Sui preti sposati Bergoglio schiavo della legge vaticana

La Chiesa non si chiuda in un sistema – una gabbia – di regole, ma lasci spazio alla «memoria» dei doni ricevuti da Dio, alla forza della «profezia» e della «speranza». È l’esortazione espressa da papa Francesco nell’omelia del 30 Maggio 2016 a Casa Santa Marta, come ha riportato Radio Vaticana.
Il commento del Movimento dei “sacerdoti lavoratori sposati” fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

“Parole, quelle pronunciate da Papa Francesco, che contraddicono i suoi comportamenti ad esempio sulla questione dei preti sposati e della loro riammissione al ministero attivo alla stregua dei sacerdoti anglicani accettati in servizio con mogli e figli. Sulla questione legate del celibato obbligatorio dei preti il Santo Padre, ha ancora una visione tradizionalista, ingabbiato nella Legge”.

A cura della Redazione Sacerdoti Lavoratori Sposati

sacerdotisposati@alice.it

 

Papa Francesco apre ai preti sposati: “La questione è nella mia agenda”

Città del Vaticano, 19 feb. (AdnKronos) – La questione dei sacerdoti sposati è presente nell’agenda di papa Francesco. Lo ha detto lo stesso Bergoglio in occasione dell’incontro in Vaticano con i sacerdoti della capitale. Lo scorso 10 febbraio, il Pontefice ha celebrato a Casa Santa Marta con sette preti che festeggiavano il 50esimo anniversario di sacerdozio. A quella messa erano presenti anche cinque sacerdoti spretati perché si sono sposati. L’episodio è stato raccontato dallo stesso Pontefice stamani. A sollevare la questione, don Giovanni Cereti, rettore della chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi, che ha ricordato il caso delle Chiese Orientali dove chi è sposato può anche essere ordinato prete.”Il problema – ha risposto Bergoglio – è presente nella mia agenda”.

Esulta l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone. “Ora i tempi sono maturi per una svolta epocale nella pastorale della Chiesa che deve tornare ad utilizzare i sacerdoti sposati nella sua Missione di evangelizzazione”.

19 febbraio 2015

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Papa Francesco e Scalfari sui preti sposati: ecco il testo integrale dell’intervista

… È passata un’ora e mi alzo. Il Papa mi abbraccia e mi augura di risanare al più presto. Ma io gli faccio ancora una domanda: Lei, Santità, sta lavorando assiduamente per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani… Mi interrompe continuando: “Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i Pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei”.

Ebbene, molti di questi sacerdoti o pastori sono regolarmente sposati. Quanto crescerà col tempo quel problema nella Chiesa di Roma?
“Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

Ormai siamo fuori dal portone di Santa Marta. Ci abbracciamo di nuovo. Confesso che mi sono commosso. Francesco mi ha accarezzato la guancia e l’auto è partita.

fonte: http://www.repubblica.it/cultura/2014/07/13/news/il_papa_come_ges_user_il_bastone_contro_i_preti_pedofili-91416624/?ref=HREA-1

L’apparente “svolta” tradizionalista di Papa Francesco. Ora i fatti. Riaccogliere i sacerdoti sposati nel ministero

matrimonioIl discorso di Francesco ad Assisi  ha riguardato il valore del celibato e della verginità come rinuncia per il regno dei cieli. Un concetto già ampiamente affrontato da Benedetto XVI in risposta a quanti, anche all’interno della Chiesa, chiedono da tempo che il celibato sacerdotale da obbligatorio diventi facoltativo.

“L’uomo che sceglie il celibato e la donna che sceglie la verginità, compiono entrambi un passo in avanti. Non si tratta – ha spiegato ancora il Pontefice ai giovani – di un no, ma di un sì convinto verso il Signore. Il mondo deve riscoprire il valore del celibato e della verginità come rinuncia, non nel senso di privarsi di un qualcosa, ma nel senso di arricchire la propria esistenza con la presenza esclusiva del Signore”.

Parlare oggi ai giovani di celibato e verginità potrebbe sembrare preistorico, oltre che inutile, ma se a farlo è papa Francesco tutto assume un significato diverso…

In passato Bergoglio ha dichiarato che il celibato sacerdotale non è un dogma e che se ne può discutere. Ora dopo le dichiarazioni di Assisi l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati inviata Papa Francesco a chiarire meglio e definitivamente la sua posizione sul celibato sacerdotale e sulla riaccoglienza dei sacerdoti sposati nel ministero attivo nelle parrocchie.

Anche vaticanista de La Stampa Tornielli distorce il tema dei preti sposati e la novità delle dichiarazioni del Segretario di Stato Vaticano

Il Vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli si allinea sulle posizioni di un altro vaticanista, Filippo di Giacomo, e scrive con tono apologetico sulla questione dei sacerdoti sposati e delle recentissime dichiarazioni del Segretario di Stato Mons. Parolin. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è interventuta oggi con una nota: “Tornielli e Di Giacomo hanno distorto il senso delle dichiarazioni di Mons. Parolin.

I sacerdoti sposati esistono nella Chiesa Cattolica Romana di rito Occidentale e sono i sacerdoti sposati che hanno un regolare percorso di dimissioni, dispensa e matrimonio religioso e un’ordinazione sacerdotale valida. I sacerdoti sposati che hanno queste caratteristiche sono dentro la Chiesa anche se attulmente per una norma canonica non possono esercitare il ministero pastorale (ndr).

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Di seguito l’articolo di Andrea Torinielli

È stato Benedetto XVI a prevedere per il futuro negli Ordinariati anglo-cattolici la possibilità di ammettere al sacerdozio anche uomini con moglie
Andrea Tornielli – vaticaninsider
Città del Vaticano

«Anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età…», verseggiava il cantautore italiano Lucio Dalla nella sua indimenticabile «L’anno che verrà». E il tema dei «preti sposati» ritorna ciclicamente sulla ribalta mediatica, spesso confusamente frammischiato a temi di tutt’altra natura e portata, come quello dell’ordinazione sacerdotale delle donne. Se ne parla a motivo della petizione di qualche gruppo di preti, o delle «aperture» contenute nelle interviste di qualche prelato importante.

L’ultimo in ordine di tempo è stato il nuovo Segretario di Stato, l’arcivescovo Pietro Parolin, ancora per pochi giorni nunzio apostolico in Venezuela, che rispondendo a una domanda del quotiano «El Universal» ha specificato: il celibato sacerdotale «non è un dogma della Chiesa e se ne può discutere perché è una tradizione ecclesiastica» ma «non si può dire, semplicemente, che appartiene al passato».

«Si può parlare, riflettere e approfondire questi temi che non sono definizioni di fede – ha aggiunto Parolin – e pensare in qualche modifica ma sempre al servizio dell’unità e tutto secondo la volontà di Dio… Dio parla in molti modi. Dobbiamo fare attenzione a questa voce che ci orienta sulle cause e sulle soluzioni, per esempio la scarsità di clero. Quindi bisogna tenere presenti, nel momento di prendere delle decisioni, questi criteri (la volontà di Dio, la storia della Chiesa) così come l’apertura ai segni dei tempi».

Con le sue affermazioni il nuovo Segretario di Stato ha ribadito quanto stabilito nel 1179 dal Concilio Lateranense III. In quella occasione, oltre ottocento anni fa, la Chiesa – come ricorda Filippo Di Giacomo – stabiliva che il celibato ecclesiastico non è di natura divina, ma solo canonica, una tradizione che appartiene alla disciplina della Chiesa latina e che può dunque essere regolata in maniera diversa. «Il Concilio Lateranense terzo, in sintesi, lasciava intatta la cosiddetta “disciplina apostolica”, quella statuita per la Chiesa indivisa dai sette primi concili ecumenici (gli unici poi riconosciuti anche dalla Chiesa ortodossa), che conferisce l’ordinazione presbiterale anche agli uomini sposati (se giungono all’ordinazione sacerdotale celibi, neanche i preti ortodossi possono più sposarsi dopo l’ordinazione, neanche se restano vedovi), scegliendo però di ordinare per la Chiesa latina solo i celibi».

E qui vale forse la pena di ricordare che neanche nelle Chiese orientali – ortodosse o in comunione con Roma – si è mai posto il problema di far sposare i preti. Si è sempre e soltanto trattato della possibilità di ammettere al sacerdozio (mai all’episcopato) uomini già sposati. Impedendo sempre, invece, che uomini già ordinati possano contrarre matrimonio. Nella Chiesa cattolica i preti sposati esistono già. Ci sono infatti preti sposati nel clero delle Chiese orientali cattoliche (nel 2001, arrivando a Kiev, Giovanni Paolo II venne salutato davanti a una parrocchia dal prete cattolico di rito orientale in compagnia di moglie e figli).

Diverso è il discorso per la Chiesa latina. Fino al 2009 c’erano state delle eccezioni riguardanti singoli passaggi di preti o vescovi anglicani sposati che chiedevano di entrare in comunione con Roma e venivano nuovamente ordinati preti secondo il rito cattolico. Ma la posizione ribadita dal magistero degli ultimi Pontefici, come pure le conclusioni dei Sinodi, è sempre rimasta quella di mantenere la norma del celibato per il clero latino: non è un dogma, ma è un valore, e ha ragioni profonde – hanno scritto i Papi – non soltanto legate a motivi pratici o amministrativi. Per questo si è sempre esclusa la possibilità di aprire, a motivo della carenza di vocazioni, all’ordinazione dei cosiddetti «viri probati», uomini sposati di provata fede, in grado di garantire la celebrazione dei sacramenti nelle comunità ormai prive di clero.

«È un tema che viene discusso nel cattolicesimo occidentale, su sollecitazione di alcune organizzazioni – disse l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel dialogo con il rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro “Il cielo e la terra – Per ora si tiene ferma la disciplina del celibato. C’è chi dice, con un certo pragmatismo, che stiamo perdendo manodopera. Se, per ipotesi, il cattolicesimo occidentale dovesse rivedere il tema del celibato, credo che lo farebbe per ragioni culturali (come in Oriente), non tanto come opzione universale».

«Per il momento – continuava Bergoglio – io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori… La tradizione ha un peso e una validità. I ministri cattolici scelsero gradualmente il celibato. Fino al 1100 c’era chi lo sceglieva e chi no… è una questione di disciplina e non di fede. Si può cambiare. Personalmente a me non è mai passata per la testa l’idea di sposarmi».

Pur senza cambiare la posizione tradizionale, ribadita dai predecessori e dai Sinodi dei vescovi, Benedetto XVI nel novembre 2009 ha aperto un nuovo inequivocabile spiraglio, seppure circoscritto alle comunità anglicane decise a entrare nella comunione cattolica. Com’è noto, con la costituzione apostolica «Anglicanorum coetibus» Papa Ratzinger istituiva gli Ordinariati anglo-cattolici. Nel secondo paragrafo dell’articolo 6 della costituzione, dopo che in precedenza si era ribadita la regola del celibato per il futuro, il Pontefice tedesco stabiliva la possibilità di «ammettere caso per caso all’ordine sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Nelle norme complementari annesse al documento pontificio e preparate dalla Congregazione per la dottrina della fede con approvazione papale, si ribadisce che l’ordinario «può presentare al Santo Padre la richiesta di ammissione di uomini sposati all’ordinazione presbiterale nell’Ordinariato, dopo un processo di discernimento basato su criteri oggettivi e le necessità dell’Ordinariato» stesso. È del tutto evidente che si tratta di una possibilità prevista anche per il futuro, un’eccezione legata alle necessità dell’Ordinariato anglo-cattolico.

Quella di Papa Ratzinger, nel 2009, è stata la prima e più autorevole apertura alla possibilità del «clero uxorato» in un rito della Chiesa latina, messo nero su bianco in una costituzione apostolica. La prima dispensa del genere ufficializzata per una comunità latina dai tempi del Concilio di Trento. Il documento di Benedetto XVI conteneva anche un’altra innegabile novità. Gli «ordinari personali» anglo-cattolici possono anche essere preti sposati e sono equiparati ai vescovi (pur senza esserlo, però potendo usarne le insegne), e dunque fanno parte a pieno titolo delle conferenze episcopali.

Sacerdoti lavoratori sposati: progetto una sede per ogni regione italiana

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha avviato un progetto per creare in ogni regione italiana una sede della nostra associazione come luogo di incontro e di condivisione per i sacerdoti sposati, le loro famiglie, gli amici e i sostenitori di un cambiamento e di una riforma della chiesa… Cerchiamo locali in comodato d’uso gratuito… Per segnalazioni sacerdotisposati@alice.it

Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero

di Gruppo Advent (Regno Unito)

1. Non vogliamo qualcuno che si senta una vocazione sacerdotale, che si senta chiamato da Dio.Non dobbiamo perdere di vista la base del ministero presbiterale che è la comunità. È la comunità che chiama per il servizio della comunità.

2. Non vogliamo qualcuno che è stato allontanato dalla comunità e isolato per i sei anni della formazione. La maturità appropriata a un leader della comunità non può che svilupparsi in seno alla comunità (…)

3. Non vogliamo qualcuno che sia paracadutato dall’esterno della comunità (…).La nostra teologia, la nostra spiritualità devono essere incarnate. Devono potersi sviluppare nel terreno della cultura particolare, nazionale e locale.

4. Non vogliamo un prete che si considera “in carica”.È la comunità ad avere “in carico” la propria vita (…). Troppi nostri preti sono oberati da un terribile senso di “responsabilità”.

5. Non vogliamo un prete che si veda come un manager della parrocchia.Il suo settore di attività è la preghiera e la crescita spirituale dei membri della comunità, prete incluso, affinché vivano la loro vita come membri del Regno di Dio.

6. Non vogliamo una persona che sia per forza altamente qualificata nei domini del diritto canonico, della storia o della teologia dogmatica.Dobbiamo riflettere su quali dovrebbero essere le esigenze di una teologia più “pastorale” (…).

7. Non vogliamo un prete il cui ruolo sia semplicemente quello di dire messa e amministrare i sacramenti.Di conseguenza, abbiamo bisogno di molti più preti scelti nella comunità, magari part time, affinché abbiano il tempo e la possibilità di condividere tutti i diversi aspetti della vita della comunità.

8. Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero. Psicologicamente questo lo taglia fuori da tante cose della vita della comunità.

9. Non vogliamo un prete che non sia rappresentativo della comunità. Contiamo la proporzione maschio/femmina tra i banchi delle chiese e finiamola con la discriminazione.

10. Non vogliamo un prete obbediente, una persona che dice sempre sì, rigida e inflessibile, Legge alla mano e agli ordini dei vescovi.Il Vangelo è un vangelo di libertà per il servizio. Abbiamo bisogno di una persona coraggiosa, pronta ad agire secondo la propria coscienza. La capacità di esprimersi e di dialogare, tanto con la comunità che con l’istituzione, è essenziale.

11. Non vogliamo un prete che “sa tutto”.Il prete deve essere allievo per tutta la sua vita, capace di unirsi alla comunità come il capo famiglia in Matteo 13, che trova «cose antiche e cose nuove» nella riserva del Regno di Dio.

12. Non vogliamo una persona che ostenta simboli di superiorità e isolamento.Il suo abito e il suo stile di vita dovrebbero essere quelli della comunità.

13. Non vogliamo un purista liturgico per il quale le categorie sono più importanti del contenuto.La flessibilità, la sperimentazione e l’apprendimento sul campo sono il solo modo di crescere insieme.

14. Non vogliamo un prete la cui visione è limitata a ciò che si è sempre fatto.L’immaginazione è necessaria, lo sguardo rivolto all’esterno, in modo tale che, con il senso della storia, noi possiamo affrontare ciò che accade, ciò che cambia nella realtà della nostra tradizione comunitaria. È necessaria una visione per proiettarsi con coraggio verso il futuro.

15. Non vogliamo qualcuno che si veda come alter Christus.Questa arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è quest’ultima a celebrare.

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=53013

Vaticano spesso agisce da inquisitore: il nuovo lo blocca, rendendolo un crimine. Bianchi, Livi e dom Franzoni

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato positivamente la pubblicazione dell’articolo (v. il testo di seguito) di Paolo Rodari apparso su “Il Foglio” di ieri 25 aprile 2012. “Le note di Franzoni sul continuo chiudere le porte vaticano alle istanze di rinnovamento teologico – ha dichiarato don Serrone – aiutano a riflettere anche sulla questione del celibato dei preti e sui temi dei diritti civili e religiosi” (ndr)

“Mi è facile contestare le assurde accuse che il teologo don Antonio Livi, ex decano della facoltà di Filosofia della Pontificia università lateranense, muove nei confronti del priore di Bose Enzo Bianchi tornando a Origene, il grande teologo, scrittore e catechista greco del II-III secolo. Livi sostiene che Bianchi propone una falsa teologia che in realtà altro non sarebbe che filosofia religiosa? Afferma che Bianchi non crederebbe nella divinità di Cristo e che il centro del suo discorso altro non sarebbe che un umanesimo sostanzialmente ateo? Argomenta che Bianchi criticando il Vaticano per l’ostracismo mosso contro il teologo Hans Küng confonde i fedeli e non rende un buon servizio alla sua chiesa? Anche Origene, quando era in vita, venne accusato più o meno delle stesse cose, tanto che vi fu chi lo definì eretico, un agitatore in grado soltanto di creare scompiglio. Ma, col senno di poi, tutti hanno rivalutato la sua gymnasia mentale, il suo continuo porsi domande attorno al mistero della rivelazione, certo arrivando a volte a conclusioni discutibili, ma sempre all’interno dell’alveo della chiesa di cui egli faceva parte. Così accade e accadrà con Bianchi nel quale, peraltro, non trovo quelle dottrine fuorvianti di cui parlano i suoi inquisitori. La verità è una: che questi passeranno, mentre lui no”.

Il fatto che dom (dal latino “dominus”, titolo concesso soltanto agli abati e ai superiori di comunità religiose) Giovanni Franzoni sia uno dei massimi profeti di una chiesa de-istituzionalizzata, povera, di base – teologo, fondatore della comunità di base di San Paolo a Roma, ex abate benedettino della basilica di San Paolo fuori le Mura, alfiere del dissenso cattolico negli anni ruggenti del dopo Concilio, sospeso a divinis nel 1974 da Paolo VI dopo che, durante la campagna del referendum per il divorzio, chiese la libertà di voto per i cattolici e poi ridotto allo stato laicale ma ancora col permesso di celebrare l’eucaristia – non significa che non abbia le carte in regola per argomentare, con proprietà di linguaggio, quella che lui, “a differenza di Livi” dice essere “la vera scienza teologica”.

Spiega: “Mi spiace per Livi e per tutti coloro che la pensano come lui, ma la scienza teologica non è tale se dà per buona, per assodata, la dottrina. Questa viene dagli apostoli, è un qualcosa cioè di secondo rispetto a Cristo e alla sua parola. Non a caso la teologia fondamentale studia i preamboli della fede, i preamboli necessitanti il proprio successivo argomentare. Mentre una vera teologia dovrebbe discettare sulla venuta di Cristo accettando diverse conclusioni e senza pregiudizi se non Cristo stesso. Da anni sono critico circa l’operato del ‘ministero’ della Dottrina della fede del Vaticano per questo motivo: ingabbia la ricerca al posto di farla esplodere, difende la propria posizione per timore del nuovo e così tarpa le ali a tutti. Mentre la teologia, come la fede, dovrebbe essere libertà”.

Cosa c’entra in tutto questo Origene? “Origene dimostra con la sua stessa esistenza, coi suoi scritti e il suo parlare, che la chiesa cattolica è più grande di quanto gli inquisitori non le permettano di essere. Egli era dotato di un genio incomparabile e aveva scritto moltissimo. In quella moltitudine di opere uscite si trovavano dottrine più o meno arrischiate, come ad esempio la preesistenza (platonica) delle anime e la loro caduta nei corpi, a modo di castigo per le colpe passate e tanto altro ancora. Le sue teorie furono oggetto di accese discussioni in seno alla cristianità. I monaci antropomorfiti egiziani, turbati dai suoi allegorismi (appunto dalla sua gymnasia mentale) erano i più accaniti. Ma furibonde polemiche scoppiarono su Origene un po’ ovunque. Si può dire, ad esempio, che tutti i grandi dottori d’oriente da Cirillo a Basilio fino a Crisostomo, dovettero prendere posizione pro o contro Origene. Un concilio ecumenico arrivò addirittura a porre Origene nel numero degli eretici, ma oggi si ammette senza discussioni che l’allegorismo di Origene non fu necessariamente e dovunque erroneo. Egli discettava e argomentava liberamente, ma sempre ritenendosi figlio di Dio. Allo stesso modo fa oggi Bianchi il quale, comunque lo si voglia giudicare, crede in Cristo e nella sua divinità. Per chi, se non per Cristo, dopo una laurea in Economia a Torino, si è ritirato in solitudine in una cascina, nella piccola frazione di Bose vicino a Biella? Per chi se non per Cristo è rimasto solo in questa cascina per i primi tre anni, a partire dall’8 dicembre 1965, la data che segnò l’inizio della sua esperienza, lo stesso giorno in cui ebbe termine la celebrazione del Concilio? Per chi se non per Cristo e nel nome della sua carità prende le difese di Küng, il teologo costretto ai margini della cattolicità perché dai margini, dagli ultimi, critica la chiesa intesa come istituzione?”.

Per Franzoni ribadire la dottrina, invitare a non mettere in discussione quelle verità inconfutabili che derivano da un’interpretazione autentica della parola di Dio manifestata nella Scrittura e nella tradizione e che successivamente prende il nome di dogma – un’interpretazione che spetta solo alla chiesa di Roma e, precisamente, al Papa o ai vescovi in comunione con lui, cioè ai concili –, svolgere con l’autorità acquisita un tale compito è non tanto un qualcosa di inutile quanto di ingiusto. Per lui, ribadire il cosiddetto depositum fidei e riproporlo fedelmente significa soltanto una cosa: tarpare le ali dello spirito.

Dice: “La fede non può essere imposta a furia di dogmi, di precetti che discendono da interpretazioni avanzate da uomini, per quanto autorevoli essi siano. Il dogma, il precetto, la legge, non aiuta lo spirito. Nella mia comunità ho fatto per anni il cosiddetto ‘laboratorio di religione’, una riunione con i bambini, la domenica prima della messa. Non c’è alcuna dottrina da imparare, piuttosto c’è da riflettere sul significato della scelta di fede e delle responsabilità che porta con sé. Si tratta di ore passate ad ascoltare e discutere sui temi più diversi. Profeti nei nostri laboratori possono essere tutti. La legge della vita di fede infatti è l’amore. Non ce n’è un’altra. I frutti dell’amore, che sono poi i frutti dello spirito, sono armonia, concordia, servizio. Tutto il resto è crimine. E’ la legge che nella chiesa genera il crimine. Sono gli inquisitori che vogliono mettere fuori gioco (fuori legge, appunto) Bianchi, non Cristo, non la fede. Guardiamo a cosa accade nella cristianità, guardiamoci in giro. In Austria è pieno di sacerdoti concubini. E’ un dato di fatto, una situazione oggettiva, non un’invenzione. E la chiesa, Roma e il Vaticano, cosa fa? Impone la legge del celibato. Con la legge fa divenire il loro concubinato un crimine. Ma perché, invece di agire in questo modo, non cerca di comprendere il fenomeno, di ribadire, se proprio lo vuole fare, il valore del celibato ma nello stesso tempo lasciando la possibilità per chi vuole di vivere il sacerdozio diversamente? Perché questo continuo chiudere le porte? Certo, tutto ciò non c’entra nulla con Bianchi, la cui teologia mi sembra tra l’altro ortodossa. Ma è un esempio che fa comprendere come la chiesa spesso agisce da inquisitrice: il nuovo lo blocca, rendendolo un crimine”.

di Paolo Rodari - Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 aprile 2012

segnalato il 26 Aprile ore 05:02

Primate pedofilo in serizio con avallo di Roma secondo storico Alberto Melloni: preti sposati ancora ai margini malgrado siano una preziosa risorsa

Alberto Melloni, docente di storia del Cristianesimo ha risposto a una domanda di una lettrice di Oggi.it  (leggi tutto da qui) che chiedeva se davvero i problemi del Vaticano sono così gravi dopo la frase choc pronunciata dal Papa nel Giovedì Santo, rispondendo ai preti contestatori austriaci “la situazione della Chiesa è drammatica”.

Melloni  scrive: “Non sono pochi i fedeli che vedono degenerazioni gravissime come il carrierismo, l’infedeltà o la pedoflia devastare la credibilità del clero; i preti che sentono il bisogno di essere protetti da una vita pastorale che nelle parrocchie è sempre più esigente; e i vescovi che si chiedono chi siano quei collaboratori del Papa che gli rubano le carte”. Nel testo Melloni ha anche un riferimento a un primate cattolico pedofilo affermando che “è Roma che ha lasciato in giro un primate pedofilo, mica qualche parroco”.

Don Giuseppe Serrone ha commentato la notizia meravigliato per le affermazioni dello storico Melloni: “Alberto Melloni dovrebbe fare, se lo conosce, il nome del porporato pedofilo. Invitiamo come sacerdoti sposati lo studioso a presentare storicamente al Papa Benedetto XVI la questione sul dibattito celibato preti e sulla prassi della chiesa nei secoli passati per rimuovere la legge ecclesiale del celibato obbligatorio per i preti”.

Per don Serrone “la pratica del celibato obbligatorio è stata in parte una delle cause della pedofilia tra i preti”.

segnalazione web a cura della redazione – http://nuovisacerdoti.altervista.org

per maggiori informazioni

sacerdotisposati@alice.it

Appello al Vescovo di Anversa «Una proposta sui sacerdoti sposati»

I sacerdoti sposati italiani, rispondendo al vescovo di Anversa Johan Bonny che si è detto favorevole al matrimonio per i preti, lo invitano «a presentare la proposta a Papa Benedetto XVI e ai responsabili delle Congregazioni vaticane competenti».

Lo ha detto don Giuseppe Serrone dell’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati. «Mons. Bonny crede nel valore del celibato – ha detto don Serrone – ma gli piacerebbe anche poter ordinare preti sposati. Un’idea che per Bonny sarebbe ben accetta anche da molti suoi colleghi». «Avere un nostro portavoce come mons. Bonny tra l’episcopato europeo – ha aggiunto don Serrone – potrebbe contribuire alla velocizzazione del processo di accoglienza e di reinserimento dei preti sposati nel ministero pastorale attivo nelle parrocchie in difficoltà per la scarsità di preti».

fonte: Il Tempo>>>

Cattolici: Preti sposati, vescovo Anversa proponga idea a papa

– I sacerdoti sposati italiani, rispondendo al vescovo di Anversa Johan Bonny che si è detto favorevole al matrimonio per i preti, lo invitano «a presentare la proposta al papa Benedetto XVI e ai responsabili delle Congregazioni vaticane competenti», ha affermato don Giuseppe Serrone dell’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati.

«Mons. Bonny crede nel valore del celibato – ha detto don Serrone – ma gli piacerebbe anche poter ordinare preti sposati. Un’idea che per Bonny sarebbe ben accetta anche da molti suoi colleghi».

«Avere un nostro portavoce come mons. Bonny tra l’episcopato europeo – ha aggiunto don Serrone – potrebbe contribuire alla velocizzazione del processo di accoglienza e di reinserimento dei preti sposati nel ministero pastorale attivo nelle parrocchie in difficoltà per la scarsità di preti».

In un’intervista al quotidiano belga-fiammingo De Standaard, il vescovo di Anversa ha detto che i preti sposati possono contribuire ad arricchire la missione pastorale. «Credo nel valore del celibato», aveva spiegato mons. Bonny osservando che questo rappresenta un valore particolarmente importante in una società consumistica come quella attuale. «Ma mi piacerebbe anche poter ordinare presti sposati». E questo per il ‘contributò che potrebbero dare al loro servizio pastorale. Un’idea che per Benny sarebbe ben accetta anche da molti suoi colleghi.

(fonte: ANSA)

19 Aprile 2012 ore 18:35

fonte originale: buonanotizia.org

I preti sposati non ci stanno a uscire fuori dalla Chiesa e tornano alla carica proprio in questi giorni

I preti sposati non ci stanno a uscire fuori dalla Chiesa e tornano alla carica proprio in questi giorni. ”L’ordinazione sacerdotale, validamente ricevuta, ci consente di essere sacerdoti per sempre. Rinnoviamo l’appello al Papa e alla Conferenza Episcopale Italiana di riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati con le loro famiglie”.

A portare avanti questo messaggio è  don Giuseppe Serrone, già presidente dell’associazione dei preti sposati, commenta le notizie su un convegno di sacerdoti cattolici sposati nelle Filippine, che chiedono alla Santa Sede di concedere che il celibato sia facoltativo. Al momento, però, non ci sono segni di apertura in tal senso da parte del Vaticano.

agrigentoflash

16 Aprile 2012 ore 11:40

Preti sposati chiedono di poter continuare a dire Messa

Link originale alla Gazzetta di Parma

’’L’ordinazione sacerdotale, validamente ricevuta, ci consente di essere sacerdoti per sempre. Rinnoviamo l’appello al Papa e alla Conferenza Episcopale Italiana di riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati con le loro famiglie’’. Così don Giuseppe Serrone, già presidente dell’associazione dei preti sposati, commenta le notizie su un convegno di sacerdoti cattolici sposati nelle Filippine, che chiedono alla Santa Sede di concedere che il celibato sia facoltativo.

15 Aprile 2012 ore 20:18

Rinnoviamo l’appello al Papa e alla Conferenza Episcopale Italiana di riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati con le loro famiglie

”L’ordinazione sacerdotale, validamente ricevuta, ci consente di essere sacerdoti per sempre. Rinnoviamo l’appello al Papa e alla Conferenza Episcopale Italiana di riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati con le loro famiglie”. Così don Giuseppe Serrone, già presidente dell’associazione dei preti sposati, commenta le notizie su un convegno di sacerdoti cattolici sposati nelle Filippine, che chiedono alla Santa Sede di concedere che il celibato sia facoltativo.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

pubblicato il 15 Aprile 2012 ore 19:25

Se Milingo benedice a Pasqua come il papa…

Dal sito web sacerdotisposatioraitalia è riportata e attribuita a Milingo la benedizione pasquale Urbi et Orbi, che è una locuzione latina che significa “Alla città (di Roma) e al mondo” (letteralmente: all’Urbe e all’Orbe). Al giorno d’oggi tale formula viene utilizzata nelle bolle papali o altri documenti pontifici, messaggi o benedizioni dirette al mondo intero.

Nell’uso quotidiano Urbi et Orbi può essere usato in tono scherzoso per denotare qualcosa detto o pubblicato ai quattro venti, facendolo sapere a tutti.

Forse che Milingo dopo essersi autoproclamato Patriarca di Africa si è autoproclamato anche nuovo Papa?

La benedizione Urbi et Orbi è la prima benedizione fatta da un papa al momento della propria elezione al soglio pontificio. Viene inoltre diffusa dal pontefice nei giorni di Natale e Pasqua alla folla riunita in piazza San Pietro ed in occasioni particolari.

La benedizione contiene una formula di remissione dei peccati e indulgenza.

La redazione dei sacerdoti lavoratori sposati con una nota di don Giuseppe Serrone ha commentato la notizia: “Non bastava il Patriarcato di Africa, Milingo e il suo staff sono assetati di titoli onorifici e con questo nuovo passo autoreferenziano Milingo come successore papale.  Ridicoli”.
(ndr)

Papa: no ad abolizione celibato, preti sposati ancora discriminati

Benedetto XVI ribadisce il no al sacerdozio femminile e all’abolizione del celibato già dato da Giovanni Paolo II. Lo fa durante la messa crismale, riferendosi alla “fronda” di circa quattrocento sacerdoti austriaci che chiedono riforme nella Chiesa, che oggi vive una “situazione spesso drammatica”, attraversata da spinte divergenti che si traducono in aperti ”appelli alla disobbedienza” e che “nulla hanno a che fare con il rinnovamento”.

IL NO ALLA “FRONDA AUSTRIACA”.  Il Papa non fa nomi, ma il riferimento è il gruppo di sacerdoti austriaci che ha steso un manifesto, chiedendo riforme. ”Di recente – spiega Benedetto XVI – un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza – ha detto il Papa – chiedendo di ignorare decisioni definitive del Magistero”, come ”l’Ordinazione delle donne”. Un punto sul quale, continua il Pontefice, anche ”Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore”.

LA RICHIESTA DEGLI AUSTRIACI. Benedetto XVI si rifà alla richiesta di circa circa 400 sacerdoti – per lo più austriaci su un totale di duemila nel Paese – riuniti attorno alla ”Pfarrer Initiative”, l’Iniziativa dei Parroci. Un gruppo che, il 19 giugno 2011, ha firmato un appello per chiedere una serie di riforme: ordinazione delle donne, di uomini sposati, comunione per i divorziati, possibilità anche per i praticanti che non abbiano ricevuto i voti di pronunciare prediche e dirigere parrocchie.

RIFORME NELLA CHIESA. Il Papa ammette di ”voler credere” agli autori dell’appello, arrivato da una parte del clero austriaco, ”quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via?”. Benedetto XVI è convinto del contrario. E ”chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita”, che coniugano ”la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore”.

“INCORAGGIAMENTO PER LA CHIESA AUSTRIACA“. Le parole di Benedetto XVI, ha commentato l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schoenborn, sono ”un incoraggiamento per la Chiesa austriaca” e il Papa ha rivolto all’Iniziativa dei parroci delle domande
”molto serie”.

tg1.rai.it

Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria commette errori teologici sulla riduzione alla stato laicale dei sacerdoti sposati

La dispensa dagli obblighi del celibato non comprta sempre la riduzione allo stato laicale. Un noto teologo sulla pagina web toscanaoggi.it commette un grave errore teologico collegando la riduzione allo stato laicale semplicemente alla richiesta di dispensa dal celibato sacerdotale (ndr)

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Il testo di toscanaoggi.it

Un prete rimane sacerdote «per sempre»?

Ho sempre sentito dire che il sacerdote «è sacerdote per sempre». Cosa avviene allora quando un prete viene ridotto, come si dice, «allo stato laicale»? E quando un prete lascia la tonaca per sposarsi, rimane comunque un prete o smette di esserlo?

Franco Giovannozzi

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria
La domanda del lettore fa riferimento, sia pure senza nominarlo, a quello che nella teologia cattolica si indica come carattere, battesimale o sacerdotale. La riflessione teologica si sviluppa soprattutto in relazione ad alcuni passi biblici, nei quali si accenna ad un sigillo impresso dallo Spirito nel credente: 2Cor 1,21-22; Ef 1,13; 4,30. All’unicità della morte e risurrezione di Gesù corrisponde il gesto battesimale unico, attraverso il quale il credente è unito una volta per tutte al mistero della Pasqua di Cristo: siamo stati battezzati nella sua morte (Rm 6,4) e questo battesimo ha un valore definitivo (cf Eb 6,4-6). Nella sua polemica contro i donatisti, che ribattezzavano tutti coloro che entravano nel loro movimento, Agostino sottolineò fortemente questo aspetto del battesimo: non bisognava ferire il valore del sacramento, ripetendolo, perché la comunione donata con Cristo e la Chiesa è definitiva. In modo parallelo, la fede della Chiesa estese ad altri due gesti sacramentali la qualità della definitività. Non dovevano, quindi, essere ripetuti: la confermazione e il dono del ministero. L’idea biblica del sigillo dello Spirito fu letta attraverso il termine «carattere», che troviamo nel testo greco della lettera agli Ebrei, applicato al Figlio, carattere o impronta della sostanza del Padre (Eb 1,3).

Nasce qui l’idea del «per sempre», che non riguarda solo il prete ma anche il battezzato: chi viene battezzato lo rimane per sempre, così chi riceve la confermazione e chi viene ordinato diacono, prete o vescovo. In questi sacramenti Dio agisce sulle persone in un modo definitivo, donando alla loro esistenza una relazione particolare con Cristo e con la Chiesa, che non è più disponibile alla libertà dell’uomo. Il credente potrà rifiutarla con la vita, ma resterà sempre come sigillo messo dal Signore sulla sua vita, come una chiamata irrevocabile. Per questo, venendo alla nostra domanda, chi è ordinato prete lo rimane per tutta la sua vita. Per la fragilità dell’uomo, tuttavia, accadono ripensamenti, spesso vissuti con sofferenza e sincera coscienza. La Chiesa, allora, concede di sospendere gli obblighi che derivano dallo stato sacerdotale, da quella relazione singolare che il ministro ordinato vive con Cristo e con la Chiesa. Il più evidente è quella che si chiama la «dispensa dal celibato», obbligo per i nostri preti della Chiesa latina, per cui il prete che l’ottiene può legittimamente sposarsi con rito religioso. Ma la dispensa vale anche per gli altri obblighi di un prete, previsti dal diritto canonico, quali la recita giornaliera della liturgia delle ore, il divieto di presentarsi come candidato alle elezioni politiche, il divieto di esercitare un’attività affaristica o commerciale.

Il termine usato dal lettore è canonicamente corretto: si tratta di una «riduzione allo stato laicale». Il prete, cioè, non ha più gli obblighi giuridici che derivano dal suo stato clericale. Restano sempre tutti i doveri di ogni battezzato: in sintesi, seguire il Vangelo di Gesù nella comunione ecclesiale. Nulla, però, potrà mai annullare quel sigillo sacerdotale ricevuto. Ecco perché la legislazione canonica prevede che, in casi estremi e di necessità, ogni prete (anche coloro che fossero stati ridotti allo stato laicale) può assolvere da tutti i peccati coloro che si trovano in pericolo di morte (canone 976). Credo sia l’esempio migliore per chiarire come il carattere sacerdotale accompagni il sacerdote per tutta la sua esistenza, qualunque percorso abbia avuto.

Alle Egadi salta funerale, manca parroco: i sacerdoti sposati si offrono per la parrocchia

Il sito web trapaniok.it ha pubblicato la notizia  (visibile in questo post o da questo link) della difficolta’ da parte della Curia di Trapani di assicurare il servizio pastorale nella parrocchia di Marettino dopo la scomparsa del parroco don Girolamo Campo. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati fondata e diretta da don Giuseppe Serrone originario di Termini Imerese (PA) (per contatto> sacerdotisposati@alice.it) ha lanciato dal web una proposta al Vescovo di Trapani Mons. Francesco Miccichè: “siamo pronti ad assicurare il servizio sacerdotale in parrocchia a Marettino a partire dal settembre 2012. Un nostro sacerdote sposato, qualora Lei, Eccellenza, fosse disponibile ad accoglierlo nella chiesa trapanese, a reinserirlo nel ministero attivo autorizzandolo al servizio pastorale come sacerdote sposato, ad affidargli una casa canonica dove poter vivere con sua moglie, potrebbe nei prossimi mesi arrivare a Marettino con sua moglie per risolvere i problemi del servizio in parrocchia e nelle frazioni e nei paesi piu’ piccoli”. (ndr)

di seguito la notizia apparsa su trapaniok.it

A Marettimo, si sa, può essere difficile vivere, ma forse nessuno immaginava che potesse diventare scomodo anche morire e dovere far fatica pure per avere un funerale. Sull’isola, dopo la scomparsa, avvenuta alcuni mesi fa, del parroco don Girolamo Campo – che aveva seguito le comunità delle Egadi per oltre 40 anni –  non c’è un sacerdote stabile. Solo nei fine settimana, grazie alla disponibilità di don Epifanio Di Leonardo, cappellano militare della caserma “Giannettino” di Trapani , gli isolani ricevono la visita di un sacerdote che celebra la messa. Se poi accade, come in questi ultimi giorni, che ci si metta di mezzo pure il maltempo che fa saltare i collegamenti con la terraferma, la mancanza di un sacerdote si trasforma nell’impossibilità di officiare un funerale quando è il momento. Alla Curia vescovile di Trapani, dove pure si sono prodigati per cercare di gestire la vicenda in modo da non caricare di un disagio supplementare una famiglia già provata dal dolore, non è rimasto altro che “prendere atto dell’inesorabile realtà”. Ormai da anni molti centri della Diocesi hanno a disposizione un solo sacerdote-parroco e ancora più difficile è diventato garantire la presenza pastorale nelle frazioni e nei paesi più piccoli. Oggi, se le condizioni del mare lo permetteranno, don Epifanio proverà a raggiungere l’isola. Nel frattempo la Curia trapanese, oltre che essere “vicina” alla famiglia del defunto e alla comunità di Marettimo, “implora il padrone della messe perché mandi nuovi operai nella sua vigna”.

  Scritto da: Ornella Fulco / trapaniok.it

 

Sacerdoti sposati si offrono per la diocesi di Oristano che ha sempre meno sacerdoti giovani

La redazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato la notizia apparsa sul quotidiano online “Unione Sarda” sull’età media dei sacerdoti nella diocesi di Oristano: “siamo pronti a rientrare in servizio attivo nelle parrochhie seil Vescovo Mons. Ignazio Sanna ci rivolgesse un invito in tal senso”. Attraverso le pagine del blog lanciamo un appello a tutti i vescovi residenziali italiani: “Riaccogliete in servizio i sacerdoti sposati sono una ricchezza”. Il direttore e fondatore dell’Associazione don Giuseppe Serrone in passato collaborò con la segreteria della Conferenza Episcopale Europea sensibilizzando con vari interventi sui media i vescovi italiani sulle tematiche dei sacerdoti sposati, delle donne dei preti e dei diritti civili e religiosi (ndr)

monsignaziosanna

S. E. Mons. Ignazio Sanna

In basso l’articolo tratto da unionesarda.it

L’età media degli oltre cento sacerdoti dell’Arcidiocesi di Oristano viaggia sui 67 anni. Potrebbe scendere di qualche anno se non si contassero i quasi 106 anni di don Francesco Noli, che risulta essere il sacerdote più vecchio d’Italia, ma la sostanza non cambierebbe di molto.

Lo ha ammesso l’arcivescovo Ignazio Sanna tirando le conclusioni della visita pastorale che nel corso di tre anni lo ha portato in tutte le 85 parrocchie della Diocesi. E la sostanza – ha spiegato – è che già nei prossimi anni, aumenterà il numero dei parroci che dovranno occuparsi di più parrocchie, come adesso già fanno una decina di loro. Mons. Sanna non vede comunque questo fenomeno come necessariamente negativo. Anche perché la dimensione media delle parrocchie è molto piccola. Nessuna supera i 5 mila abitanti, tante non arrivano neanche a mille e molte si fermano sotto la soglia dei 500 abitanti. Quello dell’età avanzata peraltro è un fenomeno che non riguarda solo i parroci ma anche i loro parrocchiani, come dimostra una recente indagine voluta dallo stesso arcivescovo. Se la percentuale dei residenti che si dichiarano cattolici tocca quota il 90%, quelle dei praticanti, di chi va a messa tutte le domeniche, di chi si confessa almeno una volta al mese, di chi accetta e condivide tutti i dettami della Chiesa sono molto più basse e lo sono ancora di più se si prendono in considerazione le fasce di età più giovani. Riconoscere la realtà, per monsignor Sanna, non significa però rassegnarsi. Per cambiarla in meglio si può cominciare affrontandola con ottimismo, ha detto pensando prima di tutto ai propri sacerdoti, ma è necessario anche per esempio ripensare i tempi e i modi della Catechesi, che non può più essere finalizzata quasi esclusivamente al ricevimento dei sacramenti e che non si vede perché debba continuare a seguire i ritmi dell’anno scolastico civile fermandosi per una intera stagione.

Wikipedia: la voce sui sacerdoti sposati piena di errori

La voce su Wikipedia relativa all’associazione dei sacerdoti sposati è piena di errori. i sacerdoti della nostra associazione non hanno richiesto la “dimissione dallo stato clericale” ma la dispensa dagli obblighi del celibato presentando le dimissioni dagli incarichi pastorali. Speriamo che al più presto la voce sia aggiornata correttamente.

link: la voce su wikipedia

Che cosa le mogli dei sacerdoti potrebbero incontrare? Lo stato della moglie del sacerdote è forse ancora più strano e inquietante di quella di suo marito

Il Vaticano  ha eretto il primo gennaio scorso un Ordinariato  personale (simile a una diocesi) nel territorio della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti per i ministri e i fedeli anglicani convertiti alla Chiesa cattolica.  I preti sposati vi potranno entrare insieme in massa. Il Vaticano ha sottolineato che questa condizione per i preti sposati è solo un’eccezione (come altre dispense simili fatte in passato dal Vaticano) e in nessun modo una condizione permanente del sacerdozio.
Tuttavia, la Chiesa Cattolica Romana è disposto a riavere in casa sua  preti sposati in numero altissimo. Numeri che non si vedevano dagli anni precedenti al 1123, quando il Primo Concilio Lateranense  al canone 21,  vietò il matrimonio dei preti.
L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha diffuso una nota del direttore don Serrone. 
In questa situazione dovremmo fermarci a riflettere su che cosa  le mogli dei sacerdoti potrebbero incontrare. Dopo tutto, lo stato della moglie del sacerdote è forse ancora più strano e inquietante di quella di suo marito ordinato sacerdote cattolico.
La chiesa  non promulgò la legislazione decisiva sul celibato sacerdotale obbligatorio fino al movimento di riforma del 11 ° secolo. A quel punto, lo scopo principale del celibato sacerdotale è stato quello di distinguere chiaramente e separare i sacerdoti dai laici e di elevare lo stato del clero. In questo schema, la mera presenza della moglie del prete confuse questo obiettivo, e quindi la moglie del prete  suscitò il sospetto, e molto spesso l’avversione, dei parrocchiani e di molti uomini di chiesa.  Noi non possiamo aiutare a far capire quali sentimenti susciterà oggi.
Fin dal tempo del Primo Concilio Lateranense, la moglie del sacerdote era diventata un simbolo della lussuria e contaminazione. Il motivo era legato alla pseudo teologia  della consacrazione pura durante la Messa.  Il sacerdote che consacrava il corpo e sangue di Cristo doveva  quindi essere incontaminato per non contaminare l’Eucaristia
La moglie del prete era un pericolo evidente. Il suo desiderio sfrenato, seconda la tesi  di Pier Damiani, vissuto nell’11 ° secolo,   minacciava l’efficacia della consacrazione.  Egli castigò le mogli dei sacerdoti come “vipere furiose che animate da impaziente ardore di lussuria decapitano Cristo, il capo dei sacerdoti”, con il loro amore. Secondo lo storico Dyan Elliott, le mogli dei sacerdoti sono state percepite come violentatrici delll’altare, una profanazione non solo del prete ma anche di tutta la comunità cristiana.
Il nucleo familiare del sacerdote è stato anche visto come un rischio per la stabilità della chiesa. I suoi figli rappresentavano una minaccia per laici, che temevano che una eventuale loro ordinazione agli ordini sacri poteva essere assorbito nelle mani dei discendenti del sacerdote  per creare una dinastia rivale clericale. Un prete celibe inoltre avrebbe garantito donazioni ingenti dall’alta aristocrazia. Inoltre, la moglie del sacerdote è stato spesso accusato, insieme con i suoi figli, di sperperare le risorse della chiesa con la sue stravaganze e frivolezze. Papa Leone IX tentò di rimediare a questo problema nell’11 ° secolo, decretando che le mogli e i figli dei sacerdoti dovevano lavorare nella sua residenza presso il Palazzo del Laterano a Roma.
Con questi precedenti storici, invitiamo le mogli dei preti (ex anglicani) a  stare in guardia sul loro nuovo ruolo di mogli di preti sposati cattolici romani. La loro posizione è anomala e  il Vaticano ha più volte ribadito che non riceveranno il benvenuto permanente nella chiesa. Detto questo, per il momento,  per prudenza il Vaticano cercherà di  onorare la dignità delle mogli ei  dei figli dei suoi sacerdoti sposati appena ordinati. E qui, secondo noi, un dialogo  reale sull’abolizione del celibato sacerdotale, o sulla tesi che possa essere facoltativo, potrebbe cominciare.
Fino ad allora, le mogli dei sacerdoti dovrebbero guardarsi da una tradizione religiosa che le ha chiamate ,  con Pier Damiani (fatto santo, vescovo e dottore della chiesa), come “
empie tigri, arpie, vipere furiose, incantatrici di preti , diavolo, bocconcini scelte del diavolo , virus della mente,  spade dell’anima,  veleno dei compagni, materiale di peccato, occasione della morte, upupe, barbagianni, gufi di notte, lupe, succhiatrici di sangue “.

per maggiori informazioni
sacerdotisposati@alice.it
cell. 3207505116

I sacerdoti sposati rappresentano "nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio"

Le dimissioni dalla vita consacrata di preti diocesani, religiosi e suore, in Italia e nel mondo: appello a tenere alto il sestante della identità

I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’ umanità ” (Piero Barbaini).

Il problema delle dimissioni è stato trattato dalla rivista di Vocatio SULLA STRADA: in quattro numeri ha trattato questo problema sempre a cura di Claudio Balzaretti (n.29 del 1994/ n.37-38 del 1996/ n.48 del 1999/ n.57del 2002)

Fino al 1990 il numero dei sacerdoti nel mondo (compresi diocesani e religiosi) era di 400.000 e gli abbandoni era di 120.000.

In Italia il numero dei sacerdoti era di 56.000 e gli abbandoni di 9.000.

Nell’ ultimo aggiornamento di Balzaretti del 2002 che riguarda gli anni 97-98-99, Balzaretti scrive testualmente:”

Con un certo imbarazzo riportiamo i dati statistici che aggiornano quelli già pubblicati…l’imbarazzo, da una parte, è dovuto al ritardo con cui vengono forniti i dati da parte del ANNUARIUM STATISTICUM ECCLESIAE; dall’altra parte, è dovuto al fatto che potrebbe sembrare quasi inutile ripetere le solite cifre. Però la constatazione che ritornano sempre gli stessi numeri è anche una conferma dell’importanza di questo fenomeno”.

E riporta l’aggiornamento anni 97-98-99:

In Italia (clero diocesano) anno 97: consacrati 494 abbandoni 43/ anno 98:con.485 abbandoni 32/ anno 99: con.556 abbandoni 44.

Se si tiene presente che il Vaticano non tiene presente gli abbandoni di fatto, ma solo quelli che hanno chiesto la dispensa, i numeri ufficiali degli abbandoni vanno raddoppiati.

Ne risulta: anno 97: abbandoni 86 su 494 consacrati/ anno98: abbandoni 62 su 485 con./ anno99:abbandoni 88 su 556 con. Totale 236 abbandoni su 1535 consacrati (16%)

Per i religiosi il fenomeno degli abbandoni arriva al 22%

Ha ragione Balzaretti: i numeri sono sempre i medesimi. Nel mondo 120.000 abbandoni su 400.000 (30%) La percentuale nel mondo è più alta di quella in Italia: 10.000 abbandoni su 56.000 (18%).

Per le suore in Italia: erano 150.000 (abbandono 22%) sono oltre 30.000 le suore italiane che hanno lasciato la vita religiosa.

“Per cambiare i sacerdoti bisogna cambiare la chiesa”, ha affermato Giuseppe Serrone, fondatore e presidente dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati. “Molti preti sposatie hanno scritto pagine cariche di rilievi critici verso la chiesa”, ma “per cambiare questa chiesa bisogna coniugare la gioia del Vangelo con i nuovi affanni della vita e della storia.

Non è vanitoso per i sacerdoti sposati tenere alto il sestante della loro identità.

In questa prospettiva il prete cattolico che si sposa non può essere confinato nei quadri di un fenomeno effimero della “morbosità” sociale o della crisi ” individuale “.

I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’umanità ” (Piero Barbaini).

Piero Barbaini è un prete che ha insegnato per molti anni Storia della chiesa nel Seminario diocesano di Lodi e nella facoltà di teologia di Milano ed é stato titolare della Cattedra di Storia Moderna dell’Università di Parma. Un suo libro (“La Chiesa sbagliata” Ed. Il Formichiere) è un classico nella tematica dei diritti umani nella Chiesa cattolica, in modo particolare se visti dalla parte dello storico e dalla parte del prete “ridotto allo stato laicale”. Uno dei punti fondamentali del suo libro, a mio avviso, assieme alla notevole documentazione sulla prassi e sui vari interrogatori del processo di “riduzione allo stato laicale”, é certamente la riflessione storico-teologica sui condizionamenti che la Chiesa ha subito lungo i secoli, in modo particolare nel periodo storico delle “Investiture” e della conseguente “riforma gregoriana”, promossa da papa Gregorio VII°, abate di Cluny (sec. XI).

Per avere qualche conoscenza non partigiana sulla natura della Chiesa, certamente non basta lo studio dei documenti conciliari, ma é necessario conoscere anche quello che dicono i testi sacri e le vicissitudini della Chiesa lungo i secoli della storia. In riferimento ai testi sacri, il teologo Schillebeeckx dimostrò, in alcuni suoi libri, come la Chiesa, secondo i dati del Nuovo Testamento, é essenzialmente una “Assemblea di Dio”, fondata sulla fraternità, nella quale le strutture di potere, dominanti nel mondo, sono demolite (Mt. 20,25-26; Lc. 22,25; Mc. 10,42-43; Mt. 23,8 ss..).

In riferimento ai condizionamenti storici, due momenti particolari sono da sottolineare: il primo é l’incontro della Chiesa primitiva con l’Impero Romano. In questo incontro, diventato quasi-matrimonio dopo la conversione di Costantino, la religione cristiana da perseguitata e di minoranza diventa religione di Stato, o meglio dell’Impero, proprio nel momento in cui l’Impero Romano é in piena decadenza anche a motivo delle invasioni barbariche. L’imperatore Costantino abbandona Roma; il vescovo di Roma assume le insegne e il potere dell`imperium” e viene chiamato “pontifex maximus”, titolo che apparteneva esclusivamente agli imperatori romani; la corte del papa diventa come la corte dell’imperatore e la Chiesa si organizza sul modello delle strutture imperiali (cfr. L. Boof “Chiesa: carisma e potere” pg. 88 ss.). I vescovi vengono ad essere le uniche autorità in grado di ricostruire e organizzare le città dopo le distruzioni dei barbari, e anche le elezioni dei papi, in questo tipo di religione imperiale, vengono ad assumere un aspetto molto particolare: fino all’anno 685 ogni elezione del papa avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori di Bisanzio; e dopo, fino alla “riforma gregoriana”, avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori della Casa di Sassonia. Per quei papi che oseranno ribellarsi a questa prassi, come per es. papa Martino I° (649655) o papa Benedetto V° (964-965) la fine era segnata: il primo conoscerà la morte in carcere, e il secondo la strada dell’esilio. E’ pur vero che bisogna riconoscere che generalmente a queste elezioni partecipava il clero e il popolo romano, ma non sono mancati periodi storici in cui l’elezione del papa era completamente in balìa di alcune famiglie della nobiltà romana o di alcune famiglie imperiali. In questo modo, e per molti secoli, si é attuata nella storia la “successione apostolica”; e anche i vescovi non dovrebbero dimenticare che il loro pastorale, simbolo del loro potere, non deriva nè da Cristo nè da Pietro, ma dalla cerimonia medievale dell’investitura della diocesi-feudo, “…simbolo del dominio spirituale, confondendo di proposito i due poteri, spirituale e temporale, per sottrarre al papa la nomina dei vescovi” (Manaresi, Storia Medievale, pag. 158).

Non parliamo poi della nascita e della crescita del potere temporale della Chiesa: in alcuni periodi storici la Chiesa é venuta a trovarsi proprietaria di quasi mezza Italia, grazie alle Donazioni di Barbari, Re, Imperatori; e queste donazioni non venivano fatte per amore di Gesù Cristo o di S. Pietro, ma per ottenere legittimità e incoronazioni per i donatori, molto spesso al prezzo della dignità e della libertà della Chiesa stessa. Alcuni storiografi hanno scritto che il potere temporale della Chiesa, difeso per molti secoli a denti stretti con infinite guerre e scomuniche, ha avuto la sua fine con la “Breccia di Porta Pia” nel 1870; ma i legami che tuttora il Vaticano coltiva con le Banche del Capitalismo occidentale ci lasciano qualche dubbio in proposito.

Nel secolo XI°, con papa Gregorio VII°, arriva la lotta delle “Investiture” e la grande “riforma gregoriana” della Chiesa: questo é il secondo momento storico da non sottovalutare e che ha lasciato un segno notevole sulla natura della Chiesa, fin ai nostri giorni.

Se é vero che questa riforma é stata un momento di purificazione e di liberazione per la Chiesa, come sempre ci é stata presentata nei corsi seminaristici di Storia, Barbaini però sottolinea nel suo libro (o.c. pg. 217): “…di fatto ha trasferito all’interno del sistema ecclesiastico l’apparato politico precedentemente barattato attraverso compromessi coi poteri imperiali e con l’impianto economico feudale”. Continua Barbaini: “…tutto il sistema nelle sue componenti politico-economìche, diplomatiche e amministrative gravita attorno ai “clerici” della cancelleria romanopapale. L’elemento tecnico determinante, in questa svolta operatasi all’alba del nostro millennio, é stata la riserva dell’elezione: l’elezione del papa nelle mani della casta clericale romana (caxdinalato: 1059) e l’elezione dei vescovi nelle mani del papa (lotta delle investiture). Così il circolo si chiudeva: sorgeva nell’occidente cristiano una nuova materia su cui lavorare e plasmare un impero nuovo, non più quello misto dei carolingi, non più quello pagano dei cesari, ma quello tutto sacro e tutto clericale e tutto romano dei papi. Da quell’epoca tutta la letteratura papale, dai gregoriani al decreto di Graziano, dai decretisti ai decretalisti, sviluppa le teoria del nuovo impianto, in una sarabanda promiscua di citazioni provenienti da Agostino, Girolamo e Giustiniano, da Isidoro, Gregorio e Costantino: tutto all’insegna della nuova potenza e per la messa a punto dei suoi congegni autoritari. Lo schema era perfettamente riprodotto; ed era lo schema prefettizio: imperatore il papa, suoi prefetti i vescovi e, sia ben chiaro, soltanto suoi prefetti, non maì suoi elettori, altrimenti il sistema poteva saltare. Elettore imperiale doveva rimanere sempre e soltanto lo stretto collegio di coloro che la cancelleria romana sceglieva a tutela garantita dei propri interessi centrali; e opportunamente quel collegio veniva chiamato “sacro”. Il meccanismo é talmente delicato per la conservazione del sistema, che Trento, lungi dall’abbandonarlo, lo perfezionerà e il Vaticano II° non riuscirà a intaccarlo”.

Continua sempre Barbaini: “…Montini infatti, osservante, scrupoloso tutore della struttura papale, si guarda bene dal trasferire l’elezione del papa del sacro collegio al sinodo, che sarebbe il pur minimo indispensabile per non costruire, nell’etichetta della collegialità, una nuova, sfacciata ipocrisia clericale. Ma il dire e il non fare é tipico del sistema: questa gente cura meticolosamente l’illusione della massa da una parte, la strategia del potere dall’altra. E proprio tale comportamento scatenava la rabbia dì Cristo, quando attaccava i preti del suo tempo” (o.c. pg. 218).

Continuando la sua analisi Barbaini sottolinea che il fenomeno degenerante della Chiesa ha avuto enorme impulso a partire dalla riforma gregoriana: la religione diventa politica, il diritto prende il posto del Vangelo, la gerarchia il posto della coscienza, ecc. Poi sottolinea: “…Da questo momento storico ha inizio anche il concentramento nelle mani della Curia Romana dei beni della Chiesa periferica e la trasformazione di quelli che prima erano i liberi voti monastiaci (castità, povertà e obbedienza) nell’obbligata, integrale condotta degli arruolati, finalizzata a sostegno gratuito dell’immane struttura nascente” (o.p. pg. 222).

“…Attribuendo al clero secolare tutta la fisionomia del monaco medievale, il potere romano otteneva lo strumento perfetto per le sue conquiste: svuotava totalmente la libertà dell’individuo e ne assorbiva integralmente la personalità… Dal 1100 in poi lo schema del servizio ecclesiastico e tutto lo sforzo del sistema per consacrare la stabilità e la continuità dell’arruolamento, sono ormai chiaramente “canonizzati”: usare dei voti per imbrigliare ogni energia dell’umana esistenza e disporla al totale servizio della potenza gerarchica” (o.p. pg. 223).
Molta acqua é passata sotto i ponti da quando Cristo aveva ammonito i suoi discepoli: “…Voi sapete che i capi delle nazioni spadroneggiano su di esse e che i grandi le dominano; tra voi non deve essere così” (Mt. 20,25), e la natura della Chiesa si é completamente capovolta! Quando poi nel secolo XVI incontriamo papa Leone X (il papa che ha scomunicato Lutero) che a 14 anni é già cardinale, e che durante il suo pontificato, in una ordinazione nomina ben 31 cardinali, tutti scelti tra parenti ed amici, per contrastare l’azione di tre cardinali del sacro collegio (composto in quel momento da tredici cardinali) che volevano ucciderlo, non possiamo arrivare ad altra conclusione: dopo oltre trecento anni, nemmeno la riforma gregoriana, anche nane parte dei suoi aspetti più positivi, non era riuscita a rinnovare la Chiesa! E non fermiamoci sul periodo storico e sul pontificato di papa Borgia, Alessandro VI (1492-1503) e sulla condanna al rogo di Savonarola
Quale Chiesa costruire?
Barbaini sottolinea in questo suo libro che la gerarchia ecclesiastica ha sempre bruciato i riformatori che fin troppo bene conoscevano cosa si doveva fare per costruire la vera Chiesa di Cristo; poi continua con questa riflessione: “…Molti degli aspetti secondo i quali la chiesa si presenta come “ufficiale” appartengono al fenomeno della degenerazione. Il mio modo di maturare nei confronti della chiesa é stato quello di scoprire una chiesa reale che normalmente é lontana, talvolta antitetica, rispetto alla chiesa ufficiale. Il sistema usa dei valori espressi dalla chiesa reale per sostenersi, ma poi si definisce secondo le etichette della chiesa ufficiale: in altre parole usa della fede di un credente, dell’amore di una madre, della generosità di un bambino, dell’entusiasmo di un giovane per poi definire e impiantare una chiesa come potere, una chiesa come papato, come gerarchia, come impresa burocratica; usa dei momenti esistenziali importanti (la nascita, il matrimonio, la morte, ecc.) per trasferirli in un regime legale di codificazioni e di controlli che costituiscono la base di una gestione redditizia (in precisi termini di soldi e di potere), che poi giustifica come azioni soprannaturali, come “sacramenti” che agiscono “ex opere operato” (cioé come congegni automatici). E usa soprattutto categorie antropologiche (cultura, storia e società), in particolare categorie della vita associata (economia, politica e diplomazia), per istituire un regime centralizzato, assolutistico e dittatoriale, definendosi come “chiesa spirituale e comunitaria”.
“Ecco per me dove si nasconde la chiesa sbagliata” – continua Barbaini – “E’ la chiesa falsa, che usa dell’uomo. Dunque corrisponde a una vecchia specie di uomo, il parassita, che nella storia, quando si organizza, si aggrappa alla sostanza dell’Umanesimo perenne: la religione. Per questo il Figlio dell’uomo si é battuto contro la casta sacerdotale del suo ambiente e del suo tempo: perché essa dominava mentendo, indicando all’uomo una vita irreale, un’esistenza ingannevole, che lo soggiogavano anziché liberarlo. I denunciati lo liquidarono e cercarono in tutte le epoche di vanificamela rivoluzione perenne. Questa: che l’uomo non sia mai usato dall’uomo; che lo stare assieme sia effetto dell’amore, non della legge; che la conversione e la salvezza si attuino nell’animo, non nel meccanismo dei segni; che la vocazione, la missione e l’impegno nel bene siano la massima espressione della libera scelta, della decisione umana, non il risultato di un reclutamento e di un proselitismo che sfruttano l’immaturità e l’indigenza degli uomini; che l’adorazione sia anzitutto interiore, sempre umile, spesso nascosta, quella che normalmente sfugge alla solennità dei trionfi e al fragore delle masse” (vedi i viaggi di papa Wojtyla n.d.r.). “Questo messaggio é stato esattamente capovolto – continua Barbaini – quando é caduto tra le mani della casta di Roma: Cristo é stato strumentalizzato e l’impero curiale ha creato una storia di antitesi al fermento evangelico. Il segno di contraddizione é dentro il sistema e la rivoluzione cristiana diventa esemplare nel mondo quando abbatte la corruzione interiore. La chiesa reale corrisponde a questa rivoluzione nascosta e sconosciuta, la cui storia é tuttavia imponente; la chiesa ufficiale normalmente corrisponde alla sovrastruttura reazionaria, la cui storia é tanto spiritualmente meschina quanto macroscopicamente divulgata. Il cattolicesimo vaticano, impresario e mercenario, gerarchico e burocratico, legalista e inquisitore, poliziesco e repressivo, rappresenta oggi la massima degenerazione del cristianesimo autentico. La rivoluzione cristiana troverà qui il suo prossimo impatto, perché qui é sommo il segno di contraddizione. La maggioranza dei cattolici ha preso coscienza della rivoluzione incombente, e questo é il segno dei tempi” (o.p. pg. 274 ss.). Barbaini, nelle ultime pagine del suo libro, lascia capire che solo da questa presa di coscienza può nascere la vera Chiesa di Cristo (recensione di Lorenzo Maestri).

Ufficio Stampa
Sacerdoti Lavoratori Sposati

La fine del celibato nella Chiesa cattolica

di Henry McDonald

in “The Guardian” del 13 settembre 2011 (traduzione di Maria Teresa Pontara Pederiva)

Nel corso del Bloody Sunday (la domenica di sangue, 30 gennaio 1972) padre Edward Daly aveva tenuto testa al Reggimento di Paracadutisti inglesi responsabile dell’uccisione di 13 civili disarmati nella città di Derry, sventolando solo un fazzoletto bianco, così come aveva protetto i feriti dai proiettili dell’esercito nel Bogside. Ora 39 anni dopo, il vescovo emerito di Derry sta fronteggiando una forza ancora più potente rispetto alla Paras: il Vaticano. Daly, che è stato vescovo di Derry per 20 anni, nel periodo dei Troubles (ndr. gli anni degli scontri tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord), è ora il primo alto esponente religioso della Chiesa cattolica d’Irlanda a chiedere la fine al celibato nella Chiesa. Il suo intervento nel dibattito sulla questione se ai sacerdoti dovrebbe essere consentito di sposarsi è altamente significativo perché egli rappresenta ancora una delle figure più autorevoli della Chiesa cattolica irlandese in un momento in cui la fiducia nell’istituzione è stata demolita dagli scandali di pedofilia che hanno visto coinvolti diversi preti.

Sfidando secoli di teocrazia cattolica, Daly ha dichiarato che permettere al clero di sposarsi potrebbe risolvere alcuni dei problemi della Chiesa. Il numero dei preti cattolici in Irlanda è in netto declino, visto che alla morte dei preti anziani, sono pochissimi i giovani che decidono di accettare una vita celibataria. In alcune parrocchie vengono trasferiti preti provenienti dalla Polonia o da paesi in via di sviluppo per colmare il divario. “Ci sarà sempre posto all’interno della Chiesa per un sacerdozio celibatario, ma ci dovrebbe essere anche posto per dei preti sposati”, scrive Daly nel suo nuovo libro A Troubled See. Memoirs of a Derry Bishop (Uno sguardo preoccupato. Memorie di un vescovo di Derry), che sarà presentato mercoledì prossimo al Magee College. “Sono convinto che i preti dovrebbero avere la libertà di sposarsi, se lo desiderano.

Certo potrebbe venirsi a creare una nuova serie di problemi, ma penso che in ogni modo questo costituisca un problema che dovrebbe essere considerato”, dice. “Sono preoccupato per la diminuzione del numero dei preti e il numero crescente di preti anziani. Penso che questo sia un problema che vada affrontato con urgenza”. Daly, mentre accetta di stare al passo con l’attuale concezione del Vaticano in materia, fa notare anche di non “essere impegnato in una gara di popolarità”. Dichiara che al tempo del suo episcopato trovava “straziante”, che tanti preti siano stati costretti a lasciare il loro servizio o non erano in grado di ricevere l’ordinazione a causa della questione del celibato. Molti giovani uomini che un tempo avevano considerato l’idea di abbracciare il sacerdozio, se n’erano allontanati a causa della regola, sostiene il vescovo settantaquattrenne. Daly è diventato una figura nota in tutto il mondo da quando, nel 1972, nella città di Derry fu visto sventolare un fazzoletto insanguinato bianco di fronte ai Paracadutisti britannici durante la tristemente famosa “Domenica di sangue”. La vista di quel prete durante il massacro da parte dell’esercito inglese in città è diventata una delle immagini più iconiche degli anni Troubles in Irlanda del Nord.

Daly è stato anche un feroce oppositore della campagna armata dell’IRA e un forte sostenitore del processo di pace portato avanti da artisti del calibro del suo amico e confidente, il premio Nobel John Hume. Nel libro l’ex vescovo tesse le lodi di Hume che definisce “uno dei miei grandi eroi”. Era alla sua prima esperienza al tempo della Battaglia del Bogside nel 1969 e ha preso parte alle manifestazioni per i diritti civili nella città prima dell’insorgere del periodo caldo dei Troubles. Daly ha giocato un ruolo nella campagna per liberare i Birmingham Six. Il suo mandato come vescovo a Derry ha attraversato gli anni dal 1974 al 1993 e ha quindi incluso alcune delle peggiori atrocità accadute nel periodo dei Troubles. Egli riconosce che l’ammissione di uomini sposati al sacerdozio potrebbe creare nuovi problemi e aggiungere altre questioni alla Chiesa. “Ciononostante, sotto la guida dello Spirito Santo, le decisioni più importanti devono essere prese”, aggiunge.

Nel suo libro egli denuncia anche i preti pedofili i cui crimini e la successiva copertura da parte della gerarchia cattolica hanno drasticamente ridotto la fiducia nella Chiesa e la sua influenza in Irlanda. Egli confessa di avere “il cuore spezzato e inorridito”, per i confratelli nel sacerdozio che si sono macchiati di “questi atti orribili e criminali contro i più indifesi”. Ai preti cattolici era consentito sposarsi fino all’epoca delle riforme gregoriane dell’XI secolo che hanno reso obbligatorio il celibato. Gli storici hanno sempre sostenuto che la scelta fosse stata compiuta in parte per ragioni spirituali, ma principalmente per assicurare che i beni detenuti dai chierici sarebbero passati alla Chiesa alla loro morte, piuttosto che alla loro discendenza. Tuttavia, negli ultimi anni Papa Benedetto XVI ha consentito ai ministri anglicani sposati il trasferimento verso la Chiesa cattolica, dopo le proteste seguite ai controversi problemi in ambito anglicano, tra cui l’ordinazione di donne, preti e vescovi, e l’accettazione dei ministri impegnati in relazioni omosessuali. Di fatto un prete, nato nella contea di Fermanagh, ora lavora come cappellano nella casa di riposo Foyle a Derry.

Le proposte del vescovo Daly si infrangeranno contro il silenzio tenace del Vaticano, ma incontreranno invece una comprensione diffusa all’interno della Chiesa cattolica romana. La visione di un problema dall’alto è molto chiara. Lo scorso anno, quando lo scandalo degli abusi sessuali da parte del clero era al suo apice, l’arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, aveva suggerito che una parte del problema avrebbe potuto essere ascritta al celibato sacerdotale. Il suo commento è stato tanto più interessante, perché proveniva da un teologo conservatore allievo di Papa Benedetto. Ma nel caso qualcuno avesse pensato che le sue riflessioni avrebbero potuto trovare appoggio in Vaticano, il papa aveva provveduto subito alcuni giorni più tardi a lodare il celibato come “espressione del dono di sé a Dio e gli altri”. Tre mesi dopo, aveva rafforzato la sua difesa dello status quo, descrivendo il celibato come un “grande segno di fede”. Il dibattito sulla questione se ammettere uomini sposati al sacerdozio, tuttavia, è una questione che nemmeno il papa può soffocare. Due sviluppi hanno riorientato l’attenzione sul tema negli ultimi due anni: e, almeno uno è in parte attribuibile a Benedetto XVI stesso. La prima è la continuazione dello scandalo degli abusi sessuali, che martedì hanno acquisito nuova vita nel momento che l’organizzazione statunitense Survivors Network, che raccoglie le vittime degli abusi del clero, ha chiesto al tribunale penale internazionale dell’Aja di incriminare il Vaticano per crimini contro l’umanità. La prima figura autorevole che ha posto la discussione sul collegamento tra il sacerdozio celibe e l’abuso sessuale è stato il vescovo di Amburgo, Hans-Jochen Jaschke, che marzo 2010 ha detto in un’intervista ad un giornale che uno “stile di vita celibe può attirare le persone che hanno una sessualità anomala”.

L’altro sviluppo è stato l’accoglienza nella Chiesa cattolica di anglicani tradizionalisti, incapaci di conciliare la loro fede con l’ordinazione delle donne o la consacrazione di vescovi apertamente gay. La loro integrazione è stata resa più facile a partire dal mese di ottobre 2009, quando Benedetto XVI ha emesso una Nota controversa che consente loro di mantenere gran parte della loro identità precedente, delle disposizioni in materia di liturgia e incarichi pastorali. La riordinazione nella Chiesa cattolica di preti anglicani, sposati, ha messo ancor più in evidenza il fatto che il celibato sacerdotale non costituisca una dottrina, ma solamente una prassi disciplinare. Nel 1970, il calo delle vocazioni al sacerdozio aveva indotto nove teologi a firmare un memorandum dichiarando che la leadership cattolica aveva “semplicemente la responsabilità di introdurre alcune modifiche” alla regola del celibato. Estratti di questo documento sono stati ristampati nel mese di gennaio scorso. Anche perché uno dei firmatari era stato l’allora teologo Joseph Ratzinger, ora papa Benedetto XVI. 
fonte: nicodemo.net

In nord America sono stati ordinati preti sposati con il tacito assenso dei vescovi americani e della nunziatura pontificia

…. Riguarda i maroniti del Libano. Per altro questa  comunità, in forza dell’emigrazione cristiana – almeno 25 milioni quelli che vivono ‘all’estero’ – si sta rafforzando in vari Paesi del mondo ma soprattutto in nord America dove, di recente, sono stati ordinati preti sposati con il tacito assenso dei vescovi americani e della nunziatura pontificia, aprendo quindi la strada alla diffusione di un nuovo grande gruppo di preti sposati.

tratto da globalist.it

GLI EX RELIGIOSI «Una scelta difficile, che va rispettata». Don Giuseppe Serrone della Fondazione "Liberi e solidali": «Siamo pronti ad accoglierli»

 «Un religioso che rinuncia alla vita ecclesiastica per amore va rispettato e non va messo alla berlina. Don Andrea ha avuto molto coraggio a confessare pubblicamente i suoi sentimenti e il suo dramma vocazionale. Nel mese sabbatico che si è preso dovrà trovare la giusta serenità per pensare al suo futuro con o senza l’ abito talare». Giuseppe Serrone, presidente di «Liberi e Solidali», una costola della «Christian home international foundation» (Chif), apre le porte a don Andrea, il curato di Belgioioso che ha confessato di non poter più celebrare la Messa perché innamorato di una donna. La fondazione che Serrone presiede, attiva tra Torino e l’ alto Oltrepo pavese, è nata nelle scorse settimane a Santa Margherita Staffora per dare assistenza ai religiosi, preti e suore, che hanno scelto di abbandonare l’ abito o che sono stati allontanati dalla Chiesa. «Lo scopo principale dell’ iniziativa…  è quello di fornire un aiuto concreto a tutti coloro che nella Chiesa cattolica, per scelte legittime e personali, sono colpiti da provvedimenti della gerarchia ecclesiastica che li emarginano o espellono, rendendoli bisognosi di sostegno e di una sistemazione per un nuovo inserimento nella società civile». La L’Italia è la prima regione europea a ospitare un’ organizzazione di questo genere. Continua Giuseppe Serrone: «Il curato pavese non è il primo né sarà l’ ultimo religioso a dover scegliere tra i propri sentimenti e i voti. Questi due aspetti della vita sono conciliabili, anche se la chiesa cattolica si basa su una tradizione che li rende incompatibili». Il curato pavese questa mattina partirà per un ritiro spirituale. Ha programmato un periodo di preghiera e di riflessione. «Solo dopo il ritiro spirituale – conclude il presidente di “Liberi e Solidali” – don Andrea sarà in grado di decidere cosa fare in futuro. La prima vittoria l’ ha già ottenuta trovando la forza di parlare serenamente del suo amore davanti ai collaboratori dell’ oratorio e ai ragazzi che ha visto crescere. qualcuno pronto ad accoglierlo».
tratto da un articolo di Giuseppe Spatola

Pagina 47
(7 agosto 2004) – Corriere della Sera

Sono 57 gli ex pastori anglicani accolti dalla Chiesa cattolica. Perché no ai preti sposati?

«Crescete e moltiplicatevi». C’è qualcuno, in Inghilterra, che ha preso maledettamente sul serio l’antica esortazione biblica. Si chiama Ian Hellyer e con sua moglie Margaretnove figli. Del resto Hellyer è uno che di Sacre Scritture se ne intende: Ian, infatti, è un prete di Santa Romana Chiesa. Proprio così: genitore e sacerdote, ma senza scomuniche vaticane in vista. La storia è apparsa qualche giorno fa sul quotidiano inglese The Guardian. Attenzione, però, nella vicenda di padre Ian non c’è nessun corto-circuito teologico. Già, perché il papà 45enne fino all’anno scorso era un pastore anglicano. Poi, dopo un itinerario spirituale e un percorso di studi, si è convertito al cattolicesimo. condivide la nobile impresa di tirar su la bellezza di
Padre Ian appartiene all’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham in Inghilterra e Galles. Due anni fa, infatti, la Santa Sede ha istituito appunto gli Ordinariati: in pratica  nuove organizzazioni,  strutture canoniche che consentono agli anglicani “transfughi” verso la chiesa di Roma di mantenere alcune tradizioni liturgiche. Ma, soprattutto, l’Ordinariato prevede per gli ex pastori sposati uno speciale “permesso” che li autorizza a mantenere il vincolo coniugale. Ad oggi, secondo i dati raccolti da Vatican Insider dall’Ordinariato e dalla conferenza episcopale inglese, sono 57 gli ex pastori anglicani accolti dalla Chiesa cattolica. Quarantadue, fra di loro, sono sposati. Hellyer è uno di questi.
Padre Hellyer aveva ricevuto l’ordinazione come pastore nel 1995, ma ha sempre avuto la sensazione di trovarsi nella chiesa “sbagliata”. «Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua», ha dichiarato. Una moglie cattolica, conosciuta ai tempi dell’università, l’ha sostenuto nel suo passaggio. Nella grande casa del vicariato vittoriano, nel Devon, dove la famiglia viveva sino all’anno scorso, i figli crescevano ricevendo una doppia educazione: «Alla domenica – ricorda Margaret – doppia celebrazione per tutti: prima quella tenuta da padre Ian e poi il rito romano». La svolta arriva con il viaggio di papa Benedetto XVI in Inghilterra. «Ho ascoltato la sua omelia a Birmingham – ricorda Hellyer – è lì ho avuto la conferma di appartenere alla comunità cattolica».
Lui, adesso, rifiuta il ruolo di porta-bandiera del celibato di preti. «Ritengo che non sia una questione fondamentale per la fede, come lo sono invece la resurrezione dei corpi o la verginità di Maria, temi sui quali gli anglicani sono stati sempre poco chiari». 
Il passaggio, in ogni caso, non è stato facile. I sacerdoti cattolici, si sa, non hanno grandi stipendi. Soprattutto considerata la numerosità della famigliola. Molti amici, preoccupati, li avevano sconsigliati dal compiere un passo del genere. E poi i bambini, la scuola, i compagni di tanti anni. Senza contare che Margaret era incinta «Ma noi – racconta la coppia – abbiamo sempre pensato fosse la cosa giusta da fare e ci siamo affidati alla Providenza». La scorsa primavera nasce Rose. «Ho avvisato il seminario di Londra dove  studiavo che quel giorno sarei stato assente: mia moglie stava per partorire la nostra figlia numero nove. Credo – ride Ian – che quell’istituto non abbia mai ricevuto una telefonata del genere da un  proprio studente…». 
Poche settimane dopo l’uomo viene ordinato prete cattolico e ottiene un lavoro: cappellano all’università di Plymouth. Il vescovo gli dà un’altra buona notizia: per loro, nel centro di Plymouth, c’è una casa con cinque camere da letto. Una casa proprio accanto alla chiesa. È meno grande rispetto a quella precedente, ma ha un grosso vantaggio: c’è una porta che conduce direttamente dal soggiorno all’altare della chiesa adiacente. Spesso da quella porta transita tutta la pattuglia: dalla 18enne Clare fino all’ultima arrivata Rose (7 mesi) passando per Angela (15 anni), Marta (11), John (9), Luke (7) Simeon (4) e Gregory (2). Tutti a prender messa da padre Ian. Nessuno, d’altronde, è più padre di lui. 
 di Mauro Pianta – vaticaninsider