Viaggio in 10 tappe nella rete dei siti che danno notizie false in Italia

Roma – Siamo entrati da una porta di servizio in una galassia tutta italiana delle fake news. Fake news della peggiore qualità. Si tratta dell’ecosistema “LiberoGiornale.com”. E dei suoi contenuti correlati. Abbiamo fatto appena in tempo perché oggi, venerdì 16 dicembre, il sito è stato messo offline. Insieme al suo gemello Il Fatto Quotidaino. Da quella porta di servizio però ci si è aperto un’ecosistema intero di notizie false.

Un fenomeno che sarebbe un errore ridurre a pura satira da web. Sono macchine nate per sparare bufale in rete facendo leva sui sentimenti più bassi (rabbia, facile indignazione, contenuti volgari). Per spingere al click. E farci soldi con il traffico. Tanti soldi. Con milioni di pagine viste. Avvelenando in modo incosciente il clima del Paese approfittando di chi non ha gli strumenti per capire che si tratta di falsi creati ad hoc. Non sarà facile seguire tutte le tappe di questo viaggio. Ma facendolo si scoprirà chi c’è dietro, come fa a costruire questo ecosistema di notizie false. A volte più o meno false. E perché lo fa. Troveremo siti politici. Di falsa cronaca su fatti inesistenti. Che raccontano notizie sugli immigrati. Di gossip. Di cuccioli maltrattati. Quasi sempre falsità.

1. La bufala che ha fatto scoppiare il caso LiberoGiornale

Siamo partiti da LiberoGiornale.com. Il sito di bufale che ha messo in rete la notizia bufala su Paolo Gentiloni. Se andiamo a vedere i suoi codici in rete, ce ne sono due che è meglio tenere a mente. Il codice di AdSense (il programma pubblicitario di Google), e quello di EdinetADV (la società che distribuisce la pubblicità su questo sito: “kontrokultura”. Guardando dietro questi codici ci si accorge che il lavoro di costruzione di questa galassia è fatto discretamente bene. Il dominio registrato anonimamente. E’ ospitato su Godaddy (uno dei big player mondiali nella registrazione dei domini), quindi la possibilità di risalire al proprietario è molto scarsa.

Nessuna connotazione particolare sul sito LiberoGiornale.com (che a 5 mesi dalla nascita ha raggiunto 134mila visitatori mensili, dati SimilarWeb) tranne una mail alla pagina “disclaimer” (info@liberogiornale.com) che non porta ad altri risultati di rilievo. In teoria un binario morto. In teoria, però.

In fondo alla pagina si legge in piccolo: “Easy News Media Ltd Copyright – Satira e Finzione sono la nostra Missione”. Questa dicitura che Google apparirà identica in altri due domini: “news24italia.com” e “ilfattoquotidaino.com”.

2. Il secondo sito. Il Fatto Quotidaino

Ilfattoquotidaino.com Stesso film. Dominio registrato anonimamente sin da principio, con un nuovo indirizzo IP ( per i curiosi, è 50.62.88.95) ma sempre condiviso con migliaia di altri domini e gestito da GoDaddy. Come facciamo a sapere che in qualche modo è un sito parallelo a Liberogiornale.com? Stesso codice AdSense (1397269795950220)

Il sito per lanciare notizie false fa leva sul nome di una testata autorevole e conosciuta come il quotidiano diretto da Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano). Ne mutua anche il simbolo. Ma per dare notizie assolutamente false (la specialità della casa sono gli immigrati armati di coltello, come si evince dalla home page), con titoli scritti in maiuscolo e l’invito a condividere subito il post. Click dopo click. Euro dopo euro. Con un punto esclamativo immancabile alla fine. Come succede per Libero Giornale (cercando di sfruttare in questo caso i nomi dei due quotidiani, Libero e Il Giornale). Ma li accomuna anche un’altra cosa, oltre lo stile. La stessa pagina “disclaimer”, quella che riporta alla la medesima mail “info@liberogiornale.com”. Un altro pezzetto dell’ecosistema di fake news all’italiana.

3. Il terzo sito. News24Italia.com

Ancora un pezzo pezzo. News24italia.com. Cosa lo lega agli altri due? Lo stesso indirizzo IP, la carta di identità di chi si collega ad internet. News24italia è un sito molto più politico. Sulla home page ci sono attacchi a Gentiloni (che vogliono “processare per alto tradimento” e elogi del Movimento5stelle. Questo il pensiero politico. La parte delle news invece è una catena di notizie spesso non verificate. Anche questo 130mila lettori unici al mese.

4. La porta per il quarto sito. Direttanews24

Il suo codice AdiNetADV è “Direttanews24”. E apre una nuova porta. Quella ad un nuovo dominio. DirettaNews24.com. Si definisce un sito di notizie, un giornale. Dove non compare però alcuna registrazione in alcun tribunale italiano, a dispetto di quanto prevede la legge. Anche qui la linea “politica” è la stessa. Attacchi alla politica, agli stipendi “imbarazzanti” dei politici. 200mila visite al mese, partito da zero 4 mesi fa.

Tornando all’aspetto tecnico, per DirettaNews24.com gli indizi sono ancora più consistenti: registrato ancora anonimamente, chiaramente, e con un indirizzo IP condiviso, ma con una grafica che ricorda moltissimo News24italia.com. Non solo: con News24Italia.com condivide il codice di AdiNetADV “Direttanews24” ma anche il codice della pubblicità su Google AdSense. Mentre lo stesso è il codice di Google Analytics (che segna i dati del traffico)

5. Quinta porta. Kontrokultura.it e la comparsa di Matteo Ricci Mingani

Ma nemmeno questo è un binario morto. La galassia si espande ancora. E arriva a Kontrokultura.it. Ricordate l’AdiNetADV di LiberoGiornale.com? Bene, è lo stesso: “kontrokultura”. 100 mila lettori al mese. Un giornale di gossip se vogliamo. Con uno stile molto simile a quello dei precedenti. Qui però abbiamo qualche indizio in più. La rivista pare essere riconducibile alla società Edinet E.o.o.d. Sofia (BG). E appaiono una serie di contatti:

* Matteo Ricci Mingani : Fondatore & Editore redazione@kontrokultura.it

* Fiorella Atzori: Web editor fiorella@kontrokultura.it

* Sabrina Boni – Responsabile web marketing sabrina@teknokultura.it

* Sabrina Boni – Addetta Recruiting sabrina@teknokultura.it

Anche il dominio appare registrato proprio a Matteo Ricci Mingani, e una visura storica della registrazione del 2014 porta i suoi recapiti. Ci siamo. Fine del viaggio. Abbiamo intervistato Matteo Ricci Mingani che ci ha chiarito le sue posizioni. Le sue idee. Anche politiche. Legato agli ambienti di estrema destra italiani. A Forza Nuova. Cacciato per indegnità dal segretario Roberto Fiore.

6. Sesta porta. Il sito geek Teknokultura.it

Da Kontrokultura.it si trova un link nel footer a “Teknokultura, la tecnologia a portata di tutti.” che riporta direttamente al dominio teknokultura.it. Gadget e rumors su smartphone. 120mila utenti mensili.

Qui i nominativi appaiono gli stessi, ma con indirizzi e-mail leggermente differenti e legati direttamente al dominio edinet.bg, e nel dettaglio: Rimane Matteo Ricci Mingani il Direttore. Anche se nemmeno qui appare la dicitura sulla registrazione della testata al tribunale. Ma dati davvero interessanti, come vedremo, sono racchiusi nella pagina contatti:

E’ proprio in questa pagina, infatti, che si esplicita la ragione sociale di EdiNet come:

* Edinet Ltd

* Ulitsa SERDIKA, 22

* OBORISHTE

* 1000 Sofia (Bulgaria)

* VAT: BG 203972483

Quindi una azienda con sede a Sofia e con sede di Roma, stranamente coincidente con gli indirizzi della “Redazione”.

7. La società che tiene le fila di tutto: Edinet

Ma chi è questa Edinet? Il forte sospetto è che sia la stessa EdiNet che gestisce il fantomatico circuito EdiNetAdv che popola tutti i siti sopra menzionati e di cui , con i siti menzionati, Teknokultura condivide non solamente la proprietà (pare), ma i codici AdSense di di LiberoGiornale.com e di IlFAttoQuotidaino.com. E crediamo sia così. Qui i codici di pubblicità e il sito:

* Dominio dei codici di Advertising: http://edinetadv.com/related/service/widget/v2/?ac=kontrokultura&ch=4

* Dominio di Edinet Bulgaria: http://edinet.bg/

In apparenza abbiamo torto. Se non che entrando nel sito di Edinet.bg, una azienda bulgara con un sito in italiano, e cliccando sul link “Area Riservata” in alto a destra, si viene magicamente rediretti proprio al dominio che conosciamo EdinetAdv.com.

Che mostra un pannello di controllo riportante i dati aziendali:

* Edinet Ltd, VAT Number: BG 203972483, Ulitsa SERDIKA, 22 OBORISHTE, 1000 Sofia, Bulgaria

8. La pubblicitaria madre della galassia

Teknokultura, la concessionaria di pubblicità e i domini di bufale paiono tutte quindi essere correlate ad una unica grande “famiglia” pubblicitaria, che fa capo a una entità chiamata, appunto, Edinet Ltd, con una serie di contatti italiani. Ma non solamente contatti, parrebbe: su Linkedin è proprio Matteo Ricci Mingani di TeknoKultura a dichiararsi spontaneamente CEO della EdiNet LTD di Sofia dall’Aprile del 2016 qui.

9. Gli altri siti della rete

Cercando poi la concessionaria Edinet.bg saltano fuori una serie di altri siti molto, molto simili. Un esempio?

newsandroid.eu
viveresani.club
kontrokultura.net
kontrokultura.com
kkredazione.com (dominio delle mail e dei collaboratori)
thejetsetonline.net
chiedimitutto.com
Su kkredazione.com sono anche indicati i tariffari per chi ci lavora. 1,70 euro per ogni 1.000 visite. 17 per ogni 10.000.

Su un bel post di David Puente sono stati indicati altri siti:

Notiziea5stelle.com,
Newsandroid.eu,
Gazzettadellasera.com
Che sia proprio lui dietro al tutto? Ma, forse, non è nemmeno finito qui se analizziamo l’indirizzo IP del dominio EdinetAdv.com (per i curiosi, 109.233.123.30) Una macchina ospitata in un provider di Rivoli (TO):

* CriticalCase s.r.l

* Via Giolitti 4

* Rivoli(TO) – Italy

Su quella macchina sono ospitati tre domini:

Uno è edinetadv.com (la piattaforma di pubblicità che fa capo a Matteo Ricci), gli altri due fanno capo a società di pubblicità online che sostengono di non avere nulla a che fare con il business delle bufale.

10. L’intervista di AGI a Mingani, l’ex di Forza Nuova che ospita i siti di fake news

Non è l’unica similitudine. La società bulgara che, oltre alla strana similitudine dell’aspetto, presenta la medesima privacy policy, orientata ovviamente al mercato italiano (un po’ anomalo visto le sue origini bulgare) citando il Codice della Privacy Italiano. Ma potremmo essere forse solo sul piano delle coincidenze. Anche se assai strane per la verità. Rimane l’unica matrice comune. Matteo Ricci Mingani, 48 anni, di Albenga che ad Agi.it ha tenuto a sottolineare di non essere uno spacciatore di bufale. Ma di offrire un servizio per ospitare siti web. Di bufale. 19 siti letti da milioni di persone in Italia.

Aggiornato il 16 dicembre alle 22:45 e il 17 dicembre alle 18:25

Tolto un paragrafo in cui si citava un sito che ha spiegato la sua separazione societaria da altri soggetti citati e corretto un paragrafo in cui si parlava di società di pubblicità online legate al business delle bufale.
agi

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Genova, calo delle vocazioni. I “preti sposati” a Papa Francesco: “Torniamo in servizio”

A Genova, il movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati si fa avanti: “Ci accettino come hanno fatto coi pastori protestanti”

Arriva da Genova una singolare proposta per arginare il crollo dell vocazioni.

Non ci sono più aspiranti sacerdoti? Tornano alla carica gli ex religiosi dell’Associazione Sacerdoti Sposati. Non è uno scherzo da prete, ma l’inusuale proposta inoltrata al cardinale Bagnasco e a Papa Francesco. “Siamo pronti a rientrare in servizio se solo ci accettaste – scrivono gli ex sacerdoti -, come la Chiesa ha fatto con i pastori protestanti e i sacerdoti anglicani accolti con mogli e figli come sacerdoti cattolici romani”. Il tema è tanto dibattuto e scivoloso da fare sembrare la richiesta una provocazione. Al momento nessuno, né dal Vaticano né da Genova, ha risposto all’audace richiesta. Ma non si sa mai.

fonte: ilgiornale.it

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“Chiesa e sessualità” e la questione del celibato sacerdotale

Il talk show di attualità a tutto campo che per la quarta edizione osserva e commenta la nostra Italia per sollevare i consueti dibattiti che fanno il programma affronterà nella puntata di Martedì 9 Ottobre 2007 alle ore 14 il tema “Chiesa e sessualità” e la questione del celibato sacerdotale.Confermati come padroni di casa i due conduttori Roberta Lanfranchi e Milo Infante, che avranno il compito di guidare il telespettatore attraverso i temi e i contenuti suggeriti dall’attualità.  L’Italia sul Due è un programma di Sergio Bertolini, Manuela Cimmino, Sonia Petruso, Michele Presutti e Vito Sidoti.

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Intervista sul celibato, dopo l’avvento di Papa Ratzinger

Che cos’è cambiato per i preti sposati nella Chiesa cattolica dopo l’avvento di Papa Ratzinger? Ci sono soluzioni alternative al celibato dei sacerdoti? Quale futuro avrà il diaconato, e si potranno avere donne sacerdote? Sono domande che Affari (tramite il giornalista D’anna),  ha rivolto al Direttore dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati.

Il Santo Padre ha concesso la dispensa per un sacerdote anglicano sposato, che è stato consacrato sacerdote cattolico in Spagna. Si è trattato di un “permesso speciale” che a detta del Vescovo di Tenerife “non implica l’abolizione del celibato”. Perché questo gesto non viene esteso anche ai sacerdoti sposati italiani?
“La risposta arriva dalla posizione della Congregazione Vaticana per il Clero: “La Chiesa considera il celibato ecclesiastico non soltanto come una legge, essendo essa una conseguenza, ma, soprattutto, come un carisma eccellente ed una esigenza irrinunciabile per i sacerdoti di rito latino. Tuttavia, ponderate tutte le circostanze, come Madre ne concede la dispensa a quei chierici che, in vista della loro peculiare storia personale, si trovano – talvolta dolorosamente – nelle condizioni di non essere più capaci di osservarlo correttamente. Alla dispensa è connessa necessariamente la perdita dello stato clericale e il ritorno – legittimo perché autorizzato – allo stato di fedeli laici. Si tratta, evidentemente, di una situazione canonica ed esterna, giacché il carattere dell´ordinazione sacra è indelebile. Per questa ragione, la stessa legislazione ecclesiastica, al can. 976 del Codice di Diritto Canonico contempla la possibilità della valida assoluzione dei peccati in periculo mortis, anche in presenza di un sacerdote autorizzato, unica eccezione di azione sacramentale riconosciuta ai chierici che, legittimamente, hanno fatto ritorno allo stato canonico laicale. Ad essi la Chiesa non può né deve negare – e non avrebbe alcuna ragione per farlo – quell´attenzione pastorale che va rivolta a tutto il Popolo di Dio e conta effettivamente su di essi e sulla loro effettiva e sincera partecipazione nel campo dell`apostolato e della testimonianza di vita cristiana propria dei fedeli laici, elemento importante della nuova evangelizzazione alla quale l´intera Chiesa è chiamata, in ogni sua componente”.

Ma quando cambiano le cose?
“La questione appare diversa se tali persone, una volta ottenuta la regolare dispensa ed accettate le condizioni giuridiche ad essa legate, pretendessero costituire uno ” stato canonico” specifico e proprio, con ruoli istituzionali da esse definiti e tali da oscurare sia la struttura ecclesiale e ministeriale così come voluta dal divino Fondatore, sia la peculiarità propria dello stato laicale. Lo stesso si dica di associazioni ed aggregazioni che, mantenutesi nei campi dell´iniziativa privata in vista di un aiuto vicendevole e di una crescita nella santità e nell´attuazione propria della vita e della missione laicale, nulla hanno di riprovevole e possono addirittura costituirsi como valido contributo alla vita della Chiesa. Ma se tali organismi dovessero diventare, di fatto, organi di pressione per un cambiamento dell´inseganamento e della disciplina ecclesiale, o, peggio ancora, esercitassero formalmente un´attività che risulti causa di confusione dottrinale o pastorae dei fedeli, allora non si potrebbe certo pretendere che i legittimi Pastori e, primo tra essi, il Pastore universale, possano tacere innanzi all´illegittimità di una tale azione e di tali organismi.
La posizione del Santo Padre – che crediamo essere assistito dallo Spirito Santo per governare la Chiesa, in continuità con i Suoi predecessori ed in sintonia com la veneranda tradizione della Chiesa – è chiara e non lascia margine ad alcun dubbio. Il celibato ecclesiastico va conservato nella Chiesa come dono prezioso e, nella Chiesa latina, come condizione “sine qua non” per l´accesso e l´esercizio del sacerdozio ministeriale. Questa Congregazione, in spirito di fede e conscia che la sua ragione di essere sta nel costituire un organo di collaborazione al ministero pietrino, com forte motivazione, non potrebbe non ribadire che intende rafforzare la sincera e coerente applicazione di quanto insegnato al proposito nell´Esortazione Apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis”. Quelli che hanno lasciato non sarebbero da giudicare “vocazioni perdute” ma vocazioni recuperate per mete esistenziali più genuine”.
L’ordinazione dell’anglicano è un ecumenismo a tutti i costi, davanti al quale crolla ogni resistenza più o meno conservatrice?
“Uno dei temi che ormai non è più possibile eludere nel dialogo ecumenico è quello denominato “riconciliazione delle memorie”. Si tratta di affrontare, di comune accordo, l’analisi critica di quei fatti storici considerati devastanti nel rapporto tra le chiese e, in particolare, tra la Chiesa cattolica romana e le dissidenze minoritarie. Fatti che hanno largamente contribuito, non solo a dividere le chiese ma, in un rapporto di diffidenza, renderle reciprocamente nemiche, fino a non molti anni fa. In questa ricerca appare necessario non solo limitarsi a un semplice confronto con espressioni di generico riconoscimento, ma risalire alle motivazioni di fondo che hanno giustificato, o quanto meno determinato, l’azione repressiva. Lasciando da parte le ragioni di opportunità politica o di potere legate al tempo, occorre mettere allo scoperto le radici teologiche o meglio ecclesiologiche, che sono alla base del conflitto e che ancora oggi possono condizionare il cammino ecumenico”.

Che soluzione si potrebbe dare al problema dei sacerdoti sposati, oggi ai margini della Chiesa perché privati dello stato clericale?
“Di fronte alle gravi conseguenze che comporterebbe la riduzione allo stato laicale (senza lavoro, senza casa, senza pensione, ecc.),  il problema sessuale si è risolto in passato ricorrendo alle più svariate soluzioni (masturbazione, amante, convivente, pedofilia, omosessualità, ecc.), quasi sempre con la “complicità” del vescovo, in bilico tra la possibilità di perdere un “funzionario di Dio” o di promuovere uno scandalo. Ci sono tre livelli successivi di possibile soluzione riguardo al problema dei sacerdoti sposati.
A. Prioritario è chiedere che sia concessa facilmente ai sacerdoti che vogliono sposarsi la dispensa senza umiliazioni e tempi biblici di attesa. Questo in nome del rispetto dei diritti umani e della carità evangelica;
B. In un secondo momento è necessario considerare seriamente la possibilità per la Chiesa Cattolica di ammettere sia dei preti sposati a svolgere il ministero sacerdotale (i preti sposati sono coloro che si sposano dopo essere stati ordinati), sia far sì che degli sposati possano diventare sacerdoti. Questa scelta andrebbe fatta in nome della Tradizione cattolica e della Scrittura, nonché per motivi pastorali, cioè il grande bisogno di sacerdoti che c’è oggi;
C. Il discorso si amplia in vista della necessità del rinnovamento della Chiesa Cattolica la quale, dopo il fulgore del Vaticano II, sembra arenata in riflussi storici e in un inarrestabile declino soprattutto nei paesi occidentali. È necessario chiarire il ruolo del sacerdote nella società di oggi in base alle nuove esigenze della società, con una maggiore aderenza al dato scritturistico e recuperando i modelli della Chiesa primitiva apostolica. In questo discorso rientrano le problematiche del ruolo della donna nella Chiesa, della democratizzazione della gestione della Chiesa con un sostanziale decentramento operativo, del problema dei divorziati, degli omosessuali e di altri importanti impegni nei quali è in gioco la credibilità della Chiesa. Queste sono le soluzioni proposte da molti gruppi di sacerdoti sposati”.

Per quale motivo la Santa Sede dovrebbe abolire il celibato dei sacerdoti?
“Il celibato ecclesiastico imposto ai preti della Chiesa Cattolica, si sta rivelando sempre più uno strumento non più al passo coi tempi e fonte di gravi sofferenze e turbamenti all’interno delle comunità ecclesiali. Oltre a provocare un numero di abbandoni abbastanza consistenti ogni anno, esso è fonte di ipocrisie da tutti conosciute e tollerate quali la doppia vita che moltissimi sacerdoti sono costretti a vivere pur di continuare a svolgere il ministero a cui sono stati chiamati da Dio e dalla Chiesa. Che si tratti di una legge ecclesiastica e quindi sicuramente modificabile è dimostrato dall’esistenza nella stessa Chiesa Cattolica di normative diverse per gli appartenenti alle chiese di rito orientale dove i preti hanno la possibilità di contrarre matrimonio”.

L’abolizione del celibato permetterebbe di risolvere il problema delle crisi delle vocazioni sacerdotali?
“Solo il matrimonio per i preti cattolici può salvare la chiesa dal calo delle vocazioni. Numerosi appelli sono stati inviati al Vaticano affinché riveda la sua posizione a proposito del celibato dei sacerdoti. In una lettera inviata al sinodo dei vescovi dai prelati di Sidney,  secondo un sondaggio, che ha coinvolto circa 300 religiosi, la maggior parte degli intervistati si è dichiarato poco favorevole al celibato e lo considera responsabile del calo di vocazioni. D’altra parte,  il celibato è diventata una pratica consueta soltanto a partire dall’undicesimo secolo. “Da oltre 2000 anni la chiesa cattolica ha avuto  ed ha sacerdoti sposati”.

Ma allora, quale ruolo avrebbero i diaconi nella Chiesa?
“Il diaconato è un ministero presente già nelle prime comunità cristiane, tanto che nel Nuovo Testamento si leggono vari riferimenti alla loro persona e al loro ruolo. La scelta dei primi sette diaconi è descritta negli Atti degli Apostoli, e san Paolo li nomina tre volte, e cioè nelle Lettere ai Romani, ai Filippesi e a Timoteo.
Nella Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” del Concilio si legge che i diaconi ricevono il sacramento dell’Ordine “non per il sacerdozio, ma per il servizio”, e che, tra l’altro, possono “amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura”.  Oggi il diaconato permanente può essere conferito a uomini anche sposati, purché abbiano almeno 35 anni, cinque di matrimonio e, ovviamente, il consenso della moglie. La crisi della Chiesa durerà fino a quando essa non si deciderà a darsi una nuova costituzione. In questa nuova costituzione non ci potrà più essere posto per due classi –  sacerdoti e diaconi, sacerdoti e laici, consacrati e non consacrati – ed essa dovrà stabilire che un incarico affidato dalla Chiesa è sufficiente per condurre una comunità e celebrare con essa l’eucaristia. Questo incarico potrà essere affidato a uomini e donne, sposati e non sposati. In questo modo sarebbero risolti due problemi in una volta sola, quello dell’ordinazione delle donne e quello del celibato”.

fonte http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/vaticanopretisposati.html

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Terremoto 29 maggio 2012: aggiornamento notizie in tempo reale

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Giulio Girardi, il teologo rivoluzionario

Giovanni Franzoni
(Cdb San Paolo – Roma)

Ricordare Giulio Girardi al momento in cui lui ci abbandona fisicamente ma sicuramente non spiritualmente, significa ripercorrere tutta la nostra vita di cristiani impegnati dopo il Concilio tra gli anni 70 sino ai nostri giorni. Erano gli anni in cui gli uomini di scienza e di sapere non utilizzavano più le loro conoscenze per consolidare e rafforzare i poteri esistenti, ma spinti dal Concilio Vaticano II scendevano dalle cattedre per rendere viva e incarnata nella realtà sociale dell’umanità la loro fede.

Sono gli anni della lettera dei tredici preti romani che protestano contro la condizione di emarginazione di chi viveva in condizioni incivili nelle baracche della Capitale e della mia lettera «la Terra è di Dio» con la quale denunciavo la speculazione edilizia e il silenzio della Chiesa compromessa con gli interessi dei grandi proprietari fondiari e con le speculazioni fatte sulle spalle della povera gente nell’interesse della Dc romana. Erano gli anni in cui Gerardo Lutte, docente al pontificio ateneo salesiano come Girardi, usciva dai ranghi delle istituzioni e andava ad abitare tra i baraccati di Prato Rotondo. In quegli anni Giulio Girardi metterà a disposizione la sua conoscenza filosofica e teologica per una strategia di riavvicinamento del mondo dei credenti con la sinistra storica.

Per la rivoluzione delle classi subalterne spesso ridotte in condizioni subumane. Scrive «Cristianesimo e Marxismo». Avrà una cattedra alla Sorbonne di Parigi. Girardi metterà in crisi il suo rapporto con l’istituzione dell’ordine salesiano e con l’Ateneo salesiano. Con il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez ha cominciato ad assecondare la fondazione del movimento Cristiani per il Socialismo e la Teologia della Liberazione. È stato un lungo periodo durante il quale ci ha supportato e documentato sulla possibilità di non far coincidere l’alto percorso di fede con l’ideologia filosofica marxista. Ma di individuare obiettivi sociali concreti sui quali si realizzava l’incontro con le forze sociali e politiche di ispirazione marxiana. È stata una grande
stagione di elaborazione e di rivisitazione della fede che ha coinvolto le comunità cristiane di base sviluppate prima in America latina, poi in Africa e finalmente in Europa.

Ci ha aiutato a maturare la convinzione che optare per una scelta di classe non significava abbracciare una scelta ideologica, ma di rivisitare l’insegnamento evangelico dalla parte dei poveri e degli sfruttati. Era così che si dava concretezza a quell’idea maturata durante il Concilio Vaticano II grazie soprattutto all’opera del cardinale Lercaro, di una Chiesa che è anzitutto«convocazione
dei poveri». Non una Chiesa esclusiva, nella quale sono soltanto i poveri, ma che rilegge il messaggio evangelico nella condizione di coloro che sono senza voce, senza potere, senza autorità. A questa grande stagione di impegno teologico è seguita quella di Giulio Girardi che si fa supporto alle culture delle popolazioni indigene. Siamo alla crisi del socialismo reale che mostra il suo volto repressivo e autoritario.

Matura la convinzione che fosse da privilegiare la lotta delle popolazioni indigene per uscire dall’oppressione del colonialismo e dello schiavismo internazionale. A Quito in Ecuador nel 1992 ci sarà la svolta con la grande assemblea delle popolazioni indigene e dei movimenti che sostenevano i “senza terra” in Brasile. Anche nelle comunità cristiane si recupera la scelta di porsi non dalla parte dei civilizzatori, ma da quella dei colonizzati. Perché alle popolazioni indigene con il Vangelo era stata portata anche la sottomissione. Giulio Girardi partecipava con grande impeto a questo
movimento.

Era come innamorato della spontaneità e trasparenza della lotta di questi popoli. In Nicaragua aveva una sua stanza nel Centro Valdivieso di Managua. Sarà a fianco delle popolazioni del Chapas, in Messico ed amico e consigliere del leader cubano Fidel Castro. Oggi nessuno può avanzare una formula unica per la liberazione dei popoli. Molte sono le strade e molte le esperienze con cui misurarsi. Girardi aveva fatto sua la formula della nonviolenza attiva. Ha scritto su Gandhi il vescovo Proano. Riflettendo su Che Guevara è arrivato ad indicare una venatura di clemenza e di amore anche nella lotta di liberazione armata. Chi prende le armi peramore deve sapere che anche il nemico è un uomo oppresso da liberare. È così che anche nelle comunità di base si cominciò a coniugare una sorta di mitezza non soltanto verso gli oppressi, ma anche verso gli oppressori. Giulio Giradi è spirato in questa convinzione e la sua memoria non può diventare museale. Seguita ad essere quella che è stata sino ad oggi: una pratica di liberazione per tutti gli oppressi. Un processo che non può venire dall’alto, come accade con la globalizzazione finanziaria che lascia tutto nelle mani dei potenti.

La Teologia della Liberazione ci ha aiutato a capire che non è contro un nemico esterno che occorre combattere, che il nemico è anche dentro di noi. Che allo sfruttamento alimentato dall’esterno ci sono processi di reazione vitali: quelli autogestiti dalla base e dal mondo degli oppressi. È questo che con grande fatica ci ha aiutato a vedere Giulio Girardi. Questo portiamo avanti. Con la sua passione mite, gentile e profondamente umana, ma al tempo stesso rigorosa. Il suo è stato un faticoso andare controcorrente e verso il «poco probabile». È il cammino delle comunità di base. Come recita la canzone di Bennato, è stato il ricercatore dell’isola che non c’è. Ma che ci potrebbe essere. Sta a noi fare in modo che ci sia. Così lo ricorderemo oggi alle 14 alla Comunità di san Paolo. Si è spento nell’umiltà, ma la speranza di civilizzare l’umanità non è certo morta.

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SVILUPPO SOSTENIBILE: CRITICA AL MODELLO STANDARD

di Leonardo Boff

I documenti ufficiali delle Nazioni Unite così come l’attuale bozza di documento in vista di Rio+20 dedicano grande spazio al modello di sviluppo sostenibile, chiamato ad essere economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente corretto. È il cosiddetto Triple Botton Line (la linea dei tre pilastri) creato nel 1990 dal britannico John Elkington, fondatore dell’ong SustainAbility. Ma questo modello non resiste a una critica seria.

Economicamente praticabile

Nel linguaggio politico dei governi e delle imprese, sviluppo equivale al prodotto interno lordo (Pil). Guai all’impresa e al Paese che non abbiano indici positivi di crescita annuale! Entrerebbero in crisi o in recessione, con conseguente riduzione del consumo e perdita di posti di lavoro: nel mondo degli affari, si tratta di guadagnare denaro con il minore investimento, con la maggiore competitività e con il minor tempo possibili.

Quando parliamo qui di sviluppo, non parliamo di qualunque sviluppo, ma di quello che esiste realmente, quello industrialista/capitalista/consumista. Quello antropocentrico, contraddittorio ed errato. Mi spiego.

È antropocentrico perché è centrato solamente sull’essere umano, come se non esistesse una comunità di vita (flora e fauna e organismi vivi) che necessità anch’essa della biosfera e richiede ugualmente sostenibilità.

È contraddittorio, poiché sviluppo e sostenibilità obbediscono a logiche contrapposte. Lo sviluppo realmente esistente è lineare e crescente, sfrutta la natura e privilegia l’accumulazione privata. Si tratta dell’economia politica di taglio capitalista. La categoria della sostenibilità, al contrario, proviene dalle scienze della vita e dall’ecologia, la cui logica è circolare e includente. Rappresenta la tendenza degli ecosistemi all’equilibrio dinamico, all’interdipendenza e alla cooperazione di tutti con tutti. Come si deduce, sono logiche antagoniste: una privilegia l’individuo, l’altra la collettività; una promuove la competizione, l’altra la cooperazione; una l’evoluzione del più forte, l’altra l’evoluzione di tutti gli esseri interconnessi.

È sbagliato, perché considera la povertà come la causa della degradazione ecologica. Pertanto, quanto meno povertà, più sviluppo sostenibile e meno degradazione, il che è un errore. Analizzando criticamente le cause reali della povertà e della devastazione della natura, infatti, si vedrà che queste dipendono, non esclusivamente ma principalmente, dal tipo di sviluppo praticato. È questo che produce devastazione, perché dilapida la natura, impone bassi salari e di conseguenza crea povertà.

Tale sviluppo sostenibile è un inganno del sistema imperante: assume i termini dell’ecologia (sostenibilità) per svuotarli. Assume l’ideale dell’economia (crescita) mascherando la povertà che esso stesso produce.

Socialmente giusto

Se c’è una cosa che l’attuale sviluppo industriale/capitalista non può dire di sé è quella di essere socialmente giusto. Se lo fosse, non vi sarebbero un miliardo e 400 milioni di affamati nel mondo né sarebbe immersa nella povertà la maggior parte delle nazioni. Soffermiamoci solamente sul caso del Brasile. L’Atlante Sociale del Brasile del 2010 (IPEA) riferisce che 5.000 famiglie controllano il 46% del Pil. Il governo destina annualmente 125.000 milioni di reais al sistema finanziario e solamente 40.000 milioni di reais ai programmi sociali a favore delle grandi maggioranze povere. E tutto ciò smaschera la falsa retorica di uno sviluppo socialmente giusto, che è impossibile all’interno dell’attuale paradigma economico.

Ambientalmente corretto

L’attuale tipo di sviluppo viene portato avanti combattendo una guerra inarrestabile contro Gaia, strappandole tutto ciò che gli è utile come oggetto di lucro, specialmente a favore di quelle minoranze che controllano il processo. Secondo l’indice “Pianeta vivo” delle Nazioni Unite (2010), in meno di quarant’anni la biodiversità globale ha sofferto un calo del 30 per cento. Solo dal 1998 si è registrato un aumento del 35% delle emissioni di gas a effetto serra. Anziché parlare dei limiti della crescita, faremmo meglio a parlare dei limiti dell’aggressione alla Terra.

In conclusione, il modello di sviluppo che si vorrebbe sostenibile è pura retorica. In esso si realizzano dei progressi nella produzione con basse emissioni di carbonio, nell’utilizzo di energie alternative, nel rilancio delle regioni degradate e in una migliore gestione dei rifiuti. Ma che sia chiaro: tutto ciò avviene nella misura in cui non si tocchino i profitti né si limiti la competizione. L’utilizzo dell’espressione “sviluppo sostenibile” ha un significato politico importante: se vogliamo una sostenibilità reale, diventa necessario il cambiamento di paradigma economico. Nel modello attuale, la sostenibilità è o locale o inesistente.

adista documenti 3 Marzo 2012

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«L’economia capitalista non sarà mai verde». Un coro di critiche sul processo preparatorio di Rio+20

È iniziato decisamente male il processo preparatorio della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile nota come Rio+20 (cioè venti anni dopo lo storico Vertice della Terra del 1992), in programma il prossimo giugno a Rio de Janeiro. La prima bozza del documento Onu in vista della Conferenza, dall’evocativo titolo “The future we want” (Il futuro che vogliamo), non lascia infatti molti margini di speranza riguardo alla qualità reale di quel futuro (sempre ammesso che ci sia): chiaramente centrata sul concetto di “economia verde”, la bozza non contiene infatti alcun riferimento alla questione dei limiti del pianeta, della finitezza delle risorse, dell’insostenibilità del modello di crescita, della giustizia ambientale. Del resto, come evidenzia il documento firmato da Altreconomia, Fair, Legambiente ed Associazione Botteghe del Mondo in vista del vertice, dal titolo “Dalla Cop17 di Durban verso Rio+20. Dallo sviluppo sostenibile ad un vero cambio di paradigma”, «concetti come “giustizia climatica e sociale”, “sovranità alimentare”, “mercati locali”, “economia ecologica” sono ancora i grandi assenti del dibattito internazionale». Un dibattito pilotato da un settore privato che «sempre di più cerca di sostituire il concetto di “bene comune” con quello di “bene commerciabile”», ma anche da nuovi attori statali che non sono certamente da meno, come dimostra il fatto che «tra le principali dieci multinazionali classificate per fatturato 2010, al sesto posto spicca la China National Petroleum Corporation, a poca distanza dalla britannica BP», con le stesse politiche nei confronti degli ecosistemi e delle comunità umane: poco importa, infatti, al sistema climatico se, all’interno del modello economico attuale, «una nuova forma di capitalismo, quello “di Stato”» vada «affiancandosi al “capitalismo di mercato”». Così, al sistema globalizzato produttivista/estrattivista, industrialista oggi dominante, orientato alla crescita senza limiti, il documento di Altreconomia, Fair, Legambiente ed Associazione Botteghe del Mondo oppone «un sistema più legato alle specificità dei luoghi e delle comunità umane», basato non sulla globalizzazione ma sull’integrazione tra territori e centrato sull’economia locale ed ecologica, sulla sovranità alimentare e sull’agricoltura sostenibile. Da qui la necessità di promuovere «reti locali capaci di costruire network internazionali, in cui scambiare e testare economie concrete, ma anche sostenere conflitti territoriali contro scelte politiche o infrastrutturali insostenibili», favorendo «la crescita di un protagonismo politico capace d portare sui tavoli che contano (sia nazionali che internazionali) il nuovo modello di società che vogliamo».

In questo quadro, e di fronte all’«inconcepibile» silenzio che, come sottolinea p. Alex Zanotelli, si registra nel nostro Paese riguardo alla crisi ecologica, malgrado sia il «problema più grave che attanaglia tutti», è necessario, sostiene il comboniano in un comunicato dal titolo «Verso Rio+20. Salviamoci con il pianeta Terra», «rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita», informando in tutti i modi possibili affinché «la gente prenda coscienza della gravità della crisi ecologica»: «Mi appello anche ai sacerdoti – scrive Zanotelli – perché nelle chiese parlino di tutto questo: è un problema etico morale e teologico».

Ad appellarsi direttamente al papa è invece Roberto Malvezzi, consulente della Commissione Pastorale della Terra, in Brasile, che chiede a Benedetto XVI «molto più di una preghiera o di un messaggio di solidarietà alle vittime delle grandi catastrofi»: «Attendiamo ancora dal papa – scrive sulCorreio da Cidadania (14/2) – un qualche gesto reale, concreto, visibile in relazione alla preservazione della vita sulla Terra, particolarmente di fronte ai cambiamenti climatici». Sarebbe per esempio un «gesto storico», conclude Malvezzi, se, nei giorni di Rio+20, egli invitasse i rappresentanti di tutte le grandi religioni ad Assisi, per promuovere un appello a «tutti gli uomini e le donne di buona volontà a cercare una soluzione di vita per gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi».

Una soluzione che, insistono tutti movimenti altermondialisti, non potrà certo nascere all’interno del concetto di “sviluppo sostenibile” proposto nel 1992 per conciliare le preoccupazioni per lo sviluppo e quelle per l’ambiente: un concetto che, come sottolinea Via Campesina nel suo appello dal titolo “Recuperando il nostro futuro: Rio+20 e oltre”, non ha in alcun modo arrestato la corsa al profitto del sistema capitalista a scapito delle risorse umane e naturali. Né arresterà tale corsa quell’«ecologizzazione dell’economia» che prende oggi il nome di green economy, basandosi questa, evidenzia Via Campesina, «sulla stessa logica e sugli stessi meccanismi che stanno distruggendo il pianeta e affamando la popolazione»: «L’economia capitalista – si legge nell’appello – non sarà mai verde, perché comporta il sovrasfruttamento delle risorse naturali e dell’essere umano», basandosi su una crescita illimitata in un pianeta che invece ha raggiunto il suo limite. Ed è proprio attraverso la green economy che il capitalismo mondiale persegue nuove forme di accumulazione, in una logica di accaparramento delle risorse naturali del pianeta, considerate «come materie prime per la produzione industriale, come serbatoi di carbonio e come strumenti di speculazione».

 

di Claudia Fanti – adista documenti 3 Marzo 2012

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Viviamo sotto l’incubo di uno scontro fra Israele e Iran. Armato e nucleare

Tamburi di guerra

di José Arregi
Viviamo sotto l’incubo di uno scontro fra Israele e Iran. Armato e nucleare

Tratto dal quotidiano della provincia basca di Bizkaia Deia (12 febbraio 2012). Titolo originale: La guerra que viene

Sono molte le guerre terribili di cui conosciamo l’inizio ma non la fine. Che disgrazia! Ora se ne annuncia un’altra, una guerra ancora, che può essere atroce quanto altre o la più atroce di tutte. Già si sentono rulli di tamburo da Tel Aviv a Teheran, da Teheran a Tel Aviv. Washington la dà per inevitabile. E Roma tace.

Può succedere la prossima primavera, quando negli antichi campi della Persia spunta di nuovo la vita e la luna si nasconde, o la prossima estate, quando si leva il sole e le ombre dell’Iran si disperdono. Di questa guerra che viene – a meno che non stiano mentendo semplicemente per impaurire l’Iran e farlo “ravvedere”, e speriamo che stavolta ci mentano -, di questa guerra più che probabile voglio parlare in questa mattina di inverno, piena di silenzio e di pace nell’umile Arroa (località dei Paesi Baschi, ndt).

I grandi poteri già da tempo vanno facendo calcoli, perché nessuna guerra si intraprende prima di aver fatto bene tutti i conti, se può essere vinta o no. I grandi poteri sono in questo caso “il grande potere”, al singolare, sebbene abbia un nome plurale e ben solenne: gli Stati Uniti d’America. E tutto dipende da quanto interessi agli Usa aiutare o sostenere il suo alleato Israele. Le cifre del calcolo sono molto semplici, sebbene la previsione del risultato sia diabolicamente complessa: è più pericoloso lasciare che l’Iran fabbrichi la sua bomba atomica o cercare di impedirglielo attaccando le sue installazioni nucleari? Stati Uniti e Israele possono vincere sull’Iran? Possono guadagnare più di quello che perdono, per molto che sia?

Cioè, il calcolo più egoista e più freddo possibile. Se pensi di vincere, fai la guerra. Se pensi di perdere, negozi la pace nei termini migliori che puoi. Questo è tutto. Così si son fatte tutte le guerre e quasi tutte le paci nella desolante storia di questa umanità che non riesce ad essere quello che vuole essere, quello che vorrebbe essere ma non può. Già lo aveva detto Gesù, quel gran rivoluzionario pacifista ebreo di Nazareth: «Qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un’ambasciata e chiede di trattare la pace» (Luca 14,31-32). Ma Gesù non lo diceva come parabola egoistica,  al contrario, come parabola della piena generosità: «Amica, amico, non ti obbligo a niente. Che non ti inganni il suo primo impulso, perché può rovinarti nel tuo impegno impossibile. Non metterti a seguire il mio Vangelo e a staccarti da tutto, se prima il mio Vangelo non ti libera e non ti riempie di pace. Il Vangelo è una buona novella che esige tutto, perché libera da tutto».

Dopo, la Chiesa istituzionale ha travisato anche questo. Nel III secolo, però, il sacerdote teologo romano Ippolito, che ebbe gravi conflitti con i vescovi di Roma ed è venerato come santo, insegnava che servire nell’esercito è deprecabile quanto la prostituzione o il traffico di schiavi. E ci sono stati giovani, come Giulio e Massimiliano, che hanno preferito farsi uccidere piuttosto che arruolarsi nella legione imperiale. Ma nella misura in cui la Chiesa si è andata alleando con i grandi poteri, o nella misura in cui essa stessa è andata diventando un grande potere, ha costruito la teoria della guerra giusta. E la casistica si è imposta sul principio profetico, e l’interesse dei grandi ha finito con il prevalere sulla difesa degli ultimi, che sono solitamente la maggioranza. La teologia scolastica medievale ha stabilito le condizioni di una guerra giusta, che il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica continua ad adottare tale e quale: che sia per evitare un male maggiore della stessa guerra, che la guerra sia l’ultima risorsa e… che abbia probabilità di vittoria. “Probabilità di vittoria”. Questo è, in ultima istanza, il primo criterio, e il decisivo. Guai ai vinti! Essi non decidono mai la giustizia. Non giudicano mai la storia. E Roma tace.

E qui stiamo. Gli Stati Uniti e Israele inizieranno questa nuova guerra solo se pensano di vincerla. E sarà dichiarata giusta solo se servirà agli interessi di quelli che vinceranno. Alcuni sostengono anche, per esempio, che la guerra è la soluzione delle grandi crisi economiche, come quella che stiamo soffrendo (chi l’ha cominciata?). Non si rendono conto che – o se ne rendono conto, ma non importa loro –  che le guerre le vincono solo alcuni (alcuni settori industriali, o alcuni regimi in pericolo, per esempio il regime di Ahmadinejad, ma anche quello di Netanyahu e quello di Obama). La maggioranza perde sempre le guerre, perché i suoi interessi ne escono sempre sconfitti. E i morti da una parte e dall’altra? Cosa diranno i morti, se veramente ci importa dei morti?

Dicono israeliani e americani, dicono anche gli europei e perfino gli arabi dicono, mentre Roma tace, che non si può tollerare un Iran con la bomba nucleare. Ma un Israele con bomba nucleare sì, si può tollerare. E tutti quelli che già l’hanno la bomba li tollerano, perché non c’è più rimedio. Calcolano, e i conti non gli tornano: sarebbe troppo pericoloso fare la guerra a chi possiede armi nucleari. Nessuno avrebbe attaccato l’Iraq né l’Afghanistan se essi avessero posseduto bombe atomiche. Se l’Iran la possedesse, nessuno l’attaccherebbe. Tanto meno l’attaccherebbe se temesse che i missili iraniani Shaab 3 distruggerebbero Tel Aviv uccidendo migliaia di isrtaeliani. Ne consegue che la ragione di Israele per attaccare l’Iran è giustamente l’argomento dell’Iran per costruire la bomba nucleare e missili potenti. La ragione la dà il potere. Chi ha la bomba ha il diritto. E non ci vengano a dire che una bomba nelle mani di un Paese democratico è accettabile, mentre non lo è nelle mani di una dittatura. Dipende da chi decide sulla democrazia. Di quale democrazia ci parlano a questo punto il signor Netanyahu e lo stesso signor Obama, per Nobel della Pace che sia? Non gli crediamo. Vogliono potere. I loro interessi sono la loro legge.

Sia chiaro che non ho la minima simpatia per il fanatico e bellicista presidente iraniano Ahmadinejad. Porta il suo Paese alla rovina. Un Paese ammirevole, dalla storia, cultura, lingua, letteratura ammirevoli. Una delle più antiche civiltà del mondo. Lì ha scritto Zoroastro, tremila anni fa, ammirevoli versi di pace. Lì è nato e ha regnato Ciro, il liberatore di tutti i popoli vinti dell’epoca, Israele fra gli altri, prigioniero di Babilonia. A lui si deve il “cilindro di Ciro” (un blocco cilindrico di argilla che contiene un’iscrizione in accadico cuneiforme con il quale Ciro il Grande legittima la propria conquista di Babilonia e cerca di guadagnarsi il favore dei suoi nuovi sudditi, ndt) che alcuni considerano la Prima Dichiarazione dei Diritti Umani e che si può vedere al British Museum (come è arrivato là?). Ciro il persiano, che il profeta Isaia chiama «unto», «Messia» o «Cristo» di Dio, perché Dio è di tutti, tutti siamo in Dio.

Che non venga la guerra. Che non ne vengano più. Che scompaiano le ingiustizie, ma senza guerra. Che nessuno dichiari giusta la sua guerra perché ha il potere di imporre i suoi interessi. Che nessuno menta in nome della giustizia. Che venga la pace ai nostri cuori. Il cuore non mente. Le cime innevate, il cielo argentato, il prato solitario, la mattina silenziosa… Non mentono in questo giorno d’inverno: la pace, non la guerra, è la madre di tutte le cose.

adista contesti 3 Marzo 2012

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