ha riferito che i familiari della giovane sono convinti che i medici l’abbiano trattata all’inizio come un caso grave di Covid, con la ventilazione artificiale, e che gli antibiotici siano arrivati troppo tardi.

Cinque ospedali in «modalità epidemia»
Il contagio avrebbe coinvolto circa 200 persone entrate in contatto con la ricercatrice, tutte sotto osservazione. Maxim Modin, sindaco del distretto di Shelekhov, ha parlato di un «insieme completo di misure antiepidemiche». Il reparto dove era stata curata la donna è stato messo in quarantena e diversi reparti hanno sospeso ricoveri e dimissioni.

Secondo Lyudi Baikala, fino a cinque strutture tra Irkutsk e dintorni sarebbero in modalità «epidemia», con centinaia tra medici, personale e pazienti a cui non è permesso uscire. Si parla degli ospedali clinici cittadini n. 1, n. 3 e n. 10. L’ospedale pediatrico Ivano-Matreninskaya sarebbe chiuso per una quarantena di tre settimane. I parenti di una donna che ha partorito in una maternità di Irkutsk hanno riferito alla testata che anche lì era stata imposta la quarantena. Una fonte del settore sanitario ha detto che i medici di Irkutsk «parlano apertamente della peste». Il condizionale, mai come in questo caso, è d’obbligo. I media indipendenti e quelli ufficiali danno versioni opposte, spesso difficilmente verificabili. I funzionari negano un blocco degli ospedali, ma un paziente del City Clinical Hospital n. 1 ha dichiarato: «Siamo in quarantena completa». Secondo il suo racconto, ai parenti non è stato permesso di entrare e ai ricoverati di uscire. Secondo alcune fonti, nella regione stanno scarseggiando i farmaci usati per curare la malattia, e i residenti, spaventati, si affollano nelle farmacie in cerca di scorte.

La versione di Mosca e i messaggi cancellati
L’agenzia sanitaria russa Rospotrebnadzor sostiene da domenica che non esista alcuna epidemia e definisce «stabile» la situazione a Irkutsk e a Shelekhov. Una commissione di esperti di biosicurezza non avrebbe trovato alcun incidente con microrganismi patogeni nell’istituto. Le analisi sui campioni della donna, aggiunge l’agenzia, non avrebbero rilevato microrganismi legati alla sua attività professionale. La morte viene attribuita a una «polmonite di eziologia sconosciuta». Il Cremlino ha commentato il caso attraverso il portavoce Dmitry Peskov, che oggi ha detto: «È meglio basarsi sulle dichiarazioni ufficiali di Rospotrebnadzor piuttosto che dare ascolto a varie voci e speculazioni». Ma i segnali di nervosismo non mancano, e alimentano i sospetti: il 3 ottobre l’amministrazione di Baikalsk, città della regione di Irkutsk, ha invitato su Telegram i residenti a non recarsi a Shelekhov, citando «informazioni non ufficiali riguardanti un caso confermato di peste». Secondo Lyudi Baikala, il messaggio, pubblicato alle 8:28 ora locale, è stato rimosso due ore dopo. Il canale televisivo nazionale REN TV ha cancellato cinque post sui social dedicati alla diffusione della peste a Shelekhov.

All’impianto di alluminio di Irkutsk (IrkAZ), a Shelekhov, il direttore Artem Fominykh ha imposto la mascherina ai dipendenti dal 2 ottobre «a causa della situazione attuale nella nostra regione». Sul suo canale Telegram aveva scritto: «Meglio prevenire che curare: prendete le dovute precauzioni». Il 4 ottobre ha poi corretto il tiro, spiegando che si trattava di una misura di routine contro le malattie respiratorie stagionali. Tra gli abitanti prevale la diffidenza. «Più ci rassicurano, più la situazione si fa spaventosa. Mentono solo per il gusto di mentire, automaticamente. È così da molto tempo».

Le contraddizioni
Dubbi anche sulle comunicazioni ufficiali, decisamente contraddittorie. Subito dopo la morte, la responsabile sanitaria statale russa Anna Popova è arrivata a Irkutsk ufficialmente per coordinare la risposta a una «infezione particolarmente pericolosa», senza rilasciare dichiarazioni pubbliche. Alexey Tsydenov, governatore della vicina Buriazia, aveva prima parlato di «la donna morta di peste», per poi correggersi e aggiungere il condizionale: «Potrebbe essere morta di peste».

Il governatore di Irkutsk, Igor Kobzev, il 2 ottobre, in una nota sulla riunione straordinaria della commissione regionale per l’igiene e la prevenzione delle epidemie, ha usato l’espressione «infezione particolarmente pericolosa». Il 4 ottobre ha parlato per la prima volta della morte, senza nominare la ricercatrice e indicandola solo come «dipendente dell’Istituto anti-peste di Irkutsk». E ha detto: «Nella regione sono in corso misure preventive sotto la stretta supervisione di Rospotrebnadzor. Nei campioni prelevati dal paziente non è stato rilevato alcun microrganismo collegato alle mansioni professionali del dipendente». Secondo il governatore, nell’istituto non si sono registrati casi di malattie infettive negli ultimi dieci giorni. Tutte le persone entrate in contatto con la donna, ha spiegato, sono state identificate, esaminate e poste sotto osservazione medica con esami di laboratorio quotidiani.

Al Moscow Times ha parlato Mikhail Favorov, epidemiologo russo, che esclude la storia della provetta rotta: «È ridicolo. Una persona che lavora presso l’Istituto per la lotta alla peste di Irkutsk indossa una tuta protettiva contro la peste». E ancora: «Se rompi una provetta, la probabilità di infezione è in realtà molto bassa. In breve, non ha importanza per il grande pubblico: crederanno alla storia della “provetta rotta”. È assolutamente agghiacciante. Non ci diranno cosa è successo veramente».

Morta di peste a 28 anni, rottura di una provetta in laboratorio in Siberia: 200 persone in quarantena

I controlli nei Paesi vicini
Le rassicurazioni di Mosca, però, non hanno convinto tutti. Il Kirghizistan ha ordinato controlli sanitari più severi a tutti i valichi: persone, veicoli e merci in ingresso sono sottoposte a una sorveglianza epidemiologica rafforzata. Il ministero della Salute di Bishkek ha spiegato che le misure sono state adottate «a seguito della segnalazione di un caso confermato di peste nella Federazione Russa», formula che contraddice la linea russa. Anche l’Uzbekistan ha annunciato misure per prevenire l’ingresso e la diffusione di infezioni altamente pericolose. Il ministero della Salute del Kazakistan, che condivide con la Russia un confine di circa 7.600 chilometri, ha dichiarato di seguire la situazione a Irkutsk e di aver introdotto «misure preventive», con controlli sanitari e di quarantena ai valichi. La Mongolia ha già alzato il livello di allerta nelle regioni di confine con la Russia. Il caso è arrivato anche a Washington. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, prima di partire per l’Islanda, ha detto: «I viaggi tra Stati Uniti e Russia sono ovviamente molto limitati, ma come per qualsiasi altra cosa, se una notizia del genere trapelasse, potrebbe diffondersi rapidamente. Quindi stiamo osservando e monitorando attentamente la situazione. Non credo ci sia motivo di allarmarsi, ma è un motivo per concentrarsi e per tenerla d’occhio. E lo stiamo facendo».

Proporre la fede oggi

di: Francesco Strazzari
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Veglia di preghiera dei giovani con papa Leone XIV (Parigi, 25 settembre 2026 – foto Vatican Media).

Era il novembre 1994 quando Claude Dagens, vescovo di Angoulême, presentava all’Assemblea dei vescovi francesi, riuniti a Lourdes un rapporto intitolato “La proposta della fede nella società odierna (il cosiddetto Rapporto Dagens, frutto di un lavoro di équipe, di cui facevano parte i teologi i teologi Joseph Doré, Henri-Jérôme Gagey, i vescovi Claude Cesbron e Hippolyte Simon, suor Geneviève Médevielle ed altri.

Il gruppo di lavoro era guidato da mons. Claude Dagens con l’incarico di elaborare un documento di largo respiro da sottoporre ai vescovi. Il Rapporto Dagens «invitava tutti coloro che lo desideravano a intraprendere un discernimento nella Chiesa sulla situazione della fede cristiana nella società contemporanea».

Furono redatte 3.000 pagine di risposte pervenute da individui, gruppi, parrocchie e movimenti francesi. Fu elaborato un secondo Rapporto di sintesi, che essi proposero insieme al primo come “strumento di lavoro” per continuare e approfondire l’analisi intrapresa.

Dopo un anno di lavoro intenso, il gruppo di lavoro si proponeva di:

  1. valutare le condizioni relativamente nuove nelle quali veniva accolta, annunciata e praticata la fede nel Dio di Gesù Cristo;
  2. tradurre la proposta della fede in priorità pastorale in modo che mobilitasse molteplici attori nella Chiesa con le loro esperienze e le proprie risorse;
  3. impostare un dialogo con i responsabili della società civile, con i quali discutere con libertà sul posto specifico dei credenti nella società.

Emerse, innanzitutto, l’appello a prendere la parola e a compiere un percorso di discernimento.

Il secondo intento iniziale riguardava gli attori del progetto. Si desiderava che fossero i più diversi possibile e non solo per le attività specifiche che contribuiscono alla formazione della fede.

La terza prospettiva aperta dal Rapporto riguardava le relazioni con la società civile e i suoi molteplici responsabili. Occorreva ammettere che, in questi ambiti, si era rimasti molto lontani dalle intenzioni iniziali.

Si accennava ai diversi livelli della recezione del Rapporto, alle circostanze della recensione e alle diverse letture di esso. Emersero critiche sulla redazione del Rapporto, sulla sua struttura e sul contenuto (eccessivo ottimismo).

Furono critiche pesanti, che toccavano i fondamenti stessi della fede e della vita cristiana. Furono avanzate proposte per chiedere che la fede venisse presentata come una iniziazione, come parte di nuove conoscenze e partire da una formazione a nuovi stili di vita e di visione del mondo.

Si chiedeva, soprattutto da parte di gruppi parrocchiali, che venisse riconosciuto il ruolo svolto dalle comunità carismatiche e si auspicava che le comunità ordinarie di tipo parrocchiale potessero diventare sempre di più luoghi dediti a questa esperienza spirituale.

Il Gruppo Dagens ne prese atto e indicò quattro opzioni:

  1. partire dalla fede come esperienza situata nella propria storia personale;
  2. affrontare la sfida della fede ammettendo l’esistenza di condizioni sfavorevoli, ostacoli, resistenze, difficoltà anche gravi;
  3. non collocare la società civile e la Chiesa nella prospettiva esclusiva del faccia a faccia, un impegno estremamente vasto che richiede confronti leali soprattutto nel campo dell’educazione;
  4. riflettere e prendere in seria considerazione alcuni punti forti dell’esperienza cristiana incentrata sull’esperienza pasquale.

Constatando che né le analisi né i dibattiti possono bastare da soli, il gruppo osservava: «C’è da sperare che tali analisi e dibattiti sfocino in orientamenti, in scelte il più coerenti possibile e centrate su alcune importanti priorità della vita e della missione cristiana alla vigilia del XXI sec., in una specie di “carta dell’evangelizzazione”.

Il gruppo lanciava tre appelli: amare il mondo nella verità; risalire alla sorgente; vivere la fede nella totalità per avere credibilità.

Il 9 novembre 1996 i vescovi francesi rendevano nota la Lettera ai cattolici di Francia. Specificavano: «Non è un trattato sull’evangelizzazione in Francia. È un appello rivolto a tutto il popolo dei battezzati per condividere più ampiamente e annunciare con sicurezza la fede che ci anima».

Concluso il Rapporto Dagens, esso tornava ai vescovi per raccogliere e sistemare in forma di lettera ai cattolici di Francia il risultato di tre anni di lavoro sull’evangelizzazione nella società odierna. La lettera portava lo stesso titolo dei precedenti rapporti: La proposta della fede nella società odierna, curata dalla stessa équipe presieduta da mons. Claude Dagens.

Tre priorità di fondo per la missione: «Comprendere, con realismo, che la nostra situazione di cattolici nella società odierna ci invita ad andare più decisamente al cuore del mistero della fede e a formare una Chiesa che proponga la fede in maniera più solidale».

In quel tempo ho incontrato più volte il vescovo Claude Dagens, che, il 17 aprile 2008, fu eletto accademico di Francia, uno dei quaranta immortali. La sua elezione dovette molto alla direzione del Rapporto Dagens.

L’ho incontrato nel monastero delle benedettine di Belloc, nei Pirenei atlantici, dove trascorreva tempi di preghiera, di riflessione e di studio, a un’ora circa dal santuario di Lourdes, dove si recava spesso.

Mi parlava del Rapporto e della Lettera ai cattolici di Francia con appassionati riferimenti a Madeleine Delbrêl: «Il mio pensiero corre spesso a Madeleine Delbrêl, alla periferia di Parigi, Ivry, dove operava in ambiente comunista ateo, diceva: «Il tempo di oggi è il tempo della nostra fede. La fede è una passante; nessun tempo le è refrattario, essa non è refrattaria a nessun tempo; essa è fatta per il tempo e destinata ad ogni tempo e, quando un tempo sembra esserle refrattario, è nei nostri confronti che è refrattario… Siamo noi diventati refrattari a questo tempo».

Commentava Dagens: «È un tempo favorevole alla nostra conversione. Le circostanze ci obbligano ad uscire da noi stessi, dai nostri gusci, come soldati chiusi nelle caserme, per testimoniare nel mondo l’apertura a Dio della nostra umanità reale e attuale. È il compito della Chiesa, è un’esigenza permanente che ci obbliga alla conversione permanente. Essere aperti a Dio, radicalmente, perché, tramite noi, il mondo si apra a Dio».

E ancora: «Siamo vicini al santuario di Lourdes. La Vergine Maria disse a Bernadetta: “Va’ a bere alla sorgente!”. Non capiva. Andò al torrente Gave. Ritornò. Lo sguardo della Vergine le indicò il luogo. Dapprima acqua sporca, poi sempre più limpida. Che vuol dire? Dalla sorgente usciva l’acqua. Quando guardo a lei, vedo dapprima la fanciulla ebrea di Nazaret, sorpresa dal messaggero di Dio, l’angelo Gabriele: “Tu sei benedetta fra tutte le donne. Gioisci! Piena di grazia! Il Signore è con te”. Non capisce. È smarrita. Domanda spiegazione. Come può accadere questo? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Risponde: “Sono la serva del Signore”. È il dialogo della fede, che si apre totalmente, radicalmente alle promesse di Dio, anche se non capiamo niente, anche se non capiamo subito i segni. Il Magnificat è l’inno della gioia. Abbatte i potenti dai troni, rialza gli umili. Charles Maurras, uomo politico francese, grande pensatore, filosofo, acceso nazionalista, diceva che per lui il Magnificat è pericoloso. Parlava del “veleno” del Magnificat. Credo che il Magnificat trasformi il mondo, perché Dio si mette da parte dei poveri, dagli ’anawim della Bibbia, di coloro che sono disarmati e che attendono tutto da colui che ci conosce e ci ama. Il Magnificat è una maniera di dire: il Signore rimane con noi».

Il vescovo Dagens è un appassionato della Chiesa, argomento sul quale torna spesso nelle conversazioni. Come il leggendario card. Hume, inglese, sogna e racconta i suoi sogni.

«Che cosa sogno? Una Chiesa che impari, per opera dello Spirito Santo, a non considerarsi come un blocco monolitico che va ad urtare contro altri blocchi o contro il quale altri blocchi vanno a urtare. Sogno che la Chiesa impari a mettersi alla sequela di Gesù, con Gesù, con lo Spirito Santo. Il cammino è aperto. Questo vuol dire che ci sono delle tappe da percorrere (riferimento al Rapporto e alla Lettera). Vi sono scoperte da fare. Una grande novità del cristianesimo per il tempo che stiamo vivendo, in un momento di crisi globale sotto tutti gli aspetti, è di non essere schiavi dell’ideologia trionfante del progresso, basato su previsioni e calcoli razionali. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso del tempo. Ogni epoca è aperta a Dio. Ogni tempo, per quanto difficile, è aperto a Dio, perché Dio stesso è aperto al nostro tempo. Impariamo non soltanto a calcolare e a fare previsioni sull’avvenire: il tempo previsto non si realizza. Il senso del tempo semplicemente ci apre all’eternità di Dio».

Sogni di un vescovo, accademico di Francia, uno dei quaranta immortali, timido e riservato, battagliero e passionale, ordinario e contemplativo, aperto al mistero di Dio, adepto della Via – come ama definirsi – sulle orme dei primi cristiani.

Settimana News

Tra madre e figlio, i gesti di cura attraversano il tempo e si scambiano i ruoli: una memoria d’amore che diventa fede, gratitudine e speranza

Madre

Avvenire

“I primi anni della vita passano/ veloci: il bambino si sveglia/ e mangia e poi dorme e poi si sveglia/ ancora, e se è malato muore oppure”, mi commuovo ogni volta che la parola poetica irrompe nel quotidiano a trasfigurarlo. Forse è questo l’unico motivo per cui mi ostino a scrivere. Oltre al fatto che non potrei fisicamente farne a meno. Queste parole mi raggiungono in un momento particolare della mia vita: mia madre è qui a Crocetta da me per qualche giorno. Il tempo, la morte di mio padre, la fragilità l’hanno trasformata.
E la mia casa non è agevole per il movimento: pietra e scale ovunque, come a portarsi la montagna anche tra le mura domestiche, rudezza antica. Così, muoversi chiede, a volte, un aiuto; ci si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene. E intanto, leggendo “La camera da letto” di Attilio Bertolucci, diventa inevitabile sentire che “i primi anni della vita passano veloci”: sono già passati, ma hanno lasciato memoria. Ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto, ogni contatto di pelle tra madre e figlio piange la dolcezza del tempo dell’infanzia.
Soffre la malinconia di quando la vita si presentava carica di futuro e condivisa con le persone care. Ora quel tempo è passato, inesorabilmente, e in ogni gesto riecheggia l’assenza dei morti. Ci si sente più soli. Eppure — e questo è il miracolo — ogni cenno è carico di una memoria affettiva che sembrava solo chiedere d’essere resuscitata: una cura che, pur essendo passata, non sembra affatto esaurita. Ritorna. C’è. E così non si capisce più se è la madre che sorregge il figlio o viceversa; se è il genitore a chiamare o il figlio a essere resuscitato nel pieno della notte. Chi si prende cura di chi? Sostenersi, portare luce nei corridoi, sistemare lenzuola e cuscini sono gli stessi gesti di un tempo, identici; in mezzo, cinquant’anni che hanno aiutato a capire che i gesti di cura non si danno e non si ricevono, ma si condividono. Curare è lasciare che il tempo ci curi. Il figlio e la madre si confondono in un bisogno condiviso: arrivare al termine della notte. Vivi.
“E se è malato muore…”, così scrive Bertolucci. Tanti sono i morti da ricordare; inevitabile scivolare nel passato quando ci si concede il lusso di scambiarsi parole a cuore aperto. Ma non è passato nulla, ora comprendo: si sta come sulla riva di un fiume, scorrono le acque, verremo presto anche noi deposti, ci stiamo regalando il tempo dell’addio. Arrivederci.
“E mangia e poi dorme e poi si sveglia”, come noi, io e mia madre, in questi giorni. Tutto qui, in poche esatte parole, che dicono l’infanzia, che svelano il presente, che illuminano anche l’osso profondo della fede: eucarestia, affidamento nella preghiera, resurrezione. È tutto qui.
“Se è malato muore oppure/ guarendo è diverso, i suoi occhi/ vedono le persone e le ringraziano/ di stargli vicino nella solitudine”. Sono passati pochi giorni da quando mia madre è tornata a casa sua; mi ha ringraziato mille volte. Io ancora non sono così libero da dirle il mio grazie senza scoppiare in pianto; forse queste righe, in parte, servono a sopperire. Grazie perché siamo vivi, passando di guarigione in guarigione. È questa la fede che continua ad insegnarmi. Per giungere con speranza al “giorno di luce calma e di grande silenzio attorno”.

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

Avvenire

Arrampicato tra i Caruggi e l’antica chiesa di san Donato abita il signor Erminio. Ha novantasette anni e sei rampe di scale da salire per arrivare all’appartamento in cui si è trasferito da un paio d’anni. «Qui pago soltanto 200 euro al mese perché se ne dovessi pagare di più non ce la farei» sospira cercando posto per le sedie tra le pile di giornali accatastate ai lati della sua poltrona verde. Per mesi i volontari hanno bussato alla sua porta, lasciando, a chi non rispondeva, dei bigliettini. «Poi un giorno ci ha detto di aspettarlo giù in strada e così lo abbiamo conosciuto», racconta Daniela Parodi, coordinatrice del programma Viva gli Anziani di Genova della Comunità di Sant’Egidio. All’inizio Erminio non era convinto. «Quasi mi davano fastidio, non capivo cosa volessero da me. Ora mi meraviglio che ci siano ragazzi che perdano tempo con noi». Quando una parte del soffitto della sua vecchia casa è crollata, sono stati i volontari a trovargli una nuova sistemazione. Erminio è rimasto nel suo quartiere, il Molo, uno dei più antichi della città. Qui, stando ai dati comunali disponibili, il 47% degli over 75 vive solo.
A maggio 2025 i residenti con più di 65 anni erano 161mila quasi il 30% della popolazione. «Dal Comune abbiamo ottenuto l’anagrafica dei 1200 over 80 che vivono in centro, e settimanalmente andiamo porta per porta a citofonare per chiedere se va tutto bene» spiega Parodi. Il tentativo è ricostruire una rete di prossimità di persone che possano aiutare le persone rimaste sole: vicini di casa, medici di medicina generale, giornalai, commercianti della zona. Gli stessi anziani possono diventare parte attiva della rete: sono circa 300 gli over 75 che, come volontari, vanno a trovare altre persone in difficoltà. Secondo una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata la presenza di Viva gli Anziani è associata a una riduzione del 15% degli accessi impropri al Pronto soccorso e del 20% degli ingressi in istituti di cura. «Mi sono addormentata vedendo che sul mio comodino c’era il vostro depliant» ha scritto in una mail una signora sola, chiedendo aiuto dopo essere caduta in casa. «Avere una rete di prossimità significa che ci sono delle sentinelle, persone che si accorgono dell’assenza, qualcuno che conosce il tuo nome e sa dove cercarti» aggiunge Parodi.
Oltre al monitoraggio domiciliare di più di 5mila anziani, la Comunità di Sant’Egidio genovese gestisce tre convivenze solidali, un’altra formula di sostegno agli anziani nella quotidianità. Nella casa “Roberto Bianchi”, nel quartiere di Carignano, vivono sei donne anziane che hanno scelto di mettere insieme le proprie risorse per continuare a vivere in una casa, invece di entrare in una struttura. «Le convivenze solidali sono un modo di vivere la vecchiaia in uno spazio familiare» afferma Roberta Reboa, responsabile della casa. Ogni mattina ci sono persone che si occupano delle pulizie e dell’assistenza; al pomeriggio arrivano volontari e amici. Si leggono i giornali, si discute, si gioca a carte, si prega insieme. La domenica c’è il pranzo, con una tavolata aperta anche ai vicini e ad altri anziani della zona. Non è solo una soluzione abitativa, ma una casa aperta a tutto il quartiere. «Qui c’è famiglia, assistenza e tutto quello che importa» dice la signora Adele. A chi le chiede di esprimere un desiderio risponde: «Sogno di non avere tanti disturbi, per non dare fastidio. Perché se mi aggrappo devo dipendere e non voglio essere dipendente».
La signora Anna è arrivata da pochi mesi. Fino a 92 anni ha vissuto nella sua casa, poi una caduta e alcuni incidenti domestici hanno fatto capire ai volontari di Viva gli anziani, che già la andavano a trovare, che forse era arrivato il momento di cercare un’altra soluzione. Le hanno proposto di trasferirsi nella convivenza. «Sola non potevo più stare, qui mi sento protetta». Per Roberta Reboa, questa esperienza può essere anche un modo per ripensare l’approccio all’invecchiamento. «Come un paio di secoli fa è stata progettata una società che tenesse conto delle esigenze dei bambini, oggi possiamo costruire una società a misura di anziano. E qui a Genova lo stiamo sperimentando». E c’è una frase che Reboa sente ripetere da chi arriva nella casa: «Io qui sono risorto». «È la cosa più emozionante – racconta – e mi colpisce vedere come le persone della casa si prendono cura di chi è più fragile».

Gambetti fuori da San Pietro: Leone XIV fa saltare gli equilibri del Vaticano?

Gambetti fuori da San Pietro: Leone XIV fa saltare gli equilibri del Vaticano?

laprimapagina.it

Il cardinale Mauro Gambetti lascia San Pietro. Non un semplice avvicendamento, ma uno dei cambiamenti più pesanti nella geografia del potere ecclesiastico italiano dell’era Leone XIV.

Il Papa ha nominato Gambetti arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, accettando contestualmente la rinuncia dell’arcivescovo Bruno Forte, arrivato al limite canonico dei 75 anni. La nomina è ufficiale ed è stata comunicata dalla Santa Sede il 3 ottobre.

Ma il dato politicamente ed ecclesialmente più interessante è un altro: Gambetti non lascia soltanto la Basilica di San Pietro. Lascia contemporaneamente il ruolo di vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, quello di arciprete della Basilica e la presidenza della Fabbrica di San Pietro.

Tre incarichi strategici. Un uomo solo. E adesso una poltrona che, almeno per il momento, resta vuota.

Ed è proprio qui che comincia la domanda che attraversa i corridoi vaticani: perché Leone XIV ha deciso di spostare Gambetti da Roma?

La risposta ufficiale non parla di scontro, punizione o bocciatura. E sarebbe scorretto inventarla. Ma la coincidenza temporale riporta inevitabilmente l’attenzione sui cinque anni trascorsi da Gambetti alla guida di San Pietro, un periodo nel quale il cardinale francescano ha impresso una forte accelerazione alla modernizzazione della Basilica.

Digitalizzazione, nuove esperienze per i visitatori, mostre immersive, tecnologia, gestione digitale e perfino un vero e proprio “gemello digitale” della Basilica realizzato attraverso oltre 400mila immagini e la collaborazione con Microsoft. Un progetto presentato dallo stesso Gambetti come una nuova idea di Basilica, capace di parlare anche attraverso i linguaggi contemporanei.

Tutto bene? Non proprio.

Attorno alla gestione di San Pietro non sono mancate critiche e polemiche. Nel 2026, per esempio, è stata contestata l’ipotesi di potenziare il punto ristoro sulla terrazza della Basilica, con una raccolta di firme contro il progetto. La vicenda ha alimentato il dibattito sull’opportunità di trasformare sempre più San Pietro anche in uno spazio organizzato per la fruizione turistica.

E qui emerge una contraddizione che non riguarda soltanto Gambetti.

La Fabbrica di San Pietro ha per statuto il compito di conservare, valorizzare e rendere fruibile uno dei patrimoni religiosi, artistici e storici più importanti del mondo. Lo stesso statuto prevede attività culturali, mostre e iniziative finalizzate alla valorizzazione della Basilica.

Dunque il problema non è semplicemente “modernizzare o non modernizzare”.

Il vero interrogativo è quale idea di San Pietro abbia in mente il nuovo corso vaticano.

Quella di Gambetti era una Basilica sempre più tecnologica, accessibile, immersiva e organizzata per milioni di pellegrini e visitatori. Una Basilica che lui stesso aveva definito una “Basilica in uscita”.

Ora quella stagione si chiude.

E la scelta di Leone XIV assume un peso ancora maggiore perché Gambetti era una figura fortemente legata alla stagione di Francesco. Bergoglio lo aveva creato cardinale nel 2020 e nel febbraio 2021 lo aveva chiamato a Roma affidandogli contemporaneamente San Pietro, la Fabbrica e il vicariato per la Città del Vaticano.

Leone XIV lo manda invece in Abruzzo.

Non in una sede marginale: Chieti-Vasto è un’arcidiocesi metropolitana. Ma certamente lontana dal centro nevralgico della macchina vaticana.

È difficile non vedere, almeno sul piano istituzionale, un cambio di fase.

Il cardinale che per oltre cinque anni ha avuto responsabilità dirette sulla Basilica simbolo della cristianità viene ora chiamato a guidare una Chiesa locale che deve affrontare problemi completamente diversi: territorio, parrocchie, sacerdoti, vocazioni, comunità.

Non è una retrocessione dichiarata. Non è stata presentata così dal Vaticano.

Ma è una poderosa redistribuzione del potere.

E c’è un altro particolare destinato a far discutere: Leone XIV non ha nominato contestualmente il successore di Gambetti a San Pietro.

La casella dell’arciprete resta dunque scoperta. Così come, almeno per il momento, resta da definire il nuovo assetto di funzioni che Gambetti concentrava nelle proprie mani.

È forse questo il messaggio più interessante della giornata.

Leone XIV non si è limitato a sostituire un arcivescovo in Abruzzo. Ha aperto una partita dentro il Vaticano.

E quella partita riguarda San Pietro, la sua gestione, la sua organizzazione e soprattutto il rapporto tra spiritualità, patrimonio, tecnologia, turismo e gestione economica.

Gambetti aveva costruito una stagione precisa.

Adesso quella stagione è finita.

Il nuovo Papa non ha spiegato pubblicamente se si tratti semplicemente di una normale rotazione ecclesiastica o dell’inizio di un nuovo corso. I fatti, però, sono chiari: il cardinale più vicino alla gestione quotidiana della Basilica durante gli ultimi anni di Francesco non è più a Roma.

E la poltrona che lascia dietro di sé è ancora vuota.

A volte, in Vaticano, anche una poltrona vuota dice parecchio.

Spoils system in Vaticano. Gambetti via da San Pietro. Il cardinale finisce a Chieti

Papa Leone XIV, 71 anni, sta procedendo alla riorganizzazione del Vaticano

Quotidiano Nazionale

Città del Vaticano, 3 ottobre 2026 – Senza dubbio l’augurio migliore gliel’hanno fatto i suoi confratelli conventuali di Assisi, dove è stato a lungo custode generale: “Fra Mauro, il Signore ti dia pace”. Ne servirà tanta al cardinale bolognese Mauro Gambetti, 60 anni, congedato ieri da papa Leone XIV dal vertice del cuore della cristianità, la basilica di San Pietro – ancora incerto il nome del successore –per essere trasferito alla guida dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto dal 29 novembre. Il religioso conventuale pagherebbe una gestione troppo manageriale del luogo sacro per antonomasia sotto il cui altare maggiore, realizzato nel 1594, da metà del II secolo, la Chiesa ritiene siano conservate le spoglie del primo degli apostoli.

Paradigmatico in tal senso è stato il progetto di ampliare il punto ristoro sulla Cupola di San Pietro contro il quale centinaia di persone quest’anno hanno sottoscritto una petizione online arrivata sulla scrivania del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Risultato, l’inaugurazione del locale rinnovato, prevista per settembre scorso, non è ancora avvenuta. Ma Gambetti era già finito sulla graticola per un’altra polemica, relativa stavolta alla sicurezza della basilica stessa. Colpa di un video, girato la mattina del 10 ottobre del 2025 e divenuto subito virale. Il filmato mostra un giovane che in San Pietro, dopo aver superato senza troppi problemi i tornelli sotto il Baldacchino del Bernini, orina serafico nel mezzo dell’Altare della Confessione davanti ai fedeli. Imbarazzo fuori e soprattutto dentro il Vaticano.

Per uno strano scherzo del destino l’arcidiocesi di Chieti-Vasto finisce adesso per avere un cardinale sulla cattedra di Santa Maria Assunta dopo che l’arcivescovo in uscita, il fine teologo Bruno Forte, suo magrado ha solo sfiorato più volte la berretta rossa nel corso dei primi concistori convocati da Bergoglio. Proprio Francesco è stato il patrocinatore più autorevole della carriera di Gambetti, culminata nel 2021 in una triade di incarichi di assoluto prestigio: vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica papale di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, l’ente che tra l’altro si occupa della manutenzione e del restauro della chiesa.

Pragmatico e dall’approccio problem-solving, perfezionato con una laurea in Ingegneria Meccanica, Gambetti in questi anni in Vaticano si è distinto per una buona dose di sobrietà. “Mi basta ciò che ho”, avrebbe risposto a chi gli chiedeva conto del perché avesse rinunciato ad alcuni rimborsi ecclesiastici. In perfetto stile Bergoglio… Che ne apprezzava l’intraprendenza con la quale promosse il World Meeting on Human Fraternity e la Giornata Mondiale dei Bambini. Due eventi mediatici che tra il 2023 e il 2024 – è del 2025 lo show con i 3mila droni di Elon Musk – convogliarono in San Pietro decine di Premi Nobel e migliaia di bimbi. Tutto bene per Francesco che due anni fa istituì il Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini.

Un’istituzione dalla vita breve, però. In piena discontinuità, a febbraio, Prevost ha soppresso il Comitato e annullato la II edizione della Giornata Mondiale dei Bambini. Un po’ per razionalizzare i costi, un po’ perché i mega eventi non sembrano troppo nelle corde di Leone XIV. Incline, come si mostra, a salvaguardare piuttosto la dimensione spirituale della basilica e a tutelarne il patrimonio storico.

Via da Roma il cardinale Gambetti: perché Leone manda in Abruzzo il potente arciprete di San Pietro

Cardinal Mauro Gambetti celebrates a mourning Mass for Pope Francis on the fourth day of Novendiali (nine days of mourning after the Pope's funeral) at St. Peter's Basilica at the Vatican, April 29, 2025. REUTERS/Yara Nardi

repubblica.it

Con il Papa venuto da Chicago la sintonia non era mai scattata. Tanto che per lunghi mesi, dopo il Conclave, Leone non lo ha neppure ricevuto. Una sorta di preavviso. Giunto a compimento oggi quando la sala stampa della Santa Sede ha comunicato che il cardinale Mauro Gambetti lascia Roma perché Leone XIV lo ha nominato arcivescovo di Chieti-Vasto. Dalla basilica più importante del mondo ad una diocesi dell’Abruzzo è un bel salto.

Da Assisi a Roma
Nato 60 anni fa in provincia di Bologna, Mauro Gambetti è francescano conventuale. Prima di entrare nell’ordine di San Francesco ha studiato ingegneria meccanica. Papa Francesco lo conobbe ad Assisi quando era custode generale del sacro convento, nel 2020 lo elevò a sorpresa alla dignità cardinalizia e nel 2021 lo portò a Roma in qualità di arciprete della basilica di San Pietro, presidente della Fabbrica della basilica vaticana nonché suo vicario generale per la Città del Vaticano. Il bilancio di questi anni romani è controverso.

Iniziative e guadagni
Il francescano ha dato nuovo slancio alle attività, e alle finanze, di San Pietro: nuovi percorsi turistici, mostre multimediali, iniziative quali la scannerizzazione digitale della basilica, partnership, donazioni, eventi internazionali con tanto di premi Nobel, concerti, spettacoli luminotecnici con i droni. Un attivismo che ha fatto registrare un aumento degli introiti ma che è stato altresì accusato di eccessiva disinvoltura, creando non pochi malumori Oltretevere. Agli attacchi velenosi della vecchia guardia si sono sommate le perplessità nell’entourage papale.

Le perplessità
Negli ultimi mesi ha fatto sollevare qualche sopracciglio il progetto di un bistrot per turisti sul terrazzo della basilica, espansione in realtà di un punto ristoro già esistente, che porterebbe prosaicamente piatti caldi ai tavolini con vista sul cupolone. Ma soprattutto negli uffici economici della Santa Sede è stato acceso un faro già da tempo sul fundraising dell’associazione “Be Human”, che Gambetti ha affidato a un suo fedelissimo, un altro francescano, padre Enzo Fortunato. Così come non è piaciuta la gestione fin troppo imprenditoriale del patrimonio immobiliare del Capitolo di San Pietro, una serie di appartamenti intorno al Vaticano, con tanto di caso, finito sui giornali, di una signora anziana sfrattata dal suo appartamento poco lontano da Borgo Pio per far fruttare meglio la locazione. E così papa Leone, che ha una formazione matematica e sa leggere agilmente un bilancio, già nei mesi scorsi ha spostato di imperio la gestione degli immobili sotto la responsabilità dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). E ora ha nominato Gambetti in Abruzzo.

Metodo Prevost
Una mossa che rientra nella linea adottata da Prevost: confermare le linee di fondo della riforma delle finanze vaticane di Bergoglio ha fatto (dalla segreteria per l’economia allo Ior, dall’Apsa agli investimenti), ma correggendo alcune scelte di dettaglio o di personale.

Una casella-chiave vacante
A Chieti-Vasto Gambetti succede al teologo Bruno Forte, che a 77 anni ha già superato di due anni l’età di pensionamento. Una diocesi tutto sommato piccola che si ritrova un arcivescovo cardinale. I francescani di Assisi hanno fatto gli auguri al loro confratello, “il nostro caro fra Mauro”, per una nomina che “lo riconduce a una dimensione di servizio pastorale più diretto”. Leone non ha contestualmente nominato un successore in quella casella-chiave della Curia alla quale probabilmente verrà destinato nel prossimo futuro un altro cardinale.