Come 22 bombe atomiche: l’asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c’è una data)

Come 22 bombe atomiche: l'asteroide che colpirà la Terra si chiama Bennu (e c'è una data)

Il Messaggero

I ricercatori hanno stabilito la data precisa in cui un asteroide potrebbe potenzialmente colpire la Terra, con una potenza pari a quella di 22 bombe atomiche. Questo oggetto celeste, chiamato Bennu, si avvicina al nostro pianeta ogni sei anni. Tuttavia, gli scienziati ritengono che il 24 settembre 2182 potrebbe essere la data in cui sussiste un rischio reale di collisione tra la Terra e l’asteroide.

Nonostante la data potenziale di questo evento apocalittico sia ancora lontana, la NASA è attualmente impegnata in intensi sforzi per deviare l’asteroide Bennu e si trova nella fase finale della sua missione. L’agenzia spaziale americana ha lanciato una sonda verso l’asteroide con l’obiettivo di raccogliere campioni, nella speranza che le informazioni raccolte possano aiutare a prevenire un possibile incontro catastrofico. I campioni sono in fase di studio dal ritorno della sonda nel 2023.

Nel corso degli anni, gli asteroidi hanno colpito la Terra molte volte. Dai un’occhiata alla galleria per vedere alcuni degli impatti più significativi.

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Avvenire

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta. Nella vita monastica, la quotidianità non è mai una gabbia o una ripetizione sterile; è piuttosto il luogo teologico in cui Dio si lascia incontrare attraverso i gesti più ordinari, come spezzare il pane, dosare un pugno di farina o mescolare una salsa sul fuoco.
Questa verità si è fatta carne e sorriso nei giorni scorsi, quando la nostra foresteria ha spalancato le porte a una famiglia speciale: mamma, papà e due fratellini, D. e S., uno dei quali con una «fragilità», come ci è stata raccontata.
Sono venuti al monastero spinti dal semplice desiderio di conoscerci, di «stare un po’ con noi» e di condividere un tempo senza orologi e senza ansia da prestazione. Tra le mani e nelle parole portavano un dono prezioso: la loro personale versione delle nostre ricette. Polenta pasticciata, gnocchi al latte e fritti sono stati al centro delle conversazioni durante il tempo trascorso insieme.
Ascoltarli raccontare il modo in cui vivono la cucina a casa è stato come assistere a una piccola liturgia della gioia. D. e S. non seguono semplicemente dosi o passaggi tecnici: per loro cucinare è un viaggio sensoriale fatto di profumi che sorprendono, di consistenze toccate con meraviglia, di colori che accendono gli occhi. In quella narrazione, ogni piccolo ingrediente diventava un mondo intero da esplorare.
La presenza di quella «fragilità», vissuta con tanta serenità, semplicità e persino gioia, lungi dall’essere una nota stonata, è stata la chiave armonica che ha rivelato la profondità dell’incontro. Il suo modo di percepire la realtà, così attento ai dettagli, limpido e privo di sovrastrutture, ci ha richiamato direttamente alla prima parola della Regola di san Benedetto: «Ascolta».
Un ascolto che non si fa solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con il cuore, capaci di sintonizzarsi su un ritmo diverso. Come accade in cucina, dove ogni spezia e ogni ingrediente hanno bisogno del proprio tempo per sprigionare il loro sapore, così la relazione con lui ci ha insegnato l’arte di rallentare, accogliendo la diversità non come una mancanza, ma come una straordinaria ricchezza che educa l’intera famiglia alla cura e alla pazienza reciproca.
Tra i due fratellini si respira una complicità naturale, un’alleanza tenera in cui il gioco e la cucina diventano ponti di comunicazione immediata. Guardarli insieme, circondati dall’amore discreto e tenace dei loro genitori, ci ha ricordato che la felicità non risiede in grandi eventi eccezionali, ma nella capacità di abitare con gratitudine le piccole cose del quotidiano.
È attorno alla tavola di casa che si impara che «nessuno si salva da solo», scoprendo che l’amore vero si nutre di sguardi condivisi, di briciole raccolte insieme e di risate che riempiono la stanza.
D. e S. ci hanno lasciato una lezione luminosa: ci hanno ricordato che il sapore autentico della vita non si misura nella perfezione del risultato, ma nello stupore con cui ci si accosta alla realtà e nella gratuità con cui ci si dona agli altri.
Grazie a questi due piccoli maestri per aver portato nei nostri chiostri il profumo fresco della semplicità e per averci insegnato, ancora una volta, che la santità feriale ha il gusto dolce e meraviglioso delle cose fatte insieme.

Vivere al Sud dovrebbe essere un destino possibile

Il Mezzogiorno prova a fermare l'esodo: ci sono progetti e reti per la “restanza”

Avvenire

Ma tra denatalità e spopolamento il rischio è che il Mezzogiorno si trasformi in una landa desolata, priva della sua risorsa più preziosa: le nuove generazioni. I dati descrivono una situazione drammatica dal 2001 ad oggi sono “spariti” 730mila abitanti, negli ultimi sei anni 150mila laureati si sono trasferiti altrove. Senza un cambio di rotta da qui al 2080, secondo i dati Istat, ci sarà una flessione di ben 8 milioni di residenti. Una vera e propria “estinzione naturale” che la Fondazione con il Sud, che a Napoli ha festeggiato i suoi primi 20 anni di attività, prova a contrastare con interventi di rigenerazione del territorio e di recupero del patrimonio artistico.
All’evento “Sud Vivo. 20 anni con il Sud” che si è svolto presso il complesso monumentale Donnaregina hanno partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni locali e il cardinale Domenico Battaglia. Il capo dello Stato ha auspicato che chi «nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e possa aggiungersi chi viene da fuori per arrivare qui» facendo riferimento ai quattro pilastri della campagna contro lo spopolamento. «Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha aggiunto. L’arcivescovo Battaglia ha messo l’accento sul processo di inclusione sociale e di solidarietà che la Fondazione ha avviato a Napoli, grazie all’impegno di «persone che non si rassegnano alle diseguaglianze». Nella splendida cornice della chiesa barocca anche i giovani protagonisti di questo cambiamento, 130 ragazzi che hanno fatto della “restanza” il loro modello di vita, accompagnati dai loro bambini.
«Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta» ha sottolineato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud. Indispensabile l’impegno trasversale di istituzioni e società civile, mondo economico e della cultura, giovani e adulti. Ma soprattutto un nuovo modo di pensare che guardi alla realtà senza illusioni, focalizzando l’attenzione più su ciò che si ha e non su ciò che manca. Presentata l’indagine sullo spopolamento realizzata da Demopolis che evidenzia come il tema preoccupi il 73% degli italiani, mentre la denatalità addirittura l’80%.
Il 20esimo compleanno è stata l’occasione per presentare anche la campagna “Sud Vivo”, sorretta da una rete di 200 co-promotori, che include piccole e grandi organizzazioni tra cui il Forum nazionale del Terzo Settore, le fondazioni e le associazioni Acri e Assifero. Nei suoi 20 anni di attività la Fondazione con il Sud ha sostenuto oltre 2.000 iniziative. Uno degli interventi simbolo è proprio quello fatto a Napoli, nel rione Sanità. Un quartiere che sorge a pochi passi dal centro storico eppure per due secoli è rimasto come tagliato fuori, una sorta di corpo estraneo. Un ghetto che all’inizio del nuovo millennio sembrava senza speranza. La criminalità organizzata era padrona del quartiere, la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile a livelli altissimi. Eppure, coperto da un mantello di disagio e incuria, quel quartiere custodiva un patrimonio straordinario: chiese barocche, palazzi nobiliari, botteghe artigiane e sotto la superficie un mondo sotterraneo fatto di catacombe paleocristiane. A gettare il seme di un rinnovamento il parroco don Antonio Loffredo: arriva al Rione nel 2001 e coinvolge i ragazzi del quartiere, facendo scattare in loro il desiderio di riscatto ma soprattutto il senso di appartenenza. Nel 2006 nasce la cooperativa sociale La Paranza e due anni dopo vengono riaperte al pubblico le catacombe e la basilica di San Gennaro. Una rinascita crea lavoro per i giovani, soprattutto per quelli considerati “pietre scartate”, senza titolo di studio o con storie di devianza, che sono diventati i punti di riferimento del quartiere. Anno dopo anno il “metodo Sanità” com’è stato ribattezzato ha conquistato premi e riconoscimenti, tra gli altri quello della Commissione Europea, ed ha riaperto altri luoghi simbolici come il cimitero delle Fontanelle, nato come cava di tufo e diventato un luogo di sepoltura soprattutto durante la peste e il colera, e il Chiostro di San Giovanni a Carbonara, che è nato su un luogo dove si raccoglievano i rifiuti.
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
Nel 2024 per “gemmazione” è nata un’altra cooperativa di Comunità, la Sorte, parallelamente è partito il progetto del Museo Diocesano Diffuso (Mudd) che ha sottratto all’abbandono molte chiese del centro, a partire dal Duomo. L’entusiasmo e la voglia di fare comunità sono il segreto del successo di questa rigenerazione del quartiere.
«La cosa più bella è stata scoprire che si può cambiare modo di guardare un luogo senza doverlo abbandonare». Sara ha 23 anni, voleva fuggire da Napoli, si domandava cosa venissero a fare i turisti tra quei vicoli degradati. La cooperativa ha cambiato la sua prospettiva: la fa sentire parte di un qualcosa di più grande, le consente di condividere passioni e speranze. Patrizia cercava l’evasione nei quartieri altolocati, per sfuggire alle sue umili origini. Poi sono arrivati i bambini di un asilo nido, dove ha iniziato ad insegnare durante il Servizio civile. «Ho capito quanto l’educazione possa fare la differenza in contesti così fragili».
Samuele con una laurea in lingue straniere era pronto a trasferirsi al Nord o all’estero. Cercare fortuna altrove sembrava un destino già scritto. Poi la riapertura del cimitero delle Fontanelle, proprio nella via dove lui è nato e cresciuto, gli ha permesso di restare. Adesso si impegna per far sì che altri possano fare questa scelta.

Il Governo in Israele?

Il Governo in Israele? Il presidente Herzog darà l'incarico domenica. Ecco le coalizioni possibili

Avvenire

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso questa sera le consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre. Ha annunciato che deciderà domenica a chi affiderà l’incarico. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari – ha spiegato -, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi». Il presidente ha spiegato che 67 parlamentari hanno raccomandato il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, mentre sono 46 i parlamentari che hanno sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu. Quindi Eisenkot dovrebbe ottenere il mandato. Mettere insieme una maggioranza di 61 seggi alla Knesset  si annuncia comunque come un’impresa complicata: preclusioni incrociate, rivalità personali e interessi difficilmente conciliabili rischiano di riportare più volte le trattative al punto di partenza. Il professor Sergio Della Pergola, demografo e tra i più accreditati analisti israeliani, ha individuato cinque percorsi possibili e, conti (dei seggi) alla mano, ne valuta con Avvenire le chance di successo.

1 – Coalizione di Netanyahu con Ra’am

Sarebbe la soluzione più facile  (Bibi ha 53 seggi e con gli 8 del partito arabo Ra’am raggiungerebbe quota 61), ma è anche la prima da scartare. E del resto Ra’am proprio ieri ha dichiarato che indicherà Eisenkot come primo ministro. «Tengo però a citarla come possibilità – spiega Della Pergola – per ricordare che in passato Netanyahu aveva già provato a tirare in coalizione con sé Mansour Abbas (leader di Ra’am). Smotrich (Sionismo religioso) gli aveva messo il veto, e quindi Abbas entrò nel governo Bennett-Lapid del 2021-2022. Un esempio di come, quando si tratta di formare un governo, anche i “sacri principi” e tutta questa “purezza” nel rifiutare la collaborazione con gli arabi possano evaporare in un attimo».

2 – Governo di minoranza di Eisenkot con gli arabi

Bisogna fare una premessa: con il sostegno di entrambi i partiti arabi (Ra’am e Lista comune), Eisenkot arriverebbe a 67 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta. Ma una soluzione aritmeticamente possibile si scontra con i veti politici all’interno del suo stesso schieramento. Resta allora la strada di un governo di minoranza. «Eisenkot parte da 48 seggi: deve cercarne 13 – spiega Della Pergola -. Con i soli seggi di Abbas (8), arriverebbe a 56, e quindi niente di fatto. Ma con l’astensione dell’altro partito arabo, Lista comune (11 seggi), la sua coalizione risulterebbe comunque vincente rispetto a quella di Bibi, che ha 53 seggi. Avremmo un governo, perché non occorre avere la maggioranza assoluta della Knesset, ma la maggioranza semplice».
In questo scenario, bisogna però considerare tre variabili. La prima è Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (7 seggi). «Ha dichiarato solennemente “Né Bibi, né Tibi” – ricorda Della Pergola, con riferimento ad Ahmad Tibi, numero due della Lista comune, che si è detto disponibile ad appoggiare un governo alternativo a Netanyahu –. Ma un conto è entrare in coalizione con i partiti arabi, un altro è formare un governo grazie alla loro astensione. E voglio proprio vedere se Lieberman resterà fermo sulle sue posizioni, rinunciando alla possibilità di mandare Bibi all’opposizione».
Anche perché c’è una seconda variabile che potrebbe rendere meno decisiva la posizione di Lieberman: i haredim di Ebraismo unito della Torah (7 seggi). «Hanno fatto sapere questa mattina che non indicheranno nessuno come premier, il che rappresenta una grossa crepa nello schieramento di Netanyahu. Non solo: il capolista, Yaakov Asher, ha dichiarato di “essere sullo scaffale”, insomma a disposizione, in attesa della migliore offerta politica. Esiste quindi, almeno in teoria, la possibilità che Ebraismo unito della Torah si astenga o addirittura voti a favore di Eisenkot. E qui i conti diventano interessanti: se Lieberman negasse i suoi 7 voti a Eisenkot, quest’ultimo scenderebbe a 49. Ma con l’astensione dei 7 deputati ultraortodossi, anche Netanyahu perderebbe altrettanti voti, scendendo a 46. Eisenkot potrebbe quindi ottenere la fiducia anche senza Lieberman».
Infine, la terza variabile, la più seria. «Riguarda Balad, partito nazionalista palestinese, fortemente anti-israeliano e vicino alle istanze di Hamas, che fa parte della Lista comune. Se si oppone, se si sfila, cade tutto il progetto».
Un primo banco di prova di questi equilibri arriverà già il 10 novembre, quando la nuova Knesset si riunirà per il giuramento dei deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. «L’attuale presidente è Amir Ohana, del Likud – spiega Della Pergola -. È gay, e i due partiti haredim (ultraortodossi), Ebraismo unito della Torah e Shas, contrari al riconoscimento delle unioni omosessuali e ai diritti LGBTQ, nella precedente legislatura avevano votato a favore della sua nomina tenendo il capo basso in segno di disapprovazione, ma accettando per convenienza politica. Questa volta, invece, Ebraismo unito della Torah ha annunciato che uscirà dall’Aula durante la votazione. Il Likud perderebbe così sette voti per la conferma di Ohana. Eisenkot potrebbe riuscire a eleggere un presidente della Knesset diverso da quello uscente. E sarebbe un passaggio politicamente molto importante, perché il presidente organizza i lavori parlamentari e può incidere sull’agenda legislativa anche prima della formazione del governo».
Si aprirebbe una situazione straordinariamente interessante: «Alcuni giorni di democrazia parlamentare pura, nei quali la Knesset potrebbe assumere iniziative di grande rilievo. Per esempio, avviare il percorso per istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, intervenire sulle leggi della contestata riforma giudiziaria o introdurre un limite alla durata del mandato del primo ministro. C’è poi la questione del controllore di Stato, l’ombudsman: la carica è vacante da luglio, dopo che la Corte Suprema ha annullato l’elezione di Michael Rabello, italiano e storico avvocato di Netanyahu, per irregolarità nella segretezza del voto. Spetterà alla nuova Knesset eleggerne il successore. Tanto più che Rabello ha rinunciato alla candidatura. Potremmo quindi vedere Netanyahu in minoranza ancora prima della nascita del nuovo governo».

3 – Governo di unità nazionale con
mandato a Eisenkot

Eisenkot potrebbe tentare di arruolare il Likud di Netanyahu senza Netanyahu. Ma il Likud  potrebbe porre come condizione proprio il premierato di Netanyahu.  «Bibi – spiega Della Pergola -, anche a causa dei processi che lo riguardano, ha tutto l’interesse a mantenere la carica di primo ministro (in base alla legislazione israeliana chi è sotto processo può fare il premier ma non il ministro). Difficilmente, quindi, accetterebbe un governo di unità nazionale presieduto da Eisenkot. Si potrebbe immaginare un governo a rotazione: due anni Netanyahu, poi due anni Eisenkot, con la prospettiva di un provvedimento di clemenza per Bibi e magari, in seguito, di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Ma Eisenkot ha escluso categoricamente l’ipotesi della rotazione. Peraltro, conosce bene il precedente di Benny Gantz», che nel 2020 accettò un accordo di alternanza alla guida del governo con Netanyahu, senza però arrivare mai ad assumere l’incarico di premier: il governo cadde prima che scattasse la rotazione.

4 – Governo di unità nazionale con
mandato a Netanyahu

Eisenkot potrebbe fallire nel tentativo di formare un governo e il mandato passare a Netanyahu, che resta il leader del primo partito israeliano. «Bibi ha già dichiarato di voler aprire le porte a chiunque sia disposto a unirsi alla sua coalizione, compresi Ben-Gvir e Smotrich – osserva Della Pergola –. Credo però sia molto difficile che qualcuno accetti la proposta».

5 – Elezioni entro la primavera

Quella di nuove elezioni entro la primavera è l’ipotesi più probabile. «E anche la peggiore», sottolinea Della Pergola, richiamando l’appello del presidente Herzog alle forze politiche perché facciano ogni sforzo per evitare questo scenario. «Nuove elezioni sarebbero un disastro per la gestione del Paese, acuirebbero le tensioni e potrebbero favorire Netanyahu. Nell’ultima tornata molti voti della destra sono andati dispersi a causa della soglia elettorale del 3,25%: in una nuova consultazione potrebbero confluire verso il Likud, rafforzandolo. Inoltre, la settimana scorsa 67mila cittadini israeliani sono rientrati in aereo per votare. Non abbiamo dati certi sulle loro preferenze politiche, ma è plausibile che una parte significativa volesse sostenere l’opposizione. Difficilmente, però, ripeterebbero il viaggio per una seconda elezione a breve distanza. Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe diminuire, soprattutto se non vedessero tradursi in risultati politici la loro partecipazione al voto. Sono tutti fattori che potrebbero avvantaggiare Netanyahu, portandolo più vicino alla maggioranza. Ed è proprio su questo che Bibi sembra puntare».
Lo stesso Bibi sta svolgendo una campagna mediatica sulla illegittimità del voto. «Si sostiene che ingenti fondi diano arrivati da Paesi nemici per sovvenzionare l’affluenza alle urne degli arabi, fino al limite di chiedere nuove elezioni. Vedo quindi in atto – teme Della Pergola – un tentativo pericoloso. Qualcosa che somiglia in modo preoccupante a quello che accadde negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a Capitol Hill».
Resta infine l’incognita Iran. «Il risultato delle elezioni americane potrebbe avere un peso importante: Trump ne è uscito indebolito e, nelle sue attuali condizioni politiche, mi sembra difficile che decida di impegnarsi in una guerra. Netanyahu potrebbe però scegliere di agire anche senza gli Stati Uniti. Sarebbe una decisione dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, ma non mi sento di escluderla del tutto».

Riflettere sulla pace è quanto mai opportuno e attuale tenuto conto del contesto storico che viviamo

chagall

Rifletterci dal punto di vista della comunità cristiana è ancor di più necessario. Se si dà credito e si presta il doveroso ossequio a quanto il pontificato di Leone XIV ha suggerito e suggerisce con insistenza, l’urgenza ne esce rafforzata. Per questo la Cattedra Wojtyla propone quest’anno un Colloquio filosofico-teologico sul tema della pace nell’ambito del tradizionale appuntamento di novembre delle Wojtyla Lectures.

Dal 9 al 13 novembre prossimo a Roma, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, si svolgerà un ciclo di incontri dedicato al Commento al Cantico dei Cantici di san Bernardo guidato come sempre dal noto filosofo francese Jean-Luc Marion, Direttore della Cattedra Wojtyla.

All’interno di questo appuntamento, si terrà poi giovedì 12 novembre e venerdì 13 il Colloquio filosofico-teologico «Beati gli operatori di pace. Filosofia e teologia dialogano sulla pace», organizzato in collaborazione con il corso di Dottorato di Ricerca in Contemporary Humanism della LUMSA e il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e Storia dell’arte dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Tenuto conto – absit iniuria verbis – dell’inflazione di convegni e pubblicazioni sul tema, gli organizzatori dell’incontro si sono trovati di fronte al non facile compito di identificare una prospettiva che, in qualche modo, potesse rappresentare una nota, non dico di originalità (sarebbe troppo presuntuoso), ma perlomeno di «stravaganza». Offrire, infatti, qualcosa che vada al di là della ripetizione di tesi e assunti che godono di una lunga e consolidata tradizione non è facile, ma sicuramente doveroso.

In questo senso, organizzare un Convegno per dire che la pace non è l’assenza della guerra, sarebbe solamente la doverosa ripetizione di un asserto indispensabile a comprendere come politicamente la pace è l’orizzonte trascendentale di tutte le guerre. Asserto da cui non si può prescindere, ovviamente, ma che apre a una considerazione più radicale che ha a che fare direttamente con quanto appartiene alla riflessione filosofica e (si spera) teologica: la pace è una rappresentazione ideale per poter pensare politicamente la storia degli uomini e delle istituzioni oppure è qualcos’altro?  E, se la risposta è positiva, a quale livello la pace non è solo un’esigenza intellettuale, ma una realtà?

La replica a questi interrogativi è al centro della riflessione del Colloquio della Cattedra Wojtyla che ha scelto di concentrarsi sul livello pre-politico della pace per tentare di comprendere (è solo un tentativo) quando e come la profonda ingiustizia del nostro atteggiamento naturale non viene solo «irenicamente» dichiarata superata in una originaria apertura all’altro o, peggio, cancellata dallo slancio di vecchi e nuovi Schwärmer della giustizia sociale.

Parimenti, e l’osservazione è decisiva, concentrarsi su questa dimensione pre-politica della pace non vuole essere unicamente l’indicazione delle condizioni di base sulle quali la guerra empiricamente diventa improbabile. Porsi a un livello pre-politico è forse il modo più efficace di offrire un orientamento per costruire la civitas terrena nel suo legame e, soprattutto, nella sua differenza dalla civitas Dei. L’esito di una comprensione delle relazioni umane che metta al centro la conversione dello sguardo caratterizza infatti immediatamente in senso teologico (e, quindi, religioso) la pace.

La pace, dunque, è una questione teologica che, come tale, consente agli uomini di riconoscersi reciprocamente come uomini e non come lupi: homo homini homo. Trovare la giusta collaborazione tra istituzioni sinceramente edificate su questo presupposto diventa così uno dei principali (se non il principale) compito dell’azione socio-politica della Chiesa:

«Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio» (Agostino, Civ. Dei, XIX, 17).

Settimana News

Usa, l’onda democratica alle elezioni di Midterm apre la sfida per il 2028

Il Campidoglio degli Stati Uniti all'alba del 3 novembre 2026, giorno delle elezioni di metà mandato a Washington, DC

Al Senato i Democratici possono contare su 54 seggi, compresi i due indipendenti che siedono con loro, contro i 44 dei Repubblicani, con due ancora da assegnare. Alla Camera dei Rappresentanti hanno già conquistato 228 seggi, superando la soglia dei 218 necessari per la maggioranza, contro i 139 attribuiti ai Repubblicani. Restano ancora 68 collegi da assegnare. La prima risposta al cambiamento sembra arrivare da giovani, asiatici, ispanici e latinos

Guglielmo Gallone – Città del Vaticano – Vatican News

Texas, Kansas, South Carolina. Sono queste le sorprese più clamorose delle elezioni di metà mandato americane che, all’indomani del voto, hanno consegnato ai Democratici il Senato e sembrano ormai destinate a garantire loro anche il controllo della Camera dei Rappresentanti. Tre Stati tradizionalmente repubblicani, tre vittorie che appena due anni fa sarebbero apparse improbabili. Nel 2024 Donald Trump aveva conquistato il Texas con 14 punti di vantaggio e la South Carolina con quasi 18. In Kansas, invece, un democratico non vinceva un seggio al Senato federale dal 1932. Novantaquattro anni. Dunque, al momento, secondo gli ultimi dati dell’Associated Press, al Senato i Democratici possono contare su 54 seggi, compresi i due indipendenti che siedono con loro, contro i 44 dei Repubblicani, con due ancora da assegnare. Alla Camera dei Rappresentanti hanno già conquistato 228 seggi, superando la soglia dei 218 necessari per la maggioranza, contro i 139 attribuiti ai Repubblicani. Restano ancora 68 collegi da assegnare.

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

Avvenire

Il prendersi cura, la speranza e la fiducia sono i fondamentali nascosti dell’economia che dovremmo imparare a riconoscere. Nessuno può diventare manager se qualcuno non si è preso cura di lui all’inizio della sua esistenza. La cura precede, accompagna e ricostruisce le capacità (anche quelle produttive) delle persone. Senza speranza nessun rendimento atteso futuro (e quindi nessun investimento o attività finanziaria) hanno valore. La fiducia è ingrediente chiave di quell’intelligenza relazionale che rende possibile la cooperazione tra umani che moltiplica il valore sociale ed economico. Quando queste risorse si impoveriscono, ne risentono dunque non solo la salute ma anche formazione, lavoro e investimenti e dunque il benessere sociale ed economico di un paese. Una politica economica lungimirante deve chiedersi anche come rigenerarle.
L’università può contribuire ad accrescere questi fondamentali della società e dell’economia attraverso ricerca e terza missione, ovvero mettendo ricerca e competenze in relazione con i bisogni della società. È una missione che comprende non solo il trasferimento tecnologico ma si estende anche all’innovazione sociale, alla collaborazione con i territori e alla costruzione di capacità collettive. Perché questa missione produca risultati occorrono strumenti e persone che colleghino stabilmente i laboratori della ricerca con quelli della vita quotidiana.
Da qui la proposta dei dottorati civici. Abbiamo imparato (con il Decreto ministeriale 226 del 14 dicembre 2021) ad avvicinare università e imprese attraverso i dottorati industriali, una tipologia istituita per legge che prevede la partnership e il cofinanziamento di pubblico e imprese. Possiamo costruire un’alleanza analoga tra il pubblico e cooperative sociali, associazioni, fondazioni, amministrazioni e reti territoriali per fondare l’istituto dei dottorati civici come abbiamo recentemente proposto nella commissione sulla terza missione della Società Italiana di Economia. L’innovazione che migliora l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità o l’accesso alle (e l’efficienza delle) cure ha bisogno di ricerca avanzata quanto quella che migliora un processo produttivo. E può generare benefici economici molto oltre l’organizzazione che la realizza.
Il meccanismo sarebbe quello di un percorso triennale inserito in un dottorato accreditato, un progetto costruito insieme all’organizzazione civica e una doppia supervisione, accademica e territoriale. Un programma pilota potrebbe attivare cento percorsi in diverse università del paese. Il costo di riferimento (che possiamo stimare a 90mila euro per posizione nel triennio), potrebbe esser coperto (per ipotesi) per due terzi dal pubblico e per un terzo dai partner, nel qual caso servirebbero sei milioni pubblici e tre dei partner per le 100 posizioni. Rispetto alle cifre che discutiamo in questi giorni per le diverse poste della legge finanziaria si tratta di piccole somme con un potenziale molto grande.
Perché i contribuenti dovrebbero finanziare un dottorato civico? Perché la conoscenza prodotta può andare a vantaggio di gran parte della collettività, ma in condizioni normali non è generata dato che la singola organizzazione spesso non riesce a finanziarla né ad appropriarsi di tutti i benefici. Per fare solo un esempio un’associazione che scopre come prevenire meglio l’abbandono scolastico genera vantaggi per gli studenti, le famiglie, le imprese e le finanze pubbliche. Il finanziamento condiviso consente di realizzare ricerca socialmente utile che altrimenti rischia di restare senza risorse.
Cento dottorati potrebbero diventare cento cantieri: valutare l’intermediazione abitativa, sperimentare l’accompagnamento di operatori di prossimità nella lotta alla povertà, migliorare l’assistenza agli anziani, ridurre la dispersione scolastica, rendere economicamente più accessibili le comunità energetiche. Il valore nasce quando i risultati cambiano le pratiche. Sapere quali interventi funzionano, per chi e in quali condizioni permette di estenderli; scoprire che altri sono inefficaci aiuta a correggere la spesa.
I fondamentali della cura, della speranza e della fiducia diventerebbero così oggetti concreti di investimento e ricerca: servizi capaci di accompagnare, opportunità che rendono credibile il futuro, istituzioni con cui è possibile cooperare. Cento giovani potrebbero aiutare le comunità a produrre queste risorse e a capire come farle durare. Finanziare i dottorati civici significherebbe scommettere sulla capacità del sapere di diventare sviluppo umano e valore economico e sociale condiviso.

Disabilità / Primo sì in Senato alla modifica dell’articolo 38 della Costituzione. Con un valore non solo simbolico ma sostanziale per l’uguaglianza e la tutela di tutti cittadini

Attività sportive a favore di persone con disabilità al palazzo della Regione Lombardia a Milano / ANSA
Nessuno è «minorato», ci sono sempre e solo persone. Alcune con una disabilità. È arrivato al primo via libera, infatti, il disegno di legge costituzionale sui diritti delle persone con disabilità: l’aula del Senato l’ha approvato all’unanimità – ed è un altro segnale positivo – con 135 voti. Ora passerà alla Camera e saranno necessari altri tre passaggi parlamentari per approvare definitivamente la modifica costituzionale.
Il provvedimento, infatti, modifica l’articolo 38 della Costituzione, sul diritto all’assistenza sociale, e lo aggiorna a livello semantico e di diritti. Sparisce dunque la parola «minorati» sostituita dall’espressione «persone con disabilità» (per cui il terzo comma reciterà così: «Gli inabili e le persone con disabilità hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale») e si aggiunge un passaggio specifico sulla tutela: «La Repubblica garantisce il diritto delle persone con disabilità all’autonomia e all’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale, rimuovendo gli ostacoli che ne impediscono l’esercizio».

Il dibattito se modificare anche l’articolo 3 della Costituzione

«La parola minorati non ha più lo stesso significato che poteva avere quando i Padri costituenti l’hanno inserita all’articolo 38 – ha spiegato in aula al Senato il relatore e presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, Andrea De Priamo -. Oggi ha un’accezione decisamente negativa, superata, e che nessuno immagina di mantenere nella nostra Costituzione». Sulla riforma si era aperto un ampio dibattito prima sull’opportunità o meno di ritoccare anche l’articolo 3 della Carta. Già nei mesi scorsi, infatti, per una parte delle associazioni di persone con disabilità l’esplicito inserimento della «disabilità» nell’articolo 3 avrebbe permesso al legislatore di attuare una «discriminazione positiva»; per altre, invece, visto che l’articolo 3 già vieta discriminazioni basate su «condizioni personali e sociali» inserire la disabilità avrebbe ulteriormente ghettizzato le persone con disabilità facendone una sorta di categoria umana a parte. Accantonato questo tema, settimana scorsa, però, il provvedimento licenziato dalla commissione prima dell’estate era tornato in discussione per un’ulteriore correzione del testo, richiesta soprattutto dalle opposizioni. In particolare, si è modificata ulteriormente la formulazione dell’articolo 38 aggiungendo la parte sulla tutela specifica.

La soddisfazione della ministra Locatelli

La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
«Il voto di oggi all’unanimità sul Ddl costituzionale che apporta modifiche all’art.38 della Costituzione in materia di diritti delle persone con disabilità, eliminando la parola minorati, è un segnale importante di cambiamento», ha commentato soddisfatta la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli. Dopo aver abrogato da tutte le leggi ordinarie la parola «handicappato» e «portatore di handicap», ha spiegato ancora, «finalmente completiamo il percorso iniziato anche con la riforma della disabilità aggiornando la nostra Carta costituzionale. Voglio quindi ringraziare tutti i gruppi parlamentari, il relatore e presidente De Priamo, in particolare il senatore Guidi, primo firmatario, e tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato: il mondo delle associazioni a partire da Fand e Fish e tutte le altre realtà che negli anni si sono sempre battute per un forte cambio culturale». Unanimi, infine, gli apprezzamenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
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Picierno: «Lavoriamo al Centro, nel Pd i riformisti non incidono»

Picierno: «Lavoriamo al Centro, nel Pd i riformisti non incidono»

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Anche Spazio pubblico di Pina Picierno sarà nella lista di centro annunciata dal leader di Azione Carlo Calenda, come parte integrante di un’alternativa a quello che la vicepresidente del Parlamento europeo ama definire “bipopulismo”. L’obiettivo, spiega, è «dare forma a un’offerta elettorale che consenta agli italiani di non dover scegliere il meno peggio». Anche perché ormai «il bipolarismo si è degradato in una dialettica distruttiva. Nella quale chiunque tenti di dialogare con gli avversari nell’interesse generale è tacciato di intelligenza con il nemico».
Picierno, ma cosa intende con “bipopulismo”, cosa accomuna la destra al campo largo?
Sempre di più in Italia assistiamo a un dibattito pubblico orientato alla rissa continua, con spettacoli indecorosi in Parlamento e dinamiche che allontanano dalla soluzione dei problemi concreti. Mi sento a mille miglia sia dalla destra sovranista sia da un campo progressista scivolato verso il “populismo con la pochette” di Giuseppe Conte, pronto a lucrare cinicamente sul legittimo bisogno di pace delle persone per trarne un ritorno elettorale. Un comportamento analogo a una vera e propria truffa nel commercio. Ormai in Italia non c’è spazio per il confronto civile tra forze politiche di culture diverse in nome di valori e principi condivisi. Questo scontro ideologico esasperato ignora colpevolmente la gravità del momento storico europeo, segnato dalla minaccia esterna delle autocrazie e dalla crescita interna di formazioni come l’AfD, che tendono a relativizzare lo Stato di diritto.
Tornando alla lista di centro, chi altro ne farà parte?
Il cantiere è aperto per ricostruire un centro solido che funga da antidoto alla polarizzazione. Tutte le forze politiche che intendono partecipare sono le benvenute, ovviamente nel rispetto del dibattito interno delle loro direzioni.
All’interno del “bipopulismo” si colloca anche il Pd, partito che lei ha contribuito a fondare. Dove ha sbagliato Elly Schlein?
Gli errori sono tantissimi e ne elenco soltanto alcuni. Aver assecondato un incerto ripiegamento identitario, anteponendo l’ambizione di sostituire la presidente del Consiglio – obiettivo fin troppo scontato per chi sta all’opposizione – all’ambizione di cambiare il Paese e rispondere ai suoi bisogni. Che, peraltro, è l’unico modo che conosco per arrivare a sostituire una presidente del Consiglio. Aver rinunciato alla fatica quotidiana della costruzione del consenso, preferendo le alchimie di coalizione e le spallate occasionali. Aver selezionato senza indugio un unico attore sociale di riferimento, trascurando il rapporto con le imprese e con le altre sigle sindacali. Aver ridotto il pacifismo, che è una cosa seria quando si traduce nella volontà di costruire relazioni internazionali fondate sul diritto, a un tweet. In definitiva, aver preferito dire agli italiani «noi siamo questo», anziché «noi vogliamo fare questo».
E allora perché molti riformisti hanno scelto di rimanere secondo lei?
Non posso rispondere per loro. Dal mio punto di vista, ho rifiutato di svolgere il ruolo di “foglia di fico”: l’illusione di restare per limitare i danni o tentare di condizionare le scelte dall’interno non funziona, poiché la linea che ne esce pubblicamente rimane rigidamente identitaria. Dopo aver provato in ogni sede possibile a correggere la rotta, ho preso atto dell’impossibilità di incidere; chi ha a cuore il riformismo deve avere l’ambizione di cambiare il Paese, non di rassegnarsi ad aggiustare i cocci.
La distanza tra lei e il campo largo riguarda soprattutto la politica estera. Come si concilia il legittimo bisogno di pace di cui ha parlato con il sostegno militare a Kiev?
La classe politica italiana, a partire dalla presidente del Consiglio, ha mancato al dovere di spiegare la reale posta in gioco: il progressismo e il liberalismo combattono affinché la sopraffazione brutale della forza non si sostituisca alla certezza del diritto. Il progetto europeo è nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per arginare la violenza imponendo regole condivise. Di fronte all’aggressione criminale perpetrata da Putin, sostenere la resistenza ucraina significa tutelare l’intero impianto normativo internazionale che garantisce la pace duratura. Il pacifismo autentico non può risolversi in una resa passiva: impedire a un popolo aggredito di esercitare la propria difesa significa legittimare la legge del più forte.
Gran parte del campo largo sostiene che la manovra in discussione preveda troppe risorse per la difesa togliendone al sociale. Che ne pensa?
Non bisogna confondere ambiti completamente distinti: affermare che le risorse per la difesa vengano sottratte alle spese sociali è pura demagogia populista. Con gli attuali Trattati europei, la sicurezza e la difesa rimangono materie di stretta competenza nazionale; pertanto, in attesa che si creino le condizioni per riprendere il percorso storico della Comunità Europea di Difesa voluto da Alcide De Gasperi, l’unico passo tangibile e realistico da compiere subito è quello degli acquisti congiunti previsto dal piano Von der Leyen.

Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l’America ha voltato le spalle a Trump

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«Sono un po’ sorpreso, pensavo che sarebbe andata meglio. Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Spero di riuscire a collaborare con loro sull’immigrazione». “The Donald” in versione conciliante accoglie con garbo inusuale la sconfitta. Ma c’è davvero da fidarsi? Più che di un’anatra zoppa, sarebbe opportuno parlare di un presidente dimezzato. Difficile pensare a Donald Trump come a qualcosa di diverso di un Commander in Chief che ha teatralmente perduto gradi, medaglie e onorificenze, costretto da gennaio del prossimo anno a sottostare alla tagliola di un Congresso che lo ha sonoramente ridimensionato. Lo tsunami blu è andato al di là delle più rosee previsioni dei democratici e per Trump si profila il rischio di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente  tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero fra la poderosa macchina di potere della Casa Bianca e il voto di sbarramento dei congressmen che lo costringerebbero a governare solo grazie agli executive orders. Niente di nuovo sotto il sole:  è già accaduto a Joe Biden, a Barack Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, e a suo modo è la salutare profilassi per una democrazia liberale.
Ma per The Donald, che già ha pencolato fra una misurata accettazione del voto e la minaccia già sventolata nelle scorse ore di trasformarsi in Mr Veto, colui che mette sistematicamente i bastoni fra le ruote al Congresso, l’onda blu è qualcosa di peggio di una battuta d’arresto sulla strada della seconda metà del mandato. Occorrerà tempo ed energia per analizzare nel dettaglio la consistenza e le singole ragioni del voto popolare che ha stracciato l’universo Maga, ma appare chiaro fin d’ora che il bagaglio che Trump si portava appresso era di una pesantezza e una vastità impossibile da celare e soprattutto da far digerire a un elettorato scontento, deluso e in buona parte smarrito: dal bilancio federale all’inopportuna guerra senza sbocchi con l’Iran, dalle liti permanenti con la Fed all’ondivaga politica dei dazi, dalle mire neocoloniali sul Canada, il Venezuela, la Groenlandia, Cuba, il Messico all’indecifrabile appeasement con la Russia di Putin, Donald Trump si è mosso come un elefante nella cristalleria, spazzando via secoli di sottigliezze diplomatiche (non occorre ripensare a Henry Kissinger, basta la felpata moral suasion che la Casa Bianca sapeva adottare quando occorreva) all’insegna di un gigantismo muscolare ad uso e consumo del suo elettorato.
Un elettorato che tuttavia aveva ben chiare due cose: che della politica estera gli importava assai poco, quanto invece gli è caro il proprio portafoglio. E l’impennata del gallone di benzina che le forche caudine dello stretto di Hormuz hanno strangolato anche per l’americano medio, i sussulti dell’inflazione, i costi lievitati dei mutui, l’incertezza diffusa sul futuro di quella vasta palude che sta sopra la soglia di povertà ma abbondantemente sotto quella della ricchezza stratosferica che The Donald ha sciaguratamente premiato, hanno dato l’esito che si poteva immaginare. Acciaccato e frastornato, Donald Trump non può che specchiarsi nel proprio fallimento, avendo messo sul tavolo il suo volto e il suo nome, trasformando le elezioni di medio termine in un referendum sulla sua persona. Un referendum perduto in Florida, in Ohio, in Georgia, in Texas, in Kansas, in cento diverse contrade. «Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto io», mormora. Ma intimamente sa che non è vero. L’America gli ha in larga misura voltato le spalle. A cominciare dai suoi. La cui guerra civile in vista delle presidenziali del 2028 è ufficialmente cominciata.