Polonia, il documentario sugli abusi della chiesa che fa tremare i sovranisti

Polonia, il documentario sugli abusi della chiesa che fa tremare i sovranisti

REPUBBLICA

Un coraggioso documentario sugli orribili, diffusi casi di pedofilia nella Chiesa polacca sostenitrice del governo sovranista fa tremare la maggioranza eletta al potere in Polonia, il piú grande e importante paese orientale membro di Unione europea e Nato. Il documentario, girato e postato su YouTube dai fratelliTomasz e Marek Sekielski, è stato visto online da moltissimi cittadini ed elettori, tra i 18 e i 20 milioni su un totale di oltre 38 milioni di abitanti. E i sondaggi per le elezioni europee hanno subito registrato l´effetto dello shock e dell´indignazione dei cittadini: nelle ultime indagini d´opinione Koalicja Europejska, cioè coalizione europea – l´alleanza ispirata da Donald Tusk ex premier riformatore polacco e ora presidente dell´esecutivo europeo, alleanza di liberal di Platforma al governo dal 2007 al 2015, sinistra democratica e altre forze – è passata da un testa a testa a un vantaggio di dieci punti rispetto al PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, il partito sovranista guidato dal suo leader storicoJaroslaw Kaczynski).

In cifre: Koalicja europejska nei sondaggi è al 43,6 per cento, cui si possono aggiungere i consensi (circa 10 per cento) attribuiti a Wjosnia, Primavera, il nuovo partito di sinistra anticlericale fondato dal giovane leader politico gay dichiarato ed europeista Robert Biedron, ex sindaco di Slupsk. Il PiS di Kaczynski invece è, sempre negli ultimi sondaggi, al 32, 9 per cento.

I sondaggi si proiettano anche sulle elezioni politiche (legislative) di ottobre, e fanno temere al PiS di perdere il potere contro la vitalità della giovane società civile urbana polacca. Secondo Stanislaw Mocek della prestigiosa Accademia delle scienze polacca,“l´alleanza tra trono e altare, col trono inteso come potere politico, vacilla“, e secondo il teologo Stanislaw Obirek „il panico è ovunque, nella Chiesa come nel PiS“. I sovranisti al governo hanno subito tentato di reagire annunciando un inasprimento delle pene per i reati di pedofilia, ma la decisione potrebbe arrivare troppo tardi per salvarli da uno smacco elettorale, e anche da un secondo problema serio alle politiche d´autunno.

La stessa visita annunciata per metà giugno del responsabile della Santa sede per la lotta agli abusi sessuali, Charles Scicluna, è attesa come prodromo di una epurazione senza precedenti nella Chiesa polacca a causa delle accuse e testimonianze di pedofilia. Lech Walesa, padre della patria, leader storico della rivoluzione non violenta del 1989 che restaurò la democrazia e avviò la caduta del Muro di Berlino, in nome della sua fede cattolica e della sua lunga amicizia con il Santo Padre Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla, consigliere die combattenti non violenti per la libertà polacca allora e severo conservatore illuminato, non reazionario filosovranista come la Curia polacca oggi) ha invitato la Chiesa a “riflettere a fondo“ sul caso. In Vaticano il portavoce della sala stampa Alessandro Gisotti ha sottolineato che il nunzio apostolico in Polonia monsignor Salvatore Pennacchio “ha espresso la solidarietà e vicinanza nel cuore sua e del Santo padre alle vittime degli abusi“. Molti esponenti oltranzisti del cattolicesimo polacco sono ostili a Papa Francesco e spesso censurano le sue omelie, discorsi ed encicliche. Adesso è arrivato il momento della resa dei conti.

In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c'è papa Francesco 

Il summit sulla pedofilia del clero cattolico voluto da papa Francesco dura quattro giorni. I capi dei vescovi ascoltano le drammatiche storie di alcune delle vittime degli orchi in tonaca. Fanno mea culpa. E propongono nuove linee guida per estirpare il fenomeno che sta distruggendo la credibilità della Chiesa.
Ebbene negli stessi quattro giorni, alla Congregazione per la dottrina della fede, arriveranno cinque nuove denunce “verosimili” contro altrettanti sacerdoti, accusati di abusi sessuali su minorenni.
Almeno a leggere i dati ufficiali, che qui diamo in anteprima, che evidenziano come il fenomeno non riguardi solo casi già noti e confinati al passato. Al contrario, la questione della pedofilia ha ancora oggi dimensioni gigantesche: da quando Bergoglio è diventato papa, nel marzo del 2013, fino al 31 dicembre del 2018 in Vaticano sono arrivate poco più di 2.200 nuove denunce dai vescovadi sparsi per il mondo. Si tratta in media di 1,2 nuovi casi al giorno.

Il trend è impressionante. Le accuse sono raddoppiate rispetto al quinquennio che va dal 2005 al 2009, quando i casi sfioravano – nonostante l’eco dello scandalo “Spotlight” svelato dai cronisti del Boston Globe nel 2001 – i 200 l’anno.
Dal 2010 in poi le accuse si sono moltiplicate. Un tendenza che potrebbe indicare una maggiore fiducia nella giustizia ecclesiastica da parte delle vittime, certo. Ma che racconta anche la persistenza e pervicacia del fenomeno, nonostante gli annunci sulla “tolleranza zero” lanciati ormai da 15 anni prima da Benedetto XVI poi da Bergoglio.

Nel 2017, si legge nel report dell’Ufficio disciplinare della Congregazione che ha il compito di aprire processi canonici contro le tonache che si sono macchiate di atti “contra sextum”, cioè di “delitti contro il sesto comandamento con minori”, sono arrivate a Roma ben 410 denunce “verosimili”. Dunque già vagliate e giudicate credibili dai vescovi in loco, che hanno l’obbligo – una volta verificate le accuse – di spedire il fascicolo in Vaticano.

Per la precisione, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove gli “Officiali” dell’ufficio disciplinare guidati oggi dal cardinale Luis Ladaria lavorano la segnalazione, che può condurre a un’archiviazione o a un processo canonico contro il presunto molestatore.

I dati della Congregazione per la...
I dati della Congregazione per la Dottrina della Fede

Nel 2016, scartabellando i dati vaticani, gli abusi denunciati dalle vittime sono invece 415. Nello stesso anno scopriamo che papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale, spretandoli, alcuni prelati: su 143 casi presentati dall’ex Sant’Uffizio al Sommo Pontefice, solo 16 sono stati spretati. Altri 127 casi hanno portato a «dispense da tutti gli oneri sacerdotali».

Non sappiamo quanti sacerdoti abbia spretato papa Francesco nei primi sei anni del suo pontificato. Sappiamo però che solo nel 2011 e nel 2012 il predecessore Benedetto XVI ridusse allo stato laicale rispettivamente 125 e 67 persone.

Dei nomi e dei motivi dei sedici prelati spretati da Bergoglio non sappiamo nulla: tutti i rinvii a giudizio, i processi e le decisioni del tribunale dell’ex Sant’Uffizio sono protetti da “perpetuo riserbo”. Fonti vaticane spiegano all’Espresso che i provvedimenti della Congregazione avallati poi dal papa «sanzionano quasi sempre crimini sessuali, perché per gli altri reati provvede la Congregazione per il Clero». In genere solo in casi straordinari, come quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick, espulso dalla Chiesa dopo le accuse di pedofilia dei giudici americani, la Santa Sede pubblicizza urbi et orbi la sentenza.

Nel 2015 le denunce per atti sessuali su bambini e bambine hanno toccato i 518 casi. Nel 2014 sono state circa 500, nel 2013 le accuse sono 401.

Tutte le vicende, i nomi delle vittime ma anche quelle dei presunti carnefici, sono “sub segreto pontificio”. Protetti da “perpetuo riserbo”. I dipendenti vaticani che ne parlano rischiano il licenziamento, persino la scomunica. A causa di norme mai modificate, il Vaticano guidato da Francesco ha negato alla procura di Cremona, nel 2015, gli atti istruttori e processuali su don Mauro Inzoli, già condannato per pedofilia dalla Congregazione e poi condannato a 4 anni e 7 mesi dalla magistratura italiana, nonostante la rogatoria andata a vuoto.

Mentre ad ottobre del 2018 la Santa Sede ha invocato l’immunità per lo stesso cardinale Ladaria, convocato da alcuni giudici francesi a comparire in un tribunale per il caso del potente cardinale Philippe Barbarin , accusato di aver insabbiato abusi nella sua arcidiocesi.
Gli ottimisti sperano che domenica il summit possa concludersi con un annuncio importante del Vaticano. In modo da evitare che un evento significativo e altamente simbolico si trasformi in un altra occasione mancata.
Le vittime, parte importante della comunità cattolica e i laici progressisti chiedono da tempo una riforma strutturale delle leggi vaticane sulla pedofilia clericale: come l’eliminazione del segreto pontificio, che impedisce una reale trasparenza sulle azioni dei predatori e degli insabbiatori, e un obbligo giuridico (e non solo morale) di denuncia, da parte di vescovi e prelati che vengono a conoscenza del reato, alle autorità civili del paese dove quest’ultimo si compie.

In caso contrario, i risultati del summit rischino di essere dimenticati allo scoppio del prossimo scandalo.

espresso.repubblica.it

Abusi: la procedura penale inapplicata

A forza di non tener conto, nella Chiesa, dei diritti della difesa e della presunzione d’innocenza, l’inevitabile è successo. Dei preti accusati di infrazioni sessuali si sono suicidati.

Questi drammi impongono alla Chiesa di fare un riforma giuridica profonda. Attualmente, quando un laico accusa un prete di aver commesso un’aggressione sessuale o anche semplicemente di aver avuto una relazione sessuale con un terzo consenziente, il vescovo, per timore di essere sospettato di favoreggiamento, prende subito dei provvedimenti sanzionatori, il che ha per effetto di rendere pubblica l’accusa. Interviene poi sui media ripetendo che aborre ogni forma di offesa alle persone, che la Chiesa è sempre dalla parte delle vittime e che ormai sa come reagire in questo tipo di situazioni.

Solo che, a volte, le accuse sono false, che il ruolo primario del vescovo non è premunirsi contro il sospetto di aver coperto dei reati e che, in realtà, la Chiesa non applica alcuna procedura penale coerente e uniforme di fronte a un sospetto di infrazione sessuale. Agendo così, la Chiesa, non solo non risponde al legittimo bisogno di giustizia reclamato dalle vittime ma fa sprofondare nell’angoscia i preti che, in qualsiasi momento, possono essere oggetto di calunnia.

A garanzia della libertà, della dignità, dei diritti

È urgente mettere in atto una vera procedura penale ecclesiale che esiste del resto già in parte, ma non è assolutamente applicata per ignoranza, per facilità o per orgoglio. Le regole di procedura non sono obblighi formali, abilmente usati dagli avvocati per permettere ai delinquenti di sfuggire alle sanzioni penali che si meritano. Sono le garanzie della libertà, della dignità e dei diritti fondamentali, in particolare della presunzione d’innocenza. Hanno lo scopo di permettere un dibattito equo e, quindi, di stabilire la verità.

Senza regole di procedura, domina l’arbitrarietà: o gli autori di infrazioni, se potenti, riescono a far insabbiare il caso che le mette in difficoltà (è ciò che è purtroppo successo per anni nella Chiesa), oppure degli individui sono colpiti da sanzioni senza aver potuto far sentire il loro punto di vista né aver avuto accesso ad una difesa. Questi due ostacoli sono intollerabili. Dopo aver causato danno a se stessa con il primo, sarebbe un peccato che la Chiesa si bloccasse nel secondo.

In primo luogo, le dichiarazioni della vittima presunta dovrebbero essere consegnate per iscritto, in un documento che in diritto si chiama verbale e che presenta il vantaggio di fissare le affermazioni del suo autore. Nel quadro dell’inchiesta, è indispensabile che il prete oggetto dell’accusa sia a conoscenza dei fatti che gli sono attribuiti e che possa essere ascoltato con l’assistenza di un avvocato ecclesiastico. Dovrebbero essere messe in atto delle misure di istruzione semplici ma efficaci, come confronti, audizioni di testimoni, perquisizioni, in modo che di tutto questo ci siano dei verbali allegati alla pratica e quindi conosciuti sia dalle presunte vittime che dal presunto colpevole.

Al termine dell’inchiesta, che dovrebbe durare un tempo ragionevole (ventiquattro mesi sembra un termine realistico), se ci sono elementi sufficienti a far pensare che la persona abbia effettivamente commesso un atto illecito, il caso dovrebbe essere inviato ad un’udienza in giudizio. I giudici ecclesiastici, con decisione collegiale, esprimerebbero una decisione pubblica, suscettibile, idealmente, di ricorso in appello.

Per quanto possa sembrare sorprendente, nulla di tutto questo è attualmente applicato. Vengono decise sanzioni infamanti e brutali, senza contraddittorio, sulla base delle semplici dichiarazioni di un fedele. La procedura diventa infinita, e lascia le vittime (di aggressioni sessuali o di calunnie) nella perplessità e nella sofferenza.

Per aiutare i vescovi nella loro difficile missione, ogni diocesi dovrebbe dotarsi di un «referente di procedura», specialista di diritto penale canonico, che indicherebbe quali regole siano da applicare. Così, portando avanti un’inchiesta efficace, il vescovo, se lo ritiene giustificato, potrebbe prendere dei provvedimenti, come la sospensione del prete in questione.

Sulla opportunità della denuncia

Un altro problema merita di essere approfondito: quello dell’opportunità di una denuncia al pubblico ministero dei fatti portati a conoscenza del vescovo. Su questo punto, è indispensabile fare una distinzione tra infrazione penale (nel senso civile del termine) e comportamento illecito (in senso unicamente canonico).

Costituisce infrazione al codice pensale un rapporto sessuale di un adulto con un minore di meno di 15 anni o un rapporto sessuale non consensuale con una persona di più di 15 anni (aggressione sessuale o stupro). La costrizione può assumere forme diverse: minaccia, violenza, influenza spirituale ecc.

Per i reati effettivi, in linea di principio il vescovo non deve sostituirsi alle vittime, salvo nel caso in cui siano particolarmente vulnerabili. Il suo ruolo è quindi di incitarle prontamente a fare denuncia. In caso di rifiuto, non può, prima di aver condotto la propria inchiesta, informare le autorità di fatti di cui non ha alcuna certezza. Se viene aperta un’inchiesta civile, la procedura ecclesiale dovrà lasciare che la giustizia possa condurre il suo lavoro di investigazione.

Per le altre relazioni, che sono le più numerose, in particolare i rapporti tra maggiorenni consenzienti, non è necessario avvertire le autorità. Il prete, per la giustizia civile, è un uomo come un altro.

Claire Quétand-Finet è avvocato specialista in diritto di famiglia (https://cqf-avocat.com/). Il suo articolo è apparso su La Croix il 14 gennaio 2019. La traduzione è del sito Fine Settimana.

I gesuiti pubblicano una lista dei religiosi accusati di abusi

Stati Uniti

Vatican Insider

(Maria Teresa Pontara Pederiva) La Provincia del Nord-Est opta per la totale trasparenza. I religiosi, in gran parte deceduti, accusati di crimini dal 1950 fino ad oggi. Forte l’impatto sull’opinione pubblica anche per via delle prestigiose istituzioni implicate. Avevano sperato, avevano tanto pregato i cattolici americani perché con il nuovo anno si potesse voltar pagina sulla questione degli abusi. In molte parrocchie l’augurio era che non si potessero più ripetere gli ultimi sei mesi, da quel rapporto del Gran Giurì di Pennsylvania che nella scorsa estate aveva riaperto la diga e portato alla luce il dolore di tutte le vittime che avevano sofferto per anni in silenzio. Ma si sbagliavano perché anche in questi primi giorni dell’anno, molti sono i segnali a indicare il contrario e il numero dei crimini sembra destinato solo a salire

Card. Barbarin in tribunale

Questa mattina il card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, si è presentato al tribunale per spiegare il suo comportamento in ordine alle decisioni prese, o non prese, verso il sacerdote Bernard Preynart, riconosciuto colpevole di decine di aggressioni sessuali su minori. Riprendiamo l’editoriale di Guillaume Goubert su La Croix (7 gennaio).

«Oggi non agirei più così». Sono parole del card. Philippe Barbarin in una intervista concessa a Le Monde il 12 agosto 2017, dove spiegava la sua gestione del caso del prete Bernard Preynat, colpevole – secondo la sua ammissione – di numerose aggressioni sessuali verso i bambini. L’arcivescovo di Lione dovrà spiegarsi di nuovo a partire da oggi (7 gennaio) davanti al tribunale della città anche se l’inchiesta che lo riguardava personalmente in questa vicenda è stata archiviata dal tribunale per insussistenza di reato.

«Oggi non agirei più così». La difficoltà del processo sarà tutta nel non giudicare il passato alla luce del presente. Sia nella Chiesa come nell’insieme della società, la consapevolezza della perversione pedofila non è più la stessa di quindici anni fa. Si poteva più facilmente allora credere che un «predatore» come il prete Preynat, che si diceva pentito, non rappresentasse più un pericolo. Nella stessa forma, entro la Chiesa e fuori, si minimizzava molto gravemente la ferita permanente patita dalle vittime e che esigeva un riconoscimento.

«Oggi non agirei più così». C’è alla fine una novità incoraggiante. Si è cambiato rotta. Perché le vittime hanno avuto il coraggio di esprimersi pubblicamente, gli attori della Chiesa hanno dovuto prendere coscienza degli errori commessi. «La risposta non era all’altezza della sfida», diceva il cardinale Barbarin nella stessa intervista a Le Monde. Non senza qualche esitazione, malgrado vere pesantezze, la Chiesa cattolica diventa oggi una delle istituzioni più impegnate, se non la più impegnata nella lotta contro il flagello della pedofilia. Resta ancora un cammino da percorrere, ma non ci sarà un ritorno indietro.

settimananews

Il libro “Giustizia divina” (Chiarelettere) indaga sui religiosi indagati o finiti in carcere per reati che vanno dalla pedofilia all’omissione di soccorso.

Il Fatto Quotidiano

Non solo pedofilia nella Chiesa. Ma tanti altri reati commessi da preti e suore per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. È quanto emerge in Giustizia divina, edito da Chiarelettere, scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli. Il libro raccoglie un’inchiesta molto rigorosa e ben documentata, ma al tempo stesso sconvolgente per la verità finora sommersa che porta a galla. “Silenzio e preghiera. È la pena – scrivono i due autori – comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne”. È il modo in cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da Papa Francesco per commentare l’accusa, che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick”.

Le domane a cui rispondono agli autori sono tante, attuali e scottanti. “Quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? – scrivono Provera e Tulli – Lo abbiamo chiesto alle autorità competenti ottenendo, con molta fatica e solo dopo aver insistito per mesi, risposte vaghe e incomplete. Durante la nostra indagine lungo l’Italia, da nord a sud, abbiamo intercettato diverse storie. C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille. La violenza su minori non è dunque l’unico reato commesso da ecclesiastici. Forse è il più frequente, insieme ai reati di natura finanziaria, o per lo meno il più noto”.

I dati che emergono sono a dir poco inquietanti. “Dal 2000 sono almeno trecento i sacerdoti denunciati. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Abbiamo così scoperto – precisano i due autori – che molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’. ‘Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma, sempre, il loro vescovo è al corrente del loro ‘domicilio’. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa’ ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo”.

Che cosa è emerso da questa inchiesta? “Abbiamo scoperto – affermano i due autori – che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza. È in una di queste dimore private che ha risieduto in segreto don Mauro Inzoli, noto esponente di Comunione e liberazione, prima di entrare nel carcere di Bollate in seguito alla condanna in via definitiva per abusi su minori avvenuta a marzo del 2018”.
Al silenzio e alla preghiera, dunque, verrebbe da aggiungere anche connivenza e omertà. “Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà – scrivono ancora i due autori – non ci sono solo pedofili. Accanto a loro, insieme a loro, la Chiesa si prende cura dei disagi interiori vissuti dalla popolazione ecclesiastica italiana, che in termini numerici è la più estesa al mondo, con oltre trentamila persone. Nelle parrocchie e nei conventi si trovano la depressione, l’alcolismo, ci sono la ludopatia e altre dipendenze. E c’è l’omosessualità che ovviamente, laicamente parlando, non è un reato, ma che per la Chiesa è un peccato da espiare oltre che una malattia da curare come le altre lontano da occhi indiscreti. Anche così opera la ‘giustizia divina’ dello Stato vaticano. Che, è bene sapere, estende la sua attività nel territorio italiano. Anche questo abbiamo scoperto e documentato come mai era stato fatto prima”.

Giustizia divina è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall’associazione internazionale Ending clergy abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’associazione, rappresentata nel nostro Paese da Rete L’Abuso, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento e un incremento del fenomeno stesso. A riprova di questo comportamento, il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l’Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che prevalentemente ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili. Il 22-23 gennaio 2019 è in programma un’audizione del governo di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia a Ginevra proprio in relazione a questa denuncia.
Nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, Papa Francesco ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”. Ne sono convinti anche Provera e Tulli che evidenziano come “il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini. Con la ‘complicità’, in Italia, del dettato costituzionale che recepisce i Patti lateranensi. Esiste infatti, e opera alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato, che comporta degli evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. C’è una denuncia precisa nelle nostre pagine riguardo a questa stortura ignota all’opinione pubblica. Stortura che nel caso della pedofilia finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti”. Dalle parole e dai silenzi ora si tratta di passare ai fatti.

Anche i Vescovi Emilia Romagna chiedono perdono su abusi. Ma nessun rinnovamento su sacerdozio. Vescovo Ghizzoni responsabile Cei e in commissione Vaticano su minori non ha contribuito a prevenzione

Ghizzoni Miss Martiri

I vescovi dell’Emilia-Romagna hanno inviato alle loro comunità una lettera incentrata sul tema degli abusi della Chiesa. È la seconda lettera inviata alla comunità cattolica, dopo quella di Papa Francesco della scorsa settimana nella quale il Pontefice ha chiesto perdono per gli abusi sessuali, di potere e di coscienza compiuti da sacerdoti. Nella lettera si citano anche alcuni passi concreti che si stanno avviando sui territori per prevenire il fenomeno. Purtroppo la cronaca degli anni passati ci racconta che il territorio ravennate non è stato risparmiato da abusi di stampo sessuale.

Tra i firmatari c’è anche l’arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Condividiamo – si legge nella lettera – la grande preoccupazione e il dolore espresso da papa Francesco». L’invito è quello di «leggere e meditare» nelle parrocchie, nei consigli pastorali e nei gruppi di famiglie.

«L’impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, sia di potere che sulla coscienza che sessuali, da parte di chierici o di laici nella Chiesa, nella società e nelle famiglie, ci deve vedere uniti. Uniti nella preghiera e nella penitenza, perché le sofferenze delle vittime, che non si cancelleranno, siano condivise e non si ripetano». Un tema, quello degli abusi sui minori, che nella diocesi di Ravenna è stato particolarmente sentito a causa del caso di don Giovanni Desio,  ex parroco di Casal Borsetti condannato proprio per atti sessuali con minori.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia un articolo pubblicato da retelabuso.org che fa notare come il Vescovo Lorenzo Ghizzoni nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori Non rimosse, il prete pedofilo, don Desio fino all’arresto.

La Conferenza Episcopale Italiana ha posto Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, a capo del gruppo di lavoro per la prevenzione della pedofilia. Ed è anche stato nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori presieduta dal cardinale Sean O’Malley.

Un segno peggiore i vescovi non potevano darlo. Ghizzoni infatti rappresenta nel modo più compiuto il “vecchio” metodo di gestione della pedofilia.

Quando venne arrestato don Giovanni Desio, l’ex prete condannato a 8 anni e 8 mesi per violenza sessuale e atti sessuali su quattro ragazzini minorenni che frequentavano la sua parrocchia, Ghizzoni era il suo vescovo. Fino al giorno dell’arresto don Desio ha mantenuto tutti i suoi incarichi in curia, dalla direzione del settimanale diocesano alla segreteria dell’ufficio per le comunicazioni sociali. Se non fosse intervenuta la magistratura (e siamo sicuri che il vescovo abbia effettivamente collaborato?) don Desio sarebbe ancora al suo posto, inattaccabile. Possibile che in un anno e mezzo di episcopato non si fosse accorto proprio di nulla? Viene sbandierato il titolo di “psicologo” di Ghizzoni. Uno “psicologo” che non si era accorto di nessuna stranezza del prete, neppure quando don Desio cadeva nel canale ubriaco con il SUV da 35 mila euro, o quando i parrocchiani raccoglievano le firme per farlo allontanare.

Ma il marciume nella diocesi guidata da Ghizzoni non si ferma certo qui. Le vicende legate a Mons. Giansandro Ravagna si sono risolte con la sua recente scomparsa.

Quelle legate all’altra indagine di punta condotta dalla magistratura nei confronti di un altro prete accusato da più parti di pedofilia hanno scatenato più di una richiesta di riduzione allo stato laicale o temporaneo allontanamento di preti della diocesi. Qualcuno forse sarà l’indagato?

Se la nomina di Ghizzoni vuole esportare il modello ravennate al resto d’Italia ci sarà sempre una soluzione per ciascun prete pedofilo italiano: far finta che non esista, sperare che se ne vada da solo, o aspettare che muoia.

Alla faccia della “prevenzione”.

Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

«Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può uccidere tranquillamente. Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia, della sua giustificazione e della protezione riservata ai pedofili ad esempio dai gerarchi vaticani, di cui tanto spesso si sente parlare nel caso dei sacerdoti stupratori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono presi a livello istituzionale, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia, e del nostro governo e Parlamento, in particolare quando c’è di mezzo la Chiesa cattolica. Veniamo ai fatti. Nel 2016, per primi su Left (n. 50 del 10 dicembre) denunciammo con l’avvocato Caligiuri del foro di Roma, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2012. Ci si riferiva allora alle condizioni di estrema vulnerabilità e discriminazione in cui le presunte vittime di abusi si trovano a rendere testimonianza ai procedimenti penali contro i preti nei tribunali ecclesiastici presenti in territorio italiano. «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica neppure è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso – ricorda Caligiuri – ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». A questo protocollo possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa, ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al contro esame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Sulla base di queste osservazioni, il 19 febbraio scorso l’associazione Rete L’Abuso, proprio per mano di Mario Caligiuri, ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana» (v. Left n. 9 del 2 marzo 2018). Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef. In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Tuttavia, quando scriviamo di giorni ne sono passati 60, e volete sapere se qualcuno del Palazzo si sia degnato di rispondere all’associazione che si occupa di tutelare i diritti di centinaia di vittime italiane di preti pedofili? Prima di rispondere a questa domanda, il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tiene a sottolineare alcuni aspetti: «Il nostro Paese, come la Santa sede, ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, e il solo fatto che lo Stato permetta alle gerarchie ecclesiastiche di attuare indisturbate sul territorio italiano le stesse violazioni contestate alla Santa sede dal Comitato d’inchiesta Onu (v. Left n. 6 del 15 febbraio 2014), equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini».

E cosa contesta l’Onu all’istituzione governata da papa Francesco? Questioni niente affatto marginali: di non aver «preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso “sessuale” e per proteggere i bambini», e di «aver adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». E ancora. Oltre quanto evidenziato da Caligiuri «lo Stato italiano disattende la Convenzione di Lanzarote per quanto riguarda il cosiddetto certificato antipedofilia», racconta Zanardi. È questo un documento che attesta la pulizia della fedina penale in riferimento a reati di natura “sessuale” che viene richiesto all’atto dell’assunzione a determinate categorie professionali a rischio. Vale a dire a quelle più a contatto con i minori. Diversamente da altri Paesi aderenti, il nostro non ha previsto questo obbligo per una fascia che invece è da sempre particolarmente a rischio, ovvero quella del volontariato “minorile”: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, educatori, scout e così via. «Sembra un vuoto normativo creato quasi ad hoc e forse non è un caso, dato che a questa categoria appartengono anche i sacerdoti» osserva Zanardi. E dunque, chiediamo al presidente di Rete L’Abuso, come ha reagito il governo italiano alla vostra diffida? «Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa. Malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire. Malgrado la priorità che dovrebbe avere un’istanza che riguarda i diritti e l’incolumità dei bambini, è come se per lo Stato il problema non esistesse. A questo punto può configurarsi il reato di omissione di atti d’ufficio da parte degli uffici inadempienti». Moderni interpreti di antiche idee e credenze inumane da rifiutare.

*

Articolo pubblicato su Left n. 16 del 20 aprile 2018

USA: NUOVO MAXISCANDALO ABUSI IN DIOCESI PENNSYLVANIA

ANSA

ACCUSE A 300 PRETI. IN 70 ANNI MOLESTATI MIGLIAIA DI BAMBINI Centinaia di preti cattolici in Pennsylvania avrebbero molestato migliaia di bambini dagli anni ’40 ad oggi, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington Donald William Wuerl, avrebbero sistematicamente coperto gli abusi: lo afferma un rapporto del grand jury diffuso al termine di 18 mesi di indagini guidate dall’attorney general statale Josh Shapiro. Il “reale numero” dei bambini abusati potrebbe ammontare a diverse migliaia – sostiene il grand jury – . I sacerdoti coinvolti sarebbero oltre 300. (ANSA).

Abusi su minori, il vescovo pubblica i nomi dei preti accusati

Il vescovo Ronald Gainer della diocesi cattolica di Harrisburg (Pennsylvania) ha fattopubblicare i nomi di 71 sacerdoti che nei vari anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori.

Tra i 71 accusati di abusi, una parte è relativa a chierici già deceduti, alcuni sono stati accusati solo dopo la loro morte. Gainer ha spiegato la sua scelta di pubblicizzare i nomi attraverso una lunga dichiarazione pubblicata sul sito diocesano.

Dopo la conclusione dell’inchiesta del Grand Jury e il via libera della Corte Suprema della Pennsylvania alla pubblicazione della copia del rapporto del Grand Jury, la diocesi di Harrisburg ha potuto pubblicare (dopo uno stop di due anni) la lista dei sacerdoti e dei seminaristi che negli anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori perché le informazioni rilasciate sono “il risultato di una grande mole di lavoro da parte di consulenti esterni e investigatori professionisti”.

Dopo essersi scusato per conto della Chiesa diocesana di Harrisburg, il vescovo ha espresso il suo profondo dolore ai sopravvissuti degli abusi sessuali e ha chiesto di “lavorare per continuare e migliorare i cambiamenti positivi che abbiamo fatto per garantire che questi tipi di atrocità non si ripetano mai”.

Ronald Gainer, che è stato nominato undicesimo vescovo di Harrisburg da Papa Francesco il 24 gennaio 2014, nel corso del suo mandato ha adottato una politica di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali su minori.

Il pugno di ferro del vescovo contro tali crimini è dimostrato anche da un’ulteriore decisione, anch’essa resa nota sul sito diocesano. Monsignor Gainer ha ordinato il divieto di nominare i coinvolti negli scandali e ha chiesto di rimuovere da edifici, sale e stanze diocesane i loro nomi qualora risultino inseriti nella lista di chi è accusato di abusi su minori.

Il vescovo Gainer ha quindi reso retroattiva la politica di denominazione degli edifici. Secondo il nuovo modo d’operare, il nome di ogni vescovo dal 1947 ad oggi sarà rimosso da qualsiasi edificio, struttura, stanza o altra posizione d’onore nella diocesi come replica alle risposte inadeguate date dalla Diocesi negli anni alle accuse di abusi sessuali su minori. Così chiunque sia stato accusato di cattiva condotta sessuale e compare nella lista, verrà rimosso da qualsiasi posizione d’onore in tutta la Diocesi.

Inoltre, la diocesi di Harrisburg, che comprende 15 contee della Pennsylvania centro-meridionale (Adams, Columbia, Cumberland, Dauphin, Franklin, Juniata, Lancaster, Libano, Mifflin, Montour, Northumberland, Perry, Snyder, Union e York) ha rinunciato ai rimanenti diritti di riservatezza relativi a fatti legati agli abusi. Il vescovo Gainer ha spiegato di fare questo passo affinché “i sopravvissuti possano sentirsi liberi di raccontare le loro storie a chiunque e in qualsiasi momento lo desiderino. Spero che questo passo aiuti ulteriormente quei sopravvissuti, e forse altri, nel loro percorso verso la guarigione”.

Il nuovo sito web lanciato in occasione della diffusione dei nomi contiene anche informazioni su come segnalare abusi sessuali su minori, che sono risultati frequenti in certe zone degli Stati Uniti, informazioni di contatto per l’Ufficio di assistenza alle vittime e informazioni dettagliate su come la Chiesa Cattolica ha affrontato questo problema.

Il Giornale

Il vescovo che scappa Chiesa cilena distrutta, i reporter inseguono un monsignore che salta dalla finestra. Proposte provocatorie

Il vescovo che scappa

Il cellulare suona ed è il cardinale che quattro giorni prima mi aveva accolto a casa sua per una limonata (bevanda) e quattro chiacchiere sullo stato della chiesa. Sms: “Guardi il video del vescovo cileno scappato dalla finestra”. Non capisco di che parli, ma cerco un po’ su Google e trovo il filmato. Siamo in Cile, una troupe giornalistica va a cercare Horacio Valenzuela, uno dei tanti vescovi cileni fatti fuori dal Papa perché coinvolti a vario titolo nell’insabbiamento degli abusi sessuali riconducibili a membri del clero locale su minori. Valenzuela è un gagliardo sessantaquattrenne e a quanto pare è pure in forma. Il video è da “Zelig”: la cronista bussa alla porta, nessuno risponde. La segretaria inizia a preoccuparsi, aprono la porta e il vescovo non c’è. Però la finestra è aperta. Lui è fuori che tenta di tagliare la corda. “Questo è il manifesto per lo stato marcescente della chiesa in Cile”, mi dice il cardinale. “Non servono altre parole, documenti, analisi. E’ tutto lì. Il vescovo che scappa da una finestra”. Gli domando cosa serva ora, come il Papa possa evitare la caduta traumatica nel baratro: “Deve azzerare tutto a partire da chi la chiesa cilena l’ha comandata per vent’anni. E’ un compito da far tremare i polsi, perché non è possibile trovare vescovi ‘nuovi’ e immuni da tutto quel che c’è stato laggiù”. Soluzioni? “Non nominare i vescovi. Lo so, sarebbe un’azione di rottura, ma secondo me farebbe bene a tutti. Intanto, si bloccherebbero ambizioni di carriera coltivate sullo scandalo dei preti pedofili e poi si darebbe un chiaro messaggio che in questa lotta non si faranno prigionieri”.

ilfoglio.it

Pedofilia:12 mesi a arcivescovo Adelaide

 © EPA

(ANSA) – NEWCASTLE (AUSTRALIA), 3 LUG – L’arcivescovo cattolico di Adelaide, Philip Wilson, é stato condannato a 12 mesi di reclusione per aver coperto un prete pedofilo. Wilson, 64 anni, era stato dichiarato colpevole in maggio da un tribunale di Newcastle, a nord di Sydney. L’arcivescovo, vice presidente della Conferenza Episcopale Australiana, é il più alto prelato cristiano al mondo ad essere condannato per questo reato. Era imputato di aver tenuto segreti gli abusi sessuali su 4 minori compiuti dal sacerdote James Fletcher negli anni ’70.

Abusi preti: nasce una federazione internazionale

ECA conferenza stampa

Il 7 giugno è stata presentata in una conferenza stampa a Ginevra (Svizzera) l’associazione internazionale contro gli abusi del clero cattolico: «Ending clergy abuse» (ECA). Una quarantina di rappresentanti di 15 paesi hanno dato vita a questa federazione di associazioni già attive nei diversi contesti mondiali e riconosciuta dalle Nazioni Unite il 5 giugno. «L’ECA non è contro la Chiesa istituzionale, ma è preoccupata per gli atteggiamenti e le pratiche abusanti che collocano l’istituzione sopra i bisogni dei bambini».

In coerenza con la Convenzione sui diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU nel 1989 e condivisa dalla Santa Sede, l’ECA «riconosce i progressi relativi agli abusi in alcuni paesi, grazie al coraggio della vittime che hanno lottato, alzando la voce. Tuttavia ci sono molti altri posti nel mondo – tra cui Asia, Africa, Caraibi e America Latina – dove le voci delle vittime vengono messe a tacere. L’ECA cerca di essere quella voce».

Progressi, ma non ovunque

Fra le azioni che l’associazione si propone: «Evidenziare la responsabilità della Chiesa cattolica romana in più contesti: mobilitare l’opinione pubblica attraverso azioni giudiziarie e legislative per porre fine agli abusi del clero e rendere giustizia alle vittime; supportare la vittime, aiutandole ad organizzare e contattare le associazioni locali o internazionali per trovare aiuto e richiesta di giustizia; fare rete con organizzazioni che indagano e fanno ricerche sugli abusi del clero».

Il presidente, François Devaux, responsabile dell’associazione francese «La parola liberata», ha sottolineato lo sforzo di federare a livello internazionale i molti attori della lotta agli abusi. In relazione al prossimo viaggio di papa Francesco a Ginevra (21 giugno) gli verrà sottoposta la richiesta di un tribunale vaticano, indipendente dalla curia, deputato al giudizio sui vescovi colpevoli di ostacolare le indagini.

Fra i nomi più conosciuti del gruppo vi è Peter Saunders, inglese e già membro della Commissione pontificia per la protezione dei minori, da cui si è dimesso nel 2016 per le resistenze al loro lavoro da parte della curia. Molto rilievo ha avuto il caso cileno. J. Murillo, vittima del pedofilo F. Karadima, ha visto il papa nel maggio scorso e lo ha riconosciuto come  «incredibilmente impegnato» contro la pedofilia. Le dimissioni collettive dell’episcopato cileno sono state considerata un fatto storico e un segno di speranza. Essi ritengono ancora insufficiente la disciplina del motu proprio del 2016 «Come una madre amorevole».

Anne Barret Doyla, co-direttrice di BishopAccuntability.org ha rilanciato lo slogan della riunione «Basta abusi sessuali nella Chiesa. Da subito». Pur riconoscendo i progressi nella lotta  agli abusi in alcuni paesi  ha espresso l’opinione che  in numerosi paesi d’Africa e d’Asia i sistemi generalizzati di abusi su minor i sono ancora attivi e che l’ECA è chiamata ad ascoltare le voci di queste vittime che non possono ancora esprimersi.

settimananews.it

Diego Esposito, morto il figlio di 18 anni/ La vittima di un prete pedofilo rivela la sua identità

Diego Esposito, morto il figlio di 18 anni

Aveva provato la gioia di incontrare Papa Francesco, poi un dolore atroce: muore suo figlio. Una dramma nella tragedia, perché l’uomo in questione è colui che in un servizio di Pablo Trincia, per le Iene, aveva denunciato gli abusi subiti all’età di 13 anni dall’insegnante di religione delle medie, don Silverio Mura, a Ponticelli. La morte del figlio lo ha spinto ad uscire allo scoperto. «Mio figlio Luigi di 18 anni è morto in un incidente stradale. Ora non ho più la forza di nascondermi e vi svelo anche il mio vero nome: Arturo Borrelli». Questo il messaggio su Facebook dell’uomo che Le Iene chiamarono Diego Esposito per tutelarne la privacy. Lottava da 30 anni per vedere riconosciute dalla Chiesa le violenze subite, purtroppo la felicità di aver incontrato Papa Francesco è stata spazzata via da questa tragedia, un’altra. Il pontefice si era preso l’impegno di continuare a indagare, e lui continuerà a combattere. «Dedicherò il mio dolore di padre a combattere, visto che mio figlio ha sofferto anche lui per quello che mi hanno fatto».

LA BATTAGLIA DI DIEGO ESPOSITO PER LA VERITÀ

Arturo Borrelli ha raccontato a Le Iene, sotto altro nome, di aver avuto rapporti sessuali completi, due-tre volte a settimana, per tre anni con il suo insegnante di religione. Gli abusi che avrebbe subito da don Silverio Mura non avrebbero segnato solo la sua vita, ma anche quella di altre persone. Il programma di Italia 1 indagò sul caso scoprendo che ci sarebbero altre vittime. Almeno nove persone hanno espresso la loro disponibilità a testimoniare per «uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana». Arturo dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato nuovamente don Silverio, il quale non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia lo aveva fatto sottoporre ad una perizia psichiatrica, registrata anche quella, che sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote. Nel frattempo don Silverio si è trasferito al Nord, a Montù Beccaria, dove sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava a fare il catechista. Dopo il servizio del 7 marzo de Le Iene ha fatto perdere nuovamente le sue tracce. A inizio maggio è riuscito a incontrare con la moglie il cardinale Sepe. Sabato scorso era stato ricevuto dal Papa.

sussidiario.net

Don Galli è accusato di molestie su un minore E ha chiamato in causa l’arcivescovo di Milano

Milano Don Mauro Galli è piccolo, esile, dimostra meno dei suoi trentotto anni. Per la Procura di Milano è un prete pedofilo, un sacerdote che ha approfittato del suo ruolo per portarsi a letto un ragazzino.

Ieri, per la prima volta, appare nell’aula del processo. Lo interrogano, si difende: senza incertezze e senza emozioni apparenti. Ma don Galli sa che ormai nella sua aula non si celebra solo il processo contro di lui. Che sotto accusa ci sono i vertici della Curia ambrosiana che lo hanno coperto a lungo: a partire da Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano: cui, proprio per il suo coinvolgimento nella vicenda, nei giorni scorsi Papa Francesco ha negato la promozione a cardinale.

Il giovane prete dichiara al tribunale che fu proprio Delpini, allora vicario generale della diocesi, a metterlo sull’avviso dell’inchiesta, allora segreta, aperta nei suoi confronti per violenza sessuale. «Nel settembre 2014 vengo chiamato dal vicario generale e mi dice che a Rozzano i preti hanno sentito di una possibile denuncia effettuata contro di me», racconta. Perché Delpini sente la necessità di mettere il prete sull’avviso?

Le intercettazioni raccontano delle modalità con cui avviene la convocazione, con Delpini che convoca don Galli, lo ammonisce a non parlare al telefono, gli consiglia l’avvocato. Ieri, in aula, don Galli potrebbe approfondire il ruolo dell’arcivescovo. Ma il presidente del tribunale stoppa la domande del pm: «Sono temi estranei al capo di imputazione». Allo stesso modo, poco prima, il giudice aveva impedito al pm di scavare sul tema cruciale del comportamento della Curia, che dopo avere saputo di quanto accaduto a Rozzano (dove don Mauro aveva invitato a dormire a casa sua un quindicenne, lo aveva ospitato nel suo letto matrimoniale, e il ragazzo riferiva di essere stato abbracciato nella notte) invece di mettere al riparo il prete da altre tentazioni lo aveva spostato a Legnano, in un’altra pastorale giovanile. Neanche questo, dice il giudice, è il tema del processo.

Così tutto si ferma alla ricostruzione della sera del 19 dicembre 2011, quando il giovane – animatore all’oratorio, ragazzo intelligente ma irrequieto, un po’ in rotta con la famiglia – dorme in parrocchia. Ci sono due stanze con i letti, ma ragazzo e prete finiscono nel lettone di quest’ultimo. Non le parve strano? «Col senno di poi sì. In quel momento non pensai ad altre sistemazioni». Cosa accadde? «Dormii male. Una volta mi svegliai perché lui russava La seconda volta vidi che stava per cadere dal letto. Lo presi e lo rimisi a posto». Nient’altro? «Nient’altro. Non l’ho abbracciato nè toccato nè ho compiuto gli atti che mi vengono contestati». Come si spiega che il ragazzo dica di essere stato violentato? «Credo che ripeta opinioni espressa da altri».

Su quanto accadde dopo, sul ruolo della Curia, viene ammessa una sola domanda, dal difensore del prete: «Lei ha risarcito la famiglia del ragazzo. Dove ha preso i soldi?» «Erano dei miei genitori e di mia nonna». É un modo per dire che la Curia non c’entra, che non è stato Delpini a tacitare la vittima. Ma don Galli non spiega perché sulla fonte dei soldi venne imposto il silenzio, non dice chi gli sta pagando l’avvocato, non racconta perché nei verbali di interrogatorio si dichiarò nullatenente.

Il Giornale

Requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Meglio i preti sposati

Sul numero di marzo-aprile di Mensaje il padre gesuita cileno Agustín Moreira Hudson ha sintetizzato il vastissimo materiale che la “Royal Commission” australiana ha raccolto in oltre cinque anni di indagini sugli abusi sessuali perpetrati sui minori. L’articolo si sofferma in particolare su quanto è accaduto  nella Chiesa cattolica ad opera di preti e fedeli. E indica alcune vie d’uscita.

Un prezioso passo avanti verso misure più adeguate di riparazione e di giustizia nei confronti delle vittime di abusi, nonché per un rinnovamento della Chiesa cattolica, è rappresentato dalRapporto che il 15 dicembre 2017 la “Royal Commission” ha consegnato come risposta istituzionale agli abusi sessuali commessi su minori in Australia. È la risposta di quella nazione alle numerose denunce registrate da anni in questa materia. La “Royal Commission” viene attivata quando si tratta di questioni di interesse nazionale.

L’Australia, il settimo paese più grande con i suoi 7,7 milioni di chilometri quadrati, conta circa 24 milioni di abitanti, di cui il 22,6% si dichiara cattolico. Negli ultimi decenni, questa popolazione è stata scossa dalle notizie di abusi sessuali su minori, che hanno portato l’allora presidente del Consiglio, la prima ministra Julia Gillard, a convocare la “Royal Commission” per esaminare, analizzare e presentare proposte sull’argomento.

Sei commissari di alto prestigio e di riconosciuta capacità nel servizio pubblico sono stati incaricati di portare a termine l’inchiesta. Nei suoi poco più di cinque anni di intenso ed esauriente lavoro a livello nazionale, la Commissione ha ricevuto 42.000 chiamate, ha effettuato oltre 8.000 sessioni private di ascolto e ha catalogato – dal 1950 al 2017 – 6.875 minori vittime di abusi sessuali, 2.489 delle quali studiavano in istituzioni legate alla Chiesa cattolica.

Su quest’ultimo aspetto, la Commissione ha effettuato un esame ampio e approfondito. NelRapporto finale, 926 pagine sono dedicate all’analisi della sua struttura e del suo modo di operare, oltre a presentare importanti proposte di miglioramento, in un’ottica di protezione dei minori. In Australia, le istituzioni legate alla Chiesa accolgono un bambino su cinque in età scolare. La Commissione ha rivelato che il 36% delle vittime di abusi sessuali su minori apparteneva a questo ambito.

Della Chiesa cattolica fanno parte 1.880 abusatori di minori, il 96% dei quali maschi. Tra di loro ci sono sacerdoti, religiosi fratelli, laici e volontari. L’età media del primo abuso si è verificata all’età di 10 anni circa, con il 74% delle vittime maschili. Il tempo medio trascorso tra l’abuso e la denuncia è stato di 33 anni.

abusi sui minori

Dicembre 2017: il Ministro della Giustizia Peter McCellan e il Governatore Generale Peter Cosgrove durante la firma del rapporto.

Primi passi

Dal 1940 si parla della propensione degli abusanti a reiterare questo comportamento. Lo stile consueto di vescovi e superiori religiosi di fronte alle accuse di abuso è stato il trasferimento del molestatore in altre parrocchie o scuole. Per lungo tempo, la pedofilia non è stata capita, né si sapeva come procedere nei confronti di un pedofilo. Non si sapeva se questa tendenza fosse compulsiva, ripetitiva e se creava dipendenza. È stata trattata come una colpa morale. Veniva consumata di nascosto ed era messa a tacere per evitare lo scandalo. Fino al 1984 era diffusa la convinzione che i disordini sessuali tra i chierici potessero essere curati con trattamenti psicologici, con una terapia adeguata e con un opportuno sostegno spirituale. A partire dal 1988, il tema dell’abuso sessuale sui minori inizia a essere discusso nella Conferenza episcopale australiana. Sono emerse diverse iniziative; ne riprendiamo solo alcune. Nel 1990 è stato stilato un Protocollo di prevenzione. Si è trattato di un grande sforzo, anche se troppo concentrato sulla difesa della Chiesa e del suo clero, a scapito delle vittime. Nel 1992 c’è stata anche una lettera pastorale sull’argomento. Un punto di rottura con le vecchie pratiche si è verificato con l’iniziativa “Towards Healing” del 1996. Lì si è stabilito che qualsiasi comportamento sessuale con un minore è immorale ed è un crimine. La Chiesa si è impegnata a fare maggiore verità e trasparenza, a risarcire le vittime, a prestare assistenza alle altre persone coinvolte, a dare una risposta efficace agli accusati e ai colpevoli e a migliorare le misure di prevenzione. A ciascuna diocesi o congregazione è stato chiesto di istituire un “Profetional Standards Resource Group” che affronti radicalmente il problema.

Nel 2000, i rappresentanti della Conferenza dei vescovi australiani e i rappresentanti della Santa Sede si sono incontrati a Roma per risolvere alcune questioni dibattute. Gli australiani ritengono che la Santa Sede sia in ritardo di vent’anni in materia di abusi sessuali su minori. Un grosso problema da risolvere è quello delle prescrizioni e del rapporto tra diritto civile e diritto canonico. E non possiamo dimenticare i 570 vescovi presenti a Roma in quella circostanza, i quali hanno chiesto che si applichi la normativa civile in caso di abusi sui minori. Nel 2001, la Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il documento Sacramentorum sanctitatis tutela, si riservava il diritto di esaminare e di sanzionare tutti i casi.

Che cosa contribuisce all’abuso nella Chiesa

Le prove confermano che l’abuso sessuale sui minori è un problema molto esteso nella Chiesa cattolica. Esso implica elementi individuali e sociali, aspetti teologici, la struttura gerarchica dell’istituzione, la formazione del clero e la cultura clericale. Più sotto svilupperò alcuni di questi fattori.Tra gli abusatori di bambini in genere bisogna distinguere tra abusatori seriali, abusatori opportunisti e abusatori atipici. I fattori individuali di rischio che possono predisporre agli abusi includono: confusione nell’orientamento sessuale, interessi puerili, mancanza di relazioni tra pari, esperienze sessuali estreme, esperienze di abuso, personalità passivo-dipendenti e immaturità psicosessuale. È stato ribadito con forza che il clericalismo è un fattore che contribuisce ad alimentare gli abusi sessuali. E anche l’idealizzazione del sacerdozio e dell’istituzione della Chiesa cattolica. Essa è caratterizzata da una leadership autoritaria, da una rigida visione gerarchica del mondo e dalla sacralità dello stato sacerdotale, con sentimenti di superiorità. Questa sacralità dei sacerdoti, che assumono il ruolo di Dio, li ha resi oggetto di fiducia e di autorità indiscussa, che qualcuno ha utilizzato per abusare dei minori. Quando si abusa del potere e dei privilegi, viene a mancare il servizio al popolo di Dio. A ciò si aggiunge una cultura clericale che cercava di evitare lo scandalo e che si preoccupava della reputazione della Chiesa, attraverso il silenzio e l’occultamento, schierandosi più dalla parte dei carnefici che delle vittime. Per molto tempo, la pedofilia è stata ritenuta una colpa morale e non un crimine. A livello di struttura organizzativa, la Chiesa assomiglia ad una monarchia assoluta. Il potere è concentrato nel papa e poi nei vescovi o nei superiori religiosi, che governano le loro diocesi o le loro congregazioni con un’autonomia quasi totale, senza i controlli e i contrappesi delle organizzazioni civili. Ciò è dovuto alla presenza schiacciante di chierici di sesso maschile, mentre i laici e le donne sono esclusi dai processi decisionali.Le prove mostrano una carenza di leadership sia nei vescovi sia nei superiori religiosi, e una mancanza di preparazione e di formazione in materia di leadership e di processi decisionali. Nello stesso tempo, il livello di responsabilità riguardante le loro decisioni e le loro gestioni è assai ridotto. Tutto ciò ha reso possibile la segretezza, la mancanza di trasparenza e gli errori ripetuti.

Nel campo del diritto, la Chiesa cattolica è governata dal Codice di diritto canonico del 1983, che considera l’abuso sessuale dei minori una colpa morale e non un crimine. Prevale il segreto che tutela l’aggressore ed evita lo scandalo (presente in 24 canoni). Il tempo di prescrizione del crimine è stato un fattore che ha reso più difficile il cammino della giustizia. Tutto ciò è cambiato negli ultimi anni. È chiaro che lo standard del Codice di diritto canonico della Chiesa è inferiore a quello del campo dei diritti civili di molti paesi. Nel 2016, il card. Sean O’Malley ha detto, citando papa Francesco, che i crimini contro i minori non possono rimanere segreti e che esiste l’obbligo morale di segnalarli all’autorità civile.

Molto si è discusso sull’incidenza che il celibato potrebbe avere sull’abuso sessuale dei minori. È bene chiarire che la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori avviene all’interno della famiglia. Non esiste una relazione di causa diretta tra il celibato e la propensione ad abusare dei bambini. Tuttavia, quando vi sono fattori di rischio preesistenti, a cui viene aggiunto il requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Studiando la crisi dovuta agli abusi sessuali, si è concluso che v’è stata una cattiva teologia del corpo e della sessualità nella dottrina della Chiesa cattolica e nella formazione religiosa. C’è immaturità e repressione nell’esperienza della sessualità. Per molti sacerdoti il celibato richiesto è un martirio silenzioso e vorrebbero che fosse dichiarato facoltativo.

Alla luce delle informazioni che conosciamo oggi, è chiaro che, prima dell’anno 1970, i processi di selezione, di formazione iniziale, di accompagnamento e di preparazione ad una vita da celibe e al lavoro pastorale erano inadeguati nell’ambito della sessualità, della consapevolezza dei propri limiti, della custodia della propria intimità e delle relazioni.

I candidati, a partire dai dodici anni, entravano in un collegio dove lo sviluppo emotivo-psicosessuale era scarso, inadeguato e fonte di squilibri. I seminari erano isolati e seguivano un modello monastico, la cui formazione era rigida, con un’enfasi sulla parte intellettuale, sulla pietà e sull’obbedienza delle regole. Era normale che sacerdoti e confratelli appena ordinati fossero assegnati a parrocchie o a collegi senza una previa preparazione pastorale. Molti hanno sperimentato la solitudine, l’isolamento, la scarsa vita di comunità, nessuna intimità, scarsa amicizia tra pari, stress, immaturità sessuale ed emotiva, sovraccarico di lavoro, mancanza di controlli e di supporti. I fattori menzionati hanno aumentato il rischio di abusi sessuali sui minori.

La confessione di abusi sessuali su minori – sia per le vittime sia per i molestatori – nell’ambito del sacramento della riconciliazione, ha relegato questo crimine nella segretezza del sigillo sacramentale e ha reso difficile farlo emergere dalla sfera privata. Ciò ha aumentato il rischio di abuso. Abbiamo ricordato che, per lungo tempo, l’abuso sessuale sui minori è stato considerato un peccato e non un crimine. È stato confinato nell’ambito della confessione, è stata raccomandata più preghiera, senza mai essere denunciato alla polizia. La confessione era un atto che permetteva ai molestatori di continuare ad abusare. Una figlia ha detto che suo padre era un penitente regolare e un molestatore permanente.

Proposte di prevenzione

La Commissione è stata critica nei confronti della concentrazione del potere nella gerarchia della Chiesa cattolica. E chiede l’inclusione dei laici, in particolare delle donne, sia nelle strutture di governo sia nel processo decisionale. Propone che la selezione dei vescovi sia un processo che veda un’ampia partecipazione dei laici, maggiore trasparenza, una scelta responsabile dinanzi alla comunità del popolo di Dio e che siano abbandonati i titoli onorifici. Per il buon governo di una diocesi, la Commissione invita ad una frequente celebrazione dei sinodi diocesani, come momento di partecipazione, di consultazione, di dialogo e di ascolto.Per quanto riguarda la selezione dei candidati alla vita sacerdotale e religiosa, la Commissione raccomanda un approccio multidisciplinare, che comprenda le seguenti dimensioni: medica, psicologica, spirituale e sociale. Prima dell’accettazione di un candidato, vengano eseguiti esami specifici da professionisti qualificati. Inoltre, ci sia un’ampia consultazione prima dell’ordinazione sacerdotale e un controllo attitudinale per lavorare con i minori. Poiché ogni relazione pastorale implica implicitamente uno squilibrio di potere, viene sottolineata l’importanza di una formazione permanente che includa corsi obbligatori sull’etica del ministero, sui limiti sulla sessualità, sulla cura dei ragazzi, sulla riservatezza e sull’esercizio responsabile del potere.
Vi è, inoltre, la necessità di una supervisione professionale delle attività legate alla cura delle persone e alla gestione amministrativa e pastorale della comunità, attraverso processi di valutazione formale.

La Commissione raccomanda che i reati di abuso sessuale sui minori siano denunciati ai tribunali civili competenti e che l’identità della vittima venga tutelata con la massima riservatezza. Sostiene la modifica del Codice di diritto canonico del 1983 per quanto riguarda gli atteggiamenti di occultamento e propone che l’abuso sessuale sui minori sia riconosciuto come un reato che non cada in prescrizione. Suggerisce che la Congregazione per la dottrina della fede istituisca dei tribunali locali per eseguire sul posto questi processi giudiziari.

La Commissione ha ricavato abbondanti prove del fatto che il celibato era spesso un peso che provocava isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattie mentali. Raccomanda che il celibato sia facoltativo.

Se, durante il sacramento della riconciliazione, un minore confessa di essere stato vittima di abusi sessuali o una persona confessa abusi sui minori, il sacerdote deve convincerli a riferire questi fatti al di fuori dell’ambito della segretezza del sigillo sacramentale, parlandone con persone che possano adeguatamente perseguire questo crimine. Raccomanda poi che la pratica del sacramento della riconciliazione con i minori avvenga in spazi aperti e sotto la sorveglianza di altri adulti.

Alla ricerca di una Chiesa accogliente

L’abuso sessuale sui minori è emerso con forza in diversi paesi, causando irritazione e scandalo. La Chiesa cattolica è stata duramente criticata perché alcuni dei suoi ministri e alcuni fedeli sono stati coinvolti in questi crimini.

settimananews

La Commissione australiana ha studiato a fondo questo problema nel suo paese, inclusa la realtà strutturale e operativa della Chiesa cattolica. Si è trattato di un lavoro obiettivo e di qualità, di cui siamo profondamente grati. Ha rivelato la gravità di questo crimine e l’enorme danno causato alle vittime e alle loro famiglie.

La Commissione esorta a cercare le giuste misure di riparazione per le vittime e ad attivare opportuni cambiamenti nella Chiesa, sia nella sua struttura di governance sia nel suo modo di procedere, per essere davvero la Chiesa di Gesù, che accoglie tutti, specialmente i più deboli.

Papa Francesco: pugno di ferro contro i preti pedofili

L’effetto Bergoglio sulla lotta ai preti pedofili si sta facendo sentire, anche se “per pulire definitivamente il clero da questo cancro la strada è lunga”, commentano Oltretevere. L’arresto di monsignor Carlo Alberto Capella, ex alto funzionario della Nunziatura Usa, ne è una prova, ma altri ecclesiastici non dormono sonni tranquilli.

Persino un cardinale “importante” come George Pell, super ministro delle finanze, non se la sta passando molto bene nel processo in Australia a cui partecipa per rispondere di omesso controllo sui preti pedofili della sua ex diocesi. Pell nelle udienze preliminari è stato anche accusato di presunte violenze sessuali, costringendo i giudici a chiedere un altro mese di “approfondimenti” prima di deciderne il rinvio a giudizio.

E nell’entourage papale si sono “innervositi”, anche perché – spiegano alla Penitenzeria apostolica, il dicastero che giudica i grandi peccati del clero – il “motu proprio” con cui Francesco ha inasprito le pene per reati sessuali e pedofilia parla chiaro:riduzione allo stato laicale per i condannati dopo regolare processo, nessun intralcio alla giustizia ordinaria, rinunzia agli incarichi in attesa di giudizio per chi viene accusato, ma anche condanna per il solo possesso di materiale pedopornografico. Come è il caso di Capella, da qualche giorno rinchiuso in una cella della Gendarmeria vaticana in attesa del processo.

In precedenza lo stesso carcere aveva “accolto” altri prelati come monsignor Vallejo Valda condannato per aver trafugato documenti riservati, e il vescovo polacco Jozef Wesolowski (scomparso 2 anni fa), condannato e ridotto allo stato laicale dall’ex Sant’Uffizio per violenze sessuali su minori nella Repubblica Dominicana dove era nunzio.

Sono i segni del pugno di ferro di papa Francesco, che sui preti pedofili sembra essere poco misericordioso. Ne sa qualcosa il vescovo cileno Juan de la Cruz Barros sul quale il Sant’Uffizio sta per pronunciarsi dopo l’indagine su una sua presunta copertura di un prete pedofilo svolta dall’inviato papale, il vescovo Charles Scicluna. O il vescovo di Quam (Pacifico), Anthony Sablan Apuron, anche lui rimosso e condannato a vivere in clausura – salvo altri provvedimenti della giustizia civile – per reati sessuali su minori. Ma la lista nera, a breve, potrebbe continuare.

(Articolo pubblicato sul n° 17 di Panorama, in edicola dal 12 aprile 2018, con il titolo “Preti spogliati”)

Pedofilia: in cella ex addetto Nunziatura

 © ANSA

Colpo di scena nella vicenda di monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex funzionario della Nunziatura di Washington già destinatario di un ordine d’arresto delle autorità canadesi per detenzione e diffusione di ingente materiale pedopornografico e da mesi sotto inchiesta in Vaticano. Stamane Capella, al termine dell’indagine del promotore di giustizia vaticano, è stato sottoposto ad arresto e rinchiuso nella cella della Gendarmeria.Il sacerdote indagato, diplomatico d’alto profilo, ex officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, era finora ospitato in Vaticano presso il Collegio dei Penitenzieri, già in stato di restrizione in attesa del giudizio. A suo carico ora si profila il processo penale nel tribunale d’Oltretevere.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Preti sposati e celibato preti facoltativo

Frate valdostano M.D. Semeraro, ‘tolleranza zero ma anche carità verso i preti pedofili’

“Preti e pedofilia, la Chiesa fa bene a denunciare, ma deve saper andare oltre lo scandalo. La tolleranza zero è necessaria, ma non sufficiente: ci vuole carità”. La frase, riportata dall’Ansa, è del monaco benedettino Fratel MichaelDavide Semeraro che nella comunità in cui vive, quella della Visitazione a Rhemes-Notre-Dame, accoglie anche alcuni sacerdoti colpevoli di abusi sessuali, dimessi dallo stato clericale. Il frate ha scritto un libro destinato a far discutere: s’intitola ‘Preti senza battesimo?’, pubblicato dalle Edizioni San Paolo sarà nelle librerie giovedì 12 aprile.

“Dietro la pedofilia c’è una persona verso la quale bisogna usare tutta la carità possibile, aiutandola, a volte obbligandola, a lasciare il ministero e a proseguire il suo cammino nella Chiesa”, dichiara in un’intervista a Famiglia Cristiana ripresa dall’Ansa. “Se un prete non riesce a trovare un equilibrio psicoaffettivo, deve lasciare il sacerdozio, ma bisogna dargli una possibilità di salvezza e redenzione come battezzato”.
Finora non è stato fatto così? “In parte”, risponde fratel MichaelDavide. “Per fare questo però ci vuole una distinzione maggiore tra persona e ministero. Un’enfatizzazione eccessiva sul sacerdozio rischia di creare un paradosso terribile, ossia una volta che uno non è più prete, non è più nulla. Invece resta un battezzato come tutti gli altri”.
Nell’intervista, il monaco allarga l’orizzonte della sua analisi. Il celibato dei preti va messo in discussione? “Lo è già nella Chiesa latina. C’è un disagio da parte dei presbiteri e un altro da parte dei fedeli a vedere la difficoltà dei loro pastori, che richiede un intervento. Bisogna domandarsi come i preti possano vivere in modo armonioso il loro servizio alla Chiesa coniugandolo con la propria vita sessuale e affettiva”.

Fratel Michael Davide Semeraro ritiene “superata” l’attuale modalità organizzativa e formativa dei seminari che a suo avviso andrebbe ripensata come “noviziato pastorale” tra la gente. Renderebbe, inoltre, facoltativo il celibato: “Dovrebbe essere una scelta nella scelta, il celibato e la verginità sono carismi, che vanno oltre il ministero. Il quale è sentire una vocazione a mettersi a disposizione per servire nella Chiesa, poi è la comunità a decidere che tipo di servizio chiedere a chi si rende disponibile a servire”.

aostacronaca.it

Vittime abusi, sit-in al duomo di Napoli 7-8 aprile,’per chiedere conto a Sepe di provvedimenti canonici’

 © ANSA

(ANSA) – NAPOLI, 3 APR – Un sit-in di due giorni davanti al duomo di Napoli “per chiedere conto al cardinale Crescenzio Sepe e alla diocesi napoletana dell’esito dei procedimenti canonici” contro i sacerdoti accusati di violenze su minori. E’ l’iniziativa annunciata per il 7 e 8 aprile prossimi dall’associazione “Rete L’Abuso”, che raccoglie vittime di abusi commessi da sacerdoti.
La curia di Napoli è stata scossa negli ultimi mesi da alcuni casi di presunti festini gay ai quali avrebbero partecipato dei sacerdoti, e dal dossier – depositato dall’escort Francesco Mangiacapra – che denunciava l’esistenza, non solo nella diocesi partenopea, di una rete di preti omosex. Ma c’è stata anche la vicenda del parroco Silverio Mura, accusato da un uomo – oggi 40enne – di abusi risalenti a quando aveva 13 anni: vicenda su cui il Vaticano ha aperto un’inchiesta. (ANSA).

Dopo trent’anni di silenzi, il vescovo di Buffalo fa i nomi di 42 preti pedofili che operano nella sua diocesi

in http://buffalonews.com/2018/03/20/gallery10250/

Dopo trent’anni di silenzio, è solo dinnanzi alle pressioni di testimonianze non più arginabili che il vescovo di Buffalo, nello stato di New York, ha ammesso di essere a conoscenza di 42 preti pedofili che operano nella sua diocesi.
La maggior parte dei sacerdoti indicati dal religioso non è mai stato perseguiti penalmente o giudicato da tribunali civili. Solo alcuni di loro sono stati rimossi dal ministero con il pretesto di pensionamenti anticipate o problemi di salute.

Pedofilia: il Papa inserisce vittime in Commissione Vaticano

Papa Francesco ha confermato il cardinale Sean O’Malley come presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e ha nominato in questo organismo consultivo sedici membri, tra cui nove nuovi. “Vittime-sopravvissuti di abusi sessuali clericali – afferma un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede – sono inclusi tra i membri annunciati oggi”. La Commissione, aggiunge la nota, “supporta il diritto di ogni persona che sia stata abusata a rivelare o non rivelare pubblicamente le proprie esperienze. I membri nominati oggi hanno scelto di non farlo pubblicamente, ma solo all’interno della Commissione”.  O’Malley ha affermato: “il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha prestato molta considerazione e preghiera nel nominare questi membri. I commissari appena nominati aggiungeranno una prospettiva globale nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili”.

agi

Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati. La task-force del Vescovo Lorenzo Ghizzoni non funziona

Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni (Ghizzoni e Vescovo tradizionalista di Ravenna, in passato durissimo contro i preti sposati sospendendoli dall’insegnamento nelle scuole, travolto da numerosi scandali nella sua diocesi)

tratto da Il Mattino

Pedofilia, Bergoglio si scusa ma su Barros non torna indietro

Ha chiesto scusa alle vittime dei preti pedofili per le parole «infelici» usate in Cile, ma papa Francesco si è infilato in un vicolo cieco da cui non riesce ad uscire – nemmeno con la sottigliezza gesuitica con la quale distingue le «prove» dalle «evidenze» – e che sta minando profondamente la sua immagine di fautore della «tolleranza zero» (dice di aver ricevuto 25-30 domande di grazia da preti pedofili e di non averne firmata nessuna) e, più in generale, di pontefice dalla parte delle vittime sempre e comunque.

Ieri, durante la conferenza stampa sull’aereo che da Lima lo ha riportato a Roma dopo il viaggio apostolico in Cile e Perù, c’è stata un’ulteriore puntata del caso di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno (Cile) che, nonostante da più parti sia accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori dell’anziano ex parroco don Fernando Karadima (di cui Barros è stato discepolo), Francesco difende a spada tratta, sebbene le associazioni delle vittime e mezza diocesi ne chiedano la rimozione. Come ha fatto, per esempio, nel suo ultimo giorno in Cile, a Iquique, rispondendo ai giornalisti: «Quando mi porteranno una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò. Fino ad ora non c’è una prova, sono tutte calunnie». Tanto da prendersi anche i rimproveri del cardinale statunitense Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco (appena “scaduta”, verrà rinnovata a giorni) e vescovo di Boston, inviato lì per “fare pulizia” dopo il caso Spotlight, il mega-scandalo pedofilia nella diocesi guidata dal suo predecessore, il cardinal Bernard Law. «È comprensibile» che le parole di papa Francesco siano state «fonte di grande dolore per le vittime degli abusi sessuali da parte del clero», ha detto O’Malley. L’impressione che queste parole trasmettono è che il papa le stia «abbandonando», perché «comunicano il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto».

Inevitabilmente, sul volo Lima-Roma, molte domande – a cui Francesco non si è sottratto – insistevano sulla vicenda. «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito tanti abusati. Non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermene e senza volerlo. Il papa che dice in faccia “portatemi una prova è uno schiaffo”, mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, non ci ho pensato», ha ammesso Francesco. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Io parlerei piuttosto di “evidenza”. So che molta gente abusata non può portare una prova o ne ha vergogna e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo».

Tuttavia, nel merito della situazione del vescovo Barros, Francesco non è arretrato di un millimetro. «È un caso che ho studiato e ristudiato. E non ci sono evidenze per condannare. Se condannassi senza evidenza, senza certezza morale, commetterei un delitto di cattivo giudizio», ha ribadito. «Molti hanno chiesto le dimissioni di Barros e lui ha dato le dimissioni, è venuto a Roma e io gli ho detto: no, così non si gioca, è come ammettere la colpevolezza previa. Quando poi è stato nominato a Osorno, e c’è stato il movimento di protesta, lui ha dato le dimissioni per la seconda volta e io gli ho detto: no, vai avanti. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui. Non posso condannarlo se non arrivano evidenze. Ma sono anche convinto che sia innocente».

Non ha dubbi Luis Badilla, direttore del blog Il sismografo (indipendente, ma ben accreditato in Vaticano) e profondo conoscitore della realtà cilena (ha collaborato al governo Allende, prima di lasciare il Paese come esule): «La prima cosa da fare, per ripristinare serenità e rispetto reciproco e avviare una soluzione adeguata della questione, è chiara. Il vescovo di Osorno, monsignor Barros, deve rinunciare, e il papa dovrebbe accettare subito questa decisione del presule». Ma Francesco, stavolta, sembra preoccupato soprattutto di salvaguardare l’istituzione.

ilmanifesto.it

Pedofilia, O’Malley critica il Papa: “Addolora sua difesa di Barros”

Il cardinale di Boston presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori prende le distanze da Bergoglio

La polemica sul vescovo di Osorno, Juan Barros, varca ancora le mura leonine e, mentre Papa Francesco è ancora in visita apostolica in Perù, coinvolge i vertici della Santa Sede.

Il cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta dal Papa nel 2014 e membro del C9, prende le distanze da Bergoglio con una nota: è “comprensibile”, scrive, che le sue parole in difesa del vescovo di Osorno siano state “fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero”.

Secondo O’Malley, le dichiarazioni del Papa potrebbero dare l’impressione che il Pontefice stia “abbandonando” le vittime: sono “parole che trasmettono il messaggio ‘se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto’”. Poi smorza, affermando di non “poter parlare” non essendo presente.

“Quello che so, comunque – aggiunge il cardinale – è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari”. Il vescovo di Boston ricorda l’impegno preso da Bergoglio sulla lotta senza frontiere alla pedofilia.

Prima di partire per il Perù, ad Iquique, due giorni fa il Pontefice è tornato a difendere – questa volta con un gruppo di giornalisti cileni – la sua scelta sulla nomina di Barros. Le accuse contro il vescovo, per Papa Francesco, sono tutte calunnie, non essendo emersa negli anni alcuna prova che lo inchiodi. Barros è accusato di aver protetto Padre Karadima, condannato dal tribunale vaticano e dalla giustizia civile cilena per pedofilia, e si dice sia stato suo allievo spirituale.

Gli abitanti della diocesi di Osorno protestano – e anche pesantemente nei giorni di permanenza di Bergoglio in Cile – chiedendo la rimozione di Barros, ma il Pontefice ha sempre difeso la sua scelta: del 2015 è il video diffuso sui media cileni che mostra il Papa mentre, a margine di un’udienza in Vaticano, prende strenuamente le parti di Barros. Il 16 gennaio nella Nunziatura Apostolica di Santiago del Cile, dopo il pranzo, Francesco ha ricevuto un piccolo gruppo di vittime di abusi sessuali da parte di preti. Il Vaticano non ha fornito ulteriori dettagli, ma è più che probabile si sia trattato delle vittime di Karadima.

http://www.lapresse.it/pedofilia-o-malley-critica-il-papa-addolora-sua-difesa-di-barros.html

LA STORIA «Io abusato da un prete e non ancora risarcito»

La sentenza di condanna è definitiva dal 10 gennaio 2005 quando la Cassazione conferma i sei anni di reclusione per il sacerdote bresciano finito a processo, e prima ai domiciliari, con l’accusa diviolenza sessuale su minori.

«Sono passati 13 anni e io non sono mai stato risarcito come invece prevedeva la sentenza» racconta una delle vittime il giorno dopo aver letto che la Diocesi ha risarcito la famiglia di un ragazzino di Darfo che avrebbe subito violenze dal proprio parroco.

Lo chiamiamo Carlo, nome di fantasia. Oggi ha 34 anni e i fatti sono relativi al periodo tra l’ottobre 1995 ed il febbraio 1999. Il religioso, oggi ospite di un convento, ha un incarico nel seminario diocesano e le vittime sono cinque studenti di scuola media che raccontano di abusi subiti e tenuti nascosti per due anni.

In fase di processo d’appello il sacerdote si dichiara disposto a versare un risarcimento alle sue vittime. Dai 20 ai 50mila euro. «Sforzo che va valutato certamente a suo favore, ma 40 mila euro non rappresentano certamente un’adeguata riparazione per chi ha subito» scrisse la Corte d’appello di Brescia. Tre vittime ricevono risarcimento, non così Carlo e un altro ex compagno di seminario. «Mi erano arrivate delle lettere, ma null’altro» racconta.

«Una vicenda che volevo dimenticare anche se è impossibile far finta di niente. Però ci provavo». Fino a quando riceve una chiamata. «Qualche mese fa. Dall’altra parte del telefono un avvocato che mi chiede di ritirare la richiesta danni, perché il prete intende presentare istanza di riabilitazione. Non ci sto». Il religioso punterebbe all’estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna. La riabilitazione non può però essere concessa se il condannato non ha rispettato le obbligazioni civili derivanti dal reato. «E io – dice Carlo – dopo 13 anni sto ancora aspettando un risarcimento promesso».

Giornale di Brescia

La vittima di pedofilia attacca il Papa: “Perchè ha fatto scadere la Commissione anti abusi?”

Marie Collins contro Papa Bergoglio.“Al momento la Commissione è solo sulla carta, un nome vuoto, perchè di fatto non è stato ancora nominato nessun membro”, ha twittato la mite signora irlandese, vittima di un abuso sessuale all’età 13 anni da parte di un prete cattolico.

La Collins, nel 2014, fu chiamata a fare parte della Pontificia Commissione, scaduta il 17 dicembre, ma si è dimessa da quell’incarico non senza polemiche per le troppe omissioni della Curia. Marie Collins chiedeva venisse istituito una specie di tribunale per i vescovi che avevano dato copertura ai preti pedofili per evitare scandali ma non se ne fece nulla. Stavolta, invece, il bersaglio è Papa Francesco, reo di avere fatto scadere la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori senza aver previsto un suo rinnovo e aver, quindi, nominato nuovi membri. Dal Vaticano il cardinale O’Malley, presidente della Commissione, ha ricevuto assicurazioni che la struttura avrebbe continuato a lavorare come prima, mentre Padre Hans Zoellner, gesuita della Gregoriana in prima linea sul tema degli abusi, ripete che le nomine sono ancora al vaglio del Papa e che la struttura è ancora in piedi.

Prima dell’addio della Collins un’altra vittima, anche Peter Saunders se ne era andato polemicamente accusando Papa Francesco di avanzare lentamente e con poca convinzione. In una lettera aperta anche Francesco Zanardi dell’associazione ‘Rete l’Abuso’ giudica la Commissione istituita nel 2013 uno specchietto per le allodole “utile ad alleggerire quello che nel 2014 sarebbe stato il pesantissimo rapporto della Commissione ONU per la tutela del fanciullo, alla quale la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere lo scorso primo settembre”. L’Associazione Rete l’Abuso, infine, rivela che in Italia non tutte le diocesi e le parrocchie hanno avviato programmi per la formazione di personale ecclesiastico e cita il caso di un sacerdote di Palermo, don Turturro che “scontata la pena civile la scorsa estate è stato reintegrato nella sua diocesi e ora predica e dice messa normalmente”.

tratto da Il Giornale

Preti sposati / “Basta celibato obbligatorio, contribuisce agli abusi”. Il rapporto di Sydney sullo scandalo dei preti pedofili

Decine di migliaia di bambini australiani violentati, tra il 1980 e il 2015. La gran parte (circa il 62 per cento) da preti cattolici o in istituzioni cattoliche. 60 mila sopravvissuti con il diritto al risarcimento. 42 mila chiamate telefoniche e 25 mila tra lettere ed email ricevute. 8 mila audizioni di vittime a porte chiuse. 2.575 rapporti alle autorità (compresa la polizia). Decine di pagine coperte da omissis che la Royal Commission (la più alta forma di inchiesta prevista nell’ordinamento australiano) desidera che siano rivelate alla fine dei procedimenti penali che sono stati aperti (tra cui quello contro il cardinale George Pell). Quattro anni e mezzo di lavoro sono condensati in 17 volumi pubblicati venerdì 15 dicembre, dead line fissata da una lettera della stessa Regina Elisabetta II. Tre di questi volumi riguardano la Chiesa cattolica e altre istituzioni religiose, per circa 2.500 pagine.

“Abbiamo concluso che ci sono state delle catastrofiche mancanze di leadership delle autorità della Chiesa cattolica per molti decenni “, si legge nel rapporto. Il Cattolicesimo è la confessione religiosa maggioritaria in Australia. La Commissione ha riscontrato che le risposte della Chiesa alle denunce e alle preoccupazioni sul comportamento dei preti erano ” in modo incredibile e inquietante, simili”.

Le raccomandazioni finali sono 189 e tra queste c’è la richiesta di sanzioni per coloro che sospettano abusi e non allertano la polizia, compresi i sacerdoti che vengono a sapere di un abuso sessuale durante il sacramento della Confessione. A questo proposito è stato chiesto al Vaticano di stabilire la norma che l’assoluzione per il peccato di abuso su minori non possa avvenire se non quando l’abusatore non si sia denunciato alla polizia. Il rapporto finale ha anche esortato la leadership cattolica australiana a premere sul Vaticano e sul Papa per porre fine al celibato obbligatorio, lasciandolo solo volontario, perché è stato riscontrato dalla Commissione che moltissimi preti sono diventati orchi in istituzioni (come scuole e parrocchie) in cui sono stati lasciati soli con i bambini, diventati così oggetto delle loro pulsioni sessuali. La Commissione ha trovato che il celibato di per sé non è una causa diretta di abuso sessuale sui minori, “ma è un fattore che contribuisce, specialmente quando siano presenti altri fattori di rischio”.

I preti inoltre – secondo la Commissione – dovranno essere perseguiti dalla legge, se non ricorreranno alla polizia, quando vengono a conoscenza di un abuso. “Non c’è nessuna esenzione o privilegio da parte della legge, in relazione ad una determinata confessione religiosa” , sostiene il documento.

Adesso vedremo come reagirà Papa Francesco e il Vaticano al Rapporto che viene pubblicato proprio mentre la Commissione Pontificia per la tutela dei minori deve essere rinnovata nei suoi componenti, e dopo che il sopravvissuto inglese Peter Saunders si è definitivamente dimesso dal farne parte, dopo essersi sospeso nel 2016 in polemica con il cardinale Pell. Una serie di proposte sono state avanzate a Francesco e si attendono le sue decisioni.

Intanto però il Vaticano ha espresso rispetto per il lavoro della Royal Commission. “Il rapporto finale della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sex Abuse in Australia è il risultato degli accurati sforzi compiuti dalla Commissione negli ultimi anni e merita di essere studiato approfonditamente”, afferma una nota, diramata nel pomeriggio, dalla Santa Sede, che “resta vicina alla Chiesa cattolica in Australia – fedeli laici, religiosi e clero – mentre ascolta e accompagna le vittime e i sopravvissuti nello sforzo di portare guarigione e giustizia”. Nel suo recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, viene reso noto, Papa Francesco ha affermato che “la Chiesa è chiamata a essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto, e ha ribadito che la Chiesa è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili”.

Nel documento della Royal Commission si ricorda che nel novembre 2012 Pell, allora arcivescovo di Sydney, commentò favorevolmente l’annuncio dell’inizio dei lavori della Royal Commission e disse che la Chiesa cattolica avrebbe completamente collaborato. Tuttavia Pell “obiettò anche che l’estensione dell’abuso sessuale sui minori per quanto riguarda la Chiesa cattolica era stato ‘esagerato’. Nel rapporto si ricorda inoltre che i leader della Chiesa cattolica nel Paese hanno cominciato a discutere di abusi già alla fine degli anni Ottanta, in modo sporadico. Ma che già dieci anni dopo, alla fine degli anni Novanta le autorità civili del Paese presero coscienza della vastità del problema e allo stesso Pell, diventato arcivescovo di Melbourne, venne prospettata la possibilità di una Commissione d’inchiesta reale, se non fossero stati presi provvedimenti da parte della Chiesa, cosa che spinse Pell nel novembre 1996 a elaborare lo schema compensativo per le vittime, denominato, Melbourne Reponse.

Evidentemente, i cambiamenti intercorsi nell’arco di tre decenni non sono stati tali da impedire l’istituzione della Commissione che ha riguardato tutte le istituzioni australiane e anche le altre confessioni religiose, persino l’Esercito della salvezza.

Pell, prefetto vaticano dell’Economia, uno dei top advisor di Papa Francesco, è stato ascoltato tre volte dalla Royal Commission ( l’ultima nel marzo 2016 in diretta streaming da un hotel di Roma) è stato incriminato nel giugno 2017 per presunti abusi di cui sarebbe stato direttamente responsabile. Nel prossimo marzo (2018 ), dopo quattro settimane di udienze a porte chiuse, si saprà se Pell dovrà essere sottoposto a processo per accuse che il cardinale ha sempre veemente respinto.
http://www.huffingtonpost.it/

Le vittime: il silenzio dell’abuso

Il rapporto annuale della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes sui reati contro i minori ha rilevato che, nel 2016 in Italia, ogni giorno più di due bambini subiscono una violenza sessuale. Oltre 950 minori ogni anno. Un numero che sale del 6 per cento (rispetto all’anno precedente) raggiungendo i 5000 minori se si considerano anche le vittime di crimini non a sfondo esclusivamente sessuale. Le bambine costituiscono quasi il 60 per cento delle vittime. Percentuale che cresce ancora di più nella fase preadolescenziale. Raddoppia anche il numero degli omicidi volontari: da 13 a 21 minori, di cui il 62 per cento sono bambine e ragazze adolescenti.

Nella serie di articoli riguardanti il legame fra pedofilia e alcuni esponenti della Santa Sede non si può non prendere in considerazione la voce di chi ha subito, di chi ha sopportato i disturbi degli altri sulla propria pelle. Di chi ha inciso nel proprio avvenire gli errori altrui, di chi ha imparato a guardare le persone in maniera disincantata, quando ancora l’incanto avrebbe dovuto essere vita. Sono i bambini fragili e sopravvissuti che si approcciano alla vita con un dolore troppo forte da sopportare perfino per un adulto, sono le piccole-grandi esistenze che trovano, a modo loro, la strada da percorrere, sono la prospettiva stravolta fuori dall’ordinario. Abuso significa anche sottrazione della libertà personale. Chiunque subisca una violenza fisica o sessuale ne riporta i segni a livello mentale e coscienziale, perché ad essere intaccata non è la mera fisicità, ma la dignità per prima. L’abuso implica una passività forzata, dunque un paradosso che condizionerà il modo di vivere delle vittime, mettendone a repentaglio non solo la formazione della personalità, ma la stessa costruzione dell’identità. Dalle parole di Marco, un ragazzo che racconta gli abusi subiti da bambino, durante il terzo convegno sulla pedofilia: «l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. Condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni».

Sopravvivere a quel dolore significa abituarsi al sospiro lento del respiro sospeso, all’insofferenza verso gli altri e verso se stessi, alla paura di gettare la maschera e lasciarsi vedere. Il nascondimento diventa la regola, l’estraneazione da se stessi la prassi. Lo smarrimento è totale così come il senso di colpa. La realtà è confusa e altalenante, instabile e sporca. Ambigua. Qual è il potere dei grandi? Cosa possono fare e cosa no?

Un bambino non sa nominare e definire ciò che subisce: si limita a subirlo, appunto. Per questo l’elaborazione dell’accaduto è molto più complessa e lunga, rispetto ad un abuso avvenuto in età adulta. Non si può dare un nome a ciò che ancora non si conosce, tanto meno capirne razionalmente le implicazioni. Si vivono e basta. Se ne possono avvertire soltanto le sensazioni, ciò che resta dell’atto sul corpo e nella coscienza. L’abuso stravolge i tempi della crescita: li anticipa da una parte e li rallenta dell’altra, perché realizza una totale discrepanza fra il vissuto e il subìto, che solo con il passare degli anni diminuisce, senza mai annullarsi. Vivere è per definizione partecipazione attiva, perché è decisione. Nella violenza invece è qualcun altro a decidere e lo fa senza chiedere il permesso, in maniera subdola e latente. Nella maggior parte dei casi il bambino si fida del pedofilo: spesso lo conosce o non riconosce la malizia delle sue attenzioni. La vergogna e il senso di colpa sono stati d’animo ancora più accentuati nei bimbi rispetto alle donne che subiscono abusi, poiché non possiedono gli strumenti né per comprendere né per raccontare. Aspettano, anche inconsciamente, che qualcuno se ne accorga e parli al posto loro, affronti lo smarrimento insieme a loro. E nell’attesa del sollevamento da quel peso aumenta la rabbia verso chi non ha saputo proteggerli, aggiungendo il dramma alla tragedia.

Le testimonianze dirette

Il vantaggio dei preti pedofili è proprio quello di conquistare l’anima della vittima, già molto tempo prima dell’abuso. Curano le anime per mestiere. I genitori e i tutori dei più piccoli non si scandalizzano per la carezza o per il bacio di un ministro di Dio. Sono tranquilli nel mandare i propri figli a catechismo o alle gite parrocchiali.

Dal libro di Angela Camuso, La preda, le confessioni di una vittima, don Ruggero Conti «era affabile, accogliente, rassicurante e seducente. Certa gente nutriva verso di lui un sentimento di adorazione. Trasmetteva agli altri un entusiasmo trascinatore e i parrocchiani ritenevano che i propri figli si sarebbero divertiti un mondo a giocare all’oratorio e ogni tanto dire una preghiera». E ancora: «era diventato per i ragazzi un punto fermo di riferimento, quasi un genitore, o un fratello al di fuori della famiglia». Nonostante le denunce e i racconti dettagliati degli abusi e delle dinamiche di avvicinamento forniti da Vasco, protagonista del libro, don Ruggero Conti durante l’udienza del 27 aprile 2010 dichiara spontaneamente: «io qui dichiaro la mia innocenza, la totale estraneità rispetto ai reati di cui sono imputato, anche se questi si stringono intorno a me in una morsa dolorosissima. Vorrei quasi essere colpevole per poter chiedere perdono, per accettare così più serenamente la pena e il giudizio degli altri». È stato condannato in I grado a 15 anni e quattro mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di minori e di minori di quattordici anni e per il reato di prostituzione minorile. Con l’aggravante di aver commesso delitti contro persone a lui affidate per ragioni di educazione culturale e religiosa, di istruzione, di vigilanza e custodia. Alla notizia della condanna, Vasco racconta ad Angela Camuso: «sapere che Ruggero finirà in una cella per un bel po’ mi basta. Soffrirà come deve soffrire: lontano da tutti, deve sentirsi da solo contro tutti. Deve provare l’abbandono, che non è niente di più e niente di meno di quello che provavo io, per causa sua».

Nel 2015 un ragazzo uruguaiano di 29 anni racconta in un video realizzato dalle telecamere di XIX TV di essere stato abusato da tre preti, fra questi un ligure. Il ragazzo, nato in Brasile, a soli sei mesi viene abbandonato dalla madre e dal padre e affidato a un istituto cattolico in Uruguay fino all’età di otto anni. Già durante questo primo periodo veniva invitato dal prete missionario italiano, don Francesco Zappella, a dormire insieme a lui. Pur non comprendendo da subito ciò che stava vivendo, il ragazzo inizia a raccontare di un prete che gli toccava i genitali gemendo. A quattordici anni arriva in Italia per prendere il diploma da infermiere e «nuovamente vengo accolto dal quel prete italiano a Savona in una parrocchia dove mi garantisce i soldi per studiare, per i vestiti e tutto il resto. Ma in cambio vuole farsi massaggiare, diceva che ne aveva bisogno». In questo secondo periodo il parroco «non voleva che avessi la ragazza, diceva di amarmi come un padre ama il proprio figlio, mi abbracciava, voleva fare sesso, mi toglieva i vestiti e mi toccava. Chissà quanti ragazzi in questi anni hanno subito quello che ho subito io. Era l’inferno».

Don Francesco Zappella era già noto alle autorità giudiziarie per i suoi trascorsi. Infatti viene ammesso al seminario di Albenga pochi mesi dopo una condanna, del 9 maggio 1991, a 14 mesi di reclusione per atti di libidine violenta su due ragazzini al di sotto dei quattordici anni. A settembre 2015 il parroco a Borghetto Santo Spirito, insieme a due sacerdoti sudamericani, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera, viene segnalato alle autorità dell’Uruguay dall’onlus ligure “Rete L’abuso” per le presunte violenze ai danni del ventinovenne, avvenute nel 2005. Il gip, nonostante i precedenti, richiede l’archiviazione del caso, perché essendo ormai trascorsi 10 anni i reati erano caduti in prescrizione, tanto che Zappella dichiara: «solo calunnie, sono sereno. Lo stesso vescovo ha rifiutato le mie dimissioni».

Laura M. adesso vive in un piccolo paese del nord Italia e racconta: «avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell’estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri. Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un’altra parrocchia, poi ancora un’altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco. Per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l’idea. Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent’anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato».

Alexander J. Probst ha deciso di parlare dopo quasi 50 anni di ciò che avveniva nel coro dei “Passeri del Duomo”. Entra a farne parte del 1968 quando era un bambino e subisce quasi un centinaio di violenze fra quelle fisiche e sessuali, tutte raccontate nel suo libro Von der Kirche missbraucht: Meine traumatische Kindheit im Internat der Regensburger Domspatzen und der furchtbare Skandal (Abusato dalla chiesa. La mia infanzia traumatica nel collegio dei Domspatzen di Ratisbona e il terrificante scandalo), uscito a marzo 2017. Racconta che le violenze fisiche erano una prassi, ma gli anni più duri iniziarono con il ginnasio, quando un insegnante costringeva lui e altri bambini a far parte di un gruppo segreto. Durante gli incontri l’uomo beveva birra e alcol, fumava e guardava pornografia. Entrava nei dormitori dei ragazzi durante la notte per infilarsi nei loro letti. “Prima erano carezze, palpate, abbracci, poi violenze”. Questo avveniva quasi ogni sera, finché, verso la fine dell’anno scolastico, ha avuto il coraggio di confidare tutto al padre che lo ha immediatamente tolto dalla scuola.
2duerighe.com