Genitori virtuali e figli cresciuti con l’IA: l’intelligenza artificiale è già entrata in famiglia

Una famiglia sul divano: l'immagine è stata generata con l'IA per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it

n famiglIA è la nuova rubrica di Sofia, la newsletter di Avvenire dedicata alla vita delle famiglie. Un percorso per capire come l’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre case, nelle relazioni tra genitori e figli, nell’educazione e nella quotidianità.
Shanghai, ultima settimana di agosto dell’anno del Signore 2026. Una ragazzina di tredici anni, con pochissime conoscenze di programmazione informatica, ha guadagnato in tre giorni 18mila yuan (pari a circa 2.400 euro) ideando e costruendo un’app che propone alle mamme e ai papà di caricare una loro fotografia per creare un genitore virtuale: l’avatar controlla se il figlio si alza dalla sedia durante i compiti o se prende il telefono invece di mantenere la testa sui libri. Nel caso di distrazioni, una voce, ovviamente uguale a quella di mamma o papà, lo richiama con garbo, poi, al termine dei compiti arriva via email (ai genitori veri si intende) un rapportino che “misura” la capacità di concentrazione del proprio figlio o figlia. Come si chiama l’App? 在场 (Zaichang), che in italiano si traduce con “essere presenti”, oppure con “esserci”.

L’AI che promette di restituire tempo ai genitori

Dall’altra parte del pianeta, esattamente a San Francisco, la startup Fambot ha annunciato un finanziamento di 3,5 milioni di dollari per quello che viene definito “un capo di gabinetto delle famiglie”: legge le mail della scuola e i gruppi WhatsApp, poi ogni mattina consegna ai genitori l’elenco di quel che serve sapere e la lista delle cose da fare. Il fondatore, padre di tre figli, ha detto di aver ideato questa startup perché riceve fino a quaranta mail al giorno che riguardano soltanto i bambini. Troppe. Da Shangai e da San Francisco riceviamo due prodotti nati dallo stesso vuoto: il tempo che manca. Shangai lo sostituisce con un surrogato, San Francisco promette di restituirlo.

Genitori e figli usano l’intelligenza artificiale in modo diverso

Ma anche in Italia la questione dell’uso genitoriale delle intelligenze artificiali generative è già matura, perché l’IA è entrata nelle case dalla porta dei figli: gli adulti la usano poco (19,9% contro una media europea del 32,7%), mentre l’89% dei minori fra 9 e 16 anni adopera abitualmente i chatbot. Una ricerca di luglio indica che il 51% dei ragazzi italiani fra 11 e 17 anni si rivolge a un chatbot (e non a un genitore o a un insegnante) quando si sente solo o triste. E se da un lato gli adulti ancora valutano se delegare procedure, dall’altro i figli hanno già delegato anche l’intimità. Qui si apre un’asimmetria curiosa, perché il regolamento europeo vieta negli istituti di istruzione i sistemi di IA destinati a inferire le emozioni degli studenti attraverso dati biometrici, salvo motivi medici o di sicurezza, ed anche la legge italiana del 2025 richiede il consenso dei genitori per l’accesso all’IA sotto i quattordici anni (ricordiamoci che l’autrice dell’app cinese ne ha tredici). Ma in famiglia, sul tavolo della cucina o sulla scrivania della cameretta, non c’è nessun vincolo e nessun regolamento: quello che è proibito in aula si compra per la propria stanzetta, e l’unico rimasto a discernere è il genitore.

IA, famiglia e disparità di genere: il peso invisibile della cura

C’è poi un altro tema, quello della disparità di genere. Questi assistenti si presentano come strumenti capaci di redistribuire la responsabilità invisibile della cura, che in Italia ha un valore già misurato: secondo l’Istat le donne dai 25 anni in su dedicano al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, gli uomini 2 ore e 6, una differenza di non poco conto. Un abbonamento mensile di 20 euro che fa entrare l’Ai in famiglia, si radica su questo squilibrio: infatti, la sociologa Melissa Milkie dell’Università di Toronto ha avvertito che questi assistenti rischiano di aumentare la pressione sulle madri e, con essa, sentimenti di colpa e frustrazione.

Delegare all’IA aiuta, ma delegare il pensiero può impoverire

La ricerca accademica portata avanti nel campo dell’apprendimento, settore che l’app di Shangai vorrebbe ottimizzare, ci dice che funziona delegare all’IA la fatica, ma delegare il pensiero lo consuma. Vale per i compiti, dove l’uso non guidato dell’IA alza i voti nell’immediato ma poi indebolisce il processo di apprendimento; ma vale anche per gli adulti, perché un’agenda ordinata è un sollievo, ma una relazione affettiva affidata a un avatar è una perdita di valore e di umanità.

Quali regole servono per l’intelligenza artificiale in famiglia

Il 21 agosto Leone XIV ha detto ai legislatori cattolici che «non bisogna mai consentire all’intelligenza artificiale di erodere la famiglia, cellula primaria della società». Nessuna norma, però, deciderà mai quali intelligenze artificiali possono entrare o non entrare in casa. Lo fanno già, in alcune città italiane, i patti digitali di comunità, dove le famiglie di una scuola concordano insieme l’età del primo smartphone, estenderli all’intelligenza artificiale costa poco e restituirebbe agli adulti la centralità nel processo di discernimento sull’educazione dei loro figli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – avvenire

New York, stop all’IA a scuola per un anno: coinvolti 600mila studenti

New York, stop all’IA a scuola per un anno: coinvolti 600mila studenti

New York ferma l’IA generativa nelle scuole per un anno
Sono più di 38 i programmi didattici già installati sui computer delle aule e già usati dai bambini, però da questo mese le loro funzioni Ai verranno disattivate per un provvedimento comunicato mercoledì a New York dal sindaco Zohran Mamdani e dal provveditore Kamar Samuels. Si tratta di una moratoria di un anno sull’IA generativa destinata agli studenti dai due anni fino alla terza media, quindi riguarda quasi 600mila alunni, due terzi del più grande distretto scolastico degli Stati Uniti d’America. I chatbot “da compagnia”, inoltre, sono inibiti per gli studenti da ogni età, superiori comprese, poi il tempo da trascorrere davanti agli schermi dovrà scendere a 30 minuti al giorno tra la terza e la quinta elementare e per gli studenti delle medie sale a 45 minuti, con eccezioni consentite solo per gli studenti con disabilità e per gli studenti stranieri che dovranno studiare inglese. Una commissione di insegnanti, genitori, studenti ed esperti valuterà i risultati di quest’anno di moratoria e suggerirà come proseguire: «L’industria tecnologica vuole farci credere che l’istruzione precoce basata sull’IA non sia solo inevitabile, ma anche necessaria», ha dichiarato Mamdani, «ma noi non la pensiamo così» (qui la trascrizione integrale della conferenza stampa).

IA e insegnanti, cosa sarà vietato nelle scuole di New York
C’è, poi, un passaggio del provvedimento che riguarda gli adulti: gli insegnanti potranno continuare a usare l’IA per preparare le lezioni, ma non per correggere i compiti e neanche per gestire le situazioni di crisi. Secondo la mens del legislatore, gli algoritmi devono restare fuori dalla correzione educativa e da eventuali interventi legati a situazioni di criticità…ovviamente questo confine dovrebbe trovare ragione anche al di fuori dell’aula e in tutti i contesti educanti, perché la tentazione di delegare l’atto educativo riguarda anche, per esempio, la catechesi e i servizi educativi.
Big Tech chiamate a dimostrare che l’IA è sicura per i minori
La decisione di New York, inoltre, ha invertito una prospettiva finora assodata, soprattutto negli Usa, perché fino ad oggi toccava a chi frenava (cioè al legislatore) spiegare le proprie ragioni, adesso, invece, è compito dei fornitori dimostrare che i prodotti sono adatti ai minori. Josh Golin, componente di Fairplay, direttivo per i diritti dei minori, ritiene che un anno rappresenti un arco temporale troppo breve per valutare l’effettiva ricaduta di questo progetto e chiede che siano le BigTech a dimostrare che i loro strumenti siano effettivamente sicuri. Più tiepida la reazione dei docenti: Michael Mulgrew, presidente della United Federation of Teachers, ha accolto con favore la limitazione degli schermi e ha osservato che la politica sull’IA «lascia molte domande senza risposta», a partire da chi garantirà le tutele dei software acquistati.
IA a scuola, cosa stanno facendo Norvegia e Italia
New York arriva comunque dopo l’Europa, perché a giugno la Norvegia (https://www.regjeringen.no/no/aktuelt/kunstig-intelligens-skal-i-all-hovedsak-ikke-brukes-i-barneskolen/id3166807/) ha adottato una raccomandazione nazionale secondo cui gli alunni dalla prima alla settima classe non dovrebbero, in linea generale, utilizzare direttamente l’IA generativa; dalla ottava alla decima è prevista invece un’introduzione graduale e prudente: il timore di Oslo riguarda soprattutto i bambini che, utilizzando l’Ai, salterebbero i passaggi elementari della lettura e del calcolo. L’Italia ha scelto una terza via con la legge 132 del 2025, che impone il consenso dei genitori per i minori di quattordici anni, mentre le linee guida del ministero dell’Istruzione e del merito, adottate con il decreto 166 dell’agosto 2025, puntano su un’introduzione governata dell’IA, con sperimentazioni ed un uso incoraggiato per la progettazione didattica. Nello stesso periodo, come è noto, è stato sancito il divieto dello smartphone a tutte gli anni delle scuole superiori.

AI Act e scuola, le regole europee sull’intelligenza artificiale
Il quadro europeo, tuttavia, tratta come ad alto rischio alcuni impieghi dell’IA nel mondo dell’istruzione: tra questi i sistemi utilizzati per valutare i risultati di apprendimento, determinare l’accesso o il livello educativo e monitorare gli studenti durante gli esami. Per questo, da febbraio 2025, è vincolante l’articolo 4, che impone un’adeguata Ai literacy per chi impiega questi sistemi.
IA, apprendimento e pensiero critico, cosa dicono gli studi
Restano le evidenze, ancora poche: un preprint del Media Lab del Mit condotto su 54 studenti ha misurato una minore attività cerebrale in chi scriveva con ChatGPT e prestazioni peggiori quando gli stessi partecipanti hanno lavorato senza assistenza: i ricercatori parlano di debito cognitivo. In Italia un’indagine di Telefono Azzurro con Ipsos Doxa segnala che il 35% dei ragazzi tra i dodici e i diciotto anni indica gli strumenti di IA tra le attività online svolte più frequentemente e che il 40% segnala, tra i possibili effetti negativi dei chatbot, una riduzione del pensiero critico, in questo caso il timore arriva dai diretti interessati. Forse varrebbe la pena ascoltarli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Formazione al sacerdozio consiste nel “salire sul monte” insieme a Cristo, imparando a stare soli con lui, lontani dal “nostro tempo rapido e rumoroso”

Il Papa viene salutato dai seminaristi al suo ingresso nella Sala Clementina.

Il Papa riceve questa mattina, 3 settembre, in udienza nella Sala Clementina circa 150 seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa. Puntualizza che la vocazione non è per i migliori, “non c’è un concorso, non c’è una graduatoria”, e raccomanda loro soprattutto di “imparare a stare con il Maestro”

Daniele Piccini – Città del Vaticano Vatican News

La formazione al sacerdozio consiste nel “salire sul monte” insieme a Cristo, imparando a stare soli con lui, lontani dal “nostro tempo rapido e rumoroso”. Si viene chiamati non perché si è i migliori, “non c’è un concorso, non c’è una graduatoria”, ma solo una libera e misteriosa elezione di Dio. Finché arriva il momento in cui “dal monte si scende” – perché non è affatto un “rifugio” – e si è inviati “alla gente delle vostre terre”. Leone XIV descrive così l’esperienza formativa del seminario, nel suo discorso durante l’udienza di questa mattina, 3 settembre, in Sala Clementina, a circa 150 futuri presbiteri del Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI di Molfetta, terra natale di don Tonino Bello, e del Seminario Vescovile di Aversa. I primi sono a Roma per celebrare il centenario della nuova sede voluta da Papa Ratti, di cui porta il nome; gli altri in occasione del tricentenario dell’apertura del loro collegio ecclesiastico.

Lettura e Vangelo del giorno 4 settembre 2026

Letture del Giorno

Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 4,1-5

Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele.
A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 36 (37)

R. La salvezza dei giusti viene dal Signore.

Confida nel Signore e fa’ il bene:
abiterai la terra e vi pascolerai con sicurezza.
Cerca la gioia nel Signore:
esaudirà i desideri del tuo cuore. R.

Affida al Signore la tua via,
confida in lui ed egli agirà:
farà brillare come luce la tua giustizia,
il tuo diritto come il mezzogiorno. R.

Sta’ lontano dal male e fa’ il bene
e avrai sempre una casa.
Perché il Signore ama il diritto
e non abbandona i suoi fedeli. R.

La salvezza dei giusti viene dal Signore:
nel tempo dell’angoscia è loro fortezza.
Il Signore li aiuta e li libera,
li libera dai malvagi e li salva,
perché in lui si sono rifugiati. R.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,33-39

In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Sport Formula 1, c’è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Formula 1, c'è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Da Pirelli a Brembo, da OZ a Fondmetal, fino a caschi, cinture, tute e pistole per i pit stop: dietro lo spettacolo del GP di Monza c’è una filiera di eccellenze tecnologiche

Avvenire

Non solo Ferrari o Kimi Antonelli, il GP d’Italia che si disputa sul circuito di Monza domenica 6 settembre, rappresenta la punta di diamante dell’Italia della componentistica. Ovvero, non solo auto, come Ferrari e Racing Bulls, nome inglese ma sede a Faenza, ma anche e soprattutto aziende che nella ricerca e sviluppo hanno saputo creare un territorio unico fatto di eccellenze mondiali.

L’elenco è lungo e comincia con Pirelli, sponsor della gara ma fornitore unico degli pneumatici sia per la F1 sia per le altre categorie, come F.2 e F.3 che correranno nel week end e dal prossimo anno anche nel Moto Mondiale, ovvero copertura completa a livello planetario a 2 e 4 ruote. Dice Dario Marrafuschi, capo del MotorSport Pirelli: “Monza ovviamente è la gara di casa e per noi è sempre motivo di orgoglio, perché per Pirelli rappresenta l’occasione per vivere da vicino quello che per 365 giorni all’anno facciamo nella nostra sede di Milano”. Ovvero gli pneumatici che forniscono la F.1 dal 2011 e che fino al 2028 sono stati confermati, nascono e vengono sviluppati in viale Sarca a Milano. “Qui abbiamo le nostre menti pensanti, i laboratori dove conduciamo e sviluppiamo mescole, carcasse, strutture, dove analizziamo i dopo gara e portiamo avanti le eccellenze che non sono solo tecniche ma il frutto di collaborazioni con università e laboratori all’avanguardia”.
Da Milano alla conquista del mondo, ma se si parla di gomme si deve parlare anche di cerchioni e col regolamento 2026 è tornato di moda il made in Italy. Sono due le aziende presenti ad alto livello: la OZ, con una esperienza decennale nella categoria, con sede in provincia di Vicenza, fornitrice di Red Bull, Racing Bulls e Mercedes tra l’altro, e la Fondmetal, da Palosco provincia di Bergamo, che torna in F.1 dopo una parentesi di 25 anni, quando il nome era abbinato a una scuderia che costruiva e faceva correre piloti come Fernando Alonso, che ha ritrovato in Aston Martin squadra alla quale fornisce il materiale. Due aziende leader, due aziende di provincia dove la ricerca e sviluppo dei prodotti, specialmente di serie, le ha portate alla ribalta mondiale: “Per noi era un discorso da riprendere – dice Stefano Rumi, presidente Fondmetal – dopo che mio padre lasciò la F.1 alla fine del 2001, era un po’ un impegno personale. Grazie alle nostre esperienze in ricerca e sviluppo, che a quel tempo culminarono anche nella Galleria del Vento di Casumaro, la Fondtech, diretta da Jean Claude Migeot, ex DT della Ferrari, abbiamo voluto fortemente tornare nella massima categoria, perché è lì che si impara a risolvere i problemi che poi vengono affrontati tutti i giorni dagli automobilisti più esigenti”.
Gomme, cerchi, potevano mancare i freni? E infatti la Brembo, società leader da oltre 50 anni presente in F.1, ha il monopolio delle vittorie e delle forniture grazie a un lavoro continuo nella ricerca a due e quattro ruote. Si tratta di un attestato di sicurezza e qualità che Brembo ha portato in giro per il mondo. Quando si parla di sicurezza, un discorso a parte meritano le aziende italiane che hanno il monopolio per i caschi. Tutti i piloti, infatti, indossano almeno un prodotto italiano. Si va dai caschi Bell, proprietà OMP di Ronco Scrivia, che indossano Hamilton e Leclerc, per citarne due, ai Schuberth di Verstappen, nome tedesco ma sede in provincia di Vincenza, una azienda che produce caschi ad alto livello con 30 dipendenti e 3 autoclavi per il carbonio che ha conquistato il pilota olandese. E poi c’è la Stilo, altra realtà italiana, anche questa in provincia di Bergamo, a Cenate Sotto, provincia che con Brembo e Fondmetal si dimostra fra le più attive nel settore della ricerca e sviluppo nel motorsport. Piloti Stroll e Bottas in F.1 ma una vasta e ampia esperienza nel mondo dei rally.

Sempre sotto la voce sicurezza compaiono altri nomi: Sabelt che fornisce le cinture di sicurezza a Ferrari, per esempio, che da Moncalieri ha firmato i mondiali degli ultimi anni targati Schumacher e quello WEC Ferrari dell’anno scorso, campo in cui è arrivata anche la Sparco, di Volpiano, una azienda leader da 150 milioni all’anno di fatturato che oltre alle cinture fornisce anche le tute ultraleggere alla Red Bull e alla Williams, dividendosi il mercato con gli altri player della sicurezza, come OMP/Adidas che fornisce Mercedes e Audi oppure Alpinestars, sulle McLaren campioni del mondo, tanto per citarne una.
Infine, la ciliegina sulla torta: quando vediamo i pit stop da record, un cambio gomme in due secondi, il tutto avviene grazie alle pistole pneumatiche della Dino Paoli di Reggio Emilia, società nata nel 1968 e che ha accompagnato lo sviluppo tecnologico del cambio gomme, tanto che nel 2022 hanno omologato per primi una pistola ad avvitamento elettrico ultraleggera. Anche qui abbiamo il monopolio delle forniture a tutti i team di F.1. Come dire che l’Italia da corsa vanta eccellenze mondiali in cui la ricerca e sviluppo, l’innovazione tecnologica e lo stare al passo coi tempi, non ha eguali al mondo. Segni particolari: sono tutte realtà di provincia, che per cercarle sulla cartina geografica si fa fatica, ma che rappresentano il centro del mondo del motorsport mondiale. A Monza è occasione di celebrazione anche per questi.

Per la Germania c’è Mosca dietro i droni esplosivi trovati allo scalo di Lipsia all’inizio di agosto. Ordinata la chiusura del consolato russo di Bonn. Von der Leyen: «Attacchi avranno conseguenze»

Cos'è la "guerra ibrida" che la Russia sta combattendo contro l'Europa

Dietro i tre droni carichi di esplosivi, rinvenuti all’aeroporto di Lipsia nei pressi di aerei cargo Antonov diretti all’Ucraina tra il 4 e il 14 agosto, c’è la mano della Russia, che sta conducendo una «guerra ibrida» contro la Germania e l’Europa. Durissime accuse lanciate in una dichiarazione ai giornalisti dai ministri di Interno ed Esteri tedeschi, Alexander Dobrindt e Johann Wadephul, d’intesa con il cancelliere Friedrich Merz. Un’accusa che inasprirà ulteriormente i già pessimi rapporti tra Mosca e Berlino, che è tra i più tenaci sostenitori di Kiev. Giunta peraltro proprio nel giorno in cui ordigni artigianali sono in parte esplosi in una centralina elettrica in Brandeburgo, nei pressi della grande centrale a carbone di Jänschwalde, nell’Est della Germania, a due passi dal confine polacco. La matrice qui è ancora ignota.

Dobrindt, che cita inchieste della magistratura e dei servizi, è lapidario: «La Russia ha la responsabilità dell’attacco ibrido a Lipsia». Il ministro rinvia alla «configurazione dei droni, delle componenti, della tecnica di innesco ed esplosivi», che sono «già noti da altre operazioni della Russia», e parla di un «alto livello di professionalità». A cercare di attuare l’attentato, ha aggiunto, «agenti di basso livello» che hanno agito «su incarico diretto di istituzioni statali russe». Per Berlino quello di Lipsia fa parte di un massiccio attacco ibrido alla Germania e al resto d’Europa (si pensi all’incendio di una fabbrica di droni, lunedì scorso, in Polonia o agli ordigni esplosivi ritrovati nei pressi di un analogo impianto in Slovacchia pochi giorni fa). «Consideriamo Lipsia – dice Dobrindt – non come un evento isolato, ma vediamo un collegamento con altre azioni ibride. Riteniamo che la Germania resterà obiettivo di ulteriori attacchi ibridi da parte della Russia», la quale è «disposta a provocare gravi danni». Conclusione drastica: «Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente obiettivo della guerra ibrida» di Mosca.
Le conseguenze sono pesanti. Il ministro degli Esteri, Wadephul, ha annunciato la chiusura del consolato generale russo a Bonn nonché del “Russisches Haus” (“Casa Russia”), il centro culturale russo nell’ex Berlino Est da tempo considerato un centro di spionaggio di Mosca nel cuore della capitale. Sarà convocato l’ambasciatore russo e saranno introdotti ulteriori, severi controlli agli ingressi di cittadini russi in Germania. Le azioni di Mosca, ha avvertito Wadephul, «si inseriscono in una lunga serie di tentativi di destabilizzazione, disinformazione, minacce, sabotaggio e aggressione diretti contro l’Europa» e «la Germania non fa eccezione». Già in agosto i servizi Usa avevano avvertito che il presidente russo Vladimir Putin, pur di vincere la guerra in Ucraina, ha optato per attacchi ibridi a Paesi Nato. Ogni sforzo sarà però vano: «Il nostro messaggio alla leadership russa – dice il ministro – è chiaro: non ci lasceremo dividere o intimorire», la Germania «continuerà a fornire sostegno civile e militare all’Ucraina». Ma anche la Russia «risponderà a tutte le azioni anti-russe«, ha replicato il ministero degli Esteri di Mosca. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di «pretesto».
La vicenda coinvolge direttamente la Nato. «L‘Alleanza – scrive il segretario generale Mark Rutte via X – è pienamente solidale con la Germania dopo l’attacco ibrido russo a Lipsia». Pure l’Ue sostiene Berlino. «Gli attacchi ibridi – ha dichiarato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha sentito Merz – non resteranno senza una risposta chiara». Ue e Nato discuteranno oggi della vicenda, sul tavolo ci sono anche nuove sanzioni. «Solidarietà piena» alla Germania è arrivata anche dall’Italia. «I tentativi di dividerci – ha detto Giorgia Meloni – non avranno successo: le azioni ibride contro uno qualsiasi di noi riguardano tutti noi e saranno affrontate con una risposta unita».

Avvenire

Berlino attacca Mosca per i droni di Lipsia. Europa e Nato: ‘Risponderemo’

Friedrich Merz © ANSA/EPA

Ansa

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto.

La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra.
Il “Fisioterapista Silenzioso”: allevia il dolore mentre dormi (e non senti nulla)
Tecnologia-benessere
Le accuse di Berlino alla Russia di guerra ibrida in relazione ai droni all’aeroporto di Lipsia sono dovute alla “situazione politica interna” in Germania, che vede il cancelliere Friedrich Merz in difficoltà a causa del malcontento della popolazione. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin in una conferenza stampa notturna a Bishkek. “Il cancelliere non gode della fiducia della popolazione, hanno fatto errori evidenti in campo economico”, ha affermato Putin, aggiungendo che la Germania non ha prove di una guerra ibrida russa.

La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia infatti intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”.

ansa

Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

«Vittima di diffamazione e calunnia», il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i vescovi, vince la causa contro Paméla Groleau, la donna che lo ha «falsamente accusato di violenza sessuale nell’ambito di un’azione collettiva contro l’arcidiocesi di Québec». Il porporato sarà risarcito di una somma di 100 mila dollari per violazione del diritto all’onore. A stabilirlo è una sentenza della Corte Superiore del Québec, in Canada, che – pubblicata il 31 agosto – si pronuncia a favore del porporato nella causa per diffamazione intentata nell’agosto 2022 quando erano state rese note le accuse di violenza sessuale. Il giudice Martin Castonguay ha concluso che tali accuse sono infondate e ha condannato la donna a risarcire il porporato dell’intera somma da lui richiesta. Somma che, fa sapere lo stesso Ouellet in uno statement diffuso in queste ore, si impegnerà a devolvere «a organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada». Il caso risale all’agosto del 2022, quando il nome del cardinale era emerso in una class action contro la Corporation Archiépiscopale catholique romaine de Québec et l’Archevêque catholique romain de Québec, riguardante accuse di abusi sessuali avvenuti nel corso di diversi decenni. Paméla Groleau, ex assistente pastorale laica, aveva accusato il cardinale di atti commessi tra il 2008 e il 2010, descrivendo episodi di contatto fisico non consensuale, presentati in seguito come violenze. Il cardinale canadese in una nota ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio Paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con “una temerarietà estrema, equivalente a malizia”», e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle «affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

Avvenire

Da Ceuta alla benzina, benvenuti nel Paese delle proroghe

Da Ceuta alla benzina, benvenuti nel Paese delle proroghe

Avvenire

Nell’estate di Ceuta, il duello infinito tra Italia e Spagna assume sempre più i contorni di un triste spettacolo, al limite dello scaricabarile. L’Europa sembra aver rinunciato al proprio ruolo di regia e di guida nel governo dei flussi migratori: in soli due mesi, il Patto per l’asilo e la migrazione si è rivelato un clamoroso assist per gli Stati membri, lesti nell’applicare la teoria dell’esternalizzazione delle frontiere e nel rigettare ormai qualsiasi ragionamento su possibili solidarietà tra i Paesi. Le urla nel deserto del premier spagnolo Sànchez, che ha evocato Lampedusa per ricordare la necessità di condividere il peso dell’accoglienza, sono il segnale di una vera e propria incomunicabilità tra le capitali del Vecchio continente.

Troppo sensibile in questo momento l’opinione pubblica alle sirene dell’invasione, per poter recepire parole d’ordine di buon senso. Più importante, appare, in tale direzione l’evocazione di reti di disinformazione russe e israeliane, chiamate in causa dal governo di Madrid per la presunta responsabilità di aver diffuso “fake news” sulle modalità di ingresso per i migranti nell’exclave spagnola. Sorprende non tanto l’uscita di Madrid, quanto la risposta contemporanea di Mosca e Tel Aviv, che hanno smentito un loro ruolo nell’ultima crisi migratoria europea e hanno parlato apertamente di «menzogne». La propaganda sui migranti, da qualunque parte la si guardi, sembra essere un nervo scoperto.
Proprio per questo, la decisione del nostro governo di rinviare di altre due settimane il ripristino dell’area di libera circolazione, prorogando la sospensione di Schengen, lascia perplessi. Intendiamoci: i benefici di governare “in proroga” sono evidenti. Si dà la sensazione di aver colto l’emergenza, si interviene più o meno tempestivamente, si rinvia la soluzione del problema. Il nodo si aggroviglia ulteriormente quando la proroga diventa mini-proroga: quindici giorni per il blocco alle frontiere relativo a chi arriva dalla Spagna, dieci giorni di prezzi congelati per le accise sul carburante. Non si capisce se a determinare queste scelte sia il desiderio di tenere buona l’opinione pubblica oppure la tendenza a vivere alla giornata, vedendo l’effetto che fanno i provvedimenti allo studio.
Sia sull’immigrazione che sull’economia, però, il risultato è soltanto la moltiplicazione dell’incertezza, per non parlare della reale efficacia del provvedimento. Finora, se parliamo di numeri, lo stop sugli arrivi dalla penisola iberica dopo il caso Ceuta ha portato a 31 respingimenti e a 6 arresti, a fronte di quasi 500mila persone monitorate alle frontiere aeree e marittime con Madrid. Cifre che francamente sembrano dire come la montagna dei controlli, compreso l’agitato spettro delle infiltrazioni terroristiche, abbia partorito il classico topolino. Ancor più inconsistente è parso il congelamento dei prezzi del gasolio alla pompa, immaginato forse per lenire il caro-vacanza di tanti italiani.
Complessivamente, fa impressione considerare che quel che si appresta a diventare il governo più longevo della storia, in realtà da diversi mesi non riesca a indicare una direzione di lungo periodo, ma si limiti al piccolo cabotaggio, privilegiando la tattica alla strategia di lungo periodo.