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Scienze religiose: diplomi e teologia

Ci sono convegni che diventano un riferimento per la qualità delle riflessioni. Ve ne sono altri che fanno emergere novità non pienamente percepite nel vissuto ecclesiale. Altri ancora che segnano passaggi istituzionali rilevanti. Quello celebrato a Roma (26-28 gennaio 2017) e organizzato dal Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia mi sembra essere del terzo tipo. Con il titolo “Quale rapporto fra teologia e pastorale?” i circa 200 partecipanti (presidi di Facoltà teologiche, direttori di Istituti superiori di scienze religiose – ISSR –, docenti, relatori e ospiti) conoscevano bene la sfida sottesa: quella di una strutturazione meno provvisoria degli ISSR e di un possibile-probabile riconoscimento da parte dello stato italiano dei titoli di studio erogati.

Riconoscimento dei titoli ISSR?

Il Servizio nazionale, presieduto da Andrea Toniolo, ha tessuto con tenace pazienza, d’intesa con la Congregazione per l’educazione cattolica e le sue istituzioni di valutazione, il consenso dei vescovi alla riduzione-qualificazione degli ISSR. Scenderanno da 83 a 44 (a cui si aggiungono il centro di Urbino e gli istituti a Roma; Settimananews, Istituti superiori di scienze religiose). La drastica cura dimagrante potrà continuare in particolare per quelle realtà che non forniranno standard di qualità sufficienti. La sfida immediata è di consentire agli attuali insegnanti di religione il pieno riconoscimento del titolo conseguito, spendibile anche al di fuori dell’IRC (concorsi pubblici ecc.). È un passaggio importante per loro (sono oltre 24.000), ma è rilevante anche per gli attuali studenti (15.000) e il profilo istituzionale degli ISSR che entrerebbero nel circuito accademico in forma meno secondaria di quanto lo siano adesso. Ma la cosa interessa anche le facoltà che sono a monte, chiamate a controllare la qualità degli istituti. Il maggior profilo di questi significherebbe anche una crescita nella spendibilità pubblica delle stesse facoltà. Crescita istituzionale non significa immediatamente maggior ruolo nell’opinione pubblica o nei contesti accademici, ma ne è la condizione.

La data di riferimento è il rinnovo dell’Intesa fra governo e Conferenza episcopale previsto per il 2017 (la precedente è del 2012). Per questo a fine febbraio/inizio marzo i giochi dovranno comporsi in via definitiva.

Mons. I. Sanna, presidente del comitato CEI per gli studi superiori di teologia e scienze religiose, ha presentato in convegno una sintesi della verifica condotta nel 2014 su tutti gli ISSR e sulle facoltà teologiche italiane, attraverso l’Avepro, che è l’agenzia di valutazione messa in campo dalla Congregazione per l’educazione cattolica nei confronti di facoltà e università cattoliche a livello mondiale. La verifica ha riguardato l’insieme delle caratteristiche che il Processo di Bolognaprevede per gli studi superiori: laurea breve e specialistica – il dottorato è previsto per le facoltà, non gli istituti – sistema di crediti, specializzazione dei corsi, edifici adibiti all’insegnamento, biblioteca ecc. Si fissano inoltre delle soglie minime di studenti ordinari (75) e di docenti stabili che si dedicano a tempo pieno alla ricerca, all’insegnamento e alla promozione della vita accademica (almeno 5).

Riduzione con ombre e luci

Così il vescovo ha sintetizzato i punti di forza e di debolezza: «Gli istituti sono centri culturali e di formazione teologica nel territorio. Svolgono un servizio prezioso in ordine all’evangelizzazione e alla formazione, hanno in alcuni casi rapporti di collaborazione con il mondo universitario laico. Allo stato attuale raccolgono la maggior parte dei laici che in Italia chiedono una formazione teologica accademica. Si tratta di studenti, sia giovani che adulti, molto motivati a livello personale e di fede, spesso lavoratori, che con grande sacrificio si dedicano allo studio. Gli istituti sono le istituzioni accademiche ecclesiastiche che rispondono in modo peculiare al bisogno di formazione per gli insegnanti di religione cattolica, di fatto l’unico sbocco lavorativo remunerato; la sussistenza degli ISSR è legata principalmente all’IRC (insegnamento religione cattolica)».

Sul versante critico: «La verifica nazionale ha messo in evidenza che gli indirizzi pastorali sono pressoché “morti” o molto deboli quasi ovunque, per non parlare della sussistenza faticosa degli altri indirizzi avviati (il caso dei beni culturali, ad esempio). La mancanza di sviluppo degli indirizzi non pedagogico-didattici è dovuta certamente al mancato riconoscimento civile del titolo, che scoraggia un percorso accademico completo. I direttori, tuttavia, hanno spesso lamentato la poca valorizzazione all’interno della Chiesa locale e la difficile collaborazione con gli uffici pastorali diocesani».

Si aggiungono non chiarite questioni amministrative e fiscali: «Un altro aspetto che desta preoccupazione è la configurazione giuridico-amministrativa non chiara degli ISSR e i contratti altrettanto non chiari con i docenti, in particolare laici. Non essendo univoco lo status giuridico degli stessi, risulta evidente la confusione della gestione finanziaria. Non esiste una modalità omogenea e convergente nel corrispondere indennizzi a professori stabili, straordinari, incaricati, invitati».

Nei colloqui a tavola e nei corridoi queste criticità tornavano per gli istituti che non hanno personalità giuridica autonoma (tutto fa capo alla diocesi e alla sua amministrazione), che non hanno risorse adeguate (in aula si parlava di un budget di almeno 200.000 euro all’anno, ma più realisticamente di 4-500.000), che temono possibili contenziosi di lavoro. La riduzione delle sedi produrrà una contrazione del corpo insegnante. I laici, e soprattutto le donne, che sono ormai significativamente presenti nella produzione teologica e nell’insegnamento, temono di pagarne i conti. Più in generale, si percepisce la disattenzione delle curie e degli organismi pastorali alle competenze teologiche dei propri membri. Un delegato mi diceva: «Sembra quasi che sapere di teologia sia un handicap più che una risorsa in ordine alle assunzioni in curia». «Il teologo è un ministero ecclesiale in senso vero e proprio – ricordava Toniolo in chiusura –: chiede stabilità e dedizione».

Il caso italiano

Nel suo intervento mons. V. Zani, segretario della Congregazione dell’educazione cattolica, ha collocato il caso italiano entro il quadro della Chiesa universale e delle sue istituzioni superiori, richiamando ai dati di fondo: la crescita della popolazione in Asia e Africa e la decrescita proporzionale nel Nord, la marginalità di alcune lingue (come l’italiano, il tedesco e il francese) rispetto al cinese e all’inglese, la diversa proporzione delle religioni (su 100, 33 sono cristiani, 20 musulmani, 14 atei, 13 indù ecc.). Spostamenti che rilanciano le sfide educative e la riorganizzazione del sapere. Esso passa da bene posizionale e bene relazionale. La Chiesa è chiamata a rinnovare il suo servizio comprendendo l’educazione come rischio e opportunità, come attraversamento di esperienze, come apertura all’intera realtà (trascendente compreso), come informale (oltre all’intelligenza c’è il cuore, le mani ecc.), aperta all’inclusione (oltre l’aula, oltre i confini). Non ha mancato di sottolineare il carattere anomalo dell’esperienza italiana: non solo per la forza delle sue istituzioni teologiche (8 facoltà e 44 ISSR, oltre ai seminari), ma anche per il mancato riconoscimento dei titoli. È l’unico caso in Europa. Un recente documento della Conferenza episcopale tedesca (“Il futuro dell’insegnamento confessionale della religione”, 22 novembre 2016) spinge per una maggiore collaborazione con gli insegnanti protestanti. In Francia, si registra una significativa crescita delle iscrizioni alle università cattoliche.

Alla particolarità italiana appartiene anche la breve storia degli ISSR. Il loro nucleo originale – come ha ricordato G. Rota – si avvia con l’apertura nel post-concilio con gli istituti di teologia per laici. Luoghi in cui l’insegnamento conciliare trovava diffusione e approfondimento. Soprattutto in ordine alla Bibbia e all’ecclesiologia. Gli utenti erano laici in provenienza dall’Azione cattolica e dalle altre associazioni tradizionali, meno numerosi quanti si avviavano ad appartenenze movimentiste. Dalla fine degli anni ’70 nascono gli Istituti di scienze religiose con compiti di formazione ai ministeri e alla pastorale. Con il Concordato del 1984 e la successiva Intesa si produce un terzo cambiamento perché la maggioranza delle iscrizioni è in ordine all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Nel 2008 la Congregazione per l’educazione cattolica disciplina gli ISSR, che si divaricano rispetto agli ISR. Questi ultimi erano arrivati a 140. Gli ISSR a 90 (in parte sovrapposti ai primi, in parte no). Il passaggio in atto dovrebbe stabilizzare definitivamente gli ISSR, rafforzare gli altri indirizzi pastorali e dare spazio di inventività a forme culturali che non richiedano i tratti propri dell’accademia.

Strumenti e generazioni

Si possono ricordare alcuni strumenti che il Servizio nazionale mette a disposizione degli ISSR: un servizio di segreteria informatica (DISCITE); la possibilità di accedere a 290 periodici, a 15 riviste specialistiche italiane e a 25 riviste teologiche internazionali (EBSCO); un programma antiplagio di controllo per gli elaborati (Compilatio), uno schema di contratto per i docenti ecc.

L’oggetto immediato del convegno era il tema del rapporto fra teologia e pastorale. Mi limito a tre suggestioni.

La prima è di P. Coda che, introducendo i lavori della seconda giornata, faceva notare l’ormai avvenuto passaggio alla terza generazione dei teologi post-conciliari. Dopo quella dei “padri” (Sartori. Colombo ecc.) e quella degli immediati successori (Dianich, Sequeri, Angelini, Forte ecc.) l’iniziativa è ora in capo ai cinquantenni, di cui numerosi erano presenti: Panzetta, Torcivia, Castellucci, Gronchi, Repole, Naro, Steccanella, Costa, Rota, Candido ecc.). Oltre alle varie specializzazioni, colpiva l’abitudine a un lavoro costruito assieme (vi sono gruppi di lavoro già in atto sulla riforma e la sinodalità), il ricorso a fonti classiche e no (come giornali, interviste, film ecc.), una passione ecclesiale consapevole anche del ruolo internazionale della teologia italiana.

Fra le numerose relazioni e comunicazioni si possono identificare due fuochi. Il primo è il tema dei rapporti fra teologia e pastorale. Il secondo è un sostegno non esibito, ma argomentato al magistero di papa Francesco. Per mostrare l’organica connessione fra teologia e pastorale, il circuito virtuoso fra popolo di Dio, teologi e magistero, sono intervenuti in particolare mons. Erio Castellucci, Maurizio Gronchi, Roberto Repole e Massimo Naro). La fede è il grembo della teologia e questa opera un esercizio critico sulla fede. Le costruzioni formali della teologia nascono dal contesto del popolo santo di Dio e in esso rifluiscono. La divertita immagine di Castellucci vedeva il passaggio fra il doppio binario (teologia e magistero) che si incrocia solo occasionalmente e la torta preparata in cucina che, su una base comune, si specifica in molti ingredienti diversi.

In merito alla presenza del magistero di Francesco, cito solo un passaggio di M. Gronchi e del segretario CEI, mons. N. Galantino. «Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione: il concilio Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione». Galantino aggiunge: «Credo anche che, sul piano teorico, sia importante un ripensamento radicale del rapporto fra Vangelo e dottrina… perché non si debba assistere ai diversi livelli alla ormai stantia critica che vedrebbe in un magistero pastorale una sorta di diminutio del magistero dottrinale, invocando e brandendo la dottrina come arma per demolire le indicazioni magisteriali più recenti o quanto meno relativizzarle».

In aula, nei gruppi e nei corridoi tornava con insistenza il riferimento al video-messaggio di Francesco al congresso teologico svoltosi a Buenos Aires nel settembre 2015. In particolare ai tratti dell’identità del teologo: un figlio del suo popolo, un credente, un profeta.

settimananews.it

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«Con il Vaticano II un’identità nuova»

Il beato Paolo VI l’ha definito il “Continente della speranza”. Ed è proprio un messaggio di speranza quello gridato al mondo dalla Chiesa latinoamericana nell’ultimo mezzo secolo. In cui – per impiegare l’espressione del gesuita brasiliano Henrique da Lima Vaz – essa ha smesso di essere “riflesso” di tendenze teologiche e pastorali europee per divenire “fonte”, con un profilo e voce propri all’interno della cattolicità. Le esperienze di Puebla e Aparecida sono due pietre miliari del percorso. Guzmán Carriquiry Lecour ha partecipato a entrambe come perito. L’attuale segretario della Pontificia commissione per l’America Latina è testimone attento e analista tra i più lucidi della straordinaria stagione del post Concilio nel Continente. Quando, le Chiese latinoamericane hanno saputo affrontare con coraggio “le ingiustizie della realtà che si trovavano di fronte. Lo hanno fatto, però, coltivando la speranza contenuta nella cultura dei popoli e nel tesoro di fede della religiosità popolare”, spiega lo studioso, tra i relatori alla conferenza internazionale in corso allo Sturzo.

Che insegnamento trarne per il mondo e la Chiesa attuali?
E’ un invito a non ripiegare di fronte a situazioni difficili, a non cadere nel disfattismo, a non preoccuparsi esclusivamente della propria auto-conservazione, a liberarsi dalla trappola della chiusura ostinata come da quella dell’assuefazione a una realtà sempre meno cristiana, a non vivere dalla rendita di un patrimonio che va disperdendosi, a cercare ancora e ancora cammini più adeguati per la missione. La Chiesa latinoamericana ha contribuito poco all’elaborazione dei documenti del Vaticano II.

Che cosa è accaduto dopo?
L’irruzione dello Spirito in quel grande evento ha messo in modo nel Continente una dinamica di profonda revisione della vita ecclesiale e la novità di una rinnovata inculturazione del Vangelo nella realtà. Nella seconda Conferenza generale dell’episcopato di Medellín del 1968, per la prima volta, i vescovi dell’intera regione si sono riuniti per affrontare la realtà latinoamericana e la missione della Chiesa alla luce degli insegnamenti del Concilio. La questione dei poveri e della liberazione sono state messe in primo piano. Nei 50 anni successivi c’è stato un dinamismo impressionante, segnato da variegate esperienze pastorali e dibattiti teologici, da molte novità di vita unite a gravi crisi e conflitti che hanno richiesto tanto discernimento. Poiché la presa di coscienza della Chiesa latinoamericana ha coinciso con il suo servizio a un Continente lacerato da ogni tipo di trasformazioni, lacerazioni, polarizzazioni. Di fronte a tali situazioni, essa ha saputo mostrare, in molte occasioni, quella prossimità misericordiosa, solidaria, missionaria con il popolo che papa Francesco cerca di incoraggiare ovunque nel mondo. Al contrario, l’Europa del post-concilio appare soffocata dal peso di un’inaudita scristianizzazione. Anche se, sotto la cenere, covano le braci della fede, accese da tanti secoli di tradizione cristiana, che continuano ad alimentare le Chiese più giovani.

Come si configura la Chiesa latinoamericana dopo Aparecida?
A maggio, celebreremo il decimo anniversario della quinta Conferenza generale dell’episcopato ad Aparecida. Il suo documento finale ha indicato preziosi orientamenti ecclesiali, frutto della convergenza delle più differenti sensibilità del cattolicesimo latinoamericano. La Chiesa del Continente ha progredito in unità, comunione, discernimento, fondamento su ciò che più importa. Jorge Mario Bergoglio, protagonista fondamentale dell’evento, ha scritto come “l’incontro con Cristo”, personale e comunitario, costituisca l’asse trasversale che ne percorre e anima gli insegnamenti. Il concetto di “missione continentale”, tuttavia, è stato forse troppo esigente e ambizioso. Non è riuscito a incarnarsi nella realtà latinoamericana, in modo organico, in modo da raggiungere le esperienze locali più disperse. Ci saremmo attesi una maggiore effervescenza spirituale, teologica, missionaria. Ci sono generose esperienze cristiane ovunque. Molti fedeli “addormentati” si sono risvegliati, tanti lontani si sono riavvicinati, il passaggio verso altre comunità cristiane è diminuito, la religiosità popolare è più viva che mai. La Chiesa latinoamericana, però, non può evitare di porsi un interrogativo inquietante: è davvero all’altezza delle nuove esigenze e delle responsabilità che pone “l’era Bergoglio”? Impressiona, inoltre, la distanza tra l’attuale Pontificato – e le sfide che pone – e la realtà latinoamericana che, nella sua proiezione politica, appare confusa, incapace di rispondere adeguatamente alle necessità di dignità, giustizia, equità dei popoli.

Perché è importante guardare alla Chiesa latinoamericana?
Proprio come abbiamo voluto studiare in profondità la storia della Polonia “semper fidelis”, delle eroiche lotte del suo popolo, dei suoi poeti, filosofi, teologi, per comprendere meglio la novità del Pontificato di papa Wojtyla, ora è importante conoscere il contesto per comprendere seriamente seriamente ciò che comporta il Pontificato di papa Bergoglio. Un cattolico porteño (di Buenos Aires, ndr) – molto porteño -, un cattolico argentino – molto argentino -, un cattolico latinoamericano – molto latinoamericano -, un cattolico gesuita – molto gesuita -, che la Provvidenza di Dio ha forgiato e condotto fino al soglio di Pietro. Non si raggiunge l’universale se non a partire dalla propria particolarità. Chi in Europa avrebbe conosciuto gli scritti di Lucio Gera e Rafael Tello, la genialità di Alberto Methol Ferré, il pensiero filosofio di Juan Carlos Scannone, chi avrebbe letto con attenzione il documento di Aparecida ¬– unita da vasi comunicanti ad Evangelii Gaudium -, chi si sarebbe interessato alla “teologia del popolo”, chi avrebbe affrontato con tanta profondità evangelica la questione dell’amore per i poveri, la misericordia verso i feriti nel corpo e nell’anima, l’attenzione per i migranti e rifugiati giunti dall’universo della guerra e della fame, chi lo avrebbe fatto in quest’Europa distratta, ripiegata, disorientata se non fosse stato per l’irruzione del Papa venuto dall’altro lato dell’Oceano?

Lei ha definito papa Francesco “una sorpresa”…
E’ una sorpresa di Dio poiché si tratta del primo Papa latinoamericano nella storia bimillenaria della Chiesa. Continuano a risuonare con forza quelle parole pronunciate da Benedetto XVI alla fine del suo Pontificato: “Non siamo noi a condurre la Chiesa. Nemmeno il Papa la conduce, è Dio che la conduce”. Da una parte, c’è la sorpresa dell’evento inedito, del quale probabilmente non abbiamo ancora compreso a fondo l’immensità delle implicazioni. E’ la sorpresa della novità della testimonianza del Papa che viene dall’America Latina all’interno della continuità dei successori di Pietro. Dall’altra, non saremmo dovuti rimanere così sorpresi, anche basandoci esclusivamente su una prospettiva umana, dato che il 60 per cento dei cattolici vive nel Continente americano. Chi, come me, ha avuto il dono di conoscerlo da vicino, aveva la certezza spirituale che Jorge Mario Bergoglio fosse destinato al soglio di Pietro.

Quali sono gli elementi più significativi dello “stile Francesco”?
La saggezza teologica, spirituale e pedagogica con cui il Papa ci ha fatto esplorare a fondo il mistero della Misericordia. Il Vangelo pregato contemplato e condiviso a piene mani nella quotidianità, come lo condivide nelle Messe mattutine e da cui vuole che sia permeata tutta la vita ecclesiale. E, insieme a questo, l’invito urgente a un incontro personale con Cristo per noi peccatori mendicanti della sua grazia, affinché ci cambi nonostante le nostre resistenze e miserie. La conversione pastorale a cui Francesco ci spinge richiede un esame attento della vita delle nostre comunità cristiane. Conversione pastorale vuol dire anche conversione dei pastori. E vuol dire conversione missionaria, senza restare fermi ad aspettare la gente, chiusi nei recinti ecclesiastici. Vuol dire, infine, conversione alla solidarietà, animata dalla “caritas Christi” nell’amore privilegiato ai poveri, agli esclusi, agli scartati da un mondo fondato sull’idolatria del potere e del denaro.

Popolo è un termine fondamentale della teologia e della cultura latinoamericana. Spesso in Europa si fa fatica a comprenderlo o si liquida come “populismo”…
Non mi piace l’utilizzo indiscriminato, superficiale e ideologico della categoria “populismo”. Un imbuto in cui si fa rientrare tutto e il contrario di tutto: dai populisti russi di fine Ottocento ai grandi movimenti popolari e nazionali latinoamericani per arrivare a Trump e alle formazioni anti-Ue. Dunque, ormai, non è più una categoria analitica adatta a comprendere la realtà. E, per di più, suscita il sospetto che ad impiegarlo siano minoranze tecnocratiche e ideologiche per disprezzare il popolo. Quel popolo che vedono come massa da manipolare o clientela elettorale. Tutto per il popolo, però senza il popolo reale. Ciò si è verificato anche in alcune tendenze rinnovatrici in ambito ecclesiale, nella prima fase del post-concilio, con il loro rifiuto della religiosità popolare. In America Latina, “popolo” ha una connotazione affettiva. Non è massa. E’ memoria di una tradizione condivisa, ethos di convivenza, tavolo di lavoro comune, ideale di vita buona, destino comune. C’è una gioia profonda nell’appartenere e nell’identificarsi con il proprio popolo. Quest’ultimo è soggetto della propria storia, in una dinamica di fraternità. Certo, il popolo è sempre minacciato dalle oligarchie che se ne approfittano e lo sfruttano, dalle correnti che vogliono sfilacciare il tessuto familiare e sociale, che vogliono affermare un individualismo esasperato. Grazie a Dio la Chiesa è santo e fedele Popolo di Dio che, nella sua essenza teologica, storica e sociale, cammina con i popoli latinoamericani in virtù dell’incarnazione, dell’inculturazione.

Avvenire

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Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri»

«In questi tempi di ansia e di incertezza, anche deprimenti, è fondamentale mantenere vivi i segni di speranza. E il pontificato di Francesco – il primo Papa latinoamericano nella storia della Chiesa – tocca profondamente le fibre cristiane dei nostri popoli e li anima nella speranza». Lo ha detto questo pomeriggio Guzman Carriquiry Lecour, segretario incaricato della presidenza della Pontificia commissione per l’America Latina, concludendo con un’ampia relazione i lavori del convegno organizzato dall’Istituto di Studi Politici «S. Pio V». L’incontro, durato due giorni, ha visto la partecipazione di molti studiosi ed è intitolato: «Da Puebla ad Aparecida. Chiesa e società in America Latina (1979-2007)».

Carriquiry ha sottolineato l’importanza dell’origine latinoamericana di Bergoglio, e il cammino compiuto da Puebla ad Aparecida, vale a dire dalle ultime grandi riunioni dell’episcopato dell’America Latina, nell’ultima delle quali, celebrata in Brasile dieci anni fa, l’allora arcivescovo di Buenos Aires ebbe un ruolo decisivo. Non è secondario, ha affermato, che Bergoglio «sia figlio della tradizione cattolica inculturata nella storia e nella vita dei popoli latinoamericani, così come il fatto che provenga dalla tradizione cattolica portata con sé dai migranti provenienti dall’Europa e che è cresciuta nel tempo del risorgimento cattolico in Argentina, manifestatosi nell’evento del Congresso eucaristico internazionale che si tenne a Buenos Aires nel 1934».

L’incaricato della vicepresidenza della commissione per l’America Latina ha quindi ricordato che da giovane Bergoglio è stato temprato dagli esercizi spirituali ignaziani, dalla loro educazione al discernimento, dalla severa disciplina, dai lunghi anni di studio, dalla vicinanza ai poveri e anche dalla responsabilità di guidare la Provincia della Compagnia di Gesù». Il futuro Papa «ha vissuto intensamente i tempi del Concilio Vaticano II e anche i tempi turbolenti, e violenti, della vita del suo paese». Non è secondario che sia stato «pastore di una grande metropoli, nella quale coesistono il “nord” e il “sud”, l’idolatria del potere e del denaro insieme alle Villas Miserias; la secolarizzazione estrema e una radicata religiosità popolare».

Quanto al ruolo di Bergoglio alla riunione di Aparecida e il cammino che lì ha avuto inizio, Carriquiry li ha espressi con le parole del gesuita brasiliano Henrique de Lima Vaz, il quale ha parlato di un passaggio da una «Chiesa riflesso» (perché rifletteva le tendenze teologiche e pastorali europee) a una «Chiesa fonte» (con il suo profilo proprio e il suo contributo alla cattolicità). «Non è un caso – ha osservato l’esponente vaticano – che esistano tanti vasi comunicatori tra il documento conclusivo di Aparecida e il documento fondamentale del pontificato di Francesco, che è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium».

L’elezione di Francesco può dunque essere letta anche come «un segno ulteriore del declino storico europeo, non solo economico e politico, ma soprattutto culturale e religioso», dato che il Vecchio Continente vive un tempo che «si può chiamare post-cristiano». In America Latina vivono già «più del 40 per cento dei cattolici di tutto il mondo, ai quali – ha detto Carriquiry – si aggiungono i più di 60 milioni di ispanici degli Stati Uniti. Il 60 per cento dei cattolici di tutto il mondo vivono nel continente americano. Brasile, Messico, Filippine e Stati Uniti sono i paesi con il maggior numero di cattolici, seguiti da Italia e Francia, che nel giro di qualche anno saranno superati dalla Colombia, dalla Repubblica democratica del Congo e dalla Nigeria. Quelle una volte considerate periferie fanno irruzione nella cattolicità».

Certo, Carriquiry si è chiesto se la Chiesa e le nazioni dell’America Latina sono all’altezza di ciò che significa, implica ed esige la situazione eccezionale rappresentata dal primo Papa latinoamericano. Il numero due della Commissione per l’America Latina osserva che l’attuale pontificato «sembra rompere molti muri di pregiudizi e resistenze, si registra un’attrazione e una empatia spontanea molto diffusa… per molti questo suscita inquietudine carica di domande e aspettative, per altri provoca il ritorno a casa dopo essersi allontanati da lei e altrettanti si sentono sorpresi e attratti quando credevano di aver già chiuso i loro conti con la fede e con la Chiesa. Si risveglia e fiorisce la fede in molti. E c’è molta più attenzione delle istanze politiche rispetto alla Chiesa, con un Papa che in poco tempo è diventato il più credibile e ammirato leader della comunità internazionale».

Imparando dalla «grammatica della semplicità», ha continuato Carriquiry, si potrebbero «sintetizzare gli insegnamenti dell’esortazione Evangelii gaudium, e tutto il magistero di Francesco, in quattro inviti. Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri». Il Papa, spiega, «vuole centrarsi e centrare noi effettivamente nell’essenziale della Buona Novella. Il cristianesimo non è, anzitutto, un insieme di dottrine, di precetti morali, di riti e procedure. È un avvenimento: il Verbo di Dio fatto carne, secondo il disegno misericordioso del Padre, morto sulla croce per i nostri peccati e resuscitato per la potenza di Dio, che ci viene incontro, per grazia dello Spirito Santo».

Francesco «vuole in modo speciale, riferendosi ai cristiani, destabilizzare le nostre tendenze a professare un cristianesimo formale, un involucro tradizionale, aggrappato solo ad alcuni riti, dottrine e precetti… Il Papa vuole senza dubbio scomodarci, destabilizzarci da tutta l’assimilazione e la conformazione del nostro cristianesimo nello spirito di questo mondo, che giace in una tranquillità borghese». Bergoglio, ha spiegato ancora Carriquiry parlando del tema centrale del pontificato, «considera la misericordia come la modalità sostanziale e adeguata attraverso la quale il cristianesimo incontra gli uomini e le donne del nostro tempo, senza escludere nessuno, senza porre pre-condizioni morali per questo incontro. Francesco è convinto che solo la prossimità dell’amore rompe i pregiudizi e le resistenze, porta con sé un’attrazione, apre i cuori, dà spazio a dialoghi veri, permette autentici scambi di umanità, suscita domande e speranze, prepara all’annuncio e all’accoglienza del Vangelo».

«Che cos’è la Chiesa – ha detto Carriquiry – se non una comunità di poveri peccatori che la grazia di Dio ha convocato, riunito, riconciliato, per essere segno della sua misericordia tra gli uomini? È un’immagine molto diversa da quella di una Chiesa sempre con il dito alzato per accusare i mali del mondo». La «riforma della Chiesa – ha continuato – è di capitale importanza per la sua missione al servizio del bene delle persone e dei popoli. Questa riforma della Chiesa “in capitis” e “in membris”, per essere ogni volta più fedele al suo Signore e alla missione che le è stata affidata – riforma che è opera dello Spirito Santo – non può dipendere da un uomo solo al comando» ma «implica e richiede una conversione pastorale, che è “conversione del papato”, già in atto, e anche conversione dei pastori, cioè dei vescovi, dei loro collaboratori nel ministero, di tutti gli operatori pastorali. Non c’è riforma “in capitis” se non si ottiene di poter contare con persone, comportamenti e stili che seguano veramente il Papa nel servizio della Curia Romana». E non c’è vera riforma se «i poveri, che stanno al centro del Vangelo, non sono anche, davvero, nel cuore della Chiesa. Non c’è vera riforma che il Vangelo non libera e accompagna nuovi e forti movimenti di dignità, giustizia, la pace e vita delle nazioni e nella comunità internazionale. Non c’è vera riforma se non si inizia e si alimenta in ginocchio, pregando».

Nella relazione Carriquiry ha anche parlato delle polemiche e delle divisioni, stigmatizzando sia chi semina «sospetti, critiche e forme di irriverenza» verso il Papa, sia chi riduce il pontificato a slogan presentando ogni suo atto come una rottura con la tradizione e la continuità. Come pure ha messo in guardia dai «grandi poteri mediatici che tentano di diffondere l’immagine di un Papa secondo i loro propri interessi. E tendono così a banalizzare la sua figura» o anche «censurando il suo magistero, per raccogliere soltanto quello che possa confermare l’immagine che pretendono di trasmettere e diffondere».

vaticaninsider

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Verso una teologia delle religioni

«A ognuno di voi è stata assegnata da Dio una regola e una via, mentre se Egli avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma non ha fatto questo per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate, allora, nelle opere buone, perché a Dio tutti voi tornerete. Allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». È questo un passo suggestivo del Corano ( V, 48) nel quale si riconosce che la diversità delle “regole” e delle “vie”, cioè dei riti, delle dottrine e delle norme morali, è contemplata da Dio nel suo progetto sull’umanità.

E si afferma che sarà solo alla fine dei tempi, cioè nell’escatologia, che tutti ritroveranno un’unità attraverso un’illuminazione divina. Siamo partiti dal Corano – che agli occhi di molti appare come il testo sacro più integralistico – per affermare che il dialogo interreligioso in realtà appartiene all’anima profonda di tutte le religioni, in particolare delle tre monoteistiche. Per noi cattolici alla base c’è il Concilio Vaticano II, con la fondamentale dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. In essa, come è noto, non solo venivano prese in considerazione le varie religioni non cristiane ma si riservava un’attenzione particolare proprio all’islam (n. 3) e all’ebraismo (n. 4) e si ribadiva con fermezza che «non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini, creati a immagine di Dio» (n. 5). È in questo spirito che già l’anno prima, il 19 maggio 1964, Paolo VI istituiva un Segretariato per i non Cristiani, che Giovanni Paolo II, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988, ha trasformato nell’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In questa delicata, ma anche necessaria e affascinante, esperienza di dialogo è indispensabile navigare evitando due scogli opposti che ininterrottamente si presentano davanti ai credenti delle diverse religioni.

Da un lato, infatti, c’è la Scilla dell’integralismo identitario esclusivo che ha appunto nel fondamentalismo il suo vessillo spesso insanguinato: la cronaca tragica di certi Paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche le esplosioni inattese di queste degenerazioni religiose nello stesso Occidente ne sono una terribile testimonianza. Aveva ragione lo scrittore Jorge Luis Borges quando già nel 1962, nei suoi Labirinti, osservava che «è più faci- le morire per una religione di quanto lo sia viverla assolutamente». D’altro lato c’è, però, la nebbiosa Cariddi del sincretismo incolore che relativizza ogni Credo stemperandolo in un’innocua melassa spirituale. L’autentico dialogo è, infatti, l’incontro attento e rispettoso ( dià-) tra due lógoi religiosi dotati di una loro identità teologica e culturale.

Non è possibile riassumere in poche righe la molteplicità delle esperienze vissute e delle espressioni teologiche che questo dialogo ha realizzato, pur nella complessità e nelle difficoltà che si sono registrate, anch’esse comunque appartenenti al progetto di Dio che – come afferma il passo della sura V – ci ha «messo alla prova in quel che ci ha dato». Desideriamo soltanto segnalare, in ambito cristiano, il delinearsi di una vera e propria “teologia delle religioni” che Heinz Robert Schlette, discepolo del famoso teologo Karl Rahner, ha definito come «un terreno dogmaticamente nuovo, paragonabile alle zone in bianco degli antichi atlanti». Si sono così aperti diversi itinerari di ricerca, alcuni collegati a percorsi già battuti nei secoli scorsi. Il caso della tradizionale prospettiva “esclusivista”: Cristo è l’unico mediatore di salvezza, implicitamente o esplicitamente riconosciuto, e la Chiesa è direttamente o indirettamente l’unica istituzione di salvezza. Celebre è il motto Extra Ecclesiam nulla salus, formulato dallo scrittore cristiano del III secolo Origene e dal vescovo di Cartagine Cipriano: la salvezza è universalmente offerta attraverso il canale della Chiesa che – per usare le immagini di questi autori – è la casa-città di rifugio, è l’arca che sottrae al diluvio, è la madre nutrice di vita.

La perentorietà della formula, adottata da vari Padri della Chiesa e da alcune affermazioni del magistero ecclesiale medievale (in particolare dal Concilio di Firenze del 1442), è stata sottoposta successivamente a un complesso processo interpretativo, soprattutto per la definizione del concetto di “Chiesa” e quindi dell’ampiezza del suo spazio salvifico. Si è così introdotta una visione di indole più “inclusivista”: i valori positivi delle religioni non cristiane sono destinati a trovare compimento nel cristianesimo (così il teologo e cardinale Jean Daniélou); chi accoglie con coscienza pura la grazia divina e vive con fedeltà il suo impegno morale e spirituale, a qualsiasi religione (o a nessuna religione) appartenga, è in pratica un «cristiano anonimo » (il citato Karl Rahner). L’incontro interreligioso di Assisi del 1986 fu l’icona vivente di questo nuovo atteggiamento, già fatto balenare dal Concilio Vaticano II nel citato documento Nostra aetate (n. 2). Ma negli ultimi anni è apparso un terzo modello, di tipo “pluralistico”, che al precedente paradigma “cristocentrico” ha sostituito quello più generale “teocentrico”.

La proposta fu avanzata dal teologo presbiteriano John Hick, secondo il quale la salvezza promana da Dio, “Realtà ultima”, e quindi ogni religione con la sua verità è uno spazio di salvezza. È evidente che questa prospettiva, mettendo tra parentesi la funzione specifica di Cristo, relativizzava la religione cristiana, riconducendola a una forma spirituale tra le tante, senza la sua identità specifica. È per questo che si giunse nel 2000 alla dichiarazione vaticana Dominus Jesusin cui la Chiesa cattolica riaffermava l’unicità della salvezza in Cristo, almeno in modo “inclusivo”.

Nel frattempo però sono state elaborate altre proposte di taglio “relazionale”, nello sforzo di porre l’identità cristiana in relazione creativa con le altre tradizioni religiose: i nomi di teologi come Jacques Dupuis, Claude Geffré, Hans Küng, Michael Amaladoss hanno superato i confini delle facoltà teologiche, suscitando un dibattito molto effervescente, ma anche alcune reazioni cattoliche ufficiali negative, trattandosi talora di proposte radicali, drastiche e in qualche caso provocatorie. Abbiamo voluto descrivere sommariamente questa mappa teologica piuttosto articolata e variegata per far comprendere quanto sia necessario, ma anche complesso, il dialogo interreligioso sia tra i monoteismi sia nello spettro più vasto dei fenomeni religiosi.

avvenire

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Genova, calo delle vocazioni. I “preti sposati” a Papa Francesco: “Torniamo in servizio”

A Genova, il movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati si fa avanti: “Ci accettino come hanno fatto coi pastori protestanti”

Arriva da Genova una singolare proposta per arginare il crollo dell vocazioni.

Non ci sono più aspiranti sacerdoti? Tornano alla carica gli ex religiosi dell’Associazione Sacerdoti Sposati. Non è uno scherzo da prete, ma l’inusuale proposta inoltrata al cardinale Bagnasco e a Papa Francesco. “Siamo pronti a rientrare in servizio se solo ci accettaste – scrivono gli ex sacerdoti -, come la Chiesa ha fatto con i pastori protestanti e i sacerdoti anglicani accolti con mogli e figli come sacerdoti cattolici romani”. Il tema è tanto dibattuto e scivoloso da fare sembrare la richiesta una provocazione. Al momento nessuno, né dal Vaticano né da Genova, ha risposto all’audace richiesta. Ma non si sa mai.

fonte: ilgiornale.it

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