Il retroscena del viaggio di Papa Leone XIV in Francia e l’incontro con Macron: il dialogo necessario tra Chiesa e modernità

Papa Leone XIV con il presidente francese Emmanuel Macron durante l\\u2019udienza privata in Vaticano del 10 aprile scorso , ANSA

Il recente retroscena pubblicato da Famiglia Cristiana sul viaggio di Papa Leone XIV in Francia e sul suo colloquio con il presidente Emmanuel Macron in occasione della riapertura di Notre-Dame accende i riflettori sulla diplomazia pontificia e sulle grandi sfide dell’Europa contemporanea. Al centro dell’incontro vi sono temi di primaria importanza: la pace internazionale, l’accoglienza, la difesa dei diritti umani e la ricerca di un senso comune in una società sempre più secolarizzata.

La presenza del Papa nel cuore della Francia rappresenta un forte richiamo alla speranza e alla necessità di ricostruire ponti tra la fede e le istituzioni laiche.

La dimensione pastorale oltre la diplomazia

Oltre gli aspetti istituzionali e i protocolli di Stato, il viaggio di Papa Leone XIV richiama l’attenzione sulle questioni concrete che toccano le comunità locali:

  1. La rinascita dei simboli di fede: La riapertura di luoghi come Notre-Dame dimostra quanto il patrimonio spirituale e culturale sia fondamentale per l’identità di un popolo, ma ricorda anche che le vere “pietre vive” della Chiesa sono i fedeli e i loro pastori.

  2. Il bisogno di una presenza costante: In contesti fortemente secolarizzati come quello francese ed europeo, la Chiesa è chiamata ad assicurare una presenza capillare, vicina alle persone e capace di offrire risposte concrete alla sete di spiritualità.

Realismo Pastorale: valorizzare i presbiteri per far fiorire le parrocchie

Mentre il Santo Padre dialoga con i grandi della Terra per promuovere la pace e la fraternità, la vita quotidiana delle diocesi richiede scelte coraggiose per non lasciare le parrocchie prive della guida spirituale e dei Sacramenti.

La proposta del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati si inserisce in questo solco di rinnovamento e fedeltà ecclesiale:

  • Affiancare il clero in prima linea: La riammissibilità canonica dei sacerdoti sposati con solida formazione teologica formale e titoli pontifici permetterebbe di affiancare i vescovi e i presbiteri celibi nella cura pastorale.

  • Una Chiesa vicina alla gente: Integrare ministero presbiterale ed esperienza familiare offre una testimonianza di fede incarnata, capace di intercettare le esigenze e le sfide delle famiglie di oggi.

Accompagnare l’azione diplomatica di Papa Leone XIV con decreti di realismo pastorale è la strada maestra per far sì che il messaggio del Vangelo continui a risuonare con forza nelle cattedrali come nelle più piccole parrocchie di periferia.

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Russia / Nonostante la propaganda incessante nelle scuole, i ragazzi manifestano il desiderio che il conflitto finisca. E che si possa tornare alla normalità. Alcuni sono attivi per il partito Jabloko, escluso dalle elezioni

Una giovane con capelli castani chiari, vestita elegante, con dei volantini in mano. In primo piano, figure sfocate

Avvenire

Alle elezioni per la Duma sono state ammesse solo organizzazioni politiche in sintonia con il Cremlino e la sua scelta della guerra. Jabloko – unico partito contro la guerra e per l’immediato cessate il fuoco –, nonostante l’esclusione dalla competizione, ha continuato la sua campagna per sostenere i candidati. Solo quelli che sono riusciti a restare in corsa, visto che in tutte le regioni dove si presentavano viene fatto di tutto per metterli fuori gioco. Una vera e propria caccia al candidato. Le ragioni vanno cercate nel significativo sostegno che Jabloko ha ricevuto da artisti, personalità della società civile e politica interna al Paese e quella in esilio e tanti cittadini tra cui molti giovani. Il tentativo è quindi quello di cancellare ogni forma di testimonianza che ambisca a entrare nel Palazzo. A ricordare che la repressione delle voci indipendenti dell’opposizione, ha radici lontane, non solo dal febbraio 2022. C’è Jury Schekhochikhin morto nel 2003. Il giornalista della Novaya Gazeta e autore d’inchieste sulla criminalità organizzata, servizi segreti, il famigerato Kgb, e i suoi piani alti e la corruzione morì con i sintomi da avvelenamento simili a quelli dell’ex agente Kgb Litvinenko, , divenuto dissidente emorto a Londra.
Chiunque s’impegni in politica da voce libera in Russia mette a rischio la vita sua e dei suoi cari. Capire che questo è il quadro serve ad apprezzare il senso e il rilievo della loro scelta. Anche per questo fanno impressione le immagini degli incontri che da vari angoli della Russia vengono condivise dai candidati che si presentano con lo slogan “Per la pace e la per la libertà! Per una vita senza paura!”. La cosa che colpisce è che la maggioranza dei presenti, nel 2022 era poco più che un adolescente cresciuto con la guerra. Sono giovani che hanno frequentato le scuole in cui il regime ha imposto gli “incontri sulle cose importanti”. Una “lezione” di patriottismo in cui l’operazione speciale viene presentata come necessaria per denazificare l’Ucraina: Kiev viene descritta come l’aggressore, la Russia come una vittima. Ci sono immagini di queste sessioni in cui i bimbi e i ragazzi sfilano con carri armati di cartone, i più grandi “giocano” con armi giocattolo. Spesso partecipano reduci dal fronte che salutano al grido «La vittoria è con noi e i nostri non li abbandoniamo». In un video, una donna chiede al bambino appena preso dall’asilo «Cosa hai imparato oggi di bello?». Il bimbo risponde: «Che la guerra è bella e che fare la guerra è il mio sogno».
Questa è l’atmosfera in cui sono diventati grandi i ragazzi che partecipano agli incontri di Jabloko: eppure le loro domande, i loro interventi, le loro condivisioni lasciano intendere che la propaganda diffusa da media, scuole e università non è riuscita a spegnere l’istinto naturale di vita, pace e libertà. Questa meglio gioventù russa c’è. Si è esposta appena Jabloko ha iniziato la campagna elettorale chiedendo di far sentire la propria voce. Le centinaia di giovani accorsi davanti al tribunale durante il processo per l’esclusione dalle elezioni hanno rappresentato un passaggio importante. La conferma dell’esclusione mira a rimandarli a casa. Sono seguite le azioni repressive e intimidatorie. Diversi i giovani fermati solo per essersi presentati nei pressi del tribunale e alcuni reclusi per diversi giorni. Una coppia di fidanzati ha raccontato i trattamenti subiti, e ha poi abbandonato il Paese. Un ragazzo ha raccontato sui social che non avrebbe retto un altro arresto temendo di venire spedito al fronte. Altri hanno riportato di aver subito perquisizioni perché identificati con le telecamere nei pressi del tribunale e consigliano di lasciare la propria abitazione e allontanarsi possibilmente fuori dalle città. Nonostante questo gli incontri hanno continuano a essere molto partecipati. Forse anche perché questi giovani sanno di essere il futuro mentre chi siede al Cremlino prima o poi sarà per forza il passato.

Von der Leyen in visita nei Balcani

© ANSA/EPA

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarà in visita nei Balcani occidentali dal 30 settembre al 2 ottobre.

Per von der Leyen si tratta del sesto anno consecutivo di visita nella regione. Durante la missione la presidente si recherà a Tirana, Pristina e Skopje, dove incontrerà i capi di Stato e di governo e visiterà alcuni progetti finanziati dall’Ue. Al centro dei colloqui, ha spiegato la portavoce, ci saranno “i prossimi passi nel percorso dei partner della regione verso l’adesione all’Ue e i progressi nell’integrazione graduale, sostenuta dal Piano di crescita per i Balcani occidentali”. “Alla luce delle prossime elezioni parlamentari e generali in Bosnia-Erzegovina e in Serbia, la presidente della Commissione visiterà i due Paesi in un secondo momento” ha specificato.
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Gossip, maldicenza o informazione ecclesiale?

di: Marco Vergottini

silenzio

Il pettegolezzo ecclesiastico non abita più soltanto sacrestie e corridoi di curia. Ha imparato a digitare: oggi si presenta come indiscrezione, retroscena, pubblicazione di lettere riservate. Chi frequenta con qualche assiduità la rete ecclesiale italiana sa di che cosa stiamo parlando.

Ci sono siti e blog che – in nome di una conclamata trasparenza, nonché della responsabilità di «non poter tacere» o di spifferare su presunti intrighi e malaffari da svelare – non esitano a ergersi a censori del malcostume nella Chiesa e a paladini di un’informazione veritiera, ancorché scomoda.

Negli ultimi mesi abbiamo verificato una casistica tutt’altro che immaginaria: nomine episcopali anticipate rispetto alla comunicazione della Santa Sede; candidati dati per certi, favoriti o «bruciati»; cordate, veti e ambizioni personali attribuiti sulla base di fonti non identificabili; visite apostoliche trasformate in processi pubblici; vicende personali raccontate attraverso mezze notizie e allusioni.

Si è arrivati persino a fabbricare deliberatamente false nomine episcopali, utilizzandole come esca per smascherare chi avrebbe ripreso la notizia senza citarne la fonte. Non facciamo nomi: casi, date e testi sono tutti reperibili e verificabili. Non stiamo dunque combattendo contro fantasmi.

I panni sporchi

Nessuna nostalgia, sia chiaro, per l’omertà travestita da prudenza ecclesiale. Il giornalismo d’inchiesta è necessario anche nella Chiesa. Gli abusi devono essere denunciati, le coperture smascherate, le opacità economiche documentate, l’esercizio arbitrario dell’autorità criticato. Essere vescovo, cardinale, superiore religioso, rettore di seminario o teologo non conferisce alcuna immunità dalla critica. E invocare il bene della Chiesa per occultare comportamenti censurabili sarebbe la peggiore caricatura della comunione ecclesiale.

Proprio per questo, però, l’informazione deve rimanere informazione. Un fatto è un fatto; un’ipotesi è un’ipotesi; un’indiscrezione è un’indiscrezione. E l’intenzione di una persona non diventa un fatto perché qualcuno sostiene di conoscerla.

Qui si apre la zona grigia. Si parte da un avvenimento verificabile e si scivola quasi impercettibilmente verso il movente: costui ambisce, quello trama, l’altro prepara la propria ascesa, un altro ancora costruisce alleanze, cerca protettori, elimina concorrenti. La grammatica è semplice; la verifica un po’ meno. Per confermare un fatto occorrono prove. Per attribuire un’ambizione non può bastare un retroscena.

Il giornalismo accerta i fatti, mentre il gossip pretende talvolta di conoscere anche le anime.

Il toto-vescovi

Il fenomeno diventa particolarmente sgradevole quando riguarda le nomine episcopali. Da qualche tempo la previsione delle nomine di futuri vescovi sembra essere diventato una specialità del giornalismo ecclesiastico: candidati in pole position, candidature tramontate, veti incrociati, sponsor cardinalizi, promossi, bocciati, favoriti. Il discernimento, nel frattempo, può attendere.

Si dirà: è sempre accaduto. Certamente. Anche nei corridoi vaticani le indiscrezioni non sono nate con Internet. Ma la rete ha cambiato la loro natura: ciò che ieri rimaneva una confidenza fra pochi oggi viene pubblicato, indicizzato, rilanciato e consegnato indefinitamente alla memoria digitale. E qui nasce una questione che non riguarda soltanto la buona educazione.

Una candidatura episcopale ancora in esame è una realtà delicatissima. Pubblicare il nome di una persona, attribuirle appoggi, nemici, ambizioni o appartenenze può incidere sulla sua reputazione e sulla definizione della designazione stessa. Chi anticipa una nomina non sempre si limita a raccontarla: può diventare, magari volontariamente (?), uno degli attori del processo che sostiene soltanto di osservare. Non occorre pensare a complotti. Basta conoscere il funzionamento della comunicazione.

La reputazione non è un privilegio clericale

C’è poi la persona. Strano destino quello di chi ricopre un incarico ecclesiastico. Si direbbe talvolta che, acquistando notorietà, perda contemporaneamente il diritto alla reputazione. Il vescovo può essere criticato, naturalmente; ma può anche essere dileggiato? Il teologo può essere contestato; ma gli si possono attribuire intenzioni che non ha mai dichiarato? Un candidato all’episcopato può essere valutato da chi ne ha la responsabilità; ma può essere preventivamente consegnato alla rete come ambizioso, carrierista, protetto o inadeguato?

C’è inoltre un’asimmetria che la rete rende feroce. L’accusa occupa il titolo; la smentita, quando arriva, qualche riga. Il sospetto corre; la rettifica arranca. E soprattutto resta una traccia. Chiunque abbia avuto a che fare con i motori di ricerca sa che una domanda insinuata oggi può tornare fra cinque anni sotto forma di precedente: «Del resto, già allora si era parlato di…». Si era parlato. Da chi? Sulla base di che cosa? Con quale verifica?

Non importa più. Il sospetto ha ottenuto la cittadinanza digitale.

Non chiamiamola parresia

È a questo punto che la questione diventa propriamente ecclesiale e cristiana. La parresia evangelica non è il diritto di dire tutto ciò che si sa, tanto meno tutto ciò che si crede di sapere. Non gode dell’impunità della parola: se ne assume la responsabilità. La parresia ha un volto. La maldicenza preferisce il retroscena.

E non basta dire: «Ma la notizia era vera». Anche la verità possiede un’etica. Esistono il contesto, la proporzione, la rilevanza pubblica, il rispetto della vita privata, il diritto al contraddittorio. Soprattutto esiste la persona della quale stiamo parlando. Dire la (supposta) verità può ferire. Ma ferire qualcuno non è una prova che si sia detta la verità. Perché la parola può uccidere una reputazione senza versare una goccia di sangue.

Naturalmente esistono fonti che devono essere protette. L’anonimato può essere indispensabile per consentire a una vittima di parlare o a un testimone di denunciare fatti gravi senza esporsi a ritorsioni. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proteggere una fonte è cosa assai diversa dal trasformare la fonte anonima in una licenza per insinuare qualsiasi cosa. Quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore è l’onere della prova.

Non si tratta di parlare meno. Talvolta occorre parlare molto più di quanto abbiamo fatto. Si tratta nondimeno di assumersi la responsabilità di ciò che si dice. Il veleno non diventa acqua benedetta perché circola in ambienti ecclesiastici.

Si può controfirmare con il proprio nome o nascondersi dietro l’anonimato. Si possono invocare la trasparenza, il diritto di cronaca, la libertà d’informazione, persino il bene della Chiesa. Ma chi offende la dignità delle persone, deforma i fatti, inventa circostanze, manipola notizie e insinua colpe non documentate non esercita alcuna parresia. La menzogna, la calunnia e la maldicenza non diventano cristiane perché hanno per oggetto uomini e cose di Chiesa. E un simile modo di usare la parola non può fregiarsi del nome cristiano. Semplicemente.

Settimana News

Davanti all’Alzheimer senza paura

Davanti all’Alzheimer senza paura

Avvenire

Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Il messaggio principale di questa ricorrenza è l’invito a tutti cittadini perché affrontino la malattia con coraggio, fortezza, generosità, preparazione psicologica e competenza clinica. L’organizzazione in tutta Italia della serie di eventi “Alzheimer Fest” è la dimostrazione concreta dell’impegno di molti perché le demenze possano essere affrontate senza timore, aiutando con serenità e consapevolezza chi è malato e chi vive attorno a lui.
Recentemente sono andato a trovare un vecchio professore, al quale devo molto per la mia formazione di medico. Gli ho parlato, preoccupato, delle crisi del nostro tempo, delle follie di chi dovrebbe aiutare il mondo a crescere, delle difficoltà della medicina come sistema organizzato, del lavoro clinico, anche delle persone affette da demenza e delle loro grandi difficoltà, della possibilità non sempre garantita di curare chi ha bisogno. Salutandomi, mi ha detto solo: «Non abbiate paura».
Mi ha impressionato, e mi sono chiesto cosa intendesse dire. Forse: non rinunciate al coraggio di fronte a situazioni umanamente e culturalmente difficili; all’incertezza sulle cure possibili e su quelle impossibili; a investire il vostro sapere nella cura, anche quando si devono affrontare rischi e timori e il solco tra il sapere e l’agire in clinica sembra troppo vasto. Non rinunciate a coinvolgere cuore, mente e braccia in atti di cura, guidati da un’intelligenza generosa. Io, medico, trasferisco l’invito del vecchio professore alle persone che mi chiedono cura, consiglio, giudizio, supporto, dando al “non abbiate paura” non il senso irrealistico secondo il quale il futuro sarebbe privo di dolore e di sofferenza ma l’unico contenuto che posso personalmente garantire: l’impegno a percorrere assieme a chi ha bisogno, a chi è solo, incerto, impaurito il pezzo di strada che è necessario percorre con competenza, corto o lunghissimo non posso saperlo. E che anche le comunità possono garantire di essere barriere al dolore e alla fatica di vivere che si accompagnano alla solitudine.
La paura è talvolta utile per capire la vita, i suoi pericoli, le cattiverie palesi e nascoste; creare un rapporto di fiducia e di accompagnamento protettivo con chi soffre evita però che la paura devasti e paralizzi le scelte positive che si devono compiere per rispondere alle proprie responsabilità umane, in qualsiasi condizione. Il “non abbiate paura” diventa così un messaggio concreto, realizzabile nei vari momenti dell’esperienza della persona che soffre e di chi vive con lui, di chi ha bisogno della certezza che la sofferenza non sarà mai trascurata, lasciata sola, accompagnata dal sentire positivo secondo il quale c’è sempre qualcuno che la rende la vita meno faticosa. Il mondo, nonostante i molti segnali negativi, lascia spazio alla relazione, a chi ha deciso di essere vicino senza egoismi, con l’aperta gioia di essere importante per chi soffre.
È una conquista di tutti i giorni, realizzata con calore e amore, anche con rigore, coscienti di accompagnare chi non si lascia illudere dalle banalità o da speranze infondate, ma nemmeno schiacciare dal dolore.Il rapporto d’amore permette la cura anche nella demenza.
Le emozioni della persona affetta da demenza sono più durature, più accessibili rispetto alla memoria compromessa nella malattia. Su questo fondamento si costruisce il rapporto d’amore, che viene colto dall’ammalato, ricevendone momenti di benessere. “Percepire (feeling) anche senza memoria nella malattia di Alzheimer” rappresenta la base biologica della capacità di interpretare positivamente l’amore ricevuto. In questo ambito non tutto è chiarito a proposito del rapporto tra emozioni e processi mnemonici, ma l’esperienza clinica induce a ritenere certa la capacità della persona ammalata di percepire un atto d’amore e di coglierne l’aspetto positivo.
Qualcuno sostiene che l’insistenza sull’amore come criterio dominante nel rapporto di cura delle persone con demenza potrebbe indurre a pensare che si voglia forzare un comportamento lontano dalla realtà, patrimonio solo di alcuni particolarmente votati per motivazioni di ordine affettivo, morale e religioso. Non è così: la scelta dell’amore è il fondamento operativo se si vogliono ottenere risultati nel ridurre il dolore e la sofferenza. Infatti “ti voglio bene” è l’ultima parola che scompare quando i sintomi della demenza prevalgono su ogni altra espressione dell’esperienza vitale della persona. In questa prospettiva si devono collocare le azioni di cura, volte a migliorare il benessere e a ridurre al massimo la sofferenza.
È necessario convincere chi presta le cure che le modalità con le quali queste vengono fornite è importante. Non si tratta semplicemente di evitare maltrattamenti (sempre inaccettabili, anche se agiti da un caregiver stanco e frustrato) ma di convincere che i singoli atti di ogni giorno (pulizia, alimentazione, tempo libero, somministrazione delle cure, accompagnamento a letto e nelle ore notturne…), se condotti con amore, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita dell’ammalato e sul suo benessere soggettivo.
Schematicamente mi permetto di ricordare i momenti più importanti nei quali possiamo affermare con competenza e impegno “non abbiate paura”. Non abbiate paura dei primi segni di malattia. Non abbiate paura della diagnosi: non è l’inizio di un viaggio senza scopo, ma una tappa della cura. Non abbiate paura della perdita di memoria, dell’incapacità di orientamento, del fatto che il vostro caro confonde i volti noti. Non abbiate paura della depressione, dell’apatia e dei deliri. Non abbiate paura della solitudine, di ricevere cure senza amore, di essere collocati in luoghi poco ospitali. Non abbiate paura che con la morte sparisca l’amore verso i vostri cari.
Per troppi anni le demenze sono state collocate in luoghi marginali sul piano culturale, psicologico, sociale, clinico. Oggi la situazione è in via di miglioramento, per alcuni aspetti molto veloce. In attesa degli avanzamenti della ricerca per arrivare a una terapia, l’atteggiamento di cura aperta e generosa verso l’ammalato è la risposta oggi più nobile ed efficace.

Carney a Strasburgo tra selfie e ovazioni: «L’alleanza tra Canada ed Europa un faro per le democrazie»

Il premier canadese Mark Carney al Parlamento Europeo

Avvenire

«Non siamo alleati di comodo», ma legati da «radici profonde» e da «valori condivisi, per cui abbiamo sempre combattuto e nella cui difesa dobbiamo rimanere all’erta». Dall’emiciclo del Parlamento europeo di Strasburgo, Mark Carney ha affidato a un intervento frammentato dagli applausi (ben più calorosi di quelli riservati il giorno prima a Ursula von der Leyen) la sua visione di un nuovo corso transatlantico che vede Europa e Canada dalla stessa parte. Uniti di fronte alla «frattura geopolitica» ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori dall’ordine internazionale fondato sulle regole e per reagire «alle nuove tempeste che scuotono le nostre società», dalla crisi climatica all’erosione degli standard democratici. E, se sviluppare «legami molto più stretti con l’Europa» in casa gode, secondo i sondaggi, del sostegno «di un’ampia maggioranza dei canadesi», l’idea stessa di mettere in piedi «un’alleanza per il futuro» con l’Ue «sarebbe un faro per le altre democrazie», ha detto il premier canadese, rispondendo (con qualche sfumatura) all’invito della presidente della Commissione a fare di Ottawa il primo “membro associato” dell’Unione.
Che Carney abbia vinto i cuori di una classe politica Ue in cerca di ispirazione lo si era capito da subito, perlomeno sin dalla corsa al selfie tra gli eurodeputati al suo ingresso in Aula (la capogruppo dei verdi, la tedesca Terry Reintke, ha giocato facile sfoggiando la maglia della nazionale canadese di hockey su ghiaccio), mentre il coro «Usa, Usa» abbozzato in solitaria da un esponente dell’ultradestra veniva spento sul nascere da un sorriso dello stesso canadese, poco prima di prendere la parola. Al termine di un discorso in inglese e francese ricco di richiami storici e letterari, l’ovazione (con vistose eccezioni tra i banchi di patrioti e sovranisti) non ha fatto altro che sancire la scommessa dell’Eurocamera sul leader che a gennaio, da Davos, aveva teorizzato la resistenza delle democrazie liberali per salvare un multilateralismo fiaccato dalle bordate delle autocrazie. Tuttavia, ha insistito Carney, «un’alleanza non si definisce in base a ciò a cui ci opponiamo, ma a ciò che proponiamo: libertà, solidarietà, prosperità, sostenibilità». Un messaggio recapitato poco dopo in conferenza stampa direttamente a Trump, che nelle ore precedenti aveva minacciato di tornare a colpire con la clava dei dazi l’avvicinamento tra Bruxelles e Ottawa: «Un’alleanza è un processo positivo. Lo dico al presidente degli Usa: un Canada più forte e resiliente è un partner migliore anche per gli Stati Uniti».
Carney ha precisato di non voler proporre «la creazione di un terzo blocco per rivaleggiare con le grandi potenze, ma con le buone maniere». Semmai, il partenariato con l’Ue è una questione di sovranità, «la quale oggi richiede un accesso sicuro all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori, alle materie prime critiche, ai sistemi di pagamento, alle tecnologie per l’energia pulita, ai vaccini e alle comunicazioni satellitari». È sui temi, infatti, che si è soffermato a lungo, per dettagliare gli ambiti in cui, andando oltre l’attuale rapporto commerciale, Ottawa e Bruxelles dovrebbero muoversi fianco a fianco: dai minerali critici all’energia fino alle capacità di calcolo. Il Paese nordamericano, ad esempio, «dispone di giacimenti di più di 34 materie prime critiche ed è tra i principali produttori delle 10 più essenziali» per chip, batterie e tecnologie rinnovabili: insomma, «la nostra alleanza può contribuire a colmare il bisogno dell’Europa di forniture affidabili, quello del Canada di capacità avanzate di trasformazione e l’obiettivo comune di costruire filiere complete». Ma Ottawa si candida anche a rifornire l’Europa di idrogeno e gas e a sviluppare insieme «protocolli di sicurezza per l’intelligenza artificiale» e «un mercato integrato per i servizi finanziari». Senza dimenticare l’ingresso in Erasmus+, «che può offrire agli studenti l’opportunità di frequentare alcune delle migliori università al mondo». Tasselli di una relazione privilegiata che guarda oltre le distanze geografiche perché «Canada ed Europa sono legate da un’affinità elettiva, scelta e rinnovata. E proprio per questo più forte».

Formazione nei seminari spagnoli e maturità affettiva: il contributo insostituibile dei sacerdoti sposati come formatori

La notizia diffusa da InfoVaticana sulla revisione dei percorsi formativi nei seminari spagnoli — focalizzata sul rafforzamento della maturità affettiva, dell’equilibrio umano e del discernimento vocazionale per i futuri presbiteri — affronta uno dei nodi più cruciali per il futuro della Chiesa. Riconoscere che la preparazione al sacerdozio non può ridursi a un mero addestramento nozionistico o rubricale, ma deve plasmare uomini umanamente solidi, capaci di relazioni sane e di una reale maturità affettiva, è un passaggio d’importanza fondamentale.

Tuttavia, per raggiungere davvero questo obiettivo, è necessario che anche la squadra dei formatori e degli accompagnatori spirituali rifletta una conoscenza profonda e vissuta delle dinamiche affettive e relazionali.

Per un’effettiva maturità affettiva: la testimonianza del clero coniugato

Chi meglio di chi vive quotidianamente l’intreccio tra consacrazione spirituale, dinamiche affettive, vita di coppia e paternità può accompagnare i giovani seminaristi nella comprensione della propria affettività?

  • Superare l’autoreferenzialità nei seminari: Inserire i sacerdoti sposati tra i formatori e i docenti dei seminari permetterebbe ai candidati al sacerdozio di confrontarsi con una testimonianza di vita concreta, equilibrata e non teorica sulla gestione delle emozioni, della solitudine e della relazione con l’altro.

  • Integrazione tra grazia e natura: I sacerdoti che hanno vissuto la grazia del matrimonio e custodiscono una solida formazione teologica formale e titoli pontifici rappresentano una figura d’equilibrio ideale per aiutare i giovani a discernere la propria vocazione con trasparenza e serenità.

La proposta del Movimento: un’opportunità di Realismo Pastorale

La riflessione avviata in Spagna trova una risposta organica nella proposta elaborata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  1. Valorizzare le competenze educative e teologiche: La riammissibilità dei presbiteri sposati non risponde solo all’emergenza delle parrocchie senza Messa, ma offre alla Chiesa formatori qualificati per i futuri sacerdoti.

  2. Un servizio alla salute umana e spirituale del clero: L’affiancamento dei sacerdoti sposati nella formazione dei seminari prevenirebbe fenomeni di isolamento, impreparazione affettiva e burnout che purtroppo colpiscono molti giovani presbiteri.

  3. Piena sintonia con Papa Leone XIV: Offrire questa ricchezza educativa alle diocesi rappresenta una scelta di grande realismo pastorale, capace di preparare pastori maturi, equilibrati e pronti a servire il Popolo di Dio con gioia.

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Le navi italiane potrebbero presto presidiare lo stretto di Bab el-Mandeb (senza aspettare l’Ue)

Guido Crosetto

Ogni ritardo nell’arrivo delle merci significa maggiori costi per le persone, un peso ancor più insostenibile per le famiglie più deboli. Ecco perché, «di fronte alla difficile situazione» nello stretto che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto annuncia che verranno avviate – previo passaggio parlamentare ovviamente – navi militari italiane nello stretto di Bab el-Mandeb, senza aspettare l’Europa. «Abbiamo deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides (la missione militare dell’Ue nella zona, ndr ) a decidere se le navi possono passare o meno», spiega durante il suo intervento alla quarta edizione del Forum “Risorsa Mare” a La Spezia. «Probabilmente ci attiveremo in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra – sottolinea – perché ritardare i tempi in casi come quello significa ritardare l’economia, significa aggravare problemi». Anche perché quando una rotta marittima viene interrotta, «le merci arrivano in ritardo, i costi aumentano e crescono i prezzi per famiglie e imprese – il seguito del ragionamento del ministro -. E ogni crisi economica colpisce soprattutto le persone più fragili, mettendo a rischio la coesione sociale e la stabilità del Paese». Per Crosetto, «difendere la libertà di navigazione significa quindi proteggere i nostri approvvigionamenti, il lavoro delle aziende, il potere d’acquisto delle famiglie e la capacità dell’Italia di produrre ricchezza».
E dopo il blocco dello stretto di Hormuz la via meridionale attraverso quello di Bab el-Mandeb è l’unica alternativa, dove transita il 12% del commercio globale. Secondo i dati Lloyd’s List, riportati da ShipMag , infatti, da inizio estate sono ancora sopra le 1.200 unità al mese le navi che attraversano questo percorso, con un aumento del 28% di navi e del 43% di tonnellaggio rispetto all’estate 2025 ma con volumi di traffico del 39% sotto i livelli precrisi. Negli ultimi giorni le navi sarebbero di media 27 al giorno.
Il titolare della Difesa premette comunque di non decidere nulla «adesso» sul numero della navi militari italiane che verranno inviate per garantire la navigazione nello stretto. «È una situazione di questi giorni – prosegue Crosetto – valuteremo con il Governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, mandiamo a protezione delle navi mercantili». Per ora, conclude, «Gibuti non viene toccato da quello che stanno facendo gli Houthi», i ribelli yemeniti che, con l’appoggio di Teheran, hanno preso il controllo di tre isole lungo lo stretto mettendo a rischio la navigazione in quel tratto di mare. Ma il ministro della Difesa è convinto che «non possiamo permettere che ritardi decisionali burocratici aggravino una situazione già complessa, con conseguenze dirette sulla nostra economia e sulla vita dei cittadini».

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Avvenire

Román de la Cruz Hernández era parroco in un territorio usato dai narcos per il traffico illegale di carburante. Ignoti i moventi e i mandanti dell’omicidio

Una chiesa e alcune case, sullo sfondo le montagne

Hanno abbandonato il suo corpo a bordo strada, non lontano dalle vie usate dai narcos per trafficare illegalmente droga e petrolio. Sulla sua schiena hanno lasciato un cartello con scritte alcune minacce. Il sacerdote Román de la Cruz Hernández è stato ucciso il 15 settembre a Huejutla, nello Stato di Hidalgo, Messico centrale. La notizia è stata data ieri e tutto fa pensare che la morte sia stata un’esecuzione, con mandanti per ora senza un’identità. Sul suo corpo sono state trovate ferite compatibili con colpi d’arma da fuoco. De la Cruz Hernández era prete da vent’anni e operava nella parrocchia Santa Cruz. Una comunità relativamente piccola – 1.500 i fedeli – ma collocata in un luogo tristemente strategico per i gruppi criminali. Nella zona passano le rotte per il traffico di carburante, molto redditizie per i cartelli del Paese. Un mercato illecito che comprende sia il carburante ottenuto con furti da oleodotti statali, che quello preso oltreconfine. Il valore di questo secondo segmento – hanno stimato funzionari messicani – supera i 20 miliardi di dollari all’anno. Attorno alle rotte, si abbatte la brutalità dei cartelli. «Di fronte all’allarmante situazione di violenza che si vive nel nostro Paese ci sentiamo sgomenti» ha scritto il vescovo José Hirais Acosta Beltrán in una nota. «Rivolgiamo un appello urgente all’autorità competente, affinché porti a termine un’indagine esaustiva» e perché il crimine «non resti impunito». Anche la Conferenza episcopale messicana lanciato un appello «urgente» alle autorità di Hidalgo perché si chiarisca la dinamica dell’accaduto.
Román de la Cruz Hernández è l’ennesimo sacerdote che diventa una vittima. Ad aprile di quest’anno, nello Stato del Chiapas, la morte sospetta di un altro prete – don Juan Manuel Zavala Padrigal – aveva lasciato sgomenta la sua comunità. L’uomo era scomparso una domenica subito dopo aver celebrato una messa, e ritrovato alcuni giorni dopo senza vita. I paramenti liturgici e la sua Bibbia erano sparsi attorno alla sua automobile. Per le autorità la sua morte è stata un incidente, versione a cui però non si arrende la comunità locale. Nel 2022, un duplice omicidio era avvenuto dentro una chiesa: due gesuiti di 78 e 80 anni, Javier Campos Morales e Joaquín César Mora Salazar, stavano cercando di dare rifugio a un uomo nella loro struttura religiosa di Cerocahui, minuscolo villaggio della Sierra Tarahumara, nel nord del Paese. Poi l’irruzione di alcuni uomini armati e una raffica di proiettili: morirono tutti e tre.
Sono 63 i preti uccisi nel Paese tra il 1990 e il 2025. Nell’80% dei casi, i crimini sono rimasti impuniti. I dati sono del Centro Católico Multimedial, che aiuta anche a inquadrare alcune motivazioni per cui la Chiesa cattolica viene colpita dalla criminalità (sebbene non tutti i casi abbiano un legame dimostrato con i narcos). «La criminalità organizzata in Messico attua una strategia di violenza specifica contro i sacerdoti cattolici perché questi spesso sono “stabilizzatori sociali” che ostacolano il suo controllo territoriale – si legge nel report relativo al 2025 – Le intimidazioni criminali sono strategiche nei confronti dei sacerdoti e delle comunità cattoliche, ma non sono dovute a una persecuzione di natura religiosa: bensì al fatto che il Paese presenta un elevato rischio nell’esercizio di professioni come il sacerdozio, il giornalismo e la difesa dei diritti umani». Nell’ultimo biennio (2024-2025) 3 sacerdoti sono stati uccisi e uno è scomparso. Un numero in leggero calo rispetto agli anni precedenti. Ma con un altro drammatico risvolto. Ad essere colpito è un numero crescente di persone laiche impegnate in incarichi pastorali. In 23 sono state uccise, sempre nel biennio 2024-2025.
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