DRAGHI, PRIORITÀ DELL’ITALIA È SPINGERE CRESCITA E LAVORO

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TRIA, IVA E FLAT TAX MARGINALI. VISCO, SERVE RIFORMA FISCALE “Le priorità sono la crescita e l’occupazione. E l’Italia sa molto bene cosa fare”: lo ha detto Mario Draghi al termine dell’incontro Fmi di primavera, dove l’Italia è stata additata come un possibile rischio per l’economia europea. Il ministro dell’economia Giovanni Tria nega tuttavia l’esistenza di un “problema Italia”. Per il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è necessaria “un’ampia riforma fiscale”.

CONTE, NESSUNA PROSPETTIVA DI SPACCATURA TRA LEGA E M5S

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INTERVISTA PREMIER A LES ECHOS, FINITE TENSIONI CON FRANCIA Nonostante le divergenze tra M5S e Lega, il premier Conte ritiene che non ci sia “nessuna prospettiva di spaccatura” tra Lega e M5S, ma solo “diverse sensibilità”. “Il lavoro di mediazione è obbligatorio per consentire una sintesi tra due forze politiche che sostengono la maggioranza di governo” – ha detto – ma “sono sicuro, lo verifico tutti i giorni, che i suoi rappresentanti non hanno alcuna intenzione o interesse ad interrompere questa esperienza”. Riferendosi poi alle recenti incomprensioni con Parigi, assicura che “il momento delle tensioni franco-italiane è finito”.

Pensioni, decreto-beffa per esodati e disoccupati

da Il Manifesto

Si limano i testi, ma la platea degli esclusi si allarga così come la rabbia e le proteste. Il decreto unico per Reddito di cittadinanza e Quota 100 dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri tra giovedì e lunedì prossimo. Il capitolo pensioni è relegato nella ultima parte, al Titolo II. I dodici articoli – nella versione attuale – non presentano particolari sorprese rispetto al meccanismo per Quota 100 nell’articolo 1 subito definito «in via sperimentale» triennale e già stabilendo che «l’età anagrafica è successivamente adeguata agli incrementi alla speranza di vita», vero dogma intoccabile dell’austerità imposto dalla Troika e che il governo del cambiamento si guarda bene dal toccare.

Servono 62 anni di età e 38 di contributi e le finestre – il tempo che passa dal raggiungimento del requisito alla reale uscita dal lavoro e all’erogazione del primo assegno di pensione – sono quelli previsti: tre mesi per i dipendenti privati, sei per quelli pubblici ma partendo da marzo e dunque con le prime uscite a luglio – a settembre per scuola e università.

SULL’APPETIBILITÀ di Quota 100 ieri ha cercato di recuperare il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Rispondendo a chi sostiene che il taglio implicito dell’assegno dovuto al minor montante contributivo figlio dell’uscita anticipata scoraggerà molti potenziali pensionandi, l’esponente leghista ha risposto «con uno studio fatto con l’Inps: su una pensione di 1500 euro, il non percepito è pari al 16%, fino al 2% iniziale di un anno».

Sulla norma già contestata del Tfr per i dipendenti pubblici che arriverebbe fino a 8 anni dopo l’agognato addio al lavoro, le promesse di impegno del ministro Bongiorno non stanno sortendo effetto. La soluzione prevista («le pubbliche amministrazioni stipulano apposite convenzioni con gli istituti di credito per l’erogazione anticipata» dell’ennesimo prestito bancario – la stessa del flop dell’Ape volontario del governo Renzi-Gentiloni per andare in pensione prima e che nessuno ha chiesto – è già stata bocciata da tutti i sindacati e da tutti i lavoratori.

I PIÙ ARRABBIATI DI TUTTI sono però gli esodati. Per chi – come Lega e M5s – ha sempre sostenuto di voler «cancellare la Fornero» e ha messo nero su bianco lo «Stop legge Fornero» nel capitolo 17 del «contratto del governo del cambiamento» avere ancora persone senza reddito nè pensione a ben otto anni dalla riforma più odiata dagli italiani è una vera debaclè.

Negli incontri avuti dai comitati di esodati – ne sono rimasti almeno 6mila esclusi dalle otto salvaguardie varate in questi anni – il vicepremier Di Maio aveva garantito la 9° salvaguardia per tutti.

A QUESTA MANCATA PROMESSA si sommano le beffe su «opzione donna» e «Ape sociale», stumenti che potevano ovviare ai problemi degli esodati. Per quanto riguarda l’Ape sociale – norma dei governi Pd che prevede un’indennità fino alla pensione per chi ha 63 anni di età ed ha svolto lavori gravosi – viene prolungata di un solo anno («fino al 31 dicembre 2019») e continua a prevedere per «i disoccupati involontari» la clausola «di avere concluso indennità di disoccupazione o Naspi da 3 mesi» e «30 di contributi» escludendo quindi tutte le tipologie di esodati che – in quanto tali – non hanno diritto alla Naspi.

PER «OPZIONE DONNA» – la norma voluta da Maroni nel 2004 che permette alle lavoratrici di andare in pensione con 35 anni di contributi ma col ricalcolo interamente contributivo dell’assegno e quindi un taglio di circa il 30 per cento – viene prevista solo per le dipendenti nate entro il 31 dicembre 1959» e dunque 60enni e le lavoratrici autonome da un anno in più.

PER TUTTE QUESTE RAGIONI i comitati degli esodati hanno già annunciato una mobilitazione per giovedì dalle 10 alle 13 di fronte al ministero dello Sviluppo economico a Roma.
Infine c’è la beffa per la «pensione di cittadinanza». La promessa di «aumentare le minime a 780 euro» varrà – parola di Di Maio – solo per «500mila pensionati» rispetto ai quasi 5 milioni che se la aspettavano.

Elezioni europee del maggio prossimo. Quale progetto?

“L’aspetto che problematizza in misura angosciante l’odierno quadro europeo, in previsione delle imminenti consultazioni elettorali nel maggio 2019, è l’evidente mancanza di opzioni terze rispetto alle attuali in campo; del tutto inaccettabili per un democratico alla ricerca di AltraPolitica”

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori SPosati rilancia alcune tesi di Micromega e “prendendo atto che a breve non si concretizza nulla di effettivamente spendibile, bisognerebbe cominciare a ragionare su tempi medi. Dunque lavorare per effettive aggregazioni coerenti con l’idea di un cambiamento come riscossa democratica, rivitalizzando l’idea di Europa prima della crisi del 2008. E nel breve sostenerne le prime avvisaglie. Progetto che potrebbe trovare naturali interlocutori in terra iberica (Podemos, Barcelona en comù, i socialisti portoghesi di Antonio Costa) e radicarsi altrove nelle sensibilità ambientaliste (critiche ma non sfasciste, seppure poco orientate al sociale) che in Germania sono in piena rinascita”.

L’Italia, che fu all’avanguardia nella polemica contro l’involuzione del ceto politico in Casta, può dare un contributo a un tale disegno: “come preti sposati impegnati per i diritti civili e religiosi siamo pronti a candidarci con il nostro responsabile per le prossime elezioni”.

Per maggiori informazioni

sacerdotisposati@alice.it

 

Musica. Manfred Honeck: «La politica europea impari dai giovani musicisti»

Il maestro austriaco dirige a Bolzano l’European Union Youth Orchestra. «Qui siedono fianco a fianco ragazzi dai 14 ai 23 anni provenienti da 28 Paesi. La musica aiuta a capire i nostri tempi»

da Avvenire

Il direttore d'orchestra austriaco Manfred Honeck

Il direttore d’orchestra austriaco Manfred Honeck

Le barriere, i muri di confine che certa Europa sarebbe tentata di tornare a costruire per tenere fuori dalla porta i migranti che chiedono di entrare «qui non esistono». Non esistono tra i leggii della European Union Youth Orchestra «dalla quale i politici dovrebbero prendere esempio», suggerisce Manfred Honeck.

Il direttore d’orchestra austriaco, classe 1958, a lungo violinista dei Wiener Philarmoniker prima di decidere di salire sul podio, in questi giorni è in tournée con i ragazzi della formazione musicale fondata nel 1974 da Claudio Abbado: «Sono stato suo assistente proprio con la Euyo dove siedono fianco a fianco ragazzi dai 14 ai 23 anni, provenienti da 28 Paesi europei».

Lunedì tappa a Bolzano – dove la Euyo suonerà anche l’11 agosto con Gianadrea Noseda – nell’ambito del Bolzano festival Bozen con un programma dedicato (quasi) tutto al melodramma: Mozart e Richard Strauss, Rossini e Verdi. «Ma anche I pini di Roma di Ottorino Respighi. Una pagina molto teatrale – spiega Honeck –, un racconto per immagini, fotografie musicali di angoli della Capitale come quella dei Pini di Villa Borghese con le voci dei bambini che giocano o quella dei Pini presso una catacomba dove si sente l’eco delle voci dei cristiani che proclamavano il loro Credo in unum Deum, pagina che potrebbe stare benissimo all’interno di un melodramma. E come quella che nel finale fa vedere in musica la marcia che chiude I pini della via Appia ». Autori, Respighi, Mozart e Verdi, di un’Europa “unita dalla cultura”».

Un messaggio che rivolge ai politici del Vecchio continente, in un tempo in cui la paura dell’altro spinge alcuni Paesi a chiudersi dentro i propri confini?

«La politica dovrebbe imparare dalla nostra orchestra. La cultura, che raramente trova spazio sulle prime pagine dei giornali, ha la capacità di mettere insieme le persone e di farle dialogare capendosi. Lo si è detto spesso, ma suonando con i ragazzi della Euyo torno a toccare con mano il fatto che la musica è davvero un linguaggio universale, capace di andare oltre i confini geografici e territoriali e di far dialogare persone di tutto il mondo. Suonare in un’orchestra significa a volte saper fare un passo indietro: il secondo violino è importante, ma per farlo suonare il primo violino deve farsi un po’ da parte, altrimenti l’altro non si sentirebbe. Questo è quello che dovrebbe fare la politica, specie in Europa, saper fare un passo indietro, saper mettere da parte interessi personali per guardare ad un bene più ampio. Ce lo insegna la musica».

Che, dunque, può avere un ruolo politico?

«Può aiutare a capire i tempi che stiamo vivendo. E a non ripetere gli errori del passato. Giovedì nel Duomo di Santo Stefano a Vienna abbiamo tenuto un concerto per la pace, a cento anni dalla fine della Prima guerra mondiale: giovani provenienti da Paesi che un tempo si combattevano hanno suonato insieme il finale dellaSeconda sinfonia Resurrezione di Mahler e la Missa in tempore belli di Haydn. In prova ho chiesto ai ragazzi di affrontare queste pagine con un’intensità tutta particolare, per dire in musica che è possibile che l’Europa in futuro sia più unita».

Cosa che i ragazzi sperimentano già nel loro suonare insieme?

«Fare musica con loro per me è motivo di speranza e di ispirazione: è bello avere di fronte un’orchestra così fresca, piena di energia, ansiosa di apprendere e suonare. Certo, molti di loro, vista la giovane età, non hanno grande esperienza, ma è una gioia vederli crescere durante le prove: sono giovani, creativi, ma al tempo stesso molto professionali e attenti ad eseguire al meglio ciò che chiedo».

Manfred Honeck in prova con la Euyo a Bolzano

Manfred Honeck in prova con la Euyo a Bolzano

Per Bolzano ha impaginato un programma dedicato all’opera lirica. Come mai?

«Un omaggio all’Italia, ma anche un modo per permettere ai ragazzi di confrontarsi con un repertorio che per molti di loro, freschi di studi e con esperienze prevalentemente sinfoniche, è pressoché sconosciuto. Ho collaborato con Abbado, apprezzo il lavoro di Riccardo Muti sul melodramma e voglio provare a dare ai musicisti la possibilità di imparare quello che sta dietro le note usate per raccontare una storia: capire le radici di un musicista è importante per poterlo restituire al meglio, capire di cosa parla un libretto è fondamentale per dare la giusta espressione alle note. In questo senso Giuseppe Verdi ha raggiunto vertici che nessun altro ha toccato. Peccato che non tutti lo comprendano ancora».

Cosa intende?

«Il musicista di Busseto, insieme a Wolfgang Amadeus Mozart, è stato il più grande compositore d’opera di sempre. Dicendo questo non voglio sminuire altri autori, penso in primis a Wagner. Ma il compositore italiano ha saputo raccontare come nessun altro l’animo dell’uomo. In questo sono totalmente d’accordo con Muti e con la sua battaglia in difesa di Verdi che i tedeschi spesso fraintendono, considerando a torto la sua una sorta di musica leggera, da operetta, senza capire la grande passione che c’è dentro: ogni nota di Verdi ha una profondità enorme e dice come il musicista sia il vertice di una tradizione tutta italiana che ha le radici nella scuola napoletana – così come Mozart – e passa da Rossini, Bellini e Donizetti».

Di Verdi proporrà pagine da Don Carlo e Mabceth.

«Storie di uomini. Così come quelle raccontate da Richard Strauss nel Rosenkavalier. Dirigerò la suite dell’opera che trasuda gioia, passione per la vita facendo intravedere, dietro il destino degli uomini, la mano del Creatore».

Otto fratelli, diversi dei quali musicisti, come Rainer, kappelmeister dei Wiener. Sei figli. Il dono della fede.

«Ogni giorno mi confronto con questa dimensione che ci impone di andare oltre il contingente: la gratitudine che dobbiamo avere per essere nati, la speranza per ciò che ci aspetta dopo la morte. Ogni volta che dirigo laSeconda sinfonia Resurrezione di Mahler mi fermo a meditare sulle parole del finale: “Risorgerai mia polvere. Credi, non sei nato invano, non hai sofferto invano”. Ogni uomo ha pensieri e sofferenze, ma essere in relazione con Dio, confidare in lui ci fa capire il nostro ruolo nel mondo. E questo ci regala la vera felicità, quella che non è data dalle cose materiali, dal divertimento, ma che è qualcosa di più grande, di più puro, di più profondo».

FOA, ‘VOGLIO RIPORTARE LA RAI AL VECCHIO SPLENDORE’ SALINI, ‘VALORIZZARE RISORSE’. MA È SCONTRO POLITICO

“Ora volto pagina, con l’intento di rinnovare la Rai e di riportarla al suo vecchio splendore, non solo giornalistico ma di contenuti in generale”. Così Marcello Foa, indicato come nuovo presidente Rai, in un’intervista al Corriere del Ticino, del cui gruppo è attuale ad. ‘Sono soprattutto un giornalista’, spiega Foa, che assicura permetterà “ai colleghi della Rai di lavorare nel migliore dei modi”. L’accordo di governo vede inoltre Fabrizio Salini come ad dell’azienda: ‘Valorizzerò tutte le risorse’, assicura. Polemici i dem per il tweet di Foa contro Mattarella.

Zingaretti, bene iniziativa di ‘Italia in Comune’

(ANSA) – ROMA, 20 MAG – “Bene questa iniziativa dei sindaci e degli amministratori di ‘Italia in Comune’, promossa da Pizzarotti, Pascucci, Coletta e tantissimi altri. Queste esperienze civiche e diverse sono utili all’Italia e alla vitalità della nostra vita democratica. Se nel Lazio abbiamo vinto è anche grazie al protagonismo di queste esperienze, parte viva della nostra alleanza”. Lo afferma, in una nota, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, partecipando al Caffè Letterario di Roma all’iniziativa “La società che sogniamo. La società che vogliamo”, promossa da “Italia in Comune”.(ANSA).

Mattarella attende ma rispolvera suo governo, nodo Ue

Missione Governo © ANSA

Il Quirinale rimane in attesa, pronto ad aspettare anche fino a lunedì una risposta definitiva di Lega e Movimento Cinque stelle. Nel frattempo al Colle si toglie la polvere al faldone segretissimo che contiene i nomi di un governo di garanzia del presidente. Che ormai si può più realisticamente definire “elettorale”. Il barometro della trattativa volge infatti a tempesta. Sergio Mattarella ha parlato chiaro e non sarà certamente Paolo Gentiloni a portare eventualmente il Paese a nuove elezioni. Che sono escluse per luglio.

Il progetto presidenziale per l’emergenza è invariato: un esecutivo che possa permettere di approvare la Legge di Bilancio 2019, quindi scioglimento a fine dicembre e elezioni all’inzio dell’anno prossimo. Se non ottenesse la fiducia del Parlamento – e così sembra dalle dichiarazioni di Lega e M5s – questo stesso governo gestirebbe la corsa al voto a fine settembre o inizio ottobre. Uno schema che non è cambiato ma che anzi viene confermato proprio con il passare inesorabile del tempo e il reiterarsi di problematiche importanti tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Prima fra tutte l’Europa, tema sensibilissimo per il Quirinale che ha già fatto capire che non è il caso di affacciarsi a Bruxelles con un capitan Fracassa alla guida dell’Italia.

Per carità, il presidente Mattarella non si può collocare nella lista degli europeisti ortodossi, tantomeno tra gli eurocrati di Bruxelles. Da tempi non sospetti segnala i ritardi della Commissione, la farraginosità delle decisioni intergovernative, la dannosità delle perduranti politiche di austerity e la mancanza di solidarietà continentale. Ma non dimentica che esistono dei Trattati firmati e che per cambiarli occorre diplomazia, pazienza e autorevolezza. Ecco perchè inevitabilmente non basterà l’accordo sul solo programma di governo al quale stanno lavorando gli sherpa di Lega e Cinque stelle. Nessuno ne vuole parlare in questa fase ma la scelta del premier rimane pre-condizione di tutto. Salvini e Di Maio lo sanno e si scontrano in primis su quest’ostacolo. Mattarella non ha nascosto un certo stupore dopo le ultime consultazioni quando, di fatto, Salvini e Di Maio non sono stati in grado di esprimergli un nome autorevole di un premier condiviso.

Quando solo la sera prima avevano detto “urbi et orbi” che avrebbero riferito a Mattarella “su tutto”. Certo, c’era un accordo – rivelatosi fragile come vetro – sui nomi dell’economista Giulio Sapelli e del professore Giuseppe Conte. Ma Sapelli si è praticamente auto-bruciato con una serie di dichiarazioni inopportune nella tempistica e poi anche nel merito, attaccando frontalmente Mattarella. Polemica spenta sul nascere dal Quirinale: “il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha posto alcun veto o diniego sul professor Sapelli per la semplice circostanza che nessuno, né prima né durante le consultazioni, gli ha mai proposto, direttamente o indirettamente, il suo nome”. Resta sospeso, per ora sul nulla, il nome di Conte. L’unico effettivamente arrivato alle orecchie del presidente, sussurrato da Luigi Di Maio.

GOVERNO, PER M5S E LEGA SONO ORE DI RIFLESSIONE

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TRA SALVINI E DI MAIO ULTIMI TENTATIVI PER UNA INTESA E’ conto alla rovescia per i partiti per giungere a due mesi dalle elezioni ad un accordo che consenta la nascita di un governo politico. Sono ore di attesa che la Lega con tutto il centrodestra e il M5s si stanno prendendo prima di gettare la spugna o consegnare nelle mani del Presidente della Repubblica l’indicazione di una soluzione che faccia uscire il paese dallo stallo. Matteo Salvini ha fatto la sua ultima offerta al M5s proponendo un accordo per un governo a tempo che possa portare ad una nuova legge elettorale e sterilizzare l’aumento dell’Iva. I pentastellati non chiudono totalmente al leader leghista, anche se parlano di proposte arrivate oltre il tempo massimo. Oggi Luigi Di Maio sarà ospite nella trasmissione di Lucia Annunziata e lì, con molte probabilità, potrebbe dire la sua ultima parola sulla questione.

Parla la figlia del padre della riforma della psichiatria: «Dicono che ha chiuso i manicomi senza aprire servizi, ma doveva crearli la politica»

Il matto dove lo metto? Dopo il terremoto dell’Aquila, quando fra le casette della new town c’era da fare lo spazio per l’assistenza psichiatrica, a un certo punto la Protezione civile di Bertolaso si pose anche il problema di sistemare i malati di mente. E lo risolse proprio come Basaglia non avrebbe mai fatto: una bella tenda a parte, separata, ben lontana dalle altre e dove non desse fastidio… 1978-2018: tanta riforma per nulla? «Il problema oggi – dice Alberta Basaglia – non è la riforma o la controriforma, è che ogni occasione è buona per rifiutare il diverso da noi. Che sia il matto, il disabile, l’immigrato».
Professione psicologa e vicepresidente della Fondazione Basaglia, coi diversi in casa lei ci è cresciuta. Fino a scrivere un tenero romanzo, «Le nuvole di Picasso», sulla sua infanzia fra matti da slegare e signore spettinate con la sigaretta sempre accesa. Una risposta all’eterna domanda se suo papà avesse ragione: «Mi chiedono spesso se quella rivoluzione abbia vinto. Ma la legge Basaglia è stata solo l’ultimo passo: prima io ho vissuto una battaglia lunga decenni per liberare un popolo di malati che stava in camicia di forza, senza diritti (nota a margine: negli Anni 60, a Gorizia, Basaglia aveva trovato un manicomio che legava ai letti perfino gli ex deportati di Auschwitz…). Quella legge è stata come il divorzio, l’aborto, le riforme dell’epoca: ha reso chiaro che non tutti siamo uguali, ma che tutti dobbiamo avere le stesse libertà. La diversità è parte della vita e i diversi hanno diritto alla nostra stessa vita».

La 180 avrà anche salvato i matti, liberandoli. Però ha condannato le famiglie dei matti, obbligandole a riprenderseli in casa…
«Mi preoccupa che regolarmente di questa legge si parli come di Franco: o facendone un santino, o demonizzando. L’anno scorso è stato presentato un decreto che è finalmente una spiegazione su come applicarla dappertutto in maniera uniforme. Si dice sempre che la 180 ha chiuso i manicomi senza aprire ai servizi. In realtà, ha dato degli indirizzi generali: spettava poi alle Regioni applicarla, ma molte non l’hanno fatto».

Non è andato tutto liscio: il 70-80 per cento dei malati di mente oggi vive a casa o nel poco che s’è fatto per rimpiazzare i manicomi. Il 20 per cento è incurabile, spesso allo sbando. Chi ha danneggiato di più la riforma? I politici incapaci di legiferare o gli psichiatri un po’ troppo ansiosi di rimandare in famiglia i pazienti?
«Io non credo che la 180 sta stata il fallimento che molti pensano. È stato importante che si facesse. Un risultato? Nessuno oggi pensa più che debbano esistere i manicomi. E poi non è che gli psichiatri abbiano mandato per strada i malati di mente: la legge diceva di chiudere i manicomi, ma in molte parti d’Italia non si sono offerti i servizi alternativi. Per questo, il principale problema sono stati i politici».

Fu anche una legge approvata di fretta e nel caos, frutto del compromesso storico: i radicali volevano un referendum abrogativo, cinque giorni prima era stato ammazzato Moro…
«Sì, ma fu una legge studiata a lungo, coi contrappesi: istituiva l’assistenza h 24, i servizi, gli appartamenti per l’accoglienza dei malati… Dov’è stata ben applicata, a Trieste o in Emilia, ha funzionato».

Qual è la critica che la infastidisce di più?
«Che non si capisca Franco quando diceva “mettere la malattia fra parentesi”. Non significava negarla: voleva dire accettarne l’esistenza, ma metterla un attimo da parte per dire che il problema del malato non poteva essere tenuto nascosto nel manicomio. Bisognava portarlo fuori dai lager, sotto gli occhi di tutti, perché ce ne si occupasse».

Basaglia fu elogiato da Sartre («a Gorizia c’è stato un esempio di sapere pratico») e da Bobbio («l’unica vera riforma del dopoguerra»), fu sostenuto da Einaudi e da Bellocchio. Ma oggi non è un po’ dimenticato?
«Non ho la stessa sensazione. Di tutte le rivoluzioni del ’68, ormai disperse, questa è una delle poche rimaste. Fece aprire gli occhi, costrinse lo Stato a non far più finta di niente. L’Italia fu il primo Paese a imboccare questa strada, la nostra esperienza è un caso unico che il mondo ancora studia. Ci sono nazioni come gli Usa che sono agli antipodi, ma in Europa molti hanno preso esempio. Oggi la sinistra sembra vergognarsene, e in fondo nemmeno questa è una novità: ultimamente, la sinistra si vergogna un po’ di tutto…».

Ci furono anche eccessi, come quegli psichiatri democratici che consideravano il malato «un soggetto rivoluzionario»…
«Mio padre non ha mai detto certe cose. Era il primo a pensare che la malattia esiste, eccome se esiste, e che un matto non può andarsene libero. Chiedeva solo che fosse trattato come tutti i malati: perché un diabetico poteva curarsi al meglio e un matto solo al peggio?».

Quale fu l’atto più immaginifico del basaglismo?
«Marco Cavallo: nel manicomio di Trieste che si stava smantellando, una scultura di legno e cartapesta fatta da pazienti che erano dentro da anni e stavano per uscire. Il cavallo uscì in strada con loro, fu il segno della chiusura della clinica. La consegna del problema alla città, che infatti se ne fece carico. Testimoniò che non è vero che tutto resta uguale: le cose si possono cambiare, quando si vuole cambiarle».

Oggi proliferano le cliniche private, riservate ai pazienti ricchi. E lo psicofarmaco impazza. Che direbbe Basaglia?
«La distanza fra poveri e ricchi riguarda tutta la società, non solo la psichiatria. Con l’immigrazione e la crisi le differenze si notano molto di più rispetto ad allora, ed è chiaro che la diseguaglianza economica porta disagio, il disagio porta a reazioni che spesso hanno un che di patologico. Tornano tante cose, non solo l’uso sconsiderato dei farmaci. Prenda la contenzione, ricomparsa nei trattamenti sanitari obbligatori. Una cosa grave. Non si lega una persona che sta male: questo doveva essere un dato acquisito, ma non lo è più».

In questi 40 anni, chi ha raccontato meglio Basaglia?
«Una fiction Rai, C’era una volta la città dei matti, con Fabrizio Gifuni. Fatta bene, ben preparata e spiegata. Ho visto anche “La pazza gioia” di Virzì. La lettura della sofferenza mentale è in parte quella della riforma: l’amicizia fra la Ramazzotti e la Bruni Tedeschi, il rapporto fra due donne che esce dal problema matto-non-matto… Lì, c’è un bel po’ di mio papà».

corriere.it

Renzi-Di Maio, è scontro. Salta ipotesi alleanza Pd-M5S

Ex segretario del Pd. ‘Chi ha perso le elezioni non può andare al governo’. ‘Sì a incontrare Di Maio ma non gli voto fiducia. Apre però alla riforma elettorale. Ira del capo politico dei pentastellati

L'ex segretario del Pd Matteo Renzi © ANSA

Matteo Renzi ospite a Che tempo che fa. “Il titolo di domani dovrebbe essere quello di tutti i giorni – ha detto l’ex segretario del Pd -: siamo seri, chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Non possiamo far passare il messaggio che il 4 marzo sia stato uno scherzo. Il Pd ha perso: tocca a Salvini e Di Maio a governare. Non possiamo rientrare dalla finestra come un gioco di palazzo” o con decisioni “dei caminetti romani”.

Ira del capo politico dei pentastellati: ‘Da Renzi ego smisurato, noi ci abbiamo provato’

“Incontrarsi con Di Maio sì, votare la fiducia a un governo Di Maio no. Anche per rispetto per chi ci guarda da casa, la gente sennò poi non crede più alla democrazia”, ha aggiunto.

“Incontrarsi è un bene, sempre – ha spiegato Renzi a Che tempo che fa -. Si parlano le Coree, si possono parlare Cinque stelle e Pd, Cinque stelle e Lega. Penso che incontrarsi con Di Maio sia un fatto normale, naturale, come con altri leader. Secondo me andrebbe fatto in streaming l’incontro. Così vediamo se hanno cambiato idea su vaccini tav reddito di cittadinanza. Però le elezioni le hanno vinte loro”.

“Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”. Lo dice l’ex segretario del Pd Matteo Renzi a Che tempo che fa.

“O fanno il governo i populisti” Di Maio e Salvini “che hanno vinto o facciano loro una proposta di riforma costituzionale”, ha detto ancora Renzi. “Dal 4 dicembre 2016 questo Paese è bloccato: su questo si poteva fare un governo insieme. Da quel momento l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficace ed efficiente. Non era un referendum sui poteri di Renzi ma sul futuro dell’Italia. E’ un contrappasso dantesco. Salvini e Di Maio avrebbero avuto interesse a farsi un ballottaggio”.

O M5s e Lega fanno il governo” o “scriviamo le regole insieme“: legge elettorale e una riforma costituzionale per “fare iniziale davvero la terza Repubblica” perché con due Camere “il ballottaggio non è possibile”, ha detto ancora Renzi. “M5s e Lega scrivetele voi le regole: noi da subito vi diciamo che a meno che non propongano la dittatura, siamo pronti a sederci e dire che va bene”. “Un anno, due anni, un anno e mezzo. Con quale governo? Deciderà il presidente della Repubblica quale la forma migliore”.

“Se si torna a votare non so se prendono più voti di prima – ha aggiunto l’ex segretario del Pd -. Se si dovesse tornare a votare sarebbe un gigantesco schiaffo ai cittadini perché quelli che hanno detto ‘abbiamo vinto’ non sono stati in grado di non fare niente. Perché c’è uno che ha detto ‘o faccio il premier io o niente’…”.

Bugani, Renzi arrogante, se attacca sbanda  – “Quando vuol far ridere, sbaglia la battuta. Quando vuol fare lo statista, pecca di arroganza. Quando vuol fare il realista, emerge un finto modesto. Quando vuol giocare in attacco, sbanda in curva. Quando vuol ribaltare la frittata, gli cadono le uova sui piedi”. Lo scrive, in un post su facebook Massimo Bugani – consigliere comunale M5S di Bologna, membro dell’associazione Rousseau e tra gli esponenti più vicini ai vertici del Movimento – commentando, senza citarlo direttamente, le parole di Matteo Renzi in tv.

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Regionali. Molise al voto, domenica di sfida M5S-Centrodestra pensando al governo

Da sinistra, i candidati presidenti alla Regione Molise: Andrea Greco (M5S), Donato Toma (centrodestra) e Carlo Veneziani (PD). (Ansa)

Da sinistra, i candidati presidenti alla Regione Molise: Andrea Greco (M5S), Donato Toma (centrodestra) e Carlo Veneziani (PD). (Ansa)

Un test locale che rischia di avere effetti anche a livello nazionale. Domenica 22 aprile è il gran giorno per il Molise, dove si sceglie il nuovo governatore.

Due partite nette e distinte, con logiche diseguali benché accomunate dalle stesse urne elettorali: sono leelezioni regionali del Molise. Dalle quali usciranno sia indicazioni per il destino del governo nazionale sia la nuova mappa degli equilibri politici della regione per i prossimi 5 anni.

La campagna elettorale ha visto infatti nelle ultime due settimane i big dei maggiori partiti molto presenti traCampobasso e Isernia. Vista l’incertezza per la formazione del nuovo governo, questa sfida regionale può spostare gli equilibri anche a Palazzo Chigi, insomma, e anche qui il duello è tra M5S (favorito) e Centrodestra.

Per succedere a Paolo Di Laura Frattura ci sono quattro candidati: Andrea Greco del Movimento 5 Stelle, Donato Toma per il Centrodestra, Carlo Veneziale per il Centrosinistra e Agostino Di Giacomo di Casapound.

L’elezione del presidente di Regione è diretta (vince il più votato senza ballottaggio, mentre quella dei consiglieri regionali avviene con meccanismo proporzionale con un premio di maggioranza). Il Molise è la più piccola delle Regioni italiane a statuto ordinario: conta poco più di 313mila abitanti. Gli aventi diritto al voto sono 332.653, di cui 78.025 residenti all’estero.

In pole quindi i pentastellati (che il 4 marzo nella Regione hanno raggiunto il 44%) con il 33enne Greco. Laureato in Giurisprudenza, negli ultimi 5 anni è stato “consigliere giuridico e collaboratore del gruppo consiliare” del Movimento. Il testa a testa sarà con Toma, presidente dell’ordine dei Commercialisti del Molise e docente di diritto tributario all’Università degli studi del Molise, sostenuto in prima persona da Silvio Berlusconi e da Matteo Salvini.

Il Centrosinistra, invece, ha scelto di non ricandidare il governatore uscente Paolo Di Laura Frattura per lanciare l’assessore regionale alle Attività produttive, Carlo Veneziale, 49 anni, anche lui laureato in Legge.

Urne aperte dalle 7 alle 23, con rilevazioni previste per l’affluenza alle 12, alle 19 e alle 23.

da Avvenire 22 Aprile 2018 ore 11.59

Ex ministro Landolfi schiaffeggia giornalista Non è l’Arena Durante servizio su vitalizi. Giletti, reazione sconsiderata

L’ex ministro Mario Landolfi ha colpito con uno schiaffo in pieno volto l’inviato di Non è l’arena Danilo Lupo, che stava realizzando interviste sul tema dei vitalizi ai politici. Il giornalista stava chiedendo un parere a Landolfi che – sottolinea una nota del programma, che ha diffuso il video dell’episodio – “si è mostrato sin da subito visibilmente contrariato. L’ex ministro ha iniziato ad alzare i toni della conversazione per poi sferrare un potente schiaffo colpendo in pieno volto Danilo Lupo.

L’aggressione, avvenuta nei vicoli dietro Palazzo Montecitorio, è stata vista da turisti e passanti rimasti sbigottiti dalla scena”. “Sono estremamente rammaricato – commenta Massimo Giletti – che un ex ministro nonché giornalista reagisca in modo sconsiderato. Le immagini riprese non hanno bisogno di nessun commento e ci raccontano di come, purtroppo, il tema dei vitalizi per gli ex parlamentari continui ad essere un nervo scoperto. Posso comprendere una reazione dialettica forte, ma non la violenza”. Il video completo dell’aggressione e l’intera vicenda saranno al centro della prossima puntata di Non è l’arena in onda domenica 22 aprile alle 20.30 su La7.

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CON BLITZ M5S CANDIDA FRACCARO ALLA PRESIDENZA DELLA CAMERA CENTRODESTRA VERSO RICUCITURA SU CASELLATI AL SENATO

Con un blitz notturno, a poche ore dall’assemblea dei gruppi congiunti, il M5S ha lanciato la candidatura di Riccardo Fraccaro alla presidenza della Camera. Questa mattina l’ufficializzazione con l’augurio dei pentastellati di avere i voti della Lega. Il centrodestra, intanto, prova a ricucire dopo lo strappo di ieri di Salvini sulla Bernini. Il nome che riunirebbe tutti i leader, e che potrebbe piacere anche al M5S, sarebbe quello dell’ex magistrato Maria Elisabetta Casellati.

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Maggioranza e sinistra litigano sulla sconfitta. Renzi, niente primarie

Pd, alta tensione tra Lotti e Orlando

L’appello del presidente Mattarella alla responsabilità cade nel dibattito post sconfitta del Pd e ha l’ef- fetto di una mina tra le macerie. La diffidenza reciproca tra i renziani di stretta osservanza e il resto del partito scatena il timore di una strumentalizzazione delle considerazioni del capo dello Stato, per spingere sulla opportunità di un’alleanza con i 5 stelle, finora esclusa a parole da tutte le correnti (ad eccezione di Emiliano). In attesa dei chiarimenti nella direzione di lunedì, in cui verranno ufficializzate le dimissioni di Matteo Renzi da segretario, dunque, c’è chi lavora per rasserenare gli animi (come il vicesegretario Maurizio Martina, Lorenzo Guerini e anche Walter Veltroni) e chi si lascia andare al crescendo delle polemiche, che tornano a raggiungere toni molto aspri tra il ministro renziano Luca Lotti e il guardasigilli Andrea Orlando.

Proprio a fronte della situazione caotica (considerata conseguenza inevitabile da Giorgio Napolitano), quindi, prende corpo l’ipotesi di uno slittamento del congresso per l’elezione del nuovo leader dem. L’ipotesi che si fa strada è quella di una reggenza di Martina, che dovrebbe guidare la delegazione al Quirinale, anche per un tempo più lungo (fino al 2019), quando cioè si sarà esaurito il dibattito interno e si saranno ricomposti gli equilibri, grazie anche a una gestione collegiale del partito. Allo stato, infatti, andare verso l’assemblea significherebbe rischiare una spaccatura e molto probabilmente rinunciare alle primarie (lo statuto lo prevede), alle quali comunque Renzi – assicura Rosato – non parteciperà. Potrebbe esserci invece Calenda, che ieri è stato seguito dal fotografo Oliviero Toscani tra i neo-tesserati del Pd. Ma non per questo Renzi vuole fare da capro espiatorio di una sconfitta addebitabile, per i suoi, a diverse cause. «Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd – stigmatizza Lotti –. Almeno, così, avremo modo di parlare di chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute, di chi non ha proprio voluto correre e di chi ha vinto correndo senza paracadute».

Parole di fuoco che Andrea Orlando, parlando con i suoi, avrebbe commentato così: «Lotti attacca me per mandare un messaggio ai renziani in fuga». Dietro alle schermaglie resta la preoccupazione reciproca di dover tornare a sostenere governi di responsabilità e pure in qualità di stampella. Anche qui il Pd resta diviso. I renziani – se costretti da uno stallo logorante – potrebbero aprire all’astensione davanti a un esecutivo di centrodestra, con un premier meno ‘ingombrante’ di Salvini. Ipotesi che gli orlandiani aborriscono. Piuttosto, la sinistra interna sarebbe più propensa a unire le sue forze a Leu per un governo 5 stelle. Ma a oggi nei gruppi parlamentari prevale la componente renziana (38 su 56 al Senato, il 7080 per cento dei 112 deputati alla Camera). Anche se sulla fedeltà dei gruppi non si è mai certi. Per ora si tratta di ‘fanta-scenari’. Renzi si dissocia da entrambe le soluzioni. Ma, taglia corto ancora Rosato, «chi ha ricevuto dagli italiani il mandato a governare lo faccia e dimostri le proprie capacità».

Avvenire

FIBRILLAZIONE PD, ORFINI: RENZI SI È DIMESSO. VETI DI CALENDA

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SALVINI:PARLIAMO CON TUTTI, NO INCIUCI. M5S: CAMBIAMO INSIEME Pd in fibrillazione dopo il deludente risultato elettorale, con Orfini che precisa: ‘Renzi si è dimesso formalmente, convocata l’assemblea nazionale’. Calenda si iscrive, mette il veto a una alleanza con M5S e lancia Gentiloni leader. Ma Emiliano lo attacca: ‘Bisogna liberarsi di personaggi come lui’. Per Orlando, il 90% dei dirigenti Pd sono contro alleanze con M5S o con la destra. Intanto Salvini è pronto ‘a incontrare le forze politiche rappresentate in Parlamento’ con l’obiettivo di ‘andare al governo’ ma senza inciuci. Anche Di Maio punta a Palazzo Chigi e apre a tutti per ‘cambiare insieme’.

L’Italia respinge l’odio di Mario Adinolfi

Se il rischio integralismo resta alto a causa delle infiltrazioni in Lega e Fratelli d’Italia, gli italiani hanno respinto la corsa alla poltrona di Mario Adinolfi e Gianfranco Amato, titolari di quel partito xenofobo e omofobo promosso nelle parrocchie integralista quale promessa ad una presunto “cristianesimo”.

Più o meno è la stessa fine fallimentare che fece anche il partito che Adinolfi fondò nel 2010 e che venne sciolto dopo i risultati fallimentari alle urne.
Eppure, esattamente come avvenne quasi un decennio fa, l’integralista Mario Mario pare incapace di accettare la sua sconfitta e giura che continuerà a tentare.

Nel suo constaste abuso del sentimento religioso e in quel suo mefistofelico tentativo di colonizzazione ideologica delle parrocchie mediante un costante stupro del nome di Dio, immancabile è il suo sostenere che i “cristiani” avrebbero votato per lui e per la sua ideologia del disprezzo. O in Italia i cristiano sarebbero lo 0,6% della popolazione, oppure mente.

Curioso è anche come abbia letteralmente copiato le giustificazioni addotte daCasaPound durante la Maratrona di Mentana sull’ipotesi che la sconfitta deriverebbe da una mancata esposizione mediatica, con la netta negazione di come il presenzialista Adinolfi abbia realizzato centinaia di apparizioni televisive soprattutto durante il periodo della sua aggressione alle famiglie gay.

Poveretto. Non fosse un uomo che minaccia intere famiglie e i bambini a lui sgraditi, ci sarebbe quasi da provare pena per la sua interminabile serie di sconfitte e per la sua presunzione di poter essere ritenuto il centro dell’universo in virtù del suo reale slogan: “Prima vengo io”.

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Quantomeno ci siamo risparmiati ingresso integralista Adinolfi in Parlamento. Non rappresenta affatto i cattolici.

Il leader del Popolo della Famiglia, rimasto fuori dal Parlamento, festeggia comunque l’esito elettorale.

Visti i risultati ottenuti alle elezioni di domenica Mario Adinolfi deve essere un inguaribile ottimista, o forse un discreto paraculo.

Nelle elezioni appena concluse, dove rischiamo tuttora di avere alla guida del Paese il blocco omofobo del centrodestra guidato da Matteo Salvini,quantomeno ci siamo risparmiati l’ingresso in Parlamento del Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi. Magra consolazione. 

Il Caudillo degli integralisti però, forte del suo risibile 0,66% conquistato, festeggia su Facebook per il risultato numerico superiore a liste qualiCivica Popolare di Beatrice Lorenzin e Insieme sostenuta da Romano Prodi. Tanto da lanciarsi poi in spericolati paragoni con la Lega, di cui dice “Nel 1987 alle politiche prese lo 0.49%, oggi ha preso il 17% ed esprime il potenziale premier. Trentuno anni dopo”.

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I Cattolici non possono essere rappresentati da Adinolfi.

Servono cristiani credibili. Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, interviene sulle recenti elezioni Italiane: “Manca una figura di riferimento per il mondo cattolico. Proporremo per le pressime elezioni un sacerdote sposato, preparato e impegnato per la pace e i diritti civili e religiosi (ndr).

È chiaro chi avanza: M5s, che diventa il primo partito; la Lega che risolve a proprio favore il ‘derby’ con Fi; e lo stesso centrodestra, che si piazza al primo posto tra le coalizioni ed è complessivamente superiore anche ai pentastellati. È altrettanto chiaro chi perde: Renzi (che ieri si è dimesso, senza in realtà lasciare, da segretario del partito) e il Pd, abbondantemente sotto la soglia ‘psicologica’ del 20 per cento; Berlusconi e Fi, che cedono la leadership del centrodestra a Salvini; e Leu che a stento supera lo sbarramento del 3 per cento. Ma non è affatto chiaro chi vince.

Anzi, dato che nessuno dei partiti o delle coalizioni in lizza ha raggiunto il 40 per cento, il rischio concreto è che a perdere sia il Paese nella sua totalità (tra l’altro spezzato a metà: nord al centrodestra, sud a M5s), dato che dalle urne, al posto di un qualsiasi governo, è emerso con forza solo il fantasma della ingovernabilità. È questa in sintesi la fotografia del voto del 4 marzo 2018. Con l’ulteriore considerazione – come si evince sommando i voti di Lega e grillini – che sono le forze politiche più critiche verso l’Europa (ieri Salvini ne ha dato conferma con le sue dichiarazioni sulla moneta unica) ad avere oggi in Italia la maggioranza assoluta. E con l’aggiunta del risultato delle Regioni Lombardia e Lazio, dove prevalgono i favoriti della vigilia – Fontana e Zingaretti rispettivamente – anche se l’affermazione di quest’ultimo sullo sfidante Parisi è stata più risicata del previsto.

Le sorprese cominciano fin dai dati sui votanti. Si sfiora il 73 per cento (72,99) e quindi viene scongiurata la previsione di un astensionismo massiccio, anche se è l’affluenza più bassa per le politiche dal 1948 ad oggi. Si prosegue con gli exit poll e le proiezioni (che anticipano tutte le tendenze poi confermate in sede di conta effettiva delle schede).

E si conclude con i dati definitivi che per quanto riguarda la Camera vedono i pentastellati attestarsi al 32,64,il Pd al 18,71 e la coalizione di centrodestra raccogliere complessivamente il 37,07, frutto della somma traLega (17,39), Forza Italia (14,02), Fratelli d’Italia (4,35) e Noi con l’Italia (1,31).

Dall’altra parte la coalizione di centrosinistra si ferma al 22,81%, con i Dem al 18,71 e gli altri partiti che non raggiungono la soglia del 3 per cento: +Europa (2,55), Italia Europa Insieme (0,60), Svp-Patt (0,41) e Civica Popolare dell’ex ministra alla Salute Lorenzin (0,54).

Liberi e Uguali, invece, supera di poco la soglia e tocca il 3,38. Più o meno simile la situazione al Senato, poiché anche per Palazzo Madama il M5S è la forza più votata, con il 32,18 per cento dei consensi. Il Pd si è fermato al 19,13% e l’intera coalizione di centrosinistra ha sfiorato il 23 per cento (22,97).

Scarso l’apporto delle altre liste: +Europa non va oltre il 2,36, Italia Europa Insieme è allo 0,54, la lista Civica Popolare Lorenzin allo 0,52 e l’Svp allo 0,42.

Il risultato del centrodestra parla invece di un 37,54, con la Lega anche in questo caso prevalente su Forza Italia (17,64 contro 14,44), Fratelli d’Italia al 4,26 e Noi con l’Italia Udc all’1,20. In linea con quello della Camera, è deludente anche al Senato il raccolto di Liberi e Uguali: solo il 3,27. Infine, al di fuori delle coalizioni, vanno ricordati anche i risultati di Potere al Popolo (di poco sopra l’1 per cento in entrambi i rami del Parlamento), Casapound (poco sotto) e del Popolo della famiglia (intorno allo 0,7). Al momento, tradotti in termini di seggi, questi numeri significano che alla Camera la coalizione di centrosinistra ne potrebbe avere tra 115 e 127, M5s tra 228 e 235 e il centrodestra tra 252 e 267.

Ma a Montecitorio la maggioranza è di 315 su 630 deputati, dunque nessuno dei tre poli può da solo arrivare al 50 per cento più uno. Al Senato il centrodestra è più vicino a questa soglia: 134 o 135 seggi contro i 158 della maggioranza assoluta richiesta, con M5s a quota 114 e il centrosinistra tra 51 e 59. Ma ugualmente il traguardo resta lontano senza apparentamenti che per ora tutti sembrano escludere. Resta il dato di un territorio nazionale nettamente diviso in due, con il nord appannaggio di Fi, Lega e alleati e il sud (isole comprese) terreno di conquista del Movimento 5 Stelle. Pd e centrosinistra resistono solo in alcune ‘fortezze’ dell’Italia Centrale ( Toscana, unica regione dove i dem sono rimasti primo partito, ed Emilia soprattutto, ma l’Umbria tradizionalmente rossa è passata al centrodestra) ed in quartieri di metropoli come Roma, Milano e Torino. Impressionanti soprattutto alcuni ‘cappotti’ realizzati dai pentastellati nel Mezzogiorno: 28 a 0 nei collegi uninominali della Sicilia, ad esempio.

Nove a 0 anche in Sardegna. E in Calabria, Basilicata, Puglia e Campania il partito di Di Maio ha superato nettamente il 40 per cento. In pratica, alla Camera solo i seggi di Gioia Tauro e Vibo Valentia, in Calabria, e di Agropoli in Campania sono andati al centrodestra impedendo così l’en plein pentastellato in tutti i collegi uninominali del Meridione. Anche se con un diverso sistema di voto (il proporzionale), solo la Dc degli anni ’60 era stata in grado di fare altrettanto. Un’affermazione, che secondo l’analisi dei flussi di voto i grillini avrebbero realizzato soprattutto a scapito del Partito Democratico, oltre che recuperando chi non aveva votato alle precedenti politiche. Ma potrebbe essere tutto inutile. Perché nessuno ha la maggioranza. E ora la palla passa al Quirinale, al quale anche dall’Europa si guarda «con fiducia».

da Avvenire

GRILLO STACCA BLOG DA M5S. VIMINALE ACCETTA 75 SIMBOLI SU 103

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VERTICE DEL CENTRODESTRA A ARCORE. SALVINI OGGI A CAGLIARI Grillo separa il suo blog da quello dell’M5s e la piattaforma web del movimento diventa ‘Blog delle stelle’. Il Viminale ammette 75 simboli su 103 di partiti che intendono partecipare alle elezioni politiche del 4 marzo: 9 sono stati ‘bocciati’ per “carenza documentale” e 19 non ammessi. Vertice del centrodestra ad Arcore per affrontare il nodo dei collegi e quello del candidato nel Lazio. Salvini si smarca da Berlusconi sul tetto del 3% nel rapporto deficit-pil e annuncia una conferenza stampa per oggi a Cagliari.

RENZI, ‘AVVERSARIO PD E’ INCOMPETENZA’. DI MAIO, ‘PROPAGANDA’

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LEU VERSO INTESA SU ZINGARETTI. ‘INCIAMPO’ PIROZZI SUL DUCE Si apre una domenica di appuntamenti elettorali, mentre si vanno definendo alleanze e distanze tra i partiti. Matteo Renzi, oggi a Milano con Calenda e Sala, ha sottolineato ieri il lavoro di squadra messo in campo dal Pd per battere il Movimento 5Stelle, attaccando le sue amministrazioni locali, Roma e Torino in primis. “L’incompetenza è il nostro avversario – ha detto – ci sono 50 giorni per andare a vincere”. Per Di Maio “è solo propaganda per coprire le loro malefatte”. A sinistra pesa il no di Leu al sostegno di Gori in Lombardia, mentre nel Lazio sembra vicina un’intesa su Zingaretti. Per Grasso il M5s “è ondivago”, ed eventuali ipotesi di alleanze “saranno valutate dopo le elezioni”. Intanto il centrodestra stringe sul programma e prepara un vertice. Pirozzi, sindaco di Amatrice e aspirante candidato della coalizione per il governo del Lazio, incontra la potenziale avversaria M5s Lombardi che non enfatizza l”inciampo’ del sindaco: in una intervista ha elogiato le opere del Duce, pur criticando le leggi razziali.

CONSIP, PM CHIEDE PROROGA INDAGINI SU LOTTI E PAPA’ RENZI

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ANCHE PER L’EX COMANDANTE DEI CC DEL SETTE E SALTALAMACCHIA La Procura di Roma ha chiesto la proroga di sei mesi delle indagini nei confronti del ministro dello Sport, Luca Lotti, accusato di favoreggiamento e violazione del segreto istruttorio nell’ambito di un filone dell’inchiesta Consip. La richiesta riguarda altre 11 persone coinvolte nell’inchiesta, fra le quali Tiziano Renzi – padre dell’ex premier Matteo – il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e l’ex comandante della Legione Toscana dell’Arma, Emanuele Saltalamacchia.

Centro destra, ufficiale coalizione a quattro Fi, Lega, Fdi e quarto polo. A Regionali candidati comuni

“Ufficializzata la composizione della coalizione a quattro con Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e quarto Polo. Tra le decisioni di oggi anche quella di costituire due delegazioni comuni, che si incontreranno già martedì prossimo, per definire i dettagli del programma e dei collegi.
Sulle regionali la coalizione conferma che si presenterà con candidati comuni e condivisi”. E’ quanto si legge nella nota congiunta diffusa al termine del vertice di Arcore tra Berlusconi, Salvini e Meloni.

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Istat. Tornano a salire reddito e potere d’acquisto delle famiglie

Giù deficit e la pressione fiscale (che pure resta oltre il 40%), in ripresa la propensione al risparmio insieme al potere d’acquisto. E l’inflazione comincia a crescere. Sono positivi i dati dell’ultimo trimestre resi noti oggi dall’Istat. Il 2017 si conferma l’anno della ripresa economica.

Nel terzo trimestre la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è aumentata di 0,5 punti percentuali, salendo all’8,2%. Il rialzo segue però quattro cali consecutivi. L’aumento arriva quindi dopo un anno in discesa. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato nel terzo trimestre del 2017 dello 0,7% e del 2,1% su base annua. L’Istat parla di “una crescita significativa”. E lo stesso vale per il potere d’acquisto, salito dello 0,8% sul rispetto al trimestre precedente e dell’1,1% in termini tendenziali. L’anno passato – rileva ancora l’Istat – ha segnato il ritorno alla crescita dei prezzi. L’istituto stima per il 2017 un aumento dell’1,2%, dopo il calo dello 0,1% del 2016. Una “lieve flessione” che però aveva portato l’Italia in deflazione. L’Istituto, rilasciando i dati provvisori, parla di “una chiara inversione di tendenza”, che consente di riagganciare il livello dei prezzi del 2013, ovvero di 4 anni prima. A fare la differenza sono i beni energetici (carburanti, luce e gas) e gli alimentari freschi (frutta e verdura).

Migliorano anche i conti pubblici del Paese e l’impatto del fisco. Nel terzo trimestre infatti la pressione fiscale è stata pari al 40,3%, in riduzione di 0,4 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del valore più basso dal 2011. Anche il dato relativo ai primi nove mesi del 2017, pari al 40,2%, è il più contenuto da sei anni. L’indebitamento netto in rapporto al Pil nel terzo trimestre del 2017 è stato pari al 2,1%, a fronte del 2,4% nel corrispondente trimestre del 2016, segando così un “miglioramento” di 0,3 punti percentuali. Complessivamente, nei primi tre trimestri si è registrato un deficit pari al 2,3% del Pil, anche qui “in miglioramento” di 0,2 punti sullo stesso periodo dell’anno precedente, così da toccare il valore più basso dal 2007 (sempre guardando ai primi nove mesi).

da Avvenire

Etiopia: libertà per detenuti politici

(ANSA-AP) – ADDIS ABEBA, 3 GEN – Il primo ministro dell’Etiopia ha annunciato che tutti i prigionieri politici verranno rilasciati, per “allargare a tutti lo spazio democratico” e promuovere il dialogo.
Le dichiarazioni del premier Hailemariam Desalegn sono arrivate, a sorpresa, dopo le proteste antigovernative che negli ultimi mesi si sono verificate nelle regioni di Oromia e Amhara, che hanno provocato il blocco di aziende, università e trasporti. Tra i detenuti politici, ci sono anche i leader dell’opposizione Bekele Gerba e Merara Gudina.
Il premier ha annunciato anche che sarà chiuso il famigerato campo di prigionia di Maekelawi, dove sarebbero state condotte torture per estorcere confessioni ai detenuti. Il campo sarà trasformato in un museo. La protesta dei gruppi di opposizione e per la difesa dei diritti civili avrebbe provocato centinaia di morti e decine di migliaia di arresti. Tanto che le autorità hanno proclamato un lungo periodo di stato di emergenza, in seguito revocato.

 

Linguaggi via Web. #cambiostile Un argine alla politica che insulta

Sarà la prima campagna elettorale giocata più sugli schermi dei computer e degli smartphone che su quelli della televisione, o nelle piazze. I partiti si stanno organizzando, anche i leader più riottosi, non foss’altro per ragioni anagrafiche (come Silvio Berlusconi) sono entrati in modo massiccio su Twitter, Facebook e Instagram. Parte la prima campagna elettorale dell’era social, fenomeno esploso nella comunicazione politica proprio nel quinquennio della legislatura che sta per concludersi. Nel frattempo la tecnica delle fake news rischia di diventare una sorta di intrigo internazionale, per l’incapacità del sistema di respingere la notizia infondata inserita come una tossina nel corpo elettorale. Scarseggiano gli strumenti giuridici per tutelarsi dalle aggressioni, e i grandi colossi della nuova comunicazione tardano a individuare strumenti adeguati di autoregolamentazione che prescindano dall’algido e fallace funzionamento degli algoritmi.

Si cerca allora una strada nuova, ispirata alla assunzione di responsabilità di ciò che si comunica e si condivide. Al rispetto dell’avversario e delle idee contrapposte. Si chiama #cambiostile, l’iniziativa promossa dall’Associazione Parole O_Stili in partnership con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, presentata ieri in Senato insieme al “Manifesto della comunicazione non ostile”in dieci punti. La campagna ha già ottenuto l’adesione di 5 Ministri e circa 200 parlamentari di tutti gli schieramenti politici. Arriva anche un messaggio di adesione del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che indica «il tema di un uso più corretto e consapevole dei mezzi di comunicazione» come un percorso «da continuare a incoraggiare, per tutelare i valori di rispetto della sfera personale, di convivenza civile e di pluralismo autentiche pietre ango- lari della nostra democrazia».

Tra coloro che hanno aderito a #cambiostile i ministri Minniti, Fedeli, Martina, Pinotti e Finocchiaro, icapigruppo al Senato Zanda (Pd), Centinaio (Lega), Romani (Fi), De Petris (Sel), Bianconi (Ap), Guerra (Leu), Zeller (Autonomie) e alla Camera Rosato (Pd). Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, presente ieri nella sala Difesa del Senato, si è reso promotore dell’iniziativa presso i sindaci, tra cui Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente Anci. Un elenco in continuo aggiornamento al sito www.paroleostili.com/cambiostile

Realizzato attraverso un lavoro collettivo che ha coinvolto esperti di linguaggio e comunicazione politica (fra cui Annamaria Testa, Giovanni Boccia Artieri, Andrea Camorrino, Fausto Colombo, Matteo Grandi, Francesco Nicodemo) il Manifesto è un impegno affidato alla libera assunzione di responsabilità di politici e amministratori locali. L’obiettivo è quello di educare le community di riferimento all’idea che sugli avversari si vince con le idee, non con la derisione, l’insulto o – peggio – con le bugie.

L’iniziativa si avvale delle conclusioni del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con Fim Cisl, che additano la politica come principale responsabile della difficile condizione giovanile attuale. Una percezione che è tutt’uno con il fenomeno crescente di distacco per reazione da una politica che non si mette in sintonia con le nuove generazioni e le loro aspirazioni.

Il Manifesto è stato già ampiamente diffuso sui social media e con un’iniziativa nelle scuole. «Siamo convinti che questo del rispetto sia il tema cruciale, della prossima campagna elettorale, come di tutto il sistema educativo», ha detto il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, intervenuta ieri alla presentazione. «Il linguaggio dell’odio non può mai essere tollerato in un dibattito civile – ha aggiunto -. Lo si deve alle nuove generazioni, perché è per loro che la politica deve guardare».

L’adesione è trasversale. «Questa iniziativa è una bussola per non perdere la rotta in campagna elettorale. Si fa campagna e si vota ‘per’ ma anche ‘contro’. Si può e si devono criticare le proposte altrui senza scadere nell’insulto e nella denigrazione personale. Forza Italia ha aderito da subito a questa iniziativa, perché ne condivide gli scopi e l’auspicio di una campagna dura, senza esclusione di colpi ma leale», ha detto Antonio Palmieri, responsabile nazionale comunicazione e Internet del partito di Berlusconi.

Per il prorettore dell’Università Cattolica, Antonella Sciarrone Alibrandi, «cambiare stile è un impegno e una sfida cui tutti sono chiamati nell’esercizio della propria professione e del proprio ruolo sociale». L’auspicio, ora, ha spiegato Rosy Russo, ideatrice dell’iniziativa, è che «#cambiostile, possa concretamente diventare «il virus positivo dello scegliere le parole con cura».

IL DOCUMENTO. Ecco il decalogo per avere solo avversari e mai nemici

1. VIRTUALE È REALE. Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.

2. SI È CIO’ CHE SI COMUNICA. Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.

3. LE PAROLE DANNO FORMA AL PENSIERO. Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.

4. PRIMA DI PARLARE BISOGNA ASCOLTARE. Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.

5. LE PAROLE SONO UN PONTE. Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.

6. LE PAROLE HANNO CONSEGUENZE. So che ogni mia parola può avere conseguenze piccole o grandi.

7. CONDIVIDERE È UNA RESPONSABILITA’. Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.

8. LE IDEE SI POSSONO DISCUTERE. LE PERSONE SI DEVONO RISPETTARE. Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.

9. GLI INSULTI NON SONO ARGOMENTI. Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

10. ANCHE IL SILENZIO COMUNICA. Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

da Avvenire

PADOAN IN COMMISSIONE, STOCCATE A MINISTRI E VIGILANZA

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‘ETRURIA, MANDATO A NESSUNO. VENETE, MALE IL CONTROLLO’ Stoccate a ministri e Vigilanza sulle banche nell’audizione del ministro dell’Economia Padoan in commissione d’inchiesta sulle banche. ‘Non ho autorizzato nessuno a occuparsi di banche e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione, la responsabilità del settore è in capo al ministro che d’abitudine ne parla con il presidente del Consiglio’, dice con riferimento ai colloqui dei ministri Boschi e Delrio su Etruria. ‘Quello delle banche venete è un esempio nel quale la vigilanza non si è potuta esperire completamente’, aggiunge a proposito dell’attività di Consob e Bankitalia. Oggi sarà la volta dell’audizione del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Adinolfi si proclama «movimento identitario cattolico» in un uso dei termini tipico dei movimenti neonazisti europei

In Europa sono i gruppi neofascisti o neonazisti a definirsi «movimenti identrari». Si va da quella Generazione Identitaria che mise in piedi l’operazione C-Star allo scopo di ostacolare le operazioni di salvataggio delle Ong nel Mediterraneo sino alla marciadi xenofobi, omobobi e supremastisti bianchi tenutasi a Varsavia alla presenza di Roberto Fiore.
Si tratta di gruppi fortemente ideologizzati che cercano proseliti fra quei minori che possono mostrarsi più plasmabili all’estremismo. Se Generazione Identitaria cercava reclute minorenni facendo volantinaggio davanti ai licei, Forza Nuova è attualmente sotto indagine della Procura per le modalità con sui strappava dei ragazzi alle loro famiglie al fine di trasformarli in miliziani pronti a tutto.
Date le premesse, fa rabbrividire come Mario Adinolfi si proclami «il movimento identitario cattolico» in un’intervista rilasciata all’Arena.

Solamente nel 2012 Adinolfi cercava una poltrona girando l’Italia in camper con l’obiettivo di promuovere la candidatura di Matteo Renzi alle primarie, oggi cerca consensi nell’estrema destra proclamandosi anti-renziano contrario ad ogni sua politica. Naturalmente pare difficile trovare un po’ di coerenza in quel fondamentalista che oggi basa il suo fatturato sulla promozione dell’odio contro le unioni civili anche se solamente cinque anni fa diceva di volere il matrimonio egualitario per le coppie gay, ma di fatto pare abbia perlomeno smesso di far finta di essere “di sinistra” per parlare apertamente di come veda in Fratelli d’Italia e Forza Italia i suoi principali competitors.
Eppure nessuno di quei due partiti, indipendentemente dalla loro politica, parrebbe disposto a definirsi «identrario» con il rischio di finire accomunati a Forza Nuova oCasa Pound. Tanto basta per domandarsi se Adinolfi non voglia ambire a posizionarsi alla loro destra, magari consapevole di come la stampa integralista si stia già occupandosi di sdoganare e benedire nel nome di Dio le varie formazioni neofasciste formatesi in Europa. Chissà non coglia cercare la sua nicchia proponendosi come l’uomo più razzista della Lega, più xenofobo di Forza Nuova e più omofobo di Casa Pund.

in blogspot.it

Legge elettorale: Governo, cinque fiducie su Rosatellum

Il Rosatellum 2.0 approda in Aula al Senato in un clima tesissimo, dopo l’abbandono, ieri, da parte di M5s, Mdp e Si della Commissione Affari costituzionali, durante il voto degli emendamenti.

Il governo ha posto nell’Aula del Senato cinque questioni di fiducia su cinque dei sei articoli del Rosatellum 2.0. Lo ha annunciato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. Per protestare contro la fiducia sulla legge elettorale, i senatori del gruppo M5s hanno posto delle bende bianche sugli occhi. Il presidente del Senato Pietro Grasso ha convocato la Conferenza dei capigruppo:la riunione servirà per stabilire i tempi delle votazioni.

L’Aula del Senato ha respinto con alzata di mano le questioni pregiudiziali presentate da M5S e Sinistra Italiana contro la riforma della legge elettorale. L’Aula del Senato, sempre con alzata di mano, ha respinto anche la questione sospensiva presentata dal M5S. I parlamentari 5 stelle avevano chiesto di votare a scrutinio segreto ma il presidente di Palazzo Madama aveva dichiarato inammissibile tale richiesta.

Pietro Grasso ha negato il voto segreto, richiesto da Si e da M5s, sulle pregiudiziali e sulla questione sospensiva. Tanto Si, con Loredana De Petris, che M5s, con Vito Crimi e Giovanni Endrizzi, avevano chiesto di votare a scrutinio segreto solo la parte dei rispettivi documenti che riguarda le minoranze linguistiche, materia per la quale il Regolamento del Senato autorizza il voto segreto. Ironico Karl Zelelr: “grazie colleghi di M5s per l’attenzione alle minoranze linguistiche. Tutti gli emendamenti di M5s sono tutti volti a discriminare le minoranze linguistiche, e non a tutelarle”.

“L’eventuale fiducia sulla legge elettorale – aveva detto Roberto Speranza a Radio Capital – non sarà l’ultimo voto di questa legislatura ma il primo della prossima: vorrà dire che avremo le larghe intese Fi-Pd. Io chiedo al Pd di fermarsi“. “Se rinunciano a chiedere i voti segreti ci penseremo seriamente se mettere o meno la fiducia”, ha detto il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Luciano Pizzetti rispondendo al Senato alla domanda dei cronisti se il voto di fiducia sul “Rosatellum” sarebbe stato ugualmente chiesto dal governo nel caso in cui le opposizioni avessero rinunciato ai voti segreti. Per il momento solo il M5S di voti segreti ne ha chiesti 17. IeriPizzetti prima della seduta della Commissione aveva già preannunciato la fiducia in Aula per evitare i voti segreti, come “legittima difesa” dinanzi al ricorso “ostruzionistico” delle minoranze al voto segreto

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