Le cifre sono impressionanti per la Chiesa in Australia. Dal 1950 si sarebbero resi responsabili di abusi ai danni di minori 572 preti, di cui 384 diocesani

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Dati che hanno costretto la Chiesa australiana ad intervenire dimostrando consapevolezza sulla vastità e sulla gravità del fenomeno.

Le scuse e la vergogna

«Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente papa Francesco,“è un peccato che ci fa vergognare”». Così ha dichiarato mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati dell’indagine che, dal 2013, ha realizzato su parrocchie, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia.

Dall’inchiesta emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

«Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata».

«Nel corso delle prossime tre settimane – aggiunge mons. Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini».

Basta colpevoli silenzi

I dati di cui parliamo sono stati presentati il 6 febbraio dall’avvocato che assiste la Commissione, Gail Furness, il quale ha rivelato come la Santa Sede abbia negato la possibilità di consegnare documenti riguardanti sacerdoti australiani accusati di abusi. «La Commissione – ha detto – sperava di acquisire una conoscenza dell’azione intrapresa in ciascun caso ma la Santa Sede ha risposto che “non era possibile né appropriato fornire le informazioni richieste”». In questo passaggio c’è ovviamente qualcosa di poco chiaro, visto che fino al cambiamento di normativa suidelicta graviora la competenza non era della Santa Sede ma apparteneva al vescovo locale.

In ogni caso, per l’avvocato Furness resta la domanda sul perché e sul come mai per tanti decenni non sia stata squarciata la cortina di silenzio. «Le vittime sono state ignorate o peggio, punite. Le denunce non sono state esaminate. Preti e religiosi sono stati trasferiti e le parrocchie o comunità dove sono stati trasferiti non sapevano nulla del loro passato. I documenti non sono stati conservati o sono stati distrutti. Hanno prevalso la segretezza e gli insabbiamenti». Fino al 15% dei sacerdoti in alcune diocesi sono stati accusati di abusi fra il 1950 e il 2015. Fra le Congregazioni religiose spicca l’Ordine di San Giovanni di Dio, dove si ritiene si sia macchiato di abusi quasi il 40% degli appartenenti. Una proporzione arrivata al 32% dei Fratelli Cristiani e 20% dei Fratelli Maristi. Saranno comunque le prossime settimane a fornire risposte statisticamente più esatte, anche se il “Consiglio per la verità la giustizia e la guarigione” – formato dalla Chiesa australiana per rispondere alle accuse – ha ammesso che i dati «senza dubbio minano l’immagine e la credibilità del sacerdozio». «I numeri sono scioccanti, tragici, indifendibili», ha ammesso il responsabile del “Consiglio”, Francis Sullivan, che ha parlato di «un massiccio fallimento» della Chiesa. L’inchiesta tra l’altro ha toccato anche il card. George Pell, ex arcivescovo di Sydney e ora Prefetto vaticano per l’Economia, accusato di aver insabbiato abusi quand’era alla diocesi di Melbourne e per questo sottoposto ad un interrogatorio-fiume in videoconferenza da Roma nel 2016.

In un messaggio pubblicato sul sito dell’arcidiocesi, Anthony Fisher, oggi arcivescovo di Sydney, ha dichiarato che, alla fine dell’umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando, ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole». «E cosa importante – ha concluso –, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare».

settimananews.it

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“Nostro figlio vittima dell’ex prete per colpa della Chiesa e dei suoi silenzi”

Foggia. La rabbia dei genitori del giovane abusato da don Trotta: “Nessuno ci mise in guardia. Vogliamo incontrare Francesco”

FOGGIA. Il papà: “È difficile, forse impossibile. Avrebbero dovuto evitarlo, certo che avrebbero dovuto “. La mamma: “Non ho mai frequentato troppo la parrocchia. Ma ora mi piacerebbe incontrare Papa Francesco, mi dà grande fiducia. Vorrei stringergli la mano, guardarlo negli occhi e chiedergli di fare in modo che non accada più. Nostro figlio si sarebbe potuto salvare se solo il Vaticano avesse fatto l’unica cosa giusta da fare: denunciare, avvertirci di quel pericolo”.
Questi sono i genitori di uno dei bambini abusati da Gianni Trotta, l’ex prete foggiano accusato dalla procura di una dozzina di abusi sui minori. Le violenze sono avvenute quando l’uomo allenava una squadra di calcio di ragazzini: era già stato cacciato dalla Chiesa per fatti di pedofilia, ma la Curia non l’aveva denunciato. E così ha potuto colpire di nuovo. Per il figlio di questi signori, che aveva 11 anni al momento degli abusi, Trotta è stato condannato a otto anni di carcere. Una pena arrivata grazie anche alla determinazione di queste due persone che, assistite dall’avvocato Lina Fiorilli, non hanno avuto paura di chiedere giustizia. Ieri si è celebrata l’udienza del nuovo procedimento che vede imputato l’uomo per altri nove casi. Solo una famiglia si è costituita parte civile. “Questo mi dispiace: non serve avere coraggio per denunciare chi ha rovinato la vita di tuo figlio. È la natura che ce lo chiede”.

Signora, come avete conosciuto Gianni Trotta?
“Don Gianni Trotta, perché nessuno sapeva in paese che non fosse più un prete. Io frequento poco la parrocchia, ma il nostro è un paese da 2 500 abitanti. Lui seguiva i bambini al catechismo. Soltanto i maschietti, però”.

Trotta nel 2012 era stato cacciato dalla Chiesa per pedofilia. Nessuno vi aveva informato?
“Assolutamente no. Ricordo che trovò una scusa per non celebrare il matrimonio di una sua cugina, ma tutti in paese, dove vivevano i suoi genitori anziani, erano convinti che fosse in attesa di una destinazione in Africa”.

Come entrò in contatto con suo figlio?
“Al campetto di calcio. Mio figlio è malato di pallone. Poco dopo gli propose di fare doposcuola da lui e io non ebbi niente da ridire: che male poteva fargli don Gianni? E invece… Noi non potevamo immaginare, ma la Chiesa sapeva tutto: perché non l’hanno denunciato? Perché gli hanno permesso di condannare a vita i nostri bambini?”.

Lei si è data una risposta?
“Ci ho provato. Ma non c’è nessuna giustificazione. Per questo vorrei parlare con questo Papa che mi piace, sta facendo piazza pulita. Deve imporre l’obbligo di denuncia”.

Anche nel suo paese non ha denunciato nessuno.
“È terribile. In tantissimi avrebbero potuto fermarlo, e invece non lo hanno fatto. E mi dispiace molto che oggi soltanto una famiglia abbia avuto il coraggio di metterci la faccia. Io appena ho capito, ho fatto di tutto. Mi hanno addirittura detto che lo facevo per soldi. Che poi, quali soldi, quello è un poveraccio, abbiamo pagato anche le spese legali. Ma è giusto così, non potevamo fare altrimenti. Qual era l’alternativa, il silenzio? Come avrei fatto a guardarmi allo specchio, la mattina? Io non ho avuto paura perché sono madre, semplicemente madre, e dovevo difendere mio figlio in tutte la maniere. E l’ho fatto nel processo, visto che prima purtroppo non abbiamo capito nulla di quello che stava succedendo. Siamo gente che lavora la terra, siamo semplici, ma conosciamo bene alcune regole: se la mela è marcia, va tolta”.

Come sta suo figlio, adesso?
“Va a scuola, è seguito da alcuni psicologi, le cicatrici immagino rimarranno, ma per fortuna ci sono i suoi sogni, le sue passioni, e quel pallone che non abbandona mai. Alle volte si sveglia e mi chiede: “Mamma, ma è vero che non torna più? Non è che don Gianni esce dalla galera?”. Di questo per lo meno sono sicura: può stare tranquillo, per un bel po’ di tempo don Gianni rimane lì”.
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Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori

«Quello che è stato rivelato è straziante». Così l’arcivescovo di Sydney, mons. Anthony Fisher, commenta in un messaggio pastorale pubblicato sul sito della diocesi i risultati dell’inchiesta della Commissione federale sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori.

«Mi sono sentito personalmente scosso e umiliato da queste informazioni – dice il presule, successore sulla cattedra di Sydney del cardinale George Pell -, come lo sono stato da altre rivelazioni importanti della Commissione Reale fino ad oggi. La Chiesa è dispiaciuta e io sono dispiaciuto per gli errori del passato che ha lasciato tanti così danneggiati. So che molti dei nostri sacerdoti, religiosi e fedeli laici sentono la stessa cosa: come cattolici dobbiamo piegare la testa per la vergogna».

«Abbiamo già sentito di molti casi dolorosi e vergognosi di abusi sessuali riferiti alla Royal Commission a vittime coraggiose – prosegue l’arcivescovo, frate domenicano -. Oggi abbiamo sentito queste storie individuali aggregate nei dati presentati alla Commissione in merito alla percentuale di sacerdoti e religiosi con accuse di abusi fatte contro di loro dal 1950». «Per mia vergogna e tristezza – aggiunge -, sembrerebbe che in tutta l’Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori fatte contro di loro sin dal 1950. Accuse sono state fatte anche contro 543 laici lavoratori della chiesa e altri 72 il cui status religioso è sconosciuto».

Mons. Fisher parla di un periodo che sarà «traumatico per tutti i coinvolti, specialmente le vittime», promettendo di fare «tutto il possibile» in loro aiuto. Ricorda il lavoro fatto perché le accuse riguardanti la sua arcidiocesi fossero affrontate «con prontezza, giustizia e compassione». «Sono convinto – afferma – che alla fine dell’umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole». «E cosa importante – conclude -, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare».

tio.ch

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ABUSI preti / Australia: scandalo pedofilia

“Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. Sono le parole di mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, scritte in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati della indagine che dal 2013 ha realizzato su chiese, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia. Dall’inchiesta, emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

“Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando  le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.

sir

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I preti pedofili non hanno diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno quando agiscono «al di fuori del sacerdozio»

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Se gli abusi su un minore sono commessi da un sacerdote, la pena sarà aggravata e ciò vale anche quando la violenza sia perpetrata al di fuori della funzioni del ministero e del culto sacerdotale o in ambiti che esulino da quelli propri della realtà parrocchiale. A confermarlo è stata la Corte di Cassazione che, con una recentissima sentenza, [1] ha fatto ulteriore chiarezza sul punto.

La pedofilia è un abominio. È vero, il pedofilo può non essere un assassino e, a dirla tutta, si tratta spesso di personalità apparentemente “pie”, soggetti “dall’aria buona”, che non farebbero male ad una mosca. Il pedofilo il più delle volte non è un omicida, ma uccide comunque. Uccide ciò che di più vulnerabile ed innocente ci sia al mondo: l’animo di un bambino. Anche il più spietato degli “Avvocati del diavolo” avrebbe serie difficoltà a difendere un pedofilo, figuriamoci un pedofilo che sia anche un prete.
Per queste ragioni, quanto meno “confortante” è da ritenersi la citata sentenza depositata dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione il 17 gennaio scorso.

Detta sentenza ha il “merito” di inasprire la punizione per il prete pedofilo, il quale non potrà più tentare di “alleggerire” la sua posizione asserendo che al momento dell’abuso non stava agendo in quanto prete, ma in quanto “comune mortale cittadino”.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere.

Il nostro codice penale prevede, tra le circostanze che aggravano la pena, quella del c.d. “abuso di potere”[2]. Se un soggetto, dunque, nel compiere un reato abusa e, quindi, si approfitta dei propri poteri, della figura che rappresenta o della qualifica che ricopre, la sua pena sarà aumentata.

La predetta circostanza aggravante, precisamente sussiste quando il fatto è stato commesso «con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero nella qualità di ministro di un culto».
Ciò detto, ci si potrebbe porre le seguenti domande.

Cosa succede se un prete abusa di un ragazzino nel momento in cui non sta esercitando le funzioni ed i servizi del suo ministero? Si applicherà lo stesso l’aggravante, o il sacerdote potrà sperare in una pena “più mite”?

Ebbene, la Cassazione è stata molto chiara al riguardo. Il prete che si rende colpevole di reati sessuali risponde in maniera aggravata sempre e comunque.

L’aggravante, infatti, si applicherà sia quando il sacerdote abbia agito nell’espletamento delle funzioni del culto (si pensi agli abusi commessi durante la confessione di un bambino) sia quando la qualità sacerdotale abbia solo agevolato la commissione del delitto.

Più precisamente, a detta dei giudici «nei reati sessuali, è configurabile l’aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non solo quando il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma anche quando la qualità sacerdotale abbia facilitato il reato stesso, essendo il ministero sacerdotale non limitato alle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico costitutivo dell’ordine sacerdotale».
Va di fatti sottolineato – come afferma la giurisprudenza unitaria – che, considerata anche la dottrina cattolica contemporanea, il ministero sacerdotale non si estrinseca solo nell’ambito delle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma è comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico connotante l’ordine sacerdotale. Sono quindi ricomprese, per esempio, anche le attività svolte a servizio della comunità, quelle ricreative, di assistenza, di missione e di aiuto psicologico ai fedeli, «ivi comprese le relazioni interpersonali che il sacerdote intraprenda in occasione dello svolgimento di tali attività».

In conclusione, afferma la Cassazione, «in tema di aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non è necessario che il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma è sufficiente che a facilitarlo siano serviti l’autorità ed il prestigio che la qualità sacerdotale, di per sé, conferisce e che vi sia stata violazione dei doveri anche generici nascenti da tale qualità».

D’altronde, un prete resta pur sempre un prete e quando agisce contro un bambino non ci può essere giustificazione legale che regga (quasi verrebbe da dire, «non c’è Santo che tenga …»).
Un prete pedofilo non ha diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno se la violenza avvenga «fuori dal sacerdozio».
laleggepertutti.it

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Arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

“Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

LE VIOLENZE
Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

IL REATO PRESCRITTO
Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

LA LETTERA DEL PONTEFICE
Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

LA CURIA E LE VITTIME
Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per

svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

repubblica.it

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La denuncia al Papa: «La Curia di Napoli ha coperto gli abusi del prete pedofilo»

L’esposto di una vittima al Pontefice: «Dall’arcivescovo Sepe gravi negligenze»

La Curia di Napoli ha coperto il caso di un prete pedofilo e il cardinale Crescenzio Sepe ha compiuto «gravi negligenze». È quanto si sostiene in un esposto inviato lo scorso ottobre al Papa e al cardinale Marc Ouelle, il prefetto della Congregazione per i vescovi, da un uomo che da bambino fu vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote. A raccontarlo è oggi Repubblica in un articolo a firma di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli.

VITTIME DEGLI ABUSI SESSUALI DI UN PRETE PEDOFILO, LA STORIA

La storia comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989, quando un 13enne, oggi sposato con moglie e figli, viene abusato dal suo insegnante di religione. A molti anni di distanza, nel 2010, dopo un malore, l’uomo è costretto a cominciare una terapia con uno psichiatra. I test psichiatrici confermano il suo vissuto di abusi sessuali. Lui decide allora di appellarsi alla giustizia canonica. Chiede un incontro con il cardinale Sepe, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare, senza tuttavia ottenere l’apertura di un procedimento. Dopo quattro anni di battaglie, nel 2014, scrive a Papa Francesco. Che promette di occuparsi del caso. Alcuni mesi dopo la curia di Napoli apre un’indagine. L’uomo viene convocato per una deposizione, ma non si vedono sviluppi. A luglio 2015 invia una mail nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza (lui è una guardia giurata) davanti alla Curia se non otterrà notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria. Perde il porto d’armi. A maggio 2016 decide di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Infine, arriva la denuncia al Pontefice. Si legge su Repubblica:

«Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

(Foto:  ANSA / CLAUDIO PERI)

in giornalettismo.com

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Lo scandalo pedofilia / Australia, il 7% dei preti cattolici avrebbe molestato 4mila bambini

Dopo quattro anni di lavoro presentato il rapporto della Commissione d’inchiesta federale che rivela la vastità del fenomeno. Le denunce ignorate. I reati sarebbero stati commessi tra il 1950 e il 2015. Il mea culpa della Chiesa: «Un fallimento gigantesco»

Sono più di 4500 i minori che avrebbero subito abusi sessuali da parte di preti cattolici in Australia tra il 1980 e il 2015. Lo rivela un rapporto della Commissione federale d’inchiesta istituita 4 anni fa per indagare il fenomeno dagli anni ‘50 ad oggi. Le cifre sono inquietanti: sotto accusa il 7% dei sacerdoti ma in alcune chiese si raggiungono punte del 40%.

Le vittime

Ad essere prese di mira soprattutto le bambine di 10 anni e mezzo e i maschi di 11 anni e mezzo. «Le storie delle vittime sono tutte uguali e questo è molto deprimente» ha detto alla Bbc Gail Furnell, il capo degli avvocati che assistono la commissione nel suo lavoro. «I bambini sono stati ignorati o peggio ancora puniti per aver raccontato i fatti. Nessuno ha indato sulle loro accuse. I preti o altre figure religiose sono stati spostati in altre parrocchie senza che si sapesse nulla del loro passato» ha aggiunto Furness.

Le cifre

Sotto inchiesta ci sarebbero 1000 istituzioni della Chiesa cattolica australiana ma la commissione sta indagando anche su organizzazioni non religiose. In cima alla triste classifica St. John of God Brothers dove il 40,4 dei religiosi è sotto accusa, seguita dai Christians Brothers con il 22% e dai Salesiani di Don Bosco con il 21,9%.

L’inchiesta

È l’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia d’Australia, che ha indagato su chiese, enti di beneficenza, governi locali, scuole, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, e sulla polizia. Non sono solo le comunità cattoliche ad essere nel mirino. Il 60% delle denunce di abusi riguarda organizzazioni religiose di cui circa due terzi sono cattoliche.

Le scuse

La Chiesa cattolica australiana parla di «un fallimento gigantesco» nel compito di proteggere i bambini. «Questi numeri sono tragici, scioccanti e indifendibili. Come cattolici ci vergogniamo» dice con le lacrime agli occhi Francis Sullivan il capo del Consiglio per la verità, la giustizia e la cura che si occupa di rispondere al rapporto. Nelle prossime settimane è prevista l’audizione di alcuni sacerdoti. Il rapporto finale sarà presentato alla fine dell’anno.

Il Vaticano

Il Vaticano segue con attenzione il caso. Il cardinale George Pell, oggi ministro per l’economia di Papa Francesco, lo scorso marzo ha deposto davanti alla commissione che lo accusa, in sostanza, di avere coperto, negli anni ‘70 e ‘80, sacerdoti responsabili di abusi, permettendo che fossero trasferiti da una parrocchia all’altra, e di aver insabbiato gli scandali. Il cardinale aveva parlato con i commissari in collegamento video dall’Hotel Quirinale di Roma, una Bibbia per prestare giuramento: «Non sono qui per difendere l’indifendibile. La Chiesa ha commesso errori enormi ma sta lavorando per rimediare». «In quel tempo, se un prete negava questi comportamenti, io ero fortemente incline a credergli» è stata la sua difesa.

corriere.it

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Il vescovo Marino: «Pedofilia, non dimentichiamo ma andiamo avanti»

Savona – «Invito i savonesi a intraprendere un percorso di guarigione della memoria. Non rimuovere, ma imparare a guardare avanti».

Risponde così il nuovo vescovo Calogero Marino , invitato a esprimersi sul dramma della pedofilia, che ha sconvolto la diocesi savonese. Ieri mattina, in visita al Campus di Legino, come aveva promesso sin dai primi giorni del suo insediamento, lo scorso 15 gennaio, don Gero (come ama farsi chiamare) ha voluto conoscere l’università savonese confrontandosi con gli studenti, in modo informale, senza sottrarsi alle domande dei ragazzi, nell’aula magna e, poi, in giro per le strutture e le palazzine della cittadella. Il tutto lontano dall’ufficialità: no all’abito talare, nessun accompagnatore. Soltanto lui, con la sua Punto grigia, con cui ha raggiunto, dal vescovado, l’università, in uno stile improntato alla semplicità, molto vicino a quanto predicato e messo in atto da Papa Francesco.

«Dagli incontri che sto avendo in questo primo periodo – ha detto – ho percepito una città, per alcuni versi, ripiegata su se stessa. Persino nei rapporti con Genova, “nemica” di Savona, come si legge nei libri di storia, eppure percepita, ancora oggi, da alcuni anziani, come rivale. Bisogna imparare a guardare avanti: custodire la memoria del passato , ma investire sul futuro».

Infastidito dalla domanda ricorrente, relativa alla pedofilia e ai drammatici casi che si sono verificati nella diocesi savonese, il vescovo Marino ha sottolineato il concetto di “«uarigione della memoria»: affrontare il passato, ma non restarne imprigionati.

Un invito indiretto a voltare pagina, senza ignorare, o rimuovere, ciò che è accaduto. Al punto che il vescovo ha dichiarato la propria disponibilità a incontrare le vittime di pedofilia, aderenti alla Rete l’Abuso, presieduta da Francesco Zanardi. «Sono disponibile a incontrare chiunque me lo chieda», ha chiosato sull’argomento.

Un tema delicato, che monsignor Marino ha utilizzato come punto di partenza per una riflessione sul ruolo educativo degli adulti: i genitori, i docenti, ma anche i sacerdoti.

«I nostri giovani – ha sottolineato – hanno bisogno di essere accompagnati, non invasi. Hanno bisogno di fiducia. Hanno bisogno, ancora, di avere al proprio fianco, adulti capaci di autorevolezza. Fior fiore di psicanalisti ha parlato di una società senza padri: un problema che riguarda anche la nostra chiesa. Si deve educare a giusta distanza. Non troppo vicini, ma nemmeno troppo distanti. Quella degli scout è una buona palestra di umanizzazione e vedo che, a Savona, i gruppi sono molto attivi».

Una città da “annaffiare” ha detto il vescovo con una metafora. «A casa avevo una pianta quasi del tutto secca – ha raccontato -. La davo ormai per morta, ma poi, non so nemmeno il perché, le ho dato un po’ d’acqua. Si è ripresa e ho iniziato, ogni giorno, a innaffiarla. Credo che il meccanismo sia simile a quello che serve anche qui rispetto al rapporto con il passato e con il futuro».

Parole accolte con interesse dai ragazzi, che hanno donato al vescovo la maglia del Campus.

«Gli adulti che non si divertono – ha detto- non sanno fare i genitori, i docenti e nemmeno i preti. Qui vedo tanta passione, tanta cura nelle strutture, di grande bellezza. Ho studiato Legge in via Balbi a Genova, ma qui vedo un ambiente più accogliente e piacevole».

Calogero Marino, accompagnato dal delegato del rettore, Federico Delfino, ha voluto conoscere le dotazioni tecnologiche del Campus, dalla centralina del controllo energetico, alla biblioteca multimediale.

Ha parlato con gli studenti chiedendo a ciascuno di presentarsi informandosi sulle materie di studio, il paese di provenienza. A un giovane libanese ha detto: «Mi piace imparare dai giovani. Mi piacerebbe imparare la tua lingua».

Affrettato nel salutare i ragazzi ai tavoli di studio, si è lasciato scappare, con i docenti, il timore di «far perdere tempo agli altri. È la mia paura costante». Una stretta di mano a tutti e via, sulla sua utilitaria.
ilsecoloXIX

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«Obbliga i vescovi a denunciare i preti pedofili». L’appello delle vittime a papa Francesco

Papa Francesco faccia seguire i fatti alle parole e crei le condizioni affinché i preti pedofili vengano incriminati e processati. La richiesta giunge direttamente dalle vittime dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, che insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video l’atteggiamento contraddittorio del papa in merito agli abusi da parte del clero italiano. La Conferenza episcopale italiana, infatti, nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura e in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Perché – chiedono le vittime – il papa non obbliga i vescovi italiani a denunciare?
«Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina, gli unici provvedimenti adottati, denunciano, sono stati gli allontanamenti da Verona dei casi più problematici. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla, con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

Eppure sono tanti i documenti e le testimonianze raccolti dalla Rete L’Abuso, che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e dai libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 da Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. E non sono pochi i preti che malgrado denunce o condanne continuano come a esercitare il ministero sacerdotale. Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai “spretato”.
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