Quando il cristianesimo finisce

di: Marcello Neri in Settimana News

cristianesimo

Che il cristianesimo finisca non è un fenomeno inedito, qualcosa che improvvisamente si annuncia come destino di una estinzione inesorabile mai accaduta. Storicamente, il cristianesimo è già finito più volte – alcune per sostituzione, altre per esaurimento interno. Teologicamente, proprio perché fenomeno della storia umana, il cristianesimo è evangelicamente chiamato a estinguersi per poter continuare a essere.

Alla chiara percezione diffusa della fine del cristianesimo occidentale non sembra accompagnarsi però quella di una sua nuova genesi, del lento parto di un cristianesimo inedito di cui non è ancora possibile concepire la forma – perché continuiamo a guardarlo con le lenti del cristianesimo che sta scomparendo.

E gli albori di questo cristianesimo a venire, che già si annuncia nel tramonto del suo passato, vengono troppo spesso costretti nel letto di Procuste di quello che sta prendendo il suo congedo da noi. Con effetti mortiferi per la possibilità di un cristianesimo a venire. Perché il paradosso davanti al quale ci troviamo è esattamente questo: il miglior cristianesimo di oggi, con il suo apparato pastorale e istituzionale, è la ragione principale che frena la genesi del cristianesimo a venire che sta muovendo i suoi primi passi nelle nostre società occidentali.

D’altro lato, l’inedito di questo cristianesimo, irriducibile a quello che si sta congedando, cerca, in un qualche modo, la sua casa proprio in questa evanescenza di sé stesso. Diventando, a sua volta, ragione della possibile trasformazione della genesi del cristianesimo che verrà nell’istante luttuoso di aver mancato l’occasione che si annuncia alle porte della nostra fede.

Ma anche questo dramma, che scuote oggi le nostre anime credenti, non è qualcosa di nuovo; piuttosto, annuncia quello che è il modo fondamentale di essere del cristianesimo all’interno delle vicende umane. Altri e altre credenti si dovettero confrontare con questa situazione paradossale di una evanescenza del cristianesimo che conteneva in sé la sua genesi a venire. Questi fratelli e sorelle nella fede trovarono la via per sostenere la genesi resistendo alla forza centripeta del cristianesimo che andava scomparendo, del terreno della fede che veniva letteralmente a mancare sotto i loro piedi.

Se noi oggi siamo credenti, lo dobbiamo a loro: alla loro intelligenza e sensibilità evangelica di accompagnare la genesi culturale di una nuova stagione del cristianesimo. La tentazione, per tutti, è quella di una ripetizione letterale del loro gesto – come se ancorare il passaggio di oggi alla storia di quello che siamo stati fosse l’unica possibilità di contrastare l’evanescenza di un cristianesimo in via di congedo.

In questo modo, finiremmo però per dare il colpo di grazia non solo al cristianesimo veniente, ma anche a quello che resta di esso. Perché uscire dalla storia umana vuol dire votarsi a mancare l’appuntamento con il Dio di Gesù, con le presenze del suo Spirito che è sensibilità di Dio per l’umano e le sue storie.

Non si tratta di accettare passivamente che l’essenza del cristianesimo viva della tensione fra «fine» e «genesi»; si tratta, piuttosto, di trovare il modo inedito per dare forma a questa tensione nell’oggi delle nostre società occidentali. In tutti i momenti di soglia che il cristianesimo ha conosciuto nei suoi duemila anni di vita, il dramma e paradosso di una genesi del cristianesimo a venire si sono decisi in virtù di pratiche del Vangelo che, mentre scompaginavano l’evanescente ordinamento cristiano, davano forma all’inedito cristiano dentro una nuova costellazione culturale e sociale dell’umano.

Noi, cittadini del cristianesimo che finisce, abbiamo il compito di essere come dei rabdomanti dello Spirito: che riconoscono e stanano, nella quotidianità del vivere, quelle pratiche del Vangelo che si danno senza ascrizione alcuna – senza titolo, ma non senza nomi e storie. Facendo attenzione però, in questo gesto di riconoscimento, a non ascriverle a noi, al nostro cristianesimo finito, ma al Vangelo stesso.

E, soprattutto, abbiamo il compito di proteggerle dalla forza pervasiva e coloniale del cristianesimo che sta scomparendo – che, pur di non prendere congedo da sé, è disponibile a trascinare con sé nella propria fine ogni pratica di Vangelo che va generando il cristianesimo che verrà.

L’origine del termine è discussa, ma è più interessante valutarne l’uso. Il tema, con il politeismo greco e latino, può aiutare nel dibattito sul futuro delle religioni

Che cosa vuole dire davvero “pagano”?

Il “paganesimo” – e il “neopaganesimo”, suo inquieto e ambiguo fratellastro – sono entrambi (pur rimanendo, paradossalmente, dei quasi-estranei reciproci) antichi compagni della nostra Modernità: suoi alleati magari, in quanto ostili alle religioni storiche costituite, da essa avversate ed emarginate anche se non (o non ancora, o non del tutto) cancellate.

Oggi poi, dinanzi all’opposto ma convergente attacco di forme di religiosità storica tanto “progressiste”, che insistono sul loro rinnovamento dall’interno come condizione per la loro vittoria finale contro l’ateismo-agnosticismo che molti ritengono invece la logica ultima e intrinsecamente logica conseguenza, anzi addirittura il perfezionamento di questo, mentre altre ne postulano al contrario il “ritorno alle origini” o il “rinnovamento” rivoluzionario-apocalitico come il destino manifesto del genere umano, si vanno moltiplicando le voci che nel politeismo in quanto garanzia di diversità e dunque di ricerca di convivenza-tolleranza scorgono la possibilità di ripresa di un equilibrio ch’è stato proprio l’insorgere dell’esclusivistica esigenza di unicità sottesa al monoteismo a distruggere.
I primi, veri e, almeno nella società mediterraneo-eurasiafrasiatica antica, unici autentici monoteisti furono, se non “dalle origini” comunque dal I millennio, gli ebrei. Dopo il patto abramitico e la “rivoluzione mosaica”, essi furono i fermi fautori del rapporto tra la storica del Vero Dio Creatore e le altre forme del Divino presenti nei vari gruppi etnoculturali umani, le gentes, contrapposti al “Popolo di Dio” l’eredità del quale si manifesta nella Bibbia e negli altri Libri Sacri che in qualche modo ne completano e/o ne perpetuano il Messaggio.
Oggi però, dopo la Rivoluzione geostorica e antropocentrica dell’Occidente nonché le successive rivoluzioni politiche da esso partite e quindi globalmente affermatesi – l’inglese, l’americana, la francese, la russa, la cinese –, nonché la Rivoluzione industriale e quella nucleare e tecnologica (che sono state, tutte, anche rivoluzioni culturali e religiose), il genere umano appare sotto i profilo dei culti religiosi e delle loro dinamiche storiche grossolanamente ripartito in due: una metà circa di credenti nel Dio di Abramo secondo una religione di tipo storico-trascendente comunque declinato (ebrei, cristiani, musulmani) e un’altra metà circa di adepti di sistemi cultuali a carattere mitico-immanentistico (buddhisti, induisti, sciamanisti, animisti) a parte alcune circoscritte aree incerte (manichei e teisti di varia origine), mentre avanzano in modo preoccupante neoreligioni di dubbia natura e si fanno strada convincimenti a carattere ateistico oppure agnostico determinato da ideologie di tipo politico o scientifico materialistico-esistenziale in progressiva espansione. Costituiscono sul serio, queste ultime, l’inevitabile – e secondo alcuni “naturale” – futuro del genere umano, auspicabile o temibile che esso sia? E in che misura il teismo comunque atteggiato comporta la fiducia-speranza in un’almeno individuale sopravvivenza-eternità di una parte della sostanza umana, mentre l’ateismo ne rappresenta la negazione? Il problema non è ancora posto nel suo nucleo essenziale, anzi v’è diffusa reticenza al riguardo. Eppure…

Una risposta deve comunque prendere avvio, ed è necessario correttamente impostarla. Cominciamo quindi col porci una domanda in apparenza ingenua: da dove nasce la parola “pagano”? Come scriveva Maurizio Bettini in un breve libro del 2014 divenuto ormai un classico e quindi più volte riproposto (Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino), paganus nel senso di “non cristiano” è voce tarda, che si afferma solo fra IV e V secolo, e appartiene al registro popolare e parlato della lingua, non a quello dotto e letterario. Non è insomma un’autodefinizione, ma un’etichetta con cui la parte cristiana designa l’altro – e la cui motivazione resta ancora oggi contesa. Da un lato la pista “militare”: il pagano come “civile”, come non-guerriero, nel senso di chi non ha accettato l’idea che militia est vita hominis super terram (come dice il Libro di Giobbe) e non si è quindi arruolato nella milizia di Cristo. Dall’altro quella “rurale”, definizione risalente al gesuita Cesare Baronio: il pagano come abitante del pagus, la campagna in cui il culto degli antichi dei si era ritirato dopo che le leggi imperiali avevano chiuso i templi delle città.
Bettini non propone un ritorno agli antichi dei né un’apologia della spiritualità pagana: il suo elogio è, in fondo, un elogio della pluralità. Il politeismo greco e romano vi è trattato non come una religione “superata” – vinta dal cristianesimo o dal progresso della civiltà – ma come un’altra religione, un modo alternativo di organizzare l’esperienza e il rapporto con il divino, dotato di un proprio quadro mentale irriducibile a quello monoteista. Ciò che merita l’elogio è il suo “cash value”, per riprendere l’immagine pragmatista di William James cara a Bettini: il valore concreto, politico e sociale, che quel modo di pensare può ancora offrire oggi. Il cuore sta nel rapporto con le divinità altrui. Dove il monoteismo, legato all’unicità di un dio che si proclama l’unico vero, tende all’esclusione e alimenta il conflitto religioso, il politeismo praticava la traducibilità degli dèi – l’interpretatio, l’accoglienza e la rinominazione delle divinità straniere – in una logica di inclusione anziché di reductio. Elogiare il politeismo significa dunque, più che rimpiangere una fede perduta, riconoscere le potenzialità represse di un pensiero «polimitico», capace di tenere insieme molte risposte all’esperienza là dove quello «monomitico» ne ammette una sola. Il metodo che lo rende visibile è la comparazione: disporre le culture «una accanto all’altra», per coglierne differenze e singolarità senza appiattire il nuovo sul già noto.
Il cambio di paradigma operato da Bettini – che evidentemente rifiuta la distinzione in religioni “trascendenti” e religioni “immanenti”: cioè, in pratica, rifiuta i concetto di Rivelazione e pone tutte le religioni sullo stesso piano, quello di una sequela di mythoi (“racconti”) a proposito dei quali una gerarchizzazione è impossibile e improponibile – si coglie bene se lo mettiamo a confronto con la visione precedente, per esempio quella che affiora in un’opera pur coraggiosa per il suo tempo, e anch’essa oggi riproposta: Il paganesimo. Prolegomeni allo studio della religione nel mondo antico greco-romano di Carolina Lanzani (1962, riproposta da La Vita Felice, 2025). In un’Italia in cui simili ricerche erano una rarità, la studiosa a suo tempo rivendicava alla greco-romana la dignità di religione vera e propria, oggetto di studio a pieno titolo e non semplice mitologia da manuale. Eppure il suo sguardo restava interno al paradigma che Bettini decostruisce. Il “paganesimo” vi è ancora dato per acquisito – «tutti sanno che…» – come il culto dei pagi, dei villaggi remoti e montani, forma più popolare e rozza della tradizione, talora degenerante in idolatria; e il termine pagano vale in sostanza “non cristiano”, in opposizione al cristianesimo. Lanzani, insomma, adottava come naturale proprio quel lessico che l’analisi successiva – Bettini in testa – avrebbe giudicato come una censura cristiana inscritta nelle parole stesse.

Ma oggi il riproporre il modello Lanzani riveste il carattere di una replica perentoria: il rifiuto dei pur molto rispettabili argomenti di Bettini, che sostanzialmente configurano una scelta antropologico-religiosa irrinunziabile. Ciò dev’esser chiaro prima di procedere oltre nell’analisi fenomenologica.

L’IA ci spinge a ripensare intelligenza, coscienza, educazione e libertà

Giovanni Salmeri: «L’AI ci costringe a ripensare che cosa significa pensare»

Avvenire

Professore, prima ancora di chiederci che cosa l’intelligenza artificiale possa fare, dovremmo forse chiederci che cosa intendiamo per “intelligenza”?
Giustissima osservazione. La parola «intelligenza» ha un significato intuitivo che usiamo in molte occasioni, ma darne una definizione precisa è difficile. Potremmo per esempio dire che essa è la capacità di analizzare in maniera simbolica e astratta la realtà, e grazie a questa analisi trovare soluzioni a problemi vecchi o nuovi. Molti sarebbero grosso modo d’accordo con una descrizione di questo tipo, ma utilizzarla per distinguere che cosa sia intelligenza e che cosa non lo sia non è facile. Evidentemente proprio l’informatica contemporanea ha costretto a ripensare a tale questione. Forse dobbiamo ricordare che anche una cosa tanto semplice come calcolare un’addizione è stata tradizionalmente considerata espressione di intelligenza tipicamente umana, perché richiede la capacità di concepire quell’entità astratta che chiamiamo «numero»: ma allora anche una semplice macchina per fare addizioni è intelligente? Io non avrei nessun problema a tirare questa conclusione: se non troviamo terribile il fatto che un’automobile «cammini» come un essere umano, e anzi molto più velocemente, non dovremmo neppure giudicare terribile il fatto che una calcolatrice sia «aritmeticamente intelligente» quanto e più di noi. Rimane però sempre aperto il problema della coscienza, dell’interiorità, di quella capacità di dire «io» che noi spontaneamente attribuiamo a noi stessi e agli altri esseri umani, ma non ad una macchina artificiale. Io però preferirei distinguere questa capacità (la cui comprensione può richiedere una prospettiva spirituale se non addirittura religiosa) dall’intelligenza in senso stretto. Cambiare continuamente la definizione di intelligenza e renderla sempre più esigente in maniera da poter trionfalmente concludere «solo gli esseri umani sono intelligenti!» non mi pare molto utile, sembra anzi talvolta un modo per evitare problemi più urgenti.

Nel suo lavoro su Turing lei affronta anche il tema delle “emozioni artificiali”. Una macchina può simulare emozioni: ma può davvero provarle? E soprattutto, perché questa domanda è importante per capire l’essere umano?
Ecco, questa è esattamente una domanda che tocca il problema dell’interiorità. Il punto è che quando parliamo di intelligenza intendiamo un processo che ha un qualche risultato, che quindi posso delegare ad un’altra persona e anche ad una macchina (anziché calcolare io un’addizione, affido il noioso compito ad una calcolatrice e raccolgo la somma). Quando invece parliamo di emozioni non pensiamo ad un risultato, ma ad un’esperienza personale. Ad una persona posso chiedere: «Scusa, puoi fare questo calcolo al posto mio?», ma non: «Scusa, puoi essere felice al posto mio?». Tanto più questo vale per una macchina. Se qualcuno, quindi, vuole dire che il segnale di batteria carica in un computer è la sua «gioia», può anche farlo: ma è un po’ futile, perché non c’è nessun risultato di «gioia» che noi possiamo utilizzare (anche se, ovviamente, un computer carico ci è utile). È per questo che appena parliamo di emozioni giustamente pensiamo subito al fatto che esse siano «vere» quando c’è un soggetto cosciente che le prova, che insomma esse possono appartenere solo ad un essere umano o almeno ad un essere vivente.
La tradizione cristiana ha spesso legato l’intelligenza al logos, alla ragione, alla capacità di verità. Che cosa mette in crisi l’IA di questa visione, e che cosa invece potrebbe aiutarci a riscoprire?
Questa è una domanda difficile, anche perché le concezioni di intelligenza sono state molto varie lungo la storia del cristianesimo: è sempre esistita per esempio una tendenza a diffidare dell’intelligenza (anche oggi è presente). Certamente gli sviluppi dell’IA in una certa misura rafforzano questa tendenza: perché vantarsi tanto dell’intelligenza umana se anche delle macchine possono ottenere gli stessi risultati, o anche migliori? Questo può essere un bagno di umiltà, e l’invito a cercare l’essenziale dell’umanità in qualcosa di diverso. Dall’altra parte il discorso può essere capovolto, e spesso giustamente lo è: riuscire a costruire macchine «intelligenti» (qualsiasi cosa questa espressione significhi) è sicuramente un grande risultato, una delle cose più grandi che siano state fatte lungo la storia. Forse persino lo stupore del salmo 8 potrebbe essere letto con una convinzione nuova: «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi».
Qual è il rischio più grande: credere che le macchine siano umane o iniziare a trattare gli uomini come macchine prevedibili e profilabili?
Mi sto convincendo sempre più che entrambe sono semplificazioni non utilissime. O per meglio dire, sono rischi reali sì, ma non c’è bisogno dell’IA per concretizzarli: Aristotele già teorizzava gli schiavi come macchine che accidentalmente avevano anche un’anima (un’idea che peraltro può essere applicata anche a qualsiasi lavoratore libero e stipendiato!), e anche l’umanizzazione delle macchine non è esattamente una novità, ne parlava già Sherry Turkle negli anni 80 del secolo scorso. Anche ciò che si dice sulla mentalità «tecnocratica» è sì giustissimo, ma rischia di cadere facilmente in una retorica un po’ vacua: perfino Kant riconosceva che è inevitabile trattare gli altri esseri umani anche come un mezzo, ciò che è decisivo è non trattarli solo come un mezzo. Io in questo momento vedo i rischi più gravi, già ampiamente concretizzati, in una rapida alterazione della struttura della società umana a causa di una crescente delega della propria intelligenza all’intelligenza meccanica. Il caso più clamoroso è la scuola: se una percentuale altissima di studenti ormai «fa i compiti con ChatGPT», come si usa dire, ciò significa che non usa più la propria testa. Che cosa accadrà quando in Occidente tra una ventina d’anni avremo un’intera gioventù non più in grado di ragionare? Continuare a dire «la tecnologia non può essere tenuta fuori dalla scuola, bisogna insegnare ad usarla!» mi pare in teoria giusto, ma in pratica disastroso.

L’IA rischia di accentuare diseguaglianze tra chi possiede dati e potenza di calcolo e chi invece subisce le decisioni algoritmiche. È anche una questione di giustizia sociale?
Certamente è una questione di giustizia sociale: il calcolo è una risorsa come tutte le altre. Tuttavia credo anche che bisogna essere cauti nel pensare che l’IA dia davvero sempre un vantaggio decisivo. Da molti punti di vista il panorama è ancora incerto, c’è chi tra i possibili scenari immagina il crollo di una speculazione che ora pare eccessiva (non sarebbe la prima volta nella storia della tecnologia, basta ricordare la clamorosa bolla «dot-com» all’inizio degli anni Duemila!). Per tornare al problema dell’istruzione: e se tra vent’anni gli unici giovani in grado di pensare fossero quelli dei paesi più poveri, che avranno imparato a scrivere a mano con la penna anziché fare taglia e incolla con ChatGPT? È difficile prevedere gli scenari. Ma soprattutto la cosa più importante non è fare previsioni, ma impegnarsi per far accadere gli esiti positivi.
Nell’università, l’IA è vista spesso come un problema. Come sta cambiando l’idea stessa di formazione?
Certamente spesso viene vista come un problema, come una novità difficile da gestire, soprattutto tenendo conto dei tempi di reazione delle grandi istituzioni. Dall’altra parte sono anche in corso sperimentazioni e studi per capire se l’IA può aiutare le pratiche formative. In generale non ho nulla in contrario: la tecnologia, dall’invenzione della stampa in poi, ha svolto un grande ruolo positivo nella diffusione della cultura. Alla metà del secolo scorso si immaginò anche che le macchine (non ancora i computer!) potessero svolgere un ruolo importante per adattare le modalità di insegnamento al singolo studente: era l’idea della cosiddetta «istruzione programmata». Detto questo, è anche importante sottolineare però che non qualsiasi innovazione è buona, e soprattutto bisogna stare attenti a non modificare surrettiziamente gli obiettivi. Per fare un esempio ovvio: certamente l’IA può aiutare moltissimo gli studenti a preparare migliori tesine e tesi di laurea, ma ciò il più delle volte significa semplicemente che il lavoro non viene fatto da loro, e che quindi i veri obiettivi educativi sono completamente mancati. Prima quindi di promuovere l’uso di una certa tecnologia perché essa permette «risultati» migliori devo aver chiaro quale risultato voglio: una persona intelligente, colta ed esercitata che mi consegna una discreta tesi, o un ebete che mi consegna una bellissima tesi? Da questo punto di vista la tradizione educativa cristiana penso che avrebbe molto da dire, se solo lo volesse fare.
Lei sostiene il software libero… perché?
Il software libero è in generale quello distribuito in maniera tale da permettere a qualsiasi persona competente di essere esaminato, studiato e modificato e ridistribuito. Ci possono essere diversi motivi per sostenere la superiorità del software libero (i sostenitori litigano tra loro su quale sia il motivo decisivo!), ma credo che tutti possano essere d’accordo almeno su una cosa: il software libero assomiglia a ciò che è avvenuto in molti altri campi nella cultura umana. Se compro un romanzo, ho il diritto di leggerlo, di studiarlo, di lasciarmi ispirare dalle sue idee, dal suo stile, ho anche il diritto di imitarlo: tutto questo non viene toccato dalle pur esistenti leggi sul diritto d’autore. Se io ascolto una musica, ho il diritto se ne sono capace di esaminarla fino all’ultima nota e l’ultima sfumatura. Mi pare che l’evoluzione dell’umanità abbia funzionato prevalentemente sempre in questo modo: gli oggetti intellettuali e spirituali sono stati un bene per tutti, che può e deve essere condiviso. La segretezza pure ha svolto un ruolo, ma molto minore e discutibile. Il problema del software è che esso permette molto facilmente la segretezza: basta distribuire solo l’incomprensibile codice «compilato», cioè quello eseguibile dal computer, anziché il codice «sorgente», quello cioè effettivamente scritto dal programmatore. Il programma sarà allora sì utilizzabile, ma come una scatola nera misteriosa. Questo è un problema enorme, destinato a diventare sempre maggiore. Spesso parlando di IA viene invocata la «trasparenza»: bisogna sapere che cosa un sistema faccia e in base a quali procedure! Giustissimo: ma chi sostiene questo per coerenza dovrebbe sostenere anche l’idea di software libero, perché non esiste nessun altro modo in cui un sistema possa essere trasparente se non dando a tutti la possibilità di essere esaminato.

L’ombra dei chatbot sui docenti: così le nuove tecnologie avanzano senza un guardiano

L’ombra dei chatbot sui docenti: così le nuove tecnologie avanzano senza un guardiano

Avvenire

Sono state sufficienti poche verifiche, copiate o redatte da un chatbot, per instillare una nuova paura nei docenti italiani: l’avvento dell’intelligenza artificiale potrebbe aver già mandato in pensione lezioni e compiti che hanno funzionato per decenni. Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas , sintetizza il problema: «Lo sviluppo dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca». Il Pontefice, però, va oltre: «L’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante – scrive nei paragrafi dedicati all’impatto dell’IA sull’istruzione – chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona». In altre parole: senza un ripensamento integrale dei suoi metodi e delle sue funzioni, anche il docente sarà mandato in pensione dall’IA. E gli studenti sembrano averlo già capito: tre su quattro, per preparare l’ultimo esame di Maturità, hanno preferito ascoltare i consigli dell’IA rispetto a quelli degli insegnanti (o ai gruppi di studio). Non significa che il lavoro dei docenti umani sia davvero sostituibile con i robot, ma che senza un aggiornamento della didattica saranno gli studenti a pensarla così. Un po’ come è già successo all’avvento di Internet.

I risultati dei primi
esperimenti in aula
Il ministero dell’Istruzione nel biennio appena terminato non è rimasto a guardare. Per due anni gli studenti di quindici classi tra Lazio, Lombardia, Toscana e Calabria hanno avuto a disposizione le piattaforme di Google e la formazione dei tecnici della big tech per introdurre l’intelligenza artificiale a lezione. Il risultato? Lo ha monitorato un test Invalsi in uscita a settembre, ma «molti dirigenti hanno già comunicato risultati ottimi in via informale negli scorsi mesi», ha rivelato ad Avvenire Paolo Branchini, il consulente del Ministero che ha progettato la sperimentazione in tutta Italia.
Il futuro del progetto, che dall’anno prossimo dovrebbe coinvolgere molte più classi, dipenderà anche dai risultati – e dalle valutazioni – degli studenti del primo esperimento. Ma, nel frattempo, i chatbot contagiano tutte le aule d’Italia. Nella maggior parte dei casi, senza produrre ripensamenti nel modo di concepire lezioni, compiti e verifiche. Non si tratta di una impressione, ma di una misurazione dei tecnici di Indire, il più antico ente di ricerca del ministero dell’Istruzione. Che lo scorso anno ha avviato un progetto di ricerca sull’introduzione dell’intelligenza artificiale a scuola, catalogando ventisei scuole con quattro etichette: “prudenti”, “esploratrici”, “sperimentatrici” e “sistemiche”, a seconda del grado di investimento nelle nuove tecnologie in aula. Alcuni istituti censiti non hanno mai superato un approccio “prudente”, mentre la maggior parte ha “esplorato” in classe solo la punta dell’iceberg-intelligenza artificiale.
Le tecnologie avanzano
senza un guardiano
Il presupposto è che l’IA «è un fenomeno che le scuole non possono più lasciare incustodito», spiega il tecnologo di Indire Andrea Benassi. Il motivo è semplice: «Gli studenti l’intelligenza artificiale la usano già, a casa, anche per fare i compiti e prepararsi alle lezioni». Eppure, al momento quasi tutti i docenti la impiegano solo per preparare lezioni, verifiche o presentazioni grafiche. L’IA – precisa Benassi – «viene vista come un assistente del docente per aumentare la produttività, ma non è ancora percepita come una leva per trasformare la didattica».

«C’è ancora molto attendismo», conclude Benassi. Ma non c’è molto tempo. Il primo studio nazionale sull’impatto dei chatbot in classe ha misurato che otto studenti su dieci già nel 2025 usavano regolarmente l’IA, ma al contempo oltre un terzo degli insegnanti credeva che le reti neurali non fossero mai entrate nelle loro aule. Tradotto: gli alunni si fanno fare i compiti dall’IA e molti docenti ancora non ne sono al corrente. Una reazione possibile è la ricerca di divieti efficienti all’uso degli algoritmi in classe. È la strada percorsa recentemente dalla Danimarca, che ha varato per il prossimo anno un pacchetto contro l’uso scorretto dell’intelligenza artificiale: prove orali, monitoraggio degli schermi durante le prove scritte e filtri imposti tramite firewall. Qualcosa di molto simile a quello che i nostri studenti hanno vissuto durante le verifiche – o gli esami universitari – in periodo di pandemia di Covid-19.
Come ripensare
la scuola degli algoritmi
Un altro modo di concepire la nuova “scuola degli algoritmi”, invece, prende le mosse da uno sforzo di accettazione: «Accettare che tutti gli studenti utilizzeranno l’IA», sintetizza il tecnologo di Indire. Per questo alcuni istituti, i cosiddetti “sistemici”, a partire da settembre offriranno direttamente a ogni alunno iscritto una licenza autorizzata dalla scuola alle piattaforme Microsoft, Google, o OpenAI. Un approccio che obbliga a rivedere le vecchie abitudini: «I compiti scritti a casa e le lezioni frontali, per molti, erano già poco utili – spiega Benassi –. Nelle scuole che la introdurranno sistematicamente, l’IA dovrà servire anche a sviluppare il senso critico della verifica delle informazioni e delle fonti». D’altra parte, consentire l’accesso ai chatbot impone ai docenti di formulare nuove regole per evitare gli abusi: «Ho letto alcuni regolamenti interni e molti la limitano alla ricerca o alla produzione di presentazioni – continua il tecnologo –. In questo modo, gli studenti possono sperimentare con l’IA in ambienti controllati».
Ma se in quasi tutti gli istituti l’intelligenza artificiale non ha trovato spazio nei programmi è prima di tutto una questione di tutele – i regolamenti europei e nazionali in materia di privacy e garanzie digitali sono molto severi – e di formazione. «In questa fase – conclude Benassi – la maggior parte dei docenti sperimenta con licenze personali, ma non ancora c’è un disegno di scuola».

Il disegno
del Ministero
In realtà, un tentativo il Ministero l’ha fatto. Dal prossimo anno l’IA entrerà nei programmi con le linee guida approvate lo scorso 9 agosto. In sintesi, nel documento il ministro Giuseppe Valditara caldeggia l’utilizzo dei chatbot soprattutto per la personalizzazione delle lezioni agli studenti con disabilità o bisogni specifici dell’apprendimento ma non impone, tutelando l’autonomia scolastica, una strada unica per tutti gli istituti. Ogni docente, cioè, continuerà a scegliere da solo quanto e quando consentire l’IA in classe. A una condizione: «Non delegare del tutto le decisioni alle macchine». La priorità resta la formazione dei ragazzi, come ribadisce papa Leone XIV: «La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale – scrive nella Magnifica humanitas -, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili».

 

L’unione non fa più la forza? Perché l’Europa è ostaggio degli Stati

L'unione non fa più la forza? Perché l'Europa è ostaggio degli Stati

Si ricorda poco nel dibattito pubblico che l’Unione europea ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2012. «Per oltre sei decenni ha contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», diceva la motivazione. Un riconoscimento piuttosto recente; eppure gli eventi di questi anni ci hanno drammaticamente allontanato dal contesto nel quale maturò. Qualunque sia il valore che si voglia attribuire al premio, resta il fatto che la Ue ha alle spalle una lunga storia di risultati positivi, al di là degli aspetti economici.
Delle tre critiche ricorrenti al progetto europeo, la prima – quella relativa agli ideali – attraversa tutti gli schieramenti. Bene l’abbattimento delle barriere, il mercato unico, l’euro. Manca però uno slancio più alto, si pensa troppo al denaro, serve un’anima continentale. Si tratta di un rilievo superficiale, che può applicarsi a singoli provvedimenti, non all’intero percorso, dai Trattati di Roma del 1957 a oggi. La seconda critica discende paradossalmente dal successo della Ue. Siamo sulla strada giusta, manca però il coraggio nel perseguire maggiore integrazione, sono necessarie riforme per arrivare a condividere più materie e decisioni a livello comunitario. Vero, ma sono Stati e cittadini che hanno il compito di accettare e promuovere questa linea. La terza critica è quella che attualmente ha più forza di attrazione elettorale e viene cavalcata dai partiti sovranisti: Bruxelles vuole imporci cosa fare e addirittura come vivere, dobbiamo limitare la sua invadenza, perché ostacola molti dei nostri buoni piani.
L’invadenza di Bruxelles
Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione.
I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi.
L’onda sovranista
Perché allora si levano allarmi senza precedenti nella lunga vigilia delle consultazioni nei principali Paesi europei? Il motivo è che le forze sovraniste non condividono un progetto comune, funzionale e razionale, per ridimensionare o ristrutturare la costruzione comunitaria. Ciascuna agisce dalla propria prospettiva e ricerca vantaggi per sé. Lo si vede nel caso delle scelte in tema di migrazioni, ma anche di riarmo e di misure ambientali. Sono in tutta evidenza ambiti decisivi per il nostro futuro, dove nessuno Stato ha realistiche possibilità di ottenere risultati da solo, eppure si persegue una retorica di autosufficienza che dovrebbe poi, non si sa in che modo, trovare qualche forma di sintesi nell’Europa strettamente intergovernativa. Si tratta del modello privilegiato da Giorgia Meloni e tuttora uno dei processi decisionali che convivono nell’Unione: i leader con chiaro mandato della propria base negoziano tra loro per trovare soluzioni condivise. È anche la maniera per bloccarsi spesso nella paralisi prodotta dai veti incrociati o finire in compromessi di basso livello dopo estenuanti trattative.
Insomma, se le forze sovraniste prenderanno il potere in Francia nel 2027 e/o acquisiranno un peso determinate in Germania, sarà difficile vedere un’Europa coesa, forte e in grado di agire con efficacia sullo scenario internazionale. Gli argini istituzionali possono contenere singoli strappi, ma non sostituirsi alla scelta dei cittadini nelle urne.
Il consenso popolare
In Francia si è discusso recentemente di come impedire a un futuro presidente di aggirare il Parlamento ricorrendo direttamente a un referendum per modificare la Costituzione. La proposta, pensata anche in risposta ai progetti del Rassemblement National, è stata però respinta dal Senato. Marine Le Pen non propone oggi di seguire Londra sulla strada dell’uscita dall’Unione. Il progetto che potrebbe riproporre una volta arrivata all’Eliseo punta ad affermare la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, consentendo di disapplicare norme e sentenze della Ue. Il risultato sarebbe una mina devastante sotto l’edificio comunitario, privato della sua solidità giuridica.
Nel dicembre 2023, il Congresso americano ha approvato una norma bipartisan, inserita nella legge sulla Difesa 2024, che impedisce al presidente di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dalla Nato: l’uscita richiede l’approvazione di due terzi del Senato oppure una specifica legge del Congresso. Il provvedimento mirava a sterilizzare le possibili tentazioni isolazionistiche di un futuro capo della Casa Bianca (leggi: Donald Trump).
Il Parlamento di Strasburgo non ha poteri per fare qualcosa di simile. Prendendo spunto da quanto accaduto in Spagna nel maggio scorso, potrebbe però mandare almeno un segnale politico. A Madrid, il Congresso ha dichiarato “irrevocabile” l’adesione all’Unione europea con una proposición no de ley, in sostanza una dichiarazione solenne, non giuridicamente vincolante. La maggioranza europeista degli eurodeputati (popolari, socialisti, liberali e verdi) potrebbe votare un documento che evidenzi come i tentativi, pur in sé legittimi, di azzoppare l’Europa unita sono in contraddizione con una ragguardevole serie di successi e finiranno con il segare il ramo sul quale anche gli euroscettici sono comodamente seduti. Ma il fatto che al Congreso de los Diputados il Partito popolare spagnolo si sia astenuto sulla proposición dice molto sull’attuale polarizzazione ideologica, ormai capace di impedire persino una dichiarazione comune di appartenenza all’Unione.

Avvenire

Il dato choc della Germania, con 15.800 morti per l’ondata di calore certificati dalle istituzioni federali, fa il paio con gli allarmi siccità in Stati insospettabili come Ungheria, Austria e Repubblica Ceca

L'estate sta finendo, il caldo non se ne va: nel cuore d'Europa scene mai viste

Quasi sedicimila morti, per la precisione 15.800: è il drammatico bilancio dell’ondata di calore in Germania aggiornata a metà agosto. Un dato terribile diffuso dal Robert Koch Institut (l’istituzione federale preposta al monitoraggio sanitario nazionale), e un record che ha battuto il precedente del 2018 (9.500 decessi). Colpiti, naturalmente, soprattutto gli anziani, specialmente sopra i 75 anni. A giugno anche la vicina Austria (con Vienna che ha visto 41 gradi, mai visti prima dall’inizio delle registrazioni a metà Ottocento) lamenta analoghi record: 395 decessi legati al caldo, il precedente record, nel 2019, era stato di 335 morti.
Questa ecatombe è solo il segnale più drammatico di questa pazza estate con una siccità mai vista prima, che ha colpito soprattutto l’Europa centrale e orientale. Spettacolare è la secca delle due principali arterie fluviali del Vecchio Continente: il Reno e il Danubio. Il primo ha già visto una parziale interruzione della navigazione, dopo che i livelli si sono ridotti a pochi centimetri nello snodo cruciale di Knaub, vicino a Coblenza, troppo poco per le chiatte. E il Danubio, soprattutto a Est di Vienna, in particolare in Ungheria e Romania, ha portato alla chiusura di alcune centrali che utilizzano l’acqua fluviale per il raffreddamento. E poi c’è stato il dilagare degli incendi, inconsueti in questa parte d’Europa. Nella regione di Coblenza sono andati in fumo 50 ettari di boschi a metà agosto, incendi di vaste proporzioni anche in Austria e in Repubblica Ceca.
Il centro di monitoraggio del Jrc (il Centro di ricerca congiunto dell’Ue) parla di «situazione di allarme» in Germania, le Alpi, l’Europa centro-orientale, i Balcani (oltre a Italia, Belgio, Olanda, Regno Unito, Irlanda, Penisola Iberica) e di «situazione di allerta» in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria. Per la Germania, secondo calcoli di Greenpeace, i danni complessivi all’economia sono pari a 36 miliardi di euro. E secondo la società di assicurazioni Allianz Trade, se continueranno a ripetersi ogni anno queste ondate di calore e siccità, la Germania potrebbe vedere danni per 112,5 miliardi di euro di qui al 2030. L’impatto è anche sull’agricoltura. Nella sola Austria, il comparto ha registrato danni per un miliardo di euro a seguito di quella che gli esperti chiamano «siccità di dimensioni storiche». Il governo guidato dal cancelliere Christian Stocker ha varato un pacchetto di aiuti da 240 milioni di euro. Secondo il Jrc, per Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia è previsto un calo del 20% dei raccolti rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Colpita anche la Germania meridionale.
L’unico aspetto positivo di questa drammatica crisi è che sta risvegliando la consapevolezza, tra politici e cittadini, dell’urgenza delle misure per difendere il clima, mentre persino a Bruxelles si stava diffondendo la tendenza ad annacquare le normative del Green Deal per compiacere i malumori soprattutto nel centro-destra. «La Germania – ha dichiarato il 22 agosto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in visita ai boschi bruciati intorno a Coblenza – deve purtroppo mettere in conto che il numero di eventi con grandi danni aumenterà. È il cambiamento climatico». Parola, notano molti commentatori, che Merz finora aveva evitato.
A dire il vero in Germania la politica ha già varato da tempo varie misure, a cominciare dall’Energiewende («la svolta energetica») del 2011 dopo il disastro di Fukushima, con l’abbandono del nucleare e il rilancio delle rinnovabili. E di recente ha varato una normativa per raggiungere la neutralità climatica entro il 2045, cinque anni prima di quanto prevede la legge Ue. Molto, però, deve esser fatto: nel 2025, con il 23,9% di quota di rinnovabili, la Repubblica Federale era sotto la media Ue (26,2%, l’Italia è al 20,5%), anche se sul fronte specifico dell’elettricità va meglio (59% contro la media Ue del 49,95%, l’Italia è al 43,54%). La sensibilità si è rafforzata anche tra cittadini: secondo un sondaggio della banca di sviluppo KfW, il 66% dei tedeschi vuole partecipare all’Energiewende (contro il 59% di un anno fa) utilizzando pompe di calore, pannelli solari, auto elettriche, e l’84% ritiene importante o molto importante la difesa del clima. Con buona pace dell’estrema destra Afd, con il co-presidente Tino Chrupalla che parla di «normalissima estate».
Il tema è caldo anche in Austria. In cambio dell’aiuto agli agricoltori (clientela dei Popolari), Socialdemocratici e liberali hanno ottenuto una legge che impegna il Paese alla neutralità climatica già nel 2040. «Dobbiamo adattarci al cambiamento climatico – ha detto il cancelliere Stocker – dovremo riuscire a emettere meno Co2». L’Austria fa già molto meglio della Germania: la quota generale di rinnovabili nel 2025 era pari al 44,2%, l’elettricità addirittura al 90,77%. Molto peggio Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, tutte sotto il 20% di quota generale e sotto il 35% di elettricità.

Avvenire

Il sì al piano Safe, con prestiti per 8,9 miliardi su aerei, unità navali e carri, insieme al 13esimo pacchetto di forniture a Kiev, sono il segnale che una stagione è finita nel nostro Paese e se ne sta aprendo un’altra

Missili, droni e munizioni: il piano dell'Italia per il riarmo (oltre agli aiuti civili)

È la fine di un’era, anche per l’Italia. Il mondo in cui dalla pace si riscuotevano dividendi è stato una fugace età dell’oro, irenica, tra il crollo dell’Impero sovietico nel 1991 e l’annessione russa della Crimea, nel 2014. È stata, quella, un’epoca di risorse risparmiate dalla difesa, nell’Europa tutta, con i diversi Stati sicuri che, in un eventuale scenario bellico, sarebbe arrivato d’oltreoceano un soccorso oggi meno scontato.
Ad onta dei vincoli di bilancio e di un debito pubblico tronfio nel peso, vanno invece ora per la maggiore i programmi di riarmo, anche nel nostro Paese, per cogliere le opportunità immediate offerte dal primo pilastro del mega-progetto europeo per il 2030. Si chiama Safe ed è lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa. Dopo mesi di tattiche temporeggiatrici, legate all’ostilità di alcuni partiti di maggioranza e di magna pars dell’opposizione, il governo di Roma ha rotto gli indugi inoltrando domanda a Bruxelles per una quota di 8-8,9 miliardi di euro di prestiti Safe, sui 14,9 opzionati nel 2025.
Intervenendo al meeting di Rimini, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha smorzato i malumori montanti dentro la maggioranza e non solo, precisando che l’esecutivo ha scelto una via di mezzo fra esigenze militari, sanità, coesione sociale e welfare. Spetterà ora al ministero della Difesa presentare un piano dettagliato dei programmi che beneficeranno di quelle somme, a copertura sopratutto di alcune spese prepianificate, già avallate dal Parlamento. Sono somme prese a debito, che poi dovremo restituire all’Europa.
I fondi e l’asse con Berlino
Di quali tipi di materiale bellico stiamo parlando? È verosimile che si opti per categorie di armi più urgenti: parliamo ad esempio di difese aeree e anti-missilistiche di nuova generazione, viste le 10 batterie previste di Samp-t/Ng, oltre che di armi intercettatrici di minacce a medio-corto raggio e a cortissima distanza, corredate da missili, munizioni, carri, mezzi per la fanteria, droni, anti-droni, cyber-resilienza e unità navali.
Teoricamente, dal punto di vista finanziario, potremmo godere come Paese di un vantaggioso ammortamento pluridecennale di interessi e crediti: il meccanismo Safe si finanzia infatti con l’emissione di eurobond per 150 miliardi di euro totali e copre contratti di appalto filo-comunitari, in cui non più del 35% del prezzo complessivo abbia matrice esogena.
Osserva il pensatoio Milex che il Safe ha un respiro limitato alle sole spese militari, contrariamente ai margini di manovra offerti dai titoli poliennali del tesoro. Privilegia due categorie di prodotti, alla luce degli aiuti quadriennali all’Ucraina e al progressivo disimpegno europeo degli Stati Uniti. Il prestito arriverebbe in un momento cruciale per il mondo militare europeo, in una cornice secondo cui l’Italia mantiene programmi strutturali impegnativi per il futuro delle forze terrestri, in sinergia industriale con la Germania.
Aiuti civili e militari
Per quanto riguarda il comparto aereo, esso ruota intorno a un sistema di sistemi di sesta generazione tri-nazionale, con Londra e Tokyo, ad altissimo valore aggiunto, i cui costi di ricerca e sviluppo faraonici sono addirittura in crescita rispetto alle stime iniziali. E ci sono fermento e più di un mal di pancia, nel nostro paese, anche per il 13esimo pacchetto in itinere di aiuti militari all’Ucraina, il primo del 2026, che sarebbe inclusivo fra gli altri di una batteria di missili antimissili Samp-t e di radar di scoperta dalla portata di 300 chilometri, per un controvalore di circa 350 milioni di euro.
Esaminando il pacchetto dalla prospettiva del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, si scopre che ne è prevista l’adozione formale intorno a settembre. I nuovi aiuti andrebbero a sommarsi alle 12 tranche succedutesi fra il 2022 e il 2025, che vedono l’Italia in nona posizione come Paese donatore nei confronti di Kiev, con 3 miliardi di euro di aiuti militari e altrettanti civili, a cui ha fatto recentemente riferimento la premier Giorgia Meloni parlando nello specifico di fornitura di «generatori per l’inverno». Gli aiuti militari verranno finanziati con fondi dello Strumento europeo per la pace (Epf) e del ministero della Difesa mentre quelli civili con fondi del ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale, a copertura di materiali non meno urgenti come appunto i generatori elettrici e i kit medico-sanitari, come ha voluto sottolineare il ministro della Difesa Guido Crosetto, descrivendo da ultimo il prossimo pacchetto di aiuti, purtroppo secretato nei dettagli militari come i precedenti.
Un rapporto dell’Istituto affari internazionali sottolinea che, a fine 2025, un decreto legge valido tuttora per l’assistenza all’Ucraina ha individuato nelle difese aeree, anti-missilistiche, negli anti-droni e nelle protezioni cybernetiche le aree di gravitazione principale degli aiuti militari venturi, pur non impedendo la cessione di sistemi letali, già donati in passato, se solo si pensi ai mortai, ai cannoni d’artiglieria, ai missili controcarri e contraerei portatili, e agli aviomissili da crociera a lungo raggio. Sono armi per combattere, in difesa e in attacco, per legittima difesa, vincolate nell’impiego ai confini ucraini del 1991, Crimea inclusa, per non violare in toto la sacralità dell’articolo 11 della Costituzione italiana che, pur ammettendo limitazioni di sovranità organiche all’ordinamento internazionale, ripudia in maniera netta la guerra offensiva.

Avvenire

L’ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la “normalizzazione” Rai: ecco il caso Ranucci

L’ennesima triste pagina dell’informazione italiana è stata scritta a danno dei telespettatori e dei cittadini e nessuno può tirarsene fuori, dalla politica di governo lottizzata al giornalismo d’inchiesta uscito ammaccato dalla vicenda. Ora si salvi almeno il lavoro di una redazione, quella di “Report”, che ha bisogno di ricompattarsi

L'ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la "normalizzazione" Rai: ecco il caso Ranucci

Avvenire

Editto doveva essere ed editto è stato. È un mestiere difficile il giornalismo d’inchiesta. Ancor di più nella Rai eternamente lottizzata, dove si realizza quello che senza dubbio è sempre stato un obiettivo del centrodestra. La vicenda davvero straordinaria dell’attentato a Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola (alla destra legato storicamente) ha vissuto una puntata-chiave. Si voleva “normalizzare” una trasmissione scomoda, troppo, per i suoi contenuti spesso orientati a colpire ambienti vicini ai partiti di maggioranza.
La politica, una certa politica, è riuscita a chiudere “Report”, come aveva fatto prima per “Striscia la notizia” su Mediaset. È una pagina decisamente triste per l’informazione e, in genere, per la democrazia in Italia. L’ingerenza dei partiti nella gestione non è certo una garanzia di informazione neutrale, già di per sé difficile da raggiungere. E di ingerenze il caso Lavitola/Ranucci/ Report è pieno zeppo. Ciò premesso, va però anche detto che a rendere la difesa di questo diritto (all’informazione) più ostica, è però in questo caso anche l’intreccio di piccolezze umane che hanno segnato l’intero dipanarsi della vicenda. Non l’ha aiutata per primo la condotta di Sigfrido Ranucci che, pur vittima, aveva visto comunque smarrirsi l’autorevolezza di cui godeva, come segnalato su queste colonne sin dall’inizio. Nella nuova stagione alle porte non si sarebbe assistito alla sua conduzione con lo stesso spirito di prima.
Una condotta sfociata poi nel delirio di onnipotenza degli ultimi giorni (fra accostamenti a Falcone, Borsellino e Moro e frasi tipo «andrei a cena anche con Riina»), che ha reso impervia la tutela del conduttore anche da quella sinistra che l’aveva eretto a suo paladino (sempre meno sono state infatti le voci levatesi). Fino al veleno con cui ieri ha attaccato quelli che sono i due colleghi designati al suo posto, degni della massima stima. L’unico modo per continuare a fare giornalismo d’inchiesta in Rai passa ora – lo si voglia o no – per il compattarsi di una redazione che, invece, si è sbriciolata sotto i colpi di maglio della maggioranza. È legittimo comprendere le legittime aspirazioni personali cassate, però le spaccature interne sono solo un ultimo regalo a quel centrodestra che vorrebbe avere il monopolio di tutto.

Europei di volley femminile, il programma degli ottavi di finale: quando si gioca Italia-Bulgaria, il tabellone

Europei di volley femminile, il programma degli ottavi di finale: quando si gioca Italia-Bulgaria, il tabellone

Dopo la fase a gironi l’Italia continua il suo cammino agli Europei di volley femminile, in programma fino al 6 settembre 2026: agli ottavi di finale incrocerà la Bulgaria di Marcello Abbondanza in Cechia, mettendo nel mirino l’eventuale quarto di finale contro la vincente della sfida tra le padrone di casa e la Svezia da disputare il 2 settembre. In questa fase le partite si giocano tra tra Brno e Istanbul.
La squadra di Velasco ha superato da imbattuta la fase a gironi, alla quale hanno partecipato 24 squadre, chiudendo in testa al Gruppo D grazie alle vittorie ottenute contro Croazia, Montenegro, Svezia, Slovacchia e Francia e vuole continuare a collezionare successi. Le azzurre torneranno in campo lunedì 31 agosto alle ore 16:00 per gli ottavi di finale di questa competizione, la prima partita della fase a eliminazione diretta, che saranno visibili anche in chiaro sulla Rai. Chi vince gli Europei otterrà la qualificazione per il torneo olimpico di Los Angeles 2028.

Calendario degli ottavi di finale degli Europei di pallavolo femminile
Le prime a scendere in campo saranno Francia e Grecia che apriranno la fase a eliminazione diretta domenica 30 agosto alle 16:00. A seguire alle ore 19:00 ci sarà la seconda partita degli ottavi di pallavolo, Serbia-Croazia. L’Italia affronterà la Bulgaria lunedì 31 agosto alle ore 16:00. Chi vince se la vedrà con la vincente di Cechia-Svezia che si giocherà poco più tardi, alle ore 19:00.Domenica 30 agosto

ore 16 – Francia-Greciaore 19 – Serbia-Croazia
Lunedì 31 agosto

ore 16 – Italia-Bulgariaore 19 – Cechia-Svezia
La partita dell’Italvolley contro la Bulgaria
Le Campionesse del Mondo scenderanno in campo negli ottavi di finale contro la Bulgaria che ha chiuso la prima fase con il quarto posto nel Gruppo B: le bulgare sono finite dietro a Serbia, Cechia e Grecia e ora tentano l’impresa nella fase a eliminazione diretta. Le Verdi non vengono da un cammino esaltante e per l’Italia di Velasco l’impegno non è proibitivo, almeno sulla carta: l’Italvolley arriva alla fase a eliminazione diretta da imbattuta e con i favori del pronostico. Sarà un incontro speciale per Marcello Abbondanza, CT della Bulgaria nato a Cesena che allena la nazionale da novembre 2025 dopo diverse esperienze in Italia.Risultati e le classifiche dei gironi di volley Femminile
Serbia, Belgio e Italia sono le nazionali che hanno vinto i rispettivi gironi nella prima fase degli Europei di volley femminile, in attesa della Turchia che ha lo scontro diretto con la Polonia da giocare. Sulla carta sono le squadre favorite per la vittoria perché arrivano alla fase a eliminazione diretta da imbattute: le serbe e le italiane hanno perso soltanto 1 set di quelli giocati e sono state le migliori fin qui. Alle loro spalle le più temibili sono Cechia e Francia. Soltanto le prime quattro classificate di ogni girone accedono agli ottavi di finale.

POOL A

Turchia: 12 punti (4 vittorie, 12 set vinti, 2 set persi)*
Polonia: 12 punti (4 vittorie, 12 set vinti, 1 set persi)*
Germania: 6 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 10 set persi)
Slovenia: 6 punti (2 vittorie, 2 sconfitte, 7 set vinti, 7 set persi)
Lettonia: 2 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 6 set vinti, 14 set persi)
Ungheria: 1 punti (4 sconfitte, 2 set vinti, 12 set persi)
CLASSIFICA POOL BSerbia: 15 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 1 set persi)
Repubblica Ceca: 12 punti (4 vittorie, 1 sconfitta, 13 set vinti, 4 set persi)
Grecia: 8 punti (3 vittorie, 2 sconfitte, 10 set vinti, 9 set persi)
Bulgaria: 4 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 11 set persi)
Ucraina: 4 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 6 set vinti, 12 set persi)
Austria: 1 punti (5 sconfitte, 3 set vinti, 15 set persi)
CLASSIFICA POOL C

Belgio: 13 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 4 set persi)
Olanda: 9 punti (3 vittorie, 1 sconfitta, 11 set vinti, 5 set persi)*
Azerbaijan: 8 punti (3 vittorie, 9 set vinti, 3 set persi)*
Romania: 6 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 9 set vinti, 12 set persi)
Portogallo: 5 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 12 set persi)
Spagna: 1 punto (5 sconfitte, 3 set vinti, 15 set persi)
CLASSIFICA POOL DItalia: 15 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 1 set perso)
Francia: 12 punti (4 vittorie, 1 sconfitta, 13 set vinti, 4 set persi)
Svezia: 7 punti (3 vittorie, 2 sconfitte, 10 set vinti, 10 set persi)
Croazia: 5 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 8 set vinti, 13 set persi)
Slovacchia: 5 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 7 set vinti, 12 set persi)
Montenegro: 1 punti (5 sconfitte, 2 set vinti, 15 set persi)
*Una partita ancora da giocare

fsnpage.it

Messa in latino e scontro generazionale: le parole del Cardinale Sarah e la necessità di una ricomposizione nella Chiesa di Papa Leone XIV

Messa in latino, il cardinale Sarah incalza Leone XIV: «Finita la generazione del ’68, finirà anche l’avversione»

Le recenti dichiarazioni del Cardinale Robert Sarah sul tema della Messa in latino e sulle restrizioni al messale antico — rilanciate dai media e incentrate sull’idea che, con il superamento della “generazione del ’68”, finirà anche l’avversione verso la liturgia tradizionale — riaprono una delle ferite più dibattute nel tessuto ecclesiale. Il Cardinale incalza la visione di Papa Leone XIV, sostenendo che le nuove generazioni di fedeli e giovani presbiteri cercano nel sacro e nella tradizione liturgica un punto d’ancoraggio di fronte al disorientamento contemporaneo.

Questo dibattito, tuttavia, rischia di rimanere imbrigliato in una contrapposizione ideologica tra “antichi” e “moderni”, perdendo di vista la sostanza della vita parrocchiale e la priorità della cura pastorale.

Oltre la polarizzazione liturgica: al centro il bene dei fedeli

La riflessione sollevata dall’intervento del Cardinale Sarah merita di essere considerata con equilibrio e senso ecclesiale:

  • Il senso del sacro e la fame di Eucaristia: Ciò che le giovani generazioni cercano non è una nostalgica battaglia d’antiquariato, ma la profondità del Mistero, la dignità della preghiera e la certezza della presenza di Cristo nei Sacramenti.

  • Il pericolo della spaccatura ideologica: Ridurre la ricchezza della Chiesa a uno scontro tra sensibilità generazionali o a una guerra di rubriche liturgiche danneggia l’unità del Popolo di Dio, dividendo le comunità invece di radunarle attorno all’unico Pane della Vita.

Dalle dispute formali alla presenza pastorale viva

Mentre il dibattito sui linguaggi liturgici infiamma i media e gli ambienti specialistici, la realtà di molte diocesi racconta un’emergenza diversa: chiese chiuse, comunità spopolate e mancanza di pastori stabili capaci di celebrare i Sacramenti e stare accanto alla gente.

L’integrazione di tutte le forze presbiterali disponibili e la valorizzazione dei carismi — compresa la testimonianza e la dedizione dei sacerdoti sposati con solida formazione teologica — rappresenta la strada d’equilibrio per superare le contrapposizioni. Quando la priorità torna a essere l’annuncio del Vangelo e la cura delle anime, la Chiesa ritrova la sua unità essenziale, capace di far convivere la ricchezza della tradizione con la concretezza dell’azione pastorale.