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«Finita la Messa»? Prete sposato vaticanista di Avvenire nasconde crisi preti e fa tabù dei preti sposati

Ecco il testo di Gianni Gennari tratto da Avvenire:

«La Messa è finita»: ieri (“Repubblica”, pp. 38-39) titolo forte e secco che annuncia una diagnosi sferzante: «Così dopo cinque secoli tramonta la figura del prete». Firma illustre, forse tradita dai titolisti. Che nei numeri ci sia, reale, un “calo” delle vocazioni sacerdotali è innegabile, ma nei dintorni che dicono realtà di Chiesa ci sono anche segni di cose davvero nuove: basta aprire gli occhi. Oggi i preti non sono e non debbono essere “funzionari del sacro”, ma pastori in uscita da sé tra i fratelli, e tutti (o quasi) sanno che l’Eucaristia non è realtà che risale alla “riforma” tridentina…

Ci sono, dunque, i segni del nuovo, un nuovo che poi è davvero antico e quindi ha in sé la forza di vincere crisi di secoli: basta vederli, e non ridurre tutto all’ottica di intelligenze che in pagina o nei convegni dialogano solo con altre intelligenze. Nuovo? Proprio ieri per il prossimo Sinodo dedicato ai giovani grande apertura de “L’Osservatore” e due intere pagine: «Preghiera rivoluzionaria. Il Papa rilegge il Magnificat». Tornano alla mente padre Turoldo e la sua “rilettura” dei «Dieci verbi usati da Maria», carichi di presente e di futuro. Venerabile il Concilio di Trento, ma la realtà del pastore-presbitero è ben più grande e più antica: l’Eucaristia è il culmine terreno dell’eternità che nella storia si è fatta misericordiosa “rivoluzione”.
Conosco un prete che in una omelia aveva detto che Gesù è stato «un rivoluzionario»: richiamato dal vescovo e minacciato di sospensione a divinis. Il tempo è passato, la novità cammina e il prossimo Sinodo è dedicato al mondo dei giovani. «Finita la Messa»? No! Per qualcosa di grande il tempo propizio non solo non è finito, ma si apre a orizzonti sempre nuovi. Tra “Repubblica” e “Osservatore” chi disegna meglio il presente e il futuro? Meglio il secondo, con Maria, padre Turoldo e papa Francesco: una bella compagnia!

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Prete psichiatra Anatrella schierato contro i preti sposati a processo in Francia per aggressioni sessuali verso pazienti

La notizia diffusa dal Sir. L’arcidiocesi di Parigi ha deciso di aprire un processo canonico nei confronti di padre Tony Anatrella, noto sacerdote psichiatra e psicanalista, di 75 anni, accusato di aggressione sessuale nel quadro della sua attività professionale. A confermalo al Sir è l’arcidiocesi stessa. “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”.
“Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016. “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”. “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Quest’ultimo ha designato alla fine di gennaio il Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa, al quale sono stati trasmessi i documenti. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”. La diocesi ricorda anche che padre Anatrella è un sacerdote della diocesi di Parigi, in una missione per lo studio e la ricerca. Non ha esercitato il suo ministero nella diocesi e saltuariamente ha dato lezioni al Collège des Bernardins, che “sono state sospese”.

Per riflettere su attualità e valore del  celibato la Pontificia Università Gregoriana aveva  promosso lo scorso febbraio 2016 un convegno. Lo psichiatra Tony Anatrella, era stato uno dei relatori, parlando di celibato sacerdotale come di carisma  e di scelta d’amore e di libertà. Ecco di seguito quanto dichiarato ad Agenzia Sir dallo psichiatra ora accusato di aggressioni sessuali verso i pazienti…

Al convegno parteciparono anche  “due cardinali: Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha svolto il 4 febbraio l’intervento di apertura, e Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che conclude l’incontro. Abbiamo chiesto a mons. Tony Anatrella di inquadrare la questione.

In che senso il celibato è un cammino di libertà e non la privazione di qualcosa?
Il celibato sacerdotale è un carisma, il segno concreto e visibile del dono totale di sé a Dio per il servizio della sua Chiesa.

Non si tratta di una privazione o di un divieto che graverebbe sul matrimonio dei preti, ma di una significativa scelta di vita, di un modo per esprimere anche attraverso il proprio corpo la totale appartenenza a Dio,

enunciata proprio dalle parole di Gesù in Mt19,12: “.. e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli”. Per questo è inscritto nel Dna della vocazione sacerdotale, è del tutto praticabile e viene vissuto con serenità dalla maggioranza dei sacerdoti, fedeli alla parola data alla loro ordinazione.

Chi ne vorrebbe l’abolizione, sostiene però che il celibato impedirebbe alla persona di esprimersi sessualmente e sarebbe così fonte di squilibrio, frustrazioni e nevrosi…
No, il celibato non è, di per sé, causa di alcuno squilibrio. Quando queste condizioni si manifestano, si tratta di stati preesistenti all’ordinazione sacerdotale. Per questo ritengo che non dovrebbero essere ammesse al sacerdozio personalità immature dal punto di vista affettivo-sessuale-relazionale. Uno degli aspetti problematici della formazione dei futuri sacerdoti è costituito proprio da questa dimensione della personalità.

Secondo alcuni, le solitudini affettive causate dal celibato spingono dei preti ad avviare relazioni amorose etero/omosessuali, o a sposarsi, o ad abusare di minori, o a cercare sollievo nell’alcol…

La paura della solitudine è indicativa della paura di sé e del vivere con se stessi. Anch’essa non dipende dalla scelta celibataria ma dalla capacità o meno dell’individuo di vivere se stesso.

L’affettività e la sessualità del sacerdote rimangono, ma proprio la maturazione affettivo-sessuale – che è la traduzione della messa in atto di una pluralità di strutture nel funzionamento psichico della personalità – gli consente di assumerle nella coerenza del suo stato di vita.

E poi, nessun abuso su minori è collegabile al celibato. Qui entrano in gioco personalità dipendenti da sessualità infantile, turbe nevrotiche, perversioni.

Eppure a volte si incontrano sacerdoti tristi, stanchi, non sereni…
Sui preti pesa spesso una mole di superlavoro o la mancanza di mezzi per svolgere gli incarichi pastorali, a volte l’ostilità dell’ambiente. Anche il carico di problemi, inquietudini e angosce che le persone affidano loro.

Pensa che l’abolizione del celibato frenerebbe, almeno in parte, il calo delle vocazioni?
Ritenere che la semplice abolizione del celibato possa costituire una risposta all’attuale crisi di vocazioni e all’abbandono del ministero sacerdotale da parte di alcuni è pura illusione.

Come dovrebbe vivere un sacerdote?
E’ bene che non sia lasciato solo ma possa vivere in un legame fraterno con altri e, se possibile, in una comunità sacerdotale. Momenti di preghiera, condivisione, attività apostoliche e di formazione permanente sono anche occasioni per arricchire e approfondire le relazioni reciproche.

Dove inizia l’ “equilibrio di vita” di un prete?
L’equilibrio di vita (anche affettiva) di un prete e

la preparazione al celibato comincia dalla formazione in seminario e dall’esempio/guida di formatori e sacerdoti che lo accompagnano.

In certi casi può essere utile un accompagnamento psicologico o un discorso di prevenzione in presenza di personalità immature, instabili. Importante è anche la selezione, ossia la verifica se il candidato al sacerdozio possieda le attitudini richieste”.

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Le cifre sono impressionanti per la Chiesa in Australia. Dal 1950 si sarebbero resi responsabili di abusi ai danni di minori 572 preti, di cui 384 diocesani

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Dati che hanno costretto la Chiesa australiana ad intervenire dimostrando consapevolezza sulla vastità e sulla gravità del fenomeno.

Le scuse e la vergogna

«Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente papa Francesco,“è un peccato che ci fa vergognare”». Così ha dichiarato mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati dell’indagine che, dal 2013, ha realizzato su parrocchie, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia.

Dall’inchiesta emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

«Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata».

«Nel corso delle prossime tre settimane – aggiunge mons. Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini».

Basta colpevoli silenzi

I dati di cui parliamo sono stati presentati il 6 febbraio dall’avvocato che assiste la Commissione, Gail Furness, il quale ha rivelato come la Santa Sede abbia negato la possibilità di consegnare documenti riguardanti sacerdoti australiani accusati di abusi. «La Commissione – ha detto – sperava di acquisire una conoscenza dell’azione intrapresa in ciascun caso ma la Santa Sede ha risposto che “non era possibile né appropriato fornire le informazioni richieste”». In questo passaggio c’è ovviamente qualcosa di poco chiaro, visto che fino al cambiamento di normativa suidelicta graviora la competenza non era della Santa Sede ma apparteneva al vescovo locale.

In ogni caso, per l’avvocato Furness resta la domanda sul perché e sul come mai per tanti decenni non sia stata squarciata la cortina di silenzio. «Le vittime sono state ignorate o peggio, punite. Le denunce non sono state esaminate. Preti e religiosi sono stati trasferiti e le parrocchie o comunità dove sono stati trasferiti non sapevano nulla del loro passato. I documenti non sono stati conservati o sono stati distrutti. Hanno prevalso la segretezza e gli insabbiamenti». Fino al 15% dei sacerdoti in alcune diocesi sono stati accusati di abusi fra il 1950 e il 2015. Fra le Congregazioni religiose spicca l’Ordine di San Giovanni di Dio, dove si ritiene si sia macchiato di abusi quasi il 40% degli appartenenti. Una proporzione arrivata al 32% dei Fratelli Cristiani e 20% dei Fratelli Maristi. Saranno comunque le prossime settimane a fornire risposte statisticamente più esatte, anche se il “Consiglio per la verità la giustizia e la guarigione” – formato dalla Chiesa australiana per rispondere alle accuse – ha ammesso che i dati «senza dubbio minano l’immagine e la credibilità del sacerdozio». «I numeri sono scioccanti, tragici, indifendibili», ha ammesso il responsabile del “Consiglio”, Francis Sullivan, che ha parlato di «un massiccio fallimento» della Chiesa. L’inchiesta tra l’altro ha toccato anche il card. George Pell, ex arcivescovo di Sydney e ora Prefetto vaticano per l’Economia, accusato di aver insabbiato abusi quand’era alla diocesi di Melbourne e per questo sottoposto ad un interrogatorio-fiume in videoconferenza da Roma nel 2016.

In un messaggio pubblicato sul sito dell’arcidiocesi, Anthony Fisher, oggi arcivescovo di Sydney, ha dichiarato che, alla fine dell’umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando, ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole». «E cosa importante – ha concluso –, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare».

settimananews.it

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ABUSI preti / Australia: scandalo pedofilia

“Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. Sono le parole di mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, scritte in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati della indagine che dal 2013 ha realizzato su chiese, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia. Dall’inchiesta, emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

“Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando  le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.

sir

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I preti pedofili non hanno diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno quando agiscono «al di fuori del sacerdozio»

pedofilia.papafrancesco

Se gli abusi su un minore sono commessi da un sacerdote, la pena sarà aggravata e ciò vale anche quando la violenza sia perpetrata al di fuori della funzioni del ministero e del culto sacerdotale o in ambiti che esulino da quelli propri della realtà parrocchiale. A confermarlo è stata la Corte di Cassazione che, con una recentissima sentenza, [1] ha fatto ulteriore chiarezza sul punto.

La pedofilia è un abominio. È vero, il pedofilo può non essere un assassino e, a dirla tutta, si tratta spesso di personalità apparentemente “pie”, soggetti “dall’aria buona”, che non farebbero male ad una mosca. Il pedofilo il più delle volte non è un omicida, ma uccide comunque. Uccide ciò che di più vulnerabile ed innocente ci sia al mondo: l’animo di un bambino. Anche il più spietato degli “Avvocati del diavolo” avrebbe serie difficoltà a difendere un pedofilo, figuriamoci un pedofilo che sia anche un prete.
Per queste ragioni, quanto meno “confortante” è da ritenersi la citata sentenza depositata dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione il 17 gennaio scorso.

Detta sentenza ha il “merito” di inasprire la punizione per il prete pedofilo, il quale non potrà più tentare di “alleggerire” la sua posizione asserendo che al momento dell’abuso non stava agendo in quanto prete, ma in quanto “comune mortale cittadino”.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere.

Il nostro codice penale prevede, tra le circostanze che aggravano la pena, quella del c.d. “abuso di potere”[2]. Se un soggetto, dunque, nel compiere un reato abusa e, quindi, si approfitta dei propri poteri, della figura che rappresenta o della qualifica che ricopre, la sua pena sarà aumentata.

La predetta circostanza aggravante, precisamente sussiste quando il fatto è stato commesso «con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero nella qualità di ministro di un culto».
Ciò detto, ci si potrebbe porre le seguenti domande.

Cosa succede se un prete abusa di un ragazzino nel momento in cui non sta esercitando le funzioni ed i servizi del suo ministero? Si applicherà lo stesso l’aggravante, o il sacerdote potrà sperare in una pena “più mite”?

Ebbene, la Cassazione è stata molto chiara al riguardo. Il prete che si rende colpevole di reati sessuali risponde in maniera aggravata sempre e comunque.

L’aggravante, infatti, si applicherà sia quando il sacerdote abbia agito nell’espletamento delle funzioni del culto (si pensi agli abusi commessi durante la confessione di un bambino) sia quando la qualità sacerdotale abbia solo agevolato la commissione del delitto.

Più precisamente, a detta dei giudici «nei reati sessuali, è configurabile l’aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non solo quando il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma anche quando la qualità sacerdotale abbia facilitato il reato stesso, essendo il ministero sacerdotale non limitato alle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico costitutivo dell’ordine sacerdotale».
Va di fatti sottolineato – come afferma la giurisprudenza unitaria – che, considerata anche la dottrina cattolica contemporanea, il ministero sacerdotale non si estrinseca solo nell’ambito delle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma è comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico connotante l’ordine sacerdotale. Sono quindi ricomprese, per esempio, anche le attività svolte a servizio della comunità, quelle ricreative, di assistenza, di missione e di aiuto psicologico ai fedeli, «ivi comprese le relazioni interpersonali che il sacerdote intraprenda in occasione dello svolgimento di tali attività».

In conclusione, afferma la Cassazione, «in tema di aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non è necessario che il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma è sufficiente che a facilitarlo siano serviti l’autorità ed il prestigio che la qualità sacerdotale, di per sé, conferisce e che vi sia stata violazione dei doveri anche generici nascenti da tale qualità».

D’altronde, un prete resta pur sempre un prete e quando agisce contro un bambino non ci può essere giustificazione legale che regga (quasi verrebbe da dire, «non c’è Santo che tenga …»).
Un prete pedofilo non ha diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno se la violenza avvenga «fuori dal sacerdozio».
laleggepertutti.it

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Il vescovo Marino: «Pedofilia, non dimentichiamo ma andiamo avanti»

Savona – «Invito i savonesi a intraprendere un percorso di guarigione della memoria. Non rimuovere, ma imparare a guardare avanti».

Risponde così il nuovo vescovo Calogero Marino , invitato a esprimersi sul dramma della pedofilia, che ha sconvolto la diocesi savonese. Ieri mattina, in visita al Campus di Legino, come aveva promesso sin dai primi giorni del suo insediamento, lo scorso 15 gennaio, don Gero (come ama farsi chiamare) ha voluto conoscere l’università savonese confrontandosi con gli studenti, in modo informale, senza sottrarsi alle domande dei ragazzi, nell’aula magna e, poi, in giro per le strutture e le palazzine della cittadella. Il tutto lontano dall’ufficialità: no all’abito talare, nessun accompagnatore. Soltanto lui, con la sua Punto grigia, con cui ha raggiunto, dal vescovado, l’università, in uno stile improntato alla semplicità, molto vicino a quanto predicato e messo in atto da Papa Francesco.

«Dagli incontri che sto avendo in questo primo periodo – ha detto – ho percepito una città, per alcuni versi, ripiegata su se stessa. Persino nei rapporti con Genova, “nemica” di Savona, come si legge nei libri di storia, eppure percepita, ancora oggi, da alcuni anziani, come rivale. Bisogna imparare a guardare avanti: custodire la memoria del passato , ma investire sul futuro».

Infastidito dalla domanda ricorrente, relativa alla pedofilia e ai drammatici casi che si sono verificati nella diocesi savonese, il vescovo Marino ha sottolineato il concetto di “«uarigione della memoria»: affrontare il passato, ma non restarne imprigionati.

Un invito indiretto a voltare pagina, senza ignorare, o rimuovere, ciò che è accaduto. Al punto che il vescovo ha dichiarato la propria disponibilità a incontrare le vittime di pedofilia, aderenti alla Rete l’Abuso, presieduta da Francesco Zanardi. «Sono disponibile a incontrare chiunque me lo chieda», ha chiosato sull’argomento.

Un tema delicato, che monsignor Marino ha utilizzato come punto di partenza per una riflessione sul ruolo educativo degli adulti: i genitori, i docenti, ma anche i sacerdoti.

«I nostri giovani – ha sottolineato – hanno bisogno di essere accompagnati, non invasi. Hanno bisogno di fiducia. Hanno bisogno, ancora, di avere al proprio fianco, adulti capaci di autorevolezza. Fior fiore di psicanalisti ha parlato di una società senza padri: un problema che riguarda anche la nostra chiesa. Si deve educare a giusta distanza. Non troppo vicini, ma nemmeno troppo distanti. Quella degli scout è una buona palestra di umanizzazione e vedo che, a Savona, i gruppi sono molto attivi».

Una città da “annaffiare” ha detto il vescovo con una metafora. «A casa avevo una pianta quasi del tutto secca – ha raccontato -. La davo ormai per morta, ma poi, non so nemmeno il perché, le ho dato un po’ d’acqua. Si è ripresa e ho iniziato, ogni giorno, a innaffiarla. Credo che il meccanismo sia simile a quello che serve anche qui rispetto al rapporto con il passato e con il futuro».

Parole accolte con interesse dai ragazzi, che hanno donato al vescovo la maglia del Campus.

«Gli adulti che non si divertono – ha detto- non sanno fare i genitori, i docenti e nemmeno i preti. Qui vedo tanta passione, tanta cura nelle strutture, di grande bellezza. Ho studiato Legge in via Balbi a Genova, ma qui vedo un ambiente più accogliente e piacevole».

Calogero Marino, accompagnato dal delegato del rettore, Federico Delfino, ha voluto conoscere le dotazioni tecnologiche del Campus, dalla centralina del controllo energetico, alla biblioteca multimediale.

Ha parlato con gli studenti chiedendo a ciascuno di presentarsi informandosi sulle materie di studio, il paese di provenienza. A un giovane libanese ha detto: «Mi piace imparare dai giovani. Mi piacerebbe imparare la tua lingua».

Affrettato nel salutare i ragazzi ai tavoli di studio, si è lasciato scappare, con i docenti, il timore di «far perdere tempo agli altri. È la mia paura costante». Una stretta di mano a tutti e via, sulla sua utilitaria.
ilsecoloXIX

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Lo scandalo dei preti a luci rosse di Padova e la questione del celibato dei preti

Sulle vicende a luci rosse dei due giovani parroci padovani si è scritto e commentato di tutto e di più. Sono stati già processati dall’opinione pubblica. Ma ancora una volta i vertici della chiesa hanno sorvolato e nemmeno toccato il problema del celibato dei preti. Solo il cardinale Carlo Maria Martini (gesuita come il Papa Francesco) ha avuto il coraggio di proporre una timida apertura vista la carestia di vocazioni, ma venne subito stoppato dai cardinali conservatori.

Rolando Marchi
Padova
lettera a ilgazzettino.it

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Caso preti Padova / Sesso non è tabù ma erano preti dalla doppia vita

Distingue tra l’uomo e il prete la sessuologa Serenella Salomoni. Come essere umano è concepibile e accettabile avere gusti sessuali diversi anche talvolta estremi, ciò che fa la differenza, in particolare in questo caso, è il ruolo che il soggetto ha, quello di sacerdote. Sublimazione che per Don Andrea Contin e gli altri preti coinvolti non è riuscita diventando assolutamente e totalmente carnale dimentichi del ruolo di guida di pastore della parrocchia annullando il voto di votato al celibato manipolando quelle anime più deboli.

reteveneta.it

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Prete accusato orge: mons. Moraglia, chiede verità e assolve celibato… ma

“La sensazione che si intercetta come credente è di angoscia, disappunto, in certi momenti di rabbia; dall’altra parte, c’è l’atteggiamento del vescovo, di colui che si sente responsabile, e che in questa situazione deve fare una vera operazione di verità”. A dirlo il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ricordando gli interventi del vescovo di Padova, in merito alle vicende che investono un sacerdote padovano accusato di violenze sessuali da una parrocchiana, ma che ha tirato in causa anche altri sacerdoti.
“Non c’è – ha aggiunto – da ricorrere alla questione del celibato come causa di questi comportamenti che, se sono veri, non solo non sono cristiani ma non sono neanche umani”: Per il patriarca c’è da capire come possano essere maturati “comportamenti così inquietanti” che non sembrano investire solo un singolo comportamento o un singolo atto “ma qualcosa di organizzato”. “Come vescovo – ha poi aggiunto – ho l’obbligo di capire. Dobbiamo capire chi bussa alle porte dei nostri seminari”.

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Abusi su minori prete rischia un nuovo processo

BARI – Il 56enne Giovanni Trotta, ex sacerdote ed ex allenatore di una squadra di calcio giovanile, già condannato in primo grado a 8 anni di carcere per violenza sessuale di un 11enne, rischia un nuovo processo per altri 9 presunti casi di abusi nei confronti di altrettanti minorenni. L’udienza preliminare per discutere la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pm della Procura di Bari Simona Filoni inizierà il prossimo 7 febbraio dinanzi al gup Roberto Oliveri Del Castillo.
Trotta, in carcere dall’aprile 2015 per la prima vicenda e destinatario di una seconda ordinanza d’arresto nel luglio scorso per le nuove accuse, risponde di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico, adescamento di minori.

I fatti contestati, tutti avvenuti in provincia di Foggia, risalgono al 2014. In particolare Trotta risponde dei reati di violenza sessuale aggravata e continuata nei confronti di cinque minori di età compresa fra i 12 e i 13 anni, affidati alla sua custodia in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dai bambini, nonché di loro docente di lezioni private, dei quali avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli atti sessuali. E’ inoltre accusato di pornografia minorile e divulgazione di materiale pornografico realizzato mediante lo sfruttamento sessuale, «che distribuiva e diffondeva agli stessi ed anche ad altri minori, – si legge nell’imputazione – al fine di attrarli a sé e di metterli in competizione tra di loro, per via telematica e mediante l’applicazione ‘whatsapp’ del telefono cellulare in suo uso». Risponde infine di adescamento di due 12enni, un ragazzo e una ragazza, attraverso la chat Messenger del loro profilo Facebook.
Corriere del Mezzogiorno

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