Russia: il Natale inquinato Russia: il Natale inquinato

Cirillo e Putin
di: Lorenzo Prezzi – Settimana News
Foto: Oleg Varov / Russian Orthodox Church Press Service / AFP

La memoria dell’incarnazione del Signore e il suo messaggio di pace e di gioia si contraggono nel magistero del patriarca di Mosca, Cirillo, in una giustificazione della guerra, nell’opposizione all’Occidente e nella pretesa proposta di una «civilizzazione» alternativa. Il saluto ai credenti del Paese dell’«ortodosso» Vladimir Putin sigilla l’insieme.

Rispetto dei diritti umani, libera circolazione delle persone, economia di mercato: il patriarca elenca puntiglioso le conquiste in essere della Russia nell’intervista natalizia (7 gennaio) al canale televisivo statale Russiya 1 sollecitato dal direttore della Tass, A.O. Kondrashov, e si domanda perché «molti si sono ribellati contro di noi». «Me lo sono chiesto ed ecco la conclusione cui sono giunto. Non è un caso perché rappresentiamo un’alternativa molto attraente per lo sviluppo della civiltà. Offriamo valori che l’Occidente ha rifiutato e continua a rifiutare. Proponiamo di non esiliare la fede cristiana, come sta accadendo attualmente in Occidente».

Un progetto di civiltà che si oppone alla «laicità militante» in nome dei «valori tradizionali», tanto da fare della Russia un «avversario ideologico», anzi un nemico spirituale. «Proprio perché quella civiltà (occidentale) giustifica il peccato e crede che il peccato non sia peccato».

Religione civile e progetto di civiltà
L’«impresa spirituale» del Russkji Mir è ispirata non dalla coscienza ma dall’eroismo, senza il quale non ci può essere un sano sviluppo della civiltà. Contro la pretesa di fare del benessere e della «laicità militante» l’orizzonte ultimo della visione collettiva. Un eroismo che sostiene le più alte dimensioni dell’anima: dalla ricerca scientifica al sacrifico del soldato.

Tutto questo comporta la formazione di un consenso nazionale attorno ai «concetti» che sono legati alla capacità e alla possibilità stessa dell’esistenza di uno Stato. Deve esserci un assenso pubblico attorno a queste idee. Non si tratta solo di garantire la sicurezza militare «ma anche quella spirituale e morale, ovvero alla salvaguardia nei nostri valori che sono in gran parte plasmati dalle religioni tradizionali russe». «Se qualcuno non rientra in questo consenso, ecco allora la definizione: traditore della patria con tutte le conseguenze legali che ciò comporta».

Il presidente Putin in un saluto al personale militare e alle loro famiglie ha paragonato il compito di salvezza della patria a quello di Cristo: «I soldati russi svolgono sempre questa missione, per così dire, per conto del Signore: la difesa della patria, la salvezza della patria e del suo popolo». L’affermazione di una missione sacra motiva la profonda indignazione della teologa Natalia Vasilecivh che denuncia l’identificazione dell’aggressione militare come religione.

Nell’omelia per i solenni vespri del Natale Cirillo torna ad esaltare il miracolo del passaggio dall’ideologia ateistica militante del tempo passato alla piena libertà di credo e alla appartenenza ortodossa dei massimi vertici dello Stato e dell’esercito. Senza alcuna imposizione e controllo la Chiesa russa «ha più libertà di quanto ne godesse quando a capo dello Stato vi era un imperatore ortodosso».

«Oggi godendo di questa libertà, di questo approccio equilibrato e ragionevole del governo moderno alle relazioni fra Chiesa e Stato, non dobbiamo dimenticare i tempi che la nostra Chiesa e il nostro popolo hanno vissuto. E dobbiamo ringraziare il Signore per ciò che è accaduto alla nostra patria, per il nostro presidente Vladimir Vladimirovich (Putin), un vero credete ortodosso, per molti membri del Governo che sono anch’essi ortodossi e, infine, per l’atmosfera spirituale del nostro Paese. Viviano davvero in un tempo favorevole».

Il sommo
A sigillare la pienezza di civiltà e spiritualità cantata dal patriarca vi è il saluto per il Natale inviato ai credenti da parte del presidente che esalta la sinfonia o meglio la subordinazione dei due poteri al suo.

«È con profonda soddisfazione che noto l’enorme e davvero unico contributo della Chiesa ortodossa russa e di altre confessioni cristiane all’unità della società, alla conservazione del nostro ricco patrimonio storico e culturale e all’educazione patriottica, spirituale e morale dei giovani. Le organizzazioni religiose dedicano un’instancabile attenzione ad atti di misericordia e carità, si prendono cura dei bisognosi, sostengono i soldati e i veterani delle operazioni militari speciali e fanno molto per armonizzare il dialogo interreligioso nel nostro paese. Un lavoro così importante e tanto necessario merita il nostro sincero riconoscimento».

Dalle rive del Giordano la preghiera per la pace

Fedeli riuniti per commemorare il Battesimo di Gesù sul fiume Giordano

Circa tremila fedeli provenienti da tutta la Giordania hanno compiuto oggi il 26.mo pellegrinaggio annuale sul luogo del Battesimo di Gesù vicino Gerico. L’auspicio del vicario patriarcale, monsignor Iyad Twal: “L’anno in corso possa davvero testimoniare una pace duratura, giusta e globale”
Francesca Sabatinelli – Gerico – Vatican News

Le preghiere per Gerusalemme, per il popolo di Gaza e per tutta la Terra Santa si sono levate dal punto più basso della terra, ma che per i fedeli cristiani è il punto più vicino al cielo. In Giordania, sulla riva orientale del fiume Giordano, a pochi chilometri da Gerico, dove sorge il luogo che vide il Battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista, la chiesa consacrata nel 2025 ha accolto circa tremila fedeli provenienti da tutto il Regno hashimita, che hanno compiuto il 26mo pellegrinaggio annuale sul luogo del Battesimo, segnato da un profondo significato spirituale e nazionale.

La benedizione con le acque del Giordano
Monsignor Iyad twal, vicario patriarcale in Giordania, ha presieduto la messa, benedicendo i fedeli con l’acqua del Giordano, spiegando come il battesimo non sia un semplice rito esteriore, ma l’inizio di un cammino di fede personale che conduce a una profonda esperienza spirituale. Ha quindi invitato ad un impegno costante nei confronti dei veri valori spirituali indicando anche quello che ha definito il grande pericolo: essere vicini a Dio ma senza riuscire a vederlo, così come fu per Erode, per gli scribi e per i sommi sacerdoti.

Pace a Gaza e in tutta la Palestina
La ricerca di pace e di riconciliazione ha segnato la preghiera dei presenti, a pochi chilometri da Palestina e Gaza, una terra segnata dal conflitto e dalla distruzione, di vite e di luoghi ma che oggi, come indicato dal vescovo Twal, durante un incontro con la stampa, inizia a conoscere un momento di calma, poiché il presente è segnato “dalla reale determinazione a ricostruire una nuova vita, con la speranza che l’anno in corso possa davvero testimoniare una pace duratura , giusta e globale e con l’augurio che i pellegrini possano tornare in Terra Santa, ritornando agli importanti numeri del passato, per essere “benedetti dalla acque del Giordano”. Twal ha quindi indicato come il pellegrinaggio, ad un anno dalla consacrazione della Chiesa, sia anche una opportunità per rafforzare i legami spirituali dei credenti.

La Chiesa del Battesimo di Gesù
La Messa, accompagnata da suggestivi inni religiosi orientali, ha visto la presenza di rappresentanti della chiesa greco-melkita, di quelle maronita, caldea, siriaca e armeno cattolica. A concelebrare anche il nunzio apostolico, arcivescovo Giovanni Dal Toso. La Chiesa del Battesimo di Gesù, a Al-Maghtas, conosciuto come Betania al di là del Giordano, luogo stabilito dalla presenza di tre chiese bizantine, dalla testimonianza dei pellegrini, da riferimenti biblici e ritrovamenti archeologici, è una delle più grandi del Medio Oriente e un anno fa è stata consacrata con una celebrazione alla presenza del cardinale Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, e del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa.

Lettura e Vangelo del giorno 10 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,19-21-5,4

Carissimi, noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,14-22a

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. 

Corsa agli armamenti a livelli record, l’obiettivo di una pace positiva per la sicurezza umana

Corsa agli armamenti e negazione del diritto umanitario

avvenire

Proprio mentre rischiano di accendersi nuovi conflitti e la forza sembra schiacciare il diritto, è fondamentale ricordare che la Pace non è un’astrazione morale né un esercizio retorico di facciata, utile solo a scaricare le coscienze. Le omelie natalizie di papa Leone, il suo messaggio per la Giornata mondiale del 1° gennaio sulla “Pace disarmata e disarmante” (cifra del suo pontificato sin dalla prima apparizione sulla Loggia di San Pietro) e il documento della Conferenza Episcopale Italiana su Educare alla Pace tracciano con chiarezza una linea di lavoro che rifiuta un diffuso equivoco strumentale e manipolatorio. Quello che oppone una pace “bella ma irrealistica” a una guerra presentata come necessaria, inevitabile, persino risolutiva. Questa sì una narrazione retorica tossica che rovescia la realtà: la guerra non risolve problemi, ma li moltiplica. Non garantisce maggiore sicurezza, ma la erode con impatti tremendi. La guerra non produce stabilità, ma semina disuguaglianze, odio e violenza strutturale destinata a riprodursi nel tempo. Parlare (e progettare) invece una “Pace positiva” significa provare ad assumere fino in fondo la concretezza di scelte che costruiscono, al posto di distruggere, una prospettiva capace di portare lavoro, welfare, istruzione, sanità, diritti, cooperazione a tutti i popoli e a tutte le persone. Base delle Pace positiva deve essere la capacità di prevenire i conflitti affrontandone le cause profonde: povertà, esclusione, competizione predatoria per le risorse, crisi ambientale. Portando davvero sicurezza “umana”.

È esattamente in questa prospettiva che la riflessione della Chiesa Cattolica converge con le analisi più rigorose della comunità internazionale. Il recente rapporto delle Nazioni Unite The Security We Need mostra quanto oggi le scelte politiche internazionali siano profondamente distanti dalle priorità collettive che, come umanità, dichiariamo di voler perseguire, e dai problemi che vorremo risolvere. Nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.700 miliardi di dollari, segnando il decimo anno consecutivo di crescita.

Proprio mentre la corsa agli armamenti raggiunge livelli e accelerazioni storici il mondo è ben lontano dal raggiungere la maggior parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Al momento solo uno su cinque è sulla buona strada per essere realizzato entro il 2030 e la carenza di risorse finanziarie per l’implementazione dell’Agenda 2030 dedicata a tali obiettivi si aggira intorno a 4.000 miliardi di dollari all’anno, che potrebbero aumentare a 6.400 miliardi di dollari entro il 2030, se le attuali tendenze attuali non si modificheranno.

Tutto questo mentre si ipotizza che, sotto la spinta delle richieste Nato di aumento, le spese militari potrebbero raggiungere nel prossimo decennio la cifra spropositata di 6.600 miliardi di dollari (cioè due volte e mezzo il livello attuale e ben 5 volte il totale di spesa militare alla fine della guerra fredda). Ma a parte l’enormità confondendo di questi numeri è cruciale capire cosa significhino queste cifre per la vita delle persone. Dietro miliardi di dollari destinati a eserciti e armamenti ci sono scuole senza insegnanti, ospedali privi di attrezzature essenziali, sistemi sanitari impreparati alle pandemie, infrastrutture mancanti nei quartieri più poveri. Il rapporto evidenzia che in molti Paesi a basso e medio reddito ogni aumento dell’1% della spesa militare corrisponde a una riduzione dell’1% dei servizi sanitari pubblici, con effetti diretti sulla mortalità infantile, sull’aspettativa di vita e sull’accesso all’istruzione. La spesa militare totale mondiale nell’ultimo decennio, stimata in 21.900 miliardi di dollari, avrebbe potuto avere un impatto trasformativo a livello globale se fosse stata destinata allo sviluppo. Con gli stessi soldi si sarebbe potuto: vaccinare tutti i bambini del mondo, finanziare 12 anni di istruzione di qualità per tutti i bambini dei Paesi a basso e medio-basso reddito, finanziare integralmente le esigenze di adattamento alla crisi climatica dei paesi in via di sviluppo, eliminare il divario di povertà estrema a livello globale, eliminare la malnutrizione infantile a livello globale, porre fine alla fame entro il 2030, fornire assistenza sanitaria di base a tutti nei paesi a basso e medio-basso reddito in 10 anni, fornire accesso universale all’acqua potabile e ai servizi igienici in paesi a basso e medio reddito, fornire accesso universale all’elettricità tramite energie rinnovabili.

Lo ribadisce anche il Sipri di Stoccolma, nel suo recente studio Rebalancing Military Spending

Towards Achieving Sustainable Development: la spesa militare pubblica ha un impatto negativo significativo sullo sviluppo sostenibile perché sottrae risorse alla spesa sociale, rallenta la crescita economica, aumenta le disuguaglianze e contribuendo al cambiamento climatico attraverso le emissioni di gas inquinanti.

La proposta (da tempo anche al centro degli obiettivi dei movimenti pacifisti e Nonviolenti) è dunque quella di rivitalizzare i meccanismi internazionali di disarmo per discutere l’impatto della spesa militare sullo sviluppo e promuovere una sicurezza incentrata sull’uomo che dia priorità allo sviluppo sostenibile. La proposta di un nuovo disegno di “sicurezza umana” globale non è utopia, ma chiamata concreta a investire in prevenzione e sviluppo piuttosto che nel maggio della deterrenza e della reazione militare. È la visione di una pace positiva che non si limita a dire “no alla guerra”, ma spiega dove, come e perché un diverso uso delle risorse umane, materiali e finanziarie produce più sicurezza, più giustizia e più futuro. Educare alla pace oggi significa dunque anche smontare l’idealizzazione della guerra, denunciarne i costi umani, sociali ed economici, e mostrare che un’altra strada non solo è auspicabile, ma è necessaria e conveniente.

Economia, appartenenza e lingua Le leve cinesi per silenziare il Tibet

Cosa vedere a Lhasa, la capitale del Tibet ricca di tradizioni

Sul “Tetto del mondo” è calata una cappa impenetrabile di oblio. Il progetto, coltivato con perseveranza dal Gigante asiatico, punta a svuotare (dal basso) la cultura tibetana

LUCA MIELE – avvenire

È lentamente, ma inesorabilmente, scivolata ai margini dell’attenzione internazionale. Fino a essere avvolta da una sorta di inscalfibile silenzio. La questione tibetana è evaporata. Come sta succedendo sul “Tetto del mondo”, dal 1950 divenuto formalmente una regione autonoma cinese, di fatto un “tassello” del gigante asiatico? Cosa si cela dietro il sipario che sta velando la questione tibetana? Non si tratta di una sparizione casuale. Ma di una dissolvenza legata a un disegno po-litico, di lungo respiro, coltivato con perseveranza da Pechino. Ne è convinto Gerald Roche, docente di Linguistica all’Università La Trobe, a Melbourne, in Australia. Roche ha studiato a lungo sul campo la lingua tibetana, condensando la sua esperienza e le sue analisi nel libro The Politics of Language Oppression in Tibet. «Uno dei motivi per cui la questione tibetana è scomparsa dall’attenzione dell’opinione pubblica – spiega l’antropologo ad Avvenire – è che il governo cinese è riuscito a promuovere la propria prospettiva presso un pubblico eterogeneo. E lo ha fatto in tutto il mondo. I tentativi di sollevare la questione tibetana sui social media e su altri forum pubblici tendono oggi a incontrare un misto di indifferenza e negazionismo». S ulle istanze e sulle rivendicazioni del Tibet, Pechino ha imposto una cappa di silenzio. E di censura. Un filtro che, di fatto, impedisce e limita la circolazione di notizie sulla regione autonoma. “È esattamente così continua Roche -. Sono stato inserito nella lista nera della Cina, quindi è molto difficile per me dirlo con precisione o sicurezza. Questo è un secondo motivo per cui la questione tibetana non riceve più il sostegno popolare. Il governo cinese è riuscito a prendere il controllo delle informazioni alle quali il mondo attinge per sapere cosa accade in Tibet». La strategia di Pechino, negli anni, si è addensata attorno a tre principi cardini progressivi: l’integrazione economica forzata, la negazione dell’autodeterminazione, con un controllo capillare delle istanze religiose autonome, e l’assimilazione linguistica. Avendo raggiunti i primi due, Pechino può focalizzarsi sul terzo obiettivo, arrivando a mortificare la pluralità della cultura, della religione e della società tibetana. U n patrimonio di una ricchezza inestimabile che rischia di essere così “norma-lizzato”. Secondo il Journal of democracy, «Pechino sta tentando di alterare radicalmente la percezione pubblica globale del Tibet, e lo sta facendo adottando una strategia ben definita di imperialismo linguistico». Il modo più rapido per garantire l’armonia – uno dei dogmi al quale è ancorata la politica cinese – «è sradicare le differenze, sinizzare». L’imbuto attraverso cui passa l’assimilazione è linguistico, perché è nella lingua che transita, si solidifica e respira il patrimonio identitario e culturale di un Paese. La politica governativa cinese obbliga tutti i tibetani a imparare e a utilizzare il cinese mandarino, sin dalla scuola materna, in nome dell’affermazione di una «lingua nazionale comune », anche se (a parole) si è cercato di «garantire l’apprendimento e l’uso delle lingue minoritarie in base alle reali esigenze». Chi parla solo tibetano viene di fatto ostracizzato, incontrando barriere insormontabili nella ricerca, ad esempio, di un lavoro. Il risultato è una lenta disgregazione della ricchezza culturale tibetana. Circa il 4% dei tibetani (250.000 persone) parla una lingua minoritaria, mentre sono almeno 60 i dialetti che si “affollano” nella regione autonoma. Lingue, che non più parlate o tramandate, rischiano di scomparire. U no dei gangli della assimilazione forzata passa attraverso l’educazione. In ossequio a un principio più volte tematizzato dal presidente cinese Xi Jinping, per il quale i bambini devono «studiare a scuola, vivere a scuola, crescere a scuola». «Forgiare l’anima»: è uno degli slogan più ripetuti da Xi, fermamente convinto che il Partito comunista cinese debba, appunto, «stilizzare» l’anima dei giovani. L’obiettivo finale? Per il think tank britannico Council on Geostrategy, sotto la maschera della “armonizzazione culturale” si cela «l’intenzione di sostituire la cultura etnica con una cultura nazionale unificata cinese». Come avviene, in concreto, questa opera di omogeneizzazione dal basso? Secondo un report del Tibet Action Institute, un’organizzazione fondata nel 2009 che associa azione non violenta a strumenti di comunicazione digitale per sostenere il movimento tibetano, Pechino ha impiantato un sistema capillare di “collegi residenziali coercitivi”. Almeno 800-900.000 bambini tibetani, di età compresa tra i 6 e 18 anni, vivono nei convitti gestiti dalle autorità cinesi. Si tratta di un sistema alternativo, se non oppositivo, alle famiglie. «I bambini tibetani crescono in gran parte sotto l’influenza del governo cinese piuttosto che delle loro famiglie. I genitori raramente hanno la possibilità di scegliere se mandare i propri figli nei collegi statali o tenerli a casa. Agli studenti è vietato frequentare lezioni di lingua tibetana durante le vacanze scolastiche, ai genitori di coinvolgere i propri figli in attività religiose», si legge nel rapporto. E ancora: «Le scuole stanno frammentando le famiglie tibetane, l’identità tibetana e il tessuto stesso della società tibetana. Oggi, la vita dei bambini tibetani viene irrevocabilmente alterata per servire gli scopi del governo cinese. Il sistema dei collegi coloniali viola palesemente il diritto nazionale e internazionale».

I l sistema dei convitti fa parte di una strategia coloniale «per alterare le menti e riorientare la lealtà dei tibetani come popolo, al fine di eliminare le basi dell’identità di gruppo tibetana e il potenziale di azione collettiva». Cosa resta in questa opera di demolizione? La cultura tibetana rischia davvero di venire schiacciata sotto il peso cinese? Assisteremo alla sua progressiva, irreversibile, tragica sparizione? Per Roche «i tibetani non hanno una sola lingua, ne parlano decine. Le lingue minori sono attualmente in fase di sradicamento a causa della deliberata politica governativa, ma una qualche forma di lingua standard, basata sulla forma scritta del tibetano, continuerà a esistere per molto tempo. Nel complesso, il governo cinese non vuole distruggere l’identità e la cultura tibetane, vuole controllarle. Punta ad avere qualcosa da esibire agli occhi del mondo per dimostrare quanto sia benevolo: un guscio vuoto, ormai privato di ogni autenticità, da mettere in mostra».

Il monastero bizantino perduto riemerge dalle sabbie del deserto

Una missione archeologica egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità ha scoperto a a Sohag i resti di un complesso monastico bizantino ben conservato, offrendo nuove informazioni sulla vita monastica cristiana primitiva nell’Alto Egitto.
in Avvenire
Gli scavi hanno riportato alla luce le fondamenta di alcuni edifici in mattoni crudi, segno dell’esistenza di una comunità autosufficiente. Le strutture comprendono edifici rettangolari orientati da ovest e est, con dimensioni variabili tra 8×7 e 14×8 metri, dotati di sale con absidi destinate al culto, piccole celle voltate per i monaci e cortili interni. Le pareti conservano inoltre tracce di intonaco, nicchie e pavimentazioni rifinite.
Sono stati poi identificati anche resti di strutture circolari interpretate come tavoli comuni e vasche in mattoni rossi e calcare, probabilmente usate per la conservazione dell’acqua o attività artigianali. La scoperta più rilevante però è un grande edificio di 14×10 metri ritenuto la chiesa principale, composto da navata, coro e santuario semicircolare, con resti di pilastri che suggeriscono una copertura a cupola.
Tra i reperti figurano infine anfore, utensili domestici e frammenti architettonici incisi, che arricchiscono il quadro della vita quotidiana e spirituale del sito. Le autorità egiziane sottolineano l’importanza scientifica e culturale della scoperta, che contribuisce a valorizzare Sohag come area archeologica di crescente rilievo e a promuovere il turismo culturale verso siti meno conosciuti dell’Egitto, attirando l’attenzione su destinazioni meno conosciute e contribuendo in questo modo ad attrarre sia visitatori che ricercatori interessati alla storia delle civiltà e delle religioni.