Diaconi e presbiteri, ministeri complementari

diaconato

La complementarietà tra diaconi e presbiteri è un tema di cui in genere si parla e si scrive poco, anche se ci sono stati in varie occasioni importanti interventi della teologa Serena Noceti e un libro scritto dal mio confratello Luca Garbinetto Preti e diaconi insieme, pubblicato dalla EDB nel 2018, in riferimento all’esperienza della nostra Congregazione religiosa Pia Società San Gaetano di Vicenza formata da presbiteri e diaconi.

A cura di Luca Garbinetto e Serena Noceti è uscito anche un libro Diaconato e Diaconia, sempre della EDB nel 2018, che contiene un dialogo teologico promosso da un’équipe che faceva capo alla mia Congregazione sul tema Preti e diaconi insieme: aspetti teologico-pastorali, con interventi di Alphonse Borras, Erio Castellucci, Serena Noceti, Enzo Petrolino, Andrea Grillo.

Il mio apporto, che riprende una lezione che mi è stata richiesta per un corso online organizzato per l’America Latina, nasce da questo ambito di riflessioni con una sottolineatura personale sull’urgenza di pensare il ministero ordinato nella sua interezza come intreccio di relazioni tra vescovo, presbiteri e diaconi.

C’è da dire che il tema della complementarietà tra presbiteri e diaconi ha potuto acquisire una certa rilevanza teologica solo dopo il Concilio Vaticano II, che ha re-istituito il diaconato come grado permanente, riportandolo alla tradizione dei primi secoli, considerati i secoli d’oro del diaconato.

Dopo quell’epoca c’era stata una fase discendente fino a che il diaconato era scomparso come grado permanente, sopravvivendo, per così dire, come grado transitorio, in certo modo inesistente per meritare l’attenzione della teologia e anche della prassi pastorale. Lo stesso si può dire della relazione tra vescovi e diaconi.

È stato il Concilio Vaticano II, nel capitolo III della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, a determinare un sostanziale cambio di prospettiva nelle relazioni tra i tre gradi del sacramento dell’ordine, attraverso due interventi magisteriali assolutamente decisivi per la teologia del ministero ordinato.

Il primo intervento è stato l’affermazione solenne della sacramentalità dell’episcopato, con la quale si è dichiarato che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine (LG 21). È stata un’affermazione che si può dire aveva la densità di una definizione dogmatica in un Concilio che intendeva essere di natura totalmente pastorale.

Il secondo intervento è stato appunto la reistituzione del diaconato «come proprio e permanente grado della gerarchia» (LG 29) e non più solo transitorio.

Con questi due interventi si abbandonava una visione ereditata dal Concilio di Trento in cui ogni figura ministeriale era pensata nella logica di una gerarchia piramidale e ascendente e vi era di fatto un’identificazione tra “ministero” e “sacerdozio”.

Nella visione del Concilio Vaticano II l’episcopato, riscoperto nella sua reale consistenza sacramentale, è definito come «pienezza del sacramento dell’ordine», inteso come realtà sacramentale generativa di ogni identità ministeriale. In sintesi – come si dice nella Lumen gentium nn. 18-27 – è la consacrazione episcopale, che dà fondamento alla ragione teologica dell’esistenza del ministero che, in relazione al ruolo assunto dai Dodici apostoli e dai loro collaboratori, consiste nell’annunciare il Vangelo, nel custodire il deposito della fede apostolica e nel garantire l’unità della Chiesa. Lumen gentium dice: «… per mezzo di coloro che furono istituiti dagli apostoli… vescovi e loro successori fino a noi, la tradizione apostolica si manifesta e si conserva in tutto il mondo» (LG 20).

A ciò si deve aggiungere che i vescovi non svolgono questa missione isolatamente, ciascuno nella propria Chiesa particolare, ma collegialmente come organismo episcopale (LG 22-23).

Inoltre, con la reistituzione del diaconato come grado permanente, il ministero ordinato è stato ricondotto alla sua antica struttura triadica di vescovo, presbiteri e diaconi, a cui il diacono appartiene senza essere sacerdote. La Lumen gentium dice: «Il ministero ecclesiastico, di istituzione divina, è esercitato nei vari ordini da coloro che fin dall’antichità (iam ab antiquo) si chiamano vescovi, presbiteri e diaconi» (LG 28). E prima aveva detto: «I vescovi, quindi, hanno ricevuto il ministero della comunità con i loro collaboratori, presbiteri e diaconi» (LG 20).

È molto chiaro che, con questi interventi fondamentali dal punto di vista magisteriale, il ministero ordinato doveva essere ripensato secondo le prospettive aperte dal Concilio Vaticano II, unificate attorno alla categoria della “relazione”: la relazione dei vescovi tra loro e di ogni vescovo con i suoi presbiteri e diaconi. All’interno di questa categoria relazionale va naturalmente inquadrata anche la relazione di complementarietà tra diaconi e presbiteri, che è l’oggetto specifico di questa riflessione.

Per entrare direttamente in questo tema della relazione di complementarietà tra diaconi e presbiteri, è necessario partire dall’affermazione iniziale del numero 29 della Lumen gentium. Il testo dice: «In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio, ma per il ministero”. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio».

I commentatori del Concilio Vaticano II fanno notare che, nel primo testo presentato al Concilio, il contenuto del numero 29 (dedicato ai diaconi… a quel tempo aveva una numerazione diversa) era legato al contenuto del numero 28 (dedicato ampiamente ai presbiteri). Presbiteri e diaconi erano pensati insieme in stretto e diretto collegamento con l’episcopato, tema centrale del capitolo III della Lumen gentium.

Nel testo finale, al diaconato è dedicato un numero a parte, che inizia appunto con l’affermazione che i diaconi ricevono l’imposizione delle mani del vescovo «non per il sacerdozio, ma per il ministero».

È un’affermazione fondamentale per la teologia del diaconato, che segna, da un lato, la comune ragion d’essere dei presbiteri e dei diaconi, ambedue radicati nella pienezza sacramentale del vescovo, che compartecipano con lui alla funzione di annunciare il Vangelo, di custodire l’apostolicità della fede della comunità cristiana e di garantirne l’unità; e, dall’altro, evidenzia la particolarità dei diaconi di non essere ordinati al sacerdozio, ma al ministero, cioè di esercitare la loro funzione ministeriale in una forma propria, diversa dalla forma sacerdotale e dalla presidenza liturgica della comunità.

Nella presentazione del numero 29 fatta nell’assemblea conciliare è stata data una spiegazione molto importante di questa affermazione, che ha messo in luce la differenza e, insieme, la complementarità tra diaconi e presbiteri: i diaconi sono ordinati «non a offrire il corpo e il sangue del Signore, ma al servizio della carità nella Chiesa».

Nel sacramento dell’ordine, pertanto, c’è una dimensione ministeriale comune ai tre gradi e una specifica dimensione sacerdotale del presbiterato e dell’episcopato nella presidenza eucaristica, mentre ciò che è specifico del diaconato è il servizio della carità nella Chiesa, che appartiene peraltro anch’esso molto intimamente alla celebrazione eucaristica attraverso il ministero dei diaconi.

Nel dialogo teologico si è fatta un’interessante sintesi sulla specificità ministeriale dei diaconi e dei presbiteri e sulla loro complementarietà, interrelazione e unità, in base ai ruoli e ai compiti che la liturgia eucaristica affida agli uni e agli altri.

Innanzitutto, è stato sottolineato il fatto che l’azione liturgica è un paradigma chiave, che con le sue dinamiche comunicative di tipo simbolico-performativo, ispira e, nello stesso tempo, modella la configurazione dei soggetti che compongono l’assemblea e ispira e plasma anche l’interrelazione che c’è tra di loro. Questo è di enorme importanza nella formazione e nella crescita della comunità ecclesiale. Nell’agire differenziato dei diaconi e dei presbiteri nella liturgia eucaristica si configurano l’identità che li caratterizza e, nello stesso tempo, l’interrelazione, la complementarietà e l’unità che esiste tra loro.

In primo luogo, è il diacono che deve annunciare il Vangelo all’assemblea raccolta attorno al vescovo o presbitero che presiede ed è il diacono che introduce la preghiera dei fedeli.

Un secondo movimento del diacono è quello di ricevere le offerte e di consegnarle a chi presiede. C’è anche un “servizio al calice” del diacono in tre momenti diversi: all’offertorio, al termine della preghiera eucaristica, alla comunione. Inoltre è lui che invita a darsi la pace ed è lui che congeda l’assemblea.

Sono atti simbolico-performativi che fanno riferimento alle relazioni ecclesiali: il diacono appare come colui che attiva la comunità ad essere autentica, trasformando il Vangelo ascoltato in pratica di relazioni d’amore, con preferenza verso i più poveri.

Al presbitero è affidato in modo molto evidente il ruolo della presidenza: a volte, si rivolge e guida l’assemblea (riti di benvenuto, omelia, offertorio), creando il senso di comunione, altre volte parla a nome dell’assemblea stessa, come nella preghiera eucaristica pronunciata in prima persona plurale.

La liturgia eucaristica ci mostra, quindi, che ci sono due modi complementari di annunziare il Vangelo, di custodire l’apostolicità della fede della comunità cristiana e di garantirne l’unità. Per i presbiteri si tratta di custodire la correlazione costitutiva di Vangelo e celebrazione sacramentale e di presiedere il “Noi ecclesiale”, nella sua dinamica di vita comunitaria realizzata al suo massimo grado nella celebrazione eucaristica. Per i diaconi, si tratta di salvaguardare la correlazione tra Vangelo e vita, nel servizio a ogni persona, nell’amore (carità), specialmente verso i poveri, che rappresenta il cuore della fede cristiana, così come l’hanno trasmessa gli apostoli.

Nella vita di una comunità parrocchiale, il presbitero garantisce il dono della grazia che alimenta la fede personale e comunitaria per una comunità eucaristica riconciliata e unita. Il diacono, nel legame tipico della parrocchia tra “Vangelo e territorio”, garantisce un Vangelo veramente incarnato ed è attento ai bisogni di ciascuno perché tutti siano protagonisti della comunità, particolarmente i più poveri.

Chiedo scusa se mi permetto di riferirmi alla mia esperienza comunitaria con due fratelli diaconi, inseriti in due quartieri popolari e poveri nella periferia di Buenos Aires alla fine degli anni Ottanta.

Mi pare di poter dire che avevamo seriamente cercato di svolgere un «ministero diaconale con conduzione comunitaria», come la chiamavamo secondo la nostra tradizione carismatica, un ministero che era frutto della complementarietà dei due ministeri diaconale e presbiterale vissuti nell’unità. La domenica celebravamo tutti e tre insieme l’eucaristia nella cappella centrale, sottolineando il ruolo di ciascuno nella liturgia. I diaconi proclamavano il Vangelo, ricevevano le offerte e le offrivano con me. Davano gli avvisi sulle diverse attività che appartenevano alla loro competenza diaconale, creando così un forte legame tra l’eucaristia e quelle che chiamavamo «iniziative diaconali», che, nel tempo, erano cresciute a partire dall’asilo infantile fino a una scuola professionale per giovani e a una cooperativa. Non sono mancati i momenti difficili nella relazione tra di noi. E, a volte, le nostre differenze sono apparse anche di fronte alla gente. Ma abbiamo imparato, con umiltà, che anche questo faceva crescere noi e la comunità parrocchiale in una unità reale e non fittizia e di facciata.

Eravamo molto consapevoli che la nostra relazione di unità tra fratelli e di complementarietà tra i nostri diversi ministeri necessitava di una forte dimensione contemplativa e comunitaria che avesse come modello le relazioni trinitarie, secondo l’eredità carismatica del nostro fondatore, don Ottorino Zanon.

Penso che questa sfida dell’unità sul piano relazionale con forte accentuazione spirituale dovrebbe ispirare anche il rapporto tra i diaconi, per lo più sposati, e i presbiteri diocesani celibi, essendo un sano e necessario banco di prova per esercitare ciascuno con equilibrio e gioia il proprio ministero, proteggendolo anche dai pericoli di abusi di potere, che tanto hanno danneggiato e danneggiano l’esercizio del ministero ordinato.

In questa descrizione dei diversi ruoli tra diaconi e presbiteri nella loro complementarietà, si può percepire che non si tratta tanto di una questione liturgica e riservata a specialisti, quanto piuttosto che qui è in gioco qualcosa di molto serio per la Chiesa di oggi.

Papa Francesco, che con parole e gesti non si stancava mai di ricordare alla Chiesa il servizio ai poveri, ha così parlato ai diaconi a Milano il 25 marzo 2017: «Il diacono è il custode del servizio nella Chiesa: servizio alla Parola, all’Altare, ai Poveri. E la vostra missione è ricordare a tutti che la fede ha una dimensione essenziale di servizio. Non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non sia aperta al servizio dei poveri, e non c’è servizio ai poveri che non conduca alla liturgia».

E papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, Deus caritas est, aveva scritto: «Con la formazione del gruppo dei Sette, la “diaconia”, cioè il servizio di amore al prossimo esercitato in modo comunitario e organico, era già stabilito nella struttura fondamentale della Chiesa stessa. Con il passare degli anni e il progressivo diffondersi della Chiesa, l’esercizio della carità si è confermato come uno dei suoi ambiti essenziali, insieme all’amministrazione dei sacramenti e all’annuncio della Parola: praticare l’amore verso le vedove e gli orfani, i carcerati, gli ammalati e i bisognosi di ogni specie, appartiene alla sua essenza tanto quanto il servizio dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo. La Chiesa non può trascurare il servizio della carità, come non può omettere i sacramenti e la Parola».

Così vengono ricordati nella tradizione i diaconi dei primi secoli, come il diacono Lorenzo che, nella Roma del III secolo, considerava i poveri il tesoro della Chiesa. Era una Chiesa in cui l’amore per i poveri era parte integrante delle celebrazioni eucaristiche. I diaconi, con un doppio movimento di diastole e sistole, ricevevano all’altare le offerte dei fedeli e poi le portavano dall’altare, insieme al pane eucaristico, agli ammalati e ai carcerati.

In questo senso, il diaconato è una chiave per ripensare l’intero ministero ordinato. Il diaconato può essere visto solo all’interno di una visione unitaria del ministero nel suo insieme (vescovo, presbiteri e diaconi) e alla luce della diaconia come prospettiva essenziale della missione della Chiesa, chiamata a farsi carico di ogni forma di povertà e fragilità. Pertanto, possiamo dire che il diaconato e la diaconia sono questioni cruciali per la Chiesa in generale e per il ministero in particolare.

C’è un legame molto intimo tra il processo di sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, avviato da papa Francesco, e ogni ministerialità, a cominciare da quella dei ministri ordinati. A questo tema – “una ministerialità sinodale” –, si è dedicata nel 2019 una giornata di dialogo teologico, di cui sono stati pubblicati gli atti in un libro con questo titolo, edito sempre dalla EDB nel 2020.

Dire “ministerialità sinodale” significa fondamentalmente porre al centro del mistero della Chiesa, popolo di Dio, la sua identità costituzionalmente relazionale, che deve essere chiaramente visibile anche sacramentalmente ed esperienzialmente nell’unità del ministero ordinato. La sinodalità deve riguardare direttamente e intimamente le relazioni ministeriali tra presbiteri e diaconi insieme al loro vescovo.

Ma, in questo processo di sinodalità dei tre gradi del ministero, bisogna prestare grande attenzione a dare al diaconato la rilevanza che merita, perché è stata la novità conciliare che ha reso possibile pensare a un ministero ordinato rinnovato con una fedeltà creativa a ciò che era «fin dall’antichità» e come risposta oggi ai segni dei tempi, che esigono che la Chiesa, come dice papa Francesco, tocchi la carne ferita dei poveri. Per questo, il diaconato è decisivo per un rinnovamento dell’intero ministero ordinato.

In questo senso, non posso non esprimere una certa preoccupazione. In molte Chiese particolari del mondo, specialmente in Asia e in Africa, ma anche in alcune dell’America Latina, il diaconato è considerato un optional, al punto che qualche teologo possa sostenere che sia possibile che un vescovo decida di non avere diaconi nella sua Chiesa (cf. in Settimana News “Diaconato: il vescovo può non volerlo?”). E questo – suppongo – a partire da un’interpretazione della formula più antica, non utilizzata dal Concilio, che diceva che il diacono è ordinato «al servizio del vescovo (ad ministerium episcopi)», il quale potrebbe quindi decidere di non ritenerlo necessario.

E penso anche in base alle norme che si trovano nello stesso testo conciliare sui diaconi, dove si dice che «spetta alla competenza dei raggruppamenti territoriali dei vescovi, nelle loro diverse forme, di decidere, con l’approvazione dello stesso sommo Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la cura delle anime» (LG 29).

Sono convinto che sia molto urgente che la Chiesa chiarisca tutto questo dal punto di vista teologico-magisteriale e si metta mano a modificare questa normativa, che contraddice la novità essenziale del dettato conciliare sulla struttura del ministero ecclesiale di vescovo, presbiteri e diaconi, secondo quanto fin qui si è evidenziato. È urgente anche per riconoscere la vocazione al ministero del diaconato dei diaconi permanenti già ordinati e dei candidati che si stanno preparando all’ordinazione.

Quanto sarebbe importante che tutte le diocesi potessero in futuro essere strutturate con la presenza di molti diaconi, per lo più insieme alle loro mogli, uniti ai presbiteri, anche se in numero minore, e con il vescovo nell’unico sacramento dell’ordine! Il ministero così strutturato potrebbe promuovere e animare una vera pastorale diaconale, comunitaria e sinodale, finalizzata al servizio del “sacerdozio comune” e della “diaconia comune” di tutti i battezzati.

Credo che, per questo, sia necessario invocare molto lo Spirito Santo affinché la presenza diaconale si diffonda decisamente in tutta la Chiesa universale, ancora in larga parte priva di diaconi, e talvolta tentata da una certa impasse dove essi sono presenti, correndo seriamente il rischio di sprecare una ricchezza ministeriale che il Vaticano II ha promosso come uno dei doni più fecondi e innovativi dello Spirito.

settimananews

Ti chiedo di non lasciarmi da solo nelle mani dei nemici che mi porto dentro e che rischiano di rendere la mia vita un inferno. Custodiscili

Città assediata, Salmo 3

“Signore, quanti sono i miei avversari! Molti contro di me insorgono”. Il Salmo 3 spinge contro il muro delle nostre false illusioni: vivere su questa terra non è indolore, qualcuno ci è nemico. Sorrido amaramente all’ingenuità di quando pensavo che con il mio sacrificio avrei evitato conflitti, a quando speravo che con la mia sacra dedizione al ruolo sacerdotale sarei stato solo amato. Pericolosissime follie. Come quella di illudermi che io non sarei mai stato il nemico di nessuno! Il Salmo inizia invece con questa sorta di accerchiamento della città che sono: non alta, non bassa, ma assediata.
“Senza numero sono, e tutti a dire: «più nemmeno il suo Dio lo salva». Sono tantissimi; esercizio di umiltà è provare a elencarli, a ricordare i volti di chi ho sentito opprimente per la mia libertà, per il mio desiderio di realizzazione. Di quelli che mi hanno attaccato senza voler considerare le mie buone intenzioni. Non voglio condannare, non voglio difendermi, voglio solo ricordare. Nemici da fuori, nemici da dentro. Sono tantissimi. Quelli che io stesso ho mosso contro di me, quelli che hanno boicottato i miei sogni. E poi brandiscono quella frase terribile e appuntita: «più nemmeno il suo Dio lo salva». Questa è la vera radice di ogni mio dolore: quando un nemico svelava la mia ipocrisia. Quando qualcuno ironizzava sulla distanza tra le parole e le azioni, tra gli ideali e la prassi. Alzare bastioni, difendersi a oltranza, contrattaccare: questo facevo. Cercare alleati, diabolicamente. E poi usare la mia idea, il mio modo di intendere Dio, per proteggermi: “Ma tu sei mio scudo, Signore”.
Ma Dio, davanti ai nemici, non è stato solo scudo: sei la mia gloria e tieni alta la mia testa. Il resto del salmo è un affidamento totale dell’orante nelle mani del Signore che “risponde dalla sua santa montagna”, che sostiene, sorge e salva. Un Signore che spezza i denti dei malvagi.
Ma io stamattina, nella preghiera, mi fermo prima. E so che rischio di forzare il significato delle parole bibliche, ma proprio non riesco a proseguire la lettura: mi sono arenato tra le mani di quel Signore che, mentre mi fa da scudo, insieme alla sua protezione mi tiene alta la testa. Cioè mi chiede di guardare, di mostrare la mia faccia, di non nascondermi. Non è solo il gesto di un Dio che risolleva, nel mio cuore è atto di coraggio più che di orgoglio: mostrare il volto ai nemici, mostrarlo a chi ha smascherato che il mio Dio, cioè il mio modo di credere, non era immacolato. E mi costa tantissimo. Faccio fatica a guardare negli occhi i miei nemici, vorrei allontanarmi, fuggire; faccio fatica perché in loro vedo lo sgretolarsi della mia presunta perfezione. No, non hanno solo torto. Se sono onesto e ripercorro i loro volti e le loro parole, se ricordo il dolore che mi hanno provocato con certe loro scelte, non posso dire che avevano solo torto. Hanno svelato parti di me che volevo tenere celate, perché avrei voluto apparire perfetto. Per questo forse dovrei imparare ad amare i miei nemici.
Il Signore stamattina mi tiene gli occhi aperti, il viso puntato su chi vorrei solo dimenticare. Io guardo, soffro e, in alcuni casi, sono sicuro che quello che mi hanno fatto non è stato giusto per niente: non posso giustificare tutto. Però, dopo che i loro attacchi mi hanno fatto perdere la faccia, dopo che mi hanno involontariamente spinto fuori da un delirio di perfezione, dopo che mi hanno sanamente umiliato, io posso arrivare a ringraziarli. Molti sono i miei avversari, Signore, per fortuna. Sono stati e saranno una benedizione. Ti chiedo di non lasciarmi da solo nelle loro mani, specialmente in quelle dei nemici che mi porto dentro e che rischiano di rendere la mia vita un inferno, ma non ti chiedo di eliminarli. Custodiscili. E fai che io impari a ringraziarli.

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Avvenire

22 Anni di CHIF “Liberi e Solidali”: quando la carità e il diritto superano le barriere

Nata nel 2004 come costola operativa e solidale a sostegno del clero coniugato e delle ex religiose, la CHIF ha ridefinito l’accoglienza nella Chiesa nel corso di oltre due decenni:

  • Aiuto concreto e dignità lavorativa: Lo scopo primario della fondazione è sempre stato quello di fornire un supporto materiale (per la casa, gli alimenti e le prime necessità) e legale a quanti, a causa della scelta matrimoniale o di decisioni personali legittime, si sono trovati improvvisamente esclusi dalle strutture ecclesiali. Nei suoi ventidue anni, l’associazione ha difeso i diritti previdenziali e lavorativi maturati da chi ha speso anni di dedizione al servizio del Vangelo.

  • Uno stile di dialogo non conflittuale: Nonostante le storiche chiusure istituzionali, la CHIF ha mantenuto fermo il principio di non porsi mai in contrapposizione con i Vescovi o con la gerarchia, cercando sempre la disponibilità degli Ordinari diocesani in uno spirito di franca e trasparente collaborazione pastorale.

📢 Appello ai Cardinali e a Papa Leone XIV

Al Santo Padre Leone XIV e ai Venerabili Padri Cardinali

Santità, Venerabili Padri, nel celebrare il 22° anniversario della CHIF “Liberi e Solidali”, vi presentiamo la storia di oltre vent’anni di vite umane che hanno pagato a caro prezzo la scelta di unire il sacerdozio alla stabilità della vita familiare.

In questo tempo di riforme nel 2026, vi supplichiamo di compiere un passo decisivo di giustizia e realismo pastorale. Riconoscete l’opera di chi, come la CHIF, si fa carico in totale trasparenza delle fragilità di questi sacerdoti e delle loro famiglie. Molti di questi uomini possiedono una solida e formale preparazione dottrinale e titoli accademici legittimi conseguiti nelle università pontificie. Consentite agli Ordinari diocesani di valorizzare questa enorme ricchezza umana e ministeriale per il bene comune delle nostre comunità parrocchiali, restituendo dignità, cura delle anime e comunione fraterna a chi chiede solo di poter servire la Chiesa.

L’associazione di volontariato “CHIF – Liberi e Solidali” celebra il suo ventiduesimo anno di attività, un anniversario che racconta una storia straordinaria di coraggio, mutuo soccorso e testimonianza cristiana. Nata in Italia nel 2004, la fondazione guidata da volontari e benefattori ha rappresentato la prima rete strutturata in Europa capace di offrire supporto materiale, previdenziale e umano ai sacerdoti che hanno scelto la via del matrimonio e alle ex religiose che si sono trovate escluse dalle comunità di appartenenza. In un cammino lungo ventidue anni, la CHIF ha saputo curare ferite profonde e dare un tetto e un futuro dignitoso a decine di famiglie, lottando per l’integrazione previdenziale ed ecclesiale senza mai scadere nella polemica ideologica.

Oggi, nel 2026, l’anniversario della CHIF diventa un monito per la Chiesa guidata da Papa Leone XIV e impegnata nei lavori del Concistoro straordinario. Di fronte al dramma delle parrocchie senza clero e alla solitudine pastorale, l’esperienza di oltre due decenni di questa associazione dimostra che le famiglie dei preti sposati sono fari di stabilità affettiva e di fedeltà al Vangelo. I sacerdoti sposati non sono disertori, ma pastori formati e legittimi che, supportati da reti solidali come la CHIF, continuano a manifestare il desiderio di collaborare con i Vescovi per il bene comune. Il compleanno dell’associazione è l’occasione per chiedere che la trasparenza e il realismo pastorale sostituiscano definitivamente i vecchi tabù canonici, trasformando la solidarietà della base in una riforma strutturale della Chiesa.

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22° Anniversario costituzione “Associazione CHIF liberi e solidali” per i preti sposati e le loro famiglie

  •  Il 14 Luglio 2026 si celbra il 22° anniversario della fondazione dell’Associazione, con un momento di preghiera e di ringraziamento al Signore. Un grazie a don Giuseppe Serrone per aver dato vita ad una esperienza particolare per i sacerdoti in difficoltà.
  • Una notizia che rifugge da senzazionalismi (per non dimenticare articolo del 2004)

Non farebbe un granché notizia la nascita di una nuova Fondazione. Non altrettanto se l’estro (o l’andazzo) giornalistico la rende solleticante con titoli che odorano di scandalo, come avviene, nel nostro caso, col dare risalto ai soggetti, “ex-preti” e “ex-suore”, più che all’organizzazione che si occuperà di loro.

A chi s’impegna in questo settore della società cattolica, riesce ostico il clamore che suscita il semplice parlare di loro e delle loro “rivendicazioni”, dato che non sono in discussione temi ideologici o morbosi, e la notizia riguarda un fattore concreto di umana solidarietà. È vero, il sacro esercita un gran fascino per il suo alone di mistero che evoca inconsci tabù, tanto più se in riferimento ad una sessualità trasfigurata o repressa (due lati della stessa medaglia). Ma i mass-media giocano sull’immediatezza dei sentimenti e delle impressioni; e perciò vanno a rovistare inesistenti archivi donde trarre statistiche su questa genia di trasgressivi che pretendono inventarsi una propria normalità…

I fondatori della CHIF, per non incrementare una tale deviazione della notizia, danno per scontata la vessata questione circa l’opportunità o necessità di revisione di alcuni canoni ecclesiastici e si pongono sul versante che si occupa e preoccupa del che-fare.

  1. Perché questa Fondazione

È a tutti noto che i giovani di oggi trovano con difficoltà una via per mettere a frutto il risultato dei loro studi, competenze, master e corsi vari, assunzioni provvisorie eccetera. Ben poco comparabile alla loro è la posizione in cui vengono a trovarsi le persone consacrate all’uscita da un ambiente delimitato perché totalizzante, e perciò tale da assorbire al suo interno ogni capacità individuale. Fuori dall’istituzione in età più o meno avanzata, esse si trovano a fronteggiare con armi spuntate l’impatto con una società pretenziosa e discriminante: non era stato preventivato in alcun modo (anzi era stato visto come inammissibile debacle) uno spostamento a 360 gradi di tutti gli aspetti della propria esistenza.

La CHIF, nata a S. Margherita Staffora (Pavia) il 14 luglio 2004,  si propone di venire incontro alle condizioni mortificanti che subiscono non pochi di loro, e non sempre i più sprovveduti. Ai fini di evitare che restino in balia dell’incertezza dell’oggi e del domani, la Fondazione si dà una consistenza strutturale giuridica ed economica (conta su risorse finanziarie da attivare in modo imprenditoriale); intanto, nell’offrire loro una breve sosta spazio-temporale, ravvivata da rapporti amicali, ha un lungimirante progetto: il rilancio morale e spirituale delle doti e della ricca esperienza capitalizzata, in modo da dargli continuità e nuova fecondità.

  1. Lo spirito animatore e i fatti concreti

A questo punto è legittimo porsi la domanda: quale rapporto ha il fattore economico (che pare prioritario nella CHIF), con l’animazione spirituale che i fondatori non mancano di prediligere? È paradigmatico un piccolissimo segno, che possiamo derivare da quello che si chiama l’inno della CHIF: parole che ruotano attorno al tema della libertà e dell’amore. Questo binomio, su cui incombe la minaccia della retorica e della mistificazione, viene assunto dai fondatori della CHIF in controtendenza rispetto all’abuso che se ne fa: ponendo, a sua convalida, i fatti. Non si tratta di semplice pragmatismo, ma di ispirazione profetica, liberata da falsi pudori, orientata al biblico FARE LA VERITÀ. Dal momento che non è facile evitare almeno due aspetti dell’aiuto da prestare, e cioè il pietismo e la concezione materialistica delle sovvenzioni, una serie di precauzioni dovrà impedire sia la passività del ricevente sia l’attivismo del donatore. Cioè, dare aiuto concreto, per la CHIF, non significa dare al proprio simile danaro, casa, posto di lavoro, quant’altro gli serve, anche se è necessario occuparsi in maniera temporanea di contingenze ineludibili. Non è questione secondaria, ma essenziale, che tra le due parti, di chi dà e di chi riceve, si crei uno spirito collaborativo a tutta prova: in modo da risolvere meglio le difficoltà della nuova collocazione sociale, sconfiggendo nello stesso tempo la facile caduta nella solitudine, forse anche nell’isolamento sociale, con tutte le sue asprezze.

  1. Con quali criteri opererà la CHIF

Forse è più facile dire che cosa non è la CHIF, anziché tracciarne il campo di azione.

Se essa non fa opera di beneficenza e non funge neanche da ufficio di collocamento o di qualcosa di simile, nondimeno non mancherà di offrire delle opportunità, sia pure limitate.

Ma un criterio laico accompagnerà la sua azione: nell’occuparsi dei diritti umani (senza sbandierarli polemicamente), non dovrà ricalcare lo stile clericale del guardare più all’interno che al di là dei confini dentro i quali si muove. Il proposito di promuovere la dignità dei soggetti correrà sui binari della dilatazione dell’orizzonte esistenziale, della tessitura di una tela di rapporti con altre organizzazioni variamente caratterizzate, del tenace tentativo di dialogo con realtà apparentemente lontane dalle sue dinamiche operative.

Il risultato scaturirà dai criteri ispiratori, resi visibili e comunicabili dall’atmosfera di fiducia che creerà. E certamente sarebbe più facile elencare le opere da promuovere rispetto allo spirito che dovrà animarle…

  1. Corollari  della CHIF

Un’altra segnalazione: nel favorire l’aiuto vicendevole e lo scambio collaborativo tra uguali, la CHIF dovrà attenersi ad un codice che le permetta l’accesso alla reale configurazione delle condizioni di coloro di cui si occupa; i quali non sono i soliti, ben riconoscibili svantaggiati che s’incontrano in ogni dove. Cioè terrà presente che, quasi nessuno, per disinformazione o pregiudizio, vede in loro “soggetti di bisogno”, e che loro stessi non amano apparire tali. Per fare un esempio, capita di notare che, nel fraternizzare tra preti sposati o suore ormai del tutto laicizzate, tira una brutta aria se ci si attesta su posizioni che rimarcano la diversità di cui sono fatti segno rispetto ai comuni cittadini: la voglia di normalità porta a scansare allacciamenti al passato.

Allora la CHIF mirerà a promuovere, con opportune strategie, una rivalutazione del passato nella piena libertà di fronte ad esso. Se è di grande importanza porre i soggetti nelle condizioni di utilizzare e sviluppare le attitudini personali, un tempo adoperate proficuamente, altrettanto necessario è che l’acquisto della nuova identità non sia conflittuale nei riguardi della prima formazione. Ci sono poi altri corollari da tener presenti. La verità del fare abilita a “gridare sui tetti” l’opportunità di: a) raggiungere chi resta dentro l’istituzione solo per la paura di affrontare il domani; b) sensibilizzare la gente comune; c) realizzare un auspicabile cammino in comune con i membri della gerarchia ecclesiastica che fossero disponibili. Programma, questo, pertinente, ma che richiede tempi lunghi e ulteriori sviluppi.

Se volgiamo lo sguardo al presente dell’umanità, ci accorgiamo che le discriminazioni sono il vero ostacolo nel quale s’infrange ogni disegno di pacificazione universale. Per ovviarvi, sono da abbattere stupidi tabù e barriere. Ma nell’immediato non resta che occuparsi della fetta di umanità “più vicina”. La CHIF guarda a quella di cui abbiamo parlato. La quale, il più delle volte resta invisibile, data l’endemica emarginazione di chi osa varcare i confini del sacro; ed invoca, tacitamente, aiuto.

Proprio per questo la CHIF ha la funzione storica di esserci.

L’associazione è regolarmente registrata….

Blog Associativo

https://liberiesolidali.blogspot.com/

mail: chif.direzione@tiscali.it

14 Luglio 2026 22° Anniversario costituzione “Associazione CHIF liberi e solidali” per i preti sposati e le loro famiglie

servizi

    • Si celebra oggi 14 Luglio 2026 il 22° anniversario della fondazione dell’Associazione, con un momento di preghiera e di ringraziamento al Signore. Un grazie a don Giuseppe Serrone per aver dato vita ad una esperienza particolare per i sacerdoti  in difficoltà.

    • in “Chif – Liberi e Solidali”: “CHIF – LIBERI E SOLIDALI”

Liturgia 19 Luglio 2026 XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato
Antifona d’ingresso

Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
A te con gioia offrirò sacrifici
e loderò il tuo nome, o Signore,
perché tu sei buono. (Cf. Sal 53,6.8)

Colletta

Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno,
fruttifichi in noi
e ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Sap 12,13.16-19
Dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Dal libro della Sapienza

Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,
perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto.
La tua forza infatti è il principio della giustizia,
e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti.
Mostri la tua forza
quando non si crede nella pienezza del tuo potere,
e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono.
Padrone della forza, tu giudichi con mitezza
e ci governi con molta indulgenza,
perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.
Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 85

Tu sei buono, Signore, e perdoni.

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.

Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà.

Seconda lettura
Rm 8,26-27
Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Parola di Dio

Canto al Vangelo

Mt 11,25

Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

Vangelo

Mt 13,24-43
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Parola del Signore.

Forma breve (Mt 13,24-30):

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli

(Dall’Orazionale CEI 2020)
Divenuti voce del creato, eleviamo al Padre la nostra supplica, nella certezza che ci esaudirà al di là di ogni nostra attesa.
Preghiamo insieme e diciamo: Venga il tuo regno, Signore.

1. Assisti la Chiesa nell’esercizio del ministero della riconciliazione che le hai affidato per il perdono dei battezzati peccatori. Noi ti preghiamo.
2. Aiuta coloro che reggono le sorti dei popoli a superare ogni egoismo e orgoglio nazionale, lavorando con impegno al bene dell’intera comunità umana. Noi ti preghiamo.
3. Infondi il tuo Spirito in coloro che sono oppressi da prove e sofferenze, perché dia loro consolazione e sollievo per una rinnovata fiducia. Noi ti preghiamo.
4. Dona a tutti gli uomini la capacità di vivere da fratelli, portando i pesi gli uni degli altri e imparando a condividere i beni spirituali e quelli materiali. Noi ti preghiamo.
5. Concedi a tutti noi la sapienza del cuore, per affrontare ogni situazione con animo sereno e discernere in mezzo agli affanni e alle difficoltà ciò che veramente giova alla nostra identità cristiana. Noi ti preghiamo.

Padre buono, che rispondi sempre con amore e generosità a quanti ti invocano con fede, dona alla Chiesa perseveranza nel cercarti e coraggio nell’annunciarti. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte

O Dio, che nell’unico e perfetto sacrificio di Cristo
hai dato compimento alla Legge antica,
accogli e santifica questa nostra offerta
come un giorno benedicesti i doni di Abele,
perché ciò che ognuno di noi presenta in tuo onore
giovi alla salvezza di tutti.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie:
misericordioso e pietoso è il Signore.
Egli dà il cibo a chi lo teme. (Sal 110,4-5)

Oppure:
Ecco: sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta,
io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. (Ap 3,20)

Oppure (Anno A):
Il buon seme sono i figli del Regno;
splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. (Mt 13,38.43)

Preghiera dopo la comunione

Assisti con bontà il tuo popolo, o Signore,
e poiché lo hai colmato della grazia di questi santi misteri,
donagli di passare dall’antica condizione di peccato
alla pienezza della vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.

Riformare. È la riforma del Codice che si impone anche per la riammissione al ministero dei preti sposati

di: Severino Dianich

sinodo

All’ultima riunione promossa dalla Segreteria generale del Sinodo (Incontro con i responsabili degli organismi continentali della Chiesa continentali, Roma, 23-26 giugno 2026 − ndr), il card. Mario Grech riassumeva il da farsi per attuare il Sinodo, in quattro punti: fare memoria, interpretare, orientare, celebrare.

Io aggiungerei un quinto punto: riformare. È la riforma del Codice che si impone.

È vero che, a prima vista, non sembra che il Codice abbia una grande influenza esplicita sulla vita ordinaria delle comunità. Raramente lo si trova sul tavolo degli uffici parrocchiali. Ma le sue norme sono state ormai ampiamente introiettate nella mentalità dei vescovi e dei parroci, al punto da orientarne abitualmente il modo di comprendere e di esercitare il ministero.

È per forza d’inerzia, più che per convinzione, ma, di fatto, la prassi diffusa ne resta comandata e, nonostante il gran parlare che si è fatto di sinodalità, si continua fare come si è sempre fatto e, quando si tratta di prendere qualche decisione importante, o non si decide nulla o chi decide resta il vescovo e rispettivamente il parroco.

Accade che i consigli pastorali vengano convocati più per giudicare il presente e individuare gli orientamenti generali da prendere nell’ordinaria attività pastorale, che per prendere insieme, vescovo o parroco e fedeli, una determinata decisione per una concreta questione importante che si è aperta nella vita della comunità.

Solo una vera e propria, esplicita e conclamata riforma di alcuni canoni del Codice potrà far sì che questa lunga stagione del cammino sinodale, con i suoi entusiasmi e le sue fatiche, non risulti alla fine la classica montagna che partorisce il topolino.

Non basterebbe poi che se ne trattasse solo nella stretta cerchia dei competenti, ma che la riforma venisse ampiamente pubblicizzata, in modo che la notizia raggiungesse anche il più pigro e isolato degli operatori pastorali, perché non solo nei luoghi alti, ma anche nelle periferie, negli ambienti ecclesiali meno raggiunti dal questionare sulle cose della Chiesa, c’è bisogno di promuovere prassi sinodali.

Il fedele si renderà conto, e ne trarrà le conseguenze, di essere, effettivamente soggetto responsabile della vita della comunità, solo quando avrà constatato che il suo giudizio, per una qualche decisione importante, è stato determinante, anche se diverso da quello del vescovo o del parroco. Solo con questa esperienza alle spalle, i fedeli laici, come da tempo e da tutti viene auspicato, si renderanno veramente attivi nella missione della Chiesa.

Il frequente appello, che risuona qua e là, a non bloccare il discorso sulle questioni procedurali, ma di orientarlo alla missione della Chiesa, al servizio del Vangelo per il mondo, ha una sua incontestabile ovvietà, ma non deve servire per sfuggire al problema cruciale della sinodalità, che riguarda il modo in cui, in ordine agli orientamenti della missione, come rispetto ai problemi immediati della vita quotidiana, si prendono le decisioni.

L’atto della decisione è il luogo cruciale della sinodalità e, per esercitarvi un ruolo determinante, i fedeli vi sono deputati in forza della fede, del battesimo e dei carismi di cui ciascuno risulta dotato.

Non tutti, e neanche coloro che sono costituiti in autorità, hanno tutti i carismi e l’autorità ha il dovere di ritrarsi quando, nella questione che si apre, sono in gioco competenze di cui il pastore non gode, mentre nella comunità non mancano fedeli dotati degli adeguati carismi.

Si pensi in particolare, tanto per portare un esempio, alle grandi questioni dell’economia, della politica e della giustizia sociale. Una Chiesa missionaria non può continuare ad affidare alla sola autorità dei pastori l’elaborazione e le decisioni delle sue linee di azione, senza giovarsi di tutti carismi presenti nella comunità. Lo farà in una seria pratica di sinodalità, nella quale chi ha il carisma dell’autorità non oserà imporlo negli ambiti per i quali non ha competenza, sui quali il suo carisma proprio non si estende, ma cederà il passo all’autorevolezza dei fedeli che si rivelano dotati dei carismi necessari nella determinata res de qua agitur.

Al tempo della XIV Assemblea del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, i media fecero dell’ironia su questa accolta di uomini, tutti maschi e solo maschi, celibi, in buona parte sopra i sessantacinque anni, che si mettevano a insegnare agli sposi come impostare cristianamente la vita della famiglia. Come se il sacramento dell’ordine avesse dato loro anche i carismi della vita familiare, e il sacramento del matrimonio non li avesse elargiti agli sposi.

Dopo la lunga riflessione comune sulla sinodalità di questi ultimi anni, non si potrà non considerare un’anomalia il fatto che i grandi documenti della Chiesa sulle questioni economiche, politiche, sociali, quelle riguardanti l’educazione e la formazione a una buona pratica sessuale e su mille altri problemi, di volta in volta insorgenti, siano stati tutti pubblicati con la firma del papa, come se egli godesse di tutti i carismi.

Si dirà che, certamente, saranno stati il frutto di ampie consultazioni di vari esperti, ma ci si potrà sempre chiedere perché costoro non dovrebbero risultare pubblicamente come i loro veri autori, assieme ai vescovi, i quali vi sarebbero rimasti coinvolti in ordine ai risvolti dottrinali delle questioni.

A proposito della capacità decisionale dei fedeli, l’attuale ordinamento canonico non va al di là dell’attribuzione a loro di un voto consultivo. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, che è stato dal 2007 al 2018 il presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, è da sempre convinto, e lo ha esplicitato in diverse sue pubblicazioni, fra cui nel recente libro Chiesa sinodale in cammino (LEV, 2026), che non si farà un vero passo in avanti verso la sinodalità, fino a che non sarà eliminato quel «solamente consultivo», imposto dal Codice al voto del consiglio presbiterale, a quello del consiglio pastorale, sia diocesano che parrocchiale, a sbarramento del potere esclusivo del vescovo e del parroco sulle intraprese della comunità (Cann. 500, §2; 514, §1; 536, §2).

Se non si superano i limiti dell’attribuzione agli organi sinodali del solo potere consultivo e non si attribuisce loro, a certe condizioni, un vero e proprio potere decisionale, non si dà alcuna vera attuazione della sinodalità. L’attuale ordinamento canonico, come il cardinale Coccopalmerio argutamente si esprime, non prevede altro che una «sinodalità a responsabilità limitata».

La sua tesi è molto precisa e, dal punto di vista canonistico, anche piuttosto innovativa. Con molta decisione egli sostiene che «un atto di governo della Chiesa fatto dal solo parroco o dal solo vescovo è come una celebrazione della Messa fatta dal solo sacerdote. Tutti devono partecipare a questo atto, così come tutti devono partecipare alla Messa» (intervista a Salvatore Cernuzio, Vatican News, 27 marzo 2026).

Se la diocesi e la parrocchia, per natura loro, sono la Chiesa come soggetto attivo nel mondo, bisogna anche riconoscere che sono un «soggetto comunionale deliberante», altrimenti risulterebbero non un soggetto, ma uno strumento in mano a chi effettivamente delibera.

Per Coccopalmerio si dovrebbero rivedere soprattutto i canoni 511-514, riguardanti il Consiglio pastorale diocesano e il can. 536 sul Consiglio pastorale parrocchiale. Alla formula del «votum tantum consultivum» andrebbe sostituita una qualche espressione che dica in maniera adeguata che i fedeli vi godono di un potere deliberativo. I fedeli che si radunano come Chiesa sono, infatti, il popolo di Dio, che l’unzione dello Spirito Santo «rende infallibile in credendo» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 119). Non vi si attua semplicemente una consultazione sociologica, perché vi è presente lo Spirito Santo che opera nel discernimento comune.

Il vescovo e il parroco vi conservano il loro ruolo particolare, legato al loro sacramento ma, di volta in volta, è necessario discernere se nella res de qua agitur si tratta della dottrina o della pratica dei sacramenti, o se vi sono in gioco questioni capaci di compromettere l’unità della Chiesa-comunità, oppure no, perché solo in questi casi l’intervento dell’autorità è davvero necessario.

Ci sono anche canonisti che scavalcano questa problematica, prospettando non già una riforma del Codice, ma un suo superamento fino ad una sua sempre possibile eliminazione, visto che per milleottocento anni la Chiesa ne ha fatto meno. È sempre possibile, inoltre, in una direzione diversa, anche una sua moltiplicazione, passando dai due Codici attualmente vigenti a tre o quattro, a seconda dei contesti culturali diversi nei quali vive la Chiesa, o magari cinque, uno per ciascun continente, visto che i continenti si presentano ciascuno con un’identità culturale loro propria.

L’attesa, però, di una riforma più radicale rischia di mandare in letargo quella che oggi è doveroso attuare, perché il Sinodo non resti lettera morta.

Le più recenti esternazioni del card. Mario Grech sul cammino sinodale (23 giugno 2026) insistono su alcuni punti chiave (cf. discorso di apertura all’Incontro dei responsabili continentali, Roma, 23-26 giugno − ndr).

  • La sinodalità deve sfociare nella missione

In un intervento alla riunione promossa dalla Segreteria generale del Sinodo, Grech ha affermato che occorre fare memoria, interpretare, orientare, celebrare: «Se la sinodalità non porta a un rinnovato impegno missionario, se non infiamma i cuori e non spinge le persone all’azione, se non dà origine a comunità che proclamano Cristo con gioia e con parresia, allora rischia di restare incompiuta».

È una presa di posizione significativa: il Sinodo non va concepito come un processo organizzativo o di riforma istituzionale fine a sé stesso, ma come un rinnovamento della capacità evangelizzatrice della Chiesa.

  • La pluralità non è una minaccia all’unità

Grech ha ribadito che le differenze tra le Chiese locali sono un valore: «Le varietà teologiche, liturgiche, pastorali e disciplinari non sono una minaccia all’unità, ma una delle sue condizioni vitali».

Secondo lui, la sinodalità permette alla Chiesa di integrare questa pluralità senza ridurla a un unico modello culturale o pastorale.

  • Il Sinodo entra nella fase di attuazione

Grech sta insistendo sul fatto che il Sinodo non è terminato con l’Assemblea del 2024. La Chiesa è entrata in una fase di attuazione che culminerà nell’Assemblea ecclesiale del 2028. Per questo sono state pubblicate le linee guida che prevedono quattro tappe: fare memoria; interpretare; orientare; celebrare.

L’idea è che ogni Chiesa locale verifichi concretamente come il Documento finale venga recepito nella vita ordinaria delle diocesi.

I fedeli non hanno bisogno di essere formalmente deputati a operare nella missione della Chiesa, perché già lo sono, in forza del battesimo, e ciascuno lo è nei modi e nelle forme proprie dei particolari carismi di cui risulta dotato. È necessario, quindi, che nei processi del discernimento e delle decisioni, chi ha il carisma dell’autorità, consapevole di non possedere tutti i carismi, sappia ritrarsi, al fine di creare uno spazio nel quale i fedeli, che hanno altri carismi diversi dai suoi, vengano a determinare la decisione comune.

Il discorso sui carismi, non di rado, deve ancora liberarsi dall’idea che i doni dello Spirito debbano manifestarsi in forme straordinarie, mentre è necessario, al contrario, che si riconosca la presenza e l’azione dello Spirito dovunque un fedele rende un qualche servizio a qualcuno, come dice san Tommaso, il quale rende onore, più che ad altri, al carisma del contadino, perché senza l’esercizio del suo carisma nessuno potrebbe restare in vita (In 1Cor 12lectio 3).

Prima di tutto, infatti, il cristiano manifesta i suoi carismi nell’esercizio delle sue abilità lavorative e nelle competenze professionali, che si acquisiscono con l’esperienza e con un determinato curriculum formativo. La spiritualità cristiana ha sempre saputo trascendervi il puro riconoscimento dei meriti dell’uomo per rendere grazie allo Spirito di Dio. Il Catechismo non manca di riprendere la tradizionale dottrina delle «grazie di stato che accompagnano l’esercizio delle responsabilità della vita cristiana e dei ministeri in seno alla Chiesa» (n. 2004).

Dal punto di vista dell’operosità della Chiesa nell’attuazione della sua missione, tutti i carismi, nessuno escluso, hanno una loro parte da svolgere. Si pensi concretamente ai tanti fedeli che offrono le loro competenze lavorative ai missionari, contribuendo così a fare della proposta del vangelo l’offerta di una forma di vita e non di verità da credere.

Una Chiesa missionaria non può permettersi di ignorarlo, continuando ad affidare alla sola autorità dei pastori l’elaborazione e le decisioni delle sue linee di azione, senza giovarsi di tutti carismi presenti nella comunità. Lo farà in una seria pratica di sinodalità, nella quale chi ha il carisma dell’autorità non oserà imporlo negli ambiti per i quali non ha competenza, sui quali il suo carisma proprio non si estende, ma cederà il passo all’autorevolezza dei fedeli che si rivelano dotati dei carismi necessari nella res de qua agitur.

Non posso fare a meno, infine, di dire il mio stupore per il fatto che nell’Instrumentum laboris, in tutto il gran parlare di ministeri, non si dica una parola su un ministero, di cui i fedeli vengono investiti da un sacramento, tanto quanto questo è vero per i ministri ordinati, cioè il ministero degli sposi, coniugi e genitori.

È un ambito nel quale il vuoto di sinodalità ha creato e continua a tenere in vita una situazione del tutto paradossale: preti e vescovi, tutti solo uomini, nella stragrande maggioranza celibi, insegnano agli sposi, con autorità magisteriale, come vivere da cristiani la vita di famiglia e guidano pastoralmente i fedeli nella vita coniugale e nell’opera di educazione dei figli, senza avere ricevuto dal loro sacramento quei carismi che invece gli sposi ricevono celebrando il sacramento del matrimonio.

È vero che i pastori ne attingono i valori dalla Parola di Dio, che essi sono deputati a predicare, però è anche vero che la Parola di Dio non si dà in pienezza solo nella lettura del testo, ma si dipana nello svolgersi dell’esperienza della vita.

Settimana News

Per gli psicologi l’IA è un aiuto, ma per i pazienti parlare con un chatbot è un rischio

Per gli psicologi l'IA è un aiuto, ma per i pazienti parlare con un chatbot è un rischio

L’intelligenza artificiale (Ia) è diventata un tema ineludibile in ogni settore economico e quasi in ogni professione. Non fa eccezione quella dello psicologo, come testimonia la ricerca presentata a Milano ed elaborata dal gruppo di lavoro “Intelligenza artificiale: innovazione, applicazione ed etica”, istituito dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) e coordinato da Valentina Di Mattei, consigliera nazionale e presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia: quasi 6 psicologi su dieci (il 58,76%) dichiarano di aver fatto uso della Ia nella pratica professionale, mentre il 55,04% segnala che i pazienti utilizzano strumenti di Ia per la gestione di aspetti emotivi, relazionali, legati alla solitudine o alla diagnosi. L’uso di Ia negli ambiti della cura riveste particolare delicatezza, e la legge 132/2025 stabilisce che possa essere ammessa esclusivamente come strumento di supporto all’attività professionale dello psicologo, al quale resta la responsabilità clinica e deontologica in ogni fase del processo terapeutico e valutativo. «Per la prima volta – osserva Di Mattei – disponiamo di dati che ci consentono di superare impressioni e timori, comprendendo come la tecnologia stia già entrando nella pratica professionale e nella relazione di cura. Da qui vogliamo partire per costruire formazione, linee guida e strumenti che accompagnino un’innovazione responsabile».
La ricerca è stata rivolta a tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi in Italia: circa 149mila professionisti, di cui 73mila hanno conseguito la specializzazione e sono anche psicoterapeuti. Diffusi attraverso la rete degli Ordini regionali e il Cnop, sono stati raccolti circa 6mila questionari compilati «ottenendo un campione molto ampio e distribuito sull’intero territorio nazionale». Dei partecipanti il 77,03% è rappresentato da clinici e psicoterapeuti; quanto all’età, il gruppo prevalente (28,29%) è quello dei 40-49enni, seguito dai 30-39enni (24,08%) e dai 50-59enni (22,90%). Quanto all’ambito lavorativo, prevalgono la psicologia clinica e la psicoterapia (77,73%), seguite dalla psicologia scolastica ed educativa (18,35%), dalla psicologia della salute e del benessere (16,32%) e dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni (11,45%); meno rappresentati gli ambiti della psicologia giuridico-forense, della ricerca, dell’accademia e della psicologia dello sport.
L’utilizzo di Ia nella pratica professionale degli psicologi (in alcune domande erano possibili risposte multiple) riguarda in particolare l’elaborazione di documenti (mail, revisione testi, sintesi) sperimentata da oltre la metà di chi ha risposto (52,89%), per ricerca e revisione scientifica dal 25,84%, per documenti clinici dal 25,63% (report, relazioni, cartelle cliniche), un po’ meno per autoformazione (20,66%) e attività amministrative (18,65%). In linea con le attività sono gli strumenti utilizzati, con la netta prevalenza (68,95%) di chatbot generativi (il più noto è ChatGpt), seguiti da generatori di immagini e strumenti di trascrizione, il che significa un utilizzo di strumenti di uso generale adattati ai propri scopi.
Ma l’ambito più delicato è quello della relazione con i pazienti, i quali spesso già di propria iniziativa fanno uso di Ia, che anzi, come riferito da Luca Bernardelli (componente del gruppo di lavoro Cnop che si è occupato dell’indagine), rappresenta già un rischio di dipendenze e comportamenti problematici, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione. Circa un terzo dei professionisti ha approfondito con i propri pazienti gli strumenti di Ia, discutendone anche limiti e rischi. E il 79,45% degli psicologi ha segnalato che il rischio più rilevante è l’illusione di cura e autodiagnosi, inducendo la falsa percezione di aver ricevuto un supporto clinico adeguato, ritardando o sostituendo il ricorso a un professionista.
Ma esistono anche altri rischi: una riduzione della relazione umana (65,4%), la dipendenza emotiva dai chatbot (52,6%) e la diffusione di contenuti non accurati (47,1%). Peraltro, se opportunamente supervisionata, riferiscono gli psicologi, l’Ia può rappresentare uno strumento di monitoraggio di abitudini, stati d’animo e sintomi (per il 49,43% degli interpellati), di miglioramento dell’alfabetizzazione psicologica (38,19%) e di sviluppo di competenze per riconoscere ed esprimere i propri vissuti emotivi (22,34%).
La direzione per l’uso dell’Ia in psicologia auspicata da chi ha partecipato alla ricerca è la presenza di garanzie etiche e normative: per il 61,58% la supervisione umana, cioè il controllo e la responsabilità decisionale in ogni fase del processo clinico devono restare in capo al professionista; per il 52,82% serve l’elaborazione di linee guida professionali, con la definizione di standard chiari a livello nazionale; per il 52,01% va gestita la tutela della privacy.
Gli psicologi auspicano quindi l’elaborazione di linee guida, la promozione della ricerca, l’investimento nella formazione, la sensibilizzazione dei pazienti, garantendo che nella salute mentale l’uso della Ia venga effettuato sempre con la supervisione umana, del professionista e del terapeuta. La survey rappresenta il primo passo di un percorso che il Cnop intende sviluppare insieme alle istituzioni, al mondo della ricerca e alla comunità professionale: «E contiamo di aggiornare la nostra rilevazione ogni anno» ha concluso Valentina Di Mattei.

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Nella vita consacrata il bisogno di essere visti e stimati non è una debolezza, ma una dimensione umana e spirituale. Senza autentica reciprocità anche le vocazioni più generose possono logorarsi

Monache nel chiostro del Convento de las Dueñas a Salamanca in Spagna / ALAMY

Dono è l’altro nome della comunità. Dalla vita e dalla Bibbia, sappiamo però che di dono si vive e si muore, ogni giorno, perché è proprio attorno alla nostra essenziale capacità donativa dove, insieme alle parole più grandi, si addensano anche le nostre aspettative, attese, pretese, frustrazioni.
Pensiamo, per un esempio, ad Antonella, una suora entrata in monastero venti anni fa. Nei primi anni il registro del dono e della gratuità era quello che ispirava e spiegava la totalità della sua vita. Si dava senza riserve nei vari lavori della comunità, dall’assistenza delle sorelle anziane all’accoglienza degli ospiti, dalle pulizie al refettorio. Tutta la “reciprocità” di cui aveva bisogno le arrivava dalla vita stessa, e non si sentiva in credito verso nessuno, forse solo in debito d’amore. Superati i quaranta, suor Antonella è entrata dolcemente in una nuova dimensione. Inizia a pensare a qualcosa di inedito: «Le mie attività, il mio dono, la mia persona, non sono “viste” abbastanza dalla comunità». Questo pensiero diventa ricorrente, qualche volte persino intrusivo, la disturba. Noi che la guardiamo sappiamo, più di lei, che questo è un pensiero importante, che se viene trascurato nel tempo cresce e mina la sua vita; troppe persone, con vocazioni autentiche, lasciano le comunità perché la percezione soggettiva di dare-senza-ricevere finisce per esaurirle, un esaurimento globale e cronico che si esprime alla fine nella frase: «Non volevo uscire, ma non ce la facevo più: meglio uscire viva che restare morta».
Questa nuova esigenza di suor Antonella può essere riassunta dalla parola: riconoscimento, una parola che in ambito cattolico non gode di buona fama, perché somiglia a “pretesa”. In realtà è una parola bellissima perché è il retro della medaglia della riconoscenza. L’esperienza della gratuità totale senza esigere riconoscimento dei primi anni della vocazione è comunque fondamentale, perché l’esigenza adulta di riconoscimento è sana, buona e genuina se è preceduta dagli anni della donazione-e-basta, che consentirà poi di vivere la nuova fase adulta. È quella energia quasi infinita che fa spiccare il folle volo, e che fa sì, in seguito, di continuare a restare in quota portati dal vento (ruah) anche quando non si ha più la forza per battere le ali. Nel mondo del lavoro, questo riconoscimento si esprime anche con gli stipendi, gli incentivi, le carriere. Un’impresa riconosce la qualità del lavoro di un lavoratore anche pagandolo bene o di più, perché noi amiamo gli aumenti di stipendio perché sono segnali che ci dicono che l’azienda apprezza e stima il nostro contributo, quindi la nostra persona – e per la stessa ragione soffriamo quando avanzano i colleghi e noi no. Ai nostri lavori chiediamo molto di più dello stipendio: gratitudine, rispetto, stima…
Come si esprime, allora, il riconoscimento-riconoscenza-reciprocità nelle comunità religiose, dove i salari non ci sono o anche se ci fossero non sarebbero comunque strumenti per misurare il valore delle persone? Come si fa a non far vivere a suor Antonella, diventata adulta, una costante sensazione di insufficiente riconoscimento del suo lavoro che diventa presto mancanza di riconoscimento della sua persona? Osservando e lavorando con diverse comunità, mi stupisce sempre che invece di rafforzare e potenziare le forme di riconoscimento non-monetarie (in mancanza di quelle monetarie), queste vengono scoraggiate perché considerate incompatibili con le virtù della modestia e dell’umiltà (confusa con l’umiliazione provocata ad arte, che è il suo opposto). Nelle comunità ci si ringrazia poco, in particolare non si è visti né ringraziati dai responsabili: si dà quasi tutto per scontato e dovuto, come se fosse tutto incluso nella scelta radicale iniziale; e se qualcuno fa trapelare questo tipico disagio adulto, viene letto e descritto come mancanza di radicalità e imborghesimento.
Guardiamo un aspetto specifico. Dagli studi empirici sappiamo che ai lavoratori non basta essere stimati dai “pari”: c’è un grande bisogno di essere visti e stimati anche dai responsabili, dai manager diretti: il grazie e il “bravo” del collega ci fa piacere, in molte occasioni è importante, ma non ci basta: abbiamo bisogno anche di quello del responsabile. Ma mentre nelle imprese hanno introdotto coach e counselor, che sono nuove forme di accompagnamento individuali (quasi) spirituale, nelle comunità i dialoghi personali si appaltano ai padri spirituali o agli accompagnatori esterni, dimenticando che il dialogo tra la singola persona e il suo diretto responsabile è essenziale. Non si tratta di cadere in una visione gerarchica o verticistica, ma di riconoscere che in tutte le comunità umane gli sguardi su di noi (e sugli altri) non sono tutti uguali, e ce ne sono alcuni che non possono mancare, quelli di chi per mandato hanno responsabilità specifiche su di noi. Inoltre, il riconoscimento non va confuso con il bisogno, spesso infantile, di essere sempre incoraggiati, rafforzati e lodati dai “superiori”, che invece è sintomo di bassa auto-stima e fragilità (da curare con altri strumenti). Nei momenti di colloquio e dialogo con i responsabili, non ci saranno poi soltanto i “grazie” e i “bravo”; abbiamo un bisogno vitale che qualcuno veda anche i nostri limiti, le carenze, gli errori, e ce lo dica, nelle forme e nei modi adeguati. Tutti, a turno, facciamo cose non eccellenti e non buone, e lo sappiamo, ma se nessuno ce lo dice aumenta la sensazione di non essere “visti” – un onesto rimprovero è un’alta forma di riconoscimento. Inoltre, abbiamo bisogno di stima vera, non di quella finta di chi non ci conosce e senza sostenere alcun costo ci dice “bravissimo”; nella migliore delle ipotesi ci facciamo un innocuo sorrisino, se invece crediamo a quella stima finta andiamo avanti in errori e vizi che fanno male a noi e agli altri. I feedback onesti sono strumenti essenziali per crescere bene. Gli abusi spirituali e di coscienza di ieri e di oggi non devono impedirci di vivere questa speciale ed essenziale forma di comunione, altrimenti il “foro esterno” finisce col coincidere con la sala Tv, la mensa e la preghiera, e le comunità muoiono. Inoltre, quando manca un dialogo regolare e aperto con i responsabili, i colloqui con i pari diventano quasi sempre mormorazioni – è troppo semplice da parte dei capi condannare “le chiacchiere”: occorre interrogarsi sulle ragioni strutturali che le generano!
Se poi l’unico strumento di riconoscimento resta la carriera gerarchica, si insinua nelle comunità una frenesia per le cariche, molto più deleteria degli incentivi monetari – come accadeva quando gli ecclesiastici facevano voto di castità ma erano ossessionati dal potere. Il buon sviluppo di una vita in comunità dipende molto dal riuscire a navigare evitando due scogli fatali: il Cariddi dell’eccessiva dipendenza dallo sguardo dei superiori, che la tiene in un costante infantilismo e non autonomia; ma anche lo Scilla scoglio in cui si schianta chi, per dolore o delusione, decide di non cercare più lo sguardo di nessuno. Meno si usa il denaro più devono crescere gli altri linguaggi di riconoscimento e gratitudine, perché, soprattutto da adulti, senza reciprocità si vive molto male, a volte troppo. Poi, in un altro giorno ancora più adulto, capiremo che nessuna reciprocità può saziare il nostro desiderio di riconoscimento, perché è infinito. Ma nel frattempo dobbiamo far crescere la riconoscenza possibile e onesta.

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Da Mbappé a Messi, il torneo smentisce la prevalenza del gioco 
di squadra. Vince l’estro del talento: il rischio è di avere un pallone sempre più per solisti

Calcio, il destino del Mondiale nei piedi di pochi eletti

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C’è un paradosso che fluttua negli stadi iper-tecnologici di questo Mondiale XL. Da anni la sociologia dello sport e i guru della tattica ci ripetono che il calcio è diventato la scienza del collettivo perfetto. Ci hanno spiegato che l’organizzazione spaziale, il pressing sincronizzato e le geometrie dei sistemi contano più del singolo elemento; che la squadra è un organismo vivente dove l’individualità va sacrificata sull’altare dell’equilibrio. Poi, però, comincia il torneo, la pressione sale, l’aria si fa rarefatta, e la realtà si riprende il gioco con la forza di un dogma antico: a decidere i destini dei popoli del pallone sono, oggi più che mai, pochissimi eletti. I fuoriclasse. I monarchi assoluti del rettangolo verde.

L’andamento del torneo sta offrendo una galleria di prove schiaccianti. Prendiamo la Francia: impantanata nelle trame di un debutto spigoloso contro il Senegal, si è aggrappata alla fiammata accecante di Kylian Mbappé e alle accelerazioni brutali di Ousmane Dembélé per scardinare tutti gli avversari di turno, superati con irridente facilità. La squadra di Didier Deschamps, anche nel 2-0 inflitto l’altra sera al Marocco, ha dimostrato di essere un collettivo perfetto, ma i suoi automatismi derivano soprattutto dall’estro di tanti giocatori (quasi tutti verrebbe da dire) singolarmente superiori alla media.
Discorso simile per l’Inghilterra, che di fuoriclasse non ne ha in quantità industriale, salvata però dal cinismo spietato di Harry Kane, capace di trasformare in oro i pochissimi palloni puliti ricevuti in area, agendo da catalizzatore unico della sua Nazionale
Anche la Norvegia, che questa sera affronta proprio gli inglesi nel penultimo quarto di finale del tabellone, tornata sul grande palcoscenico ha dimostrato di essere un corpo gregario edificato attorno alla debordante potenza fisica e realizzativa di Erling Haaland. C’è anche altro intorno a lui, è chiaro, ma senza un finalizzatore di quel livello difficilmente i norvegesi sarebbero arrivati così avanti.

Al contrario, per avvalorare una tesi che ha anche l’esatta faccia contraria della medaglia, il Portogallo è parso poca cosa senza un Ronaldo all’altezza dei suoi tempi migliori. E il Brasile ha fallito proprio per l’appannamento dei suoi protagonisti più attesi, con il collettivo orchestrato da Ancelotti che senza almeno un protagonista in grado di fare cose stratosferiche si è arreso prima del tempo che il pronostico gli assegnava.
Ma l’esempio più clamoroso della prevalenza del genio è quello offerto dall’Argentina, dove un Lionel Messi quasi quarantenne – pur camminando per larghi tratti in campo – resta l’unico interruttore in grado di accendere la luce laddove l’algoritmo prevede solo passaggi laterali. Otto gol, gli stessi segnati da Mbappé, testimoniano la resilienza strepitosa di un fuoriclassse in grado di decidere sempre le partite che ancora dedice di giocare.
Tutto questo ci impone una domanda che va oltre la cronaca sportiva e interroga altre sfere di pensiero: cosa è cambiato rispetto al passato? E soprattutto, quali sono le conseguenze estese di questa tendenza nel calcio del prossimo futuro?

Un tempo, il fuoriclasse era la gemma preziosa incastonata in un anello d’oro. Il grande numero dieci (il Pelé, il Maradona, il Rivera di turno) inventava la giocata decisiva, ma era figlio e sintesi di un retroterra culturale comune, il culmine di un’identità collettiva forte. Oggi stiamo assistendo alla nascita dell’atleta-azienda, multinazionali del talento che non si integrano nel sistema, ma sono esse stesse il sistema.
Il calcio contemporaneo, esasperato dai ritmi e dalla densità difensiva, ha finito per ingabbiare la classe media dei calciatori in compiti rigidi e ripetitivi. La tattica moderna ha standardizzato il livello medio: tutti sanno difendere, tutti (o quasi) corrono almeno dodici chilometri a partita, tutti coprono le linee di passaggio. Il risultato di questo livellamento verso l’alto è una noia geometrica che solo l’imprevedibilità del fuoriclasse può spezzare. Il campione, dunque, non è più un valore aggiunto; è l’unica via d’uscita dall’anestesia tattica.
Questa dinamica riflette fedelmente una tendenza della nostra società iper-capitalistica: la polarizzazione estrema. Come nell’economia globale la ricchezza si concentra nelle mani di una percentuale infinitesimale della popolazione, così nel calcio il potere di spostare gli equilibri si è ristretto a una piccola élite di atleti. Il resto della squadra si trasforma in una classe operaia specializzata, il cui compito principale è proteggere il solista, correre per lui, permettergli di conservare le energie per quell’unico, decisivo secondo in cui si determina la vittoria o la sconfitta.

Le conseguenze per il prossimo futuro sono profonde e non prive di risvolti etici. Rischiamo di scivolare verso un “calcio oligarchico”, dove la narrazione stessa dello sport perde la sua radice comunitaria.
Il calcio è sempre stato il gioco di squadra per eccellenza, la metafora della solidarietà dove il debole poteva compensare la carenza di talento con l’organizzazione e il mutuo soccorso. Se la tendenza attuale si consoliderà, assisteremo a una progressiva svalutazione del collettivo.
Le nuove generazioni di tifosi, cresciute a pane e highlights sui social, non si affezionano più alle maglie o alle storie dei club, ma seguono i singoli profili dei fuoriclasse, spostando il proprio tifo a seconda dei trasferimenti miliardari di Vinícius, Mbappé o Haaland. Lo sport di squadra si tramuta in uno sport individuale mascherato.

Inoltre, questa dipendenza dal superuomo crea una fragilità strutturale nelle nazionali. Il Mondiale diventa una lotteria legata allo stato di salute o all’umore di tre o quattro singoli individui. Se l’interruttore si spegne, l’intero castello crolla, perché le squadre hanno disimparato a produrre soluzioni alternative che non passino dai piedi dei loro monarchi.
Domani torneremo a guardare le partite, a goderci la bellezza estetica di un gol di Mbappé, la potenza di Haaland o la geometrica saggezza dell’ultimo Messi. È giusto farlo, perché il talento puro conserva una scintilla divina che merita di essere celebrata. Ma il campanello d’allarme resta. Un calcio che si affida solo ai suoi eroi per sopravvivere alla propria noia è un calcio che sta smarrendo la sua virtù più grande: l’idea che, stringendosi gli uni agli altri, undici persone normali possano ancora compiere un miracolo senza dover dipendere dai piedi del sovrano di turno.

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