Papa Leone XIV a Lourdes: “Abusi sono una piaga, ci sia massima vigilanza”

Papa Leone XIV a Lourdes: “Abusi sono una piaga, ci sia massima vigilanza”

Giornata intensa per Papa Leone XIV a Lourdes, terza tappa del viaggio apostolico in Francia. Il Pontefice è arrivato nella cittadina dei Pirenei dopo gli appuntamenti di Parigi e la Messa celebrata sabato in Place de la Concorde alla quale hanno partecipato circa 700mila fedeli.

Il programma ufficiale della giornata prevede diversi momenti nel Santuario di Nostra Signora di Lourdes, a partire dalla riunione con i vescovi della Conferenza episcopale francese e dalla Messa nella Prairie. In seguito sono previsti l’incontro con gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre-Dame e un appuntamento privato con le religiose di vita contemplativa. La giornata si concluderà alle 21 con la preghiera del Santo Rosario e la processione aux flambeaux, ultimo grande appuntamento della giornata.

Papa Leone XIV, 150mila fedeli alla Messa a Lourdes
Alla celebrazione nella Prairie del Santuario di Lourdes hanno partecipato circa 150mila fedeli, secondo i dati riportati dalla Sala Stampa vaticana. Prima della Messa, Leone XIV ha compiuto un giro tra i pellegrini a bordo dell’auto aperta. La celebrazione è stata seguita dall’Angelus, prima del trasferimento del Papa alla Casa Vescovile per il pranzo in forma privata. Nell’omelia, Leone XIV ha rivolto un saluto particolare ai pellegrini arrivati dalle diverse province e diocesi francesi, invitandoli a portare nelle proprie comunità il conforto dell’esperienza vissuta a Lourdes. “Possa questo pellegrinaggio ravvivare la fiamma della fede nelle vostre case e nelle vostre parrocchie”, ha detto il Papa, esortando i fedeli a condividere il messaggio di Lourdes con i propri cari e con il popolo francese.

Ai vescovi francesi: “Massima vigilanza su abusi contro minori”
“Negli ultimi anni avete affrontato con determinazione il doloroso flagello degli abusi commessi contro minori da membri del clero o in un contesto ecclesiale contro minori. Avete adottato misure coraggiose per rispondere attraverso l’ascolto, la ricerca della verità, la giustizia, il perdono e la riparazione, e attraverso un fermo impegno per una cultura della prevenzione e della protezione contro questi crimini. Vi ringrazio per ciò che avete fatto e so che alcuni momenti sono stati molto difficili per la vostra Conferenza. Dovete continuare lungo la strada che avete intrapreso, mantenendo la massima vigilanza. Allo stesso tempo, il vostro clero deve essere sostenuto e incoraggiato. So che è oggetto della vostra cura paterna”. Lo ha detto Papa Leone XIV, incontrando i vescovi della Conferenza episcopale francese a Lourdes.

L’incontro con le vittime degli abusi del clero
Tra gli appuntamenti più delicati del viaggio di Papa Leone XIV in Francia c’è il confronto con le vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa. La Santa Sede aveva annunciato per il viaggio un incontro con un gruppo ristretto di vittime. Secondo quanto spiegato dalla Conferenza episcopale francese, saranno sette le persone incontrate dal Papa a Lourdes, in un momento pensato per consentire un confronto personale. L’incontro assume particolare rilievo alla luce del percorso compiuto dalla Chiesa francese nell’affrontare il tema degli abusi. La questione è stata al centro anche delle richieste rivolte al Pontefice da gruppi di vittime.

lapresse

Suore e abusi: resistenze e speranza

di: Ayleen Over

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Mary Lembo, religiosa togolose della congregazione delle suore di santa Caterina d’Alessandria, psicologa e docente a Roma presso l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, ha scritto una tesi di dottorato sugli abusi subiti dalle suore in Africa che include anche testimonianze di vittime in cinque Paesi (Religieuses abusées en Afrique, Parigi 2022). È consulente del Dicastero vaticano per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica sulla tutela delle religiose. Collabora inoltre con l’istituzione missionaria tedesca Missio ad Aquisgrana come partner di progetto. Riprendiamo da Katholisch.de (24 settembre) l’intervista che Ayleen Over le ha fatto.

  • Suor Mary, come è nata la sua ricerca sul tema degli abusi subiti dalle suore in Africa?

Dopo gli studi, ho iniziato a condurre diversi seminari in Africa. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con molte donne che chiedevano di entrare nella vita religiosa o che vi erano già entrate. Ho ascoltato le loro preoccupazioni e mi sono resa conto che alcune delle situazioni che descrivevano rientravano negli abusi.

Il mio lavoro presso un centro per la protezione dell’infanzia mi ha inoltre portato ad affrontare il tema degli abusi sessuali e dell’abuso di potere.

Le diffidenze e le ragioni

  • In quali paesi africani hai svolto i tuoi studi?

Temo di non poterlo dire. Una delle condizioni per la mia ricerca era che i partecipanti desiderassero rimanere completamente anonimi. Posso però dire di aver condotto una ricerca in quattro paesi dell’Africa occidentale e in uno dell’Africa orientale. Quando ho iniziato la mia ricerca nel 2014, molti erano restii a partecipare. Inizialmente ho inviato loro delle buste contenenti un invito e una spiegazione della mia ricerca.

Tuttavia, quasi nessuno ha risposto. Solo quando ho spiegato personalmente la mia ricerca alcuni hanno accettato. A volte ho dovuto chiedere ai superiori/e degli ordini religiosi se fossero a conoscenza di abusi e se potessero aiutarmi. La risposta era sempre: Sì, siamo a conoscenza di casi. Ma non possiamo aiutarla nella sua ricerca.

  • Qual era il motivo?

Molte volevano semplicemente rimanere anonime. Questo in ragione delle le conseguenze. Temono ritorsioni. Ad esempio, potrebbero essere espulse dall’ordine se il sacerdote aggressore esercita un potere considerevole. Anche il ricatto gioca un ruolo, sia nei confronti dell’ordine stesso che delle loro famiglie. Alle suore viene detto: «O lasciate l’ordine, o verranno presi altri provvedimenti contro di voi», quindi le donne preferiscono rimanere in silenzio.

Temono che ciò possa danneggiare la reputazione del loro ordine, della Chiesa o la loro stessa reputazione. Inoltre, si vergognano profondamente di ciò che è accaduto. È qualcosa di molto intimo.

  • Qual è stato il tipo di abuso di cui ti hanno parlato più frequentemente?

Inizialmente, le mie domande si sono concentrate sugli abusi sessuali. Ho chiesto specificamente informazioni su toccamenti indesiderati e comportamenti invadenti. Tuttavia, ho sentito parlare anche di abusi psicologici, emotivi e spirituali. L’abuso di potere e di fiducia è un altro problema. In Africa, è ancora comune che gli uomini siano posti su un piedistallo. Sono la figura autorevole in famiglia. Ciò che dicono è importante; sono istruiti e meritano rispetto.

Questa immagine viene proiettata anche sui sacerdoti. A volte questo porta a un fraintendimento dei voti. Il voto di obbedienza, ad esempio, non significa che la suora debba obbedire al sacerdote, ma piuttosto che debba esserci un dialogo. Tuttavia, questo fraintendimento rende più facile l’abuso di potere.

Consapevolezza crescente

  • Come affronta la Chiesa in Africa questi casi di abuso?

Vedo e sento parlare di uno sviluppo positivo. Le consorelle che lavorano in questo ambito mi dicono che sempre più donne desiderano parlare delle proprie esperienze. Organizziamo seminari per incoraggiare i responsabili delle istituzioni religiose a dare a queste donne lo spazio e la sicurezza necessari. In altri seminari, incoraggiamo le donne ad ascoltarsi a vicenda e a prendere sul serio le esperienze delle altre consorelle. In questo modo, possiamo contemporaneamente aumentare la loro autostima. Chi ha fiducia in se stesso è più propenso a parlare delle proprie esperienze.

Richiediamo inoltre a molte congregazioni di adottare politiche e linee guida di tutela che specifichino chi una consorella vittima di abusi può contattare e cosa succede in seguito. Questo si chiama tutela: prevenire gli abusi, ad esempio, fornendo un ambiente sicuro e rispettoso. Inizialmente, non è stato facile implementare tutto questo. Tutti questi processi sono impegnativi.

Ma percepisco che la volontà di farlo sta crescendo tra le congregazioni e le istituzioni. Ci sono altri progetti che danno speranza. In Kenya e in altri paesi, ad esempio, ci sono suore che hanno studiato legge e diritto canonico, si uniscono in associazioni come le “Suore cattoliche nella professione legale” (CASILEP) e offrono il loro aiuto alle congregazioni.

  • Ritiene che noi in Europa stiamo ignorando il problema in Africa?

Non direi. Abbiamo molte collaborazioni tra ricercatori in Africa ed Europa, ma anche in Australia, Asia e America Latina. Molti colleghi europei mi contattano e mi chiedono di scambiare esperienze. Attraverso questa collaborazione, abbiamo scoperto che non ci sono grandi differenze nella natura degli abusi; gli schemi sono simili.

Tuttavia, ciò che riscontriamo è che le suore africane sono meno propense a denunciare le loro esperienze rispetto, ad esempio, alle suore europee. Nel 2022 ho pubblicato il mio studio sulla cattiva condotta sessuale dei sacerdoti nei confronti delle suore in cinque paesi dell’Africa subsahariana. Purtroppo e una realtà.

  • Come fa a mantenere la speranza?

È difficile non perdere la speranza. Ma quando confronto la situazione all’inizio della mia ricerca, nel 2014, con quella di oggi, ritrovo fiducia. Vedo i progressi che sono stati fatti e so che continueranno. Anche le parole di papa Francesco mi sono di aiuto. Nel 2019, Papa Francesco ha parlato delle suore vittime di abusi e ha affermato che gli abusi devono cessare. Questo riconoscimento pubblico è stato, ovviamente, molto utile.

settimananews.it

Messico: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006

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La memoria delle 200.000 vittime della “guerra cristera” (1926-1929) si apre alla tragedia messicana di questi ultimi decenni: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006. La persecuzione verso i cattolici dell’inizio del ‘900 è ricordata in un messaggio della conferenza episcopale del 31 luglio dal titolo: A cento anni da quel 1926. il conflitto religioso in Messico.

La denuncia degli scomparsi di oggi è risuonata il 30 agosto in occasione della giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate.

La guerra civile era già visibile nella costituzione massonico-laicista del 1917 ma diventa palese con le leggi Calles, (dal nome del suo proponente) nel 1926. Il 31 luglio diventavano esecutive. Pochi giorni prima in una lettera pastorale i vescovi, vista l’impossibilità di esercitare il ministero, decidevano di sospendere tutte le messe nel paese. Si scatenò la tempesta sull’intera nazione ed emerse il grido popolare «Viva Cristo Rey y santa Maria de Guadalupe».

Contro la violenza della polizia e dell’esercito di formò la guardia nazionale dei cristeros che arrivò a contare 20.000 uomini. Le vittime della repressione furono 200.000. La persecuzione durò di fatto fino agli anni ‘40, mentre il riconoscimento dei diritti ecclesiali avvenne solo con la riforma giuridica del 1992.

Le campane tacquero e parlò il sangue

I vescovi non intendono glorificare la guerra, giustificare le armi o invocare vendetta. Di quella tragedia nazionale vogliono ricordare la fedeltà del popolo credente, la testimonianza dei martiri e il prezzo altissimo della libertà. La memoria cristiana non si fissa sul passato, lo purifica e lo risana.

«Riconosciamo umilmente che in quegli anni accanto all’eroismo vi furono anche durezza di cuore in alcuni cattolici, calcoli politici, parole incendiarie di passioni, decisioni prese senza il rigore razionale che oggi esigiamo dagli altri; e che la Chiesa, in certi momenti della storia, non ha sempre saputo servire la verità con i mezzi miti del Vangelo». Saper chiedere perdono rende possibile la denuncia degli errori altrui.

«Ed è per questo che proclamiamo con convinzione profetica: la persecuzione contro la Chiesa è stata reale. Chiese chiuse e profanate, sacerdoti fucilati senza processo, suore espulse, laici impiccati sui pali lungo le strade, migliaia di persone uccise, deportazioni, denunce e bambini ridotti a vittime […] Allora le campane tacquero e parlò il sangue».

Alcune di quelle vittime hanno già il riconoscimento ecclesiale ma tutte portano il segno del martirio. La certezza che il potere ha dei limiti, l’incomprimibile libertà di coscienza e la convinzione che ci sono verità per cui si può morire sono diventati elementi costitutivi dell’identità nazionale. La vita in Cristo chiede la libertà religiosa per tutti in sintonia con la dichiarazione universale dei diritti umani.

Dialogo nazionale per la pace

Una libertà fissata finalmente dall’articolo 24 della costituzione del 2013, ma non compiutamente acquisita visto i limiti del culto, l’impossibilità per le associazioni religiose di aprire radio o televisioni, la diffusione di modelli educativi non condivisi con le famiglie e un clima di sospetto delle elites verso le forme pubbliche della fede.

«Ancora più grave è quando lo stato permette alla criminalità organizzata di diventare un governo parallelo che controlla i territori dove tutti i diritti umani vengono azzerati: rapimenti, estorsioni, omicidi e condizionamenti delle coscienze giovanili».

Con nuovi rischi come la manipolazione delle informazioni, la riduzione della persona a consumatore, la polarizzazione favorita dagli algoritmi, le nuove schiavitù digitali. Il martire che afferma il valore radicale della persona accettando la morte ingiusta alimenta lo sforzo di superare gli attuali conflitti che dividono la nazione, in coerenza con l’impegno del “dialogo nazionale per la pace” promosso dalla Chiesa.

La memoria di quel conflitto può avviare un tempo di grazia, il cammino di rinnovamento spirituale partito dal 2022 con papa Francesco, e cioè la novena di preparazione per il quinto centenario di nostra Signora di Guadalupe (2031). «Possa questo tempo trovarci riconciliati: capaci di dire la verità senza odio, di perdonare senza dimenticare e di costruire insieme una nazione in cui nessuna coscienza sia costretta e nessuna vita sia sacrificabile».

Madres buscadoras

Come succede al silenzioso esercito degli scomparsi, una piaga che riguarda oltre 130.000 persone e altrettante famiglie. I vescovi hanno deciso di condividere e sostenere l’attività delle madres buscadoras (madri in ricerca) che in diversi stati del Messico sono attive per la ricerca degli scomparsi. I 3000 membri hanno risolto finora 5.000 casi (della metà sono stati trovati solo i resti).

La Conferenza episcopale ha rivolto un appello urgente alle autorità del paese per una libertà che non sia una concessione ma una garanzia per tutti. Sicurezza e giustizia non possono restare solo promesse per varie aree del paese. Si sta allargando nelle parrocchie l’uso delle “cassette della pace” dove chiunque abbia informazioni su una persona scomparsa può lasciare le indicazioni dove poterla trovare, con la garanzia della sicurezza e dell’anonimato.

I cartelli della droga e i mercanti dei flussi migratori sono i responsabili maggiori delle scomparse che riguardano per il 75% maschi sotto i trent’anni. Contribuiscono al fenomeno anche i progetti minerari, l’estrazione petrolifera e la costruzione di autostrade. Interi villaggi vengono evacuarti senza nessuna garanzia.

Nella sua recente visita al paese il problema è stato sollevato e condiviso dal segretario di stato, card. Pietro Parolin. È in preparazione un libro bianco con nomi e foto delle vittime e delle persone scomparse. Il documento includerà anche i nomi dei giornalisti e dei preti uccisi. Fra il 2018 e il 2026 sono stati assassinati 14 preti e 23 laici impegnati nella pastorale.

Settimana News

Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari

All’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari

Guglielmo Gallone – Città del Vaticano Vatican News

“Si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile. In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”. Le parole pronunciate da Papa Leone XIV venerdì nel Palazzo dell’Eliseo, di fronte ad autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile, della cultura e del Corpo diplomatico, arrivano alla vigilia di una data importante: il 26 settembre nel mondo si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari.

La Giornata per l’eliminazione delle armi nucleari
Una ricorrenza ancora più importante di fronte alle stime della Federation of American Scientists, secondo cui, all’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari. Russia e Stati Uniti ne detengono da soli circa l’86 per cento; seguono Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Circa 9.700 testate fanno parte degli arsenali militari e circa 4.000 sono schierate presso forze operative. Il numero complessivo delle armi diminuisce, è vero, ma ciò avviene soprattutto grazie allo smantellamento di quelle già ritirate da Washington e Mosca. Le testate conservate per un possibile impiego militare stanno invece aumentando.Sempre più arsenali…
I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) lo dimostrano. All’inizio del 2025 le testate nucleari esistenti nel mondo erano circa 12.241 e 12.187 all’inizio del 2026: 54 in meno. Nello stesso periodo, però, quelle conservate negli arsenali militari per un possibile impiego sono passate da 9.614 a 9.745, 131 in più. E le testate schierate con missili e aerei sono salite, nelle stime del SIPRI, da 3.912 a 4.012. Anche la distribuzione degli arsenali cambia: la Cina, che secondo il SIPRI possiede oggi circa 620 testate, è il Paese che sta ampliando il proprio più rapidamente. Numeri in linea con l’ultimo rapporto Ican, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, secondo cui nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici, l’equivalente di 3.768 dollari al secondo. L’aumento rispetto al 2024 è del 19 per cento: in soli due anni si è arrivati a spendere 16,8 miliardi di dollari in più per i propri arsenali. Che dire inoltre dell’incertezza che ruota attorno ai numeri. Il caso più netto in tal senso è Israele: non conferma né smentisce ufficialmente di possedere armi nucleari. Le circa 90 testate attribuitegli dal SIPRI sono quindi una stima degli esperti, non un dato dichiarato dal governo. La Corea del Nord non pubblica un inventario verificabile: il SIPRI stima circa 60 testate assemblate, distinguendole dal materiale fissile che potrebbe consentire di costruirne altre. India e Pakistan, due Stati nucleari che negli ultimi mesi hanno anche combattuto, pur cercando al tempo stesso di evitare un’escalation, non comunicano conteggi completi. Persino per Stati Uniti e Russia il venir meno dello scambio di dati e delle verifiche legate al New START rende più difficile controllare le stime.

… in un mondo sempre più conflittuale
Le cifre restano dunque stime, ma la direzione indicata dai dati è chiara. E, di più, avviene in un clima geopolitico sempre più teso, come dimostrano i mancati accordi sulla questione nucleare. Il 5 febbraio scorso è appunto scaduto il New START, l’ultimo trattato che poneva limiti agli armamenti nucleari strategici schierati da Stati Uniti e Russia. Per la prima volta da oltre mezzo secolo, le due maggiori potenze nucleari si trovano senza un accordo in vigore che fissi un tetto a queste armi. E a maggio la conferenza chiamata a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare si è chiusa senza un’intesa su un documento conclusivo sostanziale. Il Tnp resta comunque in vigore perché dal 1995 è stato prorogato a tempo indeterminato e non necessita di rinnovi periodici. Quello che non è stato raggiunto, per la terza volta consecutiva, è il consenso politico sul documento conclusivo della conferenza di revisione quinquennale. Che, più di ogni altra cosa, riflette il caos geopolitico di un mondo senza punti di riferimento e incapace di capirsi.

La linea della Santa Sede
La posizione della Santa Sede in questo senso è chiara. Intervenendo lo scorso 15 settembre alla Conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, a Vienna, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha riconosciuto il contributo che le tecnologie nucleari possono offrire, anche per rispondere alla crescente domanda di energia. Monsignor Gallagher ha però richiamato le responsabilità che ne accompagnano lo sviluppo: impedire che i programmi civili siano impiegati per dotarsi di armi, proteggere gli impianti durante i conflitti e governare con adeguati controlli e standard di sicurezza l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore nucleare.

Gli appelli di Papa Leone XIV
È una posizione espressa più volte da Papa Leone XIV. Che, il 5 agosto 2025, per l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, aveva ribadito che “le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Al termine dell’udienza del 4 febbraio scorso, cioè alla vigilia della scadenza del New START, Papa Prevost aveva poi invitato a dare un seguito concreto al trattato e a scongiurare una nuova corsa agli armamenti: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Inoltre, in un post pubblicato dall’account ufficiale di Pontifex, lo scorso 5 marzo aveva chiesto di pregare insieme “perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”. Sono passati 13 anni dall’istituzione di questa Giornata. Quali passi verificabili sono disposti a compiere gli Stati che possiedono armi nucleari? Se, citando ancora Papa Prevost nel suo primo discorso al corpo diplomatico, “la guerra si accontenta di distruggere”, chi si prende la responsabilità dello “sforzo continuo e paziente”, che impone invece la pace? E quanto ancora può reggere una sicurezza costruita sulla possibilità di distruggersi a vicenda? Oggi si parla sempre più spesso della necessità di regole condivise tra Usa e Cina sull’intelligenza artificiale, richiamando gli accordi sanciti tra Washington e Mosca durante la Guerra fredda proprio sul nucleare: ma, oltre a governare i rischi delle nuove tecnologie, siamo sicuri di avere fatto abbastanza per contenere i rischi dell’arma nucleare?

Lettura e Vangelo del giorno 27 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 18,25-28

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 24 (25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza. R.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore. R.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. R.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fil 2,1-11

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche
comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

La prima del Mancini bis, Italia-Belgio 0-2, non giriamoci troppo intorno, è una serata da dimenticare

Italia, così piccola e fragile. Speriamo nei tiri Mancini alla Turchia

La prima del Mancini bis, Italia-Belgio 0-2, non giriamoci troppo intorno, è una serata da dimenticare. La Nazionale dell’ex Mancio d’Arabia è sembrata la sua Samp, quella delle ultime stagioni in B, confusa e infelice, e perdente seriale: la Marassi doriana è il nuovo Bengodi per tutta la cadetteria che sale a Genova e puntualmente fa razzie. Non ce ne vogliano i tifosi sampdoriani per l’accostamento con gli azzurri (confidiamo tutti nel cambio di rotta della Samp attuale sotto la guida di mister Benny Corradi), ma questa giovine Italia al debutto in Nations League contro il Belgio è apparsa ancora “così piccola e fragile”, proprio come canta Drupi.
Con tre allenamenti a Coverciano e qualche colpo di fon al ciuffo magico del Mancio, non c’era certo da aspettarsi la luna. Però, in cuor nostro, speravamo nell’accensione di qualche lucciola, qualche stellina emergente, vedi Romano o il centralone Diego “for” Coppola. Purtroppo negli occhi conserviamo ancora quel tiki-taka all’Italiana che Mancini era riuscito ad imbastire a Euro 2020 portandosi a casa un titolo insperato a Wembley 2021. Un trionfo condiviso con il compianto “gemello del gol” Luca Vialli, che poi si è rivelato l’inizio della fine. Inutile continuare con i tormenti perenni, «mancano i campioni», «troppi stranieri in Serie A, spazio ai giovani italiani», «scarso attaccamento alla maglia azzurra»… e chi ne sa più ne dica. Lo stato dell’arte è questo, molta miseria e pochi splendori per il gioco del calcio nostrano. E’ un’Italietta in costruzione che va per tentativi ed esperimenti e va aspettata, consapevoli che intanto è inevitabile che le altre selezioni, più strutturate e con rose piene di talenti veri, ci sorpassino a destra e anche a sinistra.
Il Belgio all’Olimpico per mezz’ora ha fatto quello che voleva grazie a stelle luminose come il vecchio napoletano De Bruyne, l’atalantino De Ketelaere, il milanista Moreira, il bomber del Benfica Lukebakio (il Milan ancora se lo ricorda per il gol nell’ultima sfida di Europa League), il capitano coraggioso Tielemans e soprattutto quel “10” pazzesco che risponde al nome di Mika Godts. Very Godts sul serio e complimenti al Psg che questo 21enne tutto fosforo e fantasia (ha mandato al manicomio l’intera difesa azzurra, specie Mancini e “for” Coppola) lo ha strappato all’Ajax pagandolo 55 milioni. Una bella somma, sicuro, ma da noi sono capaci di arrivare anche fino a 70 milioni per Gonçalo Ramos e poi in campo l’effetto che fa non è certo lo stesso delle giocate di fino del finissimo Godts. «Siamo a buon punto», ha detto orgoglioso a fine gara il ct dei belgi, l’olandese Van Bommel (anche lui danzò in campo una sola stagione al Milan). Noi invece siamo messi maluccio, mentre Mancini difende le sue scelte, ovviamente, e salva il secondo tempo degli azzurri, perché, pare, abbia visto qualcosa di buono. Noi abbiamo intravisto appena qualche timido affaccio in avanti. Ma della serata, ancora da azzurro tenebra, ricordiamo solo le parate da “piovra” di Gigio Donnarumma preso a pallonate dagli attacchi del Belgique.
I 60 milioni di ct in pectore il giorno dopo sono già all’opera con le loro tastiere tigrate che rinfacciano di tutto e di più alla scellerata gestione del gruppo Mancini. I commenti più gettonati dall’’orda balorda: difesa che fa acqua da tutte le parti (via Coppola, ridateci subito Bastoni). Calafiori sopravvalutato, un arsenale di svarioni. Basta scommettere su Tonali, fuori forma, uno straccio (manda fuori squadro anche Barella) e si capisce perché il Tottenham di De Zerbi rischia di retrocedere. Kean si marca da solo. Il “pulcino” Pio Esposito ci mette il cuore ma serve il piede giusto per fare gol. Frattesi doveva entrare prima, Zaniolo per un dolorino muscolare doveva andare in tribuna? Maldini bello, ma non balla, tranne che in discoteca, a Milano. I nostalgici, non solo di fede laziale, invocano il ritorno in azzurro di Zaccagni, ma l’Italia di Mancini prevede molto colored e under 25 post-tondelliani. Per questo ha lanciato Doumbia e Zoma e Kayode è in rampa di lancio per la prossima sfida.
Lunedì sera l’Italia è di scena in Turchia all’Ataturk Spor Kompleksi di Bursa. Mancini contro Vincenzino Montella, confermato alla guida della nazionale turca nonostante un Europeo incolore con eliminazione immediata. Una sfida alla pari? Forse sì, ma solo perché la Turchia dovrà fare a meno dello juventino Yildiz e dell’interista Calhanoglu, due che da soli già avrebbero fatto scattare l’allarme alla nostra difesa che va assolutamente registrata. Cosa aspettarci da questa seconda prova? Forse sarebbe meglio fare un bel pieno di fatalismo e sperare che ci siano dei segnali, anche piccoli, di miglioramento. L’importante sarebbe non eccedere nelle rivoluzioni, peraltro sempre sbandierate e mai realizzate, e non costringere Gigio Donnarumma a snaturarsi e diventare “ottomano” (battuta di Eraldo Pecci sui portieri turchi, «i più forti, perché sono ottomani») per salvare ancora l’Italia dalla goleada, come quella appena sventata contro il Belgio.
Avvenire

Per festeggiare i cent’anni la 1000 Miglia torna indietro

Per festeggiare i cent'anni la 1000 Miglia torna indietro
Per festeggiare cent’anni bisogna tornare indietro. Fino al 1927, quando quattro amici bresciani – Aymo Maggi, Franco Mazzotti, Renzo Castagneto e Giovanni Canestrini, passati alla storia come i “Quattro Moschettieri” – inventarono una corsa destinata a diventare molto più famosa di quanto probabilmente avessero immaginato.
La 1000 Miglia del Centenario, in programma dal 24 al 29 maggio 2027, ripartirà proprio da lì. Non soltanto simbolicamente: il percorso della prossima edizione recupererà infatti la logica della gara originaria, tornando al tracciato ad anello e soprattutto al senso antiorario, come accadde esattamente un secolo prima. Un viaggio di sei giorni – uno in più rispetto alle ultime edizioni – che cercherà di sovrapporre l’Italia di oggi a quella attraversata dai pionieri dell’automobile.
È questa la vera novità dell’edizione numero cento dalla nascita della Freccia Rossa, il cui percorso è stato presentato a Brescia. Più che inventare qualcosa di nuovo, gli organizzatori hanno scelto di recuperare il passato, ridisegnando il tracciato del 1927 secondo le necessità della viabilità contemporanea ma conservandone direttrice e numerosi passaggi. Un modo per ricordare anche i protagonisti della prima edizione, a cominciare dai vincitori Ferdinando Minoja e Giuseppe Morandi sulla bresciana OM 665 “Superba”, fino a Gastone Brilli-Peri e a un Tazio Nuvolari che già allora era tra gli uomini da battere, al volante di una Bianchi Tipo 20.

Il percorso e le date

Il rito comincerà alle 18 di lunedì 24 maggio dalla tradizionale rampa di viale Venezia a Brescia. Dopo le prove cronometrate del Castello e il passaggio in piazza Vittoria, la carovana attraverserà la pianura in direzione di Castiglione delle Stiviere, città natale proprio di Giuseppe Morandi, prima di raggiungere Parma. Qui si concluderà la prima delle sei tappe, con la cena nella cornice del Palazzo della Pilotta.
Il giorno successivo la 1000 Miglia farà rotta verso Reggio Emilia e Modena, dove è prevista la sosta per il pranzo, prima di affrontare uno dei tratti più suggestivi e storicamente significativi dell’intero percorso. La traversata dell’Appennino riporterà infatti le vetture sui passi della Raticosa e della Futa, strade che appartengono alla memoria più autentica della corsa e che per decenni hanno rappresentato uno dei suoi scenari più spettacolari. Da lì la discesa verso Firenze, con arrivo in piazza Santa Croce.
Mercoledì 26 maggio sarà invece la giornata di Roma. Partenza da Firenze, attraversamento del Chianti e passaggio da Arezzo, quindi Siena, dove le auto torneranno ad allinearsi in piazza del Campo per la tradizionale sosta del Tartarugone. La coincidenza aggiunge un altro anniversario al Centenario della corsa: nel 2027 anche l’Automobile Club di Siena compirà cento anni. Lasciata piazza del Campo, la Freccia Rossa attraverserà le Crete Senesi, Pienza e il lago di Bolsena prima di raggiungere Roma, giro di boa storico della 1000 Miglia.

La via Adriatica

Da giovedì 27 inizierà la lunga risalita verso Brescia. Dopo Assisi e Perugia, le vetture affronteranno la Madonna della Cima, altro passaggio recuperato direttamente dal percorso del 1927. Poi Gubbio, Macerata, Ancona e la Riviera del Conero, seguendo per buona parte la direttrice della vecchia Statale 16 Adriatica.
La giornata si concluderà a Cervia, ma prima ci sarà una delle parentesi più scenografiche dell’edizione del Centenario: la cena a Gradara, tra Rocca e Castello, accompagnata da rievocazioni storiche in costume. Una concessione allo spettacolo all’interno di una manifestazione che ormai da tempo non è soltanto competizione di regolarità per automobili storiche, ma anche evento itinerante capace di trasformare per qualche ora città, piazze e borghi italiani.
Venerdì 28 maggio la quinta tappa porterà la corsa da Cervia a Verona. Il percorso toccherà Ferrara, Rovigo e Padova, dove il pranzo sarà ospitato in Prato della Valle, quindi Treviso e le colline di Valdobbiadene. Anche qui il Centenario riporterà alla luce un pezzo della vecchia 1000 Miglia: le Scale di Primolano, con i loro tornanti che furono teatro delle sfide delle prime edizioni. Superato il valico, le auto attraverseranno Bassano del Grappa e Vicenza prima dell’arrivo a Verona.

L’ultimo giorno e il traguardo

Per l’ultima tappa, sabato 29 maggio, la 1000 Miglia smetterà quasi di essere un viaggio attraverso l’Italia per diventare soprattutto un omaggio alla terra dove tutto cominciò. Il percorso disegnerà infatti una sorta di grande anello intorno a Brescia, partendo dal Basso Garda e attraversando Valtenesi e Val Sabbia. Tornerà anche la sosta per il pranzo a Lumezzane, che nel 2027 condividerà con la Freccia Rossa il proprio centenario come Comune. Poi Valtrompia, lago d’Iseo e Franciacorta prima dell’ingresso nel capoluogo.
Qui gli organizzatori hanno previsto un ultimo passaggio in piazza Vittoria, nel cuore della città, dove il pubblico potrà vedere da vicino le vetture prima dell’atto conclusivo. Il traguardo sarà naturalmente in viale Venezia, nello stesso luogo dal quale la corsa sarà partita sei giorni prima. E forse è proprio questo il modo più coerente per festeggiare il primo secolo della 1000 Miglia: arrivare nel futuro percorrendo, almeno in parte, le stesse strade sulle quali tutto era cominciato.
Il conto alla rovescia partirà ufficialmente il 6 ottobre, quando si apriranno le iscrizioni per gli equipaggi e le vetture candidate a partecipare all’edizione del Centenario. Cento anni dopo Minoja e Morandi, Brescia tornerà così a dare il via alla sua corsa. Nella direzione di allora.

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Liturgia 27 Settembre 2026 XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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C’è una frase conclusiva, comune alle due parabole della XXVI e XXVII domenica, che svela il segreto intendimento del discorso complessivo di Gesù: “Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21,41).
La domanda posta da Gesù è la seguente: “Chi è allora il vero destinatario della promessa, il vero credente?”. Anche la parabola dei due figli deve essere letta in questa prospettiva.
Molte volte, infatti, può verificarsi una forma di sintonia solo apparente, perché ultimamente interessata, tra la nostra volontà e quella del Padre. Siamo capaci di dirgli dei “sì” speciosi e superficiali, non maturati al sole di quella vera obbedienza interiore, che può solamente essere il frutto di una profonda conversione a Dio. Una forma di obbedienza disobbediente perché non tocca le radici del nostro cuore e non cambia la nostra esistenza.
In questa ipotesi è vero che, pur immersi in una vita ancora disordinata, coloro che hanno deciso di seguire Cristo, senza reticenze e senza cercare in ultima analisi il loro interesse, si riscatteranno e avranno la precedenza nel regno dei cieli.
La parabola ci fa capire quanto sia anche per noi reale il pericolo di partecipare, con apparente docilità, durante tutta la nostra vita, alle celebrazioni liturgiche e alle attività della Chiesa, senza mai diventare veri cristiani.
Antifona d’ingresso
Signore, quanto hai fatto ricadere su di noi,
l’hai fatto con retto giudizio, poiché noi abbiamo peccato,
non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti.
Ma ora, salvaci con i tuoi prodigi; da’ gloria al tuo nome,
Signore, fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia. (Dn 3,31.29.43.42)
Colletta
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che prometti vita e salvezza
a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia,
donaci gli stessi sentimenti di Cristo,
perché possiamo donare la nostra vita
e camminare con i fratelli verso il tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Ez 18,25-28
Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
Dal libro del profeta Ezechièle

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 24
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.
Seconda lettura
Fil 2,1-11
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Parola di Dio.

Forma Breve:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 10,27

Alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia.
Vangelo
Mt 21,28-32
Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Come figli rigenerati dall’amore del Padre, ci presentiamo a lui con fiducia elevando unanimi la nostra preghiera.
Preghiamo insieme e diciamo: Ricordati del tuo popolo, Signore.

1. Per la santa Chiesa: corrispondendo alla grazia divina, dia frutti di vera giustizia e santità e possa contribuire a ricomporre il genere umano nella fraternità e nella pace. Preghiamo.
2. Per i ragazzi che completano l’iniziazione cristiana: ricevano nella famiglia e nella comunità parrocchiale la formazione necessaria alla crescita della loro fede. Preghiamo.
3. Per i giovani: dinanzi al dilagare della violenza e della corruzione trovino nella fede la forza per resistere al male e lo slancio per perseguire con coraggio il bene. Preghiamo.
4. Per quanti operano nel campo della protezione dei minori e dei vulnerabili: educhino le persone e le comunità a prevenire ogni forma di violenza e di abuso fisico o psichico. Preghiamo.
5. Per noi, convocati dalla parola di Dio attorno all’altare: liberati da ogni egoismo e resi umili di cuore, ci sia dato di vivere ogni giorno con spirito di fede e carità. Preghiamo.

O Padre, tu operi sempre per il bene dei tuoi figli: ascolta la nostra supplica e donaci di riporre in te ogni nostra speranza. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli, Padre misericordioso, i nostri doni,
e da questa offerta
fa’ scaturire per noi la sorgente di ogni benedizione.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Ricordati, o Signore, della parola detta al tuo servo,
con la quale mi hai dato speranza.
Questa mi consola nella mia miseria. (Cf. Sal 118,49-50)

Oppure:
In questo abbiamo conosciuto l’amore:
egli ha dato la sua vita per noi;
anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. (1Gv 3,16)

Oppure (Anno A):
È venuto Giovanni il Battista:
i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. (Cf. Mc 21,32)
Preghiera dopo la comunione
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Un violino, una benedizione e un viaggio alle radici

Anastasiya Petryshak: «A Kiev suono per la pace col violino benedetto dal Papa»

Avvenire

Un violino, una benedizione e un viaggio alle radici. È questo il filo che unisce il momento vissuto dalla violinista ucraina naturalizzata italiana Anastasiya Petryshak durante il concerto Cantico di Pace a Castel Gandolfo lo scorso 5 agosto e il nuovo capitolo artistico che la vedrà protagonista domani sera a Kiev. La violinista internazionale si è esibita insieme ad Andrea Bocelli in presenza di papa Leone XIV. Al termine, il Santo Padre ha benedetto il suo violino. E proprio con quel violino domani Anastasiya Petryshak presenterà in prima mondiale al Kyiv Music Fest il nuovo Concerto n.8 per violino e orchestra scritto e dedicato a lei dal maestro Yevhen Stankovych, presso la Filarmonica Nazionale dell’Ucraina, accompagnata dalla Ukrainian National Symphony Orchestra, diretta dal Maestro Volodymyr Sirenko, alla presenza del compositore. Il concerto sarà il cuore del progetto Roots, un percorso artistico più ampio e articolato che comprenderà anche una registrazione discografica. L’artista ci risponde via WhatsApp da una Kiev sotto attacco.
Signora Petrishak, come sta e come procede il lavoro?
«Sto bene grazie al cielo. Ma sto registrando ogni giorno un diario audio per ricordare tutte le cose che succedono qui. Oggi abbiamo dovuto interrompere le prove con l’orchestra perché c’era un allarme rosso a causa di un missile che era vicinissimo a noi e siamo dovuti correre nel rifugio. Quando invece ci sono i droni e l’allarme è giallo si è autorizzati a continuare a lavorare, nonostante il pericolo. L’altro giorno stavo suonando e il maestro continuava a dirigere con un occhio fuori dalla finestra mentre fuori si sentiva sparare fortissimo contro i droni russi. Ma più sono qui più ci credo fortemente a questo progetto».
L’arte contribuisce a sostenere il popolo ucraino?
«Oltre alla distruzione materiale, quello che colpisce è la stanchezza delle persone. Eppure continuo a vedere una straordinaria dignità e una grande forza interiore. Per questo ho scelto di tornare proprio adesso. Non per ignorare la sofferenza, ma per esserci. Credo che anche un concerto possa diventare un segno di vicinanza e ricordare che la cultura e la bellezza non devono mai smettere di esistere, nemmeno nei momenti più bui. Le persone sono determinate, sono forti e vanno avanti: nonostante gli altri distruggano loro cercano con ottimismo e coraggio di costruire e portare il bello, perché qui ce n’è bisogno. Le sale da concerto sono piene e il pubblico ha veramente voglia di essere portato altrove con la musica».
Lei torna ad esibirsi nel suo paese natale dopo tanto tempo.
«Non è un progetto incentrato sulla guerra. È qualcosa di più profondo: è un ritorno alle mie radici, un viaggio nella memoria e nella mia identità. Dopo oltre vent’anni vissuti in Italia e oggi in Svizzera, sentivo il bisogno di riconnettermi con la mia terra natale attraverso la musica. Il Maestro Stankovych ha scritto questa composizione in condizioni estremamente difficili, nel cuore del conflitto. Proprio per questo questa musica ha un valore ancora più grande. Ho scelto di eseguirla ora, senza aspettare che arrivi un tempo più facile, perché credo che l’arte sia ancora più necessaria nei momenti bui. Per me rappresenta una risposta alla violenza del nostro tempo: non attraverso altre parole di odio, ma attraverso la bellezza e la creazione».
Com’è stato l’incontro con Leone XIV e che importanza ha per lei la benedizione del suo violino?
«È stato uno di quei momenti che segnano una vita. Dopo il concerto a Castel Gandolfo ho avuto la possibilità di raccontare al Santo Padre il progetto che sto preparando in Ucraina. Mi ha ascoltata con grande attenzione e poi ha benedetto il mio violino. Questo momento ha avuto per me un significato ancora più profondo perché, dal 2012, quando il Maestro liutaio Roberto Regazzi ha creato questo violino appositamente per me, custodivo nel cuore un sogno: poter un giorno ricevere la benedizione del Santo Padre su questo strumento. Per me il violino non è semplicemente uno strumento: è una voce, quasi un’estensione della propria anima. Ricevere quella benedizione significa per me una responsabilità ancora più grande. Spero che, attraverso le mie mani e la voce di questo violino, la musica possa portare luce, speranza e pace».
Lei suonato con Bocelli in tanti eventi internazionali: anche per altri Papi?
«Ho la fortuna di collaborare con Andrea Bocelli dal 2010 e di essere cresciuta, musicalmente e umanamente, al suo fianco, vivendo momenti artistici e spirituali indimenticabili, tra cui concerti a Lourdes, Fatima e Loreto. Nel 2013 ho suonato nell’Aula Paolo VI in Vaticano a sostegno dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, poiho preso parte anche al progetto “Il Grande Mistero”, voluto da Papa Francesco per valorizzare la famiglia, suonando in alcune delle cattedrali e dei santuari più importanti d’Europa, come la Sagrada Família di Barcellona, il Santuario di San Giovanni Paolo II di Cracovia, il Monastero dos Jerónimos di Lisbona e la Basilica di Santo Stefano di Budapest. Credo che la musica trovi il suo significato più profondo quando diventa un dono per gli altri».
Lei vive in Svizzera con suo marito e due splendidi bambini: la sua famiglia vive ancora in Ucraina?
«Una parte vive ancora in Ucraina e sentiamo quotidianamente mia nonna e i miei cugini; purtroppo, a volte, arrivano notizie dolorose che raccontano la perdita di amici o persone care. Io ho ancora la mia casa in Ucraina: sogno il giorno in cui potrò tornarci con i miei bambini, poter mostrare loro il luogo da cui provengo e far conoscere loro quella parte di me in un momento finalmente sereno e sicuro. La guerra cambia la quotidianità delle persone, si impara a convivere con l’incertezza, ma allo stesso tempo si continua a vivere, a lavorare, ad amare e a sperare. Da madre, oggi, tutto questo lo sento ancora più profondamente. Credo che ogni bambino dovrebbe crescere ascoltando musica, sogni e speranze, non il rumore delle sirene».

Il successo dell’“Odissea” di Nolan ci ricorda che l’inganno non distrugge la protezione dall’esterno: modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta

Il cavallo di Troia non è mai scomparso

Avvenire

Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan, capace di riportare nelle sale un poema composto quasi tremila anni fa, dimostra che alcuni racconti non appartengono soltanto al passato. Continuano a parlare perché contengono qualcosa che riconosciamo. Tra questi vi è l’inganno con cui Ulisse conclude la guerra di Troia: non abbatte le mura, ma induce i troiani ad aprirle e a introdurre nella città ciò che provocherà la loro rovina. Nell’Odissea il cavallo compare nel canto di Demodoco alla corte dei Feaci. Ulisse, ancora nascosto dietro una falsa identità, chiede al cantore di narrare la fine di Troia. Ascoltando la storia dell’enorme costruzione di legno nella quale si erano nascosti i guerrieri achei, non riesce a trattenere le lacrime. Il vincitore ascolta la propria impresa come se appartenesse ormai a un altro uomo. La forza dell’episodio non dipende soltanto dall’astuzia militare. Il cavallo funziona perché viene accolto. La città possiede mura sufficientemente robuste per respingere un esercito, ma non può difendersi da qualcosa che interpreta come un dono, un trofeo o un oggetto sacro. L’inganno non distrugge la protezione dall’esterno: modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta.
La storia e la leggenda hanno conservato altri episodi costruiti intorno allo stesso meccanismo. Il più antico è contenuto in un racconto egizio, La presa di Giaffa, conservato nel papiro Harris 500 e ambientato durante il regno del faraone Thutmose III, nel XV secolo avanti Cristo. Il generale Djehuty, incaricato di riconquistare la città ribelle, avrebbe nascosto i propri soldati dentro grandi ceste, presentate agli abitanti come un tributo. Una volta trasportate oltre le mura, le ceste si aprirono, gli uomini sopraffecero le guardie e consentirono all’esercito di entrare. Il testo che tramanda la vicenda fu composto o copiato secoli dopo i fatti e non può essere considerato una cronaca militare. È però significativo che un racconto simile al cavallo di Troia circolasse già nell’antico Egitto. Prima ancora di diventare una tecnica di guerra, l’inganno introdotto oltre le mura era dunque una forma narrativa: la rappresentazione di una forza che ottiene accesso fingendo di essere qualcos’altro.
Una variante italiana è legata all’abbazia di San Nicola, sulle Isole Tremiti. Nel 1334 la comunità cistercense fu travolta da un’incursione di pirati provenienti dalla costa dalmata. Secondo una tradizione locale, gli aggressori si sarebbero presentati chiedendo ai monaci di celebrare la sepoltura cristiana di un loro compagno. All’interno della bara, però, non si trovava un morto: durante la funzione il capo dei corsari ne sarebbe uscito armato, dando inizio all’assalto e al massacro. L’incursione e la scomparsa della comunità monastica hanno un fondamento storico; più incerta è la dinamica della falsa bara, trasmessa soprattutto dalla tradizione. Eppure il racconto è rivelatore. In questo caso a essere sfruttato non è il desiderio di impadronirsi di un trofeo, ma il dovere di accogliere un morto. La violenza entra nel monastero assumendo la forma della pietà. La porta viene aperta perché lasciarla chiusa significherebbe negare la sepoltura a un cristiano. Molto più documentata è la conquista di Breda del 1590, durante la guerra degli Ottant’anni. La città, occupata dalle forze spagnole, riceveva regolarmente una barca carica di torba, allora utilizzata come combustibile. Circa settanta soldati olandesi si nascosero sotto il carico. La familiarità dell’imbarcazione e del suo proprietario ridusse i controlli: la barca attraversò le difese, raggiunse il cuore della fortificazione e, durante la notte, gli uomini uscirono, sopraffecero le guardie e aprirono la strada alle truppe di Maurizio di Nassau. Il “vascello di torba” è forse il cavallo di Troia storico più vicino al modello antico. Ma contiene una differenza importante. A Breda non fu sfruttata la credulità suscitata da un evento straordinario, bensì la prevedibilità della vita ordinaria. La barca entrava abitualmente, il carico era necessario, il suo movimento non destava sospetti. La ripetizione aveva prodotto fiducia e la fiducia aveva progressivamente indebolito il controllo. La stessa logica sopravvive nell’età contemporanea. Nell’agosto 1968, all’inizio dell’invasione della Cecoslovacchia, un aereo sovietico chiese di atterrare all’aeroporto di Praga dichiarando un’avaria. A bordo si trovavano agenti e reparti speciali, che occuparono rapidamente lo scalo e ne assunsero il controllo, permettendo l’arrivo delle successive forze aviotrasportate. La richiesta di soccorso aveva preso il posto del dono: l’aereo fu accolto perché un aeroporto civile non può ignorare un velivolo che dichiara un’emergenza. Ceste, cavalli, bare, barche e aerei appartengono a epoche lontanissime, ma mostrano la medesima contraddizione. Una società, una città o un’istituzione non possono proteggersi chiudendo definitivamente ogni accesso. Devono continuare a ricevere merci, persone, informazioni e richieste di aiuto. Devono distinguere ciò che minaccia da ciò che può essere accolto. Ogni difesa dipende perciò da una quota di fiducia e ogni fiducia può essere utilizzata contro chi la concede. È forse questa la ragione per cui il cavallo di Troia continua a essere evocato anche nel linguaggio politico, economico e informatico. Non designa semplicemente un nemico nascosto. Indica qualcosa che riesce a superare una frontiera perché si presenta sotto una forma socialmente riconoscibile e rassicurante. L’inganno più efficace non forza la porta: offre a chi si trova all’interno una ragione per aprirla. Le mura di Troia non erano inutili né mal costruite. Avevano resistito per dieci anni, ma erano state progettate per fermare un esercito, non per respingere un dono. Ed è qui che il mito conserva la sua attualità: ricorda che siamo vulnerabili non soltanto quando abbassiamo le difese, ma anche quando continuiamo a fare ciò senza cui nessuna vita collettiva sarebbe possibile — fidarci, accogliere, soccorrere.