HAFTAR BOMBARDA L’AEROPORTO, MIGLIAIA IN FUGA DA TRIPOLI

MACRON: PREOCCUPAZIONE, AGIRE SUBITO PER STOP COMBATTIMENTI Spazio aereo off limits per Tripoli dopo che, con un raid, l’esercito del generale Khalifa Haftar ha bombardato l’aeroporto di Mitiga, l’unico scalo ancora funzionante nella capitale libica. Dall’inizio dell’offensiva il bilancio è di almeno 32 morti e 50 feriti, mentre sono circa 2.000 gli sfollati per gli scontri armati in corso. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha espresso “profonda preoccupazione” e ricordato che “non c’è soluzione militare al conflitto libico”.

Etiopia: libertà per detenuti politici

(ANSA-AP) – ADDIS ABEBA, 3 GEN – Il primo ministro dell’Etiopia ha annunciato che tutti i prigionieri politici verranno rilasciati, per “allargare a tutti lo spazio democratico” e promuovere il dialogo.
Le dichiarazioni del premier Hailemariam Desalegn sono arrivate, a sorpresa, dopo le proteste antigovernative che negli ultimi mesi si sono verificate nelle regioni di Oromia e Amhara, che hanno provocato il blocco di aziende, università e trasporti. Tra i detenuti politici, ci sono anche i leader dell’opposizione Bekele Gerba e Merara Gudina.
Il premier ha annunciato anche che sarà chiuso il famigerato campo di prigionia di Maekelawi, dove sarebbero state condotte torture per estorcere confessioni ai detenuti. Il campo sarà trasformato in un museo. La protesta dei gruppi di opposizione e per la difesa dei diritti civili avrebbe provocato centinaia di morti e decine di migliaia di arresti. Tanto che le autorità hanno proclamato un lungo periodo di stato di emergenza, in seguito revocato.

 

Preti sposati / “Basta celibato obbligatorio, contribuisce agli abusi”. Il rapporto di Sydney sullo scandalo dei preti pedofili

Decine di migliaia di bambini australiani violentati, tra il 1980 e il 2015. La gran parte (circa il 62 per cento) da preti cattolici o in istituzioni cattoliche. 60 mila sopravvissuti con il diritto al risarcimento. 42 mila chiamate telefoniche e 25 mila tra lettere ed email ricevute. 8 mila audizioni di vittime a porte chiuse. 2.575 rapporti alle autorità (compresa la polizia). Decine di pagine coperte da omissis che la Royal Commission (la più alta forma di inchiesta prevista nell’ordinamento australiano) desidera che siano rivelate alla fine dei procedimenti penali che sono stati aperti (tra cui quello contro il cardinale George Pell). Quattro anni e mezzo di lavoro sono condensati in 17 volumi pubblicati venerdì 15 dicembre, dead line fissata da una lettera della stessa Regina Elisabetta II. Tre di questi volumi riguardano la Chiesa cattolica e altre istituzioni religiose, per circa 2.500 pagine.

“Abbiamo concluso che ci sono state delle catastrofiche mancanze di leadership delle autorità della Chiesa cattolica per molti decenni “, si legge nel rapporto. Il Cattolicesimo è la confessione religiosa maggioritaria in Australia. La Commissione ha riscontrato che le risposte della Chiesa alle denunce e alle preoccupazioni sul comportamento dei preti erano ” in modo incredibile e inquietante, simili”.

Le raccomandazioni finali sono 189 e tra queste c’è la richiesta di sanzioni per coloro che sospettano abusi e non allertano la polizia, compresi i sacerdoti che vengono a sapere di un abuso sessuale durante il sacramento della Confessione. A questo proposito è stato chiesto al Vaticano di stabilire la norma che l’assoluzione per il peccato di abuso su minori non possa avvenire se non quando l’abusatore non si sia denunciato alla polizia. Il rapporto finale ha anche esortato la leadership cattolica australiana a premere sul Vaticano e sul Papa per porre fine al celibato obbligatorio, lasciandolo solo volontario, perché è stato riscontrato dalla Commissione che moltissimi preti sono diventati orchi in istituzioni (come scuole e parrocchie) in cui sono stati lasciati soli con i bambini, diventati così oggetto delle loro pulsioni sessuali. La Commissione ha trovato che il celibato di per sé non è una causa diretta di abuso sessuale sui minori, “ma è un fattore che contribuisce, specialmente quando siano presenti altri fattori di rischio”.

I preti inoltre – secondo la Commissione – dovranno essere perseguiti dalla legge, se non ricorreranno alla polizia, quando vengono a conoscenza di un abuso. “Non c’è nessuna esenzione o privilegio da parte della legge, in relazione ad una determinata confessione religiosa” , sostiene il documento.

Adesso vedremo come reagirà Papa Francesco e il Vaticano al Rapporto che viene pubblicato proprio mentre la Commissione Pontificia per la tutela dei minori deve essere rinnovata nei suoi componenti, e dopo che il sopravvissuto inglese Peter Saunders si è definitivamente dimesso dal farne parte, dopo essersi sospeso nel 2016 in polemica con il cardinale Pell. Una serie di proposte sono state avanzate a Francesco e si attendono le sue decisioni.

Intanto però il Vaticano ha espresso rispetto per il lavoro della Royal Commission. “Il rapporto finale della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sex Abuse in Australia è il risultato degli accurati sforzi compiuti dalla Commissione negli ultimi anni e merita di essere studiato approfonditamente”, afferma una nota, diramata nel pomeriggio, dalla Santa Sede, che “resta vicina alla Chiesa cattolica in Australia – fedeli laici, religiosi e clero – mentre ascolta e accompagna le vittime e i sopravvissuti nello sforzo di portare guarigione e giustizia”. Nel suo recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, viene reso noto, Papa Francesco ha affermato che “la Chiesa è chiamata a essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto, e ha ribadito che la Chiesa è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili”.

Nel documento della Royal Commission si ricorda che nel novembre 2012 Pell, allora arcivescovo di Sydney, commentò favorevolmente l’annuncio dell’inizio dei lavori della Royal Commission e disse che la Chiesa cattolica avrebbe completamente collaborato. Tuttavia Pell “obiettò anche che l’estensione dell’abuso sessuale sui minori per quanto riguarda la Chiesa cattolica era stato ‘esagerato’. Nel rapporto si ricorda inoltre che i leader della Chiesa cattolica nel Paese hanno cominciato a discutere di abusi già alla fine degli anni Ottanta, in modo sporadico. Ma che già dieci anni dopo, alla fine degli anni Novanta le autorità civili del Paese presero coscienza della vastità del problema e allo stesso Pell, diventato arcivescovo di Melbourne, venne prospettata la possibilità di una Commissione d’inchiesta reale, se non fossero stati presi provvedimenti da parte della Chiesa, cosa che spinse Pell nel novembre 1996 a elaborare lo schema compensativo per le vittime, denominato, Melbourne Reponse.

Evidentemente, i cambiamenti intercorsi nell’arco di tre decenni non sono stati tali da impedire l’istituzione della Commissione che ha riguardato tutte le istituzioni australiane e anche le altre confessioni religiose, persino l’Esercito della salvezza.

Pell, prefetto vaticano dell’Economia, uno dei top advisor di Papa Francesco, è stato ascoltato tre volte dalla Royal Commission ( l’ultima nel marzo 2016 in diretta streaming da un hotel di Roma) è stato incriminato nel giugno 2017 per presunti abusi di cui sarebbe stato direttamente responsabile. Nel prossimo marzo (2018 ), dopo quattro settimane di udienze a porte chiuse, si saprà se Pell dovrà essere sottoposto a processo per accuse che il cardinale ha sempre veemente respinto.
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Bergoglio e i suoi avversari guardano al prossimo conclave. Le nomine cardinalizie diventano il vero campo di battaglia

Se venti riunioni – tante ne ha tenute finora, tra start e stop, rallentamenti e arretramenti – non sono bastate al C9, il Consiglio dei Cardinali, per riformare il governo centrale della Chiesa, quattro concistori sono stati di converso sufficienti a Bergoglio – uno all’anno dal febbraio 2014 a oggi – per infliggere sin d’ora un colpo durissimo alle cordate ostili e sconvolgere l’assetto del sacro collegio, dove alberga il potere vero e si gioca in definitiva l’eredità del pontificato, guardando già verso il prossimo conclave.

Se venti “tridui”, declinando un linguaggio liturgico e alludendo alla durata di tre giorni delle sessioni, non riescono a far risorgere la curia, purificata dai suoi peccati e rinnovata nei suoi apparati, quattro tornate di nomine, o infornate di porpore (49, il 40% del totale), si mostrano in compenso esaustive, biblicamente, a predisporle la tomba.

Occorre calarsi nel profondo di questo “mistero pasquale”, ossia di questo paradosso in perfetto formato evangelico, per discernere fra il pessimismo di coloro che annunciano il tramonto, il fallimento di Francesco e gli ottimisti che salutano l’alba, il compimento di una nuova era. Dove tutto da un lato sembra immobile, statico, in preda di epidemica confusione, mentre dall’altro evolve rapido, dinamico, in lucida inarrestabile progressione.

Assistiamo infatti a due processi che viaggiano in parallelo, contraddittori e rivelatori. Un treno accelerato che sosta in tutte le stazioni e s’intrattiene in lente consultazioni, tenacemente imbrigliato da veti e ostacoli. E un convoglio ad alta velocità, dove il conducente non si lascia viceversa fermare, distrarre o consigliare da nessuno.

Andiamo con ordine. Da una parte sta dunque la riforma della curia, che disegna un diagramma in discesa e segna il passo. Anzi torna sui propri passi, facendo marcia indietro dal fronte fatale delle finanze: la “campagna di Russia” di ogni papa, che muove travolgente alla carica e guadagna inizialmente terreno ma poi si arresta, si ritrova solo, paralizzato dal gelo che lo circonda, costretto al ripiegamento. Una ritirata che sovente si converte in disfatta, nel senso letterale del termine, volta cioè a disfare, a svuotare i nuovi organismi dal di dentro e ripristinare lo status quo ante. La finanza: era questo l’autentico per non dire unico banco, e “banca”, di prova del cambiamento, che non pu￲ò certo ridursi al mero, ancorché necessario, accorpamento dei dicasteri (sotto le nuove denominazioni e aggregazioni di “Laici, famiglia e vita” e “Sviluppo Umano Integrale”, che in due raggruppano complessivamente sei di quelli previi): misure ordinarie, non straordinarie, finalizzate a soddisfare una esigenza di razionalizzazione amministrativa, non di effettiva, incisiva trasformazione.

Così, dal Motu Proprio Fidelis dispensator et prudens, che istituiva nel febbraio 2014 la Segreteria per l’Economia, provando a impiantare nel grembo della curia, per la prima volta, l’embrione di una politica economica modernamente intesa, siamo tornati al punto di partenza con il decreto sui “Beni Temporali” del luglio 2016, che spoglia l’ente delle competenze gestionali, retrocedendolo da ministero con a senza portafoglio e relegandolo a una funzione di pura sorveglianza. Insomma un restyling e una riedizione della vecchia Prefettura degli Affari Economici, addomesticata e indebolita peraltro dal “congedo” del ranger Pell, rientrato perigliosamente alla base con biglietto di sola andata per sottoporsi al giudizio della corte di Melbourne e difendersi dalle imputazioni, gravi, che lo riguardano.

Troppo. Al punto da sospettare che la ristrutturazione della curia non fosse l’obiettivo vero, ma il diversivo di un Papa che procede nel frattempo indisturbato a un drastico riequilibrio tra continenti, città e nazioni, con una redistribuzione di peso specifico e geopolitico senza precedenti. Ponendo una ipoteca sulla successione o quanto meno indicandone la direzione, con l’intento di uniformarla in senso unico.

Non si spiegherebbe altrimenti la frequenza dei concistori – a distanza di un semestre gli ultimi due -, appena la scadenza dell’età rende liberi e disponibili nuovi posti, per un ricambio di taglio geografico, non solo anagrafico (dei sette pensionamenti previsti entro l’estate 2018 cinque sono italiani e non verranno reintegrati se non esiguamente, con un netto dimagrimento del partito curiale).

A compensare la mancata riforma dell’esecutivo e l’involuzione delle finanze pontificie sta dunque la rivoluzione felicemente in atto nel senato cardinalizio: col duplice stigma della democratizzazione e delocalizzazione delle nomine.

Se il conclave si tenesse oggi, come abbiamo scritto in più occasioni, l’elenco dei nominativi comporterebbe all’istante un quiz di soluzione ardua il lettore, tra provenienze di percezione vaga e incerta collocazione. Periferia del sapere oltre che del potere: Bamako e Bangui; Cotabato e Cabo Verde; David e Les Cayes; Merida e Morelia; Nuku’alofa e Pakse; Port Louis e Port Moresby; Tlalnepantla e Yangon. Che prendono il posto delle “big” Filadelfia e Los Angeles; Montreal e Monterrey; Marsiglia e Siviglia; Berlino e Kiev; Lagos e Salvador de Bahia; Sydney e Tokyo; Torino e Venezia.

Luoghi sperduti o sconosciuti, chiamati a discernere, e decidere, l’erede di un impero da duemila miliardi di dollari: tale il valore dei beni riconducibili alla Chiesa nel solo ambito immobiliare, secondo le stime del Sole 24 Ore.

Nomine esotiche ma non episodiche, anzi sistematiche. Sempre pi frequenti, dunque influenti. Diocesi eccentriche nella geografia ma centrali nella strategia. Isolane ma non isolate, dalle Mauritius all’arcipelago tongano, da Mindanao alla Nuova Guinea, poiché i loro presuli risultano portatori di un consenso di base, ottenuto con l’elezione ai vertici dei rispettivi episcopati, regionali o continentali.

Un modello che fa intravedere in lontananza l’evoluzione verso un papato scelto dalle conferenze dei vescovi e si prospetta indubbiamente fascinoso, attrattivo per la sensibilità delle chiese separate, accorciando le distanze ecumeniche.

Porpore “democratiche” quindi, legittimate dal suffragio e chiamate a sostituire dal basso quelle aristocratiche, soppiantando le città cardinalizie “di diritto”, dove si accedeva per cooptazione dall’alto e sponsorizzazione dei capi cordata.

Quanto basta per suscitare in crescendo nella vecchia guardia, schierata in una guerra di posizione – e opposizione – alle riforme, il timore di avere sbagliato il campo di battaglia.

Se il maquillage dei dicasteri ha infatti soltanto cambiato pelle alla curia – mentre l’ossatura rimane intatta -, il tourbillon dei concistori ne modifica, oltre al corpus, la forma mentis e l’anima stessa.

Un labirinto di volti e accenti – alcuni non hanno studiato a Roma e non parlano italiano – in cui anche il più consumato king maker o la più astuta eminenza “grigia”, per restare in tema e croma, faticherebbe a tessere, e stendere, il filo delle proprie trame, finendo per perdersi e perdere la partita.

Tradotto nel linguaggio degli analisti economici, vuol dire che il club più esclusivo del pianeta, per effetto della cura Bergoglio, somiglia ormai a una public company: una “multinazionale” ad azionariato diffuso, sparpagliato, trasversale, priva di oligopoli, zoccoli duri, patti di sindacato che dir si voglia.

Traslato sull’atlante, in termini statistici, significa che i titoli dell’Occidente appaiono irrimediabilmente destinati a scendere mentre salgono le quotazioni dei paesi afroasiatici: da l↓ Francesco sogna e ambisce che venga il suo successore, rovesciando in direttrice Sudest l’asse strategico del pontificato, finora orientato forzosamente a Nordovest: se consideriamo che l’Europa, con il 22% del cattolicesimo mondiale, occupa tuttora il 44 %, esattamente il doppio, della “Camera Alta”, che elegge il Papa. Diversamente dal Sinodo – la “Camera Bassa”, che fa le “leggi” -, dove vige un criterio di rappresentanza proporzionale.

Questi pensieri vanno meditando le gerarchie, sentendo restringersi sotto di sè il piedistallo del potere romano e vedendo allargarsi, di converso, l’orizzonte della Chiesa globalizzata.

Motivo che induce i nemici del Pontefice – conservatori e trasformisti, gattopardi e progressisti pro-tempore, con i reparti d’assalto dei blog fondamentalisti e l’artiglieria da campo dei gruppi editoriali amici – ad alzare il tiro e venire allo scoperto, sparando a turno sui fedelissimi – nel mirino il venezuelano Arturo Sosa, Generale dei Gesuiti, presentato a metà tra il goliardico e l’eretico -, puntando alla ingovernabilità e alla destabilizzazione del papato argentino. Nell’intento di arrivare al più presto ad un conclave, prima che i rapporti di forza nella Sistina si consolidino e diventino impari, cogliendo il punto di non ritorno nella soglia, ormai prossima e raggiungibile in due anni, del 50% di berrette di nomina bergogliana.

Un confine quantitativo per ora, che potrebbe spingersi ancora più in là e diventare qualitativo, con l’immissione ardita, inaudita di cardinali “laici”, da individuare nei “fondatori” di movimenti o comunità di fama mondiale, rendendo il consesso più vicino allo Spirito Santo, suo dante causa, ma stravolgendone l’impianto aristocratico e corporativo. Una idea temeraria che avanza e rappresenta l’ultima frontiera, quella più decisiva e divisiva, nello scontro fra il Papa e la curia.

Una guerra mondiale che non contempla semplicisticamente buoni e cattivi, o evangelicamente grano e zizzania, ma due letture diametralmente opposte, inconciliabili, questo sì, del rapporto tra i concetti di universalismo e globalismo.

Da un lato un Pontefice determinato a globalizzare la Chiesa come non │ mai stata e deve affrettarsi ad essere, per non restare fuori dalla storia. Dall’altro una curia che si ritiene geneticamente custode, depositaria dell’universalità di Roma e avverte nelle new entries nient’altro che una somma di localismi, premessa del caos eretto a sistema.

Il tempo è superiore allo spazio: mai come adesso i due fattori della equazione di Francesco sono risultati antitetici e sintetici, dispiegando il potenziale della formula, eversivo ed esplicativo. Che consente di raffigurare la situazione attuale in una corsa contro il tempo su ambedue i fronti, per conservare o conquistare spazi. Dove la posta sullo sfondo e nel profondo non è soltanto il modello di governo, bensì di Chiesa e cattolicesimo, tra settentrione carolingio e meridione meticcio, passaggio a Nordovest e via della seta, Occidente tradito e Oriente proibito.

huffingtonpost.it

Spagna: programma Podemos come l’Ikea

Programma Podemos modello catalogo Ikea: è l’ultima trovata degli attivissimi strateghi mediatici del partito ‘post-indignados’ spagnolo in vista delle politiche anticipate del 26 giugno, dove spera di realizzare uno storico ‘sorpasso’ sui socialisti del ‘vecchio’ Psoe di Pedro Sanchez.
La formazione ‘viola’ ha presentato oggi il proprio programma con un opuscolo, di cui la stampa di Madrid ha sottolineato le somiglianze col catalogo della celebre multinazionale svedese del mobile. In copertina e nelle pagine interne molte foto, con i principali leader del partito, a cominciare dal segretario Pablo Iglesias, seduti in salotti, camere da letto o cucine modello Ikea, o intenti a stendere il bucato o preparare la cena, mentre spiegano le proposte del partito. Gli ultimi sondaggi confermano la tendenza al ‘soprasso’ sul Psoe e danno il partito di Iglesias al secondo posto, col 25% circa, dietro al Pp del premier uscente, attestato attorno al 29%, mentre il Psoe non supera il 22% e Ciudadanos il 16%.

ansa

Esteri POLITICA Riad rompe relazioni diplomatiche con Iran

Resta alta la tensione nel Golfo Persico. L’Arabia Saudita sunnita ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran sciita, acuendo la crisi interconfessionale apertasi nell’Islam all’indomani dell’esecuzione dell’imam sciita Nimr al Nimr in Arabia Saudita. Quest’ultima ha innescato proteste nei Paesi musulmani dove è forte la presenza degli sciiti, e in particolare in Iran dove sono state date alle fiamme l’ambasciata saudita a Teheran e il Consolato a Mashad. Lo ha anunciato il ministro degli Esteri Said, Adel al Jubeir che ha anche detto che entro 48 ore tutti i diplomatici iraniani dovranno lasciare l’Arabia Saudita e ha accusato Teheran di incitare alla rivolta interconfessionale i msusulmani nella regione.

L’Iran accusa l’Arabia saudita di alimentare la tensione nella regione. Riad, ha affermato un portavoce del ministero degli Esteri, “è alla ricerca della crisi e tenta di risolvere i propri problemi interni esportandoli”. “Decidendo di rompere le relazioni diplomatiche”, aveva affermato in precedenza il viceministro Hossein Amir Abdollahian, l’Iran “non potrà far dimenticare il grande errore commesso giustiziando un religioso”. Il riferimento è all’esecuzione di Nimr al-Nimr, leader degli sciiti nel regno saudita, giustiziato con altri 46 uomini ritenuti legati al terrorismo e ad al-Qaeda. Intanto stamani un poliziotto saudita è stato ucciso nella città dell’est da cui proveniva il religioso sciita giustiziato. A dare la notizia è stata l’agenzia di stampa ufficiale saudita, Spa, definendo l’accaduto un “atto terrorista”. (AGI)

Vatileaks 2, Chiarelettere e Feltrinelli si difendono dalle accuse del Vaticano: “Sono libri seri, non temiamo il blocco”

Tradimento e possibile censura. Due categorie pesantissime segnano Via Crucis eAvarizia, i libri in uscita dei giornalisti Gianluigi Nuzzi e di Emiliano Fittipaldi scritti – secondo la Santa Sede – grazie “alla consegna di documentazione riservata”, che ha portato all’arresto della commissaria Chaouqui e di monsignor Balda. Alle accuse e alla minaccia, Chiarelettere e Feltrinelli oppongono “la serietà” del loro lavoro, e “tranquillità” che le opere non saranno bloccate.

La Santa Sede non usa mezze misure. I due libri “sono frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa”. Un’operazione “in cui risvolti giuridici ed eventualmente penali” sono oggetto di riflessione in Vaticano “in vista di eventuali ulteriori provvedimenti”, anche tramite cooperazione internazionale. Il che, tradotto alla lettera, porterebbe a provvedimenti contro la pubblicazione dei libri stessi.

“Difendiamo il cosiddetto Vatileaks 2”, dichiara ad Huffpost Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiarelettere. “Via Crucis non è il primo libro che Gianluigi Nuzzi fa sul Vaticano. Ne ha già fatti due (Sua Santità e Vaticano Spa, ndr). Con questo non facciamo altro che continuare il lavoro, la pubblicazione dei documenti per rendere trasparente il potere in Vaticano. Un servizio per tutti i cattolici che credono che il nostro sia un lavoro utile per Francesco, che si sta battendo per far cadere le incrostazioni di potere. Il libro di Nuzzi è fatto in questo spirito.”

Insomma per Chiarelettere, non ci sarebbe dissonanza con lo spirito del papato di Francesco. “Sono liberi di pensarla diversamente, ma noi facciamo solo il nostro lavoro. Davanti a documenti veri e verificati, pubblichiamo. Non ci poniamo possibili conseguenze, non facciamo politica”. Anzi, sottolinea Fazio “a differenza di altri scandali di questo paese, in questo caso c’è il ruolo di questo papa che si sta battendo per un reale cambiamento della struttura della Curia, uno spirito che prima non c’era mai stato”.

Entrambe le case editrici assicurano massima tranquillità anche rispetto a possibili azioni legali contro la pubblicazione. “Non temiamo problemi. – fanno sapere dalla Feltrinelli – Come editore siamo tranquilli della professionalità del nostro autore”.Avarizia, un saggio sul patrimonio economico della chiesa di Francesco, sull’otto per mille, sui soldi delle offerte, sullo Ior e tutto quello che collega l’universo ecclesiastico al denaro, “è un’inchiesta giudiziaria non un libro scandalistico, fondata sul massimo scrupolo, sul rispetto della deontologia professionale e su documenti reali. Inchiesta che riteniamo aiuterà il processo di pulizia in corso grazie a Francesco all’interno della Chiesa”.

“I tempi per bloccare la diffusione non ci sono”, rassicura il direttore editoriale di Chiarelettere. Il 5 novembre i libri arriveranno nelle librerie. Bloccarli mi sembrerebbe molto difficile, i provvedimenti giudiziari non sono mai così veloci”.

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Gaza, il 16 luglio fiaccolate di pace in ogni città italiana. Mai più vittime! Per libertà e giustizia in Palestina e Israele

Di fronte alla nuova guerra in corso nella Striscia di Gaza, un folto gruppo di associazioni che fanno capo a Rete della Pace, Controllarmi  Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci e Tavolo Interventi Civili di Pace ha lanciato un appello per il cessate il fuoco e per chiedere alla comunità internazionale di adoperarsi per la pace in quella martoriata terra : «Chiamiamo uomini e donne che credono nella Pace e nella nonviolenza a mobilitarsi Mercoledì 16 Luglio 2014, organizzando e partecipando nella propria città alla FIACCOLATA per la Pace, la libertà, la giustizia in Palestina e Israele. Ogni morte ci diminuisce, ogni uomo, donna, bambino ucciso pesa sulle nostre coscienze. Vogliamo vedere i bambini vivere e crescere in pace non maciullati da schegge di piombo».

Le coalizioni delle associazioni pacifiste italiane chiedono: «Che cessino immediatamente il fuoco, le rappresaglie e le vendette di ogni parte; Che la politica e la comunità internazionale assumano un ruolo attivo e di mediazione per la fine dell’occupazione militare israeliana e la colonizzazione del territorio palestinese, per il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e del diritto internazionale in tutto il territorio che accoglie i popoli israeliano e palestinese; Che il governo italiano si attivi immediatamente affinché il nostro Paese e i Paesi membri dell’Unione Europea interrompano la fornitura di armi, di munizioni, di sistemi militari, come pure ogni accordo di cooperazione militare con Israele; Che il nostro governo, oggi alla Presidenza dell’Unione Europea, assuma questi impegni con determinazione e coraggio».

Intanto un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina lancia un appello dato 11 luglio)  alla comunità internazionale sottolineando che «Tutto ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti di agenzie internazionali». Ecco quello che scrivono nel loro drammatico comunicato: Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe…Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate.

Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE. Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto.

Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana… resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti.

Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana.

Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni.

Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno. Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive – definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33).

Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari.

Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardato 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e  1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi.

Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati. Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom  (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico.

Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni.

Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinché le operazioni militari cessino immediatamente e perché si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza

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La buonuscita ai preti accusati di pedofilia. Con la firma del cardinale

Il cardinale Timothy Dolan avrebbe autorizzato buonuscite da 20mila dollari ai sacerdoti accusati di abusi su minori perché si ritirassero a vita privata e laica. Secondo quanto  scrive il New York Times Dolan avrebbe acconsentito al pagamento di questi soldi quando era arcivescovo di Milwaukee

Dolan è a capo della conferenza episcopale statunitense e all’epoca, interrogato sulla questione, aveva detto che l’accusa era “falsa, pretestuosa e ingiusta”. Ma un documento reso pubblico dagli avvocati delle vittime di abusi avrebbe svelato la firma di Dolan sulle autorizzazioni ai pagamenti.

Secondo  Jerry Topczewski, , un portavoce della diocesi di Milwaukee sentito dal New York Times, i soldi sarebbero stati dati ai sacerdoti per accelerare il processo di “laicizzazione”, che va per le lunghe se un sacerdote si oppone.

I sacerdoti in questione avrebbero anche incassato una pensione da 1.250 dollari al mese e l’assicurazione sanitaria fino a quando non troverà un altro lavoro.

Alcuni esperti su abusi all’interno della Chiesa Cattolica hanno detto che il pagamento di “buonuscite” per accelerare la “laicizzazione” di sacerdoti coinvolti in scandali è una pratica non inusuale.

Il primo caso analogo risale al 1983: in quell’anno padre Franklyn Becker ricevette soldi, pensione e assicurazione sanitaria in cambio dell’addio alla vita ecclesiastica dopo che undici ragazzini lo avevano accusato di abusi.

In tutto, secondo quanto scrive il Nwe York Times, la Chiesa avrebbe pagato oltre 16 milioni di dollari per difendere sacerdoti accusati di pedofilia.

blizquotidiano

31 Maggio 2012 18:20

Brasile, uccidevano donne per cannibalismo

Tre membri di una setta brasiliana sono stati arrestati oggi con l’accusa di aver mangiato i resti di varie donne, da loro uccise perche’ considerate ”impure”. Il macabro rituale e’ avvenuto nello Stato di Pernambuco, uno dei piu’ poveri del Brasile. In manette e’ finita anche una donna di 51 anni, che ha confessato alla polizia di aver venduto per strada focacce a base di carne delle vittime

ansa – 14 Aprile 2012 ore 04:06

Il neocolonialismo è finito e i tunisini si ribellano all’atteggiamento della Francia di fronte ai risultati elettorali

Tratto dal mensile francese Régards (dicembre 2011). Titolo originale: L’Intifada tunisienne refuse la «vigilance» occidentale

Il 17 dicembre 2010 a Sidi-Bouzid, piccola città all’interno della Tunisia, Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, si uccide, dandosi fuoco dopo essere stato umiliato da un agente di polizia. Cogliendo di sorpresa geopolitici, esperti, specialisti e altri “attenti osservatori”, questo gesto disperato segna l’inizio di un’onda che, 12 mesi più tardi, continua a scuotere il mondo arabo.

Il 23 ottobre 2011, il partito islamico Ennahda esce vincitore dalle elezioni dell’Assemblea costituente in Tunisia, ottenendo 89 seggi su 217. In Occidente, e specialmente in Francia, il tono di buona parte dei commenti politici e mediatici cambia bruscamente. Nell’arco di pochi giorni si passa dall’entusiasmo per queste «rivoluzioni democratiche» dotate di ogni virtù, a un’attenzione «vigile» di fronte ai buoni risultati dei partiti islamici, realizzati (Tunisia) e a venire (Egitto, Libia). Sull’onda del «primavera araba, autunno islamista», riprendono forza quegli stessi che, per dieci anni, hanno alimentato il fuoco del pericolo islamista e dello scontro di civiltà.

Il 26 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, è ai microfoni di France Inter: «[I risultati delle elezioni tunisine] non modificheranno le relazioni tra la Francia e la Tunisia, ma la Francia resta vigile». «La Francia dice di fare attenzione! C’è un confine che non bisogna oltrepassare e questo confine è costituito da alcuni valori e principi democratici come l’alternanza al potere, i diritti umani e l’uguaglianza uomo-donna». «Saremo molto vigili e abbiamo i mezzi per esprimere questa vigilanza». Il ministro ha aggiunto infine che «confida» nei tunisini. Un’invettiva ridicola: presunzione civilizzatrice, autoproclamazione come guardiani del tempio – «dei valori e dei principi democratici» – e, per finire, minaccia di sanzioni economiche.



Una «vigilanza» che fa drizzare i capelli

«Vi scorgo i residui di una potenza coloniale che pensa ancora di avere dei diritti su un popolo sovrano», commenta Nourredine Aloui, insegnante, sociologo e romanziere tunisino. «Fa un po’ ridere questa Francia vigilante, questa Francia che dà lezioni. Così preoccupata dei diritti umani non lo era durante il regime di Ben Ali…».

Per Bertrand Badie, ricercatore al Centro studi e relazioni internazionali (Ceri), questa uscita di Juppé può essere letta a più livelli: «Mostra che la stigmatizzazione dell’islamismo continua a riscuotere successo; rivela un modo pericoloso e inappropriato di valutare l’islamismo come un fenomeno omogeneo e incapace di evolvere, mentre ci sono tanti islamismi e organizzazioni diverse; infine non tiene in considerazione che il passaggio da queste rivoluzioni alle elezioni non è facile: per decenni, i movimenti sociali sono stati privati di qualsiasi leadership politica…». Ma soprattutto, lo studioso sottolinea «questa costante goffagine diplomatica che consiste nell’ergersi a tutori di ciò che succede altrove. Come se il timone della diplomazia francese fosse raddrizzare i torti. Questo è, non solo superato, ma pericoloso perché il rinnovarsi perpetuo di questa tutela può provocare e alimentare sentimenti antifrancesi. Penso che il Paese che ha inventato il concetto di contratto sociale dovrebbe lasciare che i contratti sociali si facciano da sé…».

Storica della cultura e della vita intellettuale in Tunisia, codirettrice della rivista Ibla (Rivista dell’Institut des Belles Lettres Arabes) a Tunisi, Kmar Bendana giudica questa ingerenza «insopportabile». «La relazione Francia-Maghreb è sempre stata asimmetrica». «Da un lato l’opinione pubblica francese che si considerava liberale e erede della rivoluzione, della democrazia; dall’altro un’opinione nazionalista in marcia verso l’indipendenza. Quello che sta accadendo ora esce completamente da questo schema. Nel mondo contemporaneo, tutto si mischia grazie a internet, alla mobilità. Niente è lineare, e di colpo, questo sguardo occidentale non funziona più».

«Ciò che dice Juppé mi fa sorridere», dice Rim Temimi, fotografa di 38 anni “italo-francoalgerina-tunisina” impegnata nel collettivo di artisti “Dégage” nato all’indomani del 14 gennaio. «Vuole vigilare? È gentile da parte sua, ma non abbiamo bisogno di lui. Ciò che abbiamo fatto il 14 gennaio lo abbiamo fatto da soli. È tempo che la Francia e l’Europa comprendano che devono trattarci alla pari. Il colonialismo e il neocolonialismo sono finiti».



Gli islamisti non vengono dalla Luna

L’uscita di Juppé non è un caso isolato. Collima perfettamente con l’atteggiamento adottato dalla Francia nel gennaio scorso: basti pensare a Michèle Alliot-Marie, allora ministro degli Esteri, che invocava l’invio di poliziotti in soccorso al regime vacillante; o alla nomina poi a Tunisi di un giovane ambasciatore arrogante, Boris Boillon, ancora in carica. Inoltre la posizione di Juppé è confermata anche dal fatto che la Francia è stata uno degli ultimi Paesi europei a felicitarsi con i vincitori delle elezioni del 23 ottobre.

Un fallimento politico. «Perché – assicura Rim Temimi – quanto alle relazioni con l’Occidente, la gioventù tunisina, anche quella dell’interno del Paese, condivide l’idea che sia urgente andare avanti». Una gioventù che si dice anche pronta a assumere tutti i rischi inerenti al processo di transizione democratica nel quale il Paese è impegnato. «Anche se il Paese avrà una virata all’iraniana, io resterò qui», riassume la giovane fotografa.

Lungi dall’essere spaventati dalla vittoria di Ennahda, la maggioranza dei tunisini si dice prima di tutto fiera di quanto avvenuto nel Paese nell’ultimo anno. «Questa rivoluzione avanza a passi da gigante», afferma Nourredine Aloui. «Ha passato un anno di transizione senza violenze e le elezioni del 23 ottobre hanno dimostrato che c’era una grande voglia di cambiamento. Scopriamo il multipartitismo ed è un successo: tante le formazioni che saranno rappresentate in questa Assemblea.

Non sono tra coloro che pensano che le rivoluzioni sono state fatte dal popolo e stanno per essere confiscate dagli islamisti. Che io sappia, questi non vengono dalla Luna! Hanno combattuto Ben Ali e Bourguiba in passato. Non stanno rubando la nostra rivoluzione, sono stati eletti… E i paletti sono lì, Moncef Marzouki e altri siederanno all’Assemblea e contribuiranno a moderare i toni».

La nomina, il 15 novembre scorso, di Moncef Marzouki, capo del Congrès pour la République (arrivato secondo alle elezioni con 29 seggi), come presidente a interim per la durata di un anno, è un segno positivo. È a seguito di un accordo con gli islamisti di Ennahda che quest’uomo di sinistra prende in mano le redini del Paese, per il tempo necessario a che l’Assemblea costituente rediga una nuova Costituzione.

«Ad ogni modo, Ennahda non ha né il tempo, né i mezzi per diventare un nuovo Rassemblement constitutionnel démocratique (il vecchio partito di Ben Ali); e né il tempo né l’intenzione di far precipitare il Paese in uno scenario alla iraniana», considera Nourredine Aloui. «Se si allontana dal salafismo, diventerà un’organizzazione che potrà guidare il Paese dal centro, tipo Democrazia Cristiana. In caso contrario, diventerà un partito integrato nel gioco politico ma marginalizzato, che prenderà qualche voto a ogni elezione come i fratelli musulmani in Giordania».

Rim Temimi conferma che il modo con cui Ennahda gestirà la presenza dei salafiti nello spazio politico merita attenzione: «Costituiscono un rischio», dice. Ma la sua diffidenza nei confronti del partito di Rached Ghanouchi (presidente di Ennahda, ndr) è di altra natura: «Non voglio che si basi sull’esegesi del Corano. È quello che fa Ennahda e questo mi dispiace».

Portavoce in Francia del Parti démocratique progressiste (Pdp), uno dei grandi perdenti delle elezioni del 23 ottobre, Adnane Ben Youssef si spinge più in là: «Vogliamo discutere circa il modo in cui l’islam è invocato e utilizzato nel dibattito pubblico e politico, perché su questo abbiamo delle divergenze profonde con Ennahda. Ma certamente non c’è da discutere sulla loro presenza nello spazio politico».



Esigenza occidentale

Di fatto, tutto indica che per i tunisini la sfida principale oggi è di assicurare che i rappresentanti eletti non tradiscano le speranze politiche, economiche e sociali nate dalle sollevazioni: «Aspetto di vedere come questa Assemblea costituente si comporterà con le popolazioni di Sidi Bouzid, Gafsa ecc… che sono le più povere, e che hanno dato vita alla rivoluzione», dice Nourredine Aloui. «Perché il governo di transizione ha il dovere di farne la sua priorità». È questa la questione politica aperta, non quella del rischio dell’istituzione di un nuovo regime autoritario. Un rischio molto ipotetico: che si tratti di Ennahda in Tunisia, dei Fratelli musulmani in Egitto o domani delle organizzazioni che si richiamano all’islam politico in Libia, tutti hanno approfittato della primavera araba per… entrare nel gioco democratico. Un gioco dal quale, come le altre organizzazioni politiche di opposizione, erano stati esclusi in questi decenni. Tutti, in Tunisia, sono concordi nel riconoscere che Ennahda ha condotto una campagna efficace e ben organizzata. In Egitto, mentre l’esercito al potere reprime i movimenti giovanili e fa lavorare i tribunali militari a pieno regime, i dirigenti politici islamici, che a febbraio erano a piazza Tahrir, non si mobilitano più per difendere i giovani rivoluzionari.

I Fratelli musulmani discutono già da qualche mese con l’amministrazione statunitense. Lo scorso 30 giugno, Hillary Clinton ha ammesso che gli Usa avevano stabilito dei «contatti limitati». Contatti che si sono poi consolidati.

Un anno dopo l’inizio delle Intifade arabe, non è dunque escluso che un domani si possano vedere in Tunisia, in Egitto, e perché no in Libia, islamici al potere, rinnovare i contratti di assoggettamento economico e strategico sottoscritti dai loro predecessori con le potenze occidentali. Niente al momento indica che sarà così. Semplicemente la poca chiarezza che queste forze mantengono circa le loro proposte economiche e sociali non permettono di scartare questa ipotesi.

Con o senza islamisti, i desiderata occidentali non sono cambiati. «La loro principale preoccupazione è mantenere la divisione internazionale del lavoro di sicurezza. Finora, i regimi assicuravano il controllo della minaccia proveniente dal sud. E ciò che vogliono oggi, è che gli Stati conservino queste acquisizioni», analizza Vincent Geisser. Spetta dunque ormai ai «tunisini far sì che i loro rappresentanti non tradiscano ciò per cui si sono battuti da un anno», sottolinea Bertrand Badie.

Sta invece a tutti coloro che, dall’estero, vogliano sostenerli, forze progressiste comprese, uscire definitivamente dal proprio involucro neocolonialista e paternalista, ancora molto forte. Per rifondare le relazioni transmediterranee su nuove basi, ugualitarie. Di questo i tunisini sono creditori. Hanno già fatto la loro parte di cammino.
in adistaonline

Le primarie americane e il ritorno dei neoconservatori

La stagione delle primarie non è ancora iniziata, il primo appuntamento sarà a gennaio con i caucus dello Iowa, ma sono già successe molte cose in campo repubblicano.
All’inizio dell’anno sembrava che queste elezioni presidenziali, come quelle parlamentari di due anni fa, sarebbero state segnate dall’attivismo dei Tea Party, il movimento integralista di base anti-stato guidato, tra gli altri, dalla deputata Michelle Bachman, ma con l’appoggio esterno di un’altra reginetta del movimento, l’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin.
E invece, con il passare dei mesi e il dispiegarsi dei dibattiti pubblici tra i nove-dieci candidati repubblicani, non solo il campo di battaglia si è venuto semplificando, ma sorprendentemente anche la principale esponente dei Tea Party è stata relegata dai sondaggi in un ruolo marginale. Oggi Michelle Bachman viene data dagli elettori repubblicani con un misero 6 per cento, contro i due principali contendenti Newt Gingrich, con circa il 30 per cento, e il favorito (fino a poco tempo fa) Mitt Romney con appena il 23 per cento.
Di sorprendente c’è anche la rientrata in campo e rapida ascesa di Gingrich. Dopo una corsa iniziale all’inizio dell’anno Gingrich aveva annunciato di non volere più candidarsi a seguito di una serie di polemiche sulla sua vita sessuale piuttosto disordinata — tre mogli e diverse amanti — e di accuse di avere percepito lucrative consulenze da alcune importanti lobby. Per molti mesi è sembrato che l’unico candidato possibile sarebbe stato Romney.
Repubblicano di centro, compassato nello stile e moderato nelle sue posizioni politiche, Romney non piaceva alla base del partito sia per la sua affiliazione religiosa (è mormone), sia per la riforma sanitaria che aveva realizzato quando era governatore del Massachusetts (una riforma molto simile a quella, a livello nazionale, di Obama). Per questo nelle ultime settimane aveva cercato di conquistarsi un pedigree di repubblicano intransigente citando sempre più spesso la figura di Ronald Reagan (a 25 anni dalla sua presidenza tuttora un’icona imprescindibile per i repubblicani – e non solo), e correggendo le passate posizioni che lo facevano sembrare troppo poco di destra. L’unica cosa che non poteva danneggiarlo tra l’elettorato di riferimento è di essere ricchissimo e di esserlo diventato attraverso spericolate operazioni finanziarie.
Tra i suoi avversari intanto, era uscito di scena, anche lui per motivi di carattere sessuale, la stella nascente repubblicana, l’afroamericano Herman Cain. (Curioso: i repubblicani, che raccolgono un misero 2 per cento dei voti afroamericani, ci avevano già provato nominando un segretario del partito nero e ora mettendo in campo un candidato alla presidenza nero – dopo che avevano usato toni neppure troppo velatamente razzisti per combattere il candidato nero democratico.) La Bachman, come prima di lei Sarah Palin, aveva gradualmente perso consensi, fino a sprofondare, di fronte all’evidenza della sua incompetenza e superficialità. L’ultimo a cadere era stato il governatore del Texas Rick Perry dopo alcune prove penose nel corso dei dibattiti dei mesi scorsi. Tra gli altri candidati, solo il longevo Ron Paul è rimasto sulla scena (gli si accredita un 10 per cento di voti a favore), ma si tratta di un libertario di destra anomalo che non può in alcun modo sperare di ottenere il consenso degli elettori del suo partito, che saranno anti-stato, ma libertari certo non sono.
Quando quindi sembrava che Romney fosse divenuto ormai il “candidato inevitabile ” (come fu definita Hillary Clinton ai tempi della sua corsa per la Casa bianca prima che entrasse in scena Barack Obama), non tanto perché fosse amato da tutti, ma perché era il meno peggio sulla piazza, ecco che rientra prepotentemente in scena Newt Gingrich. Una personalità, quella di Gingrich, che più diversa da Romney non si potrebbe immaginare: compassato l’uno, vociferante l’altro, moderato l’uno, estremista l’altro, morigerato l’uno, amante della bella vita l’altro. Dalla sua inoltre Gingrich ha ancora il residuo di popolarità che si era conquistato negli anni ’90 quando, da speaker della Camera, aveva lanciato il partito alla riconquista della maggioranza con il suo famoso “patto con l’America” (copiato da Berlusconi qualche anno dopo), e negli anni successivi aveva martellato Bill Clinton per le sue prodezze amatorie.
Ma c’è un’altra ragione di fondo per il ritorno e la rapida ascesa di Gingrich. La ragione si chiama neoconservatori. Non direttamente gli esponenti del neoconservatorismo, che avevano vissuto il loro momento d’oro durante la presidenza Bush ed erano entrati in un cono d’ombra dopo la vittoria di Obama, ma gli interessi economici e le visioni geopolitiche (militari, strategiche ed economiche) che avevano sostenuto il movimento e che certo non sono scomparse con la fine dell’amministrazione Bush. Sono questi ambienti economici e di politica estera ad avere decretato l’uscita, di fatto, dei Tea Party dalla corsa per la presidenza: troppo isolazionisti, e anche troppo isolati dagli ambienti di Washington che contano, il loro radicalismo finanziario poteva finire col mettere in discussione anche le lucrose commesse militari. Per fare da battistrada, per agitare le acque e suscitare un movimento di antipolitica e di anti-stato andavano bene, ma adesso che è iniziata la corsa vera e propria è bene che si facciano da parte e lascino spazio ad un politico sperimentato ed affidabile.
Ecco quindi rispuntare Gingrich, un uomo evidentemente ben più affidabile per i think tank e le lobby di politica estera nelle quali i neoconservatori continuano a studiare e a progettare un rinnovato ruolo imperiale per il loro paese. Gingrich ha rapidamente interpretato le loro posizioni rigidamente filo-israeliane e la loro voglia di rivincita in Medioriente, dopo le cocenti sconfitte in Iraq e, prossimamente, in Afghanistan. In un recentissimo discorso ha fatto fare un passo indietro di 30 anni alla politica americana sulla Palestina, definendo il popolo palestinese un “mito storico”, perché “non è mai esistito”; schierandosi così contro la soluzione due popoli-due stati che era ormai diventata patrimonio comune di repubblicani e democratici. Anche sull’Iran Gingrich ha alzato i toni, attaccando la linea di azione di Obama (che tutto sommato è stata anche del suo predecessore), che è consistita nella dura condanna dell’Iran per i suoi progetti nucleari e nell’uso di sanzioni economiche sempre più punitive, ma pur sempre in un quadro multilaterale ricercando l’accordo con le potenze della regione, in prima fila la Russia. Al contrario Gingrich ha esplicitamente annunciato l’intenzione di schierarsi con Israele se lo stato ebraico decidesse di muovere guerra all’Iran.
Quello che Gingrich ha delineato in una serie di dichiarazioni e discorsi estemporanei (manca ancora una sua piattoforma di politica estera) è un programma di neo-interventismo americano, di flettere i muscoli della potenza militare, e di rivendicazione del diritto ad agire unilateralmente – anche con la forza – per difendere gli interessi degli Stati Uniti, ovunque nel mondo lo ritengano. I neoconservatori sono tornati!
paneacqua.eu

Nordcorea. Muore il "Caro leader", preoccupa la transizione

E’ morto all’età di 69 anni Kim Jong-il, il “Caro Leader” della Corea del Nord, una delle più elusive personalità della scena internazionale che ha governato per diciassette anni il Paese più isolato al mondo. Ne ha dato notizia l’agenzia di stampa ufficiale ‘Kcna’, secondo cui Kim “è stato colpito da un grave infarto miocardico unito a un ictus” alle 8,30 del mattino di sabato ora locale, quando in Italia era passata da mezz’ora la mezzanotte del venerdì. Un’autopsia eseguita ieri ha confermato le cause del decesso, avvenuto mentre Kim si trovava in treno per una delle sue misteriose visite in giro per lo Stato asiatico. Il leader nord-coreano era stato colto già nell’agosto 2008 da un attacco cardiaco, che lo aveva lasciato con serie difficoltà di movimento nel braccio e nella gamba sinistri.
Dopo aver costruito per anni l’immagine del “caro leader”, che ha ridotto il paese in uno stato di povertà senza precedenti, ma ha continuato a riempire gli arsenali, la macchina della propaganda si prepara alla seconda successione dinastica, dopo quella che nel 1994 portò Kim alla guida del paese dopo la morte di suo padre, il “Leader eterno” e fondatore della Corea del Nord, Kim Il-Sung. Fama di playboy che aveva rinunciato alla bella vita, Kim alla fine degli anni novanta si trovò a combattere una carestia che uccise centinaia di migliaia di persone e che ancora oggi ha i suoi strascichi, con gravi carenze alimentari soprattutto per i bambini. Nonostante ciò, la Corea del Nord ha sempre trovato i fondi per andare avanti con i suoi programmi nucleari, culminati nei test dell’ottobre del 2006 e del maggio del 2009. Si ritiene che nel paese ci siano riserve di plutonio sufficienti alla realizzazione di sei-otto ordigni nucleari.
Gli succederà il terzogenito Kim Jong-un, dall’anno scorso promosso generale e asceso ai vertici del Partito Comunista, pur di fatto non essendo praticamente mai comparso nella vita pubblica. Sarà lui a presiedere la commissione incaricata di allestire i solenni funerali di Stato, che si terranno il 28 dicembre prossimo a Pyongyang e ai quali, ha puntualizzato la stessa ‘Kcna’, non sarà invitata alcuna delegazione straniera, in armonia con le rigidissime consuetudini del regime.
Poco prima dell’annuncio della morte di Kim Jong-Il, la Corea del Nord aveva effettuato lanciato un missile a corte raggio dalla costa orientale. Il test era forse un’esibizione di muscoli, per dimostrare agli avversari che Pyongyang non esce indebolita dal trapasso dei poteri.
Dove andrà la Corea del Nord sotto Kim Jong-Un? Se lo chiedono in molti, dai vicini alleati Cina e Russia, che hanno inviato le loro condoglianze annunciando di voler intensificare i rapporti di collaborazione con il paese, alle potenze occidentali come Gran Bretagna, Francia e Germania che hanno dato voce alle speranze di un cambiamento di rotta del regime, alle tensioni in Giappone con la convocazione urgente dei vertici politici e il crollo delle Borse, fino alle paure della Corea del Sud, che ha messo le sua strutture militari in allarme rosso, ha invitato il popolo alla calma e ha fatto appello all’aiuto del suo più stretto alleato, gli Stati Uniti.
Per quanto il terzogenito di Kim Jon-il sia stato ufficialmente designato “grande successore” del padre, sia la Cina sia gli Stati Uniti non nascondo i loro dubbi sul processo di transizione in atto e sulle effettive capacità di Kim Jon Un. Per Pechino il pericolo più immediato è una situazione di potenziale caos (e proprio per questo la Cina aveva auspicato una “transizione dolce”) mentre analisti americano non celano di avere più di un dubbio sulle reali intenzioni dei militari della Nordcorea.

Secondo gli analisti la morte di Kim Jon Il, che ha effettuato ancora di recente diversi viaggi in Cina, potrebbe rivelarsi un evento particolarmente delicato per la Cina che resta il principale partner commerciale (oltre che alleato politico) del paese. Una dichiarazione del portavoce del ministro degli esteri cinese parla del “grande choc” determinato dalla notizia della “Morte del compagno capo della Repubblica popolare democratica di Corea”.
Pechino non ha mai nascosto l’auspicio di poter assistere una transizione dolce tra Kim Jon Il e suo figlio Kim Jon Un. Se l’organizzazione della successione non funzionasse bene si potrebbe creare una situazione di caos, situazione che Pechino vuole assolutamente evitare anche perché in tale eventualità dovrebbe tra l’altro far fronte a un massiccio arrivo di rifugiati.
Dubbi sulla transizione sono avanzati anche da diversi analisti americani. Il New York Times, oggi commentando la morte di Kim Jon Il, avanzava dubbi sulle reali intenzioni dei militari nordcoreani. Al momento, riferisce il quotidiano, non è chiaro se le forze armate locali vorranno seguire le indicazioni date a “tutti i membri del partito (dei lavoratori, ndr), i militari e la società civile” di “seguire fedelmente l’autorità del compagno Kim Jong-Un e proteggere e rafforzare il fronte unico del partito, dell’esercito e del pubblico”.
Alcuni importanti esponenti dell’amministrazione statunitense ritengono che Kim Jong-Un non sia ancora pronto per guidare il paese e necessiti di almeno un anno di rodaggio per consolidare la sua posizione e superare le diffidenze dei vertici militari di Pyongyang.
Per questa ragione circolano indiscrezioni non confermate su una possibile “reggenza”, segnala il quotidiano statunitense. Non è chiaro, però, se Kim Jong-Il, prima della sua morte, sia riuscito a rinsaldare la posizione del figlio in un momento di ulteriore, crescente, isolamento di Pyongyang a seguito delle sanzioni internazionali imposte al paese per lo sviluppo del suo programma nucleare.
di Ida Rotano – paneacqua.eu

Fra la folla che infiamma le piazze: chissà se Putin ha preso appunti

Mosca – Sabato 10 dicembre, non ce l’ho fatta a starmene a casa. Dopo due anni di vita a Mosca mi sono sentita in dovere di scendere in piazza contro Putin.

Tutto è cominciato una settimana fa, alla proclamazione dei falsi risultati elettorali. La voce che girava era di un secco 26% a favore del partito Russia Unita e non il 49% millantato dal Cremlino. Il popolo di internet ha cominciato ad interrogarsi, i blogger hanno contestato dati, notizie e verità: susseguirsi di voci, appuntamenti, tanta indignazione. Nella tarda serata di lunedì nasce la prima protesta a Christie Prody un gruppetto di ragazzi fedeli al blog di Alexei Navalny anima una riunione spontanea. Alexei resta su un marciapiede lontano da tutti, volutamente fuori dalla mischia e protetto dal “box” , servizio d’ordine di amici che non permettono a nessuno di avvicinarsi. Di colpo la carica della polizia contro i ragazzi che urlavano slogan ormai stanchi della farsa elettorale. E’ bastato un attimo e Alexei è stato portato via con forza assieme ad un gruppo di manifestanti, altri ragazzi vengono colpiti, cadono a terra, cominciano pestaggio ed arresti. Il blog Navalny che a Mosca seguiamo per avere notizie fuori dal coro della nomenclatura tace per due giorni. Finalmente Julia racconta che Alexei è stato trascinato in una stazione della polizia in periferia: interrogato e condannato a 15 giorni di prigione. Julia pubblica la fotocopia della sentenza. Da quel momento esplodono rabbia, indignazione, voglia di verità. Nascono pagine di facebook e hashtag di twitter per organizzare la protesta contro tutte le menzogne che il Cremlino continua a raccontare. Interviene il vecchio Gorbaciov: “ Elezioni da annullare “. In un lampo facebook raccoglie più di 35.000 adesioni, tutti promettono di andare alla manifestazione di sabato, non è più possibile fare finta di niente. Le voci cominciano a prendere forza, la città si friempie di poliziotti. Elicotteri sorvolano strade e boulevard. Dalla finestra del mio studio vedo atterraggi atterraggi nell’eliporto del palazzo vicino alla Lubianka. Rumore assordante, gente che sale e gente che scende, non era mai successo. Internet va e viene, riesco a collegarmi poche ore al giorno e poi il segnale misteriosamente sparisce. Il governo finalmente parla: siamo in un paese democratico quindi la gente può manifestare dissenso. Ecco che il popolo “riceve” il permesso di contestare. Bene! Ma arriva subito la doccia fredda: la manifestazione in Piazza Rivoluzione ( mai nome così adatto) è autorizzata per 300 persone. E le altre 34.700 dove vanno? Internet esplode: “Andremo TUTTI in Piazza della Rivoluzione e non solo i trecento fortunati”

In Russia il potere fa le cose perbene, sono bravi a combattere il dissenso, anni e anni di allenamento. Nella notte di giovedì l’acquedotto di Mosca “misteriosamente” va uin tilt proprio in Piazza della Rivoluzione, grandi scavi e transenne ovunque. Ecco fatto i contestatori sono serviti. Ma l’imbroglio dell’acquedotto però non scoraggia nessuno e con un giro di twitter ( potenza della tecnologia..) viene cambiato posto: tutti in Piazza Bolotnaya. Sabato due del pomeriggio, cielo grigio che di più non si può. Nevischio gelido, città che sembra occupata dalle forze del male. Piazza Rossa e Cremlino inaccessibili, strade sbarrate da camion dell’esercito messi di traverso e la piazza immensa resta isolata dal mondo con le sue cupole colorate di San Basilio. Per raggiungere la piazza della manifestazione sono ho attraversato un chilometrico corridoio umano lungo le strade della città : soldati in tenuta antisommossa, casco integrale nero e manganello in mano, noi un’interminabile processione di uomini, donne, anziani e ragazzi col fiocco bianco in segno di protesta. Un lungo cordone in marcia su questa strada obbligata, senza possibilità di variazione, eppure tutti tranquilli, nessuna voglia di cercare guai. I soldati controllavano coi metal detector ma senza arroganza. Moltissimi i tweet rivolti anche a loro per chiedere solidarietà e comprensione. Devo dire che mi sembravano soldatini infreddoliti, caricati e scaricati da camion militari parcheggiati ovunque. Non ho mai visto così tanta polizia nella mia vita. La manifestazione di Mosca è andata bene ( ma si parla di molti arresti a San Pietroburgo). Tantissima gente, ponti pericolosamente gremiti, strade che traboccavano di persone di ogni tipo, infinite le bandiere colorate, cartelli, striscioni tanti anziani con attaccate al collo fotografie e scritte di protesta. Ho ascoltato molti discorsi, la gente applaudiva,gridava e sembrava veramente felice di poter dire – finalmente – ciò che pensava. Non so se tutto questo porterà a qualcosa ma la prova di democrazia è riuscita in un paese dove normalmente “ democrazia “ resta una parola sconosciuta. Il Cremlino non potrà fare finta di niente, questa volta la gente si è espressa in modo civile ma fermo. Spero che Alexei dalla sua prigione abbia saputo e sia pronto a tornare carico più che mai per denunciare ancora tutto ciò che non va. Infine spero che Putin abbia visto e sentito bene le urla di rabbia della gente. Sarebbe bene avesse preso appunti. E soprattutto capito lo slogan che faceva da leitmotiv
Daniela Miotto – domani.arcoiris.tv

Haiti: Wyclef, spariti soldi beneficenza. Arrivato nell’isola solo un terzo dei 16 mln dollari

La star haitiana dell’hip hop Wyclef Jean e’ nei guai. Secondo il quotidiano New York Post, infatti, solo un terzo dei 16 milioni di dollari raccolti dalla sua associazione in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti e’ giunto nell’isola caraibica. La sua organizzazione benefica Yele Haiti era gia’ finita nei guai con l’accusa di distrazione di denaro l’anno scorso, e il cantante era stato accusato di aver utilizzato il denaro per finanziare alcuni progetti musicali.
ansa

Damasco sulla via di Tripoli

Dalle rive del Bosforo, il neo ministro degli esteri Giulio Terzi, al termine dei colloqui avuti ieri con il suo omologo turco Ahmet Davudoglu, ha ribadito l’appoggio italiano all’«opposizione organizzata» siriana. Più che organizzata, l’opposizione al regime di Bashar Assad appare sempre più armata. Damasco ieri ha ammesso l’uccisione, giovedì in un agguato, di sei piloti dell’aeronautica militare e di quattro avieri. A rivendicare l’attentato è stato il cosiddetto Esercito libero siriano (Esl), che raccoglierebbe migliaia di disertori. L’abilità evidenziata da questi militari oppositori di Assad desta non pochi interrogativi. Nelle ultime settimane l’Els ha attaccato con precisione millimetrica obiettivi militari di primo piano provocando danni e diverse vittime. Appena qualche giorno fa ha colpito una base militare poco fuori Damasco e la sede del partito di governo Baath nella capitale, riuscendo a svanire nel nulla dopo gli attacchi. Un mordi e fuggi talmente efficace che genera il sospetto che i disertori siano assistiti da «specialisti» giunti dall’estero, come i «tawar» libici che sono stati aiutati non solo dai massicci bombardamenti della Nato ma, segretamente, anche da unità militari scelte arrivate dall’Europa.
Il sospetto di un coinvolgimento straniero non assolve, ovviamente, il regime siriano dall’aver scatenato una repressione violenta delle proteste, che hanno causato sino ad oggi almeno 3.500 morti (mille dei quali, secondo le autorità siriane, sarebbero militari uccisi negli scontri). Il Comitato Onu sulla tortura ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani in Siria compiute dal regime, in modo particolare casi di tortura che hanno coinvolto anche bambini. Ieri una manifestazione di protesta si è svolta anche ad Aleppo e in tutto il paese 18 persone sono state uccise, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento locali. Al tempo stesso è evidente che poco alla volta si sta cercando di imporre alla Siria lo scenario libico. Ieri è scaduto l’ultimatum di 24 ore della Lega araba a Damasco perché accetti l’arrivo di 500 osservatori, senza che l’organizzazione abbia ottenuto una risposta da parte del presidente Assad. Il prossimo passo sembra essere, quindi, quello delle sanzioni economiche. Oggi è in agenda una riunione dei ministri delle finanze arabi per discutere di pesanti misure punitive alla Siria, che potrebbero essere sottoposte già domani ai rappresentanti dei paesi membri della Lega. Reticenti su di una «internazionalizzazione» della questione siriana, i ministri degli esteri arabi avevano però chiesto giovedì all’Onu di «prendere le misure necessarie a sostegno degli sforzi della Lega araba per risolvere la crisi in Siria». È il via libera preliminare ad intervento armato di «Volenterosi» anche in Siria?
Gli indizi sono molti, anche perché il Consiglio di cooperazione del Golfo (monarchie ed emirati), che domina la Lega Araba, lavora ad un piano simile a quello preparato per il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, quindi all’abbandono del potere da parte di Assad. Lo ha riferito il sito del quotidiano al Sharq al Awsat, citando le dichiarazioni rilasciate dal ministro degli esteri saudita Saud al Faisal. «Abbiamo elaborato una soluzione che, crediamo, salverà il paese (la Siria) da un intervento esterno, nonchè dalla frammentazione e dal collasso economico», ha detto al Faisal a proposito del piano arabo imposto a Damasco, lasciando intendere che un rifiuto di Assad aprirebbe la strada ad un attacco straniero.
Dietro le quinte si parla di un possibile intervento limitato della Nato, di «corridoi umanitari» in Siria, ma non è detto che l’azione di forza arrivi dai paesi occidentali. La Turchia è pronta ad intervenire, anche senza la copertura della Nato, in accordo con i paesi arabi, ha spiegato ieri il ministro degli esteri Davutoglu durante la conferenza stampa tenuta con Terzi. Quest’ultimo si è spinto a fare notare che «il principio della non ingerenza negli affari interni non può avere un valore assoluto». Il primo passo potrebbe essere l’imposizione di due «zone cuscinetto» dentro il territorio siriano, al confine con la Turchia e a sud alla frontiera giordana.
Michele Giorgio – ilmanifesto.it

Egitto: Il vento della rivoluzione torna a soffiare in piazza Tahrir, dopo dieci mesi esatti

Tanti ne sono passati dalla prima sollevazione della capitale egiziana, quella che ha fatto tremare per due settimane il regime di Hosni Mubarak, fino a farlo crollare, lo scorso 11 febbraio.
Ieri, centinaia di migliaia di manifestanti (un milione secondo gli attivisti del movimento 6 aprile) sono tornati a gremire il luogo-simbolo della rivolta, per il “venerdì dell’ultima possibilità”. «L’ultima possibilità per difendere questa rivoluzione», spiega Kamal Sharif, studente di economia, che negli scontri di cinque giorni fa è rimasto intossicato dai gas utilizzati dall’esercito.
«Il popolo – prosegue Sharif – chiede la fine della reggenza militare e un nuovo esecutivo transitorio». Un governo “vero”, dato che quello di Kamal Ganzouri, indicato dal Consiglio supremo delle forze armate per la successione a Essam Sharaf, non piace nemmeno un po’ alla piazza. Primo ministro sotto Mubarak dal 1996 al 1999, Ganzouri ha ormai 78 anni e da più parti non viene ritenuto in grado di poter portare avanti un compito delicato come la guida di un governo di emergenza nazionale, specialmente in questo momento.
«Fa parte del vecchio regime, – tuona Ahmed Tolba, giovane attivista del movimento socialista, mentre è intento a distribuire volantini ai passanti – Sharaf lo avevamo indicato noi, ma ci siamo accorti nel corso dei mesi che non era in grado di portare avanti le nostre istanze. I militari lo hanno tenuto in pugno fino a quando è stato costretto a dimettersi sulla scia delle proteste, per i 41 morti di questa settimana. Ora l’esercito vorrebbe porre alla guida del paese un fantoccio, gettando definitivamente la maschera e istituendo una sorta di dittatura camuffata».
Malgrado i tentativi diplomatici degli ultimi giorni, insomma, i militari restano invisi alla gran parte dei movimenti liberal-democratici che hanno animato le proteste di gennaio e febbraio, e poi quelle di luglio. Troppo il sangue versato anche per i Fratelli musulmani che, subito dopo i cruenti fatti di cinque giorni fa, avevano fatto fronte comune con i progressisti, unendosi all’indignazione popolare e rompendo per la prima volta il tacito accordo di non belligeranza con l’esercito. Già ieri, tuttavia, erano poche le barbe lunghe in piazza Tahrir, sintomo di un nuovo ravvicinamento con i militari.
«Protestare ancora rischierebbe di creare una escalation di violenza e vandalismo nel paese», ha dichiarato lo stesso movimento islamico in un comunicato, nel quale tuttavia paventa il rischio di un golpe. Eppure il partito Libertà e giustizia, espressione politica della Fratellanza, è considerato tra i più probabili vincitori delle elezioni parlamentari, il cui inizio dovrebbe avvenire lunedì prossimo, 28 novembre. Anche se l’atteso passaggio elettorale potrebbe passare in secondo piano, qualora le violenze dovessero continuare. «L’esercito non è più in grado di garantire elezioni trasparenti – afferma Omar, del movimento Ghat, uno dei più attivi durante i caldi giorni delle sollevazioni di gennaio e febbraio – all’inizio erano stati i nostri paladini. Ponevamo fiori nei loro fucili. Ci hanno difeso dai cecchini della polizia politica di Mubarak. Oggi sembra che abbiano preso il loro posto. Il massacro di questi giorni è intollerabile».
La tensione resta palpabile in piazza Tahrir, nonostante il decorso pacifico della grande manifestazione di ieri e le scuse ufficiose del Consiglio supremo delle forze armate. «Dispiacere e rammarico per i martiri del popolo egiziano negli scontri recenti» quello espresso dai militari in un comunicato diffuso tramite il social network Facebook. «Nessuna scusa», la risposta perentoria di Tahrir, affidata a striscioni e cori per tutta la giornata di ieri.
I cairoti hanno iniziato a riversarsi in piazza per la preghiera del venerdì, con l’imam Mazhar Shahin che ha arringato i fedeli, affermando che le proteste continueranno fino a quando l’Egitto non avrà un vero governo di emergenza. E per la prima volta dallo scorso 25 gennaio anche l’importante imam di al Azhar, la maggiore istituzione teologica del mondo sunnita, ha preso posizione a favore dei manifestanti. «Il momento è fondamentale, – prosegue Omar – in questo momento siamo in piazza per difendere tutto quello che abbiamo ottenuto quest’anno. Non possiamo permettere che il nostro paese cada sotto un’altra dittatura militare. O, peggio, che finisca in mano agli interessi internazionali».
Nel frattempo non mancano le reazioni estere ai fatti dell’ultima settimana. A partire dall’Unione europea, che ha condannato l’eccessivo violenza usata dall’esercito egiziano contro la folla. Mentre dalla Casa Bianca è giunto l’esplicito invito affinché la transizione verso un governo di emergenza sia immediata. Tutto pronto, infine, per lunedì, quando un terzo degli elettori egiziani darà il via al primo round delle attese elezioni parlamentari. Le prime del dopo Mubarak.
Gilberto Mastromatteo – europaquotidiano

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
Senza categoria

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
Senza categoria

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
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Le pensioni di Putin

Pare destino che in questo XXI secolo le pensioni siano il punto cruciale di ogni programma di governo, in ogni posto. Se in Occidente la vulgata comune tra governanti, economisti e media vuole il continuo ridimensionamento delle pensioni, in Russia, dove esse sono indecorosamente misere nonostante una riforma che l’anno scorso le ha migliorate molto, Vladimir Putin dice di volerle aumentare considerevolmente. Forse non a caso, le date previste per gli aumenti sono in perfetta sintonia con le scadenze elettorali: nel febbraio 2012, alla vigilia delle presidenziali del mese successivo, le pensioni saranno aumentate del 7 per cento; in aprile, di un altro 2,5 per cento. Suona un po’ come le promesse elettorali di Lauro nella Napoli anni ’50, la scarpa destra prima del voto e la sinistra dopo, ma non importa. Quel che conta è che il governo sembra avere sul serio l’intenzione di migliorare la condizione drammatica di povertà in cui vivono milioni di anziani in Russia: in un recente discorso Putin ha detto con orgoglio che “molti Paesi europei vorrebbero fare la stessa cosa ma non sono in grado di farlo: è un serio problema. Ma noi non abbiamo questo problema”.

In effetti però un bel po’ di problemi ci sono anche in Russia, visto che nonostante il livello ancora misero delle pensioni (quelle di anzianità, le più comuni visto che interessano 36 dei 40 milioni di pensionati russi, sono mediamente poco superiori ai 200 euro mensili, mentre le pensioni sociali raggiungono poco più della metà di questa cifra) il deficit del fondo pensioni raggiungerà quest’anno il 3 per cento del Pil. E si tratta di problemi strutturali non aggirabili: l’aspettativa media di vita dei cittadini sta per fortuna aumentando (anche se per i maschi è ancora bassissima, solo 63 anni, meno che in India) mentre il trend demografico resta molto negativo, cioè sta diminuendo considerevolmente il numero delle persone in età lavorativa che pagano i contributi. Per giunta il presidente uscente Medvedev ha voluto quest’anno una forte diminuzione delle tasse “sociali” a carico delle aziende medio-piccole, per stimolare la crescita economica.

Si era parlato molto, negli ultimi anni, di aumentare l’età di andata in pensione, oggi tra le più basse del mondo (60 anni per gli uomini e 55 per le donne): ma Putin ha esplicitamente detto che questo non verrà fatto. E dunque diventerà sempre più difficile reperire le risorse per finanziare un sistema che ha già un forte deficit e minaccia di aumentarlo gravemente nel prossimo futuro. I ministri del governo attuale non hanno nascosto un certo allarme dopo le parole del premier e prossimo presidente: loro con tutta evidenza pensavano proprio di affrontare il problema pensioni con un progressivo aumento dell’età pensionabile. Il principale avversario di un miglioramento delle pensioni, il liberista (ex) ministro dell’economia Aleksej Kudrin, è stato licenziato poche settimane fa da Medvedev per contrasti personali; gli altri ministri, imbarazzati e timorosi di mettersi di traverso, ora parlano di reperire fondi attraverso la leva fiscale, in particolare con una tassa sui consumi (una sorta di Iva) e una tassa speciale sulle grandi compagnie energetiche, che ancora realizzano fortissimi utili grazie ai prezzi alti del petrolio sui mercati internazionali. Ma se, come in tanti ormai prevedono, questi prezzi dovessero calare nel prossimo futuro per via della crisi globale?

blog.ilmanifesto.it

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Pare destino che in questo XXI secolo le pensioni siano il punto cruciale di ogni programma di governo, in ogni posto. Se in Occidente la vulgata comune tra governanti, economisti e media vuole il continuo ridimensionamento delle pensioni, in Russia, dove esse sono indecorosamente misere nonostante una riforma che l’anno scorso le ha migliorate molto, Vladimir Putin dice di volerle aumentare considerevolmente. Forse non a caso, le date previste per gli aumenti sono in perfetta sintonia con le scadenze elettorali: nel febbraio 2012, alla vigilia delle presidenziali del mese successivo, le pensioni saranno aumentate del 7 per cento; in aprile, di un altro 2,5 per cento. Suona un po’ come le promesse elettorali di Lauro nella Napoli anni ’50, la scarpa destra prima del voto e la sinistra dopo, ma non importa. Quel che conta è che il governo sembra avere sul serio l’intenzione di migliorare la condizione drammatica di povertà in cui vivono milioni di anziani in Russia: in un recente discorso Putin ha detto con orgoglio che “molti Paesi europei vorrebbero fare la stessa cosa ma non sono in grado di farlo: è un serio problema. Ma noi non abbiamo questo problema”.

In effetti però un bel po’ di problemi ci sono anche in Russia, visto che nonostante il livello ancora misero delle pensioni (quelle di anzianità, le più comuni visto che interessano 36 dei 40 milioni di pensionati russi, sono mediamente poco superiori ai 200 euro mensili, mentre le pensioni sociali raggiungono poco più della metà di questa cifra) il deficit del fondo pensioni raggiungerà quest’anno il 3 per cento del Pil. E si tratta di problemi strutturali non aggirabili: l’aspettativa media di vita dei cittadini sta per fortuna aumentando (anche se per i maschi è ancora bassissima, solo 63 anni, meno che in India) mentre il trend demografico resta molto negativo, cioè sta diminuendo considerevolmente il numero delle persone in età lavorativa che pagano i contributi. Per giunta il presidente uscente Medvedev ha voluto quest’anno una forte diminuzione delle tasse “sociali” a carico delle aziende medio-piccole, per stimolare la crescita economica.

Si era parlato molto, negli ultimi anni, di aumentare l’età di andata in pensione, oggi tra le più basse del mondo (60 anni per gli uomini e 55 per le donne): ma Putin ha esplicitamente detto che questo non verrà fatto. E dunque diventerà sempre più difficile reperire le risorse per finanziare un sistema che ha già un forte deficit e minaccia di aumentarlo gravemente nel prossimo futuro. I ministri del governo attuale non hanno nascosto un certo allarme dopo le parole del premier e prossimo presidente: loro con tutta evidenza pensavano proprio di affrontare il problema pensioni con un progressivo aumento dell’età pensionabile. Il principale avversario di un miglioramento delle pensioni, il liberista (ex) ministro dell’economia Aleksej Kudrin, è stato licenziato poche settimane fa da Medvedev per contrasti personali; gli altri ministri, imbarazzati e timorosi di mettersi di traverso, ora parlano di reperire fondi attraverso la leva fiscale, in particolare con una tassa sui consumi (una sorta di Iva) e una tassa speciale sulle grandi compagnie energetiche, che ancora realizzano fortissimi utili grazie ai prezzi alti del petrolio sui mercati internazionali. Ma se, come in tanti ormai prevedono, questi prezzi dovessero calare nel prossimo futuro per via della crisi globale?

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Pare destino che in questo XXI secolo le pensioni siano il punto cruciale di ogni programma di governo, in ogni posto. Se in Occidente la vulgata comune tra governanti, economisti e media vuole il continuo ridimensionamento delle pensioni, in Russia, dove esse sono indecorosamente misere nonostante una riforma che l’anno scorso le ha migliorate molto, Vladimir Putin dice di volerle aumentare considerevolmente. Forse non a caso, le date previste per gli aumenti sono in perfetta sintonia con le scadenze elettorali: nel febbraio 2012, alla vigilia delle presidenziali del mese successivo, le pensioni saranno aumentate del 7 per cento; in aprile, di un altro 2,5 per cento. Suona un po’ come le promesse elettorali di Lauro nella Napoli anni ’50, la scarpa destra prima del voto e la sinistra dopo, ma non importa. Quel che conta è che il governo sembra avere sul serio l’intenzione di migliorare la condizione drammatica di povertà in cui vivono milioni di anziani in Russia: in un recente discorso Putin ha detto con orgoglio che “molti Paesi europei vorrebbero fare la stessa cosa ma non sono in grado di farlo: è un serio problema. Ma noi non abbiamo questo problema”.

In effetti però un bel po’ di problemi ci sono anche in Russia, visto che nonostante il livello ancora misero delle pensioni (quelle di anzianità, le più comuni visto che interessano 36 dei 40 milioni di pensionati russi, sono mediamente poco superiori ai 200 euro mensili, mentre le pensioni sociali raggiungono poco più della metà di questa cifra) il deficit del fondo pensioni raggiungerà quest’anno il 3 per cento del Pil. E si tratta di problemi strutturali non aggirabili: l’aspettativa media di vita dei cittadini sta per fortuna aumentando (anche se per i maschi è ancora bassissima, solo 63 anni, meno che in India) mentre il trend demografico resta molto negativo, cioè sta diminuendo considerevolmente il numero delle persone in età lavorativa che pagano i contributi. Per giunta il presidente uscente Medvedev ha voluto quest’anno una forte diminuzione delle tasse “sociali” a carico delle aziende medio-piccole, per stimolare la crescita economica.

Si era parlato molto, negli ultimi anni, di aumentare l’età di andata in pensione, oggi tra le più basse del mondo (60 anni per gli uomini e 55 per le donne): ma Putin ha esplicitamente detto che questo non verrà fatto. E dunque diventerà sempre più difficile reperire le risorse per finanziare un sistema che ha già un forte deficit e minaccia di aumentarlo gravemente nel prossimo futuro. I ministri del governo attuale non hanno nascosto un certo allarme dopo le parole del premier e prossimo presidente: loro con tutta evidenza pensavano proprio di affrontare il problema pensioni con un progressivo aumento dell’età pensionabile. Il principale avversario di un miglioramento delle pensioni, il liberista (ex) ministro dell’economia Aleksej Kudrin, è stato licenziato poche settimane fa da Medvedev per contrasti personali; gli altri ministri, imbarazzati e timorosi di mettersi di traverso, ora parlano di reperire fondi attraverso la leva fiscale, in particolare con una tassa sui consumi (una sorta di Iva) e una tassa speciale sulle grandi compagnie energetiche, che ancora realizzano fortissimi utili grazie ai prezzi alti del petrolio sui mercati internazionali. Ma se, come in tanti ormai prevedono, questi prezzi dovessero calare nel prossimo futuro per via della crisi globale?

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Debacle socialista, la Spagna torna a destra

Elena Marisol Brandolini, da Madrid,

Debacle socialista, la Spagna torna a destra
E' il peggiore risultato dei socialisti in democrazia: sull'orlo del precipizio del debito, sotto l'attacco della speculazione, in ginocchio dopo un anno di giri di vite antideficit, con un esercito di 5 milioni di disoccupati, il paese oggi ha chiuso l'era Zapatero e dato il potere con una maggioranza assoluta in parlamento al capo dell'opposizione, il leader del Partido Popular Mariano Rajoy. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE

Alle ore 20 di questa domenica di novembre, giorno di elezioni generali qui in Spagna, il sondaggio di TVE, la televisione spagnola, attribuiva al Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy un numero di seggi che superava largamente la maggioranza assoluta; mentre il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) subiva una vera e propria emorragia di consensi, con due milioni circa di voti in meno. Un paio di ore più tardi, l'esito uscito dal conteggio delle schede scrutinate, fornisce un quadro ancora peggiore: con il conteggio totale dei voti, il dato riguardante i socialisti, con appena 111 seggi guadagnati, contro i 169 che avevano nella passata legislatura (per una percentuale di voti allora pari al 43,9% e oggi del 28,8%), rappresenta il risultato peggiore per il partito socialista in democrazia. Mentre i popolari, che arrivano a conquistare 186 seggi, contro i 154 delle elezioni del 2008 (con il 39,9% dei suffragi nel 2008 e oggi il 44.15%), registrano la loro performance migliore. La differenza tra i due partiti, adesso, è di oltre 15 punti percentuali, con il PP diventato il primo partito spagnolo. Neppure in Catalogna i socialisti (PSC) sono riusciti a confermare la loro primazia politica: perdono 10-11 deputati, rispetto ai 25 seggi di cui disponevano, e vengono superati per la prima volta nella storia da Convèrgencia i Unió, CiU, il partito del nazionalismo moderato che oggi esprime la presidenza della Generalitat e il sindaco di Barcellona. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE: CiU arriva ad avere 16 deputati e diventa la terza forza politica nel parlamento spagnolo; Izquierda Unida (IU) guadagna 11 seggi, contro i 2 che aveva nella passata legislatura; Amaiur, l'espressione politica della sinistra abertzale e indipendentista basca, con i suoi 7 deputati, costituirà un proprio gruppo parlamentare; il partito nazionalista basco (PNV) si ferma a 5 deputati; ERC, il nazionalismo progressista catalano, conferma i suoi 3 deputati; mentre la formazione dell'ex-socialista Rosa Díez, UpyD arriva ad una rappresentanza parlamentare di 5 deputati. In queste elezioni politiche, le undicesime della democrazia spagnola, anticipate di alcuni mesi rispetto alla scadenza naturale della legislatura, erano chiamati alle urne quasi 36 milioni di elettori, di cui un milione e mezzo circa residente all'estero. Accreditati a seguire i risultati elettorali presso la sede del PSOE, nella Calle Ferraz di Madrid, oltre 500 giornalisti e tecnici in rappresentanza di 130 mezzi d'informazione, 40 dei quali internazionali. Alle 18.00, la partecipazione, rispetto alla precedenti elezioni del 2008, risultava inferiore di 3.3 punti percentuali e prossima al 58% degli aventi diritto al voto; alla fine avrà votato poco meno del 72% confermandone la riduzione. In controtendenza, la percentuale dei votanti in Euskadi in aumento rispetto al 2008, dove quest'appuntamento elettorale era il primo senza la minaccia armata di ETA. Si andava al rinnovo dei 350 seggi del Congresso e di 208 del Senato. Per i socialisti la soglia che distingueva una sconfitta da un vero e proprio disastro veniva fissata a 125 seggi, il numero di parlamentari che i socialisti riuscirono a portare in parlamento nelle elezioni del 2000, ai tempi di Joaquín Almunia. Per i popolari, l'obiettivo era quello della maggiornaza assoluta, corrispondente a 176 seggi. La dura sconfitta socialista viene riconosciuta dal candidato PSOE alla presidenza del governo, Alfredo Pérez Rubalcaba, che compare nella sala principale del partito, sostenuto dai militanti e dal suo staff: ringrazia quanti hanno dato il loro consenso ai socialisti pur in una fase così difficile per il paese e impegna il partito a battersi, dall'opposizione, perché vi sia presto un'uscita dalla crisi economica, senza con ciò tradursi in una perdita di diritti e di coesione sociale. Dice anche di avere trasmesso al segretario generale del partito, José Luis Rodríguez Zapatero, l'esigenza di celebrare presto un congresso ordinario del partito. Sul volto dell'ex-candidato si legge la fatica della campagna elettorale appena trascorsa, le migliaia di chilometri percorsi in lungo e largo per il paese e le centinaia di meetings effettuati. E l'amarezza per non essere riuscito ad invertire minimamente le peggiori previsioni della vigilia. Perché Rubalcaba ha tentato di convincere l'elettorato socialista che era necessario confermare la forza del PSOE. Non ha mai creduto che sarebbe stato possibile vincere la competizione elettorale, ma ha provato, senza successo, a smascherare l'ambiguità del programma del PP, sperando così di mobilitare di nuovo il popolo di sinistra, deluso e provato dalla crisi e dai provvedimenti presi dal governo per uscirne, in favore del proprio partito. E' passato, invece, nell'elettorato il messaggio di Mariano Rajoy sulla necessità di un "cambio", anche se, volutamente, lasciato nell'ambiguità. E i cittadini hanno voluto accordargli fiducia, eleggendolo prossimo presidente del governo. Forse perché davvero, come ti dicono le persone qui, al bar sotto casa, la crisi economica e l'impotenza della politica hanno prodotto, nella popolazione un sentimento di frustrazione collettiva. Uno sgomento misto a incredulità, per quello che gli osservatori chiamano la "decada perdida" e che per la gente normale è il sentirsi precipitati anni indietro, con l'incertezza del futuro. E i socialisti, nella loro riflessione sul dopo-voto non potranno non ripartire che da qui, dal come riqualificare un nuovo progetto di sinistra in grado di dare risposta alle condizioni materiali delle persone, ma anche alle ambizioni di senso e di progresso di una collettività. Il prossimo governo sarà dunque a guida popolare e non avrà bisogno di alcun sostegno permanente per sviluppare la propria iniziativa. Solo che non sarà più sufficiente dire che si vogliono fare "le cose bene", come ha fatto Rajoy nel corso di tutta la campagna elettorale. Perché si troverà costretto a misurarsi ancora con una fase drammatica della crisi economica, con una crescita del PIL al limite della recessione, un tasso di disoccupazione che rimarrà ancora attorno al 22% almeno fino al 2014 ed un obiettivo di deficit per il prossimo anno il cui compimento richiederà una nuova manovra finanziaria di almeno 18 miliardi di euro. Oggi, comunque, si è definitivamente conclusa l'era Zapatero, con quel tanto di progetto innovativo che ha rappresentato in questi quasi otto anni in Spagna e in Europa. La fase nuova che si è aperta con queste elezioni ha il colore azzurro dei popolari, diffuso quasi uniformemente sulla mappa di tutto il paese.

paneacqua.eu

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Debacle socialista, la Spagna torna a destra

Elena Marisol Brandolini, da Madrid,

Debacle socialista, la Spagna torna a destra
E' il peggiore risultato dei socialisti in democrazia: sull'orlo del precipizio del debito, sotto l'attacco della speculazione, in ginocchio dopo un anno di giri di vite antideficit, con un esercito di 5 milioni di disoccupati, il paese oggi ha chiuso l'era Zapatero e dato il potere con una maggioranza assoluta in parlamento al capo dell'opposizione, il leader del Partido Popular Mariano Rajoy. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE

Alle ore 20 di questa domenica di novembre, giorno di elezioni generali qui in Spagna, il sondaggio di TVE, la televisione spagnola, attribuiva al Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy un numero di seggi che superava largamente la maggioranza assoluta; mentre il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) subiva una vera e propria emorragia di consensi, con due milioni circa di voti in meno. Un paio di ore più tardi, l'esito uscito dal conteggio delle schede scrutinate, fornisce un quadro ancora peggiore: con il conteggio totale dei voti, il dato riguardante i socialisti, con appena 111 seggi guadagnati, contro i 169 che avevano nella passata legislatura (per una percentuale di voti allora pari al 43,9% e oggi del 28,8%), rappresenta il risultato peggiore per il partito socialista in democrazia. Mentre i popolari, che arrivano a conquistare 186 seggi, contro i 154 delle elezioni del 2008 (con il 39,9% dei suffragi nel 2008 e oggi il 44.15%), registrano la loro performance migliore. La differenza tra i due partiti, adesso, è di oltre 15 punti percentuali, con il PP diventato il primo partito spagnolo. Neppure in Catalogna i socialisti (PSC) sono riusciti a confermare la loro primazia politica: perdono 10-11 deputati, rispetto ai 25 seggi di cui disponevano, e vengono superati per la prima volta nella storia da Convèrgencia i Unió, CiU, il partito del nazionalismo moderato che oggi esprime la presidenza della Generalitat e il sindaco di Barcellona. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE: CiU arriva ad avere 16 deputati e diventa la terza forza politica nel parlamento spagnolo; Izquierda Unida (IU) guadagna 11 seggi, contro i 2 che aveva nella passata legislatura; Amaiur, l'espressione politica della sinistra abertzale e indipendentista basca, con i suoi 7 deputati, costituirà un proprio gruppo parlamentare; il partito nazionalista basco (PNV) si ferma a 5 deputati; ERC, il nazionalismo progressista catalano, conferma i suoi 3 deputati; mentre la formazione dell'ex-socialista Rosa Díez, UpyD arriva ad una rappresentanza parlamentare di 5 deputati. In queste elezioni politiche, le undicesime della democrazia spagnola, anticipate di alcuni mesi rispetto alla scadenza naturale della legislatura, erano chiamati alle urne quasi 36 milioni di elettori, di cui un milione e mezzo circa residente all'estero. Accreditati a seguire i risultati elettorali presso la sede del PSOE, nella Calle Ferraz di Madrid, oltre 500 giornalisti e tecnici in rappresentanza di 130 mezzi d'informazione, 40 dei quali internazionali. Alle 18.00, la partecipazione, rispetto alla precedenti elezioni del 2008, risultava inferiore di 3.3 punti percentuali e prossima al 58% degli aventi diritto al voto; alla fine avrà votato poco meno del 72% confermandone la riduzione. In controtendenza, la percentuale dei votanti in Euskadi in aumento rispetto al 2008, dove quest'appuntamento elettorale era il primo senza la minaccia armata di ETA. Si andava al rinnovo dei 350 seggi del Congresso e di 208 del Senato. Per i socialisti la soglia che distingueva una sconfitta da un vero e proprio disastro veniva fissata a 125 seggi, il numero di parlamentari che i socialisti riuscirono a portare in parlamento nelle elezioni del 2000, ai tempi di Joaquín Almunia. Per i popolari, l'obiettivo era quello della maggiornaza assoluta, corrispondente a 176 seggi. La dura sconfitta socialista viene riconosciuta dal candidato PSOE alla presidenza del governo, Alfredo Pérez Rubalcaba, che compare nella sala principale del partito, sostenuto dai militanti e dal suo staff: ringrazia quanti hanno dato il loro consenso ai socialisti pur in una fase così difficile per il paese e impegna il partito a battersi, dall'opposizione, perché vi sia presto un'uscita dalla crisi economica, senza con ciò tradursi in una perdita di diritti e di coesione sociale. Dice anche di avere trasmesso al segretario generale del partito, José Luis Rodríguez Zapatero, l'esigenza di celebrare presto un congresso ordinario del partito. Sul volto dell'ex-candidato si legge la fatica della campagna elettorale appena trascorsa, le migliaia di chilometri percorsi in lungo e largo per il paese e le centinaia di meetings effettuati. E l'amarezza per non essere riuscito ad invertire minimamente le peggiori previsioni della vigilia. Perché Rubalcaba ha tentato di convincere l'elettorato socialista che era necessario confermare la forza del PSOE. Non ha mai creduto che sarebbe stato possibile vincere la competizione elettorale, ma ha provato, senza successo, a smascherare l'ambiguità del programma del PP, sperando così di mobilitare di nuovo il popolo di sinistra, deluso e provato dalla crisi e dai provvedimenti presi dal governo per uscirne, in favore del proprio partito. E' passato, invece, nell'elettorato il messaggio di Mariano Rajoy sulla necessità di un "cambio", anche se, volutamente, lasciato nell'ambiguità. E i cittadini hanno voluto accordargli fiducia, eleggendolo prossimo presidente del governo. Forse perché davvero, come ti dicono le persone qui, al bar sotto casa, la crisi economica e l'impotenza della politica hanno prodotto, nella popolazione un sentimento di frustrazione collettiva. Uno sgomento misto a incredulità, per quello che gli osservatori chiamano la "decada perdida" e che per la gente normale è il sentirsi precipitati anni indietro, con l'incertezza del futuro. E i socialisti, nella loro riflessione sul dopo-voto non potranno non ripartire che da qui, dal come riqualificare un nuovo progetto di sinistra in grado di dare risposta alle condizioni materiali delle persone, ma anche alle ambizioni di senso e di progresso di una collettività. Il prossimo governo sarà dunque a guida popolare e non avrà bisogno di alcun sostegno permanente per sviluppare la propria iniziativa. Solo che non sarà più sufficiente dire che si vogliono fare "le cose bene", come ha fatto Rajoy nel corso di tutta la campagna elettorale. Perché si troverà costretto a misurarsi ancora con una fase drammatica della crisi economica, con una crescita del PIL al limite della recessione, un tasso di disoccupazione che rimarrà ancora attorno al 22% almeno fino al 2014 ed un obiettivo di deficit per il prossimo anno il cui compimento richiederà una nuova manovra finanziaria di almeno 18 miliardi di euro. Oggi, comunque, si è definitivamente conclusa l'era Zapatero, con quel tanto di progetto innovativo che ha rappresentato in questi quasi otto anni in Spagna e in Europa. La fase nuova che si è aperta con queste elezioni ha il colore azzurro dei popolari, diffuso quasi uniformemente sulla mappa di tutto il paese.

paneacqua.eu

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Debacle socialista, la Spagna torna a destra

Elena Marisol Brandolini, da Madrid,

Debacle socialista, la Spagna torna a destra
E' il peggiore risultato dei socialisti in democrazia: sull'orlo del precipizio del debito, sotto l'attacco della speculazione, in ginocchio dopo un anno di giri di vite antideficit, con un esercito di 5 milioni di disoccupati, il paese oggi ha chiuso l'era Zapatero e dato il potere con una maggioranza assoluta in parlamento al capo dell'opposizione, il leader del Partido Popular Mariano Rajoy. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE

Alle ore 20 di questa domenica di novembre, giorno di elezioni generali qui in Spagna, il sondaggio di TVE, la televisione spagnola, attribuiva al Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy un numero di seggi che superava largamente la maggioranza assoluta; mentre il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) subiva una vera e propria emorragia di consensi, con due milioni circa di voti in meno. Un paio di ore più tardi, l'esito uscito dal conteggio delle schede scrutinate, fornisce un quadro ancora peggiore: con il conteggio totale dei voti, il dato riguardante i socialisti, con appena 111 seggi guadagnati, contro i 169 che avevano nella passata legislatura (per una percentuale di voti allora pari al 43,9% e oggi del 28,8%), rappresenta il risultato peggiore per il partito socialista in democrazia. Mentre i popolari, che arrivano a conquistare 186 seggi, contro i 154 delle elezioni del 2008 (con il 39,9% dei suffragi nel 2008 e oggi il 44.15%), registrano la loro performance migliore. La differenza tra i due partiti, adesso, è di oltre 15 punti percentuali, con il PP diventato il primo partito spagnolo. Neppure in Catalogna i socialisti (PSC) sono riusciti a confermare la loro primazia politica: perdono 10-11 deputati, rispetto ai 25 seggi di cui disponevano, e vengono superati per la prima volta nella storia da Convèrgencia i Unió, CiU, il partito del nazionalismo moderato che oggi esprime la presidenza della Generalitat e il sindaco di Barcellona. Dalle elezioni esce un parlamento maggiormente pluralista e rappresentativo delle sensibilità politiche presenti nel panorama politico spagnolo, con una crescita dei partiti minori che, nelle sue componenti di sinistra, si sono almeno in parte avvantaggiati del travaso di voti dal PSOE: CiU arriva ad avere 16 deputati e diventa la terza forza politica nel parlamento spagnolo; Izquierda Unida (IU) guadagna 11 seggi, contro i 2 che aveva nella passata legislatura; Amaiur, l'espressione politica della sinistra abertzale e indipendentista basca, con i suoi 7 deputati, costituirà un proprio gruppo parlamentare; il partito nazionalista basco (PNV) si ferma a 5 deputati; ERC, il nazionalismo progressista catalano, conferma i suoi 3 deputati; mentre la formazione dell'ex-socialista Rosa Díez, UpyD arriva ad una rappresentanza parlamentare di 5 deputati. In queste elezioni politiche, le undicesime della democrazia spagnola, anticipate di alcuni mesi rispetto alla scadenza naturale della legislatura, erano chiamati alle urne quasi 36 milioni di elettori, di cui un milione e mezzo circa residente all'estero. Accreditati a seguire i risultati elettorali presso la sede del PSOE, nella Calle Ferraz di Madrid, oltre 500 giornalisti e tecnici in rappresentanza di 130 mezzi d'informazione, 40 dei quali internazionali. Alle 18.00, la partecipazione, rispetto alla precedenti elezioni del 2008, risultava inferiore di 3.3 punti percentuali e prossima al 58% degli aventi diritto al voto; alla fine avrà votato poco meno del 72% confermandone la riduzione. In controtendenza, la percentuale dei votanti in Euskadi in aumento rispetto al 2008, dove quest'appuntamento elettorale era il primo senza la minaccia armata di ETA. Si andava al rinnovo dei 350 seggi del Congresso e di 208 del Senato. Per i socialisti la soglia che distingueva una sconfitta da un vero e proprio disastro veniva fissata a 125 seggi, il numero di parlamentari che i socialisti riuscirono a portare in parlamento nelle elezioni del 2000, ai tempi di Joaquín Almunia. Per i popolari, l'obiettivo era quello della maggiornaza assoluta, corrispondente a 176 seggi. La dura sconfitta socialista viene riconosciuta dal candidato PSOE alla presidenza del governo, Alfredo Pérez Rubalcaba, che compare nella sala principale del partito, sostenuto dai militanti e dal suo staff: ringrazia quanti hanno dato il loro consenso ai socialisti pur in una fase così difficile per il paese e impegna il partito a battersi, dall'opposizione, perché vi sia presto un'uscita dalla crisi economica, senza con ciò tradursi in una perdita di diritti e di coesione sociale. Dice anche di avere trasmesso al segretario generale del partito, José Luis Rodríguez Zapatero, l'esigenza di celebrare presto un congresso ordinario del partito. Sul volto dell'ex-candidato si legge la fatica della campagna elettorale appena trascorsa, le migliaia di chilometri percorsi in lungo e largo per il paese e le centinaia di meetings effettuati. E l'amarezza per non essere riuscito ad invertire minimamente le peggiori previsioni della vigilia. Perché Rubalcaba ha tentato di convincere l'elettorato socialista che era necessario confermare la forza del PSOE. Non ha mai creduto che sarebbe stato possibile vincere la competizione elettorale, ma ha provato, senza successo, a smascherare l'ambiguità del programma del PP, sperando così di mobilitare di nuovo il popolo di sinistra, deluso e provato dalla crisi e dai provvedimenti presi dal governo per uscirne, in favore del proprio partito. E' passato, invece, nell'elettorato il messaggio di Mariano Rajoy sulla necessità di un "cambio", anche se, volutamente, lasciato nell'ambiguità. E i cittadini hanno voluto accordargli fiducia, eleggendolo prossimo presidente del governo. Forse perché davvero, come ti dicono le persone qui, al bar sotto casa, la crisi economica e l'impotenza della politica hanno prodotto, nella popolazione un sentimento di frustrazione collettiva. Uno sgomento misto a incredulità, per quello che gli osservatori chiamano la "decada perdida" e che per la gente normale è il sentirsi precipitati anni indietro, con l'incertezza del futuro. E i socialisti, nella loro riflessione sul dopo-voto non potranno non ripartire che da qui, dal come riqualificare un nuovo progetto di sinistra in grado di dare risposta alle condizioni materiali delle persone, ma anche alle ambizioni di senso e di progresso di una collettività. Il prossimo governo sarà dunque a guida popolare e non avrà bisogno di alcun sostegno permanente per sviluppare la propria iniziativa. Solo che non sarà più sufficiente dire che si vogliono fare "le cose bene", come ha fatto Rajoy nel corso di tutta la campagna elettorale. Perché si troverà costretto a misurarsi ancora con una fase drammatica della crisi economica, con una crescita del PIL al limite della recessione, un tasso di disoccupazione che rimarrà ancora attorno al 22% almeno fino al 2014 ed un obiettivo di deficit per il prossimo anno il cui compimento richiederà una nuova manovra finanziaria di almeno 18 miliardi di euro. Oggi, comunque, si è definitivamente conclusa l'era Zapatero, con quel tanto di progetto innovativo che ha rappresentato in questi quasi otto anni in Spagna e in Europa. La fase nuova che si è aperta con queste elezioni ha il colore azzurro dei popolari, diffuso quasi uniformemente sulla mappa di tutto il paese.

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TRIONFALE RICONFERMA DI ORTEGA IN NICARAGUA. MA IL SANDINISMO DOV’È?

36394. MANAGUA-ADISTA. Quella riconferma elettorale che era mancata a Daniel Ortega nel 1990 (a causa della brutale guerra dei contras sostenuta dagli Stati Uniti) è arrivata invece, e alla grande, alle elezioni nicaraguensi del 6 novembre scorso: il leader storico della rivoluzione sandinista tornato al potere nel 2006, dopo 16 anni di governi di destra, ha visto incrementare i suoi voti dal 38% di cinque anni fa all’attuale 62%, lasciando al secondo classificato Fabio Gadea, candidato del Partito Liberale Indipendente (un’alleanza di cui fanno parte anche i dissidenti sandinisti) non più del 30% delle preferenze e al suo vecchio avversario di un tempo, l’ex presidente Arnoldo Alemán, un misero 6%. Un risultato che – al di là delle denunce di frode da parte dell’opposizione e delle «difficoltà» lamentate dagli osservatori internazionali nella loro missione di sorveglianza – offre ora in ogni caso ad Ortega, su un piatto d’argento (in virtù della maggioranza assoluta conquistata in Parlamento dall’Alianza Nicaragua Unida Triunfa promossa dal Fronte Sandinista), la possibilità di mettere mano a riforme  radicali senza dover scendere a patti con l’opposizione.
Che Ortega si sia meritato tale possibilità lo sostiene gran parte della stampa alternativa latinoamericana, che evidenzia, tra i risultati del suo governo, la gran quantità di programmi sociali, l’aumento del salario minimo, il ritorno a un sistema educativo e sanitario gratuito, l’eliminazione dell’analfabetismo, la creazione di una rete di distribuzione di alimenti di base, il superamento di una crisi energetica quasi permanente. Ma non mancano di certo, a sinistra, le voci critiche, come quella di Dolores Jarquín, del Movimiento Social Nicaragüense Otro Mundo es Posible, la quale, pur riconoscendo i passi avanti in ambito sociale («La gente che vive nella povertà estrema ha difficoltà anche a comprare una lamina di zinco per il tetto. Il Fronte mette a disposizione dieci lamine e la gente è contenta»; Diagonal, 4/11), sottolinea come, al di là dei proclami rivoluzionari, la logica resti quella del modello estrattivista, non a caso portato avanti con l’avallo del Fondo Monetario Internazionale. «In questi cinque anni – afferma  María López Vigil, caporedattrice di Envío (la rivista dell’Università dei gesuiti di Managua), in un’intervista concessa a Popoli.info – Ortega ha stretto alleanze con i ricchi più ricchi del Nicaragua: il grande capitale e il Fondo monetario internazionale sono i suoi principali alleati. Questo è socialismo?».
Diritti, non favori
Molto critico nei confronti del governo è anche il domenicano Rafael Aragón, il quale in un articolo dal titolo “È cristiano il progetto del governo di Daniel Ortega? E qual è il progetto della Chiesa?”, pubblicato sulla rivista Envío (n. 349) dello scorso aprile, nega che i progetti sociali promossi dal governo siano espressione dell’opzione per i poveri, come invece sostiene il presidente, almeno intendendo per tale opzione lo sforzo rivolto a fare dei poveri i soggetti della loro storia. «Dalla Teologia della Liberazione – scrive Aragón – abbiamo imparato ad essere critici nei confronti dei progetti assistenzialisti delle Chiese e dei progetti paternalisti dei governi», che non coscientizzano in alcun modo il popolo. Ed è in questa chiave che occorre valutare i programmi promossi dal governo sandinista: «trasformano i poveri in soggetti di un processo di trasformazione delle loro vite, delle loro comunità, del Nicaragua? La logica di questi progetti è quella di democratizzare l’economia del Nicaragua o solamente di mitigare la povertà nel momento stesso in cui l’economia continua a promuovere grandi disuguaglianze?». È vero, continua il domenicano, che, in situazioni di estrema necessità, le persone devono essere soccorse – e in tal senso bisogna riconoscere che «molti poveri sono oggi in condizioni migliori che durante il precedente governo» –, ma è necessario che «ciò che viene dato generi coscienza, partecipazione e organizzazione». Quello che è dato vedere quotidianamente, invece, «sono persone che ringraziano per i favori ricevuti, in un rapporto di dipendenza dal carattere mitico-religioso». E «quando i diritti sono visti come favori concessi dal governante perché è buono, si sta costruendo una mentalità di servi di fronte a un monarca e non di cittadini dinanzi a un’autorità democratica». Ma l’aspetto più scioccante, secondo Aragón, è che anche il Fronte Sandinista, negli anni ’80, la pensava così. Non a caso, secondo María López Vigil, «Daniel Ortega ha snaturato tutti, dal primo all’ultimo, i principi del Fronte sandinista, a cui apparteneva», non avendo «altro progetto se non la sua perpetuazione al potere».
La “conversione” di Obando y Bravo
Se il Fronte non è più quello delle origini, ancora più drastico sembra il cambiamento maturato nell’implacabile avversario di un tempo, il card. Obando y Bravo, oggi arcivescovo emerito di Managua, lo stesso che nel 1996, a tre giorni dalle elezioni (quelle che avrebbero portato alla presidenza Alemán), paragonava  Ortega a una vipera quasi morta che, soccorsa da un contadino compassionevole, uccideva il salvatore con il suo veleno (v. Adista n. 21/97). Un’opposizione frontale durata fino a quando il leader sandinista, dopo aver ceduto a logiche di spartizione di potere (a cominciare dal famigerato Patto del 1999 tra Ortega e Alemán che ha assicurato a sandinisti e liberali il controllo dei poteri dello Stato), non ha piegato il capo anche di fronte al potente cardinale, al punto da sacrificare sull’altare elettorale le donne nicaraguensi, votando a favore dell’eliminazione dell’aborto terapeutico. Per poi passare, finalmente, all’incasso, con la vittoria nel 2006 e il trionfo del 6 novembre scorso, a cui ha di certo contribuito anche l’arcivescovo emerito con le sue lodi sperticate nei confronti di Ortega e di sua moglie Rosario Murillo – ai quali ha assicurato che «il Signore saprà ricompensare abbondantemente tutto il bene» da loro compiuto per i nicaraguensi – e con i suoi inviti alla popolazione a votare per chi difende la vita, è contrario all’aborto e promuove programmi sociali a favore dei più poveri.
Ma dietro a una così apparentemente drastica conversione al sandinismo, sostiene Rafael Aragón nello stesso articolo pubblicato su Envío, persisterebbe, in realtà, il vecchio modello di “Chiesa di cristianità”, di una Chiesa, cioè, «considerata un potere che deve essere riconosciuto e che dialoga a tu per tu con i poteri politici ed economici», «quali che siano»: «Quando arrivai in Nicaragua nel 1978 – scrive Aragón – si celebravano in tutte le parrocchie del Paese 200 messe per la salute di Somoza, perché aveva avuto un infarto». E se la rivoluzione sandinista del 1979 ha mandato in crisi tale modello, esso ha potuto definitivamente imporsi con la sconfitta del Fronte nel 1990, sotto l’attenta regia del card. Obando e durante il governo di Arnoldo Alemán: «La corruzione istituzionalizzata da Alemán durante la sua amministrazione non ha incontrato critiche da parte della gerarchia cattolica, la quale ha deciso di tacere di fronte al cumulo di evidenze». È stato allora, però, che il Fronte Sandinista ha cambiato strategia, prendendo atto della necessità di scendere a patti con i vescovi e con il clero, negoziando con essi e finanziando i loro progetti. Cosicché Obando, sentendosi finalmente omaggiato in maniera adeguata, si è deciso a sposare con piena convinzione la causa di Daniel Ortega. Il quale, poi, è andato anche oltre, strumentalizzando la religiosità tradizionale e utilizzando «in modo programmatico e calcolato il nome di Dio per legittimarsi». 
Ma se con il nemico di un tempo il rapporto non potrebbe essere più idilliaco, all’interno dell’istituzione ecclesiastica Ortega non riceve certamente solo applausi. Il più critico è probabilmente il vescovo ausiliare di Managua, mons. Silvio Báez, che non perdona al presidente la manipolazione di simboli, riti e dogmi religiosi, come avvenuto anche in occasione dell’ultimo anniversario della rivoluzione sandinista, quando Rosario Murillo ha paragonato la cerimonia del 19 luglio a una celebrazione eucaristica, e salutato il card. Obando come «pastore di tutti i nicaraguensi» nonché come «pastore della pace, della riconciliazione e del bene comune». Rosario Murillo, ha commentato al riguardo Silvio Báez, «lo può definire come vuole, è esperta ad inventare slogan, spesso manipolando abusivamente la fede. Ma ogni diocesi ha il suo vescovo e un vescovo emerito non è la voce della Conferenza episcopale».
Neppure mons. Báez, tuttavia, risponde, secondo Aragón, al profilo richiesto per portare avanti la principale missione della Chiesa, quella di «accompagnare il popolo, a partire dalla base e fuori dal potere». Gli manca, infatti, «la radicalità profetica di chi parla a partire dalla sua immersione nella realtà dei poveri», esponendosi così a una possibile strumentalizzazione da parte dell’opposizione». (claudia fanti)

Israele: 'si' alla pace, no all'estremismo di destra'


ansa

Circa 20.000 persone sono scese stasera in piazza a Tel Aviv per ricordare – all'insegna dello slogan 'si' alla pace, no all'estremismo di destra' – il 16/mo anniversario dell'assassinio di Yitzhak Rabin: perpetrato il 4 novembre 1995 per mano di un giovane colono oltranzista, Yigal Amir, in odio al processo di pace con i palestinesi avviato dall'allora premier laburista. Secondo tradizione, il raduno si e' svolto nella piazza che porta il nome di Rabin e che fu teatro dell'omicidio.

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Israele: 'si' alla pace, no all'estremismo di destra'


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