Giovani e lavoro. Stop al posto fisso, attratti dall’autoimprenditorialità

Stop al posto fisso, attratti dall'autoimprenditorialità

Avvenire

Animati da una spiccata propensione all’altruismo sia nella dimensione privata che nella sfera pubblica, i giovani mostrano un rinnovato interesse per la politica, sono informati e sanno motivare le proprie opinioni. Critici verso un’Europa in cui ritengono che l’Italia conti poco o nulla e da cui si aspettano un impegno attivo sulla questione dei migranti, auspicano un cambiamento e per questo andranno a votare in massa il prossimo 26 maggio. Sul modello di Greta Thunberg, si candidano al ruolo di attori protagonisti del presente. Questo il ritratto della generazione tracciato dal VII Rapporto di ricerca realizzato dall’Osservatorio “Generazione Proteo” della Link Campus University, che quest’anno ha intervistato circa 10mila studenti italiani tra i 17 e i 19 anni. «La nostra ricerca – dichiara il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo” – conferma il permanere di un disallineamento tra il mondo adulto e i giovani, cui tuttavia questi ultimi rispondono rivelando un inarrestabile desiderio di reazione, che abbiamo sintetizzato nella definizione di “giovani re-attori”. Tuttavia, nel loro candidarsi ad attori protagonisti del presente, i nostri giovani hanno bisogno di essere legittimati in questo ruolo dal mondo adulto e dalle Istituzioni. La generazione dei re-attori ci ha lanciato un assist e sta a noi, mondo adulto, scegliere se sostenere o meno la sua candidatura. Ma con la consapevolezza che, in assenza di un tempestivo riscontro, i giovani (questo ci dice la nostra ricerca) sceglierebbero, se potessero, di vivere un’altra epoca o di nascere in un altro Paese». I risultati del VII Rapportosono stati presentati nel corso della conferenza stampa nel corso della quale sono intervenuti il presidente della Link Campus University Vincenzo Scotti, il prof. Fabrizio Fornari (Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara), la prof.ssa Anna Maria Giannini (Sapienza-Università di Roma), il giornalista David Parenzo. A concludere i lavori il vice ministro del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, prof. Lorenzo Fioramonti. La conferenza stampa ha aperto ufficialmente la IV edizione di #ProteoBrains, la “due giorni” annuale di confronto e dibattito tra centinaia di studenti, provenienti da tutta Italia, e che quest’anno ha ospitato ai tavoli tematici dieci special guest espressione della cultura del suono (musicisti, doppiatori, sound designer, speaker eccetera).

Europa. Due pesi, due misure. Lontani da giudizi netti sull’Europa, i giovani intervistati tendono a privilegiare posizioni più sfumate che, se da un lato abbracciano un’interpretazione positiva dell’Unione Europea vista come una potenza internazionale (21%) e come garante della sicurezza in caso di conflitti (18,9%), dall’altro ne mettono in luce criticità e defezioni. Il giudizio complessivo sull’Europa appare infatti viziato non soltanto dalla percezione di una confederazione in cui tutti gli Stati non hanno lo stesso peso (25,3%) – a cominciare dall’Italia che il complessivo 59,4% circa degli intervistati giudica “per nulla” (9,3%) o “poco” (50,1%) influente – ma anche dall’opinione diffusa di una incapacità di gestione dell’emergenza immigrazione (20,3%). Proprio sulla questione della chiusura dei porti ai migranti, gli intervistati tornano a rimarcare il compito imprescindibile dell’Europa nel dipanare una problematica complessa (37,6%). Sempre su questo argomento il 24,4% dei giovani si dichiara a favore della chiusura dei porti, laddove il 22,1% lo condanna come un gesto ritenuto indegno di un Paese democratico.

Elezioni europee: tutti alle urne per dovere civico. Alla vigilia delle elezioni europee, gli intervistati sembrano comunque avere le idee chiare sulla loro partecipazione alla consultazione elettorale: l’80% di loro si recherà infatti alle urne, principalmente perché – e in maniera del tutto speculare a quanto emerso nel VI Rapporto di ricerca (2018) con riferimento alle elezioni politiche – “votare costituisce un dovere civico” (76,6%). No all’“Italexit”, sì all’Unione culturale europea. In larga misura favorevoli all’Europa, solo pochi intervistati vorrebbero una “Italexit”: l’80% circa voterebbe infatti “no” a un referendum che decreterebbe l’uscita del nostro Paese dall’Europa, mentre è meno netto il giudizio sull’uscita dall’Euro, preferita da uno studente su tre (34,8%). Oltre che per la sua dimensione politica, l’Europa viene percepita dai giovani anche come un processo culturale, come suggerito da quegli intervistati per i quali essere cittadini europei significa “costruire una cultura condivisa” (31%), mentre passano in secondo piano gli aspetti economici (18,6%).

Interesse per la politica: segnali di ripresa. I giovani mostrano segnali di una rinnovata attenzione nei confronti della politica, contrariamente al sentire comune. La percentuale di coloro che si dichiarano interessati alla politica risulta infatti significativa e, seppur ancora confinata a un limitato segmento della popolazione giovanile, fa registrare una decisa impennata, crescendo dal 30% del 2016 al 41% nel 2019, con un incremento complessivo dunque di 11 punti percentuali in tre anni.

Troppo diversi, non dureranno a lungo.
 Consapevoli delle profonde differenze esistenti tra le forze politiche che compongono l’attuale esecutivo, i giovani esprimono perplessità quando si parla dell’alleanza di governo, che per i più non durerà a lungo (32,8%). I più critici ritengono invece che l’alleanza rappresenti solo un modo per spartirsi le poltrone (27,5%). Ma non manca chi plaude al suo operato ritenuto in linea con le promesse elettorali (10,7%) e chi considera il contratto un “modello di governo” per il futuro (8,4%).
Le priorità del Governo. La lotta alla povertà è in cima alla lista delle priorità che gli intervistati assegnano al governo (21,7%), seppure si tratta di una classifica in cui fatica a emergere una specifica esigenza, giacché il ventaglio delle priorità per i giovani risulta vasto e ricomprende al suo interno tanto la già citata lotta alla povertà, quanto il contrasto alla criminalità (15,9%), la riduzione delle tasse (14,4%), la gestione dell’immigrazione (12,9%), le politiche per l’occupazione (12,7%), la riduzione dell’evasione fiscale (10,3%), le politiche per l’ambiente (10%).

Reddito di cittadinanza: due giovani su tre sono favorevoli. Ben vengano politiche come il “reddito di cittadinanza” che raccoglie i favori del complessivo 67,2% degli intervistati e che, in presenza dei necessari controlli (37,7%), contribuirà non solo a rilanciare l’economia (9,2%), ma anche a ridare dignità alle persone (20,3%). Complessivamente circa la metà degli studenti ne farebbe richiesta, perché non rinuncerebbe a un aiuto economico (20,5%) e perché ritiene che si tratti di un’opportunità e di un supporto alla ricerca del lavoro (23,4%).

Favorevoli alla legittima difesa. La quasi totalità dei giovani intervistati ritiene giusto sparare a un ladro che entra in casa, anche se i più legittimano tale comportamento solo in presenza di un reale e oggettivo pericolo di vita (44,4%). Per contro vi è un complessivo 12,8% di contrari per i quali sparare rappresenta un comportamento sbagliato in qualsiasi situazione (4,2%), e secondo cui non può esserci giustizia fai-da-te in un Paese democratico (8,6%).

Bye bye “posto fisso”. Pensando al proprio futuro, la povertà spaventa (22,1%). Non a caso, chiamati a indicare un’immagine per esprimere l’idea del disagio sociale, gli intervistati scelgono quella del suicidio di un padre di famiglia che ha appena perso il lavoro (33,4%) o di un anziano che rovista nella spazzatura (25,4%). Ma è soprattutto con il timore di un lavoro non coerente con i propri sogni (41%) che gli intervistati fanno i conti. Un lavoro cui i giovani guardano in modo diverso rispetto al passato, rifuggendo la sicurezza del “posto fisso” che per la metà degli intervistati assume un’accezione negativa, giacché non rinuncerebbero alle proprie ambizioni per il fantomatico “posto fisso” (29%), faticherebbero a fare lo stesso lavoro per tutta la vita (6,2%), così come sono convinti che ormai il lavoro piuttosto che cercarlo, bisogna crearselo (14,9%). Per contro, a difendere il “posto fisso” sono quei giovani che vedono in un lavoro sicuro l’unico modo per fare progetti futuri (33,7%).

Il lavoro si crea a partire dalle passioni.
 D’altra parte, i giovani guardano in modo nuovo al mercato del lavoro: attratti dall’idea di fondare una start up, considerata un’opportunità di crescita personale e professionale (23,4%), nonché un’occasione per diventare imprenditori di sé stessi (21,5%), restano affascinati anche dalle nuove professioni. Come quella dell’influencer, al quale i giovani riconoscono il talento di aver trasformato un hobby in un business (40,9%) e che, lungi dall’essere solo una moda (14,4%), viene considerato il lavoro del futuro (9,4%). Un’opinione condivisa anche per un’altra figura professionale, quale quella del gamer: a fronte infatti di un complessivo 20% circa che dichiara di “video-giocare” – chi a livello professionistico (3,5%), chi in maniera amatoriale (15,6%) – è opinione diffusa che si tratti di persone che hanno avuto il grande merito di far fruttare una passione personale (48,5%), riuscendo quindi a lavorare divertendosi (15,8%).

Pena di morte. Si attesta a livelli ancora molto elevati la percentuale dei giovani favorevoli alla pena di morte (28,4%), nonostante un sensibile calo rispetto al passato (34,5% nel 2018). Tra le motivazioni a sostegno della pena capitale, la convinzione che un grave crimine vada ripagato con la propria stessa vita (51,6%), che possa essere un deterrente in grado di favorire la riduzione dei crimini (17,3%), e che si tratti di uno strumento in grado di assicurare giustizia alle vittime e ai loro familiari (21%). C’è tuttavia da segnalare come, rispetto alle precedenti edizioni della ricerca, ad essere cresciuta sensibilmente è la percentuale dei giovani che si dichiarano contrari alla pena di morte: dal 35,8% del 2017 al 55,6% del 2019.

Scuola: centralità al ruolo degli insegnanti, a loro giudizio “sottopagati”. I giovani intervistati investono i propri insegnanti di grandi responsabilità, non mancando di riconoscere l’importanza e l’autorità del loro ruolo: se infatti oltre uno studente su tre ritiene quello dell’insegnante uno dei mestieri più importanti (35,1%), e che richiede una vocazione (25,5%), i giovani sono consapevoli che si tratti però di un lavoro spesso sottovalutato oltre che sottopagato (30,3%). L’importanza della figura degli insegnanti è riconosciuta dagli stessi genitori secondo i quali – riferiscono gli intervistati – dovrebbe essere sempre rispettata la loro autorità (37,4%), nonché il loro ruolo, insieme a quello della famiglia, nell’educazione dei ragazzi (37,3%).

Alternanza scuola-lavoro: una buona opportunità, solo se migliorata.Giudizi contrastanti sull’alternanza scuola-lavoro, che raccoglie i favori di chi la ritiene un’opportunità per avvicinarsi al mondo del lavoro (29,6%) e per arricchire il percorso di studi affiancando la pratica alla teoria (13,3%), ma anche le lamentele di quanti invece la reputano una perdita di tempo (36,3%), oltre che un’occasione data alle aziende per avere manodopera senza costi (7,8%).

Regionalizzazione dell’istruzione. Decisamente più critici invece rispetto alla regionalizzazione dell’istruzione: i giovani credono infatti in una didattica universale e con programmi scolastici uguali per tutti (30,4%), e sono preoccupati delle conseguenze che un simile provvedimento potrebbe produrre in termini di un ulteriore divario tra le Regioni più ricche e quelle meno abbienti (29,1%).

Smartphone a scuola: plebiscito contro il divieto. La dipendenza dei ragazzi dallo smartphone emerge prepotentemente in riferimento ad alcuni comportamenti “devianti” messi in atto a scuola: se infatti quasi 1 studente su 4 (23,7%) dichiara di non riuscire a concentrarsi nello studio senza avere accanto il cellulare, ben 1 studente su 3 (33,9%) non riesce a seguire un’intera lezione senza guardare il proprio smartphone, cui si aggiunge chi controlla le notifiche persino durante le interrogazioni (11,5%). Motivo per cui vi è un plebiscito contro il divieto di utilizzo a scuola dello smartphone (78,7%).

Hate-speech: fake news e minacce social alla reputazione. Riflesso della degenerazione della nostra società (32,9%), l’utilizzo e l’esasperazione dei toni e dei linguaggi violenti appartiene, secondo i giovani, soprattutto alla Rete e ai social network (37,6%), molto più che alla politica (20%) o alla televisione (12,8%), ma nonostante ne facciano quotidianamente esperienza, uno studente su tre non sa cosa sia l’hate-speech (32,7%). Ma la Rete si sa, nasconde molte insidie tra le quali preoccupa maggiormente la diffusione di materiale riservato o intimo (27,3%), mentre spaventano meno il furto di identità (15,2%) o la violazione dell’account social (14,6%). D’altra parte, secondo oltre la metà dei giovani Proteo (57%) è proprio la diffusione di foto, video, scherzi offensivi, sia online che offline, a danneggiare la reputazione di un ragazzo oggi, più di un fisico non attraente (12,6%). Tra le altre minacce della Rete non possono non essere menzionate le fake news, considerate anch’esse pericolose e in grado di minare la reputazione di una persona (24%) e che oggi trovano, secondo gli intervistati, terreno fertile tanto nella volontà di condizionare negativamente fatti o personaggi pubblici o politici (27,5%), quanto nella superficialità della condivisione online dei contenuti (26,9%) e nella costante ricerca dei “like” (23,2%).

L’altruismo come stile di vita. Tra i compiti più importanti affidati ai genitori, quello di insegnare ai propri figli ad aiutare gli altri (45,3%), un’esigenza che si rispecchia nell’alta percentuale di intervistati impegnati attualmente in attività di volontariato (36,2%) o che vorrebbero esserlo in futuro (33,3%), e che vedono nella solidarietà uno strumento per provare a cambiare il mondo che li circonda (32,5%) o fare qualcosa di concreto per la società in cui vivono (26,9%). Quest’apertura all’altro si riflette anche nell’elevato parere favorevole alla donazione degli organi (89,4%), così come nell’atteggiamento degli intervistati che, accanto a una persona disabile vorrebbero e proverebbero in qualche modo a essere utili (39,3%), e che rispetto alla controversia sui vaccini assumono una chiara presa di posizione a favore, avendo a cuore la salvaguardia della salute di tutti (44,5%) e, soprattutto, di quella dei bambini (35,5%). “Altruismo”, peraltro, fa rima non solo con “solidarietà”, ma anche con “inclusione”. Soprattutto nei confronti degli omosessuali, che per la maggioranza degli intervistati non hanno nulla che li renda diversi dagli altri (54,5%); semmai, come sostiene il 19,2%, essi contribuiscono a una società più aperta e nuova.

Il modello Greta. I giovani italiani plaudono inoltre all’iniziativa della giovane attivista svedese Greta Thunberg contro il cambiamento climatico e alla quale si riconosce il merito di aver portato all’attenzione del dibattito pubblico un tema così importante (40,5%) e di aver sollecitato l’impegno personale di altre persone seguendo il suo esempio (12,5%). Ciononostante, un giovane su quattro circa ritiene che la sua attività, seppur meritevole, non riuscirà a cambiare le cose e produrre effetti concreti e immediati (26,4%). Far sentire la propria voce è tuttavia importante (per 60,8% si tratta di “uno dei principi essenziali della società”), anche quando si tratta di esprimere il proprio dissenso. Quanto alle modalità attraverso cui fare ciò, la Rete resta lo strumento più efficace (39,2%), nonostante vi sia chi crede che il modo migliore per esprimere il proprio dissenso sia scendere in piazza (18,7%) o andare a votare (16,3%).

Sì o no? Favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere (53,9%), gli intervistati sono invece contrari all’acquisto di alcolici (72,3%) o sigarette (69,8%) da parte dei minorenni, così come esprimono perplessità sulla possibilità della patente di guida a 16 anni (47,4% i favorevoli, 38,1% i contrari). Consapevoli dell’importanza del sesso sicuro, sostengono l’iniziativa di distribuire preservativi a scuola (56,2%), mentre faticano a tenere separate la sfera della sessualità da quella dell’affettività, dal momento che i più ritengono il sesso meno divertente e soddisfacente in assenza di sentimenti (39,3%). Appoggiano le pratiche dell’aborto (60,8%), della fecondazione assistita (64%) e del suicidio assistito (51,6%); difendono in maniera decisa le unioni miste (84,1%); si dividono infine sull’opportunità di adozione di un figlio da parte di coppie omosessuali (47,2% i favorevoli, 33% i contrari).

Dati Istat su povertà. Quadrio Curzio: «Creare occupazione è l’unica soluzione»

da Avvenire

Il vero problema, inutile nasconderlo, resta il lavoro che non c’è. E la spaccatura tra le due anime del Paese: quella storica tra il Nord e il Sud e quella più recente tra gli italiani e gli immigrati. Mondi che girano a velocità diverse e non è un caso che gli ultimi dati Istat sulla povertà evidenzino un maggiore rischio di rimanere ‘ai margini’ per chi vive al Sud e per chi arriva da lontano. Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, è convinto che al di là dei numeri, questa volta quasi positivi, si debba puntare alle strategie per il futuro. E investire subito per combattere il vero problema: la mancanza di posti di lavoro.

Professore dall’Istat arrivano segnali positivi, diminuisce il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale e anche la forbice della diseguaglianza tra i ‘paperoni’ e gli ultimi.
Bisognerebbe analizzare a fondo i dati per capire. Sembrano in contraddizione con le ultime stime sull’occupazione che dicono che la situazione non è rosea. Le previsioni indicano un certo rallentamento e quindi è molto difficile valutare queste oscillazioni indicate dall’Istat. Un aspetto da approfondire è la percentuale, tra le persone che vivono in condizioni di deprivazione o di difficoltà, di immigrati. L’Istat sottolinea che quasi una persona su due (il 49,3%) tra quelle che vive in famiglie con straniere è esposta ad un rischio povertà o esclusione sociale, quota vicina al doppio rispetto alle famiglie di soli italiani.

In termini assoluti la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in pratica quasi un terzo. Sono numeri allarmanti?
Sono numeri ancora molto elevati: sia per la percentuale di chi vive in condizione di grave deprivazione materiale (10,1%) sia quella di chi risulta a rischio povertà (20,3%). Da economista dico che le politiche più importanti per contrastare questo fenomeno sono quelle dell’occupazione, dell’inserimento lavorativo, dei processi formativi scolastici. Anche misure come il il reddito di inclusione sono importanti, sono misure che tutelano la dignità delle persone, ma il vero impegno della politica deve essere a sostengo dell’occupazione.

Come si supera il problema dell’occupazione che manca soprattutto al Sud?
La ripresa occupazionale c’è stata ma si è fermata al Nord dove si è tornati oggi ai livelli occupazionali pre-crisi. Al Sud invece c’è un livello di disoccupazione pesantissimo, c’è il fenomeno preoccupante dei Neet. La crisi ha acuito in maniera violenta il dualismo tra le due aree del Paese. Adesso serve uno sforzo enorme di politica economica per riequilibrare la situazione e per evitare un ulteriore depauperamento di risorse umane del Mezzogiorno. Bisogna dirottare risorse e puntare sugli investimenti infrastrutturali per facilitare la connessione logistica e al tempo stesso creare occupazione di qualità visto che le infrastrutture oggi si realizzano con tecnologie molto avanzate.

LA DISOCCUPAZIONE SCENDE AI MINIMI, PER I GIOVANI RISALE RIVISTI AL RIALZO DEFICIT (2,3%) E DEBITO (131,8%) NEL 2017

La disoccupazione a febbraio torna a scendere, passando al 10,9% dall’11,1% di gennaio. Lo rileva l’Istat, spiegando che il tasso è pari a quello di dicembre, quando si sono toccati i minimi da agosto 2012. Andamento inverso però per i giovani tra i 15 e i 24 anni, al 32,8% dal 32,5% di gennaio. L’Istat a questo proposito osserva ‘un significativo incremento dei dipendenti a tempo indeterminato (+54 mila)’ dopo 10 mesi in calo. Ma è record per il numero di dipendenti a tempo determinato, a quota 2.918.000. Rivisti al rialzo dall’Istat deficit e debito nel 2017: il primo 2,3% e il secondo al 131,8%.

ansa

LAVORO: INPS, SALDO DEI CONTRATTI STABILI A GENNAIO +70.000 LE ASSUNZIONI A GENNAIO 2018 SONO STATE 655.000 (+22,1%)

A gennaio i contratti a tempo indeterminato firmati tra nuove assunzioni e trasformazioni di contratti a termine e da apprendistato sono stati oltre 190.000 con un saldo positivo rispetto alle 119.826 cessazioni di contratti stabili di oltre 70.000 unità. Lo rileva l’Osservatorio Inps sul precariato riferito al settore privato. Nel complesso le assunzioni a gennaio 2018 sono state 655.000 (+22,1% su gennaio 2017).

ansa

La Chiesa torinese con 34 giovani disoccupati. Ma non da lavoro a scuola ai preti sposati

La notizia pubblicata in http://www.vocetempo.it/la-chiesa-torinese-giovani-disoccupati/ è stata commentata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati: “Il Direttore dell’Ufficio Scuola IRC della diocesi di Torino, don Gottardo, aveva preso in giro un sacerdote sposato disoccupato, facendogli fare inutilmente un grande viaggio di speranza verso Torino. Alla fine lo aveva liquidato perché era troppo vecchio (il sacerdote sposato aveva solo 54 anni con idoneità all’insegnamento e in possesso dei titoli richiesti)  Un violazione dei più elementari diritti dei lavoratori (ndr)

Di seguito l’articolo

È entrato nella seconda fase il Laboratorio metropolitano promosso dalla Diocesi di Torino, nell’ambito dell’Agorà del Sociale, avviato lo scorso ottobre dall’Arcivescovo Nosiglia con l’obiettivo di affrontare, con metodi innovativi, il nodo della dell’educazione al lavoro dei giovani e della prevenzione alla disoccupazione nell’area torinese.

 

Concluso il periodo di formazione e orientamento per 34 ragazzi dai 18 ai 29 anni inizia ora l’esperienza di tirocinio in azienda. I giovani hanno ricevuto il “mandato” dalla Pastorale del Lavoro diocesana il 19 marzo al Santo Volto.

Il progetto è finanziato dalla Diocesi attraverso i fondi lasciati dal Papa per il territorio torinese in occasione della sua Visita pastorale a Torino nel giugno 2015, frutto delle offerte dei pellegrini per l’Ostensione della Sindone. Sono impiegate, inoltre, risorse, stanziate dalla Fondazione Operti e dalla Compagnia di San Paolo.

Con la Pastorale del Lavoro e la Fondazione Operti collaborano al Laboratorio la Cooperativa Orso e le associazioni Ires, Engim, Gioc e Acli.

I ragazzi, provenienti da cinque zone della diocesi,  Collegno (7 ragazzi) Rivoli (6), Settimo Torinese (7), Torino Falchera (6) e Torino Mirafiori Nord (8), presteranno il loro tirocinio professionale in multinazionali come l’Oreal di Settimo, sartorie artigianali, aziende di servizi, officine. Saranno seguiti da animatori  della Pastorale del Lavoro, educatori e tutor in azienda e da due parroci, don Teresio Scuccimarra, parroco di San Giuseppe Artigiano a Settimo, e don Filippo Raimondi, parroco a Collegno.

Diplomati magistrali. Ventimila maestre denunciano l’Italia in Europa

La protesta delle maestre contro la sentenza del Consiglio di Stato

La protesta delle maestre contro la sentenza del Consiglio di Stato

È finito sul tavolo del Consiglio d’Europa, il pasticcio dei 50mila diplomati magistrali ante 2002, esclusi dalle Graduatorie ad esaurimento e dal ruolo da una sentenza del Consiglio di Stato. In attesa che il Ministero dell’Istruzione dia indicazioni operative agli Uffici scolastici regionali (a questo riguardo, viale Trastevere è ancora in attesa del parere dell’Avvocatura dello Stato sulla corretta interpretazione della sentenza), il sindacato autonomo Anief ha presentato un reclamo collettivo al Consiglio d’Europa, a nome di oltre 20mila maestre e mastri di scuola materna ed elementare.

«Violata la Carta sociale europea»

Secondo il sindacato, la sentenza del CdS violerebbe la Carta sociale europea e il principio di non discriminazione dei diplomati magistrali, abilitati all’insegnamento, ad essere immessi in ruolo. «Lo stesso Consiglio di Stato – ricorda il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico – ha pronunciato ben sette sentenze che hanno riconosciuto questo diritto. Quella del 20 dicembre, invece, viola il diritto alla stabilità lavorativa, precarizzando il lavoro di migliaia di persone. In questo contesto lo Stato italiano è colpevole tre volte: come legislatore, giudice e datore di lavoro».

Sciopero degli scrutini

Per protestare contro lo stallo in cui versa la situazione, ormai da oltre un mese, l’Anief ha proclamato lo sciopero degli scrutini, che, a seconda dei calendari decisi dalle scuole, si svolgeranno tra oggi e la metà di febbraio. In questo modo, il sindacato punta a bloccare l’attività, con gravi ricadute sugli studenti e le famiglie. «Non è possibile – sottolinea Pacifico – che gli insegnanti siano abilitati a sostenere gli scrutini e poi, invece, possano essere cacciati dalla scuola da una sentenza del genere». Lo sciopero di tutti gli insegnanti e del personale della scuola è stato proclamato anche dai Cobas per il 23 febbraio. I sindacati di base vogliono risposte sui diplomati magistrali, ma anche sul precariato scolastico e sul rinnnovo del contratto

«Licenziamento di massa»

L’allarme sul futuro dei diplomati magistrali interessati dalla sentenza del CdS è lanciato anche dalle associazioni Adida e Mida, che parlano apertamente di «enorme licenziamento di massa» al termine dell’anno scolastico. Per fare il punto della situazione, le associazioni hanno organizzato un convegno a Roma per domenica, con i legali che stanno seguendo il caso. «Si profila un quadro preoccupante che necessita di un momento di confronto immediato – si legge in una nota -. È a rischio la tenuta della scuola».

Avvenire

BALZO DEGLI OCCUPATI A NOVEMBRE, MAI COSI’ DA QUARANT’ANNI

ansa

BENE PER I GIOVANI. ESULTA IL PD, OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO Balzo dell’occupazione a novembre 2017: gli occupati in Italia sono 23.183.000, +65mila su ottobre e +345mila sul 2016. E’ il livello più alto dal 1977. Il tasso di disoccupazione scende all’11% dall’11,1% di ottobre e quello di occupazione 15-64 anni sale al 58,4%. Calo record della disoccupazione giovanile al 32,7%: -7,2 punti su novembre 2016, il calo più forte di tutta l’Eurozona. Esulta Gentiloni. ‘Mai così da 40 anni’. Renzi: ‘Il jobs act funziona’. Poletti: Buone riforme danno buoni frutti. M5s e Fi attaccano: ‘il precariato aumenta’.

Giornata del Lavoro vittime infortuni

Arriva in un momento drammatico per il mondo del lavoro, la 67esima Giornata per le vittime degli infortuni,promossa per questa domenica, 8 ottobre, dall’Anmil, l’Associazione dei mutilati e invalidi e delle famiglie dei caduti. La manifestazione nazionale è in programma a Cagliari, ma cerimonie si svolgeranno in tutti i capoluoghi, dove sarà lanciata la campagna “Cambiamo la storia”, per andare verso un ambiente di lavoro più rispettoso della salute e della vita dei lavoratori.

Da ormai molti mesi a questa parte, i dati delle denunce di infortunio registrate dall’Inail, fanno segnare un costante aumento dei casi e anche il report dei primi otto mesi dell’anno va, purtroppo, in questa direzione. Nel periodo gennaio-agosto, le denunce di infortunio sono state 421.969, con un aumento di 5.229 casi rispetto allo stesso periodo del 2016.

«La preoccupazione per l’aumento infortunistico dell’1,3% – spiega il presidente dell’Anmil, Franco Bettoni – è dettata soprattutto dal fatto che a tale incremento hanno contribuito soltanto le gestioni Industria e servizi (+2,0%) e quella Conto Stato dipendenti (+3,3%), quindi parliamo proprio di carenza di sicurezza nei luoghi di lavoro più rischiosi».

Molto preoccupante è anche l’incremento delle denunce di infortunio mortale, passate dalle 651 dei primi otto mesi del 2016 alle 682 di quest’anno, con un aumento, dunque, di 31 vittime. Uomini e donne che sono usciti di casa la mattina per recarsi al lavoro e non sono più tornati, lasciando le famiglie nella più cupa disperazione. Una strage pressoché quotidiana che, soltanto nell’ultima settimana, ha visto altre sei vittime oltre a due feriti gravi.

«È tempo di riflessioni e di confronti che devono dare seguito a provvedimenti stringenti – aggiunge Bettoni –. Per questo – conclude il presidente dell’Anmil – la Giornata per le Vittime del Lavoro rappresenta un’importante occasione per riflettere e programmare le azioni più efficaci da intraprendere. Noi come Anmil siamo pronti a fare la nostra parte e dare il massimo supporto per promuovere la cultura della prevenzione, ma questa lotta agli infortuni si vince solo operando tutti con un medesimo obiettivo: il rispetto della salute e della vita dei lavoratori».

Maggiori controlli e più sicurezza sono chiesti a gran voce anche dai sindacati. Cgil, Cisl e Uil hanno diramato una dura nota congiunta dopo la morte, avvenuta venerdì, di un lavoratore marittimo di 45 anni nel porto di Taranto. L’uomo era impegnato su un pontone nel dragaggio dei fondali, quando è stato colpito dal cedimento di una struttura assicurata da cavi in tensione ed è morto all’istante. Secondo le organizzazioni sindacali dei trasporti, «non sono più rinviabili i decreti di attuazione delle norme su salute e sicurezza relative al lavoro in porto e sulle navi. Vanno riformate le normative vigenti ed effettuate tutte le verifiche e tutti i controlli per evitare che eventi drammatici continuino ad accadere nei porti del nostro Paese ed altri lutti colpiscano i lavoratori e le loro famiglie. Spetta al Ministero dei Trasporti, spesso sensibile su queste tematiche – sostengono infine Filt, Fit e Uiltrasporti – finalmente predisporre nuove e più incisive norme che prevengano il ripetersi di troppi incidenti mortali».

Infine, un appello a una narrazione più corretta e rispettosa degli incidenti sul lavoro, arriva da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, che da anni si batte sul fronte della prevenzione. Nei giorni scorsi, Bazzoni ha lanciato l’appello “Non chiamatele più morti bianche”. «Quelle sul lavoro non sono “morti bianche”, quasi fossero candide, immacolate, innocenti, ma sono sporche, sporchissime!», scrive l’operaio nell’appello che ha lanciato in Rete.

da avvenire

“Il Papa invita a denunciare diritti dei lavoratori. Ma nella chiesa violati diritti preti e il lavoro dei preti sposati”

Il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati aveva avviato una causa di lavoro per riconoscere alcuni diritti del lavoro dei preti. Non ha trovato un difensore disponibile nella causa di appello dopo che il tribunale di Vitervo aveva riconosciuto alcuni diritti del lavoro dei parroci equiparandolo a un lavoro subordinato ma senza riconoscere benefici economici al lavoro dei parroci.
In Appello a Roma il difensore avvocato del prete sposati nell’udienza di urgenza per la causa di lavoro si è presentato davanti al giudice senza documenti giustificando il fatto con una dimenticanza!!!

Ecco in basso le frasi di Papa Francesco
E’ un appello a “ricordare sempre la dignità e i diritti dei lavoratori” il videomessaggio del Papa per l’intenzione di preghiera per il mese di ottobre. Riprendendo un concetto dell’Enciclica di San Giovanni Paolo II “Laborem Exercens” del 1981, Francesco esorta a “denunciare le situazioni in cui essi vengono violati” per “contribuire a un autentico progresso dell’uomo e della società”.

Il Papa chiede di pregare “per il mondo del lavoro, perché siano assicurati a tutti il rispetto e la tutela dei diritti e sia data ai disoccupati la possibilità di contribuire con il lavoro all’edificazione del bene comune”. Francesco ha pronunciato il suo ultimo discorso al mondo del lavoro domenica scorsa primo ottobre, durante il suo viaggio a Bologna, sottolineando la necessità del welfare e del dialogo per superare la crisi che colpisce i lavoratori.
fonte: informazione.it

DISOCCUPAZIONE CALA IN AGOSTO, PIU’ DONNE E GIOVANI A LAVORO

ansa

GENTILONI, CICLO POSITIVO. BERNINI, OCCUPAZIONE PRECARIA Trentaseimila occupati in piu’ e 42 mila disoccupati in meno nel mese di agosto. Il tasso di disoccupazione scende all’11,2% (era 11,6% l’anno prima) e quello giovanile al 35,1% (era 37,3%). La ripresa ha il volto delle donne e dei lavoratori a termine, le sole due categorie di occupati in crescita rispetto a luglio. Il tasso di occupazione femminile, il 48,9%, segna un nuovo record storico mensile. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dice che ”siamo in un ciclo positivo e va incoraggiato”. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan parla di ”risultati lusinghieri del Jobs act”. Dall’opposizione, la senatrice di Forza Italia Anna Maria Bernini attacca su Twitter che ”l’occupazione e’ al 97% precaria, femminile e ultra 50enne”.

Lavoro. Le ferie d’agosto creano occupazione

Ad agosto in Italia il mondo del lavoro non è andato in ferie, ma ha messo una marcia in più. Le cifre diffuse ieri dall’Istat confermano il trend positivo per l’economia nazionale: il tasso di disoccupazione è sceso di due decimali attestandosi all’11,2%. Stesso risultato positivo anche per la componente giovanile scesa al 35,1%. Gli occupati sono 36 mila in più. In realtà ci sono 45mila dipendenti a termine in più, mentre i permanenti e gli indipendenti sono scesi rispettivamente di 2mila e di 7mila unità. L’aumento degli occupati è accompagnato da un nuovo lieve calo degli inattivi, cioè delle persone che non hanno né cercano un lavoro (9mila in meno rispetto a luglio) e da una flessione dei disoccupati (42mila).Pur evidenziando una serie di elementi positivi, tra cui l’aumento dell’occupazione femminile e una creazione di lavoro più diffusa tra classi di età, i dati lasciano intravedere alcune ombre. A partire dal rischio che si tratti di occupazione stagionale, legata al turismo e quindi sostanzialmente destinata a “perdersi”. Stesso discorso per quanto riguarda le assunzioni a tempo indeterminato che non spiccano il volo. Dopo la spinta iniziale determinata dagli sgravi contributivi per i neoassunti, il Jobs Act ha perso slancio. Su base annua, i posti di lavoro a tempo determinato sono cresciuti di 350 mila unità (+14,3%) mentre i dipendenti permanenti hanno segnato un incremento di 0,4% (pari a 66mila posti di lavoro). A crescere sono soprattutto gli occupati over50 (354mila in più). Un incremento che gli analisti attribuiscono all’allungamento dell’età pensionabile, per effetto delle riforme degli ultimi anni. Crescono anche gli occupati giovani, 15-34enni (167mila), mentre calano i 35-49enni (-147mila) per effetto del calo demografico di questa classe. Ad agosto a trainare l’occupazione sono state le donne (+0,5% su mese). Il tasso di occupazione maschile è rimasto stabile al 67,5%, quello femmininile invece è cresciuto di 2 decimi di punto al 48,9%. Il tasso di occupazione totale è salito di un decimo a 58,2%, gli occupati sono oltre 23 milioni. «I dati Istat di confermano che continua il cammino positivo e che il miglioramento dell’occupazione accompagna la crescita dell’economia» esulta il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. «Prosegue la tendenza di medio-lungo periodo di crescita dell’occupazione», rimarca ancora il ministro, sottolineando che «gli occupati, al netto dell’effetto della componente demografica, crescono in tutte le classi di età». Di «dati positivi» parla anche il premier Paolo Gentiloni a margine di un incontro con i sindaci della grandi città. Via Facebook il segretario del Pd, Matteo Renzi rilancia in vista della prossima legislatura, nella quale si dice pronto a «raddoppiare gli ottimi risultati di questi anni». Al di fuori del dibattito politico, a rilevare come «una nota di cautela» rispetto ai dati di agosto venga proprio dal fatto che la nuova occupazione creata nel mese sia interamente temporanea, e presumibilmente trainata dal turismo, è Paolo Mameli, senior economist Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo. A prevalere comunque sono gli elementi positivi. «A nostro avviso la disoccupazione manterrà un trend al ribasso nei prossimi mesi» dice l’economista. La disoccupazione sarà stabilmente sotto l’11% solo a 2018 inoltrato. Un invito ad andare oltre i dati arriva dalla segretaria della Cisl Annamaria Furlan: «Cresce il Pil e cresce finalmente anche l’occupazione. Ci sono ancora milioni di disoccupati e per questo abbiamo un grande lavoro da fare per l’utilizzo dell’apprendistato, la diffusione dell’alternanza scuola-lavoro ma soprattutto per le politiche attive del lavoro». Altri segnali positivi arrivano intanto dall’Osservatorio mercato del lavoro della Cna, che registra una crescita del 3,7% per l’occupazione nelle piccole imprese tra l’agosto 2016 e quello 2017, in accelerazione rispetto al progresso del 3,1% visto nei 12 mesi precedenti. Rispetto alla media dell’eurozona però l’ltalia viaggia ad una velocità minore, per quanto in recupero. Nell’area, ha reso noto oggi l’Eurostat, il tasso di disoccupazione si è infatti confermato da agosto al 9,1%, con la componente giovanile al 18,9%.

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LA DISOCCUPAZIONE SCENDE ALL’11,2%, AUMENTANO GLI OCCUPATI

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+375 MILA IN UN ANNO. GIÙ AL 35,1% ANCHE GIOVANI SENZA LAVORO Buone notizie sul fronte del lavoro, il tasso di disoccupazione scende all’11,2% ad agosto, in calo di 0,2 punti percentuali da luglio e di 0,4 punti da agosto 2016. L’Istat fa sapere inoltre che si registra nel mese un incremento degli occupati pari a 36 mila unità rispetto a luglio e pari a 375 mila persone rispetto ad agosto 2016. In questo modo, il tasso di occupazione sale al 58,2% (+0,1 punti sul mese, +1% sull’anno). La crescita congiunturale, in particolare, riguarda tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni ed è tutta dovuta alla componente femminile (che segna un nuovo record al 48,9%) e ai lavoratori a termine. Bene anche per la disoccupazione giovanile, il cui il tasso scende al 35,1%.

LAVORO: +437MILA POSTI IN SECONDO TRIMESTRE,329MILA A TERMINE

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DATI DI INPS, ISTAT E MINISTERO, BOOM PER IMPIEGHI A CHIAMATA Nel secondo trimestre ‘prosegue la tendenza all’aumento dell’occupazione’, con una crescita ‘ancora interamente determinata dalla componente del lavoro dipendente’. E’ quanto si legge nella nota congiunta Istat, Inps, Ministero del Lavoro, da cui emerge che le posizioni lavorative del periodo sono 437.000 in più rispetto al secondo trimestre 2016, di cui 329.000 contratti a tempo determinato e 108 mila a tempo indeterminato. Boom del lavoro a chiamata o intermittente (+13,5%), in seguito anche all’abrogazione dei voucher.

Via libera alla riforma del lavoro autonomo

Via libera definitivo del Senato al ddl sul lavoro autonomo e agile. Il provvedimento è stato approvato con 158 sì, 9 no e 45 astenuti. Il ddl diventa così legge dopo quasi 15 mesi dal varo in Consiglio dei ministri.

Tra le principali novità introdotte: più agevolazioni in caso di malattie e infortuni, la formazione diventa diritto fondamentale con sconti fiscali ad hoc per i professionisti, la dis-coll per i collaboratori diviene strutturale da luglio e arriva il riconoscimento dello smart working, il lavoro agile. Ecco, in sintesi, cosa cambia per i professionisti e le partite Iva con il Jobs Act degli autonomi:

Novità su congedi, malattia e maternità
Per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps sale da tre a sei mesi il periodo di congedo parentale di cui usufruire entro i primi tre anni di vita del bambino. Viene inserito un tetto massimo di sei mesi di congedo complessivamente fruibile dai genitori (anche se fruiti in altra gestione o cassa di previdenza). Novità in arrivo anche per l’indennità di malattia: viene incrementata la platea dei beneficiari anche comprendendo soggetti che abbiano superato il limite del 70% del massimale e prevedendo, eventualmente, l’esclusione
dal beneficio per gli eventi di durata inferiore a tre giorni. Durante la maternità si avrà la possibilità di ricevere l’indennità pur continuando a lavorare (non scatta l’astensione obbligatoria). Inoltre si stabilisce che il rapporto di lavoro non si estingue in caso di gravidanza, malattia e infortunio per chi presta la propria attività in via continuativa per il committente.

Dis-coll permanente dall’1 luglio

Riconosciuta in via permanente, dal 1 luglio 2017, l’indennità di disoccupazione denominata Dis-coll, ai collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto (con esclusione degli amministratori e dei sindaci) iscritti in via esclusiva alla relativa Gestione separata, non pensionati e privi di partita Iva. La Dis-coll viene estesa agli assegnisti e ai dottorandi di ricerca con borsa di studio.

Arriva lo smart working
Il lavoro agile, promosso allo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione vita-lavoro, viene configurato non come una nuova tipologia contrattuale, ma come una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato da eseguire in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale (stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva). La disciplina del lavoro agile si applicherà
anche alle pubbliche amministrazioni.

Accordi su lavoro agile, marcia indietro con preavviso
L’accordo sul lavoro agile può essere a tempo determinato o indeterminato. Nel caso di accordo a tempo indeterminato, per fare marcia indietro rispetto alla modalità lavoro agile, è richiesto un preavviso non inferiore a 30 giorni, che sale a 90 giorni nel caso in cui il recesso da parte del datore di lavoro riguardi un rapporto di lavoro agile con un lavoratore disabile. Il passaggio alla modalità smart è risolvibile da entrambe le parti con preavviso. La presenza di un giustificato motivo consente di recedere senza preavviso nell’accordo a tempo indeterminato e prima della scadenza del termine nel caso di accordo a tempo determinato.

Parità di trattamento con i colleghi d’ufficio
Il lavoratore ha diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello riconosciuto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda, in attuazione dei contratti collettivi. Inoltre, nell’ambito dell’accordo di lavoro agile, al lavoratore può essere riconosciuto il diritto all’apprendimento permanente, in modalità formali, non formali o informali, e alla periodica certificazione delle competenze.

Salute e sicurezza
Il datore di lavoro consegna al lavoratore agile e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta in cui sono individuati i rischi generali e specifici. Viene riconosciuto il diritto alla tutela contro gli infortuni (anche in itinere) e le malattie professionali.
Deducibili le spese per la formazione
Per i professionisti arriva la piena deducibilità, nei limiti di 10mila euro, delle spese di iscrizione a master e corsi di formazione o aggiornamento professionale, convegni e congressi oltre a tutte le altre spese relative, quali soggiorno e viaggio. Il tetto di deduciblità scende a 5mila euro per le spese sostenute per i servizi personalizzati di certificazione delle competenze, ricerca e sostegno alla autoimprenditorialità, formazione o riqualificazione professionale mirate a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti erogati dai Centri per l’impiego e dagli organismi accreditati. Prevista la piena deducibilità degli oneri sostenuti per la garanzia contro il mancato pagamento delle prestazioni di lavoro autonomo fornita da forme assicurative o di solidarietà.

Tavolo di confronto sul lavoro autonomo

Viene istituito un tavolo tecnico di confronto permanente sul lavoro autonomo, composto da rappresentanti designati dal ministero del Lavoro, dalle associazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro e dalle associazioni di settore comparativamente più rappresentative a livello nazionale, con il compito di formulare proposte e indirizzi operativi in materia di politiche del lavoro autonomo.

Più tutele sui pagamenti
Si potranno scaricare fiscalmente anche gli oneri sostenuti per la garanzia contro il mancato pagamento delle prestazioni.

Partecipazione ai bandi di gara
I lavoratori autonomi potranno partecipare agli appalti pubblici o ai bandi per l’assegnazione di incarichi individuali di consulenza o ricerca.

Le reazioni
«Oggi il percorso di riforma del lavoro definito nel Jobs Act si completa con un provvedimento innovativo e di grande importanza, che punta a sostenere e valorizzare il lavoro autonomo non imprenditoriale, attraverso un sistema di tutele specifiche, e a migliorare la qualità della vita dei lavoratori dipendenti, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro». È quanto afferma Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. «Il riconoscimento del ruolo dei lavoratori autonomi, una realtà con un numero elevato di giovani e di donne – sottolinea il ministro – passa per una serie di misure che prevedono più tutele nelle transazioni commerciali e contro i ritardi nei pagamenti, la deducibilità delle spese collegate all`attività professionale e alla formazione, la possibilità di aggregarsi per accedere a bandi di gara nazionali ed internazionali». «Di particolare significato – aggiunge Poletti – il riconoscimento dell’indennità di maternità a prescindere dall’effettiva astensione dal lavoro e l`aumento del congedo parentale da tre a sei mesi, fruibili entro i primi tre anni di vita del bambino: una novità importante, considerando che un numero consistente di lavoratrici autonome abbandona la professione a seguito di una gravidanza».
«Un’altra tutela di rilievo – conclude il ministro – è rappresentata dalla disposizione che rende strutturale la
Dis-coll, l`indennità di disoccupazione per i collaboratori, tra l`altro ampliando la platea dei beneficiari, che ora comprende anche gli assegnisti e i dottorandi di ricerca. Vorrei ancora ricordare la delega al governo per consentire alle Casse di previdenza di diritto privato di attivare anche prestazioni sociali, finanziate da
un`apposita contribuzione, destinate agli iscritti che hanno subito una significativa riduzione del reddito professionale per ragioni non dipendenti dalla propria volontà o che siano stati colpiti da una grave patologia. Non meno importanti sono le misure dedicate al cosiddetto lavoro agile, che definiscono strumenti innovativi per favorire una modalità di organizzazione del lavoro che da una parte risponde all’evoluzione del sistema produttivo e, dall’altra, permette una migliore conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di vita. Tutto questo, delineando un quadro di tutele dei lavoratori che vanno dal diritto a un trattamento economico non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell`azienda, alle garanzie in tema di salute e sicurezza, all’assicurazione obbligatoria per gli infortuni e le malattie professionali».

«La nuova legge costituisce un passo avanti per la diffusione dello smart working in Italia. Sebbene non consenta di fare qualcosa in più rispetto a prima – alcune aziende già lo praticano da anni – né tanto meno definisca obblighi di attuazione o incentivi, il testo enuncia principi e promuove diritti di grande valore, eliminando gli alibi di chi riteneva mancasse l’adeguato supporto normativo per il lavoro agile. Oggi in Italia lo smart working si può e si deve fare. L’auspicio è che si possa diffondere in modo più capillare e profondo». È questo il commento di Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working della School of Management Politecnico di Milano. «La legge rappresenta un buon punto di riferimento e non va assolutamente vista come debole – ha proseguito Corso -. Enuncia alcuni principi fondamentali, come la possibilità di lavorare in modo flessibile rispetto al luogo e all’orario attraverso l’uso
delle tecnologie digitali, con effetti positivi sia nel lavoro che nel work-life balance. Importante anche l’attenzione alla sicurezza del lavoratore agile e il diritto alla disconnessione».

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano sono già circa 250 mila in Italia i lavoratori subordinati che godono di discrezionalità nella definizione delle modalità di lavoro in termini di luogo, circa il 7% del totale di impiegati, quadri e dirigenti. E sono già ben il 30% le grandi imprese che hanno avviato progetti di lavoro agile. A fronte dei benefici concreti riscontrati e del favore dei lavoratori, molte di queste stanno oggi ulteriormente estendendo il numero di persone
coinvolte e l’intensità di applicazione.

avvenire
«Tocca ora alle pmi e alle Pubbliche Amministrazioni, rimaste per il momento ai margini del fenomeno, intraprendere questo percorso», ha concluso Corso ricordando che nel testo di riforma del Pubblico Impiego è stato confermato l’obiettivo di arrivare a offrire ad almeno il 10% dei lavoratori forme di flessibilità entro il 2018.

Iniziativa della comunità evangelica in Italia. Lavoro e creato

L’Osservatore Romano

Dal 1° settembre al 4 ottobre sempre più Chiese cristiane nel mondo osservano un particolare periodo liturgico dedicato alla preghiera e all’azione per l’ambiente. Nell’ambito del «Tempo per il creato 2016», la Commissione globalizzazione e ambiente (Glam) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha preparato una raccolta di materiali intitolata «Lavoro, un intervento nel creato a immagine di Dio? 
Dominio o servizio?». Il tema del lavoro — si legge nell’introduzione — è stato scelto sulla scia dell’esperienza della «Carovana per la dignità e la sostenibilità del lavoro» che ha viaggiato nel 2015 attraverso l’Italia. Esperienza che ha messo in evidenza come «la giustizia economica e la giustizia climatica si tengano per mano. Entrambe chiedono conto della sostenibilità del lavoro per chi lo svolge, per la società e per il pianeta».
I principali problemi sono quelli della disoccupazione, dell’emigrazione giovanile qualificata, della precarietà, della sempre più bassa remunerazione, fatti che hanno riportato il tema del lavoro «nell’agenda della politica, dell’economia, dei media e delle chiese». La raccolta della Glam propone anche materiale teologico a uso delle comunità per i culti del «Tempo per il creato», periodo che va appunto dal 1° settembre, inizio dell’anno liturgico nella tradizione ortodossa, al 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi. L’idea — ricorda Riforma.it (quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia) — fu lanciata nel 1989 dall’allora patriarca ecumenico Demetrio e successivamente adottata da tutte le comunità cristiane del mondo, che si impegnano a celebrarlo ecumenicamente. Impegno ribadito di recente sia dalla Conferenza delle chiese europee sia dal Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa.
L’Osservatore Romano, 3-4 settembre 2016

Imprese non trovano 40 mila lavoratori: mancano profili adeguati

Secondo le previsioni messe a punto da Unioncamere in collaborazione con il Gruppo Clas, sul mercato del lavoro, nei prossimi cinque anni, ci sarà un aumento del 5% di richieste di professioni altamente specializzate, in particolare tecnici della finanza e del commercio. Allo stesso tempo, però, l’Istat denuncia la difficoltà, per le imprese, nell’ultimo trimestre, di trovare oltre 40mila lavoratori per la mancanza di profili professionali adeguati. Fra i settori segnalati con le maggiori difficoltà si trovano la sanità e le attività artistiche. Salvatore Tropeaha raccolto il commento del prof. Giacomo Vaciago, economista e docente all’Università Cattolica di Milano

radio vaticana

R. – Nell’ambito di un generale pessimismo sull’economia, ci sono settori che crescono e che noi dimentichiamo guardando al quadro nel suo insieme. Una realtà che è dinamica, sempre contiene novità e cose vecchie che chiudono. Il nuovo richiede nuove professioni, quindi se vogliamo essere bravi in tutto ciò che riguarda sistemi operativi, collegamento tra fabbriche e finanza innovativa, a disposizione delle imprese, servono nuove professionalità.

D. – Ci sono delle politiche da mettere in atto per favorire e incrementare la formazione di figure così altamente specializzate?

R. – Si dovrebbe fare di più; qualcosa si è iniziato a fare. Sia il ministro del Lavoro, Poletti, sia la ministra della Pubblica Istruzione, Giannini, hanno pensato a strumenti di collaborazione scuola-industria, scuola-impresa, scuola-attività economiche, tramite le quali completare negli ultimi anni di formazione scolastica l’inserimento dei contenuti dell’innovazione che servono alle imprese. Questa è la strada maestra attraverso la quale noi dobbiamo lavorare. Bisogna anche avere professori disponibili, bisogna che l’intera struttura scolastica sia adeguatamente motivata a sperimentare forme nuove di integrazione, studio, utilizzo del sapere.

D. – Allo stesso tempo però l’Istat ha affermato che nel secondo trimestre del 2016 le imprese hanno avuto difficoltà a trovare oltre 40 mila dipendenti e questo nonostante la disoccupazione. Come si può spiegare questo andamento?

R. – Le imprese hanno problemi nuovi. In realtà, il nuovo è con noi da qualche anno, quindi dovremmo averlo imparato: le imprese sono sulla frontiera dell’innovazione; peccato che ciò che è sistema formativo e ciò che è pubblica amministrazione sono ancora molto con la testa girata al passato. I nostri uffici pubblici lavorano come una volta; la logica è ancora quella della carta, della biro e della coda davanti allo sportello. Nel settore pubblico siamo in ritardo perché la gente è stata assunta con un concorso cartaceo e crede che debba lavorare tutta la vita con la carta e la biro.

D. – Sarà possibile riuscire nell’immediato futuro a creare un mercato del lavoro adeguato per lavoratori e imprese?

R. – Le riforme avviate vanno tutte nella direzione giusta; la riforma del mercato del lavoro, curata dal ministro Poletti, aumenta i gradi di flessibilità. Dall’altra parte, Giannini e Madìa, una all’istruzione e una alla pubblica amministrazione, stanno riformando anche loro – cosa dovuta da tanti anni – il modo di lavorare e di produrre sapere. La pubblica amministrazione efficiente richiede nuove risorse; il Ministero della Università deve garantire questa offerta. La priorità è l’insieme di queste cose: il mercato del lavoro flessibile, una scuola utile, una pubblica amministrazione efficiente. E’ più facile dirlo che farlo, però la strada imboccata è questa ed è quella giusta.

Lavoro / 500 milioni giovani in povertà nel mondo

(ANSA) – ROMA, 12 AGO – Oggi nel mondo ci sono più giovani che in qualsiasi altro momento della storia: sono 1,8 miliardi quelli tra i 10 e i 24 anni. Eppure oltre 500 milioni di ragazzi tra i 15 e 24 anni vivono con meno di 2 dollari al giorno, e moltissimi di loro sono esclusi dai processi decisionali e sempre più esposti all’impatto delle crisi economiche.
A rivelarlo è il nuovo report di Oxfam “I giovani e la disuguaglianza: è tempo di rendere le nuove generazioni protagoniste del proprio futuro”, diffuso oggi, in occasione dell’International Youth Day ed in concomitanza con l’inizio del World Social Forum di Montreal.
Il report mostra infatti come siano proprio i giovani ancora oggi i più colpiti dagli effetti della crisi economica internazionale iniziata nel 2008: il 43% della forza lavoro giovanile a livello globale è infatti disoccupata o vittima di retribuzioni inadeguate. Un dato generale che non risparmia l’Italia dove il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15 e 24 anni) ha toccato a giugno il 36,5%.

Lavoro domenicale non è un obbligo

Non può essere punito dall’azienda il dipendente che si rifiuta di lavorare la domenica per motivi religiosi. Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza 3416, respingendo il ricorso di Poste italiane contro Luigi L., dipendente sessantenne del Centro meccanizzato di Peschiera Borromeo (Milano), che, per due domeniche consecutive, non si era presentato al lavoro per non venir meno al precetto domenicale.

Nel 1999 Poste italiane, in via sperimentale, aveva introdotto il turno domenicale nel Centro di Peschiera Borromeo, estendendo poi tale turno anche ad altri reparti senza però raggiungere un accordo sindacale. La situazione – ricostruisce il verdetto dei supremi giudici aveva generato proteste da parte dei lavoratori, in particolar modo tra quelli di fede cattolica, che intendevano la domenica «come mo- mento religioso e di pratica di fede». Anche i sindacati avevano appoggiato la protesta, a cui aveva aderito anche Luigi L. che, nel 2004, aveva comunicato all’azienda di non voler lavorare la domenica e nelle altre festività cristiane, confermando però la disponibilità a recuperare in altre giornate.

Per questa ragione, l’uomo non si era presentato in ufficio per due domeniche. Per tutta risposta, l’azienda postale lo aveva multato con la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un giorno. Punizione ritenuta «sproporzionata » dal lavoratore (e anche dalla Cassazione). I giudici, inoltre, hanno valutato positivamente la disponibilità del dipendente a lavorare nei giorni successivi, una condotta che «seppur priva di valore scriminante, esprime un atteggiamento collaborativo per compensare l’assenza», si legge nella sentenza.

Infine, i magistrati hanno dato atto del fatto che «esisteva una iniziativa sindacale in corso e una richiesta individuale di non assegnazione a turni domenicali per motivi religiosi (esercizio del diritto di culto), circostanza di cui Poste Italiane era a piena conoscenza e che portarono nel periodo immediatamente successivo alla soppressione del turno domenicale». Non è la prima volta, infine, che la Cassazione si occupa del lavoro domenicale. Lo scorso settembre aveva accolto il ricorso di una commessa che era stata sanzionata per essersi rifiutata di lavorare il giorno dell’Epifania.

Avvenire

 

Lavoro. Al via il primo corso di vendita

Achab, distributore italiano specializzato nello scouting e nell’introduzione in Italia di soluzioni It innovative, amplia l’offerta formativa con un corso sulle tecniche di vendita, il primo appuntamento sarà il 1° marzo presso la sede di Achab.

Il corso, svincolato da qualsiasi prodotto o servizio, sarà tenuto da Andrea Veca, ceo di Achab, e Aldo Rimondo, managing director di Achab, ed è il frutto della ventennale esperienza nelle vendite nel settore It, delle competenze acquisite nel tempo e del continuo aggiornamento del team Achab.

Il panorama It oggi è un ambiente molto complesso e conoscere o disporre della giusta soluzione per risolvere i bisogni dei propri clienti spesso non basta, è necessario avere un approccio più sistematico alla vendita poiché esso influisce pesantemente sui risultati.

Attraverso il corso di vendita Achab desidera mettere a disposizione strumenti e conoscenze legate alla cultura di vendita che permettano al fornitore It di ottimizzare il business. La mission di Achab è quella di aiutare i service provider a muoversi al meglio all’interno delle nuove logiche legate alla commercializzazione delle soluzioni It. Lo scenario che si profila infatti vede un passaggio dalla vendita di prodotti alla vendita di servizi con la conseguente trasformazione del fornitore It in un vero e proprio consulente. Questo implica un importante processo di cambiamento delle logiche di lavoro dei partner Achab su cui il distributore si sta concentrando per offrire il massimo supporto.

“In base alle nostre analisi i partner di estrazione tecnica, bravissimi a erogare servizi di alto livello, spesso affrontano difficoltà legate alla vendita. I corsi vogliono essere un momento per condividere con loro le tecniche per vendere al meglio le competenze e la professionalità che dimostrano quotidianamente”, spiega Aldo Rimondo, managing director Achab.

Filo conduttore del corso di vendita è il presupposto che la vendita non è un’arte né una scienza. Esistono una serie di metodologie e accorgimenti che non sono garanzia di chiusura di una trattativa, ma possono aumentarne le probabilità. La relazione con il cliente è un aspetto fondamentale che caratterizza tutti i partner Achab e che se affiancato alle giuste competenze può determinare ampi margini di miglioramento dei risultati ottenuti.

Riuscire a spiegare i vantaggi di una soluzione non solo in termini tecnici, ma anche saper ‘parlare la stessa lingua’ dei clienti sono tra gli elementi fondamentali che facilitano le trattative. La complessità delle infrastrutture tecnologiche e la diffidenza verso il cambiamento sono i principali fattori che portano le pmi italiane a una diffidenza rispetto alle proposte dei consulenti It. Riuscire a porsi nel modo giusto, capire i punti caldi che possono essere trasformati in leve per l’acquisto e sviluppare proposte win-win sono solo alcuni dei punti che verranno trattati all’interno del nuovo appuntamento formativo firmato Achab.
Durante il corso verranno trattati i seguenti argomenti:
•    L’importanza di vendere.
•    Il ruolo del venditore e la vendita a valore.
•    Prodotti e bisogni: come sviluppare una Proposizione di Vendita “unica”.
•    Il concetto di opportunità: capire se stiamo investendo bene il tempo.
•    Creare la relazione con il cliente: la tecnica delle domande, presentare, comunicare.
•    Le fasi del ciclo di vendita: dall’opportunità alla firma del contratto.
•    Creazione di una pipeline: il concetto di funnel.
•    Negoziazione e chiusura della vendita.

Per maggiori informazioni sul corso, per conoscere le date in programma e per iscriversi, visitare il seguente link: www.achab.it/CorsoVendita.

Ecco come trovare un impiego occasionale

Sarà possibile trovare un impiego occasionale in modo semplice, veloce e con la sicurezza di un immediato pagamento della prestazione: lavori e vieni subito retribuito in giornata, con numerosi vantaggi sia per chi offre che per chi riceve la prestazione. La rivoluzione si chiama Joebee, il primo vero marketplace ‘italiano’ di servizi occasionali che rappresenta la nuova frontiera nel settore del peer to peer job.

Dopo aver rilanciato il marchio Tecnovision nel mondo (una delle rare eccellenze tecnologiche italiane), e aver sviluppato la più innovativa tecnologia (ricerca Repucom) per la gestione degli impianti led nello sport, denominata FluidNext e averla già implementata per quattordici squadre di Serie A oltre alla Nazionale di calcio, l’azienda milanese TheMadBox si concentra sul mercato del lavoro lanciando la prima piattaforma marketplace di prestazioni d’opera occasionali.

“Ci sono voluti più di due anni di sviluppo per concepire un sistema capace di integrarsi in modo complementare rispetto ai tradizionali canali di recruiting in una filiera complessa come quella del lavoro e nel pieno rispetto delle leggi e della fiscalità – spiega Alessio Abbateianni, ceo e founder di TheMadBox -. Uno dei principali elementi di unicità di Joebee è il pagamento immediato delle prestazioni di lavoro. Una vera rivoluzione in un mercato in cui è prassi regolare i pagamenti a 30, 60, 90. Inoltre, diamo la possibilità ad ogni candidato di autodeterminare la tariffa dei propri servizi sulla base delle proprie capacità, competenze e aspettative, supportandolo con dei consigli automatici basati su di un algoritmo di analisi delle tariffe medie in relazione al tipo di professione, all’area geografica e al periodo in cui ne è prevista l’erogazione”.

“Joebee – si legge in una nota – premia il merito e l’impegno e penalizza i ‘fannulloni’; infatti ogni attività erogata viene monitorata attraverso un app mobile che sarà disponibile anche su iWatch, che consente di ‘timbrare il cartellino’ in forma elettronica, così potendone verificare la coerenza geografica durante l’intera durata dell’attività (per intenderci con la tecnologia Joebee si eliminerebbe il problema di chi timbra e poi va a fare la spesa). Il riconoscimento del merito passa inevitabilmente dal feedback rilasciato sotto forma di votazione e recensione da parte di chi ha beneficiato della prestazione: questa più di ogni altra cosa è quella che consentirà ai candidatati di creare una propriareputation di valore in un mondo che è sempre più orientato a seguire il realismo della condivisione di esperienze rispetto all’autopromozione di se stessi. Joebee è stato studiato in modo tale da garantire la massima compliance rispetto alle leggi e alle forme contrattuali vigenti: infatti strizza l’occhio sia alle agenzie interinali prevedendo il contratto di somministrazione attraverso partner abilitati che a una possibile evoluzione dei voucher lavoro che oggi soffrono il limite dell’impossibilità di essere tracciati elettronicamente”.

Grazie a Joebee “il rapporto professionale diviene tracciabile sin dalla sua origine e oltre a questo il prestatore d’opera ha tutto l’interesse a prediligere una buona recensione e l’acquirente del servizio a beneficiare delle rassicurazioni e semplificazioni insite nell’utilizzo della piattaforma”.

Joebee è semplice da utilizzare: “Basta registrarsi sulla piattaforma, creare il proprio profilo in modo accurato, selezionando tutti i tipi di professioni che si è in grado di svolgere e attendere che chi diversamente si registrerà per acquistare le prestazioni occasionali ti ingaggi. Disoccupati, precari, giovani, pensionati, freelance o persone che necessitano o ambiscono a guadagnare un reddito complementare hanno la possibilità di mettersi all’opera, di dimostrare quanto valgono e magari entrare in contatto con aziende interessate ad assumere”.

Avvenire

Disoccupati pure i preti Nei Grigioni alcuni don cercano un lavoro

La disoccupazione può toccare tutti. Uomini e donne. Artigiani, operai, impiegati e agricoltori. Laureati e non. E pure i preti. Le vocazioni sono in crisi, ma questo non impedisce che alcuni don non abbiano un lavoro. Succede nella diocesi di Coira dove alcuni preti-disoccupati hanno deciso di rompere il silenzio attorno alla loro situazione per denunciare l’indifferenza della Curia.

“Sicuramente i vicari generali non sono sempre all’altezza della situazione. Dimostrarci un po’ più di umanità e meno disprezzo non guasterebbe” sottolinea ai microfoni RSI Andreas Falow, prete ultracinquantenne, nato e cresciuto in Germania. È stato parroco in diverse località a Zurigo e nei Grigioni. Ora, però, non ha più lavoro e percepisce l’indennità di disoccupazione. Nella Diocesi di Coira non è l’unico. Un suo collega parla chiedendo l’anonimato.

E il vescovo cosa dice? La Curia, tramite il suo portavoce, risponde per iscritto. “Per motivi di correttezza il vescovo deve segnalare al Comune parrocchiale se ci sono stati (ripetutamente e in più parrocchie) dei gravi problemi con un prete – rileva il testo -. La protezione dei dati personali non permette però alla Diocesi di commentare nei media casi concreti”.

Diem/TG/RG

Scuola Università e studi umanistici: l’arretratezza italiana non si sconfigge con l’ignoranza

tratto da ilfattoquotidiano.it

Sarà una coincidenza, ma ogni anno prima dell’apertura delle scuole e della ripresa delle lezioni universitarie in Italia si scatena labattaglia contro la cultura umanistica. Che si chiamino statistiche sugli sbocchi professionali, o perorazioni alla Boldrin per abolire il Liceo Classico, la zuppa non cambia. Sicché qualche dubbio ci viene che fra le cose che “dobbiamo fare” per forza, perché l’Europa lo vuole, oltre all’Euro, a chiudere tutte le piccole banche e le piccole imprese, a privatizzare tutto quello che vale e spezzare le reni alla Grecia, ci sarà prima o poi anche la chiusura della millenaria bottega degli studi umanistici.

E a noi – che pure non abbiamo certezze e pensiamo che non ci siano soluzioni semplici a problemi così complicati come lo sviluppo economico – siamo profondamente convinti che ci sia qualcosa di molto concreto e utile nello studio della lingua latina, con la sua rigorosa struttura più matematica di qualsiasi teorema; nella conoscenza del greco antico, con tutto quello che può svelare alla nostra quotidianità inconsapevole; nelle quattro briciole preziose che si possono apprendere sulla differenza tra un sillogismo apodittico e uno ipotetico o sull’importanza di uso non fraudolento della razionalità; per non dire della conoscenza storica e geografica, al senso dell’arte e alla sensibilità verso la musica: insomma a noi che crediamo che tutte queste ‘esecrabili’ conoscenze – che in genere si apprendono in un corso di studi umanistici – forse non riusciranno ad impedire definitivamente che i vari Berlusconidi turno riescano nuovamente a persuadere milioni di persone a suon di baggianate, ma sicuramente come nient’altro potranno contribuire a ridurre il numero delle disgrazie vigenti.

Gli studi umanistici, forse per alcuni non ‘servono’ a nulla o a poco, ma per altri aiutano a vivere meglio e soprattutto spingono a sviluppare uno spirito critico personale che non ha nulla a che fare con l’individualismo conformista dei cosiddetti tecnici. E ci farebbe piacere se con forme più o meno esplicite non volessero impedirci di continuare a dedicarci a ciò che riteniamo bello e utile. Non avrei voluto quindi mai entrare in questo discorso, così trito e in fondo così palesemente teleguidato, come lo sono molti provvedimenti recenti dei nostri governi. Però c’è una cosa che proprio non riesco a credere, che si sia voluto sostenere, siccome gli studi classici sono un lusso (affermazione indimostrabile), che coloro che scelgono la strada degli studi umanistici rifiutano in pratica il principio meritocratico, che evidentemente si esprimerebbe solo attraverso le conoscenze tecnico-scientifico-matematiche.

È certamente vero, come diceva il grande logico inglese John Henry Newman, che gran parte delle nostre conoscenze che supponiamo razionali, in realtà si basano sulla fede e non sull’evidenza empirica e razionale. Tutti sono in condizione di sapere da oltre cento anni – da quando cioè l’economista veronese Angelo Messedaglia lo disse chiaramente – che l’uso deduttivo della matematica, privo di verifiche induttive, porta a conclusioni false, come è nel caso della maggior parte dei modelli economici matematici contemporanei, dove, per la quantità di dati fissi che si devono assumere, in realtà si finisce per non descrivere nulla di reale. Così, forse a causa dell’irrazionalità che governa il mondo, ci tocca sentire nuovamente l’indimostrabile teoria del legame tra lo studio di una disciplina e i livelli di occupazione, come se il semplice accostamento di dati potesse documentare appunto l’influenza dell’uno sugli altri.

Di fronte a tanta superficialità non vale ricordare che nel corso dei secoli la cultura umanistica è stata il fattore determinante dello sviluppo delle conoscenze scientifiche e che quindi se guardiamo alla realtà il modo più efficace per distruggere lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, delle invenzioni e delle innovazioni è quello di ridurre la conoscenza delle discipline cosiddette umane e sociali, quello di limitare la libertà di studio e di ricerca. Né vale nemmeno ricordare che nessuno come quelli che hanno avuto a cuore una visione umanistica ed etica delle scienze ha contribuito alla crescita degli studi matematici. Per limitarci solo al campo dell’economia, non diciamo forse che Adam Smith è stato il fondatore della scienza economica moderna? Oppure non è forse vero che la moderna econometria è nata all’ombra di un economista comeJoseph Schumpeter, il più umanista tra gli economisti del XX secolo? A che serve poi anche oggi constatare che nella formazione dei grandi manager lo studio delle discipline apparentemente più pertinenti (business) in realtà è marginale, almeno guardando le statistiche sui Ceo americani?

In realtà in Italia il processo di collocamento occupazionale all’interno del mercato in particolar modo dei giovani, con la loro cultura e la loro formazione, oltre che essere influenzato da fattori individuali è legato più che altro alla struttura del mercato, che nel caso di quello italiano è ben lungi dall’avere le caratteristiche del perfetto allocatore, per tutta una serie di deficienze strutturali, che nulla hanno a che vedere con la cultura umanistica e che ovviamente dovrebbero essere note anche agli oppositori degli studi umanistici. Non è certamente forzando i giovani, magari a suon di statistiche modello pollo procapite, a stare lontano dagli studi umanistici, che risolveremo il problema della disoccupazione o men che meno della struttura del mercato del lavoro. La scuola, l’università, le imprese italiane, il mercato vanno certamente riformate e in molti casi rifondate, ma aumentando e migliorando gli studi, non certo abolendoli o limitandoli.

Cgia, 8.500 posti vacanti, introvabili esperti informatici

(AGI) – Roma, 6 set. – Analisti e progettisti di software, tecnici programmatori, ingegneri energetici/meccanici, tecnici della sicurezza sul lavoro ed esperti in applicazioni informatiche: sono queste le figure professionali piu’ difficili da reperire sul mercato del lavoro. Insieme a attrezzisti di macchine utensili, infermieri, ostetriche, professionisti della riabilitazione, acconciatori, installatori e riparatori di apparati elettrici ed elettromeccanici, daranno luogo a oltre 29.000 nuovi posti di lavoro. Di questi, quasi 8.500 rischiano di non essere coperti perche’ non reperibili sul mercato del lavoro. E’ quanto rivela l’Ufficio studi della CGIA, che ha analizzato i dati emersi dalla periodica indagine effettuata dall’Unioncamere-Ministero del Lavoro su un campione qualificato di imprenditori italiani. Negli ultimi sei anni i “lavoratori introvabili” sono pressoche’ dimezzati: nel 2009 i posti vacanti erano circa 17.600. L’elaborazione della Cgia considera le professioni per cui le aziende prevedono l’assunzione di almeno 1.000 figure (e’ stato esaminato l’83% di tutte le assunzioni previste nel 2014 e l’86% di quelle del 2009); si tratta delle previsioni di assunzione non stagionali.
  Dall’inizio della crisi – fa notare la Cgia – molte cose sono cambiate: se nel 2009 non si trovava oltre la meta’ degli infermieri/ostetriche, dei falegnami e degli acconciatori, nel 2014 la ‘top ten’ e’ cambiata e le professionalita’ piu’ difficili da trovare risultano in primo luogo gli analisti e i progettisti di software (37,7%), poi i programmatori (31,2%), quindi gli ingegneri energetici e meccanici (28,1%), i tecnici della sicurezza sul lavoro (27,7%) ed i tecnici esperti in applicazioni informatiche (27,4%), tutte figure con una elevata specializzazione e competenza. Dopo sei anni di crisi infermieri ed ostetriche, acconciatori e attrezzisti di macchine utensili continuano ad avere un futuro, ma ridimensionato in termini assoluti. Inoltre, se nel 2009 la platea dei “lavoratori introvabili” era costituita prevalentemente da attivita’ artigianali ad elevata abilita’ manuale, oggi, invece, gli “introvabili” sono legati a settori ad alta specializzazione tecnica, in particolare nell’informatica. – “Le cause del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro – segnala Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – sono molteplici. Nonostante il perdurare della crisi, molte aziende continuano a denunciare che nei settori tecnologici ad alta specializzazione le competenze dei candidati sono insufficienti. Sicuramente cio’ e’ vero: spesso la preparazione di molti giovani e’ ben al di sotto delle richieste avanzate dalle imprese. Tuttavia molte aziende scontano ancora adesso metodi di ricerca del personale del tutto inadeguati, basati sui cosiddetti canali informali, come il passaparola o le conoscenze personali che non consentono di effettuare una selezione efficace. Inoltre, non va trascurato nemmeno il fenomeno della disoccupazione d’attesa: nei settori dove e’ richiesta una elevata specializzazione, le condizioni offerte dagli imprenditori, come la stabilita’ del posto di lavoro, la retribuzione e le prospettive di carriera non sempre corrispondono alle aspettative dei candidati. Se questi sono di valore, preferiscono rinunciare, in attesa di proposte piu’ interessanti”. (AGI) .

 

lavoro

DEDICATO AI GIOVANI… A caccia di idee per il lavoro che ancora non c’è

Dalle tecnologie emergenti (per biotecnologi e informatici) all’imprenditoria sociale (management, amministrazione delle “imprese sociali”, finanza e fundraising), non mancano gli spazi di azione. Sorprende la capacità di iniziativa degli immigrati divenuti imprenditori grazie a forti iniezioni di creatività. Hanno dato lavoro, prodotto reddito e si distinguono per innovazione e responsabilità sociale
Luigi Crimella
Cosa inventarci se il 20-30 per cento dei giovani italiani (al sud oltre il 45%) sono senza lavoro e sbarcano il lunario con “lavoretti” più o meno in nero, o a contratto temporaneo, privi di una seria prospettiva per il loro futuro? Le risposte sono tante: si può imprecare contro il triste destino odierno, prendersela con la crisi della Lehman Brothers nel 2008, riporre le proprie residue speranze nel governo retto da un giovane come Renzi. Sono tutti atteggiamenti legittimi. Forse l’atteggiamento migliore è andare alla ricerca di idee, di progetti, di opportunità per inventarsi un futuro che ancora non c’è. Ecco quindi alcune piste di “caccia” di nuove idee e nuovi lavori, individuate leggendo le cronache di ogni giorno in Italia.

Prima pista: le tecnologie emergenti. Non occorre essere degli scienziati per osservare alcuni fenomeni in campo tecnologico e informatico applicato ai più disparati settori industriali e commerciali. Così, dalle biotecnologie con mappature del Dna e l’avvio di produzione, dato per imminente, di cellule e organi che facciano da “pezzi di ricambio” per le nostre parti del corpo malate, ai programmi informatici che imitano capacità umane come scrivere, tradurre, parlare, comporre e così via. Biotecnologi e informatici che si cimentassero in questi campi avrebbero ghiotte occasioni di lavoro. Che dire poi delle stampanti 3D (a 3 dimensioni) già in commercio e in via di rapido sviluppo, per produrre praticamente ogni cosa in casa: si avvera il sogno della macchina che produce la macchina, a basso costo e autogestita. E i pannelli solari e similari per energia a basso costo, con le svariate applicazioni, collegati a sistemi intelligenti di produzione e immagazzinamento di energia a buon mercato. E poi ancora gli ingegneri informatici specializzati in logistica che applicano protocolli informatici su produzione e consegna in ogni parte del mondo grazie alle piattaforme internet. O gli esperti di marketing impiegati accanto a quelli dei grandi sistemi di analisi (i cosiddetti “big data”) per studiare i mercati da aggredire. Insomma: le tecnologie attendono solo figure creative.

Seconda pista: l’imprenditoria sociale.
È un settore molto ampio e dai contorni non sempre chiari all’opinione pubblica (vedere ad esempio www.forumterzosettore.it). Va dalle cooperative di inclusione dei soggetti più deboli (disabili, disoccupati, malati mentali, ex-carcerati, giovani difficili, senza fissa dimora, ecc.) alle imprese sociali più diverse, impiegate dai comuni o enti pubblici per assicurare i servizi sociali di base o quelli culturali e di assistenza, senza dover assumere ulteriore personale in organico. Vi confluiscono 4,7 milioni di volontari, insieme a 681mila dipendenti, 270mila lavoratori esterni e alcune migliaia di temporanei. I bisogni in questo campo riguardano il management, l’amministrazione delle “imprese sociali”, la finanza e il fundraising (tradotto: ricerca di finanziamenti pubblici e privati), il marketing dei servizi offerti e finanche il design per l’innovazione degli stessi. Migliaia di laureati e diplomati in questi campi vi potrebbero trovare lavoro, anche se non subito a tempo pieno e con retribuzione stabilizzata. Ad esempio, l’Università Cattolica di Milano ha varato un “executive master in social entrepreneurship”, segno che il bisogno c’è e anche i mercati di sbocco.

Terza pista: immigrati imprenditori globalizzati. È una pista interessante e poco esplorata. In Italia gli immigrati sono 5,56 milioni, e tra di loro 497.080 sono “imprenditori” (l’8,2% del totale). “Moneygram” Italia, la società tra i leader mondiali del trasferimento di denaro (339mila agenzie nel mondo), ha indetto un premio giunto alla sesta edizione: il “MoneyGram Award”. Premia le imprese create da immigrati che abbiano dato lavoro, prodotto reddito e si distinguano per innovazione e responsabilità sociale (vedere www.themoneygramaward.com). Ecco alcuni esempi di premiati o premiandi: Radwan Khawatmi (siriano), fonda a Milano la “Hirux International” per audio video, 60 milioni di fatturato. Edith Elise Jaomazava (Madagascar) fonda la Sa.Va. per import spezie alta qualità. Jean Paul Pougala (Camerun) fonda a Torino la “Election Campaign Store” per consulenza elettorale (decine di stati e partiti clienti nel mondo). Florin Simon (rumeno) fonda “Romania Srl” per import-export prodotti romeni (19 ml. di fatturato). Marcin Saracen (Polonia) fonda “FM Group Italia srl” per profumi polacchi di alta gamma (170 mila distributori). Christine Chua (Filippine) fonda “Delta Contract Spa” per sistemi di illuminazione per navi da crociera. Klodiana Kuka (Albania) fonda “Integra” per servizi di accoglienza a migranti. Anisa Dedej (Albania) fonda “Didatticapp” per didattica digitale ed e-learning. Suleman Diara (Mali) fonda “Barikamà” per produzione yogurt biologico e vendita nei Gas (Gruppi di acquisto solidale). Cleophas Adrien Dioma fonda “Le Reseau” per iniziative culturali pro-Africa. Awais Muhammad (Pakistan) fonda “Rahiq Fly Well Travel” per servizi viaggio e accoglienza immigrati. Abdou Ndao (Senegal) fonda “Xelmi Head-Office” per logistica e noleggi container commercio con Africa. Sono alcuni esempi, ma indicano che oggi la creatività e fantasia “premiano” davvero.

agensir.it

Il parroco e il fondo per assumere i giovani

Arosio, un paesino di cinquemila anime nella Brianza del mobile e dell’artigianato. Anche qui la crisi ha bussato alle porte delle famiglie. Per cercare di combattere la disoccupazione crescente, soprattutto fra i giovani, ci ha pensato il parroco don Angelo Perego che, insieme alla Caritas, al Comune e a tutti i cittadini ha costituito un fondo di aiuto. «Fra i nostri giovani, ben 38 sono senza lavoro. Non era mai successo qui», spiega a tempi.it il parroco settantenne che, da 25 anni, esercita il suo ministero nella chiesa dei santi Nazaro e Celso.

I DIVERSI PERCORSI. Pierangelo Torricelli, responsabile della Caritas cittadina, ci racconta che «prima di tutto abbiamo analizzato la natura del problema. Parlando con 150 commercianti e piccole e medie imprese del territorio è emerso che il problema maggiore da affrontare era quello del costo del lavoro, troppo alto a causa delle tasse e dei contributi». Così don Angelo e la Caritas hanno pensato di aprire il fondo, in parte finanziato dalla parrocchia e dall’associazione, in parte dalla generosità dei compaesani. Con quei soldi è stata creata una dote che sarà versata alle aziende che assumeranno ragazzi dai 18 ai 29 anni: «Abbiamo raccolto 36 mila euro, promettendone alle aziende 4 mila per assunzione. Finora abbiamo ottenuto un solo contratto vero e proprio». Nonostante l’aiuto messo in campo, infatti, molte aziende non riescono ad assumere per via di problemi più profondi: «Le banche non pagano, i consumi sono bloccati, la politica non favorisce le aziende. Perciò stiamo provando a cambiare ancora le carte in tavola per cercare un’altra strada». Innanzitutto si è pensato di collaborare anche con altri Comuni e imprese. «E poi stiamo imboccando il percorso dello stage e della formazione. Anche permettere a questi giovani di non rimanere “fermi” è un aiuto».

ORTO E CUCITO. Non è la prima volta che don Angelo e dei suoi compaesani si mobilitano per venire incontro alle esigenze di chi vive nel circondario. «Ad esempio, da due anni, dieci famiglie mangiano grazie all’“Orto solidale”: sapevamo che il Comune aveva a disposizione degli orti. Abbiamo richiesto l’accesso al terreno, di dieci lotti in tutto, e l’abbiamo suddiviso. Gli uomini possono così lavorare per dare da mangiare alle proprie famiglie». Proprio come un tempo. Siete tornati indietro? «La terra non conosce crisi, la realtà dei fatti ci ha portato qui». Eppure pochi ci pensano più. «A dire il vero anche per le donne abbiamo avviato un percorso». Si tratta di un altro lavoro che, in parte, permette loro di sostentarsi: «Sono mesi che un gruppo di donne sta insegnando ad altre l’arte del taglio e cucito, aiutandole a risparmiare sull’acquisto o sulla riparazione di vestiti, biancheria, tovaglie e lenzuola. L’idea è quella di fondare una cooperativa».
Ma adesso basta chiacchierare, don Angelo ha fretta: «Devo proprio andare. Ci sono i miei malati che mi aspettano».

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Ecco i mestieri che battono la crisi

Cuochi, camerieri, segretarie, addetti alla pulizia e alle persone, operai specializzati nell’edilizia, addetti all’accoglienza, conduttori di impianti industriali, addetti alla sanità e al sociale, operai specializzati nell’industria alimentare, legno e carta sono le professioni che dovrebbero registrare la crescita più significativa in termini di assunzioni in questo periodo di dura crisi economica.

Alla realizzazione di questo “borsino” delle professioni in tempo di crisi ci ha pensato la Cgia di Mestre che ha elaborato i dati presentati qualche giorno fa dall’Unioncamere – Ministero del lavoro, Sistema Informativo Excelsior. I dati si riferiscono alle previsioni di assunzione previste dagli imprenditori italiani nella periodica indagine campione realizzata dall’Unioncamere. Il risultato finale è stato ottenuto mettendo a confronto i dati emersi nel terzo trimestre 2012 e quelli relativi allo stesso periodo dell’anno precedente.

“Sono professioni – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – legate, in particolar modo, alle attività che caratterizzano la nostra economia: come il turismo/ristorazione, i settori del  made in Italy, la sanità ed il sociale. Mestieri non sempre di altissima specializzazione, ma  indispensabili per mantenere in piedi i settori che stanno dando un contributo importante alla tenuta economica e occupazionale del nostro Paese ”.

Complessivamente queste professioni dovrebbero garantire 20mila posti di lavoro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’analisi della Cgia sono state elencate anche  le professioni che, purtroppo, rischiano di registrare un preoccupante segno negativo.

Specialisti in scienze economiche, operai specializzati nell’industria, operai metalmeccanici, personale non qualificato nell’industria e nella logistica, facchini, commessi nei negozi e altro personale occupato nella grande distribuzione e negli esercizi all’ingrosso sono i più a rischio disoccupazione. Secondo l’elaborazione della Cgia, questi mestieri potrebbero perdere, sempre in quest’ultimo anno di crisi,  quasi  22.000 unità.

“Sono professioni – conclude Bortolussi – legate alle attività manifatturiere e a quelle commerciali che, da un lato,  hanno risentito degli effetti dirompenti portati dalla concorrenza dei paesi emergenti, dall’altro,  del forte calo dei consumi che ha caratterizzato il comportamento delle famiglie italiane”.

avvenire.it

Le fandonie sui lavoratori troppo protetti

In Italia i lavoratori sono meno protetti che in Francia e Germania. L’accanimento sull’art.18 è inutile e solo simbolico. Il vero problema è la scarsa produttività del sistema

Il Governo ha approvato il testo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro da presentare alle Camere. La sostanza delle variazioni apportate all’assetto del mercato è relativamente limitata e non va sempre nel senso di un miglioramento. Salvo alcuni effetti di breve periodo auspicabilmente positivi derivanti dall’introduzione dell’Aspi, l’altra principale modifica, quella dell’art.18 potrebbe portare essenzialmente ad un aumento del contenzioso, peggiorando i rapporti di lavoro. Sembra quasi che le ragioni della riforma siano essenzialmente di natura cosmetica (abbattimento di simboli che denoterebbero l’attuale presunto ingessamento del mercato del lavoro italiano). Una ventata di liberismo, da lungo tempo auspicata dalla grancassa mobilitata dal più becero capitalismo nostrano e stranamente sostenuta e utilizzata in alcuni ambienti accademici, doveva essere il suggello della positiva novità apportata dal governo Monti alla licenziabilità dei lavoratori a tempo indeterminato.

È strano però che questa ripetizione di falsità che accreditano l’idea di lavoratori italiani eccessivamente protetti non regga il confronto dei dati. A parte il fatto che ormai 3/4 dei nuovi lavori sono di carattere temporaneo e assolutamente non protetti, ciò che accomuna l’Italia a pochi altri paesi europei, quella che è stata per anni la stessa giustificazione di questa anomalia, ossia l’esistenza di lavoratori a tempo indeterminato eccessivamente protetti, è infondata. Infatti, l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore da tempo a quello dei nostri principali concorrenti, in primis Francia e Germania (in una scala di crescente protezione, 1,69 contro 2,60 e 2,85, rispettivamente, nel 2008) (cfr. Figura 1).

Figura 1 – Protezione dell’occupazione in alcuni paesi dell’Unione Europea 2008

Scala da 0 (restrizione minima) a 6 (restrizione massima)
Protezione dei lavoratori permanenti contro i licenziamenti individuali

Fonte: OECD indicators on Employment Protection (Version 2 – Last updated 24-09-2010)

Si sono perciò preferiti target simbolici rispetto ad obiettivi reali, eludendo il principale problema del quale soffre il nostro sistema economico, quello della bassa crescita della produttività. Per ciò che si è appena detto, questo problema non può avere fondamento in una scarsa collaborazione dei lavoratori dovuta alla loro elevata protezione. La scarsa dinamica della produttività non è imputabile a lavoratori fannulloni perché protetti, semplicemente perché la nostra legislazione non protegge i lavoratori più di quanto essi non siano protetti all’estero; anzi, li protegge di meno. Ciò a cui essa va invece imputata è l’incapacità della nostra classe dirigente, sia imprenditori sia politici. I primi hanno seguito strategie aziendali di breve respiro, che sono risultate negative per il nostro sistema economico (scarsa innovazione tecnologica e organizzativa e mancato riposizionamento della specializzazione produttiva). I secondi hanno peggiorato la performance del settore pubblico, contribuendo negativamente ai fattori esterni all’impresa che influenzano la produttività.

Ma il paese sembra avere le energie per rinascere. Si tratta soltanto di individuare le modalità per valorizzarle, anziché farle retrocedere nella spirale che ha operato a partire dagli anni Novanta, per gli effetti prodotti sulle strategie aziendali dalla tregua salariale, prima, e dall’’invenzione’ di soluzioni di ripiego come quella del lavoro temporaneo, nonché per le conseguenze negative della ridotta efficienza del settore pubblico. Partendo da produzioni mature, con limitati incrementi di produttività che ‘giustificano’ una bassa dinamica salariale e, negli intendimenti dell’attuale governo, con liberalizzazioni tendenti a ridurre le presunte incrostazioni del mercato del lavoro, ma che abbassano ulteriormente i salari si riducono ulteriormente le spinte alla crescita della produttività e si rimane confinati entro le nicchie delle produzioni mature.

La ricetta non può dunque essere il liberismo, ma proprio quella di un’appropriata concertazione tra le forze sociali più produttive e il policy maker, criticata invece da Monti in molteplici dichiarazioni, che ne ha enfatizzato alcuni aspetti deteriori della pratica italiana. Il Presidente ne ha però dimenticato le potenzialità e, al tempo stesso, ha sottovalutato i danni della soluzione alternativa, fondata su un liberismo spinto, specialmente se applicato ad un mercato, quello del lavoro, nel quale l’oggetto del lavoro non riguarda cose, ma coinvolge la vita, le aspirazioni e i sentimenti di persone. Dopo le mancate concertazioni sulla riforma delle pensioni, sugli ammortizzatori sociali e soprattutto sui criteri di licenziabilità dei singoli lavoratori, appare estremamente difficile poter contare sulla collaborazione del movimento dei lavoratori per affrontare eventuali ulteriori sacrifici, qualora non si riuscisse a contenere le bramosie degli speculatori internazionali, dei corrotti della politica e degli evasori-elusori fiscali.
di Nicola Acocella e Riccardo Leoni, da sbilanciamoci.info
14 Aprile 2012 ore 04:35

Di fatto il “professore” e la “maestrina” hanno fatto ciò che volevano: hanno manomesso l’art. 18

La finta trattativa tra governo e parti sociali sull’articolo 18 non poteva concludersi diversamente da come di fatto si è conclusa: con la resa senza resistenza dei sindacati (ad eccezione della Cgil), il silenzio connivente di parte delle sedicenti sinistre parlamentari e il plauso gongolante delle destre fasciste al diktat categorico dei tecnocrati cooptati al governo, specialisti in una nuova politica omeopatica: quella di curare la crisi con lo stesso veleno che l’ha creata.

Finta trattativa. Che razza di trattativa è quella nella quale ci si imbarca con la premessa, parola di Monti, che «con o senza le firme noi andremo comunque avanti»?

Di fatto il “professore” e la “maestrina” hanno fatto ciò che volevano: hanno manomesso l’art. 18, aprendo un’autostrada di possibilità agli imprenditori per licenziare liberamente quando e come vogliono.

«Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni “economiche o organizzative”, nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo, con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase, si trova molto facilmente. E allora, con i licenziamenti praticamente liberi, succederà una di queste due cose, o meglio tutte e due. In parte verrà posta la scelta tra riduzioni di salario o un certo numero di licenziamenti; in parte ci si libererà di una parte di lavoratori più anziani per sostituirli, a minor costo, con giovani che nel migliore dei casi entreranno con il contratto di apprendistato, tre anni, estendibili a cinque, a salario ridotto e con la possibilità di esser mandati via. Ci saranno un po’ di ammortizzatori sociali, ma con una durata inferiore agli attuali e con meno gente che avrà la possibilità di passare, alla loro scadenza, alla pensione, visto che l’età è stata aumentata. Un meccanismo poco appropriato, ma che finora aveva sostituito, anche se non per tutti i lavoratori, le carenze delle protezioni dalla disoccupazione». Mi si perdoni la lunga citazione del giornalista economico Carlo Clericetti, ma era d’obbligo per la chiarezza.

E su la Repubblica dello scorso 21 marzo, Massimo Giannini ribatte: «Qualunque crisi aziendale sarà regolata con i licenziamenti per motivi economici, al “prezzo” di un indennizzo che costerà poco più di un qualunque pre-pensionamento».

A questo punto non possiamo non puntare il dito contro quello che è un vero e proprio ammutinamento entro i bunker del dogmatismo liberista, che nessuno osa mettere sotto accusa, nella colpevole inconsapevolezza che, per dirla con le parole di Leonardo Boff, «l’economia non è una parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica»!

«I make money by money», “faccio i soldi con i soldi”, la risposta di Mickey Rourke a Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”, simbolo degli anni Ottanta, è divenuto l’epitaffio sulla tomba dell’economia reale. Con la finanziarizzazione dell’economia, avvenuta alla fine degli anni Novanta, il lavoro è stato ricacciato in una sorta di purgatorio dell’irrilevanza e di conseguenza anche il lavoratore è diventato superfluo, pacco ingombrante di cui liberarsi quanto prima e senza ambascia.

Siamo di fronte ad una vera e propria dittatura sadica e criminale che per salvare le merci condanna chi le produce e per una promessa di futuro benessere costringe ad un reale, generalizzato “male-essere”.

«L’economia mondiale – scrive Eduardo Galeano – è la più efficiente espressione del crimine organizzato. Gli organismi internazionali che controllano valute, mercati e credito praticano il terrorismo internazionale contro i Paesi poveri e contro i poveri di tutti i Paesi con tale gelida professionalità da far arrossire il più esperto dei bombaroli». Come dargli torto?

*Parroco ad Antrosano (Aq), collaboratore di “MicroMega”

 

adista del 7 Aprile 2012

Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce

Al card. Bagnasco la riforma del lavoro e le modifiche dell’articolo 18 proposte da Monti e Forneropiacciono. Non lo dice apertamente ma lo fa capire nella sua Prolusione all’apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana del 26-29 marzo.

«I padri, lottando, hanno ottenuto garanzie che oggi appaiono sproporzionate rispetto alle disponibilità riconosciute ai loro figli», ha spiegato il presidente della Cei, eppure «dal mondo degli adulti e dalle loro organizzazioni stenta ad emergere una disponibilità al riequilibrio delle risorse che sono in campo». Una fissazione, quella di Bagnasco, secondo cui i diritti dei giovani e degli adulti sarebbero contrapposti e alternativi: anche in occasione del Consiglio permanente di fine gennaio (23-26 gennaio) aveva espresso il medesimo concetto, affermando che «si deve tentare di riaggiustare il sistema, consapevoli che le condizioni per una vera equità si determinano cominciando ad offrire ai giovani le opportunità di cui hanno diritto, equilibrando, per quanto legittime, le spinte iper-protezionistiche delle altre generazioni».

Il sostegno del presidente dei vescovi a Monti è sobrio nel linguaggio, ma resta granitico ed inequivocabile: «Con i provvedimenti adottati – ha ripetuto al Consiglio permanente della scorsa settimana – è stato portato al sicuro il Paese»; ora il governo deve andare avanti, proseguendo la «lotta all’evasione fiscale», alla semplificazione amministrativa, «alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica», ma anche portando a termine la riforma del mercato del lavoro, perché «nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione». «La globalizzazione è una condizione ineluttabile», ha aggiunto, per cui «dobbiamo starci dentro con la nostra cifra sociale, superando con la necessaria gradualità gli strumenti che sono inadeguati per raggiungere, nelle condizioni date, la soluzione meglio condivisa», ma anche «con animo sgombro da pregiudizi», «quale che sia il soggetto proponente». Insomma, sostiene il presidente della Cei, alcune delle attuali tutele, a cominciare dall’articolo 18, devono essere superate, sebbene con gradualità. Pieno appoggio alla strategia del governo; il quale non propone di cancellare con un tratto di penna l’intero articolo 18, tuttavia inizia a smontarlo, fino a renderlo di fatto inoffensivo.

Non piace però a tutti i vescovi l’entusiasmo di Bagnasco. In un’intervista a Famiglia Cristiana del 22 marzo (uscita, non a caso, alla vigilia del Consiglio permanente, prima cioè che Bagnasco dettasse la linea), l’arcivescovo di Campobasso-Bojano mons. Giancarlo Bregantini – già prete operaio fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 – ha usato parole e toni assai diversi: «Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», ha detto Bregantini, auspicando anzi un’estensione dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto in magazzino». Non si tratta di un’opinione secondaria: Bregantini è presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Cei – una sorta di “ministro del lavoro”, l’omologo ecclesiastico di Fornero – ed è uno dei 30 vescovi che siede nel Consiglio permanente. Divisioni non irrilevanti quindi, tanto che la Cgil – unica sigla sindacale confederale, oltre a quelle di base, ad opporsi frontalmente alle modifiche all’articolo 18 –, per tentare di convincere la base cattolica delle proprie ragioni, domenica 1 aprile ha organizzato banchetti informativi davanti a centinaia di parrocchie e chiese in tutta Italia.

E parte della base cattolica si è già espressa: come Pax Christi, che ha inviato una Lettera aperta al governo e al Parlamento italiano indicando – «in questo periodo di crisi economica ed etica globale, in cui rischia di annullarsi la dignità di chi lavora, ridotto a “prodotto da dismettere”, in cui si decidono le sorti dell’economia come se l’altro non esistesse» – i propri “principi non negoziabili”: «Lavoro e sua dignità, ridistribuzione delle risorse, lotta alla corruzione e alla criminalità, riduzione delle ingiustizie e dell’evasione fiscale, taglio ai nuovi sistemi d’arma e al progetto F-35, tutela del Servizio civile». E Giuseppe Patta, segretario del Mlac (Movimento lavoratori dell’Azione cattolica), spiega che «non sarà la libertà di licenziare a far salire il Pil».

Allineate alle posizioni del governo – e di Bagnasco – invece le Acli: pur «con tutti i suoi limiti, la riforma va certamente nella direzione di rendere universale e più equo il sistema dei diritti e delle tutele, e contribuisce a modernizzare e dare maggiore dinamismo al funzionamento del mercato del lavoro», spiega il presidente Andrea Olivero, che pare avere un’unica preoccupazione: rilanciare la «concertazione». Sulla stessa lunghezza d’onda il Mcl (Movimento cristiano lavoratori): «Le linee generali dell’accordo sul lavoro dimostrano come sia finalmente prevalso il senso di responsabilità e sono, pertanto, da valutare positivamente», dice il presidente, Carlo Costalli, per il quale la «mediazione sull’articolo 18» è «sofferta, ma indispensabile».

Non è un caso che sia le Acli sia il Mcl fanno parte di quel Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro che ha promosso l’incontro di Todi, nello scorso mese di ottobre – dove il card. Bagnasco ha tenuto la relazione introduttiva – e che è stato il principale animatore delle manovre, benedette dalla Cei, per la ricomposizione di un soggetto cattolico attivo nella politica e nella società (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; 4/12). Lo ha ricordato ancora Bagnasco, al termine della sua prolusione, incoraggiando l’impegno: «Si continua lungo la strada intrapresa, con meno clamore» ma «puntando ad una reale efficacia, sviluppando le iniziative che i vari soggetti aggregativi decidono liberamente di assumere sul versante politico». Tutti in fila, adesso, a sostenere Monti e il governo. (luca kocci – adista del 7 Aprile 2012)

Il lavoro si trova su Facebook

La ricerca di lavoro passa sempre più per Internet. Mentre però i portali di recruiting online riescono al più a mantenere le posizioni acquisite, i social network diventano i canali in più rapido sviluppo, i più battuti dai «cacciatori» d’impiego. Sono diverse infatti le indagini che confermano il boom.

La prima è stata condotta su 97 mila persone (5.500 in Italia) di 30 Paesi da Kelly Services, la multinazionale americana delle risorse umane. Il 33% degli interpellati dice di utilizzare i social network per cercare nuove opportunità di lavoro. Una percentuale che è seconda solo al 54% di preferenze che, insieme, assommano i metodi più classici dell’autocandidatura e del passaparola. Con quest’ultimo mezzo che però, progressivamente, viene eroso proprio da quel passaparola virtuale ma capace di stabilire una miriade di contatti in tutto il mondo che sono i social network. «È un potente cambio di direzione – conferma il general manager di Kelly Stefano Giorgetti -. Noi stessi abbiamo un profilo aziendale su tutti i social network e, partendo di lì, da una parte forniamo a chi è a caccia di un impiego informazioni approfondite sul mondo del lavoro, dall’altra utilizziamo le caratteristiche professionali che gli utenti hanno caricato su se stessi per affinare le nostre ricerche di personale».

La grossa novità, però, è che non sono più solo i professional network (primo tra tutti Linkedin) a veicolare contatti di lavoro. A fare concorrenza arrivano anche Twitter (più all’estero, poco in Italia) e soprattutto il colosso Facebook. Su quest’ultimo, tra l’altro, un secondo gigante americano, il leader mondiale del recruiting online, Monster, ha lanciato l’applicazione «BeKnown» che consente agli utenti Facebook di creare proprie reti professionali. «È un’estensione delle soluzioni che offriamo ai nostri candidati – spiega la marketing manager di Monster Elisa Schiavon – che senza uscire da Facebook visualizzano i nostri annunci di lavoro che sono più in linea con i loro profili. In più con BeKnown possono mantenere separati i contatti privati da quelli professionali». Ed è proprio qui che emerge un nervo scoperto.

Secondo un’indagine di Krc Research condotta in Europa appena il mese scorso su oltre 4 mila lavoratori, il 67% è preoccupato per la possibile confusione sui social network tra amici e contatti professionali. E più di uno su tre ha avuto o conosce qualcuno che ha avuto problemi di lavoro a seguito di colleghi che hanno visto le loro pagine Facebook. «Deriva tutto da un utilizzo improprio, come se fosse un mondo senza contatti con la vita reale – commenta Giulio Xhaet, new media strategist di Cesop communication -. Così, spesso, sui social network la gente esagera lati del carattere che non le appartengono, salvo poi proporsi sui professional network con profili ultra perbenisti. Non bisogna scordarsi, invece, che i due mondi sono solo a distanza di un click e che chi millanta sarà seccamente penalizzato».

Enzo Riboni / corriere.it

15 luglio 2011

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