Se l’aguzzino delle donne è il loro compagno. Il potere perduto e la violenza

  Il potere perduto e la violenza   DCM-003

Osservatore Romano

Otto storie che hanno come tema comune la violenza sia fisica sia psicologica perpetrata sulle donne e molto spesso da parte di mariti, compagni, amici dalla doppia personalità: uomini per bene in pubblico, ma aguzzini dentro casa. L’amore rubato (Rizzoli) è la raccolta di racconti in cui Dacia Maraini affrontava già nel 2012 il dramma delle relazioni tossiche, degli abusi non denunciati, dei femminicidi.

Tra le fondatrici del femminismo italiano, fin dagli anni Sessanta in prima linea nelle battaglie per i diritti delle donne, la scrittrice mette in fila un campionario di vittime come la giovane moglie che arriva al pronto soccorso con il braccio rotto dal marito rispettato da tutti ma maniaco del controllo, la liceale violentata a più riprese dai compagni di scuola, l’adolescente abusata e poi uccisa dal pedofilo vicino di casa, la donna che decide di non mettere al mondo il figlio frutto di uno stupro. Sebbene trasfigurate nel linguaggio della letteratura, le varie storie sembrano uscite dalla cronaca nera dei nostri tempi all’insegna dell’emergenza. E nel 2016 sono diventate un film, L’amore rubato, diretto Irish Braschi e interpretato da Elena Sofia Ricci, Stefania Rocca, Gabriella Pession, Chiara Mastalli e altre attrici.

Da cosa è scaturita l’esigenza di scrivere il libro?

Volevo capire e approfondire il difficile, profondo e misterioso rapporto uomo-donna nella società di oggi. Da questa preoccupazione è nato il libro che è una raccolta di racconti che si ispirano proprio alla cronaca.

Sia nelle sue storie sia nella realtà colpisce una costante: le vittime continuano a “giustificare” i maschi violenti ed evitano di denunciarli. Perché hanno questo atteggiamento?

Un po’ perché credono di poter redimere gli uomini attraverso l’amore. Un po’ perché una donna non può immaginare che, dopo averla amata, uomo possa veramente ucciderla. Purtroppo non lo credono possibile nemmeno le forze dell’ordine quando ricevono una denuncia per gesti di violenza. I braccialetti elettronici e le raccomandazioni evidentemente non servono. Ci vuole più decisione alle prime avvisaglie. Non si può aspettare che una donna muoia per cercare di fare giustizia.

Secondo lei, internet ha favorito l’inasprimento della misoginia?

Direi proprio di sì. Quello strumento perverso che è l’anonimato, tipico dei social, ha favorito il cinismo e l’esibizionismo aggressivo destinati a sfociare in un sentimento antifemminista diffuso.

La violenza contro le donne deriva spesso dall’insicurezza dell’uomo che, di fronte all’autonomia femminile, o peggio che mai a un rifiuto, sente il proprio potere in crisi. Non ci sono eccezioni?

Gli uomini saggi e coi piedi per terra. Sono quelli che accettano i cambiamenti, capiscono la voglia di autonomia e libertà delle donne, comprendono la loro voglia di essere riconosciute come professioniste e creatrici. E decidono perfino di perdere, a volte con dolore, alcuni privilegi.

E quelli che non accettano il confronto con la femminilità emancipata?

Sono più fragili e spaventati. Di fronte alle nuove autonomie delle donne, si sentono offesi, traditi, colpiti nel profondo e vengono assaliti dalla voglia di distruggere tutto, la compagna per prima e magari anche sé stessi.

La violenza dell’uomo sulla donna è sempre frutto della cultura patriarcale del possesso?

Anch’io sono convinta, come afferma Simone De Beauvoir, che donne si diventa, non si nasce. E penso si possa dire la stessa cosa dell’uomo: quello che appare oggi è il frutto di tremila anni di storia, del condizionamento culturale e della memoria del passato.

Per contrastare la violenza contro le donne, molti auspicano l’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole: sarebbe utile, secondo lei?

Certo, ma andrebbe fatto subito, non fra chissà quanti anni dopo averne discusso e ridiscusso tra favorevoli e contrari, come succede sempre da noi. Fin da bambini, tutti dovrebbero imparare che non si può possedere nessuno, nemmeno un figlio appena nato che va nutrito e accudito, certo, ma non va considerato come una proprietà. Il discorso vale ancora di più se riguarda una donna che si è amata.

Dei tanti femminicidi che hanno sconvolto l’opinione pubblica, ce n’è uno che l’ha colpita di più?

Non uno solo, purtroppo, ma tanti. L’uomo che ha ucciso la fidanzata incinta infierendo a coltellate sul feto, il marito che ha ammazzato prima i figli e poi la moglie, e ancora quelli che dopo avere trucidato la compagna fanno finta di niente e partecipano alle ricerche sulla sua scomparsa sostenendo che se n’ è andata volontariamente…Tutti questi casi dimostrano quanto sia in crisi il patriarcato.

Significa che oggi è in atto una guerra tra i sessi?

Spero proprio di no. Ci sono tanti uomini intelligenti, generosi che capiscono e prendono posizione a favore delle donne. La guerra fra i sessi non può che essere uno scontro fra due generi intesi come razze diverse e opposte. Io non credo che esistano le razze, quindi rifiuto questa idea.

La violenza non nasce anche dall’incapacità delle madri nell’educare i figli a rispettare le donne e le figlie a non accettare soprusi?

Si è sempre data la colpa alle madri. Ma non è colpa loro se sono state costrette a fare da poliziotte alle leggi dei padri. A volte consapevolmente, altre senza rendersene conto e quindi con più determinazione, ma sempre all’interno di una concezione androcentrica della società.

A lei è mai capitato di subire, o rischiare, una violenza?

Tante volte, soprattutto quando ero piccola, ma sono scappata come una lepre. Solo dopo ho capito quanto il mondo dei padri sia affascinato e attratto dai corpi indifesi e teneri delle bambine. Ma cedere a questa attrazione è un abuso orribile che contrasta con tutte le regole di convivenza degli affetti e dei diritti civili. Invadere il piccolo e meraviglioso mondo in evoluzione per imporre il proprio egoismo è un atto vile, orrendo.

Nella lotta alla violenza sulle donne, un intellettuale ha dei doveri precisi?

Non darei compiti o doveri agli intellettuali. Da loro cercherei piuttosto una partecipazione emotiva e creativa.

di Gloria Satta

Uomini per bene agli occhi della gente, ma aguzzini tra le mura domestiche.

Nel libro L’amore rubato Dacia Maraini racconta di un mondo diviso fra coloro che vedono nell’altro una persona da rispettare e coloro che considerano l’altro un oggetto da possedere e schiavizzare.

C’è la storia di Marina, diciassettenne che si ostina a cadere dalle scale (così racconta al medico per giustificare i lividi); e quella di Francesca, tredicenne che viene violentata da quattro liceali appartenenti a ricche famiglie, che poi la definiscono frivola e spavalda. C’è il dramma di Ale che sceglie con sofferenza di non far nascere il frutto di una violenza. E la scelta di Angela che si addossa le colpe che una antica misoginia attribuisce alla prima disobbedienza femminile. Nel 2023 sono state uccise 51 mila donne nel mondo,  una media di 140 vittime ogni giorno. Una donna uccisa ogni 10 minuti. Numeri allarmanti, che impressionano.  Il 62,2% degli assassini è un membro della famiglia o un partner, fidanzato, marito o ex.

Con il termine femminicidio ci si riferisce agli omicidi di donne motivati da ragioni di genere. Non si tratta solo dell’uccisione di una persona, ma di un crimine che riflette squilibri di potere, discriminazione e stereotipi profondamente radicati.  Pur se la violenza di genere trascende i confini, secondo il rapporto Onu nel 2023  l’Africa ha registrato il maggior numero di femminicidi con 21.700 donne e ragazze uccise da partner o famigliari, seguita dalle Americhe e dall’Oceania.   Ma ci sono ancora troppi dati mancanti. Nel 2023, il numero di paesi che hanno fornito informazioni è sceso a meno della metà rispetto al picco raggiunto nel 2020, quando erano 75.

Per la dirigenza della Chiesa italiana è giunta l’ora di uscire dalla retorica e dal nominalismo, ma anche da quella rassicurante uniformità che fa mancare appuntamenti irripetibili con i luoghi dell’umano in cui la Parola agisce con efficacia

di: Marcello Neri – settimananews
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Foto di Frederik Löwer su Unsplash.

È in corso di svolgimento a Roma la II Assemblea sinodale delle Chiese in Italia che, questa mattina, ha avviato il confronto con le 50 Proposizioni raccolte sotto il titolo «Perché la gioia sia piena». I limiti evidenti di questo testo, per riferimento alla dimensione liturgica della vita della Chiesa, sono stati messi in evidenza ieri da un articolo di Andrea Grillo (cf. qui).

A quanto si apprende, anche in aula sinodale le Chiese reali italiane (vescovi compresi) si sono espresse criticamente rispetto alle Proposizioni: sia per ciò che concerne il loro contenuto, sia per quanto riguarda il metodo scelto per redarle (poco trasparente e, quindi, in contraddizione con quello stile sinodale che papa Francesco richiede da tempo alla nostra Chiesa locale).

L’impressione che si ha nel leggerle è che esse abbiano ben poco a che fare con qualsiasi forma di sinodalità – essendo decisamente distanti non solo dai testi delle Chiese continentali che hanno istruito la fase di inizio del Sinodo sulla sinodalità della Chiesa cattolica, ma anche dal lavoro conclusivo che ne è scaturito e che papa Francesco ha fatto suo così come era. Alla libertà evangelica del ministero petrino non sembra dunque corrisponderne altrettanta da parte degli uffici centrali della CEI – rispetto ai quali un gran numero di confratelli nell’episcopato sta facendo davvero fatica a riconoscersi.

Il rischio che si sta correndo, con la proposta alla II Assemblea sinodale di questa tabella di Proposizioni, è quello di disaffezionare e perdere quello che rimane del cattolicesimo pensante e concreto del nostro paese. Quella italiana continua a essere una Chiesa impaurita e ossessionata da una pretesa di controllo pressoché totale. Le forti reazioni in sede assembleare contro le Proposizioni rappresenta forse l’ultimo banco di prova disponibile alla CEI per immaginare un modo nuovo della presenza della fede nei contesti reali di vita del nostro paese.

Le risorse per mettere mano a questo passaggio epocale, sebbene ridotte rispetto a tempi passati, ci sono e sono a disposizione – si tratta di assumerle effettivamente e non solo in maniera retorica (quasi fossero una citazione a piè pagina, aggiunta per dare un contentino a un soggetto senza identità).

Sorprende che chi ha steso questo elenco di Proposizioni non si sia accorto della distonia fra il titolo che si è scelto di dare alla loro raccolta e quanto poi esposto come frutto maturo di anni di lavoro sinodale. Usare una parola così evangelicamente e umanamente impegnativa come «gioia» per un approdo decisamente sconfortante e di basso profilo, dice l’incapacità di una dirigenza ecclesiale a rendersi conto del senso stesso dell’Evangelo di Gesù. Mancante questo, ogni lettura della realtà contemporanea (estremamente seria, se non sull’orlo di una implosione globale) si fa risibile e inutile.

Per rendersene conto, basterebbe dare una lettura alle proposizioni 7-9 sui giovani – nelle quali diventa evidente una comprensione statica e auto-centrata della Chiesa e della sua pastorale. Perché, anziché costruire artificialmente luoghi in cui i giovani «possano sentirsi a casa», non essere là con loro dove essi abitano, vivono, desiderano, amano, soffrono? Come mai questa incapacità di sentire la loro voce, di vedere i segni del Regno che, in tutta la loro distanza dalla Chiesa, mettono in circolo nelle nostre società?

Per la dirigenza della Chiesa italiana è giunta l’ora di uscire dalla retorica e dal nominalismo, ma anche da quella rassicurante uniformità che fa mancare appuntamenti irripetibili con i luoghi dell’umano in cui la Parola agisce con efficacia. Mons. Erio Castellucci ha parlato di un «documento di passaggio», riferendosi alle Proposizioni – tentando di salvare una ricchezza sinodale, smarritasi in esse, e la loro formulazione presentata in assemblea. Temo che l’impresa non sia possibile e che si debba da ultimo decidere chi è la Chiesa italiana.

Russia-Ucraina 2022-2025: le Chiese nel conflitto

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Premessa. La guerra tra Russia e Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, ha subìto un rovesciamento narrativo con l’elezione di Donald Trump. Putin sta vincendo la partita perché l’alleato americano si è ritirato e ha cambiato ruolo. Da alleato a semplice giudice-spettatore.
Per di più Trump ha accusato Zelenski di essere corresponsabile della guerra. Un rovesciamento di prospettiva che consegna a Putin non solo di vincere la partita ucraina ma di prepararsi a nuove aggressioni.

È iniziata una stagione caotica. Dentro gli Stati Uniti, perché sembra venir meno il bilanciamento dei poteri, e fuori degli Stati Uniti in cui alla scelta anti-Ucraina si affianca la fine del multilateralismo e la relativizzazione delle alleanze (Europa, Giappone, India). L’unico obiettivo riconoscibile sembra lo scontro con la Cina.

La storia della guerra guerreggiata era stata diversa. Sostanzialmente in tre momenti: il fallimento dell’attacco lampo di Putin, il fallimento della controffensiva ucraina, la stabilizzazione dei fronti con una vincente pressione russa, fino a quando l’arbitro ha deciso il vincitore.

La tragedia umana della guerra è visibile anche solo da alcuni numeri (di fonte ucraina). Una stima approssimata delle perdite dell’esercito russo parla di circa 719.000 soldati russi uccisi o feriti dall’inizio dell’invasione nel febbraio 2022. Sul versante ucraino i morti sarebbero 80.000 e 400.000 i feriti.

Parlando a Varsavia (10 settembre 2024), l’arcivescovo maggiore degli ucraini, Sviatoslav Shevchuk, ha dato questi numeri: 1,4 milioni di case distrutte, 3.700 scuole e università bombardate, 1.700 strutture mediche e ospedaliere distrutte, 630 chiese distrutte o danneggiate, 25.000 chilometri di strada impercorribili, 344 ponti distrutti, 18 aeroporti, 126 stazioni ferroviarie ecc. I profughi sono 8 milioni e 17 milioni (su 41) hanno bisogno di aiuti.

Le tre Chiese
Prima del febbraio 2022. Il panorama religioso del paese vede tre protagonisti maggiori e alcuni comprimari. Il 60-70% della popolazione si divide fra due Chiese ortodosse, quella filo-russa (non autocefala), che fa capo al metropolita Onufrio, e quella autocefala, che fa capo a Costantinopoli col metropolita Epifanio.
La prima, allora maggioritaria, contava 12.000 parrocchie, 100 vescovi, 200 monasteri e una presenza largamente maggioritaria nelle aree geografiche dell’Est. La seconda si addebitava di 7.000 parrocchie, una cinquantina di vescovi e alcune decine di monasteri.

Accanto alle due Chiese maggiori vive una Chiesa di rito orientale (i greco-cattolici) con circa 4 milioni di fedeli. Vi è poi una Chiesa ortodossa dissidente (Filarete), una comunità cattolica di rito latino e alcune comunità protestanti oltre ai musulmani e agli ebrei. Gli ucraini hanno una pratica religiosa molto alta (17%).

Le due Chiese hanno alle loro spalle l’esperienza della persecuzione comunista che ha lasciato sopravvivere la sola Chiesa ortodossa, cancellando del tutto quella greco-cattolica.

Nelle memorie che tornano c’è la seconda guerra mondiale, la cosiddetta “guerra patriottica”, la vittoria sul nazismo e la tragedia dell’holodomor, la grande carestia del 1933, provocata dalla politica di Stalin che fece da 4 a 8 milioni di morti. La prima giustifica l’intervento militare russo: a Kiev c’è il nuovo nazismo. La seconda giustifica la resistenza ucraina e attesta la violenza russa sulla popolazione locale.

Le giustificazioni di Cirillo
Ortodossia russa: tre giustificazioni. Tre sono le principali giustificazioni che hanno portato la Chiesa ortodossa russa e il suo patriarca Cirillo a sostenere l’aggressione di Vladimir Putin: la concezione del Russkij Mir (mondo russo), lo scisma introdotto nel 2019 nella Chiesa ortodossa ucraina con il benestare del patriarca Bartolomeo e la tradizionale concezione del rapporto fra Chiesa e stato nei paesi di tradizione ortodossa.
Il Russkji Mir è una concezione storica-teologica-culturale che afferma l’unità di destino e di testimonianza della tri-unità (Russia, Ucraina, Bielorussia) e dell’insieme delle popolazioni operanti nei vari stati ex sovietici e nella diaspora che parlano russo e che si riconoscono nei valori e nella cultura russa. Ha diverse radici nella tradizione slavofila della cultura russa, ma è entrata nella Chiesa grazie all’azione del patriarca Cirillo per collegare a Mosca le Chiese ortodosse operanti nei paesi ex sovietici e come supporto all’autorità patriarcale su queste Chiese.

Così si esprimeva il patriarca nel 2014: «Il mondo russo non è il mondo della Federazione russa, né dell’impero russo. Il mondo russo nasce dal fonte battesimale di Kiev. Il mondo russo è una civilizzazione particolare a cui appartengono le persone indicate oggi da nomi diversi: russi, ucraini, bielorussi. Anche persone che non appartengono per nulla al mondo slavo, ma che ne hanno adottato come propria la componente culturale e spirituale, possono appartenere a questo mondo. Per questo il mondo russo è un concetto civilizazzionale».

La sua formulazione più brutale è contenuta nel Mandato del 25° concilio mondiale del popolo russo (Mosca, 27 marzo 2025) in cui l’assemblea generale (488 delegati, fra cui 60 preti e 30 vescovi con la presidenza di Cirillo) ha riconosciuto come santa la guerra e come legittima la pretesa imperiale del governo russo sui territori viciniori. Questo ha provocato una dura reazione di alcune altre Chiese ortodosse e di 500 teologi (non russi) che hanno denunciato come eretica l’affermazione e come intollerabile la pretesa. C’è quindi un piano teologico spirituale (il battesimo), uno di definizione culturale o civilizzazionale e, infine, è anche strumento per opporsi alla “russofobia” di molti paesi.

Di fatto il Russkji Mir ha fornito alla volontà di potenza imperiale di Putin una visione storica e civile coerente. «Agli occhi di Putin la Russia non era altro che un grosso distributore di gas. È stata la Chiesa che ha offerto a Putin una visione nuova, una nuova lingua per il progetto imperiale» (K. Hovorum). È l’etno-filetismo nella sua forma radicale.

Autocefalia. Dopo il parziale fallimento del grande concilio ortodosso a Creta del 2016, a cui non hanno partecipato 4 Chiese fra cui quella maggiore, cioè la russa, Bartolomeo ha riconosciuto l’autocefalia (2018-9) alle comunità ucraine che vivevano in condizione irregolare perché, volendo una Chiesa ortodossa nazionale, erano state espulse dalla Chiesa filo-russa.

L’operazione, finalizzata a raccogliere tutta l’ortodossia ucraina nella Chiesa autocefala, ha prodotto, invece, una spaccatura verticale con la doppia obbedienza fra Onufrio (filorusso) ed Epifanio (filo-Bartolomeo).

L’autocefalia, o piena autonomia di una Chiesa locale, non faceva problema nei primi secoli: quando una Chiesa si credeva sufficientemente strutturata, chiedeva il riconoscimento dell’autocefalia. Ma, con l’Ottocento, la domanda si impasta con le correnti nazionalistiche e appare come la necessaria conferma della piena identità di una Chiesa locale.

La decisione di Bartolomeo che forza i canoni della tradizione ortodossa è sostenuta vistosamente dal potere ucraino e dagli Stati Uniti. Essa provoca Cirillo che risponde con furia: annulla la comunione eucaristica con Costantinopoli e le Chiese che lo hanno seguito (Alessandria, Cipro, Grecia), inventa un esarcato per l’Africa (contro Alessandria), sponsorizza i dissidenti in Grecia e a Cipro, delegittima sistematicamente il primato di onore di Bartolomeo.

Il 15 dicembre 2018 un turbolento concilio locale convocato a Kiev con i rappresentati delle Chiese ortodosse scismatiche e garantito dal governo, decide di chiedere formalmente l’autocefalia. Il tomo sarà presentato il 6 gennaio 2019. Degli 83 vescovi presenti solo due vengono dalla Chiesa filo-russa, mentre se ne attendevano 10-20.

Il peso del governo locale nell’impresa è molto alto. L’allora presidente Porochenko ha detto che il tomo «è il fondamento della nostra specifica via allo sviluppo, alla crescita dello stato e della nazione ucraina». Con la guerra “a bassa intensità” attiva nel Donbass e la crescente ira popolare verso Mosca, Epifanio vede progressivamente ingrossarsi i numeri delle sue comunità.

La tensione con la Chiesa filo-russa di Onufrio, che organizza processioni di massa per dimostrare la compattezza delle proprie comunità, impedisce l’apertura di un dialogo interno fra le due Chiese che è ancora oggi impossibile per le condizioni che la Chiesa filo-russa invoca (fine dei passaggi di appartenenza delle parrocchie e sospensione del riconoscimento delle ordinazioni nella Chiesa di Epifanio).

La sinfonia. La terza condizione che facilita la giustificazione di Cirillo di sostenere la guerra di aggressione è la tradizionale “sinfonia” fra Chiesa e stato nell’ortodossia. È la dottrina secondo cui potere civile e potere religioso hanno la stessa radice e sono chiamati a sostenersi l’uno con l’altro. Nel nostro caso la dottrina “sinfonica” non giustifica la guerra, ma non l’impedisce e non pone remore al riconoscimento.

Le Chiese orientali non conoscono lo scontro fra Chiesa e stato, la guerra delle investiture, e non hanno nella loro tradizione l’elaborazione di una teoria e di una pratica di resistenza rispetto allo stato.

Il veleno della guerra
Tre anni di guerra. Come sono cambiate le Chiese in questi tre anni di guerra? Il racconto si specifica sulla narrazione degli eventi per la Chiesa filo-russa di Onufrio, quella non autocefala, per la Chiesa di Epifanio (autocefala), per la Chiesa greco-cattolica. Non senza un cenno alla Chiesa russa di Cirillo e alla posizione del papato.
Chiesa non autocefala. La Chiesa filo-russa, nella persona del suo metropolita Onufrio, il giorno stesso dell’invasione ha espresso una netta condanna dell’aggressione e un chiaro dissenso rispetto al silenzio-assenso delle prime settimane di Cirillo.

Per alcuni mesi, fino all’estate del 2022, vi è stata una consonanza piena con la resistenza popolare e militare all’occupazione delle truppe russe.

In maggio, il metropolita Onufrio convoca fortunosamente un sinodo allargato che si trasforma nell’arco di poche ore in un concilio (con la presenza di laici), che decide il cambiamento degli statuti e passa da una indipendenza relativa (riconosciuta malvolentieri da Mosca negli anni ’90) a una indipendenza quasi totale (nomine dei vescovi, gestione delle parrocchie e dei pope, benedizione del crisma, rimozione della citazione del nome di Cirillo nei dittici ecc.).

Resta, però, un legame canonico che permette il riconoscimento di tutte le altre Chiese ortodosse, lega l’eventuale autocefalia all’assenso di Mosca e impedisce il passaggio alla giurisdizione costantinopolitana.

Con l’autunno, il clima di consenso cambia, perché la violenza militare dello scontro, i sospetti crescenti dei servizi segreti, la permanenza di legami ambigui sia ecclesiali che politici di diversi esponenti di spicco di quella Chiesa con i russi, allarmano l’opinione pubblica.

I media cavalcano una crescente onda di critiche verso i gerarchi filo-russi e le loro istituzioni indicandoli come la “quinta colonna” russa all’interno dello stato, come collaborazionisti e non veri patrioti. Si avviano le prime denunce contro alcuni vescovi e pope per il sostegno fornito alle truppe di occupazione e per una difesa sospetta della cultura russa (arrivano ad oggi a circa 80).

Un progressivo irrigidimento si registra anche all’interno della Chiesa filo-russa in cui sia il metropolita sia il sinodo si mostrano incapaci di censurare e di distaccarsi dai personaggi e dalle condizioni più ambigue. Ricordo, come emblematica, la disdetta del contratto dello stato con la lavra delle grotte di Kiev, il grande sito monastico collocato al centro della capitale e da sempre emblema della fede del popolo ucraino.

Lo stillicidio di allontanamenti dei teologi e dei monaci dalle chiese e dagli edifici è stato molto raccontato anche in Occidente. Fra questi, il giudizio e la condanna al vescovo Paolo (Lebed) responsabile della lavra. Personaggio molto discusso per la sua esibita ricchezza e per l’aperta ostilità verso il governo impegnato nella guerra.

Per il teologo russo dissidente C. Hovorum, il metropolita Onufrio conosce bene il collaborazionismo di alcuni dei suoi vescovi e non fa nulla, o non può fare nulla, per impedirlo. In compenso, quando qualche prete o gerarca ha accennato al passaggio alla Chiesa di Epifanio, è stato immediatamente censurato.

Anche nel caso della protesta di alcune decine di preti contro la Chiesa russa, soprattutto dopo il bombardamento della cattedrale di Odessa (il cui restauro fu solennizzato dalla presenza di Cirillo), il metropolita si è rifiutato di incontrarli. Nessuna censura ai quattro gerarchi presenti a Mosca in occasione della proclamata riunificazione con la Russia delle regioni occupate del Donbass e ai sei vescovi presenti ai festeggiamenti moscoviti per il 16° anniversario di patriarcato di Cirillo.

Anche in occasione di un’importante protesta di 31 gerarchi della Chiesa filo-russa contro la Chiesa di Mosca per l’ingiustificata dimissione di vescovi dai territori occupati e sostituiti da altri vescovi russi (novembre 2024) non c’è la firma di Onufrio. Nessuna censura al vescovo Teodosio che continua a citare Cirillo nei dittici.

Vanno ricordati i comportamenti spicci e non rispettosi subìti dai vescovi filo-russi nei processi a cui sono stati sottoposti, le crescenti violenze che accompagnano il passaggio di chiese e parrocchie all’obbedienza all’altra Chiesa ortodossa (autocefala), la disdetta degli affitti di molti monasteri prima affidati alla Chiesa filo-russa, la polemica pretestuosa a cui lo stesso Onufrio è stato sottoposto per un passaporto russo non usato da decenni. Su questi episodi si fondano le proteste internazionali che alcune Chiese ortodosse hanno presentato, parlando di persecuzione.

Il punto giustamente più discusso e critico è la legge approvata dal parlamento il 16 agosto 2024. In essa si esclude dalla legalità ogni Chiesa o religione che abbia il proprio centro o il proprio riferimento in uno stato aggressore del paese. La sua procedura è molto complessa e ha portato alla moltiplicazione degli scontri e dei ricorsi alla giustizia, creando crescente disagio a istituzioni internazionali come Renovabis, la Commissione ONU per la libertà religiosa, alcune istituzioni statunitensi e, in generale, i vertici delle Chiese in Occidente.

Il punto critico è una legislazione che restringe gli spazi di libertà religiosa, che è applicata in termini un po’ spicci e che non risponde ai canoni delle legislazioni occidentali. In questo senso, si è espressa la Chiesa anglicana e lo stesso papa Francesco ha invocato la libertà di pregare.

Va registrato il consenso alla legge di tutte le altre confessioni e religioni del paese, della grande maggioranza dell’opinione pubblica e del parallelo in Estonia.

In Occidente manca la fattispecie di una Chiesa che sia un pericolo per l’integrità e la libertà di un paese.

Chiesa autocefala. La Chiesa autocefala di Epifanio soffre di un limitato riconoscimento dalle Chiese ortodosse (4 su 15, compresa la neonata Macedonia del Nord), di un personale un po’ raccogliticcio, di una fondazione molto recente, ma può esibire una totale consonanza con il patriottismo ucraino.

Durissime le accuse di Epifanio alla tirannia di Putin e al servilismo di Cirillo. Ritiene che l’ideologia del Russkji Mir vada collocata sullo stesso piano del nazismo e del bolscevismo. Ha deciso di spostare la data nel Natale dal 6 gennaio al 25 dicembre e di permettere la liturgia non solo nello slavone della tradizione, ma anche nella lingua corrente. Ha rilanciato più volte l’invito a un dialogo diretto con Onufrio e la sua Chiesa, chiedendo di partire senza condizioni previe, ma non ha ottenuto risposta. Non ha mai preso distanza esplicita e netta dai disordini e dalle violenze che talora accompagnano il passaggio degli edifici ecclesiastici e delle parrocchie alla sua Chiesa autocefala. Sulla questione della guerra è sempre stato coerente e ha messo a disposizione i propri preti per l’assistenza pastorale alle truppe del fonte. È stato ricevuto dal papa e da varie istanze delle altre confessioni cristiane in Occidente, accettando l’invito a un dialogo bilaterale con la Chiesa greco-cattolica.

Chiesa greco-cattolica. La Chiesa greco-cattolica che, dopo cinquant’anni di persecuzione, è riemersa alla luce, forte di oltre 4 milioni di fedeli, costituisce un importante riferimento in questa storia. Nessun dubbio sulla piena fedeltà allo sforzo militare di resistenza all’aggressione russa.

L’arcivescovo maggiore, Sviatoslav Shevchuk, non ha mostrato alcuna incertezza nel sostenere lo sforzo militare del proprio paese. Ha sottolineato la straordinaria capacità di resistenza degli ucraini contro l’armata russa. Ritiene che la Russia abbia già perso la sua sfida maggiore: quella di piegare l’Ucraina e di distruggerla. È stato lucido nel decodificare le pretese spirituali e mistiche della posizione di Cirillo, denunciando le stragi e le intollerabili violenze dell’esercito invasore. «Non ci sono dubbi sulla totale spietatezza e malvagità delle intenzioni geopolitiche e genocide della Russia. Putin lo ha detto chiaramente e non si fermerà davanti a nulla finché non sia obbligato a farlo […] Il suo obiettivo è la distruzione degli ucraini e la “soluzione finale” della questione ucraina». Lui stesso è stato fra gli obiettivi braccati invano nei primi giorni di guerra.

Parlando a Varsavia (10 settembre 2024), ha chiarito che la posta in gioco in Ucraina è la democrazia occidentale. «L’Ucraina sta imparando la democrazia in condizioni estreme […] Essa sfida l’idea che la sicurezza fisica e il benessere materiale siano gli unici obiettivi della democrazia. Ci insegna che la democrazia merita di essere difesa a scapito del nostro confort, della nostra salute e persino della nostra vita».

In questione è soprattutto l’Europa che, per la Russia imperiale di Putin, deve essere solo un cuscinetto morbido fra USA, Cina e Russia.

Si è molto impegnato a livello internazionale per garantire il consenso alla posizione ucraina utilizzando sia la presenza significativa della diaspora ucraina nel mondo sia la sua appartenenza alla Chiesa cattolica e alla sua estensione mondiale.

Sul versante della discussa legge contro la Chiesa filo-russa si è mostrato all’inizio molto reticente. Diceva, «non facciamo nuovi martiri». Poi l’ha accettata come inevitabile difesa rispetto alle eccessive ambiguità dei filo-russi.

Davanti all’utilizzo strumentale della religione da parte della Chiesa russa e alle reticenze di quella russo-ucraina ha detto: «Lo stato ha il diritto e il dovere di proteggere l’ambiente religioso dell’Ucraina davanti a tale manipolazione da parte del paese aggressore. Spieghiamo a tutti che questa legge non proibisce niente, è solo una protezione». Una protezione per tutti: ortodossi, cattolici, protestanti, musulmani ed ebrei.

Non sempre è stato facile il suo rapporto col governo che, all’inizio del mandato di Zelenski e della guerra, sembrava poter fare a meno delle Chiese e solo in seguito ha dovuto prendere atto della necessità dell’azione di consolazione, di sostegno e di consenso delle Chiese. È consapevole che la guerra sta modificando in profondità, e talora in senso negativo, l’ethos della popolazione e che ci sarà un compito enorme di ricostruzione delle coscienze.

All’indomani dell’auspicata pace ci sarà un periodo di grande instabilità e la Russia non smetterà di mettere zizzania nell’unità del popolo.

La scelta strategica, oltre alla riconferma del legame con Roma, è quella di una spinta ecumenica verso la Chiesa autocefala. L’intento è di aprire un confronto diretto fra le due Chiese usando fino in fondo gli spazi di collaborazione che i dialoghi teologici e pastorali fra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse hanno già aperto, prendendo di petto anche questioni importanti come il ruolo del papato, il riconoscimento comune dei concili ecumenici, la questione teologicamente già risolta del Filioque e quella discussa del purgatorio, compresa la difficile valutazione del Vaticano I.

L’intento complessivo è di dare vita a un “centro” ecclesialmente maggioritario nel paese ed ecumenicamente sviluppato in grado di dare futuro al cristianesimo ucraino (e non solo), di contenere le probabili spinte centrifughe e i conflitti intraortodossi. Creando un importante esperimento per l’insieme della Chiesa cattolica. Una ipotesi che avrà forza solo mantenendo un rapporto profondo con Roma (e con Costantinopoli), nonostante le ripetute frizioni sperimentate in questi tre anni con papa Francesco. Esse nascono dalla diversità di ruoli – mondiale il papa, nazionale l’arcivescovo –, dalla diversa relazione con la guerra – immediata per Shevchuk, mediata per Francesco –, dal confliggente rapporto con la Russia – per il papa necessario al di là dell’immediato, per Shevchuk da sconfiggere –, dal differente rapporto con l’Occidente – immediato per l’arcivescovo, assi meno per Francesco –, dal contrapposto peso dei simboli come le due donne chiamate per la via crucis, del richiamo alla “bandiera bianca” come gesto positivo, della valorizzazione della cultura della grande Russia, della reticenza nel qualificare come aggressore la Russia e nel mantenere buoni rapporti con la dirigenza ortodossa russa.

Chiese slave e Chiese elleniche
Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. I rapporti del patriarcato ecumenico con quello di Mosca sono ai minimi termini. Cito due discorsi di Bartolomeo: ad Abu Dhabi (9 dicembre 2022) e a Vilnius (22 marzo 2023). Nel primo, dopo l’accusa a Cirillo di perseguire il mito della “terza Roma” e di assunzione del panslavismo, dice: «La Chiesa ortodossa russa si è schierata con il regime del presidente Vladimir Putin, soprattutto dopo l’elezione di sua beatitudine il patriarca Cirillo nel 2009. Partecipa attivamente alla promozione dell’ideologia del Russkji Mir, del mondo russo, secondo la quale lingua e religione permettono di definire un insieme coerente che comprende Russia, Ucraina e Bielorussia, così come gli altri territori dell’ex Unione Sovietica e della diaspora […] Questa ideologia costituisce uno strumento di legittimazione dell’espansionismo russo e la base della sua strategia euro-asiatica. Il legame con il passato dell’etnofiletismo e il presente del mondo russo è evidente. La fede diventa la spina dorsale del regime di Putin».

E, nel secondo discorso, annota: «La crisi ucraina si collega con la sfida più fondamentale del mondo cristiano ortodosso. L’ortodossia continuerà ad essere guidata spiritualmente dalla sua fonte e difesa, cioè il centro tradizionale e storico, il patriarcato ecumenico di Costantinopoli?».

Chiesa ortodossa russa. La dirigenza della Chiesa ortodossa russa si è lanciata anima e corpo nella giustificazione e nel sostegno alla guerra di aggressione passando da un iniziale silenzio (una decina di giorni) al sostegno ai propri militari al fronte, fino alla giustificazione della guerra come scelta “metafisica”, anzi come necessità teologica, per stabilizzarsi alla fine nel giudizio di un evento necessario a un processo di civiltà alternativo all’Occidente decaduto.

Difficile dire quanto tutto ciò sia condiviso nel corpo complessivo della Chiesa che, per ampiezza, tradizione, profondità spirituale e radicalità di testimonianza, certo sopravviverà a questa stagione.

Difficile negare i costi esterni che la scelta guerresca di Cirillo ha provocato: dalla crisi dell’ecumenismo alla frattura ulteriore nelle Chiese ortodosse, dalla frana della credibilità internazionale al restringimento dell’attrazione spirituale, dal sospetto sulle attività di spionaggio in Occidente delle sedi del patriarcato alle denunce dei fuoriusciti.

Vi sono anche guadagni interni da registrare: un ampio sostegno economico (dallo stato agli oligarchi) alle migliaia di nuove chiese, il riconoscimento dei percorsi di studio e delle istituzioni accademiche ecclesiali, l’entrismo pastorale in tutti i gangli dell’amministrazione (compresi i servizi segreti), l’espansione dell’insegnamento della religione nelle scuole, la restrizione amministrativa delle possibilità di aborto, la marginalizzazione delle altre fedi (fatta eccezione dell’islam), l’esenzione per il clero dal servizio militare, l’interlocuzione diretta con le massime autorità dello stato ecc.

Mi limito a registrare tre elementi: la rimozione della dottrina sociale della Chiesa (testo approvato dal concilio di Mosca nel 2000), la deriva di una identità spirituale verso il contenitore culturale del Russkji Mir, la pretesa di essere un’alternativa di civiltà.

Nelle scelte operate dal patriarca Cirillo vi è una contraddizione palese con alcune disposizioni registrate nel documento della dottrina sociale. Nel testo si nega che la Chiesa possa sostenere una guerra di aggressione o una guerra civile (cap. terzo, n. 8); si richiede ai gerarchi di richiamare i responsabili politici a scelte di pace (cap. 8 al n. 5); si definisce la guerra un male (cap. 8 al n. 1); si affermano i diritti degli stati alla sovranità e all’integrità dei confini (cap. 16 numero 1) ecc.

Non si tratta solo di singoli articoli e affermazioni, si tratta dell’orientamento complessivo di un documento che era nato per rivedere e rinnovare la tradizione dei rapporti fra Chiesa e stato. Esso viene non solo ignorato, ma sostanzialmente rimosso.

I circa 300 preti che, all’indomani dell’aggressione, hanno chiesto alla Chiesa di restare fedele al Vangelo della pace sono stati tutti penalizzati e i più in vista sono stati costretti a espatriare. Inoltre, Cirillo ha preteso che ogni celebrazione dia spazio a una preghiera per la vittoria; rifiutarsi di farlo significa rischiare l’esclusione dal clero.

Non meno grave la deriva tra una identità teologica e spirituale verso la discutibile ideologia del Russkji Mir. Il 9 aprile 2023 Cirillo proclama: «Il servizio della nostra Chiesa dev’essere speciale, sacrificale. E questa non è solo retorica, queste sono parole conquistate a fatica. Perché è solo attraverso il servizio sacrificale che sopporteremo e supereremo tutto. E oggi la mia parola speciale è per il nostro servizio sacerdotale. Sono arrivati tempi nuovi in cui la Chiesa ha un’enorme responsabilità per il destino del paese».

E, nel mandato del mondo russo, si dice: «Il significato più alto dell’esistenza della Russia e del mondo russo da essa fondato, la loro missione spirituale è quella di essere “baluardo” universale – il riferimento è al Katéchon di 2Ts 2,6, colui che impedisce la vittoria dell’Anticristo – a difesa dal mondo del male. La sua missione storica è quella di sventare ogni volta i tentativi di instaurare nel mondo un’egemonia universale e di sottomettere l’umanità a un unico principio malvagio».

Così si arriva a teorizzare la guerra come elemento necessario per garantire un progetto di civiltà coerente con i valori cristiani in opposizione alla colpevole decadenza dell’Occidente e al suo rifiuto di Dio.

Falsificando le carte, Cirillo si chiede (28 luglio 2024): perché l’Occidente ci aggredisce? «Perché offriamo un’alternativa di civiltà. Esattamente. La Russia offre oggi un’alternativa di civiltà. Uniamo la fede in Dio con la tecnologia, la scienza e le arti moderne. Siamo persone moderne e, allo stesso tempo, credenti e non abbiamo paura della nostra fede. Il nostro paese è guidato da un credente ortodosso, il presidente Vladirir Vledemirovich Putin».

L’Occidente è precipitato nell’apostasia e le Chiese occidentali si sono adattate, perdendo l’anima. «Siamo chiamati a fermare il processo di disumanizzazione della cultura, restituendo l’uomo e l’umanità alla loro alta dignità determinata da Dio» (8 settembre 2024). Si tratta di invertire un processo di de-culturazione e di distruzione che l’Occidente ha avviato.

Il 3 dicembre torna a insistere: «Pertanto oggi la nostra lotta non è contro la carne e il sangue (Ef 6,12) come dice la parola di Dio, ma contro i dominatori delle tenebre di questo mondo. Nel testo che cito c’è una continuazione: gli spiriti della malvagità nelle alte sfere. «La nostra battaglia, infatti, non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti». Il testo allude agli angeli infedeli divenuti demoni. «Gli spiriti del male non agiscono da soli, hanno bisogno di intermediari! Tutte quelle persone che vendono la propria coscienza, che calpestano i comandamenti divini, che, definendosi cristiani, agiscono peggio dei pagani, questi sono gli spiriti del male che abitano in cielo».

Ecumenismo in sofferenza
Diplomazia pontificia e il Consiglio ecumenico delle Chiese. Per la grande maggioranza delle Chiese cristiane l’aggressione russa all’Ucraina ha rappresentato un vero e proprio shock.
Il Concilio ecumenico delle chiese (CEC) che raccoglie 352 Chiese (500 milioni di credenti) e la KEK (Conferenza delle Chiese in Europa) che raduna quelle europee si sono pronunciatì in termini molto critici verso l’orientamento della Chiesa russa.

All’assemblea generale del CEC a Karlsrhue (2022) le parole più dure sono state pronunciate dal protestante Franz W. Steinmeier, presidente della repubblica tedesca: «I capi della Chiesa ortodossa russa stanno attualmente guidando i loro membri e la loro intera Chiesa lungo un percorso pericoloso, anzi blasfemo, che va contro tutto ciò in cui credono. Stanno giustificando una guerra di aggressione contro l’Ucraina – contro i propri e i nostri fratelli e sorelle nella fede».

L’assemblea ha votato una mozione contro la guerra, anche se non ha voluto espellere la delegazione russa. Anzi, la nuova presidenza ha proposto una conferenza in ottobre 2023 per un dialogo diretto fra le Chiese ortodosse ucraine, quella russa e il CEC come ospitante. C’è stato un incontro a Mosca col patriarca, ma il rifiuto degli interessati ha mandato tutto all’aria.

La KEK si è subito schierata contro e, in un successivo incontro a Vilnius, ha detto: «Tutte le religioni e noi come cristiani, siamo uniti nel condannare l’aggressione russa, i crimini che vengono commessi contro il popolo ucraino e la blasfemia che è l’uso improprio della religione».

Anche le Chiese ortodosse che sostengono Mosca, come la Chiesa serba o quella bulgara, non si sono pronunciate a favore della guerra.

C’è, quindi, una singolare convergenza delle comunità cristiane contro la manipolazione della fede cristiana operata da Cirillo e dalla dirigenza ortodossa russa. Quadro confermato anche sul versante cattolico.

Ricordo le affermazioni molto critiche del card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’unità dei cristiani che, in una intervista del 24 luglio 2022, dice: «La giustificazione pseudo-religiosa della guerra del patriarca Cirillo deve scuotere ogni cuore ecumenico. Da un punto di vista cristiano non si può giustificare una guerra di aggressione, tutt’al più, a determinate condizioni, una difesa contro un aggressore ingiusto. Sminuire la brutale guerra di aggressione di Putin come una “operazione speciale” è un abuso di parole. Devo condannarla come una posizione assolutamente insostenibile».

La diplomazia pontificia non ha tuttavia smesso di tentare il possibile, intervenendo per mediare sullo scambio dei prigionieri, operando per far tornare i bambini ucraini dalla Russia, proponendo la disponibilità per qualsiasi forma di dialogo fra i contendenti.

Le iniziative che hanno avuto una risonanza pubblica sono state: la proposta di una nuova Helsinki, di un nuovo confronto fra Est e Ovest come quello che ha propiziato il cambiamento dei regimi e l’invio del card. Matteo Zuppi nelle capitali interessate (compreso Pechino) per sostenere le ragioni umanitarie.
settimananews

Vangelo del giorno 2 Aprile 2025

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,17-30

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

La Giornata. L’autismo non è una condanna. «Ma le famiglie vanno aiutate»

Prima riunione del nuovo Osservatorio per l’inclusione scolastica: sono 150mila gli studenti che necessitano di un aiuto specifico. Il ministro Valditara ha promesso maggiore qualità nella formazione

L'autismo non è una condanna. «Ma le famiglie vanno aiutate»

Kittyfly/Shutterstock

Avvenire

C’è una buona notizia per le circa 150mila famiglie italiane con un figlio autistico tra i 6 e i 14 anni. Martedì 1 aprile, proprio alla vigilia della Giornata mondiale che si celebra, si è riunito per la prima volta dopo anni di paralisi, l’Osservatorio nazionale per l’inclusione scolastica. La federazione che raggruppa le circa 90 associazioni nazionali di genitori con figli affetti dai disturbi dello spettro autistico (Angsa – Associazione nazionale genitori persone con autismo) ha potuto esprimere al ministro Giuseppe Valditara, difficoltà, richieste e problemi, primo tra tutti quello degli insegnanti di sostegno.

Quanti ne mancano? «Non è un problema di numeri ma di preparazione – risponde Giovanni Marino, presidente Angsa – abbiamo migliaia di insegnanti privi di preparazione specifica che, durante le lezioni, si limitano a portare i nostri ragazzi in corridoio o in qualche aula vuota per evitare che disturbino. Come trent’anni fa, non è cambiato nulla».

Eppure, a livello teorico, l’Italia è sul fronte autismo tra i Paesi culturalmente più attrezzati. Le linee guida dell’Istituto superiore di sanità sono scientificamente ineccepibili. Peccato che siano quasi completamente disattese. «Al ministro Valditara abbiamo chiesto di dare concretezza a due obiettivi – riprende il presidente Marino – quello della preparazione professionale e quello della continuità didattica». I disturbi dello spettro autistico richiedono conoscenze non improvvisate. Oggi nella scuola italiana i bambini con certificazione di disabilità sono 336mila. Quelli con disabilità intellettive quasi 300mila. In mancanza di dati certi, si stima che i bambini autistici siano almeno la metà. «E per questo esercito di piccoli alle prese con un disturbo di fronte al quale la scienza non ha risposte certe – riprende Marino – la scuola italiana non dispone di insegnanti di sostegno qualificati».

Ieri, durante la prima riunione dell’Osservatorio, il ministro Valditara ha annunciato una bozza di decreto legge per avviare percorsi formativi specifici. Ma sui tempi nessuna promessa. Altro aspetto determinante quello della continuità didattica. Per creare tra ragazzi e insegnanti quella familiarità indispensabile per un rapporto di fiducia, servono mesi. Se l’insegnante di sostegno cambia ogni anno, la fiducia va sempre ricostruita da zero. E per i ragazzi è una fatica immane.

Anche perché quello che i ragazzi autistici fanno a scuola dovrebbe essere la base per l’attività pomeridiana nei centri di accoglienza e di riabilitazione. «Se non c’è questa sinergia il lavoro diventa quasi inutile». E anche per quanto riguarda i centri, pubblici o privati convenzionati, che fanno capo alle Regioni, non siamo all’anno zero, ma quasi. Nessuna uniformità di intervento tra Nord e Sud, sporadici esempi di applicazione del criterio cognitivo-comportamentale indicato con chiarezza nelle Linee guida. La maggior parte si limita alla logopedia, alla psicomotricità e alla musicoterapia. Buone prassi, si intende. Ma per i disturbi dello spettro autistico serve di più. «In questo caso l’autonomia regionale è un’arma a doppio taglio. Dipende dalle risorse economiche? Non solo, tanto fanno le capacità degli amministratori e le sinergie realizzate grazie alla spinta delle associazioni. Guarda caso le regioni che funzionano meglio sono il Piemonte e la Calabria. Per tanti anni la presidente Ansga – oggi vicepresidente – è stata Benedetta Demartis, che abita a Novara. Mentre Giovanni Marino risiede in provincia di Reggio Calabria. Ingegnere nucleare, due figli di 41 e 43 anni con disturbi autistici di terzo livello (il più grave) ha deciso anni fa che di fronte alla latitanza dello Stato, avrebbero dovuto essere le famiglie a colmare i vuoti socio-assistenziali dei territori. Così a Melito di Porto Salvo (Rc) è sorta la Fondazione Marino per l’autismo, struttura residenziale ad alta integrazione sanitaria con autorizzazione regionale, che ospita una decina di persone autistiche, oltre ai due figli dell’attuale presidente Ansga. «Da questo avamposto di sofferenza – riprende Giovanni Marino – ho assistito ad autentiche rinascite, perché gli autistici, soprattutto quelli di primo livello (disturbi lievi) e di secondo (medio-gravi), se assistiti con professionalità e accompagnati da persone preparate, possono condurre una vita soddisfacente, con elevati livelli di inclusione sociale». Marino ricorda il caso di un ragazzo arrivato alla Fondazione in condizioni molto preoccupanti, non si lavava, non permetteva a nessumo di toccargli i capelli. Con l’assistenza adeguata, in pochi anni la sua situazione è cambiata radicalmente, ha studiato e si è diplomato alla Scuola Alberghiera. Oggi lavora ed è felice.

«La maggior parte dei ragazzi autistici, più o meno i due terzi – osserva ancora il presidente Angsa – ha potenzialità inesplorate, proprio perché solo una piccola minoranza viene seguita in modo adeguato, secondo criteri davvero scientifici». Un accompagnamento scolastico adeguato e un’assistenza coerente nei centri di riabilitazione determina per questi ragazzi la qualità del futuro e dona alle famiglie speranze fondate.

«Ecco perché fare rete tra genitori è fondamentale. Insieme – conclude Giovanni Marino – si mettono a punto obiettivi e priorità. Insieme si progetta e si chiede aiuto». Sperando che la politica qualche volta ascolti.