La Chiesa e il cinema, sguardi sull’umano

La Chiesa e il cinema, sguardi sull’umano: i media Cei insieme al Lido

Avvenire

C’è un momento, al cinema, in cui si spengono le luci e comincia uno sguardo. È forse qui il punto più profondo d’incontro fra cinema e Chiesa: nella capacità di raccontare l’uomo, le sue domande, le sue fragilità e la sua speranza. Al Lido di Venezia, ieri, questo incontro ha preso forma in una giornata eccezionale, la prima che ha riunito insieme i media della Chiesa italiana e il mondo del cinema, promossa dalla Fondazione Ente dello spettacolo all’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, nel cuore della Mostra del Cinema.
Sul palco i responsabili dei media della Conferenza episcopale italiana, fra cui il direttore di Avvenire Marco Girardo e il direttore di Tv2000, Radio InBlu e Play2000 Vincenzo Morgante, di fronte ad una rappresentanza dei lettori di Avvenire e di Cinematografo. Un confronto aperto, moderato dal giornalista Federico Pontiggia, su come la Chiesa racconta il cinema, culminato nell’incontro con il regista Giovanni Veronesi e con gli interpreti del film che oggi chiuderà l’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Dio ride, Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando.
A dare il tono alla giornata è stato il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi. «L’occhio della Fondazione Ente dello spettacolo è quello di chi vuole ammirare, stimare, l’uomo. Per noi la comunicazione è fondamentale. Dio nella fede cristiana comunica. È un trasmettere, comunicare, ciò che interessa e ama, ma anche ciò che provoca sdegno oppure orrore. Viviamo un mondo carico di tensione, ma anche attraversato da tanto bene. Amiamo il cinema, perché è come un poeta che porta una luce».
Una luce che illumina anche il saluto del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Un grazie alla Chiesa italiana per essere sempre con noi nell’attestare un percorso di bellezza dove la verità incontra il coraggio. Dove l’informazione latita, si trincera tra censura o autocensura, la Chiesa italiana ha saputo dimostrare la necessità dell’incontro e del dialogo». Sulla stessa linea la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ha rivendicato l’importanza del percorso a fianco dell’Ente dello Spettacolo per i giovani e per le Sale della Comunità.
È proprio il dialogo la parola chiave indicata da monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo e direttore della rivista Cinematografo pronta a festeggiare il centenario nel 2028. «Dobbiamo raccontare il cinema – ha indicato monsignor Milani -, ma soprattutto fornire spazi di dialogo e confronto. Cerchiamo con i fatti di essere Chiesa nel cinema, perché vogliamo offrire questa possibilità alla comunità»
È in questo spazio che si inserisce naturalmente il lavoro di Avvenire come spiega Marco Girardo, direttore del quotidiano: «Ogni film comincia scegliendo cosa far entrare nell’inquadratura. Ed è esattamente quello che fa un giornale. Ed è qui che si incontrano il cinema e Avvenire». Scegliere cosa guardare significa assumersi la responsabilità di uno sguardo. «Sentiamo la necessità – ha aggiunto Girardo – di allargare lo sguardo, anche su ciò che ci interpella o disturba, ci vogliono coraggio e serietà. E in un’industria culturale che può produrre omologazione, il buon cinema interrompe l’automatismo, ci insegna nuovamente a vedere; e questo è quanto fa anche il nostro quotidiano». Un compito condiviso da Vincenzo Morgante, alla guida di Tv2000, Play2000 e Radio InBlu: «Il cinema mette insieme coraggio, bellezza e verità. Ed è quello che guida anche Tv2000. Noi siamo impegnati anche nel racconto, nella trasmissione e nella fattura. Tra i nostri volti il giornalista Fabio Falzone e il suo programma Effetto notte. Tv2000 ha una library di 170 titoli e organizziamo prime serate con scelte fatte con cura. Inoltre, sulla piattaforma Play2000 quest’anno proporremo 70 cortometraggi e i lavori realizzati dalla nostra Factory».
Per Amerigo Vecchiarelli, direttore dell’Agenzia Sir, «il cinema è uno spazio nel quale la società si incontra, si interroga, si racconta. Guardare il cinema è guardare l’uomo nelle sue inquietudini. Il Sir cerca di raccontare gli eventi con responsabilità e spirito critico». Dal territorio arriva invece lo sguardo di Mauro Ungaro, presidente Fisc: «Grazie alle nostre 190 testate diocesane abbiamo fatto una fotografia di quanto il cinema è presente: il film diventa sempre più l’occasione per approfondire tematiche che legano globale-locale». Anche la comunicazione istituzionale può diventare racconto cinematografico, ha aggiunto Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio promozione sostegno economico (8xmille): «Abbiamo compreso che il sostegno alla Chiesa si racconta e rendiconta. Non desideriamo, come Chiesa, raccontare solo il bisogno ma la risposta a un bisogno».
Ed è stato proprio il cinema a rispondere direttamente alle domande dei direttori dei media Cei, rivolte a Giovanni Veronesi e al cast di Dio ride, dal 29 ottobre nelle sale con PiperFilm. Il film racconta la storia, ambientata nel Seicento, di fra Leopoldo da Casamacchia, (Pierfrancesco Favino), frate anticonformista che annuncia il Vangelo con gioia e con il sorriso, e del cardinale inquisitore Maculani (Silvio Orlando), chiamato a indagare sul sospetto di eresia. «Invece di fare un film comico, per far ridere, ho fatto un film drammatico sulla comicità, perché per me la comicità è una cosa seria. E siccome è una cosa seria, ho pensato che anche Dio la potesse prendere seriamente». Veronesi ha raccontato di essere stato colpito da una citazione di papa Francesco che lo ha guidato nel film: “Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo”. «Mi sembrava un modo per avvicinarsi a Dio, in punta di piedi. Sono riuscito a credere in Dio per due anni. Che non è poco, credetemi. E mi sono stato bene. Poi sono uscito da questo mondo e mi ritrovo un po’ solo, ecco». Per Favino il ruolo di frate Leopoldo «mi ha fatto ricordare di me, mi ha messo nuovi dubbi e nuove domande. Il mestiere dell’attore ha a che fare col mistero». Silvio Orlando porta in scena un cardinale immerso «in una Chiesa che nel ’600 era molto debole e il potere quando è debole diventa moto feroce, ma lui intuisce che quella strada non porta da nessuna parte: l’incontro col frate lo cambierà tanto che diventerà parte del percorso della Chiesa che verrà».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Abbiamo bisogno del buio per dormire, per vedere le stelle, per accorgerci di luci che durante il giorno scompaiono. Una candela in pieno sole sembra quasi inutile; la stessa candela, di notte, cambia tutta la stanza

Nel buio cambiano le cose alle quali prestiamo attenzione

Dopo la luce viene il buio. Non perché il buio sia il contrario della luce come il freddo è il contrario del caldo o il male del bene. Per la fisica, il buio non è una sostanza. È ciò che sperimentiamo quando ai nostri occhi non arriva abbastanza luce.

Eppure il buio ci sembra una presenza. Da bambini chiediamo che rimanga accesa una lampada. Immaginiamo figure dietro una porta, sotto il letto, lungo il corridoio. Da adulti smettiamo di confessarlo, ma continuiamo a temere altri tipi di oscurità: ciò che non conosciamo, ciò che non possiamo prevedere, quello che potrebbe accadere quando non abbiamo il controllo. Il nostro cervello, davanti a informazioni insufficienti, non resta tranquillo ad aspettare. Completa le immagini, immagina pericoli, riempie i vuoti. È un antico meccanismo di sopravvivenza.
Nell’oscurità, scambiare un ramo per un animale feroce poteva farci fuggire inutilmente; scambiare un animale feroce per un ramo poteva invece interrompere bruscamente la nostra partecipazione all’evoluzione. Per questo il buio amplifica l’incertezza. Non perché contenga necessariamente qualcosa di  terribile, ma perché non ci permette di verificare. Anche l’universo possiede il suo buio. Le stelle emettono luce, ma tra una stella e l’altra si estendono distanze immense. E la materia che vediamo — pianeti, stelle, galassie, noi, i tavoli e tutto ciò contro cui urtiamo — rappresenta soltanto una piccola parte del contenuto del cosmo.
Gli scienziati hanno chiamato “materia oscura” qualcosa che non emette luce e non la riflette, ma di cui osserviamo gli effetti gravitazionali. Non sappiamo ancora precisamente che cosa sia. Sappiamo che sembra contribuire a tenere insieme le galassie. La chiamiamo oscura non perché sia cattiva o minacciosa, ma perché non possiamo osservarla direttamente attraverso la luce. Esiste poi l’energia oscura, il nome dato a ciò che sembra essere legato all’espansione accelerata dell’universo. Due espressioni solenni che, tradotte con una certa sincerità, significano: vediamo che accade qualcosa di enorme e non abbiamo ancora capito fino in fondo che cosa sia.

Questo è uno dei gesti più onesti della scienza: dare un nome anche a ciò che non sa. Non per fingere di averlo spiegato, ma per renderlo una domanda comune, precisa, studiabile. Il buio, dunque, non è sempre un nemico. Abbiamo bisogno del buio per dormire, per vedere le stelle, per accorgerci di luci che durante il giorno scompaiono. Una candela in pieno sole sembra quasi inutile; la stessa candela, di notte, cambia tutta la stanza.
Forse accade anche nella vita. Alcune presenze, alcuni gesti e alcune persone diventano riconoscibili soltanto quando il resto si spegne. Non perché il dolore sia necessario o debba essere celebrato, ma perché nel buio cambiano le cose alle quali prestiamo attenzione.
La domanda di questa settimana è molto semplice. Che cosa vi aiuta quando attraversate un momento buio?

Potete inviare la vostra risposta come commento a alla e.mail redazione.news@yahoo.it