Scienze religiose: diplomi e teologia

Ci sono convegni che diventano un riferimento per la qualità delle riflessioni. Ve ne sono altri che fanno emergere novità non pienamente percepite nel vissuto ecclesiale. Altri ancora che segnano passaggi istituzionali rilevanti. Quello celebrato a Roma (26-28 gennaio 2017) e organizzato dal Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia mi sembra essere del terzo tipo. Con il titolo “Quale rapporto fra teologia e pastorale?” i circa 200 partecipanti (presidi di Facoltà teologiche, direttori di Istituti superiori di scienze religiose – ISSR –, docenti, relatori e ospiti) conoscevano bene la sfida sottesa: quella di una strutturazione meno provvisoria degli ISSR e di un possibile-probabile riconoscimento da parte dello stato italiano dei titoli di studio erogati.

Riconoscimento dei titoli ISSR?

Il Servizio nazionale, presieduto da Andrea Toniolo, ha tessuto con tenace pazienza, d’intesa con la Congregazione per l’educazione cattolica e le sue istituzioni di valutazione, il consenso dei vescovi alla riduzione-qualificazione degli ISSR. Scenderanno da 83 a 44 (a cui si aggiungono il centro di Urbino e gli istituti a Roma; Settimananews, Istituti superiori di scienze religiose). La drastica cura dimagrante potrà continuare in particolare per quelle realtà che non forniranno standard di qualità sufficienti. La sfida immediata è di consentire agli attuali insegnanti di religione il pieno riconoscimento del titolo conseguito, spendibile anche al di fuori dell’IRC (concorsi pubblici ecc.). È un passaggio importante per loro (sono oltre 24.000), ma è rilevante anche per gli attuali studenti (15.000) e il profilo istituzionale degli ISSR che entrerebbero nel circuito accademico in forma meno secondaria di quanto lo siano adesso. Ma la cosa interessa anche le facoltà che sono a monte, chiamate a controllare la qualità degli istituti. Il maggior profilo di questi significherebbe anche una crescita nella spendibilità pubblica delle stesse facoltà. Crescita istituzionale non significa immediatamente maggior ruolo nell’opinione pubblica o nei contesti accademici, ma ne è la condizione.

La data di riferimento è il rinnovo dell’Intesa fra governo e Conferenza episcopale previsto per il 2017 (la precedente è del 2012). Per questo a fine febbraio/inizio marzo i giochi dovranno comporsi in via definitiva.

Mons. I. Sanna, presidente del comitato CEI per gli studi superiori di teologia e scienze religiose, ha presentato in convegno una sintesi della verifica condotta nel 2014 su tutti gli ISSR e sulle facoltà teologiche italiane, attraverso l’Avepro, che è l’agenzia di valutazione messa in campo dalla Congregazione per l’educazione cattolica nei confronti di facoltà e università cattoliche a livello mondiale. La verifica ha riguardato l’insieme delle caratteristiche che il Processo di Bolognaprevede per gli studi superiori: laurea breve e specialistica – il dottorato è previsto per le facoltà, non gli istituti – sistema di crediti, specializzazione dei corsi, edifici adibiti all’insegnamento, biblioteca ecc. Si fissano inoltre delle soglie minime di studenti ordinari (75) e di docenti stabili che si dedicano a tempo pieno alla ricerca, all’insegnamento e alla promozione della vita accademica (almeno 5).

Riduzione con ombre e luci

Così il vescovo ha sintetizzato i punti di forza e di debolezza: «Gli istituti sono centri culturali e di formazione teologica nel territorio. Svolgono un servizio prezioso in ordine all’evangelizzazione e alla formazione, hanno in alcuni casi rapporti di collaborazione con il mondo universitario laico. Allo stato attuale raccolgono la maggior parte dei laici che in Italia chiedono una formazione teologica accademica. Si tratta di studenti, sia giovani che adulti, molto motivati a livello personale e di fede, spesso lavoratori, che con grande sacrificio si dedicano allo studio. Gli istituti sono le istituzioni accademiche ecclesiastiche che rispondono in modo peculiare al bisogno di formazione per gli insegnanti di religione cattolica, di fatto l’unico sbocco lavorativo remunerato; la sussistenza degli ISSR è legata principalmente all’IRC (insegnamento religione cattolica)».

Sul versante critico: «La verifica nazionale ha messo in evidenza che gli indirizzi pastorali sono pressoché “morti” o molto deboli quasi ovunque, per non parlare della sussistenza faticosa degli altri indirizzi avviati (il caso dei beni culturali, ad esempio). La mancanza di sviluppo degli indirizzi non pedagogico-didattici è dovuta certamente al mancato riconoscimento civile del titolo, che scoraggia un percorso accademico completo. I direttori, tuttavia, hanno spesso lamentato la poca valorizzazione all’interno della Chiesa locale e la difficile collaborazione con gli uffici pastorali diocesani».

Si aggiungono non chiarite questioni amministrative e fiscali: «Un altro aspetto che desta preoccupazione è la configurazione giuridico-amministrativa non chiara degli ISSR e i contratti altrettanto non chiari con i docenti, in particolare laici. Non essendo univoco lo status giuridico degli stessi, risulta evidente la confusione della gestione finanziaria. Non esiste una modalità omogenea e convergente nel corrispondere indennizzi a professori stabili, straordinari, incaricati, invitati».

Nei colloqui a tavola e nei corridoi queste criticità tornavano per gli istituti che non hanno personalità giuridica autonoma (tutto fa capo alla diocesi e alla sua amministrazione), che non hanno risorse adeguate (in aula si parlava di un budget di almeno 200.000 euro all’anno, ma più realisticamente di 4-500.000), che temono possibili contenziosi di lavoro. La riduzione delle sedi produrrà una contrazione del corpo insegnante. I laici, e soprattutto le donne, che sono ormai significativamente presenti nella produzione teologica e nell’insegnamento, temono di pagarne i conti. Più in generale, si percepisce la disattenzione delle curie e degli organismi pastorali alle competenze teologiche dei propri membri. Un delegato mi diceva: «Sembra quasi che sapere di teologia sia un handicap più che una risorsa in ordine alle assunzioni in curia». «Il teologo è un ministero ecclesiale in senso vero e proprio – ricordava Toniolo in chiusura –: chiede stabilità e dedizione».

Il caso italiano

Nel suo intervento mons. V. Zani, segretario della Congregazione dell’educazione cattolica, ha collocato il caso italiano entro il quadro della Chiesa universale e delle sue istituzioni superiori, richiamando ai dati di fondo: la crescita della popolazione in Asia e Africa e la decrescita proporzionale nel Nord, la marginalità di alcune lingue (come l’italiano, il tedesco e il francese) rispetto al cinese e all’inglese, la diversa proporzione delle religioni (su 100, 33 sono cristiani, 20 musulmani, 14 atei, 13 indù ecc.). Spostamenti che rilanciano le sfide educative e la riorganizzazione del sapere. Esso passa da bene posizionale e bene relazionale. La Chiesa è chiamata a rinnovare il suo servizio comprendendo l’educazione come rischio e opportunità, come attraversamento di esperienze, come apertura all’intera realtà (trascendente compreso), come informale (oltre all’intelligenza c’è il cuore, le mani ecc.), aperta all’inclusione (oltre l’aula, oltre i confini). Non ha mancato di sottolineare il carattere anomalo dell’esperienza italiana: non solo per la forza delle sue istituzioni teologiche (8 facoltà e 44 ISSR, oltre ai seminari), ma anche per il mancato riconoscimento dei titoli. È l’unico caso in Europa. Un recente documento della Conferenza episcopale tedesca (“Il futuro dell’insegnamento confessionale della religione”, 22 novembre 2016) spinge per una maggiore collaborazione con gli insegnanti protestanti. In Francia, si registra una significativa crescita delle iscrizioni alle università cattoliche.

Alla particolarità italiana appartiene anche la breve storia degli ISSR. Il loro nucleo originale – come ha ricordato G. Rota – si avvia con l’apertura nel post-concilio con gli istituti di teologia per laici. Luoghi in cui l’insegnamento conciliare trovava diffusione e approfondimento. Soprattutto in ordine alla Bibbia e all’ecclesiologia. Gli utenti erano laici in provenienza dall’Azione cattolica e dalle altre associazioni tradizionali, meno numerosi quanti si avviavano ad appartenenze movimentiste. Dalla fine degli anni ’70 nascono gli Istituti di scienze religiose con compiti di formazione ai ministeri e alla pastorale. Con il Concordato del 1984 e la successiva Intesa si produce un terzo cambiamento perché la maggioranza delle iscrizioni è in ordine all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Nel 2008 la Congregazione per l’educazione cattolica disciplina gli ISSR, che si divaricano rispetto agli ISR. Questi ultimi erano arrivati a 140. Gli ISSR a 90 (in parte sovrapposti ai primi, in parte no). Il passaggio in atto dovrebbe stabilizzare definitivamente gli ISSR, rafforzare gli altri indirizzi pastorali e dare spazio di inventività a forme culturali che non richiedano i tratti propri dell’accademia.

Strumenti e generazioni

Si possono ricordare alcuni strumenti che il Servizio nazionale mette a disposizione degli ISSR: un servizio di segreteria informatica (DISCITE); la possibilità di accedere a 290 periodici, a 15 riviste specialistiche italiane e a 25 riviste teologiche internazionali (EBSCO); un programma antiplagio di controllo per gli elaborati (Compilatio), uno schema di contratto per i docenti ecc.

L’oggetto immediato del convegno era il tema del rapporto fra teologia e pastorale. Mi limito a tre suggestioni.

La prima è di P. Coda che, introducendo i lavori della seconda giornata, faceva notare l’ormai avvenuto passaggio alla terza generazione dei teologi post-conciliari. Dopo quella dei “padri” (Sartori. Colombo ecc.) e quella degli immediati successori (Dianich, Sequeri, Angelini, Forte ecc.) l’iniziativa è ora in capo ai cinquantenni, di cui numerosi erano presenti: Panzetta, Torcivia, Castellucci, Gronchi, Repole, Naro, Steccanella, Costa, Rota, Candido ecc.). Oltre alle varie specializzazioni, colpiva l’abitudine a un lavoro costruito assieme (vi sono gruppi di lavoro già in atto sulla riforma e la sinodalità), il ricorso a fonti classiche e no (come giornali, interviste, film ecc.), una passione ecclesiale consapevole anche del ruolo internazionale della teologia italiana.

Fra le numerose relazioni e comunicazioni si possono identificare due fuochi. Il primo è il tema dei rapporti fra teologia e pastorale. Il secondo è un sostegno non esibito, ma argomentato al magistero di papa Francesco. Per mostrare l’organica connessione fra teologia e pastorale, il circuito virtuoso fra popolo di Dio, teologi e magistero, sono intervenuti in particolare mons. Erio Castellucci, Maurizio Gronchi, Roberto Repole e Massimo Naro). La fede è il grembo della teologia e questa opera un esercizio critico sulla fede. Le costruzioni formali della teologia nascono dal contesto del popolo santo di Dio e in esso rifluiscono. La divertita immagine di Castellucci vedeva il passaggio fra il doppio binario (teologia e magistero) che si incrocia solo occasionalmente e la torta preparata in cucina che, su una base comune, si specifica in molti ingredienti diversi.

In merito alla presenza del magistero di Francesco, cito solo un passaggio di M. Gronchi e del segretario CEI, mons. N. Galantino. «Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione: il concilio Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione». Galantino aggiunge: «Credo anche che, sul piano teorico, sia importante un ripensamento radicale del rapporto fra Vangelo e dottrina… perché non si debba assistere ai diversi livelli alla ormai stantia critica che vedrebbe in un magistero pastorale una sorta di diminutio del magistero dottrinale, invocando e brandendo la dottrina come arma per demolire le indicazioni magisteriali più recenti o quanto meno relativizzarle».

In aula, nei gruppi e nei corridoi tornava con insistenza il riferimento al video-messaggio di Francesco al congresso teologico svoltosi a Buenos Aires nel settembre 2015. In particolare ai tratti dell’identità del teologo: un figlio del suo popolo, un credente, un profeta.

settimananews.it

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«Con il Vaticano II un’identità nuova»

Il beato Paolo VI l’ha definito il “Continente della speranza”. Ed è proprio un messaggio di speranza quello gridato al mondo dalla Chiesa latinoamericana nell’ultimo mezzo secolo. In cui – per impiegare l’espressione del gesuita brasiliano Henrique da Lima Vaz – essa ha smesso di essere “riflesso” di tendenze teologiche e pastorali europee per divenire “fonte”, con un profilo e voce propri all’interno della cattolicità. Le esperienze di Puebla e Aparecida sono due pietre miliari del percorso. Guzmán Carriquiry Lecour ha partecipato a entrambe come perito. L’attuale segretario della Pontificia commissione per l’America Latina è testimone attento e analista tra i più lucidi della straordinaria stagione del post Concilio nel Continente. Quando, le Chiese latinoamericane hanno saputo affrontare con coraggio “le ingiustizie della realtà che si trovavano di fronte. Lo hanno fatto, però, coltivando la speranza contenuta nella cultura dei popoli e nel tesoro di fede della religiosità popolare”, spiega lo studioso, tra i relatori alla conferenza internazionale in corso allo Sturzo.

Che insegnamento trarne per il mondo e la Chiesa attuali?
E’ un invito a non ripiegare di fronte a situazioni difficili, a non cadere nel disfattismo, a non preoccuparsi esclusivamente della propria auto-conservazione, a liberarsi dalla trappola della chiusura ostinata come da quella dell’assuefazione a una realtà sempre meno cristiana, a non vivere dalla rendita di un patrimonio che va disperdendosi, a cercare ancora e ancora cammini più adeguati per la missione. La Chiesa latinoamericana ha contribuito poco all’elaborazione dei documenti del Vaticano II.

Che cosa è accaduto dopo?
L’irruzione dello Spirito in quel grande evento ha messo in modo nel Continente una dinamica di profonda revisione della vita ecclesiale e la novità di una rinnovata inculturazione del Vangelo nella realtà. Nella seconda Conferenza generale dell’episcopato di Medellín del 1968, per la prima volta, i vescovi dell’intera regione si sono riuniti per affrontare la realtà latinoamericana e la missione della Chiesa alla luce degli insegnamenti del Concilio. La questione dei poveri e della liberazione sono state messe in primo piano. Nei 50 anni successivi c’è stato un dinamismo impressionante, segnato da variegate esperienze pastorali e dibattiti teologici, da molte novità di vita unite a gravi crisi e conflitti che hanno richiesto tanto discernimento. Poiché la presa di coscienza della Chiesa latinoamericana ha coinciso con il suo servizio a un Continente lacerato da ogni tipo di trasformazioni, lacerazioni, polarizzazioni. Di fronte a tali situazioni, essa ha saputo mostrare, in molte occasioni, quella prossimità misericordiosa, solidaria, missionaria con il popolo che papa Francesco cerca di incoraggiare ovunque nel mondo. Al contrario, l’Europa del post-concilio appare soffocata dal peso di un’inaudita scristianizzazione. Anche se, sotto la cenere, covano le braci della fede, accese da tanti secoli di tradizione cristiana, che continuano ad alimentare le Chiese più giovani.

Come si configura la Chiesa latinoamericana dopo Aparecida?
A maggio, celebreremo il decimo anniversario della quinta Conferenza generale dell’episcopato ad Aparecida. Il suo documento finale ha indicato preziosi orientamenti ecclesiali, frutto della convergenza delle più differenti sensibilità del cattolicesimo latinoamericano. La Chiesa del Continente ha progredito in unità, comunione, discernimento, fondamento su ciò che più importa. Jorge Mario Bergoglio, protagonista fondamentale dell’evento, ha scritto come “l’incontro con Cristo”, personale e comunitario, costituisca l’asse trasversale che ne percorre e anima gli insegnamenti. Il concetto di “missione continentale”, tuttavia, è stato forse troppo esigente e ambizioso. Non è riuscito a incarnarsi nella realtà latinoamericana, in modo organico, in modo da raggiungere le esperienze locali più disperse. Ci saremmo attesi una maggiore effervescenza spirituale, teologica, missionaria. Ci sono generose esperienze cristiane ovunque. Molti fedeli “addormentati” si sono risvegliati, tanti lontani si sono riavvicinati, il passaggio verso altre comunità cristiane è diminuito, la religiosità popolare è più viva che mai. La Chiesa latinoamericana, però, non può evitare di porsi un interrogativo inquietante: è davvero all’altezza delle nuove esigenze e delle responsabilità che pone “l’era Bergoglio”? Impressiona, inoltre, la distanza tra l’attuale Pontificato – e le sfide che pone – e la realtà latinoamericana che, nella sua proiezione politica, appare confusa, incapace di rispondere adeguatamente alle necessità di dignità, giustizia, equità dei popoli.

Perché è importante guardare alla Chiesa latinoamericana?
Proprio come abbiamo voluto studiare in profondità la storia della Polonia “semper fidelis”, delle eroiche lotte del suo popolo, dei suoi poeti, filosofi, teologi, per comprendere meglio la novità del Pontificato di papa Wojtyla, ora è importante conoscere il contesto per comprendere seriamente seriamente ciò che comporta il Pontificato di papa Bergoglio. Un cattolico porteño (di Buenos Aires, ndr) – molto porteño -, un cattolico argentino – molto argentino -, un cattolico latinoamericano – molto latinoamericano -, un cattolico gesuita – molto gesuita -, che la Provvidenza di Dio ha forgiato e condotto fino al soglio di Pietro. Non si raggiunge l’universale se non a partire dalla propria particolarità. Chi in Europa avrebbe conosciuto gli scritti di Lucio Gera e Rafael Tello, la genialità di Alberto Methol Ferré, il pensiero filosofio di Juan Carlos Scannone, chi avrebbe letto con attenzione il documento di Aparecida ¬– unita da vasi comunicanti ad Evangelii Gaudium -, chi si sarebbe interessato alla “teologia del popolo”, chi avrebbe affrontato con tanta profondità evangelica la questione dell’amore per i poveri, la misericordia verso i feriti nel corpo e nell’anima, l’attenzione per i migranti e rifugiati giunti dall’universo della guerra e della fame, chi lo avrebbe fatto in quest’Europa distratta, ripiegata, disorientata se non fosse stato per l’irruzione del Papa venuto dall’altro lato dell’Oceano?

Lei ha definito papa Francesco “una sorpresa”…
E’ una sorpresa di Dio poiché si tratta del primo Papa latinoamericano nella storia bimillenaria della Chiesa. Continuano a risuonare con forza quelle parole pronunciate da Benedetto XVI alla fine del suo Pontificato: “Non siamo noi a condurre la Chiesa. Nemmeno il Papa la conduce, è Dio che la conduce”. Da una parte, c’è la sorpresa dell’evento inedito, del quale probabilmente non abbiamo ancora compreso a fondo l’immensità delle implicazioni. E’ la sorpresa della novità della testimonianza del Papa che viene dall’America Latina all’interno della continuità dei successori di Pietro. Dall’altra, non saremmo dovuti rimanere così sorpresi, anche basandoci esclusivamente su una prospettiva umana, dato che il 60 per cento dei cattolici vive nel Continente americano. Chi, come me, ha avuto il dono di conoscerlo da vicino, aveva la certezza spirituale che Jorge Mario Bergoglio fosse destinato al soglio di Pietro.

Quali sono gli elementi più significativi dello “stile Francesco”?
La saggezza teologica, spirituale e pedagogica con cui il Papa ci ha fatto esplorare a fondo il mistero della Misericordia. Il Vangelo pregato contemplato e condiviso a piene mani nella quotidianità, come lo condivide nelle Messe mattutine e da cui vuole che sia permeata tutta la vita ecclesiale. E, insieme a questo, l’invito urgente a un incontro personale con Cristo per noi peccatori mendicanti della sua grazia, affinché ci cambi nonostante le nostre resistenze e miserie. La conversione pastorale a cui Francesco ci spinge richiede un esame attento della vita delle nostre comunità cristiane. Conversione pastorale vuol dire anche conversione dei pastori. E vuol dire conversione missionaria, senza restare fermi ad aspettare la gente, chiusi nei recinti ecclesiastici. Vuol dire, infine, conversione alla solidarietà, animata dalla “caritas Christi” nell’amore privilegiato ai poveri, agli esclusi, agli scartati da un mondo fondato sull’idolatria del potere e del denaro.

Popolo è un termine fondamentale della teologia e della cultura latinoamericana. Spesso in Europa si fa fatica a comprenderlo o si liquida come “populismo”…
Non mi piace l’utilizzo indiscriminato, superficiale e ideologico della categoria “populismo”. Un imbuto in cui si fa rientrare tutto e il contrario di tutto: dai populisti russi di fine Ottocento ai grandi movimenti popolari e nazionali latinoamericani per arrivare a Trump e alle formazioni anti-Ue. Dunque, ormai, non è più una categoria analitica adatta a comprendere la realtà. E, per di più, suscita il sospetto che ad impiegarlo siano minoranze tecnocratiche e ideologiche per disprezzare il popolo. Quel popolo che vedono come massa da manipolare o clientela elettorale. Tutto per il popolo, però senza il popolo reale. Ciò si è verificato anche in alcune tendenze rinnovatrici in ambito ecclesiale, nella prima fase del post-concilio, con il loro rifiuto della religiosità popolare. In America Latina, “popolo” ha una connotazione affettiva. Non è massa. E’ memoria di una tradizione condivisa, ethos di convivenza, tavolo di lavoro comune, ideale di vita buona, destino comune. C’è una gioia profonda nell’appartenere e nell’identificarsi con il proprio popolo. Quest’ultimo è soggetto della propria storia, in una dinamica di fraternità. Certo, il popolo è sempre minacciato dalle oligarchie che se ne approfittano e lo sfruttano, dalle correnti che vogliono sfilacciare il tessuto familiare e sociale, che vogliono affermare un individualismo esasperato. Grazie a Dio la Chiesa è santo e fedele Popolo di Dio che, nella sua essenza teologica, storica e sociale, cammina con i popoli latinoamericani in virtù dell’incarnazione, dell’inculturazione.

Avvenire

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Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri»

«In questi tempi di ansia e di incertezza, anche deprimenti, è fondamentale mantenere vivi i segni di speranza. E il pontificato di Francesco – il primo Papa latinoamericano nella storia della Chiesa – tocca profondamente le fibre cristiane dei nostri popoli e li anima nella speranza». Lo ha detto questo pomeriggio Guzman Carriquiry Lecour, segretario incaricato della presidenza della Pontificia commissione per l’America Latina, concludendo con un’ampia relazione i lavori del convegno organizzato dall’Istituto di Studi Politici «S. Pio V». L’incontro, durato due giorni, ha visto la partecipazione di molti studiosi ed è intitolato: «Da Puebla ad Aparecida. Chiesa e società in America Latina (1979-2007)».

Carriquiry ha sottolineato l’importanza dell’origine latinoamericana di Bergoglio, e il cammino compiuto da Puebla ad Aparecida, vale a dire dalle ultime grandi riunioni dell’episcopato dell’America Latina, nell’ultima delle quali, celebrata in Brasile dieci anni fa, l’allora arcivescovo di Buenos Aires ebbe un ruolo decisivo. Non è secondario, ha affermato, che Bergoglio «sia figlio della tradizione cattolica inculturata nella storia e nella vita dei popoli latinoamericani, così come il fatto che provenga dalla tradizione cattolica portata con sé dai migranti provenienti dall’Europa e che è cresciuta nel tempo del risorgimento cattolico in Argentina, manifestatosi nell’evento del Congresso eucaristico internazionale che si tenne a Buenos Aires nel 1934».

L’incaricato della vicepresidenza della commissione per l’America Latina ha quindi ricordato che da giovane Bergoglio è stato temprato dagli esercizi spirituali ignaziani, dalla loro educazione al discernimento, dalla severa disciplina, dai lunghi anni di studio, dalla vicinanza ai poveri e anche dalla responsabilità di guidare la Provincia della Compagnia di Gesù». Il futuro Papa «ha vissuto intensamente i tempi del Concilio Vaticano II e anche i tempi turbolenti, e violenti, della vita del suo paese». Non è secondario che sia stato «pastore di una grande metropoli, nella quale coesistono il “nord” e il “sud”, l’idolatria del potere e del denaro insieme alle Villas Miserias; la secolarizzazione estrema e una radicata religiosità popolare».

Quanto al ruolo di Bergoglio alla riunione di Aparecida e il cammino che lì ha avuto inizio, Carriquiry li ha espressi con le parole del gesuita brasiliano Henrique de Lima Vaz, il quale ha parlato di un passaggio da una «Chiesa riflesso» (perché rifletteva le tendenze teologiche e pastorali europee) a una «Chiesa fonte» (con il suo profilo proprio e il suo contributo alla cattolicità). «Non è un caso – ha osservato l’esponente vaticano – che esistano tanti vasi comunicatori tra il documento conclusivo di Aparecida e il documento fondamentale del pontificato di Francesco, che è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium».

L’elezione di Francesco può dunque essere letta anche come «un segno ulteriore del declino storico europeo, non solo economico e politico, ma soprattutto culturale e religioso», dato che il Vecchio Continente vive un tempo che «si può chiamare post-cristiano». In America Latina vivono già «più del 40 per cento dei cattolici di tutto il mondo, ai quali – ha detto Carriquiry – si aggiungono i più di 60 milioni di ispanici degli Stati Uniti. Il 60 per cento dei cattolici di tutto il mondo vivono nel continente americano. Brasile, Messico, Filippine e Stati Uniti sono i paesi con il maggior numero di cattolici, seguiti da Italia e Francia, che nel giro di qualche anno saranno superati dalla Colombia, dalla Repubblica democratica del Congo e dalla Nigeria. Quelle una volte considerate periferie fanno irruzione nella cattolicità».

Certo, Carriquiry si è chiesto se la Chiesa e le nazioni dell’America Latina sono all’altezza di ciò che significa, implica ed esige la situazione eccezionale rappresentata dal primo Papa latinoamericano. Il numero due della Commissione per l’America Latina osserva che l’attuale pontificato «sembra rompere molti muri di pregiudizi e resistenze, si registra un’attrazione e una empatia spontanea molto diffusa… per molti questo suscita inquietudine carica di domande e aspettative, per altri provoca il ritorno a casa dopo essersi allontanati da lei e altrettanti si sentono sorpresi e attratti quando credevano di aver già chiuso i loro conti con la fede e con la Chiesa. Si risveglia e fiorisce la fede in molti. E c’è molta più attenzione delle istanze politiche rispetto alla Chiesa, con un Papa che in poco tempo è diventato il più credibile e ammirato leader della comunità internazionale».

Imparando dalla «grammatica della semplicità», ha continuato Carriquiry, si potrebbero «sintetizzare gli insegnamenti dell’esortazione Evangelii gaudium, e tutto il magistero di Francesco, in quattro inviti. Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri». Il Papa, spiega, «vuole centrarsi e centrare noi effettivamente nell’essenziale della Buona Novella. Il cristianesimo non è, anzitutto, un insieme di dottrine, di precetti morali, di riti e procedure. È un avvenimento: il Verbo di Dio fatto carne, secondo il disegno misericordioso del Padre, morto sulla croce per i nostri peccati e resuscitato per la potenza di Dio, che ci viene incontro, per grazia dello Spirito Santo».

Francesco «vuole in modo speciale, riferendosi ai cristiani, destabilizzare le nostre tendenze a professare un cristianesimo formale, un involucro tradizionale, aggrappato solo ad alcuni riti, dottrine e precetti… Il Papa vuole senza dubbio scomodarci, destabilizzarci da tutta l’assimilazione e la conformazione del nostro cristianesimo nello spirito di questo mondo, che giace in una tranquillità borghese». Bergoglio, ha spiegato ancora Carriquiry parlando del tema centrale del pontificato, «considera la misericordia come la modalità sostanziale e adeguata attraverso la quale il cristianesimo incontra gli uomini e le donne del nostro tempo, senza escludere nessuno, senza porre pre-condizioni morali per questo incontro. Francesco è convinto che solo la prossimità dell’amore rompe i pregiudizi e le resistenze, porta con sé un’attrazione, apre i cuori, dà spazio a dialoghi veri, permette autentici scambi di umanità, suscita domande e speranze, prepara all’annuncio e all’accoglienza del Vangelo».

«Che cos’è la Chiesa – ha detto Carriquiry – se non una comunità di poveri peccatori che la grazia di Dio ha convocato, riunito, riconciliato, per essere segno della sua misericordia tra gli uomini? È un’immagine molto diversa da quella di una Chiesa sempre con il dito alzato per accusare i mali del mondo». La «riforma della Chiesa – ha continuato – è di capitale importanza per la sua missione al servizio del bene delle persone e dei popoli. Questa riforma della Chiesa “in capitis” e “in membris”, per essere ogni volta più fedele al suo Signore e alla missione che le è stata affidata – riforma che è opera dello Spirito Santo – non può dipendere da un uomo solo al comando» ma «implica e richiede una conversione pastorale, che è “conversione del papato”, già in atto, e anche conversione dei pastori, cioè dei vescovi, dei loro collaboratori nel ministero, di tutti gli operatori pastorali. Non c’è riforma “in capitis” se non si ottiene di poter contare con persone, comportamenti e stili che seguano veramente il Papa nel servizio della Curia Romana». E non c’è vera riforma se «i poveri, che stanno al centro del Vangelo, non sono anche, davvero, nel cuore della Chiesa. Non c’è vera riforma che il Vangelo non libera e accompagna nuovi e forti movimenti di dignità, giustizia, la pace e vita delle nazioni e nella comunità internazionale. Non c’è vera riforma se non si inizia e si alimenta in ginocchio, pregando».

Nella relazione Carriquiry ha anche parlato delle polemiche e delle divisioni, stigmatizzando sia chi semina «sospetti, critiche e forme di irriverenza» verso il Papa, sia chi riduce il pontificato a slogan presentando ogni suo atto come una rottura con la tradizione e la continuità. Come pure ha messo in guardia dai «grandi poteri mediatici che tentano di diffondere l’immagine di un Papa secondo i loro propri interessi. E tendono così a banalizzare la sua figura» o anche «censurando il suo magistero, per raccogliere soltanto quello che possa confermare l’immagine che pretendono di trasmettere e diffondere».

vaticaninsider

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Verso una teologia delle religioni

«A ognuno di voi è stata assegnata da Dio una regola e una via, mentre se Egli avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma non ha fatto questo per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate, allora, nelle opere buone, perché a Dio tutti voi tornerete. Allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». È questo un passo suggestivo del Corano ( V, 48) nel quale si riconosce che la diversità delle “regole” e delle “vie”, cioè dei riti, delle dottrine e delle norme morali, è contemplata da Dio nel suo progetto sull’umanità.

E si afferma che sarà solo alla fine dei tempi, cioè nell’escatologia, che tutti ritroveranno un’unità attraverso un’illuminazione divina. Siamo partiti dal Corano – che agli occhi di molti appare come il testo sacro più integralistico – per affermare che il dialogo interreligioso in realtà appartiene all’anima profonda di tutte le religioni, in particolare delle tre monoteistiche. Per noi cattolici alla base c’è il Concilio Vaticano II, con la fondamentale dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. In essa, come è noto, non solo venivano prese in considerazione le varie religioni non cristiane ma si riservava un’attenzione particolare proprio all’islam (n. 3) e all’ebraismo (n. 4) e si ribadiva con fermezza che «non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini, creati a immagine di Dio» (n. 5). È in questo spirito che già l’anno prima, il 19 maggio 1964, Paolo VI istituiva un Segretariato per i non Cristiani, che Giovanni Paolo II, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988, ha trasformato nell’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In questa delicata, ma anche necessaria e affascinante, esperienza di dialogo è indispensabile navigare evitando due scogli opposti che ininterrottamente si presentano davanti ai credenti delle diverse religioni.

Da un lato, infatti, c’è la Scilla dell’integralismo identitario esclusivo che ha appunto nel fondamentalismo il suo vessillo spesso insanguinato: la cronaca tragica di certi Paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche le esplosioni inattese di queste degenerazioni religiose nello stesso Occidente ne sono una terribile testimonianza. Aveva ragione lo scrittore Jorge Luis Borges quando già nel 1962, nei suoi Labirinti, osservava che «è più faci- le morire per una religione di quanto lo sia viverla assolutamente». D’altro lato c’è, però, la nebbiosa Cariddi del sincretismo incolore che relativizza ogni Credo stemperandolo in un’innocua melassa spirituale. L’autentico dialogo è, infatti, l’incontro attento e rispettoso ( dià-) tra due lógoi religiosi dotati di una loro identità teologica e culturale.

Non è possibile riassumere in poche righe la molteplicità delle esperienze vissute e delle espressioni teologiche che questo dialogo ha realizzato, pur nella complessità e nelle difficoltà che si sono registrate, anch’esse comunque appartenenti al progetto di Dio che – come afferma il passo della sura V – ci ha «messo alla prova in quel che ci ha dato». Desideriamo soltanto segnalare, in ambito cristiano, il delinearsi di una vera e propria “teologia delle religioni” che Heinz Robert Schlette, discepolo del famoso teologo Karl Rahner, ha definito come «un terreno dogmaticamente nuovo, paragonabile alle zone in bianco degli antichi atlanti». Si sono così aperti diversi itinerari di ricerca, alcuni collegati a percorsi già battuti nei secoli scorsi. Il caso della tradizionale prospettiva “esclusivista”: Cristo è l’unico mediatore di salvezza, implicitamente o esplicitamente riconosciuto, e la Chiesa è direttamente o indirettamente l’unica istituzione di salvezza. Celebre è il motto Extra Ecclesiam nulla salus, formulato dallo scrittore cristiano del III secolo Origene e dal vescovo di Cartagine Cipriano: la salvezza è universalmente offerta attraverso il canale della Chiesa che – per usare le immagini di questi autori – è la casa-città di rifugio, è l’arca che sottrae al diluvio, è la madre nutrice di vita.

La perentorietà della formula, adottata da vari Padri della Chiesa e da alcune affermazioni del magistero ecclesiale medievale (in particolare dal Concilio di Firenze del 1442), è stata sottoposta successivamente a un complesso processo interpretativo, soprattutto per la definizione del concetto di “Chiesa” e quindi dell’ampiezza del suo spazio salvifico. Si è così introdotta una visione di indole più “inclusivista”: i valori positivi delle religioni non cristiane sono destinati a trovare compimento nel cristianesimo (così il teologo e cardinale Jean Daniélou); chi accoglie con coscienza pura la grazia divina e vive con fedeltà il suo impegno morale e spirituale, a qualsiasi religione (o a nessuna religione) appartenga, è in pratica un «cristiano anonimo » (il citato Karl Rahner). L’incontro interreligioso di Assisi del 1986 fu l’icona vivente di questo nuovo atteggiamento, già fatto balenare dal Concilio Vaticano II nel citato documento Nostra aetate (n. 2). Ma negli ultimi anni è apparso un terzo modello, di tipo “pluralistico”, che al precedente paradigma “cristocentrico” ha sostituito quello più generale “teocentrico”.

La proposta fu avanzata dal teologo presbiteriano John Hick, secondo il quale la salvezza promana da Dio, “Realtà ultima”, e quindi ogni religione con la sua verità è uno spazio di salvezza. È evidente che questa prospettiva, mettendo tra parentesi la funzione specifica di Cristo, relativizzava la religione cristiana, riconducendola a una forma spirituale tra le tante, senza la sua identità specifica. È per questo che si giunse nel 2000 alla dichiarazione vaticana Dominus Jesusin cui la Chiesa cattolica riaffermava l’unicità della salvezza in Cristo, almeno in modo “inclusivo”.

Nel frattempo però sono state elaborate altre proposte di taglio “relazionale”, nello sforzo di porre l’identità cristiana in relazione creativa con le altre tradizioni religiose: i nomi di teologi come Jacques Dupuis, Claude Geffré, Hans Küng, Michael Amaladoss hanno superato i confini delle facoltà teologiche, suscitando un dibattito molto effervescente, ma anche alcune reazioni cattoliche ufficiali negative, trattandosi talora di proposte radicali, drastiche e in qualche caso provocatorie. Abbiamo voluto descrivere sommariamente questa mappa teologica piuttosto articolata e variegata per far comprendere quanto sia necessario, ma anche complesso, il dialogo interreligioso sia tra i monoteismi sia nello spettro più vasto dei fenomeni religiosi.

avvenire

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Genova, calo delle vocazioni. I “preti sposati” a Papa Francesco: “Torniamo in servizio”

A Genova, il movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati si fa avanti: “Ci accettino come hanno fatto coi pastori protestanti”

Arriva da Genova una singolare proposta per arginare il crollo dell vocazioni.

Non ci sono più aspiranti sacerdoti? Tornano alla carica gli ex religiosi dell’Associazione Sacerdoti Sposati. Non è uno scherzo da prete, ma l’inusuale proposta inoltrata al cardinale Bagnasco e a Papa Francesco. “Siamo pronti a rientrare in servizio se solo ci accettaste – scrivono gli ex sacerdoti -, come la Chiesa ha fatto con i pastori protestanti e i sacerdoti anglicani accolti con mogli e figli come sacerdoti cattolici romani”. Il tema è tanto dibattuto e scivoloso da fare sembrare la richiesta una provocazione. Al momento nessuno, né dal Vaticano né da Genova, ha risposto all’audace richiesta. Ma non si sa mai.

fonte: ilgiornale.it

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IL DOMANI DELLA FEDE Un’eredità: dalla cristianità al cristianesimo

Per Ponte di legno

Discorso per la conclusione dell’Incontro di “Tonalestate” sul tema “Un mundo sin maňana (Un mondo senza domani), a Ponte di Legno, 6 agosto 2016

di Raniero La Valle

Questo discorso verte su un tema drammatico. Perché a conclusione di un Incontro che aveva come titolo “Un mondo senza domani”, la domanda è se vi sia un domani della fede, se la fede, la religione siano destinate a sopravvivere, se ci sarà questa eredità nel mondo di domani.
Mi pare che nel nostro tempo si sia mostrata come particolarmente profetica la parola di Gesù: “il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca, 18, 8). Certo se la fede fosse quella delle comunità sparse nel mondo che sono dietro a “Tonalestate”, se fosse quella di Giovanni Riva, delle One Way, dei Santi Innocenti, dell’Opera di Nazaret, o se fosse quella dei sette monaci uccisi a Tibhirine in Algeria, che abbiamo appena ricordato, la prognosi sarebbe favorevole. Ma è il fenomeno religioso stesso che oggi è messo in discussione, e c’è l’idea sempre più diffusa che esso non possa sopravvivere al soffio della modernità. Anche nelle discussioni che sono in corso in questi giorni sul terrorismo islamico, si è espressa una cultura triviale, secondo la quale la vera soluzione sarebbe che l’Islam scomparisse e l’unico rimedio alle guerre di religione sarebbe la fine delle religioni. Salvo poi a leggere sul Corriere della Sera che se il papa non vuole entrare in una guerra di religione, sono proprio i “laici” che debbono combatterla per difendere la nostra civiltà. Sono culture evidentemente sbagliate che la guerra invece di spegnerla l’accenderebbero.
Quanto a me, quello che cercherò di dire è che cosa lascio della mia esperienza col cristianesimo e con la Chiesa. Ma è chiaro che la domanda sull’eredità che resta del cristianesimo, con le dovute trasposizioni interessa tutte le religioni, ed anche i non credenti, e riguarda tutti i Paesi, non solo l’Italia, e perciò riguarda anche gli stranieri che sono tra noi.

L’età della secolarizzazione

Dunque, ci sarà questa eredità? La nostra generazione ha rischiato di essere la generazione testimone e forse artefice di una interruzione nella trasmissione della fede cristiana da un secolo all’altro, dall’uno all’altro millennio, almeno qui in Occidente. Il Novecento sotto questo profilo è stato drammatico, è stato il secolo della crisi. Abbiamo dovuto prendere atto che tutto il nostro cristianesimo, cattolico, riformato e ortodosso, quale si era andato svolgendo per secoli, alla fine ha prodotto Imperi e colonie, regimi totalitari – pagani, clericali od atei – due guerre mondiali, la Shoà e la bomba atomica, a cominciare da Hiroshima, di cui proprio oggi ricorre l’anniversario.
La seconda metà del secolo è stata l’età della secolarizzazione. Neanche le teologie più lungimiranti hanno potuto arginarla, da Bonhoeffer a Rahner a Barth, a Teilhard de Chardin a Panikkar. Le cose non andavano bene; il cristianesimo sembrava non più praticabile, si consumava l’apostasia delle masse, se ne andavano dalla Chiesa la classe operaia, gli scienziati, le donne; e nonostante il colpo di reni del Concilio Vaticano II la crisi si aggravava dopo il Concilio; i conservatori ne attribuivano proprio al Concilio la colpa, papa Wojtyla tentava una restaurazione papale, soprattutto mediatica, ma intanto le chiese si svuotavano, le comunità di base, staccate dalla grande Chiesa, perdevano il loro carisma originario, non animavano più il rinnovamento ecclesiale, i giovani non si sposavano più in chiesa e non battezzavano i figli, mentre i sociologi della religione discutevano se si dovesse parlare di una fine o di un ritorno del sacro, e non ci si rendeva conto che il vero problema era la presenza o l’assenza di Dio.
Io ho vissuto dall’interno questa lunga crisi storica passando attraverso momenti di grande fervore, come nella prima educazione cattolica ricevuta nell’infanzia e fino alla FUCI, poi vivendo momenti di grandi speranze, come il Concilio, e infine giungendo a momenti di grande dolore dalla restaurazione montiniana fino alla tetraggine della CEI di Ruini, e ho visto che molti nodi si sono stretti e ingarbugliati lungo il percorso: molti nodi che solo ora, dopo il 13 marzo 2013 si stanno sciogliendo; mi sembra infatti che ora sia venuto davvero per la Chiesa il momento di passare il Capo di Buona Speranza.

I nodi della vita cristiana

I nodi di cui parlo non sono nodi personali, sono i nodi, le contraddizioni dello statuto pubblico della fede cristiana, come l’abbiamo vissuta in Italia; sono i nodi dell’esperienza di fede, di molte delle sue modalità e delle sue dottrine, accumulatesi nei secoli e portate fino a noi da una Tradizione vissuta come insindacabile e perciò priva di discernimento.
Alcuni di questi nodi li ho sperimentati da vicino, li ho vissuti a contatto di persone a me carissime, veri maestri di vita cristiana; ma più questi avevano fede, più si vedevano e apparivano stretti questi nodi.
Prendiamo ad esempio don Benedetto Calati, un uomo di Dio che è stato definito il più grande monaco del Novecento. Padre Benedetto era il generale degli Eremiti camaldolesi, e dunque il priore dell’eremo di Camaldoli; ma gli pareva priva di senso e di sapienza divina una vita di assoluta solitudine, un’ascesi di isolamento in una cella monastica; e quando all’eremo di Camaldoli morì l’ultimo recluso, di eremiti sottratti ad ogni rapporto umano non ne volle più e anche l’eremo divenne un cenobio.
Prendiamo Arturo Paoli, il piccolo fratello di Gesù, morto a cento anni dopo aver mirabilmente predicato il Vangelo della mitezza e dei poveri. Ma a Lucca, nel 1948, sul giornale diocesano, aveva guidato la crociata per le elezioni politiche e celebrato la vittoria della Democrazia Cristiana come vittoria di Dio e della Chiesa.
E poi c’è il paradosso cristiano di Dossetti, uno dei grandi protagonisti del rinnovamento novecentesco, che più di tutti ha portato alla luce la contraddizione della vita ecclesiale in Italia, senza poterla togliere.
Egli ha vissuto come un conflitto la sua doppia fedeltà a Dio e agli uomini. Si prendano i dieci anni cruciali della vita pubblica di Dossetti, tra i suoi trentacinque e quarantacinque anni: sono gli anni in cui fa la Resistenza, guida la lotta armata senza usare violenza, va alla Costituente, fa la Costituzione facendo prevalere un progetto di democrazia sostanziale, si inventa il dossettismo, lotta per un partito e uno Stato che realizzino la giustizia; cioè fa le cose più importanti per il mondo e per noi; ma dopo dieci anni nei suoi scritti spirituali dice che sono stati dieci anni perduti, perché si è occupato del mondo e non si è occupato abbastanza di Dio. C’è un nodo per cui viene sentito come tolto a Dio ciò che si dà agli uomini .
Dossetti è il politico che prima di ogni altro denuncia la catastroficità della situazione storica all’inizio della guerra fredda, ma dice che non c’è niente da fare, e lascia la politica. Però il motivo non è solo politico; c’è a suo parere una “criticità della situazione ecclesiale” che non permette a lui di agire e alla cristianità italiana di far fronte alla crisi. E ciò a suo parere derivava dal fatto che per molti secoli si era prolungato “fino a raggiungere un grado molto avanzato, un certo modo cristiano cattolico di intendere il cristianesimo e di viverlo … che si dovrebbe definire attivistico e semipelagiano nel suo aspetto teologico”. Lo slittamento nell’eresia pelagiana sarebbe consistito in questo che il cattolicesimo aveva “questa colpa: di attribuire all’azione e all’iniziativa degli uomini rispetto alla Grazia un valore di nove decimi” mentre, soprattutto nella gerarchia, si riscontrava “una fondamentale mancanza di fede operante”. Il nodo che soffocava la cattolicità italiana sarebbe stato dunque quello di un abito attivistico e di scarso affidamento sull’agire di Dio. .
La contraddizione non tolta in questa visione dossettiana della fede era dunque tra azione degli uomini e azione di Dio. E allora si può capire come tutta la sua vita sia stata poi rivolta ad affermare il primato se non addirittura il privilegio assoluto della preghiera; si può capire come, al contrario di padre Benedetto, vedesse nell’eremita la massima realizzazione del modello cristiano. Ciononostante egli sentì sempre fortissimo il richiamo all’impegno storico. Alla fine della sua vita sta e prega a Monte Sole con la sua comunità, e nello stesso tempo gira per tutta l’Italia in difesa della Costituzione. Alle sue monache, il 5 maggio 1993, detta le sue ultime conclusioni e dopo una lucidissima analisi della crisi, dice che bisogna concentrarsi sull’unicum del cristiano, cioè soprattutto pregare, però mantenendo ben viva la coscienza del tempo, e “pregare perché il Signore ritorni, anzitutto, presto, e ponga fine alla storia degli uomini”.
Questo è il nodo che il cristianesimo – e non solo italiano – non aveva sciolto: il nodo tra mondo, Chiesa e regno di Dio, il nodo che Dossetti aveva vissuto con la massima consapevolezza e che è restato non sciolto dopo di lui.
E c’erano pure altri nodi, e non si possono nominare tutti. Per esempio, il nodo della libertà di coscienza, che il magistero dell’800 aveva così fieramente negato, era rimasto anche dopo il Concilio.
Io l’ho sperimentato scoprendo come fosse un valore da conseguire l’affermazione di una pari libertà di tutte le coscienze. Mi è capitato quando Paolo VI mi fece dire che dovevo cambiare la linea dell’Avvenire d’Italia che condannava i bombardamenti americani sul Vietnam, ammessi invece dai vescovi americani. Io risposi che non potevo cambiare linea perché mi sentivo di seguirla per obbligo di coscienza. Il messaggero papale replicò che anche il papa aveva la sua coscienza. Dunque c’era un nodo, un conflitto tra due coscienze, una era la mia, l’altra del papa. Solo che a dirigere il giornale non era il papa, ero io. Poi il giornale fu chiuso.
L’altro nodo era quello del rapporto fra fede e politica. E’ diventato stringente quando con la destra al potere, la Chiesa ha cercato di stabilire un rapporto diretto col potere politico. Ma anche a livello di base sembra tutt’altro che risolto se, quando qualche mese fa abbiamo lanciato i Cattolici del NO per il referendum costituzionale, con una motivazione così cristiana come difendere la Costituzione democratica, si è scatenato un intransigentismo cattolico minoritario di base (e di sinistra!) che in nome del dogma della laicità ha negato che si possa chiamare in causa la fede quando c’è di mezzo la politica. In tal modo l’essere cristiani invece che essere un incentivo all’impegno storico diverrebbe un impedimento e un complesso da rimuovere.
Naturalmente ci sono molti altri nodi da cui è stata legata la fede cristiana che il Concilio aveva cominciato a sciogliere, ma che ci siamo portati dietro fin qui.

Il vento di papa Francesco

Ed ecco che rispetto a questi nodi, ha fatto irruzione la novità di papa Francesco che ha usato le chiavi di Pietro per aprire le porte e non per tenere i discepoli chiusi nel cenacolo per paura del mondo; e il vento dello Spirito ha ripreso ad andare dove vuole, ha caricato le vele , ha agitato le acque, e hanno cominciato a sciogliersi i nodi. E che i nodi cominciassero a sciogliersi si è visto fin dalla scelta del nome, Francesco, fin dal documento programmatico del pontificato, la Evangelii Gaudium.
Per tre anni ci siamo interrogati su che cosa fosse veramente questo papa, quale fosse la risposta alla domanda cruciale: “ Chi sono io Francesco?” , ci siamo chiesti che cosa si nascondesse dietro quel formidabile indizio che era la misericordia messa al centro di tutto, varco di ogni porta: la misericordia chiamata ad aprire le porte delle chiese come le porte delle celle, le porte delle frontiere chiuse alla vita ma non al denaro, come le porte del mare e della morte a Lesbo e a Lampedusa.
Al di là della ricchezza della proposta pastorale, ci doveva essere un’idea portante, un progetto, una proposta complessiva che desse ragione della svolta. E alla fine questa proposta è apparsa con chiarezza, ed è stato quando il papa, ricevendo il premio Carlo Magno in Vaticano, ha simbolicamente restituito a Carlo Magno, e prima ancora a Teodosio e a Costantino, la loro corona: ossia ha proclamato l’uscita dalla cristianità, per far vivere il cristianesimo.
Questo è un passaggio che in verità era stato avviato nel Novecento, ma ora se ne apre davvero il cantiere: esso consiste nell’uscire dal regime di cristianità e far sgorgare le fresche sorgenti del cristianesimo.
Possiamo assumere, come data in cui viene formalizzata e da cui parte questa svolta (sono importanti le date come cippi del processo storico) il 6 maggio di quest’anno, il giorno in cui i leaders europei, da Angela Merkel al re di Spagna al presidente della Commissione europea Junker a Mario Draghi, sono scesi a Roma per portare al papa il premio Carlo Magno. Sulle prime, secondo il suo stile contrario ai fasti mondani, Francesco aveva declinato l’offerta di questo premio, già ricevuto a suo tempo da Giovanni Paolo II. Ma il cardinale Kasper aveva insistito, e del resto era quella l’occasione più calzante per ridefinire i rapporti della Chiesa con l’Europa e con il mondo, non solo nello spazio, ma nel tempo, nel corso storico, secondo l’idea che il tempo è superiore allo spazio, propria di papa Francesco.
E che la svolta consistesse in questo, nel passaggio dalla cristianità al cristianesimo, come un aprirsi di nuovi spazi e come un processo da inverare nel tempo, si è potuto apprendere da due interpretazioni autentiche che dell’evento del 6 maggio sono state date.
La prima, pochi giorni dopo, il 9 maggio, è del papa stesso in un’intervista al quotidiano francese La Croix, quando Francesco ha spiegato che Chiesa ed Europa sono due entità diverse; per questo lui non parla di radici cristiane dell’Europa, perché teme il tono con cui se ne parla, che può essere trionfalista o vendicativo. Il rapporto della Chiesa con l’Europa consiste nella lavanda dei piedi, cioè nel servizio. “Il dovere del cristianesimo per l’Europa – ha detto il papa – è il servizio”. E qui ha fatto una citazione che è un po’ la chiave di volta per mettere in chiaro il suo pensiero, ha citato il gesuita Erich Przyvara, “grande maestro di Romano Guardini e di Hans Urs von Balthasar”, il quale ha scritto che “l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita”. Tradotto, vuol dire che l’Europa cammina nella storia e la Chiesa le lava i piedi e le dona la vita.

L’articolo della Civiltà Cattolica

La seconda interpretazione autentica dell’evento del 6 maggio 2016 l’ha data la Civiltà cattolica dell’11 giugno, attraverso un articolo del suo direttore Antonio Spadaro, e poiché in tale articolo egli sostiene una tesi già avanzata quattro mesi prima sulla stessa rivista, dati i rapporti di questa rivista col papa deve trattarsi di una tesi attendibile. Nel suo discorso ai leaders europei, scrive padre Spadaro, Francesco evoca un autore per lui importante, il grande teologo gesuita Erich Przywara, e cita la “sua magnifica opera “ intitolata “l’idea dell’Europa” . Commenta padre Spadaro: “Citando ‘L’idea dell’Europa’ che egli ben conosce, Francesco rivela la sua convinzione, che era quella del teologo gesuita: siamo alla fine dell’era costantiniana e dell’esperimento di Carlo Magno. È interessante, dunque, che il papa citi Przywara proprio in questo contesto carolingio. La ‘cristianità’, cioè quel processo avviato con Costantino in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa, si va concludendo. Przywara … è convinto che l’Europa sia nata e cresciuta in rapporto e in contrapposizione con il Sacrum Imperium, che ha le proprie radici nel tentativo di Carlo Magno di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario” .

Neanche il Concilio aveva superato la cristianità

Cristianità vuol dire precisamente cristianesimo più società, cristianesimo più sovranità terrena. I due termini si congiungono, perdono la loro specifica identità, fino a diventare un termine solo. Ciò instaurava un processo che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena. È in forza di questa sovranità che il papa assegnava ai re di Spagna le terre degli Indios nuovamente scoperte.
Ora si chiude questa fase, ma è una fase che è durata 1700 anni.
Neanche il Concilio Vaticano II era riuscito a superare la condizione di cristianità. Esso aveva visto il problema, aveva dato per scontato che l’età costantiniana fosse finita, Paolo VI aveva considerato un regalo della Provvidenza che i bersaglieri fossero entrati a Porta Pia facendo venir meno il potere temporale della Chiesa: perciò il Concilio effettivamente aveva segnato una discontinuità. Però uscire dalla cristianità non vuol dire solo che la Chiesa non esercita il potere politico. Se, smarrendo la differenza di Dio essa si fa sua sostituta e vicaria pretendendo di esercitare la sovranità di Dio sulla terra, Costantino non è finito. Il limite del Concilio, che ne ha poi condizionato per cinquant’anni la ricezione, è stato questo. Come dirà don Giuseppe Dossetti alcuni decenni dopo, lo stesso Concilio non era riuscito a venir fuori dal vecchio paradigma, “era stato tutto pensato in regime di cristianità…” , regime che invece era irrimediabilmente finito e di cui non si doveva avere nessuna nostalgia né cercare di “salvare qualche rottame” .
Dossetti vedeva bene il problema e preparava la strada per Francesco. Ma ora forse possiamo dire che lo stesso Dossetti era rimasto incluso in una condizione di cristianità, perché i nodi rimasti non sciolti fino alla fine della sua vita sono i nodi propri di una ideologia della cristianità. Nella sua forma pura infatti la cristianità è la piena instaurazione della signoria di Dio sulla terra, ma poiché questa non può essere opera umana, l’uomo che con tutte le sue forze aspira a questa totalità divina non può che mettere tutto in Dio e considerare perduto ciò che non è “fatto” sacro, ossia riservato a Dio (e perciò tolto dal profano), e di conseguenza non ha compito altrettanto importante che la preghiera. E poiché la signoria di Dio nella sua pienezza non è realizzabile sulla terra, alla fine non può che desiderare e affrettare la fine della storia.

La distinzione tra Dio e Chiesa, tra Chiesa e mondo

Ma in che consiste realmente il regime di cristianità dal quale la Chiesa si mette oggi in stato d’esodo? Non è possibile evocare qui come esso si è andato svolgendo nell’età moderna e fino ad ora; un racconto straordinario è quello che ne ha fatto Paolo Prodi in tutta la sua ricerca storiografica dal 1982 ad oggi, alla quale rimando .
Però ci possiamo domandare: che cosa significa, nel senso più profondo, uscire dal regime di cristianità. Significa lasciare l’idea che la Chiesa si identifichi col mondo; essa non lo possiede, c’è distinzione tra loro; ma significa anche ristabilire la distinzione tra Chiesa e Dio. E questo vale non solo a cambiare la Chiesa, ma a cambiare l’idea stessa di religione.
La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che le lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati.
Uscire dalla cristianità vuol dire non chiudersi nella cella sbarrata della preghiera, vuol dire non avere fretta che la storia finisca, ma anzi salvarla, perché possa durare, perché la storia è buona, e laudato sì il Signore che ce l’ha data con tutte le sue creature. Uscire dalla cristianità vuol dire non pensare alla storia, o alla Chiesa stessa, come catastrofe, perché quella è apocalisse, non è Vangelo.
Uscire dalla cristianità vuol dire prendere congedo definitivo dalle letture fondamentaliste e letterali della Bibbia che ci hanno consegnato la versione del Dio violento che, come ha detto la Commissione Teologica Internazionale del Cardinale Muller , è il frutto di un fraintendimento di Dio; vuol dire uscire da dottrine ispirate all’ideologia della cristianità come quella agostiniana della “massa dannata”; vuol dire abbandonare la dottrina strettamente connessa a quella del peccato originale, della “soddisfazione” sacrificale richiesta dal Padre al Figlio sulla croce; quella dottrina del sacrificio preteso da Dio che il papa emerito Benedetto XVI ha definito “in sé del tutto errata” ; uscire dalla cristianità vuol dire uscire dall’iperbole per la prima volta enunciata da papa Wojtyla secondo la quale il rapporto coniugale indissolubile sarebbe la traduzione terrena dello stesso mistero trinitario .
Uscire dall’ideologia della cristianità vuol dire affermare, come ha fatto la sentenza del 7 luglio del tribunale pontificio che ha assolto due giornalisti italiani, che la libera manifestazione del pensiero e la libertà di stampa, bestia nera del magistero petrino dell’Ottocento, “sono di diritto divino” e stanno nell’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano non meno di come stanno nella Costituzione italiana.
Uscire dal regime di cristianità non vuol dire infatti solo che la Chiesa rinuncia al potere temporale. Comporta una penetrazione dottrinale, un balzo innanzi, come diceva Giovanni XXIII, e soprattutto una comprensione più avanzata di che cosa significhi la signoria di Dio e il regno di Dio annunciato come vicino.
Perché è chiaro che uscire dal regime di cristianità per ripartire dalla sinagoga di Nazaret, dove Gesù reinterpretò Isaia, e approdare al cristianesimo, vuol dire non solo rinunziare alla clamide purpurea di Costantino, alla mozzetta rossa che papa Francesco non ha mai indossato, ma vuol dire ripensare l’idea stessa di regalità. Si tratta di una parola che ricorre spesso nel lessico cristiano. Una parola che bisogna maneggiare con cura, perché i cristiani la usano sia per celebrare Cristo re, sia per fondare la metafora del regno di Dio; ma è stata anche la categoria su cui si è costruita la sovranità della Chiesa e si è strutturata la cristianità politicamente intesa.
E allora per fare chiarezza occorre tornare al pretorio, dove è in questione l’identità di Gesù, e Pilato gli chiede se egli sia re. Col procuratore romano la questione è quella del potere, è la questione di Cesare. È Pilato che introduce la questione regale, che chiede a Gesù se davvero è il re dei Giudei. Gesù non nega, ma chiede a Pilato da dove venga la sua strana domanda. E all’insistenza del magistrato romano, nel momento stesso in cui accetta di entrare nel suo linguaggio – “tu lo dici io sono re” – nega di esserlo perché attribuisce a ciò che Pilato chiama re un contenuto impossibile. Dice infatti Gesù: “tu lo dici, io sono re. Per questo io sono nato, e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Giov. 18,37). Questa risposta di Gesù vuol dire appunto negare di essere re, nel senso in cui si è re per Pilato, e si è re per il mondo. Infatti l’essere re non ha niente a che fare con la verità. Il potere è sfidato dalla verità, il potere e la verità non abitano su monti vicini. Per come gli uomini e le dottrine hanno costruito il potere, di cui il principe è il massimo emblema, il potere teme la verità e governa con la menzogna. La Bibbia ne ha piena coscienza, a cominciare dalla menzogna omicida del re David che manda Uria a morire in battaglia non per vincere la battaglia ma per prendersene la moglie. Machiavelli fa della menzogna la professionalità stessa del principe, perché senza mentire non si acquistano né si conservano i principati; Carl Schmitt mettendo nella contrapposizione al nemico il criterio del politico, esclude dalla politica la verità, perché la verità non si può dire al nemico; la guerra del Vietnam fu costruita sulla menzogna, a partire dalla falsa accusa dell’incursione vietnamita nel Golfo del Tonchino, smascherata poi dai Pentagon Papers; il rapporto Chilcot in Gran Bretagna denuncia che Blair e Bush invasero l’Iraq nel 2003 ingannando il mondo con la falsa notizia delle armi di distruzione di massa irachene, in Italia da Berlusconi a Renzi la bugia ha governato la politica e la comunicazione di massa. Io, nella mia lunga professione ho scritto su molti giornali e molti ne ho lasciato. E tutti quelli che ho lasciato, dall’Avvenire d’Italia alla Stampa fino a Rocca, li ho lasciati per una ragione di verità.
Se Gesù dice sono venuto per la verità, la risposta a Pilato è: no, non sono re. Usa la parola, che Pilato gli offre, per negare la cosa. L’insegnamento di Gesù è che la verità rende liberi. Il potere non rende liberi. Il popolo è libero se diventa esso stesso sovrano. Perciò, nel senso di Pilato Gesù non è re. E, pur tutto concesso alla metafora, non è un regno quello di Gesù. E perciò non può esserlo quello della Chiesa. Non solo il regno di Gesù non è di questo mondo, ma non è affatto un regno; del tutto diversi, e anzi opposti, rispetto al modo di essere di Gesù, sono i presupposti, le dottrine, i codici di un regno, oggi diremmo di uno Stato. E come compito profano, aggiungiamo che è la statualità, in quanto sovrana, che va ripensata, che va diversamente fondata.
Perciò non è alla categoria della regalità che si può far ricorso per stabilire una continuità dal Vangelo alla cristianità alla Chiesa. La modalità non è quella del potere, comunque lo si chiami. Il date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio va inteso in modo più radicale. In nessun caso, nemmeno se si ritira ad esercitare un potere solo spirituale, la Chiesa può essere pensata come Cesare. Essa non è un Cesare che si occupa di ciò che è di Dio, non ci sono due Cesari, un Cesare che domina le cose di Cesare, e un Cesare che domina le cose di Dio. Semplicemente Dio non è Cesare, il suo regno non è di questo mondo non perché il mondo non ne sia degno, ma perché non è un regno. Perciò non può esistere una cristianità perché la cristianità è pensabile – ed è stata pensata – solo nelle forme di un regno, di un potere, di un imperio.
La Chiesa in uscita di papa Francesco vuol dire allora uscire dalle contraddizioni, dai nodi e dai fraintendimenti della religione e del sacro che sono propri di un cristianesimo inteso come cristianità, uscire dal dominio dei Cesari e attingere la libertà dei figli di Dio.
Questo non vale solo per il cristianesimo, ma vale anche per l’Islam e per ogni altra religione. Perché altrimenti si scatena – e lo vediamo – la tentazione della violenza, come via errata per la vittoria di Dio. È solo fuori dell’ipotesi di cristianità e di ogni altra fede trasformata in regime, che i nodi che soffocano la religione si sciolgono, e Dio può essere riconosciuto come il Dio della misericordia.
Perciò il problema dell’uscita dalla cristianità non è solo del cristianesimo. Perché tutte le religioni hanno avuto la loro notte oscura, in cui hanno sognato il sogno di Costantino, “in hoc signo vinces”, in cui si sono smarrite dando ascolto alla voce del tentatore che già aveva fallito con Gesù quando gli aveva detto: “tutti questi regni ti darò col loro splendore se prostrandoti mi adorerai” e, sconfitto, si era prefisso di tornare “al tempo opportuno” (Mat. 4, Luca, 4). Prima che la notte finisca, molti di questi segni saranno ancora alzati con pretesa di vittoria: la croce, il grido “Allahu Akbar”, le insegne dell’Imperatore, i vessilli del “Dio lo vuole”, gli idoli della guerra perpetua, del denaro sul trono. Tutte le religioni, ognuna con i suoi tempi, devono uscire dalla loro forma di cristianità, devono allontanarsi da quel sogno di vittoria, spogliarsi delle maschere regali. :L’Islam dovrà ritrovare nel Corano il pluralismo, uscire dall’ideologia della sharia realizzata contro la società degli infedeli, Israele deve separarsi dall’ideologia di Sion e dello Stato degli Ebrei concepito come lo “Stato della redenzione”, l’induismo “convertito”, come dice Panikkar. tornerà a bagnarsi nel Gange alle sue sorgenti, incontaminato dal potere, le culture laiche rinunceranno ai loro assoluti di riserva, a cominciare da quello del denaro e del mercato.
Così le religioni si salveranno, e saranno davvero vie di salvezza. E questa è l’eredità che come cristiani, nella continuità di una tradizione sia degli apostoli che dei discepoli, vorremmo che fosse trasmessa nel succedersi delle generazioni.

Raniero La Valle – da cdbitalia.it

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Il diaconato femminile? E’ un tema da affrontare

Vaticano, Don Cereti: Donne diacono? Aprire fino all’episcopato

Intervista al prete e teologo Giovanni Cereti dopo l’apertura di Papa Francesco al diaconato femminile

Il diaconato femminile? E’ un tema da affrontare “urgentemente”, per passare gradualmente “dal diaconato al presbiterato, fino all’episcopato”. A parlare con LaPresse è don Giovanni Cereti, prete e teologo illuminato. Si batte dagli anni ’70 per l’eucarestia ai divorziati, promuove l’abolizione del celibato e il ministero per le donne. A Roma è rettore della chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi, nel quartiere popolare di Trastevere. Non ci sono nelle Scritture riferimenti che vietano l’ordinazione delle donne, spiega, e in più lo ha stabilito il Concilio Vaticano II che ogni discriminazione fra uomo e donna va eliminata. “Prima di criticare altri per i loro errori o lacune – commenta don Cereti -, la Chiesa dovrebbe interrogare se stessa e guardare alla trave che esiste nel suo occhio”.

L’apertura di Papa Francesco a una commissione che studi la possibilità di un diaconato femminile si può considerare una svolta?
Sì, Io credo che sia una svolta, perché del diaconato femminile o dell’ordinazione delle donne a un ministero nella Chiesa cattolica non si era mai parlato ufficialmente, anche se è molto desiderato da grande parte del mondo cattolico. Credo che la Chiesa cattolica dovrebbe impegnarsi in questo cammino, perché nel mondo contemporaneo c’è stato uno sviluppo relativamente alla posizione della donna e la Chiesa cattolica, che in passato era all’avanguardia, adesso si pone alla retroguardia in questo campo. Credo sia fortemente necessario, per contribuire alla testimonianza cristiana, l’ammissione della donna al ministero del diaconato ed eventualmente anche agli altri ministeri.

Aprirebbe la strada a un sacerdozio e addirittura all’episcopato?
Sì, con gradualità, come accade nella Chiesa cattolica. Ricordo quello che dice un documento del dialogo ecumenico tra la chiesa ortodossa e la chiesa anglicana negli Stati Uniti che dice: ‘Gli ortodossi non ordinano le donne per fedeltà alla Tradizione, perché non si è mai fatto. Gli anglicani ordinano le donne per fedeltà alla Tradizione, perché questa non consiste nel ripetere meccanicamente il passato, ma nel fare oggi ciò che si è convinti che Gesù Cristo farebbe oggi’. Gli anglicani sono convinti che oggi Cristo certamente ordinerebbe le donne.

lapresse.it

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Primavera: il bel corpo!

bellezza.corpo

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale omaggio primaverile,  invece di un mazzetto di primule, vi mando l’articolo che ho scritto per la rivista Il Margine, nel numero monografico dedicato  ad anniversario di Utopia di Sir Thomas More.  Il bel corpo non è ovviamente il corpo perfetto, che hanno solo le statue di marmo. Il bel corpo siamo noi quando stappiamo i nostri sensi e li lasciamo vibrare  liberi, all’aperto, in mezzo alle gemme di meli e ciliegi.
Vi anticipo la professione di fede finale: “Credo nella nudità della mia vita. Credo che il mio corpo potrà sfiorare l’Impalpabile nelle
carezze su un viso,  assaporare  il Desiderio in un piatto di spaghetti,
impregnarsi  di Vento con un mazzo di fiori, vedere  l’Infinito in una
sera di primavera, ascoltare l’Eternità nel grido di un povero.”
Buona resurrezione della carne
Giovanni (nome di battaglia Ambrogio

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Non è un luogo, è un corpo.  Detto in inglese, in onore di sir Thomas, l’Ubody. Dove il prefisso “u” non è la contrazione di “ou “ (non c’è) ma di “eu “(felice). Felice corpo, buon corpo, bel corpo.

Quel corpo che oggi invece si trascina stanco.  Il corpo dell’uomo occidentale è stanco per eccesso di emozioni, informazioni, sollecitazioni, attese.  

Subisce bombardamenti quotidiani e non ce la fa più,alza bandiera bianca, si esaurisce, si ammala. Un tempo i nostri avi dovevano fare i conti con la peste, oggi le patologie predominanti sono neuronali: il sole nero della depressione, i disturbi della personalità e dell’attenzione, l’iperattività, la nevrastenia paralizzante, la follia. Al centro del tourbillon ci sono i nostri sensi. In buona salute, ne abbiamo a disposizione cinque, ma nella pratica non li curiamo e affiniamo come si dovrebbe, quindi finiamo per vivere male. Cinquecento anni dopo, Raffaele Itlodeo non deve più andare lontano, la destinazione è letteralmente a portata di mano.  Raffaele (il suo nome è un programma: medico di Dio) può provare a descriverci la mappa dei sensi così come la sente senza troppa ansia di prestazione.

Senza neanche prendersi troppo sul serio. Resta pur sempre Itlodeo: un raccontatore di favole.

Chi mi ha toccato?
Aristotele nella sua scala dei sensi  lo mette al terzo posto,  ma al
mattino, al momento del risveglio, il tatto  è il primo che mettiamo in
attività. Deve essere stato così anche quand’eravamo nella pancia. E
dopo la nascita, abbiamo continuato. Attraverso il tatto abbiamo fatto esperienza della realtà: il freddo e il caldo, il familiare e
l’estraneo, lo sconforto e la consolazione. Con la pelle siamo
partiti per i nostri viaggi  interminabili  senza i quali non saremmo
quelli che siamo. Il tatto è un instancabile produttore e decodificatore di linguaggi, che seducono e respingono, interrompono e prolungano, accarezzano e isolano. Il tatto  ci permette di non andare a sbattere a sbattere gli uni contro gli altri e, al contrario, rende possibile l’incontro. Ci trasmette ciò che sta sulla pelle, ma anche tutto quello che può stare (e può starci tutto l’universo)  nella risonanza di un semplice tocco. Il tocco, infatti,  è concreto e puntuale ma nello stesso tempo è indelebile: la sua durata in noi può essere
incalcolabile. Per questo la domanda che un giorno Gesù ha posto, in
mezzo alla folla, continua a essere emblematica: “Chi mi ha toccato?” (Mc 5, 31). I discepoli avevano un bel tentare di dissuaderlo, rammentando che c’era una massa di gente ad assediarlo, ma invano, perché quello che Gesù affermava è che c’è modo e modo  di
toccare. Proprio così: c’è modo e modo di toccare. Al mattino è la
prima cosa da ricordare.

Sapore è sapere
Facciamo la colazione sempre di corsa, e quindi il primo appuntamento col gusto fallisce. Anch’esso nel ranking dei sensi  è sempre stato considerato di serie inferiore. Invece è ormai assodato che ha svolto un ruolo chiave nell’evoluzione della specie umana. Il mondo non esiste per essere oggetto di contemplazione, esiste per essere mangiato, per essere trasformato in banchetto. Il crudo deve diventare cotto. La comparsa della cottura ha svolto un ruolo chiave nell’evoluzione della specie umana, ha permesso  ai nostri antenati di triplicare le dimensioni del cervello  e tale espansione ha reso possibili mirabilie, la pittura delle caverne, il componimento di sinfonie, l’invenzione di internet.  Utilizzare bene il  gusto vuol dire tornare a distinguere l’amaro, il dolce, il salto, l’aspro e l’umami  (la categoria più recente , si scrive così, non ha una traduzione, in giapponese significa saporito) e utilizzarli tutti quanti per una conoscenza più incisiva, non solamente mentale, cerebrale. Il latino testimonia un’intuizione  che sembra assente in molte lingue moderne. Le parole che indicano “sapere “ e “gustare” hanno la medesima radice:  sapere. Qualcosa è rimasto in italiano con  “sapere” e “sapore”. Mangiare e conoscere hanno la stessa origine. Conoscere qualcosa è gustarne il sapore, sentirne l’effetto sul corpo. Le cose non sono nulla in se stesse. Le cose chiedono di essere trasformate nella cucina del desiderio di esser gustate così bene fino al punto di provocare un radicale capovolgimento. Siamo mangiati dal cibo, è il cibo ad assimilarci. Siamo bevuti dal vino, è  il  vino che ci tiene nel suo bicchiere. Diveniamo ciò che mangiamo, ciò  beviamo.

Il profumo non manchi mai
Iniziamo la giornata addentrandoci in un  linguaggio invisibile. Questo linguaggio non occupa spazio, eppure pervade la realtà, si nasconde e si manifesta, non ha una forma ben precisa e tuttavia si propaga rapidamente. L’olfatto ci trasmette caratteristiche dell’ambiente  e dei movimenti intorno a noi.  L’olfatto è un magnifico centro interpretativo della realtà.  Ogni istante ha il suo odore. Ogni stagione.  Ogni luogo. Gli odori arrivano e impregnano  la memoria e gli affetti.  Quante volte, in modo imprevisto, una percezione olfattiva strappa dal fondo remoto del nostro inconscio un ricordo: la casa della nostra infanzia, un giocattolo, una spiaggia, una persona che abbiamo amato. E dal riconoscimento di un odore ci aspettiamo di più che da qualunque ricordo: ci aspettiamo niente di meno che il privilegio di esser consolati.  Nell’odore possiamo scorgere una sorta di narrazione. Il mio odore mi racconta. Non mente. Non conosce né frontiere né limiti di spazio.  Mi permette di spargermi, di aprirmi, di diluirmi in un’ubiquità che altrimenti mi sarebbe preclusa.  Quindi, prima di uscire da casa, conviene fare un’attenta verifica. “In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi mai sul tuo capo” così consiglia il saggio Qoelet. Succede questo di bello.
Quando una persona sparge sulla pelle qualche goccia di profumo, quello stesso profumo diventa soltanto suo. Diventa la sua fragranza. Il corpo rende ogni profumo unico, perché lo assorbe e lo riproduce in un modo che è soltanto suo.  Curiamo di più  il nostro profumo e seguiamo di più quello degli altri. Ciascuno di noi va alla ricerca della traccia che ha sentito prima di tutto con il naso.  Siamo segugi  che, attraverso accidentati paesaggi di montagna o  pascoli imprevedibili,  inseguono non senza un po’ di paura la memoria di quel profumo. Non sarà forse il profumo della donna a portarci alla donna? Non sarà forse il profumo di Dio a portarci a Dio?

Lo sguardo dell’artista
Scesi in strada in strada alziamo lo sguardo e quasi non ci accorgiamo
del miracolo che avviene. Tra i cinque sensi, la vista sembra godere di un privilegio:  come se non avesse bisogno di mediazioni, come se non dovesse essere educata. Invece l’occhio è strumento di altissima
definizione, non è semplicemente un senso, ma la sintesi di tanti altri
sensi: quello dell’intensità luminosa, quello del colore, quello della
profondità e della distanza.  Utilizzarlo al meglio è roba da artisti.
Artisti decisi a guardare la realtà e non gli specchi fasulli.
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del
reame?” è un ritratto del nostro modo di vedere, lo stesso della
matrigna della fiaba.  Cerchiamo gli specchi perché confermino la nostra illusione di potere o di autosufficienza. Ma a volte, come nella fiaba, anche lo specchio si ribella, perché è inutile insistere nella finzione, Biancaneve è più bella di te. L’artista rigetta gli specchi e osserva la realtà nella sua interezza. Niente occhio blasé, stanco e
superficiale. Niente occhio furbo, che nelle cose ogni cosa sa cogliere
solo l’aspetto mercantile e utilitarista.  Lo sguardo dell’artista non è un osservare qualunque; è vedere da fermo,  è  un rivedere più
minuzioso della prima volta, è un “secondo sguardo” che intende
riscattare tutte quelle occhiate superficiali che di solito dedichiamo
alle cose e agli altri. L’artista vede i dettagli e  la meravigliosa
semplicità delle cose. A destra  un germoglio, a sinistra un bimbo che
gioca,  sopra la testa due nuvole che si rincorrono nel cielo ventoso.
E’ difficile spiegare come ciò lo rallegri, e quanto gli basti.

L’orecchio del cuore
Siamo in giro per il mondo e il mondo è totalmente sonoro. Di questo
paesaggio immenso, l’orecchio umano coglie soltanto una parte: la
frequenza inferiore a 20 hertz (gli infrasuoni) ci è preclusa, non siamo l’elefante che la percepisce facilmente  e senza dover appoggiare l’orecchio al suolo, poiché le sue zampe captano anche le onde sonore. La frequenza superiore ai 20.000 hertz (gli ultrasuoni) non l’avvertiamo, non siamo cani e gatti  che arrivano anche al doppio.
Ci piacerebbe  essere qualche volta la balenottera azzurra, i cui
segnali sonori possono essere captati a centinaia di chilometri di
distanza,  invece  siamo solo dei pesciolini che sfrecciano nell’acquario.  La diversità sonora ci avvolge con i suoi misteri. Le nostre orecchie iniziano a sentire i rumori del mondo esterno, il chiasso, le voci, la musica che ci consola. L’ascolto affina l’ascolto, anche se non diventeremo mai come quel Padre del deserto che riusciva a distinguere un ago che cadeva a sette metri. Più l’udito si fa fine, più siamo in sintonia con quanto  previsto dalla regola benedettina: “Tendi l’orecchio del tuo cuore”.  E’ con il cuore (il senso
dei sensi) che si ascolta. E aprendolo, che cosa si deve ascoltare?
Forse solo quello che scriveva Clarice Lispector (poetessa e  pittrice
ucraina–brasiliana):  “Ascoltami, ascolta il silenzio. Quello che ti
dico non è mai quello che ti dico, bensì qualcos’altro. Capta questa
cosa che mi sfugge e di cui tuttavia vivo, perché io da sola non
posso”.

Nudi verso il nudo Essere
A che serve l’Utopia? A camminare, diceva il poeta uruguayano Eduardo Galeano.  La presembianza di ciò che è ancora latente nel mondo  spinge il mondo ad andare avanti. A che serve l’Ubody, il bel corpo? A camminare ancora di più verso noi stessi. Nel nome dell’Utopia si sono promosse dispersioni e scappatoie di ogni tipo.  Ora, 500 anni dopo, nel nome dell’Ubody si va nella direzione opposta e si incoraggiano concentrazioni e immersioni nell’unico patrimonio a nostra disposizione. Il percorso di riattivazione dei cinque sensi ci porterà a sperimentare la nudità. Saremo nudi  e non proveremo la vergogna che attanagliò Adamo e Eva nella scena dell’inizio. L’esperienza utopica sarà un’esperienza di nudità.   Sotto due aspetti. Il primo: il corpo tornerà  pulsare e si accontenterà di questo, solo di questo, senza cercare premi, riconoscimenti di status e di soldo, senza adorare quegli idoli che “hanno bocca  e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano, hanno mani e non palpano”(Salmo 115, 5-7).  Il secondo: il corpo cercherà il fondamento ultimo di queste vibrazioni e accetterà di non trovarlo dentro di sé.
L’Essenziale sta oltre, non si trova da nessuna parte, ma si fa
vivo in chi  stappa i suoi sensi. “Credo nella nudità della mia vita.
Credo che il mio corpo potrà sfiorare l’Impalpabile nelle carezze su
un viso,  assaporare  il Desiderio in un piatto di spaghetti,  impregnarsi  di Vento con un mazzo di fiori, vedere  l’Infinito in una sera di primavera, ascoltare l’Eternità nel grido di un povero.” Per ubodico che possa sembrare, è un bel credo che ci aiuta a sperare.

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Giovanni Ambrogio Colombo
Milano

 

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IL mantenimento dell’infallibilità papale è l’ostacolo principale che separa la Chiesa dalle riforme auspicate da molti

Memorabile Hans Küng: “Un’ultima preghiera da teologo alla fine dei miei giorni: caro Bergoglio l’infallibilità del Papa va abolita”
Il grande teologo svizzero, nella sua ultima opera, si rivolge direttamente al Pontefice: “La ragione decisiva dell’incapacità di realizzare riforme continua ad essere la dottrina dell’infallibilità, che ha portato alla nostra Chiesa un lungo inverno”

CITTÀ DEL VATICANO – “Un’ultima preghiera da teologo alla fine dei miei giorni: caro Bergoglio l’infallibilità del Papa va abolita”. Nonostante i suoi quasi 90 anni Hans Küng continua la sua “battaglia teologica”. Una battaglia che nel corso dei decenni è costata parecchio al grande teologo svizzero, spesso e volentieri in aperto e aspro contrasto con le gerarchie vaticane e i successori di Pietro a causa delle sue tesi ritenute da molti “iper progressiste”.
In Germania è in uscita il quinto volume dell’opera omnia di Küng Unfehlbarkeit. E in Italia Repubblica ha pubblicato e tradotto un’anticipazione del testo, rilanciato anche dal sito Dagospia. A molti potrà apparire secondario ma secondo il teologo svizzero il mantenimento dell’infallibilità papale è l’ostacolo principale che separa la Chiesa dalle riforme auspicate da molti.
Di qui la richiesta a Papa Francesco. È a lui che Küng si rivolge direttamente alla fine del testo con quella preghiera di cui scrivevamo all’inizio. Pur senza farsi grosse speranze, il teologo affida la sua supplica al Papa argentino a cui esprime sostegno e affetto, al contrario delle bordate che riservava Wojtila e Ratzinger. Di seguito pubblichiamo alcuni stralci del testo.
“Come avevo previsto, le discussioni sui grandi compiti della riforma non sono cessate. Mi riferisco al dialogo interconfessionale, al reciproco riconoscimento delle funzioni e delle celebrazioni eucaristiche, alle questioni del divorzio e dell’ordinazione sacerdotale delle donne, al celibato ecclesiastico e alla drammatica crisi delle vocazioni, e soprattutto alla guida della Chiesa cattolica. Posi la questione: «Dove state portando questa nostra Chiesa?».
Dopo 35 anni, questi interrogativi sono attuali ora come allora. Ma la ragione decisiva dell’incapacità di realizzare riforme a tutti questi livelli continua ad essere la dottrina dell’infallibilità del magisterio, che ha portato alla nostra Chiesa un lungo inverno. Come allora Giovanni XXIII, anche oggi papa Francesco cerca con tutte le forze di far soffiare un vento fresco sulla Chiesa. E deve scontrarsi con una forte resistenza, come in occasione dell’ultimo sinodo mondiale dei vescovi dell’ottobre 2015. Non ci si faccia illusioni, senza una “re-visione” costruttiva del dogma dell’infallibilità un reale rinnovamento sarà ben difficilmente possibile.
Molti teologi cattolici, temendo sanzioni come quelle che hanno colpito me, hanno quasi rinunciato a esprimere posizioni critiche sull’ideologia dell’infallibilità, e la gerarchia cerca, per quanto possibile, di evitare un tema così impopolare nella Chiesa e nella società. Solo poche volte Joseph Ratzinger vi si è richiamato, nella sua veste di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ma, tacitamente, il tabù dell’infallibilità ha bloccato tutte le riforme che, a partire dal Concilio Vaticano II, avevano sollecitato una revisione di precedenti definizioni dogmatiche.
Ora, con questo libro in mano, vorrei rivolgere di nuovo al papa un appello che ho più volte inutilmente lanciato nel corso di una discussione pluridecennale in materia di teologia e di politica della Chiesa.
Imploro papa Francesco, che mi ha sempre risposto in modo fraterno: «Riceva questa ampia documentazione e consenta nella nostra Chiesa una discussione libera, non prevenuta e aperta su tutte le questioni irrisolte e rimosse legate al dogma dell’infallibilità. Non si tratta di banale relativismo, che mina i fondamenti etici della Chiesa e della società. E nemmeno di rigido e insulso dogmatismo legato all’interpretazione letterale. È in gioco il bene della Chiesa e dell’ecumene.
Sono ben consapevole che a lei, che vive “tra i lupi“, questa mia preghiera potrà sembrare poco opportuna. Ma lo scorso anno lei ha coraggiosamente affrontato malattie curiali e perfino scandali, e nel suo discorso di Natale del 21 dicembre 2015 alla curia romana ha ribadito la sua volontà di riforma: “Sembra doveroso affermare che ciò è stato – e lo sarà sempre – oggetto di sincera riflessione e decisivi provvedimenti. La riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda”.
Non vorrei accrescere in modo irrealistico le aspettative di molti nella nostra Chiesa; la questione dell’infallibilità nella Chiesa cattolica non può essere risolta dal giorno alla notte. Ma per fortuna lei è più giovane di me di quasi dieci anni e, come tutti ci auguriamo, mi sopravvivrà.
E certamente comprenderà che io, da teologo alla fine dei miei giorni, sostenuto da una profonda simpatia per lei e per la sua azione pastorale, abbia voluto, finché sono in tempo, esporre la mia preghiera per una libera e seria discussione sull’infallibilità, motivata come meglio posso nel presente volume: non in destructionem, sed in aedificationem ecclesiae, “non per la distruzione, ma per l’edificazione della Chiesa“. Per me personalmente sarebbe la realizzazione di una speranza mai abbandonata».

liberatv.ch

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L’impronta di una nuova Chiesa

“L’impronta di una nuova Chiesa”, a Roma lunedì 22 febbraio 2016 alle 17:37.

Dibattito organizzato da Fondazione Italianieuropei e Istituto Luigi Sturzo.

Sono intervenuti: Nicola Antonetti (presidente dell’Istituto Luigi Sturzo), Paolo Corsini (senatore, Partito Democratico), Angelo Vincenzo Zani (arcivescovo), Massimo D’Alema (presidente della Fondazione Italianieuropei, Partito Democratico), Alberto Melloni (docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Modena Reggio Emilia), Paolo Corsini (senatore PD, presidente dell’Associazione Italianieuropei).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Anno Santo, Antropologia, Capitalismo, Cattolicesimo, Chiesa, Comunicazione, Cristianesimo, Cultura, Economia, Francesco, Globalizzazione, Italianieuropei, Libro, Medio Oriente, Mercato, Pace, Periodici, Politica, Riforme, Socialismo, Societa’, Stato, Storia, Teologia, Terrorismo Internazionale, Universalismo.

fonte: radioradicale.it

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