Genitori e figli / Con la fine di una storia non finisce la vita

Una coppa di fidanzati lungo il Tevere, a Roma

Avvenire

E se una storia d’amore non sboccia. E se un corteggiamento incalzante durato tre anni non dà l’esito sperato. E se alla fine i due protagonisti vedono le loro strade separarsi. Davvero possiamo parlare di un fallimento di vita? Non la pensa così Luciano Corradini, pedagogista, uomo di scuola, e grande appassionato dell’educazione civica. Lo fa affidando a un libro il carteggio che allora giovane adolescente degli anni Cinquanta, ebbe con la sua «Beatrice» (nome scelto per tutelare la vera identità dell’allora ragazza, ma che ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle lettere), compagna di scuola superiore. «Si è trattato di una esperienza di notevole intensità, che ha insegnato a entrambi, con tonalità diverse, a capre il valore e il dramma della libertà, dell’amore, dell’amicizia, dell’impegno a «fare sul serio», con onestà, nello studio, nella progettazione esistenziale, nella vita di fede», scrive Corradini in «Incipit vita nova» (pubblicato da Ars cooperativa naturae, pagine 158, euro 22). L’autore si dichiara consapevole che «le esperienze presentate da film come «La febbre del sabato sera» o «Notte prima degli esami» possono intercettare l’attenzione dei giovani d’oggi più facilmente che un epistolario castigato degli Anni Cinquanta. Credo, però, che valga la pena di provarci», chiarendo di non voler fare prediche (lui che è padre, nonno e bisnonno), ma di raccontare sentimenti, pensieri e progetti «con molti tratti comuni ai giovani d’oggi». Un racconto fatto in prima persona, nato anche dalle tante notizie di amori «malati» e «finiti nel sangue» che spesso la cronaca ripropone in ambito giovanile.
Un ardore di conquistare l’amata, che si coglie nella letture degli scritti pubblicato da Luciano e Beatrice. Anzi di parte con tre lettere proprio della ragazza, e a una di queste è stato messo il titolo «Il primo bacio» (che sarà anche l’unico in questi tre anni di appassionata vicenda): «Luciano ricordati sempre che sei stato il primo uomo che mi abbia baciata, perché non è una cosa da dimenticare». E poco dopo scrive «Ti ringrazio dell’aiuto che mi dai col tuo amore e la tua preghiera, vorrei potertelo ricambiare in qualche modo». Si coglie una certa titubanza in Beatrice, ma che non scoraggia affatto il nostro Luciano che anzi le risponde: «Sai che ti porto (alla fine dell‘estate che li sta separando, ndr)? Un amore grande, immenso, infinito, limpido come il mare calmo e, come quello, profondo». Il carteggio è davvero un esempio di grande impegno per accendere il fuoco dell’amore nella sua Beatrice, che in diverse pagine ammette di non sentire quelle certezze che esprime Luciano. Ma quest’ultimo non demorde e prosegue il suo corteggiamento con pazienza, amore e tanta tenacia, che agli occhi di chi legge, onestamente, appare in un certo senso sprecata. «Adesso sei un po’ incerta e titubante – scrive –, ma sarai felice appieno quando mi dirai: Luciano ti voglio bene. Affidati a me, abbia fiducia in me, abbi fiducia in noi, NOI (il maiuscolo è dell’autore), che saremo vicini a Dio».
Anche l’aspetto religioso è uno dei fili rossi che attraversa questo carteggio triennale. Luciano arriva addirittura a chiedere una benedizione speciale su questo amore in nascita, a padre Pio da Pietrelcina, durante una visita che il giovane reggiano compì dal 21 luglio 1952 a San Giovanni Rotondo. Interessante il colloquio che Corradini ebbe con il frate. «Oggi ho parlato con lui. È stato fantastico. Senti: ti dico tutto. Ho confessato quei due o tre peccatucci che ho fatto in questi giorni, poi gli ho parlato in breve della mia vita, delle mie aspirazioni e infine…di te, tesoro. Lui rideva, si lisciava la barba e, vedendomi tutto assorto, raccolto in preghiera dinanzi a lui, mi diceva: «Stai calmo, figliolo». Quando ha sentito che sono innamorato di te, ha fatto…»Eh Eh, mo mo, guagliò, penza a studià». Ho insistito: «Padre, ma io ho intenzione di sposarla, di prepararmi a dare una famiglia santa al Signore». E lui, ridendo, «Beh, studia, prega e fa a modo: fa annà dritta la barca e tutto va bene!» Grazie, Padre». Forse anche in questo caso il santo frate di Pietrelcina vide lontano su questo amore adolescenziale. Eppure Luciano scrive a Beatrice: «Sono uscito entusiasta. Il nostro amore è approvato da un mezzo santo, che ci ha accettati come figli spirituali, che pregherà per noi, ricordandoci ogni giorno nella Messa al Signore! Vedrai che la barca andrà dritta». Forse quel consiglio di pensare a studiare rivoltogli da padre Pio nasceva dal fatto che la barca non procederà come sperato e non raggiungerà il porto sperato. La relazione tenuta riservata (quasi segreta) alla fine viene scoperta dal padre di Beatrice. Alla notizia che il padre di Beatrice le ha intimato di non frequentare più quel giovane, Luciano scrive:» Ho pensato e ripensato alla nostra situazione; non tanto come giovane ingolfato fino al collo nell’amore, ma come uomo che sa ragionare anche quando avrebbe voglia di sragionare e sa vedere un po’ oggettivamente la propria vita. In un primo tempo, per chi, come me, veda in Dio la ragione di tutte le cose, il modo di fare di Gesù potrebbe sembrare un po’ uggioso e contrario all’amore: ma, a guardarci in fondo, la conclusione che noi aspettavamo da lui (e che Lui ci ha dato) è la migliore e la più ragionata. Anche senza l’intervento di tuo padre (che è stato il colpo di grazia!), mi ero accorto che non poteva durare a lungo la nostra situazione. Abbiamo ragione entrambi, perché di fatto siamo su binari diversi nel campo dell’amore: torniamo indietro, se non si può andare avanti». La fine di una storia d’amore (anche se un po’ a senso unico verrebbe da commentare). E neppure il tentativo di trasformarla in amicizia funziona.
Eppure da quello che si potrebbe definire un fallimento per i nostri Luciano e Beatrice si apre un futuro radioso, anche se separato. Beatrice troverà l’uomo della sua vita con il quale metterà su famiglia e oggi è mamma e nonna. Anche Luciano, che il prossimo 30 agosto compirà 91 anni, incrocia sulla sua strada una giovane ragazza, Maria Bona Bonomelli, con la quale si sposerà nel 1960 (il 30 giugno saranno 66 anni) e avrà due figlie e un figlio. Oggi la loro famiglia si compone anche di otto nipoti e una piccola pronipote di quasi quattro anni. E questo matrimonio ha permesso a Corradini anche di esprimere il suo secondo amore: la scuola e l’educazione, ricoprendo ruoli istituzionali (fu anche vicepresidente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e sottosegretario all’Istruzione con il ministro Giancarlo Lombardi negli anni 1994/95) e dirigenziali nell’associazionismo cattolico e professionale (Uciim e Aidu). Un pedagogista dal grande spirito europeo. «Anche Bona mi ha aiutato in questo lavoro editoriale – spiega Corradini – perché non vi ha letto una storia d’amore adolescenziale del marito, ma un messaggio ai giovani d’oggi perché sappiano che da un fallimento può sempre nascere un futuro inaspettato e migliore di quello che si era progettato». E ancora una volta vengono in aiuto due lettere, ma questa volta del 1987. Da una parte quella inviata da Corradini, nella quale scrive: «Ho ringraziato molte volte il Signore perché, attraverso il tuo no, maturato e probabilmente sofferto, Lui ha detto altri due sì: a me ha fatto trovare, come se mi fosse entrata dalla finestra con un colpo di vento, una ragazza meravigliosa, che mi ha ridato, con gli interessi, il frutto delle parole e delle lacrime che avevo rivolto a te. A te ha dato un marito, di cui non so nulla, se non che lo ami e che ti ha dato due figli». E molto bello anche un passaggio della risposta di Beatrice: «In seguito, negli anni che vennero, tu sei stato la pietra di paragone per alcuni ragazzi (non tanti), che ho incontrato e che ho scartato. E poi ho aspettato fino a 23 anni, quando una sera, inaspettatamente invitata ad una festa, ho incontrato mio marito. Per me è stato un colpo di fulmine, anzi una vera botta in testa e nel cuore. Di lui non sapevo niente, ma ho avuto fiducia e ho difeso questo amore coi denti, in principio contro tutti». Davvero quell’amore adolescenziale mai sbocciato ha dato vita a due vite meravigliose per i suoi protagonisti.

Il cuore fragile guida la rivoluzione

Gabriela Wiener: «Il cuore fragile guida la rivoluzione»

Avvenire

Il corpo, la politica, le lotte dei “vinti” sono da sempre il terreno di scrittura di Gabriela Wiener, giornalista peruviana e autrice tra le voci più originali della non-fiction latinoamericana. Wiener ha spesso raccontato senza reticenze l’intimità e le eredità del colonialismo, intrecciando memoir, reportage e invenzione. Dopo Corpo a corpo e Sanguemisto, torna in libreria in Italia con Atusparia, pubblicato da La Nuova Frontiera (pagine 256, euro 20,00), un romanzo post-indigenista, satirico e visionario, che segue una leader della sinistra perseguitata e rinchiusa in una colonia penitenziaria nel cuore dell’Amazzonia. Dal carcere, la protagonista ripercorre la propria educazione politica e sentimentale. Al Festivaletteratura di Mantova per presentare il libro, Wiener ci ha parlato del cuore fragile delle rivoluzioni, di ciò che le divide, delle contraddizioni del potere e di quanto può sopravvivere alle utopie sconfitte.
Atusparia nasce da una domanda: perché i movimenti di liberazione finiscono per disgregarsi?
«Forse all’origine ci sono esperienze più vicine a noi e altre domande più quotidiane, piccole e concrete, ad esempio: perché le amiche si allontanano, perché il mio collettivo si è sciolto, perché la nostra famiglia si è disgregata, perché la nostra rivoluzione è fallita. Il che ci porta a chiederci cosa c’entri la politica con l’amore e con tutto questo groviglio personale e intimo. A me scrivere questo libro ha portato domande sul nostro passato. E più di ogni altra cosa mi hanno ispirato le rivoluzioni soffocate, quelle dei vinti che tornano a resistere. E mi riferisco alle lotte indigene. A quel fatalismo della storia si risponde con il presente delle lotte, anche se le condizioni sono avverse e ineguali. Mentre gran parte della classe operaia urbana si è schierata a sostegno del fascismo, il movimento indigeno continua a essere l’epicentro della ribellione popolare dei più deboli, che comprende la difesa dei diritti di ogni forma di vita».
La scuola Atusparia cerca di conciliare il marxismo e il sapere ancestrale. Nel libro, l’esperimento appare insieme generoso e contraddittorio. È possibile educare qualcuno affinché diventi un rivoluzionario, oppure ogni pedagogia rivoluzionaria corre il rischio di trasformarsi in disciplina?
«Ad Atusparia l’educazione appare come un progetto che va oltre l’aspetto pedagogico; è uno strumento di trasformazione politica. L’educazione oggi, salvo eccezioni, non è un terreno in cui forgiare coscienze critiche, come sostenevano le utopie comuniste. È chiaro che si possono creare coscienze critiche e spiriti rivoluzionari con la giusta dose di conoscenze. La disciplina non mi sembra un rischio, mi sembra necessaria per forgiare militanze; credo nelle militanze politiche ed educative, ma mi sembra invece un rischio il pensiero unico. L’attuale progetto del neoliberismo consiste nel privatizzare l’istruzione senza trasformare nulla, per continuare a creare gerarchie e rendere l’istruzione riservata alle élite. Se c’è qualcosa che resta delle utopie comuniste, dovrebbe essere la difesa dell’istruzione pubblica».
Qual è, secondo lei, il nemico più pericoloso di un movimento di liberazione?
«Noi stessi e il potere, oltre a qualcosa di inevitabile: mescolare la politica con l’amore. E senza dubbio il purismo rivoluzionario, che ci trasforma in poliziotti che chiedono la tessera della rivoluzionaria perfetta».
Cosa succede a un movimento quando la coerenza richiesta dalla militanza entra in conflitto con il disordine della vita affettiva?
«Si impara molto sulla coerenza, ad esempio che essa non può essere il fine ultimo di nulla che abbia a che fare con l’umano. Siamo imperfetti e le nostre contraddizioni sono intrinseche a questo divenire. Comprendere che siamo fatti di questa instabilità e vulnerabilità può servire a impegnarci con maggiore consapevolezza di ciò che diamo noi, di ciò che possono dare gli altri, e a cercare di mettere al centro la comunità».
La rabbia è spesso considerata un sentimento politicamente sospetto. Nel suo romanzo è una forza generativa o consuma chi la prova?
«All’interno del movimento antirazzista in Spagna c’è una compagna a cui teniamo molto, Quinny Martínez, che ci ricorda sempre che la rabbia che proviamo non è una rabbia qualsiasi, ma dignitosa. È la rabbia dignitosa che guida una rivoluzione».