Spagna: programma Podemos come l’Ikea

Programma Podemos modello catalogo Ikea: è l’ultima trovata degli attivissimi strateghi mediatici del partito ‘post-indignados’ spagnolo in vista delle politiche anticipate del 26 giugno, dove spera di realizzare uno storico ‘sorpasso’ sui socialisti del ‘vecchio’ Psoe di Pedro Sanchez.
La formazione ‘viola’ ha presentato oggi il proprio programma con un opuscolo, di cui la stampa di Madrid ha sottolineato le somiglianze col catalogo della celebre multinazionale svedese del mobile. In copertina e nelle pagine interne molte foto, con i principali leader del partito, a cominciare dal segretario Pablo Iglesias, seduti in salotti, camere da letto o cucine modello Ikea, o intenti a stendere il bucato o preparare la cena, mentre spiegano le proposte del partito. Gli ultimi sondaggi confermano la tendenza al ‘soprasso’ sul Psoe e danno il partito di Iglesias al secondo posto, col 25% circa, dietro al Pp del premier uscente, attestato attorno al 29%, mentre il Psoe non supera il 22% e Ciudadanos il 16%.

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Esteri POLITICA Riad rompe relazioni diplomatiche con Iran

Resta alta la tensione nel Golfo Persico. L’Arabia Saudita sunnita ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran sciita, acuendo la crisi interconfessionale apertasi nell’Islam all’indomani dell’esecuzione dell’imam sciita Nimr al Nimr in Arabia Saudita. Quest’ultima ha innescato proteste nei Paesi musulmani dove è forte la presenza degli sciiti, e in particolare in Iran dove sono state date alle fiamme l’ambasciata saudita a Teheran e il Consolato a Mashad. Lo ha anunciato il ministro degli Esteri Said, Adel al Jubeir che ha anche detto che entro 48 ore tutti i diplomatici iraniani dovranno lasciare l’Arabia Saudita e ha accusato Teheran di incitare alla rivolta interconfessionale i msusulmani nella regione.

L’Iran accusa l’Arabia saudita di alimentare la tensione nella regione. Riad, ha affermato un portavoce del ministero degli Esteri, “è alla ricerca della crisi e tenta di risolvere i propri problemi interni esportandoli”. “Decidendo di rompere le relazioni diplomatiche”, aveva affermato in precedenza il viceministro Hossein Amir Abdollahian, l’Iran “non potrà far dimenticare il grande errore commesso giustiziando un religioso”. Il riferimento è all’esecuzione di Nimr al-Nimr, leader degli sciiti nel regno saudita, giustiziato con altri 46 uomini ritenuti legati al terrorismo e ad al-Qaeda. Intanto stamani un poliziotto saudita è stato ucciso nella città dell’est da cui proveniva il religioso sciita giustiziato. A dare la notizia è stata l’agenzia di stampa ufficiale saudita, Spa, definendo l’accaduto un “atto terrorista”. (AGI)

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Vatileaks 2, Chiarelettere e Feltrinelli si difendono dalle accuse del Vaticano: “Sono libri seri, non temiamo il blocco”

Tradimento e possibile censura. Due categorie pesantissime segnano Via Crucis eAvarizia, i libri in uscita dei giornalisti Gianluigi Nuzzi e di Emiliano Fittipaldi scritti – secondo la Santa Sede – grazie “alla consegna di documentazione riservata”, che ha portato all’arresto della commissaria Chaouqui e di monsignor Balda. Alle accuse e alla minaccia, Chiarelettere e Feltrinelli oppongono “la serietà” del loro lavoro, e “tranquillità” che le opere non saranno bloccate.

La Santa Sede non usa mezze misure. I due libri “sono frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa”. Un’operazione “in cui risvolti giuridici ed eventualmente penali” sono oggetto di riflessione in Vaticano “in vista di eventuali ulteriori provvedimenti”, anche tramite cooperazione internazionale. Il che, tradotto alla lettera, porterebbe a provvedimenti contro la pubblicazione dei libri stessi.

“Difendiamo il cosiddetto Vatileaks 2”, dichiara ad Huffpost Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiarelettere. “Via Crucis non è il primo libro che Gianluigi Nuzzi fa sul Vaticano. Ne ha già fatti due (Sua Santità e Vaticano Spa, ndr). Con questo non facciamo altro che continuare il lavoro, la pubblicazione dei documenti per rendere trasparente il potere in Vaticano. Un servizio per tutti i cattolici che credono che il nostro sia un lavoro utile per Francesco, che si sta battendo per far cadere le incrostazioni di potere. Il libro di Nuzzi è fatto in questo spirito.”

Insomma per Chiarelettere, non ci sarebbe dissonanza con lo spirito del papato di Francesco. “Sono liberi di pensarla diversamente, ma noi facciamo solo il nostro lavoro. Davanti a documenti veri e verificati, pubblichiamo. Non ci poniamo possibili conseguenze, non facciamo politica”. Anzi, sottolinea Fazio “a differenza di altri scandali di questo paese, in questo caso c’è il ruolo di questo papa che si sta battendo per un reale cambiamento della struttura della Curia, uno spirito che prima non c’era mai stato”.

Entrambe le case editrici assicurano massima tranquillità anche rispetto a possibili azioni legali contro la pubblicazione. “Non temiamo problemi. – fanno sapere dalla Feltrinelli – Come editore siamo tranquilli della professionalità del nostro autore”.Avarizia, un saggio sul patrimonio economico della chiesa di Francesco, sull’otto per mille, sui soldi delle offerte, sullo Ior e tutto quello che collega l’universo ecclesiastico al denaro, “è un’inchiesta giudiziaria non un libro scandalistico, fondata sul massimo scrupolo, sul rispetto della deontologia professionale e su documenti reali. Inchiesta che riteniamo aiuterà il processo di pulizia in corso grazie a Francesco all’interno della Chiesa”.

“I tempi per bloccare la diffusione non ci sono”, rassicura il direttore editoriale di Chiarelettere. Il 5 novembre i libri arriveranno nelle librerie. Bloccarli mi sembrerebbe molto difficile, i provvedimenti giudiziari non sono mai così veloci”.

in http://www.huffingtonpost.it/

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Gaza, il 16 luglio fiaccolate di pace in ogni città italiana. Mai più vittime! Per libertà e giustizia in Palestina e Israele

Di fronte alla nuova guerra in corso nella Striscia di Gaza, un folto gruppo di associazioni che fanno capo a Rete della Pace, Controllarmi  Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci e Tavolo Interventi Civili di Pace ha lanciato un appello per il cessate il fuoco e per chiedere alla comunità internazionale di adoperarsi per la pace in quella martoriata terra : «Chiamiamo uomini e donne che credono nella Pace e nella nonviolenza a mobilitarsi Mercoledì 16 Luglio 2014, organizzando e partecipando nella propria città alla FIACCOLATA per la Pace, la libertà, la giustizia in Palestina e Israele. Ogni morte ci diminuisce, ogni uomo, donna, bambino ucciso pesa sulle nostre coscienze. Vogliamo vedere i bambini vivere e crescere in pace non maciullati da schegge di piombo».

Le coalizioni delle associazioni pacifiste italiane chiedono: «Che cessino immediatamente il fuoco, le rappresaglie e le vendette di ogni parte; Che la politica e la comunità internazionale assumano un ruolo attivo e di mediazione per la fine dell’occupazione militare israeliana e la colonizzazione del territorio palestinese, per il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e del diritto internazionale in tutto il territorio che accoglie i popoli israeliano e palestinese; Che il governo italiano si attivi immediatamente affinché il nostro Paese e i Paesi membri dell’Unione Europea interrompano la fornitura di armi, di munizioni, di sistemi militari, come pure ogni accordo di cooperazione militare con Israele; Che il nostro governo, oggi alla Presidenza dell’Unione Europea, assuma questi impegni con determinazione e coraggio».

Intanto un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina lancia un appello dato 11 luglio)  alla comunità internazionale sottolineando che «Tutto ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti di agenzie internazionali». Ecco quello che scrivono nel loro drammatico comunicato: Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe…Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate.

Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE. Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto.

Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana… resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti.

Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana.

Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni.

Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno. Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive – definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33).

Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari.

Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardato 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e  1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi.

Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati. Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom  (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico.

Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni.

Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinché le operazioni militari cessino immediatamente e perché si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza

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La buonuscita ai preti accusati di pedofilia. Con la firma del cardinale

Il cardinale Timothy Dolan avrebbe autorizzato buonuscite da 20mila dollari ai sacerdoti accusati di abusi su minori perché si ritirassero a vita privata e laica. Secondo quanto  scrive il New York Times Dolan avrebbe acconsentito al pagamento di questi soldi quando era arcivescovo di Milwaukee

Dolan è a capo della conferenza episcopale statunitense e all’epoca, interrogato sulla questione, aveva detto che l’accusa era “falsa, pretestuosa e ingiusta”. Ma un documento reso pubblico dagli avvocati delle vittime di abusi avrebbe svelato la firma di Dolan sulle autorizzazioni ai pagamenti.

Secondo  Jerry Topczewski, , un portavoce della diocesi di Milwaukee sentito dal New York Times, i soldi sarebbero stati dati ai sacerdoti per accelerare il processo di “laicizzazione”, che va per le lunghe se un sacerdote si oppone.

I sacerdoti in questione avrebbero anche incassato una pensione da 1.250 dollari al mese e l’assicurazione sanitaria fino a quando non troverà un altro lavoro.

Alcuni esperti su abusi all’interno della Chiesa Cattolica hanno detto che il pagamento di “buonuscite” per accelerare la “laicizzazione” di sacerdoti coinvolti in scandali è una pratica non inusuale.

Il primo caso analogo risale al 1983: in quell’anno padre Franklyn Becker ricevette soldi, pensione e assicurazione sanitaria in cambio dell’addio alla vita ecclesiastica dopo che undici ragazzini lo avevano accusato di abusi.

In tutto, secondo quanto scrive il Nwe York Times, la Chiesa avrebbe pagato oltre 16 milioni di dollari per difendere sacerdoti accusati di pedofilia.

blizquotidiano

31 Maggio 2012 18:20

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Brasile, uccidevano donne per cannibalismo

Tre membri di una setta brasiliana sono stati arrestati oggi con l’accusa di aver mangiato i resti di varie donne, da loro uccise perche’ considerate ”impure”. Il macabro rituale e’ avvenuto nello Stato di Pernambuco, uno dei piu’ poveri del Brasile. In manette e’ finita anche una donna di 51 anni, che ha confessato alla polizia di aver venduto per strada focacce a base di carne delle vittime

ansa – 14 Aprile 2012 ore 04:06

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Il neocolonialismo è finito e i tunisini si ribellano all’atteggiamento della Francia di fronte ai risultati elettorali

Tratto dal mensile francese Régards (dicembre 2011). Titolo originale: L’Intifada tunisienne refuse la «vigilance» occidentale

Il 17 dicembre 2010 a Sidi-Bouzid, piccola città all’interno della Tunisia, Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, si uccide, dandosi fuoco dopo essere stato umiliato da un agente di polizia. Cogliendo di sorpresa geopolitici, esperti, specialisti e altri “attenti osservatori”, questo gesto disperato segna l’inizio di un’onda che, 12 mesi più tardi, continua a scuotere il mondo arabo.

Il 23 ottobre 2011, il partito islamico Ennahda esce vincitore dalle elezioni dell’Assemblea costituente in Tunisia, ottenendo 89 seggi su 217. In Occidente, e specialmente in Francia, il tono di buona parte dei commenti politici e mediatici cambia bruscamente. Nell’arco di pochi giorni si passa dall’entusiasmo per queste «rivoluzioni democratiche» dotate di ogni virtù, a un’attenzione «vigile» di fronte ai buoni risultati dei partiti islamici, realizzati (Tunisia) e a venire (Egitto, Libia). Sull’onda del «primavera araba, autunno islamista», riprendono forza quegli stessi che, per dieci anni, hanno alimentato il fuoco del pericolo islamista e dello scontro di civiltà.

Il 26 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, è ai microfoni di France Inter: «[I risultati delle elezioni tunisine] non modificheranno le relazioni tra la Francia e la Tunisia, ma la Francia resta vigile». «La Francia dice di fare attenzione! C’è un confine che non bisogna oltrepassare e questo confine è costituito da alcuni valori e principi democratici come l’alternanza al potere, i diritti umani e l’uguaglianza uomo-donna». «Saremo molto vigili e abbiamo i mezzi per esprimere questa vigilanza». Il ministro ha aggiunto infine che «confida» nei tunisini. Un’invettiva ridicola: presunzione civilizzatrice, autoproclamazione come guardiani del tempio – «dei valori e dei principi democratici» – e, per finire, minaccia di sanzioni economiche.



Una «vigilanza» che fa drizzare i capelli

«Vi scorgo i residui di una potenza coloniale che pensa ancora di avere dei diritti su un popolo sovrano», commenta Nourredine Aloui, insegnante, sociologo e romanziere tunisino. «Fa un po’ ridere questa Francia vigilante, questa Francia che dà lezioni. Così preoccupata dei diritti umani non lo era durante il regime di Ben Ali…».

Per Bertrand Badie, ricercatore al Centro studi e relazioni internazionali (Ceri), questa uscita di Juppé può essere letta a più livelli: «Mostra che la stigmatizzazione dell’islamismo continua a riscuotere successo; rivela un modo pericoloso e inappropriato di valutare l’islamismo come un fenomeno omogeneo e incapace di evolvere, mentre ci sono tanti islamismi e organizzazioni diverse; infine non tiene in considerazione che il passaggio da queste rivoluzioni alle elezioni non è facile: per decenni, i movimenti sociali sono stati privati di qualsiasi leadership politica…». Ma soprattutto, lo studioso sottolinea «questa costante goffagine diplomatica che consiste nell’ergersi a tutori di ciò che succede altrove. Come se il timone della diplomazia francese fosse raddrizzare i torti. Questo è, non solo superato, ma pericoloso perché il rinnovarsi perpetuo di questa tutela può provocare e alimentare sentimenti antifrancesi. Penso che il Paese che ha inventato il concetto di contratto sociale dovrebbe lasciare che i contratti sociali si facciano da sé…».

Storica della cultura e della vita intellettuale in Tunisia, codirettrice della rivista Ibla (Rivista dell’Institut des Belles Lettres Arabes) a Tunisi, Kmar Bendana giudica questa ingerenza «insopportabile». «La relazione Francia-Maghreb è sempre stata asimmetrica». «Da un lato l’opinione pubblica francese che si considerava liberale e erede della rivoluzione, della democrazia; dall’altro un’opinione nazionalista in marcia verso l’indipendenza. Quello che sta accadendo ora esce completamente da questo schema. Nel mondo contemporaneo, tutto si mischia grazie a internet, alla mobilità. Niente è lineare, e di colpo, questo sguardo occidentale non funziona più».

«Ciò che dice Juppé mi fa sorridere», dice Rim Temimi, fotografa di 38 anni “italo-francoalgerina-tunisina” impegnata nel collettivo di artisti “Dégage” nato all’indomani del 14 gennaio. «Vuole vigilare? È gentile da parte sua, ma non abbiamo bisogno di lui. Ciò che abbiamo fatto il 14 gennaio lo abbiamo fatto da soli. È tempo che la Francia e l’Europa comprendano che devono trattarci alla pari. Il colonialismo e il neocolonialismo sono finiti».



Gli islamisti non vengono dalla Luna

L’uscita di Juppé non è un caso isolato. Collima perfettamente con l’atteggiamento adottato dalla Francia nel gennaio scorso: basti pensare a Michèle Alliot-Marie, allora ministro degli Esteri, che invocava l’invio di poliziotti in soccorso al regime vacillante; o alla nomina poi a Tunisi di un giovane ambasciatore arrogante, Boris Boillon, ancora in carica. Inoltre la posizione di Juppé è confermata anche dal fatto che la Francia è stata uno degli ultimi Paesi europei a felicitarsi con i vincitori delle elezioni del 23 ottobre.

Un fallimento politico. «Perché – assicura Rim Temimi – quanto alle relazioni con l’Occidente, la gioventù tunisina, anche quella dell’interno del Paese, condivide l’idea che sia urgente andare avanti». Una gioventù che si dice anche pronta a assumere tutti i rischi inerenti al processo di transizione democratica nel quale il Paese è impegnato. «Anche se il Paese avrà una virata all’iraniana, io resterò qui», riassume la giovane fotografa.

Lungi dall’essere spaventati dalla vittoria di Ennahda, la maggioranza dei tunisini si dice prima di tutto fiera di quanto avvenuto nel Paese nell’ultimo anno. «Questa rivoluzione avanza a passi da gigante», afferma Nourredine Aloui. «Ha passato un anno di transizione senza violenze e le elezioni del 23 ottobre hanno dimostrato che c’era una grande voglia di cambiamento. Scopriamo il multipartitismo ed è un successo: tante le formazioni che saranno rappresentate in questa Assemblea.

Non sono tra coloro che pensano che le rivoluzioni sono state fatte dal popolo e stanno per essere confiscate dagli islamisti. Che io sappia, questi non vengono dalla Luna! Hanno combattuto Ben Ali e Bourguiba in passato. Non stanno rubando la nostra rivoluzione, sono stati eletti… E i paletti sono lì, Moncef Marzouki e altri siederanno all’Assemblea e contribuiranno a moderare i toni».

La nomina, il 15 novembre scorso, di Moncef Marzouki, capo del Congrès pour la République (arrivato secondo alle elezioni con 29 seggi), come presidente a interim per la durata di un anno, è un segno positivo. È a seguito di un accordo con gli islamisti di Ennahda che quest’uomo di sinistra prende in mano le redini del Paese, per il tempo necessario a che l’Assemblea costituente rediga una nuova Costituzione.

«Ad ogni modo, Ennahda non ha né il tempo, né i mezzi per diventare un nuovo Rassemblement constitutionnel démocratique (il vecchio partito di Ben Ali); e né il tempo né l’intenzione di far precipitare il Paese in uno scenario alla iraniana», considera Nourredine Aloui. «Se si allontana dal salafismo, diventerà un’organizzazione che potrà guidare il Paese dal centro, tipo Democrazia Cristiana. In caso contrario, diventerà un partito integrato nel gioco politico ma marginalizzato, che prenderà qualche voto a ogni elezione come i fratelli musulmani in Giordania».

Rim Temimi conferma che il modo con cui Ennahda gestirà la presenza dei salafiti nello spazio politico merita attenzione: «Costituiscono un rischio», dice. Ma la sua diffidenza nei confronti del partito di Rached Ghanouchi (presidente di Ennahda, ndr) è di altra natura: «Non voglio che si basi sull’esegesi del Corano. È quello che fa Ennahda e questo mi dispiace».

Portavoce in Francia del Parti démocratique progressiste (Pdp), uno dei grandi perdenti delle elezioni del 23 ottobre, Adnane Ben Youssef si spinge più in là: «Vogliamo discutere circa il modo in cui l’islam è invocato e utilizzato nel dibattito pubblico e politico, perché su questo abbiamo delle divergenze profonde con Ennahda. Ma certamente non c’è da discutere sulla loro presenza nello spazio politico».



Esigenza occidentale

Di fatto, tutto indica che per i tunisini la sfida principale oggi è di assicurare che i rappresentanti eletti non tradiscano le speranze politiche, economiche e sociali nate dalle sollevazioni: «Aspetto di vedere come questa Assemblea costituente si comporterà con le popolazioni di Sidi Bouzid, Gafsa ecc… che sono le più povere, e che hanno dato vita alla rivoluzione», dice Nourredine Aloui. «Perché il governo di transizione ha il dovere di farne la sua priorità». È questa la questione politica aperta, non quella del rischio dell’istituzione di un nuovo regime autoritario. Un rischio molto ipotetico: che si tratti di Ennahda in Tunisia, dei Fratelli musulmani in Egitto o domani delle organizzazioni che si richiamano all’islam politico in Libia, tutti hanno approfittato della primavera araba per… entrare nel gioco democratico. Un gioco dal quale, come le altre organizzazioni politiche di opposizione, erano stati esclusi in questi decenni. Tutti, in Tunisia, sono concordi nel riconoscere che Ennahda ha condotto una campagna efficace e ben organizzata. In Egitto, mentre l’esercito al potere reprime i movimenti giovanili e fa lavorare i tribunali militari a pieno regime, i dirigenti politici islamici, che a febbraio erano a piazza Tahrir, non si mobilitano più per difendere i giovani rivoluzionari.

I Fratelli musulmani discutono già da qualche mese con l’amministrazione statunitense. Lo scorso 30 giugno, Hillary Clinton ha ammesso che gli Usa avevano stabilito dei «contatti limitati». Contatti che si sono poi consolidati.

Un anno dopo l’inizio delle Intifade arabe, non è dunque escluso che un domani si possano vedere in Tunisia, in Egitto, e perché no in Libia, islamici al potere, rinnovare i contratti di assoggettamento economico e strategico sottoscritti dai loro predecessori con le potenze occidentali. Niente al momento indica che sarà così. Semplicemente la poca chiarezza che queste forze mantengono circa le loro proposte economiche e sociali non permettono di scartare questa ipotesi.

Con o senza islamisti, i desiderata occidentali non sono cambiati. «La loro principale preoccupazione è mantenere la divisione internazionale del lavoro di sicurezza. Finora, i regimi assicuravano il controllo della minaccia proveniente dal sud. E ciò che vogliono oggi, è che gli Stati conservino queste acquisizioni», analizza Vincent Geisser. Spetta dunque ormai ai «tunisini far sì che i loro rappresentanti non tradiscano ciò per cui si sono battuti da un anno», sottolinea Bertrand Badie.

Sta invece a tutti coloro che, dall’estero, vogliano sostenerli, forze progressiste comprese, uscire definitivamente dal proprio involucro neocolonialista e paternalista, ancora molto forte. Per rifondare le relazioni transmediterranee su nuove basi, ugualitarie. Di questo i tunisini sono creditori. Hanno già fatto la loro parte di cammino.
in adistaonline

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Le primarie americane e il ritorno dei neoconservatori

La stagione delle primarie non è ancora iniziata, il primo appuntamento sarà a gennaio con i caucus dello Iowa, ma sono già successe molte cose in campo repubblicano.
All’inizio dell’anno sembrava che queste elezioni presidenziali, come quelle parlamentari di due anni fa, sarebbero state segnate dall’attivismo dei Tea Party, il movimento integralista di base anti-stato guidato, tra gli altri, dalla deputata Michelle Bachman, ma con l’appoggio esterno di un’altra reginetta del movimento, l’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin.
E invece, con il passare dei mesi e il dispiegarsi dei dibattiti pubblici tra i nove-dieci candidati repubblicani, non solo il campo di battaglia si è venuto semplificando, ma sorprendentemente anche la principale esponente dei Tea Party è stata relegata dai sondaggi in un ruolo marginale. Oggi Michelle Bachman viene data dagli elettori repubblicani con un misero 6 per cento, contro i due principali contendenti Newt Gingrich, con circa il 30 per cento, e il favorito (fino a poco tempo fa) Mitt Romney con appena il 23 per cento.
Di sorprendente c’è anche la rientrata in campo e rapida ascesa di Gingrich. Dopo una corsa iniziale all’inizio dell’anno Gingrich aveva annunciato di non volere più candidarsi a seguito di una serie di polemiche sulla sua vita sessuale piuttosto disordinata — tre mogli e diverse amanti — e di accuse di avere percepito lucrative consulenze da alcune importanti lobby. Per molti mesi è sembrato che l’unico candidato possibile sarebbe stato Romney.
Repubblicano di centro, compassato nello stile e moderato nelle sue posizioni politiche, Romney non piaceva alla base del partito sia per la sua affiliazione religiosa (è mormone), sia per la riforma sanitaria che aveva realizzato quando era governatore del Massachusetts (una riforma molto simile a quella, a livello nazionale, di Obama). Per questo nelle ultime settimane aveva cercato di conquistarsi un pedigree di repubblicano intransigente citando sempre più spesso la figura di Ronald Reagan (a 25 anni dalla sua presidenza tuttora un’icona imprescindibile per i repubblicani – e non solo), e correggendo le passate posizioni che lo facevano sembrare troppo poco di destra. L’unica cosa che non poteva danneggiarlo tra l’elettorato di riferimento è di essere ricchissimo e di esserlo diventato attraverso spericolate operazioni finanziarie.
Tra i suoi avversari intanto, era uscito di scena, anche lui per motivi di carattere sessuale, la stella nascente repubblicana, l’afroamericano Herman Cain. (Curioso: i repubblicani, che raccolgono un misero 2 per cento dei voti afroamericani, ci avevano già provato nominando un segretario del partito nero e ora mettendo in campo un candidato alla presidenza nero – dopo che avevano usato toni neppure troppo velatamente razzisti per combattere il candidato nero democratico.) La Bachman, come prima di lei Sarah Palin, aveva gradualmente perso consensi, fino a sprofondare, di fronte all’evidenza della sua incompetenza e superficialità. L’ultimo a cadere era stato il governatore del Texas Rick Perry dopo alcune prove penose nel corso dei dibattiti dei mesi scorsi. Tra gli altri candidati, solo il longevo Ron Paul è rimasto sulla scena (gli si accredita un 10 per cento di voti a favore), ma si tratta di un libertario di destra anomalo che non può in alcun modo sperare di ottenere il consenso degli elettori del suo partito, che saranno anti-stato, ma libertari certo non sono.
Quando quindi sembrava che Romney fosse divenuto ormai il “candidato inevitabile ” (come fu definita Hillary Clinton ai tempi della sua corsa per la Casa bianca prima che entrasse in scena Barack Obama), non tanto perché fosse amato da tutti, ma perché era il meno peggio sulla piazza, ecco che rientra prepotentemente in scena Newt Gingrich. Una personalità, quella di Gingrich, che più diversa da Romney non si potrebbe immaginare: compassato l’uno, vociferante l’altro, moderato l’uno, estremista l’altro, morigerato l’uno, amante della bella vita l’altro. Dalla sua inoltre Gingrich ha ancora il residuo di popolarità che si era conquistato negli anni ’90 quando, da speaker della Camera, aveva lanciato il partito alla riconquista della maggioranza con il suo famoso “patto con l’America” (copiato da Berlusconi qualche anno dopo), e negli anni successivi aveva martellato Bill Clinton per le sue prodezze amatorie.
Ma c’è un’altra ragione di fondo per il ritorno e la rapida ascesa di Gingrich. La ragione si chiama neoconservatori. Non direttamente gli esponenti del neoconservatorismo, che avevano vissuto il loro momento d’oro durante la presidenza Bush ed erano entrati in un cono d’ombra dopo la vittoria di Obama, ma gli interessi economici e le visioni geopolitiche (militari, strategiche ed economiche) che avevano sostenuto il movimento e che certo non sono scomparse con la fine dell’amministrazione Bush. Sono questi ambienti economici e di politica estera ad avere decretato l’uscita, di fatto, dei Tea Party dalla corsa per la presidenza: troppo isolazionisti, e anche troppo isolati dagli ambienti di Washington che contano, il loro radicalismo finanziario poteva finire col mettere in discussione anche le lucrose commesse militari. Per fare da battistrada, per agitare le acque e suscitare un movimento di antipolitica e di anti-stato andavano bene, ma adesso che è iniziata la corsa vera e propria è bene che si facciano da parte e lascino spazio ad un politico sperimentato ed affidabile.
Ecco quindi rispuntare Gingrich, un uomo evidentemente ben più affidabile per i think tank e le lobby di politica estera nelle quali i neoconservatori continuano a studiare e a progettare un rinnovato ruolo imperiale per il loro paese. Gingrich ha rapidamente interpretato le loro posizioni rigidamente filo-israeliane e la loro voglia di rivincita in Medioriente, dopo le cocenti sconfitte in Iraq e, prossimamente, in Afghanistan. In un recentissimo discorso ha fatto fare un passo indietro di 30 anni alla politica americana sulla Palestina, definendo il popolo palestinese un “mito storico”, perché “non è mai esistito”; schierandosi così contro la soluzione due popoli-due stati che era ormai diventata patrimonio comune di repubblicani e democratici. Anche sull’Iran Gingrich ha alzato i toni, attaccando la linea di azione di Obama (che tutto sommato è stata anche del suo predecessore), che è consistita nella dura condanna dell’Iran per i suoi progetti nucleari e nell’uso di sanzioni economiche sempre più punitive, ma pur sempre in un quadro multilaterale ricercando l’accordo con le potenze della regione, in prima fila la Russia. Al contrario Gingrich ha esplicitamente annunciato l’intenzione di schierarsi con Israele se lo stato ebraico decidesse di muovere guerra all’Iran.
Quello che Gingrich ha delineato in una serie di dichiarazioni e discorsi estemporanei (manca ancora una sua piattoforma di politica estera) è un programma di neo-interventismo americano, di flettere i muscoli della potenza militare, e di rivendicazione del diritto ad agire unilateralmente – anche con la forza – per difendere gli interessi degli Stati Uniti, ovunque nel mondo lo ritengano. I neoconservatori sono tornati!
paneacqua.eu

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Nordcorea. Muore il "Caro leader", preoccupa la transizione

E’ morto all’età di 69 anni Kim Jong-il, il “Caro Leader” della Corea del Nord, una delle più elusive personalità della scena internazionale che ha governato per diciassette anni il Paese più isolato al mondo. Ne ha dato notizia l’agenzia di stampa ufficiale ‘Kcna’, secondo cui Kim “è stato colpito da un grave infarto miocardico unito a un ictus” alle 8,30 del mattino di sabato ora locale, quando in Italia era passata da mezz’ora la mezzanotte del venerdì. Un’autopsia eseguita ieri ha confermato le cause del decesso, avvenuto mentre Kim si trovava in treno per una delle sue misteriose visite in giro per lo Stato asiatico. Il leader nord-coreano era stato colto già nell’agosto 2008 da un attacco cardiaco, che lo aveva lasciato con serie difficoltà di movimento nel braccio e nella gamba sinistri.
Dopo aver costruito per anni l’immagine del “caro leader”, che ha ridotto il paese in uno stato di povertà senza precedenti, ma ha continuato a riempire gli arsenali, la macchina della propaganda si prepara alla seconda successione dinastica, dopo quella che nel 1994 portò Kim alla guida del paese dopo la morte di suo padre, il “Leader eterno” e fondatore della Corea del Nord, Kim Il-Sung. Fama di playboy che aveva rinunciato alla bella vita, Kim alla fine degli anni novanta si trovò a combattere una carestia che uccise centinaia di migliaia di persone e che ancora oggi ha i suoi strascichi, con gravi carenze alimentari soprattutto per i bambini. Nonostante ciò, la Corea del Nord ha sempre trovato i fondi per andare avanti con i suoi programmi nucleari, culminati nei test dell’ottobre del 2006 e del maggio del 2009. Si ritiene che nel paese ci siano riserve di plutonio sufficienti alla realizzazione di sei-otto ordigni nucleari.
Gli succederà il terzogenito Kim Jong-un, dall’anno scorso promosso generale e asceso ai vertici del Partito Comunista, pur di fatto non essendo praticamente mai comparso nella vita pubblica. Sarà lui a presiedere la commissione incaricata di allestire i solenni funerali di Stato, che si terranno il 28 dicembre prossimo a Pyongyang e ai quali, ha puntualizzato la stessa ‘Kcna’, non sarà invitata alcuna delegazione straniera, in armonia con le rigidissime consuetudini del regime.
Poco prima dell’annuncio della morte di Kim Jong-Il, la Corea del Nord aveva effettuato lanciato un missile a corte raggio dalla costa orientale. Il test era forse un’esibizione di muscoli, per dimostrare agli avversari che Pyongyang non esce indebolita dal trapasso dei poteri.
Dove andrà la Corea del Nord sotto Kim Jong-Un? Se lo chiedono in molti, dai vicini alleati Cina e Russia, che hanno inviato le loro condoglianze annunciando di voler intensificare i rapporti di collaborazione con il paese, alle potenze occidentali come Gran Bretagna, Francia e Germania che hanno dato voce alle speranze di un cambiamento di rotta del regime, alle tensioni in Giappone con la convocazione urgente dei vertici politici e il crollo delle Borse, fino alle paure della Corea del Sud, che ha messo le sua strutture militari in allarme rosso, ha invitato il popolo alla calma e ha fatto appello all’aiuto del suo più stretto alleato, gli Stati Uniti.
Per quanto il terzogenito di Kim Jon-il sia stato ufficialmente designato “grande successore” del padre, sia la Cina sia gli Stati Uniti non nascondo i loro dubbi sul processo di transizione in atto e sulle effettive capacità di Kim Jon Un. Per Pechino il pericolo più immediato è una situazione di potenziale caos (e proprio per questo la Cina aveva auspicato una “transizione dolce”) mentre analisti americano non celano di avere più di un dubbio sulle reali intenzioni dei militari della Nordcorea.

Secondo gli analisti la morte di Kim Jon Il, che ha effettuato ancora di recente diversi viaggi in Cina, potrebbe rivelarsi un evento particolarmente delicato per la Cina che resta il principale partner commerciale (oltre che alleato politico) del paese. Una dichiarazione del portavoce del ministro degli esteri cinese parla del “grande choc” determinato dalla notizia della “Morte del compagno capo della Repubblica popolare democratica di Corea”.
Pechino non ha mai nascosto l’auspicio di poter assistere una transizione dolce tra Kim Jon Il e suo figlio Kim Jon Un. Se l’organizzazione della successione non funzionasse bene si potrebbe creare una situazione di caos, situazione che Pechino vuole assolutamente evitare anche perché in tale eventualità dovrebbe tra l’altro far fronte a un massiccio arrivo di rifugiati.
Dubbi sulla transizione sono avanzati anche da diversi analisti americani. Il New York Times, oggi commentando la morte di Kim Jon Il, avanzava dubbi sulle reali intenzioni dei militari nordcoreani. Al momento, riferisce il quotidiano, non è chiaro se le forze armate locali vorranno seguire le indicazioni date a “tutti i membri del partito (dei lavoratori, ndr), i militari e la società civile” di “seguire fedelmente l’autorità del compagno Kim Jong-Un e proteggere e rafforzare il fronte unico del partito, dell’esercito e del pubblico”.
Alcuni importanti esponenti dell’amministrazione statunitense ritengono che Kim Jong-Un non sia ancora pronto per guidare il paese e necessiti di almeno un anno di rodaggio per consolidare la sua posizione e superare le diffidenze dei vertici militari di Pyongyang.
Per questa ragione circolano indiscrezioni non confermate su una possibile “reggenza”, segnala il quotidiano statunitense. Non è chiaro, però, se Kim Jong-Il, prima della sua morte, sia riuscito a rinsaldare la posizione del figlio in un momento di ulteriore, crescente, isolamento di Pyongyang a seguito delle sanzioni internazionali imposte al paese per lo sviluppo del suo programma nucleare.
di Ida Rotano – paneacqua.eu

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Fra la folla che infiamma le piazze: chissà se Putin ha preso appunti

Mosca – Sabato 10 dicembre, non ce l’ho fatta a starmene a casa. Dopo due anni di vita a Mosca mi sono sentita in dovere di scendere in piazza contro Putin.

Tutto è cominciato una settimana fa, alla proclamazione dei falsi risultati elettorali. La voce che girava era di un secco 26% a favore del partito Russia Unita e non il 49% millantato dal Cremlino. Il popolo di internet ha cominciato ad interrogarsi, i blogger hanno contestato dati, notizie e verità: susseguirsi di voci, appuntamenti, tanta indignazione. Nella tarda serata di lunedì nasce la prima protesta a Christie Prody un gruppetto di ragazzi fedeli al blog di Alexei Navalny anima una riunione spontanea. Alexei resta su un marciapiede lontano da tutti, volutamente fuori dalla mischia e protetto dal “box” , servizio d’ordine di amici che non permettono a nessuno di avvicinarsi. Di colpo la carica della polizia contro i ragazzi che urlavano slogan ormai stanchi della farsa elettorale. E’ bastato un attimo e Alexei è stato portato via con forza assieme ad un gruppo di manifestanti, altri ragazzi vengono colpiti, cadono a terra, cominciano pestaggio ed arresti. Il blog Navalny che a Mosca seguiamo per avere notizie fuori dal coro della nomenclatura tace per due giorni. Finalmente Julia racconta che Alexei è stato trascinato in una stazione della polizia in periferia: interrogato e condannato a 15 giorni di prigione. Julia pubblica la fotocopia della sentenza. Da quel momento esplodono rabbia, indignazione, voglia di verità. Nascono pagine di facebook e hashtag di twitter per organizzare la protesta contro tutte le menzogne che il Cremlino continua a raccontare. Interviene il vecchio Gorbaciov: “ Elezioni da annullare “. In un lampo facebook raccoglie più di 35.000 adesioni, tutti promettono di andare alla manifestazione di sabato, non è più possibile fare finta di niente. Le voci cominciano a prendere forza, la città si friempie di poliziotti. Elicotteri sorvolano strade e boulevard. Dalla finestra del mio studio vedo atterraggi atterraggi nell’eliporto del palazzo vicino alla Lubianka. Rumore assordante, gente che sale e gente che scende, non era mai successo. Internet va e viene, riesco a collegarmi poche ore al giorno e poi il segnale misteriosamente sparisce. Il governo finalmente parla: siamo in un paese democratico quindi la gente può manifestare dissenso. Ecco che il popolo “riceve” il permesso di contestare. Bene! Ma arriva subito la doccia fredda: la manifestazione in Piazza Rivoluzione ( mai nome così adatto) è autorizzata per 300 persone. E le altre 34.700 dove vanno? Internet esplode: “Andremo TUTTI in Piazza della Rivoluzione e non solo i trecento fortunati”

In Russia il potere fa le cose perbene, sono bravi a combattere il dissenso, anni e anni di allenamento. Nella notte di giovedì l’acquedotto di Mosca “misteriosamente” va uin tilt proprio in Piazza della Rivoluzione, grandi scavi e transenne ovunque. Ecco fatto i contestatori sono serviti. Ma l’imbroglio dell’acquedotto però non scoraggia nessuno e con un giro di twitter ( potenza della tecnologia..) viene cambiato posto: tutti in Piazza Bolotnaya. Sabato due del pomeriggio, cielo grigio che di più non si può. Nevischio gelido, città che sembra occupata dalle forze del male. Piazza Rossa e Cremlino inaccessibili, strade sbarrate da camion dell’esercito messi di traverso e la piazza immensa resta isolata dal mondo con le sue cupole colorate di San Basilio. Per raggiungere la piazza della manifestazione sono ho attraversato un chilometrico corridoio umano lungo le strade della città : soldati in tenuta antisommossa, casco integrale nero e manganello in mano, noi un’interminabile processione di uomini, donne, anziani e ragazzi col fiocco bianco in segno di protesta. Un lungo cordone in marcia su questa strada obbligata, senza possibilità di variazione, eppure tutti tranquilli, nessuna voglia di cercare guai. I soldati controllavano coi metal detector ma senza arroganza. Moltissimi i tweet rivolti anche a loro per chiedere solidarietà e comprensione. Devo dire che mi sembravano soldatini infreddoliti, caricati e scaricati da camion militari parcheggiati ovunque. Non ho mai visto così tanta polizia nella mia vita. La manifestazione di Mosca è andata bene ( ma si parla di molti arresti a San Pietroburgo). Tantissima gente, ponti pericolosamente gremiti, strade che traboccavano di persone di ogni tipo, infinite le bandiere colorate, cartelli, striscioni tanti anziani con attaccate al collo fotografie e scritte di protesta. Ho ascoltato molti discorsi, la gente applaudiva,gridava e sembrava veramente felice di poter dire – finalmente – ciò che pensava. Non so se tutto questo porterà a qualcosa ma la prova di democrazia è riuscita in un paese dove normalmente “ democrazia “ resta una parola sconosciuta. Il Cremlino non potrà fare finta di niente, questa volta la gente si è espressa in modo civile ma fermo. Spero che Alexei dalla sua prigione abbia saputo e sia pronto a tornare carico più che mai per denunciare ancora tutto ciò che non va. Infine spero che Putin abbia visto e sentito bene le urla di rabbia della gente. Sarebbe bene avesse preso appunti. E soprattutto capito lo slogan che faceva da leitmotiv
Daniela Miotto – domani.arcoiris.tv

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