Effetto Le Pen sui mercati: spread vola a 200, tonfo Milano

I timori di un’uscita della Francia dall’euro e dalla Ue nel caso di vittoria alle presidenziali di Marine Le Pen hanno spinto al rialzo lo spread e affossato i mercati europei. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Negli ultimi scambi lo spread segna 199 punti base dai 184 di venerdì. Il rendimento del decennale italiano è volato al 2,36% dal 2,25%, in un contesto di crescente nervosismo per il voto alle porte in molte capitali europee.

Tonfo Piazza Affari (-2,2%), pesa Unicredit (-6,8%) – Giornata in flessione per la Borsa milanese, che ha chiuso in perdita del 2,2%, maglia nera in Europa. Negative anche le altre Piazze del Vecchio continente, spaventate dall’ipotesi ‘Frexit’ e non rassicurate dal discorso del governatore della Bce Mario Draghi. A Piazza Affari a far male sono state, di nuovo, soprattutto le banche. Tra le peggiori Unicredit, nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale da 13 miliardi: il titolo ha chiuso in calo del 6,86% a 12,21 euro (-18,85 a 10,59 euro i diritti). L’inizio di settimana è stato difficile un po’ per tutti gli altri istituti di credito, in particolare Bper (-5,7%), Banco Bpm (-5,8%), Mediobanca (-4,1%), Fineco (-4,4%), Ubi (-5,5%) e Intesa (-2,4%). Tra gli altri finanziari, male Unipol (-4,9%), Unipol Sai (-3,8%) e Generali (-2,3%). Fanno bene solo Telecom (+1,4%), spinta dall’apprezzamento degli analisti per i conti e il piano, e Cnh (+3,1%).

Wall Street procede in territorio negativo. Il Dow Jones perde lo 0,17% a 20.037,18 punti, il Nasdaq cede lo 0,24% a 5.653,23 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,34% a 2.289,69 punti.

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Capitalismo cristiano: gli standard etici

È ancora possibile, oggi, un’etica cristiana degli investimenti? Prendiamo il caso degli standard della Chiesa Metodista inglese che muove più di un miliardo di sterline in prodotti finanziari, orientando gli investimenti in base a principi di teologia biblica

È ancora possibile, oggi, un’etica cristiana degli investimenti? Si tratta di un residuo antimoderno o, piuttosto, di un modo estremente concreto e efficace di affrontare dilemmi, contraddizioni e ostacoli che proprio la modernità quotidianamente ci presenta?

Prendiamo il caso della Chiesa Metodista inglese. Il metodismo è un’espressione del protestantesimo che, con circa 70 milioni di fedeli, 575mila dei quali nella sola Inghilterra, ha dato vita ad una delle chiese evangeliche più diffuse nel mondo.

Capitale della fede

Separatasi ufficialmente da quella anglicana nel 1795, La Chiesa Metodistainglese è oggi anche una piccola potenza finanziaria con un monte investimenti di circa 1miliardo di sterline. Al cambio odierno, fanno 1miliardo e 115milioni di euro, cifra notevole che comprende il fondo pensioni dei dipendenti, la raccolta delle chiese locali, ma anche il denaro per opere sociali, caritatevoli e per la formazione scolastica. Fondi che, conformemente al proprio mandato, la Chiesa si impegna a far fruttare orientando le proprie scelte su «solidi principi teologici». Considerando biblicamente fondato il dovere di far fruttare i propri beni, le linee di azione si concentrano in particolare in attività di analisi dell’operato del destinatario dell’investimento, attività di lobbying, advocacy e studio valutazione dell’impatto sociale tanto dell’attività del destinatario, quanto dell’investimento.

La Chiesa metodista è oggi parte del Church Investors Group, che riunisce 59 realtà religiose e colloca sul mercato borsistico londinese un totale di 16miliardi di sterline.

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John Wesley presso i Nativi americani in Georgia (1736)

Hulton Archive/Getty Images

La lezione di Wesley

In accordo con i dettami di John Wesley (1703-1791), il fondatore del movimento, a occuparsene è un’apposita commissione, il Central Finance Board, che opera nella City di Londra. Nei suoi sermoni, Wesley insegnava: «Guadagna tutto quello che puoi. Risparmia tutto quello che puoi. Investi tutto quello che puoi. Dona tutto quello che puoi». All we can, «tutto ciò che possiamo», è d’altronde il nome della associazione di sostegno e sviluppo della Chiesa metodista. Il Central Finance Board of the Methodist Church (CFB) cerca di lavorare seguendo precisi standard etici di investimento. Il presupposto di questi principi è: mai sentirsi proprietari delle ricchezze, ma sentirsi in dovere di farle fruttare. Per realizzare questi propositi, nel 1983 è stata la Joint Advisory Committee on the Ethics of Investment (JACEI), presieduta dal reverendo John Howard, che affianca nel suo lavoro di discernimento etico il Central Finance Board.

Guadagna tutto quello che puoi. Risparmia tutto quello che puoi. Investi tutto quello che puoi. Dona tutto quello che puoi

John Wesley
tratto da vita.it

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Quanto ci costa la riforma costituzionale?

Matteo Renzi ha motivato la riforma costituzionale anche con l’obiettivo di ridurre i “costi della politica”, quantificati, in caso di vittoria del SI, in un miliardo di euro. Anche ammettendo che una Costituzione debba essere riformata per risparmiare, i conti non tornano, né è dato sapere da dove vien fuori l’importo stimato da Palazzo Chigi. Va poi aggiunto che la politica ha necessariamente un costo e che la delegittimazione dell’attuale classe politica – che, in un Paese di caste, è la “casta” per eccellenza – non giustifica in alcun modo la revisione di 47 articoli della Costituzione: se l’obiettivo è risparmiare, lo si può fare molto più semplicemente riducendo gli emolumenti dei parlamentari, dei ministri, dello stesso Presidente del Consiglio. Ciò al netto del fatto che i privilegi e gli emolumenti di cui godono i nostri parlamentari (nel confronto con quelli dei principali Paesi OCSE) sono effettivamente abnormi, soprattutto considerando l’elevato tasso di assenteismo e in molti casi una preparazione molto lontana da ciò che ci si aspetterebbe nel loro ruolo.

In ogni caso, vale la pena provare a fare un tentativo di chiarimento sui risparmi effettivi che si genererebbero in caso di vittoria del SI, nell’attesa che il Governo fornisca stime più puntuali e ufficiali.

Il calcolo risulta agevole proprio se si segue il ragionamento del Presidente del Consiglio, per il quale i risparmi deriveranno dall’abolizione del Senato. Falso. I senatori – e il Senato – continueranno a esistere, sebbene in numero minore e con minori poteri. La nuova Costituzione azzera gli emolumenti dei senatori, ma solo nelle loro attuali funzioni: i nuovi senatori, in numero di 100, saranno designati dalle Regioni, saranno sindaci, e in misura minore (5) nominati pro-tempore dal Presidente della Repubblica. Nei primi due casi saranno gli Enti di provenienza a provvedere alla loro retribuzione.

La voce di gran lunga maggiore nel bilancio del Senato è costituita dagli stipendi che verranno appunto garantiti a livello locale: il risparmio complessivo per le finanze pubbliche è dunque pari a zero.

Come si evince dal bilancio del Senato e dalla relazione tecnica firmata dal senatore Lucio Malan (uno dei tre senatori incaricati di gestirne il bilancio), il risparmio ammonterà a circa 40 milioni di euro l’anno, pari a quasi il 20% del costo di funzionamento del Senato nella configurazione attuale. In sostanza, le sole voci di effettivo risparmio si riducono alla riduzione delle indennità e dei rimborsi per i nuovi senatori. Per dare un’idea di quanto sia irrisorio questo importo per il bilancio dello Stato italiano, si può considerare – come è stato rilevato, a titolo puramente esemplificativo, dallo stesso Malan – che i trasferimenti pubblici per i concessionari autostradali del Brennero costituiscono l’equivalente di ben 200 anni di risparmi derivanti dalla riforma Renzi-Boschi.

Evidentemente i sostenitori del SI possono avere buon gioco per affermare che meglio poco che niente e che comunque è un bene in sé, nel clima dell’antipolitica, ridurre il numero dei senatori (dagli attuali 315 a 100). Vero. Ma è anche vero che per ottenere il medesimo risparmio sarebbe sufficiente una decurtazione del 10% dello stipendio di deputati e senatori dell’organico vigente. E’, quello dei risparmi dei costi della politica, un argomento dunque pretestuoso: per legittimare una riforma la si fa passare come un taglio dei costi della politica; che sarebbe comunque possibile, e nella medesima entità, con una riforma diversa.

E’ poi ragionevole attendersi un altro effetto, peggiorativo per l’obiettivo che si dichiara di perseguire. Poiché si ridurranno, a regime, i posti di senatore, è molto verosimile prevedere un aumento delle spese per le campagne elettorali per acquisire, in un contesto più competitivo, i residui posti di membri della Camera dei Deputati, anche a ragione del maggior potere decisionale che questa assumerà.

Il Governo ci racconta che nel caso di vittoria del NO, per effetto dell’elevata incertezza, si profila un’intensificazione della recessione. Il Centro Studi di Confindustria prova ad accreditare ‘scientificamente’ questa tesi, entrando a gamba tesa nel dibattito sulla riforma costituzionale. E lo fa assumendo una netta posizione a favore del SI, con argomentazioni – questa volta – francamente imbarazzanti per chi continua a ritenere le previsioni in Economia una cosa seria, sebbene difficilissime da implementare e comunque da assumere cum grano salis. Si prevede in caso di vittoria del NO uno scenario a dir poco drammatico: clamoroso aumento del tasso di disoccupazione (- 600.000 occupati) e intensificazione della recessione, con una perdita di 4 punti percentuali di Pil nel prossimo triennio. Curiosamente, a differenza di quanto normalmente si fa (e si dovrebbe fare) non si fanno previsioni sullo scenario alternativo (vittoria del SI), così che non è dato sapere, ammesso che la metodologia sia valida, se il SI produrrebbe crescita o – caso da non escludere – una recessione ancora più intensa.

Come vengono motivate queste previsioni? Fondamentalmente avvalendosi dell’argomento per il quale il NO produrrebbe instabilità; l’instabilità produrrebbe incertezza; l’incertezza si assocerebbe a declino degli investimenti e alla conseguente contrazione del tasso di crescita. Posta la questione in questi termini, viene da chiedersi, non retoricamente, perché non dovrebbe accadere quanto previsto in caso di vittoria del NO per tutte le possibili crisi di governo. E’ ovvio infatti che ogni cambiamento istituzionale genera incertezza, così come lo genera la resistenza (se ha successo), a cambiamenti di significativo rilievo del disegno istituzionale.

A ben vedere, vale semmai l’argomento contrario: è proprio il Governo ad avergenerato incertezza e, se vale questo argomento, è semmai al Governo che andrebbe imputata l’eventuale intensificazione della recessione, ammettendo – ipotesi alquanto eroica – che vi sia un nesso di causa-effetto fra riforma costituzionale e andamento del ciclo economico.

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Economia / Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato

Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,7% nei confronti del secondo trimestre del 2015. Lo comunica l’Istat diffondendo la stima preliminare. Il secondo trimestre del 2016 – precisa l’Istat – ha avuto una giornata lavorativa in più del trimestre precedente e una in più rispetto al secondo trimestre 2015.

La variazione congiunturale del prodotto interno lordo, spiega l’Istat, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta. Nello stesso periodo, ricorda l’Istat, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% nel Regno Unito e dello 0,3% negli Stati Uniti, mentre ha segnato una variazione nulla in Francia. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,2% nel Regno Unito, dell’1,4% in Francia e dell’1,2% negli Stati Uniti. Nel complesso, secondo la stima diffusa il 29 luglio scorso, il Pil dei paesi dell’area Euro è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,6% nel confronto con lo stesso trimestre del 2015.

La variazione acquisita per il 2016 del Pil italiano è pari a +0,6%. Lo rende noto l’Istat diffondendo la stima preliminare del Pil nel secondo trimestre dell’anno. La crescita acquisita è la crescita annuale che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell’anno.

Bankitalia: nuovo record debito giugno,2.248 miliardi  – Nuovo record del debito pubblico. A giugno, rileva Bankitalia, il debito delle amministrazioni pubbliche si è attestato a 2.248,8 miliardi, in aumento di 70 mld rispetto a maggio. Nei primi 6 mesi il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 77,2 mld. L’incremento riflette il fabbisogno (24,8 mld) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (56,8 mld). Gli effetti dell’ emissione di titoli sopra la pari, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio euro hanno ridotto il debito per 4,4 mld.

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Vince la Brexit. Ed è il panico sui mercati finanziari

Vince la Brexit al referendum: è la stima della Bbc quando mancano ormai poche decine di circoscrizioni ancora da scrutinare e il Leave è al 52%, con quasi un milione di voti di vantaggio. Con questo voto, la Gran Bretagna si prepara ad uscire dall’Unione Europea. Ed è il panico sui mercati finanziari con la sterlina ai minimi dall’1985 sul dollaro. Crolla l’Asia mentre si annuncia una giornata dura per le borse europee.

“Questa è la vittoria che significa un nuovo giorno dell’indipendenza per il nostro Paese. E’ l’alba di un Regno Unito indipendente”. Lo ha detto il leader euroscettico dell’Ukip Nigel Farage, dando per scontata una vittoria del Leave. “E’ arrivato il momento di liberarci da Bruxelles”, ha aggiunto. Il partito laburista sta lavorando sul presupposto che al referendum sulla Brexit vincerà il ‘Leave’. Lo ha spiegato una fonte del partito, come riferisce il Guardian. In caso di uscita del Regno Unito dall’Ue, Jeremy Corbyn dovrebbe chiedere al premier David Cameron di dimettersi, ma ai piani alti del Labour si ritiene che sarebbe inutile, perché lo stesso Cameron potrebbe annunciare le sue dimissioni spontaneamente.

 

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L’impronta di una nuova Chiesa

“L’impronta di una nuova Chiesa”, a Roma lunedì 22 febbraio 2016 alle 17:37.

Dibattito organizzato da Fondazione Italianieuropei e Istituto Luigi Sturzo.

Sono intervenuti: Nicola Antonetti (presidente dell’Istituto Luigi Sturzo), Paolo Corsini (senatore, Partito Democratico), Angelo Vincenzo Zani (arcivescovo), Massimo D’Alema (presidente della Fondazione Italianieuropei, Partito Democratico), Alberto Melloni (docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Modena Reggio Emilia), Paolo Corsini (senatore PD, presidente dell’Associazione Italianieuropei).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Anno Santo, Antropologia, Capitalismo, Cattolicesimo, Chiesa, Comunicazione, Cristianesimo, Cultura, Economia, Francesco, Globalizzazione, Italianieuropei, Libro, Medio Oriente, Mercato, Pace, Periodici, Politica, Riforme, Socialismo, Societa’, Stato, Storia, Teologia, Terrorismo Internazionale, Universalismo.

fonte: radioradicale.it

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ECONOMIA Un pensionato in famiglia salva dalla povertà

Un nonno in casa aiuta a far quadrare i conti e salva dalla povertà. E’ quanto emerge dal rapporto Istat sulla ‘Condizione di vita dei pensionati 2013-2014′ secondo cui un pensionato in famiglia rappresenta per molti una risorsa vitale. In particolare per quasi i due terzi delle famiglie che vivono con un genitore – circa 12 milioni 400 mila – i trasferimenti pensionistici rappresentano oltre il 75% del reddito familiare disponibile (per il 26,5% l’unica fonte di reddito). E nel 2013, “il rischio di poverta’ tra le famiglie con pensionati e’ stimato essere piu’ basso di quello delle altre famiglie (16% contro 22,1%), a indicare come, in molti casi, il reddito pensionistico possa mettere al riparo da situazioni di forte disagio economico.

Di contro i pensionati che vivono soli corrono un elevato rischio povertà. Tradotto in numeri appartengono a questa categoria il 22,3% dei pensionati. Non solo: “la situazione e’ piu’ grave quando con il proprio reddito pensionistico si deve sostenere anche il peso di altri componenti adulti che non percepiscono redditi da lavoro: circa un terzo di tali famiglie (31,3%) e’ stimato essere a rischio di poverta’”.

Istat, 134mila pensionati in meno nel 2014

A completare il quadro arriva anche un sondaggio online lanciato da Coldiretti, secondo cui “il 93 per cento degli italiani ritiene che la presenza di un pensionato in famiglia sia una fortuna con una netta inversione di tendenza nella percezione del ruolo degli anziani rispetto al passato”. In particolare, ben il 37 per cento sostiene che un pensionato in famiglia sia determinante per contribuire al reddito, mentre il 35 per cento lo considerata un valido aiuto per accudire i nipoti al di fuori degli asili e della scuola. C’e’ anche un 17 per cento che ne apprezza i consigli offerti grazie all’esperienza e un 4 per cento che si avvantaggia dell’apporto lavorativo nella casa mentre appena il 7 per cento degli italiani considera i pensionati un peso o un ostacolo”.

infografica pensionati

Secondo l’Istat, nel 2014, i pensionati ammontavano a 6,3 milioni (-134 mila rispetto al 2013) con un reddito pensionistico lordo medio di 17.040 euro (+400 euro circa sull’anno precedente). Mentre il reddito medio pensionistico netto e’ stimato 13 mila 647 euro (circa 1.140 euro mensili); tenendo conto di tutti i trattamenti, la meta’ dei pensionati percepisce meno di 12 mila 532 euro (1.045 euro mensili)”. Ma le donne (il 52,9%) ricevono mediamente importi di circa 6 mila euro inferiori a quelli maschili. Lo studio rileva, inoltre, che “se il pensionato possiede un titolo di studio pari alla laurea, il suo reddito lordo pensionistico (circa 2.490 euro mensili) e’ piu’ che doppio di quello delle persone senza titolo di studio o con al piu’ la licenza elementare (1.130 euro)”.  (AGI)

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Borsa: tonfo Asia pesa sull’Europa e affossa Wall Street

Seduta molto negativa per la Borsa di Milano: l’indice Ftse Mib ha chiuso in perdita del 3,2% a 20.733 punti. Lunedì nero Wall Street,  che registra la peggiore apertura dal 1932, con il Dow Jones che è sceso brevemente sotto la soglia psicologica dei 17.000 punti. A meta’ seduta, il Dow Jones perde il 2,38% a 17.011,56 punti, il Nasdaq cede il 2,66% a 4.873,54 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno il 2,44% a 1.994,27 punti.

Sui mercati europei e Usa pesa il crollo delle borse asiatiche dopo i dati deludenti sulla manifattura cinese e  la tensione in Medio Oriente. Shenzhen ha chiuso in calo dell’8,22%, Shanghai del 6,86%, Tokyo del 3,06%, Seul del 2,17%. Hong Kong, sul finale di seduta, cede il 2,5%.

Chiuse per il resto della giornata le borse di Shanghai e Shenzhen, dopo il crollo del 7% dell’indice comune Csi300. La chiusura è scattata alle 13:28 ora locale in virtù del nuovo sistema automatico per arginare la volatilità, introdotto proprio oggi e che aveva già interrotto le contrattazioni per 15 minuti in seguito al calo del 5% dell’indice che replica la performance di 300 titoli scambiati sulle due piazze d’affari cinesi. Il sistema prevede appunto uno stop provvisorio di 15 minuti con una perdita del 5% e la chiusura per l’intera giornata in caso di un calo del 7%.

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Papa Francesco toglie potere allo zar delle finanze vaticane

ROMA – Adesso forse il cardinale George Pell non sarà più chiamato zar. Zar delle finanze vaticane, un appellativo che da solo bastava ad evocare un potere assoluto di vita e di morte su tutte le attività economiche del Vaticano. A un anno esatto dalla creazione dei nuovi organismi economici per la riforma del settore finanziario della Santa Sede, Papa Francesco ha firmato nella forma di Motu Proprio (una legge) i tre Statuti che definiscono per la prima volta i poteri di Segreteria per l’Economia, del Consiglio per l’Economia e dell’Ufficio del Revisore generale. Fissando però dei paletti ben precisi.

Le nuove regole

In sostanza, la segreteria per l’Economia, e quindi Pell, vigilerà, ma non gestirà i beni del Vaticano e della Santa Sede, a cominciare dagli immobili dell’Apsa e di Propaganda Fide e il Fondo pensioni di competenza della Segreteria di Stato. I documenti approvati dal Papa sono entrati in vigore «ad experimentum» a partire dal 1° marzo. La formula utilizzata, trattandosi di istituzioni nuove, permetterà di fare aggiustamenti ed eventuali correzioni nei prossimi mesi. «La Segreteria per l’Economia – si legge nel primo articolo dello statuto – è il dicastero della Curia Romana competente per il controllo e la vigilanza in materia amministrativa e finanziaria sui dicasteri della Curia Romana, sulle istituzioni collegate alla Santa Sede o che fanno riferimento ad essa e sulle amministrazioni del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano».

La divisione dei poteri

«La Segreteria agisce in collaborazione con la Segreteria di Stato, la quale ha competenza esclusiva sulle materie afferenti alle relazioni con gli Stati e con gli altri soggetti di diritto pubblico internazionale», precisa la nuova legge. Aggiungendo: «La Segreteria per l Economia garantisce che le materie riguardanti gli enti e amministrazioni di cui all’art. 1 siano trattati tenendo nel debito conto l’autonomia e le competenze di ciascuno di essi». Il dicastero guidato da Pell avrà due sezioni, «la sezione per il controllo e la vigilanza» e «la sezione amministrativa». Ci saranno due prelati segretari (il primo con il titolo di «segretario generale»), per sovrintendere le due sezioni. La prima sezione si occupa di controllare e vigilare le attività riguardanti la pianificazione, la spesa, i bilanci di previsione e consuntivi, gli investimenti, la gestione delle risorse umane, finanziarie e materiali degli enti controllati: si tratta, un qualche modo, di un rafforzamento dei poteri fino ad oggi affidati alla Prefettura degli Affari economici, istituita nel 1967 da Paolo VI con il compito di verificare i bilanci.

Controlli preventivi

Il lavoro di controllo e vigilanza ora sarà anche preventivo e il dicastero avrà molta più libertà di movimento e di intervento, promuovendo ispezioni. «Quando questa Sezione viene a conoscenza di possibili danni al patrimonio degli enti e amministrazioni di cui all’art. 1, essa assicura che siano adottate misure correttive ivi incluse, ove opportuno, azioni civili o penali e sanzioni amministrative». La seconda sezione, quella amministrativa, si occupa invece di offrire «indirizzi, modelli procedure in materia di appalti volti ad assicurare che tutti i beni e i servizi richiesti dai dicasteri della Curia romana e dalle istituzioni collegate alla Santa Sede o che fanno riferimento ad essa siano acquisiti nel modo più prudente, efficiente ed economicamente vantaggioso, in conformità a controlli e procedure interne appropriati». Darà dunque delle direttive per ottimizzare la gestione delle risorse, per evitare gli sprechi, per razionalizzare le spese. Questa sezione si occuperà anche di seguire l’elaborazione degli stipendi e delle nuove assunzioni, «fermo restando che spetta alla Segreteria di Stato l’accertamento dei requisiti di idoneità dei candidati all’assunzione». Una sottolineatura, quest’ultima che attesta come la Segreteria di Stato conservi una sua influenza.

I nuovi revisori

Oltre al nuovo statuto del Consiglio per l Economia presieduto dal cardinale Reinhard Marx , Papa Francesco ha approvato lo Statuto del Revisore generale che – come suggerito dal Pontificio consiglio per i testi legislativi – sarà «coadiuvato da due revisori aggiunti». I revisori dunque saranno tre, per garantire maggiore autonomia e una maggiore indipendenza da influenze esterne. Si occuperanno di fare la verifica contabile e amministrativa sugli enti. Riceveranno segnalazioni sulle anomalie, faranno revisioni specifiche in presenza di attività che si discostino «in modo sostanziale» rispetto agli «indirizzi» e ai «bilanci preventivi approvati». Si occuperanno delle eventuali irregolarità nella concessione di appalti o di contratti.

Corriere della Sera

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