Pellegrini d’estate. Il Cammino Celeste sul confine della spiritualità di tre popoli

Dal santuario mariano di Barbana, sull’isola di fronte a Grado, in dieci giorni si arriva a quello di Monte Lussari. Una via che “insegna” la pace e la convivenza
Cartelli che indicano il percorso del Cammino celeste

Cartelli che indicano il percorso del Cammino celeste – .

Sul Cammino Celeste che va dal santuario mariano di Barbana, sull’isola di fronte a Grado, fino ad Aquileia si incontrano i latini, i germanici e gli slavi. I nostri antenati hanno costruito qui una chiesa che non divide ma unisce i popoli. La targa in marmo con l’immagine di Lambert Ehrlich – teologo ed etnologo – ti accoglie sulla facciata del Santuario di Monte Lussari.

Il Cammino Celeste è finito quassù, a poco meno di 2.000 metri conquistati senza barare: guardi i turisti freschi e in sandali trasportati dall’ovovia e, avvolto nel tuo sudore, avverti un insensato ma insopprimibile senso di superiorità. Finisce, e quella targa ne riassume il senso. Il Cammino Celeste taglia a fette il Friuli da sud a nord. Celeste come il manto di Maria, e mariani sono i santuari da dove si parte e dove si arriva; celeste come l’acqua del mare di Grado e il cielo che ti sorride, quando non piove.

Partenza dall’isoletta e santuario di Barbana, di fronte a Grado, e prima tappa comoda (vietato illudersi, più avanti ci sarà da soffrire) fino ad Aquileia. La Basilica è uno scrigno di storia, arte e fede. E lo straordinario mosaico pavimentale è un intreccio di simboli cristiani, tra figure umane, flora e fauna, dei tempi in cui Aquileia fu il centro da cui la fede cristiana si irradiò fino alla Lombardia.

“Allora chi entrava capiva tutto. I mosaici erano un libro spalancato; noi purtroppo no, e su alcune immagini possiamo solo fare ipotesi”. Andrea Bellavite è tante, troppe cose per dirle tutte. Ha curato, per il Circolo culturale Navarca, la preziosa guida “La basilica di Aquileia” (Ediciclo Editore); ha diretto “Voce Isontina”, settimanale della diocesi di Gorizia; è un caso raro, forse unico, di sindaco – ad Aiello del Friuli – che dello stesso paese è stato anche parroco. È tra i fondatori del Cammino Celeste, che racconta così: “La sua caratteristica più eclatante è la diversità. Si parte da Grado e Aquileia, diocesi di Gorizia; si passa a Cormòns, zona slovena; quindi la Valle del Natisone, la “Slavia Veneta”, dove si parla il benecijano; poi la Val Resia, la “piccola Russia” con il resiano; infine Camporosso, che fu Impero Austroungarico, dopo dieci giorni di cammino e Monte Lussari, diocesi di Udine”.

Nel 2019 i pellegrini registrati sono stati più di duemila, da quest’anno sembrerebbero di più. Da dove vengono? Don Adelchi Cabassa, parroco di Aquileia, sorride: “Da ogni dove”. Dieci giorni sulla linea di un triplice confine, dunque. Ma prima c’è Aiello, il paese delle meridiane: ben 112 per ora. “La prima la realizzai sul muro di casa mia nel 1993 – spiega Aurelio Pantanali – in paese piacque, qualcuno mi chiese se potevo farne una anche a casa sua, e così via”. Pantanali, oltre che tra i fondatori del Circolo Navarca e del Cammino Celeste, è un costruttore di meridiane, arte che richiede studio e disciplina ed è praticata in Italia da un centinaio di appassionati. Una ventina di meridiane sono raggruppate sulla facciata del Museo della civiltà contadina, nel cui cortile in primavera si tiene una rassegna dedicata alle meridiane.

Pantanali ovviamente cammina e le due passioni, meridiane e sentieri, sono unite dal senso del tempo. Un tempo scorre dolce e lento. Il tempo è un’ombra, “che sul quadrante si sposta piano, inesorabile: una “lezione di filosofia” che a me comunica serenità”. Dal paese delle meridiane, e proprio davanti alla casa di Pantanali, transitano i pellegrini. Passa la triestina Lina Grass, una veterana che cammina solitaria: dal 2015 ha messo nelle gambe, tra gli altri, il Camino de Santiago e la Via Francigena. Monica e Roby si conobbero l’anno scorso sui sentieri per Santiago, e non si sono più lasciati. Passano anche loro con il naso alzato in cerca di meridiane. Che lei sia di Monza e lui di Bruxelles è un dettaglio, ma importante: le diversità in Cammino s’incontrano. Verso il Santuario dei Popoli passano altre due pellegrine che si sono conosciute in Galizia, e sono state così felici insieme da darsi appuntamento in Friuli: una è di Francoforte, in Germania; l’altra di Perth, in Australia. Strani, meravigliosi incroci prodigiosi, di umanità e di fede. E di amore. Michela, con otto compagni di strada, passa la notte al Rifugio Ana Monteaperta, al termine della tappa più dura, con 1.280 metri di dislivello. Qui incontra un ragazzo di Gemona che dà una mano al gestore. Dopo tre mesi si sposano e oggi hanno due figli.

Il Cammino Celeste è intriso di storia, lingue, tradizioni culturali e religiose. Si viaggia in bilico sul confine ed è fatto apposta per incrinare le certezze e mettere alla prova il pellegrino, anche fisicamente: bisogna essere sinceri, non è per tutti. Nei pressi della stazione dell’ovovia, a Camporosso, ultima tappa, i quattro valorosi settantenni di Portogruaro hanno il volto segnato dalla fatica di nove giorni di “trekking”, come definiscono le tappe sulle Alpi Giulie, bellissime e selvagge, a trovare, perdere e ritrovare il cammino. Domeranno gli ultimi 900 metri di dislivello in funivia, e l’applauso se lo meritano comunque. La salita è una Via Crucis, reale e metaforica. La stradina è pari alla rampa di un garage e non dà respiro. Le edicole della Via Crucis ti accompagnano per le prime stazioni, poi diventano semplici croci con un numero romano, foto sbiadite di pellegrini, conchiglie, sassolini, fiori zuppi dell’acquazzone della notte prima. Respira piano, sali, respira forte, sali.

Pausa alla Malga Lussari. E poi ancora su, fino alla croce piantata sulla vetta, con i tetti grigi del santuario poco sotto. Storia emblematica quella della Madonna del Monte Lussari. Siamo nel XIV secolo, c’è un pastorello, c’è una statuina della Madonna ritrovata in cima, portata a Camporosso e misteriosamente “fuggita” una, due, tre volte di nuovo sul monte, segno che lì voleva restare. Del Santuario originale non resta praticamente più nulla. Fu costruito, visitato, abbandonato, ritrovato. Sempre sul confine. E i “tre popoli” il pellegrino li percepisce, ascoltando le lingue che si incrociano nella stradina poco in più basso, tra i negozietti di souvenir e le trattorie. E soprattutto la vista. Dalla croce sulla vetta la visuale è a 360 gradi sulle montagne di Friuli, Carinzia e Slovenia.

Intanto il tuo gestore telefonico ti scrive: “Benvenuto in Slovenia”. Tiziana Perini, nella guida “Il cammino celeste” (Ediciclo), scritta con Bellavite e il cartografo Marco Bregant, invita a chiudere gli occhi proprio là dove sarebbe logico spalancarli, perché “da lassù, dalla cima, se chiudi gli occhi puoi vedere, capovolto, il cammino percorso”. Tutto bello, tutto perfetto? No, l’amicizia tra i tre popoli – italo-friulano, tedesco e slavo – è da conquistare ogni giorno, come la storia ammonisce. Lo racconta la vicenda del servo di Dio don Ehrlich. Un raffinato intellettuale, con studi a Oxford e alla Sorbona, parroco della Cattedrale di Klagenfurt e ordinario di religione comparata all’Università di Lubiana. Fieramente anticomunista, fu trucidato nel 1942, la tomba violata, i resti dispersi. I pellegrini, che la vetta l’hanno conquistata dopo dieci giorni di preghiera e sudore, sanno bene che anche la pace costa fatica.

Avvenire

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