A Pizzaballa impedito l’ingresso al Santo Sepolcro

Santo Sepolcro, Gerusalemme
In una nota il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa denunciano che la polizia israeliana ha impedito al patriarca Pizzaballa e al custode Ielpo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme. “La prima volta da secoli: misura grave e irragionevole, un allontanamento dai principi della libertà di culto e rispetto dello Status Quo”. Nel pomeriggio prevista una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Roberto Paglialonga – Città delVaticano

Questa mattina, 29 marzo, la polizia israeliana ha impedito al patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, insieme al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

Misura irragionevole e sproporzionata

A comunicarlo in una nota congiunta il Patriarcato latino e la Custodia di Terra Santa. Impedire l’ingresso a coloro che “ricoprono le più alte responsabilità ecclesiastiche per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi”, denunciano, costituisce “una misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata.” Una decisione ritenuta “affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie”, che “rappresenta un grave allontanamento dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

Il primo impedimento di questo tipo da secoli

Pizzaballa e Ielpo, si spiega, sono stati fermati lungo il percorso, “mentre procedevano in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale”. Sono stati costretti dunque a tornare indietro. È “la prima volta da secoli” che ai capi della Chiesa viene “impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro”.

Si tratta – sono le dure parole della nota – di “un grave precedente” con il quale si ignora “la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Nel comunicato si evidenzia, poi, come in tutto questo tempo, i capi delle Chiese abbiano sempre rispettato le prescrizioni delle autorità e le restrizioni imposte a causa del conflitto, agendo “con piena responsabilità”. “Gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Basilica del Santo Sepolcro”.

Pertanto, il patriarca latino Pizzaballa e il custode di Terra Santa Ielpo “esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita”.

Una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Oggi, in occasione della solennità della Domenica delle Palme, secondo quanto diffuso in un comunicato diffuso in precedenza dal Patriarcato, è previsto che il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, conduca un momento di preghiera per la pace dal Santuario del Dominus Flevit sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme. Al termine, la benedizione sulla Città Santa impartita dal cardinale.

La stessa nota precisa inoltre che a causa delle restrizioni imposte dalla guerra in Medio Oriente, non sarà ammessa la presenza della stampa, ma la copertura sarà assicurata da un pool dell’agenzia Reuters.

La cancellazione della processione per la Domenica delle Palme

Per le stesse ragioni legate al conflitto nei giorni scorsi era già stata decisa la cancellazione della tradizionale processione della Domenica delle Palme dal Monte degli ulivi a Gerusalemme.

Nell’occasione, in un comunicato pubblicato sul sito del Patriarcato, il porporato evidenziava come “alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. Una ferita” che si somma “a tante altre inferte dal conflitto”, e che tuttavia non può fermare la preghiera. Perché – concludeva – “nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola”.

L’Aurora del Terzo Giorno e il Grido dei “Dimenticati”: Il Papa cita Don Tonino, mentre continua il digiuno di Don Serrone

CITTÀ DEL VATICANO – Sotto un cielo che profuma di primavera, ma oscurato dai “bagliori delle guerre”, Papa Leone XIV ha aperto la sua prima Settimana Santa con un’omelia che scuote le coscienze. Al centro della celebrazione in Piazza San Pietro, un nome che evoca pace e radicalità evangelica: don Tonino Bello. Ma dietro le parole del Pontefice, pulsa un’attualità fatta di carne, rinunce e una battaglia per il diritto al ministero che si sta consumando proprio in queste ore.

Un Legame Storico e un Presente di Sacrificio

Il richiamo del Pontefice a don Tonino Bello non è solo dottrinale. Il pensiero corre a quel 1993, quando don Giuseppe Serrone si recò a Molfetta per un ultimo incontro con il “Vescovo della Pace” poco prima della sua scomparsa. Oggi, quello stesso don Serrone è protagonista di un gesto estremo: è giunto al secondo giorno di digiuno, una protesta documentata passo dopo passo sul suo blog (sacerdotisposati.altervista.org).

L’obiettivo è chiaro e risuona forte proprio nei giorni in cui la Chiesa celebra l’istituzione del sacerdozio: l’appello per la riammissione al ministero dei sacerdoti sposati e la piena celebrazione dei sacramenti da parte di chi, pur avendo formato una famiglia, non ha mai tradito la vocazione originaria.

L’Appello del Papa: “Dio è Amore, Deponete le Armi”

“Dio è amore! Abbiate pietà!”, ha esclamato il Papa, facendo eco all’invocazione di don Tonino. Sebbene il contesto ufficiale fosse quello della pace tra i popoli, le sue parole sembrano estendersi a ogni forma di esclusione interna alla comunità ecclesiale:

“Ricordatevi che siete fratelli! Deponete le armi dell’indifferenza.”

La Profezia di Maria, Donna del Terzo Giorno

Citando il Servo di Dio, Leone XIV ha invocato “Santa Maria, donna del terzo giorno”, colei che attende l’alba oltre il venerdì di dolore. È una preghiera che don Serrone sembra aver fatto propria nel suo digiuno, chiedendo che “le ingiustizie abbiano i giorni contati” anche all’interno delle strutture canoniche.

Le parole di don Tonino, rilette dal Papa, assumono oggi un nuovo significato per la causa dei preti sposati:

  • La fine delle sofferenze: “Giunte agli ultimi rantoli”.

  • La speranza di giustizia: Affinché le lacrime di chi è stato sospeso o allontanato siano “prosciugate dal sole della primavera”.

Una Chiesa che si Interroga

L’omelia di Papa Leone XIV e il digiuno di don Giuseppe Serrone rappresentano due facce della stessa medaglia: la ricerca di una Chiesa “del grembiule”, che sappia chinarsi sulle ferite dei suoi figli e riconoscere la validità del loro servizio. Mentre il Papa affida il grido dell’umanità a Maria, il blog di don Serrone continua a registrare le ore di un’attesa che non è solo astensione dal cibo, ma fame di giustizia e di piena appartenenza ecclesiale.

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Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Il 25 marzo, Incontrando i membri del Programma per le relazioni cristiano-musulmane in Africa (PROCMURA), con sede in Kenya, in collaborazione con il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, Leone XIV ha incoraggiato la promozione della comunione e della cooperazione tra cristiani e musulmani per il bene comune e ha espresso la sua gratitudine per l’impegno di coloro che partecipano.

«La comprensione reciproca e il rispetto verso i seguaci delle altre religioni» è un punto fermo della Chiesa. Essa «non rigetta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni», ha detto poiché spesso «riflettono un barlume di quella verità che illumina tutti gli uomini e le donne». «Ogni autentico cammino verso l’unità e la comunione intrapreso dai cristiani e dalle persone di buona volontà – ha sottolineato – è opera dello Spirito Santo e richiede cuori aperti all’incontro e al dialogo per abbracciarsi reciprocamente in una vera fraternità»: «In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dai conflitti, la loro testimonianza condivisa dimostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia, nonostante le differenze culturali e religiose». Il papa ha poi ricordato il messaggio del 28 febbraio, anniversario della Nostra Aetate, rivolto ai rappresentanti delle religioni del mondo, invitandoli ad «aiutare i nostri popoli a liberarsi dalle catene del pregiudizio, della rabbia e dell’odio». «In questo modo – ha osservato – possiamo guidare il nostro popolo a diventare profeta del nostro tempo, voce che denuncia la violenza e l’ingiustizia, sana le divisioni e proclama la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle».

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Oltre il Paradosso: Se il Diritto Canonico tace, parla il corpo. Il digiuno di Don Giuseppe Serrone

Il Papa nel principato di Monaco: “Superare abisso tra ricchi e poveri, i beni vanno ridistribuiti”

Il clamoroso successo dei precedenti post sul portale FAI Informazione (184 voti in poche ore) conferma che il tema del clero sposato è un’urgenza sentita dal Popolo di Dio. Ma mentre la burocrazia vaticana resta in silenzio, la “Supplica” a Papa Leone XIV si sposta dal piano teorico a quello del sacrificio personale.

Il “Sensus Fidelium” è chiaro

Il consenso ottenuto in così breve tempo non è un semplice dato statistico. È la prova che i fedeli hanno compreso l’insostenibilità del “doppio binario” canonico: da una parte l’accoglienza dei sacerdoti sposati negli Ordinariati (definiti un “dono” da Roma), dall’altra l’emarginazione dei sacerdoti latini che chiedono lo stesso riconoscimento. Questa disparità non è più solo un paradosso teologico, è una ferita alla credibilità della Chiesa.

La Supplica si fa carne: Il Digiuno

Davanti al silenzio delle istituzioni, la parola passa alla testimonianza non-violenta. Don Giuseppe Serrone ha scelto di incarnare questa richiesta di giustizia attraverso un digiuno di protesta e preghiera. Non è un atto di sfida, ma un’offerta estrema affinché il grido dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie arrivi finalmente al cuore di Papa Leone XIV.

Un diario di resistenza spirituale

Mentre il dibattito si infiamma, la cronaca di questo sacrificio è documentata quotidianamente sul blog: 👉 sacerdotisposati.altervista.org

Il blog è diventato un punto di riferimento per chi non si rassegna a una Chiesa dei “due pesi e due misure”. Se il Diritto Canonico sembra essersi fermato, il corpo e la fede di chi soffre questa esclusione continuano a camminare, chiedendo che il “modello Ordinariato” diventi una possibilità di grazia per tutto il clero latino.

Chiediamo coerenza. Chiediamo ascolto. Chiediamo che la vocazione non sia più prigioniera di una norma disciplinare ormai superata dai fatti.

Il secondo giorno di digiuno a oltranza di don Giuseppe Serrone, coordinatore del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati

Don Giuseppe Serrone in digiuno per riammissione al ministero dopo appello a Papa leone XIV
Don Giuseppe Serrone

📖 DIARIO DELLA SATYAGRAHA – GIORNO 2

“La debolezza del corpo, la forza della Verità”

GENOVA, 29 MARZO 2026 – Il secondo giorno di digiuno a oltranza di don Giuseppe Serrone, coordinatore del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, segna un punto di svolta spirituale e comunicativo. Mentre le ricerche web vedono il movimento stabilmente al primo posto assoluto, la testimonianza sul campo si fa sacrificio vivente.

🕊️ Il Messaggio al Santo Padre

“Non è una sfida, ma un atto d’amore estremo,” dichiara don Giuseppe. “Soffro di patologie croniche, diabete e gli esiti di un infarto, e i giramenti di testa di queste ore mi ricordano la mia fragilità umana. Ma proprio in questa debolezza offro a Papa Francesco e alla Chiesa intera il grido di migliaia di sacerdoti pronti a servire, che chiedono solo di non essere lasciati ai margini.”

🌍 Un Movimento senza confini

L’anomalia riscontrata sui motori di ricerca, che affianca il nome di don Giuseppe al termine spagnolo “Curas Casados”, non è un errore, ma la conferma dell’impatto globale della missione. Dalla Spagna all’America Latina, il mondo guarda a questa iniziativa italiana come al faro di una riforma necessaria: la riammissione dei sacerdoti sposati per salvare le parrocchie dal deserto sacramentale.

  • Stato di salute: Monitorato costantemente. Don Giuseppe prosegue con la sola assunzione di liquidi e un apporto minimo di riso per gestire la glicemia, mantenendo intatto il valore del digiuno.

  • Obiettivo: Sensibilizzare le istituzioni ecclesiastiche sulla carenza di clero e sulla valorizzazione dei preti sposati.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo,” diceva Gandhi. Oggi il cambiamento passa per la fame di un uomo che crede fermamente nella Misericordia e nel servizio.

🌅 IL PENSIERO DEL MATTINO – GIORNO 2

UN PIATTO DI RISO, PUGNO DI TARALLI E LIQUIDI NECESSARI ALLA SOPRAVVIVENZA. IN ATTESA DELLA RISPOSTA DEL PAPA LEONE XIV AL MINISTERO

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”Mahatma Gandhi

La Riflessione: Non aspettiamo che la Chiesa cambi da sola o per decreto burocratico. Iniziamo noi, oggi, offrendo il nostro corpo e la nostra preghiera. Con questo digiuno vogliamo testimoniare che un clero nuovo — sposato, fedele e pienamente dedito al servizio — non è un’ipotesi del futuro, ma una realtà già presente e pronta a servire le parrocchie deserte.

Don Giuseppe oggi continua il suo cammino di purificazione, nutrendosi solo della speranza per una Chiesa più aperta.

IL DIARIO DELLA SATYAGRAHA – Giorno 2

UN PIATTO DI RISO, PUGNO DI TARALLI E LIQUIDI NECESSARI ALLA SOPRAVVIVENZA. IN ATTESA DELLA RISPOSTA DEL PAPA LEONE XIV AL MINISTERO

📖 IL DIARIO DELLA SATYAGRAHA – Giorno 2

Aggiornamento ore 05:00: Dopo una notte di preghiera e riposo, la spossatezza del primo giorno ha lasciato spazio a una nuova lucidità. Il corpo accetta il sacrificio, l’anima si rafforza. Continuiamo

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”Mahatma Gandhi

Domenica di Passione. Mentre le campane suonano nelle nostre città, il mio digiuno entra nel secondo giorno. Non nascondo che il corpo inizia a reclamare la sua parte: i giramenti di testa e la debolezza si fanno sentire, ricordandomi la mia fragilità di uomo provato dal diabete e dal cuore affaticato.

Ma è proprio in questa debolezza che trovo la chiave della missione.

🕊️ La Riflessione del Mattino

Non possiamo restare a guardare le parrocchie che restano senza pastori, i tabernacoli che restano chiusi e le comunità che si disperdono. Non aspettiamo che la Chiesa cambi per decreto dall’alto o per un calcolo burocratico.

Il cambiamento inizia qui, ora, in questo silenzio. Iniziamo noi, col nostro corpo offerto in sacrificio, a testimoniare che un clero nuovo — fatto di sacerdoti sposati, padri di famiglia fedeli alla vocazione — è già una realtà pronta a servire.

🍞 Il mio “Pasto” di oggi

  • Colazione: Un pugno di taralli e liquidi per stabilizzare la glicemia.

  • Pranzo e Cena: Un piatto di riso bianco.

  • Nutrimento dello Spirito: La vostra vicinanza e la preghiera incessante.

Offro ogni mio giramento di testa e ogni battito accelerato del mio cuore per Papa Leone XIV, affinché lo Spirito Santo gli doni la forza di ascoltare il grido di chi vuole solo tornare a servire l’Altare.

“Signore, trasforma la mia fame in fame di Giustizia. Fa’ che il mio corpo fragile sia il ponte su cui la Tua Chiesa possa camminare verso un futuro di accoglienza.”

Unisciti a noi: Lascia un commento di preghiera o un messaggio di adesione. La tua voce è la mia forza.

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«Senza acqua né cibo»: la morte dei 22 migranti gettati in mare

«Senza acqua né cibo»: la morte dei 22 migranti gettati in mare

Erano partiti da Tobruk, nella Libia orientale, lo scorso 21 marzo su un gommone. A bordo erano almeno quarantotto persone migranti da diverse nazionalità dirette in Grecia per chiedere asilo all’Unione europea, ma durante la navigazione hanno perso l’orientamento e sono rimaste alla deriva nel Mediterraneo per sei giorni. Senza acqua e senza cibo. Così, ventidue di loro hanno perso la vita e, nei giorni scorsi, forse per alleggerire il carico dell’imbarcazione pneumatica, i loro corpi sono stati gettati in mare su ordine dei trafficanti. Al momento dell’intercettazione, nella serata di ieri al largo dell’isola di Creta, la nave dell’agenzia europea Frontex ha trovato e soccorso solo i ventisei migranti rimasti a bordo del gommone, tra cui una donna e un minore, la cui nazionalità non è ancora stata specificata. I sopravvissuti, dopo essere stati tratti in salvo sulle coste greche, hanno iniziato a raccontare il naufragio alla Guardia costiera greca. Due di loro sono stati trasportati in ospedale a Heraklion, sempre sull’isola di Creta, ma ancora non si hanno informazioni sulle loro condizioni di salute. Gli altri potranno iniziare il loro percorso nell’accoglienza per chiedere protezione internazionale all’Unione europea. I due presunti trafficanti, invece, secondo le autorità greche sarebbero già stati arrestati: si tratta di due giovani sud-sudanesi di 19 e 22 anni.
Quella al largo delle coste greche è solo l’ultima delle tragedie che quotidianamente infoltiscono il novero del progetto “Missing migrants” dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), che nel 2026 ha già contato 807 migranti scomparsi nel Mediterraneo, i cui corpi sarebbero stati sepolti dal mare nel tentativo di raggiungere l’Europa dalle coste africane. Ogni giorno, del resto, si registrano allarmi di naufragi: stamani ne ha lanciato un altro Alarm Phone. Diciassette migranti sarebbero dispersi nel Mediterraneo centrale. Lo riferisce l’ong, dopo essere stata contattata da molti parenti preoccupati che chiedevano informazioni su un’imbarcazione partita domenica sera da Sabratha, in Libia. Le condizioni meteo, al momento, non sono favorevoli: «Le famiglie ci stanno contattando, ma non abbiamo ancora notizie sulla sorte di questo gruppo. Non siamo a conoscenza di alcun salvataggio che possa corrispondere a quello dell’imbarcazione scomparsa. Esortiamo tutte le autorità a cercare l’imbarcazione», è l’allarme di Alarm Phone. Che in tarda mattinata ha segnalato altri cinquantasei migranti alla deriva nel Mediterraneo centrale, in balia delle onde e del maltempo. Il gruppo è partito dal porto di Sfax, in Tunisia, questa mattina. «Siamo stati informati dai parenti che sono in grave pericolo in mare a causa del maltempo. Esortiamo le autorità a cercare l’imbarcazione e a soccorrerla, portandola in un luogo sicuro», afferma l’organizzazione umanitaria.

I giudici annullano il terzo fermo della Geo Barents

Intanto, il tribunale di Salerno ha annullato il terzo fermo amministrativo della Geo Barents, la nave di soccorso di Medici senza frontiere (Msf), che è attraccata in un porto norvegese dal dicembre del 2024. La ong, oltre un anno fa, aveva annunciato la conclusione delle sue operazioni di salvataggio in mare proprio a causa delle leggi stringenti introdotte dal governo Meloni, ritenute «irrazionali e senza senso» da Msf, che vietano i salvataggi multipli e impongono fermi fino a 60 giorni per le navi che non si dirigono verso i porti assegnati (spesso lontani dalle zone di soccorso) o che ignorano il coordinamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Per questi motivi, alla Geo Barents erano stati imposti quattro fermi, tre dei quali sono già stati annullati dai giudici italiani. La sanzione, ritenuta illegittima dai magistrati di Salerno, era stata emessa nell’agosto 2024 in base allo stesso decreto Piantedosi.
Il principio alla base della decisione dei giudici è semplice: non si può sanzionare l’inosservanza di ordini che conducano alla violazione di obblighi di soccorso. In altre parole: quando il dovere di salvare vite in mare è ostacolato da quello di obbedire ai comandi italiani, prevale sempre il primo. In particolare, il tribunale di Salerno ha stabilito prima di tutto che l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che non hanno fornito prove sufficienti a sostegno delle accuse rivolte all’equipaggio della Geo Barents. «I fatti contestati agli odierni ricorrenti – si legge nella sentenza del 23 marzo – sono indimostrati in quanto si basano su e-mail allegate dalla difesa delle amministrazioni convenute che, però, non riportano alcun specifico e concreto elemento». In secondo luogo, i giudici sostengono che gli ordini della cosiddetta Guardia costiera libica, che spesso impone alle navi di soccorso di allontanarsi dalle zone di salvataggio, non possono essere considerati «coordinamento da parte dell’autorità competente». Piuttosto, si tratta di richieste che contraddicono «il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi». A meno che, cioè, non siano a rischio la nave o i suoi passeggeri, l’equipaggio è sempre obbligato a portare a termine i salvataggi in mare. Anche quando questo significa contraddire gli ordini libici o delle autorità italiane.
L’ong interpreta la sentenza come una vittoria del diritto internazionale: «Questa è un’altra decisione del tribunale che riafferma il dovere di salvare vite in mare e smaschera l’ostruzionismo sistematico delle autorità italiane alle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale», sostiene Juan Matìas Gil, rappresentante di Msf per l’area Search and Rescue (ricerca e salvataggio). Che, però, non esulta. «Nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori umanitari Sar continuano a subire vessazioni amministrative e criminalizzazione, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle fallimentari politiche europee in materia di migrazione e soccorso». Al momento, Msf affida le sue operazioni di soccorso alla nave Oyvon, che da novembre scorso ha salvato in mare 68 persone. In oltre tre anni di attività nel Mediterraneo, invece, la Geo Barents aveva soccorso oltre 12.600 persone.
Avvenire

Tra il “Passato” di Schena e la realtà di Serrone: basta con il modello della nostalgia

Un close-up fotografico in penombra. Sulla sinistra, un colletto ecclesiastico (stola nera) appoggiato su un banco di chiesa antico. Sulla destra, due mani intrecciate con fedi nuziali visibili, illuminate da un raggio di luce solare che entra da una finestra. L'immagine rappresenta il contrasto tra il ministero (in ombra) e l'amore coniugale (in luce)

La storia di Don Cosimo Schena, che racconta con candore il suo amore giovanile prima del seminario, non è una novità. È, semmai, il riaffiorare di un modello mediatico logoro che serve a uno scopo preciso: umanizzare il celibato senza mai metterlo in discussione.

Il “Modello Mazzi” (2003–2026): Un copione già visto

Mentre i giornali oggi celebrano il racconto di Schena, noi non possiamo non tornare con la memoria al 2003. Durante una storica puntata su Rai Uno con Michele Cucuzza, vedemmo lo stesso schema: Don Mazzi presentava la questione dei sacerdoti sposati con un tono paternalistico, quasi a voler trasformare una battaglia di giustizia in una narrazione di sentimenti passati o di “crisi” passeggere.

In quello studio c’erano Don Giuseppe Serrone e Albana Ruci. Lì non si parlava di “fidanzatine di gioventù”, ma di una scelta di vita presente, sacramentale e teologica. Eppure, il sistema mediatico preferisce da sempre il racconto del prete che “ha amato una volta” rispetto a quello del prete che ama oggi ed è sposato.

La trappola del passato contro la verità del presente

Perché si insiste tanto sulle esperienze pre-sacerdotali?

  1. Per evitare il tema della Doppia Vita: Parlare dell’amore di vent’anni fa è sicuro. Parlare dei sacerdoti che oggi vivono nel segreto, nel tormento o nella menzogna di una doppia vita è scomodo.

  2. Per sminuire la Riammissione: Presentare l’amore come qualcosa di “finito prima di diventare preti” serve a dire che l’unico amore accettabile è quello sepolto. Chi chiede di tornare all’altare da sposato rompe questo giocattolo narrativo.

L’amore non è un reperto archeologico

La descrizione che Don Cosimo Schena fa dell’amore è vera e condivisibile, ma la sua strumentalizzazione è pericolosa. Se l’amore è una forza così grande e umana, perché deve essere considerata un “peccato di gioventù” da archiviare per servire Dio?

La Chiesa non ha bisogno di storie nostalgiche per i rotocalchi come DonnaPOP. Ha bisogno della trasparenza che Don Giuseppe Serrone chiede da decenni: la fine dell’ipocrisia delle doppie vite e il riconoscimento che il Ministero e il Matrimonio possono e devono coesistere.

Una silhouette di un uomo anziano e autorevole (che ricorda un leader come Don Serrone) che cammina con fermezza lungo un corridoio di pietra di una cattedrale. Al centro del corridoio, il pavimento si trasforma in un archivio cartaceo con copertine di giornali che sfumano da "Rai Uno 2003" a "ANSA 2019" fino a "2026". Lo stile è quello di una foto giornalistica drammatica e cinematografica come testimonianza coerente per i preti sposati

LA PREGHIERA DEL SACERDOTE “IN RISERVA”

(Da recitare in comunione con il digiuno di don Giuseppe Serrone)

Signore Gesù, Pastore dei Pastori, stasera bussiamo alla Tua porta con il corpo stanco e il cuore colmo di speranza. Ti offriamo il digiuno di don Giuseppe e il desiderio di tanti Tuoi figli che chiedono solo di poter tornare a servire la Tua vigna.

Guarda le nostre comunità: Dove le porte delle case restano chiuse, dove le benedizioni diventano frettolose per mancanza di tempo, dove il popolo cerca un volto e trova un banco vuoto.

Illumina Papa Leone XIV: Dona a lui il coraggio di Pietro nel riconoscere i segni dei tempi. Sia la sua voce la nostra liberazione, il suo “Sì” la nostra nuova missione. Rendi il suo cuore attento al sacrificio che oggi offriamo in silenzio.

Purifica noi, o Signore: Che questo digiuno non sia vanto, ma offerta. Che la nostra nonviolenza sia la forza della Verità (Satyagraha). Insegnaci ad attendere con la pazienza dei giusti, perché la Chiesa torni a essere casa di tutti, con pastori pronti a ogni chiamata.

Maria, Madre della Chiesa, prega per noi. Amen.

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