“Chiesa e sessualità” e la questione del celibato sacerdotale

Il talk show di attualità a tutto campo che per la quarta edizione osserva e commenta la nostra Italia per sollevare i consueti dibattiti che fanno il programma affronterà nella puntata di Martedì 9 Ottobre 2007 alle ore 14 il tema “Chiesa e sessualità” e la questione del celibato sacerdotale.Confermati come padroni di casa i due conduttori Roberta Lanfranchi e Milo Infante, che avranno il compito di guidare il telespettatore attraverso i temi e i contenuti suggeriti dall’attualità.  L’Italia sul Due è un programma di Sergio Bertolini, Manuela Cimmino, Sonia Petruso, Michele Presutti e Vito Sidoti.

Intervista sul celibato, dopo l’avvento di Papa Ratzinger

Che cos’è cambiato per i preti sposati nella Chiesa cattolica dopo l’avvento di Papa Ratzinger? Ci sono soluzioni alternative al celibato dei sacerdoti? Quale futuro avrà il diaconato, e si potranno avere donne sacerdote? Sono domande che Affari (tramite il giornalista D’anna),  ha rivolto al Direttore dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati.

Il Santo Padre ha concesso la dispensa per un sacerdote anglicano sposato, che è stato consacrato sacerdote cattolico in Spagna. Si è trattato di un “permesso speciale” che a detta del Vescovo di Tenerife “non implica l’abolizione del celibato”. Perché questo gesto non viene esteso anche ai sacerdoti sposati italiani?
“La risposta arriva dalla posizione della Congregazione Vaticana per il Clero: “La Chiesa considera il celibato ecclesiastico non soltanto come una legge, essendo essa una conseguenza, ma, soprattutto, come un carisma eccellente ed una esigenza irrinunciabile per i sacerdoti di rito latino. Tuttavia, ponderate tutte le circostanze, come Madre ne concede la dispensa a quei chierici che, in vista della loro peculiare storia personale, si trovano – talvolta dolorosamente – nelle condizioni di non essere più capaci di osservarlo correttamente. Alla dispensa è connessa necessariamente la perdita dello stato clericale e il ritorno – legittimo perché autorizzato – allo stato di fedeli laici. Si tratta, evidentemente, di una situazione canonica ed esterna, giacché il carattere dell´ordinazione sacra è indelebile. Per questa ragione, la stessa legislazione ecclesiastica, al can. 976 del Codice di Diritto Canonico contempla la possibilità della valida assoluzione dei peccati in periculo mortis, anche in presenza di un sacerdote autorizzato, unica eccezione di azione sacramentale riconosciuta ai chierici che, legittimamente, hanno fatto ritorno allo stato canonico laicale. Ad essi la Chiesa non può né deve negare – e non avrebbe alcuna ragione per farlo – quell´attenzione pastorale che va rivolta a tutto il Popolo di Dio e conta effettivamente su di essi e sulla loro effettiva e sincera partecipazione nel campo dell`apostolato e della testimonianza di vita cristiana propria dei fedeli laici, elemento importante della nuova evangelizzazione alla quale l´intera Chiesa è chiamata, in ogni sua componente”.

Ma quando cambiano le cose?
“La questione appare diversa se tali persone, una volta ottenuta la regolare dispensa ed accettate le condizioni giuridiche ad essa legate, pretendessero costituire uno ” stato canonico” specifico e proprio, con ruoli istituzionali da esse definiti e tali da oscurare sia la struttura ecclesiale e ministeriale così come voluta dal divino Fondatore, sia la peculiarità propria dello stato laicale. Lo stesso si dica di associazioni ed aggregazioni che, mantenutesi nei campi dell´iniziativa privata in vista di un aiuto vicendevole e di una crescita nella santità e nell´attuazione propria della vita e della missione laicale, nulla hanno di riprovevole e possono addirittura costituirsi como valido contributo alla vita della Chiesa. Ma se tali organismi dovessero diventare, di fatto, organi di pressione per un cambiamento dell´inseganamento e della disciplina ecclesiale, o, peggio ancora, esercitassero formalmente un´attività che risulti causa di confusione dottrinale o pastorae dei fedeli, allora non si potrebbe certo pretendere che i legittimi Pastori e, primo tra essi, il Pastore universale, possano tacere innanzi all´illegittimità di una tale azione e di tali organismi.
La posizione del Santo Padre – che crediamo essere assistito dallo Spirito Santo per governare la Chiesa, in continuità con i Suoi predecessori ed in sintonia com la veneranda tradizione della Chiesa – è chiara e non lascia margine ad alcun dubbio. Il celibato ecclesiastico va conservato nella Chiesa come dono prezioso e, nella Chiesa latina, come condizione “sine qua non” per l´accesso e l´esercizio del sacerdozio ministeriale. Questa Congregazione, in spirito di fede e conscia che la sua ragione di essere sta nel costituire un organo di collaborazione al ministero pietrino, com forte motivazione, non potrebbe non ribadire che intende rafforzare la sincera e coerente applicazione di quanto insegnato al proposito nell´Esortazione Apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis”. Quelli che hanno lasciato non sarebbero da giudicare “vocazioni perdute” ma vocazioni recuperate per mete esistenziali più genuine”.
L’ordinazione dell’anglicano è un ecumenismo a tutti i costi, davanti al quale crolla ogni resistenza più o meno conservatrice?
“Uno dei temi che ormai non è più possibile eludere nel dialogo ecumenico è quello denominato “riconciliazione delle memorie”. Si tratta di affrontare, di comune accordo, l’analisi critica di quei fatti storici considerati devastanti nel rapporto tra le chiese e, in particolare, tra la Chiesa cattolica romana e le dissidenze minoritarie. Fatti che hanno largamente contribuito, non solo a dividere le chiese ma, in un rapporto di diffidenza, renderle reciprocamente nemiche, fino a non molti anni fa. In questa ricerca appare necessario non solo limitarsi a un semplice confronto con espressioni di generico riconoscimento, ma risalire alle motivazioni di fondo che hanno giustificato, o quanto meno determinato, l’azione repressiva. Lasciando da parte le ragioni di opportunità politica o di potere legate al tempo, occorre mettere allo scoperto le radici teologiche o meglio ecclesiologiche, che sono alla base del conflitto e che ancora oggi possono condizionare il cammino ecumenico”.

Che soluzione si potrebbe dare al problema dei sacerdoti sposati, oggi ai margini della Chiesa perché privati dello stato clericale?
“Di fronte alle gravi conseguenze che comporterebbe la riduzione allo stato laicale (senza lavoro, senza casa, senza pensione, ecc.),  il problema sessuale si è risolto in passato ricorrendo alle più svariate soluzioni (masturbazione, amante, convivente, pedofilia, omosessualità, ecc.), quasi sempre con la “complicità” del vescovo, in bilico tra la possibilità di perdere un “funzionario di Dio” o di promuovere uno scandalo. Ci sono tre livelli successivi di possibile soluzione riguardo al problema dei sacerdoti sposati.
A. Prioritario è chiedere che sia concessa facilmente ai sacerdoti che vogliono sposarsi la dispensa senza umiliazioni e tempi biblici di attesa. Questo in nome del rispetto dei diritti umani e della carità evangelica;
B. In un secondo momento è necessario considerare seriamente la possibilità per la Chiesa Cattolica di ammettere sia dei preti sposati a svolgere il ministero sacerdotale (i preti sposati sono coloro che si sposano dopo essere stati ordinati), sia far sì che degli sposati possano diventare sacerdoti. Questa scelta andrebbe fatta in nome della Tradizione cattolica e della Scrittura, nonché per motivi pastorali, cioè il grande bisogno di sacerdoti che c’è oggi;
C. Il discorso si amplia in vista della necessità del rinnovamento della Chiesa Cattolica la quale, dopo il fulgore del Vaticano II, sembra arenata in riflussi storici e in un inarrestabile declino soprattutto nei paesi occidentali. È necessario chiarire il ruolo del sacerdote nella società di oggi in base alle nuove esigenze della società, con una maggiore aderenza al dato scritturistico e recuperando i modelli della Chiesa primitiva apostolica. In questo discorso rientrano le problematiche del ruolo della donna nella Chiesa, della democratizzazione della gestione della Chiesa con un sostanziale decentramento operativo, del problema dei divorziati, degli omosessuali e di altri importanti impegni nei quali è in gioco la credibilità della Chiesa. Queste sono le soluzioni proposte da molti gruppi di sacerdoti sposati”.

Per quale motivo la Santa Sede dovrebbe abolire il celibato dei sacerdoti?
“Il celibato ecclesiastico imposto ai preti della Chiesa Cattolica, si sta rivelando sempre più uno strumento non più al passo coi tempi e fonte di gravi sofferenze e turbamenti all’interno delle comunità ecclesiali. Oltre a provocare un numero di abbandoni abbastanza consistenti ogni anno, esso è fonte di ipocrisie da tutti conosciute e tollerate quali la doppia vita che moltissimi sacerdoti sono costretti a vivere pur di continuare a svolgere il ministero a cui sono stati chiamati da Dio e dalla Chiesa. Che si tratti di una legge ecclesiastica e quindi sicuramente modificabile è dimostrato dall’esistenza nella stessa Chiesa Cattolica di normative diverse per gli appartenenti alle chiese di rito orientale dove i preti hanno la possibilità di contrarre matrimonio”.

L’abolizione del celibato permetterebbe di risolvere il problema delle crisi delle vocazioni sacerdotali?
“Solo il matrimonio per i preti cattolici può salvare la chiesa dal calo delle vocazioni. Numerosi appelli sono stati inviati al Vaticano affinché riveda la sua posizione a proposito del celibato dei sacerdoti. In una lettera inviata al sinodo dei vescovi dai prelati di Sidney,  secondo un sondaggio, che ha coinvolto circa 300 religiosi, la maggior parte degli intervistati si è dichiarato poco favorevole al celibato e lo considera responsabile del calo di vocazioni. D’altra parte,  il celibato è diventata una pratica consueta soltanto a partire dall’undicesimo secolo. “Da oltre 2000 anni la chiesa cattolica ha avuto  ed ha sacerdoti sposati”.

Ma allora, quale ruolo avrebbero i diaconi nella Chiesa?
“Il diaconato è un ministero presente già nelle prime comunità cristiane, tanto che nel Nuovo Testamento si leggono vari riferimenti alla loro persona e al loro ruolo. La scelta dei primi sette diaconi è descritta negli Atti degli Apostoli, e san Paolo li nomina tre volte, e cioè nelle Lettere ai Romani, ai Filippesi e a Timoteo.
Nella Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” del Concilio si legge che i diaconi ricevono il sacramento dell’Ordine “non per il sacerdozio, ma per il servizio”, e che, tra l’altro, possono “amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura”.  Oggi il diaconato permanente può essere conferito a uomini anche sposati, purché abbiano almeno 35 anni, cinque di matrimonio e, ovviamente, il consenso della moglie. La crisi della Chiesa durerà fino a quando essa non si deciderà a darsi una nuova costituzione. In questa nuova costituzione non ci potrà più essere posto per due classi –  sacerdoti e diaconi, sacerdoti e laici, consacrati e non consacrati – ed essa dovrà stabilire che un incarico affidato dalla Chiesa è sufficiente per condurre una comunità e celebrare con essa l’eucaristia. Questo incarico potrà essere affidato a uomini e donne, sposati e non sposati. In questo modo sarebbero risolti due problemi in una volta sola, quello dell’ordinazione delle donne e quello del celibato”.

fonte http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/vaticanopretisposati.html

Preti australiani rilanciano il dibattito sul celibato sacerdotale

La questione del celibato obbligatorio per i preti è tornata di nuovo al centro del dibattito ecclesiale in Australia.

Alla fine di gennaio è stato infatti reso pubblico un documento preparato dal National council of priests (Ncp) per il Sinodo dei vescovi che si terrà a Roma il prossimo ottobre.

In una lettera di tre pagine, l’associazione, che raggruppa la maggior parte dei preti australiani, ha chiesto al Vaticano di rivedere l’obbligo del celibato sacerdotale.

E’ stata soprattutto una frase ad aver attirato l’attenzione dei media: «Il sacerdozio è un dono, e così lo è il celibato, ma non sono lo stesso dono».

Tuttavia, come ha sostenuto sul quotidiano The Age Martin Dixon, prete di Melbourne e membro del comitato esecutivo dell’Ncp, l’intenzione non era tanto quella di riaprire una discussione teologica sul significato del celibato in sé, ma la preoccupazione di rendere meno ardua ai fedeli cattolici la possibilità di partecipare e ricevere l’Eucaristia.

Infatti, sottolinea padre Dixon, nonostante una lieve crescita nel numero dei seminaristi registrata alla fine del 2004, «nel giro di vent’anni la Chiesa in questa città avrà solo un quarto del numero dei preti necessario per offrire un adeguato servizio sacerdotale.

Non dimentichiamoci inoltre che la maggior parte del clero ha un’età compresa fra i 55 e i 75 anni».

Fra i tanti segnali d’allarme, un documento di una commissione pastorale dell’arcidiocesi di Brisbane ha evidenziato recentemente che il numero dei preti diocesani diminuirà del 25 per cento entro il 2011, in una zona in cui la presenza dei cattolici continua a crescere per via delle emigrazioni interne. E su questo sfondo che va interpretata la presa di posizione dell’Ncp.

La richiesta di ridiscutere il celibato sacerdotale al prossimo Sinodo dei vescovi è già stata accolta favorevolmente dal vescovo ausiliario di Canberra e Goulbum, Pat Power, e dal vescovo della diocesi rurale di Wagga Wagga, Gerard Hanna.

Inoltre, un editoriale di tenore simile è stato pubblicato anche dal Catholic Leader, l’organo ufficiale dell’arcidiocesi di Bdsbane.

Di parere contrario invece l’associazione “rivale” dell’Ncp, The australian con fraternity of catholic clergy, che vede l’obbligo del celibato come «testimonianza unica di servizio totale a Cristo e testimonianza della vita che deve venire».

Infine, ha sorpreso la reazione dell’arcivescovo di Sydney.

Membro lui stesso dell’Ncp, il cardinale George Peli ha dichiarato di approvare la maggior parte di quanto scritto nel documento al centro del dibattito, concludendo enigmaticamente:

«Ci sono molte stanze nella casa del Padre».

(in  JESUS, n.  3 MARZO 2005, pag. 41)

Abolizione celibato – preti sposati: una proposta, grande raduno in piazza S. Pietro

Per non dimenticare pubblichiamo quanto abbiamo scritto alla vigilia della manigestazione organizzata a San Pietro per i preti sposati a luglio del 2006.

La redazione del sito della nostra associazione di sacerdoti lavoratori sposati ha raccolto, negli ultimi giorni, messaggi di posta elettronica che invitano a organizzarci per protestare anche per quanto sta avvenendo “dentro la chiesa cattolica latina.

Questa enfatizzazione del papa polacco prima da vivo ed ora da morto con la sua beatificazione, ci sembra sia l’ennesimo colpo del vaticano per archiviare chi ha gravissime responsabilità davanti all’umanità che non sa, o sa molto poco.

Ci chiediamo se non sia giunto anche per noi il tempo di scendere in piazza come le Ladriu di Piazza di Maggio!

Cerchiamo la mobilitazione di tutte le forze cattoliche dissidenti al vaticano per scendere in piazza per una protesta non solo formale, ma sostanziale” (comitato preti sposati nord Italia).

Si propone un grande raduno in Piazza San Pietro. “Un’idea ottima, perché solo la visibilità rende reali le cose… Ma perché non si tramuti in un buco nell’acqua, in un insuccesso che diverrebbe pietra tombale sull’argomento, la presenza in piazza deve essere massiccia, internazionale. E/o qualificata. Insomma: o nomi di richiamo (un buon numero di persone note che hanno subìto l’istituizone), oppure grande massa. Meglio ancora entrambe le situazioni. Allora sì che sarà assicurato un servizio di stampa (giornali e altri media insieme). Distribuire prima alla stampa, con l’avviso della manifestazione, un dossierino o un documento breve, puntale, efficace, d’impatto, e contattare uno per uno (beh, un certo numero, ma personalmente) i gironalisti. In piazza distribuire lo stesso dossierino o documento ai passanti, ai turisti. Detto ciò, sono convinta che la piazza non ve la daranno, intendo quella al di là delle transenne d’ingresso. Ma c’è sempre lo spazio fra via della Conciliazione e le transenne: giornalisticamente risulta sempre piazza san Pietro” (E.C.).

Dietrich Bonhoeffer, Max Josef Metzger e l’idea di un Concilio

di Maria Teresa Pontara Pederiva, in “Vatican Insider” del 12 febbraio 2012

Sul tema della pace, per fare un esempio più volte citato da Karl Golser, vescovo emerito di Bolzano-Bressanone, si parla precisamente di “processo conciliare per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”. E infatti l’idea di una specie di Concilio di tutti i cristiani, per far fronte alle minacce per la pace nel mondo, risale già agli anni Trenta ed è stata portata avanti da due teologi tedeschi, il protestante Dietrich Bonhoeffer e il cattolico Max Josef Metzger.

Di fronte all’affacciarsi seconda guerra mondiale, essi hanno avvertito l’urgenza di mobilitare le coscienze dei cristiani per impedire quella strage che poi si sarebbe abbattuta sull’Europa. Bonhoeffer aveva richiesto, ancora nel 1934, un concilio per la pace, e Metzger aveva scritto nel 1939 al Papa chiedendo di indire ad Assisi un concilio ecumenico per la riunificazione delle Chiese divise, così da essere più incisivi, da cristiani, nelle scelte della società. Purtroppo si trattò di appelli inascoltati e i due, che si possono ben definire profeti, vennero giustiziati entrambi, vittime della follia nazista, martiri per la libertà e la pace.

Se Bonhoeffer è assai noto anche da noi, molto meno conosciuta è la figura di Max Josef Metzger, nato il 3 febbraio 1887, 125 anni fa, a Schopfheim (Baden) e di cui nel 2006 è stata avviata la causa di beatificazione (l’opera più completa, pubblicata nel 1977 a Philadelphia, ed esaurita, è a firma dei coniugi Leonard ed Arlene Swidler, docenti di pensiero teologico e dialogo interreligioso, Bloodwitness for Peace and Unity, mentre da noi è uscita solo una raccolta di Lettere dal carcere curata da Lubomir Zac della Lateranense).

Studi teologici a Fribourg in Svizzera, volontario come cappellano militare al fronte fin dal ’14, una volta destinato a Graz in Austria, al ministero di prete aggiunge un’intensa attività giornalistica con l’intento di allertare i giovani sulla necessità di avviare un processo di pace e tolleranza fra i popoli stremati dalla Guerra, e dissuaderli, più tardi, dall’abbracciare le idee del nazional-socialismo. In pieno conflitto mondiale, nel 1917, aveva inviato a papa Benedetto XV un Programma di Pace dove metteva le basi per un “pacifismo cattolico, unico in grado di portare la pace nel mondo”: “Chiediamo la fine dell’inutile spargimento di sangue sui campi di battaglia e al contempo la fine di una politica che cerca di superare con mezzi autoritari i problemi morali della convivenza tra i popoli e così facendo suscita sempre nuove guerre. Chiediamo una pace mondiale duratura, nella quale crediamo, nel nome della civiltà, della cultura, della morale e della religione. Chiediamo, come inizio della pace, che tutti i popoli distolgano il loro interesse dal presunto nemico esterno e che tutte le forze vengano concentrate sull’effettivo nemico interno, comune a tutti i popoli: alcolismo, immoralità, tubercolosi, degenerazione, usura sia del denaro che del suolo, povertà …”.

Oltre ad una lunga serie di bollettini e giornali (in cui si firmava semplicemente “zio Max”), fonda anche il movimento Una Sancta per avviare un dialogo ecumenico da lui considerato “non più rinviabile”. E pure la Società missionaria della Croce Bianca, una sorta di cellula per il rinnovamento della Chiesa all’insegna della corresponsabilità dei laici. C’erano tutte le premesse per far sorgere sospetti e inimicizie, anche all’interno della Chiesa tedesca (dove taluni l’avevano definito frettolosamente “un utopista ingenuo e a tratti imprudente”) e la Gestapo ha poi fatto il resto. Incarcerato a più riprese, a partire dal novembre 1939 – “involontari e forzati esercizi spirituali”, definirà i giorni trascorsi in cella – viene ghigliottinato il 17 aprile del ’44 al Brandenburg-Goerden, dopo uno dei tanti processi sommari della follia nazista dalla sentenza già scritta, come per il laico, già beato, Franz Jägerstätter, giustiziato nello stesso carcere l’anno precedente. Nel mese di settembre del ’43 aveva scritto di suo pugno la difesa dalle accuse, inconsistenti, che gli erano mosse, esordendo così: “Sono un sacerdote cattolico, e lo sono con anima e corpo.

Tuttavia la mia forma mentis non corrisponde all’idea che di solito uno si crea quando si immagina un prete. L’essere un funzionario di culto, il rivolgere le spalle al mondo, il distanziarsi dalla vita, la ristrettezza dello spirito, il legalismo e il tradizionalismo: tutto questo mi è completamente estraneo. Sono un uomo di giudizio indipendente, che ha un attivo interesse per ciò che avviene nel mondo”. Quattro pagine dopo firmava con fierezza: dr. Max Josef Metzger.

Sulla sua tomba nel piccolo cimitero di Meitingen sono incise le parole che ha pronunciato al momento della lettura della sentenza di morte e che ha scritto un’ora prima dell’esecuzione: “Ho offerto la mia vita per la pace nel mondo e l’unità della Chiesa”. Primo tedesco a prendere la parola alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, stupì molti dei presenti invocando la costituzione di una “federazione di stati europei”. E se aggiungiamo, oltre la richiesta della convocazione di un concilio ecumenico e di una preghiera interreligiosa in quel di Assisi, la proposta di dedicare una giornata all’anno alla riflessione e preghiera per la Pace, risuonano con tristezza le sue parole ancora una volta dal carcere, e scritte con le mani legate: “Il mio destino è sempre stato quello di aver vissuto anticipando un po’ i tempi e di non essere stato compreso proprio per questo motivo”.

Ma anche quelle pronunciate all’indomani dell’ascesa al potere di Hitler: “Una cosa deve precedere tutto il resto: non possiamo vendere il Vangelo per salvarci la vita! Sono e rimango un uomo libero, mi si possa anche incatenare. La verità continua a sventolare ed io continuerò ad annunciarla coraggiosamente. E se mi verrà tagliata la lingua, allora parlerò col mio silenzio. Fin quando arderà in me ancora la vita, mi batterò contro questa stupidità”.

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E se invece di Celentano parlassimo dei fans di Leonardo da Vinci?

Aspettando stasera il botto finale di Adriano Celentano, che peraltro minaccia di essere buonissimo (pare abbia ammmesso, con un prete incontrato per strada, di aver esagerato), proviamo a parlare d’altro che di Sanremo, a sottrarci per un po’ al dibattito di fuoco che impazza da giorni sul Molleggiato «cretino di talento» e sulla farfallina tatuata di Belén.

Di questa settimana di chiacchiere mi colpisce ad esempio, molto più del finto scandalo sulle prevedibili uscite di Adriano (egli stesso, d’altronde, le definì «125 milionidi caz…ate» in uno show profetico su Raiuno) un evento mai accaduto prima nel campo dell’arte: l’arrivo nei cinema di mezza Europa, e quindi a disposizione di tutti, di una mostra evento che altrimenti sarebbe rimasta – per costi, distanza e fragilità delle opere – un evento unico riservato a pochi fortunati.
È successo, in altre parole, che l’esposizione più grande mai dedicata a Leonardo da Vinci, allestita alla National Gallery di Londra e presa d’assalto dal pubblico, sia stata trasformata in un percorso virtuale  ripreso in un documentario di cento minuti e proiettato nelle sale digitali in contemporanea, giovedì scorso, a quegli spettatori italiani e francesi, tedeschi e norvegesi – e non sono stati pochi – che non s’interessano del Festival. Ma vallo a spiegare a chi ancora si ostina a pensare, dalle nostre parti, che «con l’arte non si mangia».

Quanto agli stereotipi maschilisti riproposti dall’esibizione dell’inguine nudo di Belén, e alla conseguente indignazione, anche qui: niente di nuovo. Sono almeno vent’anni che il corpo delle donne viene «usato» in tv nel più mortificante dei modi, secondo canoni della tv commerciale prontamenti applicati a quello che un tempo si chiamava servizio pubblico. E benissimo si fa a condannare ogni volta, si capisce, la volgarità, la caduta di tono, l’ammiccamento greve, la miopia offensiva di un tale atteggiamento. Ma sarebbe bello che accanto alla condanna di pronto intervento di un certo immaginario femminile ci fosse pari sensibilità sulla tutela del lavoro delle donne, sul loro diritto alla maternità, a un compenso dignitoso e paritario, a una pensione equa. Se non ora, quando?

 

di Titta Fiore – ilmattino.it

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“Ho abortito per il naufragio” Ma non era sulla Concordia

La vicenda svelata da ‘Striscia la Notizia’: una coppia affermava di essere sulla nave affondata al Giglio. Tutto falso, anche la loro identità

"Ho abortito per il naufragio" Ma non era sulla Concordia

Dopo la vicenda del prete anti-Cav che disse di essere in ritiro ma che si trovava sulla Concordia naufragata, ecco la storia di una donna che ha denunciato di aver abortito a causa del naufragio della nave della Costa, che ha raccontato attimo per attimo i momenti del disastro, che chiedeva un milione di risarcimento ma che a bordo della Concordia non c’era. Né lei né il suo compagno, infatti, erano sulla nave naufragata all’Isola del Giglio. La vicenda è stata scoperta e rilanciata dal programma di Canale 5, Striscia la Notizia, che ha fatto luce su questa ridicola montatura. Si è infatti scoperto che l’identità dei due presunti naufraghi sarebbe falsa. La società Costa Crociere ha fatto sapere che segnalerà alla magistratura l’episodio denunciando la coppia.

liberoquotidiano.it

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Adriano Celentano parla di religione a Sanremo

Adriano Celentano parla di religione a Sanremo. “La corporazione dei media si è coalizzata in massa conto di me (…) fra quei quattro cinque che mi hanno difeso mi ha colpito la voce dii un prete (…) don Mario. Grazie don Mario, tu hai capito quello che i vescovi hanno fatto finta di non capire”. L’estrapolazione delle frasi dal discorso è deleterio per Adriano Celentano, nel suo monologo a Sanremo: “Sono venuto qui per parlare della straripante fortuna che io, voi, noi abbiamo avito nel nascere”. Il pubblico dice “basta” quando lui si giustifica nell’aver affermato che i giornali cattolici dovrebbero chiudere. “Ho detto ‘dovrebbero”. Per lui la vita di Gesù non può ridursi alla predica domenicale: così i giornali cattolici dovrebbero far “rivivere la figura di Gesù”. 

Celentano è in classifica con il suo nuovo album Facciamo finta che sia vero, presente da otto settimane: il videoclip Non so più cosa fare caricato il 26 dicembre 2011 ha raggiunto 491.083 visualizzazioni.

mauxa.com

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Timothy Dolan è stato elevato a Cardinale da Ratzinger: sarà lui il prossimo Papa?

L'arcivescovo di New York che fa sognare i cattolici Usa

L’arcivescovo di New York Timothy Dolan, 62 anni, nativo del Missouri in una famiglia irlandese-americana, sta facendo sognare i cattolici degli Stati Uniti, una comunità di 70 milioni anime. Sarà  lui il prossimo papa?

La cerimonia in Vaticano di oggi, quando il Papa lo ha elevato a Cardinale assieme ad altri 21 prelati, è stata trasmessa in diretta alle 4 del mattino dalla Tv locale più vista della metropoli, NY1,  e sarà  ritrasmessa domani domenica alle 12, l’ora delle messe. Quasi mille fedeli newyorkesi sono andati in pellegrinaggio a Roma in questi giorni per seguire da vicino l’ascesa di Dolan al Collegio dei cardinali, il più alto organismo della Chiesa di Roma. I network li hanno ripetutamente intervistati in piazza San Pietro, raggianti e orgogliosi di vedere l’arcivescovo di casa, che ogni domenica recita la Messa dalla Cattedrale di San Patrizio sulla Quinta Strada, entrare nella elite della loro religione. Dolan, intervistato in strada, sventolando la berrettina rossa nuova fiammante, ha detto che “questa non è per me, è per l’Empire State Building, per la Statua della Libertà”. Per la diocesi di New York, insomma. E una giornalista americana, parlando dalla stessa piazza con alle spalle la basilica, ha eccitato la fantasia e le speranze dei cattolici degli Stati Uniti quando ha riferito di “voci all’interno del Vaticano che darebbero Tim Dolan come il probabile primo americano a diventare papa”.

L’essere uno dei 125 cardinale con la berretta rossa, infatti, conferisce a Dolan il potere di eleggere insieme ai suoi pari il successore di Benedetto XVI, ma anche di essere scelto lui per la carica dai colleghi del conclave. La figura di Dolan è balzata in primo piano nella politica americana da quando è stato nominato arcivescovo, da papa Ratzinger, nel febbraio del 2009, tre anni fa. Battagliero difensore del messaggio pro-vita dei cattolici, era anche stato nominato di recente presidente della Conferenza dei vescovi americani, divenendo il più importante rappresentante del clero negli Usa. In quella veste non ha esitato a polemizzare con il New York Times, giornale bandiera del secolarismo anti cristiano e anti cattolico. Quando il giornale ha demonizzato l’intera Chiesa di Roma e attaccato il pontefice a causa degli scandali degli abusi sessuali compiuti nel mondo da diversi preti cattolici, Dolan ha scritto una lettera di fuoco per respingere l’indebita (per lui) generalizzazione. I rapporti di reciproca disistima tra il Times e Dolan sono tali che ieri la notizia della promozione in Vaticano del neocardinale arcivescovo di New York  non è stata neppure richiamata in prima e relegata a pagina 21. Il popolare New York Post, invece, oltre alla intera prima gli dedica quattro pagine interne.  Il neo cardinale, che parla italiano per aver trascorso lunghi periodi della carriera a Roma, è noto per la sua giovialità di carattere e per le sue battute, il che non gli impedisce di essere tagliente, quando serve, anche contro Obama. L’ultima volta è stata qualche settimana fa, quando ha respinto come un attacco alla libertà religiosa l’imposizione della Casa Bianca agli ospedali e alle scuole cattoliche di fornire ai propri dipendenti polizze sanitarie con la copertura delle spese per la contraccezione, anatema per un cattolico.

Ieri, nel discorso di accettazione della nuova carica, il neocardinale Dolan ha parlato della sua città in termini molto caritatevoli. “New York, senza negare le sue evidenti prove di secolarismo, è anche una città molto religiosa. Uno vi trova, anche tra i gruppi abitualmente identificati come materialistici – i media, lo spettacolo, gli affari, la politica, gli artisti, gli scrittori e giornalisti – una innegabile apertura per il divino”. A casa, nella sua cattedrale, fervono i lavori per il rientro: oltre ad essere chiamato d’ora in poi Sua Eminenza, invece di Sua Eccellenza, glòi stanno preparando un altare che sia adeguato al suo nuovo rango, come prevede la liturgia.

di Glauco Maggi
Twitter@glaucomaggi – liberoquotidiano

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Carnevale Brasile, 2 mln in festa a Rio

(ANSA) -RIO DE JANEIRO, 19 FEB- Oltre due milioni di persone – 2,3 secondo la polizia militare, 2,5 secondo gli organizzatori -si sono riversate oggi nel centro storico di Rio de Janeiro per partecipare al più famoso “carnevale di strada” carioca, quello del gruppo folcloristico ‘Bola Preta’, che con i suoi 93 anni di storia è il più antico della città.Sotto un sole cocente e una temperatura di oltre 30 gradi, i partecipanti hanno cominciato a riunirsi nella strada più larga della capitale, l’Avenida Rio Branco.

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Siria: piu’ di 8.000 uccisi in 11 mesi Dal 15 marzo 2011 si contano 559 tra bambini e adolescenti

Siria: piu' di 8.000 uccisi in 11 mesi

(ANSA) – Sono oltre 8.000 i siriani uccisi in quasi un anno di proteste e conseguente repressione. Lo riferiscono, fornendo una lista documentata e aggiornata, i Comitati di coordinamento locale. Sul sito di Documentazione delle violazioni in Siria (http://vdc-sy.org/) si contano i nomi di 8.311 persone, di cui 6.529 civili e 1.765 militari tra disertori e governativi. I bambini e gli adolescenti uccisi dal 15 marzo 2011 ad oggi, secondo il bilancio aggiornato a stasera, sono 559. Le donne sono 257.

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Orso d’oro Festival Berlino ai Taviani

 

Orso d'oro Festival Berlino a Taviani

(ANSA) – ROMA, 18 FEB – L’orso d’oro della 62/ma edizione del Festival di Berlino e’ andata a Paolo e Vittorio Taviani per ‘Cesare deve morire’. Erano 21 anni che l’Italia non vinceva questo premio. ”Spero che qualcuno tornando a casa dopo aver visto ‘Cesare deve morire’ pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, è e resta e un uomo. E questo grazie alle parole sublimi di Shakespeare”. Questa una delle frasi più toccanti di Vittorio, che ha ricevuto con il fratello Paolo l’Orso d’Oro

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A Sanremo trionfa Emma

Arisa arriva seconda, poi Noemi.
Una finale nel segno dell’amore: tanti baci e bandiere della pace

Emma vince il Festival di Sanremo

sanremo

Emma vince Sanremo con il brano “Non è l’inferno”. In una finale di sole donne è lei a spuntarla. Al secondo posto si piazza Arisa. Terza Noemi. Questa edizione si chiude con una spettacolo all’insegna dell’amore. All You Need is Love, la canzone che i Beatles scrissero per il primo programma in Mondovisione. Un simbolo usato da Daniel Ezralow per una delle sue costruzioni coreografiche che stanno caratterizzando Sanremo. Un movimento teatrale con coppie di gente comune che si baciavano e occupavano sedie vuote, mentre i corpi dei ballerini componevano la scritta Love sul palco e sullo schermo apparivano i versi di Alda Merini e i nomi dei personaggi simbolo della Pace. Ecco l’inizio del Festival.

Poi la musica. Si esibiscono i primi cantanti, poi viene il momento della comicità. Morandi in ginocchio da Geppi Cucciari. Entrata in scena senza scarpe, per ironizzare sull’entrata in scena di Belen: Morandi si è inginocchiato per metterle le scarpe. Esilarante, come al solito, Geppy  saluta «i gemelli Mazzi e Mazza (rispettivamente Gianmarco, direttore artistico e Mauro, direttore Rai Uno) e quello che vi ha fatto il Vaticano in settimana, il ’mazzo’», dice entrando subito a gamba tesa sull’attualità festivaliera. Non risparmia poi il conduttore: «Lasciatemi dire ’Io amo i Gianni Morandi’» scherza ironizzando sulla polemica scoppiata con le associazioni omosessuali dopo che Morandi aveva più volte ripetuto sul palco ’non ho nulla contro gli omosessuali’, tormentone che poi ha punteggiato varie serate, e dopo che, per fare ammenda, aveva rilanciato ’io adoro gli omosessualì. «Ma me la state facendo pagare tutti?» domanda Morandi.

E ancora, incalza Geppy: «hai detto che questo sarebbe stato il tuo ultimo Festival, ma ha chiamato la Fornero dicendo che non eri a posto con i contributi. Lo ha detto piangendo». Battute anche per Celentano. Si fa portare sulla scena faldoni che contengono pagine e pagine di postille al suo contratto. Ne legge una «il mio intervento deve restare segreto: prima nessuno deve capire cosa dirò e dopo nessuno cosa ho detto».

Alla fine arriva il momento di Celentano. Applausi e contestazioni per la seconda performance di Adriano all’Ariston. «Quando parlo di chiusura di Famiglia Cristiana e di Avvenire – ha detto il Molleggiato – dico ’andrebbero chiuse’, non significa esercitare una forma di censura». A quel punto dall’Ariston si sono levati fischi e contestazioni. «Dovreste farmi finire di parlare, magari c’è qualcosa di interessante anche per voi». E poi ha continuato fino a quando ha invitato il pubblico: «Adesso potete fischiare». Chiusa la parentesi cattolica, Celentano torna vero ’Molleggiato’ quando intona ’La cumbia di chi cambia’, il pezzo-invettiva che Jovanotti ha scritto per il suo ultimo album. Adriano balla insieme ad una ballerina di colore. Poi entra Gianni Morandi e i due si incontrano vicino ad una scrivania. Gianni dice: «Grazie». Adriano risponde: «Prego». Gianni prosegue: «È stato bello». E Celentano replica: «Anche per me». Poi i due cantano insieme «Ti penso e cambia il mondo» e Morandi comincia a commuoversi già mentre duettano. Quando poi sul finale della canzone si siedono sui gradini del palco e Adriano afferma «è il festival di Morandi», Gianni salutando l’amico non trattiene le lacrime, lo saluta e poi confessa: «Ho rivissuto in questi dieci minuti con lui tutte le immagini della mia vita, da quando ero ragazzino ed ho iniziato ad imitarlo. Sono davvero felice. Celentano ama la gente, ama il festival, ama i media. Adriano non odia nessuno».  Sul discorso di Celentano la Rai sembra soddisfatta: «Ha fatto il suo lavoro in modo corretto e attento: c’è soddisfazione per il suo discorso, vicino agli uomini, alle donne, alla realtà. È stato bello ascoltarlo».

 

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E’ nato un papabile

Iacopo Scaramuzzi

E’ nato un papabile. Americano. A Timothy M. Dolan, 62 anni, la notorietà non mancava. Dal 2009 è arcivescovo di New York, dal 2010 presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, e l’anno scorso il papa lo ha mandato in Irlanda a perlustrare i seminari irlandesi dopo lo scandalo della pedofilia. Dolan è esuberante, simpatico, telegenico, e gioca a baseball. E’ il principale nemico di Barack Obama sulla riforma sanitaria ed ha cavalcato con impeto l’ultima polemica sull’obbligo alle strutture cattoliche di fornire servizi contraccettivi ai propri dipendenti (la Casa bianca ha poi fatto un mezzo passo indietro ma per l’episcopato guidato da Dolan non basta). Sugli abusi sessuali dei preti, dal suo blog The Gospel in the digital age ha attaccato il New York Times (che pure lo aveva definito un “conservatore geniale”) accusandolo di anti-cattolicesimo. E’ un “conservatore creativo”, come viene chiamata la nuova leva di vescovi ratzingeriani: dialogante e gioviale nella forma, ma inamovibile nel merito sulle questioni classiche della dottrina cattolica, dall’aborto ai matrimoni gay. Insomma, un protagonista della Chiesa americana. E non solo americana. Dolan è uno dei nuovi cardinali ai quali domani il papa imporrà la berretta cardinalizia ad un Concistoro in Vaticano. L’arcivescovo di New York, insomma, entra tra gli elettori (e gli eligibili) al prossimo Conclave. E se non fosse chiara la simpatia che nutre nei suoi confronti, Benedetto XVI gli ha assegnato un compito di grande visibilità: l’introduzione alla riunione che si svolge oggi in Vaticano tra il papa e i cardinali di tutto il mondo per parlare di “nuova evangelizzazione” (e magari degli ultimi scandali e fughe di notizie soprannominato Vatileaks dal portavoce vaticano Federico Lombardi). Tra battute (indirizzate anche al cardinale Segretario di Stato Bertone) e ricordi personali, citazioni di film e di romanzi, Dolan ha spiegato che “la nuova evangelizzazione si compie con il sorriso, non con il volto accigliato”. Su invito dello stesso Bertone, ha parlato in un italiano, una lingua che conosce poco ma che potrebbe servirgli in futuro. Perché è sempre più chiaro che, dentro e fuori il Vaticano, Dolan è guardato sempre di più come un candidato forte alla successione di Benedetto XVI.

Qualche settimana fa, per inciso, il settimanale cattolico britannico The Tablet è stato il primo ad immaginare una prima lista di papabili: i cardinali Angelo Scola (Milano), Gianfranco Ravasi (presidente del pontificio consiglio della Cultura), Peter Turkson (ghanese e presidente del pontificio consiglio Giustizia e pace), Oscar Rodriguez Maradiaga (salesiano di Tegucigalpa), Christoph Schoenborn (Vienna), Leonardo Sandri (argentino e presidente della congregazione per le Chiese orientali), Marc Ouellet (canadese e prefetto della congregazione dei vescovi), Odilo Pedro Scherer (San Paolo in Brasile), e Joao Braz de Aviz (brasiliano, prefetto della congregazione dei religiosi e cardinale al Concistoro di febbraio). Da domani, in pole position c’è anche Dolan.

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Giordano Bruno: vuoi vedere che sotto sotto l’Inquisizione romana ha fatto bene a bruciare il filosofo di Nola?

Finalmente la verità su Giordano Bruno. A 412 anni esatti dal rogo di Campo de’ Fiori il Messaggero riscopre gli atti del processo. Un approccio leggermente revisionista e il quotidiano giunge a una conclusione sorprendente. Vuoi vedere che sotto sotto l’Inquisizione romana ha fatto bene a bruciare il filosofo di Nola?

La pagina in questione è tutta un programma. Sotto il titolo “Bruno, Gli atti mai visti del processo” un lungo articolo racconta il rinvenimento negli archivi segreti del Vaticano di un sommario del processo. La scoperta risale alla fine dell’Ottocento, ma il documento sarà esposto per la prima volta solo il prossimo 29 febbraio. L’occasione è buona per rendere onore alla giustizia dell’epoca. «Il processo, occorre riconoscere, fu pienamente legittimo considerando il contesto storico in cui ebbe luogo». Anzi, a leggere attentamente, sembra che l’Inquisizione abbia trattato il condannato pure bene. Sì, certo, le torture. Ma come riconosce il Messaggero «è stata tramandata un’immagine totalmente falsa del carcere in cui fu tradotto Giordano Bruno a Roma. Tale condizione, fraintesa, non era quella di una segreta opprimente e tetra, bensì una manifestazione di estremo rispetto in cui era tenuto il prigioniero».

Insomma, il frate sarà pure stato bruciato vivo. Ma con l’ausilio di tutti i comfort. «Aveva comodità di barbiere – ricorda il Messaggero – di bagno, lavanderia e rammendatura, provvista di capi di vestiario, vitto non scadente e financo il vino». A qualcuno sarà già venuta voglia di fare a cambio. E poi diciamocelo, Giordano Bruno se l’è andata pure un po’ a cercare. «Gli aspetti epicurei, diciamo pure osceni e goderecci, della filosofia bruniana – spiega il giornale – convergono in una visione talmente ampia da mettere in discussione principi fondamentali: la Trinità, l’incarnazione, il movimento delle stelle e dei pianeti, lo Spirito Santo, la creazione, l’anima umana, la vita ultraterrena».

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sull’innocenza del condannato, in un riquadro a parte il quotidiano romano riporta alcuni stralci del processo. Il titolo inquadra perfettamente Bruno: «Li piacevano assai le donne». Più sotto si legge: «Ecco alcune testimonianze usate contro Giordano Bruno». Si scopre così che il frate bruciato a Roma «era molto dedito alla carne». «Ho sentito dire a Giordano in casa mia – ricorda un altro testimone – che niuna religione gli piace». E qualcuno critica ancora l’Inquisizione…

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Commento al Vangelo di domenica 19 Febbraio 2012

VII Domenica
Tempo ordinario – Anno B
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Il paralitico di Cafàrnao. Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi. Sono il suo magnifico ascensore, strappano l’ammirazione del Maestro: Gesù vista la loro fede… la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico. Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro. I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani. Una fede che non prende su di sé i problemi d’altri non è vera fede. Non si è cristiani solo per se stessi; siamo chiamati a portare uomini e speranze.

A credere anche se altri non credono; a essere leali anche se altri non lo sono, a sognare anche per chi non sa più farlo. «Sei perdonato». Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico. Sente parole che non si aspettava. Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più. Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati. Perdonare è nel Vangelo è un verbo di moto: si usa per la nave che salpa, la carovana che si rimette in marcia, l’uccello che spicca il volo, la freccia liberata nell’aria. Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più: un colpo di remo, un colpo di vento nelle vele, per il mare futuro; è un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella. Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l’andatura eretta, finiti i sentieri nel sole! Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere. Sei perdonato. Senza merito, senza espiazione, senza condizioni. Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare.

E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa! E Gesù interviene: Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina? Gesù per l’unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l’uomo biblico è un’anima-corpo, un corpo-anima, un tutt’uno, senza separazioni. E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo. Tutti si meravigliarono e lodavano Dio. Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa. Per sentieri nel sole.

(Letture: Isaia 43, 18-19. 21-22. 24b-25; Salmo 40; 2 Corinzi 1, 18-22; Marco 2, 1-12)

di Ermes Ronchi – avvenire
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Abbondanza frugale: ricetta anticrisi

«Si racconta che il grande economista di Yale Irving Fischer (1867-1947) aveva un pappagallo che aveva ammaestrato a rispondere a tutte le domande degli studenti ripetendo: “E’ la legge della domanda e dell’offerta”». Comincia così l’ultimo libro di Serge Latouche (Per una decrescita frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, edito da Bollati Boringhieri) che – a detta dell’autore – riprende e sistematizza i “malintesi” e le “controversie” che si sono determinati con la pubblicazione dei precedenti. Un libro che mette in pagina le risposte standard di cui Latouche si è servito in questi anni per le interviste e che ormai – ammette – ha messo in uso anche «per soddisfare le risposte sempre più numerose di improbabili discussioni che mi arrivano per posta elettronica».
Latouche è una celebrità: rispondendo alle nostre domande ci dice che «da tre settimane rilascio almeno un’intervista al giorno». Professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-Sud, autore estremamente prolifico che dal 2007 pubblica non meno di due libri all’anno, Latouche è il principale teorico della “decrescita felice” associata all’”abbondanza frugale”. Di cui gli chiediamo di offrirci una versione “divulgativa”.

Professor Latouche, se avesse a disposizione il pappagallo di Fischer, di questi tempi cosa gli chiederebbe di ripetere sistematicamente a ogni possibile interrogazione?
«Bella domanda! Una risposta però non c’è, perché la legge del mercato effettivamente ha una risposta a tutto, mentre le cose stanno in modo completamente diverso nell’universo antieconomico della decrescita. Spiegare che cos’è la decrescita e rispondere alle obiezioni che solleva, supera le capacità degli uccelli parlanti».

Proviamoci…
«La decrescita è una “funzione performativa”, oppure una “utopia concreta”. Detto in termini più semplici, è un progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale per uscire dalle aporie della società dei consumi. Mi rendo conto che il progetto di cui parlo è una sfida provocatoria, addirittura blasfema nei confronti dei dogmi economici a cui siamo abituati. Ma come gli alberi non posso crescere fino al cielo, così non esiste – e non può esistere – la crescita indefinita. In modo particolare per l’Occidente da qui in avanti».

Altrove sì?
«Non voglio dire questo ma un’altra cosa. E’ naturale che l’Africa abbia margini di crescita, e forse non è il caso di stupirsi (come fanno alcuni) dei tassi di crescita che in anni recenti vengono espressi da alcuni paesi di questo continente, che di fatto non è mai cresciuto e comincia solo ora a farlo. E mutatis mutandis la stessa cosa si potrebbe dire dei cosiddetti paesi Bric: Brasile, Russia, India e Cina. Ma l’Occidente sono secoli che cresce: è chiaro che vi sarà un limite, a cui – a mio avviso – ci siamo avvicinati in questi anni. E’ il nostro modello culturale – per inciso: è sempre la cultura a reggere l’economia, non il contrario – ad essere entrato in crisi. E’ la “società dei consumi” così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi che non funziona più».

D’accordo. Mi permetta allora di farle la domanda dell’uomo della strada (e forse non soltanto): cosa sta succedendo?
«Come dicevo prima, gli alberi non arrivano in cielo: crescono fino a un certo punto e poi si fermano. Ora ci troviamo a questo punto, con un’aggravante: veniamo da trent’anni di crescita illusoria. Nel secondo dopoguerra abbiamo avuto trent’anni di crescita reale – quelli che in Francia chiamiamo i “trenta gloriosi” (1945-1975) – a cui sono seguiti trent’anni di crescita virtuale: quella dell’espansione gigantesca del credito e dei prodotti finanziari. Secondo gli addetti ai lavori, il denaro virtuale in circolazione (dotato quindi di effetti “reali”) sarebbe pari 600mila miliardi di dollari, secondo i più prudenti, addirittura a un milione di miliardi di dollari, secondo altre stime. Queste cifre superano il pil mondiale di 15-20 volte! E’ un enorme bolla speculativa (immobiliare oltre che finanziaria) che non poteva non scoppiare, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi».

Il futuro dell’euro è segnato a suo avviso?
«Temo di sì, perché l’unico attore che potrebbe veramente cambiare le cose è la Cina: se domani i fondi sovrani cinesi dovessero decidere di comprare debito pubblico europeo, invece che americano, noi avremmo risolto i nostri problemi. Ma con ogni probabilità non lo faranno perché gli americano hanno detto chiaramente che il disimpegno dal loro debito sarebbe considerato un atto politicamente ostile quando (o quasi) un attacco militare. Quindi ad oggi non vedo altre vie d’uscita. Dovremo imparare a vivere nella decrescita, che non significa necessariamente recessione. È una “prosperità senza crescita”».

È un’idea diversa di società?
«Direi di sì. Come diceva l’antropologo Marcel Mauss, il collante del tessuto sociale sta nello spirito del dono, non certo nell’utilitarismo. E questo apre la possibilità che si guardi all’altro – al “prossimo”, come dice l’etica cristiana – con occhi diversi. Sotto questo aspetto la crisi è una grande opportunità».

Davide Gianluca Bianchi – avvenire.it
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Il Mistero, la fatica, la salvezza: Confessioni di un prete

Rileggo – lo faccio spesso – una lettera aperta ai sacerdoti di Enrico Medi, lo scienziato morto nel 1974 e per il quale è in corso la causa di beatificazione. Medi li esorta a sostare più tempo ai piedi dell’Altare, a interessarsi delle cose dello spirito, a lasciare ai laici le tante incombenze da cui vengono distratti inutilmente. Il professor Medi è stato uno di quegli uomini che riescono per davvero a fare riflettere un prete, perché innamorato di Gesù e, da uomo di scienza cristiano, alla continua ricerca della santità.

Il prete sa di essere mistero a se stesso, abitato da una Presenza che immensamente lo supera e lo assimila. Se non fosse per quel pizzico di incoscienza che da sempre accompagna gli uomini, morirebbe. Di gioia, di dolore e di stupore. Credo che tante volte vada a ingolfarsi in mille cose belle, ma non proprio necessarie, per non rimanere schiacciato dal Mistero. Dio ha voluto scegliersi i preti non tra gli angeli, ma tra gli uomini: il dramma e la grandezza del sacerdozio sono da ricercare qui.

Il prete – a qualcuno potrà sembrare strano – è l’uomo della pace perennemente inquieto. Chiamato a essere presente dappertutto, dappertutto si sente come se fosse fuori luogo. È amico di chi ha fame, e di chi ha troppo da mangiare. Celebra i divini Misteri con fede, e con disagio: mai, infatti, se ne ritiene degno. Davanti a lui, peccatore tra i peccatori, gli uomini si inginocchiano e implorano il perdono. Sosta in adorazione davanti al Tabernacolo, consuma la corona del Rosario, salmeggia con la Chiesa le preghiere antiche. Di tutti si sente servitore. A tutti sa di essere debitore. Vorrebbe girare il mondo per gridare che “Gesù è il Signore!” e desidera non allontanarsi dalla mamma che si va spegnendo in ospedale. Vorrebbe imitare i certosini e i francescani; essere allegro e buono come don Bosco e come san Filippo Neri.

Un peccato in cui cade spesso è quello dell’invidia. Oh, Gesù non ne terrà conto nel Giorno del Giudizio. È santa invidia. Invidia papa Wojtyla e il dottor Moscati; Massimiliano Kolbe e don Puglisi. Invidia chi studia con impegno per meglio servire il prossimo e chi vi rinuncia per rimanere accanto ai reietti e agli immigrati.
«Mi sono sempre chiesto come fate a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio fra le mani…», scrive lo scienziato Medi. Che bello! Quante volte, giunto a sera, contemplo incredulo le mie mani. Chissà che ne sarebbe stato se Gesù non le avesse fatte sue. Invece. Le mie mani, la mia voce, la mia vita capaci di costringere il Figlio di Dio a diventare Pane. Pane da mangiare. Pane da adorare. Pane nella Chiesa per ricordarci che tutti siamo figli, tutti siamo poveri, tutti siamo peccatori. Dio ci brama. Solo chi ama può capire. «Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possono esistere. Sacerdoti, vi scongiuriamo: siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti», continua, come in estasi, il servo di Dio Medi.

È troppo. Troppa grazia è stata riversata nel cuore di un povero uomo per poterla contenere. Per non farla straripare. I preti, confusi e riconoscenti, abbassano umilmente il capo e supplicano i fratelli: «Aiutateci. Sosteneteci nella nostra – e vostra – vocazione. Usateci misericordia quando, senza volerlo, non apprezziamo appieno il dono ricevuto. La nostra è solo incapacità…». Permettere a Dio di riflettere la luce sfolgorante, in cui da sempre è avvolto, in un opaco frammento di terracotta non è facile. Per nessuno.
Se lasciamo che Gesù occupi il trono della nostra vita e saremo – preti, laici, consacrati, religiosi – uniti e disponibili nell’aiutarci a portare e sopportare il peso, le gioie e le speranze della vita, ci salveremo tutti. Ed è ciò che Dio, più di ogni altra cosa, vuole.

Maurizio Patriciello – avvenire.it
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Gerusalemme, un amore

I libri sulla Città Santa riempiono intere biblioteche e se ne continuano a pubblicare. Sono indispensabili per avvicinarla e conoscerla. Ecco una serie di titoli freschi di stampa

immagine documento Gerusalemme, un enigma. «Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia mano destra», canta il salmo 136, quello dell’esilio; «O Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che Dio ti manda», piange Gesù rimirandola dall’alto delle colline ad est e già vedendola com’era dai tempi di Salomone, «d’oro, di rame e di luce» come la descrive la più popolare forse delle canzoni israeliane. Gerusalemme, che Israele ha proclamato capitale eterna dell’ebraismo e l’immagine della quale campeggia inevitabilmente alle spalle di tutti i leaders palestinesi; Gerusalemme, che tre fedi proclamano concordi Città Santa, e proprio da questa concordia nasce una contesa millenaria, un odio profondo. Può l’odio scaturire da un eccesso d’amore?
Oggi, Gerusalemme è la mèta degli ebrei di tutto il mondo, compresi quelli che non condividono gli ideali sionisti; ma è altresì quella di pellegrini cristiani e musulmani e uno dei centri d’interesse turistico più affascinanti al mondo. Anche i libri su di lei riempiono intere, enormi biblioteche, e si continuano a pubblicare incessantemente.
Esiste una letteratura cristiana, ebraica e musulmana vastissima sul viaggio-pellegrinaggio a Gerusalemme: in qualche caso essa ha ispirato autentici capolavori.
A non dir altro, che cosa mai sarebbe il nostro romanticismo senza le visite a Gerusalemme di Chateaubriand, di Loti, di Gérard de Nerval? Di recente uno scrittore-viaggiatore italiano (uno di quelli della razza dei Maraini e dei Terzani, dei Rampini e dei Rumiz, dei Magris e dei Malatesta…), Stenio Solinas, ha ripercorso quell’antico itinerario e l’ha raccontato in un libro asciutto e commosso, Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand (Vallecchi 2011). Gerusalemme liberata. L’hanno liberata in tanti: forse in troppi. Primo fra tutti Ciro il Grande, che nel 538 a.C. autorizzò gli ebrei che Nabuchodonosor aveva deportato in Babilonia a rientrare in patria e a ricostruire la loro città: e che da allora è ricordato e venerato come il “liberatore” per eccellenza, il primo dei Giusti tra le Nazioni. Che ironia questa circostanza, vista oltre duemilacinquecento anni dopo e alla luce dei rapporti tra l’Israele di Netanyahu e l’Iran di Ahmadinejad! Come se la storia si prendesse sul serio gioco degli uomini.
Ma, dopo Ciro, i “liberatori” furono piuttosto, come suole sovente accadere, dei conquistatori. I sovrani siro-greci della dinastia seleucide, poi i romani, quindi gli asmonei, e ancora i romani che, con la cristianizzazione dell’impero, consentirono l’edificazione dei santuari della nuova fede a obliterare la vecchia (secondo la tradizione fu l’imperatrice Elena, nel 330, la regista di quest’opera di santa archeologia falsificatoria); e poi ancora il califfo Umar, nel 638, che restituì dignità all’area del Tempio di Salomone che i cristiani avevano abbandonata; e quindi i crociati nel 1099, il Saladino nel 1187, il sultano ottomano Selim nel 1517, i britannici del generale Allenby (e gli arabi dello sceriffo hashemita Hussein e del colonnello Lawrence) esattamente quattro secoli dopo, nel 1917, e successivamente – all’indomani della prima guerra araboisraeliana del 1948 – Abdullah di Giordania nel 1950, fino alla conquista da parte degli israeliani guidati da Moshe Dayan nel 1967.
Troppi liberatori, troppi padroni: a chi appartiene, davvero, Gerusalemme? Ma ha poi un senso chiedersi se una città ch’è stata per secoli al centro della storia e della fede possa davvero “appartenere” a qualcuno, al di là della politica e delle istituzioni, dei confini e delle convenzioni? “Appartiene” davvero alla Grecia, Atene? È esclusivamente “italiana”, Roma? Domande che non ha senso eludere, ma alle quali non si può nemmeno rispondere. Il fatto è che Gerusalemme mantiene ancora, impresse nelle sue pietre e nelle sue strade scoscese, nei dirupi e nei dintorni che ne cingono le vecchie mura e che portano dei nomi che a molti di noi paiono ormai quasi di fiaba (Gethsemani, Josaphat, Sion, Siloe, Gehenna…), le memorie degli antichi tempi e quelle dei nuovi: uno straordinario passato-che-non-passa e che si riflette anche nella megalopoli sterminata che circonda il nucleo della città vecchia.
Un’“altra” Gerusalemme, straordinaria anch’essa, coloniale e ultramoderna, pia e spregiudicata, arcisraeliana eppure cosmopolita, col suo patrimonio di “leggende metropolitane” e il suo rapporto difficile, tormentato, amoroso col suo vecchio cuore di pietra bianca e di santuari vetusti che le sorge al centro. Come si fa ad avvicinarla? Senza una guida – libresca o umana che sia – è impossibile. Eppure tutte le guide ingannano, tutte le guide tradiscono: ognuna ci racconta la “sua” Gerusalemme, sovente in conflitto con tutte le altre, e non c’è iniziazione che non sia anche inganno, non c’è ausilio che non sia anche tradimento. Il palinsesto urbanistico-architettonico, che con continui tuffi al cuore ci fa passare in poche decine di metri dalla preistoria all’oggi, è nulla di fronte al palinsesto delle fedi, delle tradizioni, delle fedi, dei diritti rivendicati e di quelli calpestati.

Solinas Stenio – Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand

Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand Titolo Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand
Autore Solinas Stenio
Prezzo
Sconto 15%
€ 13,18
(Prezzo di copertina € 15,50 Risparmio € 2,32)
Dati 2011, 163 p., brossura
Editore Vallecchi  (collana Stelle)

Mai come a Gerusalemme la domanda «Chi ha ragione?» è urgente e pressante; e mai come lì è assurda, inutile, disperata.
Tanto vale tentare un approccio “ludico”: che poi non si rivela affatto tale. In Chroniques de Jérusalem (Shampooing 2011), Guy Delisle ci prova coi fumetti. Proprio così: 333 pagine di strips con molti disegni (a modo loro estremamente realistici) e poche parole nelle solite nuvolette per raccontarci il suo viaggio, e la sua permanenza di un anno tra ebrei e arabi, tra chiese vetuste e vicoli ombrosi, nel dramma dei nuovi colonizzatori e dei vecchi ex-padroni, con i posti di blocco militari e i religiosi osservanti di Mea Sharim, lo stupore degli incontri casuali e l’angoscia delle incomprensioni, la gioia della gente che danza e la paura degli attentati.
È un quadro a modo suo onesto e veridico: eppure c’è qualcosa che non va. Gli affiancherei, in una sorta di dialogo-integrazione a distanza, il bellissimo A Gerusalemme di Fiamma Nirenstein (Rizzoli 2011), con quell’attacco rivelatore che vale più di centomila pagine erudite, «Gerusalemme fa girare la testa di chiunque».

Nirenstein Fiamma – A Gerusalemme (sconto online su ibs)

A Gerusalemme Titolo A Gerusalemme
Autore Nirenstein Fiamma
Prezzo
Sconto 15%
€ 15,30
(Prezzo di copertina € 18,00 Risparmio € 2,70)
Dati 2012, 211 p., rilegato
Editore Rizzoli  (collana Saggi italiani)

È vero, è meravigliosamente e dannatamente vero. Fiamma ha la “sua” Gerusalemme, è una donna e una scrittrice fieramente schierata: eppure, direi anzi proprio per questo, il suo racconto arriva a volte a toccare le corde di verità nascoste e profonde che vanno ben al di là delle polemiche e delle inimicizie. Forse, anzi certamente, la sua intenzione è spesso provocare, irritare, scandalizzare, com’è nella sua natura: ma soprattutto riesce a commuovere, lo sappia e lo voglia o no (ma io sono certo che lo sappia e sospetto che lo voglia).
Comunque, uscendo da questo mareggiare di ricordi e di sentimenti, si sente il bisogno di un solido ancoraggio “obiettivo” alle notizie, ai fatti, alle cose. E allora diventa indispensabile anzitutto un solido companion: poco di meglio, al riguardo, dell’Atlante di Gerusalemme. Archeologia e storia (Edizioni Messaggero, Padova, 2011) di Dan Bahat, il grande archeologo specie se accompagnato da Gerusalemme città di specchi di Amos Elon (Rizzoli 1990, più volte ripubblicata) e soprattutto da Jerusalem. The biography di Simon Sebag Montefiore (Weidenfeld and Nicolson 2011), due libri che insieme faranno al lettore principiante l’impressione che si parli di un’altra città rispetto a quella della Nirenstein, e invece il segreto è proprio quello: cercarne la convergenza, la compatibilità, l’accordo. Gerusalemme, il paradosso.
Ma partire alla conquista del centro, alla ricerca dell’anima, è come ascender ai cieli o discendere nell’inconscio: non si giunge mai al traguardo. Forse, ci aiutano il Dictionnaire amoureux de Jérusalem di Jean-Yves Leloup e il Dictionnaire amoureux de la Palestine di Elias Sanbar (entrambi Plon 2011). Si deve comprender, per amare? O bisogna amare, se si vuole comprendere? Non nascondiamoci l’odio, il rancore, le ragioni contrapposte, le speranze deluse e i patti violati, le promesse e i tradimenti: tutto questo è la storia millenaria della città più bella del mondo. Ma la chiave per comprenderla sul serio è sempre la stessa, quella che muove il mondo. Gerusalemme, l’amore.

Franco Cardini
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Legionari di Cristo, lascia la leader donna

Nuovo smottamento nei Legionari di Cristo. Si è dimessa Malen Oriol, la leader della branca femminile della congregazione religiosa finita sotto la tutela del Vaticano dopo che la stessa Santa Sede ha accertato nel 2010 le malefatte del fondatore, il sacerdote messicano Marcial Maciel (1920-2008), pedofilo, tossicomane e padre di tre figli avuti da due donne diverse (avrebbe abusato anche di uno dei figli). Escono dalla branca laicale dei Legionari, Regnum Christi, anche una trentina di altre donne.
«Malen Oriol – si legge in una nota in inglese diffusa dai Legionari di Cristo a conferma di voci di stampa – l’assistente per la vita consacrata al direttore generale, ha inviato una lettera a tutte le donne consacrate con la quale annuncia ha rassegnato le sue dimissioni al cardinale Velasio de Paolis», delegato del Papa per la congregazione religiosa. «Nella sua lettera, ella menziona il fatto che alcune donne consacrate hanno domandato alla Santa Sede il permesso di vivere la loro consacrazione non come membro del movimento Regnum Christima sotto l’autorità di un vescovo. Al momento, Malen non ha chiarito se intende far parte di questo nuovo gruppo».

Si tratta solo dell’ultima defezione per i Legionari di Cristo. Alcuni mesi fa Jesus Colina, direttore e fondatore dell’agenzia di stampa cattolica Zenit, ha lasciato il suo incarico in polemica con i Legionari di Cristo, che controllano il consiglio di direzione della testata. Lo hanno seguito tutti i capi-redattori. A novembre del 2010 padre Luis Garza, vicario generale, è stato sostituito da padre Oscar Nader come direttore territoriale per l’Italia. Padre Garza – uno degli uomini più rappresentativo della ‘vecchia guardia’ – è stato sostituito poi da padre José Enrique Oyarzun nella funzione di decano.

lapoliticaitaliana

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Se la feroce religione del denaro divora il futuro

di GIORGIO AGAMBEN da La Repubblica del 16 febbraio 2012

Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, ” fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze. Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci – sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l´organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.
Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente.

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Ogni anno il Festival di Sanremo ci mette di fronte a un tragico dilemma: ma davvero questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione?

SANREMO

Il predicatore decadente

Joan Lui è convinto di predicare meglio dei preti. Ma nel ruolo di profeta salva Italia ne vogliamo solo uno, due sono troppi:
o Monti o Celentano.

Joan Lui è convinto di predicare meglio dei preti. Ma nel ruolo di profeta salva Italia ne vogliamo solo uno, due sono troppi:
o Monti o Celentano.
Dopo ieri sera ho scelto definitivamente. Ogni anno il Festival di Sanremo ci mette di fronte a un tragico dilemma: ma davvero questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione? E se così fosse, non dovremmo preoccuparci seriamente? C’è stato un tempo in cui effettivamente il Festival è stato specchio del costume nazionale, con le sue novità, le sue piccole trasgressioni, persino le sue tragedie. Ma tutto ha un tempo e questo (troppo iellato) non è più il tempo di Sanremo o di Celentano, se vogliamo rinascere. Monti o Celentano? Se davvero il nostro premier vuole compiere il titanico sforzo di cambiare gli italiani («l’Italia è sfatta», con quel che segue), forse, simbolicamente, dovrebbe partire proprio dal Festival, da uno dei più brutti Festival della storia. Via l’Olimpiade del 2020, ma via, con altrettanta saggezza, anche Sanremo, usiamo meglio i soldi del canone. O Monti o Celentano. O le prediche del Preside o quelle del Re degli Ignoranti contro Avvenire e Famiglia Cristiana.

Non mi preoccupa Adriano, mi preoccupano piuttosto quelli che sono disposti a prenderlo sul serio. E temo non siano pochi. Ah, il viscoso narcisismo dei salvatori della patria! Ah, il trash dell’apocalissi bellica! Cita il Vangelo e bastona la Chiesa, parla di politica per celebrare l’antipolitica: dalla fine del mondo si salva solo Joan Lui. Parla di un Paradiso in cui c’è posto solo per cristiani e musulmani. E gli ebrei? Il trio Celentano-Morandi-Pupo assomiglia a un imbarazzante delirio. A bene vedere il Festival è solo una festa del vuoto, del niente, della caduta del tempo e non si capisce, se non all’interno di uno spirito autodistruttivo, come possano essersi accreditati 1.157 giornalisti (compresi gli inviati della tv bulgara, di quella croata, di quella slovena, di quella spagnola, insomma paesi con rating peggiore del nostro), come d’improvviso, ogni rete generalista abbassi la saracinesca (assurdo: durante il Festival il periodo di garanzia vale solo per la Rai), come ogni spettatore venga convertito in un postulante di qualcosa che non esiste più. Sanremo è il Festival dello sguardo all’indietro (anni 70?), dove «il figlio del ciabattino di Monghidoro» si trasforma in presentatore, è il Festival delle vecchie zie dove tutti ci troviamo un po’ più stupidi proprio nel momento in cui crediamo di avere uno sguardo più furbo e intelligente di Sanremo (più spiritosi di Luca e Paolo quando cantano il de profundis della satira di sinistra), è il Festival della consolazione dove Celentano concelebra la resistenza al nuovo. Per restituire un futuro all’Italia possiamo ancora dare spazio a un campionario di polemiche, incidenti, freak show, casi umani, amenità, pessime canzoni e varia umanità con l’alibi che sono cose che fanno discutere e parlare? Penso proprio di no.
P.S. Mentre scrivevo questo pezzo mi sono arrivati gli insulti in diretta da Sanremo. Ma non ho altro da aggiungere.

Aldo Grasso – corriere.it

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Benedetto XVI non gode di buona salute e che la sua malattia non è la vecchiaia, ma un tumore allo stomaco, la cui gravità sarebbe nota soltanto a pochi

I VaticanLeaks e la presunta imminente morte del Papa

Padre Federico Lombardo denuncia i “leaks” contro il Vaticano, mentre qualcuno dice che il Papa sarebbe molto malato

Una lunga risposta alle indiscrezioni che hanno coinvolto il Vaticano a colpi di documenti riservati finiti sui giornali, è arrivata ieri sera da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede. “Una informazione seria – afferma padre Lombardi nella nota diffusa dalla Radio Vaticana – dovrebbe saper distinguere le questioni e capirne il significato differente. E’ ovvio che le attività economiche del Governatorato devono essere gestite saggiamente e con rigore; è chiaro che lo Ior e le attività finanziarie devono inserirsi correttamente nelle norme internazionali contro il riciclaggio”. “Queste – spiega – sono evidentemente le indicazioni del Papa. Mentre è evidente che la storia del complotto contro il Papa, come ho detto da subito, è una farneticazione, una follia, e non merita di essere presa sul serio”. “Oggi – ha rilevato ancora il gesuita – dobbiamo tenere tutti i nervi saldi perché nessuno si può stupire di nulla. L’amministrazione americana ha avuto Wikileaks, il Vaticano ha ora i suoi leaks, le sue fughe di documenti che tendono a creare confusione e sconcerto e a facilitare una messa in cattiva luce del Vaticano, del governo della Chiesa e più ampiamente della Chiesa stessa”. “Quindi, calma e sangue freddo – ha affermato ancora nella nota – e molto uso della ragione, cosa che non tutti i media tendono a fare. Si tratta di documenti di natura e peso diversi, nati in tempi e situazioni diverse: altro sono le discussioni sulla migliore gestione economica di una istituzione con molte attività materiali come il Governatorato; altro sono appunti su questioni giuridiche e normative in corso di discussione e su cui è normale che esistano opinioni diverse; altro sono memoriali farneticanti che nessuna persona con la testa sul collo ha considerato seri, come quello recente sul complotto contro la vita del Papa. Ma tant’è; mettere tutto insieme giova a creare confusione”.

“C’è qualcosa di triste nel fatto che vengano passati slealmente documenti dall’interno all’esterno in modo da creare confusione. La responsabilità c’è dall’una e dall’altra parte – ha affermato padre Lombardi –. Anzitutto da parte di chi fornisce questo tipo di documenti, ma anche di chi si da’ da fare per usarli per scopi che non sono certo l’amore puro della verità. Perciò dobbiamo resistere e non lasciarci inghiottire dal gorgo della confusione, che è quello che i malintenzionati desiderano, e restare capaci di ragionare”. “Si sa – ha detto ancora Lombardi – che vi è in corso un impegno serio per garantire una vera trasparenza del funzionamento delle istituzioni vaticane anche dal punto di vista economico. Si sono pubblicate nuove norme. Si sono aperti canali di rapporti internazionali per il controllo”. “Ora – ha aggiunto – diversi dei documenti recentemente diffusi tendono proprio a screditare questo impegno. Paradossalmente ciò costituisce una ragione di più per perseguirlo con decisione senza lasciarsi impressionare. Se tanti si accaniscono, si vede che è importante. Chi pensa di scoraggiare il Papa e i suoi collaboratori in questo impegno si sbaglia e si illude”.
Infine il direttore della Sala stampa vaticana ha rigettato con durezza le notizie apparse sulla stampa circa lotte di potere interne al Vaticano: “la lettura in chiave di lotte di potere interne dipende in gran parte dalla rozzezza morale di chi la provoca e di chi la fa, che spesso non è capace di vedere altro”.

Secondo mons. Bettazzi “il Papa pensa alle dimissioni” , secondo qualcun altro Benedetto XVI è molto malato – Papa Ratzinger pensa alle dimissioni. Questo il giudizio di monsignor Luigi Bettazzi, ex Vescovo Emerito di Ivrea, espresso oggi al programma di Radio2 Un Giorno da Pecora.
Il Monsignore non crede che esista un complotto per uccidere Papa Ratzinger, come ipotizzato dalla stampa. “No, non credo. Fosse stato il Papa precedente lo capirei, ma questo Papa qui mi sembra così mite, religioso. Non troverei i motivi per attentarlo”.
Bettazzi ha però un’altra teoria, in qualche modo collegata alla notizia. “Penso sia un sistema per preparare l’eventualità delle dimissioni. Per preparare questo choc, perché le dimissioni di un Papa sarebbero un choc, cominciano a buttare lì la cosa del complotto”.
Ma Ratzinger ha davvero intenzione di dimettersi? “Io credo di sì”, dice il porporato, “anche se l’hanno smentito. Un vecchio cardinale, però, mi diceva sempre: se il Vaticano smentisce vuol dire che è vero…”. E i motivi delle dimissioni del Papa sarebbero da rintracciare nella stanchezza. “Io penso che lui si senta molto stanco, basta vederlo, è un uno abituato agli studi”, spiega Bettazzi. “E di fronte ai problemi che ci sono, forse anche di fronte alle tensioni che ci sono all’interno della Curia, potrebbe pensare che di queste cose se ne occuperà il nuovo Papa”, conclude Monsignor Bettazzi.

Stanchezza o malattia? Sì perché c’è chi sostiene che Benedetto XVI non gode di buona salute e che la sua malattia non è la vecchiaia, ma un tumore allo stomaco, la cui gravità sarebbe nota soltanto a pochi. L’età avanzata avrebbe concesso al Pontefice un decorso lento al male inguaribile ma sul suo esito non ci sarebbero dubbi. La diagnosi infausta risalirebbe a qualche anno fa, ma solo quattro mesi or sono di essa si è parlato anche al di là del Tevere.
Se questa voce fosse veritiera, ed allo stato niente permette di confermarla, il complotto delittuoso non esisterebbe: l’assassinio di papa Ratzinger sarebbe frutto di una interpretrazione sbagliata, forse volutamente sbagliata, del delatore che ha redatto il documento in lingua tedesca finito sulla scrivania del Papa, dopo essere passato dalle mani del cardinale colombiano Castrillon Hoyos.
Il brano della lettera confidenziale che profetizza la morte di Benedetto XVI entro dodici mesi e la sua probabile successione con il cardinale Angelo Scola, infatti, non addebita al cardinale di Palermo, Paolo Romeo, la conoscenza delle cause della morte del Papa. Il delatore trae questa convinzione – che a provocare la morte del Papa non possa che essere un complotto delittuoso – dalle omissioni di Romeo e non dalle sue parole. Avendo indicato un arco di tempo ben definito all’esistenza in vita del Pontefice, il cardinale di Palermo avrebbe indotto l’autore della nota confidenziale a sospettare l’attentato. Altrimenti come farebbe Romeo ad essere così sicuro? La congiura sarebbe una inevitabile deduzione suggerita dalle certezze e dalla fermezza con cui Romeo avrebbe riferito ciò che sapeva nei suoi colloqui riservati a Pechino.
Il delatore descrive la sorpresa e lo sconcerto degli interlocutori nell’apprendere che il Pontefice è in pericolo di vita. Se fosse stata riferita la causa della morte, l’ipotesi del complotto non avrebbe ragione di esistere.

Ma c’è dell’altro: il documento arrivato al Papa e inviato in fotocopia a “Il Fatto Quotidiano” non riferisce solo le parole di Paolo Romeo, descrive anche le impressioni suscitate nelle persone incontrate dal cardinale di Palermo. Le impressioni degli interlocutori potrebbero essere in realtà quelle che il delatore ha creduto di dovere raccontare, in buona fede o cattiva fede. Il delatore mette insieme ciò che avrebbe appreso, direttamente o indirettamente, traendone personali convinzioni. Da qui l’origine del presunto attentato alla vita del Papa.
Insomma, il cardinale Romeo avrebbe soltanto riferito ciò che in Vaticano pochi sanno, che la salute del Papa non è affato buona e che il decorso del male, pur lento, potrebbe non consentire al Pontefice di vivere più di un anno.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, Repubblica.it, SiciliaInformazioni.com]

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I volti del Dio liberatore. Sfide del pluralismo religioso

I volti del Dio liberatore. Sfide del pluralismo religioso Titolo I volti del Dio liberatore. Sfide del pluralismo religioso
Autore Barros Marcelo; Tomita Luiza E.; Vigil José M.
Prezzo
Sconto 15%
€ 7,65
(Prezzo di copertina € 9,00 Risparmio € 1,35)
Prezzi in altre valute
Dati 2004, 160 p., brossura
Editore EMI  (collana La missione. Sez. teologia e antropol.)
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativiDa molti anni il dialogo con le altre religioni è diventato ineludibile per la vita cristiana e per la teologia. Quest’opera affronta la questione in modo nuovo, assumendo la prospettiva di Pedro Casaldaliga: “Non si tratta di far sedere le religioni in un salotto affinché discutano sulla religione in maniera più pacifica, chiuse in se stesse, narcisisticamente”. La novità è rappresentata dall’ottica della teologia della liberazione, secondo la quale “il vero dialogo interreligioso deve avere come contenuto e come obiettivo la causa di Dio che è l’umanità stessa e l’universo. E se nell’umanità la causa prioritaria è la gran massa dei poveri e degli esclusi, nell’universo sono la terra, l’acqua e l’aria profanati”.

 

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Cinemagazine: Scialla!

Come in politica, anche al cinema la “terza via” è qualcosa a mezz’aria, in tutto e per tutto simile all’isola di Laputa dei Viaggi di Gulliver. Sospesa fra incerti progetti e aspirazioni non ben definite. Divisa tra l’invadente megalomania del 3D o la catena di montaggio della commedia in serie da una parte e il film cosiddetto di nicchia dall’altra, l’offerta del mercato si dibatte fra opposti estremismi. Su una sponda c’è il film di basso profilo con lo spettro di un nuovo filone che nei rigurgiti del cabaret televisivo ha trovato l’occasione per riciclare il peggio del peggio in un trionfo del cattivo gusto e del dozzinale, sarabanda di turpiloquio e coprolalia, scurrilità e nefandezze a non finire. Chi è un buon incassatore e ha stomaco buono provi a vedere I soliti idioti.

Alexander Sokurov premiato a Venezia con il Leone d'Oro per il suo Faust

Alexander Sokurov premiato a Venezia con il Leone d’Oro per il suo Faust (foto ANSA / MEROLA).

Sull’altro versante c’è il film di nicchia, il prodotto d’essai, fiore all’occhiello dei festival, che distributori- kamikaze mettono in circolazione nella speranza che lo zoccolo duro della cultura, palati fini, cinefili incalliti e appassionati del buon cinema sappiano apprezzare nel modo dovuto. È il caso di opere come Faust di Alexander Sokurov, Leone d’oro alla Mostra di Venezia, che non hanno vita facile per tutta una serie di motivi facilmente intuibili: poche sale disposte a rischiare, scarsa pubblicità e poco interesse da parte dei media, in specie delle emittenti televisive, prodighe invece di larghi spazi nei confronti di film già abbondantemente dotati di facili e plateali strumenti di richiamo. Difficile, fra questi due poli, trovare la via di mezzo, il prodotto medio, il film in grado di richiamare l’attenzione su problemi di attualità, di stimolare interrogativi, di suscitare dibattiti, ma nello stesso tempo di farlo in modo piacevole e spassoso, miscelando abilmente impegno e divertimento.

Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova e Fabrizio Bentivoglio alla presentazione di Scialla; Roma, 15.11.11

Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova e Fabrizio Bentivoglio alla presentazione di Scialla; Roma, 15.11.11 (foto ANSA / MEROLA).

C’è riuscito Scialla (neologismo che nel gergo giovanile significa “calma, stai tranquillo”) di Francesco Bruni, commedia non priva di forti spunti drammatici che riesce a far vibrare le corde di temi di pressante attualità come la crisi dell’istituto familiare, il conflitto generazionale, il difficile rapporto padri-figli, il vuoto delle centrali educative, l’inanità degli apparati scolastici. Vistose lacune di un sistema che un progetto culturale saggiamente e amorevolmente programmato consentirebbe di appianare recuperando un universo giovanile assente e disinteressato. Il tutto raccontato attraverso le storie intrecciate di un ragazzo disadattato, cresciuto in un surrogato di famiglia, e di un ex insegnante che vivacchia ai margini della società, inconsapevole di avere un figlio. Nulla di originale, mentre originale e vivace è la costruzione narrativa. A dimostrazione che non ci sono soggetti con il segno più e altri con il segno meno, ma che ogni storia è racchiusa in un blocco di marmo. Toccherà allo scultore ricavarne una statua o ridurlo in frantumi.

Enzo Natta – vita pastorale – gennaio 2012

segnalazione a cura della redazione
sacerdotisposati@alice.it
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Polonia: l’episcopato si spacca sulla reintroduzione della pena di morte

Ivescovi cattolici della Polonia si sono divisi di fronte alla proposta del partito conservatore Legge e giustizia (Pis), oggi all’opposizione, di reintrodurre la pena di morte nel Paese. A fine novembre, il leader del Pis, Jaroslaw Kaczynski, gemello del presidente Lech, morto in un incidente aereo in Russia il 10 aprile 2010, ha presentato ufficialmente la richiesta di ripristinare la pena capitale, eliminata dal codice penale nel 1997. L’idea è tutt’altro che nuova: già nel 2006, in un’intervista al Corriere della Sera alla vigilia della sua visita in Vaticano, quando era primo ministro, Jaroslaw Kaczynski aveva espresso la sua ferma volontà di rimettere in attività il boia. E questo anche a costo di andare contro la Chiesa, di cui Legge e giustizia si è sempre presentato come alleato e protettore. Il portavoce del partito, Adam Hofman, ha sottolineato la necessità di distinguere le questioni di fede da quelle che riguardano la politica: «Sono sensibile alla voce della Chiesa, ma come uomo politico ritengo che la pena di morte debba esserci». Adesso, però, la proposta del Pis ha trovato il sostegno inatteso proprio di parte dell’episcopato polacco. A spezzare una lancia a favore del ritorno della pena di morte è stato il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Przemysl, monsignor Józef Michalik.

Alcune donne incinte in una casa di accoglienza cattolica americana per mamme single.

Un recente congresso del partito polacco Legge e giustizia
(Pis, foto P. KOPCZYNSKI/REUTERS).

«La Chiesa difende ogni vita e se permette la morte di qualcuno, lo fa in difesa contro un aggressore», ha dichiarato. «Se la società è incapace di rispondere a questo aggressore, questi deve essere neutralizzato così che non possa seminare il male e uccidere persone innocenti. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che la pena di morte è lecita in queste situazioni eccezionali». Le sue parole hanno provocato le proteste del partito moderato oggi al Governo, Piattaforma civica, ma soprattutto hanno incassato la smentita del segretario generale della Conferenza episcopale polacca, monsignor Wojciech Polak, vescovo ausiliare di Gniezno. Il presule ha ribadito che è stato proprio Giovanni Paolo II a imprimere una svolta «molto forte» alla dottrina cattolica sulla pena di morte, con la sua enciclica Evangelium vitae del 1995: «È fuori discussione che la gerarchia della Chiesa sia favorevole a questa iniziativa», ha dichiarato, aggiungendo che la volontà di reintrodurre la pena di morte potrebbe essere una «espressione di impotenza di fronte alla crescita dell’aggressività sociale. Noi cattolici», ha spiegato monsignor Polak, «dovremmo fare affidamento sui metodi socialmente accettabili di isolare i criminali piuttosto che chiedere il ritorno della pena di morte». All’udienza generale del 30 novembre, salutando una delegazione della Comunità di Sant’Egidio, Benedetto XVI ha incoraggiato «le iniziative politiche e legislative, promosse in un crescente numero di Paesi, per eliminare la pena di morte» dagli ordinamenti legali di tutto il mondo.

Alessandro Speciale – jesus Febbraio 2012

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Mani pulite vent’anni dopo

di ELISA CHIARI

Il 17 febbraio 1992 veniva arrestato il «mariuolo» Mario Chiesa: primo granello della valanga che sarebbe stata Tangentopoli. Gherardo Colombo, ex magistrato del pool milanese, ritiene che, in fondo, l’Italia non è molto cambiata da allora. Ma spiega anche i motivi che impongono la «necessità di perseverare».

Un convegno a Roma su legalità e corruzione

Un convegno a Roma su legalità e corruzione (foto S. CALERO/EIDON).

«Se anche gli uomini di buona volontà non hanno memoria, questo Paese è in un vicolo cieco». Lo scriveva Gherardo Colombo in un libro ormai antico dal titolo Il vizio della memoria. Sono passati vent’anni dai giorni formidabili, nel senso etimologico di un po’ paurosi, che ci mostrarono – grazie a Colombo e ai suoi colleghi della Procura di Milano – quello che eravamo e non avremmo voluto vedere: un popolo di cosiddetta brava gente. Però disonesta. La cronaca di questi mesi ci riporta dritta al 1992: alla crisi economica, al Governo tecnico, al degrado di una classe politica in crisi di credibilità per scandali assortiti e corruzione, al dilagare della criminalità organizzata che fa affari con imprese apparentemente sane, da Milano a Reggio Calabria e ritorno. Sembra uno specchio, ma forse è il fondo del vicolo.

Silvio Berlusconi in Tribunale a Milano

Silvio Berlusconi in Tribunale a Milano (foto S. RELLANDINI/REUTERS).

 

Dottor Colombo, Mani pulite compie vent’anni il 17 febbraio. Siamo in grado di ragionare di quella stagione con una valutazione storica?
«Perché sia possibile una valutazione storica è necessario che ci sia la disponibilità ad accettarla. Io non sono sicuro che siamo pronti a riceverla senza che si alzi immediatamente una barriera. Occorre ricordare che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mani pulite è cambiato radicalmente da un certo momento in avanti: si è passati dall’entusiasmo eccessivo dell’inizio, alla ripulsa».

L'ex giudice Gherardo Colombo

L’ex giudice Gherardo Colombo (foto T. DI MARCO/ANSA).

 

Si è fatto un’idea delle ragioni?
«Sì, a mio parere la gente ha approvato sin tanto che le indagini ci portavano verso i comportamenti di persone in cui l’opinione pubblica non si riconosceva perché stavano troppo in alto rispetto ai comuni mortali. Man mano che si andava avanti, però, siamo arrivati alle corruzioni spicciole delle persone comuni e lì è scattata la ripulsa, perché in quelle persone, invece, molti si riconoscevano. In Italia la corruzione non riguarda solo le alte sfere della politica e dell’amministrazione, riguarda tanti piccoli episodi che sono espressione di una cultura in cui alla fine la corruzione è accettata. È lì che l’opinione pubblica, che quella cultura bene o male partecipa, prende le distanze. A quel punto, per non entrare nel merito dei fatti, si contesta chi li scopre».

Non siamo cambiati?
«Perché una cultura cambi, serve un percorso lungo e non facile, che richiede approfondimenti, per i quali bisogna in primo luogo provocare una disponibilità all’ascolto».

E invece abbiamo degradato il dibattito pubblico a tifo da stadio. È così?
«Ci si schiera, forse perché del ragionamento si ha paura. Si preferisce affidarsi a dei simboli, come se fossero mamme: è come se cercassimo qualcuno che elabori al posto nostro un pensiero da accettare acriticamente».

Commemorazione delle stragi mafiose di Capaci e via D'Amelio

Commemorazione delle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio (foto F. OGGIANO/EIDON).

 

Nel suo ultimo libro, Democrazia, ha scritto che informarsi è faticoso. Pensava a questo?
«Anche. Selezioniamo le notizie cercando quelle che confermano le nostre certezze: vedo una certa immaturità e una superficialità di pensiero che non ci permette di andare a fondo, ci si blocca prima».

Ci sono molte analogie tra il 1992 e oggi. Siamo tornati indietro come al gioco dell’oca o non ci siamo mossi affatto?
«Direi la seconda. Sin tanto che non si diffonde un modo diverso di relazionarsi con le persone e con le cose, non ci sono le condizioni per cambiare. Io sono convinto che quel rivolgimento compiuto dalla Costituzione – con cui si è adottata un’organizzazione di regole secondo la quale le persone sono tutte sullo stesso piano e hanno pari dignità – non coincida tanto con la cultura. Ho l’impressione che il modo di pensare collettivo sia rimasto ancorato al prima, al supertradizionale modello organizzativo basato sulla discriminazione».

Riusciamo a esemplificare?
«Le donne, per esempio, hanno votato per la prima volta nel 1948, ma ci sono voluti 27 anni perché cambiassero in direzione della pari dignità gli articoli del Codice civile che regolano i rapporti tra marito e moglie. E la modifica legislativa ancora attende di essere recepita sul piano fattuale: per dire, nell’attuale Governo su 17 ministri solo tre sono donne. Nel mondo giudiziario pochissime donne hanno ruoli direttivi apicali. Anche se a parole affermiamo il contrario, di fondo, pur inconsapevolmente, facciamo fatica ad accettare il principio della pari dignità. Il percorso interiore è molto lungo. Per certi versi, secondo me, lo si sta compiendo, però con grande difficoltà, perché al maggior tasso di libertà che possiamo constatare si accompagna una eguale incapacità di gestire la libertà medesima».

Nicola Cosentino, coordinatore regionale del Pdl in Campania, accusato di collusione

Nicola Cosentino, coordinatore regionale del Pdl in Campania, accusato di collusione
con la camorra (foto C. FUSCO/ANSA F. OGGIANO/EIDON).

 

L’insofferenza alle regole, sentite come un limite alla libertà, è un’anomalia italiana o la percepiamo qui perché qui viviamo?
«Non credo sia un fenomeno tipico dell’Italia, ma temo che sia presente qui in dosi superiori ad altri Paesi. Credo sia ancora un problema di immaturità: siamo più indietro e perciò abbiamo più strada da fare, ma non credo – come si sente dire – all’alibi della diversità genetica, quasi che ci fosse qualcosa di ineluttabile. Credo che si tratti solo di fare un percorso per cambiare».

Il discorso ha a che fare con l’etica. Che peso hanno la fede e la cultura cristiana nel rapporto con i comportamenti?
«Dipende. Bisognerebbe definire che cos’è la fede, bisognerebbe definire qual è il rapporto delle persone con la divinità, ammesso che esista una divinità: il nostro è il Paese delle feste patronali, in cui la superstizione è più diffusa della fede, in cui c’è una scissione nettissima tra il mondo della relazione con la divinità e il mondo della pratica quotidiana. Nel libro Quel nostro novecento di Raniero La Valle c’è un riferimento, secondo me molto interessante, che individua nel Concilio Vaticano II un cambio di atteggiamento: si è passati dall’immagine di un Dio vindice, davanti al quale l’essere umano è indegno, all’immagine di una divinità conciliante, includente. Credo, però, che anche rispetto alla svolta del Concilio, come rispetto a quella segnata dalla Costituzione, siamo rimasti indietro: le persone da indegne diventano degne, ma il modo di pensare collettivo è rimasto ancorato alla visione dell’essere umano come indegnità».

Un deputato nell'aula di Montecitorio legge un articolo di giornale dedicato alle indagini su Berlusconi

Un deputato nell’aula di Montecitorio legge un articolo di giornale dedicato alle indagini su Berlusconi (foto A. BIANCHI/REUTERS).

 

Che peso ha avuto la Chiesa, come istituzione e autorità morale, su questo nostro modo di stare in società?
«Credo che abbia avuto un peso rilevante. C’è una struttura istituzionale in cui – mi pare – non esista tuttora il riconoscimento di dignità pari: mi sembra che esista ancora una differenza sostanziale tra maschio e femmina e che si tratti di un’organizzazione di società in cui i riferimenti arrivano dalla interpretazione dall’alto piuttosto che da una discussione e da una elaborazione da parte di tutti. E questo significa considerare le persone diverse. Tutto questo credo che influisca sulla vita civile»

C’è contraddizione con la lettura che riconosce nel Vangelo il primo vero messaggio egalitario della storia?
«Probabilmente sì, ma possono darsi interpretazioni diverse e le persone scelgono l’interpretazione che vogliono ».

Uno dei suoi ultimi libri, Il perdono responsabile, è una riflessione sul tema del perdono in chiave civile. Non male, per uno che ha rischiato di passare alla storia come un appassionato delle manette…
«Nel comune modo di pensare, il “perdono” è un concetto che si applica alla relazione con la divinità o alla sfera dei rapporti privati: si chiede perdono a Dio per un peccato, si perdona il marito che ha tradito o il figlio che ha fatto una marachella. Ma si tratta di una categoria abbastanza sconosciuta nella relazione con la società».

Lei scrive, in estrema sintesi, che il bisogno sociale di retribuire il male con il male, per esempio un reato con la reclusione, viene giustificato con il bisogno di sicurezza, benché sia provato che non funziona. Perché, se così non va, è tanto difficile ragionare di alternative?
«Perché sulla sicurezza non si ragiona, si sente di pancia: credo sia abbastanza dimostrato che il carcere è inadeguato a risolvere il problema della sicurezza o addirittura controproducente. Eppure la cittadinanza lo richiede continuamente perché dà una risposta non razionale ma emotiva»

Siamo partiti evocando ricorsi storici. La cronaca recente ha riportato alla luce, con le sigle P3 e P4, un passato che lei conosce bene, per aver scoperchiato da giudice istruttore con Giuliano Turone il pentolone della P2. Ci sono vere analogie?
«Non conosco in profondità i fenomeni attuali, ma ho la sensazione che si tratti di una semplificazione: si nota qualcosa che opererebbe nel nascosto e si applica quell’etichetta che, a chi ha meno di quarant’anni, tra l’altro dice poco. La P2 era un’organizzazione assai complessa, che coinvolgeva molte persone che prestavano giuramento, con un’articolazione territoriale. C’erano negli elenchi i nomi di persone che, appartenendo ai servizi segreti, avevano depistato le indagini sulle stragi, c’era il nome di Michele Sindona che aveva prezzolato un killer per far ammazzare Giorgio Ambrosoli, c’era il nome di uno dei triumviri dell’Argentina dei desaparecidos…».

Una foto storica degli anni di Tangentopoli: un corteo contro la corruzione a piazza Duomo, a Milano

Una foto storica degli anni di Tangentopoli: un corteo contro la corruzione a piazza Duomo, a Milano (foto TANIA/CONTRASTO).

Lei oggi incontra spesso i ragazzi delle scuole. Che percezione hanno della storia recente, a proposito di memoria?
«C’è molta confusione. Molti pensano che a mettere la bomba di piazza Fontana siano state le Br. Ma credo che una parte di responsabilità in questa mancanza di memoria storica sia della scuola. Se lo svolgimento di un programma di storia non si avvicina mai all’attualità non si può pensare che un ragazzo abbia da solo certe curiosità. Il problema è che a scuola le cose si complicano quando si tratta di affrontare argomenti che presentano aspetti di delicatezza».

Tre dei componenti del pool di Mani pulite – Gherardo Colombo, Francesco Saverio Borrelli e Ilda Boccassini – durante un incontro a Berna con le autorità svizzere

Tre dei componenti del pool di Mani pulite – Gherardo Colombo, Francesco Saverio Borrelli e Ilda Boccassini – durante un incontro a Berna con le autorità svizzere (foto M. BARLETTA/CONTRASTO).

Nel senso che gli insegnanti si pongono il problema della giusta distanza, forse anche dell’equidistanza?
«Si può restare equidistanti anche presentando punti di vista diversi senza assumere posizione. Resta però la Costituzione, che è la legge che coordina il nostro stare insieme: tenerla come riferimento è un criterio ragionevole per decidere la strada da seguire. Si può ammettere che si possa anche pensarla diversamente, ma finché la nostra società trova lì i suoi riferimenti, quella è la via. Altrimenti si arriva al paradosso dell’equidistanza tra il bene e il male. Credo che si possa ragionare molto a proposito dell’equidistanza, e cioè dell’imparzialità, in ordine alla valutazione delle persone. Però quando si tratta di fatti, non si può dire che va bene tirare randellate in testa a una persona tanto quanto va bene difendersi dalle randellate. Ecco, io credo che il fraintendimento dipenda soprattutto da quel che si intende per equidistanza. In certi casi non prendere posizione vuol dire non avere un pensiero. E invece noi camuffiamo la mancanza di pensiero attribuendole quasi la caratteristica di una virtù».

Un'immagine, risalente agli anni '90, dell'ex gran maestro della Loggia P2 Licio Gelli nella sua Villa Wanda, ad Arezzo

Un’immagine, risalente agli anni ’90, dell’ex gran maestro della Loggia P2 Licio Gelli nella sua Villa Wanda, ad Arezzo (foto ANSA).

C’è di mezzo il fatto che abbiamo tante volte equivocato adoperando le parole indipendenza e imparzialità come sinonimi di equidistanza?
«Stavo pensando: l’imparzialità è il primo requisito del giudice, nel senso che ha il dovere di valutare senza preconcetti, dopodiché, nel momento in cui dice “assolvo” o “condanno”, fa una scelta. Questo noi lo dimentichiamo. Il concetto di equidistanza così come sta venendo fuori assomiglia un po’ troppo all’indifferenza».

E intanto una ricerca, condotta in alcune scuole, ha rivelato che il 26% dei ragazzi intervistati è convinto che Falcone e Borsellino, i due magistrati assassinati da Cosa nostra proprio vent’anni fa, abbiano agito da «illusi» se non proprio, absit iniuria verbis, da «fessi»…
«Certo, se uno ragionasse in una dimensione assolutamente utilitaristica per l’individuo, dovremmo dire che sono state due persone incapaci di essere utili a sé stesse. Ma se il punto di riferimento è l’individualismo esasperato, non si è più parte di una società».

Il suo impegno principale oggi è l’educazione alla legalità: a che punto si trova, tra il timore di svuotare il mare con un cucchiaio e la sensazione di potercela fare?
«Se pensassi di svuotare il mare con un cucchiaio non lo farei. Trovo grande interesse da parte dei ragazzi, magari non di tutti, ma di moltissimi. A differenza di quanto credono gli adulti, quando si trova la strada non sempre semplicissima per il coinvolgimento, i ragazzi hanno voglia di approfondire. Magari non hanno tanta voglia con i genitori e magari i genitori hanno poco tempo, magari non si coinvolgono quando c’è un rapporto routinario, in cui prevale una marcata differenza non di ruoli ma di posizioni. Ma se i ragazzi, da spettatori diventano protagonisti, allora rispondono ».

L'ex coordinatore del Pdl Denis Verdini

L’ex coordinatore del Pdl Denis Verdini (foto G. LAMI/ANSA)

Questa loro risposta, come anche quella dell’opinione pubblica quando si lascia emotivamente catturare, poi viene elaborata nelle azioni della vita quotidiana?
«Credo che ci sia un problema di impazienza: quando le persone non vedono risultati immediati pensano che non ne valga la pena. Quando sono stati uccisi Falcone, Borsellino, Francesca Morvillo e le loro scorte, sembrava che la mafia in Italia dovesse sparire. L’indignazione era vera, seria, profonda. Ma poi – passato un mese, due, tre – vedendo che la mafia non spariva è sparita l’indignazione. Noi a volte perdiamo coscienza dei nostri limiti di esseri umani: dimentichiamo che per ottenere dei risultati dobbiamo impegnarci tanto, tanto, tanto. E invece ci si arrende perché non si ha la percezione della necessità di perseverare».

L'inaugurazione dell'Auditorium "Falcone e Borsellino" nei locali della Procura della Repubblica di Enna (foto LANNINO & NACCARI/ANSA).

L’inaugurazione dell’Auditorium “Falcone e Borsellino” nei locali della Procura della Repubblica di Enna (foto LANNINO & NACCARI/ANSA).

Elisa Chiari

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Essere cristiani a Gomorra

di VITTORIA PRISCIANDARO – foto di ALESSIA GIULIANI/CPP

Un tempo era la Campania felix. Oggi discariche abusive, criminalità organizzata e disoccupazione ne hanno deturpato il volto. Ma la comunità diocesana non si arrende al degrado e alla rassegnazione.

Dal cavalcavia dell’autostrada sembra un enorme bunker ricoperto di erba. Il Vulcano buono, l’enorme centro commerciale progettato da Renzo Piano, è una città alle porte di Nola. Qui si viene a mangiare, a fare palestra, a passeggiare, a vedere la partita sui maxischermi posti nella piazza al centro del cratere artificiale. Lo shopping, paradossalmente, è attività periferica e i negozi aprono e chiudono in fretta: in tempo di crisi, migliaia euro di affitto al mese – denuncia un espositore – diventano proibitivi se nessuno compra. Il vulcano “cattivo”, il Vesuvio che tutti sperano non si risvegli mai, si staglia all’orizzonte, mostrando la schiena a chi è abituato alla panoramica da cartolina sul Golfo. E la diocesi corre lungo il lato orientale del vulcano, arriva a sfiorare il mare, a Torre Annunziata,sale fino alle pendici del Partenio, in provincia di Avellino. Ingloba, insomma, quella che i romani chiamarono Campania felix: terra scura, grassa, buona, che nel primo secolo avanti Cristo l’imperatore Augusto suddivise tra i suoi veterani.

Una veduta del Vesuvio.

Una veduta del Vesuvio.

Oggi la campagna ancora resiste, ma le bancarelle di frutta in vendita ai margini della strada fanno inevitabilmente pensare alla sequenza del film Gomorra, dove il camorrista che conosce a memoria la geografia delle discariche abusive butta via le pesche avute in dono da un agricoltore della zona. «Siamo un territorio disperato: i rifiuti tossici provenienti dal Nord hanno portato un tasso altissimo di diossina, che ha causato un aumento di tumori e leucemie, documentato dal rapporto Sebiorec della Regione Campania», dice don Aniello Tortora, direttore dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro. «E pensare che qui, dove c’è bisogno di un’enorme bonifica, volevano mettere pure un inceneritore ». DiScariche diSperanza si intitolava il messaggio che il vescovo di Nola ha scritto proprio sul problema dei rifiuti: «Solo unito il nostro territorio potrà difendere se stesso da nuovi scempi e nuovi pericoli per la salute. Ritengo auspicabile un maggiore coinvolgimento dei cittadini in scelte cruciali che hanno a che vedere con la loro stessa vita. Chiedo dunque ai 22 sindaci dell’Agro nolano di riattivare quanto prima il filo del dialogo e, nel contempo, di predisporre la più ampia consultazione delle proprie cittadinanze».

Piazza Duomo a Nola, con la cattedrale sullo sfondo.

Piazza Duomo a Nola, con la cattedrale sullo sfondo.

In questi anni la comunità ecclesiale si è messa in moto per trovare spazi di partecipazione e di confronto con gli enti locali. E nei vari comuni della diocesi sono sorte tante iniziative tra il «pre» e il «politico », che hanno visto coordinarsi e lavorare insieme diverse realtà provenienti dall’associazionismo cattolico. A Pomigliano d’Arco, promosso dai gruppi di Ac delle cinque parrocchie cittadine, è nato l’Osservatorio “Vittorio Bachelet”, che ha tra i suoi scopi monitorare i lavori dei Consigli comunali e collaborare con le varie realtà presenti sul territorio: «Uno dei compiti del buon cittadino, come abbiamo scritto nel nostro decalogo, è proprio il non delegare», dice Tommaso Iasevoli, direttore dell’Osservatorio. Sempre a Pomigliano, vari soggetti ecclesiali animano il Comitato per il parco pubblico, che ha presentato un progetto alternativo a quello proposto dall’amministrazione, che voleva affidare a privati il polmone verde della città per farne dei parcheggi. A Nola è nato il primo Comitato italiano per la promozione del referendum consultivo sulla ripubblicizzazione della gestione dell’acqua. A Scafati le parrocchie raccolgono firme contro l’inquinamento del Sarno. A Palma Campania ci si sta impegnando nel compostaggio domestico, con volontari che fanno educazione ambientale casa per casa… «Insomma, c’è una ripresa della partecipazione dal basso, intorno a proposte concrete», dice Pina De Simone, teologa e presidente dell’Ac diocesana. Ne è prova la buona risposta, in termini di adesioni, che ha avuto la Scuola di formazione all’impegno socio-politico inaugurata il 9 gennaio scorso, voluta dalla diocesi e sostenuta dalle aggregazioni laicali. Lo scopo, si legge nella brochure che si apre con le foto di La Pira, Bachelet e Sturzo, «è contribuire all’edificazione di una cittadinanza attiva, educati ai valori della Costituzione italiana e del Magistero sociale della Chiesa». Ai 150 iscritti, dai 20 ai 60 anni, viene chiesta la frequenza ai 24 incontri, che avranno cadenza settimanale. L’auspicio è che qualcuno, un domani, si impegni direttamente in politica. «La diocesi non punta a colmare un vuoto ma a formare persone di qualità», dice De Simone, «in modo da creare un ponte solido tra sensibilità e competenza».

La cappella dell'eremo di Baiano.

La cappella dell’eremo di Baiano.

È questo nuovo interesse per la partecipazione politica il primo frammento da tenere presente per tentare di comporre il puzzle di una terra complessa, che all’emergenza ambientale somma la presenza di una delinquenza organizzata a livello capillare e di una crisi economica che qui ha anche il volto degli stabilimenti industriali che licenziano, dalla Fiat all’Alenia di Pomigliano d’Arco, e dei pastifici storici che chiudono. Per avere una rappresentazione sociale dei bisogni, la Caritas diocesana ha commissionato un’indagine sociologica, con circa mille questionari somministrati nei 45 comuni della diocesi: «Accanto alle cosiddette nuove povertà, disagio minorile e flussi migratori, oggi c’è un ritorno al passato, alla tradizionale povertà economica», sintetizza una delle tre curatrici della ricerca, Loredana Meo. «Secondo gli intervistati, la difficoltà della Chiesa locale in questo contesto è non saper rispondere contemporaneamente al nuovo e al vecchio, reagendo con paura e talvolta incompetenza ». Frequenti, nelle risposte, la richiesta di un aiuto ai bilanci familiari e di un posto di lavoro. Quanto ai giovani, dice Meo, «emerge un forte sentimento di apatia: da un lato si vede l’avvenire come una variabile che fa paura; dall’altro, rispetto alla mancanza di lavoro, non scatta una reazione attiva. Molti sono iscritti all’università ma pochi arrivano alla laurea».

Il centro commerciale Vulcano buono, progettato da Renzo Piano.

Il centro commerciale Vulcano buono, progettato da Renzo Piano.

Lavorare a fianco delle parrocchie e tentare insieme di dare delle risposte a partire non dagli “eventi”, ma dall’ascolto del quotidiano è stata la strategia scelta dalla Caritas diocesana. Il che ha significato dotarsi di un braccio operativo, la Fondazione Sicar, che utilizza lo strumento del microcredito. E cercare un modo per accompagnare le parrocchie nel passaggio dal primo aiuto alla promozione della persona.

Uno scorcio del quartiere di edilizia popolare "Piano Napoli" a Boscoreale.

Uno scorcio del quartiere di edilizia popolare “Piano Napoli” a Boscoreale.

«Dalla Caritas di Reggio Emilia abbiamo ripreso un’esperienza che faceva al caso nostro: la Carovana della carità», racconta don Arcangelo Iovino, direttore della Caritas diocesana. Girare per tutte le parrocchie, fermarsi una settimana, organizzare incontri e formazione inserendosi nel contesto locale, come è accaduto l’11 gennaio, nel paesino di Lauro. Il pulmino con il logo della Carovana arriva in occasione della “calata” delle statue dei santi patroni: Sebastiano e Rocco, dalla chiesetta in alto sulla rocca, sono accompagnati da banda musicale e petardi nella chiesa principale, dove il parroco illustra ai fedeli la mostra allestita sulla Caritas. L’indomani è prevista una visita alle scuole e al mercato, poi incontri di varia natura. Sarà così per tutte le tappe, previste in alcune delle parrocchie delle tre zone pastorali della diocesi. «In questa area, dove i soprusi dell’illegalità sono subiti quasi come via obbligata per stare tranquilli, diamo un segno di vicinanza al territorio e, attraverso questa e altre iniziative, come Il sogno di Giuseppe, cerchiamo di lavorare sulla promozione della giustizia dicendo che è possibile un modello di vita alternativo», dice Iovino.

Bancarelle del mercato a Nola.

Bancarelle del mercato a Nola.

Dare un’alternativa. O almeno farla intravedere. È quello che, dalla parte opposta della diocesi, sta tentando di fare la comunità parrocchiale del santuario Madonna liberatrice dai flagelli. A Boscoreale, uno dei diciotto comuni della zona rossa alle pendici del Vesuvio, don Tommaso Ferraro è arrivato appena da quattro mesi. Ad attenderlo ha trovato la banda: il suo predecessore infatti, insieme ad alcuni laici attenti, aveva capito che la musica poteva essere una strada su cui puntare per aiutare i giovani di un quartiere “difficile”. Alessandro è il più piccolo, ha 7 anni e con Orazio, Giuseppe e Antonio sta provando il tema delle trombe. Rosa, 16 anni, è al sassofono, Nadia alle percussioni. Pochi adulti, in una formazione di 53 elementi che durante la settimana si ritrova nei locali della parrocchia per imparare a leggere gli spartiti e fare le prove per i concerti. Una convezione li impegna con il Comune almeno quattro volte all’anno, ma la loro presenza è richiesta per le manifestazioni più diverse, anche fuori regione. Tre maestri volontari si alternano per seguire i ragazzi.

Processione dei santi patroni Sebastiano e Rocco, nel paese di Lauro.

Processione dei santi patroni Sebastiano e Rocco, nel paese di Lauro.

«Gli strumenti li abbiamo comprati come associazione, vengono consegnati in comodato ai ragazzi che possono tenerli per esercitarsi a casa », dice Luigi Pinto, tra i fondatori dell’iniziativa nata dal progetto Cultura e legalità. Già, perché alle spalle della parrocchia di Boscoreale si stende il quartiere definito “Piano Napoli”, o “219”, dalla legge sull’edilizia popolare. A un paio di chilometri di distanza dalle palazzine gialle e rosse, alcune occupate ancora prima di essere terminate, ci sono gli scavi di Pompei, uniti da una passeggiata archeologica a Villa Regina, complesso monumentale scoperto in epoca recente proprio in questo quartiere periferico. Così, mentre gli archeologi riportano alla luce le testimonianze dell’antica civiltà romana e i pullman accompagnano i turisti al museo che conserva alcuni preziosi reperti, il degrado avanza tra le pietre di oggi. Delle strutture che potevano essere il simbolo di una vita diversa per gli abitanti di questa zona – pista di pattinaggio, campo da calcio, da tennis, di pallavolo, un teatro, un orto botanico –, alcune non sono mai state inaugurate; altre, dopo poco tempo, sono diventate sversatoio della spazzatura. Oggi, della scuola elementare di quartiere, funziona solo il primo piano: dopo che l’acqua aveva sollevato il pavimento ed era stata dichiarata l’inagibilità della mensa, i locali mai riparati sono stati abbandonati: «Li usa la criminalità, per nasconderci droga, soldi e per provare le armi», dice chi ci accompagna, indicando i fori dei proiettili sui muri.

Uno degli ingressi del centro commerciale Vulcano buono.

Uno degli ingressi del centro commerciale Vulcano buono.

«La mia prima idea di pastorale è tessere relazioni, fare della parrocchia un luogo dove si sta come a casa propria », racconta don Ferraro. Alle 18 la chiesa è vuota, ma dopo un po’ comincia a popolarsi: «Gli orari ormai sono serali, la gente passa dopo il lavoro per fare una chiacchierata o per partecipare agli incontri. La proposta è quella di un cammino fondato su Cristo, altrimenti la parrocchia diventa solo una pro-loco di eventi», spiega il giovane parroco, che punta al recupero di tradizioni ancora sentite come «il fuocarazzo di sant’Antonio » e, insieme, usa internet per parlare ai giovani: «Le riunioni e gli incontri vengono comunicati su Facebook». La chiesa, insieme al moderno ed esteso istituto superiore Veseus, che copre diversi indirizzi di studio, sono le uniche strutture aggregative presenti sul territorio.

La basilica di San Felice, all'interno del complesso basilicale paleocristiano di Cimitile.

La basilica di San Felice, all’interno del complesso basilicale paleocristiano di Cimitile.

Gli scavi di Boscoreale sono uno dei tanti siti archeologici che potrebbero fare di questa zona interna della Campania un itinerario turistico di primo piano: basta fare un salto a Cimitile, vicino Nola, per trovare un complesso basilicale paleocristiano che fa la gioia di studiosi e fedeli. Qui si conservano le urne di Felice martire e di Paolino, vescovo santo. «Ma le eccellenze della diocesi sono numerose, basti pensare alle chiese del centro di Nola, o il complesso medievale del Pernosano, con affreschi del IX secolo, o quello francescano di Sant’Angelo in Palco», dice Michele Napolitano, presidente dell’Associazione Meridies, che dal 2000 è convenzionata con la Curia per la valorizzazione dei beni culturali dell’area nolana. «Grazie ai giovani di questa associazione riusciamo a organizzare itinerari culturali di arte e fede», commenta Tonia Solpietro, storico dell’arte e direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi. Il Museo diocesano, i sussidi per gli itinerari delle scolaresche e dei turisti, le iniziative dei tempi forti, come la lettura artistica e teologica di un quadro o di un capolavoro dell’arte presente sul territorio, sono possibili grazie al lavoro coordinato tra Meridies e la Curia. D’altra parte, dice Tonia, la cultura è uno dei fili rossi che guida il lavoro pastorale a Nola, sia a livello accademico, nei contatti con le comunità universitarie di tutt’Italia, sia a livello di divulgazione popolare. D’altronde «mostrare questa bellezza, patrimonio che appartiene a tutta la comunità» aiuta a sollevare lo sguardo e a respirare speranza.

Vittoria Prisciandaro  – jesus febbraio 2012

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Cattolici-protestanti: gioie e spine del dialogo

di VITTORIA PRISCIANDARO

In oltre cinquanta anni di cammino ecumenico è stata fatta tanta strada: cattolici e riformati non sono più nemici, ma fratelli nella fede in Cristo. Restano però ancora molti motivi di incomprensione, specie nel campo dell’etica. E ancora tante iniziative da intraprendere per una piena riconciliazione.

Una comunità luterana

Una comunità luterana ( foto A. NAGASAWA).

Basta leggere i bollettini parrocchiali di mezzo secolo fa per capire quanta strada è stata fatta nell’incontro tra cattolici e protestanti in Italia: «Il matrimonio misto, che non dovrebbe mai avvenire, può essere accettato dai cattolici solo quando esso si verifica con la conversione della parte valdese alla vera fede», scriveva un parroco piemontese delle Valli negli anni precedenti il Concilio Vaticano II. Una resa senza condizione, perché allo sventurato innamorato valdese veniva imposta anche «la conseguente celebrazione del matrimonio secondo il rito cattolico con la completa garanzia della totale educazione cattolica della famiglia». Era l’unica soluzione che il buon parroco aveva, secondo le norme del tempo, per porre rimedio a un matrimonio misto, «considerato allora un problema, anzi a volte un vero dramma per le famiglie coinvolte», dice il vescovo di Pinerolo, monsignor Piergiorgio Debernardi.

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini (foto A. NAGASAWA).

Oggi, nella diocesi d’Italia dove l’ecumenismo è necessariamente una chiave trasversale della pastorale (i valdesi sono 12 mila, 85 mila i cattolici), «la famiglia interconfessionale diventa come un laboratorio dove già si vive il futuro riconciliato attraverso la gioiosa fatica di scoprire, all’interno stesso della Chiesa domestica, le realtà che ci uniscono, rendendo visibile la speranza dell’unità», dice Debernardi. «Quanto ai figli, l’esperienza dimostra che la loro educazione cristiana non può essere realizzata al di fuori di una determinata confessione. Però è altrettanto vero che l’altro coniuge non può restare escluso dal compito educativo. Questo diventa una palestra e un continuo allenamento ecumenico».

L'abside di una chiesa battista di Milano

L’abside di una chiesa battista di Milano (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Il cambio di clima portato dal Concilio ha significato per la Chiesa italiana, oltre agli scambi e ai gemellaggi durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, metter mano a una serie di strumenti per aiutare il dialogo a decollare: nel caso dei rapporti con i protestanti sono nati, per esempio, nel 2000 il testo comune e il testo applicativo per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia e, 7 anni dopo, quello con i battisti.

«C’è stata inoltre la tradizione dei Convegni ecumenici – quattro quelli celebrati finora – in cui la presenza dei protestanti è sempre stata qualitativamente significativa », ricorda don Gino Battaglia, direttore dell’Ufficio ecumenismo della Cei. «La novità di questi anni è stata un clima “normale” dei rapporti, una serenità, pur nella consapevolezza di alcune differenze significative». È interessante ricordare, per esempio, che nel 2007, in occasione dell’Assemblea ecumenica europea di Sibiu, le Chiese cristiane italiane riuscirono a organizzare un’unica delegazione che si riunì, elaborò e presentò all’assise proposte congiunte. Paradossalmente, però, proprio in Romania si capì in maniera chiara come le posizioni divergessero a livello mondiale su alcune tematiche ancora oggi “calde”, che stanno dividendo gli stessi organismi ecumenici internazionali.

Cena di agape nel tempio valdese di piazza Cavour a Roma

Cena di agape nel tempio valdese di piazza Cavour a Roma (foto A. SABBADINI).

«Il deficit di dialogo più vistoso si riscontra nel campo dell’etica, sia quella personale- familiare che l’etica sociale», specifica il pastore Luca Negro, direttore della rivista Riforma e per anni impegnato a Ginevra nell’Ufficio comunicazioni sociali della Kek, la Conferenza delle Chiese europee (che riunisce protestanti e ortodossi). «Penso alle questioni della bioetica e del fine vita, della sessualità e in particolare dell’omosessualità; al diverso modo di concepire l’intervento della Chiesa nella sfera pubblica, al tentativo della gerarchia cattolica di influenzare direttamente le leggi dello Stato, ieri su temi come il divorzio e l’aborto, oggi sul riconoscimento civile delle coppie di fatto», aggiunge Negro. «Su questi temi non solo il dialogo è inesistente, ma si assiste allo sviluppo di una sorta di “santa alleanza” di stampo conservatore tra cattolici e ortodossi, in contrapposizione alle posizioni più aperte del protestantesimo e di buona parte della “base” cattolica».

Fedeli in raccoglimento durante un culto nella medesima chiesa di piazza Cavour a Roma

Fedeli in raccoglimento durante un culto nella medesima chiesa di piazza Cavour a Roma (foto A. SABBADINI)

Pochi mesi fa, ricorda il direttore di Riforma, «in un pur riuscito incontro ecumenico, un teologo cattolico ci ha sostanzialmente rimproverato di adeguarci all’andazzo del “mondo” sulle questioni etiche, invitandoci a seguire il “buon esempio” di cattolici e ortodossi. Non mi sembra che questo sia il modo migliore per affrontare questioni così delicate. Anziché creare dei blocchi contrapposti, bisognerebbe prendere sul serio la Charta oecumenica in cui, al paragrafo 6, ci siamo impegnati a “ricercare il dialogo su temi controversi, in particolare su questioni di fede e di etica sulle quali incombe il rischio della divisione, e a dibattere insieme tali problemi alla luce del Vangelo”».

Sulla difficoltà di dialogo in ambito etico interviene anche il vescovo di Pinerolo, che fa riferimento a un episodio specifico: «Sono noti i pronunciamenti del Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste del 2010, poi riconfermati in quello del 2011, circa la benedizione alle coppie omosessuali. Quante cose importanti sulla famiglia avevamo detto insieme, cattolici e valdesi, nel dialogo confluito nel testo sui matrimoni misti. Sarebbe bello che questo colloquio biblico e teologico non si interrompesse e non fosse reso più difficile da proposte su realtà che famiglia non sono. Auspico, peraltro, che ogni chiusura sia solo momentanea».

Al di là delle questioni morali, che dividono le Chiese a livello mondiale e non solo italiano, va detto che su altre tematiche si riscontra una identità di vedute tra cattolici e protestanti: «È il caso, per esempio, della difesa dei diritti dei rifugiati e degli immigrati in genere o quello della ricerca di stili di vita compatibili con la salvaguardia dell’ambiente », aggiunge Negro. Che, fra le esperienze positive, segnala la nascita e la crescita di «Consigli di Chiese» a livello locale e regionale anche in zone finora poco coinvolte nelle tematiche ecumeniche, come Marche e Campania; il rilancio della collaborazione interconfessionale di base sui temi della pace, a partire dalla recente Convocazione ecumenica internazionale per la pace di Kingston, in Giamaica nel 2011. E infine «l’iniziativa di un gruppo ecumenico torinese che, in seguito alla Settimana di preghiera per l’unità del 2011, che aveva per tema l’unità nello “spezzare il pane” insieme, ha iniziato un coraggioso percorso di riflessione e di pratica dell’ospitalità eucaristica». Allargare l’ospitalità eucaristica, aggiunge il professor Paolo Ricca, teologo valdese di primo piano, da anni impegnato nel dialogo ecumenico, «sarebbe un segno del fatto concreto che, pur essendo divisi su varie cose, tutti i cristiani sono uniti nelle cose fondamentali della fede».

Ricca ricorda che il dialogo è, da sempre, impegno di una minoranza nelle Chiese e «va avanti per una sua forza interna, e non perché venga incoraggiato dalle gerarchie ». In proposito, cita il lavoro prezioso fatto dal Segretariato per le attività ecumeniche (Sae), da alcune riviste cattoliche come Rocca e Servitium, nonché la trama di relazioni che piccoli gruppi costruiscono nelle diverse Chiese. È il caso, per esempio, del Cipax, impegnato a seguire, partecipare e diffondere i materiali e le idee emerse in questi decenni dal processo ecumenico di giustiza, pace e salvaguardia del creato, a partire da Basilea fino all’ultimo incontro di Kingston. «È importante conoscersi e camminare insieme anche in processi più laici, come la marcia Perugia-Assisi, la Tavola della pace, i progetti nelle scuole», sostiene Gianni Novelli, animatore del Cipax.

Un discorso, questo, che difficilmente riesce a coinvolgere i giovani «che oggi sono poco interessati al cristianesimo in generale e comunque riservano l’attenzione a problemi che avvertono come più urgenti, di carattere etico o interreligioso », aggiunge Paolo Ricca. Secondo il quale uno dei punti su cui lavorare è la promozione di gruppi biblici interconfessionali. D’altra parte, proprio la riflessione biblica comune a livello accademico, con la Società biblica, rappresenta un altro dei binari su cui corre il dialogo. Da qui è nata la traduzione interconfessionale della Bibbia. E un ulteriore confronto a livelli alti viene fatto all’interno del Coordinamento delle teologhe italiane, cui aderiscono diverse teologhe protestanti.

Quanto alla vita diocesana, per capire come l’ecumenismo possa diventare una dimensione trasversale della pastorale e non un’attenzione da tenere una volta all’anno, è interessante ritornare alla diocesi di Pinerolo. «Tocco con mano che non si può fare azione pastorale senza un’attenzione particolare alla dimensione ecumenica», dice il vescovo, che fa tre esempi: «La catechesi non può non essere ecumenica, dovendo aiutare piccoli e grandi a vivere insieme con altre persone appartenenti a confessioni cristiane. Per questo motivo alcuni anni fa è stato preparato un sussidio per aiutare i catechisti a essere impregnati di spirito ecumenico, rispettando l’ordine e la gerarchia delle verità, con l’attenzione a non esporre la dottrina cattolica in modo da ostacolare il dialogo e ferire la fede degli altri. La stessa pastorale matrimoniale, in un territorio con molti matrimoni misti, non può non essere profondamente connotata da un respiro ecumenico: ogni anno vi è un percorso speciale per le coppie interconfessionali in preparazione al matrimonio. Infine l’attività caritativa, a livello di diocesi e di parrocchie, è svolta unitamente alla comunità valdese».

Fin dal 1970, per volontà del vescovo di allora, Santo Quadri, la diocesi ha prodotto un Direttorio ecumenico che, pur con il passare degli anni, mantiene la sua freschezza. A conclusione del documento è scritto: «La nostra diocesi ha nella Chiesa italiana una grossa responsabilità di testimonianza ecumenica, cui deve essere fedele. Occorre pertanto riprendere l’iniziativa nel farsi promotori attivi di ecumenismo, coinvolgendo nel discorso ecumenico le nostre comunità, non rassegnandosi supinamente o rinchiudendosi in posizioni infeconde di difesa o di paura. Vediamo il futuro, e le prospettive che si aprono di fronte a noi, non come un fastidio, ma come un tempo di gioia».

Vittoria Prisciandaro – jesus febbraio 2012

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DOSSIER – Protestanti: strani cristiani d’Italia

Da Valdo agli evangelical
di PAOLO NASO

In principio erano le Chiese “storiche”: valdesi, luterani, metodisti, battisti. Poi sono arrivati pentecostali e avventisti. Ora è la volta degli immigrati dal Sud del mondo. In breve: i protestanti italiani crescono di numero e acquistano un volto più “spirituale”.

Sono radicati nel nostro Paese sin dalle origini della Riforma, anzi da prima di Lutero, eppure sono quasi sconosciuti dalla gran massa degli italiani. La galassia dei protestanti italiani mostra un volto che non corrisponde agli stereotipi. E l'arrivo di pentecostali e immigrati evangelici dal Sud del mondo pone nuove sfide agli eredi di Calvino

Sono radicati nel nostro Paese sin dalle origini della Riforma, anzi da prima di Lutero, eppure sono quasi sconosciuti dalla gran massa degli italiani. La galassia dei protestanti italiani mostra un volto che non corrisponde agli stereotipi. E l’arrivo di pentecostali e immigrati evangelici dal Sud del mondo pone nuove sfide agli eredi di Calvino
(foto A. SABBADINI).

Per i 150 anni dell’unità d’Italia hanno esposto il tricolore dovunque capitasse, tranne che all’interno delle chiese; hanno un forte senso delle istituzioni e della laicità, sono mediamente progressisti, non hanno paura di essere in pochi; anzi dell’essere “minoranza” hanno fatto la bandiera della loro identità, convinti di poter contribuire alla crescita civile e spirituale della nazione. Sono i protestanti italiani, eredi diretti di Lutero e di Calvino, che però nel Paese di Machiavelli e della Controriforma hanno avuto una vita assai più difficile che altrove. I valdesi sin dal XII secolo, seguiti dai luterani (insediatisi a Venezia già nel Cinquecento) e quindi i “fratelli” organizzatisi a Firenze nei primi anni dell’Ottocento, e a seguire i metodisti e i battisti dal 1861, costituiscono il nucleo di una comunità di fede che in Italia supera di poco i 50 mila membri. Attorno a questo centro del protestantesimo storico, nel Novecento si è costituito un cerchio più largo composto da avventisti, pentecostali, Esercito della Salvezza e una miriade di altre denominazioni. Una comunità complessivamente in crescita, arrivata a contare circa 250 mila credenti che più che protestanti preferiscono definirsi «evangelici», a sottolineare che il cuore della propria fede non sta in una tradizione teologica ma nella parola vivente di Cristo. Un terzo cerchio concentrico è quello degli immigrati «protestanti » ed «evangelici» giunti numerosi soprattutto da Paesi come Brasile, Filippine, Corea del Sud, Nigeria, Costa d’Avorio, Romania. Difficile indicare dei numeri per questa terza componente della famiglia riformata in Italia ma diversi studi suggeriscono una cifra intorno alle 250 mila presenze.

Protestanti d'Italia: sono campioni di sobrietà e senso del dovere, ma anche alla ricerca di una spiritualità più "calda" ed emotiva

Protestanti d’Italia: sono campioni di sobrietà e senso del dovere, ma anche alla ricerca di una spiritualità più “calda” ed emotiva (foto A. SABBADINI)…

Complessivamente siamo di fronte a una comunità che ha da tempo superato le 500 mila unità, radicata soprattutto nel Nord del Paese, frammentata in decine di denominazioni, che ha molte differenze ma anche alcuni solidi tratti in comune: la centralità della Bibbia che impone lo studio e la riflessione sui testi, il sacerdozio universale dei credenti che fonda comunità “democratiche” governate da sistemi assembleari, la convinzione che la salvezza non derivi dalle nostre azioni, per quanto buone e meritevoli, ma solo dalla grazia di Dio mediata dal sacrificio di Cristo.

La chiesa luterana di Roma

La chiesa luterana di Roma (foto A. SABBADINI).

Non è poco, eppure questo comune patrimonio teologico non è sufficiente a tenere insieme storie, identità teologiche e convinzioni etiche che, negli anni, hanno provocato più di qualche divisione: e così ci sono Chiese che ammettono il pastorato femminile mentre altre ne contestano la biblicità; Chiese che si spendono nella testimonianza pubblica scegliendo di “compromettere” la purezza dell’annuncio evangelico con l’impegno sociale e politico e altre che invece rifuggono da quanto non sia la pura predicazione evangelica; Chiese che accolgono gli omosessuali e arrivano a benedire l’unione di coppie gay e altre che invece giudicano l’omosessualità un peccato da condannare senza appello; Chiese che leggono la Bibbia in senso letteralistico ricavandone indicazioni stringenti per il comportamento individuale e comunitario e altre che invece si pongono il problema dell’interpretazione del testo biblico in rapporto alla cultura e al tempo nel quale esso si è consolidato. Tutto questo si riflette anche sul piano organizzativo: le Chiese protestanti storiche (valdesi, metodisti, battisti, luterani) e qualche altra realtà evangelica che ne riconosce il ruolo storico e la rilevanza nella società italiana (Esercito della Salvezza, alcune Chiese libere e, in qualità di «osservatori», avventisti e Federazione delle Chiese pentecostali) si incontrano all’interno della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). Altre Chiese di matrice carismatica e «fondamentalista» – senza che il termine abbia alcuna accezione negativa perché si tratta di una tendenza al letteralismo biblico – aderiscono invece all’Alleanza evangelica italiana. Altre ancora, ad esempio le Assemblee di Dio in Italia, che costituiscono la più numerosa denominazione pentecostale, preferiscono rimarcare la propria autonomia e non aderiscono a nessuna “federazione” nazionale.

La stele che ricorda l'adesione dei valdesi alla Riforma

La stele che ricorda l’adesione dei valdesi alla Riforma
(foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Molti osservatori italiani, anche quelli ecumenicamente più avvertiti, fanno fatica ad afferrare questa complessità perché sono abituati all’idea di una Chiesa unita e centralizzata. Per capire il mondo protestante occorre entrare in una logica diversa, necessariamente pluralista. Ciò che può apparire semplice frammentazione o propensione al settarismo, storicamente è stato invece il prodotto di spinte teologiche che avevano precise motivazioni bibliche e di una concezione democratica della Chiesa. Diverse interpretazioni del battesimo, dei ministeri, della missione, in altre parole, hanno aperto altrettante strade di testimonianza lungo le quali si sono incamminate comunità di credenti che si sono assunti la responsabilità di fratture anche dolorose con quelli che a lungo erano stati “compagni” di strada. In questo senso la frammentazione protestante si è legata ai valori di libertà – della coscienza innanzitutto – che si affermavano nel mondo moderno che stava nascendo. Lo spiega William Naphy in un libro ben titolato La rivoluzione protestante (Cortina 2010) in cui sottolinea come la Riforma, anche al di là delle intenzioni dei riformatori, abbia fatto capire che «ogni individuo è l’unico responsabile di quello che crede, dell’interpretazione che fornisce alla Parola e della propria condotta di vita. Ne segue il caos? Forse, ma è di un tipo creativo ed esplosivo, un caos inventivo». Nei Paesi in cui si è radicata, la Riforma ha insomma fatto da volano di un particolare e accelerato sviluppo democratico prima e, secondo la celebre analisi weberiana, economico dopo.

Il tempio valdese di Torre Pellice

Il tempio valdese di Torre Pellice (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

In Italia furono invece gli anni della Controriforma e dell’annientamento di quei focolai di rinnovamento teologico e spirituale che pure si erano accesi, oltre che in Piemonte, anche in altre regioni italiane. Dall’eccidio dei valdesi di Calabria del 1561 alle cosiddette “Pasque piemontesi” del 1655 si consumarono stragi che costrinsero i riformati italiani all’esilio, all’abiura o al rifugio nel ghetto delle Alpi Cozie. L’Italia fu così guadagnata al cattolicesimo ma, secondo gli storici, finì per allontanarsi da quei processi di modernizzazione culturale, sociale e politica che invece aiutarono il decollo di Paesi come l’Inghilterra, l’Olanda o la Germania. Con pochissime eccezioni, il pensiero della Riforma fu espulso dalla teologia, dalla cultura e dalla politica nazionale, e con esso la possibilità di leggere e studiare la Bibbia, che restava esclusivo privilegio dei chierici più colti.

Corale nel tempio di piazza Cavour a Roma, in occasione della Festa della libertà

Corale nel tempio di piazza Cavour a Roma, in occasione della Festa della libertà
(foto A. SABBADINI).

Fu solo nel clima risorgimentale che il protestantesimo ritrovò diritto di cittadinanza almeno in alcuni Stati preunitari: le Lettere patenti che Carlo Alberto concesse ai valdesi il 17 febbraio 1848 (da cui la Festa della libertà, ogni anno, in questa data) costituirono una svolta importante che la piccola comunità riformata confinata nel ghetto alpino colse con entusiasmo identificandosi con la causa nazionale. La passione nazionale dei valdesi per primi, ma poi anche degli altri protestanti italiani, si intrecciò quindi con la speranza di una libertà anche religiosa, e persino con il sogno di un’«Italia protestante». Negli anni successivi all’unità, l’Italia divenne terra di evangelizzazione per decine di missionari convinti che con la fine del potere temporale dei Papi, il Paese avrebbe finalmente potuto conoscere il «vero Vangelo» e aderire a quella Riforma che in passato era stata repressa e sconfitta. Il sogno durò poco e già nei primi anni del nuovo secolo si intuiva che stava per svanire. E lo riconobbero intellettuali come Gobetti e Gramsci, che prendendo atto della «mancata Riforma in Italia», denunciavano un anello mancante nella costruzione della coscienza civile. Negli stessi anni il filosofo calvinista Giuseppe Gangale affermava che «guelfi o ghibellini, miscredenti o credenti, gli italiani sono tutti cattolici». Persino nello Stato liberale si consolidava pertanto il paradigma di un’Italia «naturalmente» cattolica in cui – per dirla con Paul Ginsborg – una «Chiesa troppo forte» si confrontava con «uno Stato troppo debole».

Bacheca con l'indicazione dei salmi che si intonano durante il culto, nel tempio valdese di Torino

Bacheca con l’indicazione dei salmi che si intonano durante il culto, nel
tempio valdese di Torino (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

L’avvento del fascismo e la normalizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica nel ’29 determinarono infatti un amaro ritorno al passato che spinse le presenze protestanti nell’angolo angusto dei «culti ammessi », oggetto di necessaria attenzione da parte delle autorità. L’idea che il fascismo consolidò era che il protestantesimo – con il suo senso di rigore, di libertà e responsabilità individuale, le sue connessioni con il mondo anglosassone – fosse naturalmente incompatibile con la cultura nazionale e comunque costituisse una minaccia all’idea di Stato che si stava affermando e che soltanto la Chiesa romana potesse svolgere un’utile quanto strumentale funzione di coesione sociale. Le vittime che pagarono il prezzo più alto a questo pregiudizio rozzo quanto totalitaristico furono le Chiese pentecostali, nei confronti delle quali nel 1935 – tre anni prima delle legge razziali – fu emanata una circolare del Ministero dell’interno che bandiva il loro culto «per preservare l’integrità fisica e psichica della razza».

Una chiesa delle Assemblee di Dio a Torre Angela, quartiere periferico di Roma

Una chiesa delle Assemblee di Dio a Torre Angela, quartiere periferico di Roma
(foto A. SABBADINI)
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La fine del fascismo, le nuove relazioni con alcuni Paesi europei e con gli Usa e la ripresa dell’attività missionaria non cambiarono sostanzialmente il carattere minoritario del protestantesimo italiano: il Concilio Vaticano II era ancora lontano e, sia pure in un mutato quadro costituzionale che garantiva «uguale libertà» a tutte le confessioni religiose, l’Italia democristiana difendeva una tradizione de facto confessionalistica, che tendeva a ignorare le altre presenze religiose. Per le Chiese protestanti italiane furono gli anni di un’intensa mobilitazione a tutela della libertà religiosa, stimolata soprattutto da Giorgio Peyrot, un laico valdese che non a torto è stato definito «il giurista delle minoranze».Fu lui, fin dai tempi della Costituente, a porre il problema dell’aggiornamento della disciplina sui «culti ammessi» e, più tardi, a perorare la causa delle Intese previste dalla Costituzione ma ignorate dalla classe politica.

Scorcio della Facoltà valdese di Teologia

Scorcio della Facoltà valdese di Teologia
(foto A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO).

La prima Intesa, con i valdesi che dal 1979 si erano integrati con i metodisti, giunse soltanto nel 1984, pochi giorni dopo la revisione del Concordato siglata dal Governo e dalla Segreteria di Stato vaticana. Fu una svolta della quale via via beneficiarono anche avventisti, pentecostali, ebrei, battisti e luterani. Se si pensa che da anni sono all’attenzione del Parlamento ben sei leggi d’intesa con altrettante confessioni religiose, risulta chiaro come quella battaglia non sia affatto conclusa. Ma antiche chiusure si intrecciano a nuove aperture. Gli incontri in occasione della Settimana ecumenica, la qualità della produzione culturale protestante – si pensi al catalogo dell’editrice Claudiana – la visibilità di alcuni intellettuali o personalità politiche riconosciute come protestanti (Giorgio e Valdo Spini, Paolo Ricca, Giorgio Tourn, Mario Miegge, Giorgio Bouchard, Maria Bonafede…) hanno allargato l’audience degli italiani interessati alla presenza riformata in Italia. E alcuni dati sono davvero sorprendenti.

Bimbi durante un culto battista

Bimbi durante un culto battista (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Valdesi e metodisti non sono più di 30 mila eppure oltre 400 mila italiani destinano loro l’otto per mille. Un’inchiesta dell’Eurisko di due anni fa traccia un identikit di questo pezzo di società italiana, piccolo ma non irrilevante e comunque da anni in crescita costante: prevalentemente credenti (40%), in buona parte cattolici (33%) e praticanti (26%), residenti soprattutto nel Nord, di livello culturale medio alto, in prevalenza insegnanti o impiegati (35%), liberi professionisti (11%) e artigiani (10%). Il 59% si colloca in quella che l’Eurisko definisce «l’area dell’élite », quella che legge di più, che investe in cultura e che ha avuto più opportunità di viaggiare all’estero. Interessante che il 75% ammetta di sapere poco o nulla dei valdesi, eppure si è fatto un’idea positiva (40%), molto positiva (22%) o eccellente (6%) di questa comunità di fede. La domanda sul perché di questo giudizio incontra sostanzialmente tre risposte: sono tolleranti nei confronti delle altre confessioni religiose, si impegnano per i più deboli, hanno il coraggio di esprimere le loro idee anche se in controtendenza.

Il tempio valdese di piazza Cavour, a Roma

Il tempio valdese di piazza Cavour, a Roma (foto A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO).

Sia pure con percentuali diverse, anche avventisti e luterani raccolgono un numero di firme per l’otto per mille nettamente superiore alla consistenza delle proprie comunità: è il segnale di un’area di attenzione al protestantesimo italiano che si va allargando. La pratica ecumenica, il dialogo interreligioso, la coscienza di un’Italia sempre più multiculturale e quindi anche multireligiosa contribuiscono ad abbattere antichi pregiudizi e così il protestantesimo appare oggi un oggetto meno oscuro di qualche anno fa.

Alcuni volumi della Claudiana

Alcuni volumi della Claudiana (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Difficile dire dove andrà nei prossimi anni: le statistiche indicano una crescita delle Chiese di area metropolitana più attive in campo sociale e culturale e, all’opposto, una continua contrazione delle piccole comunità di provincia, soprattutto nel Sud. Altri dati dimostrano che le Chiese storiche, per quanto minoritarie, godono di un riconoscimento pubblico che invece altre denominazioni pur in crescita – pensiamo ai pentecostali – non hanno ancora conquistato. La comunità della Riforma in Italia, infine, risulta sempre più multietnica e i solenni inni di Bach sembrano destinati a convivere con il ritmo dei tamburi africani o con i flauti latinoamericani. In questa varietà di percorsi, oggi una parola sembra però mettere tutti d’accordo, teologicamente progressisti e teologicamente conservatori, protestanti storici ed “evangelici”, discendenti di antiche famiglie riformate e nuovi convertiti: spiritualità. E anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo.

Il pastore valdese di Milano, Giuseppe Platone

Il pastore valdese di Milano, Giuseppe Platone
(foto A. SERRANÒ/CATHOLIC PRESS PHOTO).

Paolo Naso – jesus febbraio 2012

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