Sacerdozio anche per uomini sposati? Papa Francesco riammetta prima i preti già sposati

Per ovviare al problema delle vocazioni, che sono sempre meno, la Chiesa Cattolicapotrebbe aprire ai “viri probati”, uomini sposati, di provata fede, a cui affidare alcune funzioni sacerdotali.

Lo dichiara Papa Francesco in un’intervista al settimanale tedesco Die Zei.

È da tempo che la Chiesa dibatte su come arginare la scarsità di preti nel mondo. Finora, però, tutte le proposte di abolizione del celibato obbligatorio sono sempre state respinte. Anche per il Pontefice non va abolito, ma, aggiunge, la riflessione sui “viri probati” deve esserci per arrivare a stabilire “quali compiti possano assumere, ad esempio in comunità isolate”, perché la Chiesa deve sempre “riconoscere il momento giusto nel quale lo Spirito chiede qualcosa”.

Nelle chiese ortodosse orientali e bizantine, ad esempio, il celibato si applica soltanto ai vescovi. La Chiesa di Roma, invece, ha sempre opposto resistenze a una apertura del sacerdozio anche a uomini sposati. Quella dei “viri probati”, dunque, potrebbe rivelarsi una soluzione di compromesso. Verrebbe affidato loro un ruolo simile a quello del prete per guidare quelle piccole comunità cristiane che si trovano in zone disperse o poco accessibili. Rimarrebbe da definire quali delle funzioni proprie del sacerdote potranno svolgere.

Di questo avviso è uno dei cardinali più vicini a Bergoglio: Claudio Hummes. Dieci anni fa, riporta La Repubblica, in qualità di arcivescovo emerito di San Paolo e prefetto della Congregazione del clero, aveva portato avanti la discussione sui “viri probati”, dichiarando che “il celibato è una disciplina, non un dogma della Chiesa”. “Sappiamo per certo che molti degli apostoli erano sposati – disse Hummes all’epoca – La chiesa moderna deve tener conto di questo aspetto se vorrà essere al passo con la storia”.

Papa Francesco conosce bene la situazione delle diocesi e comunità più lontane e più di una volta ha citato come lodevole il lavoro di 300 diaconi sposati che, in Messico,collaborano nelle pratiche di assistenza spirituale, con l’unico vincolo di non poter celebrare la messa la domenica con i fedeli. Resta da vedere se deciderà di compierer un passo decisivo in questo senso durante il suo pontificato.

ilgiornale.it

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“Strana testimonianza di amicizia quella di Negri per Benedetto”

Il sito web Il Sismografo diretto da Luis Badilla ha chiesto a padre Federico Lombardi, presidente del Cda della Fondazione Ratzinger e portavoce vaticano al momento della rinuncia di Benedetto XVI, un commento alle dichiarazioni del vescovo emerito di Ferrara Luigi Negri, il quale nei giorni scorsi aveva parlato di “motivi gravissimi” dietro la rinuncia di Ratzinger . Lo riproduciamo integralmente:

Leggere le dichiarazioni di Mons. Negri è sempre interessante e in certo senso piacevole, dato che ama dire quello che pensa “fuori dai denti”. Così è anche per buona parte della sua ultima intervista, pubblicata su www.duepuntozero.it. Ma talvolta è lecito interrogarsi sulla appropriatezza di ciò che dice.

Mi riferisco a quanto afferma nella terza risposta dell’intervista, prontamente ripreso nel titolo del pezzo : “Gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano per le dimissioni di Benedetto XVI”. Affermazioni che non sono passate inosservate e sono state prontamente rilanciate su varie testate, suscitando interrogativi e – a mio avviso – inutile confusione.

Mons. Negri, che parla volentieri della sua “forte amicizia” con Benedetto XVI, dice: “Ho poca conoscenza – per fortuna – dei fatti della Curia romana, ma sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi”. Poi fa riferimento a supposte pressioni esercitate dall’amministrazione Obama e conclude: “Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale ‘fine del mondo’ e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda”. Osservo anzitutto che – per fortuna – Mons. Negri riconosce di conoscere poco i fatti, il che in parte permette di relativizzare le sue affermazioni, che tuttavia ci vengono presentate come una “certezza”.

Ora, ciò che Benedetto XVI ha affermato pubblicamente davanti ai cardinali riuniti in Concistoro e al mondo, e ciò che ha ribadito ancora una volta chiaramente nelle risposte a Peter Seewald pubblicate nelle “Ultime conversazioni” edite da Garzanti, è assolutamente diverso da ciò che Negri afferma. Benedetto afferma infatti che ha preso la decisione della rinuncia in piena libertà e responsabilità e che non c’è nessun mistero da svelare. Io ho sempre pensato che Benedetto XVI sia un uomo che ha messo la verità al primo posto. Come si fa a contraddire così platealmente ciò che ha detto solennemente e poi ribadito?

Mi pare una strana testimonianza di “amicizia” quella di Mons. Negri, che contraddice trionfalmente ciò che il suo amico dice. Osservo anche che io ho praticamente la stessa età di Mons. Negri e mi preparo anch’io alla mia personale “fine del mondo”: ma non farò a San Pietro la stessa domanda di Mons. Negri, perché la risposta me la ha già data Benedetto XVI e personalmente ci credo. Quindi ne penserò un’altra.

Per concludere, è verissimo – come dice Mons. Negri – che il Papa emerito è “lucidissimo nel pensiero”, ma anche “infragilito fisicamente”. Perciò da quattro anni non sarebbe stato più in grado di presiedere lunghe celebrazioni pubbliche, lunghe udienze, complesse riunioni, assemblee sinodali, meno che mai fare viaggi e neppure visite a parrocchie, ecc… Nella sua perfetta lucidità, già quattro anni fa ne era del tutto consapevole, ed evidentemente ha pensato che questo sarebbe stato un problema per la comunità della Chiesa… Come dargli torto? Non mi pare proprio che sia necessario pensare a delle terribili pressioni d’oltreoceano. Possiamo tranquillamente pensare che la sua sia stata una decisione molto saggia e ragionevole, davanti a Dio e davanti agli uomini. Gliene siamo grati. Io credo che anche diversi dei suoi successori gliene saranno grati.

vatican insider

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Papa Francesco: «Sì, c’è corruzione in Vaticano»

Anticipiamo ampi stralci del colloquio di Francesco con i superiori degli ordini religiosi, pubblicato nel numero 4000 de «La Civiltà cattolica» e trascritto dal direttore, padre Spadaro

«Il Papa è in ritardo», mi dicono all’ingresso dell’Aula Paolo VI il 25 novembre 2016. Dentro, nel luogo in cui si svolgono i Sinodi, erano in attesa 140 Superiori Generali di Ordini e Congregazioni religiose maschili (Usg), riuniti alla fine della loro 88a Assemblea Generale. Fuori una leggera pioggia. «Andate e portate frutto. La fecondità della profezia»: questo il tema dell’Assemblea che si è svolta dal 23 al 25 novembre presso il «Salesianum» di Roma. Non è comune che il Pontefice arrivi in ritardo. Alle 10,15 ecco arrivare i fotografi e quindi il Papa a passo svelto. Dopo l’applauso di saluto, Francesco esordisce: «Scusate per il ritardo. La vita è così: piena di sorprese. Per capire le sorprese di Dio bisogna capire le sorprese della vita. Grazie tante». E ha proseguito dicendo che non voleva che il suo ritardo influisse sul tempo fissato per stare insieme. Per questo l’incontro è durato comunque tre ore piene. A metà dell’incontro si è avuta una pausa. Era stata preparata una saletta riservata per il Papa, ma lui ha esclamato: «Perché mi volete far stare tutto da solo?». E così la pausa ha visto il Papa gioiosamente tra i Generali a prendere un caffè e uno spuntino, salutando l’uno e l’altro. Non vi è stato alcun discorso preparato in anticipo né da parte dei religiosi né da parte del Papa. Le telecamere del Ctv hanno ripreso solamente i saluti iniziali e poi sono andate via. L’incontro doveva essere libero e fraterno, fatto di domande e risposte non filtrate. Il Papa non ha voluto leggerle in anticipo. Dopo aver ricevuto un brevissimo saluto da parte di p. Mario Johri, ministro generale dei Frati Cappuccini e presidente dell’Usg, e di p. David Glenday, comboniano, segretario generale, il Papa ha ascoltato le domande dell’Assemblea.
E se ci fossero critiche? «È bene essere criticato — afferma il Papa —, a me piace questo, sempre. La vita è fatta anche di incomprensioni e di tensioni. E quando sono critiche che fanno crescere, le accetto, rispondo. Le domande più difficili però non le fanno i religiosi, ma i giovani. I giovani ti mettono in difficoltà, loro sì. I pranzi con i ragazzi nelle Giornate Mondiali della Gioventù o in altre occasioni, queste situazioni mi mettono in difficoltà. I giovani sono sfacciati e sinceri e loro ti chiedono le cose più difficili. Adesso fate le vostre domande».

Santo Padre, noi riconosciamo la sua capacità di parlare ai giovani e di infiammarli per la causa del Vangelo. Noi sappiamo anche del suo impegno per avvicinare i giovani alla Chiesa; per questo ha convocato il prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Quali motivazioni l’hanno spinta a convocare il Sinodo sui giovani? Quali suggerimenti ci offre per raggiungere i giovani oggi?
Alla fine del Sinodo scorso ogni partecipante ha dato tre suggerimenti sul tema da affrontare nel prossimo. Poi sono state consultate le Conferenze episcopali. Le convergenze sono andate su temi forti, quali gioventù, formazione sacerdotale, dialogo interreligioso e pace. Nel primo Consiglio post-sinodale è stata fatta una bella discussione. Io ero presente. Ci vado sempre, ma non parlo. Per me importante è ascoltare davvero. È importante che io ascolti, ma lascio che siano loro a lavorare liberamente. In questo modo capisco come emergono le problematiche, quali sono le proposte e i nodi, e come si affrontano.
Hanno scelto i giovani. Ma alcuni sottolineavano l’importanza della formazione sacerdotale. Personalmente ho molto a cuore il tema del discernimento. L’ho raccomandato più volte ai gesuiti: in Polonia e poi alla Congregazione Generale . Il discernimento accomuna la questione della formazione dei giovani alla vita: di tutti i giovani, e in particolare, a maggior ragione, anche dei seminaristi e dei futuri pastori. Perché la formazione e l’accompagnamento al sacerdozio ha bisogno del discernimento.
Al momento è uno dei problemi più grandi che abbiamo nella formazione sacerdotale. Nella formazione siamo abituati alle formule, ai bianchi e ai neri, ma non ai grigi della vita. E ciò che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casuistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio. E la volontà di Dio si cerca secondo la vera dottrina del Vangelo e non nel fissismo di una dottrina astratta. Ragionando sulla formazione dei giovani e sulla formazione dei seminaristi, ho deciso il tema finale così come è stato comunicato: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
La Chiesa deve accompagnare i giovani nel loro cammino verso la maturità, e solo con il discernimento e non con le astrazioni i giovani possono scoprire il loro progetto di vita e vivere una vita davvero aperta a Dio e al mondo. Dunque ho scelto questo tema per introdurre il discernimento con maggior forza nella vita della Chiesa. L’altro giorno abbiamo avuto la seconda riunione del Consiglio post-sinodale. Si è discusso abbastanza bene su questo argomento. Hanno preparato la prima bozza sui Lineamenta che si dovrà inviare subito alle Conferenze episcopali. Hanno lavorato anche religiosi. È uscita una bozza ben preparata.
Questo comunque è il punto chiave: il discernimento, che è sempre dinamico, come la vita. Le cose statiche non vanno. Soprattutto con i giovani. Quando io ero giovane, la moda era fare riunioni. Oggi le cose statiche come le riunioni non vanno bene. Si deve lavorare con i giovani facendo cose, lavorando, con le missioni popolari, il lavoro sociale, con l’andare ogni settimana a dar da mangiare ai senzatetto. I giovani trovano il Signore nell’azione. Poi, dopo l’azione si deve fare una riflessione. Ma la riflessione da sola non aiuta: sono idee… solo idee. Dunque due parole: ascolto e movimento. Questo è importante. Ma non solamente formare i giovani all’ascolto, bensì innanzitutto ascoltare loro, i giovani stessi. Questo è un primo compito importantissimo della Chiesa: l’ascolto dei giovani. E nella preparazione del Sinodo la presenza dei religiosi è davvero importante, perché i religiosi lavorano molto con i giovani.
Che cosa si aspetta dalla vita religiosa nella preparazione del Sinodo? Quali speranze Lei ha per il prossimo Sinodo sui giovani, alla luce della diminuzione delle forze della vita religiosa in Occidente?
Certo, è vero che c’è una diminuzione delle forze della vita religiosa in Occidente. Certamente è collegata al problema demografico. Ma è anche vero che a volte la pastorale vocazionale non risponde alle attese dei giovani. Il prossimo Sinodo ci darà idee. La diminuzione della vita religiosa in Occidente mi preoccupa.
Ma mi preoccupa anche un’altra cosa: il sorgere di alcuni nuovi Istituti religiosi che sollevano alcune preoccupazioni. Non dico che non debbano esserci nuovi Istituti religiosi! Assolutamente no. Ma in alcuni casi mi interrogo su che cosa stia accadendo oggi. Alcuni di essi sembrano una grande novità, sembrano esprimere una grande forza apostolica, trascinano tanti e poi… falliscono. A volte si scopre persino che dietro c’erano cose scandalose… Ci sono piccole fondazioni nuove che sono davvero buone e che fanno sul serio. Vedo che dietro queste buone fondazioni ci sono a volte anche gruppi di vescovi che accompagnano e garantiscono la loro crescita. Però ce ne sono altre che nascono non da un carisma dello Spirito Santo, ma da un carisma umano, da una persona carismatica che attira per le sue doti umane di fascinazione. Alcune sono, potrei dire, «restaurazioniste»: esse sembrano dare sicurezza e invece danno solo rigidità. Quando mi dicono che c’è una Congregazione che attira tante vocazioni, lo confesso, io mi preoccupo. Lo Spirito non funziona con la logica del successo umano: ha un altro modo. Ma mi dicono: ci sono tanti giovani decisi a tutto, che pregano tanto, che sono fedelissimi. E io mi dico: «Benissimo: vedremo se è il Signore!».
Alcuni poi sono pelagiani: vogliono tornare all’ascesi, fanno penitenze, sembrano soldati pronti a tutto per la difesa della fede e di buoni costumi… e poi scoppia lo scandalo del fondatore o della fondatrice… Noi sappiamo, vero? Lo stile di Gesù è un altro. Lo Spirito Santo ha fatto rumore il giorno della Pentecoste: era all’inizio. Ma di solito non fa tanto rumore, porta la croce. Lo Spirito Santo non è trionfalista. Lo stile di Dio è la croce che si porta avanti fino a che il Signore non dice «basta». Il trionfalismo non va bene d’accordo con la vita consacrata.
Dunque, non mettete la speranza nel fiorire improvviso e massiccio di questi Istituti. Cercate invece l’umile cammino di Gesù, quello della testimonianza evangelica. Benedetto XVI ce lo ha detto molto bene: la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.

Perché ha scelto tre tematiche ne per le prossime tre Giornate mondiali della gioventù che condurranno alle Giornate mondiali di Panama?
I temi ni per le prossime tre Giornate mondiali non li ho scelti io! Dall’America Latina hanno chiesto questo: una forte presenza na. È vero che l’America Latina è molto na, e a me è sembrata una cosa molto buona. Non ho avuto altre proposte, e io ero contento così. Ma la Madonna vera! Non la Madonna capo di un ufficio postale che ogni giorno manda una lettera diversa, dicendo: «Figli miei, fate questo e poi il giorno dopo fate quest’altro». No, non questa. La Madonna vera è quella che genera Gesù nel nostro cuore, che è Madre. Questa moda della Madonna superstar, come una protagonista che mette se stessa al centro, non è cattolica.

Santo Padre, la sua missione nella Chiesa non è facile. Malgrado le sfide, le tensioni, le opposizioni, Lei ci offre la testimonianza di un uomo sereno, di un uomo di pace. Qual è la sorgente della sua serenità? Da dove viene questa fiducia che la ispira e che può sostenere anche la nostra missione? Chiamati a essere guide religiose, cosa ci suggerisce per vivere con responsabilità e pace il nostro compito?
Qual è la sorgente della mia serenità? No, non prendo pastiglie tranquillanti! Gli italiani danno un bel consiglio: per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo. Io non ho problemi nel dire che questa che sto vivendo è un’esperienza completamente nuova per me. A Buenos Aires ero più ansioso, lo ammetto. Mi sentivo più teso e preoccupato. Insomma: non ero come adesso. Ho avuto un’esperienza molto particolare di pace profonda dal momento che sono stato eletto. E non mi lascia più. Vivo in pace. Non so spiegare.
Per il conclave, mi dicono che nelle scommesse a Londra ero nel numero 42 o 46. Io non lo prevedevo affatto. Ho pure lasciato l’omelia pronta per il Giovedì santo . Nei giornali si diceva che ero un king maker, ma non il Papa. Al momento dell’elezione io ho detto semplicemente: «Signore, andiamo avanti!». Ho sentito pace, e quella pace non se n’è andata.
Nelle Congregazioni Generali si parlava dei problemi del Vaticano, si parlava di riforme. Tutti le volevano. C’è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace. Se c’è un problema, io scrivo un biglietto a san Giuseppe e lo metto sotto una statuetta che ho in camera mia. È la statua di san Giuseppe che dorme. E ormai lui dorme sotto un materasso di biglietti! Per questo io dormo bene: è una grazia di Dio. Dormo sempre sei ore. E prego. Prego a mio modo. Il breviario mi piace tanto e mai lo lascio. La Messa tutti i giorni. Il rosario…. Quando prego, prendo sempre la Bibbia. E la pace cresce. Non so se questo è il segreto… La mia pace è un regalo del Signore. Che non me la tolga!
Credo che ciascuno debba trovare la radice dell’elezione che il Signore ha fatto su di lui. Del resto, perdere la pace non aiuta affatto a soffrire. I superiori devono imparare a soffrire, ma a soffrire come un papà. E anche a soffrire con molta umiltà. Per questa strada si può andare dalla croce alla pace. Ma mai lavarsi le mani dai problemi! Sì, nella Chiesa ci sono i Ponzio Pilato che se ne lavano le mani per stare tranquilli. Ma un superiore che se ne lava le mani non è padre e non aiuta.

Santo Padre, nei suoi interventi ci ha detto spesso che ciò che specifica la vita religiosa è la profezia. Ci siamo confrontati a lungo su cosa significhi essere radicali nella profezia. Quali sono le «zone di sicurezza e di conforto» da cui siamo chiamati a uscire? Lei ha parlato alle monache di una «ascesi profetica e credibile». Come la intende in una prospettiva rinnovata di «cultura della misericordia»? Come può la vita consacrata contribuire a tale cultura?
Essere radicali nella profezia. A me questo importa tanto. Prenderò come «icona» Gioele 3. Mi viene spesso in mente, e so che viene da Dio. Dice: «Gli anziani avranno sogni e i giovani profetizzeranno». Questo versetto è un nocciolo della spiritualità delle generazioni. Essere radicali nella profezia è il famoso sine glossa, la regola sine glossa, il Vangelo sine glossa. Cioè: senza calmanti! Il Vangelo va preso senza calmanti. Così hanno fatto i nostri fondatori.
La radicalità della profezia dobbiamo trovarla nei nostri fondatori. Loro ci ricordano che siamo chiamati a uscire dalle nostre zone di conforto e sicurezza, da tutto quello che è mondanità: nel modo di vivere, ma anche nel pensare strade nuove per i nostri Istituti. Le strade nuove vanno cercate nel carisma fondazionale e nella profezia iniziale. Dobbiamo riconoscere personalmente e comunitariamente qual è la nostra mondanità.
Persino l’ascetica può essere mondana. E invece deve essere profetica. Quando sono entrato nel noviziato dei gesuiti, mi hanno dato il cilicio. Va bene anche il cilicio, ma attenzione: non deve aiutarmi a dimostrare quanto sono bravo e forte. La vera ascesi deve farmi più libero. Credo che il digiuno sia una cosa che conservi attualità: ma come faccio il digiuno? Semplicemente non mangiando? Santa Teresina aveva anche un altro modo: mai diceva cosa le piaceva. Non si lamentava e prendeva tutto quello che le davano. C’è un’ascesi quotidiana, piccola, che è una mortificazione costante. Mi viene in mente una frase di sant’Ignazio che aiuta a essere più liberi e felici. Lui diceva che per seguire il Signore aiuta la mortificazione in tutte le cose possibili. Se ti aiuta una cosa, falla, anche il cilicio! Ma solamente se ti aiuta a essere più libero, non se ti serve per mostrare a te stesso che sei forte.

Cosa comporta la vita comunitaria? Qual è il ruolo di un superiore per custodire questa profezia? Quale apporto possono dare i religiosi per contribuire al rinnovamento delle strutture e della mentalità della Chiesa?
La vita comunitaria? Alcuni santi l’hanno definita una continua penitenza. Ci sono comunità in cui la gente si spella e si spiuma! Se la misericordia non entra nella comunità, non va bene. Per i religiosi la capacità di perdono deve spesso iniziare nella comunità. E questo è profetico. Si comincia sempre con l’ascolto: che tutti si sentano ascoltati. Ci vuole ascolto e persuasione anche da parte del superiore. Se il superiore rimprovera continuamente, non aiuta a creare la profezia radicale della vita religiosa. Sono convinto che i religiosi siano in vantaggio nel dare un contributo al rinnovamento delle strutture e della mentalità della Chiesa.
Nei consigli presbiterali delle diocesi i religiosi aiutano nel cammino. E non devono avere paura di dire le cose. Nelle strutture della Chiesa entra il clima mondano e principesco, e i religiosi possono contribuire a distruggere questo clima nefasto. E non c’è bisogno di diventare cardinali per credersi prìncipi! Basta essere clericali. Questo è quanto di peggio ci sia nell’organizzazione della Chiesa. I religiosi possono contribuire con la testimonianza di una fratellanza più umile. I religiosi possono dare la testimonianza di un iceberg capovolto, dove la punta, cioè il vertice, il capo, è capovolta, sta in basso.

Santo Padre, noi abbiamo speranze che attraverso la sua guida si sviluppino migliori relazioni tra vita consacrata e Chiese particolari. Che cosa ci suggerisce per esprimere in pienezza i nostri carismi nelle Chiese particolari e per affrontare le difficoltà che a volte sorgono nei rapporti con i vescovi e il clero diocesano? Come vede la realizzazione del dialogo della vita religiosa con i vescovi e la collaborazione con la Chiesa locale?
Da tempo si chiede di rivedere i criteri circa i rapporti tra i vescovi e i religiosi stabiliti nel 1978 dalla Congregazione per i religiosi e dalla Congregazione per i vescovi nel documento Mutuae relationes. Già nel Sinodo del 1994 ne se era parlato. Quel documento risponde a un certo tempo e non è più così attuale. Il tempo è maturo per il cambiamento. È importante che i religiosi si sentano appieno dentro la Chiesa diocesana. Appieno. A volte ci sono tante incomprensioni che non aiutano all’unità, e allora bisogna dare un nome ai problemi. I religiosi devono essere nelle strutture di governo della Chiesa locale: consigli di amministrazione, consigli presbiterali… A Buenos Aires i religiosi eleggevano i loro rappresentanti nel consiglio presbiterale. Il lavoro va condiviso nelle strutture delle diocesi. I religiosi devono essere nelle strutture di governo della diocesi. Da isolati non ci si aiuta. In questo si deve crescere tanto. E così anche il vescovo è aiutato a non cadere nella tentazione di diventare un po’ principe…
Ma anche la spiritualità va diffusa e condivisa, e i religiosi sono portatori di forti correnti spirituali. In alcune diocesi i sacerdoti del clero diocesano si riuniscono in gruppi di spiritualità francescana, carmelitana… Ma che lo stile di vita possa essere condiviso: alcuni preti diocesani si chiedono perché non possano vivere insieme per non essere soli, perché non possano vivere una vita più comunitaria. Il desiderio viene, ad esempio, quando si ha la buona testimonianza di una parrocchia retta da una comunità di religiosi. Dunque, c’è un livello di collaborazione radicale, perché spirituale, di anima. E stare vicini spiritualmente in diocesi tra il clero e i religiosi aiuta a risolvere le possibili incomprensioni. Si possono studiare e ripensare tante cose. Tra queste anche la durata del servizio come parroco, che mi sembra breve e si cambiano i parroci troppo facilmente. Non nascondo che poi ci sono tanti altri problemi a un terzo livello, legato alla gestione economica. I problemi vengono quando si toccano le tasche! Penso alla questione dell’alienazione dei beni. Con i beni dobbiamo essere molto delicati. La povertà è midollare nella vita della Chiesa. Sia quando la si osserva, sia quando non la si osserva. Le conseguenze sono sempre forti.

Santo Padre, come la Chiesa anche la vita religiosa è impegnata ad affrontare le situazioni di abusi sessuali sui minori e di abusi finanziari con trasparenza e determinazione. Tutto ciò è una contro-testimonianza, suscita scandali e ha anche ripercussioni sulla proposta vocazionale e sull’aiuto dei benefattori. Quali misure ci suggerisce per prevenire tali scandali nelle nostre Congregazioni?
Forse non c’è il tempo per una risposta molto articolata e faccio affidamento alla vostra sapienza. Fatemi dire però che il Signore vuole tanto che i religiosi siano poveri. Quando non lo sono, il Signore manda un economo che porta l’Istituto in fallimento! A volte Congregazioni religiose sono accompagnate da un amministratore ritenuto «amico» e che poi le fa fallire. Comunque, criterio fondamentale per un economo è quello di non essere personalmente attaccato ai soldi. Una volta accadde che una suora economa svenne e una consorella disse a chi la soccorreva: «Passatele sotto il naso una banconota e certamente si riprenderà!». C’è da ridere, ma anche da riflettere. Importante poi verificare come le banche investono i soldi. Non deve mai accadere che ci siano investimenti in armi, ad esempio. Mai.
Circa gli abusi sessuali: pare che su 4 persone che abusano, 2 siano state abusate a loro volta. Si semina l’abuso nel futuro: è devastante. Se sono coinvolti preti o religiosi, è chiaro che è in azione la presenza del diavolo che rovina l’opera di Gesù tramite colui che doveva annunciare Gesù. Ma parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema. Quindi, attenzione a ricevere in formazione candidati alla vita religiosa senza accertarsi bene della loro adeguata maturità affettiva. Per esempio: mai ricevere nella vita religiosa o in una diocesi candidati che sono stati respinti da un altro seminario o da un altro Istituto senza chiedere informazioni molto chiare e dettagliate sulle motivazioni dell’allontanamento.

Santo Padre, la vita religiosa non è in funzione di se stessa, ma della sua missione nel mondo. Lei ci ha invitato ad essere una Chiesa in uscita. Dal suo punto di osservazione, la vita religiosa nelle diverse parti del modo sta operando questa conversione?
La Chiesa è nata in uscita. Era chiusa nel Cenacolo e poi è uscita. E deve rimanere in uscita. Non deve tornare a chiudersi nel Cenacolo. Gesù ha voluto che fosse così. E «fuori» significa quelle che io chiamo periferie, esistenziali e sociali. I poveri esistenziali e i poveri sociali spingono la Chiesa fuori di sé. Pensiamo a una forma di povertà, quella legata al problema dei migranti e dei rifugiati: più importante degli accordi internazionali è la vita di quelle persone! E proprio nel servizio della carità è pure possibile trovare un ottimo terreno per il dialogo ecumenico: sono i poveri che uniscono i cristiani divisi! Queste sono tutte sfide aperte per i religiosi di una Chiesa in uscita. L’Evangelii gaudium vuole comunicare questa necessità: uscire. Vorrei che si tornasse a quella Esortazione apostolica con la riflessione e la preghiera. Essa è maturata alla luce dell’Evangelii nuntiandi e del lavoro fatto ad Aparecida, contiene un’ampia riflessione ecclesiale. E infine ricordiamolo sempre: la misericordia è Dio in uscita. E Dio è sempre misericordioso. Anche voi uscite!

Alle 13,00 circa l’incontro si è concluso con alcune parole di ringraziamento e un lungo applauso. Il Papa, già in piedi, prima di lasciare l’Aula, ha salutato tutti con queste parole: «Andate avanti con coraggio e senza paura di sbagliare! Quello che non sbaglia mai è quello che non fa nulla. Dobbiamo andare avanti! Sbaglieremo, a volte, sì, ma c’è sempre la misericordia di Dio dalla nostra parte!». Prima di uscire, Francesco ha voluto salutare ancora una volta tutti i presenti, uno ad uno.

corriere.it

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La denuncia al Papa: «La Curia di Napoli ha coperto gli abusi del prete pedofilo»

L’esposto di una vittima al Pontefice: «Dall’arcivescovo Sepe gravi negligenze»

La Curia di Napoli ha coperto il caso di un prete pedofilo e il cardinale Crescenzio Sepe ha compiuto «gravi negligenze». È quanto si sostiene in un esposto inviato lo scorso ottobre al Papa e al cardinale Marc Ouelle, il prefetto della Congregazione per i vescovi, da un uomo che da bambino fu vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote. A raccontarlo è oggi Repubblica in un articolo a firma di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli.

VITTIME DEGLI ABUSI SESSUALI DI UN PRETE PEDOFILO, LA STORIA

La storia comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989, quando un 13enne, oggi sposato con moglie e figli, viene abusato dal suo insegnante di religione. A molti anni di distanza, nel 2010, dopo un malore, l’uomo è costretto a cominciare una terapia con uno psichiatra. I test psichiatrici confermano il suo vissuto di abusi sessuali. Lui decide allora di appellarsi alla giustizia canonica. Chiede un incontro con il cardinale Sepe, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare, senza tuttavia ottenere l’apertura di un procedimento. Dopo quattro anni di battaglie, nel 2014, scrive a Papa Francesco. Che promette di occuparsi del caso. Alcuni mesi dopo la curia di Napoli apre un’indagine. L’uomo viene convocato per una deposizione, ma non si vedono sviluppi. A luglio 2015 invia una mail nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza (lui è una guardia giurata) davanti alla Curia se non otterrà notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria. Perde il porto d’armi. A maggio 2016 decide di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Infine, arriva la denuncia al Pontefice. Si legge su Repubblica:

«Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

(Foto:  ANSA / CLAUDIO PERI)

in giornalettismo.com

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Manifesti contro papa Francesco: un attacco preciso, brutale e ben pianificato. Sbaglia chi minimizza

 L’attacco è stato preciso, violento, ben pianificato. Sbagliano i sostenitori di Francesco a voler minimizzare. E sbaglia anche il Vaticano a diffondere la tacita consegna “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

Perché i manifesti contro papa Bergoglio affissi sabato in molte parti del centro di Roma toccano i punti vitali dell’immaginario di questo pontificato. In primo luogo, il rapporto diretto con la massa dei fedeli e anche il popolo, che non crede ma ascolta con attenzione le parole di Francesco: rapporto ridicolizzato e deformato dalla foto, che sui manifesti mostra un pontefice ingrugnito. Più insidioso ancora è il secondo messaggio veicolato dalle affissioni: l’attacco brutale al cuore della sua buona novella, la misericordia. Come dire: “Sei un dittatore subdolo che parli di misericordia ma perseguiti chi non è d’accordo con te: dall’Ordine di Malta ai Francescani dell’Immacolata, a sacerdoti per te scomodi … e non hai nemmeno il coraggio di rispondere a quei cardinali che ti mettono in discussione”.
Vero e falso in un messaggio di lotta politica senza quartiere non hanno importanza. (La campagna elettorale di Trump insegna). E questo dei manifesti è un attacco “politico” in piena regola al pontificato bergogliano.

Raffinato nella sua perfidia è anche l’uso del dialetto romano. “A France’… “. Uno sberleffo che mira a svuotare nella sua volgarità ogni preminenza morale della personalità presa a bersaglio. Sbaglia anche chi minimizza, considerando la vicenda un mero sviluppo di un clima della comunicazione contemporanea diventato sempre più esplicito, polarizzato e aggressivo. Il che è vero. Ma nel caso di Francesco l’ondata di manifesti derisori è qualcosa di più: è un’ulteriore mossa di un’escalation che ha per scopo la denigrazione sistematica del suo riformismo e in ultima analisi la mobilitazione delle forze in vista del futuro conclave da cui (secondo i conservatori) non deve uscire assolutamente un Francesco II.

Ridicolizzare il Papa a Roma con metodi, che ricordano i tweet di Trump contro i suoi avversari o gli insulti da stadio contro giocatori e arbitri, significa appunto trascinare in basso la figura di Francesco per metterlo alla pari degli insulti da bar.

In questa vicenda – quali che siano i quattro gatti che un domani potranno essere individuati come autori materiali del fatto – non esiste un burattinaio unico. Esiste invece, a partire sin dai primi mesi del pontificato e in accelerata con il primo sinodo sulla famiglia, il coagularsi costante e crescente di molteplici gruppi, preti, vescovi e cardinali sostenuti da una galassia di siti internet, il cui motto è: “Questo Papa non ci piace!”. E’ un demagogo, un populista, un comunista, un femminista, un eretico … Che protestantizza la Chiesa cattolica, sminuisce il primato papale, toglie sacralità alla cattedra di Pietro, si allontana dalla Tradizione, semina confusione tra i fedeli …”.

Si prenda una cartina geografica e si appuntino con uno spillo le località da cui provengono i cardinali e i vescovi, che hanno scritto libri contro la svolta pastorale di Francesco in tema di etica familiare, che hanno firmato petizioni, che gli hanno mandato una lettera accusandolo praticamente di manipolazione dell’ordine dei lavori del Sinodo 2015, che infine (con la lettera dei quattro Cardinali dell’autunno scorso) lo hanno sostanzialmente accusato di tradire la parola di Dio iscritta nel Vangelo – e si avrà una mappa della rete mondiale – in Curia e nei cinque continenti – di coloro che nutrono malumore nei confronti della linea del pontefice. Preti, teologi, vescovi e cardinali che gli si oppongono apertamente e che dietro le quinte sono appoggiati da quanti ne condividono le idee ma non vogliono esporsi e intanto fanno resistenza passiva.

I manifesti di Roma, che attaccano pubblicamente Bergoglio nella Roma, di cui è vescovo e da cui svolge (come suona la definizione cattolica tradizionale) la sua “missione di pastore universale”, sono il segno allarmante di un movimento a lui contrario, che non ha tregua e incarna la stessa aggressività logorante che ha avuto negli Stati Uniti il tea party movement. La somiglianza colpisce. Quel movimento, che incessantemente anno dopo anno ha disgregato l’immagine di Obama, non era ovviamente in grado di rimuoverlo da presidente, ma al termine del suo mandato ha pesato enormemente sulle elezioni presidenziali.

C’è un “movimento del sacro incenso”, abbastanza numeroso come hanno dimostrato le votazioni al sinodo sulla famiglia, e variamente aggressivo, che mira a corrodere dall’interno degli ambienti ecclesiastici l’autorevolezza di Bergoglio. Il vasto consenso di cui gode nei sondaggi è solo una parte della questione. L’altra dimensione riguarda la Chiesa come istituzione. E in questa dimensione la guerra sotterranea è violenta.

Bergoglio, mostrando tranquillità, ha finora ordinato discretamente ai suoi sostenitori nella gerarchia di non dare importanza agli attacchi a lui rivolti. Ma la storia insegna che in una guerra civile chi non contrasta efficacemente gli attacchi, finisce per logorarsi. E qui chi si logora non è tanto la personalità storica di Francesco, ma la vitalità del fronte riformatore.
ilfattoquotidiano.it

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Papa Francesco all’Angelus: “Egoismo e maldicenze fanno male alla Chiesa”

“La missione dei cristiani nella società è quella di dare sapore alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via”.

Lo ha ricordato Papa Francesco all’Angelus. “Questi germi – ha spiegato – rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà e di riconciliazione”. “Per adempiere a questa missione, bisogna – ha scandito il Papa – che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni”. “Quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che dobbiamo portare con le nostre opere buone”, ha poi aggiunto Francesco commentando la pagina evangelica del discorso della Montagna. “Ognuno di noi – ha ricordato Francesco – chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio”. “Ci sia sempre di aiuto – ha pregato ad alta voce il Pontefice – la protezione di Maria Santissima, prima discepola di Gesù e modello dei credenti che vivono ogni giorno nella storia la loro vocazione e missione”. Un Angelus forte quello di Papa Francesco che arriva il giorno dopo i manifesti apparsi a Roma che puntavano il dito proprio contro il Pontefice.

Il Giornale

 

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Manifesti critici in zone benestanti di Roma. Quasi una caricatura ma Francesco non si ferma. La Riforma a tutti i livelli della Chiesa va avanti e non ci sono condizioni per fermarla

Riparte l’attacco a Papa Francesco. Questa volta anonimo, senza volto, ma riconoscibile dai contenuti denunciati su manifesti comparsi a decine in alcune zone “in” di Roma. Vi campeggia un volto di Francesco rabbuiato, infastidito che non attira simpatia ma rigetto.

La scritta è la firma di chi, per ora anonimo, sta dietro la bravata: “A Francé–vi si legge – hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitati l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali…ma n’do sta la tua misericordia?”.

A parte che la misericordia non si può dare, se non la si vuole e questi signori evidentemente non la vogliono perché non si pentono, continuano anzi a fare i loro comodi, l’attacco non è nuovo. Ma evidenza il persistere di quella mentalità di critica un po’ vigliacca di tirare il sasso nascondendo la mano che ha sempre caratterizzato l’ala conservatrice cattolica specialmente dal concilio Vaticano II, quando apparve prossima la fine dei giochini che permettevano a molti ecclesiastici di fare i propri comodi sulla pelle e la coscienza della gente. E perfino autoproclamandosicustodi affidabili e unici della retta fede cristiana. Con questo cristianesimo senza cuore quante sofferenze hanno caricato nella vita di milioni di persone, specialmente povere, donne, bambini.

Con Francesco questo gioco di lasciare il cerino acceso in mano all’avversario non regge più: egli ha sbancato il poker facendo venire alla luce del sole l’imbroglio. La vita cristiana – ha ripetuto in tutte le salse – non è una dottrina assoluta che sorregge una condizione di società ingiusta quando non disumana, ma è una vita vissuta alla sequela di Gesù che chiede di vivere secondo il Vangelo, nella fraternità e nella solidarietà con lo spirito delle Beatitudini.

Motivi per gli avversari di allarmarsi Francesco ne ha dato ogni giorno a questi suoi critici in tutto l’arco del suo ancor brevepontificato.

Sono cavalli di battaglia dell’ala conservatrice che si possono riassumere in tre capitoli: la critica puntuale e spettacolare di Francesco al capitalismo; la decisione disciplinare di Francesco di non più lasciare carta bianca al clero di abusare e prevaricare; la spinta di Francesco al risveglio spirituale per i religiosi, le associazioni, i semplici cristiani in tutti gli ambiti della società, aprendosi nella sostanza alle altre chiese cristiane e dialogando con tutti e superando i formalismi devozionali.

Certo che ci sono motivi per contrastare anche duramente Francesco dal punto di vista conservatore.

Sulla critica all’economia capitalista nessun papa ha parlato in termini da sembrare quasi un esponente della sinistra militante, anzi in una forma ancor più radicale come lo è il Vangelo rispetto a qualsiasi pensatore gauchista. Tutti ricorderanno la definizione di Francesco sul capitalismo: un sistema che uccide. E proprio ieri è tornato alla carica criticandolo nuovamente e richiamando il dovere di stare dalla parte dei poveri. Cosa che fa ancor più meraviglia mentre sull’economia mondiale si va stendendo l’ombra di Trump.

Ai 1.200 imprenditori di 54 Paesi partecipanti all’incontro “Economia di comunione” promosso dal Movimento dei Focolari,il Papa ha spiegato il modo di mettere insieme economia e comunione che la cultura attuale tiene ben separate puntando al profitto individuale.

“ È molto importante – secondo Francesco – che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo.

Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”.

Quanto alla disciplina ecclesiastica, basti ricordare che Francesco ha messo in pratica e dato un giro di vite concreto e pressante alle indicazioni di Benedetto XVI sui preti pedofili e i vescovi tolleranti verso i preti colpevoli di abuso verso i bambini.

E infine la spiritualità: anche qui Francesco ha rispolverato il concilio incrementando il dialogo con i cristiani di altre chiese e con altre religioni, promuovendo azioni concrete e condivise in favore della pace, riconoscendo le proprie responsabilità dei secoli passati nelle divisioni per motivi teologici e non evangelici. Ha richiamato i religiosi e le suore alla responsabilità di una vita di testimonianza gioiosa e coerente con il Vangelo come unica via per superare la grave crisi che attanaglia tutti gli ordini e congregazioni. Non ci si deve riferire a vecchi modi di fare ma a nuovi orizzonti evangelici servendo marginati ed esclusi.

Le realtà citate sul manifesto di contestazione sono tutte più o meno legate – secondo Bergoglio – a visioni mondane dell’essere cristiani, a modi che continuano a vivere e operare all’opposto di quanto indicato e disposto dal concilio Vaticano II. Per fortuna queste sensibilità sono tuttora espressioni minoritarie poiché,anche tra i cardinali che formano il Consiglio del Pontefice, è una esigua minoranza a non condividere le scelte. Infatti Francesco ha messo mano alacremente a valorizzare il principio della collegialità per cui le decisioni non le prende in solitudine ma dopo un attento esame con i vescovi riuniti nel sinodo.

notizie.tiscali.it

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Salvini, il piano contro il Papa. L’alleanza-terremoto dentro il Vaticano

Qualcuno potrebbe scherzarci su, dicendo che Matteo Salvini è (finalmente?) andato a «farsi benedire». Eppure la sua conversazione durata un’ ora e mezza con il cardinale Raymond Leo Burke – notizia circolata subito in vari siti online- avvenuta giovedì pomeriggio a Roma nella casa del prelato americano, ha molti significati. Innanzitutto il faccia a faccia tra il porporato noto per le sue posizioni conservatrici e il segretario della Lega Nord dimostra che questi è tutt’ altro che isolato. Le sue critiche nei confronti del pontificato lo hanno probabilmente marginalizzato in Vaticano, ma gli hanno aperto altre porte. E non solo in Italia.

Salvini avrebbe apprezzato alcune uscite del cardinale statunitense. D’ altra parte in più di una occasione il leader leghista si è schierato contro la politica delle “frontiere aperte” della Chiesa attuale, anche a costo di “sfidare” a duello – e prendersi più di un insulto – qualche prete. È successo giusto l’ altroieri, quando don Ivan Licinio, vicerettore del Santuario di Pompei, per rispondere in qualche modo al leader della Lega, che aveva invocato la castrazione chimica per il nigeriano che aveva molestato l’ operatrice di un centro di accoglienza nel napoletano, aveva cosi sinteticamente commentato: «Salvini, castrati il cervello».

Burke viene ormai considerato come il porporato «più vicino» al neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, verso il quale ha espresso chiare parole di apprezzamento. Il cardinale non ha avuto rapporti facili Oltretevere. Bollato come ultraconservatore, uno dei quattro firmatari dei «dubia» contro l’ esortazione apostolica del Papa Amoris Laetitia, e patrono dell’ Ordine dei Cavalieri di Malta, ora finito in una tempesta di polemiche e accuse e di fatto commissariato da Francesco. Ma ci sono altri fatti che non si possono trascurare: il Papa non ha abbandonato la strada della riconciliazione con i tradizionalisti. Inoltre, si sono raddoppiati gli sforzi per ricucire lo strappo con i lefebvriani. Con cui il cardinale Burke non ha a che fare, sia chiaro. Ma che comunque negli States ha molto seguito, le sue conferenze e i suoi incontri fanno il tutto esaurito. Altro dato di cui tenere conto: mentre calano le vocazioni negli ordini e nelle congregazioni in generale, si starebbe verificando una vera e propria primavera vocazionale, soprattutto in alcune regioni degli Usa, proprio nelle comunità lefebvriane. A spiegarlo, in una intervista al settimanale Vida Nueva e rilanciata dal sito Acistampa, è stato proprio Bernard Fellay, il vescovo che guida la comunità che sembra essere sul punto di una riconciliazione con Roma. Da tempo ormai si parla della soluzione della Prelatura personale.

Per tornare alle cose nostrane, ieri Salvini ha riunito a Roma i coordinatori del Lazio di Noi con Salvini. Non c’ è solo la frontiera nella Chiesa che vuole varcare, ma anche quella a Sud del Po, dove il Carroccio ancora stenta. «La prossima sfida sarà la giornata del tesseramento, il 18 febbraio, in tutte le piazze», ha spiegato. Con lui Raffaele Volpi e il segretario del movimento, Angelo Attaguile, che è siciliano. Salvini tornerà presto in Sicilia per presentare la candidatura di Attaguile alle primarie del centrodestra per le Regionali. Sempre che non si voti prima per le Politiche: il leader del Carroccio insiste, ma i canali con Berlusconi sono ancora chiusi. L’ unica buona notizia è la pace fatta a Padova, dove il candidato sarà il sindaco uscente Massimo Bitonci e sarà sostenuto pure da Fi.

Caterina Maniaci – in Liberoquotidiano.it

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Roma invasa da manifesti contro Papa Bergoglio, spunta l’ipotesi conservatori

“A Francè, ha commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i francescani dell’Immacolata, ingnorato cardinali… Ma ‘ndo sta la tua misericordia”. Questa mattina Roma si è svegliata così: con affissioni abusive sui muri di diverse zone in cui apertamente qualcuno contesta l’operato di Papa Francesco. Decine sono i manifesti anonimi in cui, la frase in romanesco accompagna una fotografia del Papa con un’espressione rabbuiata. Sugli autori la polizia di Roma ha aperto un’indagine e sta passando al vaglio le immagini delle telecamere di sicurezza nei pressi delle affissioni.

Intanto i manifesti, in parte strappati dai passanti, sono stati coperti dai vigili urbani con gli avvisi di “affissione abusiva”. Se anche le accuse non portano la firma, la frangia conservatrice tra le mura leonine si sta facendo sempre più rumorosa. Prima con la lettera dei tredici cardinali che contestavano il metodo utilizzato nel Sinodo, a loro giudizio “configurate per facilitare dei risultati predeterminati su importanti questioni controverse”, e riguardo all’Instrumentum laboris, ritenuto inadeguato come “testo guida e fondamento di un documento finale”. Poi con quella dei quattro cardinali sui dubbi nell’interpretazione (i “dubia”) di Amoris Laetitia, l’esortazione post-sinodale, alla quale non è stata data risposta.

Sull’intricata questione che coinvolge i Cavalieri di Malta (il cui cardinale patrono è il Raymond Leo Burke, uno dei firmatari della lettera dei dubia) proprio oggi è arrivata la nomina del delegato pontificio che seguirà l’elezione del nuovo gran Maestro, dopo le dimissioni di frà Matthew Festing che papa francesco ha chiesto nei giorni scorsi. L’ordine si era rifiutato di collaborare con una commissione d’inchiesta inviata dal Vaticano per far luce sull’allontanamento del Gran Cancelliere, Albrecht Boeselager, legato a una missione non autorizzata in Myanmar in cui si distribuivano dei preservativi, quando Boeselager era responsabile delle missioni all’estero.

Il delegato del Papa è monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato. Lavorerà in stretta collaborazione con Frà Ludwig Hoffmann von Rumerstein, luogotenente interinale, “per il maggior bene dell’Ordine e la riconciliazione tra tutte le sue componenti, religiose e laicali”, scrive il Papa. Becciu aiuterà l’ordine ad aggiornare la sua Costituzione.

Il Tempo

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