Sui preti sposati Bergoglio schiavo della legge vaticana

La Chiesa non si chiuda in un sistema – una gabbia – di regole, ma lasci spazio alla «memoria» dei doni ricevuti da Dio, alla forza della «profezia» e della «speranza». È l’esortazione espressa da papa Francesco nell’omelia del 30 Maggio 2016 a Casa Santa Marta, come ha riportato Radio Vaticana.
Il commento del Movimento dei “sacerdoti lavoratori sposati” fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

“Parole, quelle pronunciate da Papa Francesco, che contraddicono i suoi comportamenti ad esempio sulla questione dei preti sposati e della loro riammissione al ministero attivo alla stregua dei sacerdoti anglicani accettati in servizio con mogli e figli. Sulla questione legate del celibato obbligatorio dei preti il Santo Padre, ha ancora una visione tradizionalista, ingabbiato nella Legge”.

A cura della Redazione Sacerdoti Lavoratori Sposati

sacerdotisposati@alice.it

 

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Papa Francesco apre ai preti sposati: “La questione è nella mia agenda”

Città del Vaticano, 19 feb. (AdnKronos) – La questione dei sacerdoti sposati è presente nell’agenda di papa Francesco. Lo ha detto lo stesso Bergoglio in occasione dell’incontro in Vaticano con i sacerdoti della capitale. Lo scorso 10 febbraio, il Pontefice ha celebrato a Casa Santa Marta con sette preti che festeggiavano il 50esimo anniversario di sacerdozio. A quella messa erano presenti anche cinque sacerdoti spretati perché si sono sposati. L’episodio è stato raccontato dallo stesso Pontefice stamani. A sollevare la questione, don Giovanni Cereti, rettore della chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi, che ha ricordato il caso delle Chiese Orientali dove chi è sposato può anche essere ordinato prete.”Il problema – ha risposto Bergoglio – è presente nella mia agenda”.

Esulta l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone. “Ora i tempi sono maturi per una svolta epocale nella pastorale della Chiesa che deve tornare ad utilizzare i sacerdoti sposati nella sua Missione di evangelizzazione”.

19 febbraio 2015

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Papa Francesco e Scalfari sui preti sposati: ecco il testo integrale dell’intervista

… È passata un’ora e mi alzo. Il Papa mi abbraccia e mi augura di risanare al più presto. Ma io gli faccio ancora una domanda: Lei, Santità, sta lavorando assiduamente per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani… Mi interrompe continuando: “Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i Pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei”.

Ebbene, molti di questi sacerdoti o pastori sono regolarmente sposati. Quanto crescerà col tempo quel problema nella Chiesa di Roma?
“Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

Ormai siamo fuori dal portone di Santa Marta. Ci abbracciamo di nuovo. Confesso che mi sono commosso. Francesco mi ha accarezzato la guancia e l’auto è partita.

fonte: http://www.repubblica.it/cultura/2014/07/13/news/il_papa_come_ges_user_il_bastone_contro_i_preti_pedofili-91416624/?ref=HREA-1

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L’apparente “svolta” tradizionalista di Papa Francesco. Ora i fatti. Riaccogliere i sacerdoti sposati nel ministero

matrimonioIl discorso di Francesco ad Assisi  ha riguardato il valore del celibato e della verginità come rinuncia per il regno dei cieli. Un concetto già ampiamente affrontato da Benedetto XVI in risposta a quanti, anche all’interno della Chiesa, chiedono da tempo che il celibato sacerdotale da obbligatorio diventi facoltativo.

“L’uomo che sceglie il celibato e la donna che sceglie la verginità, compiono entrambi un passo in avanti. Non si tratta – ha spiegato ancora il Pontefice ai giovani – di un no, ma di un sì convinto verso il Signore. Il mondo deve riscoprire il valore del celibato e della verginità come rinuncia, non nel senso di privarsi di un qualcosa, ma nel senso di arricchire la propria esistenza con la presenza esclusiva del Signore”.

Parlare oggi ai giovani di celibato e verginità potrebbe sembrare preistorico, oltre che inutile, ma se a farlo è papa Francesco tutto assume un significato diverso…

In passato Bergoglio ha dichiarato che il celibato sacerdotale non è un dogma e che se ne può discutere. Ora dopo le dichiarazioni di Assisi l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati inviata Papa Francesco a chiarire meglio e definitivamente la sua posizione sul celibato sacerdotale e sulla riaccoglienza dei sacerdoti sposati nel ministero attivo nelle parrocchie.

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Anche vaticanista de La Stampa Tornielli distorce il tema dei preti sposati e la novità delle dichiarazioni del Segretario di Stato Vaticano

Il Vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli si allinea sulle posizioni di un altro vaticanista, Filippo di Giacomo, e scrive con tono apologetico sulla questione dei sacerdoti sposati e delle recentissime dichiarazioni del Segretario di Stato Mons. Parolin. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è interventuta oggi con una nota: “Tornielli e Di Giacomo hanno distorto il senso delle dichiarazioni di Mons. Parolin.

I sacerdoti sposati esistono nella Chiesa Cattolica Romana di rito Occidentale e sono i sacerdoti sposati che hanno un regolare percorso di dimissioni, dispensa e matrimonio religioso e un’ordinazione sacerdotale valida. I sacerdoti sposati che hanno queste caratteristiche sono dentro la Chiesa anche se attulmente per una norma canonica non possono esercitare il ministero pastorale (ndr).

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Di seguito l’articolo di Andrea Torinielli

È stato Benedetto XVI a prevedere per il futuro negli Ordinariati anglo-cattolici la possibilità di ammettere al sacerdozio anche uomini con moglie
Andrea Tornielli – vaticaninsider
Città del Vaticano

«Anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età…», verseggiava il cantautore italiano Lucio Dalla nella sua indimenticabile «L’anno che verrà». E il tema dei «preti sposati» ritorna ciclicamente sulla ribalta mediatica, spesso confusamente frammischiato a temi di tutt’altra natura e portata, come quello dell’ordinazione sacerdotale delle donne. Se ne parla a motivo della petizione di qualche gruppo di preti, o delle «aperture» contenute nelle interviste di qualche prelato importante.

L’ultimo in ordine di tempo è stato il nuovo Segretario di Stato, l’arcivescovo Pietro Parolin, ancora per pochi giorni nunzio apostolico in Venezuela, che rispondendo a una domanda del quotiano «El Universal» ha specificato: il celibato sacerdotale «non è un dogma della Chiesa e se ne può discutere perché è una tradizione ecclesiastica» ma «non si può dire, semplicemente, che appartiene al passato».

«Si può parlare, riflettere e approfondire questi temi che non sono definizioni di fede – ha aggiunto Parolin – e pensare in qualche modifica ma sempre al servizio dell’unità e tutto secondo la volontà di Dio… Dio parla in molti modi. Dobbiamo fare attenzione a questa voce che ci orienta sulle cause e sulle soluzioni, per esempio la scarsità di clero. Quindi bisogna tenere presenti, nel momento di prendere delle decisioni, questi criteri (la volontà di Dio, la storia della Chiesa) così come l’apertura ai segni dei tempi».

Con le sue affermazioni il nuovo Segretario di Stato ha ribadito quanto stabilito nel 1179 dal Concilio Lateranense III. In quella occasione, oltre ottocento anni fa, la Chiesa – come ricorda Filippo Di Giacomo – stabiliva che il celibato ecclesiastico non è di natura divina, ma solo canonica, una tradizione che appartiene alla disciplina della Chiesa latina e che può dunque essere regolata in maniera diversa. «Il Concilio Lateranense terzo, in sintesi, lasciava intatta la cosiddetta “disciplina apostolica”, quella statuita per la Chiesa indivisa dai sette primi concili ecumenici (gli unici poi riconosciuti anche dalla Chiesa ortodossa), che conferisce l’ordinazione presbiterale anche agli uomini sposati (se giungono all’ordinazione sacerdotale celibi, neanche i preti ortodossi possono più sposarsi dopo l’ordinazione, neanche se restano vedovi), scegliendo però di ordinare per la Chiesa latina solo i celibi».

E qui vale forse la pena di ricordare che neanche nelle Chiese orientali – ortodosse o in comunione con Roma – si è mai posto il problema di far sposare i preti. Si è sempre e soltanto trattato della possibilità di ammettere al sacerdozio (mai all’episcopato) uomini già sposati. Impedendo sempre, invece, che uomini già ordinati possano contrarre matrimonio. Nella Chiesa cattolica i preti sposati esistono già. Ci sono infatti preti sposati nel clero delle Chiese orientali cattoliche (nel 2001, arrivando a Kiev, Giovanni Paolo II venne salutato davanti a una parrocchia dal prete cattolico di rito orientale in compagnia di moglie e figli).

Diverso è il discorso per la Chiesa latina. Fino al 2009 c’erano state delle eccezioni riguardanti singoli passaggi di preti o vescovi anglicani sposati che chiedevano di entrare in comunione con Roma e venivano nuovamente ordinati preti secondo il rito cattolico. Ma la posizione ribadita dal magistero degli ultimi Pontefici, come pure le conclusioni dei Sinodi, è sempre rimasta quella di mantenere la norma del celibato per il clero latino: non è un dogma, ma è un valore, e ha ragioni profonde – hanno scritto i Papi – non soltanto legate a motivi pratici o amministrativi. Per questo si è sempre esclusa la possibilità di aprire, a motivo della carenza di vocazioni, all’ordinazione dei cosiddetti «viri probati», uomini sposati di provata fede, in grado di garantire la celebrazione dei sacramenti nelle comunità ormai prive di clero.

«È un tema che viene discusso nel cattolicesimo occidentale, su sollecitazione di alcune organizzazioni – disse l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel dialogo con il rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro “Il cielo e la terra – Per ora si tiene ferma la disciplina del celibato. C’è chi dice, con un certo pragmatismo, che stiamo perdendo manodopera. Se, per ipotesi, il cattolicesimo occidentale dovesse rivedere il tema del celibato, credo che lo farebbe per ragioni culturali (come in Oriente), non tanto come opzione universale».

«Per il momento – continuava Bergoglio – io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori… La tradizione ha un peso e una validità. I ministri cattolici scelsero gradualmente il celibato. Fino al 1100 c’era chi lo sceglieva e chi no… è una questione di disciplina e non di fede. Si può cambiare. Personalmente a me non è mai passata per la testa l’idea di sposarmi».

Pur senza cambiare la posizione tradizionale, ribadita dai predecessori e dai Sinodi dei vescovi, Benedetto XVI nel novembre 2009 ha aperto un nuovo inequivocabile spiraglio, seppure circoscritto alle comunità anglicane decise a entrare nella comunione cattolica. Com’è noto, con la costituzione apostolica «Anglicanorum coetibus» Papa Ratzinger istituiva gli Ordinariati anglo-cattolici. Nel secondo paragrafo dell’articolo 6 della costituzione, dopo che in precedenza si era ribadita la regola del celibato per il futuro, il Pontefice tedesco stabiliva la possibilità di «ammettere caso per caso all’ordine sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Nelle norme complementari annesse al documento pontificio e preparate dalla Congregazione per la dottrina della fede con approvazione papale, si ribadisce che l’ordinario «può presentare al Santo Padre la richiesta di ammissione di uomini sposati all’ordinazione presbiterale nell’Ordinariato, dopo un processo di discernimento basato su criteri oggettivi e le necessità dell’Ordinariato» stesso. È del tutto evidente che si tratta di una possibilità prevista anche per il futuro, un’eccezione legata alle necessità dell’Ordinariato anglo-cattolico.

Quella di Papa Ratzinger, nel 2009, è stata la prima e più autorevole apertura alla possibilità del «clero uxorato» in un rito della Chiesa latina, messo nero su bianco in una costituzione apostolica. La prima dispensa del genere ufficializzata per una comunità latina dai tempi del Concilio di Trento. Il documento di Benedetto XVI conteneva anche un’altra innegabile novità. Gli «ordinari personali» anglo-cattolici possono anche essere preti sposati e sono equiparati ai vescovi (pur senza esserlo, però potendo usarne le insegne), e dunque fanno parte a pieno titolo delle conferenze episcopali.

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Sacerdoti lavoratori sposati: progetto una sede per ogni regione italiana

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha avviato un progetto per creare in ogni regione italiana una sede della nostra associazione come luogo di incontro e di condivisione per i sacerdoti sposati, le loro famiglie, gli amici e i sostenitori di un cambiamento e di una riforma della chiesa… Cerchiamo locali in comodato d’uso gratuito… Per segnalazioni sacerdotisposati@alice.it

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Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero

di Gruppo Advent (Regno Unito)

1. Non vogliamo qualcuno che si senta una vocazione sacerdotale, che si senta chiamato da Dio.Non dobbiamo perdere di vista la base del ministero presbiterale che è la comunità. È la comunità che chiama per il servizio della comunità.

2. Non vogliamo qualcuno che è stato allontanato dalla comunità e isolato per i sei anni della formazione. La maturità appropriata a un leader della comunità non può che svilupparsi in seno alla comunità (…)

3. Non vogliamo qualcuno che sia paracadutato dall’esterno della comunità (…).La nostra teologia, la nostra spiritualità devono essere incarnate. Devono potersi sviluppare nel terreno della cultura particolare, nazionale e locale.

4. Non vogliamo un prete che si considera “in carica”.È la comunità ad avere “in carico” la propria vita (…). Troppi nostri preti sono oberati da un terribile senso di “responsabilità”.

5. Non vogliamo un prete che si veda come un manager della parrocchia.Il suo settore di attività è la preghiera e la crescita spirituale dei membri della comunità, prete incluso, affinché vivano la loro vita come membri del Regno di Dio.

6. Non vogliamo una persona che sia per forza altamente qualificata nei domini del diritto canonico, della storia o della teologia dogmatica.Dobbiamo riflettere su quali dovrebbero essere le esigenze di una teologia più “pastorale” (…).

7. Non vogliamo un prete il cui ruolo sia semplicemente quello di dire messa e amministrare i sacramenti.Di conseguenza, abbiamo bisogno di molti più preti scelti nella comunità, magari part time, affinché abbiano il tempo e la possibilità di condividere tutti i diversi aspetti della vita della comunità.

8. Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero. Psicologicamente questo lo taglia fuori da tante cose della vita della comunità.

9. Non vogliamo un prete che non sia rappresentativo della comunità. Contiamo la proporzione maschio/femmina tra i banchi delle chiese e finiamola con la discriminazione.

10. Non vogliamo un prete obbediente, una persona che dice sempre sì, rigida e inflessibile, Legge alla mano e agli ordini dei vescovi.Il Vangelo è un vangelo di libertà per il servizio. Abbiamo bisogno di una persona coraggiosa, pronta ad agire secondo la propria coscienza. La capacità di esprimersi e di dialogare, tanto con la comunità che con l’istituzione, è essenziale.

11. Non vogliamo un prete che “sa tutto”.Il prete deve essere allievo per tutta la sua vita, capace di unirsi alla comunità come il capo famiglia in Matteo 13, che trova «cose antiche e cose nuove» nella riserva del Regno di Dio.

12. Non vogliamo una persona che ostenta simboli di superiorità e isolamento.Il suo abito e il suo stile di vita dovrebbero essere quelli della comunità.

13. Non vogliamo un purista liturgico per il quale le categorie sono più importanti del contenuto.La flessibilità, la sperimentazione e l’apprendimento sul campo sono il solo modo di crescere insieme.

14. Non vogliamo un prete la cui visione è limitata a ciò che si è sempre fatto.L’immaginazione è necessaria, lo sguardo rivolto all’esterno, in modo tale che, con il senso della storia, noi possiamo affrontare ciò che accade, ciò che cambia nella realtà della nostra tradizione comunitaria. È necessaria una visione per proiettarsi con coraggio verso il futuro.

15. Non vogliamo qualcuno che si veda come alter Christus.Questa arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è quest’ultima a celebrare.

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=53013

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Vaticano spesso agisce da inquisitore: il nuovo lo blocca, rendendolo un crimine. Bianchi, Livi e dom Franzoni

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato positivamente la pubblicazione dell’articolo (v. il testo di seguito) di Paolo Rodari apparso su “Il Foglio” di ieri 25 aprile 2012. “Le note di Franzoni sul continuo chiudere le porte vaticano alle istanze di rinnovamento teologico – ha dichiarato don Serrone – aiutano a riflettere anche sulla questione del celibato dei preti e sui temi dei diritti civili e religiosi” (ndr)

“Mi è facile contestare le assurde accuse che il teologo don Antonio Livi, ex decano della facoltà di Filosofia della Pontificia università lateranense, muove nei confronti del priore di Bose Enzo Bianchi tornando a Origene, il grande teologo, scrittore e catechista greco del II-III secolo. Livi sostiene che Bianchi propone una falsa teologia che in realtà altro non sarebbe che filosofia religiosa? Afferma che Bianchi non crederebbe nella divinità di Cristo e che il centro del suo discorso altro non sarebbe che un umanesimo sostanzialmente ateo? Argomenta che Bianchi criticando il Vaticano per l’ostracismo mosso contro il teologo Hans Küng confonde i fedeli e non rende un buon servizio alla sua chiesa? Anche Origene, quando era in vita, venne accusato più o meno delle stesse cose, tanto che vi fu chi lo definì eretico, un agitatore in grado soltanto di creare scompiglio. Ma, col senno di poi, tutti hanno rivalutato la sua gymnasia mentale, il suo continuo porsi domande attorno al mistero della rivelazione, certo arrivando a volte a conclusioni discutibili, ma sempre all’interno dell’alveo della chiesa di cui egli faceva parte. Così accade e accadrà con Bianchi nel quale, peraltro, non trovo quelle dottrine fuorvianti di cui parlano i suoi inquisitori. La verità è una: che questi passeranno, mentre lui no”.

Il fatto che dom (dal latino “dominus”, titolo concesso soltanto agli abati e ai superiori di comunità religiose) Giovanni Franzoni sia uno dei massimi profeti di una chiesa de-istituzionalizzata, povera, di base – teologo, fondatore della comunità di base di San Paolo a Roma, ex abate benedettino della basilica di San Paolo fuori le Mura, alfiere del dissenso cattolico negli anni ruggenti del dopo Concilio, sospeso a divinis nel 1974 da Paolo VI dopo che, durante la campagna del referendum per il divorzio, chiese la libertà di voto per i cattolici e poi ridotto allo stato laicale ma ancora col permesso di celebrare l’eucaristia – non significa che non abbia le carte in regola per argomentare, con proprietà di linguaggio, quella che lui, “a differenza di Livi” dice essere “la vera scienza teologica”.

Spiega: “Mi spiace per Livi e per tutti coloro che la pensano come lui, ma la scienza teologica non è tale se dà per buona, per assodata, la dottrina. Questa viene dagli apostoli, è un qualcosa cioè di secondo rispetto a Cristo e alla sua parola. Non a caso la teologia fondamentale studia i preamboli della fede, i preamboli necessitanti il proprio successivo argomentare. Mentre una vera teologia dovrebbe discettare sulla venuta di Cristo accettando diverse conclusioni e senza pregiudizi se non Cristo stesso. Da anni sono critico circa l’operato del ‘ministero’ della Dottrina della fede del Vaticano per questo motivo: ingabbia la ricerca al posto di farla esplodere, difende la propria posizione per timore del nuovo e così tarpa le ali a tutti. Mentre la teologia, come la fede, dovrebbe essere libertà”.

Cosa c’entra in tutto questo Origene? “Origene dimostra con la sua stessa esistenza, coi suoi scritti e il suo parlare, che la chiesa cattolica è più grande di quanto gli inquisitori non le permettano di essere. Egli era dotato di un genio incomparabile e aveva scritto moltissimo. In quella moltitudine di opere uscite si trovavano dottrine più o meno arrischiate, come ad esempio la preesistenza (platonica) delle anime e la loro caduta nei corpi, a modo di castigo per le colpe passate e tanto altro ancora. Le sue teorie furono oggetto di accese discussioni in seno alla cristianità. I monaci antropomorfiti egiziani, turbati dai suoi allegorismi (appunto dalla sua gymnasia mentale) erano i più accaniti. Ma furibonde polemiche scoppiarono su Origene un po’ ovunque. Si può dire, ad esempio, che tutti i grandi dottori d’oriente da Cirillo a Basilio fino a Crisostomo, dovettero prendere posizione pro o contro Origene. Un concilio ecumenico arrivò addirittura a porre Origene nel numero degli eretici, ma oggi si ammette senza discussioni che l’allegorismo di Origene non fu necessariamente e dovunque erroneo. Egli discettava e argomentava liberamente, ma sempre ritenendosi figlio di Dio. Allo stesso modo fa oggi Bianchi il quale, comunque lo si voglia giudicare, crede in Cristo e nella sua divinità. Per chi, se non per Cristo, dopo una laurea in Economia a Torino, si è ritirato in solitudine in una cascina, nella piccola frazione di Bose vicino a Biella? Per chi se non per Cristo è rimasto solo in questa cascina per i primi tre anni, a partire dall’8 dicembre 1965, la data che segnò l’inizio della sua esperienza, lo stesso giorno in cui ebbe termine la celebrazione del Concilio? Per chi se non per Cristo e nel nome della sua carità prende le difese di Küng, il teologo costretto ai margini della cattolicità perché dai margini, dagli ultimi, critica la chiesa intesa come istituzione?”.

Per Franzoni ribadire la dottrina, invitare a non mettere in discussione quelle verità inconfutabili che derivano da un’interpretazione autentica della parola di Dio manifestata nella Scrittura e nella tradizione e che successivamente prende il nome di dogma – un’interpretazione che spetta solo alla chiesa di Roma e, precisamente, al Papa o ai vescovi in comunione con lui, cioè ai concili –, svolgere con l’autorità acquisita un tale compito è non tanto un qualcosa di inutile quanto di ingiusto. Per lui, ribadire il cosiddetto depositum fidei e riproporlo fedelmente significa soltanto una cosa: tarpare le ali dello spirito.

Dice: “La fede non può essere imposta a furia di dogmi, di precetti che discendono da interpretazioni avanzate da uomini, per quanto autorevoli essi siano. Il dogma, il precetto, la legge, non aiuta lo spirito. Nella mia comunità ho fatto per anni il cosiddetto ‘laboratorio di religione’, una riunione con i bambini, la domenica prima della messa. Non c’è alcuna dottrina da imparare, piuttosto c’è da riflettere sul significato della scelta di fede e delle responsabilità che porta con sé. Si tratta di ore passate ad ascoltare e discutere sui temi più diversi. Profeti nei nostri laboratori possono essere tutti. La legge della vita di fede infatti è l’amore. Non ce n’è un’altra. I frutti dell’amore, che sono poi i frutti dello spirito, sono armonia, concordia, servizio. Tutto il resto è crimine. E’ la legge che nella chiesa genera il crimine. Sono gli inquisitori che vogliono mettere fuori gioco (fuori legge, appunto) Bianchi, non Cristo, non la fede. Guardiamo a cosa accade nella cristianità, guardiamoci in giro. In Austria è pieno di sacerdoti concubini. E’ un dato di fatto, una situazione oggettiva, non un’invenzione. E la chiesa, Roma e il Vaticano, cosa fa? Impone la legge del celibato. Con la legge fa divenire il loro concubinato un crimine. Ma perché, invece di agire in questo modo, non cerca di comprendere il fenomeno, di ribadire, se proprio lo vuole fare, il valore del celibato ma nello stesso tempo lasciando la possibilità per chi vuole di vivere il sacerdozio diversamente? Perché questo continuo chiudere le porte? Certo, tutto ciò non c’entra nulla con Bianchi, la cui teologia mi sembra tra l’altro ortodossa. Ma è un esempio che fa comprendere come la chiesa spesso agisce da inquisitrice: il nuovo lo blocca, rendendolo un crimine”.

di Paolo Rodari - Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 aprile 2012

segnalato il 26 Aprile ore 05:02

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