Aperture del cardinale Schönborn sui preti sposati

Settimanana news pubblica intevista al cardinale Schönborn con ampia rilettura del Sinodo Amazzonico. Il Concilio ha espressamente dichiarato in Presbyterorum ordinis (art. 16) che il celibato non fa parte dell’essenza del sacerdozio e ha apprezzato i meriti dei sacerdoti sposati nelle Chiese orientali uniate. Questo deve essere ricordato ad alcuni critici che parlano di preti sposati con un linguaggio addirittura sprezzante.

Che dire dei viri probati presbiteri? Il documento finale del sinodo non usa mai questa espressione, ma parla della possibilità di imporre le mani a diaconi permanenti che hanno dato buona prova di sé e siano richiesti dalla comunità in modo da poter anch’essi presiedere l’eucaristia.

– Si tratta del ben noto articolo 111. Già la possibilità di pensare a facilitare le condizioni di ammissione all’ufficio sacerdotale ha suscitato voci preoccupate nel periodo di preparazione al sinodo. Secondo i più decisi sostenitori del celibato, occorre attenersi al celibato per il Regno dei cieli. Essi portano a questo scopo un insieme di argomenti: quello cristologico, che richiama la conformità con la forma di vita di Gesù, quello ecclesiologico sulla totale disponibilità per la Chiesa e quello escatologico, che sottolinea la natura di segno, rimandando oltre l’esistente verso la pienezza del compimento. Papa Francesco ha ripetutamente sottolineato che un celibato opzionale è fuori discussione ma, allo stesso tempo, ha annunciato la sua intenzione di voler riflettere su alcune norme eccezionali per regioni remote. È ciò che ha fatto il sinodo.

Prima di tutto, vorrei aggiungere un’importante affermazione. Credo che per la maggior parte dei vescovi – spero per tutti coloro che in questo sinodo hanno votato a favore dell’articolo 111 – sia ovvio che per la Chiesa latina la forma di vita celibataria del sacerdote rimane la forma fondamentale.

Nell’anno 692, il Trullanum (Concilio di Trullo) decise per le Chiese orientali, in particolare per la tradizione bizantina, che il clero sposato era per così dire il modello basilare. A quel tempo, Roma non riconobbe quel concilio, ed è chiaramente rimasto fermo fino ad oggi che il carattere simbolico del sacerdozio celibatario rimane la forma basilare. Credo che questo debba rimanere tale anche in futuro, perché su questo punto alla Chiesa cattolica romana è stato affidato un grande tesoro che, nel corso dei secoli, nonostante tutte le difficoltà e tutte le debolezze, ha dimostrato di essere estremamente fecondo.

Ciò che l’articolo 111 propone nel documento sinodale è una norma eccezionale che esiste già oggi nella Chiesa latina. Io ho un parroco luterano che è diventato cattolico con tutta la sua famiglia, e con l’autorizzazione di papa Benedetto XVI ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. E questo non è il primo caso, ma rimane evidentemente una norma speciale in situazioni speciali.

Credere che i viri probati possano diventare la forma fondamentale del sacerdozio nella Chiesa cattolica romana, penso che sarebbe un grave errore di calcolo. Ma non credo nemmeno che i sacerdoti sposati siano sacerdoti di seconda classe; e sottolineo questo come ordinario delle Chiese cattoliche orientali in Austria con circa 30 sacerdoti sposati in questo ordinariato i quali vivono con le loro famiglie e compiono il loro servizio. Se fosse vera l’affermazione secondo cui esiste un nesso ontologico tra celibato e sacerdozio, significherebbe che questi preti ontologicamente non sono sacerdoti in senso pieno, e ciò non può essere.

– Il Concilio ha espressamente dichiarato in Presbyterorum ordinis (art. 16) che il celibato non fa parte dell’essenza del sacerdozio e ha apprezzato i meriti dei sacerdoti sposati nelle Chiese orientali uniate. Questo deve essere ricordato ad alcuni critici che parlano di preti sposati con un linguaggio addirittura sprezzante.

L’aequa dignitas, di cui ha parlato il Concilio, è qui da richiamare. Con la forma di vita celibataria, se vissuta in maniera credibile, è sottolineata l’alterità di Dio. La rinuncia è un vuoto che indica un mistero più grande.

– Una domanda aperta è come possono i viri probati significare, a modo loroquesta alterità di Dio.

Il problema dei viri probati rimane in effetti anche per noi un interrogativo. L’abbiamo detto al sinodo e penso che sia lo stesso anche per la Chiesa universale. Il diacono permanente, che ha un lavoro, ha famiglia ed esercita il suo servizio nella Chiesa, è un laboratorio per un eventuale ministero sacerdotale che, naturalmente, deve accettare i limiti che comportano l’attività professionale e la vita familiare. Ma sostanzialmente non è impossibile.

In relazione alla sua domanda, se un sacerdote in questa forma di vita possa significare chiaramente l’alterità rispetto al mondo e mettere in risalto anche la dimensione escatologica, vorrei semplicemente raccomandare di leggere alcune biografie dei santi della Chiesa orientale. Uno dei grandi santi della Chiesa ortodossa russa è Giovanni di Kronstadt (1829-1908), che era un sacerdote sposato ed è una delle sante figure sacerdotali della Chiesa universale.

Penso che non si debbano assolutizzare gli argomenti a favore del celibato di cui si è parlato. Rimane sempre il velo o l’occultamento del sacramento. Non siamo ancora nel compimento, e la forma sacramentale contiene la pienezza, ma la contiene anche in forma frammentaria. Raccomando di leggere il n. 1550 del Catechismo della Chiesa cattolica, che parla dell’agire in persona Christi del sacerdote: non tutti gli atti del sacerdote si compiono con tutto il peso dell’in persona Christi, ma solo i grandi atti sacramentali dell’eucaristia, dell’assoluzione ecc.

Naturalmente, anche il ministero pastorale è un’immagine di Cristo, una sua icona. Ma non ha tutto il peso e la grandezza della sacramentalità e questo coopera a far in modo che il sacerdote non sia posto oltre misura su un piedestallo, cosa che non può di fatto realizzare. Il pericolo del clericalismo, di cui papa Francesco parla così spesso, ha qualcosa a che fare con il fatto che, nell’École française, il prete sia compreso come una forma superiore dell’essere cristiano. Ma il Concilio ha chiaramente affermato nella Lumen gentium n. 10 (e il Catechismo lo ha adeguatamente spiegato): il sacerdote è anzitutto un cristiano e la sua santità si manifesta nella santità dell’essere cristiano. Pertanto, credo anche che un vir probatus, a cui il vescovo ha imposto le mani, debba prima di tutto dare testimonianza di essere un vero cristiano.

– Lei ha detto che “non è impossibile” pensare a dei viri probati anche nelle nostre regioni. Di fronte alla desertificazione spirituale delle comunità rurali più piccole e al fatto che le vocazioni al sacerdozio vanno verso il punto zero, vorrei qui ancora una volta ritornare alla domanda se il “non impossibile” non è forse troppo debole. Non bisognerebbe – in vista di una situazione di emergenza – pensare anche qui concretamente ai viri probati?

Certamente, ma solo alle seguenti condizioni. In primo luogo, che il servizio sacerdotale celibatario sia promosso in modo molto esplicito come forma di base, perché era questa la forma di vita di Gesù. Questa sfida deve rimanere. E io penso che l’intera questione della pastorale vocazionale debba concentrarsi decisamente su questo. Consideri la forma di vita di Gesù senza legami, il suo rapporto con il Padre e con gli uomini in questa disponibilità totale e in piena trasparenza. Questa forma di vita è in se stessa un grande valore per cui vale la pena in ogni tempo invitare giovani e meno giovani a sceglierla.

La seconda cosa richiesta per questo cammino è che noi stiamo già iniziando un percorso alternativo alla formazione sacerdotale, che non va oltre la piena formazione degli otto anni in seminario, ma è predisposto per accompagnare vocazionalmente uomini non sposati – e ci sono diversi di questi candidati che si mettono in questione –, ma che non possono lasciare il loro lavoro professionale, e potrebbero compiere un percorso di formazione sacerdotale. Sarebbe un passo sperimentale in direzione dei viri probati e spesso parliamo di questa possibilità. È un imperativo urgente dell’ora. Ci sarebbero sicuramente non pochi candidati che si mettono in questione se non si insiste nell’avere solo un percorso per arrivare al sacerdozio.

La terza è lo sguardo ai criteri presenti nelle Lettere pastorali paoline. Cosa consente a una persona di essere presentata al vescovo come possibile sacerdote per una comunità che si sta estinguendo? Deve essere in grado di saper guidare bene la propria famiglia, deve godere di buona reputazione e deve aver dato buona prova nella vita e nel lavoro (cf. 1Tim 3,1-7; Tit 1,6-9). E tali uomini esistono. Lo dico e lo ha detto il sinodo per l’Amazzonia: i diaconi permanenti costituiscono un laboratorio di questo tipo. Essere diacono è certamente una vocazione vera e particolare, ma non in vista del presbiterato. È pensabile, tuttavia, che le comunità dicano che questo diacono ha dato così buona prova di sé tanto che il vescovo potrebbe ordinarlo sacerdote? L’ipotesi non è fuori luogo.

Su celibato e preti sposati ex vaticanista Valli e Vescovo Bonivento impreparati fanno ricostruzioni tradizionaliste

E’ necessario fare luce su una questione che ogni tanto ritorna oggetto del conversare nella Chiesa e nella società.

Non porta luce anzi oscura il dibattito la ricostruzione operata sul >>> blog di Aldo Maria Valli

II Concilio Vaticano II aveva esplicitato che «la perfetta e continua continenza per il Regno dei cieli certamente non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chie­sa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati» (Presbyterorum ordinis, 16). Non si tratta, quindi, di materia che abbia a che fare con la sostanza del Sacramento del sacerdozio, ma di una legge vigente nella Chiesa occidentale, che il Papa o un Concilio ecumenico potrebbero cambiare in qualsiasi momento. 

 Questa, di seguito, è la storia, ricca di tensioni diverse, di valutazioni che mutano, di possibili aperture al futuro tratta da toscanaoggi.it

La duplice domanda del lettore invita a fare luce su una questione che ogni tanto ritorna oggetto di del nostro conversare, più o meno animato.

Il Nuovo Testamento presenta una situazione chiara per i chiamati a esercitare un ministero nella giovane chiesa. Dato il contesto culturale dell’epoca, è presumibile che gli apostoli fossero sposati. Certamente lo fu Pietro, del quale si ricorda la suocera. Secondo la tradizione, l’unico apostolo non sposato sarebbe stato Giovanni.

Le lettere pastorali offrono una testimonianza più limpida. A Timoteo si raccomanda che gli episcopi siano «irreprensibili, mariti di una sola donna, sappiano guidare bene la propria famiglia e abbiano figli sottomessi e rispettosi, perché se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?» (1Tim 3,2-5). La medesima indicazione si ha per i diaconi, che «siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie» (1Tim 3,12). A Tito è rivolta una raccomandazione simile: ogni presbitero, che lui dovrà stabilire nelle varie città dell’isola di Creta, «sia irreprensibile, marito di una sola donna e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati» (cf Tt 1,5-6).

Anche se in questo tempo dell’era apostolica non è stata ancora chiarita la distinzione fra le varie figure nominate, i termini episcopi e diaconi, corrispondono certamente figure di ministeri ordinati. Per la loro scelta, dunque, non solo il matrimonio non è un impedimento, ma deve essere valutata la loro capacità di guidare la propria famiglia. L’indicazione di essere sposati con una sola moglie dipende dalla prospettiva condivisa nelle prime generazioni cristiane dell’unico matrimonio durante la vita terrena.

Nei secoli seguenti, l’influsso culturale dell’epoca favorì l’inserimento di una visione sacrale, che richiedeva la continenza per coloro che avevano la presidenza del culto, soprattutto dell’eucaristia. Questa idea di «purità rituale» era molto diffusa, anche al di fuori della tradizione giudaica. Pertanto, pur ordinando soprattutto uomini sposati, si cominciò a chiedere loro una continenza sempre più ampia ed estesa, e non solo nei giorni in cui avrebbero celebrato l’eucaristia. Le prime testimonianze in tal senso sembrano essere attestate dal concilio di Elvira (Spagna, inizi del IV secolo), che al canone 33 prescrive l’astensione dai rapporti coniugali per il clero sposato.

Una testimonianza più chiara l’abbiamo nella lettera del 385 di papa Siricio al vescovo di Tarragona. Il papa chiede che l’ordinazione a qualunque ministero, episcopale, presbiterale o diaconale, sia riservata a uomini sposati una volta sola. Al tempo stesso si proibisce che generino figli, perché sono tenuti a osservare la purità rituale: se sacerdoti e leviti d’Israele dovevano osservarla durante il loro servizio al tempio, i ministri della chiesa sono chiamati ad un servizio senza interruzione.

Il processo continua sotto la medesima prospettiva, attraverso vari interventi magisteriali, trovando una divaricazione fra le tradizioni orientale ed occidentale. L’Oriente cristiano continua l’ordinazione di uomini sposati, chiedendo loro di astenersi dai rapporti coniugali in prossimità della celebrazione dei santi misteri. Il celibato diventa riservato alla figura del vescovo, che nella sua persona, dedita come pastore ad una precisa chiesa locale, rappresenta simbolicamente il Cristo sposo della sua Chiesa.

In Occidente il processo matura diversamente, segnato dalla considerazione negativa dei rapporti sessuali, anche se vissuti all’interno della relazione coniugale. Papa Leone magno, raccomandando a vescovi e presbiteri di trasformare la loro vita da carnale in spirituale, chiede di non allontanare le proprie mogli, ma di vivere con esse come se non fossero le loro spose. Lo stato di ministri sposati continuò ad essere diffuso nell’alto medio evo, insieme a quello del concubinato, accettato più facilmente perché non poneva problemi di eredità alla morte del ministro. Le necessarie riforme portate avanti all’inizio del secondo millennio spinsero decisamente verso una condizione celibataria del clero latino.

Dalla riforma di Gregorio VII al pontificato di Innocenzo III si sviluppa una continua e progressiva riaffermazione della necessità celibataria per il clero. La contrapposizione con la visione protestante porterà un’ulteriore radicalizzazione della norma cattolica latina. Questa è la storia, ricca di tensioni diverse, di valutazioni che mutano, di possibili aperture al futuro.

Libro sui preti sposati. 16 tesi sul matrimonio dei preti

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Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati rilancia la recensione di un nuovo libro edito da Donzelli editore Roma: di Hubert Wolf “Contro il celibato 16 tesi sul matrimonio dei preti”.

«Frugare nella vita sessuale degli angeli con collarino e abito talare fa sicuramente notizia, non solo sulla stampa scandalistica. La Chiesa cattolica preferirebbe sottacere il problema, ma la realtà è che migliaia di preti nel mondo hanno rinunciato al loro ufficio per via del celibato obbligatorio. Si possono indicare soprattutto tre ragioni per cui oggi appare necessario discuterne: affrontare il problema degli scandali degli abusi sessuali, arginare la dilagante carenza di preti e attenuare la crisi strutturale e di sistema della Chiesa cattolica».

La regola del celibato, che impone ai sacerdoti cattolici l’astensione dal matrimonio, viene ancora oggi propugnata come pilastro della Chiesa, nonostante gli scandali e le polemiche, sempre più frequenti, legati alle accuse di abusi sessuali commessi da preti. Hubert Wolf – teologo e storico della Chiesa, uno dei massimi esperti di Archivi vaticani – mostra come le origini del celibato non siano affatto così remote e come oggi i preti sposati siano già una realtà. L’autore analizza i diversi argomenti a giustificazione del celibato, strutturati in 16 limpide tesi, e individua ragionevoli motivi a favore della sua abolizione definitiva. L’esposizione lineare, che attraversa in profondità la storia della Chiesa, ha l’effetto di un monito forte, di un incoraggiamento a procedere sulla via dell’abolizione di questo istituto, che dovrebbe trovare ascolto anche in Vaticano, soprattutto in vista del Sinodo dei vescovi che si terrà a ottobre 2019, dedicato all’Amazzonia e alle questioni spinose della drammatica crisi vocazionale. Non ci sono abbastanza preti, in particolare in un territorio così vasto come quello sudamericano, per cui si rende problematica la stessa celebrazione dell’eucaristia, quello sì pilastro irrinunciabile della Chiesa cattolica. Il celibato dei preti, nato in origine dal culto della purezza sacerdotale, ha salvaguardato la Chiesa da pretese ereditarie di figli legittimi e ne ha tracciato successivamente la linea di demarcazione rispetto ai protestanti. Ancora negli anni di Giovanni Paolo II il celibato, mediante il riferimento a Gesù, ha subìto una trasfigurazione in senso spirituale. Il numero crescente dei casi di abuso venuti alla luce dovrebbe tuttavia indurre a chiedersi se il celibato sacerdotale giovi davvero al futuro della Chiesa. Hubert Wolf si pone questa domanda per il bene della stessa Chiesa e mette il controverso istituto di fronte al rigoroso banco di prova della storia. Ci spiega come si giunse al celibato, come mai le argomentazioni passate non attraggano più e quali buone ragioni oggi vi si oppongano: le deroghe al celibato hanno dato buoni risultati, la carenza di preti potrebbe essere superata e il pericolo di abusi arginato. In un punto Wolf dà tuttavia ragione ai fautori del celibato: in forza della sua abolizione il sistema clericale, con la sua scarsa considerazione dei «laici» e delle donne, dovrebbe essere rivisto nella sua globalità. E questo sarebbe indubbiamente un bene.

L’autore

Hubert Wolf è professore ordinario di Storia della Chiesa all’Università di Münster ed è uno dei massimi conoscitori degli Archivi vaticani. È stato insignito del Premio Leibniz della Deutsche Forschungsgemeinschaft, del Communicator-Preis e del Gutenberg-Preis. Di Wolf la Donzelli editore ha pubblicato Storia dell’Indice. Il Vaticano e i libri proibiti (2006) e Il papa e il diavolo. Il Vaticano e il Terzo Reich (2008, finalista al Premio Acqui Storia). In Italia è uscito anche il suo Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio (Mondadori, 2015).

Se anche il Direttore di Vocatio (associazione storica di preti sposati) è contro i preti sposati siamo alla fine di un corso

Alessandro Manfridi Insegnante di religione nelle Scuole Superiori dal 1988. Mediatore familiare Aimef dal 2011. Tutore volontario per minori stranieri non accompagnati  e Direttore dell’Associazione Vocatio (preti sposati). Ieri ha pubblicato un articolo su Papa Francesco e la conferma della norma del celibato (in >>> Gli Stati Generali). L’articolista si pone domande ma da risposte unilaterali, neutre, e non si schiera.

Peccato che l’autore si il Direttore dell’Associazione Vocatio. In passato avevano segnalato Vocatio come Associazione che da anni non è per i “preti sposati” e non li rappresenta. Ora arriva la conferma con il testo del Direttore Alessandro Manfridi!

Brosio non rappresenta la Chiesa. Su tema preti sposati in Tv spesso molte banalità

Su Mediaset durante e dopo il Sinodo Amazzonico è stato ripreso il dibattito sul tema dei preti sposati nella Chiesa. Spesso conduttori, come Barbara D’urso ad esempio, approcciano l’argomento con il loro tipo di preparazione non teologica e biblica contribuendo ad alimentare confusione sulla questione della giusta causa dei preti sposati nella Chiesa. Spesso anche gli opinionisti non sono preparati e autoproclamandosi difensori della Chiesa, come ad esempio Brosio e Adinolfi danno una immagine distorta della dottrina della Chiesa sui preti sposati (ndr).

Paolo Brosio contro Vladimiri Luxuria e Barbara a Live Non è la D'Urso

Ultimo esempio quanto è avvenuto a Live – Non è la D’Urso nella puntata del Lunedì 11 Novembre 2019.

Di seguito il resoconto tratto da sussidiario.net

Paolo Brosio è uno degli ospiti del primo dibattito di Live – Non è la D’Urso dedicato alla Chiesa e al voto di castità di preti e suore. Durante la puntata il giornalista e conduttore si scontra dapprima con Vladimir Luxuria e poco dopo con la padrona di casa Barbara d’Urso. “Alcuni preti stanno aprendo ai preti sposati” dice la D’Urso, ma Brosio replica prontamente: “questo Barbara è una situazione limite in Amazzonia, ma non è importabile questo modus operandi dall’Amazzonia dove c’è un prete ogni duecentomila chilometri, no”. A prendere la parola è Vladimir Luxuria che risponde dicendo: “il celibato ecclesiastico non è un dogma, un Pincio sul quale non si può discutere, basterebbe una decisione del Papa con un concilio ecumenico e si può decidere che il celibato ecclesiastico non debba essere più obbligatorio per chi deve prendere gli ordine. Ognuno sceglie, ci sono tanti preti che fanno la scelta di castità e devono continuare a farlo, ma chi  invece sente ad un certo punto il desiderio di mettere su famiglia come fanno gli anglicani, i protestanti. Meglio un prete che si può sposare di uno che va a violentare una perpetua”. Brosio non ci sta: “va bene fa il padre e la madre, la vocazione familiare nel matrimonio è un sacramento” dice alzando la voce e scontrandosi con tutti i presenti in studio.

Paolo Brosio: “Cristo non ha mai sposato nessuno”

Paolo Brosio è un fiume in piena a Live – Non è la D’Urso. Sul tema delle vite amorose dei religiosi, il giornalista e conduttore ha le idee molto chiare: “gli apostoli erano sposati prima di conoscere Gesù”. Poi si scontra con Vladimir Luxuria che si dichiara aperta alla possibilità di matrimonio per preti e suore: “Cristo non ha mai sposato nessuno, ci ha dato un esempio, una legge non scritta. E’ il cuore verso Dio, o dai il cuore a Dio o vai a casa e fai il papà, poi il Papa fa quello che vuole”. Ma non finisce qui, visto che il giornalista discute anche con Barbara d’Urso accusandola chiaramente di voler far arrivare a casa un messaggio negativo sul mondo ecclesiastico: “Io non sono mica scemo! Ho capito il tuo gioco! Stai parlando solo delle cose negative!”. La D’Urso non si scompone, anzi risponde a tono: “Nemmeno io sono scema. Tu stai facendo un discorso fine a se stesso, portandolo completamente dalla tua parte. Io non sto parlando in generale e lo sai bene. Sono molto religiosa e giro sempre con un rosario!”. Sul finale poi arriva il colpo di grazia della padrona di casa che dice: “Brosio sei insopportabile, lo abbiamo detto dall’inizio che bisogna denunciare”, ma Paolo risponde seccato: “se io sono insopportabile ne vado orgoglioso”.

«Il mio Martini segreto»: favorevole ai preti sposati. Riceve insieme alla promessa sposa un prete che ha lasciato

Don Gregorio Valerio con il cardinale Carlo Maria Martini

Don Gregorio Valerio, ultimo segretario del Cardinale, per sei anni ogni sera ha annotato emozioni, fatti, pensieri, considerazioni, impressioni: tutto questo ora in un libro di 1400 pagine edito dal Centro Ambrosiano

Chi vuole farsi un’idea di Martini nelle piccole cose, nei rapporti con le persone, nei rari momenti di relax ha un’occasione imperdibile: «Il mio Martini segreto». Don Gregorio Valerio, ultimo segretario del Cardinale, per sei anni ogni sera ha annotato emozioni, fatti, pensieri, considerazioni, impressioni. Ora un quarto delle 1.400 fitte cartelle a computer sono un volume (edito dal Centro Ambrosiano, 605 pagine, 29 euro) da martedì in libreria. Si parte dal 1996, quando il Cardinale chiese a don Gregorio: «Mi puoi accompagnare in questi ultimi anni?» e alla riposta entusiasta, precisò: «Ora dovresti chiedere il permesso a tua mamma: se anche lei fosse d’accordo, la cosa è fatta». Delicatezza e riguardo perché Martini in una visita pastorale aveva visto come mamma Vittoria teneva al figlio prete. Si arriva al 2002. Martini lascia Milano, si ritira a Galloro, presso i Gesuiti. Il segretario, con Sandro l’autista di sempre, gli riempie di acqua minerale il mini frigo vuoto della stanza assegnatagli dai confratelli e corrisponde all’ultima richiesta del Cardinale: «una scopa e una paletta per le pulizie».

Il libro si può leggere di fila o aprirlo e soffermarsi dove capita. La freschezza dell’appunto rapido mai banale, l’acume nel cogliere, la sorpresa per la personalità che a poco a poco gli si stagliava di fronte («Non si lamentava mai di nulla… capitava a me di indignarmi per affermazioni e prese di posizione nei suoi confronti», scrive Valerio) fanno del volume una miniera di umanità: perle di cui è impresa far sintesi. Trovi la frase sapienziale, la piccola virtù, la praticità, l’empatia e insieme l’attitudine ad essere «altro», la spiritualità (un inverno il segretario non trova il suo arcivescovo e lo scopre imbacuccato su un terrazzino in Arcivescovado a pregare), la voglia di capire e far domande, la premura (riceve insieme alla promessa sposa un prete che ha lasciato e si sposa in Comune), i gesti (prima di lasciare Milano Martini consegna di persona in suo ricordo a collaboratori e amici i doni da lui ricevuti).

Sa essere fermo il Cardinale. Don Gregorio dà conto di come apostrofò i «colleghi vescovi» alla Cei: «Reagisco con ira quando vedo che non si nota il tanto bene che pure c’è e si enumerano invece tutte le cose che mancano o vanno storte». E quando qualche vescovo lo attacca o manca di riguardo (Ruini viene a Milano ad «Avvenire» senza dire nulla) si «amareggia, anche se non lascia trapelare parole men che controllate».

Una lezione dello stile Martini: nel ’98 subisce un piccolo intervento. Ansia dei collaboratori: se esce la notizia? Il Cardinale tranquillizza: «Negli Stati Uniti si sarebbe fatta una conferenza stampa precisando tutti i particolari… In Vaticano si tende invece a nascondere. Scegliamo una via di mezzo: se qualcuno dovesse chiedere, gli si dice quanto è successo, che è stato tolto un basalioma». Dice don Gregorio: di Martini si conoscono «insegnamento, iniziative, decisioni, non adeguatamente la sua persona». Col libro lui riesce a far prender confidenza con l’uomo, «un uomo buono» precisa il segretario.

milano.corriere.it

Chiesa apra ai preti sposati per arginare crollo delle vocazioni in Europa

Scendono le vocazioni nel mondo e specialmente in Europa. Il numero totale dei sacerdoti nel mondo è diminuito anche quest’anno, raggiungendo quota 414.582 (-387). I dati dell’ Agenzia Fides relativi al 2017 raccontano di una diminuzione consistente ancora una volta in Europa (-2.946) cui si aggiunge quest’anno l’Oceania (-97). Gli aumenti si registrano in Africa (+1.192), America (+40) e Asia (+1.424).

Questo nonostante la percentuale mondiale dei cattolici sia aumentata dello 0,06%, recuperando la diminuzione dell’anno precedente (-0,05%), attestandosi al 17,73% della popolazione mondiale.

Ma quanto deve operare un sacerdote per curare i fedeli pastoralmente parlando? Ogni sacerdote ha in media nel mondo 3.168 fedeli cattolici e 14.468 abitanti. In Europa dove i sacerdoti sono scesi a 173.611 ogni sacerdote ha in cura 1.686 cattolici e potenzialmente ben 4.142 abitanti. Oramai la secolarizzazione del Vecchio Continente segue un trend che lascia sempre meno spazio alle pratiche religiose e all’avvicinamento dei giovani verso le chiese e verso la vocazione a entrare in seminario.

Una crisi spirituale del quale non si intravede al momento una prossima soluzione ravvicinata. Forse proprio per questa mancanza di vocazioni, nel Sinodo dei Vescovi di fine ottobre è stata fatta la richiesta al Papa di aprire ai preti sposati, almeno nelle zone del mondo dove la scarsità di sacerdoti è più marcata.

(la-notizia.net)

Preti sposati uniti da tutto il mondo per il rinnovamento del ministero sacerdotale

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti sposati invita i preti sposati e le varie organizzazioni e associazioni di tutto il mondo all’unità di intenti e alla ripresa di nuove iniziative nella Chiesa e nella società.

I nostri gruppi nel mondo sono formati da sacerdoti sposati e dalle loro famiglie: per aiutare le famiglie in difficoltà invitiamo ad attuare progetti concreti. Interne e altri mezzi tecnologici ci consentono di incontrarci virtualmente da tutto il mondo. Potrebbe essere utile per il nostro impegno sapere con esattezza quanti siamo nel mondo

Il nostro Movimento Internazionale è impegnato per il rinnovamento del ministero sacerdotale nella Chiesa

Siamo invitati in tutto il mondo a lavorare per il rafforzamento della nostra organizzazione, con l’innesto di nuove figure, facendo in modo che i giovani si uniscano ai nostri gruppi.

Siamo sopratutto invitati ad avviare un dialogo con i vescovi delle nostre località che condividono le nostre idee.

Il nostro Movimento ha una natura ecumenica ed è apert ad avere relazioni con tutte le organizzazioni della società e della Chiesa.

Siamo invitati ad unirci a distanza di cinquant’anni dal Concilio Vaticano II e in vista delle decisioni prossime di Papa Francesco dopo il Sinodo Amazzonico.

L’inaccettabile religione civile del cardinale. Vescovi e Papa reagiscano anche sui preti sposati

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti sposati rilancia un articolo di Gabriele ferrari in settimananews.it

Leggendo sul Corriere della sera (3 novembre) l’intervista al card. Ruini, sono rimasto sconcertato e amareggiato per le sue considerazioni positive sul leader della Lega. Un uomo intelligente come il cardinale non poteva ignorare l’impatto delle sue parole sulla politica italiana in questo momento, non poteva ignorare l’ostilità aperta di Salvini contro i migranti e l’arrogante disprezzo per quelli che hanno cercato di salvarli, la chiusura dei porti che è insieme chiusura all’Europa, il suo stesso slogan («prima gli italiani») che rinchiude l’Italia su se stessa in un pericoloso egoismo collettivo. Ancora meno accettabile è l’uso strumentale della religione e spettacolarizzarla al fine di raccogliere voti.

Tutto questo mi scandalizza anche perché so che dietro Salvini si allineano molti cattolici praticanti e anche, purtroppo, molti ecclesiastici.

Chi non vede che sono idee e posizioni in antitesi con il vangelo e con le posizioni del papa? Anche questa volta il cardinale non ha smentito la sua preferenza per una “religione civile” che fa da stampella al potere politico anche quando questo non è ispirato ai principi dell’onestà e ai valori dell’umanesimo cristiano.

La lettura delle parole del cardinale Ruini su Salvini mi ha fatto ritornare all’omelia dello stesso ai funerali dei militari italiani caduti a Nassiriya (18 novembre 2003) e all’intervento di un altro vescovo italiano che, “contestualizzandola”, giustificava una bestemmia scappata all’allora presidente del consiglio (2 ottobre 2010). Dov’è finita la profezia?

Il Vangelo è negoziabile?

Ruini afferma che Salvini deve maturare. Sì, lo speriamo in molti, ma non nella linea sulla quale oggi è posizionato che lo porterebbe a radicalizzare ulteriormente le sue posizioni. Non maturare, deve cambiare. Altrimenti dove si fermerà nell’arroganza e nel disprezzo per i poveri? Quello che ha fatto, basta e avanza. Speriamo non proceda oltre come fanno i suoi epigoni nelle regioni da loro amministrate.

Ecco mi scandalizza e mi fa paura il sostegno dato a lui e al suo movimento politico. Certamente è un sostegno molto miope. Certo, tutto fa brodo: la paura, l’insicurezza, la crisi economica di questi anni e ora anche le dichiarazioni del card. Ruini che ha avuto il caloroso ringraziamento di Salvini.

Spera il cardinale di arginare il processo di scristianizzazione del paese e di salvare i famosi valori non negoziabili con i gesti di Salvini e domani con la sua politica? Basta ricordare come la lunga permanenza al potere di un partito sostenuto dai vescovi non ha fermato l’Italia sulla strada della scristianizzazione. Sarà Salvini e la coalizione che egli si prepara a guidare a farlo? Temo proprio il contrario e lo dico con molta tristezza.

No, queste dichiarazioni del cardinale non sono assolutamente accettabili. E, più ancora, il fatto che siano pochissime le voci dell’episcopato che hanno osato reagire.