Preti sposati. Shevchuk, “non esistono soluzioni facili per questioni difficili. Sarà una sfida per tutti”

Così in sintesi le dichiarazioni di Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, che ha risposto alla domanda se ordinare persone sposate può aiutare a combattere il calo delle vocazioni. Crisi che per il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati potrebbe essere intanto subito arginata con la riammissione al ministero dei preti sposati.

Anche la Chiesa Cattolica Ucraina di rito greco-bizantino potrebbe perorare  presso il Vaticano e Papa Francesco la riammissione dei preti sposati aprendo le porte, fino ad ora chiuse, a tanti fratelli nella fede. I vertici della chiesa cattolica ucraina hanno fino ad oggi negato la possibilità ai preti sposati di essere riaccolti nella Chiesa.   I preti sposati invitano a non strumentalizzare  le dichiarazioni del capo della Chiesa greco-cattolica in Ucraina per minare la riforma sui preti sposati inserendo sui media e agenzie stampa alcune notizie che alterano la realtà dei fatti  e farebbero pensare a un nulla di fatto sul campo del superamento della crisi delle vocazioni con la realtà dei preti sposati riammessi, una grande risorsa per la Chiesa e le comunità cattoliche di tutto il mondo.

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Consentire nella Chiesa la presenza dei Preti sposati. La richiesta e l’indicazione di una svolta nella Chiesa dalla Germania

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati fondato nel 2003 da don Serrone rilancia le dichiarazioni del Cardinale Marx: “Ora il Papa non può non ascoltare la voce dei Vescovi tedeschi e mettere mano alla riforma della Chiesa dopo l’imminente vertice del Sinodo sull’Amazzonia.

Il Cardinale Marx, presidente dei Vescovi della Germania in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, interrogato sul Sinodo per l’Amazzonia che si terrà dal 6 al 27 ottobre, rilancia: “Si può immaginare di poter giungere alla conclusione che in determinate regioni ha senso consentire la presenza di sacerdoti sposati”

Rivelazione: in Amazzonia i diaconi sposati già dicono messa. E Papa Francesco lo sa. Ora si riammettano preti sposati

Circola da alcuni giorni sul web un video nel quale un sacerdote italiano di primissimo piano, tra i più vicini a Jorge Mario Bergoglio, dice che in Amazzonia la celebrazione della messa da parte di diaconi sposati è già una realtà di fatto, autorizzata dai vescovi del luogo. E papa Francesco, informato della cosa, avrebbe detto: “Andate avanti!”.
L’autore di questa esplosiva rivelazione non è uno qualsiasi. È Giovanni Nicolini, 79 anni, stimato sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, che ha come arcivescovo quel Matteo Zuppi che pochi giorni fa Francesco ha promosso cardinale.
Don Nicolini è attualmente assistente ecclesiastico nazionale delle Associazioni Cattoliche dei Lavoratori Italiani, ACLI, ed è stato in precedenza direttore della Caritas di Bologna, oltre che parroco nel quartiere cittadino adiacente al carcere. Prete dei poveri, dei carcerati, degli immigrati: è questo il suo profilo più noto.
Ma prima ancora è stato figlio spirituale di Giuseppe Dossetti (1913-1996), politico di prima grandezza nell’Italia del dopoguerra e poi, da monaco e da sacerdote, protagonista del Concilio Vaticano II accanto al cardinale Giacomo Lercaro.
Nel solco di Dossetti, don Nicolini ha fondato negli anni Settanta la Famiglia della Visitazione, una comunità oggi formata da una trentina di monaci e monache e da altrettante coppie di sposi, che si dividono tra le campagne del bolognese e le missioni dell’arcidiocesi in Tanzania e a Gerusalemme.

Tratto da Settimo Cielo di S. Magister

Il Video:

Il video è parte di una più ampia “lezione” di don Nicolini, anch’essa videoregistrata, alla scuola estiva dell’associazione cattolica politico-culturale La Rosa Bianca, tenuta a Terzolas, in Trentino, dal 21 al 25 agosto.
E questa di seguito è la trascrizione testuale delle sue parole, riguardo al celibato del clero e alle “messe” che già ora sarebbero celebrate in Amazzonia da diaconi sposati, con l’autorizzazione dei vescovi del luogo e con l’avallo di papa Francesco.

*

E IL PAPA HA DETTO: “ANDATE AVANTI!”

Sento l’opportunità di ricordare, insieme a voi, che la Chiesa dei preti sta finendo. È una profezia? No, è la realtà. Di questo bisogna tener conto, perché cambia completamente. Adesso stiamo arrivando all’apice della follia, ogni prete porta avanti sei parrocchie, così però è la fine. Questa crisi del presbiterato in ogni caso implacabilmente aumenterà, finché non venga preso molto sul serio il pensiero circa l’opportunità di abolire il celibato dei preti.
Finché questo celibato dei preti resta, la discesa è inarrestabile, anche perché molte volte non si riflette sul fatto che io, per esempio, sono un prete, ma prima di essere prete io sono un monaco. Francesco, che è qui, è un monaco, ed essendo [noi] una piccolissima comunità monastica di preghiera abbiamo regalato alla Chiesa di Bologna cinque preti, però noi l’abbiamo potuto fare perché apparteniamo a un’altra razza. Ma finché continua una situazione per la quale – sapete, vero? – il fatto del rimanere celibi è una pura disposizione d’ordine disciplinare, giuridica, non è un voto, non è un dono di Dio, non è sostenuta dalla vita della comunità… Niente, è lui che non si sposa, per regola non può sposarsi. Ma è chiaro che quando vengo a sapere che un prete di trent’anni, che viene a confessarsi da me, adesso lo mettono in una grande campagna da solo, quello in sei mesi l’amante ce l’ha. E quindi questa discesa sarà adesso rapidissima. L’altro ieri mi dicevano che si calcola che nel 2030 a Bologna ci saranno 30 preti, adesso ce ne sono 450, e sono già molto calati. E quindi questa struttura di Chiesa non ci sarà più.
Viene fatto il sinodo dei vescovi in Amazzonia. Nell’Amazzonia noi abbiamo saputo che una sera, da una sperduta missione parrocchiale dell’Amazzonia hanno fatto una telefonata, era un vecchio diacono, sessantenne, sposato, che diceva al suo vescovo: “Io devo dirti che domani la messa non c’è, perché non c’è neanche un prete”. E il vescovo gli ha detto. “Vai là e di’ la messa”. Diacono sposato, i figli già sistemati, vengono chiamati gli “anziani”, e i vescovi di là gli hanno dato l’autorizzazione a presiedere la liturgia. L’hanno detto al papa e il papa ha detto: “Per ora non possiamo scrivere niente, voi andate avanti!”. Io mi sono chiesto, quando ho saputo che lui convocava il convegno dei vescovi mondiali in Amazzonia, chissà che possa o voglia dire qualcosa. Però la Chiesa, nella sua struttura concreta, giuridica, esistente, è alla fine.

Vescovo Camisasca sostiene crisi vocazioni legata a dimenticanza celibato preti. “Fuori dal Mondo. Derive tradizionaliste” commenta il Movimento Sacerdoti Sposati

Di seguito uno stralcio delle recenti dichiarazioni del Vescovo di Reggio Emilia che sul fronte dell’accoglienza è stato durissimo verso i preti sposati privandoli di alloggio e lavoro nella sua diocesi.

“In un mio recente intervento, pubblicato da un quotidiano, ho voluto sottolineare ancora una volta la profonda convenienza che lega il celibato al ministero dei presbiteri. Il sacerdote ha un posto particolare e assolutamente irrinunciabile nella vita della Chiesa, e perciò del mondo. A lui è consegnata l’Eucaristia e il perdono dei peccati, il cuore cioè di tutta la vita cristiana, oltre a una funzione irrinunciabile di insegnamento e alla guida della comunità. Oggi indubbiamente assistiamo, soprattutto nella nostra Europa e più in generale nel mondo occidentale, a una riduzione drastica del numero dei sacerdoti, che può sembrare irreversibile. Non sappiamo cosa sarà del futuro. Abbiamo potuto leggere tutti quanti un’infinità di analisi sulle cause di tale riduzione numerica: la crisi demografica, i figli unici, l’indisponibilità delle famiglie di fronte a tale ipotesi vocazionale, la paura nei giovani verso un incarico troppo pesante, il terrore della solitudine, l’immagine purtroppo presente di sacerdoti con il volto triste… Tutte queste ragioni hanno una parte di verità, ma non penso raggiungano la motivazione più profonda.

Personalmente sono convinto che, all’origine della crisi delle vocazioni sacerdotali stia la dimenticanza della luminosità del celibato ecclesiastico. Com’è noto, la chiesa latina, fin dal IV secolo, ha riconosciuto un nesso di opportunità profonda tra il celibato e il ministero sacerdotale. Le ragioni di tale scelta si sono chiarite sempre più con il passare del tempo, fino alla decisione di scegliere i candidati al sacerdozio esclusivamente tra coloro che avevano aderito al carisma della verginità. Tra le tante ragioni di questo legame del ministero sacerdotale con il celibato – che ha coinvolto anche la Chiesa Orientale per quanto riguarda la vita monastica e il ministero episcopale – quella più luminosa è la sequela di Cristo fin nella forma di vita da lui scelta. La decisione per il celibato non nasce perciò né da una disistima della donna, né da una considerazione della vocazione famigliare come scelta di secondo piano, né tanto meno dalla rinuncia alla maturità affettiva e all’espressione dei sentimenti. Essa è piuttosto una strada di educazione della nostra povera umanità, peccatrice fino all’ultimo giorno di vita, ad entrare nella luminosità di un’esistenza interamente donata, in cui i rapporti affettivi desiderano essere il più possibile espressione di un amore puro e non possessivo.

Certamente la verginità per il Regno oggi è insidiata fortemente dall’erotismo che invade tutti, dalla solitudine e ultimamente dalla nostra stessa fragilità. Ciò non toglie che essa, come ogni altro valore, non deve essere né svilita, né mai abbandonata a causa delle difficoltà o delle cadute. Queste ultime ci parlano soltanto di un traguardo grande e difficile, ma assolutamente alla portata di un uomo normale, affidato totalmente alla grazia del suo Signore. Spero che nella Chiesa avvenga perciò una riscoperta di questo carisma e si allontani l’ipotesi di una perdita del valore del celibato, cosa che segnerebbe un drammatico impoverimento di tutto il popolo cristiano.

Da ultimo, voglio ricordare a me stesso e a tutti voi, miei fratelli o sorelle carissimi, che, dopo il martirio, la verginità è la forma più alta di testimonianza al mondo della signoria di Cristo sulla vita.

***

Affido perciò a Maria tutte e due queste intenzioni: la cura da parte dei laici delle nostre piccole comunità e la riscoperta della bellezza del celibato sacerdotale, due doni che non si escludono, ma anzi, si richiamano a vicenda e si sostengono reciprocamente. La Madonna della Ghiara benedica il nostro cammino e ci accompagni”.

da laliberta.info

Preti sposati non può essere una questione di fede. È una mera norma disciplinare.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati diffonde le tesi del teologo Castillo pubblicate su settimananews riprese dal Blog dell’Autore in Religión Digital. Traduzione italiana di Lorenzo Tomaselli.

I cardinali Walter Brandmüller e Raymond Burke pochi giorni fa hanno scritto una lettera a tutti i cardinali del clero cattolico, esprimendo la loro profonda preoccupazione per la minaccia che rappresenta per l’intera Chiesa il prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel prossimo mese di ottobre. La preoccupazione più grande di questi eminenti porporati è che, a fronte della crescente penuria di preti che soffre la Chiesa, il Sinodo possa permettere l’ordinazione presbiterale delle donne o in alcuni casi possa abolire la legge del celibato.

A giudizio dei suddetti cardinali, secondo le informazioni delle agenzie di stampa, i due problemi citati (l’ordinazione presbiterale delle donne e l’abolizione della legge del celibato) sono questioni di una gravità equiparabile niente meno che ai dogmi fondamentali della cristologia, che la Chiesa ha dovuto risolvere nei concili ecumenici dei secoli IV e V.

Confesso che questa notizia mi ha colpito. Più che per il contenuto della notizia in sè (il problema delle donne e del celibato), soprattutto per quello che la notizia evidenzia o fa capire. Ma davvero i due problemi più preoccupanti, che in questo momento ha la Chiesa, sono la possibile ordinazione presbiterale delle donne o l’ipotetica abolizione del celibato dei preti? E non è più preoccupante il fatto che migliaia di cristiani non possano partecipare all’Eucaristia per la semplice ragione che non hanno preti che si occupino della loro fede e della loro vita sacramentale?

Inoltre, i due insigni porporati (già citati) non hanno ancora scoperto che i due problemi, che tanto li preoccupano, non sono e non possono essere “dogmi di fede”? Si sono mai letti il fondamentale capitolo terzo della Costituzione sulla Fede del Concilio Vaticano I (Denz.-Hün. 3011), nel quale si definisce quello che si deve credere come Fede divina e cattolica?

Parlando tecnicamente, la prima decisione solenne del Magistero della Chiesa sul celibato è stato l’“anatema” del canone 9 di Trento nella sessione 11, nell’anno 1563 (Denz.-Hün. 1809). Ma si consideri che un “anatema” di Trento non definisce una questione di Fede. Nella sessione 13 del concilio si dice che sia “anatema” colui che afferma che il prete non può dare la comunione a sé stesso (Denz.-Hün. 1660). Questo non può essere una questione di fede. È una mera norma disciplinare. Quindi lo stesso valore ha quello relativo al celibato dei preti di Occidente. Nella Chiesa cattolica orientale non è esistita e non esiste alcuna legge sul celibato dei preti.

Ebbene, se la dottrina della Chiesa è quella che abbiamo, qual è lo scopo della preoccupazione di questi due cardinali sull’ordinazione presbiterale delle donne ed il celibato dei preti? Cosa vogliono questi due porporati? Difendere la Fede della Chiesa o complicare il pontificato di papa Francesco? Cosa hanno messo in luce questi due uomini? Ciò che sembra chiaro è che ci sono chierici importanti che si sono dati da fare perché tutto continui come va, sebbene del Vaticano si possa dire che è Gomorra; o perché più di mezzo mondo muoia di fame.

Con porporati così, dove andiamo?

Preti sposati: nei Vangeli non è prescritto il celibato dei preti

 James Carroll,  noto giornalista americano, saggista, vaticanista e prete sposato, in un articolo di Atlantic, rivista statunitense cerca di analizzare i motivi di cosi gravi situazioni che si trova a vivere la Chiesa.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati rilancia alcune tesi di Carrol (fonte: imgpress.it).

La tesi di fondo di Carroll è che sia  il clericalismo a mettere in discussione ruoli e strutture della Chiesa, che erano nate secoli fa, in un mondo completamente diverso.Del clericalismo che sia all’origine di tutti i mali nella Chiesa lo dice anche Papa Francesco quando sostiene che esso: “In generale è una perversione della vita della Chiesa e per questo bisogna porre molta attenzione a tale aspetto nella vita consacrata e nella formazione dei seminaristi nelle diocesi (…..) Essa è una perversione in quanto perverte quella che è la natura della Chiesa, del santo popolo fedele di Dio”. Carroll, per dare forza e veridicità al suo ragionamento, racconta di sé e del periodo in cui esercitava il ministero cioè degli anni 70, in cui  la Chiesa coraggiosamente faceva il più grande tentativo di modernizzazione.

Come ricordano molti studiosi della Chiesa, al Concilio Vaticano II fece seguito una reazione da parte degli ambienti conservatori, forse spaventati dalla portata del cambiamento.

Diverse riforme auspicate dal Concilio non vennero attuate e di lì a pochi anni, nel 1978, fu eletto Papa uno dei leader della fazione dei conservatori, cioè Giovanni Paolo II. Il sacerdozio e più in generale il funzionamento del clero non furono interessati da alcuna riforma”

Carroll sostiene il fatto che nei Vangeli non sia prescritto né il celibato né l’obbedienza cieca alla gerarchia, Molte delle cariche e dei ruoli che oggi diamo per scontati sono stati costruiti soltanto più tardi, secoli dopo la nascita delle prime comunità cristiane, che invece erano sostanzialmente egalitarie. Il celibato divenne la norma soltanto nel Medioevo dopo che fu assorbito il pensiero di  Agostino d’Ippona. 

Il giornalista continua scrivendo: “A un certo punto il tratto esclusivamente maschile della Chiesa e la sua misoginia diventarono inseparabili dalla sua struttura. Carroll torna, quindi, a riflettere sul clericalismo e afferma che “ la colonna portante del clericalismo è semplice: le donne sono subalterne agli uomini. I fedeli comuni sono subalterni ai sacerdoti, che sono “ontologicamente” superiori perché appartengono alla Chiesa. Dato che il celibato rimuove eventuali legami familiari o altre obbligazioni, i sacerdoti sono stati incastrati in una gerarchia che replica il sistema feudale in uso nel Medioevo. Il futuro arriverà senza farsi notare, passo dopo passo, come fa sempre […] Ma arriverà. Fra un secolo la Chiesa cattolica esisterà ancora, contateci. Se in passato fu appropriato, per la Chiesa, adottare strutture politiche del tempo – la Roma imperiale, l’Europa feudale – perché non dovrebbe assorbire i valori e la forma della democrazia liberale?”

Spazio ai preti sposati per superarare la crisi: in tre decenni il corpo sacerdotale si è ridotto a livello nazionale del 25% circa

in settimananews

Il prof. Franco Garelli, docente presso l’Università di Torino, ha tenuto questa relazione a Torreglia (Padova) in occasione del convegno del Centro di Orientamento Pastorale (COP). In essa egli riporta e confronta i dati aggiornati sulla presenza del clero nella nostra Penisola.

Qual è attualmente la consistenza numerica del clero diocesano in Italia? A che punto è il processo di invecchiamento e di riduzione del corpo sacerdotale? Come si presenta la distribuzione del clero sul territorio nazionale? Su questi temi, com’è cambiata la situazione nazionale negli ultimi decenni?

I dati su cui qui riflettiamo sono assai aggiornati, mi sono stati gentilmente forniti di recente dall’Istituto di sostentamento del clero (e al riguardo ringrazio vivamente il dott. Malizia che lo dirige), e ci permettono di delineare l’evoluzione della situazione degli ultimi 30 anni, dal 1990 sino ad oggi (2019), di quinquennio in quinquennio.

Età del clero e processo di invecchiamento

A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani; circa un prete ogni 1.900 abitanti circa; mentre 30 anni or sono (nel 1990) il clero diocesano era composto da oltre 38.000 unità. In tre decenni, dunque, il corpo sacerdotale si è ridotto a livello nazionale del 16% circa.

Ma la riduzione (come ben sappiamo) è ancora più accentuata se si tiene conto del forte processo di invecchiamento del clero che si è registrato negli ultimi decenni. Se, per convenzione, consideriamo non più attivi (o non più impegnabili in un ruolo pastorale ordinario) i preti con più di 80 anni, emerge nel tempo uno scenario ancora più critico. Confrontando i preti di oggi con i preti di ieri con meno di 80 anni, la riduzione del corpo sacerdotale risulta del 25%. I preti con oltre 80 anni erano il 4.3% del clero del 1990, mentre sono il 16.5% del clero del 2019. Se invece operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni, la riduzione dell’insieme del clero diocesano in Italia risulta – negli ultimi 30 anni – del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22.1% del clero del 1990, mentre sono il 36% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero non è comunque un fenomeno recente o ascrivibile agli ultimi 30 anni. È iniziato alcuni decenni prima, a seguito della diminuzione dei nuovi ingressi o del calo delle vocazioni; manifestandosi in particolare (in modo un po’ beffardo) proprio nel periodo successivo al concilio Vaticano II (e continuando negli anni della contestazione studentesca e delle lotte operaie), quando in molte diocesi italiane erano stati ampliati i seminari o se ne erano costruiti dei nuovi, ipotizzando in base ai trend precedenti un notevole incremento delle vocazioni.

È ciò che emerge operando un confronto tra la quota del clero “giovane” (con meno di 40 anni) sul totale del clero, riscontrabile nel 1990 e nel 2019. I preti con meno di 40 anni erano il 14% del clero del 1990; mentre rappresentano non più del 10% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero diocesano italiano emerge anche da un’altra prospettiva, quella che registra la crescita dell’età media del clero negli anni considerati. Essa era di 57 anni nel 1990, di 59 anni nel 2000, di quasi 60 anni nel 2010, ed è di oltre i 61 anni nel 2019. Mediamente, dunque, si è di fronte ad un clero in età da pensione o sulla soglia della pensione, se applichiamo a questa categoria sociale i criteri che valgono per la maggior parte dei lavoratori non solo nel nostro paese.

Sulla base di questi primi dati viene spontaneo porsi alcuni interrogativi circa le ripercussioni negli ambienti ecclesiali e nelle prospettive pastorali della Chiesa italiana d’una condizione clericale fortemente segnata dal processo di invecchiamento. Quanto pesa, negli equilibri e nelle dinamiche ecclesiali, la presenza di un clero che di anno in anno (o di quinquennio in quinquennio) diventa sempre più anziano? Quanto pesa, nelle scelte della Chiesa, nella capacità di rinnovamento, nelle sue chances comunicative, il fatto che oggi 1/3 del clero ha più di 70 anni, oltre 1/5 ha più di 80 anni, e soltanto il 10% ha meno di 40 anni?

consistenza numerica del clero diocesano in Italia

Distribuzione per fascia di età. Confronto tra la popolazione italiana e il clero diocesano.
Fonte: Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero. Dati: 1990 – 2019.

La distribuzione territoriale

Al di là della questione dell’età, come è distribuito il clero a livello territoriale? E che movimenti si registrano a questo livello negli ultimi 30 anni?

Diciamo subito che, dal punto di vista numerico, la presenza del clero sembra ben distribuita nelle 3 grandi macro-aree in cui si divide convenzionalmente il paese (Nord, Centro, Sud).

– Il 45% del clero appartiene alla Regione ecclesiastica del Nord, che comprende le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e Valle d’Aosta, della Lombardia, della Liguria, del Triveneto e dell’Emilia-Romagna.

– In parallelo, il 20,67% del clero in Italia è presente nelle Regioni ecclesiastiche del Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio).

– Infine, il 34,4% del clero vive e opera invece nella macro Regione ecclesiastica del Sud e delle Isole, che comprende le diocesi della Campania, Abruzzo e Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna).

Le cifre qui riportate (45% – 20.67% – 34.4%) indicano che il clero diocesano, dal punto di vista numerico, risulta attualmente distribuito in modo proporzionale all’entità della popolazione che risiede nelle tre macro-aree del Paese, per cui, in questa prospettiva, si può affermare di essere di fronte ad una ripartizione sufficientemente “armonica” o equilibrata del clero sul territorio nazionale.

Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa, ad esempio, il numero dei preti nel Nord era in proporzione più elevato di quello attuale, mentre, al contrario, i preti presenti nel Sud erano meno numerosi. La quota dei sacerdoti nel Centro Italia, invece, risulta stabile nel tempo. Il che significa che, nell’arco di tre decenni, la presenza del clero nel Nord si è ridotta sensibilmente di più di quanto sia avvenuto per la presenza dei preti al Sud; e ancora, che il clero italiano risulta attualmente un po’ più meridionale di quanto fosse 30 anni fa; o che la Chiesa italiana (nella sua componente ministeriale) appare un po’ più meridionalizzata rispetto ad alcuni decenni or sono.

In altri termini, la riduzione delle vocazioni e il processo di invecchiamento del clero hanno agito in questo periodo più al Nord che al Sud; sono dei fenomeni che hanno interessato (o di cui hanno sofferto) più le Regioni ecclesiastiche del Nord che quelle del Sud; mentre il Centro sembra aver subito nel complesso minori variazioni.

Detto in modo diverso, questo maggior vantaggio del Sud rispetto al Nord Italia (in termini di presenza numerica del clero) sembra in parte dovuto al fatto che, negli ultimi 30 anni, il clero del Sud è rimasto tendenzialmente stabile (o è leggermente cresciuto), mentre quello del Nord è fortemente diminuito; e quello presente nelle Regioni del Centro Italia ha avuto un andamento intermedio: è diminuito, ma in modo meno marcato rispetto a quel che è avvenuto nella macro-area del Nord.

In particolare, dal 1990 ad oggi, il clero del Nord si è ridotto del 27% circa, quello del Centro si è ridimensionato del 12% circa, mentre il clero del Sud ha avuto un incremento del 3.5% dei suoi effettivi.

Non è agevole comprendere il significato di queste tendenze, valutare se esse rappresentino un fattore positivo o critico per lo sviluppo della Chiesa e del cattolicesimo in Italia. Certo si tratta di indicazioni che gli addetti ai lavori (gli studiosi dei fenomeni religiosi nazionali e gli operatori del sacro) associano immediatamente ad altri scenari.

La presenza di un maggior clero al Sud può, almeno in parte, spiegare anzitutto la maggior tenuta della pratica religiosa nelle Regioni del Sud e delle Isole rispetto al resto del paese; e anche il maggior rilievo riconosciuto/esercitato dalla Chiesa (e dalle sue istituzioni) nelle Regioni meridionali e insulari che nel resto d’Italia. In termini più generali, questi dati sembrerebbero confermare l’idea che, negli ultimi decenni, il paese ha conosciuto un processo di secolarizzazione caratterizzato da un’intensità diversa, da una doppia velocità: più forte e pronunciato nelle regioni del Nord e del Centro Italia, e più dolce e attenuato nelle regioni meridionali e insulari.

Tuttavia, è noto che la Chiesa e il cattolicesimo del Sud Italia presentano dei tratti troppo particolari per essere presi come punto di riferimento delle vicende religiose nazionali e delle sfide che attendono la fede nel futuro.

Da un lato, il Sud è la macro-area del paese in cui più si addensano le diocesi di piccole dimensioni (sotto i 200 mila abitanti), che operano in genere in contesti socialmente omogenei e nei quali la Chiesa mantiene ancora un ruolo sociale e pubblico di tutto rilievo.

Dall’altro lato, in linea con quanto appena detto, proprio nel Meridione d’Italia e nelle Isole appare particolarmente diffusa quella religiosità popolare (anche di matrice istituzionale ed ecclesiale) che contribuisce a mantenere più elevati i tassi di religiosità rispetto a quel che si riscontra nelle altre macro-aree del paese. Di qui l’ipotesi che risulti prevalente nelle regioni del Sud una forma di Chiesa e di cattolicesimo più in linea con la tradizione, meno abituato e attrezzato a confrontarsi con le dinamiche della modernità avanzata.

Differenze tra le varie Regioni ecclesiastiche

A fronte di queste tendenze di fondo circa l’entità del clero negli ultimi 30 anni, si registrano sensibili differenze interne alle varie Regioni ecclesiastiche che compongono le 3 macro-aree del paese.

consistenza numerica del clero diocesano in Italia

Variazione % numero sacerdoti per regione ecclesiastica: periodo 1990-2019 – Media nazionale: -16%
Fonte: Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero. Dati: 1990 – 2019.

Nel Nord, la situazione più critica è quella del Nord-Ovest, all’interno del quale le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e della Liguria hanno visto ridursi di 1/3 il proprio personale religioso (maglia nera il Piemonte, con -35%). In parallelo, la contrazione del clero diocesano negli ultimi 30 anni è stata rilevante anche in Emilia-Romagna (- 29%) e nelle diocesi del Triveneto (- 28%), pur essendo contesti di lunga cultura cattolica; mentre la Regione ecclesiastica della Lombardia è stata quella che, nel periodo, si è difesa maggiormente, pur registrando un calo di oltre il 18% dell’insieme del suo clero.

Il Centro, invece, è la macro-area che presenta il maggior contrasto circa l’andamento del clero negli ultimi 30 anni. Ma si tratta di un contrasto dovuto soltanto alla particolare situazione della Regione ecclesiastica del Lazio, che è l’unica Regione dell’Italia centrale in cui il clero è cresciuto negli ultimi decenni (+ 10,8%); a fronte invece di una sensibile diminuzione nel periodo considerato del clero diocesano sia in Toscana (- 25%), sia nelle Marche (- 27%), sia ancora in Umbria (- 16%).

Ovviamente, l’eccezione del Lazio è da mettere in relazione con la particolare situazione della diocesi di Roma che, da sempre, ma particolarmente negli ultimi decenni, ha accolto la presenza di molti sacerdoti che operano negli uffici centrali della Chiesa italiana o della curia romana; oltre al fatto che le diocesi della Regione ecclesiastica del Lazio sono quelle che in assoluto più usufruiscono della presenza di preti stranieri inseriti stabilmente nel servizio pastorale.

Il Sud e le isole rappresentano (come s’è accennato) l’unica macro-area ecclesiastica con un saldo attivo del clero diocesano negli ultimi 30 anni, un risultato curioso e interessante dovuto comunque ad alcune differenze interne: in 4 Regioni ecclesiastiche (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) il clero diocesano è aumentato negli ultimi 30 anni in media dal 7 al 12% circa; mentre nelle Isole (Sicilia e Sardegna) e in Abruzzo-Molise il clero diocesano è leggermente diminuito nel tempo considerato.

Ovviamente, le Regioni ecclesiastiche il cui la presenza del clero è aumentata negli ultimi decenni sono anche quelle che oggi hanno un’età media del clero meno elevata. Sembra questo un ulteriore fattore di vantaggio che caratterizza le diocesi del Sud (e della situazione del Lazio) rispetto al resto del paese, che avvertono dunque di meno la crisi delle vocazioni e possono contare su una quota giovane di clero che rende più dinamico e fiducioso tutto l’ambiente.

consistenza numerica del clero diocesano in Italia

Età media del clero diocesano italiano per regione ecclesiastica. Dati 2019.
Fonte: Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero. Dati: 1990 – 2019.

In ricordo di Sandro Vesce prete sposato

In memoria di Sandro Vesce

da Adista

E’ morto sabato  17 agosto all’età di 81 anni Sandro Vesce. Da tempo ammalato, aveva deciso di rifiutare ulteriori interventi farmacologici e attendere serenamente e coscientemente la propria fine.     

Sandro Vesce era una figura molto nota e importante per la città. Anche se era nato a Bologna Modena era la sua città, la conosceva bene e l’ha molto amata. Ne ricercava anche gli aspetti più curiosi e nascosti e ce ne ha lasciato testimonianza in diversi scritti. Basta ricordare il suo recente libro “Le meraviglie di Modena” (Artestampa, 2015), guida affettuosa, disincantata e originale.

La sua biografia è ricca e la sua vita si è intrecciata con tante esperienze e incontri con persone diverse. Era già adulto quando, terminati gli studi universitari e svolto il servizio militare come soldato semplice (lui, figlio di un generale dei carabinieri), decise di abbracciare la fede cristiana e diventare prete nel 1967. In seguito frequentò l’Università Gregoriana a Roma. Molti ricordano il suo impegno pastorale come assistente della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), associazione allora molto presente nel dibattito sul rinnovamento della Chiesa, sulla spinta del Concilio. Poi ancora scelte importanti: si inserisce nell’azione pastorale della parrocchia del Villaggio Artigiano e contribuisce alla realizzazione di un rinnovamento profondo della gestione tradizionale.

Nel contesto sociale e politico ed ecclesiale di quel tempo (primi anni ‘70) molti contrasti si radicalizzavano, in campo cattolico sorsero numerose comunità di base spesso in contestazione con la gerarchia e anche i responsabili del nuovo corso della parrocchia del Villaggio Artigiano lasciarono il loro incarico e dettero vita a una Comunità di Base, che vive tuttora. In questo periodo Vesce scrive per Feltrinelli (1976) un libro importante e conosciuto in tutta Italia, in cui si disegnano le linee di un nuovo paradigma per le comunità cristiane. Il titolo è tutto un programma: “Per un cristianesimo non religioso”.

E’ la stagione anche dei preti operai, una diversa modalità di testimoniare la propria fede condividendo la vita concreta della gente. E anche Sandro Vesce fa questa scelta, lavorando come operaio per ben 9 anni alla Carrozzeria Autodromo di Modena, dal 1970 al 1979. Contemporaneamente continua la sua partecipazione alla comunità di base, anche se non più come prete, ministero al quale rinuncia nel 1976.  E’ rimasto in continuo dialogo con la chiesa di Modena e i suoi vescovi, in particolare con don Erio Castellucci.

Sandro si è sposato con Caterina e ha fatto da padre e da guida a suo figlio Francesco Tosatti. Intanto studia: diventa psicologo e psicoterapeuta e con questo ruolo svolge la sua professione fino all’ultimo.

Ma la sua impronta nella città è molto più vasta: ricordiamo solo la sua passione per le arti figurative contemporanee, i suoi rapporti di amicizia con molti artisti modenesi, il suo ruolo di animatore di eventi culturali. Molti altri sono gli aspetti di una personalità così ricca come quella di Sandro Vesce. Speriamo di poter ascoltare queste voci collettivamente, in una prossima occasione.

Noi oggi ripensiamo a lui con grande affetto e riconoscenza, ne ricordiamo la mitezza, l’ironia e l’autoironia, la profonda cultura, l’intelligenza viva e libera  da ogni conformismo, la bella testimonianza di fede.

Tempi cambiati nella Chiesa. Spazio a preti sposati. Il coraggio di cambiare

Papa Roncalli. Il Papa Buono, dall’alto della sua grande saggezza “contadina”, capii che i tempi erano cambiati e che la Chiesa, essendo un popolo in cammino nella Storia, doveva avere il coraggio anch’essa di cambiare. Per questa ragione ebbe il coraggio di indire il Concilio Vaticano II. La morte del Pontefice, secondo me, impedì al Concilio di essere ancora più rivoluzionario (dottrina meno sessuofoba, sacerdozio femminile, possibilità per i preti di sposarsi, etc) di quello che pure, comunque e nonostante tutto, è stato. (Vincezo Vespri in nextquotidiano.it)