Pedofilia, prete italiano a processo in Argentina per abusi su 20 bimbi sordomuti: «Il Papa era stato informato»

Pedofilia, prete italiano a processo in Argentina per abusi su 20 bimbi sordomuti: il Papa era stato informato

fonte: https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_abusi_prete_bambini_sordomuti_papa_francesco_argentina_vaticano-4557345.html

Città del Vaticano – Tra i vari penosi dossier sulla pedofilia che preoccupano molto il Papa c’è sicuramente quello dell’Istituto Provolo di Verona, una istituzione nata in Italia e diffusa in diversi paesi per curare  i bambini sordomuti. In questi giorni è arrivata la notizia che in Argentina verrà processato per reati legati ad abusi su minori un prete italiano che lavorava in una struttura situata nella provincia di Mendoza. Il processo partirà il 5 agosto e vede imputati due preti, entrambi accusati di avere abusato i bambini sordomuti.

L’avvocato delle vittime ha riferito che «il prete italiano Nicola Corradi, il sacerdote Horacio Corbacho e un terzo uomo che ha lavorato all’istituto Provolo andranno sotto processo con l’accusa di avere abusato più di venti bambini». L’indagine, nei confronti degli insegnanti dell’istituto italiano, con sedi in Veneto e anche all’estero, come in Argentina, era cominciata nel 2016.
 

Nei giorni scorsi la rete italiana delle vittime della pedofila,L’Abuso, annunciato che due anni fa era stato riaperto il caso anche presso la Procura della Repubblica di Verona.

L’8 maggio 2014 la Rete L’Abuso e l’Associazione sordi Provolo avevano anche mosso pesanti accuse anche contro Papa Francesco sostenendo che quando era arcivescovo a Buenos Aires poteva essere stato a conoscenza dei fatti criminosi legati a don Nicola Corradi.

Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione sordi Provolo ottenne udienza con il Papa e in quella occasione, consegnò di persona una lettera al Papa contenente la lista di preti accusati. Tra quei nomi c’era anche quello di don Corradi. La rete L’Abuso si chiede come mai il Papa “omise qualunque intervento, sia per  lui, che per gli altri nominativi. Due anni dopo infatti, quando la giustizia argentina arresterà don Nicola Corradi, lo troverà ancora al posto di direttore dell’istituto di Mendoza”.

Polonia, il docufilm sui preti pedofili che fa indignare il Paese

Abusare, e poi nascondere. Una modalità già vista questa dei preti pedofili che ora emerge con forza da un nuovo documentario girato inPolonia.

Il Giornale

Al centro di questo lungometraggio, appunto, i casi di abusi sessualisu minori da parte di sacerdoti cattolici. Il docufilm, che su YouTube ha avuto oltre sette milioni di visualizzazioni, da quando è stato pubblicato sabato scorso ha provocato un’ondata di reazioni indignate.

Intitolato “Tylko nie mòw nikomu” (Ma non dirlo a nessuno) e realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski, il documentario dà voce a diverse vittime di abusi sessuali che coinvolgono il clero e punta il dito contro la pratica di spostare noti pedofili da una parrocchia all’altra.

Le reazioni della Chiesa polacca hanno spaziato tra chi ha chiesto scusa “per gli errori”, come l’arcivescovo e primate di Polonia Wojciech Polak, a chi si è barricato dietro un no comment, come l’arcivescovo di Danzica, Slawoj Glod, il quale ha detto di “non aver visto il documentario”. L’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, invece, ha bollato il film come un modo di “fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne”.

Jaroslaw Kaczynski, leader del partito nazionalista al governo Diritto e giustizia, ha annunciato che si preparano modifiche al codice penale per inasprire le pene a chi commette abusi su minori. “Le pene potrebbero arrivano fino a 30 anni di carcere”, ha avvertito Kaczynski, nel pieno della campagna elettorale per le Europee del 26 maggio. Al momento, per gli abusi sessuali su bambini al di sotto di 15 anni, in Polonia sono previste pene fino a 12 anni di carcere.

Casapesenna. Papa Francesco allontana da Chiesa Don Michele Barone aveva attaccato preti sposati a Canale 5

La Congregazione per la Dottrina della Fede (Prot. N. 143/2018), il Santo Padre Francesco, ai sensi dell’Art. 21 § 2, 2° SST, con suprema e inappellabile decisione, ha decretato la dimissione dallo stato clericale del Rev.Michele Barone

Il Rev. Michele Barone, della Diocesi di Aversa è anche membro dell’Associazione “Piccola Casetta di Nazareth”. Il Decreto è stato notificato all’interessato, che, per la dimissione dallo stato clericale, non potrà più esercitare il ministero sacerdotale ed è dispensato dagli obblighi e dagli oneri derivanti dalla Sacra Ordinazione.

DON MICHELE BARONE, DAL SALOTTO DI BARBARA D’URSO AL CARCERE PER ABUSI SU MINORE.

Nuovi particolari erano stati diffusi anche dal Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati sul caso di don MIchele Barone, il prete coinvolto nel caso dell’esorcismo su una ragazzina di 14 anni. “Il fondatore dei Sacerdoti Lavoratori sposati, don Giuseppe Serrone e sua moglie avevano incontrato il prete tradizionalista dietro le quinte della trasmissione di Barbara D’Urso della puntata del 7 Novembre 2016”, si legge in un comunicato dell’Associazione Sacerdoti Sposati. “Insieme a don Aldo Bonaiuto in studio, don Barone fuori onda aveva attaccato la moglie di don Serrone. Don Serrone aveva avuto una discussione con don Barone accanto ai camerini di Barbara D’Urso. Il prete ora in arresto aveva fatto la morale alla moglie accusandola di comportamenti amorali. Don Serrone era intervenuto rivolgendosi verso don Barone e invitandolo a stare zitto e lasciare stare la moglie”.

A distanza di due anni e qualche mese Don Barone è tornato in tv per motivi diversi. “Come ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Barbara D’Urso si occupa nella prima parte di Pomeriggio Cinque di cronaca”, si legge sempre nel comunicato dell’Associazione Sacerdoti Sposati. “Tra le varie notizie di cui si è occupata lunedì 26 Febbraio 2018, la conduttrice della rete ammiraglia del Biscione ha dichiarato di essere molto imbarazzata di dover parlare al suo affezionato pubblico dell’arresto di Don Michele Barone. Il sacerdote è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata e maltrattamenti in famiglia che “curava” tramite esorcismo una 14enne con problemi psichici. Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque ha dichiarato:Si aggirava qui, è stato molte volte nel mio camerino, ha dato a me e a tante altre persone che lavorano con me la benedizione e quando ho visto il servizio de Le Iene mi sono scioccata per questa notizia”.

Prosegue il comunicato: “L’inviato Gaetano Pecoraro ha raccolto i racconti di alcune ex seguaci: «Non voleva che dicessimo niente delle violenze». Ci sono ragazze che ammettono altri episodi: «Ci provava un po’ con tutte. Una volta mi mise le mani sul seno… A lui piaceva toccare». Un’altra ragazza, chiamata Giada, fa una terribile confessione: «Dentro la sagrestia mi costrinse ad avere un rapporto orale completo. Mi ha baciata e mi ha abbassato la testa verso i suoi pantaloni. Mi disse che ne aveva bisogno». La ragazza spiega che spesso la chiamava a parte e che una volta provò ad avere con lei un rapporto sessuale completo. Diana invece si tira indietro dal raccontare la sua storia e i genitori spiegano di averglielo impedito per proteggerla. «Qualche ragazza potrebbe farsi male…».

Chiesa di New York: 120 preti accusati di pedofilia

C’è anche il nome dell’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick, che a New York fu prete e vescovo ausiliare, recentemente ‘spretato’ dalla Santa Sede per i suoi abusi omosessuali e su minori, tra quelli dei 120 prelati accusati di pedofilia o pedopornografia pubblicati questo fine settimana in una lista dall’arcidiocesi newyorkese.

La Chiesa di New York – seconda arcidiocesi degli Stati Uniti – ammette così che almeno 120 preti accusati di aver abusato sessualmente di minori o di detenere immagini e file pedopornografici vi hanno lavorato per decenni.

La lista, pubblicata in grande evidenza sul sito dell’arcidiocesi, con acclusa una “lettera pastorale” del cardinale arcivescovo Timothy Dolan, comprende anche vescovi, insegnanti di scuole superiori, un cappellano scout, e appunto quello del noto ex porporato di recente dimesso dallo stato clericale. Dei nomi pubblicati, molti riguardano preti rimossi dal ministero e poi ‘laicizzati’, altri con processo canonico ancora in corso, altri oggi deceduti.

L’elenco fa scalpore perché riguarda una delle maggiori diocesi americane, anche se segue oltre un centinaio di tali divulgazioni da altre diocesi in tutto il Paese, da che la Chiesa accoglie le richieste di trasparenza sugli abusi commessi dal clero. Il card. Dolan afferma di rendersi conto “della vergogna che si è abbattuta sulla nostra Chiesa a causa dell’abuso sessuale di minori”. Chiede perdono “per le mancanze di quei chierici” che hanno tradito la fiducia riposta in loro per proteggere i giovani. “È la mia sincera preghiera che insieme possiamo essere guariti come famiglia di fede”, aggiunge Dolan.

E se gli investigatori e gli avvocati delle vittime riconoscono che la pubblicazione della lista è un passo positivo, altri la considerano ancora incompleta.

La lista non include membri di ordini religiosi che lavorano nelle chiese e nelle scuole dell’arcidiocesi, sebbene alcuni ordini abbiano pubblicato le loro liste di accusati. Né elenca i sacerdoti ordinati altrove e in seguito in servizio a New York.

Il portavoce dell’arcidiocesi, Joseph Zwilling, ha dichiarato che “l’importante è che abbiamo rilasciato tutti i nomi dei preti che hanno un’accusa credibile e motivata contro di loro”, oltre a quelli in attesa di una decisione della Chiesa sulle accuse e quelli recentemente accusati attraverso un processo per risarcimento da parte dell’arcidiocesi. Il relativo programma ha pagato 65 milioni di dollari a oltre 350 persone negli ultimi tre anni.

La lista, infine, comprende sacerdoti ordinati tra il 1908 e il 1988. Molti sono morti e l’arcidiocesi ha detto che nessuno opera più nel ministero sacerdotale. La maggior parte dei presunti abusi si sono verificati negli anni ’70, ’80 e primi anni ’90, ma secondo l’arcidiocesi ci sono state due accuse credibili di abusi sessuali da parte del clero attivo dal 2002, e le autorità sono state allertate su entrambi i casi.

ticinonews.ch

Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo. Thiel: “Questo testo pone molti interrogativi”

Marie-Jo Thiel è medico e professoressa di etica alla facoltà di teologia all’università di Strasburgo. Autrice di una vasta summa sugli abusi sessuali nella Chiesa (La Chiesa cattolica di fronte agli abusi sessuali su minori, Bayard), la teologa si interroga sul testo firmato dal papa emerito Benedetto XVI, pubblicato sulla rivista Klerusblatt. L’intervista che segue, a cura di Céline Hoyeau, è ripresa da La Croix del 12 aprile 2019 (traduzione del sito Fine Settimana).

  • Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo per «aiutare ad attraversare questa ora difficile». Punta l’indice in particolare contro la rivoluzione del ‘68. Lei cosa ne pensa?

La storia della Chiesa mostra che gli abusi commessi da chierici non sono solo recenti. Fin dal primo secolo del cristianesimo, i concili di Elvira e di Ancira hanno condannato gli abusi su giovani ragazzi, e queste condanne riguardavano anche dei chierici. Il testo Crimen Sollicitationispubblicato nel 1962 dal Vaticano riprende un testo del 1922, che ricorda Sacramentum Poenitentiae di papa Benedetto XIV del 1741!

  • Al contempo, gli studi mostrano però un picco degli abusi commessi da preti tra il 1960 e il 1980…

È vero che la società degli anni Sessanta è caratterizzata da una crisi dell’autorità e da una permissività sessuale. Ma quel contesto non è sufficiente a spiegare tale crisi. Benedetto XVI resta nella prospettiva dell’obbedienza ad una norma, soprattutto nell’ambito dell’etica sessuale e familiare. Perché quell’etica, che i preti avrebbero dovuto trasmettere, è fallita nella sua applicazione? Mi sembra che la Chiesa si sia focalizzata su un’immagine post-tridentina  sacralizzata del prete senza fornirgli le risorse per farsi carico della propria vita sessuale. C’è anche un problema di formazione, di presa in considerazione dell’apporto delle scienze umane che, sorprendentemente, sono assenti da questo testo.

  • La crisi degli abusi non è dovuta ad una contaminazione del relativismo diffuso?

In etica, per discernere, bisogna tener conto sia della legge, che dell’individuo che discerne e della situazione. Isolare la norma conduce al legalismo. Isolare l’individuo conduce al soggettivismo. Isolare la situazione conduce al situazionismo. Bisogna quindi circolare tra questi tre elementi per discernere, basandosi sulle risorse sia della fede che delle scienze umane. In questo contesto, certe prospettive possono essere ingiustificabili, come lo stupro o l’assassinio. Ma, al contempo, è la mia coscienza che mi dice che quegli atti, in ogni caso, sono atti cattivi. Perché una norma possa funzionare nella pratica, bisogna che possa essere riconosciuta dalla coscienza nella sua pertinenza. Se la norma è puramente estrinseca (è la prospettiva di un certo neotomismo), sarà molto facilmente trasgressibile. È anche una delle ragioni per cui si è avuto un tale numero di abusi in quegli anni.

  • Fondamentalmente, per Benedetto XVI, la pedofilia è dovuta alla perdita del senso di Dio. Che ne pensa?

Se la pedofilia è dovuta ad una mancanza di fede, perché allora così tanti preti tra gli abusatori? Perché così tanti grandi fondatori di comunità nuove che papa Giovanni Paolo II ha continuato a portare ad esempio? Perché Benedetto XVI non assume l’analisi fatta da papa Francesco, anche nel momento del vertice sugli abusi in febbraio? Perché non prende in considerazione l’aspetto sistemico della crisi? Sembra non vedere il problema d’insieme, la relazione con gli abusi di potere e di coscienza che in questo testo non compaiono mai. Questo testo pone molti interrogativi.

Spazio ai preti sposati in Vaticano: la chiesa ha bisogno di una nuova generazione di leader e di un nuovo pensiero per affrontare la crisi più grave del cattolicesimo del nostro tempo

Ratzinger

Processo al Vaticano II. I preti sposati risorsa per la riforma della Chiesa ormai irreversibile. I tradizionalisti alla deriva. “Battaglie interne in vista del nuovo Conclave. Occorre – per il Movimento dei preti sposati – una mobilitazione della base della Chiesa (parroci e fedeli) per esigere dai vertici vaticani un cambiamento della normativa che riammetta i preti sposati nella Chiesa” (ndr).

da huffingtonpost.it

Benedetto XVI ha rotto il proprio silenzio sugli abusi sessuali, e in modo del tutto irrituale. La sera del 10 aprile 2019, a sei settimane dalla conclusione del summit vaticano sugli abusi sessuali convocato da papa Francesco, in una fase critica per la chiesa cattolica alle prese con un scandalo di dimensioni globali ed epocali, il “papa emerito” ha fatto conoscere il proprio pensiero sulla genesi del fenomeno in un lungo saggio (oltre cinquemila parole) inviato ad alcuni mass media cattolici online, che sono da sempre vicini al suo entourage e ostili a papa Francesco.

Il saggio di Benedetto XVI si può dividere in due parti. La seconda parte, quella teologica, è una riflessione sulla natura spirituale della chiesa, che sottolinea le analogie con l’approccio di papa Francesco alla crisi degli abusi sessuali: non può essere risolta soltanto con una mentalità burocratica e giuridica, ma anche e soprattutto come lotta a un male spirituale che si rivela sotto forma di abusi sessuali di minori e nella complicità della chiesa coi colpevoli di questi atti criminali.

In tutto il resto il documento evidenzia importanti differenze rispetto alla visione di chiesa e dell’analisi del fenomeno da parte di papa Francesco. In Ratzinger, l’analisi storico-teologica del post-concilio – cosa è successo nella chiesa cattolica a partire dagli anni sessanta in poi – è concentrata sugli effetti negativi per la chiesa della rivoluzione sessuale in termini di decadenza morale nelle pratiche e del sorgere del relativismo nella teologia morale. Questa è un’analisi a dir poco problematica: pone il concilio Vaticano II all’origine della decadenza morale nella chiesa, in una evidente differenza dal modo in cui papa Francesco parla e ha sempre parlato del concilio. Ma il vero problema è che da parte di Benedetto XVI identificare negli anni sessanta l’inizio del fenomeno degli abusi sessuali è totalmente smentito da tutti gli studi scientifici disponibili in varie lingue e in tutto il mondo. La storia degli abusi sessuali nella chiesa inizia ben prima degli anni sessanta: si ritrova già negli scritti dei Padri della chiesa nei primi secoli, in termini coniati di nuovo e che non si ritrovano nel greco classico; c’è una vasta letteratura storica e giuridica sul fenomeno e sugli strumenti elaborati dalla chiesa per contrastarlo.

Questo saggio da parte di Benedetto XVI offre una caricatura del periodo post-Vaticano II, che fu un periodo estremamente complesso e contraddittorio, non privo di errori e ingenuità da parte dei cattolici presi nel tentativo di immaginare una chiesa più aperta al mondo: ma la pornografizzazione del post-concilio è cosa sorprendente da parte di uno dei teologi più importanti sia del concilio Vaticano II sia del post-concilio. Questa peculiare “tesi Ratzinger”, tuttavia, non è nuova: se ne trovano tracce già nella lettera inviata alla chiesa in Irlanda nel 2010.

Questa analisi rivela anche altri punti problematici. C’è una scarsissima attenzione alle vittime. Si offre un giudizio affrettato e superficiale sulle responsabilità della chiesa istituzionale e del Vaticano tra Giovanni Paolo II e il pontificato di Benedetto XVI. Non c’è nessuna assunzione di responsabilità per i fallimenti (il caso del cardinale Bernard Law rifugiatosi a Roma per sfuggire alla legge americana) e i tragici ritardi (il caso di Marcial Maciel e dei Legionari di Cristo) – una storia in cui Joseph Ratzinger ebbe un ruolo non proprio secondario come prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. C’è un lato personale in questo saggio di Joseph Ratzinger ma solo come una delle vittime: Ratzinger vittima non degli abusi sessuali, ma degli abusi teologici da parte della teologia liberal (il riferimento, spesso presente negli scritti ratzingeriani, alla “Dichiarazione di Colonia” del 1989). La storia è più complicata. Per esempio, nel febbraio 2012, durante il pontificato di Benedetto e a ridosso della gestione vaticana della crisi degli abusi in Irlanda, si tenne alla Pontificia Università Gregoriana a Roma un convegno sulla crisi degli abusi sessuali: il tutto si svolse nel disinteresse dei media vaticani, che ricevettero ordine di non dare risalto alla notizia, e senza che papa Benedetto intervenisse o apparisse a quel convegno come invece ha fatto papa Francesco due mesi fa.

C’è poi una seconda questione soggiacente alla pubblicazione di questo saggio, che è di metodo e costituzionale. Il testo di Benedetto XVI afferma di avere chiesto il permesso a papa Francesco e al Segretario di Stato, cardinale Parolin, che lo avrebbero concesso al fine di una pubblicazione, in tedesco, in un periodico del clero bavarese. In realtà, il lungo testo era disponibile, e in una buona traduzione in lingua inglese, fin dal pomeriggio del 10 aprile ad alcuni (ma solo alcuni) media cattolici e non-cattolici che negli Stati Uniti fanno parte dell’apparato conservatore e tradizionalista che da sempre fa propaganda contro papa Francesco. Questa cosa dovrà essere prima o poi spiegata: chi lo ha inviato a certi organi di stampa? Perché ad alcuno e non ad altri? Con quale informazione fornita ai dirigenti della comunicazione della Santa Sede? Le spiegazioni infatti non vanno cercate presso i media vaticani, che pare siano stati sorpresi dall’iniziativa, ma da quella specie di corte papale parallela che si è formata attorno al papa emerito – fin da prima diventasse emerito.

La pubblicazione di questo saggio e la sua tesi di fondo sono presto diventate strumento nelle mani di coloro che, specialmente negli USA, da un anno a questa parte stanno tentando con ogni mezzo di liberarsi di papa Francesco, in un modo o nell’altro. In America c’è tentazione di scisma e la narrazione giornalistica sulla crisi degli abusi sessuali è parte integrante del disegno. Benedetto XVI forse non lo sa, ma lo sa benissimo chi ha organizzato questo lancio di stampa con tanto di embargo (prontamente violato). La scelta di privilegiare certi organi di stampa, che si sono distinti nella campagna contro papa Bergoglio dal 2013 in poi, dà l’impressione che Benedetto XVI sia organico a quegli ambienti e dà l’impressione che il papa emerito sia manipolato e manipolabile.

La questione del metodo è importante anche dal punto di vista legale: finora Joseph Ratzinger è stato, come tutti gli uomini di punta del Vaticano durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (a partire dai Segretari di Stato, i cardinali Sodano e Bertone), molto riservato circa i casi ancora aperti, e specialmente sul caso del cardinale americano Theodore McCarrick, escluso dal collegio cardinalizio da papa Francesco nel 2018 e spretato due mesi fa dopo un processo canonico. Il silenzio di un papa emerito si può giustificare come facente parte dell’immunità di cui gode l’ex sovrano dello stato vaticano, oppure anche come il tentativo di non interferire con il governo di papa Francesco. Ora Benedetto XVI scrive e pubblica lunghi testi. Nel momento in cui il papa emerito interviene sulla questione abusi sessuali, fa sorgere domande che nessuno finora aveva potuto o voluto rivolgere a chi è stato ai vertici del Vaticano sin dal 1981 come lui.

Problemi legali a parte, il problema più evidente è di natura ecclesiale. La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l’opposizione a papa Francesco e che crea confusione sul che fare in questo momento drammatico, specialmente attorno a una questione: il legame tra abusi sessuali e omosessualità. Nonostante gli studi scientifici sugli abusi abbiano smentito un legame tra orientamento omosessuale e abusi sessuali, Benedetto XVI ripropone questa tesi che si configura come una strada alternativa a quella proposta da papa Francesco e dal summit in Vaticano di due mesi fa, che vede la questione degli abusi come fenomeno di abuso di potere nella chiesa, senza collocarlo all’interno di una tesi sul ruolo chiave della rivoluzione sessuale per i destini del cattolicesimo. Un fatto importante è anche il contesto del 2018-2019: questa operazione mediatica va letta come la prosecuzione dell’operazione Viganò dell’agosto scorso. Benedetto XVI certamente non punta a far dimettere papa Francesco; ma altri, ben collocati nel complesso giornalistico cattolico oltreatlantico dotato di basi a Roma, ci stanno provando, ed è cosa di cui il segretario di Joseph Ratzinger è certamente informato.

La terza questione è di natura costituzionale circa l’ufficio di “papa emerito” nella chiesa cattolica. Dal marzo 2013 ad oggi la coabitazione tra papa ed emerito aveva funzionato senza troppi sussulti. Ora, qualunque cosa diranno papa Francesco e i media vaticani nei prossimi giorni, è chiaro che questo episodio costituisce un vulnus: una ferita al regime dei rapporti tra i due uffici. Il problema non è tra le due persone Francesco e Benedetto, che continueranno a volersi bene come prima, ma tra i due uffici e i loro bracci operativi. Se non altro, questo incidente dimostra che poco conta cambiare il sistema delle comunicazioni vaticane, se continua ad esistere una corte papale parallela che fa tutto per dare l’impressione che ci sia un secondo papa ancora in servizio per quanti sono scontenti del papa regnante.

I papi hanno sempre potuto dimettersi. Pochi lo hanno fatto, nel medioevo, e quasi mai spontaneamente. Benedetto XVI ha innovato il papato dimettendosi in diretta, sei anni fa, e questo è probabile che si ripeta in futuro. Nel mondo dominato dai media digitali e dai social media, quella del papa emerito è un’istituzione che necessita di una regolamentazione che oggi non ha: al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata; il ruolo di prefetto della casa pontificia va abolito; il papa emerito deve cessare di vestire di bianco; i suoi rapporti coi media non vanno lasciati alla discrezione di segretari che hanno tutto l’interesse a prolungare la vita di un pontificato che è cessato a tutti gli effetti (ma non dal punto di vista mediatico).

Questo saggio pubblicato ieri purtroppo danneggia l’immagine di Benedetto, che nel suo scritto dimostra una visione idiosincratica e limitata della genesi della crisi degli abusi sessuali e dello stato delle conoscenze scientifiche sul problema. Il pontificato di papa Francesco alle prese con la crisi degli abusi risentirà in modo marginale di questa manovra – architettata mediaticamente non da Benedetto XVI, ma da chi gli sta intorno. In un certo senso, questa manovra potrebbe fornire al Vaticano di Francesco degli alibi. Di sicuro dimostra quanto la chiesa abbia bisogno di una nuova generazione di leader e di un nuovo pensiero per affrontare la crisi più grave del cattolicesimo del nostro tempo.

Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali. Per i preti sposati colpa in parte del celibato obbligatorio

Il primo papa pedofilo di cui si hanno tracce storiche fu s. Damaso, è vissuto nel IV secolo. Dopo di lui, fino al XVI secolo se ne contano altri 16: l’ultimo dei quali è Giulio III. A metà del XVI secolo, con l’Inquisizione, la Chiesa inizia a insabbiare tutti i crimini di natura “sessuale” compiuti da ecclesiastici.

Molti uomini di Chiesa colpevolizzano la vittima, che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto. Un pensiero in sintonia con quello di molti gerarchi della Chiesa e di semplici ecclesiastici, dal papa emerito in giù passando per papa Francesco che ha chiuso l’ultimo summit in Vaticano sulla pedofilia dando tutta la colpa al diavolo.

Di seguito il testo di Papa Ratzinger tratto dal Corriere della Sera:
Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su «Klerusblatt» il testo così concepito.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­ sposta da parte della Chiesa.
I
Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale

1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Ger­mania Käte Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rap­porti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.

Sortì effetti simili anche la «Sexkoffer» (valigia del sesso) curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qual­che distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.

Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comu­nità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel ve­stire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.

Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.

2. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistemati­camente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successiva­mente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.

Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3,196).

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematica­mente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera -, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.
II
Prime reazioni ecclesiali
1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.
In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità». Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tutta­via solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.

2. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.

A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro sen­so originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente.

Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al mo­mento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava am­piamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Con­gregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura «Delicta maiora contra fidem». Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sa­rebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche. Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una con­seguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti. La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale. E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congrega­zione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo. Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evi­tati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.
III
Alcune prospettive
1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.

In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Che Dio ci sia come creatore e misura di tutte le cose, è innanzitutto un’esigenza originaria. Ma un Dio che non si manifestasse affatto, che non si facesse riconoscere, resterebbe un’ipotesi e perciò non potrebbe determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia realmente Dio nella creazione consapevole, dobbiamo attenderci che egli si manifesti in una qualche forma. Egli lo ha fatto in molti modi, e in modo decisivo nella chiamata che fu rivolta ad Abramo e diede all’uomo quell’orientamento, nella ricerca di Dio, che supera ogni attesa: Dio di­viene creatura egli stesso, parla a noi uomini come uomo.

Così finalmente la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, pro­prio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.

Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.

Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del no­stro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non ac­cantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema «Dio» appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.

2. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo si­gnori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.

Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia.

3. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime». Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissu­ta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sen­tita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toc­cava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capo­volgere la frase: «La Chiesa muore nelle anime». In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un «nemico» di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.

In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12, 10). In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42, 7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe co­me puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto. Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. «Togligli quanto possie­de – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozio­ne». Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo po­sitivo. Ma il diavolo continua e dice: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia» (Gb 2, 4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucci­derlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­ che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti. La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro soffe­renza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprat­tutto il trovarli e il riconoscerli.

Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli an­ che a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.

Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

Ratzinger e la pedofilia: «Il collasso spirituale è cominciato nel ’68». Della serie, scherzi della memoria in Vaticano

tratto da left.it

Il primo papa pedofilo di cui si hanno tracce storiche fu s. Damaso, è vissuto nel IV secolo. Dopo di lui, fino al XVI secolo se ne contano altri 16: l’ultimo dei quali è Giulio III. A metà del XVI secolo, con l’Inquisizione, la Chiesa inizia a insabbiare tutti i crimini di natura “sessuale” compiuti da ecclesiastici. Una prassi che prosegue con ‘successo’ ancora oggi, seguendo le stesse efficaci ‘regole’ di segretezza o, all’occorrenza, di mistificazione della realtà attraverso pubbliche dichiarazioni nel caso in cui la segretezza fosse stata in qualche modo violata. In “Chiesa e pedofilia” (L’Asino d’oro edizioni, 2010), avvalendomi del contributo di storici, sociologi, avvocati, magistrati, psichiatri e psicoterapeuti indago sulle radici culturali della pedofilia per cercare di capire come questo crimine orrendo e violentissimo – la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino – sia riuscito ad attraversare praticamente indisturbato 25 (venticinque) secoli di storia nelle società “occidentali”. Come se il bambino non esistesse. Già perché ovviamente lo stupro di un bimbo prepubere non è “invenzione” della Chiesa, né i suoi primi teorici vanno ricercati tra i suoi padri fondatori. Diciamo qui in estrema sintesi che Platone ha avuto in questo grandi responsabilità. È nella razionalità “greca”, nel logos occidentale, che si annida l’idea che il bambino non sia un essere umano (perché come la donna non è dotato di pensiero razionale). Quindi in sostanza esso, tavoletta di cera, va plasmato dal maschio adulto affinché diventi uomo: anche attraverso lo stupro. E il violentato a sua volta diventerà violentatore…

Anche per il pensiero religioso cattolico il bambino non ha identità umana, esso è addirittura il diavolo impersonificato. L’identità umana gli viene data nel tempo attraverso i riti del battesimo (che è il primo esorcismo) e della comunione. Anche per l’ecclesiastico, dunque, il bambino prepubere non è un essere umano e gli si può fare qualsiasi cosa. Decine di testimonianze di stupri avvenuti nell’ambito del sacramento della confessione (sono la maggior parte tra quelli di matrice clericale) raccontano che ancora oggi il prete si presenta alla vittima come il suo purificatore (qui ogni commento è lecito, nda).

Sempre in “Chiesa e pedofilia”, per ricostruire la storia cito fonti ufficiali come i rapporti investigativi del governo di Dublino dai quali emerge inequivocabilmente l’endemicità del fenomeno criminale della pedofilia nella Chiesa d’Irlanda: stupri, violenze, abusi, maltrattamenti su decine di migliaia di bambini hanno attraversato tutto il XX secolo nelle parrocchie, scuole, oratori etc. Lo stesso è stato provato negli Stati Uniti da una indagine commissionata dalla Conferenza episcopale Usa. In “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro ed., 2014), riscontro la medesima situazione. Senza soluzione di continuità, dal 1870 in poi, la pedofilia è presente – e come se è presente – anche nel clero cattolico italiano. E gli esempi potrebbero continuare. In“Giustizia divina” (Chiarelettere, 2018) con Emanuela Provera raccontiamo come oggi la Chiesa italiana si è organizzata per nascondere i sacerdoti violentatori, continuando a sottrarli impunemente all’azione penale della magistratura “laica” anche in virtù del Concordato con lo Stato italiano. E già quanto detto fin qui basterebbe per chiedersi come fa Joseph Ratzinger a pensare che la pedofilia prima del 1968 – anche all’interno della Chiesa – non esistesse: «Il collasso spirituale è iniziato nel ’68. Fu teorizzata l’idea che (la pedofilia) fosse giusta». Questa sua affermazione è in bella mostra sulla home page del Corriere della sera in cui si fa riferimento a un lungo articolo che il papa emerito ha scritto per una rivista tedesca e che il quotidiano italiano propone ai suoi lettori in anteprima. Ed è fatta da una persona che notoriamente è un grande estimatore di Platone, e dalla stessa persona che per 34 anni è stata il capo dell’ex Inquisizione – e sappiamo bene quanto Ratzinger dal 1981 al 2005 abbia contribuito da “ministro” della giustizia vaticana a insabbiare di tutto (basti pensare al capo dei legionari di cristo: Maciel Degollado), e dalla stessa persona che nel 2001 ha firmato il De delictis gravioribus, il documento in cui si intima ai vescovi di non denunciare e di riferire tutto alla Santa sede, pena la scomunica, rinnovando così un altro documento, il Crimen sollicitationis del 1962 (cioè un po’ prima del 1968…), e dalla stessa persona che nel 2013 ha definito la pedofilia «un delitto morale». Dando così, il papa emerito – consapevolmente o meno – ragione a Foucault che curiosamente è anche il destinatario del suo strale. A lui, infatti, teorico con Freud del bambino sessuato e seduttore, il papa emerito si riferisce quando scrive che il collasso spirituale, cioè la deriva immorale, è avvenuto nel 1968.

Dietro la definizione ratzingeriana di “delitto morale” c’è infatti l’idea perversa che lo stupro di un adulto su un bambino sia in realtà un atto sessuale tra due persone. Per Ratzinger – come per Bergoglio e decine di ecclesiastici che incautamente lo hanno riferito in pubblico – il bambino è compartecipe se non istigatore: cioè ha una sessualità e dunque un desiderio. Come per Freud e Foucault. Ma la sessualità, per il pensiero religioso cattolico, è tale solo se finalizzata alla procreazione. E dunque per questo, e solo per questo, la Chiesa, Ratzinger, il suo collega papa, considerano la pedofilia un delitto. Si tratta per costoro un atto di lussuria (!), un’offesa a dio, cioè un peccato in violazione del sesto comandamento, commesso sia dal prete che dalla sua vittima. Ha tuttavia ragione Ratzinger che con il “Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia” propagato da Foucault e altri pensatori del Sessantotto «fu teorizzata che fosse giusta».

Michel Foucault e a molti altri intellettuali francesi sono stati difensori della cosiddetta “pedofilia dolce”. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza. Questo diceva in una tristemente nota intervista del 1977: «Si può fare al legislatore la seguente proposta? Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?… Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti. Sarei tentato di dire che, se il bambino non si rifiuta, non c’è alcuna ragione di sanzionare il fatto, qualunque esso sia». Il pensiero di Foucault ha inciso nella formazione di molti intellettuali delle generazioni successive. Tra i più noti c’è Daniel Cohn-Bendit che nel suo libro Le Grand Bazar, scrive: «Mi è successo che qualche bimbo mi aprisse la cerniera dei pantaloni e iniziasse ad accarezzarmi. Io reagivo in modo diverso a seconda delle circostanze. Il loro desiderio mi creava dei problemi. E chiedevo: “Perché giocate con me e non con gli altri?”. Ma quando loro insistevano, io li accarezzavo». Concetti ribaditi durante il programma televisivo “Apostrophes” del 23 aprile 1982. E poi l’11 marzo 2010 in un’intervista al settimanale tedesco “Die Zeit”, uscita nel pieno dello scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa cattolica in Germania, Cohn-Bendit ha commentato al giornale che le norme «repressive» in vigore prima del 1968 avevano provocato «danni», ma ha sottolineato che è necessario saper imporre dei limiti. Per poi concludere: «È giusto riconoscere ai bambini e agli adolescenti la loro forma di sessualità, ma il fatto che gli adulti impongano ai bambini le loro regole sessuali sotto delle apparenze libertarie va contro la stessa emancipazione». Come dire, se il bimbo è consenziente per di più istigatore che male c’è? È difficile comprendere come un minore possa essere complice di una violenza che subisce, salvo non ipotizzare come Sigmund Freud che i bambini siano polimorfi perversi quindi potenziali seduttori di adulti. In ogni caso dalle frasi di Foucault e Cohn-Bendit, intrise di mentalità freudiana, emerge un pensiero finalizzato a colpevolizzare la vittima, che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto. Un pensiero in sintonia con quello di molti gerarchi della Chiesa e di semplici ecclesiastici, dal papa emerito in giù passando per papa Francesco che ha chiuso l’ultimo summit in Vaticano sulla pedofilia dando tutta la colpa al diavolo.

Polonia 24 arcivescovi e vescovi accusati di avere nascosto gli abusi (400 casi)

In Polonia un nuovo rapporto appena reso pubblico documenta circa 400 casi di abusi sessuali compiuti da religiosi.

Il documento è stato pubblicato dalla fondazione “Do not be fear”, un’organizzazione che sostiene le vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti in Polonia.

Il documento riporta i nomi di 85 preti già condannati per gli abusi, di altri 88 religiosi i cui presunti abusi sono stati scoperti grazie ai mass media e di 95 accusati da presunte vittime. Il testo cita anche 24 arcivescovi e vescovi polacchi accusati dall’associazione “Non aver paura” di aver nascosto gli abusi.

Speriamo che la gerarchia ecclesiastica polacca si assumerà finalmente le sue responsabilità”, ha detto Efe Zyglewska Agata, una degli autori del rapporto.

Da parte sua l’episcopato polacco ha insistito sul fatto che in Polonia è sempre esistita una tolleranza zero contro gli abusi sessuali compiuti dal clero. Attraverso un documento pubblicato il 19 novembre 2018, i vescovi polacchi riuniti in Assemblea Plenaria, avevano condannato qualsiasi abuso sessuale su bambini e giovani commessi da parte di alcuni membri del clero, scrivendo che in Polonia “in stretta unione con i Papi Benedetto XVI e Francesco, sono stati sviluppati alcuni principi di reazione contro questo male. Ogni segnale su possibili atti criminali è incluso nelle indagini preliminari e se viene confermata la loro veridicità, vengono informate sia la Santa Sede sia la giustizia civile”.

La pubblicazione del rapporto della fondazione “Do not be fear” è arrivato qualche ora dopo un increscioso episodio accaduto a Danzica (Polonia settentrionale), dove la statua che ricordava il sacerdote polacco Henryk Jankowski, accusato di abuso sessuale su minori, è stata rovesciata da tre attivisti di Varsavia che hanno agito mentre erano ripresi da un documentarista e che hanno messo della biancheria intima di bambini in una delle mani della statua (simulacro che, peraltro, è stato rivestito da vesti bianche solitamente indossate dai chierichetti).

Anche questo clamoroso gesto (classificato come vandalismo dalla Polizia, che ha fermato i tre responsabili) è stato giustificato come una protesta nei confronti della Chiesa Cattolica polacca per una presunta mancanza di azione di contrasto nei confronti di casi di abusi su minori.

Il Giornale

Pell e gli abusi insabbiati: spiccioli per il silenzio sulle violenze

Pell e gli abusi insabbiati: il cardinale, tesoriere del Vaticano, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale nei confronti dei bambini. È stato condannato per crimini sessuali contro minori inAustralia. È il più alto funzionario della Chiesa cattolica condannato in un caso di pedofilia.

Il card. Pell e gli abusi

Il porporato di 77 anni è stato giudicato colpevole da una giuria nel County Court dello stato di Victoria l’11 dicembre 2018 per violenza sessuale di due bambini del coro della cattedrale di Melbournenegli anni ’90 ma la condanna è stata resa pubblica solo oggi. Il cardinale era stato consigliere finanziario di Papa Francesco eministro dell’economia del Vaticano. Il cardinale è in congedo dal suo importante ruolo in Curia dal giugno 2017, in accordo con il Papa che gli aveva concesso di lasciare Roma per volare in Australia e concentrarsi nella difesa. Pell, che si è dichiarato innocente durante tutto il processo, rischia fino a 50 anni di carcere.

Pell, parlano le vittime degli abusi insabbiati

Franscesca Fagnani ha intervistato alcune vittime di abusi da parte di sacerdoti. Uno di loro, Stephen Woods racconta il sistema: “La Royal Commission afferma che ci sono state almeno  70mila vittime. George Pell quando divenne vescovo di Melbourne mise in piedi un sistema in cui le vittime firmavano un accordo in cui si impegnavano a non denunciare in cambio di una piccola somma di denaro”

Vertice vaticano pedofilia fallito. Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile

La Chiesa ha messo in atto un’azione sistematica di copertura degli abusi sessuali commessi dal clero per proteggere i preti pedofili, «calpestando» le vittime.

ilmanifesto.it

La severa accusa alle gerarchie ecclesiastiche è arrivata dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e presidente della Conferenza episcopale tedesca, intervenuto ieri mattina in Vaticano, all’incontro mondiale sulla «Protezione dei minori nella Chiesa». Una relazione, quella di Marx, in sintonia con il grido che, fuori dall’aula del Sinodo dove sono riuniti i 190 presidenti delle conferenze episcopali e superiori generali di tutto il mondo, si è levato dalle vittime degli abusi riunite nel network internazionale Eca global (Ending clerical abuse) le quali, in una marcia da piazza del Popolo a piazza San Pietro, hanno chiesto «tolleranza zero», invocando «la fine dell’impunità e degli insabbiamenti degli abusi da parte della Chiesa».

«Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere», ha detto Marx. L’amministrazione ecclesiastica, ha aggiunto, «non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati.

I diritti delle vittime sono stati calpestati». Si riferiva in particolare alle diocesi tedesche, ha precisato in conferenza stampa, sottolineando però che «la Germania non è un caso isolato».

Sono indispensabili «trasparenza e tracciabilità», per chiarire «chi ha fatto cosa, quando, perché e a quale fine, e cosa è stato deciso», ha proseguito l’arcivescovo di Monaco, secondo il quale non ci sono obiezioni che tengano: né rispetto al «segreto pontificio» (non vale per «i reati riguardanti l’abusi di minori») né alla preoccupazione di «rovinare la reputazione di sacerdoti innocenti o del sacerdozio e della Chiesa»: la «presunzione di innocenza», la «tutela dei diritti» e «la necessità di trasparenza non si escludono a vicenda». Anzi «non è la trasparenza a danneggiare la Chiesa, ma gli abusi commessi, la mancanza di trasparenza, l’insabbiamento».

È stata anche la volta delle donne.

Prima la testimonianza (venerdì sera) di una vittima che ha subito abusi da quando aveva undici anni da parte di un prete della sua parrocchia: «Da allora – ha raccontato – io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita», «restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse». «Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare – ha concluso –, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena», «non può e non deve essere più così».

Poi la relazione di Veronica Openibo, religiosa nigeriana, superiora della Società del santo bambino Gesù, che ha rimarcato l’esistenza di un fenomeno conosciuto già da qualche anno ma ancora in ombra: la violenza subita dalla suore da parte di preti e religiosi, soprattutto in Africa. La Chiesa sta facendo qualcosa, ma «non è ancora abbastanza», ha aggiunto suor Openibo, che ha indicato alcuni problemi da affrontare, come «l’abuso di potere, il clericalismo, la discriminazione di genere», e alcune prassi da abolire: nascondere «per evitare di portare alla luce uno scandalo e gettare discredito sulla Chiesa»; e «la scusa che si debba rispetto ad alcuni sacerdoti in virtù della loro età avanzata e della loro posizione gerarchica».

Oggi il summit termina, con la messa e l’intervento del papa. Le posizioni sono emerse con chiarezza. I conservatori puntano il dito sull’omosessualità: sarebbe questa la causa degli abusi sessuali (però così non spiegano le violenze sulle donne). La maggioranza filo-Francesco indica invece nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi e chiede creazione di strutture di ascolto autonome con il coinvolgimento di laici e donne, collaborazione e denuncia alle autorità civili, riforma del segreto pontificio, rimozione di preti colpevoli e vescovi collusi o complici.

Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile. Proposte concrete, però, sono state avanzate. L’incontro non ha valore deliberativo, si tratterà quindi di vedere se ora diventeranno regole scritte. «Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha concluso la giornata, con la celebrazione penitenziale. il vescovo ghanese Philip Naameh.

In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c'è papa Francesco 

Il summit sulla pedofilia del clero cattolico voluto da papa Francesco dura quattro giorni. I capi dei vescovi ascoltano le drammatiche storie di alcune delle vittime degli orchi in tonaca. Fanno mea culpa. E propongono nuove linee guida per estirpare il fenomeno che sta distruggendo la credibilità della Chiesa.
Ebbene negli stessi quattro giorni, alla Congregazione per la dottrina della fede, arriveranno cinque nuove denunce “verosimili” contro altrettanti sacerdoti, accusati di abusi sessuali su minorenni.
Almeno a leggere i dati ufficiali, che qui diamo in anteprima, che evidenziano come il fenomeno non riguardi solo casi già noti e confinati al passato. Al contrario, la questione della pedofilia ha ancora oggi dimensioni gigantesche: da quando Bergoglio è diventato papa, nel marzo del 2013, fino al 31 dicembre del 2018 in Vaticano sono arrivate poco più di 2.200 nuove denunce dai vescovadi sparsi per il mondo. Si tratta in media di 1,2 nuovi casi al giorno.

Il trend è impressionante. Le accuse sono raddoppiate rispetto al quinquennio che va dal 2005 al 2009, quando i casi sfioravano – nonostante l’eco dello scandalo “Spotlight” svelato dai cronisti del Boston Globe nel 2001 – i 200 l’anno.
Dal 2010 in poi le accuse si sono moltiplicate. Un tendenza che potrebbe indicare una maggiore fiducia nella giustizia ecclesiastica da parte delle vittime, certo. Ma che racconta anche la persistenza e pervicacia del fenomeno, nonostante gli annunci sulla “tolleranza zero” lanciati ormai da 15 anni prima da Benedetto XVI poi da Bergoglio.

Nel 2017, si legge nel report dell’Ufficio disciplinare della Congregazione che ha il compito di aprire processi canonici contro le tonache che si sono macchiate di atti “contra sextum”, cioè di “delitti contro il sesto comandamento con minori”, sono arrivate a Roma ben 410 denunce “verosimili”. Dunque già vagliate e giudicate credibili dai vescovi in loco, che hanno l’obbligo – una volta verificate le accuse – di spedire il fascicolo in Vaticano.

Per la precisione, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove gli “Officiali” dell’ufficio disciplinare guidati oggi dal cardinale Luis Ladaria lavorano la segnalazione, che può condurre a un’archiviazione o a un processo canonico contro il presunto molestatore.

I dati della Congregazione per la...
I dati della Congregazione per la Dottrina della Fede

Nel 2016, scartabellando i dati vaticani, gli abusi denunciati dalle vittime sono invece 415. Nello stesso anno scopriamo che papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale, spretandoli, alcuni prelati: su 143 casi presentati dall’ex Sant’Uffizio al Sommo Pontefice, solo 16 sono stati spretati. Altri 127 casi hanno portato a «dispense da tutti gli oneri sacerdotali».

Non sappiamo quanti sacerdoti abbia spretato papa Francesco nei primi sei anni del suo pontificato. Sappiamo però che solo nel 2011 e nel 2012 il predecessore Benedetto XVI ridusse allo stato laicale rispettivamente 125 e 67 persone.

Dei nomi e dei motivi dei sedici prelati spretati da Bergoglio non sappiamo nulla: tutti i rinvii a giudizio, i processi e le decisioni del tribunale dell’ex Sant’Uffizio sono protetti da “perpetuo riserbo”. Fonti vaticane spiegano all’Espresso che i provvedimenti della Congregazione avallati poi dal papa «sanzionano quasi sempre crimini sessuali, perché per gli altri reati provvede la Congregazione per il Clero». In genere solo in casi straordinari, come quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick, espulso dalla Chiesa dopo le accuse di pedofilia dei giudici americani, la Santa Sede pubblicizza urbi et orbi la sentenza.

Nel 2015 le denunce per atti sessuali su bambini e bambine hanno toccato i 518 casi. Nel 2014 sono state circa 500, nel 2013 le accuse sono 401.

Tutte le vicende, i nomi delle vittime ma anche quelle dei presunti carnefici, sono “sub segreto pontificio”. Protetti da “perpetuo riserbo”. I dipendenti vaticani che ne parlano rischiano il licenziamento, persino la scomunica. A causa di norme mai modificate, il Vaticano guidato da Francesco ha negato alla procura di Cremona, nel 2015, gli atti istruttori e processuali su don Mauro Inzoli, già condannato per pedofilia dalla Congregazione e poi condannato a 4 anni e 7 mesi dalla magistratura italiana, nonostante la rogatoria andata a vuoto.

Mentre ad ottobre del 2018 la Santa Sede ha invocato l’immunità per lo stesso cardinale Ladaria, convocato da alcuni giudici francesi a comparire in un tribunale per il caso del potente cardinale Philippe Barbarin , accusato di aver insabbiato abusi nella sua arcidiocesi.
Gli ottimisti sperano che domenica il summit possa concludersi con un annuncio importante del Vaticano. In modo da evitare che un evento significativo e altamente simbolico si trasformi in un altra occasione mancata.
Le vittime, parte importante della comunità cattolica e i laici progressisti chiedono da tempo una riforma strutturale delle leggi vaticane sulla pedofilia clericale: come l’eliminazione del segreto pontificio, che impedisce una reale trasparenza sulle azioni dei predatori e degli insabbiatori, e un obbligo giuridico (e non solo morale) di denuncia, da parte di vescovi e prelati che vengono a conoscenza del reato, alle autorità civili del paese dove quest’ultimo si compie.

In caso contrario, i risultati del summit rischino di essere dimenticati allo scoppio del prossimo scandalo.

espresso.repubblica.it

Pedofilia, gli abusi di Don Mauro Inzoli, l’amico dei potenti: “Molestava e poi leggeva la Bibbia”

Pedofilia, la storia di Mauro Inzoli, ex “Don”, amico dei potenti. Elemento di spicco di Comunione e Liberazione, vicepresidente della Compagnia delle Opere, protagonista dei Meeting di Rimini, amico “dei potenti” e confessore – secondo diverse voci – di Roberto Formigoni. Ma anche pedofilo. L’ormai ex Don Mauro Inzoli è stato definitivamente condannato in Cassazione alla pena di 4 anni 7 mesi e 10 giorni nel 2018. “Io mi sento grandissime responsabilità nella mia vita. Sono un sacerdote, prima ancora un uomo, prima ancora un cristiano. Grandissime responsabilità…Educative soprattutto”: a parlare è Don Mauro Inzoli, condannato in via definitiva per abusi su minori e ora rinchiuso nel carcere di Bollate. In questa intervista esclusiva con camera nascosta firmata da Francesca Fagnani, l’ex prete recentemente ridotto allo stato laicale dal Vaticano commenta la sua vicenda. Con più di qualche reticenza.

Chi è Don Mauro Inzoli, l’amico dei potenti

Sono trascorsi oltre vent’anni dalle “molestie di ordine sessuale nei confronti di una pluralità indiscriminata di soggetti all’epoca minorenni”, come scrive il giudice Letizia Platè, nella sentenza del Tribunale di Cremona.  Ai nostri microfoni Nicola Lelario, capo della squadra mobile della questura di Cremona, rivela l’inchiesta che portato in carcere Don Mauro: “Abbiamo ascoltato più o meno 25-30 ragazzi – quando li abbiamo sentiti erano già tutti adulti – e da qui abbiamo potuto ricostruire quello che era un vero e proprio sistema”. Racconta l’investigatore che “il modus operandi era abbastanza collaudato: l’approccio era soft con delle carezze poi si passava magari a dei baci, le vittime hanno descritto anche baci violenti. Poi i palpeggiamenti. I casi più gravi hanno portato alla masturbazione e all’eiaculazione da parte delle vittime. Le più piccole avevano 12-13 anni. Ad accompagnare questi atti sessuali c’erano dei riferimenti all’Antico Testamento o ai passi biblici, come a voler dire che non c’era niente di male in quello che stava accadendo. Anzi ammantarlo di una sacralità”. E il Vaticano cosa ha fatto? Alla richiesta di rogatoria ha opposto il segreto pontificio, rivela Lelario.

Don Mauro Inzoli dovrà scontare 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione, dopo che un mese fa la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna respingendo il suo ricorso. L’ex capo di Comunione e Liberazione della provincia di Cremona ed ex presidente di associazioni per minori in affido era accusato di otto episodi di abusi su cinque ragazzi: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, fra il 2004 e il 2008. La Corte d’appello di Brescia aveva scontato due mesi alla condanna inflitta in primo grado.

michelesantoro.it

Ending Clergy Abuse, Fine degli abusi clericali incontra Papa e vertici Vaticano

Francesco Zanardi, il savonese quarantottenne, presidente della Rete l’Abuso, l’associazione che difende le vittime di abusi subiti dalla chiesa cattolica, incontrerà mercoledì prossimo, in Vaticano, papa Francesco e i membri della Commissione per l’Infanzia del Vaticano. Insieme a lui ci saranno i presidenti delle altre 18 associazioni che fanno parte di Eca (Ending Clergy Abuse, Fine degli abusi clericali), l’organo internazionale, nato a Ginevra, nel 2018, che lotta per la difesa dei diritti delle vittime della pedofilia clericale. Tra i soci fondatori di Eca, accanto all’Italia rappresentata da Zanardi, ci sono Stati Uniti, Ecuador, Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia, Germania, Belgio, Cile, Canada, Giamaica, Congo, Messico.

Un evento importante l’incontro in Vaticano, che segna un passaggio fondamentale nel dialogo tra le vittime di abusi e la Chiesa.

La svolta è arrivata qualche settimana fa. Dopo la partecipazione di Zanardi e di Eca al Comitato per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza all’Onu, sempre a Ginevra, il 22 e 23 gennaio 2019, a febbraio le Nazioni Unite hanno reso note le conclusioni finali dell’esamina, con le «Raccomandazioni che sono state inviate al Governo Italiano in materia specifica di pedofilia nel clero cattolico». Richiesta fondamentale dell’Onu all’Italia: «L’istituzione di unacommissione d’inchiesta indipendente e imparziale che esamini tutti i casi di abuso sessuale sui bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica». Ora, la convocazione in Vaticano.

ilsecoloxix.it

Pedofilia anche nella Chiesa Battista

NEW YORK – Lo scandalo degli abusi sessuali in America coinvolge anche la Chiesa Battista. Le accuse emerse dopo una serie di indagini hanno coinvolto ben 380 leader, 200 dei quali sono stati già riconosciuti colpevoli. Gli abusi sono stati perpetrati ai danni di oltre 700 fedeli nell’arco di un ventennio. Tra le vittime – riportano i media – anche bambini di soli tre anni. Lo scandalo è stato svelato grazie ad un’inchiesta durata un anno e condotta da due quotidiani texani, lo Houston Chronicle e il San Antonio Express-News.

cdt.ch

Abusi: la procedura penale inapplicata

A forza di non tener conto, nella Chiesa, dei diritti della difesa e della presunzione d’innocenza, l’inevitabile è successo. Dei preti accusati di infrazioni sessuali si sono suicidati.

Questi drammi impongono alla Chiesa di fare un riforma giuridica profonda. Attualmente, quando un laico accusa un prete di aver commesso un’aggressione sessuale o anche semplicemente di aver avuto una relazione sessuale con un terzo consenziente, il vescovo, per timore di essere sospettato di favoreggiamento, prende subito dei provvedimenti sanzionatori, il che ha per effetto di rendere pubblica l’accusa. Interviene poi sui media ripetendo che aborre ogni forma di offesa alle persone, che la Chiesa è sempre dalla parte delle vittime e che ormai sa come reagire in questo tipo di situazioni.

Solo che, a volte, le accuse sono false, che il ruolo primario del vescovo non è premunirsi contro il sospetto di aver coperto dei reati e che, in realtà, la Chiesa non applica alcuna procedura penale coerente e uniforme di fronte a un sospetto di infrazione sessuale. Agendo così, la Chiesa, non solo non risponde al legittimo bisogno di giustizia reclamato dalle vittime ma fa sprofondare nell’angoscia i preti che, in qualsiasi momento, possono essere oggetto di calunnia.

A garanzia della libertà, della dignità, dei diritti

È urgente mettere in atto una vera procedura penale ecclesiale che esiste del resto già in parte, ma non è assolutamente applicata per ignoranza, per facilità o per orgoglio. Le regole di procedura non sono obblighi formali, abilmente usati dagli avvocati per permettere ai delinquenti di sfuggire alle sanzioni penali che si meritano. Sono le garanzie della libertà, della dignità e dei diritti fondamentali, in particolare della presunzione d’innocenza. Hanno lo scopo di permettere un dibattito equo e, quindi, di stabilire la verità.

Senza regole di procedura, domina l’arbitrarietà: o gli autori di infrazioni, se potenti, riescono a far insabbiare il caso che le mette in difficoltà (è ciò che è purtroppo successo per anni nella Chiesa), oppure degli individui sono colpiti da sanzioni senza aver potuto far sentire il loro punto di vista né aver avuto accesso ad una difesa. Questi due ostacoli sono intollerabili. Dopo aver causato danno a se stessa con il primo, sarebbe un peccato che la Chiesa si bloccasse nel secondo.

In primo luogo, le dichiarazioni della vittima presunta dovrebbero essere consegnate per iscritto, in un documento che in diritto si chiama verbale e che presenta il vantaggio di fissare le affermazioni del suo autore. Nel quadro dell’inchiesta, è indispensabile che il prete oggetto dell’accusa sia a conoscenza dei fatti che gli sono attribuiti e che possa essere ascoltato con l’assistenza di un avvocato ecclesiastico. Dovrebbero essere messe in atto delle misure di istruzione semplici ma efficaci, come confronti, audizioni di testimoni, perquisizioni, in modo che di tutto questo ci siano dei verbali allegati alla pratica e quindi conosciuti sia dalle presunte vittime che dal presunto colpevole.

Al termine dell’inchiesta, che dovrebbe durare un tempo ragionevole (ventiquattro mesi sembra un termine realistico), se ci sono elementi sufficienti a far pensare che la persona abbia effettivamente commesso un atto illecito, il caso dovrebbe essere inviato ad un’udienza in giudizio. I giudici ecclesiastici, con decisione collegiale, esprimerebbero una decisione pubblica, suscettibile, idealmente, di ricorso in appello.

Per quanto possa sembrare sorprendente, nulla di tutto questo è attualmente applicato. Vengono decise sanzioni infamanti e brutali, senza contraddittorio, sulla base delle semplici dichiarazioni di un fedele. La procedura diventa infinita, e lascia le vittime (di aggressioni sessuali o di calunnie) nella perplessità e nella sofferenza.

Per aiutare i vescovi nella loro difficile missione, ogni diocesi dovrebbe dotarsi di un «referente di procedura», specialista di diritto penale canonico, che indicherebbe quali regole siano da applicare. Così, portando avanti un’inchiesta efficace, il vescovo, se lo ritiene giustificato, potrebbe prendere dei provvedimenti, come la sospensione del prete in questione.

Sulla opportunità della denuncia

Un altro problema merita di essere approfondito: quello dell’opportunità di una denuncia al pubblico ministero dei fatti portati a conoscenza del vescovo. Su questo punto, è indispensabile fare una distinzione tra infrazione penale (nel senso civile del termine) e comportamento illecito (in senso unicamente canonico).

Costituisce infrazione al codice pensale un rapporto sessuale di un adulto con un minore di meno di 15 anni o un rapporto sessuale non consensuale con una persona di più di 15 anni (aggressione sessuale o stupro). La costrizione può assumere forme diverse: minaccia, violenza, influenza spirituale ecc.

Per i reati effettivi, in linea di principio il vescovo non deve sostituirsi alle vittime, salvo nel caso in cui siano particolarmente vulnerabili. Il suo ruolo è quindi di incitarle prontamente a fare denuncia. In caso di rifiuto, non può, prima di aver condotto la propria inchiesta, informare le autorità di fatti di cui non ha alcuna certezza. Se viene aperta un’inchiesta civile, la procedura ecclesiale dovrà lasciare che la giustizia possa condurre il suo lavoro di investigazione.

Per le altre relazioni, che sono le più numerose, in particolare i rapporti tra maggiorenni consenzienti, non è necessario avvertire le autorità. Il prete, per la giustizia civile, è un uomo come un altro.

Claire Quétand-Finet è avvocato specialista in diritto di famiglia (https://cqf-avocat.com/). Il suo articolo è apparso su La Croix il 14 gennaio 2019. La traduzione è del sito Fine Settimana.

I gesuiti pubblicano una lista dei religiosi accusati di abusi

Stati Uniti

Vatican Insider

(Maria Teresa Pontara Pederiva) La Provincia del Nord-Est opta per la totale trasparenza. I religiosi, in gran parte deceduti, accusati di crimini dal 1950 fino ad oggi. Forte l’impatto sull’opinione pubblica anche per via delle prestigiose istituzioni implicate. Avevano sperato, avevano tanto pregato i cattolici americani perché con il nuovo anno si potesse voltar pagina sulla questione degli abusi. In molte parrocchie l’augurio era che non si potessero più ripetere gli ultimi sei mesi, da quel rapporto del Gran Giurì di Pennsylvania che nella scorsa estate aveva riaperto la diga e portato alla luce il dolore di tutte le vittime che avevano sofferto per anni in silenzio. Ma si sbagliavano perché anche in questi primi giorni dell’anno, molti sono i segnali a indicare il contrario e il numero dei crimini sembra destinato solo a salire

Pedofilia, il ritardo della Cei: non sa stimare quanti siano i casi di abusi in Italia

Italia

Il Messaggero

(Franca Giansoldati) Benchè in evidente ritardo sulla tabella di marcia (ad oggi non è ancora in grado di fare una stima interna sul fenomeno della pedofilia),la Cei si partecipa al summit sugli abusi che Papa Francesco ha convocato a Roma per la fine di febbraio. Dopo tre giorni di dibattito i vescovi hanno fatto sapere che incontreranno le vittime prima di febbraio, come ha ordinato di fare Papa Bergoglio a tutti gli episcopati. Di quali vittime, però, non è dato sapere, né tantomeno di quali casi si tratta.

Musica. Carone & Dear Jack: «La nostra canzone sulla pedofilia per aiutare i giovani»

da Avvenire

Il catautore Pierdavide Carone, autore del brano contro la pedofilia "Caramelle"

Il catautore Pierdavide Carone, autore del brano contro la pedofilia “Caramelle”

Un brano che scotta sulla piaga della pedofilia viene escluso da Sanremo, ma diventa un fenomeno su radio e web: e scoppia la prima polemica al 69° Festival della Canzone italiana. Si tratta di Caramelle, un bel brano di denuncia scritto dal giovane cantautore Pierdavide Carone che lo interpreta insieme ai Dear Jack, che tra rap e un efficace ritornello di rock melodico, racconta in prima persona il trauma subito da un bambino di 10 anni che incontra uno sconosciuto mentre gioca nel bosco e da una ragazza di 15 anni che accetta un passaggio da un adulto. Una canzone forte, ma estremamente equilibrata nel testo che è stata esclusa dalla commissione selezionatrice del Festival presieduta da Claudio Baglioni. «Da parte nostra non c’è stata nessuna censura sulle canzoni presentate, come capirete anche ascoltando altri brani in gara che trattano temi forti – ha spiegato a Sanremo il direttore artistico del festival in conferenza stampa –. Quella che abbiamo stilato è sicuramente una graduatoria opinabile, ma del resto l’infallibilità non esiste. Mi è costato dire di no».

Video

Pierdavide Carone (che aveva già partecipato nel 2012 al festival in coppia con Lucio Dalla arrivando quinto) e i Dear Jack, restano delusi dalla scelta di Baglioni, anche se hanno smorzato i toni dello sfogo polemico di alcuni giorni fa. Soprattutto dopo aver visto il riscontro del brano pubblicato il 20 dicembre su youtube, che sta avendo un ottimo riscontro sul web, nelle radio e presso vari artisti. Domenica prossima, 12 gennaio, i ragazzi saranno ospiti da Massimo Giletti per cantare Caramelle a Non è l’Arena su La 7. E domani sera, 11 gennaio, Carone e i Dear Jack la canteranno per la prima volta dal vivo in pubblico nella prima tappa del loro tour insieme, al Memo di Milano.

«Certo che sono rimasto male per l’esclusione soprattutto perché la canzone ha una tematica così importante da far conoscere – spiega ad Avvenire il trentenne Pierdavide Carone –. Nei primi giorni c’è stato un po’ di impeto, ma ora sono più sereno e non voglio giudicare le scelte del Festival. Per noi l’importante è che la canzone giri il più possibile, perché sulla pedofilia c’è tanta omertà, ma il problema è molto ampio e bisogna che la consapevolezza del problema arrivi a più adolescenti possibili. Da quando abbiamo pubblicato il brano ricevo ogni giorno messaggi di persone che sono state vittime di abusi e violenza che mi ringraziano per averne parlato. Ne sono colpito». E pensare che il brano è nato spontaneamente e senza premeditazione, spiega il cantautore, lanciato dalla nona edizione di Amici, che ne è l’autore. «Stavo iniziando una collaborazione con i Dear Jack con cui siamo amici, e mi era nata un’altra canzone mentre vivevo delle personali frustrazioni, mi ero sentito vittima di una forma di abuso – spiega Carone –. Tutti ci sentiamo certe volte abusati, sul lavoro, dagli amici, in famiglia. Ma piano piano, la musica e le parole hanno virato verso verso un lato più oscuro e ambiguo. Quando mi è nata la storia di Marco, l’idea degli abusi su un bambino di 10 anni mi ha provocato un momento di choc, e mi sono dovuto fermare prima di riprendere e aggiungere la triste storia di Marika». Non è la prima volta che Carone scrive canzoni impegnate, come il brano di denuncia La ballata dell’ospedale e la tenera Nanì, prodotta da Lucio Dalla. «Una perdita dolorosa – racconta – Il rapporto con Lucio è stato straordinario, fatto di grande amicizia e rispetto. Io sono un devoto della sua musica e sapere che si era messo a disposizione della mia, è stato il più grande onore della mia vita».

I Dear Jack interpreti insieme a Carone di “Caramelle”

I Dear Jack interpreti insieme a Carone di “Caramelle”

Il clamore suscitato dal brano dopo l’uscita su youtube, ha colto di sorpresa tanto Carone quanto i Dear Jack, conferma la voce del gruppo Lorenzo Cantarini. «Tutto è successo con estrema spontaneità e senza nessun calcolo di marketing. Quando arriva una canzone del genere o ci si butta o ci si tira indietro. Sanremo ha deciso di non farsi carico di questa responsabilità» spiega ancora molto deluso. «In Caramelle non c’è lieto fine, redenzione, riscatto, ma ci sono due fotografie nude e crude» aggiunge. Certo quando i Dear Jack e Carone singhiozzano le frasi della 15en- ne Marika al suo assalitore «Però fa’ in fretta così torno a respirare / Ti prego, fa’ in fretta ciò che devi fare / Ti prego, fallo in fretta senza farmi male / Ti giuro, non avrò niente da raccontare», la mente corre purtroppo ai tanti, troppi, casi di cronaca quotidiana. «Il tema della pedofilia è ancora molto difficile, ci siamo resi conto che non è stato semplice proporre questa canzone, ma il consenso è arrivato dalle persone che ne hanno percepito la sincerità. Ed è questa la cosa più importante » aggiunge appassionato Lorenzo. I Dear Jack, che hanno rivestito il brano di una drammatica grinta rock, sono certi che avrebbe avuto successo a Sanremo. «Un pezzo del genere – aggiunge il cantante – avrebbe avuto consenso anche al Festival, ma evidentemente non rientrava nelle strategie di quest’anno. La delusione non è tanto perché non siamo andati in gara all’Ariston, ma perché ci aspettavamo una attenzione diversa sul tema».

Card. Barbarin in tribunale

Questa mattina il card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, si è presentato al tribunale per spiegare il suo comportamento in ordine alle decisioni prese, o non prese, verso il sacerdote Bernard Preynart, riconosciuto colpevole di decine di aggressioni sessuali su minori. Riprendiamo l’editoriale di Guillaume Goubert su La Croix (7 gennaio).

«Oggi non agirei più così». Sono parole del card. Philippe Barbarin in una intervista concessa a Le Monde il 12 agosto 2017, dove spiegava la sua gestione del caso del prete Bernard Preynat, colpevole – secondo la sua ammissione – di numerose aggressioni sessuali verso i bambini. L’arcivescovo di Lione dovrà spiegarsi di nuovo a partire da oggi (7 gennaio) davanti al tribunale della città anche se l’inchiesta che lo riguardava personalmente in questa vicenda è stata archiviata dal tribunale per insussistenza di reato.

«Oggi non agirei più così». La difficoltà del processo sarà tutta nel non giudicare il passato alla luce del presente. Sia nella Chiesa come nell’insieme della società, la consapevolezza della perversione pedofila non è più la stessa di quindici anni fa. Si poteva più facilmente allora credere che un «predatore» come il prete Preynat, che si diceva pentito, non rappresentasse più un pericolo. Nella stessa forma, entro la Chiesa e fuori, si minimizzava molto gravemente la ferita permanente patita dalle vittime e che esigeva un riconoscimento.

«Oggi non agirei più così». C’è alla fine una novità incoraggiante. Si è cambiato rotta. Perché le vittime hanno avuto il coraggio di esprimersi pubblicamente, gli attori della Chiesa hanno dovuto prendere coscienza degli errori commessi. «La risposta non era all’altezza della sfida», diceva il cardinale Barbarin nella stessa intervista a Le Monde. Non senza qualche esitazione, malgrado vere pesantezze, la Chiesa cattolica diventa oggi una delle istituzioni più impegnate, se non la più impegnata nella lotta contro il flagello della pedofilia. Resta ancora un cammino da percorrere, ma non ci sarà un ritorno indietro.

settimananews

Scandalo in India, suore abusate per anni da preti cattolici: “Violentate decine di volte”

L’Associated Press ha raccolto i racconti di numerose suore che hanno denunciato di aver subito violenze da parte di preti cattolici negli ultimi dieci anni. Alcune di loro erano minorenni: “Sono stata abusata 13 volte in due anni. Ne ho parlato con la mia superiore ma alla fine ho lasciato perdere. Ero troppo spaventata”. Nella bufera anche il vescovo di Kerala.

Un vero e proprio scandalo sta travolgendo la Chiesa cattolica in India dopo la pubblicazione da parte dell’Associated Press di una inchiesta esclusiva sulle violenze subite dalle suore ad opera di alcuni sacerdoti e persino di un vescovo, facendo venire alla luce oltre dieci anni di abusi e aggressioni consumatisi nei salotti e nelle stanze dei conventi da un angolo all’altro del Paese asiatico. “Era ubriaco, non sapevo come dirgli di no”, comincia il racconto di una delle vittime, che ora denunciano il fatto che mai nessuno ai piani alti della gerarchia ecclesiastica, nonostante si sapesse cosa stava accadendo, ha fatto qualcosa per proteggerle.

Le suore hanno descritto nei dettagli le violenze subite. Una di loro, una 44enne, ha presentato la scorsa estate una denuncia ufficiale alla polizia nei confronti del vescovo di Kerala che supervisiona il suo ordine, accusandolo di averla violentata ben 13 volte in due anni, dopo che i funzionari della Chiesa, ai quali pure si era rivolta, non le avevano dato alcuna risposta. Poco dopo, un gruppo di sorelle ha dato il via ad una protesta di due settimane per chiedere l’arresto dell’alto prelato. Un’azione, questa, senza precedenti, che ha fatto molto discutere la comunità cattolica indiana, che le ha punite, credendo all’innocenza del sacerdote. “Alcune persone ci accusano di operare contro la Chiesa – hanno rivelato all’AP -, ci accusano di adorare Satana. Ma noi sappiamo di dover difendere la verità”.

È soprattutto Josephine Villoonnickal a raccontare la sua esperienza. Stando a quanto riferito all’agenzia di stampa, avrebbe subito violenze sin dall’adolescenza, dall’inizio degli anni Novanta, poco dopo essere entrata in convento. Aveva 40 anni in meno al suo aggressore. “La prima volta mi chiese se potevamo vederci per parlare della mia vita spirituale – ha ricordato -. Sentivo la puzza di alcol. Gli dissi che non volevo vederlo ma lui insistette. Così forzò la porta della mia stanza e provò a baciarmi. Poi prese il mio corpo toccandomi dove voleva. Per fortuna riuscì a cacciarlo fuori. Ero terrorizzata”. Dopo quell’episodio, ne parlò con la madre superiora che l’aiuto ad evitare incontri con quel sacerdote e scrisse anche una lettera anonima agli alti piani ecclesiastici locali, ma nessuno l’ascoltò. “Alla fine lasciai perdere – ha concluso -. Rischiavo la mia stessa vocazione ed ero troppo spaventata”.

Un’altra sorella di Kerala ha raccontato di quando un prete cercò di baciarle il petto. Era ancora un’adolescente. Anche lei denunciò il fatto alla sua superiore ma alla fine preferì il silenzio. Tra i maggiori accusati da parte delle suore c’è Monsignor Franco Mulakkal, vescovo di Kerala. Come racconta una delle vittime, veniva convocata dall’alto prelato una volta ogni due mesi nel convento di San Francesco dove veniva violentata. L’ultima volta è stata nel 2016. Il prete, che è stato anche arrestato e poi rilasciato su cauzione lo scorso ottobre, ha negato le accuse, definendole “infondate e inventate. Continuate a pregare: Dio farà vincere la verità”.

https://www.fanpage.it/

Legionari di Cristo, il Vaticano ammette: 63 anni di silenzio sugli abusi sessuali del capo

Il prefetto João Braz de Aviz ha riconosciuto che la sede pontificia era consapevole della colpevolezza del padre fondatore dei Legionari di Cristo
La Congregazione per gli istituti di vita consacrata, uno dei nove dicasteri della Curia romana, ha riconosciuto che il Vaticano era in possesso dal 1943 di documenti probatori sulla pederastia di Marcial Maciel (1920-2008), il fondatore dei Legionari di Cristo. Il prefetto João Braz de Aviz, a capo della Congregazione dal 2011, ha dichiarato alla rivista spagnola Vida Nueva che “chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa”. “Ho l’impressione che le accuse di abuso cresceranno”, ha continuato de Aviz, “ci siamo nascosti per tutti questi anni anni ed è stato un errore enorme”.

La congregazione religiosa “Legionariorum Christi”, è un istituto religioso maschile fondato da Marcial Maciel Degollado nel 1941, a Città del Messico. Già nel 2006, il quotidiano spagnolo El Paìs aveva riportato che Marciel si era trovato sotto osservazione investigativa dall’ottobre del 1956 al febbraio del 1959, per volontà del cardinale Alfredo Ottaviani. Durante quel periodo, Maciel fu sospeso dal suo ruolo di generale superiore e allontanato da Roma, senza però reali conseguenze sul lungo periodo.

Nello stesso anno, il 2006, il Vaticano riconobbe la colpevolezza di Maciel a seguito di un’indagine autorizzata anni prima dall’allora cardinale Ratzinger. Il processo canonico gli fu risparmiato per “età avanzata e salute cagionevole”, ma Benedetto XVI lo condannò comunque a “una vita riservata di preghiera e penitenza”. Come si apprende dalle ultime scoperte sul caso, la sede pontificia era in possesso delle prove di colpevolezza del fondatore dei Legionari già da più di 60 anni.

photo

La “tolleranza zero” di Ratzinger

Esaltato in vita da Giovanni Paolo II, fu Benedetto XVI a mettere di nuovo la figura del “Nuestro Padre” di Maciel e di tutta la Legione sotto attenta vigilanza. Durante gli anni da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger si era già distinto per il suo impegno nella lotta alla pedofilia. Durante la via Crucis del 2005, l’allora cardinale si era pronunciato pubblicamente contro la sporcizia della Chiesa: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa”, aveva detto,  “e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Cristo”.

Il suo posizionamento fu evidente anche nel 2010, anno in cui la Chiesa cattolica irlandese dovette fare i conti con la pubblicazione dei rapporti Ryan, Murphy e Cloyne. I documenti portarono alla luce mezzo secolo di abusi negli istituti correttivi, di fronte ai quali Ratzinger annunciò provvedimenti concreti contro “questi atti peccaminosi e criminali” e nei confronti del modo in cui le autorità della Chiesa d’Irlanda li avevano trattati. La punizione di Marcial Maciel e della sua organizzazione per mano di Ratzinger fu rigorosa, senza, però, arrivare a decretarne la fine. Uno dei provvedimenti simbolici nei confronti di Maciel fu il divieto di attribuirgli l’appellativo “Pater Nostrum”.

photo

Sala Stampa e Vaticano

Nel frattempo, il Vaticano deve far fronte a un’altra problematica interna. Continuano, infatti, le dimissioni nella Sala Stampa della Santa Sede: dopo la decisione presa dal direttore Greg Burke, anticipata da diverse settimane, arriva anche la rinuncia della vice direttrice Paloma García Ovejero. I due gesti, sono stati annunciati anche su Twitter dai due coinvolti:

Open

Connessione pedofilia preti celibato. Papa contro i preti sposati. Vergognoso avere avuto Pell e Law ai vertici della Chiesa

I preti sposati italiani divulgano l’articolo di Carlo Troilo apparso su ilfattoquotidiano.it:

Un recente studio della Chiesa cattolica australiana – gravemente ferita dalla vicenda dei preti pedofili e del Cardinale George Pell, loro protettore – sostiene che l’obbligo del celibato per i preti cattolici fa sì che fra loro il numero di pedofili sia più alto che nelle religioni che consentono il matrimonio dei pastori. Un divieto, quello di prender moglie e avere figli, che non era previsto da Cristo e dai suoi seguaci, che avevano chiaro il valore dell’amore fra uomo e donna, e che venne introdotto gradualmente solo a partire dal XII secolo ed ebbe come motivazione pratica la volontà di impedire che con il matrimonio (e la conseguente esistenza di eredi) i beni della Chiesa si andassero frazionando ed assottigliando.

L’incapacità di annullare questo assurdo e anacronistico divieto, oltre a rendere più difficile il reperimento di nuovi sacerdoti ed a provocare i problemi denunciati dalla Chiesa australiana, contribuisce a mio parere a rendere la Chiesa ed i suoi pastori più freddi e lontani da un mondo in cui l’amore coniugale, fatto anche di sesso, resta fra i pochi valori solidi e le poche oasi di pulizia morale.

Per non dire del danno incalcolabile che il divieto di ricorrere ai metodi di contraccezione ha provocato in termini di sovrappopolazione anche da noi ai tempi dei nostri nonni e che continua a provocare nei paesi in cui le idee della modernità tardano ad affermarsi. Ed è assurdo che la Chiesa cattolica, mentre meritoriamente si batte in favore dei migranti, non trovi il coraggio per fare una eccezione, almeno nei paesi più poveri e arretrati, per partecipare con le sue missioni al controllo delle nascite, o quanto meno non ostacolarlo. Lo studio della Chiesa australiana mi ha portato a riflettere sull’atteggiamento della Chiesa sul sesso, che mi ha indignato fin da ragazzo.

Venendo io da una famiglia di non credenti (con un nonno paterno decisamente anticlericale) non avevo mai provato alcun tipo di attrazione religiosa fino a quando, fra i 13 e i 15 anni, vivendo a Milano a due passi dalla Chiesa di San Carlo, fui invitato da un amico a seguire una delle lezioni che padre Davide Maria Turoldo impartiva ai giovani in quella chiesa. Rimasi incantato dal fascino di Turoldo, dalla profondità della sua fede e dalla modernità delle sue idee, che me lo facevano apparire simile a quei socialisti umanitari di cui mio padre era stato allievo.

Ebbi così una fase “mistica”, che però finì presto perché – avendo deciso di tornare a confessarmi diversi anni dopo la Prima comunione – capitai nel confessionale di un frate barbuto e sinistro, che mi trattò come uno degli assassini di Cristo solo perché gli avevo confessato i peccatucci sessuali tipici di quella età. Uscii dalla Chiesa inferocito e non vi entrai mai più, se non rarissimamente, per le nozze o i funerali delle persone a me più care. Poco dopo, cominciò la guerra delle gerarchie ecclesiastiche a Turoldo, non a caso finito ai margini della Chiesa come anni dopo il cardinale Martini (mentre a Milano è stato beatificato il cardinale Shuster, amico dei fascisti, che arrivò a decretare la scomunica per i milioni di italiani iscritti al Partito comunista).
L’elenco delle nefandezze della Chiesa Cattolica è lungo e pesante (dalle Crociate alla Inquisizione) e lo do per scontato, oltre che più che sufficiente per tenersene alla larga.

Ma quel che mi ha particolarmente disgustato nel tempo in cui mi è stato dato di vivere è l’atteggiamento della Chiesa sui rapporti sessuali. Ho sempre considerato il rapporto sessuale (che è comunque una delle cose più belle – e piacevoli – della vita) come la più alta espressione dell’amore, il suo coronamento. Perciò trovo disgustoso l’atteggiamento della Chiesa che considera il rapporto sessuale nel migliore dei casi come remedium concupiscientiae e lo ammette solo se finalizzato al concepimento dei figli, con tutta la sequela di divieti e di viscidi “metodi” per aggirare il divieto dopo averlo proclamato (penso per tutti ai tanti “figli di Ogino e Knaus” ed alle disgustose pratiche connesse a questo “metodo”).

P. s.: Trovo vergognoso il fatto che Papa Bergoglio – che pure gira il mondo promettendo di colpire i preti pedofili – abbia posto a capo delle finanze vaticane il cardinal Pell, pur essendo note le sue vicende giudiziarie di protettore di preti pedofili in Australia (il cardinale Law fu portato a Roma nel 2004 da Giovanni Paolo II, che lo nominò arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma). Lo ricordo perché i giornali non lo hanno fatto, con l’atteggiamento “papalino” che ormai distingue la stragrande maggioranza della stampa italiana, benché le vicende dei due alti prelati fossero state rese note nei dettagli dal giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi nel suo libro “Lussuria”. Law si è sottratto alla giustizia americana morendo (ma i suoi solenni funerali sono stati celebrati in San Pietro, presente il Pontefice). Per Pell, alla fine, il Vaticano ha dovuto cedere alla insistenza del governo e della magistratura australiana, consentendone l’estradizione (anche perché di recente due uomini hanno accusato il Cardinale di averli violentati da bambini: dunque, di essere non sono protettore di preti pedofili ma pedofilo egli stesso).

Spazio ai preti sposati. Dalle proiezioni demografiche, tra 10 anni, dopo l’ultima messa, spegneremo per sempre la luce nella gran parte delle Chiese italiane ed anche in quelle europee.

Le statistiche Istat dicono che il 62% delle ragazze italiane tra i 6 e i 18 anni non ha mai messo piede in Chiesa. E, delle donne di 18-50 anni, solo un 20% sono “aficionadas” (nel 2000 erano il 53%).

Stanno pagando le migliaia di preti di base, che non hanno mai pensato alla carriera, che magari riescono miracolosamente a tenere vivo un oratorio e che non osano più neanche stringere la mano a un bambino perché vedono subito lo sguardo del sospetto negli occhi dei genitori. L’alleanza Chiesa-famiglia era un pilastro del cattolicesimo, ma ora sta crollando sotto i colpi di maglio dell’orbe mediatico (tratto da “Il tempo”).

I preti sposati possibile soluzione alternativa alla crisi della figura sacerdotale. Papa Francesco cambi presto la normativa e li riaccolga nella Chiesa.

Anche i Vescovi Emilia Romagna chiedono perdono su abusi. Ma nessun rinnovamento su sacerdozio. Vescovo Ghizzoni responsabile Cei e in commissione Vaticano su minori non ha contribuito a prevenzione

Ghizzoni Miss Martiri

I vescovi dell’Emilia-Romagna hanno inviato alle loro comunità una lettera incentrata sul tema degli abusi della Chiesa. È la seconda lettera inviata alla comunità cattolica, dopo quella di Papa Francesco della scorsa settimana nella quale il Pontefice ha chiesto perdono per gli abusi sessuali, di potere e di coscienza compiuti da sacerdoti. Nella lettera si citano anche alcuni passi concreti che si stanno avviando sui territori per prevenire il fenomeno. Purtroppo la cronaca degli anni passati ci racconta che il territorio ravennate non è stato risparmiato da abusi di stampo sessuale.

Tra i firmatari c’è anche l’arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Condividiamo – si legge nella lettera – la grande preoccupazione e il dolore espresso da papa Francesco». L’invito è quello di «leggere e meditare» nelle parrocchie, nei consigli pastorali e nei gruppi di famiglie.

«L’impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, sia di potere che sulla coscienza che sessuali, da parte di chierici o di laici nella Chiesa, nella società e nelle famiglie, ci deve vedere uniti. Uniti nella preghiera e nella penitenza, perché le sofferenze delle vittime, che non si cancelleranno, siano condivise e non si ripetano». Un tema, quello degli abusi sui minori, che nella diocesi di Ravenna è stato particolarmente sentito a causa del caso di don Giovanni Desio,  ex parroco di Casal Borsetti condannato proprio per atti sessuali con minori.

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia un articolo pubblicato da retelabuso.org che fa notare come il Vescovo Lorenzo Ghizzoni nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori Non rimosse, il prete pedofilo, don Desio fino all’arresto.

La Conferenza Episcopale Italiana ha posto Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, a capo del gruppo di lavoro per la prevenzione della pedofilia. Ed è anche stato nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori presieduta dal cardinale Sean O’Malley.

Un segno peggiore i vescovi non potevano darlo. Ghizzoni infatti rappresenta nel modo più compiuto il “vecchio” metodo di gestione della pedofilia.

Quando venne arrestato don Giovanni Desio, l’ex prete condannato a 8 anni e 8 mesi per violenza sessuale e atti sessuali su quattro ragazzini minorenni che frequentavano la sua parrocchia, Ghizzoni era il suo vescovo. Fino al giorno dell’arresto don Desio ha mantenuto tutti i suoi incarichi in curia, dalla direzione del settimanale diocesano alla segreteria dell’ufficio per le comunicazioni sociali. Se non fosse intervenuta la magistratura (e siamo sicuri che il vescovo abbia effettivamente collaborato?) don Desio sarebbe ancora al suo posto, inattaccabile. Possibile che in un anno e mezzo di episcopato non si fosse accorto proprio di nulla? Viene sbandierato il titolo di “psicologo” di Ghizzoni. Uno “psicologo” che non si era accorto di nessuna stranezza del prete, neppure quando don Desio cadeva nel canale ubriaco con il SUV da 35 mila euro, o quando i parrocchiani raccoglievano le firme per farlo allontanare.

Ma il marciume nella diocesi guidata da Ghizzoni non si ferma certo qui. Le vicende legate a Mons. Giansandro Ravagna si sono risolte con la sua recente scomparsa.

Quelle legate all’altra indagine di punta condotta dalla magistratura nei confronti di un altro prete accusato da più parti di pedofilia hanno scatenato più di una richiesta di riduzione allo stato laicale o temporaneo allontanamento di preti della diocesi. Qualcuno forse sarà l’indagato?

Se la nomina di Ghizzoni vuole esportare il modello ravennate al resto d’Italia ci sarà sempre una soluzione per ciascun prete pedofilo italiano: far finta che non esista, sperare che se ne vada da solo, o aspettare che muoia.

Alla faccia della “prevenzione”.

USA: NUOVO MAXISCANDALO ABUSI IN DIOCESI PENNSYLVANIA

ANSA

ACCUSE A 300 PRETI. IN 70 ANNI MOLESTATI MIGLIAIA DI BAMBINI Centinaia di preti cattolici in Pennsylvania avrebbero molestato migliaia di bambini dagli anni ’40 ad oggi, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington Donald William Wuerl, avrebbero sistematicamente coperto gli abusi: lo afferma un rapporto del grand jury diffuso al termine di 18 mesi di indagini guidate dall’attorney general statale Josh Shapiro. Il “reale numero” dei bambini abusati potrebbe ammontare a diverse migliaia – sostiene il grand jury – . I sacerdoti coinvolti sarebbero oltre 300. (ANSA).

Gli scandali americani che rischiano di scuotere il Vaticano

Il presunto correntone di progressisti presenti in Vaticano è stato preso di mira dai tradizionalisti. Il tutto legato anche agli scandali che stanno emergendo attorno e all’interno della Chiesa americana.

Il caso del cardinal Theodore McCarrick, il porporato dimessosi qualche giorno fa, ha portato con sè degli strascichi. Almeno in termini di riflessioni pubblicate.

L’ex arcivescovo di Washington è accusato di aver abusato di un adolescente quando era un prete di New York. Questo è l’episodio per cui, secondo quanto stabilito dal codice canonico, è arrivata la rinuncia. Ma non solo. McCarrick avrebbe poi molestato seminaristi maggiorenni. Alcuni gesuiti americani hanno suggerito alla Chiesa cattolica di provare vergogna. L’ipotesi che circola, ormai abbastanza consolidata, è che più di qualcuno fosse a conoscenza di questi comportamenti.

“Seppur sia sconvolto dal rapporto, e pur dichiarando la mia innocenza, ho ritenuto essenziale che le accuse fossero segnalate alla polizia, accuratamente investigate da un’agenzia indipendente, e consegnate al comitato di revisione dell’arcidiocesi di New York. Ho collaborato pienamente al processo”, ha dichiarato a stretto giro l’ormai ex cardinale.

I presuli americani stanno intervenendo sulla questione con costanza. Viene condannato soprattutto il silenzio di “chi sapeva”. Il successore a Washington di McCarrick, il cardinal Donald Wuerl, ha chiesto l’istituzione di una commissione ad hoc deputata a indagare sulla veridicitià delle accuse mosse nei confronti degli ecclesiastici. Il cardinale cappuccino Sean O’Malley, già balzato alle cronache di recente per via di un altro caso, quello del vescovo cileno Barros, ha ribadito che le scuse, in casi come questi, non sono sufficienti. Mentre Roma sembrerebbe cercare di prendere le misure, i cosiddetti “tradizionalisti” appaiono scatenati.

Sì perché McCarrick, all’interno delle consuete categorizzazioni dei vaticanisti, è segnalato come un “progressista”. Così come sarebbe progressista quel cardinal Farrell di cui tanto si parla in questi giorni nelle riflessioni pubblicate su siti e blog dati per vicini all'”area conservatrice”. “Il cardinale Farrell deve lasciare”, si legge sul blog di Marco Tosatti. Sandro Magister, il “principe” dei vaticanisti, ha di recente pubblicato un pezzo in cui scrive di quella che sarebbe la “miracolosa carriera del cardinale Farrell”. Perché? Vediamo.

“Ma anche la nomina dell’irlandese Farrell a suo ausiliare (di McCarrick, ndr) suscitò stupore – ha sottolineato il giornalista in un passaggio – “. E ancora: “La sua precedente militanza tra i Legionari di Cristo non deponeva certo a suo favore, visto ciò che cominciava a trapelare sulla doppia vita del suo fondatore Maciel e sulle complicità o i silenzi colpevoli di tanti attorno a lui. Ma McCarrick era ormai una potenza, nell’alta gerarchia americana e non solo. Voleva Farrell accanto a sé e lo ottenne, ordinandolo vescovo di persona”.

Lo stesso Farrell, in qualità di vertice del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, avrebbe avallato la presenza del gesuita James Martin al prossimo incontro mondiale delle famiglie a Dublino. I lettori più attenti lo ricorderanno: James Martin è un gesuita, consulente del Vaticano in materia di comunicazione, che sostiene la necessità di costruire un “ponte” tra la Chiesa e la comunità Lgbt. Il fatto che sia annunciato come relatore al prossimomeeting dedicato alla famiglia ha suscitato parecchie polemiche nel mondo tradizionalista. Ulteriori critiche erano già arrivate per via della notizia della nomina a consulente del Vaticano.

A Farrell, insomma, qualcuno attribuisce una “svolta Lgbt” all’interno della Chiesa. A essere “bersagliata” dai “tradizionalisti” per la medesima “svolta” è un’intera corrente dottrinale, composta, secondo il punto di vista di commentatori conservatori, dai cardinali Cupich, Tobin e Farrell. Tutti e tre creati cardinali da Bergoglio e tutti e tre, stando ai retroscena, “fedelissimi” dell’argentino.

Poi c’è una questione del tutto diversa: quella dei sacerdoti della Pennsylvania. Il gran giurìha definito valide le prove a carico di trecento preti accusati di pedofilia. Il vescovo della diocesi di Harrisburg ha pubblicato l’elenco dei settantuno sacerdoti accusati di abusi ai danni di minori. In Vaticano, insomma, sembrerebbe esserci un bel da fare. Il Papa, in continuità con il suo predecessore, sta affrontando il dramma della pedofilia con mano ferma. Il numero delle dimissioni arrivate dalla sua elezione a oggi non è affatto basso. Segno di come Bergoglio stia agendo senza troppe remore nei confronti di chi è ritenuto colpevole. Delle riflessioni pubblicate sui blog che sono soliti criticare il suo pontificato, invece, Bergoglio ha già dichiarato di non curarsene.

ilgiornale.it

Abusi su minori, il vescovo pubblica i nomi dei preti accusati

Il vescovo Ronald Gainer della diocesi cattolica di Harrisburg (Pennsylvania) ha fattopubblicare i nomi di 71 sacerdoti che nei vari anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori.

Tra i 71 accusati di abusi, una parte è relativa a chierici già deceduti, alcuni sono stati accusati solo dopo la loro morte. Gainer ha spiegato la sua scelta di pubblicizzare i nomi attraverso una lunga dichiarazione pubblicata sul sito diocesano.

Dopo la conclusione dell’inchiesta del Grand Jury e il via libera della Corte Suprema della Pennsylvania alla pubblicazione della copia del rapporto del Grand Jury, la diocesi di Harrisburg ha potuto pubblicare (dopo uno stop di due anni) la lista dei sacerdoti e dei seminaristi che negli anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori perché le informazioni rilasciate sono “il risultato di una grande mole di lavoro da parte di consulenti esterni e investigatori professionisti”.

Dopo essersi scusato per conto della Chiesa diocesana di Harrisburg, il vescovo ha espresso il suo profondo dolore ai sopravvissuti degli abusi sessuali e ha chiesto di “lavorare per continuare e migliorare i cambiamenti positivi che abbiamo fatto per garantire che questi tipi di atrocità non si ripetano mai”.

Ronald Gainer, che è stato nominato undicesimo vescovo di Harrisburg da Papa Francesco il 24 gennaio 2014, nel corso del suo mandato ha adottato una politica di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali su minori.

Il pugno di ferro del vescovo contro tali crimini è dimostrato anche da un’ulteriore decisione, anch’essa resa nota sul sito diocesano. Monsignor Gainer ha ordinato il divieto di nominare i coinvolti negli scandali e ha chiesto di rimuovere da edifici, sale e stanze diocesane i loro nomi qualora risultino inseriti nella lista di chi è accusato di abusi su minori.

Il vescovo Gainer ha quindi reso retroattiva la politica di denominazione degli edifici. Secondo il nuovo modo d’operare, il nome di ogni vescovo dal 1947 ad oggi sarà rimosso da qualsiasi edificio, struttura, stanza o altra posizione d’onore nella diocesi come replica alle risposte inadeguate date dalla Diocesi negli anni alle accuse di abusi sessuali su minori. Così chiunque sia stato accusato di cattiva condotta sessuale e compare nella lista, verrà rimosso da qualsiasi posizione d’onore in tutta la Diocesi.

Inoltre, la diocesi di Harrisburg, che comprende 15 contee della Pennsylvania centro-meridionale (Adams, Columbia, Cumberland, Dauphin, Franklin, Juniata, Lancaster, Libano, Mifflin, Montour, Northumberland, Perry, Snyder, Union e York) ha rinunciato ai rimanenti diritti di riservatezza relativi a fatti legati agli abusi. Il vescovo Gainer ha spiegato di fare questo passo affinché “i sopravvissuti possano sentirsi liberi di raccontare le loro storie a chiunque e in qualsiasi momento lo desiderino. Spero che questo passo aiuti ulteriormente quei sopravvissuti, e forse altri, nel loro percorso verso la guarigione”.

Il nuovo sito web lanciato in occasione della diffusione dei nomi contiene anche informazioni su come segnalare abusi sessuali su minori, che sono risultati frequenti in certe zone degli Stati Uniti, informazioni di contatto per l’Ufficio di assistenza alle vittime e informazioni dettagliate su come la Chiesa Cattolica ha affrontato questo problema.

Il Giornale