Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Una notte per pensare al fallimento sulla legge elettorale. Per interrogarsi sul terremoto politico che scuote la maggioranza. Per mettere a fuoco una strategia senza escludere più nulla. Nemmeno una crisi di governo che per ora non è all’ordine del giorno. Giorgia Meloni non minimizza. Sa che il no all’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze è anche una sua sconfitta. Sa che quella bocciatura è anche una sua bocciatura.  Sente i leader dei partiti alleati. Ragiona su se e come andare avanti. Ripete poche parole con un tono stranamente pacato: l’Italia non merita un governo che non governi e io non ho nessuna intenzione di farmi logorare. Ce l’ha con i “franchi tiratori”. Ce l’ha con il “partito del pareggio”. Ce l’ha con chi mette le proprie convenienze davanti a quello che serve all’Italia. Crisi? Voto anticipato magari già a settembre? Elly Schlein non ha esitazioni: «Noi saremo pronti in qualunque momento, perché la vera notizia di ieri che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull’idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte tra le opposizioni». La leader del Pd attacca decisa. «Ieri la fotografia chiara al Paese è stata al contrario, c’è stata una maggioranza divisa: è bastata la prima prova di un voto segreto, mentre tutte le opposizioni hanno agito unitariamente… Serve un’alternativa al Paese, perché dopo 4 anni di questo governo, qui ci troviamo con un’Italia che ha la crescita a zero, abbiamo purtroppo i salari tra i più bassi d’Europa, abbiamo le bollette dell’energia che sono invece le più care d’Europa e hanno portato le tasse, la pressione fiscale al record degli ultimi 12 anni…». Le opposizioni caricano a testa bassa. È un coro.

Fratoianni, segretario di Sinistra italiana: «Meloni ha di fatto posto la fiducia. Ed è stata sfiduciata. Ne deve prendere atto. Non ha più una maggioranza, e il messaggio politico è molto chiaro: andate a casa». Conte, leader del Movimento 5 stelle: «Se Meloni ha senso dell’onore e della dignità dovrebbe andarsene… Sono quattro anni che lavoriamo con le altre forze di opposizioni e siamo assolutamente pronti ad andare a votare. Siamo realmente pronti, non come diceva Meloni nel 2022». Crisi? Voto? Una cosa è certa: prima del voto Meloni aveva avvertito gli alleati: se la maggioranza va sotto nel voto a scrutinio segreto sulle preferenze sarebbe stata pronta a recarsi al Quirinale. Se si trattava di una forma estrema di moral suasion a restare compatti, non è andata a segno. Se invece rispecchiava le reali intenzioni della premier, lo si capirà presto. Ora, di certo la sua ira è a livelli di guardia. Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto in questo frangente ad alta tensione. Anche elezioni anticipate o quanto meno un chiarimento in Parlamento. Per Meloni è una fase in cui serve una «attenta riflessione». Certo per ora non c’è il grande strappo. Prevale la «responsabilità di governare il Paese». E anche sulla legge elettorale si va avanti.

Avvenire

Tra guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, preferiamo interlocutori che confermino la nostra versione del mondo. E se provassimo, invece, a convivere con la distanza e l’alterità?

Se il dissenso è un esercizio di tolleranza

Not in my backyard. È la logica per cui le battaglie che siamo disponibili a sostenere sul piano dei principi diventano molto meno attraenti quando entrano nel nostro spazio d’azione, nel nostro giardino. Stuart Hall, teorico dei Cultural Studies all’Università di Birmingham, definiva questa dinamica una “posizione negoziata”. Negli anni Settanta, in Gran Bretagna alla vigilia del tatcherismo, Hall – attingendo a Gramsci e alla riflessione postcoloniale – ha restituito dignità accademica alle culture popolari smontando l’idea della comunicazione mediatica come un processo lineare, in cui un significato passa semplicemente da un mittente a un destinatario. Non c’è niente di semplice in questo passaggio.

Al centro di questa riflessione c’è la categoria di agency che rende l’azione sociale di ogni individuo unica e originale. In quest’ottica, anche l’interpretazione dei messaggi avviene in modo originale a partire dalla propria storia sociale, culturale e di genere. Secondo Hall, la posizione negoziata descrive quel momento in cui condividiamo un principio generale, salvo opporci quando tocca direttamente la nostra vita, il nostro giardino: not in my backyard. Nello specifico, Hall porta l’esempio di come per molte persone in Gran Bretagna fosse possibile comprendere e accettare le politiche restrittive dei salari come misura per contenere l’inflazione e, contemporaneamente, mobilitarsi contro la stessa misura quando riguardava la propria categoria.
Tutto questo per arrivare alle contraddizioni del dibattito pubblico sull’uso dell’Intelligenza artificiale. Continuano ad affascinarmi le dinamiche proiettive che investono l’AI. Già Bruno Latour, e molte/i studiose/i che ne hanno raccolto l’eredità, hanno reso più porosa la separazione tra umano e tecnologico, parlando di reti di associazione che rendono difficile pensare l’uno senza l’altra. È ingenuo immaginare che l’Intelligenza artificiale sia semplicemente il prodotto del pensiero umano, perché l’umano stesso si è evoluto per millenni attraverso l’interazione con le tecnologie.
Colpisce, però, l’uso massiccio che facciamo di certe forme di AI come ChatGPT per mettere ordine nella complessità delle relazioni umane. Rivista Studio ha riportato una ricerca pubblicata da Futurism secondo cui, in un campione di coppie divorziate intervistate, il ricorso a ChatGPT tendeva soprattutto a confermare la visione dell’utente che lo interrogava. Come riporta l’articolo, «i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno una propensione all’adulazione, tendendo a rimanere accondiscendenti e ossequiosi nei confronti dell’utente, indipendentemente dal fatto che quello che l’utente inserisce sia accurato o reale».

In un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, il dissenso è diventato così faticoso da farci preferire interlocutori che confermino la nostra versione del mondo, come uno specchio che ci restituisce un’immagine rassicurante di noi stessi. Ma uno specchio non è un interlocutore, e un algoritmo che ci conferma non ci rende più lucidi. Se Hall aveva ragione, i significati si costruiscono sempre nella negoziazione e, nelle nostre comunicazioni, c’è sempre uno scarto di incomprensione e di opaco che va tollerato. Cosa intendeva dire DAVVERO con quella frase? Fino in fondo, non lo sapremo mai. Quel che è certo è che ChatGPT lo potrà sapere meno di noi.
Il dissenso che tanto ci fa paura è un esercizio di tolleranza, di sospensione del giudizio, di accettazione dell’alterità. Invece è molto difficile di questi tempi accettare questa distanza, lo è tra Stati, tra genitori e figli, tra amici e compagni. La tua differenza interroga la mia identità, se tu sei diverso, chi ha ragione? Tutti e nessuno. Per questo è utile oggi più che mai non dimenticarsi di insegnare a tollerare il dissenso: tra di noi, con noi stessi e nelle piazze.

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Avvenire

Il 14 aprile 2027 scatta il vitalizio dei parlamentari: ecco perché il voto anticipato è improbabile

Legge elettorale: che succede con e senza preferenze_AQ

La Stampa

Si apre una fase di incertezza per la maggioranza, con la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera, per un solo voto. All’orizzonte si prefigurano diversi scenari, tra cui la correzione del testo al Senato, ma resta irrisolto un nodo che è una nube grigia, ovvero l’ipotesi elezioni anticipate.

Conto alla rovescia e l’ipotesi elezioni in autunno
Si è di fatto avviato un conto alla rovescia che potrebbe portare a elezioni in autunno. Se la scadenza naturale è il 13 ottobre 2027, le prossime elezioni politiche dovrebbero svolgersi l’autunno dell’anno prossimo, ma l’accelerazione sulla legge elettorale potrebbe fornire al governo l’opportunità del voto anticipato, cosa che porterebbe al rischio per molti parlamentari di perdere il diritto al vitalizio.

Cosa prevede la legge? I parlamentari ottengono il diritto alla pensione se sono rimasti in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno. Tornando alla data del 13 ottobre 2022, il calcolo ha poco margine di errore: i parlamentari di prima nomina devono rimanere in carica fino al 14 aprile 2027. E quindi, calendario alla mano, le elezioni anticipate dovrebbero tenersi non prima di domenica 4 aprile 2027 per salvare il diritto alle pensioni dei neoparlamentari.
Ma di che quota parliamo? Del 43,8%, ovvero 265 parlamentari su 605. E il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, ha la fetta più grossa, il 66,1% (quasi due parlamentari su tre). Poi c’è Fi (34,7%) e Lega (23,3%). All’opposizione troviamo Pd (38,1%), il Movimento 5S (39,2%) e Avs (50%).

L’iter della legge elettorale non si arresta
L’iter del provvedimento non si arresta: il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha annunciato dai banchi che sulla legge elettorale si va avanti. Tira tuttavia l’aria del «passo falso»: la reintroduzione delle preferenze era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra e un cavallo di battaglia storico della premier, perseguito anche a costo di un lungo confronto con gli alleati. L’esito di oggi si somma a quello del referendum sulla separazione delle carriere.

L’incognita elezioni Comunali 2027
Nella prossima primavera si voterà in città simbolo anche dal punto di vista del peso politico, ovvero Roma, Milano, Napoli e Torino. Città dove il centrosinistra è forte. La legge prevede il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno e in caso di voto anticipato, il governo rischia di perdere voti proprio per un eventuale effetto traino del voto delle comunali.

Due assist di Messi e il gol di Lautaro al 92′: l’Argentina ribalta l’Inghilterra e vola in finale con la Spagna!

Argentina's forward #22 Lautaro Martinez (C) scores his team's second goal past England's defender #05 John Stones (L) and England's defender #02 Ezri Konsa during the 2026 World Cup football tournament semi-final match between England and Argentina at the Atlanta Stadium in Atlanta on July 15, 2026.  (Photo by Paul ELLIS / AFP)

Gazzetta

Al Mercedes-Benz Stadium inglesi avanti con Gordon dopo 10′ della ripresa. Poi la squadra di Tuchel arretra e il fuoriclasse argentino ispira le due reti che portano l’Albiceleste alla sfida con la Spagna. Finisce 1-2 come 40 anni fa a Città del Messico

Ancora loro. Quelli dell’asado e della canzone propiziatoria. Sempre loro. Quelli dei nervi e del carattere, oltre all’immensa qualità. Quelli illuminati dalla grazia di Leo Messi e dalla determinazione di Lautaro Martinez. Il Toro decisivo, al minuto 92. Mai rassegnato al ruolo di riserva, capace adesso di prendersi tutta la gloria che merita chi risolve una semifinale mondiale in questo modo. Con un colpo di testa potente, su cross di Messi. Con il suo senso del gol, in mezzo ai giganti inglesi. Contro la Svizzera l’interista aveva sigillato il 3-1, stavolta invece prende l’abbraccio di tutta l’Argentina, nazionale e nazione. Lautaro carica tutti sull’aereo in direzione New York. L’ultima di Leo al Mondiale si terrà sul palcoscenico più illuminato, al quale miliardi di spettatori guarderanno domenica nel New Jersey.

Europei U18, dove vederli in tv e in streaming

Il meglio dell’atletica giovanile europea arriva a Rieti e l’Italia sogna con i suoi astri nascenti. Ecco dove seguire tutte le gare in streaming

Se vuoi un ricco antipasto di ciò che ti aspetta a Birmingham dal 10 agosto con gli Europei Assoluti, non potrai perdere gli Europei U18 di Rieti. Lo stadio Guidobaldi, da giovedì 16 luglio a domenica 19 luglio, sarà teatro di sfide roventi (anche a causa del clima estivo) tra i migliori astri nascenti dell’atletica del continente, in gara per i titoli di principi e principesse d’Europa.

Europei U18, la programmazione tv
Nell’anno dei Giochi Olimpici Giovanili di Dakar (in programma dal 31 ottobre al 13 novembre), i migliori prospetti azzurri si presenteranno con ottime speranze di medaglia. Tra i 75 atleti spiccano le frecce Kelly Doualla e Alessia Succo, ma anche tanti altri campioni di oggi e di domani sono pr0nti a sfidarsi per l’oro. Se non sarai lì per seguire fisicamente tutte le gare, tranquillo, ecco dove puoi seguire tutto l’appuntamento in streaming e in televisione.

L’inizio degli Europei under 18 è fissato per giovedì 16 luglio quando partirà il ricchissimo programma di gare, mentre gli ultimi verdetti arriveranno domenica 19. Potrai seguire le giornate di gara in diretta tv RaiSport: giovedì 16 luglio dalle 15.55 alle 20.10; venerdì 17 dalle 16 alle 20.40; sabato 18 luglio dalle 17 alle 20.40; domenica 19 luglio dalle 15.55 alle 19.40. Tutte le sessioni saranno in streaming su Eurovisionsport.com, con commento inglese.

Runner’s World Italia

In India ogni giorno vengono denunciati 80 stupri di bambine: la piaga del patriarcato che non guarisce mai

Una delle innumerevoli manifestazioni contro la violenza sulle donne in India degli ultimi anni

avvenire

Uscita di casa la sera del 4 luglio per partecipare alla festa di compleanno di un’amica in un villaggio vicino, una bambina di 11 anni è stata sequestrata sottoposta a violenza sessuale da un gruppo di uomini, legata in un sacco e gettata ancora viva in uno stagno da cui è stata recuperata cadavere il mattino dopo dalla famiglia. Quello verificatosi a Baruipur, nello Stato nord-orientale di West Bengal, in India, è l’ultimo ad apparire sulla stampa locale e sulle agenzie internazionali, esempio particolarmente efferato di una casistica di aggressioni sessuali nel Paese asiatico definibile ormai come «endemica». Sono le stesse fonti della polizia a segnalare che gli episodi denunciati quotidianamente sono oggi oltre 80, con la certezza ribadita dagli attivisti che sarebbero molti di più ma in tanti casi non sono denunciati per evitare che la vittima, anche quando sopravvissuta, sia sottoposta a ulteriore vergogna o ad accuse infamanti. Nonostante le pene severe incluse negli ultimi anni nel codice penale indiano, che arrivano fino a quella capitale per casi di stupro di gruppo che si concludono con la morte della vittima, una serie di concause impedisce una riduzione del fenomeno.
Il patriarcato e la misoginia, soprattutto nelle campagne, restano determinanti nel definire la condizione femminile, mentre le autorità di pubblica sicurezza faticano a investigare le segnalazioni perché limitate da organici ridotti e scarsa preparazione specifica. Spesso sono inoltre permeate dallo stesso scetticismo o disinteresse che si registra in vaste aree della popolazione: non soltanto in quella meno colta o meno privilegiata, ma anche – all’opposto – nelle caste superiori o tra quanti, ricchi e potenti, ritengono che sia proprio “diritto” sfruttare le minori tutele di cui godono le donne e la maggiore esposizione al rischio di abusi. Né il crescente livello culturale medio, né la maggiore diffusione delle informazioni via social hanno intaccato privilegi e immunità, come pure l’idea radicata che la morte di una donna, spesso una bambina, sia in fondo preferibile a una salvezza appesantita dalla vergogna che peserà per tutta la vita su di lei e sulla famiglia. Nonostante la vigilanza delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e una maggiore attenzione dei mass media, l’ondata di sdegno che si era sollevata con la brutale uccisione della giovane Nirbhaya su un autobus di Delhi il 16 dicembre 2012 e i successivi provvedimenti legislativi approvati sotto la pressione dell’opinione pubblica, sembra essersi dissolta sulle rive dei tanti problemi irrisolti del Paese, dell’egoismo del benessere e della superficialità di atteggiamenti veicolati da internet. D’altra parte, se gli osservatori segnalano che il problema non è necessariamente politico ma ha radici nella limitata evoluzione di mentalità a ogni livello della catena di responsabilità, l’impegno ufficiale preso dopo il 2012 di creare entro quest’anno 2.600 tribunali speciali con rito abbreviato per i reati sessuali ha visto finora la creazione di soli 755 corti di giustizia, di cui 410 esclusivamente dedicate agli abusi sui minori. A fronte di questa carenza di iniziativa, le cifre sono preoccupanti e in peggioramento. Dal 2010, in India i crimini contro le donne sono più che raddoppiati arrivando a 29.536 registrati nel 2024, mentre quelli sui minori si sono moltiplicati di oltre sette volte. Quasi 70mila nell’ultimo decennio.

Papa Leone XIV accetta la rinuncia del vescovo di Huacho: Santarsiero lascia l’incarico dopo le accuse di abusi

Papa Leone XIV

ildifforme

Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia di m alla guida della diocesi di Huacho, in Perù. La decisione è stata resa nota dalla Santa Sede nel giorno in cui il pontefice ha ufficializzato il congedo del presule, che ha compiuto 75 anni, l’età prevista dal diritto canonico per la presentazione delle dimissioni dei vescovi.

La rinuncia arriva al termine di mesi particolarmente delicati per Antonio Santarsiero Rosa. Lo scorso aprile il vescovo aveva infatti chiesto di essere sollevato dall’incarico dopo la pubblicazione, da parte di un portale spagnolo, di accuse relative a presunti abusi.

La decisione del vescovo

Il vescovo aveva motivato la propria decisione con la volontà di favorire un pieno accertamento dei fatti e di consentire che sia fatta chiarezza sulla verità,   come riferito allora dalla Conferenza episcopale peruviana.
Nella nota diffusa in quell’occasione, l’episcopato del Perù aveva spiegato che la richiesta di rinuncia era stata presentata proprio per evitare che la vicenda potesse condizionare la vita pastorale della diocesi e per permettere lo svolgimento degli eventuali approfondimenti con la massima serenità.

Santarsiero Rosa ha sempre respinto le accuse a suo carico. L’accettazione della rinuncia da parte del Papa coincide con il raggiungimento del limite di età previsto per i vescovi diocesani. La decisione della Santa Sede, pertanto, interviene nell’ambito della normale procedura canonica, pur maturando in un contesto segnato dalle contestazioni emerse nei mesi scorsi.

La Chiesa cattolica continua a riservare grande attenzione ai casi di presunti abusi, tema sul quale negli ultimi anni il Vaticano ha rafforzato le procedure di segnalazione, verifica e tutela delle persone coinvolte. In questo quadro, la linea adottata dalla Santa Sede resta quella di favorire gli accertamenti nel rispetto della presunzione di innocenza e delle norme canoniche vigenti. Per la diocesi di Huacho si apre ora la fase di transizione che porterà alla nomina del successore di monsignor Santarsiero Rosa da parte di Papa Leone XIV.

Per non dimenticare: 20° Anniversario manifestazione preti sposati a Roma

Anche i preti pregano - SettimanaNews

da Il Manifesto – POLITICA & SOCIETÀ/SCHEDA
08/07/2006

«Discriminati e con problemi di reinserimento sociale» Ma il Vaticano vieta la manifestazione dei preti sposati

Si sono visti negare la possibilità di manifestare davanti al Vaticano. E’ accaduto a un gruppo di prelati che ieri mattina si erano dati appuntamento a via della Conciliazione, organizzato dall’Ass. dei sacerdoti lavoratori sposati e dall’Ass.”Chif – liberi e solidali”. In una lettera-appello al papa volevano denunciare lo stato di emarginazione sociale ed economica in cui versa da tempo questa categoria. I sacerdoti che decidono di dimettersi abbandonando il celibato per formare una famiglia sono infatti interdetti dall’attività pastorale, una preclusione che «non ha ragioni teologiche», come commenta don Giuseppe Serrone. Una possibilità invece contemplata dalla Chiesa cattolica dell’Africa Orientale, dove il termine «Keshi» in lingua Tigrigna significa appunto «prete sposato». La marginalità rispetto alla comunità ecclesiale crea loro problemi di inserimento di carattere sociale, sono frequenti casi di violenza e molestie, oltre che di ordine economico, soprattutto a causa dell’esclusione dall’insegnamento della religione e per il mancato riconoscimento civile dei titoli accademici ecclesiastici.

Il Manifesto


«Da soli, con coraggio, per i diritti civili: anche se sembra di aver lottato invano, dei semi sono stati gettati». Invece dell’annunciata sfilata silenziosa della delegazione di preti sposati ai margini di Piazza San Pietro, il promotore della protesta, don Giuseppe Serrone, si è trovato ieri da solo con la moglie a manifestare affinché Benedetto XVI riconosca i preti sposati, abolisca il celibato e affronti l’esclusione delle donne dal sacerdozio.
L’ex sacerdote siciliano don Serrone, affiancato dalla consorte, l’albanese Albana Ruci, a nome dei «Sacerdoti sposati del Movimento Internazionale» e dell’associazione di volontariato «Chif-Liberi e Solidali», si è presentato all’inizio di via della Conciliazione fin dalle 9,45 di ieri mattina per il programmato «raduno pacifico di protesta per i diritti civili delle donne e delle famiglie dei sacerdoti sposati nella Chiesa». Ma alle 10, dal coordinatore delle sette pattuglie della Polizia e una dei Carabinieri presenti per controllare la situazione, ha appreso che la manifestazione non era stata autorizzata dalla Questura e pertanto si doveva sciogliere al più presto. Il sacerdote sposato del Viterbese afferma comunque di aver inviato la richiesta di autorizzazione già dal 30 giugno scorso, insieme a quella per sistemare un banchetto per la distribuzione di materiale divulgativo sull’evento e di non aver avuto risposte, avvalendosi così della norma del silenzio-assenso. Ma non cè stato nulla da fare. Per la protesta non c’era l’autorizzazione. In ogni caso, don Serrone si è rammaricato della non partecipazione dei vari gruppi italiani di preti sposati del Nord Italia e delle varie associazioni nazionali di preti sposati. «Credo che molti di loro – ha commentato – sono ancora legati strettamente con le parrocchie e le diocesi o gli ordini religiosi e hanno paura di uscire allo scoperto, nascondendosi nellanonimato del Web».

Il Giornale 9 Luglio 2026

È in corso un’epidemia di insonnia tra i bambini: le cause e i rimedi spiegati alle famiglie

L'insonnia colpisce 13 milioni di italiani. E 8 adolescenti su 10 non dormono abbastanza

Dormiamo sempre meno rispetto al passato. Sebbene manchino studi in grado di misurare con precisione il fenomeno lungo i secoli, gli esperti concordano nel rilevare una progressiva erosione del tempo dedicato al riposo. Ansia, ritmi di vita sempre più pressanti, lavoro che invade gli spazi privati e dispositivi digitali costantemente accesi rendono più difficile staccare la spina. Le conseguenze si riflettono sulla salute individuale e sulla vita familiare. «Dormiamo per circa un terzo della nostra esistenza e il sonno è una necessità biologica irrinunciabile», spiega Luigi Masini, direttore della Pediatria dell’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore (Asl Salerno) ed esperto di disturbi del sonno. «Un buon riposo è fondamentale per i processi cognitivi e comportamentali, per la funzione cardiovascolare e per il sistema immunitario. Inoltre svolge un ruolo decisivo nella regolazione delle emozioni e nella capacità dell’organismo di difendersi dalle infezioni».

Un’emergenza che riguarda bambini e adolescenti

Nei più giovani i disturbi del sonno stanno diventando sempre più frequenti. La letteratura scientifica internazionale stima che soffra di insonnia tra il 10 e il 30% dei bambini sotto i due anni e circa il 15% di quelli più grandi. Ancora più preoccupante è la situazione degli adolescenti: si calcola che l’85% non raggiunga le 8-10 ore di sonno raccomandate. Tra le principali cause c’è l’utilizzo serale di smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici. La luce blu emessa dagli schermi interferisce con la produzione di melatonina, l’ormone che regola l’addormentamento, spostando in avanti l’orario del sonno. «Secondo alcune stime, un bambino su due sperimenta almeno una volta nella vita un disturbo del sonno», osserva Masini. Non tutte le notti difficili sono sinonimo di insonnia. «Si tratta di un disturbo caratterizzato dalla difficoltà persistente ad addormentarsi o a mantenere il sonno, con risvegli frequenti o precoci e conseguenze sulla qualità della vita diurna», chiarisce Masini. L’insonnia viene definita cronica quando si manifesta almeno tre volte alla settimana per un periodo superiore a tre mesi. Nei bambini più piccoli può assumere forme diverse, come la difficoltà ad addormentarsi senza la presenza di un adulto. In questi casi risultano utili alcuni accorgimenti semplici: luci soffuse, temperatura adeguata e rituali rassicuranti come la lettura di una favola o una voce familiare che accompagni il momento dell’addormentamento.

Salute ed economia a rischio

Il tema è arrivato anche in Parlamento. Una proposta di legge presentata dalla deputata Annarita Patriarca punta a riconoscere l’insonnia cronica come patologia autonoma e invalidante, prevedendone l’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza e nel Piano nazionale della cronicità. Secondo il Gruppo di lavoro parlamentare sui disturbi del sonno, in Italia sarebbero circa 13 milioni le persone colpite da insonnia cronica, con una prevalenza femminile. Le conseguenze non riguardano soltanto la qualità della vita: la privazione di sonno è associata a un aumento del rischio di disturbi psichiatrici, malattie neurodegenerative, cardiovascolari, metaboliche e oncologiche. L’impatto economico è enorme. Tra costi sanitari diretti e costi indiretti dovuti ad assenze dal lavoro, riduzione della produttività e incidenti, il peso complessivo della patologia è stimato in circa 14 miliardi di euro l’anno. «Il sonno dell’adulto è uno dei primi indicatori del benessere complessivo della persona», spiega Claudia Proserpio, psicologa e psicoterapeuta. «Una quotidianità frenetica, lo stress lavorativo, la genitorialità o un lutto possono alterare il riposo. È un segnale che non dovrebbe essere ignorato, perché spesso ci dice che è necessario rallentare».
La National Sleep Foundation raccomanda dalle 7 alle 9 ore di sonno per gli adulti. Il fabbisogno varia con l’età: dai 14-17 ore dei neonati alle 7-8 ore raccomandate dopo i 65 anni. Lo studio epidemiologico Ci piace sognare, promosso da Sipps e Sicupp, ha analizzato il sonno dei bambini da 1 a 14 anni, mettendolo in relazione con sviluppo cognitivo, rendimento scolastico, metabolismo, regolazione ormonale e salute psicologica. I risultati confermano una situazione critica. Un bambino su tre non dorme a sufficienza. Il 25% dei bambini tra 3 e 5 anni e il 50% dei ragazzi tra 10 e 14 anni riposa meno delle ore consigliate. Inoltre il 63% utilizza dispositivi elettronici immediatamente prima di dormire; una quota che raggiunge il 40% perfino tra i bambini di uno-tre anni. Negli adolescenti il quadro è ancora più netto: solo il 15% dorme il numero di ore raccomandato, mentre l’86% si addormenta con il cellulare sul comodino o addirittura nel letto.

Il sonno dei bambini non è una macchina perfetta

Se i dati destano preoccupazione, gli esperti invitano però a non trasformare ogni difficoltà in un problema clinico. «I bambini non dormono come gli adulti», osserva Proserpio. «Valutare il loro sonno con parametri adulti genera ansia, sensi di colpa e aspettative irrealistiche. Molti genitori si sentono inadeguati perché il loro bambino non corrisponde a modelli che spesso non hanno alcun fondamento scientifico». Nel volume Tutta la verità sul sonno del bambino, la psicologa sottolinea come il sonno sia anzitutto un processo maturativo neurobiologico. «Non è un problema da risolvere, ma una fase da accompagnare. La qualità del sonno è strettamente intrecciata alla qualità della relazione con i genitori. I bambini hanno bisogno di sentirsi al sicuro non solo nell’ambiente in cui dormono, ma anche sul piano emotivo». L’addormentamento, aggiunge, dovrebbe essere vissuto come un momento di intimità familiare, nel quale il bambino possa esprimere paure, fragilità e bisogni. «Un sonno di qualità non coincide necessariamente con l’assenza totale di risvegli».

Le regole d’oro per dormire meglio

La scienza del sonno offre alcune indicazioni semplici ma efficaci. «Uno dei più potenti regolatori del ritmo sonno-veglia è la luce naturale», spiega Proserpio. Trascorrere tempo all’aperto, mantenere orari regolari e svegliarsi ogni giorno alla stessa ora contribuiscono a migliorare il riposo. Conta anche il movimento. Per i più piccoli significa attività adeguate all’età: dal tummy time dei neonati alle passeggiate, fino ai piccoli lavori domestici per i bambini più grandi. Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante. «Uno studio spagnolo pubblicato nel 2023 sulla rivista Nutrients ha evidenziato una relazione significativa tra adesione alla dieta mediterranea e qualità del sonno negli adolescenti», ricorda Masini. La sera è preferibile privilegiare legumi, pesce e frutta, limitando bevande eccitanti ed energizzanti. Sovrappeso, obesità, fumo passivo e inquinamento ambientale rappresentano inoltre fattori di rischio per i disturbi respiratori del sonno. Gli specialisti consigliano infine di dormire in una stanza fresca (20-22 gradi), silenziosa, ordinata e con illuminazione soffusa. Dormire bene significa soprattutto prendersi cura del cervello. «Durante alcune fasi del sonno entra in funzione il sistema glinfatico, una sorta di rete di pulizia che elimina le sostanze neurotossiche accumulate durante la veglia», spiega Proserpio. «È un processo fondamentale di rigenerazione. Non sorprende quindi che una grave deprivazione di sonno sia associata a un aumento del rischio di malattie neurodegenerative».
Un breve sonnellino pomeridiano può essere utile, soprattutto nei più piccoli e negli adolescenti. Il cosiddetto power nap dovrebbe però durare non più di 20 minuti e non sostituire il riposo notturno. Quando invece compaiono alterazioni persistenti del ritmo sonno-veglia, stanchezza eccessiva o difficoltà che compromettono la vita quotidiana, è opportuno rivolgersi a uno specialista. «È importante parlarne con il medico curante e, se necessario, con un Centro di Medicina del Sonno», conclude Masini. «Un approccio multidisciplinare consente di individuare le cause del problema e di costruire il percorso terapeutico più adeguato». Perché il sonno non è un lusso né un tempo perso: è una delle condizioni essenziali della salute, della crescita e dell’equilibrio di una famiglia.
Avvenire

Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»

Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»

di Andrea Ceredani
Due ricercatori dell’università di Cagliari hanno calcolato l’impatto del trasporto pubblico sul successo degli studenti. In molti Comuni le scuole raggiungibili in 90 minuti sono solo tre

Avvenire

Escalaplano è un paesino «minuscolo per il resto d’Italia, ma abbastanza grande da avere una scuola media in Sardegna». Conta circa 2mila abitanti e negli ultimi trent’anni ha cambiato provincia tre volte. Cristian Usala in quel borgo ci è nato e, per raggiungere le scuole superiori, ogni giorno impostava la sveglia alle 6 del mattino. Prendeva il pullman alle 7 e non tornava a casa prima delle 15 con due ore di viaggio sulle spalle. A quell’ora riprendere a studiare o uscire di casa per fare sport era un’impresa: «Ricordo nitidamente due sole sensazioni – racconta –: la fame e la stanchezza». Ora Usala è ricercatore in Statistica all’università di Cagliari e ha fatto dell’impatto della mobilità sulla povertà educativa l’oggetto della sua ricerca: «Ho visto moltissimi dei miei compagni, anche più bravi di me nelle materie scientifiche, interrompere gli studi perché vivevano troppo scollegati dalla scuola e dai servizi – spiega –. L’ho sempre vissuta come un’ingiustizia e, per questo, ora raccolgo dati che spieghino i motivi dietro alle scelte degli studenti». Con il professor Mariano Porcu, ordinario di Scienze economiche e statistiche a Cagliari, Usala ha analizzato – per la prima volta in modo sistematico – la correlazione tra trasporto pubblico e accessibilità delle scuole. Con risultati che non stupiscono i pendolari: in decine di Comuni sardi le scuole raggiungibili entro 90 minuti non superano le tre. E le opzioni si riducono quando la scelta non ricade sui licei: a chi abita in un Comune sardo senza secondaria di secondo grado per raggiungere un istituto tecnico servono mediamente almeno 40 minuti di viaggio al giorno.

La Sardegna è un osservatorio speciale per questo genere di ricerca, che Porcu ritiene «facilmente ripetibile a livello nazionale». Da un lato, perché è un’area in cui convivono molti Comuni a bassa densità abitativa. Dall’altro perché, secondo la prima indagine della Commissione Istat sulla povertà educativa, è la regione con le fragilità maggiori in Italia. Non solo: «Oltre a queste difficoltà – commenta Porcu –, la Sardegna ha anche una popolazione adulta, i genitori degli attuali studenti, con livelli di istruzione nettamente più bassi della media nazionale».
Per calcolare l’impatto del trasporto pubblico sul successo formativo e sulla dispersione scolastica, i due ricercatori hanno raccolto le informazioni di tutti gli iscritti all’università dal 2010 a oggi e le hanno confrontate, Comune per Comune, con i dati ottenuti tramite i Gtfs (General transit feed specification): un pacchetto di informazioni dettagliate sul trasporto pubblico locale – nome e coordinate delle fermate, orari delle partenze, provider, etc. –, tramite il quale i ricercatori hanno calcolato tutti i tempi di percorrenza. Il risultato è stato riassunto in mappe e pubblicato sul portale Iter, che consente di calcolare quante scuole sono raggiungibili in un’ora e mezza dal Comune selezionato o quanti Comuni sono abbastanza vicini da permettere un arrivo alle 8.30 nella scuola di arrivo. «Questo ci ha permesso di capire che gli studenti delle aree interne – commenta Usala –, quindi quelli che erano pendolari alle superiori, hanno performance migliori all’università sia in termini di voti sia di probabilità di abbandono scolastico». Il motivo ha a che fare con quello che in gergo tecnico definiscono “pregiudizio del sopravvissuto”: «È il frutto di uno sbarramento all’ingresso – conclude il ricercatore –. Significa che chi non ha medie alte alle superiori non si iscrive all’università, perché pensa che non ne valga la pena».
Le mappe di Iter tracciano anche grandi aree nella Sardegna centrale e settentrionale in cui le secondarie di secondo grado non sono presenti. «Tutti i ragazzi che abitano in queste zone – sintetizza Porcu – non hanno affatto possibilità di scegliere se studiare». Sulle mappe del portale, in realtà, si scopre che la maggior parte dei residenti in Comuni periferici ha accesso alle superiori. Ma molto spesso a un solo indirizzo. «Si chiama “monocoltura dell’istruzione” – spiega il professore -: spesso, se nasci in un certo Comune, puoi andare solo a un liceo e non a un tecnico. Ma se la famiglia, spesso poco scolarizzata, non sente di poter sostenere un investimento che arrivi all’università, capita che vieni buttato fuori dal sistema già negli anni della tua adolescenza».