Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini

Francesco Guccini: «Ho scritto la Locomotiva in 20 minuti: ero stremato. Non ho mai pensato potesse indurre alla violenza» | Corriere.it

Questa mattina a Pavana, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini.

Lo rende noto la famiglia sottolineando che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto.

Addio a Francesco Guccini, il cantautore è morto a 86 anni

Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».

Quando  Giuseppe Serrone incontrò Francesco Guccini (archivio Storico)

Quando Guccini arrivò a Verbania: pubblico record nel 2011 all’incontro a LetterAltura

Il cantautore morto questa mattina all’età di 86 anni parlò della sua passione per la scrittura

Quella voce di Guccini raccolta da Giuseppe Serrone proprio a Verbania nel 2011.

Anche Verbania ha avuto modo di incontrare e apprezzare Francesco Guccini, il cantautore emiliano morto questa mattina – giovedì 6 agosto – all’età di 86 anni.

Era sabato 25 giugno 2011 quando Guccini arrivò a Intra per il festival LetterAltura. In quell’occasione era nella veste di scrittore più che come cantante. Nel parco di Famiglia studenti ci fu un pubblico da record.

Nel racconto con il pubblico partì dal suo «Croniche epifaniche» (il primo libro) del 1989 per parlare dell’infanzia e far riaffiorare lingue e origini, in particolare i dialetti che ovunque «a distanza di 2 chilometri fanno cambiare una parola e mondo» aveva detto.

Guccini aveva poi raccontato la passione per la scrittura (e non solo quella per i brani delle sue canzoni): «Quando da piccolo mi chiedevano cosa volessi di professione, non rispondevo come tutti l’esploratore: io dicevo lo scrittore». E ricordò «la prima macchina da scrivere, ricevuta da una lontana parente: scriveva una parola nera e una rossa, e si bloccava sempre la carta. Poi è arrivato il computer, e adesso è tutto più facile».

Un legame oltre il tempo “Non è un caso se oggi, 25 Aprile, abbiamo scelto le parole di Francesco Guccini. C’è un filo rosso che lega il nostro cantiere al poeta di Pavana. Nel 2011, durante il Festival LetterAltura a Verbania, sul Lago Maggiore, fu proprio Giuseppe Serrone a intervistare Guccini. In quel dialogo (che vi riproponiamo oggi in formato podcast) si parlava di vita, di storie, di resistenza quotidiana. Oggi, dopo 13 anni, quel ‘Giorno d’aprile’ cantato da Guccini diventa la colonna sonora dell’impegno per la libera informazione).
Ascolta l’intervista storica:
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Ascoltare la voce di un  Giuseppe Serrone giovane e appassionato che interroga uno dei più grandi intellettuali italiani ci fa capire una cosa fondamentale: la battaglia per l’informazione libera e i diritti civili e religiosi non è un’ossessione isolata, ma parte di un impegno culturale e umano che dura da decenni. Ieri come oggi, la domanda è la stessa: quando potremo finalmente ricucire questa vita?”

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Francesco Guccini – ph Roberto Serra – Iguana Press:Getty Images

Le sue condizioni di salute, non ottime in questi ultimi anni, sono precipitate nella serata del 5 agosto. “Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata – scrive la famiglia in una nota -. La famiglia, nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia anticipatamente tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre”. Nel 2025 era stato ricoverato in ospedale, ed era stato costretto a rimare 18 mesi in casa, uscendo solo pochi mesi fa per partecipare alla mostra “Canterò soltanto il tempo”, a lui dedicata, ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Negli ultimi anni il cantante aveva avuto problemi problemi alla vista che ormai gli impedivano anche di leggere libri. Disse: “Non riesco più a leggere, una cosa che mi addolora tantissimo – riporta Il Resto del Carlino -. Per questo guardo molta televisione”

Francesco Guccini in una immagine del 2019 - RIPRODUZIONE RISERVATA

Nel 2022 aveva pubblicato il suo 17° album dal titolo Canzoni da intorto, mentre nel 2023, aveva registrato un nuovo 45 giri con due versioni di Bella Ciao: una cantata da lui e un’altra in collaborazione con Tosca. Durante la sua lunga carriera ha pubblicato 30 album, di cui 17 in studio, ma è anche stato scrittore, attore e insegnante di lingua italiana al campus bolognese del Dickinson College. Tra i suoi brani più famosi c’è sicuramente La Locomotiva del 1972, ma anche “Canzone per un’amica” del 1968  e “Autogrill” del 1983. La sua adolescenza e il primo incontro con la musica

Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, pochi giorni dopo l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale: il padre, Ferruccio, venne chiamato alle armi e dopo aver rifiutato il giuramento di fedeltà ai nazisti, venne riunchiuso per due anni in un campo di concentramento vicino ad Amburgo. Da lì in poi, Guccini trascorrerà la sua infanzia sulle montagne dell’Appennino, a Pavana, a cui dedicherà il primo romanzo Croniche Epafàniche. Gli inizi nel mondo musicale arriveranno solo nel 1960, quando dopo esser diventato cronista della Gazzetta di Modena, realizza un’intervista a Domenico Modugno, due volte consecutive vincitore del Festival di Sanremo. Dopo l’incontro, scrive la sua prima canzone L’Antisociale, mentre continua a studiare per diventare Magistrato senza poi laurearsi. In un’intervista del 2018 a Fanpage.it rivelerà che non ha mai detto ai genitori di voler fare il musicista: “Ai miei genitori non ho mai detto che volevo fare il musicista, è accaduto, ero all’Università e quindi impegnato lì e ho cominciato, quasi per gioco. Finito il primo disco pensavo sarebbe finito tutto, poi ho fatto il secondo, il terzo, poi il quarto che ha cominciato ad avere un certo successo e così era diventato il mio mestiere. Forse mio padre è stato più contento per i libri”.

L’inizio con i Gatti e L’Equipe 84
Nel 1961 Guccini si trasferisce a Bologna, prima di partire l’anno successivo per il servizio militare. Nel frattempo incontra Pier Farri, che diventerà in seguito il suo produttore, ma anche Victor Sogniani, futuro componente dell’Equipe 84. Dopo aver scoperto la beat music di Bob Dylan, cominciò a comporre canzoni come Auschwitz e È dall’amore che nasce l’uomo, che vennero portati al successo dall’Equipe 84. Guccini si troverà quindi a suonare sia con i Nomadi, grazie all’ingresso di Dodo Veroli nella musica leggera italiana, sia con l’Equipe 84.

Il grande successo di Guccini con Radici
Il primo grande successo di Guccini, dopo aver già collaborato con Franco Battiato, Roberto Vecchioni e scritto per Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti, arriverà nel 1972. Si tratta del suo quarto album in studio, in cui sono contenuti alcuni dei suoi componimenti più importanti. Da La Locomotiva a Incontro, passando per Piccola Città e Il vecchio e il bambino: apparirà negli anni successivi anche il primo album live, Opera Buffa, che descriverà anche la vena cabarettistica durante le sue esibizioni in pubblico. Il successo commerciale, invece, arriva nel 1976 con Via Paolo Fabbri 43, che finisce tra i cinque album più venduti dell’anno. All’interno è contenuta L’Avvelenata, una risposta rabbiosa alle critiche dell’epoca e racchiude un dissing ante litteram al critico Riccardo Bertoncelli (con cui diventò amico). Poi nel 1978 arrivò Eskimo, nell’album Amerigo, prima di aprire gli anni 80 con Metropolis. Il grande successo musicale di Guccini, secondo l’autore, andrebbe celebrato per le parole, sempre più importanti della musica. Nell’intervista rivelerà: “Sono stato ben contento di queste analisi che hanno dato un certo valore alle mie canzoni, mi ha fatto piacere. Delle volte, forse, ho scritto delle buone canzoni, ho scritto anche delle musiche piacevoli, decenti, ma non mi sono mai messo come musicista, sulle parole forse riuscivo meglio, ecco il perché della mia preferenza”.

Le canzoni più famose di Guccini, da L’Avvelenata a Gulliver
Si apre infatti la stagione del viaggio e dei valori simbolici delle città, da Bisanzio a Venezia, passando per Milano: un tema che si riproporrà anche nei dischi successivi, con i singoli Gulliver, Argentina e Autogrill. Durante la sua carriera descriverà Bologna, in un brano omonimo del 1982, ma anche Modena e Pàvana. La prima con la celebre Piccola città del 1972, mentre arriviamo a uno dei suoi ultimi lavori per raccontare nostalgicamente gli anni di formazione nella piccola frazione in provincia di Pistoia. Stiamo parlando di Natale a Pàvana, realizzata con la figura di Mauro Pagani sullo sfondo. Invece nel primo decennio degli anni 2000 la sua poetica si rifletterà nella descrizione dei grandi personaggi storici e dei dialoghi immaginari intercorsi tra loro. Non solo Ulisse, Cristoforo Colombo e Che Guevara, anche figure moderne come Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso negli scontri del G8 di Genova, raccontato nel brano Piazza Alimonda. Il suo ultimo album risale al 2022, arrivato dopo i due capitoli di Note di Viaggio, in collaborazione con Mauro Pagani: si tratta di Canzoni da intorto, un disco di cover. Nella sua carriera ha ricevuto 5 targhe Tenco, l’ultima nel 2015 per la sua lunga carriera.

L’attività letteraria e politica di Guccini
Nella sua attività ventennale di scrittore, Guccini ha scritto 26 libri, un lasso di tempo che intercorre dal 1989 con l’esordio con Croniche Epafaniche al 2020, in cui ha pubblicato l’ultima opera con Loriano Macchiavelli dal titolo Che cosa sa Minosse. Tra i maggiori successi c’è sicuramente Canzoni del 2018, ma anche Un disco dei Platters: Romanzo di un maresciallo e una regina del 2021 e Appennino di sangue del 2012. Rivelerà in una delle sue ultime interviste nel 2018, che la lettura è diventata la sua compagna di viaggio: “Le mie giornate le passo leggendo, anzi facendomi leggere perché ho un disturbo agli occhi e non riesco più a leggere, il che per me è gravissimo perché la lettura è uno dei miei impegni quotidiani più assidui, quindi mi manca, poi ascoltando audiolibri, guardando la televisione, scrivendo e anche la sera, parlando con degli amici, andando fuori a mangiare”. E a chi gli chiedesse se avrebbe più scritto canzoni, aveva risposto: “Non mi manca scrivere canzoni, perché scrivo libri, è un altro modo di scrivere, ma è sempre scrittura”. Dal punto di vista politica, è noto il suo impegno e la sua vicinanza alla sinistra, anche se durante la carriera si è definito un anarchico, con un forte matrice liberale. È stato insignito il 26 maggio 2004, per iniziativa del Presidente della Repubblica, allora Carlo Azeglio Ciampi, del titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. (https://www.fanpage.it/)

(Post per Notizie Online a cura di Giuseppe Serrone  e Albana Ruci)

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

Borrelli sui siciliani: «Erano ancora sugli alberi quando nasceva la civiltà». Musumeci lo gela: «Vada in libreria». Schifani indignato

È scontro durissimo tra il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli e il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. A innescare la polemica sono state alcune dichiarazioni rilasciate dal parlamentare ai microfoni di Radio Cusano, durante un intervento dedicato agli sfollati dopo il terremoto ai Campi Flegrei.

«La presenza dei puteolani nei Campi Flegrei è millenaria. Gli antenati di Musumeci stavano ancora sugli alberi a mangiare banane quando là già c’era la civiltà», ha affermato Borrelli.

Parole che hanno provocato l’immediata reazione del ministro. «Prima di fare battute sui siciliani, faccia un salto in libreria», ha scritto Musumeci in un post pubblicato su Instagram.

«Se davvero pensa che in Sicilia nel passato stavamo ancora sugli alberi a mangiare le banane – ha aggiunto – il problema non è la Sicilia, ma il programma di storia che si è perso. La mia isola ha qualche migliaio di anni di civiltà da raccontare. Lui, invece, è riuscito solo a raccontare la sua disarmante ignoranza».

Schifani: «Borrelli chieda scusa ai siciliani»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha definito le parole del deputato «offensive e indegne del confronto istituzionale».

«Deridere un intero popolo con stereotipi banali non è satira, ma un’offesa a milioni di siciliani e alla loro storia – ha dichiarato Schifani –. La Sicilia merita rispetto, non pregiudizi».

Il governatore ha quindi invitato Borrelli a riconoscere l’errore e a presentare le proprie scuse: «Da chi ricopre un incarico pubblico ci si aspetta responsabilità e rispetto, non battute che alimentano divisioni e mortificano la dignità di un’intera comunità».

Gazzetta del Sud

È record di “100 e lode” alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

È record di "100 e lode" alla Maturità, ma i voti non misurano più le competenze

Oltre 14mila studenti hanno meritato la “lode” alla Maturità di quest’anno, quasi il 3% dei diplomati italiani. Si tratta, però, di un certificato di eccellenza sempre più diffuso e meno elitario. Rispetto all’anno scorso sono 266 in più gli scolari ad aver raggiunto il massimo dei voti, ma la tendenza alla lode è di lungo corso: nell’anno scolastico 2006/2007, anno di introduzione della menzione di merito, erano solo 3mila i diplomati ad aver ottenuto il massimo dei voti. Dieci anni dopo, nel 2016, erano 5.133. Nell’ultimo decennio i numeri sono quasi triplicati. È questo il primo risultato dei dati sulla Maturità 2026 pubblicati stamani dal ministero dell’Istruzione e del Merito, che rivelano una concentrazione delle “lodi” al sud Italia.
La prima regione per menzioni speciali è la Campania, che colleziona 3.018 lodi, seguita da Puglia (2.104) e Sicilia (1.928). Dieci anni fa avevano in quelle stesse regioni avevano ottenuto il massimo dei voti rispettivamente 713, 934 e 500 studenti. Più contenuti – ma sempre in costante crescita – i “miglioramenti” degli studenti del Nord: in Lombardia le “lodi” sono passate da 300 a 760 in dieci anni, in Veneto da 276 a 523 e in Emilia-Romagna da 328 a 687. Quasi ovunque sono più che raddoppiate, a fronte però di un calo di competenze pressoché costante a partire dalla pandemia di Covid-19 registrato dai test standardizzati di Invalsi.
In generale, quasi tutti gli studenti ammessi all’esame hanno ottenuto il diploma (99,8%). E pochissimi lo hanno fatto con il minimo dei voti: solo il 4,1% dei maturandi ha preso “60”, contro l’8% di dieci anni fa. La maggior parte – il 56,1% – ha ottenuto un punteggio compreso tra il 61 e l’80. In calo sono i cento senza lode: 5,3% contro il 7,1% dello scorso anno.
Le più grandi differenze tra studenti si muovono lungo due direttrici: l’indirizzo di scuola superiore e la regione di provenienza. I voti più alti si registrano nei licei, mentre le commissioni degli istituti professionali e tecnici tendono a dare punteggi più bassi. Il 4,3% dei liceali ha ottenuto la lode, contro l’1,6% dei tecnici e lo 0,7% dei professionali. A ottenere il minimo dei voti, invece, è il 2,7% degli alunni dei licei contro il 5,8% dei diplomati negli istituti.
Al Sud, poi, le medie tendono a essere ovunque più alte rispetto al Nord. I diplomati con “100” sono il 9,8% dei maturandi in Calabria, l’8% in Sicilia e il 7,9% in Campania. Al contrario, sono il 2,8% in Lombardia, il 3,5% in Veneto e il 3,7% in Piemonte. Agli ottimi risultati dei diplomati del Meridione, però, non corrisponde un progressivo miglioramento delle loro competenze in Italiano e Matematica. A livello territoriale la distribuzione dei voti è inversa rispetto ai risultati delle rilevazioni Invalsi: negli ultimi test standardizzati, infatti, solo il 54% degli alunni del Nord al quinto anno delle superiori ha ottenuto risultati adeguati in Italiano, contro il 47% del Sud. In Matematica il divario è più ampio: 52% al Nord e 45% al Sud. Di anno in anno le differenze si assottigliano, ma sono ancora gli studenti del Settentrione a godere di un vantaggio competitivo rispetto ai colleghi delle regioni meridionali.

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«Serve più acqua, salviamo i raccolti»: l’appello dei Comuni per le risaie

«Serve più acqua, salviamo i raccolti»: l'appello dei Comuni per le risaie

La siccità sta mettendo in ginocchio l’agricoltura di un’ampia area tra le province di Milano e Pavia. E, dato che l’unione fa la forza, venti Comuni – Abbiategrasso, Battuda, Besate, Binasco, Borgarello, Casarile, Casorate, Certosa di Pavia, Gaggiano, Giussago, Lacchiarella, Marcignago, Motta Visconti, Rognano, Rosate, Trovo, Vellezzo Bellini, Vermezzo, Vernate – hanno presentato agli enti competenti una richiesta urgente: che venga garantita alle aziende agricole l’acqua necessaria a portare a termine il ciclo delle coltivazioni e limitare i danni economici. In questa vasta area – che conta circa 126mila abitanti – l’agricoltura e, in particolare, la risicoltura continuano a rappresentare un settore fondamentale. Il riso è ora nella fase della spigatura, uno dei momenti più delicati del ciclo produttivo, ma negli ultimi dieci giorni la disponibilità d’acqua si è drasticamente ridotta e il raccolto rischia di essere compromesso. Il problema è legato soprattutto al livello del lago Maggiore, la cui regolazione determina quanta acqua può essere utilizzata per l’irrigazione attraverso il Ticino.
Secondo Giovanni Nidasio, consigliere del Consorzio Est Ticino Villoresi, presidente del Consorzio Fiume Olona e responsabile di una società che gestisce le acque irrigue provenienti dal Naviglio Grande, il limite attualmente fissato per il livello del lago Maggiore non corrisponde al punto oltre il quale l’acqua non è più utilizzabile. «In realtà – spiega – abbiamo ancora circa 90 centimetri di risorsa idrica a disposizione». Per questo, insieme ai sindaci, chiede di valutare una deroga temporanea che permetta di utilizzare una parte di questa risorsa e salvare i raccolti. Ma l’emergenza di oggi, secondo Nidasio, mette in luce un problema più ampio: le regole con cui viene gestita l’acqua devono essere aggiornate alla luce dei cambiamenti climatici. I sistemi attuali sono stati messi a punto quando si poteva contare maggiormente sulla neve come riserva naturale. «Oggi – chiarisce – la neve si scioglie prima e nei momenti più delicati della stagione agricola non è più disponibile nelle stesse quantità del passato. Servono quindi nuovi studi e nuove regole che tengano conto di una situazione climatica profondamente cambiata. Andrebbe rivisto anche il sistema delle concessioni, comprese quelle per la produzione idroelettrica, soprattutto nei periodi di scarsità, per garantire all’agricoltura una priorità che, del resto, è prevista dalla legge. Ma bisogna intervenire anche sulla gestione dei tempi di distribuzione – prosegue Nidasio – visto che non conta solo quanta acqua viene erogata, ma quando. A maggio, per esempio, ne è stata distribuita molta quando non era ancora necessaria e una parte è stata scaricata. Per evitare sprechi, sarebbe utile coordinare meglio i diversi utilizzatori e introdurre una sorta di “contabilità dell’acqua”, così da conservare la risorsa per quando serve davvero».
Facendosi portavoce delle necessità degli agricoltori, i sindaci di tanti Comuni interessati chiedono quindi alle Prefetture, alla Regione Lombardia, ai Consorzi irrigui, agli enti che regolano le acque e agli organismi tecnici di confrontarsi rapidamente sulla situazione e valutare una deroga straordinaria che consenta alle aziende agricole di completare la produzione e limitare i danni. Per proteggere i raccolti, l’agricoltura e l’economia di un territorio che, senza acqua, rischia di pagare un prezzo molto alto.

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Avvenire

Il capogruppo di FdI alla Camera difende Delmastro accusando il presidente emerito della Repubblica, morto nel 2012, di aver liberato mafiosi. Ma ha distorto i fatti

Oscar Luigi Scalfaro

Avvenire

Nell’ambito della battaglia politica alla Camera sulle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove con il presunto prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, il capogruppo di FdI Galezzo Bignami ha infangato la memoria del presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, morto più di 14 anni fa.
Di fronte a opposizioni che con vigore chiedevano a FdI e Giorgia Meloni di “non citare più Borsellino” alla luce del voto negativo dell’Aula sulla consegna delle chat ai magistrati, Bignami si è lanciato in una ricostruzione storica che mirava a denigrare la figura di Scalfaro durante gli anni degli attentati mafiosi. Bignami cita Scalfaro più volte, in un crescendo di tensioni, dicendo che “fu eletto al Quirinale dalla sinistra” e che poi “liberò 300 mafiosi”. Parole che suscitano la durissima reazione delle opposizioni, con proteste, urla e grida nell’emiciclo. La presidente di turno Anna Ascani ha richiamato più volte all’ordine, invitando lo stesso Bignami a non mancare di rispetto a un presidente emerito della Repubblica. Bignami ha puntato quasi l’intero suo discorso su una contrapposizione tra Borsellino e Scalfaro: “Per noi – dice – fu una sconfitta che il Msi nel maggio del 1992 non riuscì a far eleggere Paolo Borsellino presidente della Repubblica. Lo votò e non venne eletto, e per noi quella è una sconfitta perché se fosse diventato presidente della Repubblica Paolo Borsellino sarebbe qui con noi a combattere le battaglie buone, giuste, a combattere le battaglie per l’Italia. La sinistra fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41 bis”, scandisce Bignami alzando il tono della voce. “Mi permetto di ricordare che Scalfaro, forse ricordo male, fu eletto proprio a seguito delle dimissioni di Cossiga da presidente della Repubblica, per il quale la sinistra chiese l’impeachment: non capisco perché se il Presidente della Repubblica piace a voi allora va bene, se invece non piace a voi si può anche chiedere l’impeachment. Però voglio anche ricordare che quei 300 mafiosi liberati da Oscar Luigi Scalfaro – insiste -, per la battaglia vinta dalla destra italiana furono riportati in galera dall’allora ministro Conso”.
La ricostruzione di Bignami è fantasiosa. Nel novembre del 1993, non vennero liberati 300 mafiosi ma per 334 detenuti non fu prorogato il regime di 41-bis. I detenuti passarono al regime carcerario ordinario, non uscirono di prigione. Ad assumersi la responsabilità di quella scelta, contestualmente e anche successivamente, in sede storica e giudiziaria, fu l’allora Guardasigilli Giovanni Conso, che più volte ha riferito l’assenza di qualsiasi ruolo esterno alle sue competenze. Il presidente della Repubblica non aveva alcun potere sul tema. I magistrati che hanno indagato sulla stagione delle stragi e sulla presunta trattativa considerarono quella mancata proroga come un cedimento, Conso lo giustificò come un tentativo di frenare la strategie delle stragi. Bignami dunque sbaglia non solo sul ruolo e sulla storia di Scalfaro, ma anche sul ruolo di Conso.
Le reazioni sono molteplici. L’attacco a un presidente emerito democristiano, proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica, di cui portava il distintivo, fa emergere accanto all’indignazione dei leader del centrosinistra anche un sentimento quasi di sgomento dei cattolici democratici. In serata arriva una nota di Ernesto Preziosi, già parlamentare e presidente di Argomenti 2000, testimone diretto della stagione di Scalfaro al Quirinale: “Le affermazioni del capogruppo alla Camera di FdI nella loro infondatezza non suonano solo ingiuste nei confronti di un uomo che ha servito con onore le istituzioni, ma rappresentano, ancora una volta, un esempio di cattiva politica propria di chi non ha argomenti”.
Oscar Luigi Scalfaro ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà anche nel cuore della dittatura fascista. Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, ha dato incarichi a 7 governi. Per un mese, prima di salire al Colle, è stato presidente della Camera. La sua elezione al Quirinale avvenne il 25 maggio 1992, pochi giorni dopo la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Era il sedicesimo scrutinio, il clima era cupo. La figura di Scalfaro smosse un tragico stallo e ottenne 672 voti, espressi dai democristiani, dai socialisti, dai socialdemocratici, dai liberali, dai Verdi, dai radicali e da La Rete. La Lega Nord diede 75 voti a Gianfranco Miglio, il Movimento Sociale in quello scrutinio diede 63 voti a Cossiga, mentre Rifondazione comunista diede 50 voti allo scrittore Paolo Volponi. Fu il presidente che attraversò la stagione delle stragi mafiose e di Tangentopoli. Incaricò il primo governo Berlusconi, ma entrò in contrasto con il Cav. quando questi chiedeva, dopo le dimissioni a fine 1994, l’immediato ritorno alle urne. Scalfaro difese il principio della centralità del Parlamento, nacque il governo tecnico di Lamberto Dini.
Da senatore a vita, si è dedicato soprattutto a girare l’Italia, partecipando a numerosi incontri sulla difesa della Carta costituzionale, il no alla guerra e l’impegno dei cattolici in politica. Durante la primavera del 2006 è stato presidente del Comitato “Salviamo la Costituzione” e a capo del Comitato per il No al referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi. La riforma fu bocciata con il 61,3% di voti contrari. Una storia che lo ha reso inviso al centrodestra. Ma Bignami è andato oltre, sfondando il muro del livore e del fango.
Di certo un obiettivo Bignami l’ha raggiunto. Il suo intervento ha distolto l’attenzione dal voto che stava per dare la Camera. Montecitorio doveva decidere se consegnare o meno le chat tra l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia, che sta scontando una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia aggravata dall’agevolazione del clan mafioso Senese. Con la figlia di Caroccia, Miriam, Delmastro era socio di una famosa bisteccheria a Roma. Nell’affare erano coinvolti anche altri esponenti piemontesi di FdI. Alla stipula dell’affare, Miriam Caroccia era 18enne. Per l’affaire-bisteccheria Caroccia padre e la figlia risultano indagati insieme per i reati di riciclaggio e fittizia intestazione di beni. Le chat tra Mauro Caroccia e Delmastro, che non risulta indagato, erano richieste anche dalla difesa dello stesso Caroccia, poiché a parere dei legali rappresenterebbero una prova a discolpa. Ma la Camera ha detto “no”. L’esponente di FdI dal punto di vista politico ha pagato la vicenda con le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia, pretese da Giorgia Meloni dopo la pesante sconfitta al referendum costituzionale. Il contesto della vicenda rende ancora più improprio a strumentale il riferimento a una figura come quella di Oscar Luigi Scalfaro.

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Lo strano caso degli “ometti”: così la montagna perde la strada

Lo strano caso degli “ometti”: così la montagna perde la strada

Avvenire

Le cronache dall’alta quota in estate disegnano una traccia che si può seguire registrando vari livelli di indignazione o quantomeno di inquietudine. Il cambiamento climatico è un assillo perpetuo, e se non è la neve che manca già a luglio sul Cervino, rendendo meno sicura l’ascesa, sono le frane come quella enorme che si è distaccata ieri a quota 3.900 metri dalla parete sud. Ma lo stato della montagna è sempre di più un tema di relazione disarmonica con gli umani. Non bastano i progetti di nuovi mega comprensori sciistici, i bivacchi vandalizzati, i furti dei libri di vetta, i soliti escursionisti in sneakers o infradito, i cani non al guinzaglio (argomento scivolosissimo), o i villeggianti che in un comune della bergamasca si sono lamentati per i campanacci delle mucche al pascolo. Quest’anno si è parlato molto anche del problema degli “ometti” di troppo, ovvero i cumuli di pietre che tanti hanno cominciato a erigere come segno del proprio passaggio, a beneficio di Instagram o altri social. E non è questione da poco.
Va detto che gli esseri umani le pietre le accatastano da sempre, si può risalire al Neolitico, e ovunque nel mondo, soprattutto come segnale di orientamento, utili al viaggio o alla caccia, alla delimitazione di confini, ma anche per ragioni rituali, far memoria di sepolture, onorare una sacralità. Il termine inglese è cairn, dal gaelico carn. In Canada e Groenlandia, dove la desolazione della tundra e dei ghiacci esige punti di riferimento, gli Inuit li chiamano inukshuk. In Mongolia si parla di ovoo, ma sono più luoghi di culto sciamanico che bussole. Chi vuole vedere decine di ometti vicino a noi può salire sull’altopiano dell’Hohe Reisch, a oltre duemila metri, in Alto Adige, e ammirare insieme al panorama a trecentosessanta gradi sulle Dolomiti anche i più di cento Stoanerne Mandln, immaginando danze medievali di streghe e celebrazioni diaboliche varie.
Ma gli ometti di cui si discute oggi qui sono i semplici segnavia di sassi sovrapposti ad arte che si trovano quando il sentiero tra i monti scompare, i bolli di vernice non ci sono, e si deve procedere a vista attraverso ghiaioni, pietraie, prati, valli, altipiani. Utili soprattutto ai pastori di un tempo, oggi servono a guidare più che altro gli escursionisti, a condizione che siano pochi, gli ometti, e collocati alla giusta distanza l’uno dall’altro. Il dramma è la loro proliferazione, figlia dell’iperturismo alpino e del bisogno che tanti manifestano di lasciare sempre tracce di sé. A porre la questione è stato il Cai Alto Adige, che ha equiparato la proliferazione delle pile di pietre all’usanza del lancio di una monetina nella fontana di Trevi. Con la differenza che, rispetto ai cairn eretti a caso, i coins non fanno perdere la strada a nessuno, in caso di nebbia, e nemmeno alterano fragili equilibri naturali.
Infatti, non è soltanto un fatto di sicurezza, con le rocce che se male impilate possono cadere e far male a chi sale, né di orientamento, o estetica della montagna, ambiente già bello in sé quando è selvaggio, cioè senza illuminazioni notturne o maxi-panchine. I sassi in alta quota danno riparo a invertebrati, piccoli organismi, rettili, anfibi, proteggono il suolo dall’erosione, ne mantengono l’umidità. C’è un equilibrio fragile, insomma, una biosfera da tutelare. Ovvio che la montagna sperimenti ben altre azioni impattanti, ma la questione non è se uno o due hikers di passaggio costruiscono un ometto, anche solo per gioco o per piacere, ma se lo fanno tutti. E’ per questo che da tempo, un po’ in tutto il mondo, dai funzionari dei parchi nazionali statunitensi, canadesi, francesi, alla rivista scientifica Human-Wildlife Interactions, che in un articolo ospitato nel 2020 ha definito le “pietre fotogeniche” una minaccia emergente, all’organizzazione Leave No Trace, cui si devono i 7 principi per le attività all’aria aperta, si levano spesso appelli per sensibilizzare gli escursionisti.
La nemesi viaggia anche su Instagram. Accanto al proliferare di hashtag tipo #cairn, #stonecairn o proprio #omettidipietra, si trovano personaggi come l’inglese Stuart Cox, che quando incontra ometti improvvisati nel Peak District del Derbyshire, li distrugge a vigorose pedate. Lo ha fatto di recente anche l’influencer noto come “Un italiano in Islanda”, come si vede in un video tra i tanti post dal paese dei geyser, a testimonianza della globalità del dibattito. Il rischio, come si intuisce, è cadere nell’eccesso opposto, pur senza scomodare l’integralismo trascendentalista di un poeta della natura come John Muir, il padre dei parchi nazionali, che in nome della wilderness incontaminata nello Yosemite non avrebbe fatto passare né le mandrie di bestiame né tantomeno i nativi Miwok. Per questo, allora, è necessario risalire alla fonte.
Ad aiutare nel discernimento è la bibbia degli ometti, Cairns: Messengers in Stoneun saggio uscito nel 2012 a cura di David B. Williams, geologo ed esperto di storia naturale, che insegna a vedere nei cumuli di pietra qualcosa di simile a un messaggio lanciato nello spazio, un “ponte tra generazioni” cui può essere attribuita una dimensione simbolica e comunitaria: una pietra posata sopra un’altra, in sostanza, dice a un viandante del futuro che di qui è passato un essere umano, qui c’è qualcosa da sapere, e soprattutto che “questa direzione conta”. Eccolo, il concetto di fondo: l’ometto tradizionale, eretto con competenza e sapienza, nasce da un bisogno condiviso; quello moderno è solamente un’esigenza individuale di espressione. La differenza, cioè, tra la monetina nella fontana, o il graffito urbano, o l’incisione sul monumento per far sapere che “Max was here”, e il cartello che indica la direzione per chi viaggia veramente. L’io contrapposto al tu e al noi.
Se c’è una moda degli ometti individuali in montagna, va detto, è perché la montagna è diventata di moda. Si fa la coda per ammirare le cime come per entrare in un museo, ma anche per scalare l’Everest, si scatta il selfie davanti alla guardia a cavallo, ci si filma sulle montagne russe. E si fanno cumuli di pietre a caso, archetipo dell’overtourism in alta quota. La moltitudine umana non dovrebbe però spaventare: è la condizione di base per condividere valori, provare a educare. Ad esempio, al fatto che la montagna resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare ancora esperienza del silenzio, e ascoltarne la “sottile voce”, dove il tempo ha un altro ritmo, la natura non è solo uno sfondo, ma interlocutrice e opportunità di relazione, e dove ciò che serve è giusto l’essenziale. Ci sarà pure un motivo se nelle nostre fiabe, da Hansel e Gretel a Pollicino, quando vengono meno i sassolini seminati per ritrovare la via, si arrivi sempre da una strega o un orco cannibali. Lo sappiamo da secoli: importa sì dove si va, ma soprattutto conta il come. E poi si deve trovare la strada per tornare a casa.

Leone XIV ha promulgato la Legge Fondamentale dello Stato. La Pontificia Commissione aperta anche a laici e religiosi, diventa una sorta di Parlamento del piccolo Stato guidato dal Papa

Città del Vaticano, nuova Costituzione per un governo al passo con i tempi

Avvenire

Leone XIV ha firmato oggi la nuova Costituzione dello Stato della Città del Vaticano. Sostituisce quella in vigore e che risaliva al 13 maggio 2023, e parte dalla «necessità di tenere conto di nuove esigenze di governo e di alcune importanti modifiche normative intervenute nel corso degli ultimi anni» spiega in premessa la stessa Legge Fondamentale (come ufficialmente è definita la Costituzione vaticana), che è entrata in vigore già da ieri. Sempre nella premessa la Legge ricorda che questo testo «riafferma la singolare peculiarità e l’autonomia dell’ordinamento giuridico vaticano e il compito del Governatorato, che concorre alla missione propria dello Stato ed è al servizio del Successore di Pietro, a cui direttamente risponde». E proprio sul Governatorato, papa Leone XIV era già intervenuto con una modifica attraverso un Motu proprio lo scorso 19 novembre 2025, nel corso del suo primo anno di pontificato. In quella occasione, modificando le precedenti norme, aveva abrogato l’articolo 8 numero 1, dove si stabiliva che il ruolo di presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano fosse possibile attribuirlo soltanto a un cardinale. Già dal novembre scorso Leone XIV aveva cambiato quella norma stabilendo che la Pontificia Commissione sia «composta da cardinali e da altri membri, tra cui il presidente, nominati dal Sommo Pontefice per un quinquennio». L’introduzione anche di “altri membri” di fatto ha aperto le porte della Commissione anche a laici, laiche, religiosi e religiose. Un passaggio che recepiva in qualche modo la scelta compiuta da papa Francesco il 1 marzo 2025 quando ha nominato suor Raffaella Petrini nuovo presidente della Commissione stessa. Insomma il Motu proprio di Leone XIV trova ora con la nuova Legge Fondamentale un consolidamento e una stabilizzazione della scelta. La Costituzione vaticana ribadisce che tutti i poteri sono nelle mani del Pontefice e anche che «lo Stato e il suo ordinamento sono distinti dalla Curia Romana», che aiuta, invece, il Papa, nella sua missione pastorale. Nelle disposizioni generali viene esplicitato che «le funzione proprie dell’ordinamento statale sono esercitate dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano in conformità alle leggi e alle altre disposizioni normative». Si ribadisce anche che i rapporti con gli Stati e con i soggetti di diritto internazionali nelle relazioni diplomatiche e nella sigla di trattati «la rappresentanza è riservata al Sommo Pontefice, che la esercita mediante la Segreteria di Stato». Il Governatorato, da parte sua, «partecipa alle istituzioni internazionali delle quali la Santa Sede è membro e per conto dello Stato». La Legge Fondamentale stabilisce anche l’attribuzione delle tre funzioni primarie di uno Stato: legislativa, esecutiva e giudiziaria. La funzione legislativa – salvo diversa disposizione del Papa stesso – «è esercitata dalla Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano», che è composta «da cardinali e da altri membri, tra cui il presidente» nominati dal Papa per un quinquennio». Di fatto è una specie di “parlamento vaticano”, anche se tutti i suoi componenti sono di nomina pontificia. I lavori della Commissione sono convocati e presieduti dal presidente e ai lavori, con funzioni consultive, può partecipare anche il segretario generale del Governatorato (nominato dal Papa su indicazione del presidente). La Pontificia Commissione «approva le leggi e le altre disposizioni normative» e per farlo «si avvale della collaborazione dei Consiglieri di Stato, dell’Ufficio giudico del Governatorato o di altri esperti». Ogni legge prima di essere promulgata deve essere sottoposta al Pontefice per il via libera. Tra i compiti anche quello di «deliberare il bilancio preventivo e il consuntivo», improntando il bilancio su «principi di chiarezza, trasparenza e correttezza». Altro organismo previsto dalla Legge Fondamentale nella funzione legislativa è il Collegio dei Consiglieri di Stato, presieduto dal Consigliere generale. Al Collegio, la Commissione può sottoporre una richiesta di parere per un dubbio di diritto «che non richiede una interpretazione autentica», riservata quest’ultima alla Pontificia Commissione stessa. La funzione esecutiva (simile al governo) è affidata al presidente del Governatorato, che presiede anche la Pontificia Commissione. Il presidente «assicura il governo dello Stato, sovrintende alla funzione esecutiva e attuativa delle legge e degli altri atti normativi, impartisce le direttive necessarie per l’organizzazione generale dello Stato, definisce gli indirizzi dell’amministrazione e per la gestione del personale e coordina gli organismi del Governatorato». La funzione giudiziaria prevede per le funzioni giudicanti il Tribunale, la Corte d’appello e la Cassazione, mentre per quelle inquirenti, l’ufficio del Promotore di giustizia. Garantita l’imparzialità del giudice, il diritto alla difesa e il contraddittorio tra le parti». Al Papa resta la facoltà di concedere amnistia, indulto, condono, grazia e commutazione delle pene.

Lo smarrimento dell’intelligenza della Storia

Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo

Avvenire

«Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia». Roy Batty, il replicante di Blade Runner, muore recitando l’elegia della memoria. Vertiginoso paradosso. L’essere artificiale piange ciò che l’essere umano dissipa ogni giorno. Lui, creatura senza infanzia, sa che perdere i ricordi e gli insegnamenti che essi recano in dote, significa morire due volte. Noi, noi umani, che custodiamo ricordi e insegnamenti da millenni, abbiamo, invece, deciso che essi non servono più a nulla. E non insegnano più nulla.
Eppure, non è stato sempre così. Per venti secoli l’Occidente ha ripetuto la massima di Cicerone: la Storia è testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae. Qualcuno la considera – ancora oggi – un’elegante formula retorica. Niente di più falso. In realtà, si tratta di una raffinata tesi epistemologica. E, in qualche misura, finanche di una profonda prospettiva soteriologica (come proveremo a spiegare più avanti). Quella massima racchiude ed esprime, infatti, una verità molto semplice: esiste un ordine intelligibile degli eventi, l’uomo può leggerlo e, leggendolo, può correggersi.
Oggi, invece, la maestra è stata licenziata.
Senza clamore. Senza lacrime. Senza rimpianto.
Reinhart Koselleck aveva diagnosticato questa frattura con precisione disarmante, individuando nella modernità come il punto in cui l’orizzonte di attesa si stacca dallo spazio di esperienza. Prima si attendeva il futuro perché lo si era già intravisto nel passato; poi si è preteso di attendere un futuro che il passato non autorizza; infine, si è deciso di costruire un futuro artificiale, senza l’Uomo e senza Dio. François Hartog ha dato un nome all’esito di questo processo: presentismo. Un presente dilatato, obeso, autosufficiente, che divora insieme sia la memoria che la profezia. Un presente senza passato e senza futuro, poiché senza verità. Un presente senza verità, poiché senza passato e senza futuro. Un presente utilitaristico ed edonistico. Un presente onnipotente.
Ci sentiamo invincibili. Sentiamo di bastare a noi stessi. Dimenticando la lezione della Storia. Quando, nel Trecento, Ibn Khaldun pose le basi di una scienza della storia, lo fece su un’intuizione che, nel corso dei secoli, abbiamo volutamente e colpevolmente deciso di ignorare (spiritualmente ed epistemologicamente): le dinastie e le civiltà potenti non muoiono per una debolezza sopraggiunta, bensì per il loro stesso successo effimero, che le indebolisce dall’interno. La coesione che le ha fatte nascere si dissolve nell’agio che hanno conquistato. Il declino non è l’interruzione della prosperità: ne è il frutto maturo.
Norbert Wiener lo ha tradotto nel linguaggio della macchina. Nessun sistema vivo sopravvive senza retroazione negativa. Quel dispositivo umile e decisivo che contrasta la deviazione, confronta il risultato con lo scopo, misura lo scarto e corregge la rotta. Il timoniere, il termostato, l’organismo, la coscienza. Toglietela e non otterrete la libertà: otterrete la corsa cieca. Il sistema amplificherà sé stesso fino a distruggersi. Non per malvagità. Per struttura.
Ecco, dunque, la diagnosi che nessuno osa formulare: la Storia era la retroazione negativa dell’umanità. L’abbiamo disattivata. E abbiamo consegnato il timone a un meccanismo che conosce soltanto la retroazione positiva: accelerazione, amplificazione, capitalizzazione, crescita illimitata.
Se volessimo estrapolare, tra i tanti, un dato capace di rappresentare efficacemente questa condizione, ce n’è uno particolarmente paradigmatico, sul piano sia quantitativo sia qualitativo.  Secondo Gartner, nel 2026 i data center consumeranno 565 terawattora di elettricità contro i 447 del 2025: un balzo del ventisei per cento in dodici mesi, con i server dedicati all’intelligenza artificiale che passano da 95 a 175 terawattora. L’intelligenza artificiale consuma già più elettricità dell’Italia intera. Google, per acquistare capacità di calcolo, si è impegnata a versare a SpaceX circa 920 milioni di dollari al mese. E il 23 luglio Blackstone ha comunicato che nove dei suoi dieci investimenti più rivalutati sono legati all’intelligenza artificiale, con 1.350 miliardi di dollari di attivi in gestione. È la fotografia della nostra società. Della sua deriva di potenza. Della sua miopia. Dell’incipiente disastro che si intravede all’orizzonte.
All’apparenza è solo software. Invece, cresce come siderurgia. Consuma suolo, acqua, trasformatori, turbine, minerali, paesaggio. E intanto disegna un futuro distopico, senza aver ancora dimostrato la sostenibilità del proprio modello di business. E forse non la dimostrerà mai, a sistema sociale, produttivo ed economico invariato. Nel frattempo, la politica e le policy arrancano nell’incapacità di costruire un avvenire buono e sapiente.
È l’inganno degli inganni del nostro tempo. Uno dei tanti.
Ivan Illich chiamava soglia di controproduttività il punto in cui uno strumento comincia a generare l’opposto del proprio scopo. La medicina che ammala, la scuola che istupidisce, il trasporto che immobilizza. Nicholas Georgescu-Roegen lo aveva dimostrato attraverso la legge dell’entropia: il processo economico non è un circolo, è un imbuto. Una teoria che ignora l’entropia non è audace, è una contabilità falsa. Si accumula informazione alla velocità della luce e si perde comprensione alla stessa velocità. E vale la legge di Goodhart: ogni misura, divenuta obiettivo, cessa di essere una buona misura.
L’inganno della Storia è mascherato anche dalla contabilità. Da metriche che misurano tutto tranne ciò che conta. Simon Kuznets avvertì che il prodotto interno lordo non era una misura del benessere, e nessuno lo ascoltò. Da tassi di sconto che rendono il futuro leggerissimo, quasi nullo, quasi inesistente. Da esternalità che escono dal bilancio e rientrano dalla biosfera. Hartmut Rosa ha descritto questo fenomeno come un’accelerazione sociale che non lascia più il tempo di elaborare l’esperienza, e dunque di trasformarla in sapienza. E l’entropia, ricordava ancora Georgescu-Roegen, trasforma irreversibilmente energia disponibile in energia dissipata, materia ordinata in scarto. Nessun bilancio trimestrale lo registra.
Albert O. Hirschman aveva individuato nella voce – il reclamo, il dissenso, la critica leale – il vero organo di correzione delle istituzioni. Dove la voce è silenziata resta soltanto la fuga. E dopo la fuga il collasso. Eugenio Colorni insegnava che la critica non è un’opinione, è un metodo. Sono precisamente gli organi che il nostro tempo ha atrofizzato. Alla voce abbiamo sostituito la reazione; alla critica, la profilazione; al dissenso, l’algoritmo che ci conferma.
Il piano inclinato verso l’autodistruzione è servito. E, come tutti i piani inclinati riusciti, è camuffato magnificamente da teorie sofisticate quanto sintetiche e manipolatorie, capaci di persuaderci che stiamo attraversando il periodo più luminoso della Storia. Nonostante non manchino le denunce. Joseph Tainter ha mostrato che le società complesse non muoiono soltanto per aggressione esterna, ma anche per i rendimenti marginali decrescenti della loro stessa complessità, che le porta a investire in soluzioni che costano sempre di più e rendono sempre di meno, fino a rendere insostenibile la struttura. Ulrich Beck ha nominato la nostra condizione società del rischio, nella quale i pericoli non provengono dalla natura ostile, ma dalla nostra stessa modernizzazione. Karl Polanyi aveva già descritto il gesto originario: sradicare l’economia dalla società, e poi pretendere che la società si adatti all’economia.
Sembra un film già visto. Il racconto dei nostri giorni non è inedito. Non è casuale che molte antiche cosmogonie narrino di una società morta per troppo sviluppo. O, più esattamente, per troppa superbia. Che genera un falso sviluppo. Uno sviluppo senza l’uomo. Uno sviluppo che asserve l’uomo ma non lo serve. Uno sviluppo che minaccia l’umano ma non lo custodisce. Ma anche questa verità non siamo più in grado di vederla.
Eppure, molte antiche letterature e tradizioni antropologiche (e non solo) ce la raccontano. Esiodo colloca la rovina non all’inizio ma alla fine: dall’età dell’oro a quella del ferro, il perfezionamento tecnico coincide con la regressione morale. Il diluvio di Gilgameš e di Atraḫasīs sommerge civiltà già sviluppate, non comunità ai loro inizi. Il Popol Vuh racconta di uomini di legno, capaci di parlare e moltiplicarsi, cancellati perché privi di memoria e gratitudine. E i sacerdoti di Sais, nel racconto platonico, rivolgono a Solone il rimprovero più temibile che si possa muovere a un popolo colto: voi Greci siete sempre bambini, perché non avete memoria. Erano loro, gli Egizi, a custodire la cronaca delle civiltà scomparse. Erano loro a sapere che Atlantide non affondò per debolezza, ma per delirio di potenza. Il progetto di Babele, fra tutti, non fallisce per arretratezza: fallisce per eccesso di coordinamento e di ambizione verticale. E il diluvio della Genesi non travolge una tribù di primitivi: sommerge una civiltà che aveva riempito la terra di violenza mentre credeva di averla riempita di opere. Il mito è più realista della statistica. Ma noi non lo percepiamo. Nulla più ci scalfisce. Né le evidenze empiriche. Né le evidenze meta-empiriche. La superbia e l’idolatria ci posseggono. E, di solito, la superbia e l’idolatria precedono la caduta definitiva. Sempre. Perché la superbia e l’idolatria sono le sole forme di cecità che si presentano come apparente (e falsa) lucidità. Il denominatore comune di tutte le cosmogonie è teologico prima che sociologico.
È cosa giusta chiedersi, allora: perché? Perché vediamo, viviamo e non comprendiamo? La risposta che ci dona la teologia fondamentale è impietosa: il nostro cuore è indurito. Questa risposta trova fondamento nella lettura delle Sacre Scritture. E rovescia il problema come un guanto. L’indurimento del cuore è il frutto della nostra storia personale. Non ci impedisce di leggere la Storia per distrazione. Ci impedisce di leggerla perché è la Storia stessa che ci ha formati così. Ovvero, stiamo progressivamente diventando strutturalmente incapaci di accogliere la verità.
Tutto ciò non è casuale. Dove la verità è ridotta a preferenza e convenienza, nessuna lezione è più deducibile. Perché nessun errore è più riconoscibile. Siamo, oramai, oltre il relativismo. Siamo ben oltre la post-verità. Siamo nel pieno della società artificiale. Che fabbrica false verità a piacimento. Senza tener conto degli insegnamenti della Storia. Il fallimento non viene appreso: viene sublimato. La catastrofe non diventa esperienza: diventa narrazione. Il passato non istruisce: al massimo intrattiene.
Come abbiamo già detto c’è una figura, nella Sacra Scrittura, che riassume questa deriva e, con essa, ogni superbia della Storia: il Faraone d’Egitto. Possiamo paragonare il cuore indurito dell’uomo contemporaneo al cuore indurito del Faraone d’Egitto. Egli era stato formato in una così grande falsità da pensarsi un dio. Non solo. Da pensarsi il dio più grande di tutta la terra. Ogni altro dio era inferiore a lui, dal momento che ogni altro popolo era inferiore al suo popolo e ogni esercito era inferiore al suo esercito.
Quando il vero Dio, il solo vero Dio, iniziò a manifestarsi come il solo Signore – non solo degli uomini, ma della creazione intera – il Faraone rimase irrimediabilmente schiavo della propria falsità. Concesse, sì, ma a metà: il Dio degli Ebrei potrà anche governare la creazione, ma il suo popolo è pur sempre fatto di uomini, e sugli uomini il potere è suo.
È esattamente il patto che il nostro tempo ha sottoscritto. Al Cielo lasciamo volentieri le grandi cause simboliche e spirituali. Ma sull’uomo e su tutto ciò che è sensibile – sul suo inizio e sulla sua fine, sul suo corpo, sui suoi dati, sul suo lavoro, sul suo desiderio – il potere resta nostro. Come se le due dimensioni fossero scindibili l’una dall’altra.
Continuiamo a ingannarci e a illuderci. Ma la Storia continua a ricordarci la verità. Una verità che non sappiamo riconoscere, però. Perché il nostro cuore è indurito, abbiamo già detto. È indurito il cuore dell’Umanità. È indurito il cuore della Cristianità (che dell’umanità dovrebbe essere sale e lievito). È già successo. Vengono in mente i discepoli: avevano visto i pani moltiplicarsi poche ore prima; poi, nella notte, sul lago in tempesta, vedono Gesù camminare sull’acqua e lo credono un fantasma. Il Vangelo non attenua: «non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito». Il segno c’era stato. Ma non fu riconosciuto. A questo proposito c’è un contrappunto che quasi nessuno nota mai. Appena sbarcati a Gennèsaret, «la gente subito lo riconobbe». Come a dire: i discepoli, che avevano visto tutto, non capiscono; la folla dei sofferenti, che non aveva visto nulla, riconosce all’istante. La differenza sta nel cuore. Lo conferma anche l’Apostolo Paolo, riferendosi ai suoi: «ma le loro menti furono indurite». Il velo resta sempre steso sul cuore, e cade solo quando avviene la conversione al Signore, perché «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà».
Nonostante il Signore aggiunga segni a segni, il popolo non si converte. Il suo cuore rimane indurito. Vale per l’Egitto delle dieci piaghe, per i discepoli della barca, per l’Occidente delle crisi finanziarie, delle pandemie, delle guerre riaccese, delle disuguaglianze scandalose, del clima impazzito. Vale per tutti noi. Anche il nostro cuore è indurito. E questa durezza è fonte di morte. La vera morte della Storia. L’Apocalisse attesta che, nonostante il Signore dia all’uomo ogni segno della sua Signoria, l’uomo giunge perfino “ad adorare la bestia”. Eppure, anche oggi, in tutto il mondo, l’Onnipotente non smette di rivelare a ogni uomo che solo Lui, il Dio Creatore, è il Signore della creazione. Ma una falsità divenuta struttura non si smonta dialetticamente. Si smonta solo con la conversione del cuore.
Allora la domanda non è più politica, né economica, né tecnologica. La domanda è spirituale. È detto: «toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Dal cuore di pietra al cuore di carne si passa solo per opera dello Spirito. Spetta ai veri profeti annunciare questa verità. Se questa verità non viene annunciata, l’opera dello Spirito Santo non potrà essere riconosciuta e accolta.
Poiché, come ci ricorda San Paolo, la porta non è chiusa: vi sarà un tempo nel quale, per purissima grazia di Dio, anche i cuori più induriti torneranno a essere popolo del Signore. Non però senza Cristo: in Cristo, con Cristo, per Cristo. È la sola profezia che ci sia consentito pronunciare sul futuro. E non riguarda le macchine: riguarda i cuori.
È qui che l’innovazione armonica smette di essere una teoria e diventa una missione. La speranza è, infatti, una sola: che il santo rimanga santo e si santifichi ancora,  affinché, per la sua santità, lo Spirito Santo possa trasformare altri cuori induriti in cuori di carne. Solo questa è la via che si può percorrere. Non è poco: è tutto.
Ogni buon Armonauta lo sa. Sa che tutto è dall’ascolto. Sa che nell’ascolto è la benedizione. E nella benedizione è la grazia. La grazia che fa nascere (ogni giorno) l’Uomo nuovo. Dall’Uomo di pietra all’Uomo di carne. E poi, ancora, dall’Uomo di carne all’Uomo nello Spirito. L’Uomo vero. Se non si passa per la grazia si passerà necessariamente per la sofferenza della Storia. È legge inderogabile. Non sprechiamola, allora, la Storia. Ascoltiamola. È l’ultimo strumento attraverso il quale Dio, con infinita misericordia, ci parla e ci cerca. Per salvarci. Per renderci parte della gloria eterna.

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I giovani ebrei italiani, il coro dei naziskin: cosa è successo a Sofia

I giovani ebrei italiani, il coro dei naziskin: cosa è successo a Sofia

Avvenire

Al loro arrivo a Sofia, per l’ultima tappa del “camp” estivo in Bulgaria, si sarebbero aspettati ben altro tipo di benvenuto. Invece il gruppo di giovani ebrei italiani, in gran parte appartenenti alla comunità di Roma, ha sentito salire fino alle finestre dell’hotel l’urlo “Siegh Heil”, famigerato saluto nazista. È bastato guardare in basso (in tutti i sensi) per scorgere un pugno di energumeni vestiti di nero, naziskin bulgari che si sono sentiti in obbligo di portare il loro oltraggio agli ospiti. La polizia è intervenuta ma ci sono stati momenti di tensione, anche perché gli uomini neri hanno cercato di entrare con la forza. Dissuasi dagli agenti, sono però tornati poco dopo, bloccando per diversi minuti l’ingresso dell’hotel. Facile immaginare la paura degli adolescenti, costretti a rimanere nelle loro stanze per evitare guai peggiori. La scena, risalente al 2 agosto, è stata immortalata in un video diffuso sui social dalla Comunità ebraica di Roma. «I nostri figli non sono liberi di viaggiare in Europa senza essere esposti alla violenza e all’aggressione verbale degli antisemiti», è stata la durissima reazione di Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica romana, che ha bollato l’episodio come «ignobile provocazione».
L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane esprime «solidarietà ai giovani ebrei italiani per l’episodio di minacce antisemite – che secondo le prime ricostruzioni dei fatti – è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bene Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante». L’Ucei conclude promettendo filo da torcere: «Da parte nostra metteremo in atto tutte le possibili azioni affinché la vita ebraica in tutte le sue manifestazioni possa continuare a svolgersi in sicurezza e tranquillità per gli ebrei italiani ed europei».
Solidarietà e vicinanza sono state espresse alla comunità ebraica, in particolare a quella di Roma, dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, ha riferito che Zuppi ha telefonato a Livia Ottolenghi, presidente dell’Ucei, e a Rav Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma. «Il Presidente della Cei – ha riferito Corrado – ha voluto manifestare la prossimità della Chiesa italiana ai ragazzi, ai loro familiari e alle loro comunità, ribadendo la ferma condanna di ogni atto di antisemitismo. Non si possono liquidare tali episodi come goliardate o azioni inconsapevoli: l’odio non è mai innocuo e non si può mai accettare. Quanto accaduto ci sprona ancora una volta a contrastare la violenza, anche verbale: è necessario, oggi più che mai, disarmare le parole e purificare il linguaggio».
L’episodio solleva interrogativi inquietanti: come facevano i naziskin a sapere della presenza del gruppo di adolescenti? Un mistero che sarà bene chiarire, e anche in fretta. «L’aggressione neonazista a un gruppo di giovani italiani a Sofia riempie di sdegno e di preoccupazione. Cresce in Europa il riproporsi della violenza e dell’intolleranza antisemita. Tutta la nostra solidarietà alle Comunità Ebraiche di Roma e di tutto il Paese» fa sapere il Pd per voce dei deputati Andrea De Maria e Virginio Merola. Netta anche la presa di posizione del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. «Immaginare dei ragazzi costretti a provare paura durante un viaggio, soltanto perché ebrei, suscita dolore e indignazione. Le minacce, i saluti nazisti e le grida che richiamano una delle pagine più buie della storia europea rappresentano un’offesa alla memoria, alla dignità umana e ai valori sui quali è stata costruita la nostra Europa. Di fronte al riemergere dell’antisemitismo non sono ammesse ambiguità o silenzi: le istituzioni e la società civile devono reagire con fermezza, proteggendo soprattutto le nuove generazioni dal veleno dell’odio».
L’indignazione è unanime. Ignazio La Russa, presidente del Senato, manifesta «profondo sdegno», mentre Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, parla di «episodio gravissimo e inaccettabile. L’antisemitismo, i richiami al nazismo e ogni forma di odio razziale non possono trovare alcuno spazio in Europa. Mi auguro che le autorità bulgare individuino rapidamente i responsabili e li assicurino alla giustizia». Anche Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva – Casa Riformista, esprime la sua vicinanza ai ragazzi, aggiungendo però che «la solidarietà non basta. Chiediamo alla Farnesina di attivarsi immediatamente con le autorità bulgare per garantire la sicurezza dei nostri connazionali e ottenere risposte chiare». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani non si è fatto pregare: «Condanno questo ennesimo episodio di antisemitismo, un germe che va combattuto, una forma di odio e discriminazione che va estirpata».

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La svolta comunicativa di Papa Leone XIV e il ruolo di Alvarado: verso un realismo pastorale trasparente che valorizzi i sacerdoti sposati

Giovane e conservatrice: la mossa Alvarado, prima Prefetta laica. Così Papa  Leone rivoluziona la comunicazione | Corriere.it

L’approfondita analisi pubblicata da Silere non possum sulla riorganizzazione della comunicazione vaticana sotto la guida di Papa Leone XIV e del nuovo assetto affidato al Direttore della Sala Stampa e dei Media vaticani evidenzia un cambio di passo decisivo: superare la propaganda e le narrazioni patinate per restituire alla Chiesa un linguaggio di rigore, verità istituzionale e concretezza pastorale. Una comunicazione che non nasconde le complessità, ma le affronta con chiarezza e trasparenza di fronte al Popolo di Dio.

Questo nuovo corso comunicativo ed ecclesiale tocca da vicino una delle realtà più urgenti per la vita concreta delle parrocchie: la gestione della crisi delle vocazioni e il superamento dei tabù legati al ministero presbiterale.

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