Cammino Neocatecumenale, 800 preti in missione in Italia per annunciare il Vangelo: in aiuto si offrono i sacerdoti sposati

Il rettore del Redemptoris Mater di Newark (Usa), monsignor Renato Grasselli

Il rettore del seminario diocesano Redemptoris Mater di Newark, negli Usa, monsignor Renato Grasselli, parla dell’esperienza del ritiro organizzato a Porto San Giorgio, durante il quale per quattro giorni, da sabato, andranno in missione in tutto il Paese a due a due senza soldi

Debora Donnini – Porto San Giorgio

Trapela molta gioia e attesa fra i circa 800 sacerdoti presenti a Porto San Giorgio per un ritiro organizzato dal Cammino Neocatecumenale, presso la “Tenda della riunione”. Si tratta di sacerdoti formatisi, per lo più, nei 37 seminari missionari diocesani Redemptoris Mater del Nord, Centro e Sud America: da quello di Vancouver a quello di Città del Messico fino a quello di Belem, dedicato all’evangelizzazione in Amazzonia.

In missione a due a due
Questa sera, venerdì 19 giugno, assisteranno alla realizzazione dell’Opera sinfonica di Kiko Argüello, che si terrà all’esterno davanti alla Basilica della Santa Casa di Loreto e, da sabato per quattro giorni, andranno in missione ad annunciare il Vangelo, a due a due, in Italia, senza soldi. Un’esperienza molto importante per la fede, che molti di loro hanno già fatto nella loro vita, come racconta monsignor Renato Grasselli, rettore del Seminario Redemptoris Mater di Newark.

L’incontro con il Papa
Grasselli ricorda come siano stati già ordinati 130 sacerdoti formatisi in questo seminario: il 45% sono in missione in diverse zone degli Stati Uniti e del mondo, mentre gli altri lavorano nell’arcidiocesi. Espressa anche gioia perché – racconta – tutti questi sacerdoti provenienti dall’America, al termine di questa esperienza di evangelizzazione, prenderanno parte all’udienza generale con il Papa mercoledì prossimo in Piazza San Pietro.

Vatican News

Ccee, alla Chiesa in Europa servono sacerdoti “profondamente umani”. pronti a servire i sacerdoti sposati

I partecipanti all'incontro di Belgrado
Dal 14 al 17 giugno si è svolto a Belgrado il 53° Incontro dei Segretari Generali delle Conferenze Episcopali d’Europa. Al centro dei lavori la formazione dei sacerdoti nel contesto contemporaneo, tra sfide culturali, maturazione umana, fraternità e rinnovamento pastorale

Vatican News

Quali caratteristichedeve avere oggi il sacerdote in un’Europa attraversata da profondi cambiamenti culturali, sociali e spirituali? Attorno a questa domanda si sono confrontati i Segretari Generali delle Conferenze Episcopali europee riuniti a Belgrado dal 14 al 17 giugno per il loro 53° incontro annuale, promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) in collaborazione con la Conferenza Episcopale dei Santi Cirillo e Metodio.

Vocazione e formazione

Il tema scelto, “Essere sacerdoti oggi in Europa: la vocazione e la formazione”, ha guidato quattro giorni di riflessione e confronto, con l’obiettivo di individuare percorsi adeguati per preparare e accompagnare i presbiteri chiamati a operare in una società sempre più complessa e segnata da rapide trasformazioni. L’incontro si è aperto con la celebrazione eucaristica nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, presieduta dal cardinale Ladislav Nemet, arcivescovo di Belgrado e vicepresidente del Ccee. Nei saluti inaugurali, insieme al nunzio apostolico in Serbia, mons. Santo Rocco Gangemi, è intervenuto il presidente del Ccee, mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius, che ha indicato nell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV il quadro di riferimento per la riflessione ecclesiale sul ministero sacerdotale.

I bisogni della Chiesa in Europa

Secondo mons. Grušas, la Chiesa europea necessita di sacerdoti profondamente radicati nella loro umanità, capaci di stare accanto alle persone, condividere le loro fatiche e accompagnarle alla luce del Vangelo. Una figura pastorale che renda concreta la vicinanza di Cristo nelle diverse situazioni della vita quotidiana. Uno dei contributi più significativi è stato quello di mons. Alfonso Amarante, rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense, che ha affrontato il tema della “bellezza del ministero presbiterale al servizio di un mondo complesso”. Nella sua analisi, l’Europa contemporanea vive una sorta di “apocalisse culturale” caratterizzata dalla difficoltà di interpretare la realtà, dall’indebolimento dei processi educativi tradizionali e dall’influenza crescente dei media digitali e dell’intelligenza artificiale. Di fronte a questo scenario, ha spiegato il presule, il sacerdote è chiamato a riscoprire la propria identità attraverso quattro dimensioni fondamentali: l’unione con Cristo e l’Eucaristia, l’amicizia con Dio e con i fratelli, la vicinanza pastorale alle persone e la fraternità presbiterale. Tra le sfide più urgenti, quella di costruire seminari sempre più aderenti alla realtà e di riscoprire il valore evangelico della povertà come luogo di formazione autentica.

Una formazione permanente

Ampio spazio è stato dedicato anche alla dimensione umana della vocazione. La psicologa e psicoterapeuta Chiara D’Urbano ha sottolineato come la formazione sacerdotale non possa limitarsi alla preparazione ministeriale, ma debba custodire e valorizzare la persona nella sua interezza. La maturità affettiva, l’accoglienza delle fragilità e la capacità di vivere relazioni autentiche sono state indicate come condizioni indispensabili per una vocazione serena e duratura. La riflessione è proseguita con l’intervento di don Michele Gianola, segretario della Sezione Vocazioni del Ccee, che ha invitato a superare una lettura esclusivamente numerica della crisi delle vocazioni. Presentando dati e tendenze del panorama europeo, il sacerdote ha proposto un cambio di prospettiva: la formazione del presbitero deve essere considerata un processo permanente che continua ben oltre l’ordinazione. Una crescita che si realizza nella comunione con il vescovo, nella fraternità del presbiterio, nel servizio pastorale e nelle relazioni di amicizia autentica.

La vicinanza dei vescovi all’Ucraina

Nel corso dell’incontro non è mancato uno sguardo alle ferite che attraversano il continente. I Segretari Generali hanno espresso vicinanza al popolo ucraino dopo i recenti attacchi che hanno provocato vittime civili e danni alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kyiv, rinnovando l’appello a una “pace disarmata e disarmante”. Accanto alle sessioni di lavoro, il programma ha previsto momenti di preghiera, celebrazioni liturgiche e visite ai luoghi più significativi del patrimonio storico e religioso di Belgrado. Il prossimo appuntamento è già fissato e si terrà a Sarajevo dal 13 al 16 giugno 2027.

Aung San Suu Kyi ha compiuto 81 anni: nessuno sa più dove sia né il suo stato di salute

Aung San Suu Kyi ha compiuto 81 anni: nessuno sa più dove sia né il suo stato di salute

In questi giorni, il 19 giugno, Aung San Suu Kyi ha compiuto 81 anni. Non sappiamo dove si trovi, non conosciamo il suo stato di salute. Dal colpo di stato del primo  febbraio 2021 è ingiustamente sottratta al suo popolo, alla sua famiglia, isolata dal mondo. Il regime militare ha comunicato di averla trasferita agli arresti domiciliari in una struttura dedicata, per finire di scontare la pena a 18 anni. La giunta militare cerca legittimazione internazionale, senza alcuna trasparenza e verità.
Il figlio minore Kim Aris chiede prove di vita, che non ha. Ha lanciato la campagna Proof of Life e da ogni parte del mondo, dall‘Australia alla Norvegia, dal Canada all’Asean la domanda si estende, si è fatta universale.
Nei giorni del compleanno i militari controllano chi acquista fiori, impediscono raduni. Ma il popolo trasgredisce, le persone hanno fiori tra i capelli, nelle scuole gli studenti cantano per lei. Aung San Suu Kyi vive, vive nell’integrità del suo spirito, vive nell’abbraccio con il suo popolo, vive nell’amore per la libertà, una sorgente per il mondo. Non sappiamo dove sia ma Aung San Suu Kyi è ovunque, in ogni angolo della terra dove si cerca la giustizia, l’amicizia, il diritto, la pace.
Vive nelle foreste del Myanmar dove i giovani resistono alla dittatura, rimanendo umani. Il fuoco che lei ha acceso non si spegnerà mai. Non sentiamo la sua voce, ma il suo silenzio parla. Noi siamo la sua voce. Aung San Suu Kyi spera con noi, prega con noi, sogna con noi il nuovo Myanmar, la riconciliazione, la pace.
La sua spiritualità è politica, è non violenza, è umanità. I suoi 81 anni sono un messaggio di speranza per l’intera umanità. La sua  vita è una promessa per tutta la Birmania, per i suoi gruppi etnici, per il coraggio delle donne, per il valore degli uomini, per la tenacia degli anziani, per le attese dei bambini, per la fiducia dei giovani. Aung San Suu Kyi ci ha detto: «che ciascuno di noi sia un rifugio sicuro per la democrazia».
Chiediamo alla comunità internazionale di salvare il Myanmar, di far cessare la violenza, di restituire il Paese al suo popolo, il suo futuro alle nuove generazioni. Aung San Suu Kyi vive, vive con noi, vive dove si protegge l’umanità, vive dove si resiste alla disumanità. Aung San Suu Kyi vive nell’attesa del mondo. In nome della dignità umana sia liberata Aung San Suu Kyi.
Avvenire

Il Libano è già di nuovo sotto attacco: la tregua tra Israele e Hezbollah non regge

Il Libano è già di nuovo sotto attacco: la tregua tra Israele e Hezbollah non regge

Avvenire

I devastanti attacchi aerei israeliani, la guerriglia di Hezbollah, le pressioni iraniane su Washington, quelle di Washington su Tel Aviv, l’annuncio di una tregua e un pericoloso colpo di coda dei combattimenti che rischia di destabilizzare la grande impalcatura diplomatica costruita intorno al Memorandum d’intesa fra Stati Uniti e Iran. Tutto in mezza giornata.
Dopo 12 ore di guerra feroce, nella tarda mattinata di ieri fonti americane hanno annunciato che Israele e Hezbollah hanno concordato un cessate il fuoco entrato in vigore quando in Italia erano le 15. Il presidente Donald Trump ha confermato a Nbc News di averlo chiesto a Israele: «È la ciliegina sulla torta». Secondo quanto dichiarato dalle forze armate israeliane, a partire da mezzanotte i suoi caccia avevano colpito 80 obiettivi legati alla milizia sciita, e ucciso «decine» dei suoi combattenti. Il ministero della Salute libanese ha affermato che 11 villaggi sono stati colpiti nel Sud e nella valle orientale della Bekaa, 47 persone sono state uccise, fra le quali sette donne e due bambini. Un centinaio i feriti. Le cellule del Partito di Dio hanno risposto colpendo la Brigata Commando di stanza nel piccolo centro di Kfar Tebnit, a pochi chilometri dalla città di Nabatiye. Uno scontro a fuoco si è concluso con l’uccisione di quattro carristi, fra i quali un comandante di battaglione. Poco dopo un drone esplosivo ha ferito altri cinque soldati israeliani, uno dei quali in modo grave. L’estensione dei raid alla Bekaa, ha dichiarato l’Idf, ha rappresentato una ritorsione per le perdite subite a Kfar Tebnit. Tre libanesi hanno perso la vita durante i bombardamenti condotti sul villaggio di Jamaliyah, non lontano dalla città di Baalbek.
Secondo un alto funzionario della Casa Bianca, citato da Axios, il premier israeliano Benjamin Netanyahu «ha accettato al 100% il cessate il fuoco». Nessuna conferma è giunta dall’ufficio del primo ministro. Fonti vicine al governo di Tel Aviv hanno tuttavia convalidato l’informazione, e aggiunto che le truppe israeliane rimarranno nella zona da mesi occupata nel sud del Libano, pronte a rispondere a eventuali attacchi da parte di Hezbollah. Secondo la Cnn gli Stati Uniti hanno garantito all’Iran che Israele non intende intensificare l’offensiva, né, al momento, pianifica ulteriori attacchi contro il Partito di Dio.
Il riaccendersi delle ostilità ha causato il rinvio dei colloqui previsti ieri nel villaggio di Obburgen, in Svizzera, dove i rappresentanti americani e iraniani avrebbero dovuto inaugurare la trattativa di 60 giorni seguita alla firma del Memorandum d’intesa. Poche ore prima del cessate il fuoco, un diplomatico intervistato dal Financial Times comunicava che «gli iraniani chiedono garanzie sulla fine delle ostilità in Libano, come previsto dall’accordo firmato, e i mediatori stanno attualmente lavorando per risolvere la questione». Il nesso fra prosecuzione dei colloqui e fine degli attacchi israeliani in Libano è stato rimarcato dal portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Ismaeil Baghaei, che ha ricordato le responsabilità di Washington davanti al Memorandum firmato mercoledì 17 giugno, nel quale gli Usa si impegnano a garantire «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Anche il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf ha ricordato le «linee rosse» della Repubblica islamica: «Se il nemico cerca di eccedere, abbiamo dimostrato di avere il dito sul grilletto e non esiteremo a dare una risposta schiacciante».
Il minaccioso controcanto israeliano è arrivato dalle forze estremiste del governo Netanyahu. Alla notizia dei quattro soldati uccisi a Kfar Tebnit, letta a Tel Aviv come ingiustificata violazione della labile tregua vigente, il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir ha affermato che «con tutto il dovuto rispetto per gli americani, Israele deve chiarire al mondo intero che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono sacrificabili. Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere, tutto il Libano deve bruciare». Secondo Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, è venuto il momento di «aprire le porte dell’inferno».
Le pressioni esercitate dall’Amministrazione americana sul governo Netanyahu non hanno tuttavia impedito all’aviazione di condurre l’ennesima ondata di raid sul Libano meridionale. L’emittente qatarina al-Jazeera riporta che sono stati almeno 12 gli attacchi portati dai caccia israeliani dopo l’entrata in vigore della tregua. I bombardamenti hanno interessato il capoluogo Nabatiye e diversi villaggi che gli gravitano attorno, a una distanza compresa fra i 10 e i 20 chilometri. A Tiro, pesantemente martellata nelle scorse settimane, sono comparsi di nuovo i droni. La risposta di Hezbollah non si è fatta attendere, e le sirene hanno risuonato nel nord di Israele poco dopo l’entrata in vigore dell’ennesimo cessate il fuoco.

Mine, ingorghi e ricatti: perché la navigazione a Hormuz non tornerà subito alla normalità

La petroliera Helga ormeggiata in uno dei terminali petroliferi offshore meridionali dell'Iraq, vicino a Bassora, dopo aver attraversato lo Stretto di Hormuz

Avveniire

E ora? Cosa succederà nello Stretto di Hormuz, il “punto di strozzatura energetico” più critico al mondo che ha, di fatto, preso in ostaggio il commercio internazionale? Si tornerà alla normalità? E in quanto tempo? Il rischio è che i principi contenuti nel Memorandum d’intesa firmato da Usa e Iran rimangano lettera morta, enunciazioni di principio non realizzate. E che sui negoziati scenda ancora una nebbia fitta: i colloqui previsti per oggi in Svizzera tra Iran e Stati Uniti, “volti a raggiungere un accordo per porre fine al conflitto”, sono stati rinviati a tempo indeterminato. Ad annunciarlo il governo elvetico, poche ore dopo la cancellazione del viaggio in Europa del vicepresidente statunitense JD Vance. “I colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati. La Svizzera resta pronta a facilitare tali discussioni. Il relativo lavoro preparatorio prosegue”, ha annunciato il Ministero degli Esteri di Berna, senza specificare una nuova data per i colloqui.

Su Hormuz piovono i primi annunci. Dopo che il presidente Usa Donald Trump ha revocato il blocco navale dei porti iraniani imposto durante la guerra, e dopo le parole di Vance secondo il quale lo Stretto “è completamente riaperto”, Teheran ha fissato i primi paletti. La Televisione di stato, citando una dichiarazione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha annunciato che le navi che desiderano attraversare lo stretto devono presentare le loro richieste a un nuovo organismo governativo. In conformità con i termini del protocollo, “non saranno addebitate tariffe per un periodo di 60 giorni”.
Non solo, il Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano ha fatto sapere che “a causa delle condizioni particolari e della presenza di rischi per la sicurezza lungo la rotta, nonché della necessità di garantire una navigazione sicura e prevenire incidenti marittimi, è necessario che le navi transitino attraverso la rotta in orari prestabiliti, in modo che la capacità di traffico possa aumentare gradualmente”. Una cosa è certa. Al netto delle oscillazioni e dei possibili cambi di marcia dei due attori in campo, il ritorno alla normalità nelle tormentate acque del Golfo Persico sarà lento. E irto di difficoltà. Il colosso tedesco delle spedizioni Hapag-Lloyd ha stimato che ci vorranno almeno sei settimane per ripristinare la normalità. Come scrive il sito di analisi The Conversation, “lo Stretto di Hormuz è stato di fatto chiuso dalle compagnie assicurative prima ancora che venisse dichiarato chiuso dalla marina iraniana. I premi assicurativi contro i rischi di guerra sono aumentati dallo 0,25% del valore della nave prima del conflitto a una percentuale compresa tra il 3 e l’8%, il che potrebbe tradursi in un massimo di 8 milioni di dollari per il solo transito di una petroliera, solo in termini di costi assicurativi. Le mine non possono essere sminate dall’oggi al domani, e lo sminamento stesso è un prerequisito affinché le compagnie assicurative riducano nuovamente i premi”.
Prima della guerra, i dati di Lloyd’s List Intelligence mostravano transiti settimanali di navi mercantili nello Stretto di Hormuz pari a circa 650-770 unità, equivalenti a circa 90-110 transiti al giorno in entrambe le direzioni. Attraverso le sue acque transitava un quinto delle riserve mondiali di petrolio, il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Si stima che quasi 600 navi siano ancora nel Golfo, dove sono ancorate da febbraio, il che significa che ci vorrà del tempo per smaltire l’ingorgo.

“Non esiste un precedente per la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un’interruzione di questa natura. Un’ipotesi prudente sarebbe una ripresa graduale piuttosto che un ritorno immediato a oltre 100 transiti giornalieri”, ha spiegato alla CNBC, Adam Sharpe, vicepresidente editoriale di Lloyd’s List Intelligence. I nodi da sciogliere sono molti: “se le navi necessitino di un’autorizzazione preventiva, se l’Iran imporrà tariffe di servizio, se saranno accettate scorte navali straniere e se mine o altri rischi residui richiedano una procedura di autorizzazione.”
Secondo Phil Belcher, direttore marittimo di Intertanko, l’associazione degli armatori indipendenti di petroliere, “la rotta principale attraverso il centro dello stretto di Hormuz, che è chiusa, è pericolosa. L’ultimo dato in nostro possesso parla di 80 mine nello stretto di Hormuz. È una quantità enorme e ci vorrà del tempo per bonificarla”.

«La Tradizione cristiana fa rima con rivoluzione»

«La Tradizione cristiana fa rima con rivoluzione»

«La Tradizione cristiana fa rima con rivoluzione»

Arriva da Oltralpe un testo “giovane” di rara profondità e incisività che interpella i credenti a un impegno radicale contro la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza (Francesco e Leone XIV). Urgenza evangelica è il titolo di un libretto che si presenta, come dice il sottotitolo, come un «Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista» (Castelvecchi, pagine 68, euro 12,50). Ne parliamo con uno dei membri del Collettivo Anastasis, composto da giovani pensatori e attivisti, che firma il Manifesto, Foucauld Giuliani, docente invitato alle Facultés de Loyola di Parigi, già autore con Paul Colrat e Anne Waeles di un saggio notevole, La comunione che viene. Giovani, politica e fede. Quaderni (Paoline). Il collettivo riunisce in prima persona una ventina di persone e ne coinvolge circa un migliaio in iniziative varie.
Nel Manifesto il vostro collettivo si dichiara esplicitamente cattolico, rifacendosi al pensiero sociale della Chiesa. Nel testo compaiono vari riferimenti, ad esempio anche von Balthasar. Sembra che, fin dal titolo, emerga forte la volontà di tenere insieme tutte le istanze della Dottrina sociale. È così?
«Sì, è vero, i nostri riferimenti sono vari, comprendono la teologia della liberazione, i Padri della Chiesa, vari teologi, insomma tutta una Tradizione che, secondo il nostro punto di vista, non fa rima con “conservazione” ma con “rivoluzione”. Vi sono alcuni principi propri della Dottrina sociale della Chiesa, ad esempio la destinazione universale dei beni, che sono veri e propri concetti “rivoluzionari”, radicali nella loro proposta, se guardiamo al mondo di oggi».
Come viene accolto questo tentativo di “comunione” del pensiero cattolico sociale?
«Riceviamo di solito due critiche: la prima, secondo cui noi confonderemmo l’ordine profano e l’ordine religioso, mentre invece la fede cristiana rispetto alla politica dovrebbe solamente essere “ispirativa” (qui sentiamo l’eco di Jacques Maritain). L’altra critica è che saremmo imbevuti di un radicalismo cristiano eccessivo».
Le vostre risposte?
«A noi non interessa raggiungere il potere ma non possiamo fare a meno di notare che la teologia ha una ricaduta politica precisa. Già i Padri della Chiesa avevano idee teologiche che comportavano delle complicanze politiche molto nette. Rispetto alla seconda critica, pensiamo che non si debba confondere sociologia e teologia, e che quindi il cristianesimo borghese non sia “il” cristianesimo autentico né, tantomeno, sia corretto far passare il cristianesimo come una cultura, per difendere una certa “uniformità culturale” dell’Europa, e della Francia in particolare, in chiave anti-islamica. Ricordiamocelo: il cristianesimo non è una cultura, è una fede, che genera una nuova vita e trasforma le culture».
Torniamo ai vostri riferimenti culturali, piuttosto “irregolari”: si spazia da Dorothy Day a Charles Péguy, da Frédric Ozanam a Gustavo Gutiérrez. Guardare ai maestri di ieri non rischia di essere solo un’operazione-nostalgia?
«La sfida della fede cristiana è sempre creare qualcosa di nuovo. Ma i cristiani non creano niente dal nulla, si inseriscono in una Tradizione che sono chiamati a rendere attuale. Oggi nelle nostre città si constatano problemi sociali nuovi, un esempio le persone affette da disturbi psichiatrici che necessitano di accoglienza. Ecco, lì il cristiano è chiamato a rendere nuova una Tradizione. Ancora: oggi pensiamo che, di fronte ad una nuova situazione internazionale, la Chiesa debba intestarsi un modo nuovo di concepire la cittadinanza, che non può più basarsi su un principio di Stato-nazione, perché il mondo è globalizzato e bisogna pensare l’essere cittadini in maniera nuova».
Voi collegate la parola “Anastasis” a due significati: il cristiano è un uomo risorto come Cristo, ma anche un “insorgente”, che si ribella contro le ingiustizie.
«Crediamo che essere risorti oggi significhi sbloccarci di fronte ai segni dei tempi, che a volte ci “bloccano” come persone e come credenti. La forza della risurrezione di Cristo ci “sblocca” da tutto questo. Per questo motivo abbiamo intitolato il nostro scritto “Urgenza”, perché vediamo come siamo pressati dalla necessità di un’economia che rispetti le persone e il creato, che non consideri la natura un grande supermercato, oppure di fronte all’idea per cui gli anziani sono inutili. Questa è una rivoluzione filosofica e sociale, è un guardare differente. E questo è anche un dono che arriva dalla fede».
Se guardiamo al nostro mondo, vedete delle persone che vivono la fede con sana ribellione?
«Pensiamo all’esperienza di Mediterranea, la nave capitanata da Luca Casarini che salva i migranti in mare di fronte all’idea di chi vuole rispedire indietro quelle persone con un blocco navale; oppure l’azione del collettivo di preti che in Italia si è esposto contro il genocidio perpetrato a Gaza; in Francia pensiamo all’associazione APA, Association pour l’Amitié, che in alcuni appartamenti a Parigi mette insieme persone senza domicilio fisso e altre persone, in una forma di coabitazione tra uomini e donne di culture, percorsi e età differenti».
Dal vostro documento emerge che esplicitamente e senza remore proclamate la vostra fede cattolica e la vostra adesione alla Chiesa. Senza falsi pudori, senza vanagloria o qualche vergogna.
«Per noi va recuperata l’unione inscindibile tra fede e teologia, e fra azione e pensiero. Gli uni nutrono gli altri. Nel mondo liberale la fede invece viene confinata ad essere una faccenda privata, ognuno crede per conto suo. Ma secondo noi la fede non è un atto privato, rimane un gesto esistenziale, che chiama in causa il nostro modo stesso di esistere e di guardare all’esistenza. La fede in Cristo è il punto di partenza da cui guardare tutto, non come affermazione identitaria ma come una forma di vedere il mondo che cambia il nostro stesso modo di osservare la realtà. Come dicevano Dorothy Day e Henri de Lubac, la fede è “un’istanza comunitaria”, che cerca di incarnarsi nella storia. Non siamo individui che fanno ognuno per sé né supereroi solitari».

Settimana News

Ivan Illich: “celebrare la convivialità”

illich

di: Isabella Bruckner, Stefano Chiarolla, Gemma Serrano in Settimana News

Il centenario della nascita di grandi personalità è un’occasione per festeggiare – anche, o forse a maggior ragione, quando si tratta di profeti scomodi. Ivan Illich (1926-2002) può essere senza dubbio annoverato tra questi, benché egli stesso preferisse identificarsi con la figura del pellegrino piuttosto che con quella del profeta.

Filosofo, teologo e storico, è considerato come uno dei pensatori più influenti del Novecento. Ordinato sacerdote cattolico e attivo inizialmente a New York, rinunciò in seguito all’esercizio pubblico del ministero, pur mantenendo lo stato clericale. A Cuernavaca, in Messico, fondò il Centro Intercultural de Documentación che diventò un punto di riferimento per la critica delle istituzioni della società industriale. Tra le sue opere principali figurano Deschooling society (1971) [Descolarizzare la società], Tools for conviviality (1973) [La convivialità], Medical Nemesis (1976) [Nemesi medica] e Gender (1982) [Genere].

Il Colloquio teologico internazionale, che si è svolto dal 14 al 16 maggio 2026 presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha approfondito le implicazioni teologiche del pensiero dello storico e filosofo austriaco. L’evento si è tenuto in modalità mista e prevalentemente in lingua inglese. A questo scopo, le tre organizzatrici – Isabella Bruckner (Roma/Friburgo), Gemma Serrano (Parigi), Anna Sjöberg (Uppsala) – hanno scelto per la serie delle conferenze il titolo «Corruptio optimi quae est pessima. Exploring Ivan Illich as a Theological Thinker». Effettivamente, nei suoi colloqui con il canadese David Cayley, ripetutamente Illich afferma che «la modernità può essere studiata come un’estensione della storia della Chiesa» e che «il mondo moderno diventa intelligibile solo come una perversione del messaggio cristiano» (I fiumi a nord del futuro, 2009).

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Illich avvia un’analisi genealogica della corruzione del Vangelo: la carità si è trasformata in servizio amministrato, l’ospitalità è diventata ospedalizzazione, la cura lascia il posto alla gestione sanitaria, l’insegnamento si degrada in scolarizzazione obbligatoria, la missione viene confusa con la promozione dello sviluppo, e così via. Illich denuncia le perversioni dell’ordine sacro, disvela i meccanismi della menzogna collettiva, prende posizione contro i dispositivi di stabilizzazione propri delle istituzioni, nel tentativo di ripristinare il primato della percezione di contro a ciò che il sistema ha reso invisibile.

In effetti, è proprio la percezione il perno intorno al quale è costruito il vocabolario illichiano. La denuncia della perversione del Vangelo non deriva da un intento ideologicamente, polemico, né da una semplice ipotesi storica o filologica: essa, piuttosto, indica una vera e propria metodologia teologica, che non si limita a un mero complesso di indicazioni programmatiche, ma rappresenta più radicalmente una pratica gestuale e incarnata.

Tale metodologia si compone dei seguenti passaggi: denudare le parole, tracciare i punti di soglia, disincantare la percezione, difendere il vernacolare, convertire lo sguardo, partire dalle periferie, inventare contro-condotte, analizzare i regimi sensoriali, riconoscere le ferite prodotte dall’istituzione.

Questi gesti appartengono all’ascesi e al profetismo della teologia. Riconducono la teologia al suo humus, all’evento originario fragile, rischioso, corporeo che la fonda. Offrono risorse per resistere alle forme di dominio che si presentano – ingannevolmente – come compimenti del bene.

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Alla luce di questo presupposto interpretativo, le relazioni si sono ispirate alle seguenti domande:

dove si trovano oggi i luoghi del vernacolare, spazi in cui è ancora possibile vivere senza essere amministrati?

Quale teologia può emergere da questi luoghi, e non dalle istituzioni, dai dispositivi, dalla burocrazia?

Come resistere quando la resistenza stessa rischia di essere catturata, assorbita, integrata?

Che cosa significa inventare contro-condotte che non diventino a loro volta programmi?

Che cosa implica praticare una teologia che rifiuta di essere lo strumento di ciò che essa critica?

Una teologia capace di disvelare la corruzione del bene senza cedere alla tentazione di amministrarla?

Come parlare dalle marginalità senza trasformarle in una nuova autorità?

E se le corruzioni più profonde fossero proprio quelle che non osiamo più nominare?

E se la teologia dovesse tornare a essere un luogo di lucidità — non solo per correggere, ma soprattutto per lasciar accadere ciò che non è ancora sufficientemente consolidato?

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La conferenza è stata suddivisa in sette sessioni. La prima (pomeriggio del 14 maggio, Sant‘Anselmo) ha approfondito anzitutto la tesi illichiana della corruzione del vangelo in seno alla contemporaneità istituzionalizzata, a partire dalla quale i relatori (Anna Sjöberg, Uppsala, e Mårten Björk, Uppsala) hanno segnalato l‘esigenza di un nuovo ordine cosmopolitico, retto da un diritto internazionale fondato sulla dignità umana. La quale, però, per Illich non si lascia determinare nel vocabolario della legge, ma piuttosto alla luce del concetto di klêsis (vocazione).

È stata poi proposta la lettura della figura di Ivan Illich come «viandante tra i mondi», a partire dal suo uso di diverse metafore significative come quella dello spartiacque (Jakob Deibl, Vienna) e dalla dimensione apocalittica della sua opera come ha mostrato David Cayley (Toronto) con cui Illich aveva sostenuto un’amicizia duratura.

Nella seconda sessione (mattina del 15 maggio, Sant’Anselmo) le relazioni hanno percorso gli «spartiacque» attraversati da Illich, nella proposta della descolarizzazione come pratica trasformativa (Vincenzo Rosito, Roma) e nella critica della medicalizzazione come regime coloniale di salute cibernetica (Markus Riedenauer, Eichstätt).

Non è mancata neppure la disamina delle ricadute estetiche del pensiero illichiano, tra cui la fruttuosità della «ascesi dello sguardo» nel tempo della realtà virtuale (Yvonne Dohna Schlobitten, Roma) e la discussione della decorporalizzazione della liturgia come atto della Chiesa, Corpo di Cristo (Isabella Bruckner, Roma).

Dalle relazioni è emerso chiaramente come, in riferimento al drastico abbassamento delle attuali capacità di leggere e scrivere, all’esperienza drammatica della pandemia da Covid e nell’epoca delle immagini e del transumanesimo, le diagnosi di Illich risultano particolarmente promettenti e stimolanti.

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A queste riflessioni ha fatto seguito la quarta sessione (pomeriggio del 15 maggio, in Gregoriana), che ha esaminato la complessità degli strumenti operanti nella società contemporanea, come ad esempio le «macchine mimetiche» (Tomas Ekenberg, Uppsala) e la digitalizzazione nell’età del «sistema» (Gemma Serrano, Parigi).

Ai problemi posti dalle ingerenze delle attuali tecnologie sono collegati quelli delle «narrazioni nascoste», che Illich ha smascherato sia mediante autentiche amicizie intellettuali, tra cui spicca quella con Paolo Prodi (Marcello Neri, Modena), sia nel suo complesso rapporto con la vocazione sacerdotale. A questo riguardo, Fabio Milana (Bologna), curatore dell’Opera omnia di Illich, ha presentato materiale storico inedito, riguardante la giovinezza di Illich, nonché il suo conflitto con il Vaticano.

A conclusione del convegno, la quinta e ultima sessione (mattino del 16 maggio, Sant’Anselmo) ha perlustrato le implicazioni teologico-politiche del pensiero di Illich, che indica la via della rottura con la modernità coloniale (Martin Kirschner, Eichstätt, e Carlos Mendoza-Álvarez, San Cristóbal de Las Casas) e prepara una «rivoluzione vernacolare» verso una teologia della vita comune (Sebastian Pittl, Tubinga): l’interesse delle relazioni si è esteso a una prospettiva internazionale, dall’America Latina fino all’Ucraina.

A chiusura dei lavori, in occasione della sua recente uscita, è stato presentato il volume, contenente i primi testi di Illich, La Chiesa senza potere e altri scritti scelti, 1955-1985, da don Sergio Massironi, curatore della collana «Teologia dalle periferie» (Castelvecchi), e da don Roberto Maier (Milano), autore della Postfazione.

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Coniugando la pregevolezza scientifica con lo spirito della convivialità, la Conferenza ha appurato la perdurante validità e la pertinenza teologica del pensiero di Ivan Illich: le sue analisi delle dinamiche di corruzione del cristianesimo in seno alla cultura secolare suggeriscono un vero e proprio metodo di discernimento per la teologia, chiamata a sviluppare una concezione critica del rapporto tra evangelicità e istituzionalizzazione.

Nonostante i partecipanti non si conoscessero prima della conferenza, l’evento ha visto instaurarsi in breve tempo un clima di intesa e collaborazione: fatto, questo, che attesta un’esperienza autenticamente teologica, anzi una vera e propria theoría incarnata, nel senso di uno studio e di una ricerca fioriti nel contesto di discussioni animali (tanto nell’aula della conferenza quanto nei momenti informali delle pause e dei pasti).

Per stimolare l’approfondimento delle tematiche affrontate nel corso del Colloquio teologico, le relazioni saranno rese disponibili all’interno di una pubblicazione internazionale (per maggiori informazioni rivolgersi a indirizzo e-mail: isabella.bruckner@anselmianum.com)

Settimana News

Trump “bullizza” Meloni, la premier risponde: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Cos’è successo

Trump "bullizza" Meloni, la premier risponde: «Io e l'Italia non imploriamo mai». Cos'è successo

di Giuseppe Muolo
Il tycoon di nuovo a muso duro contro la presidente del Consiglio in un’intervista esclusiva a “l’Aria che tira” su la7: «Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena». Lei passa al contrattacco: «Allibita. Non so perché si comporti così con gli alleati». Telefonata di solidarietà di Mattarella. Tajani annulla la visita negli Stati Uniti

Botta e risposta durissimo tra Trump e Meloni. Il presidente degli Stati uniti, in un’intervista esclusiva a “L’Aria che tira” su La7, è tornato ad attaccare la premier italiana: «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena», ha detto il tycoon in una telefonata con Daniele Compatangelo, che è andata in onda non con la sua voce, ma con quella di un interprete. Subito è arrivata la reazione della presidente del Consiglio, che è stata costretta a prendersi una pausa dal Consiglio europeo per registrare un video in cui è passata al contrattacco: «Certe cose meritano una riposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate – ha detto la premier in un reel su Instagram -. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai». E ha aggiunto: «Non so perché il presidente degli usa si comporti così con gli alleati. Non è la prima volta che accade, posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, degli Stati Uniti, con leadership con le quali è molto più accondiscendente». A Meloni è arrivata la solidarietà del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha chiamato la presidente del Consiglio dopo le parole del leader degli Usa. Una telefonata le è arrivata anche da parte del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Le parole pronunciate nei suoi confronti non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto reciproco tra Paesi amici e alleati», ha sottolineato, invitando a «mantenere salda l’unità dell’Occidente». Più duro il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha definito l’affondo del tycoon »un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai suoi voleri». «Posso scommettere di mangiare un pollo vivo – ha aggiunto – piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene».
Severo contro le parole «gravi e offensive» dell’inquilino della Casa Bianca, anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annullato la sua visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno, ha annunciato su X. Mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato di «una nuova caduta di stile» di Trump «che non fa bene a nessuno, né agli Usa, né all’Italia, né all’alleanza». E il vicepremier leghista Matteo Salvini ha tuonato sui social: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi».
Prima dell’affondo, il tycoon aveva domandato al corrispondente de La7: «Come sta il suo primo ministro? Come sta?». E il giornalista aveva chiesto a sua volta al presidente americano un commento sulla conversazione avuta con Meloni a margine del vertice di Evian. «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a parlarle», aveva risposto Trump.
Contro di lui, pronta anche la risposta di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei – ha sottolineato -. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
Il primo a reagire all’attacco dell’inquilino della Casa Bianca era stato Carlo Calenda, segretario di Azione, che ha difeso Meloni: «Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta – ha detto – Personalmente non credo affatto che Giorgia Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione». Solidarietà alla presidente del Consiglio anche da parte del senatore dem Filippo Sensi, che in un post su X definisce «inqualificabili» le parole del tycoon. «Nessuno può permettersi questo tono arrogante con chi guida il governo italiano. Tutto mi separa da Meloni e dalla destra, che millantava di fare da ponte. Ma nessuno può trattare l’Italia in questo modo».
Linea diversa, invece, quella adottata da Bonelli (Avs). Secondo il quale le parole di Donald Trump sono «la conseguenza della subalternità con cui Meloni ha costruito il rapporto con il presidente degli Stati Uniti, una subalternità che ha fatto perdere la dignità all’Italia e agli italiani. Una presidente che ha difeso in questi anni gli interessi economici di Trump a tal punto da essere diventata patriota a Washington e forestiera in Italia. In conclusione al posto della presidente Giorgia Meloni proverei tanta vergogna e comincerei a pensare seriamente al fatto di non essere più adeguata a rappresentare l’Italia» e dunque «a farsi da parte. Perché ha fatto fare una figuraccia all’Italia intera». Sullo stesso registro, il suo collega di partito Nicola Fratoianni: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il Presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la Presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese. Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Giorgia Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese».
Per il leader pentastellato Giuseppe Conte, invece, «I’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali. Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale. Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese, che deve difendere la sua dignità, la sua credibilità, la sua grandezza».
Avvenire

Il Papa: fermare le guerre non basta, c’è chi lucra sul post

L'udienza di Leone XIV con i partecipanti all'Assemblea della Roaco in Vaticano / VATICAN MEDIA

Avvenire

Quando cala il silenzio sui conflitti è allora che inizia la vera sfida e il vero pericolo per le popolazioni locali. Perché quando cala il sipario sulle guerre anche se «le cose possono sembrare generalmente tranquille», quelle società «sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte. E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei poveri». E queste conseguenze non accadono in automatico, sono frutto di scelte, hanno nomi e cognomi.
È ancora uno sguardo che “va oltre” quello offerto ieri da papa Leone XIV nel discorso tenuto durante l’udienza con i partecipanti alla 99ª Assemblea plenaria della Riunione delle Opere per l’aiuto alle Chiese orientali (Roaco). Lo sguardo di chi sa che non basta risolvere i conflitti, è necessario continuare a vigilare perché sia garantita la dignità delle popolazioni provata dalle ferite della violenza.
In molti Paesi dove questo non accade, ha sottolineato il Papa, «la paura e l’insicurezza dominino», in ogni ambito: «Il lavoro appare precario, il pagamento dei salari discontinuo, la sanità, quando funziona, va a singhiozzo, l’istruzione è provvisoria. E ciò a discapito della gente comune, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, degli anziani e degli ammalati – è il monito del Pontefice –. Diventa un dramma che pesa sui cuori di tutti, divora la speranza e impedisce la costruzione del futuro, favorendo la compulsione ad andarsene, come accade per tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, specialmente in Medio Oriente».
Da qui l’appello «a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili». E poi l’avvertimento: «La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza, del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le persegue».
Nella sua riflessione, il Papa si è soffermato sull’importanza delle attività della Roaco, con i tanti progetti di sosteagno alle comunità cristiane orientali. «L’Oriente cristiano lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa. Ma per apprenderlo e amarlo bisogna investire sulla formazione», ha sottolineato il Papa, commentando la scelta di mettere al centro dell’Assemblea proprio il tema della formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.
E pensando al «servizio silenzioso e benefico» che svolge la Roaco, ma anche «ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno – ha affermato il Pontefice –, non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre. Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente».
E quindi il pensiero «alla dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri, causata anzitutto dalla guerra». E i conflitti, ha aggiunto il Papa, non risolvono problemi, ma creano «tragedie, tragedie spesso lasciate cadere nell’oblio generale». E creano la precarietà che alcuni sfruttano per interessi di parte.