Le evidenze sulla morte di Abderrhaim Fakir

di: Francesco Caruso – settimananews.it

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Pubblichiamo l’intervento di Francesco Caruso, magistrato di lungo corso[1] ora in pensione, una tra le voci più lucide e serie ascoltate in questi giorni convulsi.

Filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono   diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima.

I primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso.

I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della CRI e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni.

Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti.

Salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psico motoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia.

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Siamo di fronte a una evidenza del fatto che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. “scudo penale”, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.

Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti.

Che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima.

Risalenti sentenze della Cassazione affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del “matto” non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta.

In situazione simili l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza.

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Comprendo la condizione degli agenti, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova.

Per questo credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello.

Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica.

Piuttosto rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade.

La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca.


[1] Francesco Maria Caruso magistrato per 43 anni. Giudice del c.d. processo ai “mandanti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia (dibattimento a Reggio Emilia). In precedenza: Giudice al tribunale di Modena; Giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo); Presidente del tribunale di Ferrara (settore penale) dove ha guidato il processo a carico di agenti di polizia per la morte del giovane Federico Aldrovandi; Presidente dal 2010 del tribunale di Reggio Emilia, dove prima di Aemilia ha guidato il processo Edilpiovra sulle infiltrazioni mafiose nel territorio. Nel 2016 è stato nominato Presidente del tribunale di Bologna, incarico che ha tenuto fino al collocamento a riposo nel 2022.

Il ritorno di Grillo (all’attacco): «M5s doveva cambiare la politica, la politica ha cambiato loro»

Beppe Grillo “bacchetta” M5s/ ANSA

Dopo un lungo silenzio, il fondatore di M5s torna a bacchettare i rappresentanti della sua “creatura”. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog in un lungo post dal titolo Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni, tornando a occuparsi – in modo fortemente critico – del Movimento che, ricorda, «era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo». La nascita del Movimento prendeva le mosse dalla «delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo. Le domande sono rimaste – osserva – le risposte sono scomparse». «Noi – insiste l’ex garante del Movimento – avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo – accusa – sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet».

Grillo passa quindi a un’analisi più generica della «crisi del modello occidentale», più «profonda», dice, e che porta i sintomi di «una malattia che la politica preferisce usare anziché curare». Come per esempio con «il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione». «Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso, dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». E allora il programma «dovrebbe partire da qui, dall’ascolto». E le domande – ricorda – «riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Con una particolare attenzione all’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite (dal lavoro, alla sanità fino alla sicurezza dei nostri dati personali). Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio», avverte. C’è poi – nel lungo post – un passaggio che lega la “rete” alla democrazia: «La rete permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, eppure continuiamo a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che, una volta eletti, rispondono ai partiti e alle correnti e prima o poi finiscono per rispondere soprattutto alla propria sopravvivenza. La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni». «Ecco – conclude – il Movimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di sé stesso. Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».
La replica di Conte e dei social
«Grillo ci accusa di aver perso la nostra identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi». Lo afferma il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, commentando il post dell’ex comico genovese. Ma anche i social non risparmiano critiche. Qualche sostenitore si trova ancora, come Pungiglione 63: «Caro Beppe una sfida per un’Italia migliore. Sanità pubblica, casa, lavoro, redditi, tasse e servizi, trasporti, scuola pubblica, contratti, servizi sociali, evasione fiscale, ce ne sarebbero ancora di argomenti. Su tutti questi pronto ad ascoltarti». Ma poi i toni non sono affatto teneri nella stragrande maggioranza dei post: «Hai preso per il c..o 11 milioni di Italiani perché dovevi drenare il dissenso. Abbiamo visto la fine che hanno fatto i tuoi discepoli. Immersi nella melma putrida preparata dai burattinai», scrive Mauro Lindemann. Alcuni si sentono traditi: «Questo è successo perché non ti sei messo tu alla guida. Eri il leader, ma non ti sei voluto impegnare, hai voluto che altri facessero il lavoro tuo e questo è l’epilogo», per Davide Delle Donne. Ma sono i giudizi politici sulle scelte di Grillo a essere più sferzanti: «Da quando ti sei venduto a Draghi per un complotto per far cadere Conte ti sei rinco……o. Fattene una ragione ed educazione: meglio i tuoi figli prima di dare sentenze», scrive DanieleQua957. Stesso tono da Libero Pensatore: «Hai voluto l’alleanza col Pd al grido di “chi non è d’accordo vada aff…”, dopo aver vomitato di tutto sul medesimo partito, avete tutti voi preso in giro milioni di italiani, il ribrezzo che mi fate non è misurabile. Sparite, ipocriti indegni». Anche Teo Orlando non è tenero: «Non sei ancora contento? Dopo tutto quello che hai promesso e tutto quello che è successo, continui a impartire lezioni. Prima di criticare gli altri, dovresti assumerti le tue responsabilità… hai contribuito a consegnare il Paese a una classe politica che criticavi e ora????.». E Giovanni P., telegrafico, commenta: «Colpa tua ….. la transizione Cingolani e Draghi è uno di noi e ca….e varie …. adesso rimani ai giardinetti». In sostanza, la stessa cosa che sostiene un altro deluso: «Beppe siamo sempre in attesa della tua autocritica sul “Draghi grillino” e le altre ca….e che hai fatto e detto». Mentre l’analisi di Mimmo Pinto è più articolata: «Anche appoggiare il governo Draghi faceva parte del rinnovamento? Il Draghi grillino lo hai battezzato tu non noi. Questo ha portato poi al governo Meloni e grazie anche a te ce lo ciucciamo da quattro anni. Diamo a Grillo ciò che è di Grillo».

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Avvenire

Giornata mondiale contro l’epatite. L’Oms: oltre 285 milioni convivono con il virus

Sindh HIV outbreak raises healthcare concerns

Vaccini, test e terapie esistono, ma ogni anno la malattia provoca 1,3 milioni di morti nel mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità, in occasione dell’odierna giornata, chiede di abbattere le barriere all’accesso alle cure e rilancia l’obiettivo dell’eliminazione della malattia come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, proponendo cinque strategie d’azione concrete

Bianca Tombini – Città del Vaticano – Vatican News

“È uno scenario inaccettabile”. È quanto afferma l’Oms mettendo in evidenza i numeri legati ai decessi causati dall’epatite nel mondo. Una malattia che conta ogni anno quasi 2 milioni di nuove infezioni, con circa 1,3 milioni di morti. L’Oms ha diffuso pertanto una nota in cui richiama governi e sistemi sanitari a rafforzare gli interventi per contrastare la malattia. Secondo le stime infatti, nel 2024 oltre 285 milioni di persone convivevano con un’infezione cronica da virus dell’epatite B, che causa l’85% delle morti. Nonostante i progressi terapeutici, dal 2015 i decessi associati a questo virus sono aumentati del 17%, soprattutto a causa delle difficoltà nella diagnosi e nell’accesso ai trattamenti.

Lo stigma che impedisce l’accesso alle cure
“Epatite: sconfiggiamola”, è lo slogan scelto dall’organizzazione Onu per l’edizione del 28 luglio 2026: un invito ad abbattere lo scoglio che impedisce a milioni di persone di accedere a prevenzione, test diagnostici e cure, come vaccini efficaci e terapie a lungo termine. Gli ostacoli al percorso di guarigione non sono solo le disuguaglianze e le carenze nei sistemi sanitari, ma anche la scarsa consapevolezza e lo stigma che si accompagna a questo tipo di infezioni. L’epatite è un’infiammazione del fegato e ne esistono diverse varianti (A, B, C, D, E). Alcune forme sono acute e si risolvono in breve tempo, mentre altre possono cronicizzare portando a complicazioni letali. I virus B e C si trasmettono attraverso il contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, le epatiti A ed E si diffondono invece attraverso alimenti o acqua contaminati e risultano più frequenti nei Paesi con bassi standard igienico-sanitari.

Lo screening come strategia contro il cancro
L’Istituto superiore di sanità ribadisce oggi l’importanza della prevenzione: “Grazie a vaccinazioni, screening e terapie antivirali, la mortalità correlata alle epatiti si è ridotta rispetto a dieci anni fa, ma per debellare la piaga della malattia una volta per tutte è necessario individuare le infezioni ancora non diagnosticate”. Molte persone infatti convivono con il virus per anni senza sintomi e scoprono la malattia solo quando il danno al fegato è ormai avanzato. “È fondamentale – ricorda l’Iss – aderire ai programmi di screening ed eseguire almeno una volta nella vita il test per l’epatite, cogliendo ogni occasione di diagnosi precoce. Eliminare le epatiti significa prevenire cirrosi, tumori del fegato, ricoveri e morti evitabili. La lotta contro queste infezioni è a tutti gli effetti una strategia di prevenzione oncologica”.

Cinque azioni concrete entro il 2030
“Nessuno dovrebbe morire per una malattia che oggi può essere prevenuta, diagnosticata e, in molti casi, curata”, conclude l’agenzia delle Nazioni Unite. La campagna dell’Oms invita a tradurre le evidenze scientifiche in azioni concrete, con l’obiettivo di eliminare l’epatite come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.  L’agenzia individua in tal senso cinque priorità di azione: sfruttare gli strumenti già disponibili – vaccini diagnosi, trattamenti e terapie a lungo termine – garantendone un’applicazione su larga scala ed equa; mettere le persone e le comunità al centro delle politiche e dei programmi di contrasto; assicurare a tutti un accesso equo ai servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e cura; integrare l’assistenza per l’epatite nei sistemi di assistenza primaria e di copertura sanitaria universale; infine, sostenere ricerca e innovazione per trasformare le conoscenze scientifiche in interventi sempre più efficaci.

Medjugorje, grave atto vandalico al santuario mariano

Una folla di persone in preghiera al santuario di Medjugorje

L’ufficio parrocchiale invita alla preghiera, al perdono e al digiuno dopo che l’altare esterno della chiesa di San Giacomo è stato dato alle fiamme provocando ingenti danni. Imbrattata anche una statua della Vergine Maria. Gli spazi sono stati ripuliti e sono nuovamente idonei al culto, dice una nota del medesimo ufficio

Vatican News

Un grave atto vandalico è stato compiuto nella notte fra lunedì e martedì nel santuario di Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina. Una persona, non ancora identificata, ha cosparso di liquido infiammabile e dato fuoco all’altare esterno della parrocchia di San Giacomo provocando ingenti danni. Lo stesso ha poi imbrattato una statua della Madonna e vergato scritte offensive.

Pulizia e riparazione degli spazi imbrattati
In una dichiarazione l’Ufficio parrocchiale di Medjugorje informa di aver immediatamente iniziato le operazioni di pulizia e riparazione affinché tutti gli spazi siano nuovamente idonei alla preghiera. Il santuario rimane quindi aperto a tutti i pellegrini e l’invito ai fedeli è a rispondere a questo triste evento con la preghiera, il digiuno e il perdono: “Preghiamo per la conversione dei cuori di coloro che hanno commesso questo atto, affinché il Signore li tocchi con la Sua grazia e li guidi sulla via del bene”.

Testimoniare con la vita l’amore, il perdono, la speranza
La notizia dell’atto vandalico è stata appresa “con grande dispiacere”, dice ancora la nota, nella quale si ringraziano tutti coloro che lavorano contribuendo “a far sì che il santuario rimanga un luogo di incontro con Dio, un luogo di pace e un luogo dove la Beata Vergine Maria, Regina della Pace, sia onorata”. Oltre al digiuno e al perdono, l’ufficio parrocchiale invita poi a pregare “anche per la pace nei cuori di tutti”, perché “la Madonna ci chiama costantemente ad essere portatori di pace”. Così questo evento può addirittura “incoraggiarci a prendere ancora più seriamente il Suo appello: non rispondere al male con il male, ma testimoniare con la nostra vita l’amore, il perdono e la speranza”.

“Cantico di Pace” a Castel Gandolfo con il Papa, il 29 luglio in video dalle 21

Il maestro tenore Andrea Bocelli e i giovani e giovanissimi coristi del coro ABF Voices, che saranno protagonisgti dell'evento "Cantico di Pace" il 29 luglio a Castel Gandolfo

Vatican News trasmetterà sul portale e sul canale YouTube il video dell’incontro di preghiera e fraternità guidato da Papa Leone XIV nel Borgo Laudato sì, nei giardini delle Ville Pontificie, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation. La preghiera sarà accompagnata dalla voce di Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia

Vatican News

Mercoledì 29 Luglio, Vatican News trasmetterà alle 21 sul portale www.vaticannews.va e sul canale YouTube l’Incontro di preghiera e fraternità “Cantico di pace” guidato da Papa Leone XIV a Borgo Laudato sì a Castel Gandolfo, promosso dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Andrea Bocelli Foundation.A Castel Gandolfo, con il Papa, le voci per la pace di giovani coristi e di Bocelli
La sera del 29 luglio, nel Borgo Laudato si’, il Centro di Alta Formazione e la Fondazione creata dal grande tenore italiano promuovono “Cantico di pace”, un concerto e una …
La testimonianza del coro ABF Voices
L’evento è legato alle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi. La preghiera sarà accompagnata dalla voce del maestro Andrea Bocelli e dal coro ABF Voices composto da 164 bambini e giovani provenienti da Israele, Cisgiordania, Uganda, Haiti e Italia (Napoli Rione Sanità e Camerino). Ragazzi che portano con sé storie diverse, spesso segnate dalla guerra, dalla povertà o dalla sofferenza, ma che attraverso il canto, testimoniano come l’arte possa diventare un linguaggio universale di dialogo, speranza e riconciliazione.

Papi e l’Odissea: il viaggio come ricerca di senso

Ulisse nella grotta dio Polifemo, (di Jakob Jordaens, Museo Puskin)

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano – Vativan News

Leggere l’Odissea attraverso le riflessioni dei Papi offre una prospettiva sul mondo e sul senso dell’esistenza. Una premessa doverosa riguarda la parola εὐαγγέλιον (evangelium) che ha una lunga storia. Papa Benedetto XVI, nel 2012, in occasione dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sottolinea che questo termine “appare in Omero”, nell’Odissea: “è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo”.

L’Odissea e le domande fondamentali
Il viaggio di Ulisse si snoda, innanzitutto, tra le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? Nei poemi di Omero, si legge nell’enciclica Fides et Ratio di Papa Giovanni Paolo II, sono interrogativi che hanno “la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza”.

La ricerca di senso
L’invito che sostiene l’Odissea, fin dalle prime pagine, è quello di non fermarsi ad Itaca. Mettersi in viaggio diventa una fonte di conoscenza per inquadrare, attraverso il vissuto e l’esperienza, le varie sequenze della vita. Anche la ricerca della verità non deve essere una inerte attesa. Papa Paolo VI esprime questa sana inquietudine all’udienza generale del 7 dicembre del 1966, ponendo una domanda: “non è più grande Ulisse, teso a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore (Dante, Inf. 26), che la tranquilla Penelope?”.

Il valore del viaggio
Il destino dell’uomo non si costruisce nell’attesa che gli eventi prendano forma e sostanza. Papa Francesco, durante il viaggio apostolico in Grecia nel 2021, spiega che “il viaggio in un mare agitato, come insegna il grande racconto omerico, è spesso l’unica via”. Francesco, in occasione della visita al Parlamento ellenico il 6 dicembre del 2021, spiega che non si può restare fermi davanti agli snodi cruciali e alle intemperie della vita.  Nell’Odissea di Omero, ricorda poi il Pontefice argentino, il primo eroe che appare non è Ulisse ma un giovane. Si tratta di Telemaco, suo figlio: “non aveva conosciuto il padre ed è angosciato, sfiduciato perché non sa dov’è e nemmeno se esiste”.

Davanti a un bivio
Papa Francesco, continuando a tratteggiare il ritratto di Telemaco durante il viaggio apostolico in Grecia, spiega che “ci sono varie voci, tra cui quella della divinità, che lo esorta ad avere coraggio e partire”. “E lui fa così: si alza, sistema di nascosto la nave e di fretta, al sorgere del sole, va all’avventura”. La scelta di Telemaco non riguarda solo le trame dell’epica ma anche i passi delle nuove generazioni che cercano di costruire il futuro tra fatiche e incertezze. La decisione dell’unico figlio di Ulisse e Penelope è anche quella presa da tanti migranti che, in questo nostro tempo lacerato da tensioni e conflitti, proiettano i loro sogni oltre paure ed angosce.

La salvezza “sta in mare aperto”
Il racconto omerico è dunque una metafora dei viaggi di tanti Telemaco e Ulisse che hanno solcato i mari della storia e che continuano a navigare tra le sfide poste dal mondo contemporaneo. Francesco, saldando l’Odissea con la quotidianità, sottolinea che “il senso della vita non è restare sulla spiaggia aspettando che il vento porti novità”. La vita dell’uomo è protesa verso l’orizzonte. “La salvezza sta in mare aperto, sta nello slancio, nella ricerca, nell’inseguire i sogni, quelli veri, quelli ad occhi aperti, che comportano fatica, lotta, venti contrari, burrasche improvvise”.

Tra due mari
Ci sono frangenti della vita in cui passato e futuro sembrano quasi sovrapporsi ed occupare la stessa scena. Papa Francesco, incontrando nel 2023 i seminaristi delle diocesi della Calabria, torna al momento di spartiacque, immortalato nel racconto omerico, tra le peripezie del viaggio e il ritorno a casa. “Omero, nell’Odissea, narra che Ulisse, verso la fine del suo viaggio, approdò ad un lembo di terra da cui poté ammirare la bellezza di due mari”. In quella bellezza navigano i ricordi e i sogni dell’uomo: radici da preservare e frutti da raccogliere.

Tutta la nostra vita è un viaggio
Nell’esperienza del viaggio, soprattutto nella sua dinamica esistenziale, si può comprendere il senso più profondo della dimensione umana: “tutta la nostra vita – afferma Papa Leone XIV all’udienza generale del 31 dicembre 2025 – è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”. “Tutti siamo migranti”, pellegrini “in cammino verso la patria celeste”, e il senso del viaggio, sottolinea infine Papa Leone XIV durante il viaggio apostolico in Spagna, sta nel rendere il cammino “più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno”. Come Ulisse, l’uomo è chiamato a mettersi in cammino e ad affrontare le prove della vita.

Papa Leone XIV e il “cantiere famiglia”: un invito da estendere anche alle case dei sacerdoti sposati

Città del Vaticano, 3 ottobre 2015. Veglia di preghiera delle Famiglie per il Sinodo, con Papa Francesco / SICILIANI

L’approfondita analisi pubblicata da Avvenire sul tema “Leone XIV e il cantiere famiglia: un cammino fuori dagli schemi tra Vangelo e società” delinea con chiarezza la visione del Pontefice riguardo alle dinamiche familiari contemporanee. La riflessione evidenzia l’urgenza di uno sguardo ecclesiale capace di superare i vecchi schemi rigidi e di porsi in ascolto delle trasformazioni sociali, valorizzando ogni testimonianza di amore, stabilità e fedeltà vissuta nel solco del Vangelo.

In questo percorso di rinnovamento e di apertura pastorale, la riflessione promossa dal Santo Padre si incrocia direttamente con l’esperienza vissuta dalle famiglie dei sacerdoti sposati.

Oltre gli schemi: la famiglia presbiterale come testimonianza evangelica

Se il “cantiere famiglia” delineato da Papa Leone XIV invita la Chiesa a riconoscere la grazia e la bellezza della vita domestica senza pregiudizi o preclusioni formali, appare naturale rivolgere un accorato appello affinché questo abbraccio si estenda ufficialmente anche alle famiglie dei presbiteri coniugati:

  • Una testimonianza viva nel quotidiano: Le case dei sacerdoti sposati rappresentano un punto di sintesi tra la vocazione al ministero ordinato e la concretezza della vita familiare, offrendo una testimonianza di fede, accoglienza e cura reciproca.

  • Un’autentica ricchezza per la comunità: Le spose e i figli dei sacerdoti non costituiscono un ostacolo al ministero, ma una presenza che arricchisce il tessuto parrocchiale, portando empatia, ascolto e prossimità verso le difficoltà delle altre famiglie.

Un passo di realismo pastorale per il bene comune

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati accoglie con favore le sollecitazioni emerse dall’analisi di Avvenire e rinnova l’invito al Papa e agli Ordinari diocesani affinché le famiglie del clero coniugato vengano coinvolte pienamente nei percorsi di pastoralità familiare.

I sacerdoti sposati — uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le università pontificie — insieme alle loro famiglie, sono pronti a mettere il proprio cammino a disposizione della Chiesa universale. Coinvolgere queste realtà nel “cantiere famiglia” rappresenta un atto di realismo pastorale e di trasparenza, capace di trasformare una presunta fragilità in una grande risorsa per la cura delle anime, la fraternità presbiterale e il bene comune dei fedeli.

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Avvenire

Quando l’immediato futuro si riempie di interrogativi, sorge quasi spontaneo il desiderio di voltarsi indietro per aggrapparsi a un passato di sogni e speranze, ai simboli di un’epoca e di una spensieratezza giuliva, in cui l’edonismo cominciava a viaggiare a braccetto con il benessere. Era il tempo della Dolce Vita, emanata da Roma, dalle sue star e dalle sue bellezze. Un immaginario (per pochi o per molti, difficile quantificare) legato a un simbolo intramontabile, la Fiat 500, gioventù che sporge dal tetto aperto, a ritmo lento per le strade dell’Urbe, e quelle immagini alla Fontana di Trevi, “Marcello, come here! Hurry up!” immortalate nel tempo e celebrate dal cinema. Un mito che evoca nostalgia, un desiderio di spensieratezza oggi riproposto da Fiat con la 500 Dolcevita, ovviamente in chiave moderna, con l’intrigante versione scoperta ed esclusiva della 500, l’unica nel segmento delle piccole col fascino d’altri tempi, la struttura da cabrio e il tetto aperto verso il cielo azzurro o le stelle come la prima 500 lanciata nel 1957.
Non è una operazione nostalgia dichiarata, ma nasconde sentimenti forse lasciati da parte negli ultimi decenni e rispolverati da Fiat anche attraverso una indovinata operazione d’immagine (basti pensare ai messaggi lanciati da Gerry Scotti nel programma La Ruota della Fortuna di cui Fiat è partner, ma anche il videoclip con Rovazzi, Arisa e Nino D’Angelo).
Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita non è la piccola per tutti, anche se il brand in questo momento attraversa una fase di crescita e ricorda a gran voce di essere “La Fiat per tutti gli italiani”, ma è la piccola compatta e fashion che fa distinguere per esclusività, bellezza (la grande bellezza italiana…), per essere un oggetto fashion e come tale tra dotazioni e chicche tecnologiche deve distinguersi anche nel costo (listino 25.200 euro, in promo a 19.950 euro). Non a caso è proposta in due colori iconici, il bianco ghiaccio o il Celestial Blue, per esaltare lo stile italiano, la freschezza, l’azzurro del mare e del cielo. La capote è in tessuto di tela, un Blu inconfondibile, si apre elettricamente, le calotte degli specchietti sono cromate, i cerchi in lega diamantati, i fari full Led, all’interno la plancia dal disegno ellittico ha lo stesso colore della carrozzeria, i sedili in tessuto/vinile pied-de-poule con tanto di logo ricamato, c’è l’autoradio DAB da 10,25″, il climatizzatore automatico, il sensore pioggia e i sensori di parcheggio posteriori. Un piacere guidarla, agile e facile, pratica e fashion, con un buon livello di isolamento interno, interpreta al meglio quel desiderio di… evasione accompagnato da un messaggio che suona come un claim: “Più luce, il sole sulla pelle e il piacere di godersi ogni istante, questo è lo spirito di Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita: vivere con leggerezza e lasciarsi guidare dal momento”.
Tre porte, quattro posti (i due dietro non sono per giganti) e un bagagliaio che può arrivare a 440 litri (da 185 circa), una citycar racchiusa in 363 cm di lunghezza. Tecnicamente è proposta con il motore FireFly 1.0 Hybrid da 12V, un tre cilindri di ridotte vibrazioni, con 65 CV di potenza e coppia massima di 92 Nm, il cambio è manuale a 6 marce: efficienza e fluidità, consumo dichiarato 5,4 l/100 km con una velocità di punta che arriva a 150 km/h, buono l’assorbimento asperità offerto dalle sospensioni. Aspetti che si accodano a quello primario: stile ed esclusività, un’auto da esibire come un abito da grandi firme .

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Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: L’età dei doveri – Costituzione e solidarietà (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro – lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 – che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza – che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica – non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri.
La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri «ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco». La finalità del libro – che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana – è altrettanto esplicita: «Ridare luce all’occhio dei doveri» per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà.
Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E – per dirla con Violante – il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale.
Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché – scrive l’autrice con un’efficace immagine – i diritti non sono «appesi al cielo come stelle da collezionare» ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è «un punto su un foglio bianco» ma «un nodo da cui si dipartono fili» che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere «è sempre venuto prima del diritto», perché «il padre viene prima del figlio». Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché «se tutto è diritto, allora niente è diritto» e, di fronte a questa bulimia – ci ricorda Tripodina – la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale.
La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione – dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà – è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che – ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 – è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: «Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti»).
Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma – parole di Calamandrei – che i diritti di libertà non sono più «il recinto di filo spinato» entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma «la porta che gli consente di uscire dal suo giardino». È la libertà che si completa nella solidarietà.
La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui – denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona – l’ideologia consumista diventa «il nuovo cemento di una società atomizzata», i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama «inviolabilità senza solidarietà». Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono – per definizione – suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza.
Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una «babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili». È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava «la bassa marea della politica». Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra «dittatura della maggioranza» e «governo dei giudici» – suggerisce l’autrice – dobbiamo perseguire un modello democratico «collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti». E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come «l’istituzione repubblicana più importante»: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, «non è una nostalgia ma un’urgenza nuova» che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza.

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Sarà Mancini bis: come la promessa di una rivoluzione per il calcio italiano è diventata una restaurazione

Roberto Mancini

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Tiri Mancini con ritorno al passato, l’Italia del calcio è un gambero azzurro. I tiri Mancini sono quelli che hanno portato al siluramento di Andrea Pirlo, reo di testimonianza remunerata del gioco d’azzardo (Ambassador della piattaforma russa Fonbet, da 48 ore illegale in Italia e quindi oscurata) e l’assunzione, tanto agognata dal Presidente della Figc Giovanni Malagò, del suo pupillo, Roberto Mancini. L’atto secondo dell’era Malagò, al primo «stavamo a scherzà», direbbe Alberto Sordi, si apre con il licenziamento in tronco voluto dallo stesso Presidente, con le dimissioni «senza polemiche», dice sempre il Presidente, del dt Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo, con l’apertura a un Mancini bis sulla panchina azzurra. Dopo settimane di parole chiave come «rinascimento del pallone italiano, nuova filiera del settore giovanile da ricostruire e valorizzazione del calcio di base», eccolo qua il nuovo che avanza, il caro vecchio Mancio pronto a riprendersi il suo posto e anche a ribadire, umilmente (viene da ridere) le scuse. Quelle per il suo “sgarbo” nazionale consumatosi nell’estate 2023. La rottura di Mancini con l’ex presidente della Figc Gravina e le dimissioni annunciate con una fredda pec spedita sotto il sole della Grecia a bordo del suo yacht. Un gesto da eterno genio ribelle del calcio nostrano che in quel momento storico si sentiva accerchiato e declassato (tagli al suo staff rimasto orfano del “gemello del gol” Gianluca Vialli) dopo che non aveva centrato la qualificazione ai Mondiali del 2022: eliminati dalla Macedonia del Nord. Ma anche quella eliminazione per Malagò fu più colpa di una Federazione vecchia e cattiva, perché per lui c’è un solo vincente in circolazione, il Mancini campione d’Europa, a sorpresa, a Euro2020 e il fantastico tecnico del record, 37 partite senza sconfitte alla guida della Nazionale (primato interrotto il 10 settembre 2021 contro il Portogallo). «Roberto è il miglior ct possibile», ribadisce un raggiante Malagò che cerca di scacciare via tutte le nubi del “caso Pirlo” per riabbracciare quello che per Fabio Capello rimane il “Mancio d’Arabia”, quindi non idoneo per il ritorno.
Quando Mancini disse addio alla Nazionale infatti andò a svernare a Riad da ct dell’Arabia Saudita. Missione lampo, finita dopo una sola stagione da “tackle nel deserto” sopportata solo dietro carovane di milioni di dollari (25 circa). Poi ultima spiaggia all’Al-Sadd Sports Club di Doha, per un altro ingaggio da sceicco di Jesi in Qatar (biennale da 10 milioni). Il figliol prodigo per tornare a Coverciano si è “accontentato” di 2 milioni a stagione, contratto fino al 2030. Ma non è tanto per gli 8 milioni che ha detto «sì»,ma perché quando Giovannino principe dell’Aniene, Circolo del generone romano di cui il “Mancio” è socio più che onorario, chiama, non si può che rispondere “èccome!”. Nel valzer dell’ipocrisia di queste ultime ore abbiamo assistito a uno spettacolo da incubo di una notte di mezza estate. Per nominare un allenatore di calcio, uno straccio di selezionatore, della Nazionale, si sono mossi anche i servizi segreti, e siccome siamo nella Repubblica fondata sul pallone si è rischiato di tornare alle urne. La nostra politica poi, quando scoppiano gli scandali del calcio non perde mai l’occasione di scendere subito in campo e lo invade con i suoi assist che sanno di comizi elettorali. I comizi contro Pirlo poi hanno rasentato il ridicolo e gettato del fango gratuito e ingiusto nei confronti di un campione che ha commesso un solo grave errore, secondo il codice da “Azzurro Vergogna” coniato da tempo immemore da Avvenire: prestare nome e volto a un’agenzia di scommesse che alimenta l’azzardo e le ludopatie giovanili. Tutto il resto è noia, discorso da bar sport, compreso il dibattito fantapolitico. «Ripartiamo da un progetto serio», ha invocato il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, ma è dura fare i seri quando anche la nomina di un tecnico diventa un affare di Stato.
Il nuovo corso Malagò sarebbe dovuto ripartire dalla scelta immediata condivisa e decisa di un ct con il quale avviare un progetto effettivo di rinnovamento. Invece si è iniziato a parlare di fare economia per non allargare la faglia del buco da 30 milioni di euro della Figc generato dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026. Perciò il “ripiego Pirlo” era dettato da ragioni meramente finanziarie, perché gli ingaggi necessari per mettere sotto contratto Mancini o Antonio Conte (il più amato dalla Lega di Serie A, che ora protesta) erano stati cassati alla voce “troppo esosi”. Poi però abbiamo scoperto che si poteva anche ingaggiare persino un mister di platino come Pep Guardiola. Un tiki-taka da 20 milioni l’anno per il Pep catalano e accordo fino al 2030. Roba da City Group, mica da Figc che piange miseria. Se Pirlo non fosse stato tradito dallo scommettificio russo (se fosse stata un’agenzia italiana o inglese saremmo arrivati a tanto?) la Figc se la sarebbe cavata con una spesa da 6 milioni complessivi in quattro anni, ma resta da capire se il nuovo piano di rilancio tecnico dell’Italia del pallone sia in mano a dei commercialisti o a gente che vive e che sa di calcio. Uno che ha vissuto in maniera specchiata in questo strano mondo del pallone e che sa anche tanto di calcio è sicuramente Claudio Ranieri. L’aggiustatore universale di Testaccio, classe 1951, è il nuovo direttore tecnico. Ranieri prende dunque il posto di Paolo Maldini che lasciando la Federcalcio ha detto solo: «Questi non vogliono il cambiamento». Almeno in questo, difficile non dargli ragione.

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