pedofilia – Informazione Libera
Crea sito

«L’omertà della Chiesa sui casi di pedofilia per proteggere soldi e immagine»

Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario

 

 

 

 

 

 

La fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiestaAvarizia sugli scandali finanziari della Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?
«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza».

Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?
«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?
«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?
«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.
«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…
«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano perAvarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?
«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?
«Il processo in Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

E il giornalista come si comporta?
«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

ravennaedintorni.it

Read More

Le cifre sono impressionanti per la Chiesa in Australia. Dal 1950 si sarebbero resi responsabili di abusi ai danni di minori 572 preti, di cui 384 diocesani

preti.pedofili

Dati che hanno costretto la Chiesa australiana ad intervenire dimostrando consapevolezza sulla vastità e sulla gravità del fenomeno.

Le scuse e la vergogna

«Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente papa Francesco,“è un peccato che ci fa vergognare”». Così ha dichiarato mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati dell’indagine che, dal 2013, ha realizzato su parrocchie, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia.

Dall’inchiesta emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

«Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata».

«Nel corso delle prossime tre settimane – aggiunge mons. Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini».

Basta colpevoli silenzi

I dati di cui parliamo sono stati presentati il 6 febbraio dall’avvocato che assiste la Commissione, Gail Furness, il quale ha rivelato come la Santa Sede abbia negato la possibilità di consegnare documenti riguardanti sacerdoti australiani accusati di abusi. «La Commissione – ha detto – sperava di acquisire una conoscenza dell’azione intrapresa in ciascun caso ma la Santa Sede ha risposto che “non era possibile né appropriato fornire le informazioni richieste”». In questo passaggio c’è ovviamente qualcosa di poco chiaro, visto che fino al cambiamento di normativa suidelicta graviora la competenza non era della Santa Sede ma apparteneva al vescovo locale.

In ogni caso, per l’avvocato Furness resta la domanda sul perché e sul come mai per tanti decenni non sia stata squarciata la cortina di silenzio. «Le vittime sono state ignorate o peggio, punite. Le denunce non sono state esaminate. Preti e religiosi sono stati trasferiti e le parrocchie o comunità dove sono stati trasferiti non sapevano nulla del loro passato. I documenti non sono stati conservati o sono stati distrutti. Hanno prevalso la segretezza e gli insabbiamenti». Fino al 15% dei sacerdoti in alcune diocesi sono stati accusati di abusi fra il 1950 e il 2015. Fra le Congregazioni religiose spicca l’Ordine di San Giovanni di Dio, dove si ritiene si sia macchiato di abusi quasi il 40% degli appartenenti. Una proporzione arrivata al 32% dei Fratelli Cristiani e 20% dei Fratelli Maristi. Saranno comunque le prossime settimane a fornire risposte statisticamente più esatte, anche se il “Consiglio per la verità la giustizia e la guarigione” – formato dalla Chiesa australiana per rispondere alle accuse – ha ammesso che i dati «senza dubbio minano l’immagine e la credibilità del sacerdozio». «I numeri sono scioccanti, tragici, indifendibili», ha ammesso il responsabile del “Consiglio”, Francis Sullivan, che ha parlato di «un massiccio fallimento» della Chiesa. L’inchiesta tra l’altro ha toccato anche il card. George Pell, ex arcivescovo di Sydney e ora Prefetto vaticano per l’Economia, accusato di aver insabbiato abusi quand’era alla diocesi di Melbourne e per questo sottoposto ad un interrogatorio-fiume in videoconferenza da Roma nel 2016.

In un messaggio pubblicato sul sito dell’arcidiocesi, Anthony Fisher, oggi arcivescovo di Sydney, ha dichiarato che, alla fine dell’umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando, ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole». «E cosa importante – ha concluso –, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare».

settimananews.it

Read More

“Nostro figlio vittima dell’ex prete per colpa della Chiesa e dei suoi silenzi”

Foggia. La rabbia dei genitori del giovane abusato da don Trotta: “Nessuno ci mise in guardia. Vogliamo incontrare Francesco”

FOGGIA. Il papà: “È difficile, forse impossibile. Avrebbero dovuto evitarlo, certo che avrebbero dovuto “. La mamma: “Non ho mai frequentato troppo la parrocchia. Ma ora mi piacerebbe incontrare Papa Francesco, mi dà grande fiducia. Vorrei stringergli la mano, guardarlo negli occhi e chiedergli di fare in modo che non accada più. Nostro figlio si sarebbe potuto salvare se solo il Vaticano avesse fatto l’unica cosa giusta da fare: denunciare, avvertirci di quel pericolo”.
Questi sono i genitori di uno dei bambini abusati da Gianni Trotta, l’ex prete foggiano accusato dalla procura di una dozzina di abusi sui minori. Le violenze sono avvenute quando l’uomo allenava una squadra di calcio di ragazzini: era già stato cacciato dalla Chiesa per fatti di pedofilia, ma la Curia non l’aveva denunciato. E così ha potuto colpire di nuovo. Per il figlio di questi signori, che aveva 11 anni al momento degli abusi, Trotta è stato condannato a otto anni di carcere. Una pena arrivata grazie anche alla determinazione di queste due persone che, assistite dall’avvocato Lina Fiorilli, non hanno avuto paura di chiedere giustizia. Ieri si è celebrata l’udienza del nuovo procedimento che vede imputato l’uomo per altri nove casi. Solo una famiglia si è costituita parte civile. “Questo mi dispiace: non serve avere coraggio per denunciare chi ha rovinato la vita di tuo figlio. È la natura che ce lo chiede”.

Signora, come avete conosciuto Gianni Trotta?
“Don Gianni Trotta, perché nessuno sapeva in paese che non fosse più un prete. Io frequento poco la parrocchia, ma il nostro è un paese da 2 500 abitanti. Lui seguiva i bambini al catechismo. Soltanto i maschietti, però”.

Trotta nel 2012 era stato cacciato dalla Chiesa per pedofilia. Nessuno vi aveva informato?
“Assolutamente no. Ricordo che trovò una scusa per non celebrare il matrimonio di una sua cugina, ma tutti in paese, dove vivevano i suoi genitori anziani, erano convinti che fosse in attesa di una destinazione in Africa”.

Come entrò in contatto con suo figlio?
“Al campetto di calcio. Mio figlio è malato di pallone. Poco dopo gli propose di fare doposcuola da lui e io non ebbi niente da ridire: che male poteva fargli don Gianni? E invece… Noi non potevamo immaginare, ma la Chiesa sapeva tutto: perché non l’hanno denunciato? Perché gli hanno permesso di condannare a vita i nostri bambini?”.

Lei si è data una risposta?
“Ci ho provato. Ma non c’è nessuna giustificazione. Per questo vorrei parlare con questo Papa che mi piace, sta facendo piazza pulita. Deve imporre l’obbligo di denuncia”.

Anche nel suo paese non ha denunciato nessuno.
“È terribile. In tantissimi avrebbero potuto fermarlo, e invece non lo hanno fatto. E mi dispiace molto che oggi soltanto una famiglia abbia avuto il coraggio di metterci la faccia. Io appena ho capito, ho fatto di tutto. Mi hanno addirittura detto che lo facevo per soldi. Che poi, quali soldi, quello è un poveraccio, abbiamo pagato anche le spese legali. Ma è giusto così, non potevamo fare altrimenti. Qual era l’alternativa, il silenzio? Come avrei fatto a guardarmi allo specchio, la mattina? Io non ho avuto paura perché sono madre, semplicemente madre, e dovevo difendere mio figlio in tutte la maniere. E l’ho fatto nel processo, visto che prima purtroppo non abbiamo capito nulla di quello che stava succedendo. Siamo gente che lavora la terra, siamo semplici, ma conosciamo bene alcune regole: se la mela è marcia, va tolta”.

Come sta suo figlio, adesso?
“Va a scuola, è seguito da alcuni psicologi, le cicatrici immagino rimarranno, ma per fortuna ci sono i suoi sogni, le sue passioni, e quel pallone che non abbandona mai. Alle volte si sveglia e mi chiede: “Mamma, ma è vero che non torna più? Non è che don Gianni esce dalla galera?”. Di questo per lo meno sono sicura: può stare tranquillo, per un bel po’ di tempo don Gianni rimane lì”.
repubblica.it
Read More

Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori

«Quello che è stato rivelato è straziante». Così l’arcivescovo di Sydney, mons. Anthony Fisher, commenta in un messaggio pastorale pubblicato sul sito della diocesi i risultati dell’inchiesta della Commissione federale sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori.

«Mi sono sentito personalmente scosso e umiliato da queste informazioni – dice il presule, successore sulla cattedra di Sydney del cardinale George Pell -, come lo sono stato da altre rivelazioni importanti della Commissione Reale fino ad oggi. La Chiesa è dispiaciuta e io sono dispiaciuto per gli errori del passato che ha lasciato tanti così danneggiati. So che molti dei nostri sacerdoti, religiosi e fedeli laici sentono la stessa cosa: come cattolici dobbiamo piegare la testa per la vergogna».

«Abbiamo già sentito di molti casi dolorosi e vergognosi di abusi sessuali riferiti alla Royal Commission a vittime coraggiose – prosegue l’arcivescovo, frate domenicano -. Oggi abbiamo sentito queste storie individuali aggregate nei dati presentati alla Commissione in merito alla percentuale di sacerdoti e religiosi con accuse di abusi fatte contro di loro dal 1950». «Per mia vergogna e tristezza – aggiunge -, sembrerebbe che in tutta l’Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori fatte contro di loro sin dal 1950. Accuse sono state fatte anche contro 543 laici lavoratori della chiesa e altri 72 il cui status religioso è sconosciuto».

Mons. Fisher parla di un periodo che sarà «traumatico per tutti i coinvolti, specialmente le vittime», promettendo di fare «tutto il possibile» in loro aiuto. Ricorda il lavoro fatto perché le accuse riguardanti la sua arcidiocesi fossero affrontate «con prontezza, giustizia e compassione». «Sono convinto – afferma – che alla fine dell’umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole». «E cosa importante – conclude -, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare».

tio.ch

Read More

ABUSI preti / Australia: scandalo pedofilia

“Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. Sono le parole di mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, scritte in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati della indagine che dal 2013 ha realizzato su chiese, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia. Dall’inchiesta, emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

“Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando  le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.

sir

Read More