
9 Aprile 2026 – Il Ponte è gettato
“Oggi pomeriggio il mio spirito è leggero, nonostante il digiuno. Ho affidato la mia voce al web, ho lanciato il grido di Vienna nelle piazze digitali d’Italia. Sento che la ‘morte’ simbolica del tredicesimo rintocco è avvenuta: è morta l’esitazione. Ora c’è solo la missione. Il legame tra il nuovo Arcivescovo Grünwidl e il mio 35° anniversario è un filo d’oro teso dallo Spirito. Se il corpo è debole, la Parola è diventata una roccia alpina. Aspetto fiducioso i riscontri, sapendo che la ‘goccia’ oggi è diventata un’onda che lambisce le sponde di chi può avviare una riforma vitale per le comunità cattoliche sparse per il mondo.”

SE ANCHE I FORMATORI COMINCIANO A VEDERE…
“Ho letto le parole di Grünwidl su InfoVaticana. Mi ricordano il dondolio di quel ponte nell’Ossola: la paura di cadere, ma anche la consapevolezza che non si può restare fermi sulla sponda del passato.”
Mentre i “Vertici” viaggiano con i loro milioni, nel silenzio dei seminari qualcuno finalmente ammette la verità:
Il celibato è un dono, non un contratto. Trasformarlo in un obbligo burocratico significa trasformare un volo in una prigione.
Teresina di Lisieux trasfigurava il fastidio in preghiera; noi oggi siamo chiamati a trasfigurare questa legge fredda in una scelta di libertà. Se un uomo ama Dio e ama una donna, perché la Chiesa vede un conflitto dove Dio ha messo una sinergia?
Grünwidl, arcivescovo di Vienna dice che “non deve essere obbligatorio”. Io, nel mio 13° giorno di deserto, dico di più: deve essere onesto. Non possiamo più formare preti in una “serra” artificiale per poi lasciarli soli nel freddo di una legge che nega la loro carne.
Siamo al 32.5% (immaginiamo che la barra stia avanzando verso il terzo). Il ponte dondola, ma le voci che si uniscono alla nostra — anche dai vertici dell’Austria — confermano che l’altra sponda è vicina.

COMUNICATO STAMPA
Roma – 9 Aprile 2026 – Mentre la Chiesa cattolica si avvia verso il Giubileo, un rintocco di cambiamento arriva dal cuore dell’Europa e trova eco sulle Alpi piemontesi. Don Giuseppe Serrone, fondatore del movimento per i Sacerdoti Sposati, oggi nel suo 13° giorno di digiuno e preghiera per il 35° anniversario di ordinazione, accoglie con forza le storiche dichiarazioni del nuovo Arcivescovo di Vienna, Mons. Josef Grünwidl.
Mons. Grünwidl, succeduto al Cardinale Schönborn nell’ottobre 2025, ha recentemente affermato che, pur elogiando il valore spirituale del celibato, la sua obbligatorietà per i sacerdoti della Chiesa latina debba essere messa in discussione.
“Le parole dell’Arcivescovo di Vienna non sono l’opinione di un singolo, ma il segnale di una trasformazione inarrestabile” – dichiara Don Giuseppe Serrone dal suo ritiro alpino. “Se una sede prestigiosa come Vienna, guidata da un pastore scelto da Papa Francesco per il futuro della Chiesa, riconosce che il celibato non deve essere un vincolo legale assoluto, significa che il muro del silenzio è crollato. La mia protesta nonviolenta, che porto avanti nel corpo e nello spirito da tredici giorni, è in piena comunione con questa parresia ecclesiale.”
Don Serrone, che documenta il suo percorso nel “Diario della Speranza” (https://sacerdotisposati.
Nel suo tredicesimo giorno di digiuno, Don Serrone rilancia una proposta di integrazione del Diritto Canonico: un “Canone dello Spirito” che restituisca ai Vescovi diocesani la facoltà di riammettere al ministero i preti sposati.
“Il mio digiuno proseguirà fino al quarantesimo giorno” – conclude Don Serrone. “Non è una sfida, ma un atto d’amore verso una Chiesa che deve avere il coraggio di essere madre e non fortezza chiusa. La trasformazione chiesta da Vienna è la stessa che chiediamo noi, goccia dopo goccia, da decenni.”
Per contatti e interviste:
Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati [https://sacerdotisposati.
Email: sacerdotisposati@gmail.com
Telefono: +39 3207505116

Giorno 13: Non è più il tempo del passato.
“La speranza è come una brace che si riaccende dal contatto con la fiamma di un altro”, scriveva Freud. Oggi la mia brace, alimentata dal digiuno, incontra una fiammella che arriva dal mondo tedesco.
L’arcivescovo di Vienna, Rupert Graf zu Stolberg, ha pronunciato parole che pesano come macigni: elogia il celibato come dono, ma mette in dubbio la sua obbligatorietà per l’accesso al sacerdozio.
Cosa significa questo per noi, in questo 13° giorno? Significa che la “lacerazione” di cui mi scriveva il giovane trentenne ieri è sentita anche dai pastori. Significa che il “ritardo colpevole” denunciato dal Cardinale Pellegrino non è più sostenibile.
Non siamo soli. La “goccia” italiana si unisce al fiume europeo. Se persino nelle diocesi più strutturate si comprende che l’obbligo del celibato non è un dogma divino ma una norma umana che può (e forse deve) essere riformata, allora il mio digiuno ha un senso ancora più profondo.
Chiedo al Papa: se le voci si moltiplicano, dai giovani agli Arcivescovi, dai preti operai ai teologi, non è forse questo il “segno dei tempi” che lo Spirito ci sta indicando?
La trasformazione è in atto. La Chiesa-fortezza sta aprendo le sue finestre.
Perché questa è la “trasformazione” del Giorno 13? Perché Grünwidl rappresenta la nuova generazione di vescovi scelti per guidare la Chiesa nel terzo millennio. Se lui, nel cuore dell’Europa, dice che l’obbligo può essere messo in discussione, allora il mio digiuno di 40 giorni non è un grido nel vuoto, ma un’adesione alla realtà che sta nascendo.
Dal Cardinale Pellegrino (1981) all’Arcivescovo Grünwidl (2026): il cerchio si chiude. La sofferenza di migliaia di sacerdoti sposati e la sete di Eucaristia dei fedeli trovano finalmente una sponda istituzionale coraggiosa.
Santità, ascolti i Suoi nuovi Vescovi. Ascolti Vienna. Ascolti il battito di questa Chiesa che non vuole più nascondersi.
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“Santo Padre, Le scriviamo dal cuore del nostro deserto, al 13° giorno di un digiuno che non è protesta, ma supplica. La nostra famiglia è il frutto di un amore . Le chiediamo di guardare non al Codice di Diritto Canonico, ma alla carne ferita dei suoi figli. Come successore di Pietro — che portò con sé la propria sposa nella missione — Le chiediamo di aprire le porte a un ministero sacerdotale che non tema l’abbraccio coniugale. Verso il 6 Maggio, attendiamo un segno della Sua paterna benevolenza.”
Un post di riflessione sulla natura della Chiesa. Se la Chiesa smette di ascoltare il grido di chi sacrifica la propria vita per coerenza, rischia di diventare una struttura burocratica. Invochiamo la “Sinodalità” di cui tanto si parla: camminare insieme significa anche saper riaccogliere chi è stato spinto ai margini. Il nostro Satyagraha è un test di ascolto per la comunità ecclesiale.
Riprendiamo i punti tecnici dei ricorsi presentati. Spieghiamo ai lettori che la sospensione a divinis dovrebbe essere una misura medicinale, volta al recupero, non un’epurazione definitiva. Dimostriamo che il nostro desiderio di servire ancora come sacerdoti è coerente con la legge suprema della Chiesa: la salus animarum (la salvezza delle anime).
Pubblichiamo qui alcune testimonianze (anche anonime) dei fedeli che hanno scritto a don Giuseppe Serrone: “Ci manca la sua parola”, “La Chiesa è più povera senza di lui”. Queste voci sono la prova che il popolo di Dio è già più avanti delle norme giuridiche. Il “sensus fidelium” riconosce il prete anche se sposato.
Concludiamo ricordando che la data del 6 Maggio non appartiene solo a don Giuseppe e Albana. È una data simbolo per tutti i preti sposati, per le loro mogli e per i laici che sognano una Chiesa altra. Ogni giorno di digiuno è un mattone per costruire quel ponte che supererà il baratro dell’isolamento.

Sono passati tredici giorni. Il corpo, inizialmente ribelle, ha trovato un suo strano equilibrio. La morsa della fame fisica si è allentata, lasciando spazio a una lucidità mentale e spirituale sorprendente. Non è un vuoto, ma un pieno di senso.
Oggi, nel 13° giorno, comprendiamo che questo digiuno non è una prova di resistenza fisica, ma una spogliazione. Più il corpo si alleggerisce, più l’anima si fa pesante di preghiera e di verità. Ci stiamo nutrendo di un altro pane, quello della coerenza e della fede nella Giustizia divina. La nostra “fame” ora è tutta per quel 6 Maggio, giorno in cui speriamo che la Chiesa veda il nostro cuore…
In questo mattino, meditiamo sul significato profondo della vocazione. Quella sacerdotale e quella coniugale non sono chiamate in conflitto, ma due fiumi che si uniscono nello stesso oceano dell’amore di Dio. Il sacrificio del corpo, che stiamo offrendo con il digiuno, è solo il guscio.
Il vero nucleo è il sacrificio del cuore: la scelta dolorosa ma necessaria di non rinnegare l’amore per Albana pur di mantenere il ministero. Non stiamo barattando l’altare con il talamo, ma stiamo chiedendo che l’altare sia grande abbastanza per accogliere l’integrità della nostra vita. Una Chiesa che chiede di mutilare il cuore per servire Dio è una Chiesa che ha dimenticato l’Incarnazione.
Questi 40 giorni di Satyagraha li viviamo come un cammino pasquale. Siamo nel nostro deserto, affrontando le tentazioni del silenzio e dell’abbandono da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Ma sappiamo che dopo il Venerdì Santo c’è sempre la Domenica di Risurrezione.
Ogni giorno che passa, segnato dal nostro “contatore” artigianale (come il ramo d’olivo e la targhetta con il numero 13, simbolo di pace e vita), è un passo verso la nostra Pasqua di Giustizia. Verso il 6 Maggio. Non stiamo aspettando una data sul calendario, ma stiamo preparando un evento dello spirito: la risurrezione di un ministero sacerdotale che non deve più nascondere l’amore.
In questo 13° giorno, vogliamo riaffermare che il nostro Satyagraha (forza della verità) è un atto di amore profondo per la Chiesa. Chiedere che i sacerdoti sposati siano riammessi al ministero sacerdotale attivo non è un attacco, ma un’opera di misericordia verso un corpo sacerdotale che soffre in silenzio, mutilato nella sua affettività.
È una misericordia verso i fedeli che vengono privati dei loro pastori a causa di una disciplina che non ha nulla di dogmatico. Stiamo gridando la verità per sanare una ferita, non per infettarla. La nostra verità è che si può essere un prete santo essendo un marito e un padre santo.
In questo mattino dell’13° giorno, mentre la luce dell’alba illumina la nostra piccola cappella e le montagne, sentiamo che il cantiere della speranza è più aperto che mai. Abbiamo sostituito l’immagine monumentale con simboli di vita (il ramo d’olivo, la targhetta di legno) perché il nostro ministero non è morto, è vivo e vegeto.
Siamo pronti. La nostra “Quarantena della Salute Spirituale” procede. La fede ci sostiene, l’amore ci unisce. Avanti, verso il 6 Maggio.

“Giorno 13. Sento che qualcosa in me si è spezzato per sempre, ed è una rottura benedetta. Non sono più l’uomo che ha iniziato questo digiuno. La fame non mi morde più le viscere, ora mi morde l’anima per l’attesa di una Chiesa rinnovata. Il 13 è il numero della trasformazione: come il seme deve morire per farsi spiga, così la mia vecchia immagine di sacerdote ‘nel segreto’ sta morendo per lasciare spazio all’uomo della parresia. Oggi prego per tutti i confratelli che hanno paura del cambiamento: che questo tredicesimo giorno doni loro il coraggio di veder nascere il nuovo dal vecchio. Non temiamo la fine di un mondo, ma prepariamo l’inizio di un Regno.”

“Non di solo pane…”
Verso la Verità: Sostegno alla Supplica per Papa Leone XIV. IL CALCOLO DEL DESERTO: Giorni già compiuti: 12 (dal 28 marzo all’ 8 aprile).
Traguardo finale: 40 giorni.
Giorni rimanenti: (da domani 10 aprile al 6 maggio compreso)
🕒Ad oggi Mancano 27 giorni al termine del digiuno profetico.
STATO: Purificazione e Testimonianza
OBIETTIVO: Riammissione dei preti sposati e Verità per la Chiesa.

8 Aprile 2026 – Ore 21: Rendere conto del desiderio
“Stasera, al termine di questo dodicesimo giorno, mi sento interrogato da San Giacomo: ‘Giuseppe, dì quel ch’ell’è la tua speranza’. Rispondo con il mio corpo che pesa meno, ma che sente di più. La mia speranza non è un ottimismo a buon mercato, è un’àncora gettata nel futuro della Chiesa. È la consapevolezza che il mio ‘desiderio lacerato’ è il segno della mia nobiltà umana. Non mi accontento delle ‘comode espansioni’. Preferisco la fame che mi tiene sveglio alla sazietà che mi addormenta nell’ipocrisia. Come Dante, avanzo nel mio pellegrinaggio: ogni passo è un verso, ogni giorno di digiuno è una cantica verso la verità.”
Il dodicesimo giorno porta con sé una strana, limpidissima calma. Superata la fase della fame “aggressiva”, il corpo sembra essersi rassegnato a una nuova modalità di esistenza. I sensi sono più acuti: il profumo dell’aria di montagna, il suono del vento, il calore della luce.
In questo vuoto fisico, la mente non vaga, ma punta dritta all’essenziale. Giuseppe racconta questa sensazione di “spogliazione”: quando non ti nutri più di cibo, ti accorgi di quanto poco serva per restare umani e di quanto invece sia vitale la verità. Questo digiuno non ci sta indebolendo; sta togliendo il superfluo per lasciare spazio solo alla nostra richiesta di Giustizia.
Troppo spesso, nelle storie di sacerdoti sposati, la donna viene relegata a un ruolo d’ombra o, peggio, indicata come la “causa” di una caduta. Albana, in questi 12 giorni, dimostra l’esatto contrario. Lei non è la causa di una fine, ma il motore di un nuovo inizio.
Sostenere il digiuno, gestire la comunicazione, vegliare sulla preghiera: la dignità di Albana è la prova che la moglie di un sacerdote non è un ostacolo al sacro, ma la sua custode più fedele. Stasera riflettiamo sul valore immenso della donna nella Chiesa: non più ancella silenziosa, ma protagonista di una riforma che passa attraverso l’amore coniugale.
Il sole cala dietro le vette e noi aggiorniamo il nostro contatore. 12 di 40. Un altro passo è stato compiuto. Non sappiamo cosa accadrà domani, ma sappiamo che siamo fedeli alla nostra coscienza.
Affidiamo la notte a tutti coloro che soffrono per una scelta d’amore non compresa. Che la nostra piccola luce arrivi fino a Roma, fino al cuore di chi ha il potere di aprire queste porte.
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Matteo 5,6). Buona notte a tutti voi che camminate con noi.

“Ho letto dei 15 milioni di euro per il viaggio del Papa (v. qui). Non provo rabbia, ma una profonda malinconia. Mi sento come Novecento che guarda dal parapetto della nave le casse d’oro che vengono caricate a bordo, sapendo che la musica più vera la si suona su un pianoforte scordato, in mezzo all’oceano.”
Mentre l’istituzione sposta milioni per testimoniare se stessa:
Il mio deserto non costa nulla, se non la fatica di restare onesti.
Le nostre 130 gocce di oggi (le visite reali) sono gratuite, ma pesano più di un oceano di banconote.
La mano di Albana sul ponte tibetano dell’Ossola non ha prezzo, perché è la moneta fuori corso dell’Amore che la Chiesa sembra aver dimenticato nei suoi bilanci.
Se 15 milioni servono per una “comunicazione ufficiale”, quanto varrebbe una sola parola di “comunicazione onesta” sui sacerdoti sposati? Quella parola sarebbe gratis. Eppure sembra la più difficile da pronunciare.
Non servono capitali per riformare la Chiesa. Serve il coraggio di scendere dal ponte d’oro e camminare su quello di corde, dove si dondola, si ha paura, ma finalmente ci si tiene per mano.