I preti operai: “uomini di frontiera” in fabbrica

L’esperienza dei preti operai è stata molto importante per la Chiesa e per la società. All’epoca “Chiesa in uscita” si diceva “uomini di frontiera”, come erano quei sacerdoti.
Per parlare dei preti operai ricordo due figure, don Gianni Fornero, sacerdote della Diocesi di Torino, e don Gino Piccio, sacerdote della Diocesi di Casale Monferrato.
Prete, operaio in fabbrica, militante sindacale, fondatore della Gioc (Gioventù Operaia Cattolica), don Gianni Fornero ha saputo portare a compimento un percorso iniziato con le esperienze dei cappellani del lavoro e dei preti operai, frutto delle aperture del Concilio e della volontà di stabilire un rapporto nuovo tra la Chiesa e mondi che sembravano lontani. Attraverso la maturazione di un’attenzione straordinaria per i giovani lavoratori, il suo itinerario si è poi sviluppato ulteriormente con responsabilità sia a livello nazionale che internazionale, in cui ha trasferito questa sua sensibilità e profuso il suo grande carisma. L’impegno di don Fornero nella Pastorale sociale e del lavoro è diventato un modello di riferimento che continua anche dopo la sua morte, avvenuta il 4 giugno 2004.

Don Gianni Fornero
Don Carlo Carlevaris lo ricordava con queste parole: “Nella vita ci sono momenti, incontri, percezioni nuove che cambiano i programmi preparati da tempo, le strade intraprese, i contesti sociali in cui si è vissuti sino a quel momento. Anche i sogni prendono altre colorazioni. La vita può cambiare anche radicalmente. Ad un piccolo gruppo di seminaristi, alla vigilia della ordinazione sacerdotale, arriva un messaggio, un invito, una sfida: ‘Diventare preti di un mondo, di una società che non conoscete. Lì dobbiamo annunciare il Vangelo… spezzando il loro pane, facendo il loro lavoro, assumendo quanto di vitale, di fatica, di incertezze è proprio della loro condizione, condividendo il sogno di una società alternativa, offrendo una dimensione spirituale a loro accessibile e una realtà di Chiesa in cui ci sia posto anche per loro. Dove possiate incontrare il Cristo della bottega di Nazareth e i sogni di una società nuova in cui il Cristo è presente con abbigliamenti inconsueti, atteggiamenti e attitudini della gente comune, con questo popolo di operai, di lavoratori che guardano il cielo dal fumo e nel rumore assordante delle macchine’. Nel 1967 questa proposta giunse ad una decina di seminaristi a pochi anni dalla ordinazione”. Proseguiva don Carlevaris: “Gianni Fornero, con alcuni altri, accettò con entusiasmo questo invito, quella sfida. Fu così che la prospettiva della sua vita cambiò radicalmente. Questa squadra di giovani seminaristi-operai si immerse in quel progetto dopo che aveva ottenuto da Padre Pellegrino il suo assenso e la sua partecipazione. Alcuni di loro furono con me i primi preti-operai. Da loro, da Gianni, Silvio, Silvano, Giacomo, Gianni Gili, Beppe, Felice, Tom, nacquero la Missione Operaia, la Gioc, il Progetto Comune, i Cmo (credenti adulti), con padre Pellegrino che ci seguiva e consultava. Così si realizzava il nostro sogno di annunciare il Vangelo, di evangelizzazione della classe operaia. Così pensavamo di realizzare un’esperienza di una Chiesa in cui la classe operaia trovasse il suo posto. Abbiamo vissuto questo tempo”.
Don Gino Piccio, mandato a lavorare nei campi dai modesti genitori già all’età di 14 anni, ha sempre considerato il lavoro manuale un modo per avvicinare le persone nei momenti più veri della loro esistenza. Pur ordinato prete, alla fine degli anni ’40 fa il bracciante agricolo ed il consigliere spirituale tra le mondine del Vercellese. Nel 1966, ispirato dai dibattiti che seguirono il Concilio Vaticano II, ottiene (terzo prete in Italia dopo Bruno Borghi e Sino Politi) dal vescovo Angrisani il permesso di lavorare in una piccola fabbrica del Casalese, dove rimane per sei anni.
Don Gino lascia già alla metà degli anni ’60 la parrocchia per la scelta della fabbrica, come prete operaio, e va ad abitare in una casa popolare di via Rosselli, dove si sposta anche il gruppo di amici che si riunivano allora nella sacrestia della parrocchia di S. Stefano. Il Vaticano II aveva riaperto la possibilità per i preti di accedere al lavoro ed aveva esortato la Chiesa ad essere povera e per i poveri. Dopo sei anni di fabbrica intraprende, di sua iniziativa, un giro a piedi, senza nulla portare con sé, per visitare tutti i preti delle parrocchie della diocesi e interrogarsi con loro sulla possibilità di una presenza nuova tra la gente, spinto, ancor prima che dal Concilio, dal detto evangelico: “Gesù mandò i dodici in missione dopo aver dato loro queste istruzioni… Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente. Non procuratevi monete d’oro o d’argento o di rame da portare con voi. Non prendete borse per viaggio, né un vestito di ricambio, né sandali, né bastone…” (Matteo 10, 5-10; Marco 6,7-13; Luca 9, 1-6). Don Gino propone di regalare ogni bene ai poveri, di non prendere soldi per le attività sacerdotali ed infine di andare a lavorare insieme con la gente. I parroci e il vescovo sono interessati ma perplessi nel mettere in pratica le proposte radicali di questo “prete viandante”, benché non ne impediscano il cammino. Alcuni lo considerano matto, come capita spesso a chi vuole realizzare il Vangelo in modo pieno. Altri lo ospitano per tentare l’esperienza nuova, ottenendo qualche frutto. Egli ritorna saltuariamente in via Rosselli per stare coi giovani. Il gruppo continua a riunirsi. Le aggregazioni di giovani e adulti, attorno ai primi, si moltiplicano ed agiscono sia parallelamente sia secondo la propria specificità. Discussioni, incontri, campi di lavoro, visite al carcere, interventi nei vari settori di vita familiare, scolastico, professionale, sindacale, politico, nel campo della solidarietà e della cooperazione con il Sud del mondo e tante altre iniziative non cessano di impegnarli.
in Vita Casalese
L’esperienza dei preti operai non deve essere dimenticata e ci deve stimolare ad essere veramente una Chiesa in uscita.
Pastorale sociale e del lavoro diocesi di Casale Monferrato







