In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

Avvenire

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente di tutti: il doppio rispetto alla media globale. Non è solo un problema di minor benessere quotidiano, ma si tratta di una vera e propria emergenza sanitaria, che deve essere affrontata per salvaguardare la salute di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Se si sommano i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla mortalità attribuibile al caldo degli ultimi tre anni si arriva a ben oltre 160mila decessi, in larga parte evitabili con adeguate strategie preventive.

Per contrastare questa “epidemia da caldo” legata alle sempre più frequenti ondate di calore, che rappresentano oggi una delle maggiori minacce per la salute pubblica, l’Oms ha pubblicato nelle scorse settimane una nuova edizione delle “Linee guida per il piano d’azione contro il caldo per la salute” che aggiorna la precedente prima versione del 2008. Si tratta di un documento che ha lo scopo di fornire ai medici e ai professionisti della salute informazioni pratiche atte a proteggere i pazienti contro il caldo estremo, ma anche di dare precise indicazioni ai servizi sanitari e ai governi per attuare azioni concrete di contrasto al cambiamento climatico.
L’obiettivo finale è chiaro: zero morti da calore e adeguata capacità per evitare patologie causate dall’aumento della temperatura. Il caldo è infatti un’emergenza prevedibile e prevenibile. Per questo serve una strategia scaglionata a lungo termine ma che deve partire subito. Occorre chiamare in causa la sanità, i servizi sociali e la protezione civile, non potendo però prescindere dal coinvolgimento dell’urbanistica, delle amministrazioni locali e delle politiche nazionali e internazionali.
La guida dell’Oms è un manuale operativo per trasformare le evidenze scientifiche emerse in questi anni e le esperienze sperimentate negli ultimi due decenni in azioni e indicazioni che i governi e i servizi sanitari possano realmente attuare. Il documento puntualizza anzitutto le tre condizioni che, sommandosi, hanno dato origine alla difficile situazione attuale. In primis il cambiamento climatico, che aumenta la temperatura media e rende le ondate di calore più frequenti, intense e lunghe. Poi la crescente urbanizzazione, che rende i centri urbani “isole di calore” con temperature (soprattutto di notte) di parecchi gradi più alte rispetto agli ambienti rurali, più ricchi di vegetazione. Infine l’invecchiamento della popolazione, con il progressivo incremento delle persone di età superiore ai 65 anni, che per l’età e la concomitante presenza di patologie croniche rappresentano la fascia più fragile di fronte agli eventi più estremi.

Le indicazioni pratiche partono dall’identificazione dei gruppi a rischio, che richiedono interventi differenziati perché la vulnerabilità al caldo non è uguale per tutti ma nasce dall’interazione tra sensibilità fisiologica, esposizione ambientale e capacità (o impossibilità) di proteggersi. Gli anziani rappresentano la categoria più fragile, perché l’invecchiamento compromette la termoregolazione e la percezione della necessità di bere. Spesso poi sono anche portatori di patologie croniche (malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e neurologiche), che riducono l’adattamento allo stress termico. Inoltre sovente sono anche soggetti che vivono in isolamento sociale e/o in condizioni abitative inadeguate (non hanno adeguati sistemi di raffreddamento domestico), tutti ulteriori elementi di rischio. Infine le persone con mobilità limitata o affette da deficit cognitivi sono spesso incapaci di adottare autonomamente comportamenti protettivi o di riconoscere situazioni di pericolo. Anche neonati e bambini richiedono una particolare attenzione perché la loro termoregolazione è ancora immatura. Nelle donne in attesa i cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza riducono la tolleranza al calore, e quindi anche per questa categoria occorre una speciale attenzione.
Bere frequentemente a piccoli sorsi, tenere chiuse persiane e tapparelle nelle ore più calde, raffreddare il corpo con panni o docce sembrano indicazioni banali ma rappresentano consigli pratici fondamentali. Sul piano collettivo la sanità pubblica deve promuovere una rete di figure in grado di controllare le categorie più a rischio (soprattutto gli anziani) durante le ondate di calore per evitare il loro isolamento: caregiver, assistenti sociali, medici di famiglia, volontari. È fondamentale inoltre rendere accessibili per queste categorie spazi climatizzati (centri di raffrescamento), strutture a basso costo e rapidamente attivabili.
Anche i lavoratori all’aperto e gli sportivi sono categorie a rischio, perché esposti direttamente al calore ambientale associato allo stress metabolico dell’attività fisica. L’interruzione del lavoro nelle ore più calde della giornata e la sospensione delle attività sportive quando la temperatura è troppo elevata sono soluzioni indispensabili. Durante l’attività sportiva il caldo estremo, unito all’umidità e al grande sforzo fisico, determina un’ipertermia corporea (la temperatura del corpo arriva a 39° C) che conduce alla compromissione cardiovascolare e neurologica, origine dell’acuto calo fisico.

Al di là delle indicazioni operative per i professionisti della salute e dei suggerimenti forniti ai sistemi sanitari su come affrontare le patologie legate alle ondate di calore, la parte più significativa del documento è però il forte e deciso richiamo alle istituzioni pubbliche sugli interventi indispensabili per contrastare la crescente “epidemia da caldo”, destinata a modificare sempre di più la vita del pianeta, sino anche a poterla stravolgere.
La prevenzione si può e si deve attuare attraverso scelte politiche e operative consapevoli. Pur non negando l’evidenza del cambiamento climatico in atto, manca la consapevolezza che si stanno facendo sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica ma non per eliminare o attenuare i cambiamenti climatici già in atto. Finora l’Europa (e l’Italia in particolare) ha investito molto sulla transizione ma pochissimo sulle strategie per mitigare l’adattamento. Transizione energetica e adattamento climatico sono due cose differenti. La prima riguarda le azioni che riducono le emissioni di gas che alterano il clima, mentre il secondo è l’insieme delle azioni che modificano sistemi, infrastrutture e comportamenti per ridurre i danni prodotti da un clima già cambiato.
Occorre dunque affrontare l’emergenza climatica, identificando gli attori indispensabili per organizzare un adeguato sistema di allerta sanitaria e di comunicazione efficace. L’obiettivo è attuare strategie mirate per la salvaguardia della salute, monitorandone poi l’andamento per correggere nel tempo soglie e misure. Parallelamente è necessario ripensare gli spazi di vita, individuali e collettivi: realizzare abitazioni termoregolabili e flessibili con termostati domotici per una maggiore dispersione calorica quando necessaria e ambienti urbani (città) resilienti e termoassorbenti con più verde, meno cemento e minor asfalto. Un’ecologia integrale fa crescere la coscienza per una nuova “ecologia termica” in grado di affrontare globalmente i problemi legati ai cambiamenti climatici.

Letteratura Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Avvenire

Irecenti dati sulle iscrizioni al liceo classico, scese al 3 per cento, hanno provocato ancora una volta un dibattito sulla sua validità, dimostrando come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in tutto l’Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato di cui liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e dal latino o mantenere lo studio del latino nei licei scientifici? Eppure negli ultimi anni non sono mancate prese di posizione intelligenti sulla necessità di preservare la cultura umanistica nella civiltà tecnologica in cui siano assorbiti. Come da parte degli scienziati Guido Tonelli e Lucio Russo, quest’ultimo autore di un libro fondamentale, Perché la cultura classica, in cui rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo la filosofia e letteratura, ma anche la scienza. Da parte sua Tommaso Braccini nel volume Avventure e disavventure dei classici – che se la prende con la cancel culture che vuole imbavagliare alcuni autori antichi – sottolinea come le vicende travagliate dei classici ci debbano spingere a salvaguardarli, perché molto hanno da dirci oggi. Per non parlare di Martha Nussbaum, che nel saggio Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, si dice preoccupata perché, in una civiltà dominata dalla tecnoscienza e dall’economia, stanno scomparendo non solo le competenze associate agli studi umanistici e artistici, ma anche la capacità di pensare criticamente. Molti economisti di formazione statunitense vedono nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione: sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande relative alla grammatica e alla storia greca e romana oltre che a vari quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione dall’inglese al latino e al greco.

In Francia e in Germania poi da tempo si ridimensiona l’apporto della latinità alla formazione dell’Europa e si vuole rimuovere il contributo della civiltà romana. Un fenomeno segnalato anticipatamente da Rémi Brague nel libro Europe, la voie romaine, che denunciava lo spettacolo comico della svalutazione dei Romani rispetto ai Galli, operata da un popolo che parla una lingua ereditata direttamente dal latino. Se l’Europa è certamente greca ed ebraica, è altrettanto romana.
Ne è ben cosciente Roberto Andreotti, classicista e giornalista, per lunghi anni curatore di Alias, l’inserto letterario del “Manifesto”, come traspare nel libro Virgilio è urgente (Interlinea, pagine 254, euro 16): un titolo volutamente provocatorio, dato che come spiega lui stesso nelle prime pagine «è solo il contemporaneo che può generare domande nuove e incalzanti da porre ai libri degli Antichi, senza per questo trascurarne la drammatica alterità». Sono Virgilio e Ovidio gli autori cui maggior spazio è dedicato, seguiti da Seneca, Apuleio e Rutilio Namaziano. Della guida di Dante nella Divina Commedia si ricorda la ripresa recente, da Seamus Heaney a Alessandro Fo. Ma da più di un secolo, a partire dallo studio fondamentale di Richard Heinze Tecnica epica di Virgilio, l’autore dell’Eneide viene recuperato e acclamato, con letture pubbliche e performance un po’ ovunque. Senza dimenticare lo sceneggiato televisivo trasmesso dalla Rai negli anni Settanta con Giulio Brogi protagonista.
Se Giorgio Caproni «esaltò il profugo troiano come modello di tutti i perseguitati», la poesia occidentale è nata nel segno dell’esilio, come ci ha insegnato Virgilio. Anche Ovidio rientra nella triste casistica dell’intellettuale inviso al potere. La sua attualità è legata soprattutto al successo delle Metamorfosi, immortalate nei secoli dai grandi artisti e cui si riferiscono più volte poeti e scrittori vicini a noi come Walcott, Brodskij, Maalouf e Ransmayr, ma anche il cinema e le serie tv: «Manipolazione della materia; mutilazione del corpo umano; fantasia genetica; potere catastrofico del desiderio. Sembrano etichette da science fiction, in realtà sono dei temi offerti dalle Metamorfosi, riformulati con il linguaggio corrente», commenta Andreotti. Il quale rimarca come la weltanschauung del poeta esiliato a Tomi sia molto diversa da quella virgiliana improntata alla pietas e all’amor patriae: «Per dirla con Paul Veyne, Ovidio non crede ai suoi miti». Miti peraltro immortali, se si pensa a Narciso e Proserpina o a Orfeo e Euridice.

Come quello di Amore e Psiche narrato da Apuleio, che Andreotti vede rivivere nel film d’animazione La bella e la bestia, soffermandosi poi su Lucio, il protagonista delle sue Metamorfosi, ribattezzate da sant’Agostino in L’asino d’oro, rilevando in quello che viene ritenuto l’unico vero romanzo dell’Antichità anche il primo e forse unico caso di conversione religiosa. Come ha segnalato l’antichista e patrologo Gustave Bardy, infatti, le religioni del mondo greco e romano, ma anche quelle di derivazione orientale, non riuscirono a produrre quella trasformazione spirituale nella quale consiste la conversione, che prevede un rinnovamento da cima a fondo dell’anima e della vita della persona. Lucio invece si converte al culto di Iside dopo essere stato trasformato in un asino e il suo atteggiamento pare mosso da una vera ricerca di santità.
E veniamo a Rutilio Namaziano, il cui poema De reditu, scritto dopo il sacco di Roma da parte di Alarico del 410, è una sorta di lamento funebre per la civiltà romana basata sul paganesimo. Andreotti vuole ribaltare il giudizio di Italo Lana, per il quale il mondo di Rutilio appare «fermo e stagnante» rispetto «a una qualunque pagina di un autore cristiano di sempre». In realtà Il ritorno è un poema struggente e straziante. Non certamente favorevole alla nuova religione, ma curiosamente messo in salvo al monastero di Bobbio.
Una nota finale: spiace che nel volume non compaia alcun riferimento all’opera di damnatio memoriae verso gli autori classici in atto nelle università anglosassoni. La cancel culture cui si accennava all’inizio mette sotto accusa proprio Virgilio perché troppo violento e Ovidio perché antifemminista. I classici possono certamente essere discussi, ma è assurdo cancellarli, riscriverli o ridimensionarli perché fanno parte in maniera inscindibile della nostra cultura.

Ecco come si può migliorare l’assistenza agli anziani in sole 4 mosse

Un'anziana e la sua badante in un parco / FOTOGRAMMA

È un’altra estate difficile per gli anziani non autosufficienti, i loro familiari e chi se ne occupa professionalmente. Un universo fatto di quasi 4 milioni di soggetti fragili, attorno a cui ruotano altri 6 milioni di persone tra caregiver familiari, badanti e personale delle Rsa. Per tutti questi soggetti nel 2023 si era concretizzata finalmente la svolta con l’approvazione – all’unanimità – della legge delega 33 per la riforma dell’assistenza agli anziani. A tre anni di distanza, però, l’attuazione di quell’ambiziosa riforma stenta a diventare realtà, eccezion fatta per pochi provvedimenti che non hanno cambiato di molto la situazione delle persone che hanno necessità di essere assistite. Per questo, il Patto per la non autosufficienza – un cartello che riunisce oltre 60 associazioni professionali, sindacali, di famiglie e di malati – chiede oggi di dare una spinta decisiva a partire dalla prossima legge di Bilancio, con un impegno condiviso tra maggioranza e opposizioni, di poco più di 1 miliardo.

«Bastano pochi numeri per comprendere come l’urgenza di oggi è destinata a diventare vera e propria emergenza domani – spiegano Eleonora Vanni e Cristiano Gori, portavoci del Patto -. Già oggi, infatti, ci sono 270mila anziani in lista d’attesa per un ricovero nelle residenze sanitarie che hanno una capacità complessiva di 300mila posti. E nei prossimi 10 anni la popolazione degli ultra85enni è destinata ad aumentare del 30%». Non si può più attendere, dunque, per ridisegnare la struttura della nostra assistenza agli anziani. La proposta del Patto per la non autosufficienza è di avviare già dal 2027 almeno un primo significativo modulo della riforma, mirato su quattro aspetti fondamentali: la semplificazione delle procedure, l’assistenza domiciliare, l’assistenza residenziale e i trasferimenti monetari.
I quattro ambiti su cui agire
Il primo nodo è infatti quello dell’accesso alle misure. Oggi in molti casi occorrono cinque o sei valutazioni diverse per arrivare a certificare la non autosufficienza della persona anziana e attivare le tutele previste. L’idea, peraltro già contenuta nella legge delega, è quella di «introdurre un sistema unitario e integrato di valutazione, che con una o due visite al massimo dia accesso alle misure e accompagni le famiglie nelle procedure».
Il secondo campo d’intervento è invece quello fondamentale dell’assistenza domiciliare. Oggi è essenzialmente di carattere sanitario-infermieristico, è assicurata a poco più del 6% degli anziani non autosufficienti e consta mediamente di 16 ore d’intervento l’anno. La proposta del Patto, invece, prevede di «istituire un nuovo servizio pubblico specificamente dedicato alla non autosufficienza che integri interventi sanitari, sociosanitari e sociali, garantisca continuità assistenziale e interventi di sostegno e orientamento ai caregiver familiari e alle assistenti familiari». Qui c’è il vero cuore della riforma immaginata con la legge delega. Il fine, condiviso da tutto il mondo associativo e dalle stesse forze politiche, infatti, è che vada sostenuta al massimo, in maniera sussidiaria, la permanenza dell’anziano non autosufficiente in casa e in famiglia fintanto che le sue condizioni fisiche e cognitive lo permettono. Una scelta che, da un lato, salvaguarda meglio le relazioni sociali dell’anziano stesso e, dall’altro, garantisce una minore pressione sulle strutture pubbliche e sulle casse dello Stato, grazie ai mancati ricoveri. Tutto però non può essere lasciato solo sulle spalle dei caregiver familiari o sul sistema – oggi piuttosto opaco – del badantato. Ma sostenuto economicamente e professionalmente, appunto con una maggiore e migliore assistenza a domicilio.

Non sempre e non fino all’ultimo, però, è possibile assistere gli anziani in casa. E dunque occorre migliorare anche l’assistenza residenziale nelle Rsa. Qui la proposta del Patto prevede «l’aumento dei posti disponibili e del personale dedicato e di rendere più eque le rette, così da garantire un’assistenza più accessibile, di maggiore qualità e sostenibile per le famiglie. Assistenza domiciliare e residenziale non vanno viste in contrapposizione, ma in sinergia», sottolinea Gori.
Infine, l’ultimo punto riguarda i trasferimenti monetari, a partire dall’indennità di accompagnamento, «con la sperimentazione della Prestazione Universale per la Non Autosufficienza, caratterizzata da importi differenziati in relazione ai bisogni assistenziali (ma sempre superiori agli attuali 552 euro mensili) e da incentivi all’utilizzo di servizi qualificati e di lavoro regolare».
Sì, ma quanto costa? La sostenibilità economica
L’impostazione del progetto si basa su un’implementazione graduale e controllata della riforma dell’assistenza. «Il nostro impegno è a garantire una doppia sostenibilità: attuativa, perché non si possono stravolgere da un giorno all’altro i servizi pubblici, e di risorse economiche», spiega ancora Gori. Per il 2027, dunque, si prevedono stanziamenti aggiuntivi, rispetto agli attuali, di 577 milioni per la domiciliarità, di 433 milioni per le Rsa e di poco meno di 38 milioni per la sperimentazione limitata a 20 territori della nuova Prestazione universale (il Governo ne sta attuando una da 250 milioni per gli ultra 80enni gravissimi e con 6mila euro massimo di Isee. Previsti 25mila beneficiari, ne avrebbero beneficiato in 6mila). Totale: 1 miliardo e 48 milioni per il prossimo anno. Destinati a diventare 2,335 miliardi nel 2028, mentre il costo dell’intera riforma a regime viene stimato in 7-8 miliardi complessivi.

Si tratta di cifre certamente non impossibili da reperire e comunque assai inferiori a quelle ipotizzate per altre spese, come il riarmo o la costruzione di nuove infrastrutture. Decisiva sarà, appunto, la prossima legge di Bilancio, tra l’altro l’ultima di questa legislatura. «Prego astenersi da bonus e misure bandierina per attrarre consenso elettorale. Chiediamo alla maggioranza, ma non meno alle opposizioni, la responsabilità di lavorare assieme per assicurare in maniera concreta una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti. Il progetto per farlo c’è già: è la legge delega. Ora si tratta di compiere scelte coerenti e conseguenti», è la conclusione dei portavoce del Patto. Che suona come un vero e proprio appello.

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Ponte Morandi, 12 anni all’ex-ad di Autostrade Castellucci. Cosa ha stabilito la sentenza

Ponte Morandi, 12 anni all'ex-ad di Autostrade Castellucci. Cosa ha stabilito la sentenza

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L’ex-amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni per il crollo del ponte Morandi di Genova, il 14 agosto 2018, che provocò la morte di 43 persone. Castellucci era già stato condannato a sei annim in via definitiva, per l’incidente stradale sulla A16 del 28 luglio 2013, in cui un bus turistico era precipitato dal viadotto Acqualonga con 40 vittime. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto una condanna di 18 anni e sei mesi. Castellucci è stato condannato per crollo colposo e omicidio stradale. Assorbito il reato di omicidio colposo semplice.

Condannato a 5 anni l’ex direttore vigilanza del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti su concessioni autostradali Mauro Coletta. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto la condanna a dieci anni.
Condanne anche per gli ex vertici di Aspi e di Spea. Undici anni è la condanna per Michele Donferri Mitelli, ex numero tre di Aspi, responsabile delle manutenzioni: il pm aveva chiesto per lui 15 anni e sei mesi. Condanna a 5 anni e sei mesi per Paolo Berti, ex numero due Aspi, ex direttore centrale delle operazioni. Per lui erano stati chiesti 12 anni e sei mesi. Condannato a cinque anni e sei mesi anche l’ex ad di Spesa, Antonino Galatà, per il quale il pm aveva chiesto 7 anni.
Per la lettura della sentenza, in aula era presente anche la sindaca di Genova, Silvia Salis. La prima cittadina è andata a stringere la mano ai parenti delle vittime nell’aula strapiena. Presente anche il presidente del Consiglio regionale, Stefano Ballerari e il presidente del Tribunale di Genova, Enrico Ravera.

Un processo dai grandi numeri, quello per il crollo del ponte Morandi. Durante i 4 anni del dibattimento, iniziato infatti il 7 luglio 2022, sono stati ascoltati 282 testimoni e 4 periti, ammesse 214 parti civili (diventate poi 168 per la rinuncia di 46 di loro). Esaminati da pm e difensori 12 imputati e raccolte 21 dichiarazioni spontanee. I capi di imputazione contestati agli imputati sono stati 112, e 67 i difensori degli imputati e 33 quelli delle parti civili. Enorme la mole delle pagine trascritte (24.213), delle pagine di verbali (10.431), e delle pagine della memoria ricostruttiva iniziale del pm (2.380). I faldoni cartacei sono 332, i supporti informatici 352 e la documentazione complessiva con foto e video occupa oltre 12 terabyte di memoria. L’accusa ha depositato una memoria iniziale, cinque memorie interlocutorie e una memoria finale di piu’ di 5.000 pagine, oltre a 10 note scritte in sede di conclusioni e a quasi 2 mila slide. Complessivamente, per i 57 imputati, la Procura ha chiesto 400 anni di carcere e un’assoluzione.

Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Caos legge elettorale: tutti gli scenari aperti dopo il terremoto di ieri

Una notte per pensare al fallimento sulla legge elettorale. Per interrogarsi sul terremoto politico che scuote la maggioranza. Per mettere a fuoco una strategia senza escludere più nulla. Nemmeno una crisi di governo che per ora non è all’ordine del giorno. Giorgia Meloni non minimizza. Sa che il no all’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze è anche una sua sconfitta. Sa che quella bocciatura è anche una sua bocciatura.  Sente i leader dei partiti alleati. Ragiona su se e come andare avanti. Ripete poche parole con un tono stranamente pacato: l’Italia non merita un governo che non governi e io non ho nessuna intenzione di farmi logorare. Ce l’ha con i “franchi tiratori”. Ce l’ha con il “partito del pareggio”. Ce l’ha con chi mette le proprie convenienze davanti a quello che serve all’Italia. Crisi? Voto anticipato magari già a settembre? Elly Schlein non ha esitazioni: «Noi saremo pronti in qualunque momento, perché la vera notizia di ieri che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull’idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte tra le opposizioni». La leader del Pd attacca decisa. «Ieri la fotografia chiara al Paese è stata al contrario, c’è stata una maggioranza divisa: è bastata la prima prova di un voto segreto, mentre tutte le opposizioni hanno agito unitariamente… Serve un’alternativa al Paese, perché dopo 4 anni di questo governo, qui ci troviamo con un’Italia che ha la crescita a zero, abbiamo purtroppo i salari tra i più bassi d’Europa, abbiamo le bollette dell’energia che sono invece le più care d’Europa e hanno portato le tasse, la pressione fiscale al record degli ultimi 12 anni…». Le opposizioni caricano a testa bassa. È un coro.

Fratoianni, segretario di Sinistra italiana: «Meloni ha di fatto posto la fiducia. Ed è stata sfiduciata. Ne deve prendere atto. Non ha più una maggioranza, e il messaggio politico è molto chiaro: andate a casa». Conte, leader del Movimento 5 stelle: «Se Meloni ha senso dell’onore e della dignità dovrebbe andarsene… Sono quattro anni che lavoriamo con le altre forze di opposizioni e siamo assolutamente pronti ad andare a votare. Siamo realmente pronti, non come diceva Meloni nel 2022». Crisi? Voto? Una cosa è certa: prima del voto Meloni aveva avvertito gli alleati: se la maggioranza va sotto nel voto a scrutinio segreto sulle preferenze sarebbe stata pronta a recarsi al Quirinale. Se si trattava di una forma estrema di moral suasion a restare compatti, non è andata a segno. Se invece rispecchiava le reali intenzioni della premier, lo si capirà presto. Ora, di certo la sua ira è a livelli di guardia. Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto in questo frangente ad alta tensione. Anche elezioni anticipate o quanto meno un chiarimento in Parlamento. Per Meloni è una fase in cui serve una «attenta riflessione». Certo per ora non c’è il grande strappo. Prevale la «responsabilità di governare il Paese». E anche sulla legge elettorale si va avanti.

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Tra guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, preferiamo interlocutori che confermino la nostra versione del mondo. E se provassimo, invece, a convivere con la distanza e l’alterità?

Se il dissenso è un esercizio di tolleranza

Not in my backyard. È la logica per cui le battaglie che siamo disponibili a sostenere sul piano dei principi diventano molto meno attraenti quando entrano nel nostro spazio d’azione, nel nostro giardino. Stuart Hall, teorico dei Cultural Studies all’Università di Birmingham, definiva questa dinamica una “posizione negoziata”. Negli anni Settanta, in Gran Bretagna alla vigilia del tatcherismo, Hall – attingendo a Gramsci e alla riflessione postcoloniale – ha restituito dignità accademica alle culture popolari smontando l’idea della comunicazione mediatica come un processo lineare, in cui un significato passa semplicemente da un mittente a un destinatario. Non c’è niente di semplice in questo passaggio.

Al centro di questa riflessione c’è la categoria di agency che rende l’azione sociale di ogni individuo unica e originale. In quest’ottica, anche l’interpretazione dei messaggi avviene in modo originale a partire dalla propria storia sociale, culturale e di genere. Secondo Hall, la posizione negoziata descrive quel momento in cui condividiamo un principio generale, salvo opporci quando tocca direttamente la nostra vita, il nostro giardino: not in my backyard. Nello specifico, Hall porta l’esempio di come per molte persone in Gran Bretagna fosse possibile comprendere e accettare le politiche restrittive dei salari come misura per contenere l’inflazione e, contemporaneamente, mobilitarsi contro la stessa misura quando riguardava la propria categoria.
Tutto questo per arrivare alle contraddizioni del dibattito pubblico sull’uso dell’Intelligenza artificiale. Continuano ad affascinarmi le dinamiche proiettive che investono l’AI. Già Bruno Latour, e molte/i studiose/i che ne hanno raccolto l’eredità, hanno reso più porosa la separazione tra umano e tecnologico, parlando di reti di associazione che rendono difficile pensare l’uno senza l’altra. È ingenuo immaginare che l’Intelligenza artificiale sia semplicemente il prodotto del pensiero umano, perché l’umano stesso si è evoluto per millenni attraverso l’interazione con le tecnologie.
Colpisce, però, l’uso massiccio che facciamo di certe forme di AI come ChatGPT per mettere ordine nella complessità delle relazioni umane. Rivista Studio ha riportato una ricerca pubblicata da Futurism secondo cui, in un campione di coppie divorziate intervistate, il ricorso a ChatGPT tendeva soprattutto a confermare la visione dell’utente che lo interrogava. Come riporta l’articolo, «i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno una propensione all’adulazione, tendendo a rimanere accondiscendenti e ossequiosi nei confronti dell’utente, indipendentemente dal fatto che quello che l’utente inserisce sia accurato o reale».

In un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, il dissenso è diventato così faticoso da farci preferire interlocutori che confermino la nostra versione del mondo, come uno specchio che ci restituisce un’immagine rassicurante di noi stessi. Ma uno specchio non è un interlocutore, e un algoritmo che ci conferma non ci rende più lucidi. Se Hall aveva ragione, i significati si costruiscono sempre nella negoziazione e, nelle nostre comunicazioni, c’è sempre uno scarto di incomprensione e di opaco che va tollerato. Cosa intendeva dire DAVVERO con quella frase? Fino in fondo, non lo sapremo mai. Quel che è certo è che ChatGPT lo potrà sapere meno di noi.
Il dissenso che tanto ci fa paura è un esercizio di tolleranza, di sospensione del giudizio, di accettazione dell’alterità. Invece è molto difficile di questi tempi accettare questa distanza, lo è tra Stati, tra genitori e figli, tra amici e compagni. La tua differenza interroga la mia identità, se tu sei diverso, chi ha ragione? Tutti e nessuno. Per questo è utile oggi più che mai non dimenticarsi di insegnare a tollerare il dissenso: tra di noi, con noi stessi e nelle piazze.

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Il 14 aprile 2027 scatta il vitalizio dei parlamentari: ecco perché il voto anticipato è improbabile

Legge elettorale: che succede con e senza preferenze_AQ

La Stampa

Si apre una fase di incertezza per la maggioranza, con la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera, per un solo voto. All’orizzonte si prefigurano diversi scenari, tra cui la correzione del testo al Senato, ma resta irrisolto un nodo che è una nube grigia, ovvero l’ipotesi elezioni anticipate.

Conto alla rovescia e l’ipotesi elezioni in autunno
Si è di fatto avviato un conto alla rovescia che potrebbe portare a elezioni in autunno. Se la scadenza naturale è il 13 ottobre 2027, le prossime elezioni politiche dovrebbero svolgersi l’autunno dell’anno prossimo, ma l’accelerazione sulla legge elettorale potrebbe fornire al governo l’opportunità del voto anticipato, cosa che porterebbe al rischio per molti parlamentari di perdere il diritto al vitalizio.

Cosa prevede la legge? I parlamentari ottengono il diritto alla pensione se sono rimasti in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno. Tornando alla data del 13 ottobre 2022, il calcolo ha poco margine di errore: i parlamentari di prima nomina devono rimanere in carica fino al 14 aprile 2027. E quindi, calendario alla mano, le elezioni anticipate dovrebbero tenersi non prima di domenica 4 aprile 2027 per salvare il diritto alle pensioni dei neoparlamentari.
Ma di che quota parliamo? Del 43,8%, ovvero 265 parlamentari su 605. E il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, ha la fetta più grossa, il 66,1% (quasi due parlamentari su tre). Poi c’è Fi (34,7%) e Lega (23,3%). All’opposizione troviamo Pd (38,1%), il Movimento 5S (39,2%) e Avs (50%).

L’iter della legge elettorale non si arresta
L’iter del provvedimento non si arresta: il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha annunciato dai banchi che sulla legge elettorale si va avanti. Tira tuttavia l’aria del «passo falso»: la reintroduzione delle preferenze era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra e un cavallo di battaglia storico della premier, perseguito anche a costo di un lungo confronto con gli alleati. L’esito di oggi si somma a quello del referendum sulla separazione delle carriere.

L’incognita elezioni Comunali 2027
Nella prossima primavera si voterà in città simbolo anche dal punto di vista del peso politico, ovvero Roma, Milano, Napoli e Torino. Città dove il centrosinistra è forte. La legge prevede il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno e in caso di voto anticipato, il governo rischia di perdere voti proprio per un eventuale effetto traino del voto delle comunali.

Due assist di Messi e il gol di Lautaro al 92′: l’Argentina ribalta l’Inghilterra e vola in finale con la Spagna!

Argentina's forward #22 Lautaro Martinez (C) scores his team's second goal past England's defender #05 John Stones (L) and England's defender #02 Ezri Konsa during the 2026 World Cup football tournament semi-final match between England and Argentina at the Atlanta Stadium in Atlanta on July 15, 2026.  (Photo by Paul ELLIS / AFP)

Gazzetta

Al Mercedes-Benz Stadium inglesi avanti con Gordon dopo 10′ della ripresa. Poi la squadra di Tuchel arretra e il fuoriclasse argentino ispira le due reti che portano l’Albiceleste alla sfida con la Spagna. Finisce 1-2 come 40 anni fa a Città del Messico

Ancora loro. Quelli dell’asado e della canzone propiziatoria. Sempre loro. Quelli dei nervi e del carattere, oltre all’immensa qualità. Quelli illuminati dalla grazia di Leo Messi e dalla determinazione di Lautaro Martinez. Il Toro decisivo, al minuto 92. Mai rassegnato al ruolo di riserva, capace adesso di prendersi tutta la gloria che merita chi risolve una semifinale mondiale in questo modo. Con un colpo di testa potente, su cross di Messi. Con il suo senso del gol, in mezzo ai giganti inglesi. Contro la Svizzera l’interista aveva sigillato il 3-1, stavolta invece prende l’abbraccio di tutta l’Argentina, nazionale e nazione. Lautaro carica tutti sull’aereo in direzione New York. L’ultima di Leo al Mondiale si terrà sul palcoscenico più illuminato, al quale miliardi di spettatori guarderanno domenica nel New Jersey.

Europei U18, dove vederli in tv e in streaming

Il meglio dell’atletica giovanile europea arriva a Rieti e l’Italia sogna con i suoi astri nascenti. Ecco dove seguire tutte le gare in streaming

Se vuoi un ricco antipasto di ciò che ti aspetta a Birmingham dal 10 agosto con gli Europei Assoluti, non potrai perdere gli Europei U18 di Rieti. Lo stadio Guidobaldi, da giovedì 16 luglio a domenica 19 luglio, sarà teatro di sfide roventi (anche a causa del clima estivo) tra i migliori astri nascenti dell’atletica del continente, in gara per i titoli di principi e principesse d’Europa.

Europei U18, la programmazione tv
Nell’anno dei Giochi Olimpici Giovanili di Dakar (in programma dal 31 ottobre al 13 novembre), i migliori prospetti azzurri si presenteranno con ottime speranze di medaglia. Tra i 75 atleti spiccano le frecce Kelly Doualla e Alessia Succo, ma anche tanti altri campioni di oggi e di domani sono pr0nti a sfidarsi per l’oro. Se non sarai lì per seguire fisicamente tutte le gare, tranquillo, ecco dove puoi seguire tutto l’appuntamento in streaming e in televisione.

L’inizio degli Europei under 18 è fissato per giovedì 16 luglio quando partirà il ricchissimo programma di gare, mentre gli ultimi verdetti arriveranno domenica 19. Potrai seguire le giornate di gara in diretta tv RaiSport: giovedì 16 luglio dalle 15.55 alle 20.10; venerdì 17 dalle 16 alle 20.40; sabato 18 luglio dalle 17 alle 20.40; domenica 19 luglio dalle 15.55 alle 19.40. Tutte le sessioni saranno in streaming su Eurovisionsport.com, con commento inglese.

Runner’s World Italia

In India ogni giorno vengono denunciati 80 stupri di bambine: la piaga del patriarcato che non guarisce mai

Una delle innumerevoli manifestazioni contro la violenza sulle donne in India degli ultimi anni

avvenire

Uscita di casa la sera del 4 luglio per partecipare alla festa di compleanno di un’amica in un villaggio vicino, una bambina di 11 anni è stata sequestrata sottoposta a violenza sessuale da un gruppo di uomini, legata in un sacco e gettata ancora viva in uno stagno da cui è stata recuperata cadavere il mattino dopo dalla famiglia. Quello verificatosi a Baruipur, nello Stato nord-orientale di West Bengal, in India, è l’ultimo ad apparire sulla stampa locale e sulle agenzie internazionali, esempio particolarmente efferato di una casistica di aggressioni sessuali nel Paese asiatico definibile ormai come «endemica». Sono le stesse fonti della polizia a segnalare che gli episodi denunciati quotidianamente sono oggi oltre 80, con la certezza ribadita dagli attivisti che sarebbero molti di più ma in tanti casi non sono denunciati per evitare che la vittima, anche quando sopravvissuta, sia sottoposta a ulteriore vergogna o ad accuse infamanti. Nonostante le pene severe incluse negli ultimi anni nel codice penale indiano, che arrivano fino a quella capitale per casi di stupro di gruppo che si concludono con la morte della vittima, una serie di concause impedisce una riduzione del fenomeno.
Il patriarcato e la misoginia, soprattutto nelle campagne, restano determinanti nel definire la condizione femminile, mentre le autorità di pubblica sicurezza faticano a investigare le segnalazioni perché limitate da organici ridotti e scarsa preparazione specifica. Spesso sono inoltre permeate dallo stesso scetticismo o disinteresse che si registra in vaste aree della popolazione: non soltanto in quella meno colta o meno privilegiata, ma anche – all’opposto – nelle caste superiori o tra quanti, ricchi e potenti, ritengono che sia proprio “diritto” sfruttare le minori tutele di cui godono le donne e la maggiore esposizione al rischio di abusi. Né il crescente livello culturale medio, né la maggiore diffusione delle informazioni via social hanno intaccato privilegi e immunità, come pure l’idea radicata che la morte di una donna, spesso una bambina, sia in fondo preferibile a una salvezza appesantita dalla vergogna che peserà per tutta la vita su di lei e sulla famiglia. Nonostante la vigilanza delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e una maggiore attenzione dei mass media, l’ondata di sdegno che si era sollevata con la brutale uccisione della giovane Nirbhaya su un autobus di Delhi il 16 dicembre 2012 e i successivi provvedimenti legislativi approvati sotto la pressione dell’opinione pubblica, sembra essersi dissolta sulle rive dei tanti problemi irrisolti del Paese, dell’egoismo del benessere e della superficialità di atteggiamenti veicolati da internet. D’altra parte, se gli osservatori segnalano che il problema non è necessariamente politico ma ha radici nella limitata evoluzione di mentalità a ogni livello della catena di responsabilità, l’impegno ufficiale preso dopo il 2012 di creare entro quest’anno 2.600 tribunali speciali con rito abbreviato per i reati sessuali ha visto finora la creazione di soli 755 corti di giustizia, di cui 410 esclusivamente dedicate agli abusi sui minori. A fronte di questa carenza di iniziativa, le cifre sono preoccupanti e in peggioramento. Dal 2010, in India i crimini contro le donne sono più che raddoppiati arrivando a 29.536 registrati nel 2024, mentre quelli sui minori si sono moltiplicati di oltre sette volte. Quasi 70mila nell’ultimo decennio.