Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull’assoluzione

Caso Rupnik, Vaticano: «Infondate» le notizie sull'assoluzione

Le «notizie» riguardo «una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici» sul caso di padre Marko Ivan Rupnik «sono assolutamente infondate». È intervenuto direttamente il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, per smentire le indiscrezioni  «comparse sui media nei giorni scorsi» che riportavano la presunta assoluzione dell’ex gesuita sloveno nel procedimento canonico in corso a suo carico per abusi sessuali, fisici e psicologici e abusi di coscienza. «La valutazione del caso è ancora in corso, si legge ancora nella comunicazione diffusa ai giornalisti, «e il collegio sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dagli interessati e a mezzo stampa». Durante il processo, viene specificato, «come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso e per evitare di ferire tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda».
Nei giorni scorsi, infatti, cinque ex religiose presunte vittime di abusi da parte del sacerdote mosaicista, hanno scritto direttamente al prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, per chiedere informazioni sulla fondatezza delle notizie non confermate riportate dal blog tradizionalista Messainlatino.it il 20 luglio scorso. «Gira insistentemente la voce che don Rupnik sia stato assolto dall’accusa di violenza – ha scritto l’avvocato Laura Sgrò in loro nome -. Nessuna conferma da organi accreditati ma neppure una smentita. Le mie assistite sono assai sconfortate e addolorate». Le ultime notizie ufficiali riguardo il processo risalgono al 13 ottobre del 2025, quando l’ex Sant’Uffizio aveva annunciato la nomina dei cinque giudici del Tribunale che avrebbero affrontato il caso. «Questo processo penale canonico ha natura giudiziale – ha specificato ancora nella nota Bruni – e, come già comunicato, è in deroga alla prescrizione di eventuali reati e potrà dare indicazioni circa la colpevolezza o meno a norma del Diritto Canonico» che «può giudicare e comminare pene per quanto concerne la vita interna alla Chiesa, mentre Marko Ivan Rupnik resta soggetto alla legislazione dei paesi in cui eventuali reati fossero stati commessi e la prescrizione per tali reati è stabilita dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica».
Anche papa Leone XIV, a novembre scorso, rispondendo ai giornalisti a Castel Gandolfo aveva sottolineato l’apertura del nuovo processo, ricordando che «i procedimenti giudiziari richiedono tempo». «Il principio secondo cui una persona è innocente fino a prova contraria vale anche nella Chiesa – aveva aggiunto -. Auspico che questo processo, appena iniziato, possa portare chiarezza a tutte le persone coinvolte». L’indagine vaticana, infatti, era stata avviata nell’ottobre 2023 quando papa Francesco aveva revocato la prescrizione dei delitti contestati. Già nel 2019 la Congregazione per la Dottrina della fede aveva avviato un procedimento penale amministrativo dopo le prime denunce considerate credibili. Nel 2020 il Vaticano annunciò che Rupnik era incorso nella scomunica latae sententiae per aver assolto in confessione una persona con cui aveva peccato contro il sesto comandamento. Scomunica che poi era stata revocata due settimane dopo da papa Francesco. La Compagnia di Gesù ha successivamente espulso Rupnik nel giugno 2023, citando una «persistente mancanza di obbedienza».

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Avvenire

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In tutte le chiese italiane, domenica 26 luglio sarà possibile fare una donazione per le comunità colpite dal terremoto in Venezuela. È la colletta nazionale indetta dalla Conferenza episcopale italiana, «un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà», ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, spiegando il senso dell’iniziativa. Tutte le offerte saranno destinate a progetti di aiuto mirati e coordinati. I fondi arriveranno alle comunità più colpite grazie a Caritas Italia, che lavora in stretto contatto con Caritas Venezuela, attiva sul territorio con di 30mila volontari e centinaia di parrocchie. «La presenza capillare della Chiesa locale consente di raggiungere anche le comunità più isolate – ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana – e di accompagnare le persone con aiuti concreti e con una prossimità che è parte essenziale della risposta». Le donazioni di domenica andranno in questa direzione. Tutte le informazioni aggiuntive si trovano sul sito di Caritas Italia. 
La Guaira non fa più notizia. Ancor più lontane dai riflettori le aree interne, anch’esse distrutte, come il municipio Veroes-Yaracuy uno dei due epicentri del sisma del 24 giugno, colpito anche da inondazioni dopo l’esondazione del canale di irriguo Honda. La crisi umanitaria, in realtà, è appena iniziata. «Gli ospedali non avevano medicine prima del terremoto, figuriamoci adesso – racconta María José Rivas, 74 anni, in fila davanti alla piccola clinica da campo gestita da 40 medici giapponesi a Playa El Yate –. Almeno qui ci danno anche i farmaci, persi sotto le macerie».
Il sistema sanitario dipende da tredici ospedali da campo, allestiti dai vari team stranieri giunti a Caracas dopo il terremoto. Prima della tragedia, la penuria di farmaci e forniture mediche colpiva già il 91 per cento delle strutture. Mancavano anche 100mila operatori sanitari: tutti emigrati, causa crisi e stipendi da fame. Si teme l’insorgere di nuove malattie data l’esposizione dei superstiti a condizioni insalubri e di ulteriori ondate migratorie verso la Colombia. Nel frattempo, la conta dei morti sale a 5.346 mentre i feriti sono 16.740. La preoccupazione più grande riguarda i dispersi, che sono oltre 50mila, molti dei quali ancora sotto le macerie. Le istituzioni, quelle che dovevano rispondere alle crisi, non ci sono più. Sono state smantellate. L’avevano detto i vescovi, dopo il blitz Usa del 3 gennaio, che occorreva «riedificare la struttura istituzionale del Paese» e «restituire indipendenza ai poteri pubblici». Ma è stato il terremoto a smuovere le coscienze di governo e opposizioni, che hanno annunciato l’avvio di «un’agenda di lavoro congiunta» per la ricostruzione del Paese. I colloqui, voluti dagli Usa, prenderanno il via il primo agosto a Caracas.
Saranno coinvolti dieci deputati dell’Assemblea nazionale e altrettanti ex deputati dell’opposizione, eletti nella legislatura precedenti e costretti all’esilio. Il chavismo evoca l’«unità» del Paese e parla di una «road map» volta a «rafforzare la democrazia». L’opposizione parla invece di una «nuova tappa» e parla di «stabilità» e del «recupero» della democrazia, ringraziando il governo Usa per il «fermo sostegno al popolo venezuelano». L’orizzonte: convocare nuove elezioni, poiché il mandato ad interim di Delcy Rodríguez – intenta a sbloccare i beni venezuelani trattenuti all’estero –, è decaduto lo scorso 3 luglio, stando all’articolo 234 della Costituzione. Fonti di Palazzo di Miraflores spiegano ad Avvenire che la presidente sarebbe disposta a fare un passo indietro, ma lo stesso Donald Trump le ha chiesto di restare al suo posto. Il tycoon – che ha protetto Rodríguez da una richiesta risarcitoria da 314 miliardi di dollari da parte di tre cittadini americani presi in ostaggio da Maduro – dice di avere una «relazione incredibile» con Caracas, dove la gente è «molto felice» della presenza americana, ma i tempi non sono ancora maturi per nuove elezioni. Serve prima la ricostruzione dell’infrastruttura petrolifera. Esclusa invece María Corina Machado, che punta a sabotare i colloqui, dividendo le opposizioni attorno all’argomento.
Il protagonismo va invece all’ex parlamentare Dinorah Figuera, mediatrice inviata dagli Usa, che conta sul sostegno diretto del segretario di Stato, Marco Rubio. «L’idea – ha spiegato Rubio – non è solo quella di promuovere una riconciliazione ma anche di avviare un processo di transizione». Secondo il quotidiano Abc, gli Usa hanno affermato il proprio controllo su Caracas seguendo il modello già applicato nel Pacifico, sulle Isole Marshall, che delega a Washington la gestione della sicurezza del territorio. Nel frattempo, la Casa Bianca ha già inviato 3mila tecnici e investito tre miliardi di dollari per il ripristino di autostrade, porti, aeroporti e reti elettriche. Visto il controllo esercitato sul Paese, agli Usa è richiesto di garantire un’equa distribuzione degli aiuti umanitari. «Serve una rendicontazione puntuale dei soccorsi», scrivono quindici Ong, tra cui Comisión de Justicia y Paz e Transparencia Venezuela, al dipartimento di Stato Usa, chiedendo che «l’aiuto venga erogato sulla base dei bisogni e senza discriminazione, in osservanza dei principi di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza».

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Avvenire

Media, Ornella Muti e sua figlia Naike Rivelli fanno domanda per la cittadinanza russa

Ornella Muti e Naike Rivelli - RIPRODUZIONE RISERVATA

Ansa

Naike Rivelli, figlia dell’attrice Ornella Muti, ha dichiarato all’agenzia Ria Novosti che lei e sua madre stanno facendo domanda per la cittadinanza russa.

“Facciamo domanda per la cittadinanza russa per sentirci veramente a casa…

Abbiamo radici russe e non possiamo rinnegare le nostre origini, la nostra famiglia e i nostri amici”, ha affermato Rivelli.

“Molti italiani amano la Russia, le persone che ci vivono e la cultura del Paese. Gli italiani che conoscono la storia non dimenticano i suoi eventi… Anche durante la pandemia di coronavirus, i russi ci hanno sempre sostenuto”, ha aggiunto Rivelli.

Quel sindaco legato alle coop che ha regalato la città ai violenti

Quel sindaco legato alle coop che ha regalato la città ai violenti

Il Giornale

Matteo Lepore è un figlio della Bologna bene. Di professione politico, ha lavorato qualche anno per la rossissima Lega coop. Per il resto, ha sempre fatto lo stesso tragitto: casa, Partito democratico, casa, Partito democratico. Si diploma al Galvani, liceo classico, dove entra in contatto con la borghesia liberal democratica, il soffio prodiano della città. Poi, negli anni universitari, fa la conoscenza di collettivi e centri sociali: gli tornerà utile per il proseguo. Derivato ideologico dell’ex sindaco Virginio Merola, è accusato da destra di aver reso Bologna un hub della droga alla luce del sole. Difficile sostenere il contrario.
Chiunque si avvicini, anche da lontano, lo nota: Bologna, con Lepore, è miele per migranti irregolari, spacciatori e disagiati vari. Scolorito il rosso dei tetti, Bologna assomiglia sempre più a una serra dall’illegalità diffusa. La delinquenza, con questa giunta, è un’infrastruttura sociale.

Spalleggiato dalla Cei di Matteo Maria Zuppi e dall’Ucoii di Yassine Lafram (ex presidente stra-bolognese), Bologna è governata dall’alleanza tra cooperative e centri sociali, entrambi foraggiati volentieri dall’amministrazione Pd/Avs. Nomi che tornano nelle partecipate, porte girevoli tra assisi elettive ed enti gestionali: lo strapotere rosso, a Bologna, è dilagante. Lepore, come chiunque amministri la città metropolitana da sinistra, è alleato fedele degli antagonisti.

Labas, arcinoto centro sociale, se ne sta per gentile concessione del Comune in vicolo Bolognetti, pieno centro. Ieri, i ragazzi di Labas erano a lanciare pietre, nella migliore delle ipotesi, contro le forze dell’ordine. Lepore si affretta: le piazze erano due, dice. Ma anche in quella dei facinorosi ha parecchi conoscenti stretti. Saltato sulla sedia quando IlGiornale ha segnalato il ruolo della moglie nella coop Lai Momo, Lepore, oltre a sostenere i centri sociali, tollera volentieri la proliferazione delle moschee: a Bologna i musulmani hanno toccato quota 40mila. Festeggiano gli «avvocati di strada», architrave della Bologna piddina, impegnatissimi nei ricorsi anti-rimpatri.

Neppure gli universitari si divertono più a Bologna, tra l’insicurezza delle strade e i cantieri che bloccano la viabilità. L’ultima trovata, il naviglio bolognese, è ispirata a Milano ma sta facendo di Bologna una Parigi del XIV secolo: si fa fatica a contare le nutrie e i topi. Poi certo il tram, anche quello in stile meneghino, con la viabilità ingessata, in combinato con la genialata di Bologna 30.

La «rossa e fatale», anche se non lo ammettono, preoccupa anche la sinistra, perché non è più lei. Sotto i portici ci si ripara a fatica. Le mura sono tutte imbrattate. Le osterie, a mano a mano, scompaiono, mentre aumentano i «maranza» che vendono volentieri droga per strada. Poi, a cadenza più o meno regolare, centri sociali e antagonisti vari trovano il pretesto per mettere a ferro e fuoco la città. A Lepore va bene così. E non c’è molto di cui stupirsi. La sorpresa sarebbe se tutto questo andasse bene anche ai bolognesi.

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Avvenire

La fame nel mondo continua a calare lentamente, ma mangiare in modo sano è un diritto ancora negato a una persona su tre. È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del rapporto “The state of food security and nutrition in the world” (Sofi) curato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presentato ieri a Roma. Nel 2025 hanno sofferto la fame 645 milioni di persone, il 7,8% della popolazione mondiale: 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente, terzo calo consecutivo dopo il picco registrato durante il Covid-19. Tuttavia, avverte il rapporto, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo diseguale e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. Se i trend attuali saranno confermati, nel 2030 le persone che soffrono la fame saranno tra i 510 e i 520 milioni. E quasi sei su dieci (il 56%) vivranno in un Paese africano.
Per la prima volta è l’Africa il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Erano 309 milioni nel 2025 davanti ai 292 milioni dell’Asia (che pure ha una popolazione ben più numerosa) e ai 32 milioni dell’America Latina e Caraibi. In termini di incidenza sulla popolazione il divario è ancora più netto: la fame colpisce il 20% degli africani (una persona su cinque) contro il 6% degli abitanti dell’Asia e il 4,8% in America Latina. Anche gli indicatori più ampi sull’accesso al cibo mostrano un quadro simile. Nel 2025, si stima che il 25,8% della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) abbia sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, trovandosi talvolta costretta a ridurre la qualità o la quantità del cibo consumato. Il dato è in calo rispetto al 27,1% del 2024 e al 28,7% del 2020, pur restando su livelli superiori a quelli pre-pandemia. Su questo quadro già fragile pesa un’ulteriore incognita: il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz. In gioco non ci sono solo gas e petrolio, ma anche i fertilizzanti, il cui rincaro si scarica sulla produzione di cibo. Non a caso le proiezioni al 2030 (quei 510-520 milioni di persone ancora esposte alla fame) già scontano l’impatto stimato della crisi: senza il conflitto la stima si sarebbe fermata a 503 milioni.
«I sistemi alimentari mondiali sono ancora fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti e di carburante: l’Asia è particolarmente vulnerabile, seguita dall’Africa», spiega ad Avvenire Federica Diamanti, vice presidente associata dell’Ifad, il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che investe sui piccoli agricoltori nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo. Con minore accesso ai fertilizzanti e un aumento del prezzo dei carburanti (fondamentali per i trasporti e l’irrigazione) «quello che sta già succedendo è che i produttori, in particolare quelli più piccoli, stanno decidendo di seminare meno o di non farlo affatto», spiega. Gli impatti della crisi di Hormuz sono già visibili: in Kenya, ad esempio, buona parte della produzione di montoni destinati all’esportazione verso i Paesi del Golfo per il Ramadan è andata sprecata a causa dello stop ai commerci. «Il ragionamento del produttore diventa: se non ho la certezza di vendere domani, è inutile che produca – spiega Diamanti –. Così queste persone si ritrovano senza reddito e diventano i poveri di domani, se già non lo sono. E allo stesso tempo, con meno cibo prodotto, i prezzi salgono: una spirale che non può che peggiorare il quadro mondiale».
Ma parlare solo della quantità di cibo non è sufficiente; per questo motivo il rapporto Sofi 2026 dedica un affondo sull’accesso a una dieta sana da cui 2,7 miliardi di persone al mondo sono ancora escluse. «Si intende un’alimentazione adeguata, equilibrata, diversificata. Non è così ovunque», spiega Diamanti. A restare esclusi, aggiunge, «sono soprattutto i più poveri e le popolazioni rurali, dove i redditi di sussistenza non consentono di accedere a un’alimentazione bilanciata». Il costo è salito nel 2025 a 4,28 dollari a persona al giorno (a parità di potere d’acquisto), contro i 3,44 del 2021 e i 2,94 del 2017. Una cifra che è circa il 40% più alta della soglia di povertà estrema fissata a livello internazionale, pari a 3 dollari al giorno.
Come affrontare le sfide presenti e, soprattutto, quelle future alla luce delle tante incertezze dello scenario internazionale? La risposta, per l’Ifad, passa da un’agricoltura meno esposta a queste ondate globali: un cambio di logica. «Molti Paesi dipendono interamente dalle importazioni, oppure esportano quasi tutto quello che producono senza costruire catene alimentari locali – osserva Diamanti –. Nel breve periodo esportare dà un’entrata immediata, ma investire nella produzione locale è ciò che genera ricchezza, lavoro, occupazione». E la scelta riguarda anche cosa si coltiva: «Se in Kenya produco mais solo per esportarlo, forse è meglio puntare sul sorgo: una produzione locale che richiede anche meno acqua. Bisogna fare scelte di natura diversa, investendo in alimenti nutrienti e non solo destinati all’export».
È su questo fronte, quello dell’esposizione agli shock dei mercati globali, che secondo Diamanti si gioca la partita: non la ricetta per risolvere le crisi internazionali, ma la strada per renderle meno devastanti là dove colpiscono. «Il piccolo agricoltore in Mali non ha alcuna possibilità di risolvere il conflitto nel Golfo – conclude -, ma ha quella di essere meno vulnerabile: di passare la notte senza che questo cancelli del tutto la sua fonte di sostentamento».

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In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l’annuncio-choc del presidente Ortega

In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega

«Elecciones, nunca más», «Non ci saranno più elezioni». Daniel Ortega ha scelto l’occasione più paradossale per lanciare il nuovo motto: le celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione contro l’interminabile dittatura del clan Somoza. Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: «Libertà o morte». A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. La stessa persona che, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia. La propria. Da oltre un decennio, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu. Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati. Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Quarantesei sono ancora in cella.
Alle ultime presidenziali – vinte con il 76 per cento delle preferenze, nonostante le accuse di frode – di fatto, Ortega non ha avuto rivali dopo l’arresto dei sette candidati dell’opposizione. Le prossime avrebbero dovuto tenersi a novembre. Una controversa riforma costituzionale – che ha blindato il potere del capo della Stato e della moglie, nonché “co-presidente” Rosario Murillo – alla fine del 2025, ha allungato il mandato di governo di un anno, posticipando le consultazioni al 2027. Ora, però, rischiano di saltare. «Dimenticatevene – ha detto il leader 80enne in un’inconsueta apparizione pubblica dopo due mesi di assenza –. Non andremo alle urne per regalare il Paese all’opposizione e perché quest’ultima lo venda agli Stati Uniti». La polemica nei confronti degli Usa è un classico di Ortega. A differenza del Venezuela e di Cuba, il Nicaragua, però, finora non è stato tra le priorità della “dottrina Donroe”, il piano di egemonia continentale coniato da Donald Trump.
La tensione ha cominciato a salire da aprile quando il dipartimento del Tesoro ha sanzionato Daniel e Maurice Ortega, figli della coppia presidenziale ed elementi chiave dell’apparato. A mandare su tutte le furie Washington la firma di una serie di concessioni – ben 84 secondo quanto documentato dalla Fundación del Rio – ad aziende cinesi per un totale di 1,2 milioni di ettari di terra. Ventidue compagnie minerarie di Pechino controllano ormai il 10 per cento del territorio nazionale. Le aree – molte indigene e protette – dove sono collocati i principali giacimenti d’oro. Le ultime due autorizzazioni sono arrivate la settimana scorsa. In quest’ottica si può leggere la veemente risposta del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, all’annuncio dell’imminente abolizione delle elezioni. «Questa dichiarazione La dichiarazione di Daniel Ortega svela la vera natura autoritaria del sistema nicaraguense», ha detto, definendo lo status quo a Managua «inaccettabile» per la Casa Bianca. Il duo Ortega-Murillo finora, però, ha tirato dritto. Pechino permettendo.

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Avvenire

Assisi, la città della pace. Cosa vedere e cosa fare, tra chiese, boschi e sapori dell’Umbria

Assisi ha un territorio collinare (iStock)

Ogni anno è punto di arrivo di milioni di visitatori che vi si recano per apprezzarne i tesori d’arte e le architetture religiose, tra cui la basilica di San Francesco, la chiesa di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse, il duomo di San Rufino e la basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, solo per citare i più importanti, ma anche per apprezzarne i palazzi civici, i musei, le architetture militari e per respirare la storia e la spiritualità di una città senza tempo.

Terra di ulivi e vigne, Assisi è anche luogo di buona tavola, dove apprezzare ricette di grande tradizione.

Dove si trova Assisi
Tra le terre di Perugia e Foligno, Assisi sorge a poco meno di trenta chilometri a sud di Perugia, sul versante nord-occidentale del monte Subasio. Il suo territorio si divide tra zone collinari, di bassa montagna e aree pianeggianti, mentre la città è posta sulla collina.

Dove Viaggi

Liturgia 26 Luglio 2026 XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Dio sta nella sua santa dimora:
a chi è solo fa abitare una casa;
dà forza e vigore al suo popolo. (Cf. Sal 67,6.7.36)

Colletta
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, fonte di sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi a noi un cuore saggio e intelligente,
perché, fra le cose del mondo, sappiamo apprezzare
il valore inestimabile del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
1Re 3,5.7-12
Hai domandato per te la sapienza.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 118
Quanto amo la tua legge, Signore!

La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.

Seconda lettura
Rm 8,28-30
Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Mt 11,25

Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

Vangelo
Mt 13,44-52
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.

Forma breve (Mt 13,44-46):

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Riuniti con fede nella casa del Signore, rivolgiamo al Padre celeste la mente e il cuore, nella fiducia filiale che egli ci è accanto in tutte le necessità.
Preghiamo insieme e diciamo: Padre della vita, ascoltaci.

1. Per la santa madre Chiesa: nel suo pellegrinaggio terreno tenga sempre fisso lo sguardo alle realtà eterne e possa un giorno vedere i suoi figli riuniti al banchetto del cielo. Preghiamo.
2. Per i vescovi e i presbiteri: spezzando quotidianamente il pane della Parola e dell’Eucaristia, offrano ai fedeli il nutrimento efficace per la vita spirituale. Preghiamo.
3. Per i popoli della terra: accogliendo l’invito alla conversione, volgano i loro passi verso Cristo, fonte della vera pace e vincolo di unità. Preghiamo.
4. Per i poveri, i sofferenti e gli affamati: sperimentino la compassione del Figlio nella fraterna sollecitudine di chi si fa loro incontro in sincera condivisione. Preghiamo.
5. Per noi che partecipiamo a questa santa Eucaristia: toccati dalla grazia, crediamo realmente che nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che si è manifestato in Cristo Gesù. Preghiamo.

Ascolta, Signore, le invocazioni che la Chiesa ti rivolge: la tua premurosa presenza nella nostra vita doni conforto alla nostra debolezza. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Accetta, o Signore, queste offerte
che la tua generosità ha messo nelle nostre mani,
perché il tuo Spirito, operante nei santi misteri,
santifichi la nostra vita presente
e ci guidi alla felicità senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Benedici il Signore, anima mia:
non dimenticare tutti i suoi benefici. (Sal 102,2)

Oppure:
Beati i misericordiosi: troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore: vedranno Dio. (Mt 5,7-8)

Oppure (Anno A):
«Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli
e separeranno i cattivi dai buoni», dice il Signore. (Mt 13,49)

Preghiera dopo la comunione
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore. 

PODCAST: “La Morte di Fakir, lo ‘Scudo’ e la Piazza”

La Morte di Fakir, lo 'Scudo' e la Piazza

Le ultime parole pronunciate a terra al quartiere Pilastro, la morte dopo il fermo e la rabbia esplosa nelle strade di Bologna.

In questo episodio ripercorriamo la tragica vicenda di Abderrahim Fakir, 43 anni, e analizziamo il primo vero banco di prova del nuovo “scudo penale” (l’Articolo 45-bis del codice di procedura penale) introdotto dal Decreto Sicurezza per tutelare le forze dell’ordine nell’esercizio del dovere.

In questa puntata troverai:

  • I Fatti: La ricostruzione di quanto accaduto e il profilo di Fakir.

  • La Scheda Tecnica: Come funziona l’iscrizione nel “registro delle annotazioni preliminari” e cosa cambia rispetto al passato per agenti e soccorritori.

  • La Politica e la Piazza: Le dichiarazioni del Ministro Piantedosi, la reazione dei familiari con l’avvocato Anselmo e le cariche tra polizia e manifestanti in Piazza Roosevelt.

⏱️ Durata: 5 minuti circa

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Iran, la prima linea della guerra porta in Giordania. Ecco perché

Iran, la prima linea della guerra porta in Giordania. Ecco perché

Avvenire

Ingombri di derrate e merci, i camion diventati lamiere roventi attendono a più di 40 gradi l’ingresso a rilento in Palestina dalla Giordania. Sono aiuti destinati a Gaza. Devono essere ispezionati da meticolose guardie israeliane. A pochi tornanti, sopra il deserto giordano, il frastuono dei caccia che scendono sulle piste delle basi americane indica un’altra rotta della stessa guerra.

I missili iraniani che hanno colpito le postazioni Usa hanno fatto tre morti fra i marines e riacceso paure e rabbia mai sopite. Con il Regno hashemita che deve rassicurare la popolazione e al contempo chiedere aiuto a chi può convincere gli ayatollah. Gli attacchi incrociati sono proseguiti anche ieri. A Shiraz, testimoni iraniani hanno riferito di forti esplosioni. L’agenzia Fars le ha confermate senza precisarne l’origine, mentre la testata dell’opposizione all’estero Iran International sostiene che sia stato colpito un impianto della Iran electronics industries, legata al comparto militare. Quasi contemporaneamente i media di Stato hanno denunciato raid su Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare civile iraniana. Il governatore Mohammad Mozaffari ha parlato di «località colpite dai proiettili del nemico americano», senza chiarire gli obiettivi.
Non scorrono i camion di aiuti e si tentano anche nuovi blocchi in mare, dopo quello di Hormuz. In un discorso televisivo, il portavoce militare degli Houthi ha annunciato che risponderanno «al blocco con un blocco» e «a ogni escalation con un’escalation». Nel mirino ci sono i sauditi, accusati per gli attacchi sull’aeroporto della capitale yemenita. Perciò da Sanaa si dicono pronti ad attuare il blocco della navigazione ai bastimenti direttamente o indirettamente riconducibili a Riad nel Mar Rosso. E mentre i Pasdaran tentano di controllare la navigazione nello Stretto di Hormuz, Washington intensifica i bombardamenti e l’Iran colpisce gli alleati regionali degli Stati Uniti. Nel Golfo, Bahrain e Kuwait hanno annunciato nuove intercettazioni di droni e missili di Teheran.
La guerra ormai corre lungo una linea che unisce le città iraniane alle basi americane in Giordania, gli impianti energetici del Golfo alle macerie di Gaza e ai villaggi palestinesi della Cisgiordania. Le esplosioni segnalate a Shiraz e Bushehr, gli attacchi contro il territorio giordano e la nomina di Khalil al-Hayya alla guida di Hamas compongono la mappa di un unico conflitto che continua ad aprire fronti mentre la diplomazia non li richiude. Teheran sostiene che i contatti indiretti con Washington proseguano. «Abbiamo ricevuto messaggi attraverso i mediatori», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei che ieri è arrivato in Pakistan, principale mediatore nella crisi. Ma la tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai svuotata.

La Giordania è diventata il punto più esposto della catena di rappresaglie. Il Pentagono ha confermato la morte di due militari americani negli attacchi iraniani e la scomparsa di un terzo. Il Central Command ha riferito del ritrovamento di resti umani ancora da identificare. Domenica le difese giordane hanno intercettato tre missili diretti verso Aqaba, mentre un quarto è caduto in una zona remota. Nuovi raid iraniani anche ieri mattina. Amman ha convocato l’incaricato d’affari di Teheran denunciando i «continui e ingiustificati attacchi» contro il regno. «La sicurezza della Giordania rappresenta una linea rossa», ha dichiarato il portavoce Fuad al-Majali. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi continua a respingere l’idea che il Paese sia parte del conflitto, negando che dal territorio giordano siano partite azioni contro l’Iran. Ha ricordato che la presenza di forze statunitensi è nota da tempo, ma proprio questa cooperazione ha trasformato la Giordania in un bersaglio. I Guardiani della rivoluzione iraniana sostengono di aver colpito le basi di al-Azraq e Prince Hassan, senza conferme indipendenti. Teheran insiste di non avere «alcuna ostilità verso la Giordania», sostenendo di prendere di mira soltanto le forze americane. La traiettoria dei missili attraversa però non solo i deserti sassosi, ma centri abitati e snodi logistici e molti temono che prima o poi qualche ordigno cadrà dove non deve. Il dibattito pubblico alterna rassicurazioni a preoccupazioni. Il politologo Amer Sabaileh osserva che «hanno effettivamente cominciato a colpire le basi», mentre l’analista Areej Jabr parla di «uno scontro su più fronti» volto a sovraccaricare le capacità militari americane e israeliane.
La pressione regionale investe anche Gaza. Hamas ha nominato Khalil al-Hayya nuovo leader del movimento in sostituzione di Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024 da un attacco di Tel Aviv. Secondo l’analista palestinese Reham Owda, la scelta conferma il rifiuto del disarmo e la volontà di mantenere l’alleanza con l’Iran. «I negoziati sul disarmo – preconizza – incontreranno ostacoli significativi». A Khan Younis un attacco israeliano contro un’automobile ha ucciso almeno tre palestinesi, mentre in Cisgiordania nell’area di Masafer Yatta, decine di coloni mascherati e armati hanno attaccato il villaggio di al-Tuwani, incendiato una moschea, abitazioni, un caseificio e un’automobile. Una donna incinta è rimasta ferita. Sui muri hanno lasciato un messaggio: «Vendetta» e una stella di David, alludendo a precedenti scontri con i palestinesi. Secondo gli abitanti, esercito e polizia israeliani non sarebbero intervenuti.
Dalle aride alture giordane, dove le greggi cercano l’ombra inseguendo le rocce, si sente ancora l’amara profezia dell’allora ee Hussein: «Il confine non passa tra la Giordania e Israele, ma tra i sostenitori della pace e gli oppositori della pace».

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