Carenza di preti? Verso i preti sposati. Il vescovo di Ascoli celebra per loro e il Papa apre uno spiraglio

L’attuale momento di riflessione che il Papa riformatore e la realtà propongono alla Chiesa su temi come il celibato sacerdotale e l’abbattimento delle “dogane pastorali” che si rivelano ormai per quello che sono: l’arroccamento di un potere anche economico che poco ha a che vedere con il Vangelo.
Roma, (informazione.it – comunicati stampa – varie) Monsignor D’Ercole ha celebrato qualche settimana fa al raduno dei preti sposati, una prima volta in Italia, una novità che segna anche un loro cambiamento di atteggiamento perché in precedenza nei loro raduni la messa se la dicevano da soli, anche se non avrebbero potuto, almeno stando alle rigide norme canoniche (che vanno ripensate, se la Chiesa vuole essere in uscita, come domanda Francesco).

Salvatore Izzo su Agi scrive:
Un’apertura, ma le resistenze sono enormi

E’ difficile prevedere come potrà evolversi la situazione ora. Purtroppo ci sono molte resistenze, ma ce ne erano e permangono anche per l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati che stiano facendo un serio cammino di fede e riconciliazione. I vescovi irlandesi hanno maturato una proposta (che non osano ancora formalizzare alla Santa Sede) per riammettere i preti sposati a forme ministeriali, mentre in Brasile, da decenni, si discute della possibilità di ordinare i “viri probati” per rispondere alle esigenze delle comunità prive di un prete.

E il Papa ha promesso a un vescovo locale di riflettere su tale richiesta. In territori come l’Amazzonia e il Chiapas, nei quali le comunità cristiane sono visitate dai sacerdoti solo alcune volte all’anno, si vorrebbero infatti “ordinare alcuni dei leader laici che guidano le comunità”. Secondo monsignor Antonio José de Almeida, professore presso la Pontificia Università Cattolica del Paranà e dottore in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, sarebbe “la decisione più giusta, perché l’obiettivo è dotare una precisa comunità di un presbitero proprio, a partire da ciò che già esiste in quella comunità. Garantendo il rapporto ministro-comunità.

Non è un estraneo che viene da fuori, ma dall’interno. Non c’è bisogno di inserirlo, ‘inculturarlo’, poiché fa già parte della comunità e della sua storia, ha il suo viso, il suo modo di essere”. Monsignor José si occupa del tema dei ministeri nella Chiesa a servizio della vita e della missione delle comunità, e conosce da vicino molte esperienze di ministeri non ordinati in America Latina.

Continua intanto – come abbiamo visto nel post precedente – l’avanzata dei diaconi sposati nella Chiesa Cattolica del post concilio, alla quale diede forte impulso monsignor Samuel Ruiz sulla cui tomba ha pregato l’anno scorso Francesco. Samuel Ruiz ha portato avanti una pastorale coraggiosa, figlia del Concilio, ma figlia anche degli insegnamenti degli indigeni.

Le aperture dell’Amoris laetitia sul tema dei preti sposati sell’esempio orientale
“Nelle risposte alle consultazioni inviate a tutto il mondo, si è rilevato che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie. Può essere utile in tal senso anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati”, scrive Papa Francesco nel documento “Amoris laetitia” che tira le fila del dibattito dei due Sinodi sulla famiglia aprendo alla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti.

Nel testo, Francesco esalta infatti una tradizione che è già presente nella Chiesa Cattolica: anche in Italia ci sono due diocesi di rito bizantino con preti sposati. Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia. Ma questo clero – al quale se ne potrebbe aggiungere uno più numeroso che chiede di entrare nel nostro Paese a seguito degli immigrati cattolici ucraini e romeni – ad oggi è solo tollerato dai vescovi dei paesi occidentali. Invece, sulla falsariga di quanto concesso da Benedetto XVI agli anglo-cattolici si potrebbe immaginare un loro inserimento “parallelo” nella pastorale delle nostre diocesi.

Francesco nell’”Amoris laetitià non si esprime in modo netto su questo tema ma spiega che la chiamata di Gesù al celibato non riguarda tutti quanti debbano servire nella Chiesa ma solo alcuni. E la formulazione di San Paolo circa la perfezione della verginità “era un’opinione personale e un suo desiderio e non una richiesta di Cristo” tanto che l’Apostolo delle genti volle precisare:

“Non ho alcun comando dal Signore” e, scrive Francesco, “nello stesso tempo, riconosceva il valore delle diverse chiamate: ‘Ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro”. “In questo senso – chiosa il Papa – San Giovanni Paolo II ha affermato che i testi biblici “non forniscono motivo per sostenere né l’inferiorità del matrimonio, nè la ‘superiorità della verginità o del celibato a motivo dell’astinenza sessuale. Più che parlare della superiorità della verginità sotto ogni profilo, sembra appropriato mostrare che i diversi stati di vita sono complementari, in modo tale che uno può essere più perfetto per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista”.

Francesco cita anche Alessandro di Hales che, per esempio, affermava che in un senso il matrimonio può considerarsi superiore agli altri sacramenti: perché simboleggia qualcosa di così grande come ‘l’unione di Cristo con la Chiesa o l’unione della natura divina con quella umana’”. Pertanto, conclude il Papa, “non si tratta di sminuire il valore del matrimonio a vantaggio della continenza” e “non vi è invece alcuna base per una supposta contrapposizione. Se, stando a una certa tradizione teologica, si parla dello stato di perfezione (status perfectionis), lo si fa non a motivo della continenza stessa, ma riguardo all’insieme della vita fondata sui consigli evangelici”. Insomma “una persona sposata può vivere la carità in altissimo grado. Dunque perviene a quella perfezione che scaturisce dalla carità, mediante la fedeltà allo spirito di quei consigli. Tale perfezione è possibile e accessibile ad ogni uomo”.

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Preti sposati / Siamo al colmo. Apologetica tradizionalista cattolica fa parlare male dei preti sposati un prete sposato

La notizia è in uccronline.it, che a proposito del celibato riporta dichiarazioni schok di Richard Cipolla (prete sposato) sui preti sposati (ndr)

Perché la Chiesa continua a richiedere ai sacerdoti di praticare il celibato sacerdotale? Una risposta semplice è arrivata da padre Gary Selin, professore al St. John Vianney Theological Seminary di Denver.

Nel suo libro, “Priestly Celibacy: Theological Foundations” (CUA Press 2016), ne ha presentato i fondamenti biblici, spiegando che la scelta nasce direttamente da Gesù Cristo, il quale era «povero, casto e obbediente alla volontà del Padre. Allo stesso modo, il sacerdote cerca di imitare Gesù in questi modi, attraverso il suo ministero sacerdotale e con la sua stessa vita». La cosa più importante da far capire, tuttavia, è che «per permettere al sacerdote di compiere la sua missione, lo Spirito Santo dà a lui doni particolari, o carismi, tra i quali c’è appunto il celibato sacerdotale. Visto in questa luce, il celibato è un dono per la Chiesa che deve essere protetto e amato». Non un onere, come alcuni credono.

Lo stesso San Paolo parla di questo: «Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie. Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni» (1 Cor 7, 32-33).

Oltre all’imitazione e all’obbedienza verso la scelta di vita di Gesù, dunque, il celibato sacerdotale «permette al sacerdote di essere unito, con cuore indiviso, a Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote. Questo dono dell’intimità divina è il primo frutto del celibato. Di conseguenza, il sacerdote è maggiormente in grado di donare se stesso in una vita di servizio alla Chiesa attraverso la carità pastorale». A dirlo è anche l’esperienza concreta, lo testimonia don Andrea Giordano della diocesi di Biella: rimasto vedovo della moglie, con tre figli, ha chiesto e ottenuto il permesso di entrare in seminario diventando sacerdote dopo 12 anni. E’ contrario all’apertura della Chiesa ai preti sposati: «Non si può, la vita di un sacerdote deve essere libera da impegni che possano diventare un ostacolo al servizio quotidiano come seguire una parrocchia. Io stesso non posso farlo».

Il celibato non è comunque un dogma e Papa Francesco ha dichiarato«la Chiesa cattolica ha preti sposati, nei riti orientali. Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita, che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Prima di diventare Papa, si espresse più direttamente: «io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

pro del celibato sacerdotale sono confermati da Richard Cipolla, vicario della parrocchia di St Mary in Norwalk (Connetticut), un ex prete anglicano convertitosi al cattolicesimo e, per concessione di Giovanni Paolo II, rimasto sacerdote nonostante moglie e due figli. «Non riesco ad essere un padre normale»ha dichiarato«Nonostante la mia situazione, che è simile ad altri preti sposati entrati nella Chiesa cattolica a partire dagli anni ’80, io sono un forte sostenitore del celibato sacerdotale. Il cuore del sacerdozio cattolico è il sacrificio ed il celibato, imitando Cristo, rende libero il prete di offrirsi completamente alla Chiesa e al suo gregge». Il grande rischio, infatti, è quello di essere pessimi mariti, pessimi padri e pessimi preti.

Ciò che a volte manda in crisi non è affatto il celibato, piuttosto la solitudine e la mancanza di una profonda amicizia spirituale con altri sacerdoti. Una buona idea per risolvere questa situazione riteniamo sia applicare alla realtà parrocchiale delle città il modello della fiorenteFraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo che, tra le sue regole, applica la vita comune. Vivendo assieme tra sacerdoti, confrontandosi quotidianamente nell’amicizia, ha spiegato il fondatore, il vescovo Massimo Camisasca«possiamo parlare di prove, cioè di momenti difficili in cui Dio ci chiede di riscoprire le ragioni per cui siamo sulla strada in cui Lui ci ha messo, di riandare al tempo dell’innamoramento, di ricordare le cose grandi che Lui ha fatto con noi e per noi, di fidarci di Lui seguendolo e accettando anche i momenti in cui le nubi sembrano oscurare completamente il cielo, ma non sarà sempre così perché il sole ritorna a dirci che il diluvio è terminato». Perché non estendere questa regola a tutti i sacerdoti?

 

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Più battezzati, meno preti. Ora siano riammessi i preti sposati

Più battezzati, meno preti; declino in Europa, crescita in Africa. Si conferma la crisi delle vocazioni. Sono alcuni tratti della ‘fotografia’ della presenza dei cattolici nel mondo così come risulta dall’Annuario Pontificio 2017 e l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2015, redatto dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, e diffuso oggi in Vaticano.

Il numero di cattolici battezzati è cresciuto a livello planetario, passando da 1.272 milioni nel 2014 a 1.285 milioni nel 2015, con un incremento dell’1% e attestandosi al 17,7% della popolazione totale. Rispetto al 2010 la crescita è stata pari al 7,4%.

La dinamica di tale incremento risulta diversa da continente a continente: mentre, infatti, in Africa si registra un aumento del 19,4%, in Europa invece si registra un calo (nel 2015 i cattolici ammontano a quasi 286 milioni, 1,3 milioni in meno rispetto al 2014).

«Tale stasi – spiega il Vaticano – è da imputare alla ben nota situazione demografica». Situazioni intermedie tra le due sopra descritte sono quelle registrate in America ed in Asia, dove la crescita dei cattolici è rispettivamente del +6,7% e del +9,1%), in linea con lo sviluppo demografico di questi due continenti. Stazionarietà, su valori assoluti ovviamente inferiori, anche per quanto riguarda l’Oceania.

I dieci Paesi con il maggior numero di battezzati sono Brasile, Messico, Filippine, Usa, Italia, Francia, Colombia, Spagna, Repubblica Democratica del Congo e Argentina.

Il numero di vescovi è aumentato nell’ultimo quinquennio del 3,9%. In calo invece nel 2015, rispetto al 2014, il numero dei sacerdoti, «invertendo così il trend crescente che ha caratterizzato gli anni dal 2000 al 2014». La diminuzione tra il 2014 e il 2015 è di 136 unità ed interessa in particolare il continente europeo (-2.502 unità).

I religiosi professi non sacerdoti registrano una contrazione a livello planetario: se ne contavano 54.665 unità nel 2010 e sono diventati 54.229 nel 2015.

Le suore costituiscono ancora una popolazione di una certa consistenza ma sono in costante calo: a livello globale passano da 721.935 unità, nel 2010, a 670.320 nel 2015, con una flessione del 7,1%.

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Commento alle parole del Vescovo D’Ercole sui preti sposati

Avevamo osservato con attento silenzio, da queste colonne, l’annuncio dato da alcune agenzie di stampa della partecipazione di monsignor Giovanni D’Ercole al convegno dei “preti sposati” promosso a Roma, nello scorso finesettimana, dall’associazione Vocatio. Oggi raccogliamo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso prelato tramite le sue pagine social, accompagnandole appena con qualche considerazione. Il celibato è legge ecclesiastica ma non facoltativa

Sul piano giornalistico, la notizia suonerebbe più o meno così: “La Chiesa cattolica pronta all’abolizione del celibato dei preti: un Vescovo celebra per la prima volta la Santa Messa all’apertura di un convegno di preti spostati che vogliono riformare la Chiesa latina”.

“Preti sposati per una Chiesa in cammino” è il titolo della tre giorni che l’Associazione “Vocatio” dedica – come ogni anno – intorno al tema del celibato dei sacerdoti della Chiesa Cattolica romana (24-26 Marzo 2017).

Nata negli anni subito successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II, “Vocatio” si pone come obiettivo statutario quello di superare l’obbligo del celibato per i preti cattolici.

Il Vescovo in oggetto è niente meno che Mons. Giovanni d’Ercole, Diocesi di Ascoli, che – a quanto si legge sul sito degli organizzatori dell’evento – “ha accolto il nostro invito nello spirito di dialogo e di fraternità iniziato da papa Francesco”.

“Un prete sposato – spiega l’Associazione in questione – è allontanato dal suo ministero e deve ricominciare da capo la sua vita, cercando casa e lavoro, bandito dalle comunità ecclesiali o a malapena tollerato ai suoi margini. La chiesa perde un enorme potenziale di fede e di aiuto alle sue comunità. Ma qualcosa sta cambiando e i preti sposati per primi hanno preso coscienza del fatto che la loro scelta è positiva, conforme alla Sacra Scrittura e alla tradizione della chiesa cattolica. Il matrimonio è inoltre uno dei diritti fondamentali dell’uomo e nessuno, per nessun motivo, può impedirne l’esercizio. È iniziato un cammino di rinnovamento per proporre una nuova immagine di prete il quale, sposandosi, cerca solamente di realizzare la sua vocazione di uomo e di appagare il bisogno di amore che sente, dono di Dio all’umanità, per essere più sereno e maturo nella sua affettività, mostrando che il matrimonio non è assolutamente in contrasto con il servizio alla comunità”.

La presenza di Mons. D’Ercole è confermata dallo stesso presule sulla sua pagina Facebook: “Ieri sera ho celebrato la santa messa a Roma nell’incontro di preti sposati che riflettono su come potersi mettersi al servizio della Chiesa. E’ l’avvio di un dialogo informale che da parte mia è stato ascolto e preghiera. Certamente occorre tanta pazienza e buona volontà. Ci sono sacerdoti che per varie ragioni lasciano il ministero. Alcuni li condannano a prescindere, altri ritengono che hanno fatto la scelta migliore, altri e tra questi anche il sottoscritto, si fermano a dialogare e a cercare insieme per capire cosa il Signore chieda alla Chiesa in questo nostro tempo di grande cambiamento. Un dato è certo: ci sono tanti fratelli sacerdoti, giovani e anziani, che scelgono a un certo punto di lasciare il ministero e si avviano per altri sentieri, ma molti di loro desiderano ardentemente continuare a servire il vangelo e al Chiesa. Che fare? Mi hanno invitato e sono andato e sono contento di averli ascoltati e di aver pregato con loro”.

Grandi le aspettative di “Vocatio”, sulla scorta della visita che Papa Francesco ha fatto durante l’ultimo appuntamento nell’ambito dei “Venerdì della Misericordia” a sette famiglie, tutte formate da giovani che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio (11 Novembre 2016).

Quindi, per riassumere, giornalisticamente parlando, sdoganamento di Papa Francesco all’abolizione del celibato dei preti nella Chiesa latina di Roma.

Gira e rigira, alla fine, la colpa sta sempre in capo a Papa Francesco, questo strano “rivoluzionario” della Traditio ad ogni costo.

O per scelta o per necessità.

Ogni anno in Italia – secondo molte stime di associazioni cattoliche – dove i sacerdoti diocesani sono circa trentaduemila e i religiosi circa la metà, il numero di coloro che chiedono la dispensa dal ministero (per sposarsi o perché non si sentono più in grado di servire la Chiesa da pastori) si aggira sulle quaranta unità. Molti altri poi ottengono periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Per quanto riguarda il mondo intero, dove i sacerdoti, diocesani e religiosi, sono poco meno di 416 mila, non esistono statistiche precise sugli abbandoni, ma alcune stime parlano di poco più di mille sacerdoti che ogni anno lasciano il ministero, con una prevalenza (60 per cento contro il 40 per cento) dei diocesani sui religiosi. Le cause degli abbandoni sono estremamente varie. La maggior parte delle richieste di dispensa è dovuta a instabilità affettiva, ma non mancano le crisi di fede, la conflittualità con i superiori, la difficoltà di accettare il magistero. E poi ci sono le depressioni e i problemi caratteriali. In media l’abbandono avviene dopo tredici anni di ministero e l’età più critica è attorno ai cinquant’anni. Nel cinquanta per cento circa dei casi i preti che chiedono la dispensa sono già sposati civilmente. Il 14,5% è in situazione di convivenza. Piuttosto diffuso è il caso di ex sacerdoti accolti dai vescovi per ricoprire incarichi ecclesiali, insegnare religione o lavorare in istituzioni collegate all’autorità ecclesiastica. Né mancano casi di ex-sacerdoti che si occupano della formazione dei giovani e, per quanto possa sembrare un po’ paradossale, della formazione permanente del clero. Nel mondo c’è poi il fenomeno dei preti che, dopo aver abbandonato ed essersi sposati, avvertono il desiderio di tornare al sacerdozio. Poiché la Chiesa cattolica, vincolata alla disciplina sul celibato, non li può riaccogliere in quanto sacerdoti, non pochi si rivolgono alle comunità protestanti o alle sette di ispirazione cristiana. È bene ricordare che nella Chiesa cattolica esistono uomini sposati, lecitamente ordinati, che esercitano il ministero sacerdotale: sono i preti di rito orientale cattolico. Una situazione confermata dal Concilio Vaticano II. Ma ci sono preti sposati anche nella Chiesa cattolica di rito latino: sono i ministri passati alla Chiesa cattolica provenendo dall’anglicanesimo o da altre Chiese e gruppi cristiani. Insomma, di fronte alla crisi di vocazioni da una parte e dall’altra dall’aumentare dei preti che decidono di “togliersi la tonaca”, per la sopravivenza della Chiesa cattolica meglio agire con un bel taglio netto alla radice. Insomma, tutti gli indizi sopra evidenziati testimonierebbero a vantaggio di una rivoluzione imminente all’interno della Chiesa cattolica romana.

Siccome ho una smaccata pruderia per i titoloni giornalistici, ho imparato che ad accarezzare il pelo di ciò che appare, spesso si incappa in errori madornali.

Con buona pace dei (tanti e troppi) detrattori pregiudiziali del Vicario di Cristo pro tempore – Papa Francesco – ho imparato ad usare la ragione e il giudizio critico. Nella prima intervista con un giornale tedesco , il “Die Zeit”, Papa Francesco non più di qualche settimana fa’ ribadiva di non aver intenzione di cambiare la disciplina ecclesiastica del celibato sacerdotale in vigore da lunghi secoli nella Chiesa cattolica di rito latino. Francesco ha riconosciuto che “la vocazione dei preti rappresenta un problema enorme” e la Chiesa dovrà risolverlo, ma il celibato libero non è una soluzione, né lo è aprire le porte dei seminari a persone che non hanno un’autentica vocazione. Non è permettendo ai futuri preti o a chi è già prete di sposarsi che si risolve il problema della crisi di vocazioni. “Il Signore ci ha detto: pregate. È questo che manca, la preghiera. E manca il lavoro con i giovani che cercano orientamento”. Un lavoro “difficile” ma “necessario” perché “i giovani lo chiedono”. Che l’abolizione dell’impegno celibatario per chi diventa prete non fosse tra i programmi o i desideri del Papa argentino, non è mai stato un mistero. Lo aveva detto pubblicamente prima dell’elezione. “Per il momento – aveva affermato l’allora cardinale Bergoglio dialogando con il rabbino Skorka – io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori. La tradizione ha un peso e una validità. I ministri cattolici scelsero gradualmente il celibato. Fino al 1100 c’era chi lo sceglieva e chi no: è una questione di disciplina e non di fede. Si può cambiare. Personalmente a me non è mai passata per la testa l’idea di sposarmi”. Da Papa lo ha ripetuto più volte, spiegando che il celibato “non è un dogma” ma “è un dono”. Un dono ancora prezioso.

Non sono un teologo. Sono un semplice povero convertito alla Chiesa Romana Apostolica per Grazia e non per merito.

E ho imparato in questi pochi anni di Grazia a distinguere due piani: il dato umano e l’appartenenza, cioè la fedeltà.

Il dato umano. Provo compassione e tenerezza per lo stigma che ancora oggi accompagna troppo spesso i sacerdoti che mille ragioni – che non tocca a me giudicare – chiedono di essere dispensati dal sacramento ministeriale: “spretati”. Improvvisamente queste persone diventano dei paria nelle nostre piccole comunità. Si portano dietro come un’ancora pesante lo stigma. Spesso sono costretti a cambiare paese, cercarsi un lavoro, affrontare le difficoltà della quotidiana vita con una sorta di handicap in più. “

Qualcuno ha interpretato questa mia presenza caricandola forse di un significato che va oltre le nostre intenzioni- ha detto Mons. D’Ercole nell’Omelia al convegno dei preti sposati- , mentre molti mi hanno manifestato la loro simpatia, segno che esiste reale attenzione verso di voi, fra i vescovi, i sacerdoti e nelle nostre comunità, anche se non si può impedire che qualcuno fatichi ad accettare l’idea che un presbitero lasci il ministero. E su questo tema, personale ed ecclesiale, si apre ormai una riflessione, che chiede un dialogo non superficiale, ed esige paziente saggezza umana, illuminata dalla luce dello Spirito Santo. Cari fratelli, voi non siete un problema nella Chiesa ma una risorsa, ma se anche foste un problema, occorre che diventiate un’opportunità (…) Quante sono le aspirazioni che animano la vostra coscienza e quali desideri ardono nel vostro cuore! Non tocca certamente a me dare risposte e non sarei nemmeno in grado di farlo. Sono però certo che un cammino si sta aprendo nelle nostre comunità, anche se non so dove ci condurrà. Dio scrive in prima persona i suoi progetti e li realizza attraverso uomini docili alla sua volontà. Pertanto mi sembra che questo sia il tempo dell’attesa e della preghiera fidando nella divina Provvidenza che non abbandona nessuno dei suoi figli; è l’ora dell’ascolto fraterno senza preconcetti né forzature. E’ il momento propizio per cercare di capirci, accettarci, riconciliarci, se necessario perdonarci, per stimarci e volerci bene. La mia visita, che ho voluto fosse nel contesto della celebrazione liturgica, questo intende dirvi, avvalorando il tutto con la preghiera, e prometto che continuerò a starvi accanto per ascoltarvi e condividere le vostre attese e sofferenze, aspirazioni e speranze. Permettete che ripeta insieme a voi un grido del salmo responsoriale che in momenti difficili e sofferti mi è di forte sostegno: ‘anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché, Signore, tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza’. Più lascio crescere nel mio intimo la fiducia in Dio, meno mi sento schiacciato dalle prove talvolta angoscianti e scoraggianti. Il Signore è veramente il buon Pastore e con lui nulla può mancarci! La fiducia in Lui è la nostra continua risorsa”.

L’appartenenza, cioè la fedeltà. Qui siamo su un altro piano. Un piano che non esclude, anzi, include il dato umano. Con la differenza che lo esalta in una luce più grande.

Come ricordava bene Papa Francesco, la Traditio della Chiesa cattolica romana non è un mero accadimento di fatti che si susseguono in maniera orizzontale. La Traditio è qualcosa di più grande: è la manifestazione della Presenza dello Spirito Santo nella Chiesa di Cristo, cioè la dimostrazione che la Chiesa non è né una democrazia né un costrutto inventato da uomini. Il cuore, il centro, l’anima della Chiesa è Cristo Trinitario. La tentazione modernista che da sempre accompagna la storia della Chiesa se ne farebbe un baffo della Traditio: ciò che conta è il Vangelo di Cristo. Il resto è solo la storia di peccatori che come a tentoni cercano di restare attaccati alla memoria di quei testi sacri. E siccome Gesù non ha mai parlato dell’obbligatorietà del celibato dei sacerdoti, il resto è solo una convenienza legata a contingenze storiche. Storiche, dunque, opinabili e modificabili.

Lascio tra parentesi le rivendicatio refomandorum dell’Associazione “Vocatio” semplicemente perché non la conosco e non mi pare questo il nodo.

Il celibato dei sacerdoti “è una questione di disciplina e non di fede. Il celibato non è un dogma, ma è un dono. Un dono ancora prezioso”.

Il senso della Traditio sta tutto in questa frase di Papa Francesco. “Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel decreto ‘Presbyterorum ordinis’, riconosceva che la scelta celibataria non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio”, si legge sempre sul sito dell’Associazione “Vocatio”. Peccato che la frase sia profondamente incompleta.

La ‘Presbyterorum ordinis’dedica un intero capitolo (il n. 16) al celibato.

“La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (Mt 19,12) nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo (Lumen Gentium, n. 42). Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato Il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine ‘non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio’ (Gv 1,13). Ora, con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo. In questo modo, pertanto, essi proclamano di fronte agli uomini di volersi dedicare esclusivamente alla missione di fidanzare i cristiani con lo sposo unico e di presentarli a Cristo come vergine casta evocando così quell’arcano sposalizio istituito da Dio, e che si manifesterà pienamente nel futuro per il quale la Chiesa ha come suo unico sposo Cristo. Essi inoltre diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio. Per questi motivi – fondati sul mistero di Cristo e della sua missione – il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella Chiesa latina a tutti coloro che si avviano a ricevere gli ordini sacri. Questo sacro Sinodo torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato, avendo piena certezza nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della nuova legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del sacerdozio di Cristo con il sacramento dell’ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza. Il sacro Sinodo esorta inoltre tutti i presbiteri, i quali hanno liberamente abbracciato il sacro celibato seguendo l’esempio di Cristo e confidando nella grazia di Dio, ad aderirvi generosamente e cordialmente e a perseverare fedelmente in questo stato, sapendo apprezzare il dono meraviglioso che il Padre ha loro concesso e che il Signore ha così esplicitamente esaltato e avendo anche presenti i grandi misteri che in esso sono rappresentati e realizzati. E al mondo di oggi, quanto più la perfetta continenza viene considerata impossibile da tante persone, con tanta maggiore umiltà e perseveranza debbono i presbiteri implorare assieme alla Chiesa la grazia della fedeltà che mai è negata a chi la chiede. Ricorrano allo stesso tempo ai mezzi soprannaturali e naturali che sono a disposizione di tutti. E soprattutto non trascurino quelle norme ascetiche che sono garantite dalla esperienza della Chiesa e che nelle circostanze odierne non sono meno necessarie. Questo sacro Sinodo prega perciò i sacerdoti – e non solo essi, ma anche tutti i fedeli – di avere a cuore il dono prezioso del celibato sacerdotale, e di supplicare tutti Iddio affinché lo conceda sempre abbondantemente alla sua Chiesa”.

Il predecessore di Papa Francesco, Benedetto XVI, non si allontanava di un millimetro. In “Introduzione a Ratzinger”, l’autore Dag Tessero riporta stralci di “Cantate al Signore un canto nuovo”, uno dei libri scritti dall’allora cardinale-teologo tedesco: “Il sacerdozio richiede l’abbandono dell’esistenza borghese, esse deve accogliere in sé in maniera strutturale il perdere se stessi. Il fatto che la Chiesa abbia collegato tra loro celibato e sacerdozio deriva da queste considerazioni: il celibato è la più forte contraddizione rispetto alla prassi di vita comune. Chi lo accoglie intimamente non può considerare il sacerdozio un mestiere tra gli altri, ma deve in qualche modo rinunciare al proprio progetto di vita, lasciarsi cingere e guidare da un Altro, laddove propriamente non si vorrebbe. Sempre in un’altra sua opera, “Rapporto sulla fede”, Ratzinger è altrettanto chiaro sull’argomento celibato: “Il prete è chiamato assai spesso ad andare contro-corrente. Certo, non c’è da stupirsi se un uomo simile può alla fine stancarsi di opporsi, con le sue parole e ancora più con il suo stile di vita, alle ovvietà dall’apparenza così ragionevole che contrassegnano la nostra cultura. Ma in questo ‘“segno di contraddizione’ rispetto allo stile di vita, consiste propriamente la sua vocazione”. In un altro libro intervista con Seewald, “Il sale della terra” (1996), il cardinale Ratzinger ribadiva con nettezza il suo pensiero di supporto al celibato sacerdotale. “Perché esiste il celibato?”, gli chiede il giornalista. E lui: “Esso è legato a una frase di Cristo: Ci sono coloro – si legge nel Vangelo- che per amore del regno dei cieli, rinunciano al matrimonio e, con tutta la loro esistenza, rendono testimonianza al regno dei cieli. La Chiesa è arrivata molto presto alla convinzione che essere sacerdoti significa dare questa testimonianza per il regno dei cieli. (…) Praticamente ciò significa che i suoi membri vivono solo dei doni del culto e non, come le altre famiglie, della coltivazione della terra. Il punto essenziale è che essi non hanno alcuna proprietà. Il salmo 16 dice: ‘tu sei la mia parte di eredità e il mio calice, ti ho ricevuto in sorte, Dio è la mia terra’. Questa figura, che cioè nell’Antico Testamento il sacerdote non ha terra e vive, per così dire, di Dio – e perciò lo testimonia davvero – in seguito, in riferimento alla parola di Gesù è stata interpretata così: la porzione di terra in cui vive il sacerdote è Dio stesso. Quindi la rinuncia al matrimonio e alla famiglia da intendersi come un rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è davvero la mia terra. Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli. Il senso del celibato è profondo. Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del Vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita. Il celibato ha dunque un significato contemporaneamente cristologico e apostolico. Non si tratta solo di risparmiare tempo – ho un po’ di tempo a disposizione perché non sono un padre di famiglia – il che sarebbe troppo banale e pragmatico. Si tratta – conclude l’allora cardinale Raztinger – di un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.

“Risorgere dai morti per noi significa tornare al primo amore, all’abbraccio entusiasta con Gesù Cristo, morto e risorto – è sempre Mons. D’Ercole nell’Omelia al convegno dei preti sposati -.

E’ da lui che riparto – scusate se parlo di me – quando sento di dovermi rimettere in asso perché sballottato da avversità reali o apparenti, da difficoltà e inquietudini. Mi torna in mente spesso la canzone del mio amico Franco Califano (morto il 30 marzo 2013): ‘Tutto il resto è noia’. ‘Tutto il resto è noia – cantava – non, non ho detto gioia ma noia, noia, noia, maledetta noia’.

Non trovate qui la metafora di qualsiasi storia d’amore senza l’amore, animata dalla passione che infine inevitabilmente si spegne e poi tutto ciò che resta è veramente solo noia?

A me pare che questa è la condizione in cui rischia di trovarsi il cristiano, triste e privo di ottimismo, con uno sguardo nero su tutto e su tutti. Papa Francesco impronta il suo pontificato sulla coraggiosa proclamazione del vangelo della gioia e vuole che la gioia del vangelo permei la vita di tutti coloro che si proclamano discepoli del Risorto. Oggi è la domenica della gioia, che anticipa, a metà del cammino quaresimale, la letizia pasquale. Gioia che convive con il dolore, che non teme le piccole e grandi controversie quotidiane; gioia che non si lascia spegnere dalle paure presenti e future, che è dono e conquista; gioia infine che non è semplice sentimento o stato d’animo, ma una persona, anzi Dio stesso: Gesù è Vangelo di speranza e di pace per chi lo accoglie e lo segue senza compromessi. Alla luce della gioia evangelica prendono senso e persino valore le vicende problematiche che intrecciano le nostre esistenze, le inquietudini che si agitano nel nostro animo. Un saggio padre spirituale a noi giovani inesperti seminaristi insegnava che quando un problema affossa la pace e la serenità, vuol dire che qualcosa dentro di noi non funziona, e occorre pertanto subito rimettersi in sintonia con la sorgente”.

Chi viene battezzato lo rimane per sempre, così chi riceve la confermazione e chi viene ordinato diacono, prete o vescovo. In questi sacramenti Dio agisce sulle persone in un modo definitivo, donando alla loro esistenza una relazione particolare con Cristo e con la Chiesa, che non è più disponibile alla libertà dell’uomo. Il credente potrà rifiutarla con la vita, ma resterà sempre come sigillo messo dal Signore sulla sua vita, come una chiamata irrevocabile. Per questo, chi è ordinato prete lo rimane per tutta la sua vita. Per la fragilità dell’uomo, tuttavia, accadono ripensamenti, spesso vissuti con sofferenza e sincera coscienza. La Chiesa, allora, concede di sospendere gli obblighi che derivano dallo stato sacerdotale, da quella relazione singolare che il ministro ordinato vive con Cristo e con la Chiesa. Il più evidente è quella che si chiama la “dispensa dal celibato”, obbligo per i nostri preti della Chiesa latina, per cui il prete che l’ottiene può legittimamente sposarsi con rito religioso. Ma la dispensa vale anche per gli altri obblighi di un prete, previsti dal diritto canonico, quali la recita giornaliera della liturgia delle ore, il divieto di presentarsi come candidato alle elezioni politiche, il divieto di esercitare un’attività affaristica o commerciale. Il prete non ha più gli obblighi giuridici che derivano dal suo stato clericale.

Restano sempre tutti i doveri di ogni battezzato: in sintesi, seguire il Vangelo di Gesù nella comunione ecclesiale. Nulla, però, potrà mai annullare quel sigillo sacerdotale ricevuto. Ecco perché la legislazione canonica prevede che, in casi estremi e di necessità, ogni prete (anche coloro che fossero stati ridotti allo stato laicale) può assolvere da tutti i peccati coloro che si trovano in pericolo di morte (canone 976). Credo sia l’esempio migliore per chiarire come il carattere sacerdotale accompagni il sacerdote per tutta la sua esistenza, qualunque percorso abbia avuto.

Dio è più grande del nostro cuore.

Sta a noi cogliere i segni che Dio ci mette davanti: sempre nella Sua Chiesa.

fonte: communitylacroce.it

 

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Ritengo che un prete sposato possa esercitare il suo servizio sacerdotale con uguale dedizione e motivazione

Ritengo che il tempo sia ampiamente venuto affinché si decida in maniera serena su questo tema quanto mai attuale. Personalmente penso sia giunto il momento affinché si conceda ai preti la facoltà di sposarsi e mettere su famiglia e sia loro concesso di vivere serenamente e pienamente la loro vita di uomini. Non vi trovo nulla di sconveniente o di inappropriato.

Ritengo che un prete sposato possa esercitare il suo servizio sacerdotale con uguale dedizione e motivazione. In più potrebbe avere il conforto della vicinanza della sua famiglia che è anch’essa una forma dell’espressione dell’amore di Dio verso i Suoi figli. Potrebbe quindi capire meglio i problemi e le vicissitudini che affrontano le famiglie in quanto le vivrebbe anche lui in prima persona; potrebbe di conseguenza consigliare e giudicare a ragion veduta.

In conclusione mi dichiaro ampiamente favorevole e mi auguro che il Santo Padre, con l’aiuto dello Spirito Santo, possa discernere dall’alto della Sua generosità e del Suo buon senso ed acconsentire affinché sia concesso quanto prima a tutti i preti di sposarsi.

Cordiali saluti

Salvatore

fonte: http://www.scuola-salesiani-beirut.org/

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Il Vescovo di Ascoli Piceno ha celebrato al Convegno dei preti sposati di Vocatio

Il Vescovo di Ascoli Piceno ha celebrato al Convegno dei preti sposati di Vocatio

dalla pagina facebook di don Giovanni D’ercole

Ieri sera ho celebrato la santa messa a Roma nell’incontro di preti sposati che riflettono su come potersi mettersi al servizio della Chiesa. E’ l’avvio di un dialogo informale che da parte mia è stato ascolto e preghiera. Certamente occorre tanta pazienza e buona volontà. Ci sono sacerdoti che per varie ragioni lasciano il ministero. Alcuni li condannano a prescindere, altri ritengono che hanno fatto la scelta migliore, altri e tra questi anche il sottoscritto, si fermano a dialogare e a cercare insieme per capire cosa il Signore chieda alla Chiesa in questo nostro tempo di grande cambiamento. Un dato è certo: ci sono tanti fratelli sacerdoti, giovani e anziani, che scelgono a un certo punto di lasciare il ministero e si avviano per altri sentieri, ma molti di loro desiderano ardentemente continuare a servire il vangelo e al Chiesa. Che fare? Mi hanno invitato e sono andato e sono contento di averli ascoltati e di aver pregato con loro. Ecco di seguito l’omelia che ho preparato per questa occasione.Omelia al Convegno: “Preti sposati per una Chiesa in cammino”
(Roma, Albergo Casa Tra Noi, 25 marzo 2017)

1. “Sono tutti qui i giovani?”, chiede Samuele a Jesse. Veramente, gli risponde Jesse: “rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”, e Samuele gli rilancia: “Manda a prenderlo”. E sarà proprio lui, il minore dei figli, il meno importante, a essere scelto. Il Signore ordina a Samuele: ”Alzati e ungilo: è lui”. La prima lettura ci racconta così la scelta di Davide e la sua consacrazione a re di Israele. La logica di Dio non collima con quella degli uomini e anche quest’episodio ci conferma che le scelte divine sono spesso, quasi sempre, in controtendenza rispetto alla logica umana. Dobbiamo abituarci a non interpretare la volontà divina secondo schemi per noi ovvii, ma a ricercarla con umiltà e pazienza, sempre disposti a essere guidati verso lidi non previsti dalla nostra navigazione umana e spirituale. Una cosa è certa: la storia è a conduzione divina e, per quanto avventuroso e incidentato sia il percorso della vita, sono mani e braccia invisibili a recarci alla meta. Guardiamo alla nostra esperienza di preti: a prima vista la scelta presbiterale appare un segno di “altezza” e di elezione, mentre Dio sorprende eleggendo la nostra piccolezza e fragilità; scrive dritto su righe storte e anche quando sembra spezzarsi, una vita sacerdotale può diventare in modo misterioso sacramento di Cristo. Dio non sempre soddisfa le nostre attese, e però non ci fa mancare mai quello di cui abbiamo bisogno.

2. Mi sono domandato che cosa potrebbe suggerire la prima lettura, tratta dal Primo Libro di Samuele, a questo nostro incontro di preti sposati che s’interrogano sul contributo che possono offrire alla Chiesa in cammino. Incontro che scaturisce dall’amicizia che mi lega ad alcuni di voi e che ci siamo incontrati più di un anno fa in casa mia ad Ascoli Piceno. Una serata trascorsa tra vecchi amici, nel corso della quale è nato il desiderio di recuperare uno spazio di ascolto, nel contesto del Giubileo della Misericordia, per presbiteri che lungo il loro cammino hanno scelto per varie ragioni un sentiero diverso. Abbiamo così deciso di rivederci in maniera informale ad Ascoli per prendere parte a un’Eucaristia domenicale in cattedrale e celebrare, insieme ai fedeli ascolani, il giubileo di “preti sposati”. Un modo per offrire a preti, che si sentono emarginati, l’opportunità di varcare la Porta della Misericordia con un pastore che senza ufficialità li accoglie nell’unico intento di far sentire a ciascuno la tenerezza del Padre celeste. Il terremoto ha infranto questo progetto e la Provvidenza ci ha condotti oggi a concretizzare quel primitivo desiderio in un contesto sicuramente diverso, in un luogo differente. Resta lo spirito del primo incontro, almeno da parte mia, lo stesso intento e la stessa fraterna amicizia. Permettete quindi che vi abbracci tutti con affetto e stima. Qualcuno ha interpretato questa mia presenza caricandola forse di un significato che va oltre le nostre intenzioni, mentre molti mi hanno manifestato la loro simpatia, segno che esiste reale attenzione verso di voi, fra i vescovi, i sacerdoti e nelle nostre comunità, anche se non si può impedire che qualcuno fatichi ad accettare l’idea che un presbitero lasci il ministero. E su questo tema, personale ed ecclesiale, si apre ormai una riflessione, che chiede un dialogo non superficiale, ed esige paziente saggezza umana, illuminata dalla luce dello Spirito Santo. Cari fratelli, voi non siete un problema nella Chiesa ma una risorsa, ma se anche foste un problema, occorre che diventiate un’opportunità.

3. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. Il ritornello che anche voi, tante volte, avete invitato la gente a cantare, oggi risuona come incoraggiamento a fidarsi di Dio. Anzi ad affidarsi con docilità al buon Pastore che, per recuperare la pecora smarrita, è disposto a lasciare le novantanove nel sicuro recinto. Che spettacolo di grandezza e bontà divina compassionevole e misericordiosa! Come si fa a non trovare pace fra le braccia di un Dio che ci ama come siamo e ci giudica con la logica del suo amore! Consapevole di questo, cerco di non resistere alla sua tenerezza e mi sforzo di lasciare che la strada la tracci Lui, che vede dall’Alto un panorama più vasto della realtà. Penso che la stessa cosa avvenga per ciascuno di voi. Quante sono le aspirazioni che animano la vostra coscienza e quali desideri ardono nel vostro cuore! Non tocca certamente a me dare risposte e non sarei nemmeno in grado di farlo. Sono però certo che un cammino si sta aprendo nelle nostre comunità, anche se non so dove ci condurrà. Dio scrive in prima persona i suoi progetti e li realizza attraverso uomini docili alla sua volontà. Pertanto mi sembra che questo sia il tempo dell’attesa e della preghiera fidando nella divina Provvidenza che non abbandona nessuno dei suoi figli; è l’ora dell’ascolto fraterno senza preconcetti né forzature. E’ il momento propizio per cercare di capirci, accettarci, riconciliarci, se necessario perdonarci, per stimarci e volerci bene. La mia visita, che ho voluto fosse nel contesto della celebrazione liturgica, questo intende dirvi, avvalorando il tutto con la preghiera, e prometto che continuerò a starvi accanto per ascoltarvi e condividere le vostre attese e sofferenze, aspirazioni e speranze. Permettete che ripeta insieme a voi un grido del salmo responsoriale che in momenti difficili e sofferti mi è di forte sostegno: “anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché, Signore, tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Più lascio crescere nel mio intimo la fiducia in Dio, meno mi sento schiacciato dalle prove talvolta angoscianti e scoraggianti. Il Signore è veramente il buon Pastore e con lui nulla può mancarci! La fiducia in Lui è la nostra continua risorsa.

4. “Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo t’illuminerà”. A questo punto viene in aiuto alla nostra riflessione l’esortazione di Paolo agli Efesini, che ci riporta all’essenziale, al punto focale della nostra storia. Risorgere dai morti per noi significa tornare al primo amore, all’abbraccio entusiasta con Gesù Cristo, morto e risorto. E’ da lui che riparto – scusate se parlo di me – quando sento di dovermi rimettere in asso perché sballottato da avversità reali o apparenti, da difficoltà e inquietudini. Mi torna in mente spesso la canzone del mio amico Franco Califano (morto il 30 marzo 2013): “Tutto il resto è noia”. “Tutto il resto è noia – cantava – non, non ho detto gioia ma noia, noia, noia, maledetta noia”. Non trovate qui la metafora di qualsiasi storia d’amore senza l’amore, animata dalla passione che infine inevitabilmente si spegne e poi tutto ciò che resta è veramente solo noia? A me pare che questa è la condizione in cui rischia di trovarsi il cristiano, triste e privo di ottimismo, con uno sguardo nero su tutto e su tutti. Papa Francesco impronta il suo pontificato sulla coraggiosa proclamazione del vangelo della gioia e vuole che la gioia del vangelo permei la vita di tutti coloro che si proclamano discepoli del Risorto. Oggi è la domenica della gioia, che anticipa, a metà del cammino quaresimale, la letizia pasquale. Gioia che convive con il dolore, che non teme le piccole e grandi controversie quotidiane; gioia che non si lascia spegnere dalle paure presenti e future, che è dono e conquista; gioia infine che non è semplice sentimento o stato d’animo, ma una persona, anzi Dio stesso: Gesù è Vangelo di speranza e di pace per chi lo accoglie e lo segue senza compromessi. Alla luce della gioia evangelica prendono senso e persino valore le vicende problematiche che intrecciano le nostre esistenze, le inquietudini che si agitano nel nostro animo. Un saggio padre spirituale a noi giovani inesperti seminaristi insegnava che quando un problema affossa la pace e la serenità, vuol dire che qualcosa dentro di noi non funziona, e occorre pertanto subito rimettersi in sintonia con la sorgente. San Paolo agli Efesini dice: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”. Come dire: sapete da dove potete ripartire e dove è possibile riaccendere la fiamma del primo amore.

5. E arrivo così alla pagina del vangelo di Giovanni che oggi la liturgia propone alla nostra meditazione. Gesù ridona la vista a un cieco dalla nascita: andò, si lavò nella piscina di Siloe e tornò che ci vedeva. Attraverso gesti che richiamano le realtà sacramentali, possiamo intravedere qui la storia di ciascuno di noi, entrati ciechi nelle acque battesimali e risorti a vita nuova, illuminati dalla luce pasquale. E’ Pasqua il giorno della nostra rinascita e verso questo mistero c’incamminiamo ormai a grandi passi. Vorrei augurare che le prossime feste pasquali siano per tutti occasione d’incontro rinnovato con la luce vera che squarcia le tenebre del dubbio e delle fragilità; luce che riaccende la speranza anche negli animi più disamorati. Luce che ci permette di vedere la realtà con occhi nuovi, con lo sguardo di Dio. Questo è l’auspicio che condivido con ciascuno di voi. E, mentre mi avvio alla conclusione, sento risuonare nel cuore la domanda finale che il Cristo rivolge al cieco sanato:” Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. E la sua risposta: “Credo, Signore!”. Conclude l’evangelista: “E si prostrò dinanzi a lui”. In due parole la storia di una vita: riacquistata la vista quest’anonimo personaggio biblico china il capo e adora Cristo. Da qui riparte la sua storia, ben diversa dal passato perché illuminata dal dono di una nuova vista. Avviene così per ogni persona che incontra realmente Gesù: non importa quel che farà perché ha trovato la Via. E il resto? Verrà con il tempo e non sarà certamente noia, ma gioia. Amen!

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Preti sposati e celibi, fianco a fianco

La crisi drammatica della carenza di clero che vive attualmente la chiesa cattolica è sotto gli occhi di tutti. Nei Paesi occidentali, nei quali l’età media dei preti che esercitano il ministero supera spesso i settant’anni, si reagisce creando delle “unità pastorali” nelle quali vengono raggruppate diverse parrocchie, affidate alla cura pastorale di uno o due preti. Nell’America Latina la gran parte delle diocesi può contare su un prete ogni venti o trentamila abitanti, per cui molti villaggi vedono il prete e quindi hanno la celebrazione dell’Eucaristia poco più di una volta l’anno. Il risultato è il passaggio massiccio di fedeli dalla Chiesa cattolica alle nuove Chiese pentecostali o evangelicali. Situazione analoga per l’Africa, nonostante l’attrattiva che può presentare l’ordinazione al ministero per giovani che vivono in situazioni di grave povertà. I responsabili delle diocesi sembrano spesso non avere compreso la gravità della situazione, con delle ordinazioni ormai al minimo storico, mentre diventano sempre più numerose le comunità cristiane prive dell’Eucaristia domenicale alla quale pure avrebbero diritto in virtù del loro battesimo.

La crisi di vocazioni per un ministero celibatario potrebbe essere letta come un segno dei tempi, un segno che lo Spirito di Dio vuole un rinnovamento radicale in una Chiesa ancora troppo clericale e che dovrebbe diventare davvero una Chiesa comunione, nella quale ogni fedele cristiano si senta impegnato e partecipe e sia capace di offrire un servizio qualificato alla propria comunità.

La riscoperta del valore e della bellezza del matrimonio e della famiglia realizzata con i due recenti sinodi e con l’esortazione postsinodale Amoris Laetitia non solo da parte dei fedeli cattolici ma anche da parte della stessa gerarchia, potrebbero aprire la via a un nuovo atteggiamento per ciò che attiene alla disciplina dell’ordinazione al ministero presbiterale nella Chiesa cattolica latina.

Nel documento postsinodale papa Francesco parla di «vocazione al matrimonio» e del matrimonio come via di santificazione (AL 72). Nell’ultimo capitolo, a proposito della spiritualità coniugale e familiare, si legge «Abbiamo sempre parlato della inabitazione di Dio nel cuore della persona che vive nella sua grazia. Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale. Così come abita nelle lodi del suo popolo (cf. Sal 22,4), vive intimamente nell’amore coniugale che le dà gloria» (AL 314). Il matrimonio può essere quindi la via per giungere anche alle vette più alte della santità personale e dell’unione intima con Dio. «Pertanto, coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica» (AL 316).

In questa situazione si sono fatte più insistenti le richieste di ammettere all’ordinazione al presbiterato dei “viri probati”, e cioè degli uomini che hanno dato buona prova di sé nella professione e nella vita familiare e che godono di buona fama nella loro comunità.

Tenendo conto di tutto questo e considerato che il popolo cristiano sembra ormai pronto ad accettare questo cambiamento, papa Francesco si è dichiarato disponibile ad autorizzare gli episcopati che ne fanno richiesta a predisporre per l’ordinazione al ministero presbiterale di uomini sposati. Egli attende soltanto che giunga questa richiesta da parte degli episcopati, i quali salvo poche eccezioni sembrano non abbiano avuto il coraggio di farla per un eccessivo attaccamento alla prassi tradizionale e per il timore di divisioni. Il celibato dovrebbe restare per quanti si sentono chiamati dallo Spirito a viverlo, ma non dovrebbe più essere richiesto per legge come una conditio sine qua non per accedere al ministero presbiterale. Era la via già intravista al Vaticano II allorché si decise l’ammissione al diaconato di uomini sposati (LG 28), nella prospettiva che appariva implicita di prepararli in vista dell’ordinazione al presbiterato. Preti celibi e preti sposati potranno dunque nei prossimi anni anche nella chiesa latina lavorare fianco a fianco nel loro ministero, che ha il compito di annunciare il Vangelo, di celebrare i sacramenti ma soprattutto di servire la comunione ecclesiale nelle diverse comunità.

da adista

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Preti sposati invito del Patriarca caldeo Sako a riaccoglierli avendo come criterio ultimo la salvezza delle anime

Il Patriarca lancia la provocazione: «il celibato sacerdotale non è un dogma di fede» e il criterio ultimo di ogni scelta è «la salvezza delle anime». E a rilanciare la notizia di Vatican Insider è il Movimento Internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

Roma, (informazione.it – comunicati stampa – varie) Se vi mancano i preti, puntate con più decisione anche sull’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati. È questa l’indicazione che il Patriarca Louis Raphael I Sako, Primate della Chiesa caldea, ha fatto arrivare nei giorni scorsi ai vescovi e alle comunità caldee in diaspora, ingrossate negli ultimi anni dall’esodo di fedeli e pastori di quella fuggiti dalle convulsioni irachene. Chiese orientali di tradizione apostolica appaiono sfibrate da fattori di logoramento che non si esauriscono nelle violenze jihadiste. In Iraq, prima del 2006, i caldei erano almeno 800mila, e ora ne rimangono meno di 300mila. Gli altri si sono sparpagliati in mezzo mondo, e non ci sono sacerdoti caldei in numero sufficiente per essere inviati in tutte le città dove si formano nuove comunità. Soprattutto – pensa il Patriarca Louis Raphael – non si può ridurre ulteriormente il numero di sacerdoti che operano in Iraq, se non si vuole peggiorare la condizione di comunità già a rischio di estinzione proprio nelle terre in cui quella Chiesa autoctona è fiorita. Da qui nasce il suo appello, rivolto in primis ai vescovi alla guida delle diocesi della diaspora: per affrontare il problema, cercate nuove soluzioni. Compresa quella di intensificare le ordinazioni sacerdotali di uomini già sposati. Sulla riammissione dei preti sposati nella Chiesa Latina Romana Mons. Sako ha dichiarato: “Conviene partire non da questioni astratte, ma dalla realtà dei fatti e dalle autentiche esigenze pastorali. La realtà dei fatti ci dice che c’è scarsità di vocazioni sacerdotali, e ci dice anche che del matrimonio e della sessualità c’è una percezione diversa rispetto a sessant’anni fa, anche nelle Chiese: se ripenso a quello che ci trasmettevano nel seminario… Anche della Chiesa d’Occidente, la possibilità di ordinare uomini sposati non è stata cancellata nemmeno dal Concilio di Trento. Certo, non ci sono soluzioni magiche al problema della diminuzione delle vocazioni. E nessuno può dire che l’emergenza si risolve meccanicamente ordinando al sacerdozio uomini sposati. Ma conviene sempre ricordare che il celibato sacerdotale non è un dogma di fede, è una disciplina. E che le scelte vanno fatte sempre avendo come criterio ultimo la salvezza delle anime”.

Preti sposati invito del Patriarca caldeo Sako a riaccoglierli avendo come criterio ultimo la salvezza delle anime

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«Finita la Messa»? Prete sposato vaticanista di Avvenire nasconde crisi preti e fa tabù dei preti sposati

Ecco il testo di Gianni Gennari tratto da Avvenire:

«La Messa è finita»: ieri (“Repubblica”, pp. 38-39) titolo forte e secco che annuncia una diagnosi sferzante: «Così dopo cinque secoli tramonta la figura del prete». Firma illustre, forse tradita dai titolisti. Che nei numeri ci sia, reale, un “calo” delle vocazioni sacerdotali è innegabile, ma nei dintorni che dicono realtà di Chiesa ci sono anche segni di cose davvero nuove: basta aprire gli occhi. Oggi i preti non sono e non debbono essere “funzionari del sacro”, ma pastori in uscita da sé tra i fratelli, e tutti (o quasi) sanno che l’Eucaristia non è realtà che risale alla “riforma” tridentina…

Ci sono, dunque, i segni del nuovo, un nuovo che poi è davvero antico e quindi ha in sé la forza di vincere crisi di secoli: basta vederli, e non ridurre tutto all’ottica di intelligenze che in pagina o nei convegni dialogano solo con altre intelligenze. Nuovo? Proprio ieri per il prossimo Sinodo dedicato ai giovani grande apertura de “L’Osservatore” e due intere pagine: «Preghiera rivoluzionaria. Il Papa rilegge il Magnificat». Tornano alla mente padre Turoldo e la sua “rilettura” dei «Dieci verbi usati da Maria», carichi di presente e di futuro. Venerabile il Concilio di Trento, ma la realtà del pastore-presbitero è ben più grande e più antica: l’Eucaristia è il culmine terreno dell’eternità che nella storia si è fatta misericordiosa “rivoluzione”.
Conosco un prete che in una omelia aveva detto che Gesù è stato «un rivoluzionario»: richiamato dal vescovo e minacciato di sospensione a divinis. Il tempo è passato, la novità cammina e il prossimo Sinodo è dedicato al mondo dei giovani. «Finita la Messa»? No! Per qualcosa di grande il tempo propizio non solo non è finito, ma si apre a orizzonti sempre nuovi. Tra “Repubblica” e “Osservatore” chi disegna meglio il presente e il futuro? Meglio il secondo, con Maria, padre Turoldo e papa Francesco: una bella compagnia!

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Galantino nasconde crisi preti nella Chiesa e chiude sui preti sposati come soluzione

“Come i preti non sono cominciati con lui, sicuramente non finiscono perché l’ha detto lui”. È il commento di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, in risposta ad una domanda su un recente articolo firmato da Alberto Melloni sul “Corriere della Sera”, in cui si preconizza l’estinzione dei preti in Italia. “Non mi avventuro in analisi storiche”, ha detto Galantino: “Se c’è qualcosa di buono nell’articolo, è la preoccupazione che i vescovi hanno già notato, come dimostra l’impegno degli ultimi anni sulla questione della formazione permanente e il sussidio che uscirà in occasione dell’Assemblea di maggio su questo tema”.  “Suscita preoccupazione – ha spiegato Galantino – vedere i preti sempre più affaticati e a disagio rispetto a ciò che viene chiesto oggi ai sacerdoti. Siamo passati da un clero a funzione a maggioranza cultuale ad un prete che dal culto riesce a trovare forza ed energie per immischiarsi sempre di più nella storia”. “I preti che sicuramente finiranno – la previsione di Galantino – saranno quelli che fanno i leader o i leaderini, i preti guru e i preti manager. Se è così, mi auguro che questi preti finiscano”. Secondo Galantino, Melloni non ha forse “ancora percepito il nuovo che c’è, quello messo in atto da gente di equilibrio, al netto di coloro che si comportano male, e di fronte ai quali non c’è nessuna indulgenza, compiacenza o copertura. Sono questi i preti che possono durare, oltre il tempo che durerà l’articolo di Melloni e oltre la durata della sua stessa vita: preti così ce ne stanno in Italia”.

sir

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