Lo smarrimento dell’intelligenza della Storia

Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo

Avvenire

«Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia». Roy Batty, il replicante di Blade Runner, muore recitando l’elegia della memoria. Vertiginoso paradosso. L’essere artificiale piange ciò che l’essere umano dissipa ogni giorno. Lui, creatura senza infanzia, sa che perdere i ricordi e gli insegnamenti che essi recano in dote, significa morire due volte. Noi, noi umani, che custodiamo ricordi e insegnamenti da millenni, abbiamo, invece, deciso che essi non servono più a nulla. E non insegnano più nulla.
Eppure, non è stato sempre così. Per venti secoli l’Occidente ha ripetuto la massima di Cicerone: la Storia è testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae. Qualcuno la considera – ancora oggi – un’elegante formula retorica. Niente di più falso. In realtà, si tratta di una raffinata tesi epistemologica. E, in qualche misura, finanche di una profonda prospettiva soteriologica (come proveremo a spiegare più avanti). Quella massima racchiude ed esprime, infatti, una verità molto semplice: esiste un ordine intelligibile degli eventi, l’uomo può leggerlo e, leggendolo, può correggersi.
Oggi, invece, la maestra è stata licenziata.
Senza clamore. Senza lacrime. Senza rimpianto.
Reinhart Koselleck aveva diagnosticato questa frattura con precisione disarmante, individuando nella modernità come il punto in cui l’orizzonte di attesa si stacca dallo spazio di esperienza. Prima si attendeva il futuro perché lo si era già intravisto nel passato; poi si è preteso di attendere un futuro che il passato non autorizza; infine, si è deciso di costruire un futuro artificiale, senza l’Uomo e senza Dio. François Hartog ha dato un nome all’esito di questo processo: presentismo. Un presente dilatato, obeso, autosufficiente, che divora insieme sia la memoria che la profezia. Un presente senza passato e senza futuro, poiché senza verità. Un presente senza verità, poiché senza passato e senza futuro. Un presente utilitaristico ed edonistico. Un presente onnipotente.
Ci sentiamo invincibili. Sentiamo di bastare a noi stessi. Dimenticando la lezione della Storia. Quando, nel Trecento, Ibn Khaldun pose le basi di una scienza della storia, lo fece su un’intuizione che, nel corso dei secoli, abbiamo volutamente e colpevolmente deciso di ignorare (spiritualmente ed epistemologicamente): le dinastie e le civiltà potenti non muoiono per una debolezza sopraggiunta, bensì per il loro stesso successo effimero, che le indebolisce dall’interno. La coesione che le ha fatte nascere si dissolve nell’agio che hanno conquistato. Il declino non è l’interruzione della prosperità: ne è il frutto maturo.
Norbert Wiener lo ha tradotto nel linguaggio della macchina. Nessun sistema vivo sopravvive senza retroazione negativa. Quel dispositivo umile e decisivo che contrasta la deviazione, confronta il risultato con lo scopo, misura lo scarto e corregge la rotta. Il timoniere, il termostato, l’organismo, la coscienza. Toglietela e non otterrete la libertà: otterrete la corsa cieca. Il sistema amplificherà sé stesso fino a distruggersi. Non per malvagità. Per struttura.
Ecco, dunque, la diagnosi che nessuno osa formulare: la Storia era la retroazione negativa dell’umanità. L’abbiamo disattivata. E abbiamo consegnato il timone a un meccanismo che conosce soltanto la retroazione positiva: accelerazione, amplificazione, capitalizzazione, crescita illimitata.
Se volessimo estrapolare, tra i tanti, un dato capace di rappresentare efficacemente questa condizione, ce n’è uno particolarmente paradigmatico, sul piano sia quantitativo sia qualitativo.  Secondo Gartner, nel 2026 i data center consumeranno 565 terawattora di elettricità contro i 447 del 2025: un balzo del ventisei per cento in dodici mesi, con i server dedicati all’intelligenza artificiale che passano da 95 a 175 terawattora. L’intelligenza artificiale consuma già più elettricità dell’Italia intera. Google, per acquistare capacità di calcolo, si è impegnata a versare a SpaceX circa 920 milioni di dollari al mese. E il 23 luglio Blackstone ha comunicato che nove dei suoi dieci investimenti più rivalutati sono legati all’intelligenza artificiale, con 1.350 miliardi di dollari di attivi in gestione. È la fotografia della nostra società. Della sua deriva di potenza. Della sua miopia. Dell’incipiente disastro che si intravede all’orizzonte.
All’apparenza è solo software. Invece, cresce come siderurgia. Consuma suolo, acqua, trasformatori, turbine, minerali, paesaggio. E intanto disegna un futuro distopico, senza aver ancora dimostrato la sostenibilità del proprio modello di business. E forse non la dimostrerà mai, a sistema sociale, produttivo ed economico invariato. Nel frattempo, la politica e le policy arrancano nell’incapacità di costruire un avvenire buono e sapiente.
È l’inganno degli inganni del nostro tempo. Uno dei tanti.
Ivan Illich chiamava soglia di controproduttività il punto in cui uno strumento comincia a generare l’opposto del proprio scopo. La medicina che ammala, la scuola che istupidisce, il trasporto che immobilizza. Nicholas Georgescu-Roegen lo aveva dimostrato attraverso la legge dell’entropia: il processo economico non è un circolo, è un imbuto. Una teoria che ignora l’entropia non è audace, è una contabilità falsa. Si accumula informazione alla velocità della luce e si perde comprensione alla stessa velocità. E vale la legge di Goodhart: ogni misura, divenuta obiettivo, cessa di essere una buona misura.
L’inganno della Storia è mascherato anche dalla contabilità. Da metriche che misurano tutto tranne ciò che conta. Simon Kuznets avvertì che il prodotto interno lordo non era una misura del benessere, e nessuno lo ascoltò. Da tassi di sconto che rendono il futuro leggerissimo, quasi nullo, quasi inesistente. Da esternalità che escono dal bilancio e rientrano dalla biosfera. Hartmut Rosa ha descritto questo fenomeno come un’accelerazione sociale che non lascia più il tempo di elaborare l’esperienza, e dunque di trasformarla in sapienza. E l’entropia, ricordava ancora Georgescu-Roegen, trasforma irreversibilmente energia disponibile in energia dissipata, materia ordinata in scarto. Nessun bilancio trimestrale lo registra.
Albert O. Hirschman aveva individuato nella voce – il reclamo, il dissenso, la critica leale – il vero organo di correzione delle istituzioni. Dove la voce è silenziata resta soltanto la fuga. E dopo la fuga il collasso. Eugenio Colorni insegnava che la critica non è un’opinione, è un metodo. Sono precisamente gli organi che il nostro tempo ha atrofizzato. Alla voce abbiamo sostituito la reazione; alla critica, la profilazione; al dissenso, l’algoritmo che ci conferma.
Il piano inclinato verso l’autodistruzione è servito. E, come tutti i piani inclinati riusciti, è camuffato magnificamente da teorie sofisticate quanto sintetiche e manipolatorie, capaci di persuaderci che stiamo attraversando il periodo più luminoso della Storia. Nonostante non manchino le denunce. Joseph Tainter ha mostrato che le società complesse non muoiono soltanto per aggressione esterna, ma anche per i rendimenti marginali decrescenti della loro stessa complessità, che le porta a investire in soluzioni che costano sempre di più e rendono sempre di meno, fino a rendere insostenibile la struttura. Ulrich Beck ha nominato la nostra condizione società del rischio, nella quale i pericoli non provengono dalla natura ostile, ma dalla nostra stessa modernizzazione. Karl Polanyi aveva già descritto il gesto originario: sradicare l’economia dalla società, e poi pretendere che la società si adatti all’economia.
Sembra un film già visto. Il racconto dei nostri giorni non è inedito. Non è casuale che molte antiche cosmogonie narrino di una società morta per troppo sviluppo. O, più esattamente, per troppa superbia. Che genera un falso sviluppo. Uno sviluppo senza l’uomo. Uno sviluppo che asserve l’uomo ma non lo serve. Uno sviluppo che minaccia l’umano ma non lo custodisce. Ma anche questa verità non siamo più in grado di vederla.
Eppure, molte antiche letterature e tradizioni antropologiche (e non solo) ce la raccontano. Esiodo colloca la rovina non all’inizio ma alla fine: dall’età dell’oro a quella del ferro, il perfezionamento tecnico coincide con la regressione morale. Il diluvio di Gilgameš e di Atraḫasīs sommerge civiltà già sviluppate, non comunità ai loro inizi. Il Popol Vuh racconta di uomini di legno, capaci di parlare e moltiplicarsi, cancellati perché privi di memoria e gratitudine. E i sacerdoti di Sais, nel racconto platonico, rivolgono a Solone il rimprovero più temibile che si possa muovere a un popolo colto: voi Greci siete sempre bambini, perché non avete memoria. Erano loro, gli Egizi, a custodire la cronaca delle civiltà scomparse. Erano loro a sapere che Atlantide non affondò per debolezza, ma per delirio di potenza. Il progetto di Babele, fra tutti, non fallisce per arretratezza: fallisce per eccesso di coordinamento e di ambizione verticale. E il diluvio della Genesi non travolge una tribù di primitivi: sommerge una civiltà che aveva riempito la terra di violenza mentre credeva di averla riempita di opere. Il mito è più realista della statistica. Ma noi non lo percepiamo. Nulla più ci scalfisce. Né le evidenze empiriche. Né le evidenze meta-empiriche. La superbia e l’idolatria ci posseggono. E, di solito, la superbia e l’idolatria precedono la caduta definitiva. Sempre. Perché la superbia e l’idolatria sono le sole forme di cecità che si presentano come apparente (e falsa) lucidità. Il denominatore comune di tutte le cosmogonie è teologico prima che sociologico.
È cosa giusta chiedersi, allora: perché? Perché vediamo, viviamo e non comprendiamo? La risposta che ci dona la teologia fondamentale è impietosa: il nostro cuore è indurito. Questa risposta trova fondamento nella lettura delle Sacre Scritture. E rovescia il problema come un guanto. L’indurimento del cuore è il frutto della nostra storia personale. Non ci impedisce di leggere la Storia per distrazione. Ci impedisce di leggerla perché è la Storia stessa che ci ha formati così. Ovvero, stiamo progressivamente diventando strutturalmente incapaci di accogliere la verità.
Tutto ciò non è casuale. Dove la verità è ridotta a preferenza e convenienza, nessuna lezione è più deducibile. Perché nessun errore è più riconoscibile. Siamo, oramai, oltre il relativismo. Siamo ben oltre la post-verità. Siamo nel pieno della società artificiale. Che fabbrica false verità a piacimento. Senza tener conto degli insegnamenti della Storia. Il fallimento non viene appreso: viene sublimato. La catastrofe non diventa esperienza: diventa narrazione. Il passato non istruisce: al massimo intrattiene.
Come abbiamo già detto c’è una figura, nella Sacra Scrittura, che riassume questa deriva e, con essa, ogni superbia della Storia: il Faraone d’Egitto. Possiamo paragonare il cuore indurito dell’uomo contemporaneo al cuore indurito del Faraone d’Egitto. Egli era stato formato in una così grande falsità da pensarsi un dio. Non solo. Da pensarsi il dio più grande di tutta la terra. Ogni altro dio era inferiore a lui, dal momento che ogni altro popolo era inferiore al suo popolo e ogni esercito era inferiore al suo esercito.
Quando il vero Dio, il solo vero Dio, iniziò a manifestarsi come il solo Signore – non solo degli uomini, ma della creazione intera – il Faraone rimase irrimediabilmente schiavo della propria falsità. Concesse, sì, ma a metà: il Dio degli Ebrei potrà anche governare la creazione, ma il suo popolo è pur sempre fatto di uomini, e sugli uomini il potere è suo.
È esattamente il patto che il nostro tempo ha sottoscritto. Al Cielo lasciamo volentieri le grandi cause simboliche e spirituali. Ma sull’uomo e su tutto ciò che è sensibile – sul suo inizio e sulla sua fine, sul suo corpo, sui suoi dati, sul suo lavoro, sul suo desiderio – il potere resta nostro. Come se le due dimensioni fossero scindibili l’una dall’altra.
Continuiamo a ingannarci e a illuderci. Ma la Storia continua a ricordarci la verità. Una verità che non sappiamo riconoscere, però. Perché il nostro cuore è indurito, abbiamo già detto. È indurito il cuore dell’Umanità. È indurito il cuore della Cristianità (che dell’umanità dovrebbe essere sale e lievito). È già successo. Vengono in mente i discepoli: avevano visto i pani moltiplicarsi poche ore prima; poi, nella notte, sul lago in tempesta, vedono Gesù camminare sull’acqua e lo credono un fantasma. Il Vangelo non attenua: «non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito». Il segno c’era stato. Ma non fu riconosciuto. A questo proposito c’è un contrappunto che quasi nessuno nota mai. Appena sbarcati a Gennèsaret, «la gente subito lo riconobbe». Come a dire: i discepoli, che avevano visto tutto, non capiscono; la folla dei sofferenti, che non aveva visto nulla, riconosce all’istante. La differenza sta nel cuore. Lo conferma anche l’Apostolo Paolo, riferendosi ai suoi: «ma le loro menti furono indurite». Il velo resta sempre steso sul cuore, e cade solo quando avviene la conversione al Signore, perché «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà».
Nonostante il Signore aggiunga segni a segni, il popolo non si converte. Il suo cuore rimane indurito. Vale per l’Egitto delle dieci piaghe, per i discepoli della barca, per l’Occidente delle crisi finanziarie, delle pandemie, delle guerre riaccese, delle disuguaglianze scandalose, del clima impazzito. Vale per tutti noi. Anche il nostro cuore è indurito. E questa durezza è fonte di morte. La vera morte della Storia. L’Apocalisse attesta che, nonostante il Signore dia all’uomo ogni segno della sua Signoria, l’uomo giunge perfino “ad adorare la bestia”. Eppure, anche oggi, in tutto il mondo, l’Onnipotente non smette di rivelare a ogni uomo che solo Lui, il Dio Creatore, è il Signore della creazione. Ma una falsità divenuta struttura non si smonta dialetticamente. Si smonta solo con la conversione del cuore.
Allora la domanda non è più politica, né economica, né tecnologica. La domanda è spirituale. È detto: «toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Dal cuore di pietra al cuore di carne si passa solo per opera dello Spirito. Spetta ai veri profeti annunciare questa verità. Se questa verità non viene annunciata, l’opera dello Spirito Santo non potrà essere riconosciuta e accolta.
Poiché, come ci ricorda San Paolo, la porta non è chiusa: vi sarà un tempo nel quale, per purissima grazia di Dio, anche i cuori più induriti torneranno a essere popolo del Signore. Non però senza Cristo: in Cristo, con Cristo, per Cristo. È la sola profezia che ci sia consentito pronunciare sul futuro. E non riguarda le macchine: riguarda i cuori.
È qui che l’innovazione armonica smette di essere una teoria e diventa una missione. La speranza è, infatti, una sola: che il santo rimanga santo e si santifichi ancora,  affinché, per la sua santità, lo Spirito Santo possa trasformare altri cuori induriti in cuori di carne. Solo questa è la via che si può percorrere. Non è poco: è tutto.
Ogni buon Armonauta lo sa. Sa che tutto è dall’ascolto. Sa che nell’ascolto è la benedizione. E nella benedizione è la grazia. La grazia che fa nascere (ogni giorno) l’Uomo nuovo. Dall’Uomo di pietra all’Uomo di carne. E poi, ancora, dall’Uomo di carne all’Uomo nello Spirito. L’Uomo vero. Se non si passa per la grazia si passerà necessariamente per la sofferenza della Storia. È legge inderogabile. Non sprechiamola, allora, la Storia. Ascoltiamola. È l’ultimo strumento attraverso il quale Dio, con infinita misericordia, ci parla e ci cerca. Per salvarci. Per renderci parte della gloria eterna.

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I giovani ebrei italiani, il coro dei naziskin: cosa è successo a Sofia

I giovani ebrei italiani, il coro dei naziskin: cosa è successo a Sofia

Avvenire

Al loro arrivo a Sofia, per l’ultima tappa del “camp” estivo in Bulgaria, si sarebbero aspettati ben altro tipo di benvenuto. Invece il gruppo di giovani ebrei italiani, in gran parte appartenenti alla comunità di Roma, ha sentito salire fino alle finestre dell’hotel l’urlo “Siegh Heil”, famigerato saluto nazista. È bastato guardare in basso (in tutti i sensi) per scorgere un pugno di energumeni vestiti di nero, naziskin bulgari che si sono sentiti in obbligo di portare il loro oltraggio agli ospiti. La polizia è intervenuta ma ci sono stati momenti di tensione, anche perché gli uomini neri hanno cercato di entrare con la forza. Dissuasi dagli agenti, sono però tornati poco dopo, bloccando per diversi minuti l’ingresso dell’hotel. Facile immaginare la paura degli adolescenti, costretti a rimanere nelle loro stanze per evitare guai peggiori. La scena, risalente al 2 agosto, è stata immortalata in un video diffuso sui social dalla Comunità ebraica di Roma. «I nostri figli non sono liberi di viaggiare in Europa senza essere esposti alla violenza e all’aggressione verbale degli antisemiti», è stata la durissima reazione di Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica romana, che ha bollato l’episodio come «ignobile provocazione».
L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane esprime «solidarietà ai giovani ebrei italiani per l’episodio di minacce antisemite – che secondo le prime ricostruzioni dei fatti – è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bene Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante». L’Ucei conclude promettendo filo da torcere: «Da parte nostra metteremo in atto tutte le possibili azioni affinché la vita ebraica in tutte le sue manifestazioni possa continuare a svolgersi in sicurezza e tranquillità per gli ebrei italiani ed europei».
Solidarietà e vicinanza sono state espresse alla comunità ebraica, in particolare a quella di Roma, dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, ha riferito che Zuppi ha telefonato a Livia Ottolenghi, presidente dell’Ucei, e a Rav Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma. «Il Presidente della Cei – ha riferito Corrado – ha voluto manifestare la prossimità della Chiesa italiana ai ragazzi, ai loro familiari e alle loro comunità, ribadendo la ferma condanna di ogni atto di antisemitismo. Non si possono liquidare tali episodi come goliardate o azioni inconsapevoli: l’odio non è mai innocuo e non si può mai accettare. Quanto accaduto ci sprona ancora una volta a contrastare la violenza, anche verbale: è necessario, oggi più che mai, disarmare le parole e purificare il linguaggio».
L’episodio solleva interrogativi inquietanti: come facevano i naziskin a sapere della presenza del gruppo di adolescenti? Un mistero che sarà bene chiarire, e anche in fretta. «L’aggressione neonazista a un gruppo di giovani italiani a Sofia riempie di sdegno e di preoccupazione. Cresce in Europa il riproporsi della violenza e dell’intolleranza antisemita. Tutta la nostra solidarietà alle Comunità Ebraiche di Roma e di tutto il Paese» fa sapere il Pd per voce dei deputati Andrea De Maria e Virginio Merola. Netta anche la presa di posizione del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. «Immaginare dei ragazzi costretti a provare paura durante un viaggio, soltanto perché ebrei, suscita dolore e indignazione. Le minacce, i saluti nazisti e le grida che richiamano una delle pagine più buie della storia europea rappresentano un’offesa alla memoria, alla dignità umana e ai valori sui quali è stata costruita la nostra Europa. Di fronte al riemergere dell’antisemitismo non sono ammesse ambiguità o silenzi: le istituzioni e la società civile devono reagire con fermezza, proteggendo soprattutto le nuove generazioni dal veleno dell’odio».
L’indignazione è unanime. Ignazio La Russa, presidente del Senato, manifesta «profondo sdegno», mentre Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, parla di «episodio gravissimo e inaccettabile. L’antisemitismo, i richiami al nazismo e ogni forma di odio razziale non possono trovare alcuno spazio in Europa. Mi auguro che le autorità bulgare individuino rapidamente i responsabili e li assicurino alla giustizia». Anche Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva – Casa Riformista, esprime la sua vicinanza ai ragazzi, aggiungendo però che «la solidarietà non basta. Chiediamo alla Farnesina di attivarsi immediatamente con le autorità bulgare per garantire la sicurezza dei nostri connazionali e ottenere risposte chiare». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani non si è fatto pregare: «Condanno questo ennesimo episodio di antisemitismo, un germe che va combattuto, una forma di odio e discriminazione che va estirpata».

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La svolta comunicativa di Papa Leone XIV e il ruolo di Alvarado: verso un realismo pastorale trasparente che valorizzi i sacerdoti sposati

Giovane e conservatrice: la mossa Alvarado, prima Prefetta laica. Così Papa  Leone rivoluziona la comunicazione | Corriere.it

L’approfondita analisi pubblicata da Silere non possum sulla riorganizzazione della comunicazione vaticana sotto la guida di Papa Leone XIV e del nuovo assetto affidato al Direttore della Sala Stampa e dei Media vaticani evidenzia un cambio di passo decisivo: superare la propaganda e le narrazioni patinate per restituire alla Chiesa un linguaggio di rigore, verità istituzionale e concretezza pastorale. Una comunicazione che non nasconde le complessità, ma le affronta con chiarezza e trasparenza di fronte al Popolo di Dio.

Questo nuovo corso comunicativo ed ecclesiale tocca da vicino una delle realtà più urgenti per la vita concreta delle parrocchie: la gestione della crisi delle vocazioni e il superamento dei tabù legati al ministero presbiterale.

Dialogo cristiano-confuciano, Koovakad: insieme per un mondo più armonioso

I partecipanti al primo colloquio cristiano-confuciano, nella Jeong Hasang Hall dell'Università di Sogang, a Seul (Corea del Sud)

A Seul, in Corea del Sud, il cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha aperto il primo colloquio formale tra le due tradizioni religiose, promosso in collaborazione con l’Accademia Confuciana Coreana Sungkyunkwan: la visione cristiana del “Cielo nuovo e della Terra nuova” e l’ideale confuciano del “Datong” (Grande Unità) “danno voce a una delle aspirazioni più profonde” dell’umanità: “Costruire società pacifiche e solidali”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – Vativan News

La visione cristiana del “Cielo nuovo e della Terra nuova” e l’ideale confuciano del “Datong” (Grande Unità) “nascono in contesti religiosi, filosofici e culturali differenti”. Eppure “entrambi danno voce a una delle aspirazioni più profonde” dell’umanità: “Costruire società pacifiche, inclusive e solidali” che sappiano “edificare un mondo più giusto, più armonioso e più ricco di compassione”. Lo sottolinea il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, nel discorso inaugurale del primo colloquio cristiano-confuciano aperto questa mattina, 4 agosto, presso l’Università cattolica di Sogang, a Seoul, in Corea del Sud. L’incontro, che prosegue fino al 5 agosto, è il primo dialogo formale tra le due tradizioni religiose, promosso dal Dicastero della Santa Sede, in collaborazione con l’Accademia Confuciana Coreana Sungkyunkwan, la Conferenza Episcopale della Corea e l’Università di Sogang.

“Dialogo sul contributo del cristianesimo e del confucianesimo a una società ideale: Nuovo Cielo, Nuova Terra e Datong (Grande Armonia, Grande Unità)” è il tema dell’evento …
Cristianesimo e confucianesimo per una società ideale
Sul tema Dialogo sul contributo del cristianesimo e del confucianesimo a una società ideale: Cielo nuovo, terra nuova e Datong (Grande Unità), si confrontano studiosi confuciani e cattolici, rappresentanti religiosi e operatori del dialogo provenienti da vari Paesi. L’incontro, ricorda il cardinale, si è aperto “con la presentazione della bozza delle Linee guida per il dialogo cristiano-confuciano: un importante traguardo accademico e un passo significativo nel nostro comune cammino di ascolto e di comprensione reciproca”. Al termine della due giorni verrà pubblicata la versione definitiva della Guida, chiarisce il segretario del Dicastero, monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage.

Religioni che ispirano una vita di servizio al bene comune
Il porporato indiano, nel suo discorso, ribadisce che cristianesimo e confucianesimo, due delle grandi tradizioni di civiltà del mondo, “hanno profondamente plasmato lo sviluppo morale, culturale e sociale delle società e continuano ancora oggi a ispirare una vita di virtù e di servizio al bene comune”. Ma il dialogo tra queste due tradizioni “è rimasto finora limitato”, e può essere fondato “sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso per la fraternità e la piena fioritura della persona umana”. Koovakad chiarisce che sia l’ideale confuciano del Datong (Grande Armonia o Grande Unità), sia la visione cristiana del Cielo nuovo e della terra Nuova, sono nati “all’interno di comunità chiamate ad affrontare profonde crisi sociali, politiche e morali”. In entrambi i casi, le tradizioni ereditate “sono state reinterpretate creativamente per delineare un orizzonte di speranza capace di guidare le persone attraverso l’incertezza e il cambiamento”.

Datong: la Grande Armonia nella tradizione confuciana
Confucio, spiega il prefetto, “si rivolse al patrimonio classico per recuperare un’immagine convincente della società ideale” che i suoi discepoli continuarono a sviluppare durante il turbolento periodo degli Stati Combattenti. Nel capitolo Li Yun («L’evoluzione dei riti») del Libro dei Riti (Liji) questa visione viene espressa attraverso l’immagine dell’epoca «in cui la Grande Via (Dao) prevaleva sotto il Cielo», dando origine al Datong, una società governata da valori etici, dalla giustizia e dal bene comune. Il lavoro “era condiviso senza egoismo e le porte delle case rimanevano aperte”. Le persone “lavoravano con impegno, non per il proprio vantaggio, ma perché ritenevano giusto mettere a frutto le proprie capacità”. Viene insomma descritta una “visione integrata della rettitudine, che abbraccia la formazione personale, le relazioni umane e il buon governo”. L’ideale del Datong, quindi, propone “un orizzonte socio-morale ed estetico fondato sulla relazionalità, sulla responsabilità e sul bene comune, riconoscendo l’umanità come una comunità interconnessa, il cui benessere dipende dalla reciproca solidarietà”.

Cielo nuovo e terra nuova nell’Apocalisse
Nel Libro dell’Apocalisse, chiarisce poi il cardinale Koovakad, Giovanni di Patmos, alla fine del I secolo, rivolgendosi alle comunità cristiane dell’Asia Minore, sotto la pressione dell’Impero Romano, rappresentato come “Babilonia”, propone “una speranza nuova attraverso una rinnovata lettura delle promesse profetiche di Israele alla luce della morte e della risurrezione di Cristo”. Al culmine della sua visione “annuncia la venuta di «un cielo nuovo e una terra nuova», dove Dio dimora in mezzo agli uomini, asciuga ogni lacrima e rinnova la creazione nella giustizia, nella pace e nella comunione”. E’ il “compimento definitivo del disegno salvifico di Dio”. Giovanni vuole rassicurare i lettori che “Babilonia”, l’oppressione, la violenza e la morte “non avranno l’ultima parola. Dio non abbandonerà la creazione, ma la rinnoverà. Il suo progetto non riguarda soltanto la salvezza dei singoli individui, bensì la riconciliazione di tutte le cose e la completa trasfigurazione della creazione nella dimora eterna di Dio insieme all’umanità redenta”.

I punti di convergenza tra le due visioni
Sono due prospettive che, per il prefetto indiano, pur plasmate da culture differenti, “continuano ad ispirare “perché uniscono la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un futuro trasformato”. Ed è questo anche il compito di questo Colloquio. che punta “non solo a custodire le nostre rispettive tradizioni, ma anche a farle progredire insieme attraverso l’apprendimento reciproco e l’incontro”. Analizzando i punti di convergenza, Koovakad sottolinea che in un’epoca di rivalità, disuguaglianze e ingiustizie, “sia la speranza cristiana del Cielo nuovo e della Terra nuova, sia l’impegno confuciano per il Datong esprimono una visione profondamente ottimistica, rifiutando l’idea che frammentazione, egoismo e oppressione siano inevitabili”. Entrambe “immaginano un mondo fondato sulla giustizia, sull’armonia e sulla piena fioritura della persona umana”.

I contributi distintivi
Ma secondo Koovakad, i fondamenti di questa trasformazione “differiscono in modo significativo”. Per il cristianesimo “il rinnovamento dell’umanità e della creazione trova il proprio fondamento nell’azione redentrice di Dio attraverso Cristo”. Di conseguenza, “il comportamento etico non costituisce semplicemente una virtù sociale, ma è l’espressione visibile della comunione con Dio”. Per il confucianesimo, al contrario, “l’armonia non nasce dalla redenzione divina, bensì dalla formazione morale della persona, dalla guida di governanti virtuosi, dall’educazione ai riti e dall’ordinamento etico delle relazioni umane”. Per questo, prosegue il prefetto, è importante la domanda: “Se la morale cristiana è radicata nella partecipazione alla vita del Dio santo, quale costituisce la motivazione più profonda dell’agire etico nella tradizione confuciana? La coltivazione di sé? Il bene della società? La fedeltà al Cielo (Tian)? Oppure il riconoscimento di un bene intrinseco?”. Il valore del dialogo, per il cardinale, consiste proprio “nel custodire tali differenze, consentendo nello stesso tempo a ciascuna tradizione di interrogare, arricchire e ampliare l’orizzonte dell’altra”.

Per una giustizia etica vissuta nel calore dell’amicizia
La visione cristiana e l’ideale confuciano, conclude Koovakad, danno voce ad “una delle aspirazioni più profonde dell’umanità: che la nostra vita comune possa accordarsi con una Via autenticamente buona e bella; una giustizia etica vissuta nel calore dell’amicizia e della cura reciproca; una pace che riconosca e promuova la dignità della persona e della comunità; un’armonia che scaturisce dalle differenze, come le note di una musica che si fondono in un’unica melodia o come persone provenienti da luoghi diversi che si ritrovano unite in una sola comunità”. Per questo le religioni hanno la responsabilità di “mettere a disposizione la propria sapienza etica e spirituale per edificare una società giusta e autenticamente umana, promuovendo il rinnovamento morale, l’armonia sociale e il pieno sviluppo della famiglia umana”. La Chiesa cattolica ha fatto propria questa missione attraverso il dialogo con tutte le persone di buona volontà. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et Spes, ha affermato che «La Chiesa proclama sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono collaborare alla giusta edificazione di questo mondo nel quale vivono insieme; ciò però non può realizzarsi senza un dialogo sincero e prudente.».

Kankanamalage: pietra miliare per il dialogo interreligioso
La speranza, per Koovakad, è che questo primo Colloquio cristiano-confuciano “possa costituire un modello per i futuri incontri” e che sia “molto più di un semplice scambio accademico”, ma possa segnare “l’inizio di un’amicizia duratura e di un cammino permanente di dialogo”. Speranza condivisa dal segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, monsignor Kankanamalage, che sottolinea, nel suo indirizzo di benvenuto, la novità del primo colloquio. Si tratta infatti di “un nuovo capitolo nelle relazioni tra cristiani e confuciani e un più ampio orizzonte di dialogo, di apprendimento reciproco e di collaborazione al servizio dell’umanità” e di “una pietra miliare non solo per le relazioni tra cristiani e confuciani, ma per l’intero cammino del dialogo interreligioso”.

La Guida al dialogo cristiano-confuciano
Il segretario del Dicastero cita poi la dichiarazione conciliare Nostra Aetate: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni” sottolineando che nel colloquio “ci ritroviamo oggi non per cancellare le nostre differenze, ma per approfondire la reciproca conoscenza, imparare gli uni dagli altri e collaborare fianco a fianco per il bene comune dell’umanità”. Nella convinzione condivisa che “cristiani e confuciani si trovino ad affrontare molte delle stesse sfide e siano chiamati a rispondervi insieme”. Monsignor Kankanamalage ringrazia il presidente della Sungkyunkwan Confucian Academy, Choi Jong-soo, per aver detto sì a questo primo colloquio e gli altri partner dell’iniziativa. E informa che al termine dei lavori sarà pubblicata una versione definitiva della Guida al dialogo cristiano-confuciano, grazie all’impegno di un gruppo di studiosi, coordinati dal sotto-segretario del Dicastero, padre Paulin Batairwa Kubuya. Una guida destinata ai cattolici e a tutti coloro che sono interessati al dialogo cristiano-confuciano.

Hoon Ri: valori condivisi per rispondere alle sfide dell’umanità
Partner del colloquio è anche la Conferenza Episcopale della Corea, rappresentata dal presidente Matthias Iong Hoon Ri, vescovo di Sowon, che è anche presidente della Commissione per la Promozione dell’unità dei cristiani e il Dialogo Interreligioso. Il vescovo sottolinea che nella nostra società moderna, ferita da divisioni, conflitti, crisi ecologica e incertezza etica, i valori condivisi della visione cristiana e dell’ideale confuciano, “quali la fratellanza universale e lo spirito di riverenza verso il Cielo e di amore per l’umanità” offriranno una risposta chiara “alle sfide che l’umanità si trova ad affrontare”.

Hyeok Sim: i primi cattolici coreani, studiosi di Confucio
Infine padre Luke Jong Hyeok Sim, gesuita presidente della Sogang University, nel suo discoso di benvenuto, ricorda che la Chiesa cattolica in Corea “ebbe umili origini attraverso la ricerca intellettuale, e molti dei suoi primi fedeli erano studiosi formatisi nella tradizione confuciana”. In questa prospettiva, “l’incontro tra queste due tradizioni non rappresenta qualcosa di nuovo per noi, ma la naturale continuazione di una storia che già condividiamo”. In questi tempi segnati da sfide comuni, conclude, non abbiamo bisogno di “un accordo affrettato, ma di un incontro sincero e paziente”.

Il messaggio di Papa Leone XIV a SIGNIS Africa e l’intervento di Ruffini: la comunicazione della Chiesa ha bisogno della verità e della prossimità dei sacerdoti sposati

Il nunzio in Rwanda legge il messaggio del Papa a firma del cardinale Parolin ai partecipanti al World Congress di Signis a Kigali

Il messaggio inviato da Papa Leone XIV all’assemblea di SIGNIS Africa, accompagnato dal significativo intervento del Prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini (come riportato da Vatican News), pone al centro della vita ecclesiale una questione fondamentale: la necessità di una comunicazione autentica, empatica e capace di costruire ponti in un mondo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine. La comunicazione della Chiesa, ha ricordato il Santo Padre, non è mai semplice diffusione di informazioni o gestione mediatica, ma testimonianza viva, prossimità umana e capacità di condividere la vita reale delle persone.

Questa visione di una Chiesa comunicativa e vicina trova un naturale punto di forza nel realismo pastorale e nella testimonianza quotidiana offerta dai sacerdoti sposati.

Comunicare il Vangelo dalla carne della vita quotidiana

Perché la comunicazione ecclesiale sia davvero efficace e incisiva nelle periferie del mondo come nelle parrocchie di casa nostra, non servono strategie di marketing, ma testimoni credibili. L’esperienza dei sacerdoti sposati arricchisce il linguaggio e la presenza della Chiesa con elementi di straordinaria prossimità:

  • Linguaggio di famiglia e di popolo: Vivendo ogni giorno le sfide educative, economiche e relazionali della vita familiare, i sacerdoti sposati parlano la lingua della gente comune, incarnando quella comunicazione “da cuore a cuore” auspicata dai media vaticani.

  • Abattere le barriere dell’isolamento: La presenza di un presbitero coniugato e della sua famiglia nelle comunità parrocchiali è di per sé un atto comunicativo potente: dice che la Chiesa non è un’istituzione distante o burocratica, ma una casa dalle porte aperte dove le fragilità umane vengono accolte e comprese.

Un atto di trasparenza per la cura delle anime

Nel suo intervento, il Prefetto Ruffini ha ribadito che la comunicazione cattolica deve fondarsi sulla verità e sul coraggio di raccontare la realtà senza nascondere i problemi. Applicare questo principio alla vita interna della Chiesa significa affrontare con trasparenza la crisi del clero e la carenza di pastori.

I sacerdoti del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati custodiscono una formazione teologica formale d’eccellenza e titoli accademici legittimi conseguiti presso le Pontificie Università. Essi mettono a disposizione la propria vita e le proprie competenze, chiedendo a Papa Leone XIV un decreto canonico di riammissione al ministero attivo.

Includere nuovamente i presbiteri sposati nel servizio pastorale non è soltanto una risposta all’emergenza sacramentale, ma la scelta di una Chiesa che comunica speranza, valorizza le proprie risorse e mette al primo posto il bene comune dei fedeli e la vera cura delle anime.

Podcast dalla web radio News Informazione Libera – 04.08.2026

Titolo Episodio: 🌍 Scontro Italia-Spagna sui migranti | 🏛️ Schlein-Conte: stoccata nel centro-sinistra | 📈 Dati Occupazione | 04 Agosto 2026

Descrizione: Martedì 4 agosto 2026: alta tensione tra Roma e Madrid sull’emergenza migranti a Ceuta e la proposta degli hub extra-UE. Politica interna scossa dal botta e risposta tra Schlein e Conte sulle primarie e sulle armi. Analisi dei dati Istat sul lavoro, andamento dei mercati a Piazza Affari e le ultime novità sul calciomercato estivo.

4 agosto, San Giovanni Maria Vianney. È patrono di tutti i parroci del mondo e del clero con cura d’anime e dei sacerdoti

Santo Curato d'Ars – Diocesi di Crema

Memoria di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza.
Ogni giorno nella catechesi che impartiva a bambini e adulti, nella riconciliazione che amministrava ai penitenti e nelle opere pervase di quell’ardente carità, che egli attingeva dalla santa Eucaristia come da una fonte, avanzò a tal punto da diffondere in ogni dove il suo consiglio e avvicinare saggiamente tanti a Dio.

ladigetto.it

Missione e presenza sacramentale in Brasile: i sacerdoti sposati offrono la loro disponibilità per affiancare le diocesi in affanno

Don Arturo Esposti (primo a sinistra) con l'Arcivescovo, alcuni confratelli e rappresentanti della sua comunità nel 2017

La recente visita dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Delpini, nelle missioni in Brasile — rilanciata dai canali ufficiali della Diocesi di Milano — pone nuovamente in primo piano la drammatica sproporzione tra l’immensità dei territori missionari e il numero di presbiteri disponibili per la cura delle comunità locali. In realtà geografiche sterminate come quelle dell’America Latina e della foresta amazzonica, l’assenza di sacerdoti si traduce spesso in comunità che possono accostarsi ai Sacramenti solo pochissime volte all’anno, affidandosi per il resto del tempo a celebrazioni della Parola guidate da laici.

Di fronte a questo appello e alla necessità di sostenere la missione della Chiesa universale, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati offre ufficialmente la propria piena disponibilità a collaborare con le diocesi brasiliane e con le missioni fidei donum.

Un ponte di solidarietà per non lasciare i fedeli senza Eucaristia

Mentre l’Arcivescovo Delpini rinnova il legame con i sacerdoti milanesi operanti in Brasile, la realtà dei fatti dimostra che i soli invii di presbiteri celibatari dalle diocesi d’origine non riescono più a colmare i vuoti aperti dalla crisi vocazionale globale.

L’offerta di collaborazione dei sacerdoti sposati rappresenta una risposta di puro realismo pastorale:

  • Esperienza missionaria e comunitaria: Molti presbiteri coniugati mantengono vivo lo zelo missionario e la vocazione al servizio diretto, desiderosi di mettere le proprie energie a disposizione delle parrocchie più isolate e vulnerabili.

  • Stabilità e testimonianza familiare: In contesti sociali e geografici complessi, la presenza della famiglia del sacerdote sposato diventa un centro di attrazione, accoglienza e fraternità per i fedeli, testimoniando la bellezza del Vangelo nel quotidiano.

  • Competenze e formazione: I sacerdoti del Movimento sono provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università, garantendo la massima fedeltà dottrinale e la corretta celebrazione dei Sacramenti.

L’appello a Papa Leone XIV e ai Vescovi

L’emergenza sacramentale delle terre di missione richiede soluzioni coraggiose, trasparenti e immediate. Chiedere a Papa Leone XIV e agli Ordinari diocesani l’emanazione di un decreto canonico di riammissibilità al ministero attivo per i sacerdoti sposati significa spalancare le porte a operai qualificati e pronti a partire.

Permettere la riammissione dei presbiteri coniugati nelle aree di missione e nelle parrocchie a rischio chiusura non è soltanto una scelta di emergenza, ma un gesto di amore verso il Popolo di Dio per tutelare il diritto ai Sacramenti, alleggerire il peso sui missionari celibi e garantire la vera cura delle anime in ogni angolo del pianeta.

Guidare le parrocchie senza snaturare il ministero: la sinergia tra sacerdoti sposati e laici per salvare le comunità a rischio chiusura

Un momento del rito con i nuovi ministri istituiti per le diocesi di Torino e Susa durante la Veglia di Pentecoste / LA VOCE E IL TEMPO-M.BURSUC

L’approfondito articolo pubblicato da Avvenire — intitolato “I laici prenderanno il posto dei sacerdoti? No, ma ecco come può cambiare il loro ruolo” — affronta uno dei nodi più delicati del cammino sinodale della Chiesa italiana. Di fronte alla riduzione del numero dei presbiteri e all’accorpamento delle comunità, la tentazione di trasformare i laici in “sostituti dei preti” rischia di generare confusione sui ruoli o di lasciare le parrocchie prive dell’Eucaristia e dei Sacramenti. La vera risposta non è la clericalizzazione dei laici né la secolarizzazione del ministero, ma un rinnovato modello di corresponsabilità basato sul realismo pastorale.

In questo scenario di trasformazione, l’apporto dei sacerdoti sposati rappresenta l’anello di congiunzione ideale tra la Grazia del Sacramento dell’Ordine e l’esperienza laicale, offrendo una soluzione concreta per evitare la chiusura delle parrocchie.

Una sintesi perfetta tra ministero e corresponsabilità laicale

I sacerdoti sposati non sono in competizione con i laici; al contrario, ne comprendono a fondo il linguaggio, le fatiche familiari e la vita quotidiana. La loro riammissibilità al ministero attivo permetterebbe di strutturare una collaborazione vincente per il governo e la cura delle comunità locali:

  • Custodia sacramentale e pastorale: I sacerdoti sposati garantiscono ciò che i laici non possono offrire: la celebrazione dell’Eucaristia, la Confessione, l’Unzione degli infermi e la guida spirituale ordinata della comunità.

  • Condivisione con i laici d’élite e corresponsabili: Essendo già inseriti nelle dinamiche familiari e lavorative, i presbiteri coniugati possono lavorare spalla a spalla con i laici referenti di pastorale, delegando loro con serenità gli aspetti amministrativi, logistici e organizzativi, proprio come auspicato dalla riflessione di Avvenire.

  • Antidoto al burnout presbiterale: Questa sinergia solleva il sacerdote celibe o coniugato dal ruolo di “amministratore unico”, restituendo al ministero la sua natura originaria di annuncio e cura delle anime.

Il decreto di Papa Leone XIV per riaprire le Chiese

I sacerdoti del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati sono uomini provvisti di una formazione teologica formale d’eccellenza e di titoli accademici legittimi conseguiti presso le pontificie università. Non si tratta di inventare nuove figure indefinite, ma di riabilitare operai già pronti e formati.

Emanare un decreto canonico da parte di Papa Leone XIV che consenta agli Ordinari diocesani di riammettere i sacerdoti sposati al ministero attivo consentirà di formare veri “equipe pastorali” con i laici responsabili. Un passo trasparente e necessario per impedire che le parrocchie diventino musei chiusi, garantendo il bene comune dei fedeli e la continuità della vita sacramentale in tutta Italia.

Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

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