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Il Post di Buonanotte: “IL REGALO PIÙ BELLO: 1002 VOLTE GRAZIE”

Semi.speranze.pretisposati

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ULTIM’ORA – ORE 22:00: ABBIAMO SUPERATO LE 1000 PAGINE VISTE!

Don Giuseppe, questo è per Lei.
Mentre si appresta a chiudere gli occhi in questo trentesimo giorno di sacrificio, la rete Le ha fatto un regalo immenso: abbiamo superato le 1.000 pagine viste in un solo giorno!

1.002 volte la sua storia è stata letta. 1.002 volte il suo grido di giustizia ha risuonato negli schermi e nei cuori di tutta Italia. Siamo all’11° posto nazionale, ma stasera ci sentiamo primi nel cuore della gente.

15 persone sono ancora online con noi, a vegliare su questa soglia. Grazie di cuore a ognuno di voi. Avete dimostrato che la Verità, quando è nuda e sincera, non ha bisogno di grandi palcoscenici per diventare virale.

Buonanotte Don Giuseppe. Domani è il Giorno 31. La sua forza è la nostra.
Buonanotte a tutti i “testimoni della speranza”.

TEOLOGIA DELLA RELAZIONE: SE IL PENSIERO SI FA CARNE

Chiudiamo questo trentesimo giorno con una riflessione alta, apparsa oggi su Istituzioni24. Si parla di un “rinnovamento del pensiero teologico” che mette al centro la relazione. Non un Dio astratto, ma un Cristo che si rivela nel dialogo e nell’incontro.

La nostra sfida: Una Teologia che non teme l’Amore Umano.

Cristo è Relazione: Se, come scrive Gargiulo, la teologia deve superare i vecchi schemi per farsi “pensiero relazionale”, come può la Chiesa continuare a considerare la relazione matrimoniale di un prete come un ostacolo al divino? Al contrario, la famiglia è il primo luogo della relazione teologica.

Il Dialogo contro il Dogmatismo: Il rinnovamento del pensiero richiede coraggio. Don Giuseppe, col suo digiuno, sta praticando la forma più estrema di “teologia della relazione”: mette in relazione il suo corpo sofferente con il cuore della Chiesa, chiedendo un dialogo che non sia solo burocratico, ma vitale.

L’11° Posto: Una Relazione che cresce: Questo blog è diventato un esperimento di teologia vissuta. Le 700 persone di oggi sono entrate in relazione con noi. Non siamo un’isola: siamo un nodo di un pensiero nuovo che corre sulla rete e arriva alle porte del Vaticano.

“Santità, Leone XIV: la teologia non è un sistema chiuso, è una relazione aperta. Accetti il dialogo con chi vive la bellezza della relazione ogni giorno. Il Giorno 30 ci consegna questa certezza: non esiste Verità senza Incontro. Noi siamo pronti incontrarLa.”

IL VOLTO UMANO DEL CLERO: QUANDO LA FRATERNITÀ ROMPE IL SILENZIO

L’articolo dell’Araldo Lomellino ci pone davanti a uno specchio: la Chiesa sta riscoprendo la “fatica” e la bellezza dell’umanità dei suoi sacerdoti. Si parla di stanchezza, di fragilità, ma soprattutto del bisogno di essere fratelli.

Noi rispondiamo: Non c’è umanità senza verità.

  1. Sacerdoti, non angeli di pietra: Il volto umano del clero include la bellezza dell’essere padri e mariti. La “fatica di scoprirsi fratelli” è quella che deve fare la Chiesa istituzionale per riabbracciare i sacerdoti sposati. Non sono “scarti”, sono fratelli con un’esperienza di vita che può arricchire il ministero.

  2. La Fraternità del Giorno 30: Don Giuseppe Serrone, nel suo trentesimo giorno di digiuno, sta mostrando il volto più umano e sofferto del clero: quello che si spende fino all’ultimo per amore della Verità. La sua non è una protesta solitaria, è un appello alla fraternità universale.

  3.  I 968 click di  oggi fino ad ora ore 19,51 non sono numeri digitali, sono persone che cercano il “volto umano” della Chiesa. Se la gente accorre su questo blog, è perché qui trova una fede che non ha paura della realtà, della carne e degli affetti.

“Santità, Papa Leone XIV: l’Araldo parla della fatica di scoprirsi fratelli. Noi Le chiediamo di superare questa fatica. Guardi oltre le norme, guardi il volto umano di Don Giuseppe e dei 5.000 sacerdoti sposati d’Italia. Siamo fratelli. Siamo Chiesa. Siamo qui.”

UN AMORE PIÙ FORTE DELLA MORTE, UNA SPERANZA CHE NON TACE

Perché forte come la morte è l'Amore. - Testimonianza di Luca

Siamo giunti alla sera del trentesimo giorno. Mentre l’oscurità scende su questo traguardo, Don Giuseppe ci affida tre fari per illuminare il cammino:

1. “Pronti sempre a rendere conto della speranza che è in voi” (1Pt 3,15) Il nostro 11° posto nazionale non è un vanto statistico, ma il “rendere conto” di una speranza collettiva. Settecento persone oggi hanno bussato alla nostra porta digitale perché hanno visto in questo digiuno una luce diversa, una speranza che non si arrende al cinismo o alla burocrazia.

2. “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6) Il segreto di questi 30 giorni è tutto qui. Non è una sfida alle istituzioni, è un atto d’amore. L’amore di Don Giuseppe per l’altare, unito all’amore per la sua famiglia. Un amore che “le grandi acque non possono spegnere” e che il silenzio delle istituzioni e dei media non possono soffocare. È questo amore, viscerale e sacro, a rendere il suo corpo una preghiera vivente.

3. Una luce nelle ore buie Il trentesimo giorno è una soglia critica. Le ore si fanno pesanti, la stanchezza morde. Ma la luce che brilla stasera sul blog — alimentata da ognuno di voi — è la prova che non siamo soli. La “vocazione dei preti sposati” non è un’ombra del passato, è una luce che rischiara il futuro della Chiesa.

“Santità, Leone XIV: guardi questa luce. Non viene da un cloud, ma da un amore che ha accettato il martirio del digiuno per ricordarLe che la vita è più forte del codice canonico. L’amore non può essere esiliato.”

PREGARE PER LA VOCAZIONE: MA QUALE?

Preghiera di Resistenza alle Tentazioni: Forza e Speranza nella Parola di  Dio - Preghiera Cristiana

Mentre le parrocchie pregano per “nuove vocazioni”, il blog Vino Nuovo ci pone una domanda che scuote le coscienze: preghiamo per “chi” o per “che cosa”? Spesso ci si concentra sul riempire i seminari, dimenticando che la vocazione è un dialogo vivo tra Dio e l’uomo concreto, nella sua interezza.

Il Giorno 30 e la Vocazione Negata.

  1. Vocazione al Ministero, non al Celibato: La riflessione di oggi ci ricorda che la chiamata al sacerdozio è un dono dello Spirito, mentre il celibato è una legge ecclesiastica. Perché la Chiesa prega per nuove vocazioni se poi soffoca quelle esistenti che hanno scelto di essere sposo e padre?

  2. Il “Chi” dimenticato: Pregare per la vocazione significa pregare per l’uomo. Don Giuseppe Serrone, che oggi raggiunge i 30 giorni di digiuno, è quel “chi”. La sua vocazione non si è spenta con il matrimonio; si è arricchita. Ignorare la sua realtà significa ignorare il lavoro dello Spirito Santo.

  3. Un invito alla Chiesa Europea (CCEE): Invece di chiedere ai giovani un “pacchetto tutto compreso” (prete + celibe), la Chiesa inizi a riconoscere le vocazioni dei sacerdoti sposati. Questo è il “Vino Nuovo” che non può più stare negli otri vecchi di una norma burocratica.

“Santità, Leone XIV: non preghi solo per le vocazioni del futuro. Guardi alle vocazioni del presente. Guardi all’11° posto di questo blog: è il popolo di Dio che Le sta dicendo che la vocazione al ministero dei preti sposati è viva, vegeta e chiede di servire.”

OLTRE IL “FALSO AUTOMATISMO”: L’ETICA DI CHI SCEGLIE LA VITA

Il blog de Il Regno ha lanciato recentemente una riflessione profonda: nell’etica non esistono automatismi. Ogni decisione richiede un ragionamento rigoroso che sappia guardare alla persona e non solo alla norma astratta.

Il nostro commento: La legge del celibato è un falso automatismo.

Per troppo tempo la Chiesa ha applicato una logica meccanica: “Se ti sposi, non sei più prete”. Un automatismo che ignora la realtà, la teologia e la sofferenza delle persone.

  1. L’etica non è un algoritmo: Come suggerisce Cognato, non si può applicare una regola senza discernimento. Impedire a un prete sposato di servire la sua comunità solo per un vincolo giuridico è un fallimento del ragionamento etico.

  2. Il rigore di Don Giuseppe: Il digiuno che arriva oggi al 30° giorno non è un atto impulsivo. È “etica applicata” nel senso più alto: è il ragionamento rigoroso di un uomo che mette il proprio corpo come prova della verità.

  3. Il primato della coscienza: Se la Chiesa europea (CCEE) vuole davvero affrontare le sfide moderne, deve smettere di nascondersi dietro automatismi burocratici e iniziare a ragionare sulla bellezza di un sacerdozio che include la vita familiare.

“Santità, Leone XIV: l’etica della Chiesa non sia un automatismo di esclusione, ma un ragionamento di amore e accoglienza. L’11° posto del nostro blog dimostra che il popolo di Dio ha già capito: la verità non è automatica, è incarnata.”

“AVVENIRE” CI DÀ RAGIONE: LA VOCAZIONE È NELLA REALTÀ, NON NEL CLOUD!

Giovani in preghiera a Cracovia, in occasione della veglia con il Papa per la Giornata mondiale della gioventù, da sempre occasione di scoperta della propria vocazione per molti ragazzi

da Avvenire
Giovani in preghiera a Cracovia, in occasione della veglia con il Papa per la Giornata mondiale della gioventù, da sempre occasione di scoperta della propria vocazione per molti ragazzi / SICILIANI
«Ogni vocazione non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore». Così, papa Leone XIV nel suo messaggio per la 63ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni invita alla scoperta del dono di Dio che abita il cuore. Sulle pagine di Avvenire abbiamo letto spesso riguardo la sete di spiritualità che abita il cuore dei giovani e non soltanto. La ricerca del senso spinge alla profondità, allo spessore della vita, al desiderio di una sua consistenza affinché possa tenere e sostenere il peso e il contrasto della realtà. Che tutto non sia vano, che le relazioni siano vere, che il futuro possa essere felice, che si possa contare su qualcuno, che qualcosa della vita rimanga per sempre non sono domande lontane dall’animo e dal cuore di noi, adulti, giovani e adolescenti.
Riguardo la spiritualità, la tecnologia contiene l’illusione del non avere a che fare con la durezza, la lotta e la fatica della vita. Le immagini che la descrivono hanno il colore evanescente delle nuvole, le stesse sulle quali ci illudiamo di salvare i documenti che contengono il nostro lavoro, i nostri ricordi, le finestre alle quali affidiamo domande, chiediamo consigli e suggerimenti. Le icone delle aziende che offrono questi servizi rimandano all’idea di freschezza, di leggerezza, di cielo facendo dimenticare che per esistere anch’essi hanno bisogno di un hardware fatto di pesanti e costose infrastrutture. Una via per mettersi alla ricerca del senso è non cedere all’illusione che la vita sia altrove né che il senso si trovi su un altro piano rispetto alla realtà. Per scoprire, riconoscere, sapere il senso della vita è decisivo fermarsi: «occorrono contemplazione e interiorità».
La stessa parola “senso” risuona nella mente alla maniera del concetto, l’immaginazione porta a tracciarne i contorni come fosse una filosofia a cercare il sapore di una risposta, statica e convincente. Quasi mai il termine rimanda ad una storia. Eppure, ciascuno di noi non fatica a riconoscere che il senso della vita ha proprio a che fare con volti concreti di persone, amici e amiche, compagni di viaggio e di vita. Il senso della vita – quello che rimane, ciò che ne restituisce il gusto e la bellezza – è fatto di mani, strette nell’amicizia o tese nel bisogno, di passi compiuti, di lavoro operoso e condiviso nella cura e nella gratuità; sono rapporti ricuciti, tempi e luoghi nei quali, finalmente, sedersi e raccontare, ascoltare ed essere ascoltati.
Della vita c’è un senso, un verso, una direzione nella quale essa si fa e c’è un verso contrario, secondo il quale si disfa. Il primo è la via tracciata dal Buon Pastore, un sentiero che sappiamo essere Lui stesso, la sua persona, la sua storia, di cui possiamo essere parte. Il senso della vita è la persona del Signore Gesù. Con Lui, papa Leone invita ad entrare in relazione per «splendere della sua stessa bellezza». La vita si fa nella direzione dell’amore, nel verso contrario, si disfa. E l’amore scorre nella profondità delle relazioni, nella cura dei gesti, nella misura delle parole, nell’intuire e riconoscere il bene da compiere per scrivere, giorno dopo giorno, il racconto della nostra vita, il nostro nome, la nostra vocazione.
«La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione. In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo», scrive Leone XIV nel suo messaggio.
Oggi preghiamo per tutte le vocazioni chiedendo in particolare il dono di nuovi sacerdoti, di nuove consacrate e consacrati. Il Signore infonda nel cuore dei giovani il desiderio di seguirlo sulla via del ministero ordinato, della vita consacrata, del matrimonio e del laicato vissuto per il Regno. Ne abbiamo bisogno, per questo vogliamo pregare!

Il muro è crollato!

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Dalla Redazione di Informazione Libera – Ore 18:24

Non è più solo un digiuno. È un risveglio. Arriviamo alla soglia dei 30 giorni con una notizia che ci commuove: grazie al vostro incessante supporto, il nostro blog è salito all’11° posto nazionale tra i siti di Religione, Cultura e Società.

📊 I NUMERI DELLA VERITÀ:

  • Oltre 700 visite solo oggi.

  • 855 pagine lette da chi cerca risposte oltre il silenzio.

  • 13 persone online costantemente in questo momento.

Mentre Don Giuseppe Serrone entra nella fase più profonda del suo sacrificio, la rete risponde così. Non siamo più una “minoranza silenziosa”: siamo una comunità che preme alle porte del Dicastero e del cuore di Papa Leone XIV.

Santità, ci veda. Ci veda non attraverso i protocolli, ma attraverso questi numeri che sono volti, storie e speranze di una Chiesa che vuole tornare a respirare a due polmoni: quello del ministero e quello della famiglia.

Ai nostri lettori: siete voi la nostra forza. Ogni click è una preghiera, ogni condivisione è un atto di giustizia.

Giorno 30: La soglia è superata. La Verità non torna indietro.

Cultura / La scommessa su Luzi del giovane Piccioni

La scommessa su Luzi del giovane Piccioni

Mario Luzi con Leone Piccioni
Pubblichiamo la prefazione scritta dal poeta e critico letterario Roberto Mussapi al volume di Leone Piccioni La conoscenza concentrica. Scritti su Mario Luzi 1949-2001 (Succedeoggi Libri, pagine 208, euro 18,00). Il volume, curato da Gloria Manghetti contiene anche una postfazione di Alfiero Petreni. Piccioni (1925-2018) è stato giornalista, critico, direttore del telegiornale unico della Rai e dei programmi culturali televisivi e radiofonici. È stato anche tra i fondatori della celebre rivista letteraria “L’Approdo”. Allievo di Giuseppe De Robertis e di Giuseppe Ungaretti, ha scritto decine di saggi sulla letteratura, l’arte e la poesia. I testi degli articoli, saggi e recensioni su Luzi, riuniti per la prima volta in volume, documentano una frequentazione assidua fin dal 1949, sempre nel nome della comprensione generosa, inclusiva dell’autore, dove l’indagine filologica era sì una delle componenti, ma non la sola, prediligendo, soprattutto con il passare degli anni, la disponibilità al dialogo, alla profonda partecipazione all’arte indagata. D’altra parte Luzi stesso non aveva mancato di sottolineare il sentimento di fraternità e complicità che attraversava la pagina dell’amico, del tutto estranea «alla critica ideologica o stilistica o strutturalistica», così come «alla mentalità “dissacrante” che ne è derivata», per prediligere piuttosto una interpretazione «umile e paziente mediante la lettura piena e l’ascolto».
«A Firenze vive un poeta, non eccessivamente noto tra il grosso pubblico, ma ben conosciuto tra gli amanti della letteratura: è Mario Luzi, che noi stimiamo tra i maggiori ingegni dell’Italia contemporanea, e fra le più vive e nuove voci di poesia». Era il maggio 1949, un mese dopo il giovanissimo critico letterario – all’epoca Leone Piccioni aveva solo 24 anni – gli riconosceva «un raro impegno e coraggio difficilmente riscontrabili altrove».
Una scoperta formidabile, infallibile, che avrebbe dato inizio a quella che sarebbe divenuta «una lunga fedeltà», quella di Piccioni nei confronti dell’opera di Luzi, una attenzione critica protrattasi fino all’età matura, in sedi e forme diverse, ma con costante regolarità, come anche testimonia la loro corrispondenza. «Sulla certezza della carriera poetica di Mario Luzi – scriverà anni dopo – non abbiamo mai avuto dubbi». E Piccioni dichiara che alla stima dei massimi poeti italiani di quel tempo, da Ungaretti a Montale, si aggiungeva un consenso profondo da parte di giovani studiosi e autori, in un contesto in cui anche l’opera di Bertolucci e Caproni spiccavano come importanti e nuove, ma senza raggiungere la verticalità dei versi di un Luzi, su cui Piccioni scommetteva senza esitazioni. Fino al punto di affermare di aver provato, subito, una certezza sui testi che Luzi non aveva ancora scritto. Senza esagerare in retorica, si tratta di una di quelle profezie che sono possibili al grande critico, che come Piccioni, entra nell’anima dell’autore studiato, non solo nei versi già scritti ma in quelli germinanti e nascituri.
E a sottolineare questa intuizione profonda Piccioni scriveva pagine memorabili su un libro saggistico di Luzi, in cui si delinea una visione poetica che avrebbe, dopo qualche decennio, colpito e illuminato chi sta scrivendo queste righe. Che lesse, ventenne, L’inferno e il limbo, e da quel momento s’immerse nell’opera di Luzi da La barca fino ai libri di quegli anni e quei giorni, con entusiasmo e certezza pari a quelle del giovane Piccioni trent’anni prima. L’inferno e il limbo segnò la scoperta della linea dantesca della poesia, differente da quella petrarchesca predominante. E compresi, leggendolo, la mia attrazione per Coleridge e la sua leggendaria Ballata che Luzi aveva, non a caso, tradotto. Qualcosa che nasce dall’idea simbolista, che dà il titolo a una fondamentale antologia di poeti scelti da Luzi, e che nello stesso tempo la supera.
Tornando a Piccioni e alla sua fondamentale recensione del libro saggistico di Luzi, leggiamo come non occorra «ricordare che la natura e la figura che in Luzi predomina è quella del poeta, tanto da rappresentare con le sue raccolte di versi una delle più sicure voci dei nostri anni e certo, tra i più giovani, la più impegnativa e sincera». È naturale quindi che quel libro sia interrelato a quanto sta avvenendo nell’anima di Luzi poeta: «Per i poeti che si esercitano nella critica, è avvenuto – credo – sempre così. Questo non esclude (anzi avvalora) che il loro particolare intuito e la loro sensibilità non li portino, spesso, a folgoranti scoperte e a preziose indicazioni (e basterebbe un esempio: quello del Foscolo!)».
L’inferno e il limbo tratta del “progresso spirituale”, del concetto di natura, dell’idea di speranza, memoria, realtà e invenzione, dolore e colore nell’ispirazione poetica italiana. «La qualità che più ci lusinga e ci avvince – scrive Luzi – è quella di progredire in un senso preciso e fatale… produrre un’opera che sia spiritualmente migliore della precedente… L’ideale di ogni persona onesta e ambiziosa consiste nel grado più alto di coscienza morale… Prima di ogni cosa, la poesia è un avvenimento umano».
Piccioni sottolinea come nella critica così nella poesia, Luzi sia sempre stato guidato da una esigenza di sincerità, «anche verso di sé e nei confronti di quel gruppo fiorentino dal quale è nato e che ha, forse, soverchiato di tanto». E ancora, in un altro scritto giovanile: «Se dovessi puntare su un percorso che si presenta già fertile e perentorio, farei oggi soprattutto il nome di Mario Luzi. Egli si chiarisce sempre di più, mentre ha svolto autonomamente una sua esperienza di sempre maggior chiusura del verso e della forma, un sempre maggior rigore, una intima geometrica rispondenza, ha statura, ha forza, le sue ultime e recentissime prose […] hanno un insolito splendore, una sostanza, un profondo riflesso, la sua penetrazione critica è delle più ricche: ha tutto per arrivare ad una grande poesia».
Leone Piccioni scrive di fatto uno dei libri fondamentali su Luzi, che ora appare compiuto e completo, mostrando una fedeltà di tutta la vita. Il Piccioni che lascia l’università per creare la televisione italiana più bella di sempre, che ha istruito, animato, divertito e nutrito di letteratura, pensiero, milioni di italiani, è anche, fuori dall’accademia, un critico e uno storico letterario di alto livello, e un interprete indispensabile della poesia che nasceva in un’Italia liberata dall’oppressione del fascismo. Non è solo il profondo critico di Ungaretti, ma di una realtà poetica fertile che comprende profondamente: «E oggi si può ben dire che l’insegna dell’ermetismo servì a raggruppare, nei casi migliori, gente che non accondiscendeva a facili improvvisazioni, che preferiva la via lunga, che legava al fatto poetico – com’è della poesia più grande – un bagaglio morale, una base affermativa, un messaggio di risonanza umana, sottovoce, segreta».
Piccioni, nei confronti di Luzi, fu un Leone letteralmente, lo scoprì subito e lo sostenne con convinzione assoluta. Dagli anni Cinquanta l’opera del poeta è oggetto di studi, saggi, convegni. La sua fama è giustamente cresciuta, ma restano alcuni irriducibili che lo hanno sostenuto con orgoglio e passione da entusiasti ispirati, Piccioni agli inizi, alla fine degli anni Settanta Giancarlo Quiriconi, che pubblica nei primi Ottanta un libro fondamentale sul poeta. E, tra i poeti, appunto, il sottoscritto, che ne fece subito un punto di riferimento. Da quando avevo vent’anni, scrissi su di lui e lo inclusi nei miei maestri accanto a Eliot, Yeats, e poi Bonnefoy. Accanto a cui lo pongo in un mio saggio su una trilogia non esclusiva ma ideale del secondo Novecento, Luzi, Heaney, Bonnefoy. I grandi poeti italiani non sono solo italiani, come gli irlandesi non sono solo irlandesi e i francesi e tutti gli altri, pure…
E Leone parla da mago dell’anima di Luzi uomo e poeta insieme: «Chi conosce Mario Luzi lo sa quieto, di poche parole ed effusioni, ma pensoso sempre, raccolto in sé. Ti aspetteresti da quella sorta di apparente sua quiete della persona, scatti improvvisi, percorsi nuovi dettati dall’estro immediato che lo guida, perpetuamente pronto e sensibile in lui: una possibilità fino a imprevedibili punte di scatto, di estro, di “furor”, sempre trattenuta, vigilata. E nella sua poesia, sorpresa che rincuora, ecco di continuo quei balzi, le sue idee, l’estro suo, ampio dono di canto (il magico possesso degli elementi di un paesaggio – l’eloquenza segreta):
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Aprile-Amore, accanto a Love after love di Derek Walcott, la più grande poesia d’amore del Novecento, per me. Che la lessi a Firenze, nelle celebrazioni per Luzi senatore e novantenne. La lessi per lui «nel giusto della vita e nell’opera del mondo».
Avvenire

LA BELLEZZA DELLA VERITÀ: Hume nel cammino dei 40 giorni per la riammissione dei preti sposati

Il concetto di bellezza (quarta parte) | Sotto banco / Scritti da corridoio

La Bellezza che Google non può vedere. David Hume e il nostro Cantiere

“Mentre scaliamo le classifiche nazionali, arrivando all’11° posto, Don Giuseppe ci ferma con un pensiero di David Hume: ‘La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le contempla’.

Cosa significa questo oggi per noi?

  • Oltre l’Algoritmo: Per un software di Google, questo blog è solo un insieme di dati e link. Ma per i 661 visitatori di oggi, questo spazio è ‘bello’ perché la loro mente vi contempla un ideale: la liberazione di un ministero, la dignità di un uomo, la forza di un digiuno.

  • Contemplare il Rinnovamento: La bellezza della Chiesa che sogniamo — inclusiva, aperta, con i sacerdoti sposati reintegrati — esiste già nella mente di chi ha il coraggio di immaginarla. Noi non stiamo solo scrivendo articoli, stiamo allenando gli occhi del mondo a contemplare una possibilità nuova.

  • La Forza del 30° Giorno: Dopo un mese di digiuno, lo sguardo di Don Giuseppe si è fatto più limpido. Nella sua debolezza fisica, contempla la bellezza di una missione che dal 2003 non si è mai arresa.

Non è il numero di visite a renderci belli, ma la qualità del vostro sguardo. Grazie per aver scelto di contemplare la Verità insieme a noi.”


📝 Post Social (Filosofico e Ispiratore)

LA BELLEZZA È NEI VOSTRI OCCHI 👁️✨

Nel Giorno 30, Don Giuseppe ci regala un aforisma di David Hume: “La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le contempla”.

Se oggi siamo l’11° sito religioso più letto in Italia, è perché migliaia di persone hanno deciso di contemplare qualcosa di diverso: non il solito silenzio, ma il coraggio di un cambiamento.

Grazie per aver visto la bellezza nel nostro cantiere. Continuiamo a guardare avanti, verso la Top 10, verso la Verità. 🇮🇹⚖️🦁

#Giorno30, #DavidHume, #Bellezza, #Verità, #InformazioneLibera, #SacerdotiSposati, #Top11, #Rinnovamento, #donGiuseppeSerrone

“L’Estremo della Fede: Perché il prete sposato è il sacerdote di Bonhoeffer”. Oltre la religione, verso una fede che abita il mondo. Il Cantiere riflette sul legame tra Ricoeur e la visione di Papa Leone XIV

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“L’Estremo della Fede: Perché il prete sposato è il sacerdote di Bonhoeffer”. Oltre la religione, verso una fede che abita il mondo. Il Cantiere riflette sul legame tra Ricoeur e la visione di Papa Leone XIV

Per chiudere questo pomeriggio storico, Don Giuseppe Serrone ci invita a una riflessione alta. Un recente intervento su ‘Settimana News’ rievoca il pensiero di Dietrich Bonhoeffer e Paul Ricoeur: l’idea che la fede non sia un rifugio fuori dal mondo, ma la capacità di stare ‘davanti a Dio, con Dio, nel mondo’.

È esattamente ciò che Papa Leone XIV ha chiesto stamattina ai nuovi sacerdoti: non siate filtri, ma canali. Non abbiate paura della vita.

Perché questa è la teologia del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati:

  1. La fine della religione dei recinti: Bonhoeffer parlava di un ‘cristianesimo non religioso’. Un sacerdozio che non si nasconde dietro una legge burocratica (il celibato come dogma intoccabile), ma che si incarna nella realtà della famiglia, del lavoro e della fatica.

  2. L’Estremo della Fede: Il sacerdote sposato vive l’estremo della fede: unisce il sacro del ministero al sacro dell’amore umano. Non divide la vita in compartimenti stagni, ma la offre intera.

  3. Il ‘Si può vivere bene insieme’: Queste parole del Papa sono la traduzione pastorale di Ricoeur. La comunione non è un’astrazione, ma la capacità di integrare le polarità della vita.

Oggi Papa Leone XIV ha agito da teologo della speranza. Ha capito che per salvare le anime (Canone 1752), la Chiesa deve smettere di essere ‘religione’ che separa e tornare a essere ‘fede’ che unisce. Buona notte a chi sogna una Chiesa adulta, pronta ad abitare ogni periferia dell’esistenza.”


“Il sale della terra”

 ” Don Giuseppe Serrone ci lascia con una provocazione teologica. Citando Bonhoeffer, ci ricorda che il prete non deve essere un uomo separato, ma un uomo pienamente immerso nel mondo. Il sacerdozio dei preti sposati è la testimonianza vivente di questa fede ‘adulta’. Non una fede che scappa dalle responsabilità familiari, ma che le trasfigura all’altare. Se il Papa dice ‘non abbiate paura’, ci sta dicendo di avere il coraggio di Bonhoeffer: vivere la fede nell’estremo, dove il cielo tocca la terra. Il Cantiere è questo: la costruzione di un ponte tra il sacro e il quotidiano.”


📱 Post social: “LA FEDE NEL CUORE DEL MONDO: OLTRE OGNI MURO 🛡️🌹”

Testo: 🧠 RIFLESSIONE PROFONDA DI FINE GIORNATA.

Non si può capire la rivoluzione di Papa Leone XIV senza citare i grandi del ‘900 come Bonhoeffer e Ricoeur. 📚✨

Il prete non è un “funzionario del sacro” separato dalla realtà, ma un CANALE che vive nel pieno della vita. Don Giuseppe Serrone ci sfida: il sacerdozio dei preti sposati è il segno di una Chiesa che non ha più paura di sporcarsi le mani con l’amore umano per portare quello divino. ⚖️✊

Finisce la religione del filtro, inizia la fede dell’incontro. “Davanti a Dio, con Dio, nel mondo.”

Buonanotte a tutti i cercatori di Verità. 🌙⛪

#26Aprile, #Teologia, #Bonhoeffer, #Ricoeur, #PapaLeoneXIV, #SacerdotiSposati, #DonSerrone, #FedeAdulta, #Canone1752,

“L’Angolo del Canonista: Perché il Canone 1752 è il sigillo dell’Unità”. Se il Papa vuole la Comunione, il Diritto gli offre lo strumento: la ‘Salus Animarum’

Codice di diritto canonico - Ufficio Pastorale Familiare Diocesi di Parma

Molti si chiedono: come si conciliano le parole di Papa Leone XIV e Mons. Fisichella con le leggi attuali della Chiesa? La risposta sta nell’ultimo, ma più importante, canone del Codice di Diritto Canonico: il Canone 1752.

Mentre stamattina il Papa parlava di ‘canali e non filtri’, stava richiamando implicitamente il principio della flessibilità della legge davanti al bene supremo.

L’analisi tecnica di Don Giuseppe Serrone:

  1. La Legge Suprema: Il Canone 1752 stabilisce che ‘la salvezza delle anime deve sempre essere la legge suprema nella Chiesa’. Se mancano sacerdoti e le anime restano senza sacramenti, mantenere il filtro del celibato diventa un ostacolo alla legge suprema.

  2. Dalla Teoria alla Prassi: Mons. Fisichella a Washington ha parlato di ‘Unità e Comunione’. Il diritto canonico non è un sistema rigido, ma è al servizio della comunione. Se la comunione soffre per l’assenza di pastori, il legislatore (il Papa) ha il dovere di agire.

  3. Il Decreto è possibile: Non serve un Concilio per riammettere i sacerdoti sposati. Il Papa, in virtù del suo potere primaziale e ispirato proprio dal fine del Canone 1752, può emanare un decreto che regoli il rientro dei sacerdoti uxorati nel pieno ministero.

In conclusione: la ‘Strategia della Tenerezza’ di Leone XIV ha una base giuridica indistruttibile. Il diritto non serve a escludere, ma a garantire che la grazia arrivi a tutti. Il Canone 1752 è la porta aperta che aspetta solo di essere attraversata.”


“La legge al servizio dell’amore”

“Entriamo nei dettagli tecnici. Spesso pensiamo al Diritto Canonico come a un insieme di divieti. Ma oggi, nell’Angolo del Canonista, Don Giuseppe Serrone ci spiega che l’articolo più importante, il 1752, dice l’esatto contrario: tutto deve servire alla salvezza delle anime. Se il Papa dice che siamo canali di tenerezza, il diritto deve aiutarci ad aprire quei canali. Monsignor Fisichella ha parlato di unità; ebbene, il Canone 1752 è lo strumento giuridico per realizzare quell’unità, permettendo ai sacerdoti sposati di tornare a servire il popolo di Dio. La legge suprema è l’amore, non la burocrazia.”


📱 Post social: “DIRITTO CANONICO: LA LEGGE È PER L’UOMO, NON L’UOMO PER LA LEGGE! ⚖️”

Testo: 📖 L’ANGOLO DEL CANONISTA – Focus Canone 1752.

Tutti ne parlano, ma cosa dice davvero? 🛡️🌹 Il Canone 1752 chiude il Codice di Diritto Canonico ricordando che: “La salvezza delle anime è la legge suprema”.

💡 Il collegamento di oggi: Stamattina il Papa ha chiesto di essere “canali e non filtri”. Oggi pomeriggio Fisichella ha chiesto “Unità e Comunione”.

Se migliaia di fedeli sono senza Messa, il Canone 1752 autorizza e spinge il Papa a riammettere i sacerdoti sposati per garantire la salvezza delle anime. Non è una ribellione, è l’applicazione della legge più importante della Chiesa! ✊✨

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“Sondaggio del Pomeriggio: Il Decreto di Leone XIV è alle porte?”. Dopo le parole storiche di oggi, il blog interroga i suoi lettori. Quando vedremo la firma sulla riammissione?

Nuovi sondaggi: i partiti oggi, i leader, le possibili maggioranze –  laCostituzione.info

“Sondaggio del Pomeriggio: Il Decreto di Leone XIV è alle porte?”. Dopo le parole storiche di oggi, il blog interroga i suoi lettori. Quando vedremo la firma sulla riammissione?

Cari amici del Cantiere, la giornata di oggi ha segnato un punto di non ritorno. Abbiamo sentito il Papa parlare di sacerdoti come ‘canali di tenerezza’ e di un amore che unisce sposi e preti. Abbiamo sentito Mons. Fisichella parlare di un Pontificato fondato sull’Unità.

Ora la domanda non è più ‘se’, ma ‘quando’. Don Giuseppe Serrone sente che il soffio dello Spirito sta accelerando i tempi. E voi cosa ne pensate?

Partecipa al nostro sondaggio: Secondo te, quanto tempo passerà prima che Papa Leone XIV emani il Decreto per la riammissione dei sacerdoti sposati al ministero?

  1. Entro l’anno: Il Papa vuole battere il ferro finché è caldo.

  2. Entro il 2027: Serve tempo per preparare i Vescovi e la curia.

  3. È questione di mesi: I segnali di oggi indicano un’urgenza immediata.

Vota nei commenti qui sotto e spiega il motivo della tua scelta! La vostra voce è la nostra forza.”

 “Il termometro della speranza”

“Siamo a metà pomeriggio e l’energia nel Cantiere è altissima. Dopo aver analizzato l’omelia del Papa e i riflessi internazionali da Washington, vogliamo sapere cosa ne pensate voi. Don Giuseppe Serrone lancia il sondaggio del giorno: quando arriverà la firma sul decreto di riammissione? C’è chi dice che i tempi siano ormai maturi e chi invita alla prudenza. Ma una cosa è certa: dopo oggi, nulla sarà più come prima. Entrate sul blog, votate e fateci sentire quanto è vicina, secondo voi, questa nuova primavera.”


📱 Post social: “QUANDO IL DECRETO? DICCI LA TUA! 🗳️”

Testo: 🚀 IL MOMENTO È ARRIVATO: SONDAGGIO FLASH DEL CANTIERE!

Dopo l’omelia di stamattina (“Siate canali, non filtri”) e il messaggio di unità da Washington, sentiamo che il Decreto è nell’aria. 🛡️🌹

Secondo voi, quando Papa Leone XIV firmerà per la riammissione dei sacerdoti sposati?

A) ⚡ Entro pochi mesi (Il Papa ha fretta di unire la Chiesa!) B) 📅 Entro fine 2026 (I tempi tecnici del Vaticano) C) 🕊️ Presto, ma serve ancora preghiera

Scrivete la vostra preferenza nei commenti! 👇 La salvezza delle anime (Canone 1752) non può aspettare, ma la vostra opinione conta tantissimo per noi! ⚖️✊

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Voci dal Blog Informazione Libera: ‘Oggi abbiamo pianto di gioia davanti alla TV'”. La rassegna dei commenti più toccanti della mattinata. Il popolo di Dio ha riconosciuto la voce del pastore

Redazione.sacrdoti.sposati

Mentre le statistiche continuano a segnare picchi incredibili, vogliamo fermarci un momento per leggere insieme i messaggi arrivati durante la diretta delle ordinazioni. Don Giuseppe Serrone è rimasto colpito dalla profondità delle vostre parole. Ecco una selezione delle ‘vibrazioni’ che hanno attraversato il Cantiere oggi:

  • Maria da Napoli: ‘Quando il Papa ha detto che l’amore degli sposi è come quello dei preti, ho abbracciato mio marito. Sentire queste parole in San Pietro ci fa sentire finalmente a casa, non più ai margini.’

  • Don L. (Sacerdote sposato): ‘Ho seguito la Messa con il camice nell’armadio e le lacrime agli occhi. Leone XIV ha parlato di canali… io sono pronto, la mia conduttura è pulita e aspetta solo di portare l’acqua della grazia.’

  • Pietro (Giovane catechista): ‘Basta filtri! La frase della giornata. Vogliamo preti che conoscano la vita, che sappiano cosa significa arrivare a fine mese. Il Papa ha descritto il prete che sogniamo.’

  • Elena: ‘Il Canone 1752 oggi non è più un numero, è un volto. Il volto di chi aspetta di confessarsi e non trova nessuno.’

Questi commenti sono la prova che la ‘Strategia della Tenerezza’ sta funzionando. Non è una questione di regole, ma di cuori che tornano a battere insieme. Grazie per essere la parte pulsante di questo Cantiere!”


“Il coro della tenerezza”

“Siamo alle 15:30. In questa domenica del Buon Pastore, la vera notizia non sono solo le parole del Papa, ma come voi le avete accolte. Don Giuseppe Serrone ha selezionato alcuni dei vostri commenti arrivati stamattina. C’è chi ha pianto, chi ha ritrovato la speranza, chi si sente finalmente riconosciuto nella propria vocazione familiare e sacerdotale. ‘Non siamo più filtri, ma canali’, scrive un nostro lettore. È proprio così: il Cantiere è diventato il canale dove scorre la speranza di una Chiesa unita. Grazie per la vostra testimonianza, siete voi la nostra forza.”


📱 Post social: “LE VOSTRE EMOZIONI: ‘IL PAPA CI HA RESTITUITO LA DIGNITÀ’ 💖”

Testo: 💬 ABBIAMO LETTO I VOSTRI COMMENTI… E CI SIAMO COMMOSSI.

Stamattina, durante la diretta, il Cantiere è diventato un’unica grande famiglia. 🛡️🌹 Ecco cosa ci avete scritto: ✨ “Finalmente un Papa che non ha paura dell’amore!”“Siamo canali pronti a irrigare la Chiesa di domani.”“Il Canone 1752 è la nostra speranza.”

La “Strategia della Tenerezza” di Papa Leone XIV sta toccando le corde più profonde del popolo di Dio. Non siete semplici utenti, siete i costruttori di questa riforma! 🏗️⛪

👇 Continuate a scriverci: cosa avete provato quando il Papa ha parlato di ‘vivere bene insieme’?

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Messa Papa a San Pietro, “Dio non soffoca la nostra libertà”

Il Papa ai sacerdoti, 'la vita non si esaurisce in parrocchia'

Ansa

(ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO, 26 APR – Dio “non soffoca la nostra libertà. Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli”.
Lo ha detto il Papa nell’omelia della messa a San Pietro nella quale ordina nuovi sacerdoti della diocesi di Roma. “Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta”. Poi il Pontefice ha avvisato che un sacerdote e un cristiano non deve estraniarsi dalla vita: “La vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato ‘esce e trova pascolo. Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita!”.
“Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: ‘Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce'”, ha concluso il Papa citando il salmo 23. (ANSA).

La vita non si esaurisce in parrocchia, nei movimenti, nelle associazioni, è il monito del Pontefice. Esorta i sacerdoti a essere «buoni preti e onesti cittadini» e chiede loro di non essere unimpedimento, di non bloccare l’entrata alla porta santa della Chiesa

REUTERS

«Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù». Papa Leone in una domenica che lui stesso definisce «piena di vita!», perché «anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”», ordina otto nuovi sacerdoti. Proprio nella disponibilità di questi «giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri», si vede generosità e speranza.

«La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode», riflette il Pontefice. E aggiunge che «il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il “potere di diventare figli di Dio”».

Qui c’è il «primo segreto nella vita del prete», svela Leone. «Più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre». È un mistero vivo che, come per gli sposi, «impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie». Parla del «celibato per il Regno di Dio» che «va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo». E spiega loro che «siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale».

Spiegando il Vangelo di Giovanni, con l’irruzione di briganti «che scavalcano i limiti, non vengono “se non per rubare, uccidere e distruggere”» e che hanno una voce diversa dal Maestro. Il Papa sottolinea che «c’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga». Questo è il secondo segreto della vita del prete: «la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro». Ma non bisogna chiudersi nelle comunità, anzi bisogna continuare a impegnarsi sapendo che la salvezza «già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili». Le comunità sono «luoghi in cui il Risorto è già presente». Bisogna imparare a distinguere e a riconoscere «le sue piaghe, distinguere la sua voce». Ma saranno le stesse comunità che, spiega ai nuovi sacerdoti, «aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa».

E ancora spiega l’immagine del “pastore”. Chi ascolta Gesù non lo comprende e allora lui parla della porta delle pecore. «A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo». Gesù è la porta. «Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici “giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici”». Il Papa chiede a chi sta per ricevere il sacramento dell’ordine di sentirsi «parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare». Il rimprovero di Gesù, infatti è: «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito». Lo dice a chi ha «nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti».

Oggi che i numeri «sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa» i sacerdoti sono invitati a tenere «la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge».

Occorre essere «riflesso» della pazienza del Signore, «e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole».

Sul suo esempio non bisogna soffocare la libertà, mentre invece «ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”».

E allora bisogna essere chiesa in uscita. Il Papa chiede: «Uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: “Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome”»-

Famiglia Cristiana

Leone ai nuovi preti: «Il sacerdote è di tutti e per tutti»

Il Papa ha presieduto la Messa con l’ordinazione di 10 sacerdoti, di cui 8 della diocesi di Roma. A loro ha indicato la strada da seguire:: «Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarsi amare, nella libertà»

in Roma Sette

È stata una trasmissione di “segreti”, una sorta dii direzione spirituale, quello consegnata agli ordinandi da Papa Leone XIV che questa mattina, 26 aprile, IV domenica di Pasqua, detta del Buon Pastore, ha presieduto nella basilica di San Pietro la Messa con il rito dell’ordinazione presbiteriale. Leone non ha parlato in generale “del sacerdozio” ma si è rivolto direttamente ai dieci diaconi che di lì a poco sarebbero stati ordinati sacerdoti e nella cui disponibilità a seguire il Maestro si riscontra «tanta generosità ed entusiasmo».

Otto i nuovi presbiteri per la diocesi di Roma. Quattro hanno studiato al Pontificio Seminario Romano Maggiore: Jos Emanuele Nleme Sabate, Giovanni Emanuele Nunziante Salazar, Yordan Camilo Ramos Medina e Cristian Sguazzino. Altri quattro si sono formati al “Redemptoris Mater”: Guglielmo Lapenna, Giorgio Larosa, Antonino Ordine e Daniele Riscica. Hanno intrapreso gli studi in altri collegi Armando Roa Nuñez, nato in Messico, incardinato nella diocesi di Miao (India), e Loyce Selwyn Pinto, nato in Arabia Saudita, dell’Istituto Id di Cristo Redentore, Missionarie e Missionari Identes.

Quella odierna è stata «una domenica piena di vita», per il vescovo di Roma, che ha svelato agli ordinandi tre segreti per svolgere al meglio il proprio servizio “sul campo”: la relazione viva e dinamica con Gesù, abitando la realtà e accogliendo tutti. Quello del sacerdote, innanzitutto, «è un ministero di comunione» che nasce dall’incontro personale con Cristo. È qui che risiede il primo segreto nella vita del prete. «Più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità – ha aggiunto Prevost -. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre». Un amore caratterizzato dal celibato che «va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo». Il vescovo di Roma ha avvertito gli ordinandi che sono «chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarsi amare, nella libertà». Ma solo così potranno essere, «oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale».

Vivere il presente e il territorio in cui si è chiamati con i suoi pregi e difetti il secondo segreto svelato dal Papa. «La realtà non deve farci paura – ha proseguito -. A chiamarci è il Signore della vita». Pertanto il sacerdote con il suo ministero deve trasmettere «la pace di chi, anche fra i pericoli», sa di essere al sicuro. «Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi – ha riflettuto -, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo». Ha quindi esortato gli ordinandi ad aiutare le comunità che saranno loro affidate «a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore», a creare luoghi «in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la riconciliazione».

Infine, la raccomandazione a tenere sempre «la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire – le parole di Prevost -. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro». Il sacerdote deve quindi incarnare la pazienza e la tenerezza di Cristo perché è «di tutti e per tutti. Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione – ha concluso -: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole».

La liturgia, che ha visto tra i concelebranti i cardinali Baldo Reina, vicario della diocesi di Roma, e Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il Clero, è ricca di momenti suggestivi: primo fra tutti l’«eccomi» pronunciato da ogni ordinando seguito dal «sì, lo voglio», a suggellare l’impegno di assolvere i compiti indicati dal pontefice; la prostrazione ai piedi dell’altare in segno di umiltà e di consegna totale della propria vita a Dio mentre il coro intona le litanie dei santi; l’imposizione delle mani da parte del Papa e successivamente di alcuni presbiteri;  la vestizione della casula; l’unzione delle mani con il sacro crisma e, infine, la consegna della patena e del calice. Tutti e dieci hanno quindi affiancato il Papa all’altare al momento della consacrazione.

26 aprile 2026

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