Dice no a vita da suora davanti al Taberbacolo. Una nuova vita dopo 30 anni in convento: l’ex suora trova l’amore a 63 anni

Una nuova vita dopo 30 anni in convento: l'ex suora trova l’amore a 63 anni

notizie.it

Dopo quasi trent’anni in convento, Stella ha lasciato la vita religiosa a 51 anni per ricominciare da zero. Oggi, a 63 anni, l’ex suora brasiliana racconta la sua rinascita e l’amore trovato accanto a Francesco, conosciuto anni prima e ritrovato dopo la morte della moglie.

La scelta di lasciare il convento dopo quasi 30 anni: la storia dell’ex suora

Dal Brasile all’Italia, dalla vita religiosa a un nuovo percorso personale. Stella, oggi 63enne, è entrata in convento a 22 anni, spinta da una profonda vocazione, nonostante immaginasse per sé un futuro diverso: “Volevo avere un’impresa edile, costruire case, fare qualcosa di concreto“, ha raccontato a Vanity Fair.

Trasferitasi in Italia nel 1987, ha attraversato un periodo di spaesamento prima di prendere i voti.Con il tempo, però, il suo carattere si è scontrato con la disciplina monastica: cantava mentre apparecchiava, giocava con i bambini e non attribuiva importanza a formalità come tenere le maniche abbassate. Il desiderio di vivere la fede in modo più spontaneo è diventato sempre più forte. “La mia spiritualità, invece, era libera. Desiderava l’Oltre, l’ovunque“, ha spiegato.

Nel 2014, a 51 anni, ha maturato la decisione di andarsene, pur tra dubbi e pressioni della madre superiora.

Il momento decisivo è arrivato durante una preghiera davanti al tabernacolo, quando racconta di aver sentito per tre volte la parola “No”. Cinque mesi dopo ha lasciato il convento, senza una casa, un lavoro o un progetto già definito, ma con la sensazione di poter finalmente ricominciare. Nel 2015 ha trovato un impiego come responsabile dell’accoglienza in un albergo di montagna, dove il contatto con la natura l’ha aiutata a ricostruire la propria autonomia.A 51 anni lascia il convento, a 63 trova l’amore: la nuova vita dell’ex suora
Nel nuovo capitolo della sua vita è tornato Francesco, un uomo che Stella aveva conosciuto nel 2012, quando lui, allora sposato, svolgeva alcuni lavori di manutenzione nel convento. Dodici anni più tardi, rimasto vedovo, Francesco l’ha raggiunta in montagna e ha trovato in lei un sostegno per affrontare il lutto. Da quella vicinanza è nato gradualmente un sentimento: lei aveva 63 anni, lui 68. Prima di iniziare la relazione, Stella ha voluto chiarire quanto fosse importante conservare l’indipendenza conquistata: “Non voglio una persona che possa portarmi via il mio benessere“. Cercava qualcuno che le camminasse accanto, senza condizionamenti, e proprio il rispetto reciproco le ha permesso di fidarsi.
Oggi descrive il loro legame come una presenza concreta, fatta di dialogo, affinità e condivisione del presente, senza rinunciare alla propria identità. “Per me l’amore è un abbraccio eterno che ti dice che sei a casa. E pace“, ha raccontato, aggiungendo di sentire Francesco come l’anima che stava aspettando. Il senso del suo percorso, dalla scelta religiosa alla nuova relazione, è racchiuso nelle sue parole: “L’amore, alla fine, non è trovare qualcuno che ti completa, ma qualcuno con cui puoi continuare a essere intera“.

La Chiesa e il cinema, sguardi sull’umano

La Chiesa e il cinema, sguardi sull’umano: i media Cei insieme al Lido

Avvenire

C’è un momento, al cinema, in cui si spengono le luci e comincia uno sguardo. È forse qui il punto più profondo d’incontro fra cinema e Chiesa: nella capacità di raccontare l’uomo, le sue domande, le sue fragilità e la sua speranza. Al Lido di Venezia, ieri, questo incontro ha preso forma in una giornata eccezionale, la prima che ha riunito insieme i media della Chiesa italiana e il mondo del cinema, promossa dalla Fondazione Ente dello spettacolo all’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, nel cuore della Mostra del Cinema.
Sul palco i responsabili dei media della Conferenza episcopale italiana, fra cui il direttore di Avvenire Marco Girardo e il direttore di Tv2000, Radio InBlu e Play2000 Vincenzo Morgante, di fronte ad una rappresentanza dei lettori di Avvenire e di Cinematografo. Un confronto aperto, moderato dal giornalista Federico Pontiggia, su come la Chiesa racconta il cinema, culminato nell’incontro con il regista Giovanni Veronesi e con gli interpreti del film che oggi chiuderà l’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Dio ride, Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando.
A dare il tono alla giornata è stato il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi. «L’occhio della Fondazione Ente dello spettacolo è quello di chi vuole ammirare, stimare, l’uomo. Per noi la comunicazione è fondamentale. Dio nella fede cristiana comunica. È un trasmettere, comunicare, ciò che interessa e ama, ma anche ciò che provoca sdegno oppure orrore. Viviamo un mondo carico di tensione, ma anche attraversato da tanto bene. Amiamo il cinema, perché è come un poeta che porta una luce».
Una luce che illumina anche il saluto del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Un grazie alla Chiesa italiana per essere sempre con noi nell’attestare un percorso di bellezza dove la verità incontra il coraggio. Dove l’informazione latita, si trincera tra censura o autocensura, la Chiesa italiana ha saputo dimostrare la necessità dell’incontro e del dialogo». Sulla stessa linea la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ha rivendicato l’importanza del percorso a fianco dell’Ente dello Spettacolo per i giovani e per le Sale della Comunità.
È proprio il dialogo la parola chiave indicata da monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo e direttore della rivista Cinematografo pronta a festeggiare il centenario nel 2028. «Dobbiamo raccontare il cinema – ha indicato monsignor Milani -, ma soprattutto fornire spazi di dialogo e confronto. Cerchiamo con i fatti di essere Chiesa nel cinema, perché vogliamo offrire questa possibilità alla comunità»
È in questo spazio che si inserisce naturalmente il lavoro di Avvenire come spiega Marco Girardo, direttore del quotidiano: «Ogni film comincia scegliendo cosa far entrare nell’inquadratura. Ed è esattamente quello che fa un giornale. Ed è qui che si incontrano il cinema e Avvenire». Scegliere cosa guardare significa assumersi la responsabilità di uno sguardo. «Sentiamo la necessità – ha aggiunto Girardo – di allargare lo sguardo, anche su ciò che ci interpella o disturba, ci vogliono coraggio e serietà. E in un’industria culturale che può produrre omologazione, il buon cinema interrompe l’automatismo, ci insegna nuovamente a vedere; e questo è quanto fa anche il nostro quotidiano». Un compito condiviso da Vincenzo Morgante, alla guida di Tv2000, Play2000 e Radio InBlu: «Il cinema mette insieme coraggio, bellezza e verità. Ed è quello che guida anche Tv2000. Noi siamo impegnati anche nel racconto, nella trasmissione e nella fattura. Tra i nostri volti il giornalista Fabio Falzone e il suo programma Effetto notte. Tv2000 ha una library di 170 titoli e organizziamo prime serate con scelte fatte con cura. Inoltre, sulla piattaforma Play2000 quest’anno proporremo 70 cortometraggi e i lavori realizzati dalla nostra Factory».
Per Amerigo Vecchiarelli, direttore dell’Agenzia Sir, «il cinema è uno spazio nel quale la società si incontra, si interroga, si racconta. Guardare il cinema è guardare l’uomo nelle sue inquietudini. Il Sir cerca di raccontare gli eventi con responsabilità e spirito critico». Dal territorio arriva invece lo sguardo di Mauro Ungaro, presidente Fisc: «Grazie alle nostre 190 testate diocesane abbiamo fatto una fotografia di quanto il cinema è presente: il film diventa sempre più l’occasione per approfondire tematiche che legano globale-locale». Anche la comunicazione istituzionale può diventare racconto cinematografico, ha aggiunto Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio promozione sostegno economico (8xmille): «Abbiamo compreso che il sostegno alla Chiesa si racconta e rendiconta. Non desideriamo, come Chiesa, raccontare solo il bisogno ma la risposta a un bisogno».
Ed è stato proprio il cinema a rispondere direttamente alle domande dei direttori dei media Cei, rivolte a Giovanni Veronesi e al cast di Dio ride, dal 29 ottobre nelle sale con PiperFilm. Il film racconta la storia, ambientata nel Seicento, di fra Leopoldo da Casamacchia, (Pierfrancesco Favino), frate anticonformista che annuncia il Vangelo con gioia e con il sorriso, e del cardinale inquisitore Maculani (Silvio Orlando), chiamato a indagare sul sospetto di eresia. «Invece di fare un film comico, per far ridere, ho fatto un film drammatico sulla comicità, perché per me la comicità è una cosa seria. E siccome è una cosa seria, ho pensato che anche Dio la potesse prendere seriamente». Veronesi ha raccontato di essere stato colpito da una citazione di papa Francesco che lo ha guidato nel film: “Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo”. «Mi sembrava un modo per avvicinarsi a Dio, in punta di piedi. Sono riuscito a credere in Dio per due anni. Che non è poco, credetemi. E mi sono stato bene. Poi sono uscito da questo mondo e mi ritrovo un po’ solo, ecco». Per Favino il ruolo di frate Leopoldo «mi ha fatto ricordare di me, mi ha messo nuovi dubbi e nuove domande. Il mestiere dell’attore ha a che fare col mistero». Silvio Orlando porta in scena un cardinale immerso «in una Chiesa che nel ’600 era molto debole e il potere quando è debole diventa moto feroce, ma lui intuisce che quella strada non porta da nessuna parte: l’incontro col frate lo cambierà tanto che diventerà parte del percorso della Chiesa che verrà».

© RIPRODUZIONE RISERVATA