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Quando l’8 maggio del 2025 alle 18 le telecamere di mezzo mondo sono puntate sul comignolo della Cappella Sistina, la tensione di milioni di persone con la testa all’insù si scioglie in un applauso davanti alla comparsa di un piccolo gabbiano.
La fumata bianca che ne segue lo disorienta, come il miliardo e 400 milioni di cattolici nel mondo; ma per una coincidenza, il piumaggio grigio di quel pulcino, prima del suono del Campanone di piazza San Pietro, è la resa cromatica di come nelle prime ore viene percepita dal mondo l’elezione di Leone XIV, arrivata alla quarta votazione in appena un giorno di isolamento cum clave dei cardinali. Né bianca né nera: tutti, stampa compresa, non se l’aspettavano.
Del 267esimo pontefice della chiesa cattolica si sapeva poco, il suo cursus honorum restava sottotraccia, figuriamoci il suo pensiero. Persino The College of Cardinals report, il controverso rapporto stilato con la pretesa di fare trasparenza tra i papabili nei giorni delle congregazioni generali, alla voce Prevost ha poco da dire sui temi spinosi con cui è stato puntellato il papato di Francesco. Poco Leone, quindi, come suggerirebbe il nome che risuona alle 19:15 dalla Loggia delle benedizioni. Piuttosto un dark horse, l’incognita su cui pare aver scommesso il Collegio cardinalizio. Questa è l’eco dei media.
Ma come spiegano nel libro “L’ultimo Conclave. La sorpresa di Francesco” (Lindau) Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué, entrambi vaticanisti di lungo corso per testate estere, gran parte dei 133 cardinali elettori ha avuto le idee piuttosto chiare se già al secondo scrutinio le preferenze per l’allora cardinale Prevost si sarebbero consolidate: «Abbiamo parlato con tanti cardinali, alcuni non citati nel libro. Eravamo molto attenti a non far uscire informazioni confidenziali che avrebbero potuto mettere in difficoltà qualcuno», spiegano entrambi, ai quali persino alcuni vaticanisti hanno rinfacciato di aver «influenzato il conclave» per un articolo che smontava la candidatura di Pietro Parolin, dato con un vantaggio solo fuori dalla Sistina, evidentemente.
Ma partiamo dall’elezione di papa Leone XIV, cardinale low profile dalla doppia cittadinanza statunitense e peruviana. Come spiega O’Connell: «Si era già visto nel 2013, quando Bergoglio non era stato considerato un papabile, quasi avesse perso l’occasione del 2005, al punto che in tanti si aspettavano venisse eletto Angelo Scola», come testimonia il telegramma di auguri inviato per errore dalla Cei al porporato italiano. Nell’ultimo Conclave a confermare il proverbio «chi entra papa esce cardinale» ci ha pensato il cardinale decano Giovanni Battista Re che, alla fine della Missa Pro Eligendo Pontifice da lui officiata, si è rivolto al cardinale Pietro Parolin con «doppi auguri», per taluni un’avventatezza con il Conclave ancora non iniziato.
O’Connell e Piqué spiegano che il cardinale segretario di Stato partiva favorito secondo la maggior parte della stampa, specialmente italiana: «Se qualcuno avesse fatto una survey all’interno del Vaticano, la maggior parte degli addetti in Segreteria di Stato era certa venisse eletto Parolin. In sala stampa tutti se lo aspettavano. Come già nel 2013, anche nel 2025 forse la stampa italiana non ha capito così in profondità cosa si pensa del papa fuori dall’Europa» spiegano. Diplomatico di lungo corso, a Pietro Parolin mancava l’esperienza pastorale che è stata cifra del pontificato di Francesco e la sua eredità più grande. Carente di quel carisma che trascinava le folle di Giovanni Paolo II e Francesco, i due autori riportano le impressioni di un cardinale al termine della seconda messa dei Novendiali in suffragio di papa Francesco, celebrata dal porporato veneto davanti agli adolescenti giunti a Roma per il Giubileo: «Quella messa è stata letale per la sua candidatura, è stata come l’ultimo chiodo nella sua bara» avrebbe confessato.
I due autori ricostruiscono, però, la cordata che avrebbe sostenuto Parolin prima del Conclave: «C’era un gruppo formato anche da non italiani, diciamo dalla vecchia guardia, che puntava su Parolin per mettere un po’ di freno alle grandi riforme di Francesco che non erano tanto piaciute. Come la riforma della Curia, con donne e laici a capo di dicasteri, e tutta la questione del sinodo sulla sinodalità, percepita come una babele» spiega Piqué. O’Connell aggiunge: «Al contrario, Prevost ha parlato di sinodalità e, col suo stile, avrebbe continuato quello che Francesco aveva iniziato. Questo ha colpito molto i cardinali. E poi Parolin ha sofferto anche delle critiche di chi era contrario all’accordo della Santa sede con la Cina, del quale era percepito come l’architetto. Prima del Conclave, sulla stampa si leggeva di una chiesa divisa. In realtà la chiesa che ha lasciato Francesco non era così divisa come pensavano, e lo dimostra la rapidità del Conclave».
Al contrario, le divisioni si riflettono all’esterno. Le Congregazioni generali, i giorni di riunioni a porte chiuse del Collegio cardinalizio prima del Conclave, sono state caratterizzate da pressioni esterne, financo esplicite, come quelle delle lobby conservatrici statunitensi e di Trump stesso, che pubblicò un’immagine di sé vestito da papa: «La Casa Bianca avrebbe preferito un papa della loro linea, come i cardinali Timothy Dolan o Peter Erdő. Alcuni cardinali ci hanno confessato che avrebbero scartato l’ipotesi di un papa americano perché gli Stati Uniti avevano già un potere politico, militare ed economico enorme. Il tabù si è rotto solo perché Prevost era il meno americano degli americani e lui, cosciente di questo, quando si affaccia alla Loggia delle benedizioni, non parla in inglese, ma in italiano e spagnolo, ricordando la sua diocesi in Perù» spiega Piqué.
E O’Connell aggiunge: «Leone XIV non è stato eletto in chiave anti-Trump però ora, vedendo i fatti, lo è. Con una differenza: i critici americani definivano Francesco un papa anti-imperialista, terzomondista. Adesso non possono più dirlo, perché hanno un papa che parla la loro lingua, ha l’accento di Chicago, città dalla tradizione sindacalista».
Nel Conclave più social della storia della chiesa, il digitale riesce a spostare la bilancia delle preferenze, come nel caso del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, danneggiato da un contenuto virale in cui canta Imagine dei Beatles: «Tagle è stato attaccato fortemente perché era visto come il vero avversario. Nei giorni pre-Conclave lo hanno accusato di avere legami col casinò di Macao, di negligenza nella gestione degli abusi. Quel video è stata la goccia per chi all’inizio era disposto a votare per lui». Secondo la ricostruzione dei due vaticanisti, nel primo scrutinio Tagle ottiene meno di dieci voti, assieme al cardinale italiano Matteo Zuppi, altro grande favorito fuori dalla Sistina, ma non per alcuni degli elettori che tarano il peso della Comunità di Sant’Egidio e della sua guida alla Conferenza dei vescovi italiani.
Malgrado i voti dispersi nel primo scrutinio, la terna Erdő, Prevost e Parolin anticipa gli orientamenti delle successive tre votazioni, con Prevost che scalza Parolin fin dal secondo scrutinio, il mattino dell’8 maggio. Piqué fornisce un dettaglio datole da un cardinale e bollato come il senso dell’humor di Dio: «Nel secondo scrutinio, Prevost era stato scelto fra gli scrutatori e in molti sono rimasti colpiti dalla sua serenità mentre leggeva e rileggeva il suo nome. Per i cardinali quella calma, malgrado la tensione del momento, era il segno inequivocabile della scelta giusta».