Lo scisma di Lefebvre si ripete 38 anni dopo
Andrea Tornielli – Vatican News
È una storia travagliata, fatta di tentativi generosi, porte tenute aperte, occasioni offerte. È una storia dolorosa, caratterizzata da due gravi strappi che hanno portato la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre a separarsi dal Papa e dalla comunione con la Chiesa di Roma compiendo l’atto scismatico di consacrare dei vescovi senza il mandato pontificio e contro la volontà del Vicario di Cristo. La frattura consumata lo scorso 1° luglio ha conseguenze pesanti non solo per vescovi e sacerdoti lefebvriani, ma per tutti i fedeli, dato che – come si legge nella Nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede – i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale “amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi”.
Le decisioni di Lefebvre
Durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, appartenente alla minoranza conciliare contraria ad alcune delle riforme, aveva comunque apposto la sua firma sotto la Costituzione sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium) ma anche sotto la Dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae). Così come va ricordato che Lefebvre aveva celebrato la Messa del 1965, contenente le prime riforme liturgiche ancora sperimentali. Dopo aver fondato nel 1970 la Fraternità Sacerdotale San Pio X, con un proprio seminario a Écône, nella diocesi svizzera di Friburgo e con il riconoscimento del vescovo diocesano, François Charrière, Lefebvre si rifiuta di celebrare secondo il nuovo messale romano, e nel 1974 definisce “novità distruttrici della Chiesa” quelle introdotte dall’ultimo Concilio. “Noi rifiutiamo” dichiarava per iscritto il 21 novembre 1974 “e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante, che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che sono scaturite. Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito e contribuiscono ancora alla demolizione della Chiesa…”. La diocesi ritira il riconoscimento alla Fraternità Sacerdotale ma la Santa Sede cerca il dialogo con l’arcivescovo: Paolo VI istituisce una commissione per ascoltare le sue istanze e nel 1975 chiede a Lefebvre di chiudere il seminario di Écône e di non procedere con nuove ordinazioni sacerdotali. Per tre volte Papa Montini scrive all’arcivescovo e invia prelati di sua fiducia a visitare la sede dei tradizionalisti. Dopo l’ennesimo rifiuto, Marcel Lefebvre viene sospeso a divinis. Non può più celebrare. Ciononostante, nell’agosto di quell’anno, presiede lo stesso la Messa che gli era stata ormai proibita davanti a diecimila fedeli e quattrocento giornalisti, ottenendone un’enorme risonanza mediatica. Nel settembre 1976 Lefebvre è ricevuto in udienza dal Papa a Castelgandolfo. Il colloquio non porta a nulla. Dialogando con il filosofo francese Jean Guitton nel settembre 1976, che gli aveva chiesto di fare “il possibile e l’impossibile per evitare” uno scisma, Paolo VI risponde: “Sento ciò esattamente come lei. E anche infinitamente più di lei: è la prima vera croce, da tredici anni in qua, del mio pontificato. Ma posso dirle che ho fatto il possibile per evitare ciò”. E aggiunge: “non vedo … come, in effetti, fra qualche mese, non si sia costretti a trasformare questa non-comunione in scomunica”. In realtà ciò non accadrà. Non passeranno mesi, ma diversi anni, nonostante la mano sempre tesa del Successore di Pietro.
L’accordo dottrinale firmato da Lefebvre
Dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, Lefebvre sembra guardare con occhi diversi a Roma. Il 18 novembre 1978 l’arcivescovo viene ricevuto in udienza e in una lettera dell’8 marzo 1980, diretta al Papa, il prelato scrive di non avere “alcuna esitazione sulla legittimità e la validità della vostra elezione”, e di non avere “mai affermato” che la Messa post conciliare “sia in sé invalida o eretica”. L’accordo per sanare almeno in parte le divergenze, e togliere le sospensioni a divinis, sembra possibile dieci anni dopo quell’incontro con Wojtyla, nell’aprile 1988. Il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, insieme al Segretario del Dicastero, l’arcivescovo Alberto Bovone, conducono personalmente, per tre giorni (dall’11 al 13 aprile) la non facile trattativa con monsignor Lefebvre e alcuni suoi collaboratori. L’incoraggiamento più significativo è quello che arriva alla vigilia del vertice dallo stesso Pontefice. Il porporato bavarese, con pazienza e intelligenza, riesce a sottoscrivere con il vescovo tradizionalista un protocollo dottrinale comune. Il testo viene messo a punto nella riunione che si tiene a Roma il 4 maggio 1988 e viene firmato da Ratzinger e da Lefebvre il giorno successivo. In quel testo, il vescovo e i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X, promettono “di essere sempre fedeli alla Chiesa cattolica e al romano Pontefice”; dichiarano di “accettare la dottrina contenuta nel n. 25 della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero ecclesiastico e sull’adesione che è dovuta”; si impegnano “ad assumere un atteggiamento positivo e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica” a proposito di certi punti insegnati dal Concilio o relativi alle riforme posteriori della liturgia e del diritto, che sembrano ai tradizionalisti “difficilmente conciliabili con la Tradizione”. “Dichiariamo inoltre” si legge del protocollo “di riconoscere la validità del Sacrificio della Messa e dei sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa” secondo i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Nel testo dell’accordo si affrontano anche altre questioni: la Fraternità Sacerdotale dovrà diventare una Società di vita apostolica, godendo così della piena autonomia e per “ragioni pratiche e psicologiche, si ritiene utile la consacrazione di un vescovo membro della Fraternità Sacerdotale”. Tutto appare risolto.
Il primo atto scismatico
Ma improvvisamente, la mattina del 6 maggio 1988, il vescovo francese manda all’aria il tavolo della trattativa, ci ripensa e avverte privatamente Ratzinger che il 30 giugno è intenzionato a consacrare dei nuovi vescovi. Sembra che a determinare il comportamento di Lefebvre siano stati la convinzione che la Santa Sede non avesse trovato profili adatti all’episcopato tra il clero della Fraternità Sacerdotale e il timore che il nuovo vescovo provenisse dall’esterno. Un ulteriore incontro, il 24 maggio, si risolve in un nulla di fatto e il 2 giugno Lefebvre scrive a Giovanni Paolo II comunicandogli la clamorosa decisione: lui e i suoi seguaci avrebbero aspettato “un momento più propizio al ritorno di Roma alla tradizione”, pregando che “la Roma di oggi, contagiata dal modernismo, torni a essere la Roma cattolica”. Il 29 giugno, ventiquattr’ore prima delle annunciate consacrazioni, Ratzinger invia un telegramma all’arcivescovo: “Per amore di Cristo e della sua Chiesa, il Santo Padre Le chiede in modo paterno e deciso di venire a Roma oggi, senza procedere alle ordinazioni episcopali del 30 giugno da Lei annunciate…”. Ma ormai Lefebvre ha deciso, e il giorno dopo, assistito dall’anziano presule brasiliano della diocesi di Campos, Antonio de Castro Mayer, ordina vescovi quattro preti della Fraternità Sacerdotale: sono Bernard Fellay, Alfonso de Galarreta, Richard Williamson e Bernard Tissier de Mallerais. Il 1° luglio sui consacranti e consacrati si abbatte la scomunica latae sententiae per aver commesso un atto scismatico. Mentre nel 1988 il cardinale Ratzinger aveva concluso un accordo dottrinale con i tradizionalisti di Écône, ma tutto era era stato annullato per problemi eminentemente pratici, nelle trattative degli anni successivi, la Santa Sede si mostrerà disposta a concedere il massimo dal punto di vista della soluzione canonica, mentre i lefebvriani continueranno a ritenere che manchi la “chiarezza dottrinale”, di fatto pretendendo che siano la Chiesa cattolica e il Papa a rinunciare a parti del Concilio e parti del Magistero post-conciliare.
Il pellegrinaggio del 2000 e le concessioni di Benedetto
Il tentativo di riconciliazione con la Fraternità Sacerdotale San Pio X riprende nell’agosto 2000. I lefebvriani compiono un pellegrinaggio giubilare a Roma e sfilano ordinatamente in piazza San Pietro. Monsignor Fellay, accompagnato dal cardinale Darío Castrillón Hoyos, che presiede la commissione Ecclesia Dei, viene ricevuto per alcuni minuti da Giovanni Paolo II. I contatti continuano e si intensificano dopo l’elezione di Benedetto XVI, che con due decisioni prese a distanza di due anni una dall’altra viene incontro alle richieste dei tradizionalisti. Il 7 luglio 2007 pubblica il Motu proprio Summorum Pontificum liberalizzando l’uso del Messale romano del 1962, anteriore al Concilio, che viene considerato come forma straordinaria della liturgia della Chiesa cattolica di rito latino. E il 24 gennaio 2009 Papa Ratzinger revoca la scomunica del 1988 ai quattro vescovi consacrati illecitamente da Lefebvre. Il decreto di revoca è un atto unilaterale di riconciliazione, che sana l’esistenza di un mini-scisma e apre la porta al dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. La pubblicazione della decisione viene purtroppo anticipata dalla messa in onda di un’intervista di uno dei vescovi lefebvriani ai quali la scomunica è stata revocata, Richard Williamson, il quale, parlando a una emittente svedese, nel novembre precedente mentre si trovava in Germania, aveva fatto affermazioni negazioniste sullo sterminio degli ebrei nelle camere a gas per mano dei nazisti. L’intervista provoca polemiche molto dure contro Benedetto XVI, il quale aveva auspicato che la revoca fosse seguita dal “sollecito impegno” da parte dei vescovi lefebvriani “di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”.
Il preambolo del 2011 e le facoltà di Francesco
Passano gli anni, e nel settembre 2011, al termine di un percorso di colloqui dottrinali – voluti dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X – la Santa Sede presenta un breve documento chiedendo ai lefebvriani di sottoscriverlo. Il testo contiene sostanzialmente tre punti, e la richiesta di sottoscrivere la “professione di fede” richiesta a chiunque assuma un ufficio ecclesiastico, assicurando un “religioso ossequio della volontà e dell’intelletto” agli insegnamenti che il Papa e il collegio dei vescovi “propongono quando esercitano il loro magistero autentico”, anche se non sono proclamati in modo dogmatico, come nel caso della maggior parte dei documenti del magistero. Sottoscrivere il preambolo, ripetono le autorità vaticane, non significava porre fine “alla legittima discussione, lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II”. Anche questo tentativo però va a vuoto: Fellay dichiara inaccettabile il testo dottrinale proposto. Negli anni successivi, lasciati da parte i preamboli dottrinali, vengono studiate soluzioni canoniche – come quella dell’amministrazione apostolica o della prelatura personale – ma il vescovo Fellay, all’epoca superiore dei lefebvriani, fa sapere che “la Fraternità Sacerdotale non è alla ricerca innanzitutto di un riconoscimento canonico”. Nel frattempo gli interlocutori sono cambiati e sulla Cattedra di Pietro siede Papa Francesco. In occasione del Giubileo della Misericordia nel 2016, Papa Francesco concede ai sacerdoti della Fraternità Sacerdotale le facoltà speciali di ascoltare le confessioni e assolvere validamente i fedeli. Un provvedimento mira a unire i fedeli e, tramite la Lettera Apostolica Misericordia et misera, questa facoltà viene prorogata stabilmente oltre l’Anno Santo straordinario. Sebbene la scomunica ai loro vescovi fosse già stata revocata nel 2009, i sacerdoti lefebvriani continuavano ad operare senza l’inquadramento ufficiale della giurisdizione ordinaria della Chiesa cattolica romana. Con questo atto, Francesco aveva voluto compiere un’apertura di dialogo e riconciliazione pastorale pensando soprattutto al bene dei fedeli seguaci della Fraternità Sacerdotale.
Nuovo scisma, confessioni e matrimoni invalidi
La Fraternità Sacerdotale San Pio X il 2 febbraio 2026 annuncia che saranno consacrati nuovi vescovi il 1° luglio. Il 12 febbraio il Superiore della Fraternità Sacerdotale don Davide Pagliarani viene ricevuto a Roma dal cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Il prefetto ha proposto ai lefebvriani “un percorso di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben precisa, riguardo a temi che ancora non hanno avuto una sufficiente precisazione”, per evidenziare “i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica” e una soluzione canonica: “La possibilità di svolgere questo dialogo presuppone che la Fraternità sospenda la decisione delle ordinazioni episcopali annunciate”. Nonostante i ripetuti appelli e avvertimenti a non procedere con le nuove ordinazioni episcopali, nonostante i ripetuti inviti al dialogo, i lefebvriani a parole professano obbedienza al Successore di Pietro, ma nei fatti non aprono alcuno spiraglio né prendono in considerazione le richieste del Successore di Pietro e procedono nel loro intento, che sancisce un nuovo scisma. Rispondendo a una domanda dei giornalisti a Castel Gandolfo, Leone XIV il 16 giugno afferma: “Certamente la divisione tra i cristiani è sempre un punto doloroso, però loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno quella scelta, mi dispiace, però noi dobbiamo andare avanti”.