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Effetto Le Pen sui mercati: spread vola a 200, tonfo Milano

I timori di un’uscita della Francia dall’euro e dalla Ue nel caso di vittoria alle presidenziali di Marine Le Pen hanno spinto al rialzo lo spread e affossato i mercati europei. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Negli ultimi scambi lo spread segna 199 punti base dai 184 di venerdì. Il rendimento del decennale italiano è volato al 2,36% dal 2,25%, in un contesto di crescente nervosismo per il voto alle porte in molte capitali europee.

Tonfo Piazza Affari (-2,2%), pesa Unicredit (-6,8%) – Giornata in flessione per la Borsa milanese, che ha chiuso in perdita del 2,2%, maglia nera in Europa. Negative anche le altre Piazze del Vecchio continente, spaventate dall’ipotesi ‘Frexit’ e non rassicurate dal discorso del governatore della Bce Mario Draghi. A Piazza Affari a far male sono state, di nuovo, soprattutto le banche. Tra le peggiori Unicredit, nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale da 13 miliardi: il titolo ha chiuso in calo del 6,86% a 12,21 euro (-18,85 a 10,59 euro i diritti). L’inizio di settimana è stato difficile un po’ per tutti gli altri istituti di credito, in particolare Bper (-5,7%), Banco Bpm (-5,8%), Mediobanca (-4,1%), Fineco (-4,4%), Ubi (-5,5%) e Intesa (-2,4%). Tra gli altri finanziari, male Unipol (-4,9%), Unipol Sai (-3,8%) e Generali (-2,3%). Fanno bene solo Telecom (+1,4%), spinta dall’apprezzamento degli analisti per i conti e il piano, e Cnh (+3,1%).

Wall Street procede in territorio negativo. Il Dow Jones perde lo 0,17% a 20.037,18 punti, il Nasdaq cede lo 0,24% a 5.653,23 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,34% a 2.289,69 punti.

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Capitalismo cristiano: gli standard etici

È ancora possibile, oggi, un’etica cristiana degli investimenti? Prendiamo il caso degli standard della Chiesa Metodista inglese che muove più di un miliardo di sterline in prodotti finanziari, orientando gli investimenti in base a principi di teologia biblica

È ancora possibile, oggi, un’etica cristiana degli investimenti? Si tratta di un residuo antimoderno o, piuttosto, di un modo estremente concreto e efficace di affrontare dilemmi, contraddizioni e ostacoli che proprio la modernità quotidianamente ci presenta?

Prendiamo il caso della Chiesa Metodista inglese. Il metodismo è un’espressione del protestantesimo che, con circa 70 milioni di fedeli, 575mila dei quali nella sola Inghilterra, ha dato vita ad una delle chiese evangeliche più diffuse nel mondo.

Capitale della fede

Separatasi ufficialmente da quella anglicana nel 1795, La Chiesa Metodistainglese è oggi anche una piccola potenza finanziaria con un monte investimenti di circa 1miliardo di sterline. Al cambio odierno, fanno 1miliardo e 115milioni di euro, cifra notevole che comprende il fondo pensioni dei dipendenti, la raccolta delle chiese locali, ma anche il denaro per opere sociali, caritatevoli e per la formazione scolastica. Fondi che, conformemente al proprio mandato, la Chiesa si impegna a far fruttare orientando le proprie scelte su «solidi principi teologici». Considerando biblicamente fondato il dovere di far fruttare i propri beni, le linee di azione si concentrano in particolare in attività di analisi dell’operato del destinatario dell’investimento, attività di lobbying, advocacy e studio valutazione dell’impatto sociale tanto dell’attività del destinatario, quanto dell’investimento.

La Chiesa metodista è oggi parte del Church Investors Group, che riunisce 59 realtà religiose e colloca sul mercato borsistico londinese un totale di 16miliardi di sterline.

Getty Images 51242282

John Wesley presso i Nativi americani in Georgia (1736)

Hulton Archive/Getty Images

La lezione di Wesley

In accordo con i dettami di John Wesley (1703-1791), il fondatore del movimento, a occuparsene è un’apposita commissione, il Central Finance Board, che opera nella City di Londra. Nei suoi sermoni, Wesley insegnava: «Guadagna tutto quello che puoi. Risparmia tutto quello che puoi. Investi tutto quello che puoi. Dona tutto quello che puoi». All we can, «tutto ciò che possiamo», è d’altronde il nome della associazione di sostegno e sviluppo della Chiesa metodista. Il Central Finance Board of the Methodist Church (CFB) cerca di lavorare seguendo precisi standard etici di investimento. Il presupposto di questi principi è: mai sentirsi proprietari delle ricchezze, ma sentirsi in dovere di farle fruttare. Per realizzare questi propositi, nel 1983 è stata la Joint Advisory Committee on the Ethics of Investment (JACEI), presieduta dal reverendo John Howard, che affianca nel suo lavoro di discernimento etico il Central Finance Board.

Guadagna tutto quello che puoi. Risparmia tutto quello che puoi. Investi tutto quello che puoi. Dona tutto quello che puoi

John Wesley
tratto da vita.it
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Manovra, Ue: ‘Numeri diversi, ma no tensioni con Roma’

Il premier Renzi col presidente della Commissione Juncker (ANSA)

Economia. – ansa

“I numeri non sono quelli” degli accordi presi tra Commissione e Italia a suo tempo, dicono da Bruxelles.Tutte le novità della manovra

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Quanto ci costa la riforma costituzionale?
Ago26

Quanto ci costa la riforma costituzionale?

Matteo Renzi ha motivato la riforma costituzionale anche con l’obiettivo di ridurre i “costi della politica”, quantificati, in caso di vittoria del SI, in un miliardo di euro. Anche ammettendo che una Costituzione debba essere riformata per risparmiare, i conti non tornano, né è dato sapere da dove vien fuori l’importo stimato da Palazzo Chigi. Va poi aggiunto che la politica ha necessariamente un costo e che la delegittimazione dell’attuale classe politica – che, in un Paese di caste, è la “casta” per eccellenza – non giustifica in alcun modo la revisione di 47 articoli della Costituzione: se l’obiettivo è risparmiare, lo si può fare molto più semplicemente riducendo gli emolumenti dei parlamentari, dei ministri, dello stesso Presidente del Consiglio. Ciò al netto del fatto che i privilegi e gli emolumenti di cui godono i nostri parlamentari (nel confronto con quelli dei principali Paesi OCSE) sono effettivamente abnormi, soprattutto considerando l’elevato tasso di assenteismo e in molti casi una preparazione molto lontana da ciò che ci si aspetterebbe nel loro ruolo.

In ogni caso, vale la pena provare a fare un tentativo di chiarimento sui risparmi effettivi che si genererebbero in caso di vittoria del SI, nell’attesa che il Governo fornisca stime più puntuali e ufficiali.

Il calcolo risulta agevole proprio se si segue il ragionamento del Presidente del Consiglio, per il quale i risparmi deriveranno dall’abolizione del Senato. Falso. I senatori – e il Senato – continueranno a esistere, sebbene in numero minore e con minori poteri. La nuova Costituzione azzera gli emolumenti dei senatori, ma solo nelle loro attuali funzioni: i nuovi senatori, in numero di 100, saranno designati dalle Regioni, saranno sindaci, e in misura minore (5) nominati pro-tempore dal Presidente della Repubblica. Nei primi due casi saranno gli Enti di provenienza a provvedere alla loro retribuzione.

La voce di gran lunga maggiore nel bilancio del Senato è costituita dagli stipendi che verranno appunto garantiti a livello locale: il risparmio complessivo per le finanze pubbliche è dunque pari a zero.

Come si evince dal bilancio del Senato e dalla relazione tecnica firmata dal senatore Lucio Malan (uno dei tre senatori incaricati di gestirne il bilancio), il risparmio ammonterà a circa 40 milioni di euro l’anno, pari a quasi il 20% del costo di funzionamento del Senato nella configurazione attuale. In sostanza, le sole voci di effettivo risparmio si riducono alla riduzione delle indennità e dei rimborsi per i nuovi senatori. Per dare un’idea di quanto sia irrisorio questo importo per il bilancio dello Stato italiano, si può considerare – come è stato rilevato, a titolo puramente esemplificativo, dallo stesso Malan – che i trasferimenti pubblici per i concessionari autostradali del Brennero costituiscono l’equivalente di ben 200 anni di risparmi derivanti dalla riforma Renzi-Boschi.

Evidentemente i sostenitori del SI possono avere buon gioco per affermare che meglio poco che niente e che comunque è un bene in sé, nel clima dell’antipolitica, ridurre il numero dei senatori (dagli attuali 315 a 100). Vero. Ma è anche vero che per ottenere il medesimo risparmio sarebbe sufficiente una decurtazione del 10% dello stipendio di deputati e senatori dell’organico vigente. E’, quello dei risparmi dei costi della politica, un argomento dunque pretestuoso: per legittimare una riforma la si fa passare come un taglio dei costi della politica; che sarebbe comunque possibile, e nella medesima entità, con una riforma diversa.

E’ poi ragionevole attendersi un altro effetto, peggiorativo per l’obiettivo che si dichiara di perseguire. Poiché si ridurranno, a regime, i posti di senatore, è molto verosimile prevedere un aumento delle spese per le campagne elettorali per acquisire, in un contesto più competitivo, i residui posti di membri della Camera dei Deputati, anche a ragione del maggior potere decisionale che questa assumerà.

Il Governo ci racconta che nel caso di vittoria del NO, per effetto dell’elevata incertezza, si profila un’intensificazione della recessione. Il Centro Studi di Confindustria prova ad accreditare ‘scientificamente’ questa tesi, entrando a gamba tesa nel dibattito sulla riforma costituzionale. E lo fa assumendo una netta posizione a favore del SI, con argomentazioni – questa volta – francamente imbarazzanti per chi continua a ritenere le previsioni in Economia una cosa seria, sebbene difficilissime da implementare e comunque da assumere cum grano salis. Si prevede in caso di vittoria del NO uno scenario a dir poco drammatico: clamoroso aumento del tasso di disoccupazione (- 600.000 occupati) e intensificazione della recessione, con una perdita di 4 punti percentuali di Pil nel prossimo triennio. Curiosamente, a differenza di quanto normalmente si fa (e si dovrebbe fare) non si fanno previsioni sullo scenario alternativo (vittoria del SI), così che non è dato sapere, ammesso che la metodologia sia valida, se il SI produrrebbe crescita o – caso da non escludere – una recessione ancora più intensa.

Come vengono motivate queste previsioni? Fondamentalmente avvalendosi dell’argomento per il quale il NO produrrebbe instabilità; l’instabilità produrrebbe incertezza; l’incertezza si assocerebbe a declino degli investimenti e alla conseguente contrazione del tasso di crescita. Posta la questione in questi termini, viene da chiedersi, non retoricamente, perché non dovrebbe accadere quanto previsto in caso di vittoria del NO per tutte le possibili crisi di governo. E’ ovvio infatti che ogni cambiamento istituzionale genera incertezza, così come lo genera la resistenza (se ha successo), a cambiamenti di significativo rilievo del disegno istituzionale.

A ben vedere, vale semmai l’argomento contrario: è proprio il Governo ad avergenerato incertezza e, se vale questo argomento, è semmai al Governo che andrebbe imputata l’eventuale intensificazione della recessione, ammettendo – ipotesi alquanto eroica – che vi sia un nesso di causa-effetto fra riforma costituzionale e andamento del ciclo economico.

Micro Mega

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Economia / Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato
Ago12

Economia / Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato

Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,7% nei confronti del secondo trimestre del 2015. Lo comunica l’Istat diffondendo la stima preliminare. Il secondo trimestre del 2016 – precisa l’Istat – ha avuto una giornata lavorativa in più del trimestre precedente e una in più rispetto al secondo trimestre 2015.

La variazione congiunturale del prodotto interno lordo, spiega l’Istat, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta. Nello stesso periodo, ricorda l’Istat, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% nel Regno Unito e dello 0,3% negli Stati Uniti, mentre ha segnato una variazione nulla in Francia. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,2% nel Regno Unito, dell’1,4% in Francia e dell’1,2% negli Stati Uniti. Nel complesso, secondo la stima diffusa il 29 luglio scorso, il Pil dei paesi dell’area Euro è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,6% nel confronto con lo stesso trimestre del 2015.

La variazione acquisita per il 2016 del Pil italiano è pari a +0,6%. Lo rende noto l’Istat diffondendo la stima preliminare del Pil nel secondo trimestre dell’anno. La crescita acquisita è la crescita annuale che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell’anno.

Bankitalia: nuovo record debito giugno,2.248 miliardi  – Nuovo record del debito pubblico. A giugno, rileva Bankitalia, il debito delle amministrazioni pubbliche si è attestato a 2.248,8 miliardi, in aumento di 70 mld rispetto a maggio. Nei primi 6 mesi il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 77,2 mld. L’incremento riflette il fabbisogno (24,8 mld) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (56,8 mld). Gli effetti dell’ emissione di titoli sopra la pari, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio euro hanno ridotto il debito per 4,4 mld.

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