L’incontro con le Clarisse di Sarzana rivela il valore essenziale dei monasteri: cuori nascosti di preghiera che, senza «servire» a nulla, ricordano a tutti il senso profondo della vita

Lievito di città

Le indicazioni dell’amica erano chiarissime. Sono riuscito a perdermi lo stesso. Non un vero e proprio smarrimento, ma ho imboccato un senso unico tra le splendide colline di Sarzana che mi ha costretto a ritornare sui miei passi. Movimento di rientro. Ricalcolare il tragitto. Riassettare le attese. Di solito vengo a Sarzana per la stagione di prosa al teatro degli Impavidi. Oppure a qualche concerto. Impossibile perdersi, si trova sempre ciò che si cerca. Stavolta no. Mi hanno invitato le Clarisse, suore di clausura, per conoscermi.
Non sono io a cercare, per fortuna. Già mi sembra un dono. Rientro sul percorso e imbocco finalmente via Paradiso, sì, si chiama proprio così. Arrivo e l’accoglienza è sorprendente. Non sapevo se aspettarmi le grate, mi trovo in giardino, con loro, sedie attorno a un tavolo, un improvviso e costante vento freschissimo, acqua, sciroppo al limone e una cordialità che annulla l’imbarazzo, sembra di conoscersi da tanto, da sempre. Impressione rara. Aprirsi, confidarsi, toccare tantissimi argomenti, viene facile, spontaneo.
E poi ridono, tanto, queste cinque suore, sono belle. Libere. Spiritose. Abitate dallo Spirito. Mi fermerò un’oretta, pensavo. Quando guardo l’orologio credevo in un errore, ne erano passate quasi quattro. Come se il tempo, lì, avesse più fretta di scivolare nell’Eterno. Scandisse l’urgenza di tornare a casa. “Noi come hai visto siamo sorelle semplici e poverelle”, così mi scrive madre Tiziana il giorno dopo, e mi sembra la definizione perfetta per descrivere questo cuore nascosto, questo lievito palpitante e segreto, immerso nel cuore di una città splendida come Sarzana. L’impressione, dopo averle incontrate, è che se non ci fossero loro a scandire un respiro segreto e Alto la città morirebbe. E non lo dico con enfasi o retorica, è davvero l’impressione ricevuta.
Mi sembra che per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi crede di non credere, per tutti, loro siano essenziali. Riportano all’essenza. Profumano. Sono convinto che le nostre città possano ambire a una certa altezza perché sostenute da queste presenze semplici e in-utili. Cioè libere dall’ansia di dover giustificare concretamente il loro esserci nel mondo. Luoghi dove la sfida quotidiana è saper vivere le gioie e le asprezze della fraternità. Dove combattere la buona battaglia per non cedere alle lusinghe della complessità. E stare nella povertà, con cuore grato.
Stare con le sorelle mi smuove nel cuore una richiesta che non faccio mai. Per pudore, per timidezza, mai. Chiedo se piacerebbe loro che io tornassi, magari per pregare insieme. Le parole che scandisco stupiscono prima di tutto me. Eppure sono naturali, dicono di una nostalgia di un luogo fraterno, semplice e povero dove sentirsi Suoi. Io sono sempre più convinto che, come Chiesa istituzione, dovremmo riuscire non solo a stare al passo con le richieste del mondo, non solo rispondere con servizi di carità all’altezza ed efficienti, non solo garantire presidi parrocchiali funzionali e attivi, ma dovremmo urgentemente cercare il modo per non smarrire tutti questi tesori nascosti. Difendere questi presidi in-utili e quindi essenziali secondo la logica del Vangelo. E immaginare nuove modalità per garantire che ogni città abbia un cuore pulsante di preghiera. Uno spazio di Silenzio abitato. Di liturgia scandita con passione e fedeltà. Uno spazio nascosto, segreto.
Senza funzioni che ne giustifichino per forza l’esistenza. Non devono servire a niente, non devono fornire servizi, niente di niente, solo esistere. Questo sarebbe il loro vero servizio. Non luoghi abitati da professionisti dell’accompagnamento spirituale, non da studiosi, deve essere qualcosa ignorato dalla maggior parte della gente. In questo tempo di città smart, funzionali, a misura d’uomo, la sua anima paradossale ed evangelica deve tornare a essere la dismisura della disfunzionalità rispetto ai paradigmi del tempo.
Quando ero giovane, in parrocchia, spesso si sentiva dire che “avevano senso” i missionari ma non le suore di clausura, perché queste ultime non servivano a niente. Io mi arrabbiavo e snocciolavo le prove della loro utilità. Del loro essere nel mondo in altro modo. Del loro essere più attive e informate e dentro la realtà di quanto i miei amici credessero. Avevano ragione loro. Non servono a niente. Non servono a nessuno. Perché basta vederle sorridere e si capisce che ci ricordano che il senso profondo della vita è altro, è appartenere a Qualcuno.
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«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti «stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa». È in nome di questa promessa che Avvenire ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace. Una iniziativa potente per urlare: «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo». La proposta ha avuto circolazione soprattutto sui social e ha suscitato molto interesse, tanto da essere sottoscritta da centinaia di persone (parte delle adesioni sono pubblicate qui di seguito), da Massimo Cacciari a Francesca Izzo, da Luigi Manconi a Stefano Zamagni. Anche Elly Schlein, segretaria del Pd, ha aderito nella giornata di domenica all’invito lanciato sul nostro giornale. «Non dobbiamo far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori» ha sottolineato la leader democratica, ricordando che «non sono mai arrivati tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi e la fame viene usata come arma di guerra».
Una voce autorevole di sostegno arriva poi da Gerusalemme: «I bambini di Gaza sono i testimoni silenziosi del bisogno di pace, un diritto essenziale negato a chi ha dovuto sopportare mancanze, dolori, perdite devastanti», scrive ad Avvenire il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia i diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio». Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Sono i bambini ucraini e quelli russi, sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Perché quello che è vero a Gaza – la sofferenza innocente, il diritto di ogni bambino di essere amato e protetto e di non diventare bersaglio inerme dell’odio e della violenza degli adulti -, vale ovunque nel mondo e in qualunque epoca storica. Ma c’è un di più, oggi: ci sono i numeri. Ci sono i 300 bambini e adolescenti palestinesi morti in 300 giorni di tregua, uno al giorno, a cui si possono aggiungere i 21mila che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti e delle azioni militari israeliani successive al 7 ottobre 2023. E le decine di migliaia di bambini feriti, mutilati, sfollati, resi orfani. Anche sui mattoni del loro dolore dovrò nascere la consapevolezza che la guerra non risolve nulla, la pace tutto.
La prima ad avanzare la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la pace fu, esattamente un anno fa, l’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano, Brindisi, che la presentò in Senato. Da allora la proposta ha raccolto decine di adesioni, tra le quali si annoverano numerosi sindaci pugliesi. Ora la stessa iniziativa viene rilanciata da un nutrito gruppo di intellettuali di tutta Italia. E, si badi bene, non si tratta solo di una provocazione o di un fatto simbolico. O, almeno, non del tutto. Perché se è vero che un professore universitario – qual è Mazzarella – può a norma di regolamento avanzare una candidatura al Comitato norvegese (articolo 5), è altrettanto vero che il Nobel, in virtù del suo essere corredato da un cospicuo assegno, può essere attribuito solo a persone in carne e ossa o a organizzazioni che ne facciano buon uso, non a un intero popolo. Si tratta però di un ostacolo superabile: nel 2025 Cristina Machado fu insignita del Premio Nobel per il suo impegno politico e civile a favore dei diritti del popolo venezuelano. Dunque, perché no? «Riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza è un atto di verità e di giustizia – scrive ancora padre Faltas -. Riconoscerlo nel tempo con il premio Nobel sarà il segno indelebile di chi crede fermamente nella pace».

Ecco chi ha aderito all’appello

Egidio Addis, Clotilde Esperance Adikpeto, Giorgio Amedeo, Osvaldo Aime, Simone Aime, Isabella Aime, Mario Aliberti, Annalisa Allunto, Elisa Amerio, Grazia Amendola, Laurent Amour Amouzou, Patrizia Amoroso, Pierandrea Amato, Anna Maria Anedda, Manuela Anselmo, Robert Antal Berbecaru, Andreea Antal Berbecaru, Ornella Arca, Angela Arietti, Rossana Arietti, Marco Asunis, Dario Aversa. Flavia Bachetta, Cristian Balarini, Cecilia Balocchi, Luigina Balboni, Barbara Bolasco, Paolo Bonandin, Sofia Bonandin, Valentina Bonandin, Alice Bono, Ugo Bologna, Federico Bardone, Rodica Bargan, Paola Barzanti, Giulio Bassanese, Paola Bassignana, Luciano Bassignana, Erica Bassignana, Giulia Bassignana, Raffaele Bauccio, Antonino Begani, Elena Bedei, Marinella Bellando, Loredana Bellone, Raffaella Bellucci Sessa, Sonia Benedetto Diamante, Anna Maria Beneduce, Francesco Benzo, Chiara Bergerone, Giulia Bernardi, Carla Bertone, Helen Louise Bertoletto, Sara Bertolatti, Daniela Bezzi, Daniela Bina, Liliana Bianco, Alberto Biuso, Rosanna Bivi, Renata Bogino, Giovanni Carlo Bonotto, Barbara Borini, Mirco Borsoi, Marco Antonio Borsi, Giovanni Borsetti, Piera Borsani, Marisa Brasso, Elena Brunetti, Emanuela Bussolati. Massimo Cacciari, Giovanna Cacciato, Ennio Cabiddu, Pier Paolo Calcagno, Maria Calvelli, Elisa Camandona, Leonardo Campanelli, Anna Capecchi, Grazia Capparelli Scalea, Ilaria Carleo, Eliana Carli, Giovanni Carluccio, Antonio Carluccio, Letizia Carlucci, Agostino Carrino, Andrea Castagneri, Rossella Castello, Margherita Cataldi, Maria Cristina Cavallo, Luigi Cavo, Giorgia Cavo, Bruna Cedeghini, Ersilia Cecchetto, Maria Marta Cena, Domenico Cena, Elisa Cesan, Claudia Cerutti, Alessandra Chesta, Antonio Giovanni Chessa, Paola Chiama, Silvia Chieregato, Paola Chiesa, Aldo Cigliano, Claudio Ciancio, Emanuele Ciancio, Benedetta Ciancio, Cristiana Cocco, Claudia Colangelo, Valerio Colombaroli, Flora Cometto, Alessandra Consolaro, Maria Luisa Coppo, Ornella Corda, Consuelo Cordara, Marisa Cordero, Maura Corvetti, Giuseppe Costarella, Cristina Crapanzano, Donatella Cresta, Eugenio Creso, Enrica Cubeddu, Silvia Cuffini, Alberto Cucatto, Simone Cucatto, Anna Curti. Michele Dalmasso, Angelica D’Alessandro, Angiolo Dall’Aste Brandolini, Alfonso D’Amaro, Laura Davì, Giuseppe Decandia, Maria Piera De Cicco, Piero De Gennaro, Laura De Angelis, Monica De Lorenzis, Roberta De Macchi, Sebrina De Miceli, Daniela Debernardis, Roberto Delizia, Guglielmo Del Gaudio, Alessandro Della Corte, Daniela Dezzani, Mariuccia Papa Diamante, Carmela Mandato Diamante, Rossella Di Giovanni, Roberta Anna Di Martino, Davide Di Naro, Enrico Di Rosa, Laura Di Simone, Stefania Di Terlizzi, Gabriella Dogliani, Maria Angela Donna, Luigi Dompè, Andrea Dosio, Anna Doria, Augusto Dotto, Gabriele Dotto, Aurora Dotto, Maria Luigia Dragoni, Anatolie Dulea, Emma Dovano. Piera Egidi Bouchard, Roberto Esposito. Martina Fabbretti, Davide Calogero Falci, Silvia Fania, Franca Faranda, Marlena Fantinuoli, Grazia Favata, Franco Felizia, Domenico Reinaldo Fernandez Del Real, Natalia Ferrazza, Pasquale Ferrara, Silvana Ferrero, Franco Ferrari, Silvia Ferrari, Silvana Festichino Sinchetto, Vittoria Fiorelli, Pierluigi Filloramo, Genny Fissore, Miranda Fico, Ebba Folonari, Anna Forlati, Marina Formica, Ambasciatore Luca Fornari, Claudio Frassinelli, Francesca Frediani, Maria Frieri, Maria Vittoria Frigero, Diego Fulcheri, Filippo Furioso. Carlo Galli, Lorena Maria Gallo, Silvia Maria Gallo, Giorgio Gamba, Gialma Gasparotto, Luigina Gatti, Walter Gerbaudo, Sonia Gesnelli, Rosanna Ghista, Fabrizia Giacobbe, Tullia Giacobbe, Valerio Giacobbe, Giuseppe Giacobbe, Mara Giacoletto, Gloria Gibellini, Giuseppe Gianfrante, Enzo Giannone, Antonio Ginetti, Stella Giordana, Buono Giorno, Tommaso Giorno, Lorenza Giorgi, Massimo Giovara, Mauro Gobbo, Alessandra Golle, Cristoforo Gorno, Anna Rosa Gosio, Anna Laura Grandis, Fabio Granata, Elvira Gravina, Silvia Grasso, Gianclaudio Greco, Lia Grignani, Maria Antonietta Guadagnino, Gianna Maria Guelpa, Valentina Guerriero, Rocco Guerriero. Anna Elisabetta Iannelli, Aniello Iaccarino, Salvatore Dario Impellizzeri, Daniela Isoardi, Stefano Isola, Francesca Izzo. Salvatore Labruna, Laura Lai, Andrea Lebra, Elisabetta Lenta, Giuseppe Lesca, Enrica Lisciani Petrini, Elisabetta Lisa, Danilo Lillia, Anna Li Veli, Stefania Lombardo, Carmela Lombardo, Laura Lombardi, Maria Rosa Loreto, Agnese Lorenzini, Aldo Lotta, Andrea Lotta, Corrado Lotta, Rosaria Lotta, Camilla Lucamarini, Thomas Lussi. Stefano Macaluso, Simona Mana, Franco Manina, Luigi Manconi, Sandro Mancini, Mariasole Mainenti, Rina Mallus, Antonio Marchina, Marianna Marcovei, Francesca Marinaro, Colette Mariani, Mari Mariani, Eva Mariani, Giuseppe Marino, Federico Mariotti, Maria Rosa Giovanna Masoero, Maria Regina Mascia, Manuela Massa, Franca Massa, Viola Mazzoleni, Annika Mazzucco, Lorenzo Mazzotti, Silvia Mazzuca, Gerardo Mele, Rosa Alba Meloni, Nicola Melis, Angela Meroni, Mariarita Mercurio, Graziella Miccoli, Maria Migliorati, Cristina Minolfi, Maurizio Momo, Sebastiano Molineri, Antonello Murgia, Nicoletta Murdaca, Tiziana Mulas, Anna Musini. Patrizia Nardo, Luisella Nardo, Elisabetta Negro, Giancarlo Nonis. Anna Maria Oberto, Grazia Oliva, Lauretta Ottolenghi, Giulia Orecchia, Maria Eleonora Ortoleva, Fiorella Orlandi. Gesuina Pala, Cristiano Palmieri, Lara Palmieri, Vincenzo Infantino Palmi, Emanuele Pieve, Maria Gaetana Paolino, Maria Maddalena Paolino, Ferdinando Pappalardo, Marialetizia Parise, Lidia Parma, Salvatore Passari, Marcosebastiano Patanè, Francesca Pavese, Roberto Penna, Rosa Anna Pellerino, Rebecca Pelle, Ezio Perno, Luciana Petrolo, Adria Petani, Marcello Pettiti, Enrico Peyretti, Lanfranco Peyretti, Stefano Piazzese, Daniela Picotto, Federico Piovano, Maria Pisano, Raffaele Pisano, Clara Pistorino, Maria Teresa Piumatti, Marinella Poggi, Francesca Pola, Lucia Pologruto, Maria Teresa Ponzio, Maria Donatella Ponti, Carlo Franco Porrati, Marina Prandi, Anna Procacci, Gaetano Proto, Petra Probst, Chiara Maria Aynur Puccio. Anna Maria Quintieri. 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Duomo di Milano sta completando l’ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

Il Duomo di Milano sta completando l'ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

In questi anni in Duomo è stata approntata una vera e propria opera ingegneristica «che ha richiamato tanti colleghi da tutta Europa, venuti a vederla anche più volte»: il ponteggio sopraelevato per il restauro del tiburio. Lo racconta soddisfatto Francesco Canali, l’ingegnere che dal 2014 dirige i cantieri della Veneranda Fabbrica della cattedrale milanese. All’interno mostra il ponteggio collocato a circa 60 metri sopra l’altare maggiore: si sviluppa per 18 metri da un lato all’altro, ed è composto nella sua interezza da circa otto chilometri di tubi d’acciaio. Chi entra oggi nella basilica può farsi un’idea alzando lo sguardo, avvicinandosi alla crociera: l’altezza e la dimensione del ponteggio sono veramente impressionanti.

In autunno, dopo nove anni di lavori, tornerà finalmente visibile al pubblico il tiburio, ovvero la struttura ottagonale che circonda la cupola, sotto alla guglia della Madonnina. È una delle parti più scenografiche del monumento, opera degli architetti Giovanni Antonio Amadeo e Gian Giacomo Dolcebuono alla fine del 1400 (alcuni anni prima Leonardo da Vinci aveva presentato un suo progetto, che però pare non fosse piaciuto). I lavori esterni sono da poco conclusi; per settembre saranno terminati anche quelli all’interno, assicura Canali.
Si tratta di uno degli interventi più impegnativi nella storia recente della cattedrale, che ha visto un investimento complessivo di 20 milioni di euro. Basti pensare che per consentire le celebrazioni eucaristiche, evitando di coprire l’altare maggiore con il ponteggio, è stata predisposta questa struttura aerea con una grande rete quadrata a coprire il grande “buco” in alto, al centro della cattedrale. «Ci siamo subito posti il problema di cosa fare questo spazio – spiega l’ingegnere –. Situato all’incrocio tra navate e transetto, sulla pianta è un quadrato sul quale insiste una cupola semisferica, ogivale, con otto spicchi o cuspidi che aiutano a sostenere la volta. Abbiamo colto l’occasione dei restauri per approfondire le fasi costruttive con questo ponteggio molto elaborato, e per investire sulle dotazioni di cantiere».
Nel complesso, il cantiere che ha interessato guglia e tiburio è durato oltre 18 anni (i lavori sono iniziati nel 2008), ma la fase in cui la cupola è stata rivestita dal ponteggio è durata otto anni, durante la quale vi hanno lavorato centinaia tra dipendenti della Fabbrica e restauratori in oltre 15mila giornate di lavoro, per una media di 250 giornate all’anno. Un periodo lungo, che ha compreso anche due anni di stop dovuti alla pandemia, esplosa proprio quando i lavori all’interno erano nel pieno svolgimento.
«Abbiamo fatto scuola? Sì, però va detto che la Veneranda Fabbrica ha una fortuna, come tutte le fabbricerie delle cattedrali italiane: di doversi dedicare alla cura del monumento, quindi cercando soluzioni non convenzionali, anche costose, ma che vanno nella direzione di una maggiore efficienza del cantiere, oltre al rispetto del luogo sacro – ribadisce Canali –. Un obbligo, insomma». E questa parte, prosegue, aveva bisogno di un restauro approfondito che, «in assenza di una struttura efficiente, non avremmo potuto realizzare». Da qui l’idea del ponteggio sopraelevato. L’ultimo restauro in Duomo risale alla fine degli anni ’60: proprio per motivi tecnici non si era potuto fare tutto quello che si sta realizzando ora. Sono stati restaurati i quattro arconi decorati da una sessantina di statue raffiguranti santi (quindici per lato), rimuovendo le incrostazioni sulle superfici, ovvero la sporcizia creata dallo smog e dal fumo delle candele che hanno contribuito al degrado naturale del marmo di Candoglia: un materiale, com’è noto, molto delicato. E per fine anno si spera di rimuovere il telone, anche se una data precisa ancora non c’è. È stato quasi un gioco da trapezisti lavorare così, scherza Canali, indicando anche la gigantesca impalcatura a forma di croce poco sopra la rete, che si appoggia – o meglio si aggancia – al ponteggio esterno.
Resta ora da vedere se il camminamento esterno attorno al tiburio, proprio sotto alla guglia maggiore con la Madonnina, verrà aggiunto al percorso di visita delle terrazze. In fondo era già percorribile negli anni ‘60, prima del penultimo restauro. Ci vorrebbe altro personale di custodia, fanno sapere dalla Veneranda Fabbrica; ma il nuovo colpo d’occhio dall’alto, dai transetti e dall’abside, aggiungerebbe ulteriore fascino ad un panorama sulla città praticamente unico.

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Avvenire

Liturgia 16 Agosto 2026 XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
O Dio, nostra difesa,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nel tuo tempio
è più che mille altrove. (Cf. Sal 83,10-11)
Colletta
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che nell’obbedienza del tuo Figlio
hai abbattuto l’inimicizia tra le creature
e degli uomini hai fatto un popolo solo,
rivestici degli stessi sentimenti di Cristo,
affinché diventiamo eco delle sue parole
e riflesso della sua pace.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 56,1.6-7
Condurrò gli stranieri sul mio monte santo.
Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:
«Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché la mia salvezza sta per venire,
la mia giustizia sta per rivelarsi.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saranno graditi sul mio altare,
perché la mia casa si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 66
Popoli tutti, lodate il Signore.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.
Seconda lettura
Rm 11,13-15.29-32
I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili per Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 4,23

Alleluia, alleluia.
Gesù annunciava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 15,21-28
Donna, grande è la tua fede!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Dio, nostro Padre, ha cura di tutti i suoi figli. Confidando nella sua benevolenza, eleviamo a lui la nostra preghiera di intercessione.
Preghiamo insieme e diciamo: Esaudisci, Signore, la nostra preghiera.

1. Per la santa Chiesa: professando coraggiosamente la sua fede in Cristo, comunichi a tutti gli uomini la beata speranza che la sostiene. Preghiamo.
2. Per il papa, i vescovi e i presbiteri: il Signore li conforti nelle fatiche apostoliche e conceda loro la gioia di vedere il gregge dei fedeli riunito in un unico ovile. Preghiamo.
3. Per i popoli provati dalla guerra: possano presto ottenere un futuro di giustizia e di pace, ed essere orientati a un vero sviluppo. Preghiamo.
4. Per coloro che si consacrano al servizio degli emarginati e degli esclusi: come il Samaritano del Vangelo, siano premurosi nella dedizione al prossimo. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la partecipazione a questa santa Eucaristia ci renda capaci di rinunciare a noi stessi per seguire Cristo, mettendo la nostra vita a servizio del suo regno. Preghiamo.

O Padre, il nostro cuore esulta per le tue benedizioni; alla sovrabbondanza dei tuoi doni corrisponda la nostra piena adesione. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli, o Signore, i nostri doni
nei quali si compie il mirabile scambio
tra la nostra povertà e la tua grandezza,
perché, offrendoti il pane e il vino che ci hai dato,
possiamo ricevere te stesso.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione. (Sal 129,7)

Oppure (Anno A):
Dice Gesù: «Donna, grande è la tua fede!
Avvenga per te come desideri». (Mt 15,28)
Preghiera dopo la comunione
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Leone XIV, il Papa impolitico più politico di tutti

 

I Pastori precedenti hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: dall’appoggio del Vaticano al regime fascista, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo. Oppure, più di recente, Giovanni Paolo II al balcone assieme ad Augusto Pinochet? Da lui, invece, la denuncia continua dei “potenti della terra”

Papa Leone XIV è il più politico dei Papi degli ultimi decenni proprio perché è “impolitico”.

Ogni pontefice, anche e soprattutto dopo aver perso il potere temporale su Roma – nel 1871 – è stato “politico”, in modi e forme diverse, cioè si è sempre posto come attore decisore nelle questioni internazionali e anche in quelle interne dei singoli Stati nazionali, a cominciare da quello italiano.

Nessuno, o pochi, come l’attuale, tuttavia, hanno colto, con nettezza filosofica radicale, il carattere più essenziale della politica, cioè la sua natura peccaminosa, quando non esplicitamente demoniaca – in senso ovviamente metaforico.

I Pastori precedenti, costretti dalla storia a prendere le parti di uno dei poteri secolari contro l’altro, hanno finito quasi sempre per abbracciare il demonio: vogliamo ricordare l’appoggio del Vaticano al regime fascista, senza il quale Benito Mussolini non avrebbe mai retto, il sostegno alla guerra di Spagna, la stessa ambiguità di Pio XII nei confronti del nazionalsocialismo? Oppure, più di recente, vogliamo ricordare Giovanni Paolo II al balcone assieme all’assassinio seriale Augusto Pinochet?

Papa Leone invece, lo ripete a ogni momento: il potere è male, anche se può essere utilizzato a fin di bene, la sua natura corruttiva è profondamente radicata nella sua natura e funzione. Ancora da ultimo, ad Assisi qualche giorno fa, quando ha denunciato la vocazione dei “potenti della terra” a creare “nemici immaginari”, cioè inesistenti, solo per esercitare in maniera ancor più netta il loro potere e per sovrastare gli altri.

Sembra il ritratto di Donald Trump o di Vladimir Putin o di Benjamin Netanyahu ma la lista sarebbe assai lunga, a cominciare dal governo nazionalista di Roma, che quanto a nemici immaginari, ne costruisce a proprio uso e consumo almeno uno al giorno.

Si ritrova, in questa lucida enunciazione della natura satanica del potere, e di quello politico in particolare, la matrice agostiniana dell’attuale pontefice: proprio Agostino da Ippona, che fu anche uno dei grandi filosofi della politica, istituì la teoria delle due Città, quella terrestre e quella divina: la seconda abitata anche dal male perché il potere politico finisce inevitabilmente per macchiarvisi.

Da qui, in Leone XIV, l’insistenza sul cristianesimo come alternativo al potere, a ogni forma di potere, a cominciare da quello politico: non sono un vaticanista o uno storico della Chiesa, ma mi pare che pochi dei suoi predecessori abbiano, come invece Leone, insistito così tanto nell’usare questa parola, appunto quello di potere, e nel riflettervi.

E, rifacendosi al Pontefice, l’arcivescovo emerito di Tangeri, Santiago Agrelo Martinez, ha scritto sulla’”Avvenire”, all’indomani di Ceuta, parole che non ho letto su nessun altro quotidiano: “sul cammino dell’umanità, la differenza tra chi è salvato e chi è perduto è stabilito da ciascuno dei nostri rapporti con il potere …Quest’ultimo si opporrà sempre a Cristo, cercherà di uccidere e di rinchiuderlo nella tomba … Il mondo del potere è in perenne contrasto con il Vangelo”.

Se non fosse un po’ irriverente, si tratta di tesi che, nella storia del pensiero politico occidentale, sono state espresse con tale chiarezza solo dall’anarchismo. Che, tra anarchismo e cristianesimo tuttavia ci sia più di una parentela, non lo diciamo noi, ma grandi scrittori e pensatori cattolici, da Georges Bernanos a Emmanuel Mounier a Jacques Ellul.

Più che anarchico, però, l’attuale Papa è politico perché impolitico. Che cosa vuol dire? Diversi anni fa, il filosofo italiano Roberto Esposito coniò questo concetto – o meglio, gli diede valenza filosofica: l’impolitico, scrive Esposito nella seconda edizione delle Categoria dell’impolitico (Il Mulino, 1999), “non nega la politica come conflitto, la considera l’unica realtà e tutta la realtà. Aggiungendo, tuttavia, che essa è solo la realtà”. Una realtà finita, con dei limiti precisi, e invalicabili. “Di ciò – della propria finitezza costituiva – la politica non sempre è consapevole”. Anzi, essa “è costitutivamente portata a dimenticarla. L’impolitico non fa che ricordargliela. La riporta, cioè, nel cuore stesso del politico”. Il quale, “per produrre una qualsiasi politica…dovrebbe distaccarsene e riconoscersi in un’alterità rispetto a ciò che invece presuppone come l’unica dimensione . Da questo angolo di visuale … si può bene dire che l’impolitico coincida con la politica”.

Proprio come Leone che, nel suo essere impolitico – cioè nel riflettere sul lato demoniaco del potere – finisce per essere il più politico di tutti. Tanto che, se Esposito volesse proporre una nuova edizione nell’antologia dei filosofi impolitici da lui curata a suo tempo (Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, Bruno Mondadori, 1996), in cui svettavano pensatori cristiani come Karl Barth e Jan Patočka, e pensatrici cristiane come Simone Weil, forse la massima filosofa dell’impolitico, probabilmente oggi Esposito dovrebbe inserire anche Leone XIV.

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Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano: lascito culturale enorme

Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

Giorni fa ho scritto della morte di Francesco Guccini, in obbedienza ad un impulso, quello di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente. Ho scritto del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude la sue esperienza nel mondo. Quando l’anima si spegne lasciandoci solo una spoglia e la memoria di quello che è stato.

Oggi vorrei riflettere invece su quello che non abbiamo perso, o meglio, su quello che alcune personalità lasciano al di là della loro presenza fisica sulla scena.

Guccini ha raccontato un’Italia che non esiste più, ne è stato, come Pier Paolo Pasolini, ultimo testimone. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. Lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”, tra la Via Emilia e il West. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica (lui che è stato insegnante), dove il racconto si tramanda e si arricchisce alla maniera degli aedi, il fatto in sé che diventa epopea.

Lo ha fatto con i suoi libri, scritti a Pavana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara. Che viveva quasi di nulla (castagne ed erba Spagna), l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. Quelle immagini, quei volti con le loro rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale, la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello. Quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.

Un’Italia che abbiamo ritrovato nei versi di Pasolini, nei suoi scritti in friulano. Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino – nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano, ma si mescola col toscano rude della montagna pistoiese, ma anche con lingue remote, sconosciute – esattamente come il friulano che si perde e finisce a sopravvivere solo nelle parole di Pasolini e di pochi altri.

Se si perde la lingua, vuol dire che prima si è perduta una cultura, un mondo. Si sono perse parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che, per dirla con le parole di un altro poeta, “non aveva letto un milione di libri”, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino. Un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.

Chi non si faceva troppe domande, solo quelle essenziali, sceglieva senza esitazione la Resistenza e sapeva andare fino in fondo. Fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori, di spiritualità senza ritualismo. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.

Quell’Italia che non era conservatrice, ma sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana; per questo, solo per questo, non per ideologia, era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento, come invece fa il maresciallo protagonista della trilogia di Appennino di sangue che non lascia il suo dovere, ma nel compierlo è capace di guardare il cuore degli uomini.

Poi è arrivata la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che pigliavano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello che deve e può fare un intellettuale. La fissa, la fotografa con le parole, la trasforma non in inutile nostalgia, ma la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.

Pasolini ha avuto una vita breve, stroncata dalla violenza di assassini ancora vergognosamente impuniti, Guccini ha vissuto a lungo, sempre troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo. Ha avuto il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

Il Fatto Quotidiano

Quelli che io Guccini lo conoscevo molto bene

laprovinciaunica.it

Di solito succede così. Muore un personaggio importante, un personaggio chiave, un personaggio notevole, basti pensare a Franco Baresi e a Francesco Guccini giusto per citare i due casi più recenti, e come ovvio che sia tutta la macchina dell’informazione si concentra su questa notizia di oggettivo rilievo.

E quindi ecco il racconto del personaggio, il suo profilo, le sue gesta, le sue svolte, i momenti chiave della sua carriera e della sua parabola umana, i suoi amori, i suoi odi, i suoi retroscena, i suoi segreti. Ed è giusto così, perché più il personaggio è notevole, in alcuni casi davvero notevole, più è profondo il desiderio, anzi, la necessità delle persone, degli estimatori e dei fan di essere informati su tutti gli aspetti di quell’esistenza talmente speciale da aver segnato un’epoca e, in tanti casi, anche la singola vita di una persona.

E fino a qui, tutto bene. Però, visto che gli uomini sono davvero degli esseri incredibili che non finiscono mai di stupire nei loro cortocircuiti mentali, la morte di un personaggio notevole innesca praticamente sempre un meccanismo psicanalitico talmente perverso, talmente assurdo e talmente grottesco da rendere spesso e volentieri le cronache dedicate alla morte del notevole personaggio di cui sopra degli esercizi di stile incredibilmente comici. Una roba da avanspettacolo.

Bene, provate a farci caso. Non c’è articolo o commento o editoriale dedicato alla morte del notevole personaggio – al Baresi del caso, al Guccini del caso per non parlare di quando c’è di mezzo qualche statista, qualche premio Nobel o qualche Papa – che non parta parlando del notevole personaggio appena deceduto, del quale si raccontano le capacità, le genialità, le creatività, ma anche le fragilità, dipanando la sua avventura umana lungo gli anni e i decenni con tutte le sue fasi di sviluppo, ma anche quelle di feconda contraddizione perché è proprio dalle contraddizioni che nascono i colpi di genio, le differenze dirimenti tra un puro talento e una persona come tante e bla bla bla che poi però, proseguendo nella narrazione e nella scrittura, non venga via via limato, ridotto, rimpicciolito e alla fine decisamente ridimensionato.

E la cosa più spassosa – uno spasso tragico, a dir la verità – è che più la figura del notevole personaggio di cui si dovrebbe parlare diventa marginale più viene sostituita dall’importante editorialista o commentatore o analista o testimone al quale era stato affidato il compito di ricordare il notevole personaggio appena deceduto e che invece si dimentica di parlare del notevole personaggio appena deceduto, ma non si dimentica affatto di parlare di sé, di se stesso, di se stesso medesimo. E di quanto lui, non il morto, ma il vivo, avesse consigliato al notevole personaggio quella cosa o di quanto sempre lui, il vivo, avesse influenzato il notevole personaggio su cosa fare e su cosa non fare e di quanto loro due, il vivo e il morto, avessero villeggiato assieme e folleggiato assieme e studiato e faticato e sbarcato il lunario agli inizi della carriera sempre assieme, anche se, diciamoci la verità, con il vivo sempre un po’ più moderno e geniale del morto. Che, in fondo in fondo, non era poi questo granché.

E via di questo passo, riga dopo riga, fotogramma dopo fotogramma, senza requie e soprattutto senza vergogna, fino a quando l’articolo celebrativo del povero personaggio appena deceduto si trasforma in una plateale e caricaturale e grottesca e circense autocelebrazione del notevole personaggio ancora vivente, che dovrebbe scrivere della vita del notevole personaggio appena deceduto e che invece scrive di sé e io e io e io e io, in un delirio pedantesco, narcisistico, masturbatorio, egolatrico ed egoriferito che ai lettori più smaliziati strappa ogni volta delle risate di indignazione e di compassione davvero irrefrenabili.

Non c’è niente da fare. È come una gara, come una corsa – nel caso del povero Francesco Guccini sono apparsi particolarmente comici gli interventi del tutto fuori registro di Adriano Celentano e soprattutto di Sigfrido Ranucci, che è riuscito nell’impresa napoleonica di collegare la vita, le opere e la morte di Guccini al vile attacco dei poteri forti a “Report” e al suo ruolo di inchiestista senza macchia e senza paura – come se tutto il mondo dello showbiz si trasformasse in un branco di sciacalli o di iene assatanate pronto ad avventarsi sul cadavere ancora caldo del Re Leone per strapparne ognuno il suo pezzo ed esibirlo ai restanti abitanti della savana.

«Io lo conoscevo bene» è il classico incipit che deve metterci subito in allarme: se si parte così, siamo fritti. «Vi racconto il mio Guccini segreto» è un altro indicatore di pericolo assoluto: mettete a letto i bambini. E non abbassiamo la guardia quando arriva il morboso e pericolosissimo «Tutto quello che non sapete del vero Guccini». Fino all’immancabile e davvero pestilenziale «Quella volta che ho visto Guccini piangere» e al distopico «Ecco il figlio segreto di Guccini», che potrebbe anche essere il figlio segreto di Lady Diana o di Umberto Eco o di Keyser Soze o di Claretta Petacci o di Padre Pio, fate voi, tanto uno vale l’altro.

E tutto il resto delle corbellerie con le quali noi del mondo dell’informazione riusciamo per l’ennesima volta a mettere in scena il nostro baraccone popolato da vanesi impenitenti che non hanno alcun rispetto nei confronti dei poveri lettori e dei poveri telespettatori che vorrebbero solo essere informati in maniera seria, corretta ed esaustiva su questo personaggio davvero notevole e che gli venissero messi a disposizione tutti gli elementi per potersi formare un giudizio autonomo. E che invece tutte le volte si devono sorbire le esibizioni felliniane di questo pagliaccesco sottobosco che deve far vedere a tutti che sulla faccia della terra esiste pure lui.

Ma rassegniamoci. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete (o un giornalista) a sparare cazzate.

d.minonzio@laprovincia.it

Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi

di: Domenico Marrone in Settimana News

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Le riflessioni che seguono prendono spunto da un interessante articolo di Giorgio Bozza, pubblicato il 9 luglio 2026 su SettimanaNews con il titolo Delle cinque piaghe della Chiesa locale. Tra le cinque “piaghe” individuate dall’autore, la prima è la mancanza di stima nelle relazioni ecclesiali, in particolare tra il vescovo e il suo presbiterio e tra gli stessi presbiteri.

Questa intuizione mi è sembrata particolarmente feconda perché consente di affrontare un tema spesso dato per scontato e raramente esplorato nella sua profondità antropologica, filosofica, teologica e pastorale. La stima, infatti, non è semplicemente una disposizione psicologica, una forma di cortesia o una qualità del carattere. Essa appartiene al cuore stesso dell’esperienza cristiana, poiché riguarda il modo in cui riconosciamo nell’altro il mistero della sua persona, la sua dignità originaria e la grazia di Dio che lo precede e lo accompagna.

Le considerazioni che seguono non intendono essere una recensione dell’articolo di Giorgio Bozza, né un commento puntuale alle sue argomentazioni. Piuttosto, vogliono svilupparne liberamente l’intuizione iniziale, approfondendo il tema della stima come categoria decisiva della comunione ecclesiale. Sono convinto, infatti, che molte delle fatiche che oggi attraversano la vita delle nostre Chiese particolari non dipendano soltanto da problemi organizzativi o pastorali, ma da una più profonda crisi del riconoscimento reciproco. Dove viene meno la stima, la comunione si impoverisce; dove la stima viene custodita e coltivata, anche le differenze, i conflitti e le inevitabili tensioni possono diventare occasione di crescita e di autentica fraternità evangelica.

Tra le molte fragilità che attraversano oggi la vita ecclesiale ve n’è una meno evidente rispetto ad altre, ma forse più profonda: la crisi della stima reciproca. Si parla spesso di crisi delle vocazioni, di difficoltà pastorali, di trasformazioni culturali, di riduzione della pratica religiosa, di problemi organizzativi. Tutti temi reali e importanti. Ma esiste una crisi più sotterranea che riguarda il tessuto umano e spirituale della Chiesa: la fatica di riconoscere il bene presente nell’altro.

Una comunità può sopportare anche differenze, opinioni divergenti, sensibilità pastorali diverse. La storia della Chiesa è sempre stata attraversata da tensioni. La Scrittura non presenta mai una comunità ideale priva di conflitti.

Mosè discute con il popolo. I profeti contestano i presbiteri. Paolo affronta Pietro ad Antiochia. Lo stesso Gesù deve educare continuamente i suoi discepoli, correggendo le loro incomprensioni e le loro ambizioni.

Il conflitto, dunque, non è necessariamente un male. Talvolta è il segno di una comunità viva. Il problema nasce quando il conflitto perde il suo orizzonte di comunione e diventa delegittimazione dell’altro.

Quando non si dice più: “Fratello, non condivido questa scelta”, ma: “Tu sei il problema”. Quando non si contesta un comportamento, ma si mette in discussione la persona. Quando non si corregge un errore, ma si cancella il mistero dell’altro. È allora che entra in crisi la stima.

Nel linguaggio comune stimare qualcuno significa apprezzarlo. Stimiamo una persona perché è competente, intelligente, capace, generosa, coerente. Questa dimensione umana è certamente positiva, ma la stima cristiana possiede una profondità maggiore.

La stima evangelica non nasce anzitutto dalla valutazione delle qualità dell’altro, ma dal riconoscimento della sua dignità. Prima ancora di essere vescovo o presbitero, parroco o collaboratore pastorale, responsabile di un ufficio o semplice fedele, l’altro è: una persona amata da Dio; un figlio del Padre; un uomo o una donna redenti da Cristo; una creatura abitata dallo Spirito.

La dignità precede la funzione. Il ruolo può cambiare. L’incarico può terminare. Il prestigio può diminuire. La capacità può venire meno. Ma la dignità personale rimane.

Per questo un vescovo non merita stima semplicemente perché è vescovo. Un presbitero non merita stima semplicemente perché è presbitero. Essi meritano stima perché sono persone nelle quali Dio ha posto una chiamata e una grazia.

La stima cristiana è quindi una forma di riconoscimento del mistero di Dio presente nell’altro. Non significa ignorare i limiti. Significa non permettere ai limiti di diventare l’unica chiave di lettura della persona.

Uno dei grandi rischi della cultura contemporanea è la riduzione funzionale della persona. L’uomo viene valutato per ciò che produce. Vale se è efficiente, se raggiunge risultati, se è riconosciuto, se risponde alle aspettative. Questo rischio può entrare anche nella Chiesa.

Il presbitero può essere valutato per il numero delle iniziative pastorali. Il parroco per la capacità organizzativa. Il vescovo per l’efficacia delle sue decisioni. Il presbitero per la sua visibilità.

Ma la persona non coincide con la sua prestazione. La persona viene prima della funzione. Questa è una delle grandi intuizioni della filosofia personalista: l’uomo non è un mezzo, ma un fine. La persona non possiede valore perché è utile. È utile perché possiede valore.

Questa distinzione è fondamentale nella vita ecclesiale. Un presbitero anziano, un prete ammalato, un presbitero meno brillante, un ministro meno visibile non perdono dignità perché non rispondono più ai criteri dell’efficienza. La Chiesa dovrebbe essere proprio il luogo nel quale l’uomo viene liberato dalla logica della prestazione.

La filosofia contemporanea ha mostrato una verità fondamentale: l’identità dell’uomo nasce dentro una relazione di riconoscimento. L’uomo diventa se stesso perché qualcuno lo guarda e gli dice: “Tu sei importante.”

Il filosofo Martin Buber ha distinto la relazione Io-Tu dalla relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Esso l’altro diventa una cosa da utilizzare, un ruolo da gestire, un problema da risolvere. Nella relazione Io-Tu l’altro rimane un mistero da incontrare. Anche nella Chiesa può accadere questa trasformazione.

Il vescovo può vedere il presbitero soltanto come un collaboratore. Il presbitero può vedere il vescovo soltanto come un superiore. Ma quando questo accade, la relazione sacramentale viene impoverita. Non siamo più davanti a un fratello. Siamo davanti a una funzione. La perdita della stima nasce spesso proprio qui: quando il volto scompare dietro il ruolo.

Il Concilio Vaticano II ha restituito una visione profondamente comunionale del ministero ordinato. Il presbiterio non è un insieme di dipendenti del vescovo. Non è una struttura amministrativa. Non è un gruppo di collaboratori chiamati semplicemente ad applicare decisioni. Il presbiterio è una realtà sacramentale.

Il vescovo e i presbiteri partecipano dello stesso mistero di Cristo Pastore. La relazione non è quella tra un dirigente e i suoi collaboratori, ma quella tra una realtà organica nella quale ogni membro ha bisogno dell’altro.

San Paolo scrive: “Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te” (1Cor 12,21). Questa parola vale per tutta la Chiesa, ma assume una forza particolare nel rapporto episcopale. Un vescovo che guarda ai presbiteri soltanto come esecutori impoverisce il suo stesso ministero.

Un presbitero che guarda al vescovo soltanto come autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. La stima reciproca è ciò che impedisce due derive opposte: l’autoritarismo senza fraternità, l’autonomia senza comunione.

L’obbedienza ecclesiale non può essere pensata in modo unilaterale, quasi fosse un movimento a senso unico dal basso verso l’alto. La tradizione cristiana, soprattutto quando assume una prospettiva personalista, ricorda che ogni relazione autenticamente umana è reciproca: chi obbedisce conserva la dignità di persona; chi esercita l’autorità rimane vincolato al dovere del rispetto.

Nel rito dell’ordinazione presbiterale il presbitero promette al vescovo “filiale rispetto e obbedienza”. È una promessa profondamente ecclesiale, perché riconosce che il ministero ordinato non è vissuto in autonomia individualistica, ma dentro una comunione sacramentale nella quale il vescovo rappresenta il principio visibile dell’unità della Chiesa particolare.

Tuttavia questa promessa non può essere interpretata in senso puramente giuridico o funzionale, come se l’obbedienza del presbitero costituisse l’unico elemento morale della relazione episcopale.

L’obbedienza cristiana non è mai umiliazione della persona. Non è cancellazione della coscienza. Non è rinuncia alla propria storia. Non è disponibilità passiva a essere collocati dentro un meccanismo organizzativo.

L’obbedienza ecclesiale nasce dalla fede che Dio agisce attraverso mediazioni umane, ma proprio perché riconosce una mediazione divina, non può mai negare la dignità umana di coloro attraverso i quali questa mediazione passa.

Un’analogia illuminante può essere offerta dal quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Tradizionalmente questo comandamento è stato letto come un invito rivolto ai figli a riconoscere l’autorità dei genitori.

Ma una lettura più profonda, soprattutto alla luce dell’antropologia cristiana, mostra che il comandamento dell’onore non riguarda soltanto chi deve obbedire. Esso istituisce una relazione reciproca. I figli devono onorare i genitori. Ma anche i genitori, proprio perché hanno ricevuto una responsabilità sui figli, devono onorarne la dignità.

Un genitore che pretende obbedienza ma umilia il figlio tradisce il senso stesso della propria autorità. Un padre che usa il proprio ruolo per dominare non esercita la paternità, ma la deforma.

L’autorità autentica non si misura dalla capacità di ottenere obbedienza, ma dalla capacità di generare libertà e maturità.

Lo stesso principio vale nella Chiesa. Il presbitero deve obbedienza al vescovo. Ma il vescovo deve rispetto al presbitero. Il presbitero deve riconoscere l’autorità episcopale. Ma il vescovo deve riconoscere la dignità personale e ministeriale del presbitero.

La relazione ecclesiale non è una scala gerarchica nella quale chi sta sopra possiede valore maggiore e chi sta sotto deve semplicemente adeguarsi. È una comunione nella quale ruoli diversi custodiscono la medesima dignità battesimale.

Credo che una delle fragilità strutturali della vita ecclesiale sia la mancanza di un autentico equilibrio nell’esercizio dell’autorità. Il principio del balance of powers, proprio delle democrazie costituzionali, non è trasferibile meccanicamente alla Chiesa, che non è uno Stato ma un mistero di comunione. Tuttavia esso richiama una sapienza antropologica che anche la Chiesa non può ignorare: ogni autorità umana, proprio perché esercitata da persone limitate e fallibili, ha bisogno di essere illuminata dall’ascolto, corretta dal dialogo e accompagnata da forme di corresponsabilità.

Quando il governo ecclesiale si sottrae a ogni possibilità di confronto, quando il discernimento si riduce alla volontà del singolo o quando l’obbedienza viene interpretata come rinuncia al pensiero e alla parola, si crea un terreno favorevole agli abusi di potere e, ancor più gravemente, agli abusi di coscienza. Non si tratta soltanto di errori organizzativi, ma di ferite inferte al Corpo di Cristo, perché ogni abuso dell’autorità incrina la fiducia, mortifica la dignità delle persone e oscura il volto evangelico della Chiesa.

L’autorità cristiana non teme il confronto, perché non si fonda sull’autosufficienza di chi governa, ma sulla comune ricerca della volontà di Dio. Quanto più è autentica, tanto più sa coniugare decisione e ascolto, fermezza e umiltà, responsabilità e trasparenza. L’opposto dell’autorità non è la partecipazione, ma l’arbitrio; e l’opposto dell’obbedienza non è il dialogo, ma la sudditanza. Solo una Chiesa nella quale l’autorità accetta di lasciarsi continuamente purificare dalla verità e dalla fraternità può essere davvero segno credibile del Vangelo.

Uno dei rischi più grandi nella vita ecclesiale è quello di trasformare le persone in funzioni. Il presbitero può diventare soltanto: un numero nell’organigramma diocesano, una casella da riempire, una risorsa pastorale da spostare, un problema amministrativo da risolvere. Ma un presbitero non è una posizione organizzativa.

Dietro ogni presbitero c’è una storia. C’è una biografia vocazionale. Ci sono anni di formazione. Ci sono esperienze pastorali. Ci sono ferite e maturazioni. Ci sono sensibilità spirituali e umane che non possono essere ignorate.

Una decisione ecclesiale può essere necessaria, talvolta persino dolorosa, ma una modalità impersonale di esercizio dell’autorità rischia di ferire profondamente la persona. Non perché il presbitero abbia un diritto alla propria comodità o alla conservazione del proprio incarico, ma perché ogni persona ha diritto a essere trattata come persona. Esiste una differenza decisiva tra l’esercizio dell’autorità e il modo in cui essa viene esercitata. Una stessa decisione può essere vissuta come un atto di comunione oppure come un’esperienza di umiliazione, a seconda che sia preceduta dall’ascolto, dal dialogo e dal rispetto della biografia personale oppure imposta in modo burocratico e impersonale.

Qui il problema non è semplicemente pastorale, ma tocca il terreno dell’etica e, in alcuni casi, persino quello dei diritti fondamentali della persona. Anche all’interno della Chiesa, infatti, possono verificarsi situazioni nelle quali il diritto di essere ascoltati, il rispetto della buona fama, la tutela della propria dignità, la possibilità di esprimere le proprie ragioni o di conoscere le motivazioni di determinate decisioni risultano di fatto compressi o trascurati.

Non si tratta di trasporre nella vita ecclesiale categorie proprie del contenzioso giuridico o della contrapposizione tra diritti e doveri, ma di riconoscere che la dignità della persona, da cui ogni autentico diritto deriva, precede qualsiasi funzione, ministero o assetto istituzionale. Proprio per questo la Chiesa, mentre annuncia al mondo il Vangelo della dignità umana, è chiamata a custodirla con particolare rigore nelle proprie relazioni interne.

Del resto, il Magistero contemporaneo ha insistito con forza sul fatto che la dignità umana costituisce il fondamento di ogni diritto autentico. Se la Chiesa si fa instancabilmente promotrice dei diritti umani nella società, denuncia le violazioni della dignità dei lavoratori, dei migranti, dei poveri e delle persone vulnerabili, essa è chiamata, con ancora maggiore coerenza, a vigilare affinché nelle proprie relazioni interne nessuno venga trattato come un semplice mezzo, una pratica amministrativa o una casella dell’organigramma.

La credibilità dell’annuncio evangelico passa anche da qui: dalla capacità di coniugare l’autorità con il rispetto, il governo con l’ascolto, la decisione con la cura della persona. Solo così l’autorità ecclesiale diventa realmente segno di quella paternità di Dio che non mortifica mai la libertà dei suoi figli, ma la fa crescere nella verità e nell’amore.

Talvolta si rischia di confondere l’obbedienza con la disponibilità assoluta. Ma l’obbedienza cristiana non chiede al presbitero di smettere di essere sé stesso. Dio non chiama persone anonime. Chiama Abramo con la sua storia. Mosè con le sue paure. Pietro con il suo carattere. Paolo con la sua esperienza. La grazia non cancella la persona: la assume e la trasforma. Per questo anche l’autorità ecclesiale deve saper riconoscere che il presbitero non è soltanto un destinatario di decisioni, ma un soggetto ecclesiale.

La sua esperienza va ascoltata. La sua sensibilità va considerata. La sua storia va rispettata. Questo non significa che ogni desiderio personale debba essere accolto. Significa che ogni persona deve essere ascoltata.

L’autorità cristiana non si misura dalla distanza che riesce a creare, ma dalla comunione che riesce a generare. Un’autorità che dice: “Devi obbedire perché io comando” è un’autorità fragile. Un’autorità che dice: “Camminiamo insieme perché siamo chiamati dallo stesso Signore” è un’autorità evangelica.

Il vescovo non è chiamato semplicemente a ottenere obbedienza dal presbiterio. È chiamato a generare un presbiterio. E generare significa conoscere, accompagnare, incoraggiare, correggere, valorizzare. Un padre non ama i figli soltanto quando essi gli obbediscono. Li ama anche quando deve correggerli. E proprio perché li ama, li corregge senza umiliarli.

Dove manca la stima, l’obbedienza diventa una forma esterna e burocratica. Si esegue, ma non si aderisce. Si compie una disposizione, ma non si vive una comunione.

Al contrario, quando il presbitero percepisce di essere rispettato nella sua dignità, anche una richiesta difficile può essere accolta come espressione di corresponsabilità ecclesiale.

Una correzione senza stima rischia di trasformarsi in umiliazione. Una denuncia senza riconoscimento rischia di generare soltanto scoraggiamento. Prima del rimprovero c’è la fiducia. Prima della correzione c’è il riconoscimento. Prima della conversione c’è la certezza che quella persona continua ad appartenere al progetto di Dio.

La pedagogia insegna che una persona cresce quando qualcuno crede nelle sue possibilità. Questo vale anche per un presbitero. Un presbitero non diventa migliore perché viene continuamente definito attraverso ciò che manca.

Una delle forme più gravi della perdita della stima reciproca nella vita ecclesiale è la mormorazione, quella che la tradizione spirituale ha chiamato detractio. Essa non riguarda semplicemente il fatto di parlare dell’altro, ma riguarda soprattutto il modo in cui si costruiscono le relazioni quando viene meno il coraggio della verità vissuta nella fraternità.

La correzione fraterna parla con l’altro. La detrazione parla dell’altro. La correzione nasce dalla responsabilità della comunione. La detrazione nasce spesso dalla distanza dalla comunione.

Tuttavia occorre riconoscere una dimensione ulteriore: anche lo stile dell’autorità può creare un clima nel quale la mormorazione diventa più facile o addirittura inconsapevolmente favorita.

Quando chi esercita un servizio di governo nella Chiesa comunica prevalentemente attraverso allusioni, generalizzazioni, denunce collettive, categorie astratte o richiami pubblici non accompagnati da un dialogo personale, può accadere che si generi un clima nel quale ciascuno cerca di interpretare a chi siano rivolte quelle parole.

La parola che dovrebbe convocare può allora diventare una parola che divide. Il richiamo che dovrebbe favorire la conversione può trasformarsi in un clima di sospetto: “A chi si riferiva?” “Chi sono i presbiteri che vengono criticati?” “Quale gruppo è sotto accusa?”

E così, paradossalmente, una comunicazione nata forse con l’intenzione di correggere può produrre l’effetto opposto: non un confronto evangelico, ma una moltiplicazione di commenti indiretti.

In questo senso è possibile parlare di un rischio di stile “carbonaro” nella vita ecclesiale, uno stile caratterizzato da: messaggi indiretti; comunicazioni non pienamente trasparenti; giudizi espressi senza un interlocutore preciso; una pedagogia fondata più sul sospetto che sulla fiducia; una contrapposizione tra un presunto “noi fedele” e un “loro problematico”.

Quando l’autorità parla attraverso categorie generali senza assumere il rischio della relazione personale, può prodursi una situazione paradossale: si chiede ai membri della comunità di evitare il giudizio sugli altri, ma contemporaneamente si crea un linguaggio nel quale il giudizio diventa quasi inevitabile.

L’autorità evangelica non teme l’incontro personale. Gesù non ha mai educato i suoi discepoli attraverso messaggi anonimi. Quando deve correggere Pietro, lo fa guardandolo negli occhi. Quando deve purificare la mentalità dei Dodici, cammina con loro. Quando deve affrontare il tradimento di Giuda, non lo trasforma in una denuncia generica contro il gruppo.

La pedagogia di Gesù è sempre personale. Questo non significa che l’autorità non possa proporre orientamenti generali o denunciare fenomeni ecclesiali. Certamente può e deve farlo.

Ma una parola pubblica autenticamente evangelica deve sempre lasciare trasparire una cosa: dietro la correzione c’è un cuore che ama, non un giudizio che etichetta.

Il rischio di una pedagogia ecclesiale prevalentemente negativa è quello di generare una comunità che non si confronta più nella libertà, ma si difende. Quando l’autorità comunica principalmente attraverso il sospetto, i membri della comunità imparano a proteggersi.

Quando comunica attraverso la stima, imparano a responsabilizzarsi. La differenza è enorme. Il sospetto genera strategie. La fiducia genera conversione. Il sospetto produce silenzi prudenti o parole sotterranee. La fiducia produce dialogo.

La mormorazione non nasce soltanto dal cuore cattivo dei singoli. Talvolta nasce anche da un contesto relazionale nel quale manca sufficiente trasparenza, prossimità e fiducia. Per questo chi esercita l’autorità nella Chiesa ha una responsabilità particolare: non soltanto correggere i comportamenti, ma custodire il clima spirituale nel quale le persone vivono le relazioni.

L’autorità che vuole costruire comunione deve evitare ogni stile che possa trasformare il confronto ecclesiale in una sorta di “assemblea degli assenti”, dove tutti parlano di qualcuno che non è presente.

La via evangelica è diversa: non una Chiesa nella quale ci si sorveglia reciprocamente, ma una Chiesa nella quale ci si riconosce reciprocamente. La Chiesa dovrebbe essere il luogo dove la competizione viene trasformata in comunione. La vera grandezza non è essere superiori agli altri. È essere capaci di riconoscere il bene degli altri.

La stima è la forma adulta della carità. La stima è una virtù umana, perché rende possibile una convivenza autentica. È una virtù morale, perché educa alla giustizia dello sguardo. È una virtù spirituale, perché riconosce la presenza della grazia nell’altro.

Ma soprattutto è una dimensione ontologica: riguarda ciò che l’altro è prima ancora di ciò che fa. Prima del vescovo viene il fratello. Prima del presbitero viene il figlio di Dio. Prima del ruolo viene la persona. Una Chiesa può avere programmi, strutture, strategie e progetti. Ma senza stima reciproca rischia di perdere il volto più autentico di Cristo: quello di una comunità nella quale ciascuno può dire all’altro: “Tu sei un dono di Dio prima ancora di essere una risposta alle mie aspettative.”

L’automobile a 100 euro al mese: ecco quello che sappiamo

La dote finanziaria iniziale messa a disposizione per il noleggio sociale è di 50 milioni di euro

Un’automobile nuova, poco inquinante, sicura e dai costi finalmente accessibili. Prende forma il capitolo più atteso del Dpcm Automotive: il programma di «noleggio sociale», pensato per offrire una risposta concreta alle famiglie a basso reddito finora escluse dalla transizione ecologica a causa dei costi proibitivi dei listini. L’iniziativa, presentata nei giorni scorsi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) dal titolare del dicastero Adolfo Urso e dal presidente dell’ACI, Geronimo La Russa, punta a coniugare due urgenze non più rinviabili: il rinnovo di un parco auto tra i più vecchi e inquinanti d’Europa e la sostenibilità sociale del cambiamento energetico.

Chi può accedere al noleggio sociale

La misura si rivolge esclusivamente alle persone fisiche con un indicatore Isee inferiore ai 30mila euro. Per accedervi sarà obbligatorio rottamare una vecchia auto (fino alla classe Euro 4) di cui si sia proprietari da almeno 12 mesi. In cambio, i beneficiari potranno sottoscrivere un contratto di noleggio a lungo termine della durata minima di tre anni (36 mesi) a un canone calmierato di 100 euro al mese, con un tetto di percorrenza fissato a 12mila chilometri all’anno. La quota mensile comprenderà copertura assicurativa Rca, manutenzione ordinaria e straordinaria e soccorso stradale. Al termine del triennio, le famiglie avranno inoltre la possibilità di riscattare la vettura acquistandola con uno sconto del 10% sul valore di mercato residuo.
«Con questo provvedimento imprimiamo una svolta netta», ha dichiarato il ministro Urso, sottolineando la discontinuità con le misure del passato. «Per la prima volta destiniamo il 70% delle risorse alla filiera produttiva e, contemporaneamente, sosteniamo la domanda con una misura equa. Gli incentivi a pioggia non saranno più realizzati perché hanno finito per finanziare l’acquisto di vetture straniere, per di più cinesi. Vogliamo utilizzare le risorse pubbliche per incentivare la produzione e consentire anche a chi non se lo può permettere di viaggiare in sicurezza».

Requisiti, vincoli e obblighi

Per accedere al noleggio sociale bisognerà affrontare però uno slalom tra una lunga serie di requisiti, vincoli e obblighi. Per esempio, bisognerà avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o una pensione o, comunque, una dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d’imposta; si dovrà avere conto corrente e carta di credito; non bisognerà avere carichi pendenti o procedimenti amministrativi; non bisognerà essere protestati o segnalati in Centrale rischi; non si dovrà avere usufruito di precedenti incentivi auto. E ancora, vi sarà la possibilità di indicare solo un secondo guidatore tra i familiari conviventi e basterà il mancato pagamento di un canone, di una multa o di una franchigia assicurativa per perdere il diritto all’auto a noleggio agevolato.
Trattandosi di una misura sperimentale, la dote finanziaria iniziale è di 50 milioni di euro, sufficienti – secondo le stime dell’ACI – per soddisfare tra le 3.000 e le 4.000 richieste. Qualora la risposta fosse positiva, il Governo si dice pronto a incrementare i fondi per rendere il noleggio sociale una misura strutturale.

Auto uguale per tutti

Un dettaglio fondamentale caratterizza l’iniziativa: i beneficiari non potranno scegliere marca, colore o modello della vettura. L’ACI acquisterà infatti un unico modello per tutti attraverso una gara pubblica europea, alla quale potranno partecipare tutti i costruttori operanti nel continente, cinesi compresi.
Per aggiudicarsi la fornitura, la casa automobilistica dovrà soddisfare paletti precisi: proporre un’auto con omologazione pari ad almeno Euro 6, emissioni di CO2 non superiori a 135 gr/km e un prezzo massimo di vendita di 18mila euro. Elemento dirimente nella gara sarà la presenza di una rete di assistenza capillare sul territorio nazionale, necessaria per garantire riparazioni tempestive e consegna del veicolo senza costi aggiuntivi per l’utente.
I tempi tecnici per la pubblicazione del bando europeo, e l’assegnazione e l’acquisizione della flotta da parte dell’ACI richiederanno diversi mesi. Successivamente verrà aperta la piattaforma informatica del Mimit per la presentazione delle domande. Le stime più realistiche indicano che la piattaforma per le richieste vedrà la luce solo nei prossimi mesi, mentre le prime consegne effettive delle autovetture avverranno non prima del 2027 inoltrato.
Avvenire

Quando Giorgia Meloni citò Guccini dal palco

Guccini e Meloni, un rapporto difficile. Il ricordo della premier: «Al di  là delle differenze sarà sempre la mia bussola» - Open

Il video è di 22 anni fa. E si vede una 27enne Giorgia Meloni che dal palco del congresso nazionale di Azione giovani, a Viterbo, cita (parafrasando la prima strofa con l’ultima) il Cirano di Francesco Guccini, la sua canzone preferita. Una formula che poi la leader riuserà in altri comizi, come manifesto di anticonformismo. E’ il 28 marzo del 2004: il primo snodo politico della futura presidente del Consiglio. Questo successo la lancerà nell’empireo della destra italiana, diventando presidente della costola giovanile di An contro lo sfidante Carlo Fidanza, ora big di Fratelli d’Italia in Europa. Dopo due anni entrerà in Parlamento e sarà eletta vicepresidente della Camera. Ecco Meloni a Viterbo: «Voglio chiudere il mio intervento così. Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti. Venite, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false. E voi materialisti con il vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa, nani. Levatevi davanti, per la mia rabbia immensa mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fine della licenza io non perdono e tocco. Grazie».

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