Generazione manga: le “anime” giapponesi ormai impazzano anche in Italia. Un successo che parla il linguaggio degli adolescenti, intercetta le loro emozioni e contribuisce a formare la loro identità. Che cosa devono sapere i genitori

Giovani al Lucca Comics

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«La nostra generazione è più abituata a vivere le proprie emozioni come emozioni e a non reprimerle» racconta Gaia, che ha 15 anni. Filippo, che ne ha 17, continua: «Una cosa che mi è rimasta molto, sia da alcuni anime sia da alcuni manga, è uno dei principali insegnamenti anche della filosofia. Ovvero non si devono avere né troppe speranze né troppe paure. Cioè essere realisti, spesso anche non avere ansie inutili. Oppure semplicemente non avere speranze inutili, perché poi è più facile rimanere deluso». Le interviste sono state raccolte l’anno scorso tra il Romics di Roma e il Lucca Comics, due appuntamenti imperdibili per le migliaia di ragazzi che nel nostro Paese, come nel resto del mondo, sono appassionati di manga, appunto. Cioè di fumetti giapponesi. Capire i figli significa anche imparare a decifrare le storie che amano, i personaggi in cui si riconoscono, le passioni attraverso cui provano a dare risposte a domande ancora difficili da condividere e per molti adolescenti, oggi, una di queste strade passa proprio dalle strisce e dai cartoni animati ad esse ispirati che spesso restano, agli occhi degli adulti, un mondo poco conosciuto o addirittura frainteso.
Quello dei fumetti giapponesi rappresenta un fenomeno globale che nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore boom, «alimentato anche dalle restrizioni sociali dovute alla pandemia. Nel 2021 i manga rappresentavano quasi il 60% dei fumetti venduti nel nostro Paese, senza contare che diversi autori occidentali ne sono stati influenzati». Con la conseguente ricaduta economica, visto che «un solo fumetto settimanale può arrivare a vendere milioni di copie»: nel 2023 «il mercato dei manga in Giappone, cartaceo e digitale, ha superato i 670 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro). One Piece di Eiichiro Oda ha venduto oltre 500 milioni di copie nel mondo, superando le vendite di colossi della letteratura occidentale come i libri di Harry Potter». Lo raccontano Roberta Gatta, Carolina Giangrandi e Benedetta Manfredi, psicologhe e psicoterapeute impegnate a fianco di ragazzi minorenni, che al tema hanno tra l’altro dedicato recentemente un bel libro dal titolo L’onda giapponese. Come anime e manga hanno conquistato gli adolescenti (L’asino d’oro edizioni). Un canale e mezzo comunicativo efficace, tuttavia «spesso frainteso, censurato, non compreso nella sua complessità e, di conseguenza, tenuto a distanza dal mondo adulto, almeno in Italia». Eppure si tratta di un linguaggio espressivo profondo, «che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze infantili e adolescenziali, risuonando nel percorso di crescita e in tutte le avventure che i ragazzi si trovano ad affrontare giornalmente».

Incertezza e ansie degli eroi-antieroi

Nei manga gli adolescenti di oggi, immersi loro malgrado in un contesto segnato da «crisi economiche e climatiche, forte incertezza e cambiamenti tumultuosi, guerre e precarietà che rendono difficile vivere il presente, ma soprattutto avere un’idea di futuro possibile», cercano e trovano non solo «un intrattenimento o una passione ma una reale strategia per dare ordine a un mondo esterno percepito come frammentato e privo di punti di riferimento. Un modo per stare in rapporto con le proprie emozioni, vivendo il presente, senza sfuggire dalla realtà», commenta Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta che firma la prefazione al volume. «I ragazzi riescono a rispecchiarsi nelle storie dei manga, i cui personaggi lottano per avere una vita migliore». Si tratta spesso di «antieroi che incarnano bene i drammi dell’adolescenza di oggi – l’incertezza, il dolore, le separazioni, gli amori, i lutti e le sconfitte –, proponendo quindi un linguaggio del tutto nuovo e diverso da quello delle storie occidentali dove invece, quasi sempre, c’è un lieto fine». Le emozioni sono «ben espresse e rappresentate, cosa fondamentale per gli adolescenti, perché li aiuta a dare un nome ai loro vissuti più profondi e a poterli esprimere in maniera autentica, senza doversi nascondere o dover per forza aderire a stereotipi nei quali non si riconoscono». E conclude: «I ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e vivono, di proteggere e difendere la loro “verità” e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli e di vederli veramente. Non si può continuare a considerare l’adolescente come problematico, scomodo, ribelle e quindi ingombrante». Le tecniche narrative «coinvolgono il lettore in prima persona, immergendolo nell’azione, mentre i fumetti occidentali mantengono una distanza maggiore tra chi legge e le vicende raccontate. Non si tratta più di aderire passivamente a un modello valoriale già confezionato, ma di entrare in un dialogo costante con i protagonisti», evidenzia la dottoressa Giangrandi.
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
«Così il dubbio, l’incertezza, la precarietà e le difficoltà non sono insetti da scacciare rapidamente, ma diventano preziosi compagni di viaggio con cui interagire, confrontarsi ed evolvere. Le gabbie vengono spezzate, i confini interrogati e il lettore scopre insieme al protagonista la propria personalissima vicenda, in un’ottica di crescita ed evoluzione». Si tratta di personaggi fallibili, imperfetti, a volte deboli ma capaci di riscatto e coraggio: «Non ci sono supereroi, ma solo uomini e donne, bambini e ragazzi che combattono per un ideale collettivo». Inoltre i manga nipponici «trasmettono un panorama narrativo e valoriale estremamente “laico”. Lontani dalla retorica del senso di colpa e della reticenza alla ribellione, spesso appannaggio femminile nel fumetto occidentale, propongono uno storytelling libero da questo tipo di inquinamenti». Ciò che non li allontana affatto dalla possibilità di parlare anche un linguaggio di fede: non a caso dal 2023 Paoline editoriale libri ha dato il via alla serie in 10 volumi Power Bible, sposando lo stile manga che caratterizza anche i recenti Jesus. Il Salvatore, adattamento dei Vangeli illustrato da Fabien Dalmasso con i testi di Nick Meylaender. Lo stesso autore firma anche la biografia manga di Carlo Acutis illustrata da Albert Carreres, uscita lo scorso anno in occasione della canonizzazione del santo quindicenne morto il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. I racconti manga, dunque, stabiliscono una forte sintonia emotiva con il vissuto degli adolescenti e possono rappresentare un aiuto concreto «a prendere le misure in un contesto sociale che per gli adolescenti risulta complicato da affrontare», commenta Giangrandi. Senza trascurare l’aspetto rassicurante e inclusivo contenuto in queste storie, che hanno il pregio di parlare a tutti.
E quella di Jesus. Il Salvatore
E quella di Jesus. Il Salvatore

La costruzione di se stessi e il nodo della sessualità

Un viaggio nel mondo degli adolescenti lo ha fatto anche lo psicoterapeuta e psicanalista Alberto Rossetti, autore nel 2023 di Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, pubblicato da Città Nuova (e ora in libreria con Il libro dei sogni della Gen Z): «Sono partito con l’analisi dei manga chiedendomi cosa ci stessimo perdendo della loro vita, ma ero anche interessato a capire in che modo le loro identità si stessero formando anche a partire da questi prodotti, che tanti ragazzi in terapia mi hanno fatto scoprire. Risultato: in quelle narrazioni «i ragazzi trovano qualcosa di significativo: chiavi di lettura e strumenti per confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la società in cui vivono. Durante la lettura dei manga, scoprono che la crisi della loro vita non solo è necessaria ma può anche essere affrontata e risolta» rileva Rossetti, che riconosce come la dimensione pedagogica del fumetto giapponese sia ancora troppo sottovalutata. Tuttavia non mancano attorno ai manga posizioni critiche, soprattutto per le rappresentazioni del corpo, dell’identità sessuale e dei rapporti tra maschile e femminile. Gli esperti, però, restituiscono un quadro più articolato: «Il manga gioca senza vergogna con la sessualità; c’è un richiamo diretto e senza freni alla fantasia sessuale che, in età adolescenziale, è più che presente nella mente dei lettori. Questo tipo di fumetti non cerca più di tanto di costruirle attorno una gabbia morale ma, al contrario, propone un modo di affrontare quelle fantasie senza doversene vergognare», avverte Rossetti. «L’aspetto che trovo più interessante è l’avvenuta emancipazione dei ragazzi e delle ragazze su temi che fino a qualche anno fa erano inavvicinabili a quest’età, come l’omosessualità: ne parlano e si accettano nelle loro reciproche diversità. Non bisogna spaventarsi di fronte alle domande che si pongono sulla propria sessualità e neanche cercare di censurarle». Proprio come avviene nelle pagine dei manga.

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La notte stellata di Vincent van Gogh

Le vere stelle della "Notte": Van Gogh e l'occhio dell'astronomo

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Le pennellate materiche e vorticose della Notte stellata di Van Gogh non sono frutto della sua fantasia simbolica o di un ricordo sbiadito, né solo la proiezione dell’angoscia spirituale dell’artista, i cui turbini celesti sono stati a lungo interpretati come simboli di fede, mistero e tensione emotiva. La ricerca scientifica The actual sky of Van Gogh’s Starry Night: a multidisciplinary reconstruction (E. J. H. Kim et al., Scientific Reports, 2026) ha dimostrato che l’opera, precedentemente datata a metà giugno 1889, deriva in realtà dall’osservazione empirica del cielo all’alba del 22 luglio di quello stesso anno. Fino alla pubblicazione dello studio l’unico elemento astronomico reale riconosciuto dalla critica era Venere, che il pittore menzionò nella Lettera 777 con la perifrasi di «stella del mattino». Tutto il resto – stelle, Luna, arcata celeste – è sempre stato considerato finora una licenza artistica del pittore o la riproduzione di vago ricordo d’infanzia.
La nuova ricerca si basa su un approccio scientifico multidisciplinare, in cui sono stati utilizzati dei software astronomici per identificare con precisione la posizione di Venere, in basso vicino all’albero, della Luna calante a falce, corrispondente alla fase lunare del 22 luglio 1889, e dell’ammasso stellare delle Iadi al centro del quadro, con la sua tipica forma a V. Il team di ricerca ha condotto dei sopralluoghi in Provenza, tra Saint-Rémy e Arles dove, attraverso una tecnica di ottica topografica e foto-ricostruzione inversa, ha utilizzato le immagini del sito reale per determinare con precisione matematica l’angolo d’inquadratura visiva di Van Gogh. All’interno dell’inquadratura è stata poi effettuata una verifica per individuare quali corpi celesti potessero rientrarvi contemporaneamente. Anche le fonti epistolari a disposizione sono state di nuovo incrociate: dopo aver recuperato il carteggio con il fratello Theo, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi psichica di Van Gogh, da cui sarebbe derivata una presunta incapacità di eseguire osservazioni empiriche, è da collocarsi negli ultimissimi giorni di luglio: questo significa che il 22 di quel mese il pittore nederlandese non era ancora totalmente incapacitato e in balia delle sue emozioni, e che era quindi in grado di riprodurre il cielo con precisione. La datazione è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle condizioni climatiche dell’epoca. Nelle sue lettere, Van Gogh parla del dipinto La notte stellata e della serie sugli Ulivi descrivendo il caldo intenso di quei giorni e il canto delle cicale: i dati d’archivio Météo-France hanno dimostrato che il giugno 1889 fu abbastanza fresco, mentre fu proprio il mese seguente a registrare temperature sopra i 30 gradi, considerate soffocanti all’epoca. Prima di applicare questo metodo di analisi al dipinto di Van Gogh, gli studiosi ne hanno anche testato la validità su altre opere notturne come la Notte stellata sul Rodano e la Terrazza del caffè la sera, i cui riscontri epistolari e topografici erano già noti.

Con il 51,79% dei voti, il leader progressista ribalta i pronostici grazie alla mobilitazione di giovani, donne e società civile. Per il suo quarto mandato lo attende un Paese diviso, con la destra ancora forte in Parlamento e le tensioni con Washington sullo sfondo

Lula acclamato in piazza a San Paolo dopo la vittoria su Bolsonaro

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Il primo applauso è arrivato spontaneo e imprevisto quando, con il 47,62 per cento delle schede scrutinate, c’è stato il sorpasso. Il conteggio era già in forte ritardo sulla tabella di marcia dopo la decisione della Corte Suprema di prorogare di due ore l’apertura dei seggi su richiesta dei due candidati, eccezionalmente concordi nel denunciare problemi nei trasporti pubblici per gli elettori. Il battito delle mani è durato una manciata di secondi: troppo presto ancora per festeggiare. E, soprattutto, troppo incerto il dato. Nei circa 130 minuti di spoglio Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono inseguiti in un estenuante testa a testa, contendendosi ogni decimo di punto percentuale. Da quel primo accenno di festa, però, la tensione si è progressivamente allentata alll’hotel Intercontinental di San Paolo, trasformato per il ballottaggio in quartier generale del leader progressista. All’inizio, i militanti avevano quasi timore scaramantico di incrociare gli sguardi. Poi, pian piano, i sorrisi si sono fatti più aperti, fino al trenino improvvisato al centro della sala dai più intrepidi quando, con il 78,08% dei voti conteggiati, il presidente ha staccato di un punto l’avversario dell’ultradestra. Il risultato definitivo è arrivato dopo un’interminabile mezz’ora, certificando la vittoria di Lula con 51,79%. Circa tre punti e mezzo in più del senatore 45enne, che si è fermato al 48.21%.
L’esito, inatteso e sorprendente, ha fatto esplodere il secondo piano dell’albergo paulista in un fragore di canti, cori, grida di entusiasmo. Dal ritorno della democrazia, nel 1988, mai era diventato presidente lo sfidante in svantaggio al primo turno. Lula ha ribaltato l’esito di una corsa che, appena tre settimane fa, sembrava già scritta a suo sfavore, ottenendo – altro fatto inedito – il suo quarto mandato non consecutivo. «Missão reviravolta», così è stata definita la storica rimonta. Una missione difficile anche per un dirigente politico capace di reinventarsi dopo avere perso la popolarità con cui aveva lasciato Planalto dopo otto anni di governo, essere stato accusato di corruzione e perfino incarcerato per 580 giorni, prima di vedere le accuse nei suoi confronti cadere in quanto considerata viziate. Lula, la Fenice, come egli stesso ha ricordato più di una volta: merito dell’esempio di «Dona Lindu», la poverissima madre nordestina che lasciò il marito violento e allevò sola gli otto figli. Stavolta, però, la sua presidenza numero quattro è frutto di una incredibile mobilitazione popolare auto-organizzata che ha preso di contropiede lo stesso Partido dos trabalhadores (Pt). «Non è il trionfo di Lula: è il trionfo della società brasiliana», ha dichiarato, con un filo di voce, l’ex operaio metallurgico e sindacalista, che domani compirà 81 anni, quando si è presentato all’Intercontinental circondato da collaboratori e compagni di lista. «Il cambiamento di strategia è stato drastico. E non è stata una iniziativa del partito bensì una presa di coscienza collettiva. ««Ce ne occupiamo noi». Così ha detto la base, formata soprattutto da giovani, giovanissimi e donne, protagonisti di un capillare attivismo. In rete, come è il caso del gruppo social creato dal deputato André Janones che ha riunito undici milioni di persone. Come sul territorio.
A trascinarli nella contesa la minaccia per la democrazia di un nuovo Bolsonaro al vertice – sottolinea il politologo Nilton Tristão, esperto di opinione pubblica -. Un Bolsonaro – Flávio stavolta – ancora più pericoloso del padre Jair dato il contesto geopolitico. E la crescente aggressività di Donald Trump che ha fatto dell’egemonia continentale una delle direttrici dell’attuale amministrazione». È il popolo variegato che sabato ha inondato l’Avenida Paulista di San Paolo nella manifestazione più partecipata degli ultimi decenni. Adolescenti, anziani, universitari, famiglie con bambini. «Tante tribù differenti, non tutte di sinistra. Ma consapevoli della necessità di difendere i diritti civili e sociali», aggiunge l’analista. Lula li ha menzionati e ringraziati nel primo discorso dopo la rielezione. «Vi prometto che non dimenticherò le lezioni apprese in questa campagna – ha detto -. E che ci sarà un cambiamento nel governo, alla luce di questi insegnamenti». Non sarà facile. Il rivale non ha riconosciuto la sconfitta e ha minacciato di dare battaglia, agitando lo spettro dell’assalto alle istituzioni di Brasilia, per cui il padre è stato condannato a 27 anni. L’estrema destra, inoltre, ha una presenza molto più forte sia alla Camera sia al Senato. «Non dico che non sarà difficile – ha concluso il neo-eletto-. Lo affronteremo. Tutti insieme. Come già abbiamo affrontato e sconfitto le ingerenze straniere. Abbiamo sconfitto l’algoritmo. Non l’ha fatto Lula. L’ha fatto il popolo brasiliano».

Manifestare è un diritto e anche un dovere. Ringraziamo chi ha impedito che nelle ore peggiori ci fossero vittime

Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa

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Non lo avrei mai immaginato, ma da quasi cinque anni vivo sotto scorta. Un’esperienza strana, una convivenza singolare quella con i poliziotti con i quali passo la maggior parte delle mie giornate. Abbiamo imparato a conoscerci, a rispettarci, a volerci bene. Educati e discreti, fanno attenzione non solo alla mia persona ma anche alla mia missione. E non parlo solo dei “miei”, di quelli, cioè, che incontro ogni giorno tra la casa e la parrocchia, ma anche di quelli che mi vengono incontro, per la prima volta, nei vari aeroporti, quando, per motivi pastorali, viaggio per l’Italia. Alcuni sono giovani, altri con qualche anno in più. Hanno le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, lo stesso sentire dei giovani e di chi, da qualche tempo, ha messo su famiglia: la lontananza, il matrimonio, la casa, i figli, lo stipendio, la fedeltà al proprio lavoro, il futuro incerto, le guerre infami che si combattono nel mondo. Nei giorni passati li ho visti preoccupati e anche – me lo permetteranno – un poco amareggiati. Li ascoltavo parlare tra loro, mentre fingevo di sonnecchiare, poi ne abbiamo discusso insieme. Sono italiani, amano il nostro Paese, lavorano, pagano le tasse, ci difendono dai pericoli, obbediscono ai superiori. Rischiano la vita. Tante volte, muoiono. Quante bare avvolte nel Tricolore abbiamo benedetto. Tutti dovremmo avere per loro, per le forze dell’ordine, più rispetto, più riconoscenza. Sono nostri amici, non meritano di essere guardati in cagnesco. Il giorno in cui la divisa dovesse smettere di essere un monito, un richiamo alla legalità, una presenza confortante dello Stato, avremmo fatto un passo indietro nel cammino della democrazia. Non sono burattini, non vivono a sbafo. Hanno bisogno di essere difesi. E non solo dalle leggi dello Stato, ma da noi, dalla stessa gente comune che li chiama e li invoca nel momento del bisogno. Hanno bisogno della nostra simpatia.
Manifestare per i propri diritti è non solo un “diritto”, ma, molto di più, un dovere. Perché ai diritti si può anche rinunciare ai doveri, invece, mai. Scendere in strada per richiamare l’attenzione di uno Stato che, a nostro avviso, si è distratto su qualcosa che riteniamo fondamentale, è vera democrazia. E in Italia ci è permesso. La democrazia è una pianta che occorre curare, innaffiare, concimare, tenere d’occhio. Di rendita non si vive. Questo discorso vale per la Chiesa, la cultura, gli affetti, la società, la giustizia, la pace. Occorre vigilare perché le persone e le società prepotenti, mafiose, corrotte, colluse, vigliacche, non prendano il sopravvento. Le lotte sono cambiate non sono terminate. Guai, però, a ragionare seguendo schemi obsoleti. Ci sono nemici che hanno smesso da tempo di essere nemici e vecchi amici da cui guardarci oggi. È l’antica e sempre nuova storia del bene e del male. Il mondo non si taglia in due come una torta: i buoni di qua, i cattivi di là. Magari, fosse così! Occorre avere discernimento, pazienza, preparazione, onestà intellettuale e morale, per riconoscere, di volta in volta, chi applaudire, chi contestare, da chi prendere le distanze.
Vorrei, alla fine di una settimana che ha visto l’Italia impegnata a fronteggiare situazioni di disagio, di sofferenza, proteste giuste, disordini, saccheggi, violenze, che sgorgasse dai nostri cuori un “grazie” a chi ha permesso, a prezzo della propria incolumità, di non stare, stamattina, a piangere qualche morto ammazzato. Non ho apprezzato, invece, coloro che hanno reso la vita difficile ai cittadini normali, anziani, bambini, adolescenti, mamme, papà, disabili, malati attesi in ospedale, badanti e operai che si recavano al lavoro. Le nuove generazioni vanno ascoltate e sostenute, ma anche educate e rimproverate. E per farlo occorre esserne all’altezza. È un cammino lento, faticoso, ma possibile. I problemi si affrontano guardandoli negli occhi. Il “grazie” avrebbe più valore se a dirlo fossero tutti, senza distinzioni di colore politico o appartenenza di classe. Manifestiamo, allora, protestiamo, impegniamoci, facciamo valere i nostri diritti, facciamoci voce di chi voce non ha, puntiamo a ottenere il meglio per tutti. L’Italia, la nostra Italia, ce lo permette. Per amore d verità, ricordiamoci, però, che così non è dappertutto. Non ci venga difficile, oggi, abbracciare, anche solo virtualmente, tutti coloro che, indossando una divisa, permettono alle persone perbene, e anche a quelle che perbene non sono, di vivere più sereni e sicuri. Grazie, cari servitori dello Stato.

L’alito di Dio

L’alito di Dio

“Perciò, secondo l’antropologia ebraica, la mia «anima» non è immortale per natura: quando io muoio, cesso di vivere nella mia interezza, poiché l’alito di Dio torna a Dio, lasciando inerte la polvere, portando tuttavia con sé la mia storia, quella che ho scritto con Dio”. Trovo questa frase in un vecchio libro di Xavier Léon-Dufour dal titolo “Agire secondo il Vangelo”. Parole che mi colpiscono non tanto come spiegazione dell’antropologia ebraica ma per l’immagine dell’alito di Dio che torna a Dio.
Stamattina, dall’alto di casa mia, vedevo salire una sorta di nebbia, di foschia, verso l’Alto, mi attraversava. Succede, a volte. Sarà forse per questo motivo che mi sono commosso pensando al Soffio, al Respiro divino, al fatto di essere parte dell’Alito del Creatore con tutti i respiri del mondo. La città è alta perché respira del Suo respiro. Ho chiuso gli occhi e lasciato entrare l’aria, ho pregato per le tante fatiche e i tanti drammi che ho ascoltato anche questa settimana, storie che rischiano di spezzarlo il respiro, incontri che svelano l’impotenza umana e che aprono in me tantissima paura, quella di non essere all’altezza del dolore e dell’amore.
Respirare l’alito che proviene da Dio e a Dio ritorna, entrare in quel respiro mi ha pacificato. Un Soffio che lascia inerte la polvere e porta con sé ciò che abbiamo scritto con Dio. Spero di non aver frainteso il pensiero di Dufour; quello che è certo è che quell’immagine mi è sembrata preziosissima: rimane la storia scritta con Dio. Non per Dio, ma con Dio, il Dio che scopro nel tentativo di scrivere la mia storia. Quello rimane.
Non posso non tornare con la mente agli affetti che continuano a costruire la mia storia, non posso che commuovermi e ringraziare per tutti quei volti che sono stati per me evidenti testimoni di una vita scritta con il Padre. Non è forse questo un desiderio all’altezza della nostra umanità? Non importa, Signore, cosa, non importa dove, non importa nulla se non che io possa scrivere con te, perché il resto è polvere alla polvere.
Poche righe dopo l’autore riprende: “Questa antropologia, tuttavia, diventa cristiana soltanto se include anche ciò che si chiama la fede nella «risurrezione» (…) la quale mantiene l’unità corpo/anima e riconosce al defunto la sola «esistenza» in Dio. La «risurrezione» del composto anima/corpo consiste nella vita definitiva accordata infine da Dio. L’uomo vivente è dunque relazione con Dio grazie al quale vive e con la terra grazie alla quale si esprime”. Lascio al lettore l’approfondimento, che mi pare sempre più urgente, sul tema della resurrezione nella vita cristiana. Io, questa mattina, mi sono limitato ad assaporare quella “vita definitiva accordata infine da Dio”. Parola per parola, gustando la vita, dolce, amara, misteriosa. Sostando sul suo dirsi definitiva, cioè con un approdo, un compimento, non più esposta alla possibilità di perdersi. Accordata, un dono che assume anche qualcosa di musicale, un percepire una melodia nel Respiro di Dio. Infine, consegnando alla Sua misericordia tutte le vite sfinite che chiedono un infine liberatorio.

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Per venerdì, sono 102 le manifestazioni attese, insieme allo sciopero generale dei sindacati di base. Scuola, crescono le occupazioni: in un liceo di Roma identificati diversi minori

Da qui a gennaio attese 227 manifestazioni; per il Viminale è allerta continua

Al secondo piano del palazzo del Viminale, dove si trova il Centro situazioni del Dipartimento di pubblica sicurezza, è una giornata impegnativa ma, almeno in apparenza, di quelle non troppo roventi. L’attenzione di dirigenti e funzionari resta alta, davanti ai computer che raccolgono e analizzano le informazioni provenienti da tutta Italia sull’ordine pubblico e gli alert su eventuali situazioni di emergenza. Lo scoglio delle manifestazioni di sabato è stato superato, con un primo bilancio che riferisce di quasi 5mila identificati, 371 fermati (fra cui 110 minorenni), 9 persone arrestate nel corso di tensioni e scontri in diverse piazze italiane. Il prossimo giorno caldo potrebbe essere venerdì, quando sono attese nuove manifestazioni lungo la penisola. La linea del Governo è chiara e la presidente del Consiglio l’ha ribadita più volte in questi giorni: «Il diritto di manifestare va sempre garantito, come il diritto dei cittadini di vivere le proprie città in sicurezza», argomenta Giorgia Meloni, precisando che in quella direzione va il nuovo decreto legge approvato dal Cdm per «dare allo Stato strumenti più efficaci per prevenire le violenze».

Sul sito «Mappadellarivolta,org» previsti 102 eventi solo per venerdì

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi». Ebbene, solo ieri, sul sito erano indicati 31 eventi, da Ventimiglia fino a Palermo, con diverse categorie in strada (autotrasportatori in Sicilia e nel Foggiano; agricoltori in Calabria; studenti in diversi atenei) e la voce «possibili disagi» piuttosto ricorrente. Oggi il contatore del sito annuncia altri 22 fra blocchi e sit-in, domani 14, giovedì 7 e poi venerdì l’impennata: ben «102» manifestazioni. L’elenco è lungo e contiene un po’ di tutto: dallo sciopero generale proclamato in diversi settori privati e pubblici (come trasporti, sanità e scuola) dalle sigle del sindacato di base ai «cortei» di lavoratori, studenti e cittadini «contro il caro vita, i tagli all’istruzione e il riarmo», previsti in diverse città (da Milano a Torino; da Genova a Roma fino a Siracusa e altre ancora). Eventi noti anche a questure e prefetture, che hanno predisposto o stanno predisponendo adeguati servizi di ordine pubblico, confidando che la natura di ogni singola manifestazione rimanga tale e non vi si infiltrino elementi facinorosi intenzionati a innescare tensioni o scontri di piazza.

Le occupazioni scolastiche crescono

Sulla cartina dell’Italia spiccano anche diverse occupazioni studentesche in atto in scuole e facoltà universitarie: da Roma a Milano, Napoli, Bologna e Torino, fino alle assemblee nei licei di Palermo e a un corteo a Firenze. Non senza qualche frizione: nel liceo romano Giordano Bruno sono intervenuti gli agenti della Digos, chiamati forse dalla dirigente scolastica dopo un tentativo di occupazione. Sono stati identificati prima 7 ragazzi non iscritti alla scuola – accompagnati in commissariato per poi essere riaffidati ai genitori – e poi altri 5 giovani a volto coperto e con catene, estranei al liceo ma presenti nel giardino. «I ragazzi sono stati portati via e scortati in commissariato mentre stavano portando avanti la protesta e l’occupazione dell’istituto», afferma Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, protestando per la «risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca».

L’affondo di Mantovano: c’è pure l’uso di droghe dietro scontri del 17 ottobre

La convinzione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è che «nei disordini del 17 e 18 ottobre e anche in quelli più contenuti dell’ultimo fine settimana» non vada trascurato «un aspetto e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia, prima di darsi alle devastazioni e ai saccheggi hanno assunto sostanze stupefacenti». Considerazioni che fanno infuriare le opposizioni: «Parole vergognose, che mirano a delegittimare ogni protesta sociale», lamenta il capogruppo di M5s alla Camera, Riccardo Ricciardi, ritenendo che Mantovano faccia parte di «una crociata» contro «milioni di ragazzi e ragazze del nostro Paese», accusati dalla destra di essere «nullafacenti e sfaticati, ora anche drogati» solo «per distogliere l’attenzione dai problemi quotidiani , a partire dalla casa e dai salari».

La lente sui social, l’intelligence e i blitz preventivi

In attesa che la magistratura accerti l’effettivo profilo e le reali intenzioni della presunta “mente” di alcune proteste – il ricercatore bresciano Youssef Siher, in carcere con l’accusa d’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata – l’Aisi e la Polizia postale continuano a monitorare le piattaforme social (da Instagram, a Tiktok e Telegram) su cui molti giovani, alcuni anche connessi al Movimento 17 ottobre, organizzano eventi. I violenti vanno «isolati» prima che facciano danni, è la parola d’ordine del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Prima di sabato, a scopo preventivo, in tutta Italia sono state eseguite centinaia d fermi e perquisizioni (oltre a fogli di via, Daspo e altri provvedimenti dei questori), utilizzando anche le norme del recente decreto legge. E non è escluso che altri blitz arrivino nei prossimi giorni. Intanto, la lista di proteste segnalate sulla mappa della rivolta si allunga. Disagio giovanile e maranza a parte, è la miccia del caro vita e dei prezzi alle stelle di diesel e benzina a tenere accesa nel Paese la tensione sociale.

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Martedì si decide il futuro di Israele. Gli elettori scelgono in un Paese diviso tra sicurezza, diritti e rappresentanza. Il premier evoca la minaccia atomica

Netanyahu o Eisenkot, Israele decide il suo futuro. E la guerra pesa sulle urne

Una nube atomica sopra Tel Aviv, nelle stesse ore in cui decine di aerei atterrano sulla pista dell’aeroporto Ben Gurion. A bordo migliaia di israeliani emigrati, ma decisi a tornare per votare oggi. Finzione e aspirazione sono diventate materia da campagna elettorale, tra paura da capitalizzare e speranze da rilanciare. L’esplosione nucleare sulla metropoli che da tempo ha voltato le spalle al premier è generata dall’intelligenza artificiale e diffusa da Benjamin Netanyahu per evocare la minaccia iraniana. I voli di «Fly&Vote», il programma “Vola&Vota”, sono reali: hanno provocato perfino un ricorso del Likud alla Commissione elettorale. Fino a 70mila i rientri stimati, anche di cittadini emigrati dopo il 7 ottobre. Guerra e voto, tra i paradossi di una democrazia nella quale non tutti coloro che vivono sotto le decisioni del governo possono eleggerlo. «Perché quella terribile immagine di olocausto nucleare proprio su Tel Aviv? Cosa vuole dirci Bibi?», protestano dagli uffici tra i grattacieli con le finestre sul mare del comitato di Eisenkot. Il generale outsider è davanti al Likud negli ultimi sondaggi, ma senza una maggioranza autonoma. La guerra entra nella contesa politica, non solo come allusione. Secondo Channel 12 , il capo di Stato maggiore Eyal Zamir avrebbe chiesto garanzie scritte prima di un’operazione capace di riaccendere lo scontro con l’Iran. Netanyahu avrebbe inoltre sollecitato Trump a un attacco congiunto prima delle urne, senza ottenere il via libera.
La nube radioattiva artificiale inquieta anche Washington. Teheran – fanno trapelare fonti della Casa Bianca – potrebbe leggerla come il preavviso di un attacco e reagire. La guerra immaginata diventerebbe reale. «Non c’è stato alcuno scontro», taglia corto Netanyahu. Katz nega, lo Stato maggiore non conferma né smentisce. Intanto Trump invita a rieleggere Bibi per «finire il lavoro» contro l’Iran. E il premier dice di aver affidato a esercito e Mossad l’obiettivo di rovesciare il regime di Teheran. Le sirene potrebbero sconvolgere il voto, ma per rinviarlo servirebbe una legge votata da 80 deputati. La frattura non si ferma all’Iran. A Hebron, dopo l’uccisione di due soldati israeliani, il generale Zamir avrebbe chiesto di interrompere l’operazione. «Obiettivi raggiunti», avrebbe sostenuto, sollevando dubbi sulla legittimità di impedire agli sfollati palestinesi di tornare. Netanyahu avrebbe invece ordinato di continuare. Fonti militari fanno circolare un magro bilancio: 500 edifici perquisiti, 3mila sfollati, appena 2 armi sequestrate. «In questo momento stiamo soltanto perdendo tempo», sbotta un soldato impegnato nell’operazione. E dal Libano arrivano voci secondo cui Hezbollah sta ricostruendo le proprie capacità militari con fondi iraniani, senza annunciare offensive.
La sicurezza finisce per dividere le istituzioni anche sulla tutela delle urne. Netanyahu convoca il ministro estremista della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, e il capo della polizia Daniel Levy. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara contesta l’iniziativa: la gestione del voto compete alla Commissione elettorale. Alla fine il giudice Noam Sohlberg autorizza l’incontro, purché non si discuta dell’integrità della consultazione. Non è andata così. Netanyahu avrebbe evocato disordini degli «anarchici di sinistra». E poi Gerusalemme, dove perfino la geografia sembra raccontare la separazione. La Valle di Hinnom, la Geenna biblica, incide la terra ai piedi del Monte Sion, costeggia il margine meridionale dell’antica città fino alla Città di Davide e separa quelle alture dal Monte del Cattivo Consiglio. Ma per dividere gli abitanti della stessa città bastano uno status giuridico e una tessera elettorale. Solo il 39,2 per cento dei residenti può votare per la Knesset, contro il 77,4 per cento a Tel Aviv-Giaffa. Pesano anche i minorenni. Gran parte dei palestinesi di Gerusalemme Est ha però soltanto la residenza permanente: vota alle municipali, non per il Parlamento che decide anche della sua vita. In Cisgiordania votano gli israeliani delle colonie, non i palestinesi dei territori occupati. E le elezioni legislative palestinesi, assenti dal 2006, sono state rinviate da Mahmoud Abbas, insieme alle presidenziali, all’11 settembre 2027: invoca ostacoli dovuti all’occupazione e ragioni di sicurezza, contestate da Israele.
Durante la Marcia delle bandiere dello scorso maggio, nel bazar della Città Vecchia i commercianti palestinesi avevano abbassato le saracinesche. Su bancomat e portoni erano comparsi avvisi ai manifestanti: «Questa è una proprietà ebraica. Non danneggiatela». Un espediente amaro per proteggere negozi e ingressi. Anche il percorso del corteo, attraverso i quartieri arabi verso il Muro Occidentale, diventa una dichiarazione di sovranità. Gli arabi cittadini di Israele sono il 18 per cento degli elettori residenti. Possono decidere gli equilibri, ma gran parte dell’opposizione esclude coalizioni con i loro partiti: si parla di appoggio esterno. “Ra’am” e “Lista Comune” sono state riammesse dalla Corte Suprema dopo l’esclusione della Commissione elettorale. «Se non fai parte della coalizione e del governo, nessuno si occuperà degli interessi del tuo gruppo», dice Mansour Abbas, leader di “Ra’am”. Areen Ghanayem spiega perché andrà al seggio: «Ogni voto fa la differenza». Si stima il 63 per cento di affluenza dei palestinesi israeliani, contro il 56 nel 2022. Anche Eisenkot respinge uno Stato palestinese, ma si oppone all’annessione e agli avamposti illegali. Altra variabile: i riservisti, richiamati per mesi mentre i partiti ultraortodossi difendono le esenzioni dalla leva per gli studenti delle yeshivot. «La loro vita professionale, accademica e personale viene colpita duramente», dice Avi Losice dei figli richiamati. I religiosi condizionano le alleanze; i riservisti chiedono di distribuire il peso della mobilitazione.
Alle urne anche l’Israele della guerre altrui. Oltre 102mila immigrati maggiorenni da Russia e Ucraina arrivati dopo il 2022 possono votare. «A Mosca le elezioni non avevano significato», racconta Oleg, emigrato per sfuggire all’arruolamento. Voterà anche Alla, scappata da Odessa. «Netanyahu è sostenuto da Trump. Trump sostiene Putin e ha preso in giro l’Ucraina – riassume la ragazza di Haifa che non parla ancora un buon ebraico –. Non voterò per Bibi. Teheran non è forse alleata di Mosca?». Altri immigrati sono grati al governo che ha facilitato il loro ingresso, lontano dai raid russi. Incombe il 7 ottobre. La prima elezione dopo l’attacco di Hamas e tre anni di guerre riapre la questione delle responsabilità. Gal Cohen, del kibbutz Be’eri, dove fu ucciso un abitante su dieci, contesta a Netanyahu di non averle assunte. Una commissione d’inchiesta indipendente è stata promessa da Eisenkot. Israele domani fino alle 22 sceglierà chi lo governerà, non necessariamente il futuro di chi vive sotto il suo controllo senza poter votare. La frattura attraversa politica, comunità e famiglie, oltrepassa i confini. Nella città dove la Geenna separa le alture, le divisioni che pesano di più non sono quelle che raccontano ancora le rocce.

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Avvenire

Eruzione del vulcano Marsili, lo studio sugli scenari: nel caso peggiore uno tsunami in 10 minuti

Eruzione del vulcano Marsili, lo studio sugli scenari: nel caso peggiore uno tsunami in 10 minuti

Con le scosse che stanno attraversando la Sicilia negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Marsili, il vulcano sottomarino che si trova sul fondo del Mar Tirreno. Il punto esatto è a 120 km a Nord della Sicilia e 170 km a Ovest della Calabria. È uno dei vulcani più estesi di tutto il continente europeo: circa 70 km di lunghezza e 20 km di larghezza media con un’altezza che nel suo punto massimo supera i 3 km, arrivando quindi a circa 500 metri sotto il livello del mare. Una premessa:  diversi geologi hanno commentato in questi giorni il rapporto tra le scosse registrate in Sicilia e il vulcano Marsili: al momento non ci sono segni di correlazione. Spiega così il professor Nicola Alessandro Pino nella sua intervista a Fanpage.it: “Escludo un ruolo del Marsili: questo vulcano sottomarino si trova in una diversa area del Tirreno, distante qualche centinaio di chilometri dall’epicentro di questi terremoti”. E questa è sicuramente una buona notizia, visto che le conseguenze di un’eruzione del vulcano Marsili sarebbero molto complesse da gestire.

L’8 dicembre del 2020 la rivista scientifica Bulletin of Volcanology ha pubblicato uno studio firmato da un team di scienziati italiani che hanno provato a simulare cosa succedere in caso di eruzioni. Il titolo è Tsunamis from prospected mass failure on the Marsili submarine volcano flanks and hints for tsunami hazard evaluation. Sono scenari teorici, certo non vicini, che però prendono in considerazione tutti gli effetti possibili. Secondo questo studio il rischio peggiore non è costituito dall’eruzione in sé, troppo in profondità e troppo distanziata dalle coste per causare un danno a chi vive vicino. Il problema è il distacco di volumi di roccia dal vulcano: sono le frane il vero problema.

Lo studio identifica in tutto cinque scenari, qui li raggruppiamo in tre per sintesi. Il primo prevede cosa può succedere in caso di cedimenti di piccolo volume o in acque profonde. È uno scenario che è stato documentato analizzando due casi del passato. Uno che prevede una frana di piccole dimensioni sul fianco Nord del vulcano a 800 e 1.400 metri di profondità. E un altro che prevede una frana di dimensioni più larghe, circa 2,8 km³ ma tra i 2.400 e i 3.200 metri di profondità. Le onde che vengono generate da questi casi hanno volumi molto ridotti. Parliamo di pochi millimetri nel primo caso, pochi centimetri nel secondo: in entrambi gli scenari non c’è nessuna conseguenza per i territori costieri. I cedimenti di piccoli volumi non generano abbastanza forza, mentre quelli troppo profondi vengono ammortizzati dall’acqua.

Passiamo agli altri due casi. Nello studio viene analizzato anche cosa può succedere se venissero rilevati cedimenti medi in acque poco profonde. Parliamo di volumi da 2,4-2,7 km³ vicino alla cresta, la parte più alta del vulcano. In questo caso si verificherebbero degli tsunami, onde anomale tra 1 e 4 metri in grado di arrivare sulle coste di Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’ultimo caso viene analizzato lo scenario peggiore: il cedimento di un intero settore di vaste dimensioni, si parla di 17,6 km³. Qui parliamo di onde in grado di superare 20 metri in Basilicata, i 15 metri in Campania e tra i 5 e i 10 metri in Sicilia. Le prime ad essere colpite sarebbero le isole Eolie: 10 minuti. Poi Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania: 20 minuti. E solo all’ultimo Sardegna: 45 minuti, ovviamente vista la distanza con onde più contenute.

fanpage.it

Liturgia Domenica 1 Novembre 2026 TUTTI I SANTI

Colore Liturgico  Bianco

Gesu

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Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore.
I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze.
Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro.
È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.
Antifona d’ingresso
Rallegriamoci tutti nel Signore,
in questa solennità di tutti i Santi:
con noi si allietano gli angeli
e lodano il Figlio di Dio.

Si dice il Gloria.

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che ci doni la gioia di celebrare in un’unica festa
i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli,
l’abbondanza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Ap 7,2-4.9-14
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 23
Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Seconda lettura
1Gv 3,1-3
Vedremo Dio così come egli è.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 11,28

Alleluia, alleluia.
Venite a me,
voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Alleluia.
Vangelo
Mt 5,1-12
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Dio dona sempre alla sua Chiesa luminosi testimoni che dal cielo ne accompagnano il cammino verso il Regno. Per l’intercessione della festosa corona dei santi, con piena fiducia presentiamo a Dio Padre i nostri desideri di bene e le necessità del mondo.
Preghiamo insieme e diciamo: Santifica la tua Chiesa, Signore.

1. Padre santo, che con il Figlio e lo Spirito Santo sei comunione di amore, concedi alla tua Chiesa di essere sempre fedele alla propria vocazione, perché sia segno e strumento della presenza di Cristo nel mondo. Noi ti preghiamo.
2. Padre amorevole, che all’alba della creazione hai benedetto la famiglia, prima comunità umana, sostieni gli sposi con la grazia del tuo Spirito, perché irradino la gioia operosa e feconda del Vangelo. Noi ti preghiamo.
3. Padre dei poveri, che ti prendi cura del forestiero, dell’orfano e della vedova, suscita in mezzo a noi uomini e donne caritatevoli, perché le speranze dei poveri non restino deluse. Noi ti preghiamo.
4. Padre della luce, che chiami tutti i tuoi figli a essere santi e immacolati nell’amore, rivela il tuo volto a tutti coloro che ancora non credono, perché si aprano alla novità dello Spirito. Noi ti preghiamo.
5. Padre misericordioso, che chiami ciascuno di noi a essere santo nelle vicende della vita quotidiana, rendici capaci di rispondere al tuo appello, perché possiamo un giorno prendere parte alla gloria dei beati nel cielo. Noi ti preghiamo.

Dio fedele, che in Cristo tuo Figlio ci hai dato il maestro e il modello di ogni santità, fa’ che, vivendo nello spirito delle beatitudini, giungiamo a cantare in eterno il cantico nuovo nell’assemblea dei tuoi eletti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Ti siano graditi, o Signore,
i doni che ti offriamo in onore di tutti i Santi:
essi, che già godono della tua vita immortale,
ci proteggano nel cammino verso di te.
Per Cristo nostro Signore.
Prefazio
PREFAZIO
La gloria della Gerusalemme del cielo, nostra madre

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
Oggi ci dai la gioia di celebrare la città santa,
la Gerusalemme del cielo che è nostra madre,
dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli
glorifica in eterno il tuo nome.
Verso la patria comune, noi pellegrini sulla terra,
sorretti dalla fede, affrettiamo il cammino,
lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa,
che nella nostra debolezza
ci doni come sostegno e modello di vita.
Per questo dono del tuo amore,
uniti a loro e all’immensa schiera degli angeli,
cantiamo con esultanza la tua lode: Santo, …
Antifona alla comunione
Beati i puri di cuore: vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace: saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia:
di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,8-10)
Preghiera dopo la comunione
O Dio, unica fonte di ogni santità,
mirabile in tutti i tuoi Santi,
fa’ che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore,
per passare da questa mensa,
che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno,
al festoso banchetto del cielo.
Per Cristo nostro Signore.

(Si può utilizzare la formula della benedizione solenne)

Dio, gloria e letizia dei santi,
che vi rafforza con la loro incessante preghiera,
vi doni la sua perenne benedizione. R. Amen.

Liberati dai mali presenti
per l’intercessione di tutti i santi,
e istruiti dal loro esempio di vita,
possiate essere trovati sempre fedeli
nel servizio di Dio e dei fratelli. R. Amen.

Possiate godere con tutti i santi
la gioia eterna di quella patria
nella quale la Chiesa esulta in eterno
per la comunione gloriosa di tutti i suoi figli. R. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
discenda su di voi e con voi rimanga sempre. R. Amen.

Israele al voto, tutti i partiti in lizza per le elezioni del 27 ottobre

Manifestazioni a Tel Aviv in vista delle elezioni di martedì prossimo, 24102026

Dall’estrema destra agli arabo-israeliani, dagli ultraortodossi alle ultime novità: 37 i partiti che corrono per le politiche, secondo i sondaggi nessuno schieramento ha la maggioranza di 61 (dei 120) seggi alla Knesset necessari per governare

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Dall’estrema destra fino agli arabo-israeliani, passando per gli ultraortodossi, sono 37 i partiti che partecipano alle elezioni del 27 ottobre in Israele. Un tabellone affollato quello che si presenta agli occhi degli elettori, che trovano insieme i principali protagonisti della vita politica del Paese e qualche novità.

Circa 7,3 milioni gli israeliani chiamati alle urne per eleggere i 120 membri della Knesset, ma di fatto per scegliere tra i sostenitori o gli oppositori del premier Benjamin Netanyahu che ha definito e dominato la scena politica di Israele negli ultimi tre decenni e punta ora a ottenere un settimo mandato.

Le elezioni di martedì sono ritenute tra le più importanti nella storia dello Stato ebraico, dopo l’attacco subito il 7 ottobre 2023 da Hamas, ma si teme che dalle urne non esca un risultato che consenta di dare vita a una coalizione di maggioranza. Stando infatti a tutti i sondaggi realizzati nelle ultime settimane, il cosiddetto ‘blocco del cambiamento’ guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane oggi presidente del partito Yashar, risulta in testa – seppur di misura – rispetto alla coalizione di partiti guidata da Netanyahu, ma nessuno dei due schieramenti dovrebbe raggiungere la maggioranza di 61 seggi in parlamento.

Oggi Netanyahu guida il governo più a destra nella storia di Israele e per rimanere in carica dovrà fare affidamento sui suoi attuali partner di estrema destra, quali il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, leader del partito Otzma Yehudit, e il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, del partito Sionismo Religioso, oltre al leader del partito ultraortodosso Shas, Aryeh Deri. Ci sono poi i partiti arabi, in rappresentanza di un quinto della popolazione israeliana di origine araba.

Dal punto di vista giuridico, l’insediamento di un governo non richiede 61 voti favorevoli, bensì una maggioranza al voto di fiducia, e l’astensione di alcuni deputati, come quelli dei partiti arabi, potrebbe consentire a un esecutivo di entrare in carica. Tuttavia alcuni partiti non hanno escluso di allargare la coalizione ai partiti arabi. Tra loro c’è Ra’am (acronimo ebraico di Lista Araba Unita), il partito islamico moderato guidato da Mansour Abbas, che secondo i sondaggi, dovrebbe ottenere tra i 5 e i 7 seggi e che nel 2021 aveva già accettato di unirsi a una coalizione di oppositori a Netanyahu, rendendolo il primo partito arabo a entrare a far parte di un governo israeliano.

Martedì i seggi chiuderanno alle 22, ora locale, poi le principali emittenti televisive israeliane cominceranno a diffondere i primi exit poll. Lo spoglio delle schede proseguirà per tutta la notte e il giorno dopo, e un quadro più chiaro dovrebbe emergere entro 24 ore dalla chiusura dei seggi.

Tuttavia, l’esito finale potrebbe rimanere incerto, specialmente per i partiti che si attestano attorno alla soglia di sbarramento del 3,25%, fino allo scrutinio delle schede arrivate per corrispondenza.

LA LEGGE ISRAELIANA E IL RUOLO DEL PRESIDENTE

La legge israeliana prevede che i risultati ufficiali siano resi noti entro otto giorni dal voto, ossia mercoledì 4 novembre.

Una volta presentati i risultati ufficiali il presidente Isaac Herzog avrà una settimana di tempo per tenere consultazioni con i rappresentanti di ogni partito, nel corso delle quali i leader politici indicheranno un candidato alla carica di premier. Al termine delle consultazioni Herzog affiderà al candidato che ritiene abbia maggiori probabilità di formare un governo un mandato di 28 giorni per negoziare un accordo di coalizione.

Il presidente ha la possibilità anche di concedere una proroga, per un massimo di altri 14 giorni. Se il candidato non riuscisse a formare un governo, Herzog avrà tre giorni di tempo per decidere se offrire a un altro candidato la stessa possibilità. Quest’ultimo avrà poi altri 28 giorni per dare vita a una coalizione, senza alcuna possibilità di proroga. Se anche il secondo candidato non dovesse riuscirci, il presidente può affidare l’incarico a qualsiasi parlamentare che ottenga il sostegno di almeno 61 membri della Knesset. Se anche il terzo candidato non riuscisse a formare un governo entro 14 giorni, la Knesset verrà sciolta e saranno indette nuove elezioni.

Una bandiera della campagna elettorale del Primo Ministro israeliano e capo del partito Likud Benjamin Netanyahu
Una bandiera della campagna elettorale del Primo Ministro israeliano e capo del partito Likud Benjamin Netanyahu (AFP)

I PARTITI AL GOVERNO

LIKUD: E’ il partito del premier Benjamin Netanyahu, che lo guida dal 1993. Fondato nel 1972 da Menachem Begin, è espressione della destra nazionalista, che unisce valori conservatori e ricette liberali. Alle ultime elezioni nel 2022 ha preso 32 seggi.

OTZMA YEHUDIT: Partito di estrema destra guidato da Itamar Ben-Gvir, controverso ministro per la Sicurezza nazionale, noto alle cronache in patria e all’estero per le dichiarazioni e le azioni incendiarie. A partire dal 2004, la formazione ha conosciuto diverse alleanze e unioni nel tempo nel tentativo – mancato più volte – di superare la soglia di sbarramento ed entrare alla Knesset. Obiettivo centrato per la prima volta nell’aprile 2019 (5 seggi) in una lista congiunta di destra, ma che finì in un nulla di fatto a causa della mancata formazione di un governo.
Nel marzo 2021 – sotto pressione di Netanyahu – si unì all’altro partito di estrema destra, Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich, e riuscì nell’impresa. Nella successiva tornata elettorale, nel 2022, l’alleanza si allargo’ a Noam, piccola formazione dichiaratamente anti-Lgbt di Avi Maoz, e prese complessivamente 14 seggi, di cui 6 furono assegnati al partito di Ben-Gvir. Oggi siede al governo – tranne una breve parentesi di un paio di mesi all’inizio del 2025 in opposizione all’accordo con Hamas per il ritorno degli ostaggi – con tre ministri.

SIONISMO RELIGIOSO: L’altro partito di estrema destra approdato al governo in seguito alle ultime elezioni nel 2022. A guidarlo è Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e ministro aggiunto alla Difesa. Nato come Tkuma alla fine degli anni ’90, ha fatto parte della coalizione che ha sostenuto i governi di Netanyahu dal 2013 al 2020. Ribattezzato Sionismo Religioso nel 2021, è entrato ufficialmente al governo nel 2022 dopo aver conquistato sette seggi alle elezioni grazie a un’alleanza con Otzma Yehudit e Noam.
Fervente sostenitore dell’espansione degli insediamenti, ‘voce’ dei coloni in Parlamento, punta alla realizzazione del ‘Grande Israele’. Di fronte ai ripetuti sondaggi che lo davano perdente e all’opposizione di Ben-Gvir a ridare vita alla precedente alleanza elettorale, in questa tornata si è unito al partito Zehut di Moshe Feiglin.
Oltre a Smotrich, l’altro esponente di punta è Simcha Rotman, principale promotore – insieme al ministro Yariv Levin – della controversa riforma della giustizia in Israele.

Israele, continuano le proteste contro la riforma della giustizia
Israele, continuano le proteste contro la riforma della giustizia (AFP)

SHAS: E’ il partito ultraortodosso che rappresenta la comunità sefardita, tradizionalmente svantaggiata rispetto a quella ashkenazita. Nato nel 1984 con il proposito di sopperire alla sottorappresentazione dei mizrahim nella politica israeliana, ha avuto come leader spirituale il rabbino Ovadia Yosef, fino alla sua morte nel 2013. Il leader politico è Aryeh Deri, figura centrale nel partito, che negli anni ha ricoperto diversi incarichi ministeriali, tra cui ministro dell’Interno, dell’Economia e della Salute, nonché vice premier.
La sua carriera è stata anche segnata da diversi procedimenti giudiziari e condanne per reati legati alla corruzione e all’evasione fiscale. Nel gennaio 2023, la Corte Suprema ha stabilito che non poteva ricoprire la carica di ministro della Salute a causa di una recente condanna per evasione fiscale e di un accordo di patteggiamento precedente. Resta un alleato chiave di Netanyahu, fondamentale nella sopravvivenza del governo.
UNITED TORAH JUDAISM: Unione di due formazioni ultraortodosse, Agudat Israel e Degel HaTorah, che rappresentano la comunità ashkenazita. La sua azione politica si concentra sulle tematiche sociali e religiose. I leader delle due formazioni sono rispettivamente Yitzhak Goldknopf e Yaakov Asher, fermo restando che le decisioni politiche sono subordinate ai rispettivi consigli rabbinici e ai grandi saggi della Torah.

 

Knesset (Parlamento), Israele
Knesset (Parlamento), Israele (Ansa)

L’OPPOSIZIONE

YASHAR: E’ la novità di queste elezioni, la discesa in campo di Gadi Einsekot con un suo partito. Ex capo di Stato maggiore dal 2015 al 2019, è entrato alla Knesset nel 2022 come deputato di Unità Nazionale, formazione creata da Blu e Bianco di Benny Gantz e New Hope di Gideon Sa’ar. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Eisenkot è stato ministro senza portafoglio nel governo di Netanyahu, allargato in seguito all’emergenza e dal quale ne è uscito con Gantz nel giugno 2024.
Nella guerra a Gaza ha perso un figlio, Gal, e due nipoti. Nei sondaggi è indicato come il favorito, nelle ultime settimane è in testa, seppur di misura, superando il Likud di Netanyahu. Tra le sue promesse elettorali, una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti del 7 ottobre e l’arruolamento degli ultraortodossi, gli haredim da sempre contrari al servizio militare e alla guerra.

I DEMOCRATICI: E’ il frutto dell’unione nel 2024 tra lo storico partito Labour e la sinistra radicale di Meretz. Sotto la leadership di Yair Golan, vincitore delle primarie laburiste nel 2024, i Democratici hanno conosciuto una nuova stagione politica, dopo la prova fallimentare alle elezioni del 2022 che hanno visto i laburisti perdere quasi metà dei seggi (da 7 a 4) e Meretz non riuscire a entrare alla Knesset.
Oltre a Golan – ex vice capo di Stato maggiore, osannato come un eroe per essersi recato da solo al sud il 7 ottobre a salvare dei giovani dall’attacco di Hamas – il partito ha attratto esponenti della società civile che si sono distinti negli anni passati per l’opposizione pubblica al governo, prima contro la controversa riforma della giustizia e poi contro la gestione della guerra a Gaza e i negoziati per il ritorno degli ostaggi.
Golan è l’unico nel blocco dell’opposizione che si è pubblicamente espresso a favore dell’alleanza con i partiti arabo-israeliani per battere Netanyahu. Oltre a lui, personaggi di spicco sono Gilad Kariv, il primo rabbino riformista a essere eletto alla Knesset, e Naama Lazimi.

INSIEME: Formazione nata nel 2026 dall’unione tra Naftali Bennett e Yair Lapid. I due hanno guidato a rotazione il cosiddetto ‘governo del cambiamento’ tra il 2021 e il 2022, durato solo un anno, che ha interrotto brevemente il lungo regno (13 anni) di Netanyahu.
Bennett, ebreo osservante, proviene da Yamina, la ‘nuova destra’, mentre Lapid, ex giornalista e noto conduttore televisivo, nel 2013 ha fondato il partito centrista Yesh Atid, arrivando a conquistare nell’ultima tornata elettorale 24 seggi e diventando leader dell’opposizione. Davanti pero’ a sondaggi in forte calo, nell’aprile 2026 si è unito a Bennett, lasciando a lui la leadership ufficiale della nuova formazione, a fronte della seconda posizione in lista.
YISRAEL BEYTEINU: Partito nazionalista, espressione principalmente dell’elettorato russofono. E’ stato fondato nel 1999 dal ‘falco’ Avigdor Liberman, tuttora alla guida, che combina posizioni fortemente di destra in materia di politica estera e sicurezza con posizioni laiche sulle questioni sociali.

manifestazioni a Tel Aviv, 24102026
manifestazioni a Tel Aviv, 24102026 (AFP)

I PARTITI ARABI 

RA’AM: Acronimo di Lista Araba Unita, è un partito conservatore islamista fondato nel 1996 e oggi guidato da Mansour Abbas. Negli ultimi anni ha via via perso la connotazione religiosa e i legami con il Movimento islamico, impegnandosi in battaglie sociali ed economiche a favore della minoranza araba più che politiche per la questione palestinese. Nel 2021-2022 Ra’am, con i suoi cinque seggi, è stato cruciale per dare vita all’esecutivo del ‘cambiamento’ di Bennett-Lapid. Nonostante cio’, la partecipazione di un partito arabo-israeliano al governo è ancora un tabù per la gran parte dell’elettorato.

Per cercare di superare le ostilità – nella speranza di entrare nell’eventuale coalizione di governo di Eisenkot, che finora pero’ ha respinto tale ipotesi – Abbas di recente ha accolto per la prima volta in lista, in seconda posizione, un deputato ebreo, Yoav Segalovitz. Ex soldato, fondatore della nota unità di polizia contro la criminalità Lahav 433 ed ex comandante della divisione indagini e intelligence, a Segalovitz è stato riconosciuto il merito di aver contribuito a ridurre la criminalità nelle comunità arabe durante il suo mandato come vice ministro della Sicurezza nel precedente esecutivo.
LISTA UNITA: E’ l’unione tra Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento), Hadash (partito ebraico-arabo le cui origini risalgono al 1977) e Balad (Alleanza Nazionale Democratica). Si oppone alla guerra a Gaza e all’occupazione israeliana della Cisgiordania. E’ inoltre contraria alla legge sullo Stato-Nazione che definisce il carattere ebraico di Israele. Posizioni che riduce le sue possibilità di entrare a far parte di una qualsiasi coalizione di governo.
La Commissione elettorale centrale, composta da rappresentanti di tutti i partiti secondo il rispettivo peso nella Knesset e pertanto molto politicizzata, il mese scorso ha escluso dal voto del 27 ottobre due partiti arabo-israeliani e il deputato ebreo di Hadash, Ofer Cassif. La decisione tuttavia è stata successivamente annullata dalla Corte Suprema.
Quanto invece al leader di Balad, Sami Abou Shehadeh, anch’egli squalificato dalla Commissione elettorale, ha annunciato lui stesso il suo ritiro dalla corsa elettorale a ottobre dopo che i giudici dell’Alta Corte lo avevano invitato a farlo, prospettandogli l’esclusione dal voto a causa di un suo articolo scritto all’indomani del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 ritenuto favorevole alla lotta armata contro Israele.

Israele, protesta degli ultra ortodossi
Israele, protesta degli ultra ortodossi (AFP)

LE NOVITA’

AMCHA YISRAEL: E’ la seconda novità di rilievo nel panorama politico israeliano. ‘Popolo d’Israele’ è stato creato ad agosto di quest’anno dall’ex generale Ofer Winter, deciso a perseguire una politica di sicurezza intransigente. Si oppone alla creazione di uno Stato palestinese, sostiene la ’emigrazione volontaria’ dei residenti dalla Striscia di Gaza e la controversa riforma della giustizia.
La scesa in campo di una nuova formazione di destra radicale ha suscitato timori nei partiti della coalizione di governo, preoccupati per la frammentazione del blocco. Il partito infatti viene dato dai sondaggi sulla soglia dello sbarramento, rischiando di non entrare alla Knesset, con una conseguente dispersione di voti.

I RISERVISTI-PARTITO ECONOMICO: Inedita formazione annunciata a ridosso delle elezioni, è composta dal nuovo partito di centro-destra I Riservisti, fondato nel 2025 da Yoaz Hendel, e il Nuovo partito economico di Yaron Zelekha creato nel 2020. Insieme puntano a eliminare le esenzioni dal servizio militare per i giovani ultraortodossi e a combattere il caro-vita. Per i sondaggi, è sulla soglia di sbarramento e rischia di non entrare.
Hendel lo ha presentato come un ‘terzo blocco’, sostenendo la formazione di un governo di unità nazionale con Netanyahu ed Eisenkot, che escluda sia i partiti ultraortodossi che quelli arabi.

manifestazioni a Tel Aviv, 24102026
manifestazioni a Tel Aviv, 24102026 (AFP)

HAREDI PUBLIC: Ultima novità, è un partito ultraortodosso fondato pochi mesi fa dal vice sindaco di Beit Shemesh Moti Leitner. Il suo peso, benché numericamente molto contenuto (nei sondaggi viene dato ben al di sotto della soglia di sbarramento del 3,25%, è data dal fatto che per la prima volta c’è una formazione haredi che ha preso le distanze dai due storici partiti ultraortodossi (Shaw e United Torah Judaism), ha una posizione moderata rispetto alla delicata questione della leva militare obbligatoria per tutti, ultraortodossi compresi, e ha addirittura una donna in lista, Nechumi Yaffe. Nonostante le pressioni di Netanyahu e i sondaggi totalmente avversi, Leitner prosegue imperterrito e ha ribadito di non aver intenzione di lasciare la corsa. “La società haredi non puo’ più vivere in parallelo rispetto al resto di Israele. Dobbiamo farne parte e dobbiamo assumervi un ruolo attivo”, ha dichiarato pochi giorni fa, assicurando che si presenterà al voto.

NY, proteste per la presenza di Netanyahu
NY, proteste per la presenza di Netanyahu (Afp)
Rai News