Ordinazioni a Roma: gioia per i nuovi sacerdoti e una domanda che resta aperta. Il podcast dei preti sposati

Il prossimo 26 aprile 2026, la Basilica di San Pietro sarà teatro di un evento che, nelle intenzioni, vuole portare speranza: l’ordinazione di otto nuovi sacerdoti per la Diocesi di Roma. Otto nuovi pastori pronti a consacrare la propria vita al servizio delle comunità parrocchiali.

Ogni nuova ordinazione è, per la Chiesa, un segno di vitalità. Eppure, guardando ai numeri e alla realtà quotidiana delle nostre parrocchie, non si può fare a meno di porsi una domanda che da tempo attraversa, sommessamente, il cuore dei fedeli: questi otto nuovi ingressi basteranno a colmare un vuoto che si fa sempre più profondo?

Il paradosso di una Chiesa in attesa

Da anni, le cronache diocesane raccontano un “inverno delle vocazioni” che non accenna a sciogliersi. Parrocchie accorpate, messe domenicali ridotte al minimo e sacerdoti che, spesso soli, devono farsi carico di più comunità contemporaneamente.

In questo scenario, emerge un paradosso difficile da ignorare. Migliaia di preti – uomini che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, che hanno servito con dedizione e che oggi, pur avendo intrapreso una vita familiare, mantengono intatta la loro vocazione – attendono di poter tornare a offrire il proprio contributo.

L’appello: riaprire il ministero attivo

La questione della riammissione al ministero sacerdotale attivo dei preti sposati non è solo una sfida teologica, ma una necessità pastorale concreta. In molte parrocchie, la presenza di un prete “a tempo pieno” è una risorsa che manca drasticamente.

Perché continuare a tenere chiusa la porta a chi è già consacrato e chiede solo di poter servire, in un momento in cui la carenza di sacerdoti rischia di privare le comunità dell’Eucaristia e della guida spirituale?

Verso una Chiesa che accoglie

L’ordinazione di aprile è una bellissima notizia, ma non deve diventare un velo per nascondere un problema strutturale. La vera “Informazione Libera” è quella che sa gioire per i nuovi traguardi, senza però smettere di porre le domande scomode che servono a far crescere la Chiesa.

È tempo che la riflessione passi dalle stanze dei bottoni alla vita reale delle parrocchie. Se la missione della Chiesa è non lasciare nessuno indietro, forse il passo coraggioso – e necessario – è quello di riconoscere il valore di chi, pur avendo scelto la vita matrimoniale, sente ancora forte il richiamo dell’altare.

E tu, cosa ne pensi? È giunto il momento che la Chiesa riapra ufficialmente il ministero ai sacerdoti sposati per rispondere alla crisi delle parrocchie?


Vuoi approfondire questo tema? Ascolta la nuova puntata del podcast Controcorrente su Spreaker e Spotify, dove analizziamo il paradosso dell’accoglienza nella Chiesa di oggi.

Link https://www.spreaker.com/episode/crisi-vocazioni-8-nuovi-preti-a-roma-e-l-appello-per-i-sacerdoti-sposati–70634343

Podcast “Sulla Tua Parola” 14 Marzo 2026 – Il sacrificio del cuore – Lc 18,9-14

Benvenuti a ‘Sulla Tua Parola’. Oggi, 14 marzo 2026, le Scritture ci conducono nel profondo del nostro cuore, svelandoci la differenza tra una religiosità di facciata e un amore che trasforma davvero.”

“Nella Prima Lettura, il profeta Osea ci rivolge un invito accorato: ‘Affrettiamoci a conoscere il Signore’. Ma ci avverte anche: Dio non cerca rituali vuoti, Egli dice: ‘Voglio l’amore e non il sacrificio’. Il Salmo 50 risponde a questo grido chiedendo a Dio un cuore puro e uno spirito rinnovato. Infine, nel Vangelo di Luca, Gesù ci presenta due uomini al tempio: un fariseo, convinto della propria perfezione, e un pubblicano che, fermo a distanza, batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’. È quest’ultimo, ci dice Gesù, a tornare a casa giustificato.”

“La parola chiave di oggi è umiltà. Il fariseo della parabola non sta pregando Dio, sta celebrando se stesso. Elenca i suoi meriti come se Dio fosse un suo debitore. Il pubblicano, invece, sa di essere vuoto e proprio per questo può essere riempito dalla misericordia di Dio. Osea ci ricorda che l’amore di molti è come una ‘nube del mattino’ che svanisce subito. Quanto dura la nostra buona volontà? Oggi siamo invitati a non puntare il dito contro gli altri, ma a riconoscere con sincerità il nostro bisogno di essere amati e perdonati.”

“Signore, donaci oggi il coraggio del pubblicano. Aiutaci a scendere dal piedistallo dei nostri giudizi per incontrare Te nell’umiltà. Impegno di oggi: Prova a non giudicare una persona che ti sta antipatica o che ha sbagliato, ma sussurra nel tuo cuore una breve preghiera per lei e per te.”

“Grazie per aver camminato con noi oggi. Se questo podcast ti ha aiutato, condividilo con un amico. Pace e bene a tutti.”

Rassegna Stampa Sabato 14.03.2026



🛑 Weekend di rincari: Petrolio a 91$, Ritiro dall’Iraq e il fenomeno Sinner | Rassegna Stampa 14 Marzo 2026

Descrizione:
L’ultimo appuntamento della settimana con Informazione Libera analizza un weekend segnato dall’incertezza economica e dalle grandi manovre della politica estera italiana. In questa puntata di sabato 14 marzo 2026, facciamo il punto sui temi che domineranno le discussioni dei prossimi giorni.

I temi trattati oggi:

⛽ Caro Carburante: Il petrolio Brent stabile sopra i 91 dollari fa tremare i mercati. Cosa aspettarsi alla pompa di benzina da lunedì e quali sono le contromosse studiate dal Governo per contenere l’inflazione energetica.

🇮🇹 Difesa e Geopolitica: Il “giallo” del ritiro dei militari italiani da Erbil. Analizziamo le reazioni politiche dopo la decisione di Palazzo Chigi di lasciare l’Iraq a favore di una difesa tecnologica e remota nel Golfo.

⚖️ Giustizia in bilico: Il Caso Bartolozzi non va in vacanza. Lo scontro tra il Ministro Nordio e l’ANM si inasprisce: rimpasto in vista al Ministero o braccio di ferro costituzionale?

🎾 Sport & Orgoglio: Jannik Sinner non si ferma più. Il punto sulla sua scalata a Indian Wells e perché il tennista azzurro è diventato il simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo.

Fonti principali di oggi: Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport.

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Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio

Perché oggi digiuniamo e preghiamo per la pace

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne? Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.
La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offrePerché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque? Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù. Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.  Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano.
Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: «Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male.
La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.
E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.
Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura. Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme. Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.
avvenire

In Iran il massacro è invisibile: «Migliaia di uccisi»

Una nave mercantile thailandese in fiamme nello Stretto di Hormuz foto Royal Thai Navy

Le città iraniane hanno continuato a vivere ore di terrore tra esplosioni, missili e caccia militari che sorvolavano i cieli del Paese. Le notizie, giunte attraverso testimoni oculari, messaggi e immagini condivise sui social media, raccontano attacchi che coinvolgono largamente infrastrutture civili su tutto il territorio nazionale.

«Il piano di Trump e Netanyahu è molto chiaro – dice Payman, sindacalista vissuto a lungo nel mirino degli apparati punitivi della Repubblica islamica – Eliminare le leadership, istigare le minoranze curde e baluci per destabilizzare lo Stato, sostenere la ribellione popolare per affrontare l’apparato della sicurezza e prendere i centri del potere. Ma il piano è fallito: ora stanno colpendo in modo massiccio la popolazione e le infrastrutture civili per punire il sostegno interno al regime. È successa la stessa cosa a Gaza e in Libano».

IL NUMERO DELLE VITTIME e la dimensione della distruzione, specialmente a Teheran, sarebbero molto più alti di quelli dichiarati. Fonti locali parlano di decine di migliaia di vittime e feriti. Ieri, il Comando centrale degli Stati uniti ha dichiarato di aver condotto oltre 5.500 attacchi aerei, mentre la Mezzaluna rossa iraniana ha riportato la distruzione parziale o totale di 19.734 strutture. Considerando questi dati, è probabile che le vittime siano molte più delle 1.337 ufficialmente dichiarate.

A Bushehr, città portuale nel sud-ovest, l’ospedale Shohada-ye Khalij-e Fars, 280 posti letto, è stato colpito da esplosioni. L’ospedale è stato evacuato. Non è un caso isolato: secondo le autorità iraniane, dall’inizio delle ostilità almeno nove ospedali nel paese hanno subito danni, alcuni dei quali gravi.

A migliaia di chilometri di distanza, a Chabahar – porto strategico affacciato sul Mare d’Oman, snodo cruciale per i commerci e la proiezione militare iraniana verso est – tre missili colpiscono nel tardo pomeriggio. Tra i bersagli, secondo fonti non confermate, anche una villetta appartenente a uno scienziato.

A TEHERAN, la mattinata di ieri è scandita da una sequenza di boati che semina panico tra i residenti della zona ovest. Alle 13.27 due esplosioni scuotono il quartiere di via Azadi. Tre minuti dopo, un colpo centra l’ultimo piano di un edificio vicino alla metro di Ostad Moein. I messaggi degli abitanti si accavallano: cinque esplosioni a Janat Abad, quattro nella zona Yadegar-Azadi, un’altra fortissima nei pressi di Piazza Azadi. Tra i bersagli militari colpiti c’è l’Università militare degli Ufficiali Imam Hossein.

Nel Kurdistan iraniano, la città di Marivan vive ore di fuoco. A partire dalle 14.00, messaggi e immagini documentano un’offensiva sistematica contro le infrastrutture: basi militari, radar, torri di osservazione, quartieri generali della guardia di frontiera. Gli attacchi si estendono fino ai centri minori circostanti. Pare una campagna che punta a smantellare la presenza militare capillare nel territorio curdo.

Le telecamere riprendono esplosioni nei pressi dell’aeroporto Mehrabad; da Karaj giungono segnalazioni di dieci forti detonazioni. L’Iran brucia da nord a sud e l’alba del giorno successivo si annuncia carica di incertezza. Ieri il comando operativo centrale di Khatam Al-Anbiya dell’esercito iraniano ha intimato: qualsiasi nave carica di petrolio o appartenente agli Usa o Israele sarà considerata «obiettivo legittimo». E ha ribadito: «Non permetteremmo il transito di un solo litro di petrolio» attraverso Hormuz.

La nave mercantile thailandese Mayuree Naree è stata colpita, prendendo fuoco mentre era ormeggiata nello stretto. Ventuno membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, tre risultano dispersi. Secondo il ministero degli esteri thailandese, l’equipaggio è stato evacuato a Khasab, in Oman.

Reuters ha riferito che l’Iran ha posato nello stretto di Hormuz una decina di mine. La notizia ha fatto tremare il mercato; poi sono arrivate una serie di smentite. Intanto, nelle solite «azioni preventive», il Centcom Usa ha riferito di aver eliminato 16 navi posamine iraniane nei pressi dello stretto. L’Iran ha lanciato missili e droni verso Israele e infrastrutture petrolifere in Arabia saudita. Kuwait e Bahrein hanno detto di aver intercettato e abbattuto diversi droni iraniani.

LA GUERRA ha provocato una reazione diplomatica immediata nella regione. Il sultano dell’Oman, Haitham bin Tariq, ha espresso al presidente iraniano Masoud Pezeshkian la condanna per gli attacchi contro il territorio omanita, ribadendone la neutralità. L’Iraq, tramite il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, ha condannato il conflitto, promettendo che il suo territorio non sarà usato come base per attacchi contro l’Iran.

L’ambasciatore iraniano a Cipro, Alireza Salarian, ha ribadito che il nuovo leader supremo del Paese, Mojtaba Khamenei, è rimasto ferito nell’attentato americano del 28 febbraio, in cui hanno perso la vita sei membri della sua famiglia. L’ambasciatore ha confermato ferite alle gambe, al braccio e alla mano, spiegando che Khamenei non si sente a suo agio nel tenere discorsi pubblici e non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali.

Sullo sfondo, il figlio dell’ex scià, Reza Pahlavi, ha invitato gli iraniani a rimanere in casa e a prepararsi «alla fase decisiva della nostra lotta finale», invitando a mantenersi lontani da banche e obiettivi economici considerati a rischio.

Il Manifesto

Consiglio Supremo di Difesa: l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra

Il Presidente Sergio Mattarella in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa

euronews.com

Concluso il Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale, presieduto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

“Il Consiglio Supremo di Difesa ha analizzato lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del vicino medio Oriente e nell’area del Mediterraneo”, si legge nella nota diffusa dal Quirinale.

Il Consiglio, da quanto si apprende, ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni.

“Nell’attuale contesto di instabilità – irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica”, prosegue la nota.

“Il Consiglio, nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili”, si legge ancora e poi: ” Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”.

Per l’insieme di queste ragioni, spiega il Quirinale, l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito la presidente del Consiglio in Parlamento.

“Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”, si legge ancora e prosegue:”Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al parlamento”.

Il Consiglio ha approfondito le linee già illustrate dal governo in parlamento per affrontare la crisi in atto nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi del Golfo, a partire dall’impegno per la messa in sicurezza delle migliaia di cittadini italiani presenti nella regione e della decisione di fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, amici e importanti partner strategici dell’Italia, a tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree, in base a missioni in atto e già autorizzate dal parlamento.

“Il Consiglio ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa assunta dal governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale”, prosegue la nota.

Poi la condanna al blocco nel Golfo Persico e la preoccupazione per la situazione in Libano: ” Il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz. Il Consiglio ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut”.

Il Consiglio, riporta il Quirinale, ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana.

Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di concludere la missione Unifil, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi.

Il Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq.

“Il Consiglio, al termine dei lavori, ha rivolto sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero e, in particolare, per i militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e in quelli nei Paesi del Golfo, per l’esemplare professionalità manifestata nell’assolvimento del loro compito”, conclude la nota.

Alla riunione hanno partecipato: la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni; il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani; il Ministro dell’interno, Matteo Piantedosi; il Ministro della difesa, Guido Crosetto; il Ministro dell’economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti; il Ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso; il Capo di Stato maggiore della difesa, Generale Luciano Portolano.

Erano presenti poi il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano; il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti; il Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio supremo di difesa e Segretario del Consiglio, Francesco Saverio Garofani.

Albania verso la designazione dell’Iran come Stato sponsor del terrorismo

L’Albania si prepara a proclamare la Repubblica islamica dell’Iran come “Stato sponsor del terrorismo”. Lo ha annunciato il premier Edi Rama, spiegando che la decisione sarà formalizzata dal Parlamento la prossima settimana con un’apposita risoluzione.

Il testo della risoluzione, diffuso dall’emittente albanese Report Tv, prevede anche la richiesta di classificare come “organizzazioni terroristiche” il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e Hezbollah, considerati proxy dell’Iran.

Tirana ha interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran nel settembre 2022, accusandolo di essere il mandante di un massiccio attacco cibernetico che aveva paralizzato i sistemi informativi del Paese. Solo due giorni fa, un nuovo attacco informatico, rivendicato dal gruppo di hacker Homeland Justice – sospettato di avere legami con l’Iran – ha colpito l’intera infrastruttura tecnologica del Parlamento albanese. Nella foto il premier albanese Rama

euronews.com

IL PARADOSSO DELL’ACCOGLIENZA: Perché le famiglie dei preti sposati non contano? (podcast dalla web radio)



In un momento in cui la Chiesa universale celebra e valorizza il ruolo evangelizzatore della famiglia (definita “chiesa domestica”), ci troviamo di fronte a un paradosso doloroso.A migliaia di sacerdoti cattolici che hanno scelto il matrimonio e la famiglia, pur mantenendo intatto il loro sigillo sacramentale, viene sistematicamente negata la possibilità di rimettersi a servizio del popolo di Dio, spesso a causa della norma disciplinare del celibato obbligatorio.Le loro istanze di riammissione al ministero pastolare rimangono spesso appelli ignorati o risposte con un silenzio che fa male. Perché la Chiesa celebra le famiglie dei laici ma scarta le famiglie dei suoi preti? Non sono forse anche le loro vocazioni familiari una risorsa per l’evangelizzazione e per una pastorale familiare più vicina alle persone?È il tempo di una #RiformaDellaChiesa che sia davvero accogliente.Unisciti alla nostra voce. Chiediamo una Chiesa che valorizzi il carisma sacerdotale senza soffocarlo, dove matrimonio e sacerdozio possano fecondarsi a vicenda. #SacerdotiSposati #CelibatoOpzionale #SilenzioVaticano #EucaristiaNonPuòAttendere #ChiesaPerTutti

Rassegna stampa 13 Marzo 2026

 “Buongiorno da Informazione Libera. È venerdì 13 marzo 2026. Una mattinata di grandi cambiamenti: l’Italia annuncia il ritiro dei militari da Erbil e i fumatori trovano prezzi ritoccati nelle tabaccherie. Ecco i titoli principali dai quotidiani in edicola.”

“L’apertura più forte arriva da Il Fatto Quotidiano, che rivela una decisione clamorosa di Palazzo Chigi. Dopo il recente attacco alla base di Erbil, il Governo Meloni ha deciso il ritiro dei 141 militari del contingente italiano in Iraq. Ma non è un disimpegno totale: mentre i soldati tornano a casa, l’Italia si prepara a inviare radar e sistemi d’arma avanzati ai Paesi alleati del Golfo entro una settimana. Una mossa che sta già sollevando forti critiche dalle opposizioni.”

“Sempre sul fronte politico, continua il dibattito sulle riforme della giustizia. Il Fatto e La Repubblica analizzano le ultime dichiarazioni del Ministro Carlo Nordio. Nonostante le tensioni del ‘Caso Bartolozzi’, il Ministro ribadisce l’intenzione di procedere con la riforma costituzionale per la separazione delle carriere, definendosi una ‘toga sopravvissuta alle Br’ che non ha intenzione di umiliare la magistratura, ma di riformarla profondamente.”

“Una notizia che tocca direttamente il portafoglio degli italiani arriva da Sky TG24 e StartNews: da stamattina, 13 marzo, scattano ufficialmente gli aumenti sulle sigarette. Per i brand più diffusi come Marlboro, Merit e Camel, il rincaro è di circa 10-12 centesimi a pacchetto. Per chi viaggia, attenzione ai cieli: continua lo sciopero dei piloti Lufthansa che coinvolge anche la giornata di oggi, causando disagi nei collegamenti internazionali, proprio mentre si attende l’esito definitivo dell’integrazione con ITA Airways.”

“Chiudiamo con la scuola e lo sport. A Firenze prosegue Didacta Italia 2026, la più grande fiera sull’innovazione scolastica, con il Ministro Valditara impegnato a presentare i nuovi modelli di istruzione tecnica. Nello sport, dopo l’impresa storica del baseball contro gli USA, i quotidiani celebrano la marcia di Sinner a Indian Wells e analizzano i sorteggi europei per le squadre di calcio rimaste in corsa.”

 “Grazie per essere stati con noi questa settimana. La rassegna di Informazione Libera torna lunedì. Buon weekend a tutti!”

Il Papa riceve chi evangelizza in famiglia, ma ignora i preti sposati e le loro famiglie

IL PARADOSSO DELL’ACCOGLIENZA: DUE PESI, DUE MISURE?

Roma, 13 marzo 2026 – Mentre Vatican News riporta con enfasi l’incontro di Papa Leone XIV con l’associazione “Worldwide Marriage Encounter”, per il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati regna ancora il silenzio più assoluto.

È un paradosso doloroso. Il Santo Padre e il Vaticano celebrano l’importanza della famiglia cristiana come “strumento di evangelizzazione” (proprio mentre ne riconoscono formalmente l’azione con il nuovo Dicastero), ma scelgono di non rispondere all’appello di chi, come sacerdote, ha creato una famiglia e chiede di mettere quella stessa esperienza familiare a servizio della pastorale.

Perché la Chiesa riconosce l’evangelizzazione familiare di tutti, tranne quella di chi ha ricevuto l’Ordine Sacro? Le nostre famiglie non sono forse “famiglie cristiane diffuse in un centinaio di Paesi” pronte a servire?

L’Eucaristia non può attendere. Se la famiglia è la “chiesa domestica”, non ha senso scartare proprio quelle dei vostri preti.