Il dato choc della Germania, con 15.800 morti per l’ondata di calore certificati dalle istituzioni federali, fa il paio con gli allarmi siccità in Stati insospettabili come Ungheria, Austria e Repubblica Ceca

L'estate sta finendo, il caldo non se ne va: nel cuore d'Europa scene mai viste

Quasi sedicimila morti, per la precisione 15.800: è il drammatico bilancio dell’ondata di calore in Germania aggiornata a metà agosto. Un dato terribile diffuso dal Robert Koch Institut (l’istituzione federale preposta al monitoraggio sanitario nazionale), e un record che ha battuto il precedente del 2018 (9.500 decessi). Colpiti, naturalmente, soprattutto gli anziani, specialmente sopra i 75 anni. A giugno anche la vicina Austria (con Vienna che ha visto 41 gradi, mai visti prima dall’inizio delle registrazioni a metà Ottocento) lamenta analoghi record: 395 decessi legati al caldo, il precedente record, nel 2019, era stato di 335 morti.
Questa ecatombe è solo il segnale più drammatico di questa pazza estate con una siccità mai vista prima, che ha colpito soprattutto l’Europa centrale e orientale. Spettacolare è la secca delle due principali arterie fluviali del Vecchio Continente: il Reno e il Danubio. Il primo ha già visto una parziale interruzione della navigazione, dopo che i livelli si sono ridotti a pochi centimetri nello snodo cruciale di Knaub, vicino a Coblenza, troppo poco per le chiatte. E il Danubio, soprattutto a Est di Vienna, in particolare in Ungheria e Romania, ha portato alla chiusura di alcune centrali che utilizzano l’acqua fluviale per il raffreddamento. E poi c’è stato il dilagare degli incendi, inconsueti in questa parte d’Europa. Nella regione di Coblenza sono andati in fumo 50 ettari di boschi a metà agosto, incendi di vaste proporzioni anche in Austria e in Repubblica Ceca.
Il centro di monitoraggio del Jrc (il Centro di ricerca congiunto dell’Ue) parla di «situazione di allarme» in Germania, le Alpi, l’Europa centro-orientale, i Balcani (oltre a Italia, Belgio, Olanda, Regno Unito, Irlanda, Penisola Iberica) e di «situazione di allerta» in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria. Per la Germania, secondo calcoli di Greenpeace, i danni complessivi all’economia sono pari a 36 miliardi di euro. E secondo la società di assicurazioni Allianz Trade, se continueranno a ripetersi ogni anno queste ondate di calore e siccità, la Germania potrebbe vedere danni per 112,5 miliardi di euro di qui al 2030. L’impatto è anche sull’agricoltura. Nella sola Austria, il comparto ha registrato danni per un miliardo di euro a seguito di quella che gli esperti chiamano «siccità di dimensioni storiche». Il governo guidato dal cancelliere Christian Stocker ha varato un pacchetto di aiuti da 240 milioni di euro. Secondo il Jrc, per Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia è previsto un calo del 20% dei raccolti rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Colpita anche la Germania meridionale.
L’unico aspetto positivo di questa drammatica crisi è che sta risvegliando la consapevolezza, tra politici e cittadini, dell’urgenza delle misure per difendere il clima, mentre persino a Bruxelles si stava diffondendo la tendenza ad annacquare le normative del Green Deal per compiacere i malumori soprattutto nel centro-destra. «La Germania – ha dichiarato il 22 agosto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in visita ai boschi bruciati intorno a Coblenza – deve purtroppo mettere in conto che il numero di eventi con grandi danni aumenterà. È il cambiamento climatico». Parola, notano molti commentatori, che Merz finora aveva evitato.
A dire il vero in Germania la politica ha già varato da tempo varie misure, a cominciare dall’Energiewende («la svolta energetica») del 2011 dopo il disastro di Fukushima, con l’abbandono del nucleare e il rilancio delle rinnovabili. E di recente ha varato una normativa per raggiungere la neutralità climatica entro il 2045, cinque anni prima di quanto prevede la legge Ue. Molto, però, deve esser fatto: nel 2025, con il 23,9% di quota di rinnovabili, la Repubblica Federale era sotto la media Ue (26,2%, l’Italia è al 20,5%), anche se sul fronte specifico dell’elettricità va meglio (59% contro la media Ue del 49,95%, l’Italia è al 43,54%). La sensibilità si è rafforzata anche tra cittadini: secondo un sondaggio della banca di sviluppo KfW, il 66% dei tedeschi vuole partecipare all’Energiewende (contro il 59% di un anno fa) utilizzando pompe di calore, pannelli solari, auto elettriche, e l’84% ritiene importante o molto importante la difesa del clima. Con buona pace dell’estrema destra Afd, con il co-presidente Tino Chrupalla che parla di «normalissima estate».
Il tema è caldo anche in Austria. In cambio dell’aiuto agli agricoltori (clientela dei Popolari), Socialdemocratici e liberali hanno ottenuto una legge che impegna il Paese alla neutralità climatica già nel 2040. «Dobbiamo adattarci al cambiamento climatico – ha detto il cancelliere Stocker – dovremo riuscire a emettere meno Co2». L’Austria fa già molto meglio della Germania: la quota generale di rinnovabili nel 2025 era pari al 44,2%, l’elettricità addirittura al 90,77%. Molto peggio Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, tutte sotto il 20% di quota generale e sotto il 35% di elettricità.

Avvenire

Il sì al piano Safe, con prestiti per 8,9 miliardi su aerei, unità navali e carri, insieme al 13esimo pacchetto di forniture a Kiev, sono il segnale che una stagione è finita nel nostro Paese e se ne sta aprendo un’altra

Missili, droni e munizioni: il piano dell'Italia per il riarmo (oltre agli aiuti civili)

È la fine di un’era, anche per l’Italia. Il mondo in cui dalla pace si riscuotevano dividendi è stato una fugace età dell’oro, irenica, tra il crollo dell’Impero sovietico nel 1991 e l’annessione russa della Crimea, nel 2014. È stata, quella, un’epoca di risorse risparmiate dalla difesa, nell’Europa tutta, con i diversi Stati sicuri che, in un eventuale scenario bellico, sarebbe arrivato d’oltreoceano un soccorso oggi meno scontato.
Ad onta dei vincoli di bilancio e di un debito pubblico tronfio nel peso, vanno invece ora per la maggiore i programmi di riarmo, anche nel nostro Paese, per cogliere le opportunità immediate offerte dal primo pilastro del mega-progetto europeo per il 2030. Si chiama Safe ed è lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa. Dopo mesi di tattiche temporeggiatrici, legate all’ostilità di alcuni partiti di maggioranza e di magna pars dell’opposizione, il governo di Roma ha rotto gli indugi inoltrando domanda a Bruxelles per una quota di 8-8,9 miliardi di euro di prestiti Safe, sui 14,9 opzionati nel 2025.
Intervenendo al meeting di Rimini, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha smorzato i malumori montanti dentro la maggioranza e non solo, precisando che l’esecutivo ha scelto una via di mezzo fra esigenze militari, sanità, coesione sociale e welfare. Spetterà ora al ministero della Difesa presentare un piano dettagliato dei programmi che beneficeranno di quelle somme, a copertura sopratutto di alcune spese prepianificate, già avallate dal Parlamento. Sono somme prese a debito, che poi dovremo restituire all’Europa.
I fondi e l’asse con Berlino
Di quali tipi di materiale bellico stiamo parlando? È verosimile che si opti per categorie di armi più urgenti: parliamo ad esempio di difese aeree e anti-missilistiche di nuova generazione, viste le 10 batterie previste di Samp-t/Ng, oltre che di armi intercettatrici di minacce a medio-corto raggio e a cortissima distanza, corredate da missili, munizioni, carri, mezzi per la fanteria, droni, anti-droni, cyber-resilienza e unità navali.
Teoricamente, dal punto di vista finanziario, potremmo godere come Paese di un vantaggioso ammortamento pluridecennale di interessi e crediti: il meccanismo Safe si finanzia infatti con l’emissione di eurobond per 150 miliardi di euro totali e copre contratti di appalto filo-comunitari, in cui non più del 35% del prezzo complessivo abbia matrice esogena.
Osserva il pensatoio Milex che il Safe ha un respiro limitato alle sole spese militari, contrariamente ai margini di manovra offerti dai titoli poliennali del tesoro. Privilegia due categorie di prodotti, alla luce degli aiuti quadriennali all’Ucraina e al progressivo disimpegno europeo degli Stati Uniti. Il prestito arriverebbe in un momento cruciale per il mondo militare europeo, in una cornice secondo cui l’Italia mantiene programmi strutturali impegnativi per il futuro delle forze terrestri, in sinergia industriale con la Germania.
Aiuti civili e militari
Per quanto riguarda il comparto aereo, esso ruota intorno a un sistema di sistemi di sesta generazione tri-nazionale, con Londra e Tokyo, ad altissimo valore aggiunto, i cui costi di ricerca e sviluppo faraonici sono addirittura in crescita rispetto alle stime iniziali. E ci sono fermento e più di un mal di pancia, nel nostro paese, anche per il 13esimo pacchetto in itinere di aiuti militari all’Ucraina, il primo del 2026, che sarebbe inclusivo fra gli altri di una batteria di missili antimissili Samp-t e di radar di scoperta dalla portata di 300 chilometri, per un controvalore di circa 350 milioni di euro.
Esaminando il pacchetto dalla prospettiva del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, si scopre che ne è prevista l’adozione formale intorno a settembre. I nuovi aiuti andrebbero a sommarsi alle 12 tranche succedutesi fra il 2022 e il 2025, che vedono l’Italia in nona posizione come Paese donatore nei confronti di Kiev, con 3 miliardi di euro di aiuti militari e altrettanti civili, a cui ha fatto recentemente riferimento la premier Giorgia Meloni parlando nello specifico di fornitura di «generatori per l’inverno». Gli aiuti militari verranno finanziati con fondi dello Strumento europeo per la pace (Epf) e del ministero della Difesa mentre quelli civili con fondi del ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale, a copertura di materiali non meno urgenti come appunto i generatori elettrici e i kit medico-sanitari, come ha voluto sottolineare il ministro della Difesa Guido Crosetto, descrivendo da ultimo il prossimo pacchetto di aiuti, purtroppo secretato nei dettagli militari come i precedenti.
Un rapporto dell’Istituto affari internazionali sottolinea che, a fine 2025, un decreto legge valido tuttora per l’assistenza all’Ucraina ha individuato nelle difese aeree, anti-missilistiche, negli anti-droni e nelle protezioni cybernetiche le aree di gravitazione principale degli aiuti militari venturi, pur non impedendo la cessione di sistemi letali, già donati in passato, se solo si pensi ai mortai, ai cannoni d’artiglieria, ai missili controcarri e contraerei portatili, e agli aviomissili da crociera a lungo raggio. Sono armi per combattere, in difesa e in attacco, per legittima difesa, vincolate nell’impiego ai confini ucraini del 1991, Crimea inclusa, per non violare in toto la sacralità dell’articolo 11 della Costituzione italiana che, pur ammettendo limitazioni di sovranità organiche all’ordinamento internazionale, ripudia in maniera netta la guerra offensiva.

Avvenire

L’ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la “normalizzazione” Rai: ecco il caso Ranucci

L’ennesima triste pagina dell’informazione italiana è stata scritta a danno dei telespettatori e dei cittadini e nessuno può tirarsene fuori, dalla politica di governo lottizzata al giornalismo d’inchiesta uscito ammaccato dalla vicenda. Ora si salvi almeno il lavoro di una redazione, quella di “Report”, che ha bisogno di ricompattarsi

L'ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la "normalizzazione" Rai: ecco il caso Ranucci

Avvenire

Editto doveva essere ed editto è stato. È un mestiere difficile il giornalismo d’inchiesta. Ancor di più nella Rai eternamente lottizzata, dove si realizza quello che senza dubbio è sempre stato un obiettivo del centrodestra. La vicenda davvero straordinaria dell’attentato a Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola (alla destra legato storicamente) ha vissuto una puntata-chiave. Si voleva “normalizzare” una trasmissione scomoda, troppo, per i suoi contenuti spesso orientati a colpire ambienti vicini ai partiti di maggioranza.
La politica, una certa politica, è riuscita a chiudere “Report”, come aveva fatto prima per “Striscia la notizia” su Mediaset. È una pagina decisamente triste per l’informazione e, in genere, per la democrazia in Italia. L’ingerenza dei partiti nella gestione non è certo una garanzia di informazione neutrale, già di per sé difficile da raggiungere. E di ingerenze il caso Lavitola/Ranucci/ Report è pieno zeppo. Ciò premesso, va però anche detto che a rendere la difesa di questo diritto (all’informazione) più ostica, è però in questo caso anche l’intreccio di piccolezze umane che hanno segnato l’intero dipanarsi della vicenda. Non l’ha aiutata per primo la condotta di Sigfrido Ranucci che, pur vittima, aveva visto comunque smarrirsi l’autorevolezza di cui godeva, come segnalato su queste colonne sin dall’inizio. Nella nuova stagione alle porte non si sarebbe assistito alla sua conduzione con lo stesso spirito di prima.
Una condotta sfociata poi nel delirio di onnipotenza degli ultimi giorni (fra accostamenti a Falcone, Borsellino e Moro e frasi tipo «andrei a cena anche con Riina»), che ha reso impervia la tutela del conduttore anche da quella sinistra che l’aveva eretto a suo paladino (sempre meno sono state infatti le voci levatesi). Fino al veleno con cui ieri ha attaccato quelli che sono i due colleghi designati al suo posto, degni della massima stima. L’unico modo per continuare a fare giornalismo d’inchiesta in Rai passa ora – lo si voglia o no – per il compattarsi di una redazione che, invece, si è sbriciolata sotto i colpi di maglio della maggioranza. È legittimo comprendere le legittime aspirazioni personali cassate, però le spaccature interne sono solo un ultimo regalo a quel centrodestra che vorrebbe avere il monopolio di tutto.

Europei di volley femminile, il programma degli ottavi di finale: quando si gioca Italia-Bulgaria, il tabellone

Europei di volley femminile, il programma degli ottavi di finale: quando si gioca Italia-Bulgaria, il tabellone

Dopo la fase a gironi l’Italia continua il suo cammino agli Europei di volley femminile, in programma fino al 6 settembre 2026: agli ottavi di finale incrocerà la Bulgaria di Marcello Abbondanza in Cechia, mettendo nel mirino l’eventuale quarto di finale contro la vincente della sfida tra le padrone di casa e la Svezia da disputare il 2 settembre. In questa fase le partite si giocano tra tra Brno e Istanbul.
La squadra di Velasco ha superato da imbattuta la fase a gironi, alla quale hanno partecipato 24 squadre, chiudendo in testa al Gruppo D grazie alle vittorie ottenute contro Croazia, Montenegro, Svezia, Slovacchia e Francia e vuole continuare a collezionare successi. Le azzurre torneranno in campo lunedì 31 agosto alle ore 16:00 per gli ottavi di finale di questa competizione, la prima partita della fase a eliminazione diretta, che saranno visibili anche in chiaro sulla Rai. Chi vince gli Europei otterrà la qualificazione per il torneo olimpico di Los Angeles 2028.

Calendario degli ottavi di finale degli Europei di pallavolo femminile
Le prime a scendere in campo saranno Francia e Grecia che apriranno la fase a eliminazione diretta domenica 30 agosto alle 16:00. A seguire alle ore 19:00 ci sarà la seconda partita degli ottavi di pallavolo, Serbia-Croazia. L’Italia affronterà la Bulgaria lunedì 31 agosto alle ore 16:00. Chi vince se la vedrà con la vincente di Cechia-Svezia che si giocherà poco più tardi, alle ore 19:00.Domenica 30 agosto

ore 16 – Francia-Greciaore 19 – Serbia-Croazia
Lunedì 31 agosto

ore 16 – Italia-Bulgariaore 19 – Cechia-Svezia
La partita dell’Italvolley contro la Bulgaria
Le Campionesse del Mondo scenderanno in campo negli ottavi di finale contro la Bulgaria che ha chiuso la prima fase con il quarto posto nel Gruppo B: le bulgare sono finite dietro a Serbia, Cechia e Grecia e ora tentano l’impresa nella fase a eliminazione diretta. Le Verdi non vengono da un cammino esaltante e per l’Italia di Velasco l’impegno non è proibitivo, almeno sulla carta: l’Italvolley arriva alla fase a eliminazione diretta da imbattuta e con i favori del pronostico. Sarà un incontro speciale per Marcello Abbondanza, CT della Bulgaria nato a Cesena che allena la nazionale da novembre 2025 dopo diverse esperienze in Italia.Risultati e le classifiche dei gironi di volley Femminile
Serbia, Belgio e Italia sono le nazionali che hanno vinto i rispettivi gironi nella prima fase degli Europei di volley femminile, in attesa della Turchia che ha lo scontro diretto con la Polonia da giocare. Sulla carta sono le squadre favorite per la vittoria perché arrivano alla fase a eliminazione diretta da imbattute: le serbe e le italiane hanno perso soltanto 1 set di quelli giocati e sono state le migliori fin qui. Alle loro spalle le più temibili sono Cechia e Francia. Soltanto le prime quattro classificate di ogni girone accedono agli ottavi di finale.

POOL A

Turchia: 12 punti (4 vittorie, 12 set vinti, 2 set persi)*
Polonia: 12 punti (4 vittorie, 12 set vinti, 1 set persi)*
Germania: 6 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 10 set persi)
Slovenia: 6 punti (2 vittorie, 2 sconfitte, 7 set vinti, 7 set persi)
Lettonia: 2 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 6 set vinti, 14 set persi)
Ungheria: 1 punti (4 sconfitte, 2 set vinti, 12 set persi)
CLASSIFICA POOL BSerbia: 15 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 1 set persi)
Repubblica Ceca: 12 punti (4 vittorie, 1 sconfitta, 13 set vinti, 4 set persi)
Grecia: 8 punti (3 vittorie, 2 sconfitte, 10 set vinti, 9 set persi)
Bulgaria: 4 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 11 set persi)
Ucraina: 4 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 6 set vinti, 12 set persi)
Austria: 1 punti (5 sconfitte, 3 set vinti, 15 set persi)
CLASSIFICA POOL C

Belgio: 13 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 4 set persi)
Olanda: 9 punti (3 vittorie, 1 sconfitta, 11 set vinti, 5 set persi)*
Azerbaijan: 8 punti (3 vittorie, 9 set vinti, 3 set persi)*
Romania: 6 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 9 set vinti, 12 set persi)
Portogallo: 5 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 7 set vinti, 12 set persi)
Spagna: 1 punto (5 sconfitte, 3 set vinti, 15 set persi)
CLASSIFICA POOL DItalia: 15 punti (5 vittorie, 15 set vinti, 1 set perso)
Francia: 12 punti (4 vittorie, 1 sconfitta, 13 set vinti, 4 set persi)
Svezia: 7 punti (3 vittorie, 2 sconfitte, 10 set vinti, 10 set persi)
Croazia: 5 punti (2 vittorie, 3 sconfitte, 8 set vinti, 13 set persi)
Slovacchia: 5 punti (1 vittoria, 4 sconfitte, 7 set vinti, 12 set persi)
Montenegro: 1 punti (5 sconfitte, 2 set vinti, 15 set persi)
*Una partita ancora da giocare

fsnpage.it

Messa in latino e scontro generazionale: le parole del Cardinale Sarah e la necessità di una ricomposizione nella Chiesa di Papa Leone XIV

Messa in latino, il cardinale Sarah incalza Leone XIV: «Finita la generazione del ’68, finirà anche l’avversione»

Le recenti dichiarazioni del Cardinale Robert Sarah sul tema della Messa in latino e sulle restrizioni al messale antico — rilanciate dai media e incentrate sull’idea che, con il superamento della “generazione del ’68”, finirà anche l’avversione verso la liturgia tradizionale — riaprono una delle ferite più dibattute nel tessuto ecclesiale. Il Cardinale incalza la visione di Papa Leone XIV, sostenendo che le nuove generazioni di fedeli e giovani presbiteri cercano nel sacro e nella tradizione liturgica un punto d’ancoraggio di fronte al disorientamento contemporaneo.

Questo dibattito, tuttavia, rischia di rimanere imbrigliato in una contrapposizione ideologica tra “antichi” e “moderni”, perdendo di vista la sostanza della vita parrocchiale e la priorità della cura pastorale.

Oltre la polarizzazione liturgica: al centro il bene dei fedeli

La riflessione sollevata dall’intervento del Cardinale Sarah merita di essere considerata con equilibrio e senso ecclesiale:

  • Il senso del sacro e la fame di Eucaristia: Ciò che le giovani generazioni cercano non è una nostalgica battaglia d’antiquariato, ma la profondità del Mistero, la dignità della preghiera e la certezza della presenza di Cristo nei Sacramenti.

  • Il pericolo della spaccatura ideologica: Ridurre la ricchezza della Chiesa a uno scontro tra sensibilità generazionali o a una guerra di rubriche liturgiche danneggia l’unità del Popolo di Dio, dividendo le comunità invece di radunarle attorno all’unico Pane della Vita.

Dalle dispute formali alla presenza pastorale viva

Mentre il dibattito sui linguaggi liturgici infiamma i media e gli ambienti specialistici, la realtà di molte diocesi racconta un’emergenza diversa: chiese chiuse, comunità spopolate e mancanza di pastori stabili capaci di celebrare i Sacramenti e stare accanto alla gente.

L’integrazione di tutte le forze presbiterali disponibili e la valorizzazione dei carismi — compresa la testimonianza e la dedizione dei sacerdoti sposati con solida formazione teologica — rappresenta la strada d’equilibrio per superare le contrapposizioni. Quando la priorità torna a essere l’annuncio del Vangelo e la cura delle anime, la Chiesa ritrova la sua unità essenziale, capace di far convivere la ricchezza della tradizione con la concretezza dell’azione pastorale.

Il mistero del calendario “sbagliato” di Qumran, dove l’anno dura 364 giorni

Il mistero del calendario “sbagliato” di Qumran, dove l'anno dura 364 giorni

I misteri di Qumran sembrano non finire mai. A quasi ottant’anni dalla scoperta dei Rotoli del Mar Morto (i primi ritrovamenti avvennero nel 1947 ad opera di un giovane pastore beduino), ogni nuova ricerca aggiunge un tassello a uno dei più affascinanti laboratori della storia del giudaismo antico. L’ultima ricerca arriva dall’Università di Tel Aviv e riguarda una questione che, a prima vista, potrebbe sembrare un dettaglio tecnico: il calendario seguito dalla comunità che abitava il piccolo insediamento sulle rive del Mar Morto. In realtà è un tema decisivo, perché dal calendario dipendevano non solo il computo del tempo e la celebrazione delle feste, ma anche l’autorità religiosa e il rapporto con il Tempio di Gerusalemme.
Il professor Eshbal Ratzon propone oggi una nuova interpretazione di uno dei grandi enigmi dei Rotoli: il celebre calendario solare di 364 giorni. La sua teoria, di cui parla in un ampio articolo pubblicato sulla rivista accademica “Tarbiz. A Quarterly for Jewish Studies” (2026), non cambia i dati conosciuti, ma offre una possibile soluzione a un problema che interroga gli studiosi di ebraismo fin dagli anni Cinquanta. Nei manoscritti di Qumran ricorre continuamente il riferimento a un anno anomalo, composto appunto da 364 giorni. Il problema è evidente: l’anno solare dura circa 365 giorni e un quarto. Ogni dodici mesi il calendario di Qumran “perde” oltre un giorno; nell’arco di ventiquattro anni lo scarto raggiunge quasi un mese, facendo slittare progressivamente le feste fuori dalla loro stagione naturale. Se portato avanti abbastanza a lungo, perfino la Pasqua finirebbe per cadere in inverno.
Eppure gli autori dei Rotoli presentano proprio quel calendario come il modello perfetto, quello stabilito da Dio e rivelato a Mosè. Un evidente paradosso. La risposta a questa anomalia sta nella logica teologica della comunità. Il numero 364 non è stato scelto per ragioni astronomiche, ma perché rappresenta un ordine ideale. È divisibile esattamente per sette: l’anno comprende cinquantadue settimane complete e ogni festa cade sempre nello stesso giorno della settimana. La Pasqua, ad esempio, ricorre sempre di mercoledì, il giorno in cui, secondo il racconto della Genesi, Dio creò il sole, la luna e le stelle. Il tempo umano, calibrato sul “potere del sette”, riflette così perfettamente il ritmo della creazione. Insomma, per gli uomini di Qumran il calendario non era semplicemente un modo per misurare i giorni. Era una professione di fede.
Nel giudaismo del Secondo Tempio, infatti, stabilire la data delle feste significava decidere quando offrire i sacrifici e, di conseguenza, esercitare l’autorità sul culto. Non era una disputa astronomica, ma una questione di potere religioso. Per questo il Libro dei Giubilei, uno dei testi più importanti conservati nella biblioteca di Qumran, attacca duramente il calendario lunare seguito a Gerusalemme, accusandolo di aver alterato l’ordine stabilito da Dio. Celebrare le feste in giorni diversi equivaleva ad affermare che il sacerdozio del Tempio aveva tradito l’Alleanza.
Su questo punto gli studiosi discutono da oltre mezzo secolo. Il primo grande interprete del calendario di Qumran fu Shemaryahu Talmon, che negli anni Cinquanta sostenne che quel sistema fosse realmente utilizzato. Secondo lui il calendario costituiva una scelta identitaria: la comunità era disposta ad accettarne perfino i limiti pur di distinguersi dal culto celebrato nel Tempio.
A sostegno di questa interpretazione viene spesso citato il Pesher di Abacuc (uno dei più importanti manoscritti trovati a Qumran, rinvenuto nella Grotta 1; si tratta di un commentario al libro biblico del profeta Abacuc ). Qui un misterioso “sacerdote empio” perseguita il “maestro di giustizia” (ritenuto l’interprete autentico della Torah, forse uno dei leader carismatici della comunità) che si ritirò nel deserto proprio durante Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione, evidentemente celebrato in una data diversa. È il segno di una frattura profonda, nella quale il calendario diventa il simbolo della separazione tra due modi (e mondi) opposti di vivere il giudaismo.
Negli ultimi decenni questa lettura è stata contestata soprattutto dallo storico Sacha Stern, dell’University College di Londra. La sua obiezione si basa su un elemento pratico: un calendario che accumula ogni anno più di un giorno di errore non può funzionare. Se fosse stato davvero utilizzato, nel giro di poche generazioni le feste agricole sarebbero finite completamente fuori stagione. Per Stern, dunque, il calendario di 364 giorni rappresentava un ideale teologico, il modello del tempo perfetto immaginato dagli autori dei Rotoli, ma non un sistema realmente applicato.
Lo studio del professor Ratzon propone di operare una sintesi tra le varie possibilità. Secondo il ricercatore israeliano, entrambe le interpretazioni colgono una parte della verità. Il calendario sarebbe stato realmente utilizzato, ma solo nei primi decenni della vita della comunità. Quando lo scarto rispetto al ciclo delle stagioni divenne ormai troppo evidente, esso venne progressivamente abbandonato. Non perché fosse teologicamente sbagliato, ma perché era diventato praticamente insostenibile. La svolta, secondo Ratzon, sarebbe stata favorita anche dal mutato clima politico. Durante il regno dell’asmoneo Alessandro Ianneo, che regnò dal 103 al 76 a.C., i rapporti tra la comunità di Qumran e alcuni ambienti sacerdotali di Gerusalemme sembrano essersi fatti meno conflittuali. Venute meno le ragioni dello scontro, anche il calendario avrebbe perso il suo valore di bandiera identitaria. Da allora il calendario di 364 giorni sarebbe sopravvissuto nei testi come ideale religioso, memoria del tempo perfetto e forse modello destinato a realizzarsi pienamente solo nei “tempi ultimi”.
Naturalmente, la teoria di Ratzon non chiude il dibattito. Anzi, lo rilancia. Studiosi come James VanderKam, tra i massimi esperti del calendario di Qumran, invitano alla prudenza: la documentazione disponibile non consente ancora di ricostruire con certezza il funzionamento concreto del sistema. Altri, come Lawrence Schiffman e John J. Collins, ricordano che il calendario era soltanto uno degli elementi che distinguevano quella comunità, insieme alle norme di purezza, alla disciplina interna e alla convinzione di essere il vero Israele in attesa della fine dei tempi.
Anche l’identità degli abitanti di Qumran resta, a ottant’anni di distanza, oggetto di discussione. La tradizionale identificazione con la setta degli Esseni, proposta già negli anni Cinquanta dal biblista e archeologo domenicano francese padre Roland de Vaux (direttore dell’École biblique di Gerusalemme e responsabile tra il 1951 e il 1956 degli gli scavi a Qumran) e resa popolare dagli studi di Geza Vermes, è oggi considerata plausibile ma per nulla definitiva. Molti preferiscono parlare più prudentemente di un movimento sacerdotale dissidente nato all’interno del giudaismo del Secondo Tempio.
Una cosa, però, appare chiara. Per gli uomini di Qumran il tempo non era una semplice misura astronomica. Era il luogo nel quale si manifestava l’ordine di Dio. Contare i giorni significava interpretare la Scrittura, stabilire il momento giusto del culto e affermare la propria identità religiosa. Ecco perché un calendario apparentemente “sbagliato” continua ancora oggi a far discutere archeologi, storici e biblisti. Dietro quel giorno mancante si nasconde una domanda che attraversa tutta la storia religiosa d’Israele: chi ha l’autorità di stabilire la sacralità del tempo? Forse questo è il motivo per cui Qumran continua a custodire più domande che risposte.
Avvenire

È morta Yayoi Kusama. Oltre i pois, l’infinito come ferita

È morta Yayoi Kusama. Oltre i pois, l’infinito come ferita

Yayoi Kusama è stata molto più della sua immagine tarda: parrucca rossa, zucche, pois, code infinite davanti alle mostre e alle megainstallazioni, stanze a specchio trasformate in rito collettivo dell’epoca social. Morta a 97 anni a Tokyo, l’artista nata a Matsumoto nel 1929 lascia un’opera che la popolarità planetaria ha reso riconoscibile fino al rischio di semplificarla. La fase che ne ha fatto una star globale è forse anche quella meno necessaria. I pois non sono un marchio, disseminato su oggetti di qualsiasi tipo, specie se di lusso – o almeno non all’origine. Sono stati un sistema di annullamento, una disciplina dell’ossessione, il tentativo di dissolvere il confine fra corpo, immagine e spazio.
La grande retrospettiva della Fondation Beyeler, aperta nell’autunno 2025 come prima ampia ricognizione svizzera della sua opera, ha avuto il merito di riportare Kusama alla complessità della sua lunga traiettoria. Disegni, dipinti, collage, sculture molli, installazioni, film, moda, performance, scrittura: più di settant’anni di lavoro concatenati come un unico movimento, dalla superficie al campo visivo, dal motivo ripetuto all’ambiente, dall’immagine all’esperienza percettiva.
I primi lavori su carta mostrano già il nucleo della sua ricerca: segni minuti, forme organiche, trame che si espandono fino a occupare l’intera superficie. L’artista ha sempre legato queste immagini alle allucinazioni vissute fin dall’infanzia: fiori, punti, trame che sembravano moltiplicarsi fino a occupare il mondo – e in un certo senso Kusama potrebbe rientrare nella storia dell’art brut. La sua forza è stata nella trasformazione di un’esperienza privata in linguaggio formale dal fenomenale impatto pubblico.
Quando arriva negli Stati Uniti, nel 1957, e si stabilisce a New York, Kusama entra in uno dei luoghi decisivi dell’arte del dopoguerra da straniera, donna, giapponese, non facilmente classificabile. Le Infinity Nets della fine degli anni Cinquanta sono tele vaste, quasi monocrome, costruite da una trama insistente di piccoli gesti. Sono gli anni dell’espressionismo astratto, ma qui non c’è esplosione individuale, non c’è la sovranità del gesto quanto piuttosto un lavoro febbrile e impersonale, una superficie che cresce fino a mettere in crisi l’idea stessa di centro. Nei primi anni Sessanta la pittura si rovescia sugli oggetti. Con le Accumulation Sculptures mobili, scarpe, scale e sedie vengono ricoperti da protuberanze falliche di stoffa cucita. L’oggetto quotidiano perde funzione e diventa corpo perturbante. Nel 1965, con Infinity Mirror Room – Phalli’s Field, Kusama compie un passaggio decisivo e invade con la ripetizione uno spazio abitabile. Gli specchi moltiplicano ciò che la mano non potrebbe più produrre. L’opera diventa ambiente, e chi entra non guarda soltanto ma viene incluso nella proliferazione. Questa è la Kusama più radicale, prima della Kusama “instagrammabile”. La sua New York degli anni Sessanta è fatta di pittura e scultura, ma anche di happening, azioni contro la guerra, moda, film, comunicazione autoprodotta. Nel 1966, alla Biennale di Venezia, presenta senza invito Narcissus Garden: centinaia di sfere specchianti disposte all’aperto, vendute ai visitatori come “narcisismo” a basso prezzo.
Il ritorno in Giappone nel 1973 apre una fase più appartata, segnata anche dalla scelta, dal 1977, di vivere volontariamente in una clinica psichiatrica di Tokyo, lavorando ogni giorno nello studio vicino. Kusama scrive romanzi e poesie, continua a dipingere, costruisce grandi installazioni e torna progressivamente al centro della scena internazionale. La Biennale di Venezia del 1993, con il Padiglione giapponese e Mirror Room (Pumpkin), segna la sua piena rivalutazione: non più figura eccentrica ai margini dell’avanguardia, ma artista capace di attraversare pop, minimalismo, femminismo, performance e arte ambientale senza coincidere con nessuna etichetta.
Da lì nasce anche il suo ultimo destino pubblico. Le stanze a specchio, le zucche, i campi di pois diventano immagini globali. A Bergamo, nel 2023, Fireflies on the Water arrivava a Palazzo della Ragione come culmine di una Kusama-mania capace di trasformare una mostra in evento cittadino. In quell’opera, una piattaforma sospesa sull’acqua e circondata da piccole luci produceva uno spazio insieme fragile e artificiale, meraviglia autentica e quasi luna park. Un’esperienza ambigua: l’infinito ridotto a esperienza di pochi secondi, ma ancora capace di toccare qualcosa di più profondo della sua immediata consumabilità.
Kusama ha costruito un’opera fondata su pochi elementi portati fino all’estremo: ripetizione, accumulo, specchio, corpo, spazio. La sua arte nasce dalla paura di essere inghiottiti dal mondo e risponde cercando di inghiottire il mondo dentro l’opera. Per questo i pois non sono la sua firma superficiale, ma il resto visibile di una identità che si esprime come perdita. Kusama ha fatto dell’infinito una ferita, per questo la sua arte continua a inquietare.

Viaggio a Lourdes sul “treno dei piccoli”: «Così la gioia diventa cura»

Un gruppo di bambini davanti alla grotta delle apparizioni di Massabielle a Lourdes / UNITALSI

Cosimo Cilli, 55 anni, di Barletta, restauratore d’arte, mentre lo racconta si emoziona ancora, anche se va a Lourdes da 40 anni ed è vicepresidente nazionale di Unitalsi: «Ho visto un bambino salire sullo scivolo e, dopo la discesa, abbracciare forte la mamma, contentissimo: mi sembrava una scena bella ma tutto sommato normale, e invece poi mi hanno detto che quel bambino, con una grave forma di disabilità, era la prima volta che andava da solo allo scivolo. E ho visto i figli di una donna ucraina, che non possono sentire i rumori perché gli ricordano le esplosioni delle bombe e il papà ferito, che invece ballavano felici al suono forte della musica, perché quella festa era anche per loro». È un’estate quanto mai intensa di pellegrinaggi a Lourdes, organizzati dall’associazione, ma negli occhi e nel cuore di tanti resta soprattutto quello delle settimane scorse che ha portato al Santuario francese centinaia di bambini e genitori con il “treno dei piccoli”. E poi tanti volontari, la forza trainante della macchina che permette davvero a tutti di arrivare alla meta.
Per la prima volta, su quel treno è salita anche Antonia Garro, pugliese, con il suo Marco di 4 anni, con una lesione al midollo spinale: «Appena ha visto la Madonna nella grotta, ha iniziato a mandarle tanti bacini. Poi raccontava a tutti di aver fatto il bagno nella piscina, mimando il gesto, perché non riesce a parlare tanto bene. L’ho visto felice, stracontento di poter giocare con gli altri bambini. I volontari ci hanno fatto sentire a casa: saliti sul treno, appena conosciuti, era già come se ci conoscessimo da una vita. Il viaggio ci è stato regalato, non sapevamo bene cosa aspettarci, ma poi ce lo siamo goduti fino all’ultimo secondo. Nelle fatiche quotidiane, insieme alla preghiera di tutti i giorni, porterò nel cuore questo viaggio. E dirò a tutti di andare a Lourdes». È al suo secondo viaggio consecutivo, invece, Giampaolo Cutrone, 51 anni, operaio metalmeccanico di Ragusa, genitore di Giovanni, 7 anni: «Siamo tornati perché Lourdes lascia sempre qualcosa dentro e si va lì come un’unica, grande famiglia. I bambini tirano fuori il meglio, si sentono a loro agio, grazie ai meravigliosi volontari, e trasferiscono gioia e felicità soprattutto a noi genitori. Ecco, questo è soprattutto un pellegrinaggio delle famiglie. E’ una carica e una ricarica, dopo un anno di fatiche, di stress emotivi, di difficoltà quotidiane per chi vive la disabilità. E si torna con la gioia e la voglia di sperare. Ma anche di migliorare, sempre e in tutto», conclude Giampaolo Cutrone, prima di rituffarsi nel quotidiano fatto di assistenza al suo piccolo, affetto da una malattia genetica rara, scoperta l’anno scorso, e ora in cura a Trieste.
Sul treno c’erano ovviamente pure dei sanitari, ma con lo stetoscopio della gioia e dell’allegria, travestiti anche da teatranti e pagliacci, all’occorrenza, per far divertire i bambini. Come Giuseppe Angieri, 26 anni, di San Benedetto del Tronto, specializzando in Pediatria a Bologna: «Era il mio terzo viaggio a Lourdes, ma il primo con i bambini, e sono tornato colmo di quella gioia che i bambini sanno dare, nonostante situazioni di grande fragilità. Riescono a mostrare la gioia di essere cristiani: è un concetto spesso difficile da capire, ma quei bambini te lo spiegano benissimo! La parola d’ordine del pellegrinaggio è stata “accoglienza”. E mi ha colpito il gesto di un altro attore volontario che ha preso la mano di una bambina ipovedente e l’ha portata alla sua maschera per fargliela toccare, per accoglierla! Tornando alla vita di tutti i giorni, soprattutto a quella in ospedale, mi resta dentro un carico di umanità e quindi il prendersi cura dei bambini ma anche delle famiglie».
Ancor più giovane è Giorgia Partucci, 23 anni, di Barletta, tecnico di radiologia medica: «Questo è stato il mio primo pellegrinaggio. Ho sentito che era il momento giusto per fare un’esperienza del genere, ma poi tutto ha superato le aspettative, dall’organizzazione alla realtà dei bambini: è stato come vivere in un mondo parallelo, su quel treno gioioso e colorato, in un equilibrio perfetto anche con i momenti di preghiera. E quando una mamma ci ha ringraziati per aver fatto divertire il suo piccolo, nonostante le difficoltà e il grande caldo, mi ha lasciato senza parole, perché in realtà dovevo ringraziare io». «Sì – riprende e conclude Cosimo Cilli – nella gioia delle famiglie e nel sorriso dei bambini c’è la ricompensa anche per l’impegno organizzativo, perché non è semplice metter su un treno con quasi 500 persone e 160 bambini con disabilità, e adattarlo con un linguaggio vicino ai piccoli, come quello delle favole che da tre anni l’Unitalsi sceglie per il viaggio, per farli divertire ma anche per farli arrivare a Bernadette, al suo incontro con Maria, a quella “destinazione finale” che è sempre Gesù. Siamo solo strumenti di speranza, cerchiamo di essere di consolazione anche per i genitori che vivono ogni giorno l’esperienza della malattia, del dolore. E abbracci e lacrime alla fine del viaggio sono la ricompensa più grande per noi volontari che, anche in maniera un po’ incosciente, affrontiamo questa “pazzia della carità”».
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“All You Need Is Love”: solo l’amore efficace libera

“All You Need Is Love”

Avvenire

“All You Need Is Love”. Così cantavano i Beatles. Quattro parole. Tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Eravamo alla vigilia del 1968. La moderna “religione dell’amore universale” era alle porte. Questa canzone ne era l’inno naturale. Risuonò in mondovisione il venticinque giugno 1967. Era di domenica sera. Per la prima volta da quando esiste la specie umana quattro satelliti riunirono insieme cinque continenti in un’unica diretta televisiva. Si chiamava Our World. La guardarono circa quattrocento milioni di persone. A molti parve bellissimo. Ma fu, immediatamente, smentito dalla Storia.
Perché l’Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale si erano sfilati dal collegamento pochi giorni prima, per protesta contro l’esito della Guerra dei Sei Giorni. La trasmissione dell’amore universale nacque, dunque, già amputata: mancava mezzo mondo. Mentre le note salivano dallo studio londinese, sul Vietnam scendeva il napalm. E undici mesi dopo Praga sarebbe stata schiacciata dai cingoli, Memphis e Los Angeles avrebbero sepolto due profeti disarmati, Parigi avrebbe bruciato.
Da allora abbiamo soltanto perfezionato il metodo. Ma la sostanza è rimasta la stessa. L’amore è diventato negli ultimi 50 anni, la parola più inflazionata del vocabolario pubblico. Si invoca ovunque ed in ogni contesto. Tutto si riconduce all’amore. Tutto si spiega con l’amore. Tutto si giustifica con l’amore. Tutto si pretende in nome dell’amore. Abbiamo fatto dell’amore la moneta unica del discorso morale. E poi ne abbiamo stampato quantità illimitate, senza riserve, senza copertura, senza banca centrale. Il risultato era prevedibile: una gigantesca svalutazione.
Milan Kundera aveva capito il meccanismo con anticipo crudele. «Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore», scriveva. E spiegava che il kitsch non produce una lacrima bensì due: la prima davanti ai bambini che corrono sul prato, la seconda – quella decisiva, quella che fa del kitsch il kitsch – davanti alla propria commozione condivisa con l’intera umanità. Non piangiamo per i bambini. Piangiamo per il fatto che stiamo piangendo insieme a tutti. E che bella immagine restituiamo di noi mentre lo facciamo. Potere dell’imagologia contemporanea, effimera e talvolta strumentale.
Ecco il punto. Il sentimentalismo contemporaneo non è un eccesso di amore. È un amore che si è ripiegato sul proprio riflesso. Un amore inefficace. Un amore che non è amore. Un amore senza la verità dell’amore. Ma senza amore siamo “cimbali che tintinnano”. Anche se possediamo tutte la scienza possibile, ci ricorda San Paolo.
Tutto ciò non appaia come un giudizio. Si tratta solo di una semplice constatazione. Gilles Lipovetsky ha chiamato tutto questo morale indolore. Un’etica senza obbligo e senza sanzione. Che chiede di aderire ai valori purché non costino nulla. Che ammira il sacrificio negli altri e lo esenta in se stessa. Luc Boltanski ha descritto la condizione dello spettatore della sofferenza a distanza, sospeso tra l’indignazione, l’intenerimento e la denuncia, e sempre e comunque immobile. Susan Sontag lo aveva detto in modo ancora più asciutto: la compassione è un’emozione instabile; se non viene tradotta in azione, appassisce. E, appassendo, produce assuefazione.
Abbiamo inventato l’amore a chilometro zero emotivo. E a zero calorie morali. Un amore senza la verità dell’amore, abbiamo già detto (ma vale la pena ribadirlo).
Nel 1910 Charles Péguy, in Victor-Marie, comte Hugo, congedava un’intera tradizione filosofica con una frase che sembra scritta oggi: «Le kantisme a les mains pures, mais il n’a pas de mains». Il kantismo ha le mani pulite, ma non ha mani. È esattamente la nostra condizione. La condizione dell’amore senza amore.
Siamo mossi dall’emotività romantica. Gravidi di buone intenzioni. Che, tuttavia, non si traducono in Storia. Perché, come insegnava Max Weber, c’è differenza sostanziale tra l’etica delle intenzioni e l’etica delle responsabilità. Ed in questo scarto, si nascondono le cause di quelle che Roberto Merton chiamava “le conseguenze inattese dell’azione sociale intenzionale”. Cioè: il bene voluto che produce il male non voluto. Non per malizia. Per mancanza (ed ignoranza) di verità.
L’inferno dice infatti il proverbio, è lastricato di buone intenzioni. Ma, a pensarci bene, dovremmo ammettere che il proverbio è addirittura ottimista. L’inferno, spesso, con le buone intenzioni ci viene costruito. Deliberatamente. Abilmente. Ingannevolmente.
A proposito.
Ventisette agosto 1928, Parigi. Quindici nazioni firmano un patto che mette la guerra fuori legge. Non la limita: la abolisce. Le potenze rinunciano solennemente alla guerra come strumento di politica nazionale. Vi aderiranno sessantatré Stati, praticamente tutto il mondo civile. Aristide Briand aveva già ricevuto il Nobel per la pace nel 1926; Frank Kellogg lo riceverà nel 1929. Le cancellerie brindano. I giornali parlano di svolta epocale nella storia dell’umanità. Undici anni dopo, il primo settembre 1939, la Wehrmacht varca il confine polacco. Quel patto, si badi, non è mai stato formalmente abrogato. È semplicemente stato ignorato. È il destino di ogni amore che non abbia verità: sopravvive nei registri e muore nei fatti.
Ventuno aprile 1994. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità la risoluzione 912. All’unanimità: nessun contrario, nessun astenuto. Il testo si dichiara costernato per le violenze in corso in Ruanda e per la morte di migliaia di civili innocenti, donne e bambini compresi. Poi, con la stessa penna e nella stessa seduta, riduce il contingente sul terreno da circa duemilacinquecento uomini a duecentosettanta. Il comandante della missione ne aveva chiesti cinquemila per fermare tutto. Nei cento giorni successivi vennero massacrate ottocentomila persone. Costernazione perfetta. Efficacia zero. Quattordici mesi più tardi, a Srebrenica, ottomila uomini e ragazzi furono uccisi dentro un territorio che le Nazioni Unite avevano dichiarato «zona protetta». Aggettivo mai smentito ufficialmente. Semplicemente inerte. Perché una parola non protegge nessuno.
E poi c’è il caso più ancora, un caso iconico per la sua dimensione pop. Tredici luglio 1985: Live Aid. Il più imponente atto di compassione collettiva mai organizzato nella storia. Tutti noi di quella generazione lo ricordiamo con l’emozione che si riserva ai momenti iconici. Miliardi di spettatori, un pianeta commosso, una montagna di denaro raccolto per la carestia etiope. Molte vite furono realmente salvate, e sarebbe disonesto negarlo. Ma nell’ottobre di quello stesso anno Médecins Sans Frontières denunciò pubblicamente che l’aiuto internazionale veniva utilizzato dal regime di Menghistu come esca per i trasferimenti forzati di popolazione: circa un milione e mezzo di persone deportate, e – secondo le stime dell’organizzazione – decine di migliaia di morti durante gli spostamenti. Nel dicembre 1985 Médecins Sans Frontières fu espulsa dall’Etiopia.
L’Occidente cantava. Il carnefice incassava.
Oggi non è diverso da ieri. A Gaza. A Kiev. A Ceuta. Invochiamo invano un mondo di pace e di amore. Ma l’amore che non affonda le sue radici nella verità non salva. Non può salvare. Mai salverà.
Dovremmo prenderne atto, dunque. Riconoscendo ed ammettendo che esiste, invece, una diversa grammatica dell’amore. La grammatica dell’amore efficace.
Nella Sacra Scrittura c’è una figura capace di insegnare questa grammatica più di ogni altra e nel modo più sublime e raffinato. L’abbiamo incrociata nella Liturgia domenicale della scorsa settimana. L’Evangelista Matteo la chiama: Cananea. Marco la dice greca di lingua e siro-fenicia di origine. Comunque straniera. Comunque pagana. Comunque donna. Tre esclusioni sovrapposte. Nessun titolo per chiedere. Nessun diritto da esibire. E una figlia tormentata da uno spirito impuro.
Prima di lei, però, occorre ricordare che la preghiera non è soltanto una richiesta. La vera preghiera è un atto di verità. La vera preghiera è sempre nella testimonianza della duplice verità: di chi è pregato che deve essere confessato come Creatore; e di chi prega che deve riconoscerci Creatura. Solo così la preghiera diventa dialogo sapiente, intelligente ed eficace con il nostro Dio, per Cristo Gesù, nello Spirito Santo, con il cuore della Madre di Dio e Madre nostra. Sono infatti la sapienza e l’intelligenza donate a noi dallo Spirito che si rivolgono alla sapienza e all’intelligenza eterne del Padre. Il primo dialogo che si fa preghiera, nella Scrittura Santa, avviene tra Dio e Abramo. Un dialogo lungo, ostinato, quasi giuridico, che culmina nell’alleanza e nella promessa di una discendenza numerosa come le stelle. È il grande amore di Dio per Abramo che muove quel dialogo. Ma è il grande amore di Abramo per il suo Dio che gli dona vita.
Con la Cananea, invece, tutto parte dal basso. Tutto parte dall’amore che questa donna nutre per la sua figlioletta. Ma questa donna sa che il suo amore è inefficace. Lo sa. Non se lo nasconde. Anche se consumasse interamente tutti i secondi della sua esistenza consacrandoli all’amore della figlia, il suo dono resterebbe terribilmente inefficace. Nessuna madre ha mai scacciato un demonio a forza di tenerezza. Nessuna dedizione, per quanto totale, guarisce chi si ama.
È la lucidità più dura che esista. Ed è la porta stretta dell’amore vero.
Perché è proprio lì che l’amore di questa donna trova la propria efficacia: nella preghiera che si fa richiesta a Gesù, affinché liberi la sua figlioletta dallo spirito impuro che la possiede. Solo Lui può. La Cananea lo riconosce. E poiché è consumata dall’amore per la sua figlioletta, quello stesso amore la rende inarrestabile nella preghiera. Non si vergogna. Non si stanca. Non si offende.
Poi accade il secondo fatto, il più sconvolgente. Gesù risponde che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini: c’è un mandato, c’è un ordine della missione, c’è un comandamento del Padre. Se Gesù non può per mandato divino, allora – questo è il ragionamento della donna – lei deve trovare la via perché Gesù possa senza trasgredire il comando del Padre.
Qui è tutta la sapienza della Cananea: dare a Gesù la soluzione perché Lui possa dove Lui non può. Così non si trasgredirà il comandamento del Padre e la preghiera può essere ascoltata.
E dove la trova, questa donna, la giusta soluzione da consegnare a Gesù? Non nelle scuole rabbiniche. Non nelle dispute teologiche. Non nell’altezza delle idee. La trova nella vita concreta di ogni giorno. Sotto il tavolo di casa sua.
Il pane è dei figli. Non può essere dato ai cagnolini che stanno nella casa del padrone. Però è diritto dei cagnolini nutrirsi delle briciole che cadono dalla mensa del padrone. E allora: lasciando che i cani si nutrano delle briciole, il padrone nega forse il diritto dei figli? Forse che Gesù, lasciando cadere una briciola dalla sua onnipotenza, verrà meno al comandamento del Padre?
Dinanzi a una sapienza così grande – frutto, nella donna, del suo grande amore per la figlioletta – Gesù non può più opporre alcun rifiuto. Se lo facesse, sarebbe un rifiuto irrazionale e insipiente, non degno del Figlio di Davide.
La briciola cade. La figlioletta è liberata.
Fermiamoci un istante su ciò che è realmente accaduto, perché è bellissimo, sublime. La sapienza dell’amore vince la sapienza dell’obbedienza. O meglio: dona alla sapienza dell’obbedienza una ulteriore sapienza, perché si possa operare là dove operare non si può.
E allora ecco la domanda che ci riguarda tutti. Perché la sapienza del cristiano – che è lo Spirito Santo che agisce in lui – non produce frutti così alti? La ragione è una sola: è sapienza sterile, perché non fecondata dal grande, anzi grandissimo amore.
Non è un difetto di dottrina. È un difetto di amore.
Gesù dialoga con il Padre con il suo amore da Crocifisso. Anche il discepolo di Gesù deve dialogare con il Padre dal suo amore crocifisso, offerto in Cristo al Padre per la salvezza dei suoi fratelli. Quando una vita è interamente consacrata al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo, per la salvezza dei fratelli, allora il dialogo con il Padre si può fare, anzi si deve fare con ogni sapienza e intelligenza nello Spirito Santo, perché il Padre possa dove Lui non può.
È della sapienza amante del figlio di Dio far sì che Dio possa dove Lui non può. La Scrittura Santa è anche questa rivelazione.
E se questo vale per la Cananea, quanto più varrà per Colei che di quell’amore è la misura piena. La Madre di Dio.
Proviamo, allora, a mettere in fila ciò che la Cananea insegna.
Primo. Lei non ama l’umanità. Ama sua figlia. Ha un volto davanti, non una categoria. L’amore inefficace comincia sempre dall’universale. Perché l’universale non protesta. L’amore efficace, invece, comincia dal particolare, dal bisogno specifico, dalla persona che si ha difronte. E all’universale arriva dopo, per via di fedeltà.
Secondo. Non delega. Non firma appelli, non manda comunicati, non incarica i discepoli. Va. Si getta ai piedi. Il corpo, l’anima e le mente sono impegnati interamente. In prima istanza.
Terzo. Conosce il reale. E nel reale sa leggere la verità. La soluzione le viene dall’economia domestica, dalle briciole, dai cani sotto la tavola. L’amore efficace è anzitutto sapienza applicata.
Quarto. Non si offende. Riceve un rifiuto durissimo e lo trasforma in leva. Il nostro amore contemporaneo, invece, si dissolve al primo «no». Lo chiamiamo dignità, ma è suscettibilità travestita.
Quinto. Accetta l’ultimo posto per ottenere il primo bene. Non rivendica parità di trattamento: rivendica una briciola. E ottiene tutto. L’umiltà è sostanza dell’amore.
Sesto. Chiede il minimo indispensabile, non il massimo desiderabile. Noi, al contrario, siamo maestri di massimalismi: manifesti, agende, rivoluzioni annunciate, obiettivi al 2050. Poi non liberiamo (e non amiamo) nessuno.
Settimo. Paga. Non c’è amore efficace a costo zero. L’amore che non costa non trasforma. Al massimo intrattiene.
Trasferiamo tutto questo dalla casa di Tiro alle nostre economie, alle nostre politiche, alle nostre tecnologie. Coloro che oggi detengono potere e responsabilità, quasi sempre, distribuiscono le briciole e si comportano da padrone. Allo stesso modo coloro che il potere lo interrogano, invocando soluzioni per le molteplici crisi della contemporaneità, lo fanno in maniera inefficace. La Cananea, invece, chiede una briciola. Solo una briciola. Con amore. Con amore efficace. E nel farlo resta creatura, e resta madre. Resta se stessa. È la differenza tra un potere che si traveste da amore e un amore che sa piegare il potere.
Ne discende un criterio semplice, e temibile, per misurare qualunque impresa umana: non conta l’intenzione dichiarata, conta il numero di figli effettivamente liberati. Un’innovazione non è armonica perché è amorevole nei propositi. Lo è se libera. Una politica non è giusta perché è compassionevole nei preamboli. Lo è se libera. Una carità non è carità perché commuove chi la esercita. Lo è se libera. È questo l’unico metro di misura possibile. Il resto sono parole.
La Scrittura, del resto, era stata di una brutalità disarmante già duemila anni fa. Giacomo immagina il fratello senza vestiti e senza cibo, e uno che gli dice: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non gli dà il necessario per il corpo. E chiude con quattro parole che valgono tutta la sociologia della compassione contemporanea: «a che cosa serve?». Giovanni, nella sua prima lettera, aveva già fissato il confine: non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
Con i fatti. E nella verità. Le due condizioni sono inseparabili.
Torniamo, per un istante, allora, a quella domenica di giugno del 1967. Ai satelliti, ai quattrocento milioni di spettatori, alle quattro parole più cantate del secolo, all’emozione globale che ne derivò. Non era falso che serva amore. Era (ed è, purtroppo) falso l’amore di cui parliamo. Il mondo non ha bisogno di più amore generico. Il mondo ha bisogno di amore efficace.
La Cananea può insegnarcelo. Ella non ha guidato marce di protesta. Non ha scritto manifesti. Non ha ideato nuove dottrine politiche o economiche. Ha (semplicemente) capito come funziona una tavola imbandita e ha reclamato la sua briciola. E quella briciola ha liberato sua figlia.
La Storia si cambia così. Non per grandi commozioni collettive. Non per sentimentalismi diffusi. Ma per briciole. Ottenute da chi ha amato abbastanza da farsi sapiente.
Che ogni Armonauta lo sappia: la commozione è il principio, mai il compimento. E l’amore che non arriva fino alla liberazione dell’altro non è ancora amore. È solo una bella canzone, cantata a un mondo che intanto brucia di amore inefficace. Siamo chiamati ad essere veri. Solo così saremo efficaci.

Una proposta di legge per rendere strutturali i progetti che uniscono scuola, famiglie, associazioni, oratori e territorio: previsto un fondo da 30 milioni di euro l’anno per contrastare povertà educativa ed emarginazione

Bambini all'oratorio

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Una proposta di legge “bipartisan” portata avanti dalle senatrici Mariastella Gelmini (Noi moderati) e Simona Malpezzi (Pd) per un fondo volto a rendere strutturali le “comunità educanti”. Quei progetti che mettono insieme competenze diverse per combattere povertà sociale ed emarginazione, intercettando i ragazzi anche fuori dall’orario scolastico. Coinvolgendo istituzioni, associazioni culturali o sportive, oratori, Ong, le stesse famiglie e in alcuni casi le aziende. Oggi si trovano già molti esempi concreti, da Napoli a Milano, ma l’intenzione della legge è rendere il modello strutturale, con un finanziamento da 30 milioni di euro all’anno per le varie iniziative. Le due relatrici hanno presentato i punti della proposta all’incontro “Riformiamo la scuola. Alcuni spunti per un dibattito” organizzato al Meeting di Rimini e moderato da Massimiliano Tonarini (Compagnia delle Opere). La proposta di legge è «già in Senato – spiega Gelmini a Rimini –. Io mi auguro che possa essere approvata quanto prima e che attraverso la prossima legge di bilancio possa essere finanziata». Mentre l’altra proponente, la dem Malpezzi, torna sulle retribuzioni – «per la media europea, uno stipendio iniziale è sui 1.800 euro, un insegnante in Italia inizia invece con 1.300 euro» – e si sofferma anche sul tema della professionalità dei docenti, partendo dalla sua storia personale, cominciata nel ruolo di insegnante di italiano. «Ho fatto il concorsone del 2000 – spiega la parlamentare del Pd – e mi hanno chiesto quello per cui io ero già “certificata”: la letteratura, il latino. Ma chi ha cercato di verificare che io lo sapessi trasmettere quel sapere?». Da qui la richiesta di una piena attuazione della legge sull’autonomia scolastica e, ovviamente, di retribuzioni migliori per la categoria.

Si dice favorevole a questo «patto bipartisan» per le comunità educanti anche Enrico Borghi (Italia viva) purché sia pensato per consentire ai più giovani di affrontare le «tre grandi rivoluzioni in atto» (tecnologica, geopolitica ed ecologica). Ci sono poi i temi legati alla visione stessa della formazione. Per Valentina Aprea (responsabile del dipartimento istruzione di Forza Italia) «dobbiamo arrivare a una vera e propria autonomia statutaria delle scuole» che garantisca «un modello dinamico, capace di adattarsi» alle differenti situazioni sociali. E oltre alla libertà degli istituti c’è quella delle famiglie: riconosciuta, ricorda Grazia Di Maggio (FdI), anche dalla legge Berlinguer del 2000, per la quale «il sistema nazionale scolastico è costituito da scuole paritarie e da scuole pubbliche. Pertanto la libertà di scelta educativa non dovrebbe essere una velleità ma un diritto garantito a tutti». Oggi invece, prosegue la meloniana, questa scelta non è concessa alle «famiglie italiane se non dinanzi ad un certo tipo di disponibilità economica», viste le rette annuali delle paritarie e a fronte di un costo per ogni studente della “pubblica” che va «dai 7 agli 8mila euro all’anno. Questo significa che se tutto il sistema paritario domani scomparisse, lo Stato non risparmierebbe un euro». Così, conclude Di Maggio, se pure «il ministro Valditara ha portato a casa 120 milioni di euro in più sulla parità» delle scuole adesso si può pensare a «un accordo bipartisan» e «provare a dare nella prossima legge di bilancio ulteriori risorse alla parità». Compiti a casa per migliorare l’istruzione, in attesa che arrivi l’agognata legge bipartisan sulle comunità educanti.