Preti australiani rilanciano il dibattito sul celibato sacerdotale

La questione del celibato obbligatorio per i preti è tornata di nuovo al centro del dibattito ecclesiale in Australia.

Alla fine di gennaio è stato infatti reso pubblico un documento preparato dal National council of priests (Ncp) per il Sinodo dei vescovi che si terrà a Roma il prossimo ottobre.

In una lettera di tre pagine, l’associazione, che raggruppa la maggior parte dei preti australiani, ha chiesto al Vaticano di rivedere l’obbligo del celibato sacerdotale.

E’ stata soprattutto una frase ad aver attirato l’attenzione dei media: «Il sacerdozio è un dono, e così lo è il celibato, ma non sono lo stesso dono».

Tuttavia, come ha sostenuto sul quotidiano The Age Martin Dixon, prete di Melbourne e membro del comitato esecutivo dell’Ncp, l’intenzione non era tanto quella di riaprire una discussione teologica sul significato del celibato in sé, ma la preoccupazione di rendere meno ardua ai fedeli cattolici la possibilità di partecipare e ricevere l’Eucaristia.

Infatti, sottolinea padre Dixon, nonostante una lieve crescita nel numero dei seminaristi registrata alla fine del 2004, «nel giro di vent’anni la Chiesa in questa città avrà solo un quarto del numero dei preti necessario per offrire un adeguato servizio sacerdotale.

Non dimentichiamoci inoltre che la maggior parte del clero ha un’età compresa fra i 55 e i 75 anni».

Fra i tanti segnali d’allarme, un documento di una commissione pastorale dell’arcidiocesi di Brisbane ha evidenziato recentemente che il numero dei preti diocesani diminuirà del 25 per cento entro il 2011, in una zona in cui la presenza dei cattolici continua a crescere per via delle emigrazioni interne. E su questo sfondo che va interpretata la presa di posizione dell’Ncp.

La richiesta di ridiscutere il celibato sacerdotale al prossimo Sinodo dei vescovi è già stata accolta favorevolmente dal vescovo ausiliario di Canberra e Goulbum, Pat Power, e dal vescovo della diocesi rurale di Wagga Wagga, Gerard Hanna.

Inoltre, un editoriale di tenore simile è stato pubblicato anche dal Catholic Leader, l’organo ufficiale dell’arcidiocesi di Bdsbane.

Di parere contrario invece l’associazione “rivale” dell’Ncp, The australian con fraternity of catholic clergy, che vede l’obbligo del celibato come «testimonianza unica di servizio totale a Cristo e testimonianza della vita che deve venire».

Infine, ha sorpreso la reazione dell’arcivescovo di Sydney.

Membro lui stesso dell’Ncp, il cardinale George Peli ha dichiarato di approvare la maggior parte di quanto scritto nel documento al centro del dibattito, concludendo enigmaticamente:

«Ci sono molte stanze nella casa del Padre».

(in  JESUS, n.  3 MARZO 2005, pag. 41)

Abolizione celibato – preti sposati: una proposta, grande raduno in piazza S. Pietro

Per non dimenticare pubblichiamo quanto abbiamo scritto alla vigilia della manigestazione organizzata a San Pietro per i preti sposati a luglio del 2006.

La redazione del sito della nostra associazione di sacerdoti lavoratori sposati ha raccolto, negli ultimi giorni, messaggi di posta elettronica che invitano a organizzarci per protestare anche per quanto sta avvenendo “dentro la chiesa cattolica latina.

Questa enfatizzazione del papa polacco prima da vivo ed ora da morto con la sua beatificazione, ci sembra sia l’ennesimo colpo del vaticano per archiviare chi ha gravissime responsabilità davanti all’umanità che non sa, o sa molto poco.

Ci chiediamo se non sia giunto anche per noi il tempo di scendere in piazza come le Ladriu di Piazza di Maggio!

Cerchiamo la mobilitazione di tutte le forze cattoliche dissidenti al vaticano per scendere in piazza per una protesta non solo formale, ma sostanziale” (comitato preti sposati nord Italia).

Si propone un grande raduno in Piazza San Pietro. “Un’idea ottima, perché solo la visibilità rende reali le cose… Ma perché non si tramuti in un buco nell’acqua, in un insuccesso che diverrebbe pietra tombale sull’argomento, la presenza in piazza deve essere massiccia, internazionale. E/o qualificata. Insomma: o nomi di richiamo (un buon numero di persone note che hanno subìto l’istituizone), oppure grande massa. Meglio ancora entrambe le situazioni. Allora sì che sarà assicurato un servizio di stampa (giornali e altri media insieme). Distribuire prima alla stampa, con l’avviso della manifestazione, un dossierino o un documento breve, puntale, efficace, d’impatto, e contattare uno per uno (beh, un certo numero, ma personalmente) i gironalisti. In piazza distribuire lo stesso dossierino o documento ai passanti, ai turisti. Detto ciò, sono convinta che la piazza non ve la daranno, intendo quella al di là delle transenne d’ingresso. Ma c’è sempre lo spazio fra via della Conciliazione e le transenne: giornalisticamente risulta sempre piazza san Pietro” (E.C.).

Nuove minacce contro Microsoft. Da un prete

Si ritiene un soldato di Dio e si appella ai credenti delle diverse religioni perché acquistino azioni Microsoft e costringano l’azienda a rivedere le proprie politiche, quelle che foraggiano i diritti dei gay

Redmond – Torna alla carica il reverendo Ken Hutcherson, pastore della Antioch Bible Church di Redmond, dove ha sede Microsoft. E proprio con Microsoft se la prende, rinnovando l’appello ai fedeli di tutte le confessioni di darsi da fare, entrare nel capitale azionario dell’azienda, e cancellare qualsiasi appoggio di Microsoft alla comunità gay, avversario ultimo della sua azione religiosa.

Il reverendo militanteHutcherson, che tenta di mobilitare il popolo dei credenti ormai da più di un anno senza grande successo, ha sollevato una certa attenzione quando nei giorni scorsi è intervento all’assemblea degli azionisti di Microsoft presentandosi loro come il "peggior incubo di questa azienda", proprio perché focalizzato sull’acquisizione di azioni per modificare radicalmente le policy della società fondata da Bill Gates.

Conservatore, riferimento spirituale per una comunità di circa 3.500 fedeli (il sito della sua chiesa va visto), il 55enne Hutcherson ritiene che Microsoft, così come molte delle corporation più importanti degli Stati Uniti, con le proprie azioni spinga gli "interessi omosessuali".

Al Telegraph dichiara di considerarsi "un soldato di Dio" e che quindi "Microsoft non mi fa paura, ho Dio dalla mia parte". "Ho detto loro che devono lavorare insieme a me oppure saranno travolti da una tempesta come non ne hanno mai viste, perché io sono il loro peggior incubo. Sono un uomo di colore con una causa giusta e molti bianchi di potere dietro di me".

"Non mi interessa quanto è grande Microsoft – ha dichiarato – Loro non sono che una piuma nel vento di Dio. L’America è iniziata in pratica con un tea party e Golia, se non sbaglio, fu abbattuto da David, che credeva nella stessa causa in cui credo io. Io intendo inseguire il nuovo Golia con una piccola roccia chiamata titolo azionario e lo farò tremare prima di aver finito (il mio lavoro)".

Perché proprio Microsoft? Perché è la società più in vista tra quelle che a gennaio dell’anno scorso hanno chiesto allo stato di Washington di aggiornare le proprie leggi contro la discriminazione sul posto di lavoro, una rivisitazione delle normative che secondo il reverendo di Redmond favorisce l’omosessualità, da lui considerato un "peccato".  fonte: punto.informatico.it

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OBBEDISCE ANCHE LUI

Io gli avevo creduto: don Aldo aveva assicurato che, anche se il vescovo gli avesse dato un ordine, avrebbe disobbedito. Invece… devo constatare che l’obbedienza continua a fare vittime.

Il vescovo ha ricevuto il parroco di Paderno che è uscito dall’incontro con la promessa di obbedire. Dunque, porta in faccia ai musulmani che si radunano nei locali dell’oratorio.

Vescovi che obbediscono ad esponenti della Lega Nord e parroci che obbediscono ai vescovi: ecco il panorama desolante di una chiesa ufficiale che davvero non sa più che cosa è il vangelo di Gesù di Nazareth.

Riporto di seguito l’articolo comparso su Repubblica di domenica 11 novembre

Il vescovo interviene sull’uso dell’oratorio di Paderno Ponzano concesso ai musulmani. La difesa di don Aldo: "Inutile parlare di dialogo se poi gli sbattiamo la porta in faccia"
La Diocesi di Treviso: "Moschea in chiesa? Non si può fare, il parroco obbedisca"

TREVISO – ”La chiesa parrocchiale di Paderno di Ponzano veneto non è mai stata data alla comunità islamica per incontri di preghiera”. Lo precisa il vicario generale della diocesi di Treviso, monsignor Corrado Pizziolo, intervenendo sulle polemiche relative agli incontri di preghiera dei musulmani di Paderno in un locale adiacente all’oratorio parrocchiale.

Il vescovo di Treviso Andrea Bruno Mazzocato, ha incontrato don Aldo Danieli, parroco di Paderno, per avere chiarimenti circa alcune sue dichiarazioni riprese dai quotidiani di oggi. ”All’interno di un dialogo fraterno e cordiale – si precisa in una nota del vicario generale – don Aldo ha ribadito la sua obbedienza al vescovo e la piena disponibilità a trovare una soluzione al problema”.

L’esperimento di mettere l’oratorio a disposizione dei tanti musulmani che vivono a Ponzano Veneto è di oltre un anno fa. Grazie al parroco della chiesa di Santa Maria Assunta, l’eccezione è diventata regola: ogni venerdì i locali della parrocchia si trasformano in moschea. Scelta unica in Italia che ha fatto insorgere la Lega e il suo leader: "Non credo che chi frequenta quella parrocchia sia felice di quanto accade", ha detto Umberto Bossi.

Ponzano Veneto, regno dei Benetton, ha oltre seicento stranieri (232 famiglie, per la maggior parte dell’Africa settentrionale e dell’Est europeo) su 11.400 residenti. Ecco perché don Aldo, 69 anni, non si è fatto problemi e ha offerto le stanze (l’oratorio con cucina) a circa duecento musulmani, molti di più durante le ricorrenze. "È inutile parlare tanto di dialogo – ha detto il parroco – se poi gli sbattiamo la porta in faccia".

Pubblicato da don Franco Barbero

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Usa: maxi risarcimento a vittima abusi prete pedofilo

WASHINGTON – Ha subito per 5 anni le molestie di un prete pedofilo, ora arriva una compensazione record per un 22enne di Scranton. L’Arcidiocesi della Pennsylvania ha acconsentito a versargli tre milioni di dollari come risarcimento per le violenze subite. Si tratta della più alta cifra mai versata dalla Chiesa a un singolo individuo per un caso di questo tipo. (fonte: Agr)
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Bregantini, uno strano trasferimento

di Nuccio Iovene*,
La decisione di spostare il vescovo di Locri, simbolo della lotta alla criminalità organizzata, alla diocesi di Campobasso non è una buona notizia né per la Chiesa calabrese né per i cittadini. Quali possono essere le motivazioni?

Il trasferimento di Monsignor Bregantini dalla diocesi di Locri a quella di Campobasso non è una buona notizia né per la Chiesa calabrese né per i cittadini calabresi.
Vescovo in un territorio di frontiera, dal 1994 Bregantini è riuscito a diventare concreto punto di riferimento non solo per il popolo dei fedeli. La sua è stata la testimonianza forte di una Chiesa vicina al territorio ed ai suoi bisogni, ma netta nelle scelte di campo contro la mafia e la sua cultura pervasiva, così come contro i ritardi e le ingiustizie di cui la Calabria ha storicamente sofferto.

Trentino di nascita e di formazione, il vescovo ha molto investito nella contaminazione tra storie e realtà diverse, costruendo solide relazioni tra la sua regione d’origine e la locride, e fornendo spunti, aiuti concreti, sostegno alla nascita di cooperative sociali, associazioni di volontariato, reti di solidarietà in una realtà in cui non solo le istituzioni sono deboli, ma anche la società civile drammaticamente lo è. Un investimento di lungo periodo, quindi, non il pronunciamento di un solo giorno, per costruire dal basso le condizioni di una liberazione (così come si chiamava una delle sue comunità): dalle mafie, dal bisogno, dalla disoccupazione, dalla rassegnazione.

Vorrei non si dimenticasse che, prima di Bregantini, il Santuario affascinante della Madonna di Polsi, nel cuore dell’Aspromonte, era il luogo privilegiato dei principali summit di ‘ndrangheta e la Chiesa della provincia era piuttosto quella di Don Stilo, parroco di Africo, così bene descritta nel libro di Corrado Stajano.
Ecco perché il Vescovo è riuscito, passo dopo passo, a conquistare l’affetto ed il sostegno di tanti, ma anche il sospetto di molti, comunque la stima ed il rispetto di tutti.
Ed ecco il perché di tanta amarezza ed incredulità oggi, di fronte all’annuncio del suo trasferimento. Certamente il suo lavoro non poteva considerarsi completato ed il venir meno della sua figura carismatica rischia di mettere seriamente in discussione quanto sino ad ora realizzato.

Quali possano essere le motivazioni che hanno portato le autorità ecclesiali a questa decisione che sa tanto di "normalizzazione" non è dato sapere. Certamente non è il segnale di cui la Calabria e l’Italia avevano bisogno.

*Senatore Sinistra Democratica – fonte: aprileonline.info

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La venerabile impostura: vescovo accolto in cattedrale dopo quasi 100 anni

La Chiesa nissena chiede «perdono» al vescovo Zuccaro  

di walter guttadauria

La Chiesa nissena chiede finalmente “perdono” al suo terzo vescovo, accogliendone la salma in Cattedrale. Parliamo di mons. Ignazio Zuccaro, che guidò la nostra diocesi dal 1896 al 1906 dopo Stromillo e Guttadauro, prima di essere “dimissionato” dal Vaticano. E proprio di fronte il sepolcro del suo predecessore Guttadauro (nella quarta cappella della navata destra) riposerà Zuccaro, che dal 1913 – anno della sua morte – è sepolto nel cimitero di S. Orsola a Palermo. In questi giorni, alla presenza del vescovo Russotto che ne ha voluto la traslazione, sarà fatta la riesumazione della salma, dopodiché i resti verranno raccolti in una cassetta funeraria per essere inumati nella nostra Cattedrale.
Decisamente un “evento” pregno di significati, dunque, che rompe il lungo silenzio con cui la Chiesa nissena “archiviò”, all’epoca, il discusso mandato di Zuccaro, stendendo in pratica un velo di silenzio sulla sua memoria. Ci ha pensato in questi ultimi tempi un laico, Sergio Mangiavillano, a squarciare questo velo, rispolverando la vicenda Zuccaro e analizzando il contesto locale in cui si consumò: tempi difficili segnati da aspre lotte sociali e da una profonda divisione tra il clero locale, con scontri tra fazioni interne alla Chiesa: un tempo di cui quel pastore, contrastato oltre che da una frangia dei suoi preti anche dalla classe padronale e massonica, fu vittima sacrificale: una fine immeritata per chi aveva dato straordinario impulso al movimento cattolico, spendendosi al servizio dell’evangelizzazione e della promozione umana, confrontandosi con le aspettative delle classi meno abbienti, denunciando le piaghe sociali, come lo sfruttamento sul lavoro e l’emigrazione; ma che proprio per questo, forse, pagava sopraffatto dalla calunnia.
Mangiavillano ha concretizzato il tutto in modo, se vogliamo, provocatorio, scrivendo un romanzo-saggio – lui lo definisce così – ispirato al prelato e al suo decennio episcopale. «La venerabile impostura» (Intilla editore) è il titolo del romanzo, che sarà presentato giovedì 8 novembre, alle ore 17,30, nel salone del museo diocesano del Seminario. L’appuntamento è promosso dal Comune e dalla Lumsa (di cui Mangiavillano è docente): interverranno don Vincenzo Sorce, il vice sindaco Fiorella Falci, l’autore e il vescovo Mario Russotto.
S’infrange così, dopo oltre un secolo, il silenzio “ufficiale” della Chiesa nissena, divenuto indifferenza, sulla vicenda Zuccaro (non sono mai state note le motivazioni delle sue dimissioni dopo l’inchiesta del visitatore apostolico Bresciani). E ci voleva uno spirito libero come Mangiavillano, critico, profondamente legato a questa città e alla sua storia, acuto osservatore, per ridare “dignità” a quel vescovo calunniato, pur sulle ali della fantasia: il velo squisitamente storico-religioso spetta ad altri alzarlo. Mangiavillano, nel suo libro, ne ha contestualizzato la vicenda sullo sfondo del difficile scenario locale tra Otto e Novecento, forte del fatto che – spiega nella sua nota – «contrariamente a quanto avviene per lo storico, la libertà e l’alibi della fantasia consentono allo scrittore di romanzi di muoversi senza limitazioni e cautele all’interno di un contenitore, il racconto, in cui, contaminandosi reciprocamente, la storia si avvicina al romanzo e il romanzo si avvicina alla storia. Quello che ho scritto non è un romanzo storico, anche se reali e non inventati sono il protagonista, alcuni personaggi e il contesto che fa da sfondo alla narrazione».
Cambiati i nomi dei luoghi e dei personaggi, eccoci dunque nella Nissa (Caltanissetta) fine Ottocento. Nel 1896, alla morte del vescovo Guttadauro (chiamato Mauro nel romanzo), il successore designato è il palermitano Ignazio Meli (Zuccaro). Il nuovo pastore è accolto con la coreografia di prassi: al suo fianco da quel momento ci sono il vicario generale Palizzi (Giuseppe Polizzi) e il segretario Correnti (Angelo Gurrera): quest’ultimo nel 1896 ha appena 26 anni, solo da due è sacerdote, ma ha già una personalità di spicco e sarà il referente del vescovo nei rapporti col movimento cattolico locale, di cui diverrà capo riconosciuto (peserà anche questo nella “condanna” finale del prelato?).
Mons. Meli-Zuccaro trova un clero scisso tra “leoniani” e conservatori, con contrasti anche di campanile, e comincia pian piano la conoscenza col suo “gregge” con la sua prima visita pastorale del 1897 a Miccichè (Villalba): il resto della conoscenza avviene tra pubbliche funzioni, processioni della settimana santa, ricevimenti baronali con contorno di aristocratiche signore, chiacchiere e prime di una lunga serie di maldicenze, che non risparmiano nemmeno l’aspetto fisico del prelato, alquanto rubicondo, lui che non disdegna qualche cannolo, o qualche sigaro, e si mostra troppo alla mano con i suoi interlocutori: altro che la l’austera e quasi inarrivabile figura del predecessore Mauro-Guttadauro…
Il resto delle maldicenze arriva dal circolo dei nobili di piazza Unità d’Italia (Garibaldi), presieduto da don Nonò Alfano, che giudica sovversivo un vescovo che forza troppo la mano sul versante sociale, che parla in difesa di contadini e zolfatari, che non li vuole sfruttati, sottopagati, emigrati, o… morti disgraziati, come il piccolo Tano, caruso di pirrera. Ma altre critiche, più o meno velate, provengono dallo stesso clero, dal comportamento ipocrita. Meli-Zuccaro passa così i suoi non facili anni, tra eventi vari, come l’erezione del monumento al Redentore grazie all’infaticabile opera del canonico Fulci (Francesco Pulci), o la pubblicazione de «L’Alba» («L’Aurora») coordinata da Correnti-Gurrera. Ma – quasi una congiura ordita ad arte – ecco via via altre accuse farsi strada, dalle simpatie per il “modernismo” di Loisy (un’eresia agli occhi del Vaticano), all’interesse per donne e appalti (del nuovo seminario). La valanga di lettere anonime piovute a Roma fa così scattare la visita inquisitrice del redentorista Bresciani: ma la sensazione è che i giochi siano già stati decisi ancor prima delle sue audizioni, tutte peraltro a favore del vescovo, alfine “dimissionato”. Eccola, dunque, l’impostura, e Mangiavillano riesce a rendere bene l’amaro tramonto del prelato e l’abbandono di Nissa, come molto probabilmente sarà stato nella realtà. fonte: lasicilia.it

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Spediti 4 proiettili al 'prete innamorato'… indimidazioni

Padova, 4 nov. – (Adnkronos) – Quattro proiettili sono stati recapitati venerdì con un pacco a don Sante Sguotti, l’ex parroco di Monterosso (Padova), noto come ‘il prete innamorato’, dopo che aveva annunciato di essere fidanzato.

A riferirlo è oggi ‘Il Gazzettino’ secondo cui ad accompagnare il pacco con i 4 proiettili recapitato alla canonica di Monterosso, c’erano poche eloquenti righe: ”Uno è per te, uno per la tua donna, uno per il tuo bambino e uno nel caso qualcuno di voi riuscisse a scappare”.

"Fin da subito quel pacco aveva destato sospetti”, sottolinea ‘Il Gazzettino’. Così don Sante e la ragazza che aveva materialmente ritirato il pacchetto hanno deciso di avvertire i carabinieri e di non aprirlo prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Solo negli uffici della stazione dei carabinieri di Abano, con le dovute cautele, i militari hanno aperto la busta, scoprendo le quattro cartucce e il biglietto allegato.

"Ora ad occupare la mente del prete innamorato c’è un solo sentimento: la paura. – conclude ‘Il Gazzettino’ – Paura perché nessuno, se non uno squilibrato, sarebbe mai arrivato a tanto. E proprio perché squilibrato è imprevedibile. Ma d’altra parte don Sante l’aveva previsto quando il vescovo Antonio Mattiazzo aveva additato il prete ribelle definendolo come ‘Il principe delle tenebre’ e come Satana".

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Quattro proiettili da cinghiale per don Sante

ABANO TERME Il parroco-show man dice di averli ricevuti in canonica e accusa: «Colpa del clima alimentato contro di me dal vescovo»

Inviati in un pacco con la scritta: «Uno a te, uno alla tua donna, uno a tuo figlio e l’ultimo se qualcuno riesce a scappare»
Abano Terme

«Uno è per te, uno per la tua donna, uno per il tuo bambino e uno nel caso qualcuno di voi riuscisse a scappare».

Queste le poche righe che accompagnavano un pacco recapitato in canonica a Monterosso venerdì a don Sante Sguotti. A fianco al biglietto c’erano quattro proiettili per la caccia al cinghiale. Tutto è accaduto mentre l’ex parroco di Monterosso non c’era. A ricevere il pacco è stata una ragazza dei fedelissimi del prete ribelle. Fin da subito quel pacco aveva destato sospetti. Dopo aver chiamato don Sante per chiedere un parere, il parroco e la stessa ragazza hanno deciso di avvertire i carabinieri e di non aprire il pacco prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Solo negli uffici della stazione dei carabinieri di Abano, con le dovute cautele, i militari hanno aperto il pacco, scoprendo le quattro cartucce e il biglietto allegato. A seguire la descrizione dettagliata dell’uso da fare di quei quattro proiettili. Una sequela di insulti di ogni tipo rivolti all’ex parroco, alla sua donna e al bimbo di un anno (la cui paternità deve essere ancora chiarita).

Ora ad occupare la mente del prete innamorato c’è un solo sentimento: la paura. Paura perché nessuno, se non uno squilibrato, sarebbe mai arrivato a tanto. E proprio perché squilibrato è imprevedibile. Ma d’altra parte don Sante l’aveva previsto quando il vescovo Antonio Mattiazzo aveva additato il prete ribelle definendolo come "Il principe delle tenebre" e come Satana.

«Don Brusegan e il vescovo hanno alimentato questo tipo di azioni – ha spiegato don Sante – visto che hanno parlato fin da subito e con toni pensanti di una condanna nei miei confronti. Avevo solo chiesto un dialogo, ma questo è quello a cui si arriva quando un dialogo non è possibile e chi ti dovrebbe ascoltare vuole solo puntare il dito e usare parole pesanti di condanna». Come a dire che la dura presa di posizione seguita da parte della curia alle posizioni di don Sante avrebbe fomentato l’azione di qualche esagitato (con ogni probabilità della zona, se non proprio di Monterosso), che è arrivato a minacciare così gravemente l’ex parroco, la donna che lui ama e quel bambino di un anno nato (forse) dalla loro unione.

Riccardo Bastianello – fonte: ilgazzettino.it

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Padova: prete innamorato, plico con 4 proiettili

PADOVA – Don Sante Sguotti, l’ex parroco innamorato di Monterosso, in provincia di Padova, ha ricevuto nei giorni scorsi una lettera minatoria con quattro proiettili da caccia. Il messaggio era: "Uno a te, uno alla tua donna, uno a tuo figlio, l’ultimo se qualcuno dovesse scappare…”. Lo scrive ‘Il Gazzettinò. Il plico era stato portato insieme alla posta in canonica ed è stato preso in consegna da una giovane della parrocchia. Don Sante infatti è stato sospeso a divinis dal vescovo di Padova. I carabinieri di Abano Terme indagano sulla vicenda. (Agr)
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Musica: foto della Spears sexy vicino a un prete, protesta la Chiesa

LOS ANGELES – Britney ripercorre la carriera di Madonna, perlomeno dal punto di vista degli scandali a livello religioso. Ora le polemiche arrivano da alcuni settori della Chiesa Cattolica, dopo che all’interno del nuovo cd dell’ex lolita del pop ‘Blackout’ ci sono immagini di Britney molto poco vestita all’interno di un confessionale che si struscia su un prete con tanto di tonaca. (Agr)
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Dibattito sospensione don Sante: il peccato grave tra morale e diritto

IL PECCATO GRAVE TRA MORALE E DIRITTO
di Basilio Petrà

1. La distinzione bipartita tradizionale del peccato: mortale e veniale

È dottrina cattolica che non ci sia sacramento della penitenza senza peccato e in particolare senza il peccato mortale; solo per il peccato mortale, infatti, il sacramento è teologicamente necessario.

Questo dato pacifico della dottrina si basa sulla distinzione tradizionale tra peccato veniale e peccato mortale. Il recentissimo Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, che il card. Ratzinger introduce con alcun pagine datate 20 marzo 2005 e poi Benedetto XVI approva e promulga il 28 giugno 2005, così riassume questa dottrina consolidata:

– «395. Quando si commette il peccato mortale?. Si commette il peccato mortale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso. Questo peccato distrugge in noi la carità, ci priva della grazia santificante, ci conduce alla morte eterna dell’inferno se non ci si pente. Viene perdonato in via ordinaria mediante i sacramenti del battesimo e della penitenza o riconciliazione».

– «396. Quando si commette il peccato veniale?. Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, oppure anche grave, ma senza piena consapevolezza o totale consenso. Esso non rompe l’alleanza con Dio, ma indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per i beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene purificatrici tempora»[1].

2. Le proposte di una tripartizione (mortale li, grave, veniale). Il rifiuto di essa in Reconciliatio et Paenitentia

Tuttavia, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, la tradizionale distinzione bipartita è stata sottoposta a critica ed è stata proposta un’articolazione tripartita (peccato mortale, peccato grave, peccato veniale) da vari autori, specialmente olandesi e tedeschi[2], seppure in modi non coincidenti e talvolta molto diversi, spesso in connessione con la dottrina dell’opzione fondamentale negativa come vera sorgente della mortalità morale.

Quel che in ogni caso accomunava le varie proposte tripartite era l’introduzione di una differenza tra il peccato grave e il peccato mortale contro l’identificazione tra le due. In realtà, l’identificazione è ben fondata nella tradizione. L’Esortazione Reconciliatio et paenitentia[3] al n. 17 lo dice esplicitamente:

«Se si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato mortale) si congiungono con l’idea di gravità del contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale».

Non è un caso che RP 17 richiami questo punto. Vi è infatti in queste parole una precisa presa di posizione in generale proprio nei confronti delle proposte di tripartizione. I padri sinodali hanno inteso riaffermare la dottrina tridentina «sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali», ricordando «che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso» e che «alcuni peccati – poi – quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali […] Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave». La tripartizione, si dice, rischia di ferire l’essenziale differenza che si dà tra peccato veniale e peccato mortale.

«Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni Padri, una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e morali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo» (RP 17).

3. Il presupposto di Reconciliatio et Paenitentia E il commento dei vescovi tedeschi

È evidente che RP ritiene superflua la tripartizione giacché la gravità morale vera è quella mortale e presupposta la piena – o, in ogni caso, sufficiente – consapevolezza e libertà il peccato grave non può non essere mortale e viceversa. Naturalmente RP non si ferma su cosa significhi «consapevolezza e libertà». Rinvia al sapere teologico-morale ordinario, che su queste punto non manca di complessità. Lo si vede bene nel commento che, proprio in riferimento a RP 17, i vescovi tedeschi offrono a queste parole. Sulla libertà si dice:

«La libertà si realizza sempre in un processo temporale. L’uomo non cade in modo del tutto immediato nel peccato grave, ma solo dopo che in lui è maturata una disposizione morale malvagia. Dove qualcuno commette il male, senza che ciò sia stato preceduto da un’evoluzione interiore manchevole e fallace, si può supporre che per quel peccato siano stati decisivi dei moventi esterni, come, per esempio, la seduzione, una situazione esterna quasi insopportabile o una disposizione naturale difficilmente dominabile.

Un modo per vedere se una persona ha agito davvero liberamente consiste nello stabilire fino a che punto essa, una volta compiuto tale atto malvagio, si identifichi con ciò che ha fatto. Se, dopo tale atto, si distanzia subito da esso e se ne pente sinceramente, si tratta di un segno che chi ha agito non ha implicato la totalità della sua persona in quell’atto, o che la sua libertà era in qualche modo limitata. Se, al contrario, chi ha agito riafferma la validità di ciò che ha fatto e si dichiara disposto a comportarsi ancora così, allora si è di fronte a un pieno coinvolgimento della libertà»[4].

Riguardo alla consapevolezza, invece, così si dice:

«Quando si parla di piena consapevolezza, il problema è, invece, quello della conoscenza della gravità di una certa materia o di un comandamento. Esistono diversi gradi di consapevolezza. Ciò dipende da parecchi fattori: dall’educazione, dal modo in cui la società vede i valori, dalla capacità di saper distinguere una materia importante da una meno importante, e dalla disponibilità a cercare di formarsi una chiara consapevolezza della materia di determinati atti. Chi ha la piena avvertenza della gravità di un atto o di un comandamento e, ciò nonostante, compie tale atto, si rende colpevole in modo più grave. Egli, infatti, agisce consapevolmente contro ciò di cui ha piena avvertenza e contro la voce della sua coscienza. Se, al contrario, manca la piena consapevolezza, nell’atto malvagio si ha una grave mancanza dal punto di vista oggettivo, ma dal punto di vista soggettivo non si ha una grave colpa»[5].

Come si vede, il carattere libero dell’atto è proporzionale a quella che si può chiamare l’identificazione del soggetto con l’atto che compie. Quanto più l’atto esprime la disposizione profonda della volontà, tanto più l’atto è del soggetto e lo manifesta.

La consapevolezza è legata alla conoscenza: conoscere la gravità dell’atto è condizione perché si dia un atto moralmente grave o mortale, altrimenti si dà un atto oggettivamente grave ma soggettivamente non grave e dunque neanche mortale.

Con RP 17, poi, i vescovi ritengono che alcuni atti siano intrinsecamente gravi e mortali per la loro materia e che non si possa dare dubbio sulla loro mortalità in alcuni casi nei quali essi appaiono con umana evidenza gravi (apostasia, omicidio, adulterio). Negli altri casi, possono sussistere dei dubbi sul grado di consapevolezza e libertà; l’esteriorità non basta e «ci si deve chiedere fino a che punto quell’atto sia accompagnato da piena avvertenza e deliberato consenso», mancando le quali si dà il peccato non mortale ma veniale.

Dunque il peccato grave e il peccato mortale sono ordinariamente coincidenti. La non coincidenza è l’eccezione, quando si dia un’imperfezione dell’atto. È la stessa dottrina che ritroveremo in Veritatis splendor[6] ove RP 17 è nettamente ripresa così come il suo rifiuto di identificare il peccato morale con l’opzione fondamentale negativa.

4. La questione posta dal linguaggio canonico

Considerata la continuità e la forza con le quali il magistero ha ribadito l’identità dottrinale e pratica di peccato grave e peccato mortale, non meraviglia che il Codice di diritto canonico (CJC) promulgato nel 1983 e successivamente anche il Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) promulgato nel 1990 abbiano generalizzato l’uso del termine «peccato grave» là dove il Codice del 1917 usava la terminologia del «peccato mortale». Tuttavia, specialmente nel CJC, questa scelta porta ad alcune conseguenze impreviste, come vedremo.

L’equivalenza dei due termini non pone alcuna questione nei canoni nei quali si tratta del peccato in senso morale e sacramentale; ciò che in Trento e nel Codice del 1917 si diceva con «mortale» ora si dice con «grave» senza nessun cambiamento. Lo si vede bene nei can. 916 (celebrazione/comunione eucaristia e peccato grave), can. 960 (forma della confessione), can 963 (nel caso di assoluzione generale), can. 988 (obbligo della confessione dei peccati gravi in numero e specie), e can. 989 (obbligo della confessione annuale dei peccati gravi).

Comincia a porre problemi là dove il peccato grave (= mortale) è posto come tale sulla base di una valutazione principalmente esteriore e giuridica. Due sono i punti nei quali emergono problemi.

4.1. Il can. 1007

Il can. 1007 suona così: «Non si conferisca l’unzione degli infermi a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto». Gli estensori del nuovo Codice hanno così evitato la pesante dizione del can. 942 del vecchio Codice[7].

Tuttavia, chi può essere considerato peccatore grave manifesto? Bisogna dire che il Codice non indica con chiarezza chi possa essere considerato peccatore grave manifesto. Offre invece qualche elemento per individuare quelli che chiama peccatores manifesti nel can. 1184 § 1 ove si indicano le persone che vanno private delle esequie ecclesiastiche, se non hanno dato segni di pentimento prima della morte. Esse sono: gli apostati, eretici e scismatici notorii; chi si è fatto cremare per motivi contrari alla fede; «gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli»[8].

Dal momento che l’esclusione dalle esequie ecclesiastiche non significa affermazione della dannazione del defunto o anticipazione del giudizio di Dio, ma solo una misura disciplinare per salvaguardare il senso e la consistenza della comunione ecclesiale, appare chiaro che il peccato (o peccatore) del quale qui si parla è una categoria essenzialmente giuridica, che non può essere identificata semplicemente con il peccato mortale. Si osservi, per inciso, che non esistono eretici o scismatici più notorii e consapevoli di quelli che noi chiamiamo fratelli riformati od ortodossi; eppure non sono considerati peccatori manifesti né in stato di peccato mortale.

La connotazione essenzialmente giuridica del peccato grave emerge anche in altro punto assai discusso.

4.2. Il can. 915

Così leggiamo nel can. 915: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena, e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto»[9].

Riguardo agli scomunicati e agli interdetti non c’è stata discussione. La discussione è subito sorta intorno a questo ostinato perseverare in un peccato grave manifesto, in particolare se tale dizione facesse riferimento al caso dei divorziati risposati o a casi analoghi.

A dire il vero, sembrava inizialmente pacifico che così fosse. Familiaris consortio[10], infatti, aveva già esplicitamente affermato – oltre ad affermazioni simili per i battezzati sposati solo civilmente – riguardo ai divorziati risposati: «La Chiesa […] ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati […] dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’eucaristia» (FC 84).

Tuttavia, alcuni, basandosi sull’identificazione tra peccato grave e peccato mortale, facevano notare che i divorziati risposati – oltre a non essere né scomunicati né interdetti – neppure si possono sempre considerare in peccato grave manifesto perché non è possibile stabilire ab externo l’esistenza delle condizioni soggettive del peccato grave; inoltre, l’ostinazione dovrebbe risultare da un atteggiamento di sfida e di rifiuto dei richiami fatti dall’autorità ecclesiastica competente.

Il dibattito è stato di fatto chiuso da una Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi[11]. La Dichiarazione afferma che sulla base di 1Cor 11,27-29 non si può partecipare dell’eucaristia in modo indegno.

Ora, come mostra il confronto con il successivo can. 712 del CCOE («Devono essere allontanati dal ricevere la divina eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni») il senso del «peccato grave manifesto» è quello appunto del modo indegno. Ora, questa valutazione ha prima un significato morale e riguarda la coscienza; tuttavia, nei casi di indegnità pubblica può porsi anche un problema giuridico, giacché c’è «un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze della comunione ecclesiale» e suscita scandalo.

I divorziati risposati sono in una condizione di «peccato grave abituale» ovvero «in una situazione oggettiva di peccato» che permane e alla quale i fedeli non pongono fine. Dunque, non c’è bisogno di altro per indicare l’ostinazione. Di conseguenza, se non è stato possibile evitare prima questa eventualità, qualora tali coniugi si presentino per la comunione «il ministro della distribuzione della comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno». Gli estensori della Dichiarazione sanno che normalmente «la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra comunione». Tuttavia, in tal caso è necessario essere fermi, data appunto la pubblicità del caso.

Nel caso che si tratti di una coppia di divorziati risposati che abbia accettato di non vivere più more uxorio potranno certamente accedere alla comunione però solo remoto scandalo. L’intervento del Pontificio Consiglio per i testi legislativi sembra chiarificante. In un certo senso lo è, ma anche la sua chiarificazione non è priva di conseguenze problematiche.

Di fatto esso dimostra chiaramente che «peccato grave» ha nel Codice due significati diversi: da una parte, ha un significato morale e coincide con il peccato mortale; dall’altra, ha un significato materiale o oggettivo e indica semplicemente un’irregolarità o un’anomalia di comportamento esteriore che non appare conforme alle regole cristiane di vita in qualcosa che la coscienza ecclesiale (magisteriale) considera grave. La configurazione di indegnità nasce da tale non-conformità esteriore e visibile socialmente.

Operando questa distinzione, viene conseguentemente a dire che l’oggettiva o esteriore manifesta situazione irregolare esclude dalla comunione indipendentemente dalla sua mortalità o gravità morale, che potrebbe non esserci, dunque non su base morale ma sulla base della stessa determinazione canonica. L’esclusione ha così un fondamento principalmente giuridico e disciplinare. È una forma canonica di scomunica, come appare più chiaramente nel can. 712 del CCEO, che la Commissione usa come criterio interpretativo della seconda parte del can. 915 del CJC.

Ne derivano alcune conseguenze. I divorziati risposati – e le persone in situazioni analoghe – sono respinti dalla comunione non perché in sicuro peccato mortale ma perché «pubblicamente indegni». Se davvero questo è quello che si vuole dire, allora lo si dica chiaramente e non si continui a dire che i divorziati non sono formalmente scomunicati; di fatto lo sono, perché l’esclusione dalla comunione ha sempre un sicuro fondamento giuridico e solo occasionalmente può avere anche un fondamento morale (peccato mortale). Allora la pastorale, basata sull’ipotesi della non-scomunica, diventa una pastorale «strana», intimamente disarmonica.

Una seconda conseguenza è che i divorziati risposati potrebbero in particolare circostanze soggettive ricevere l’assoluzione morale senza per questo avere il diritto – giuridico – di accedere all’eucaristia. Il peccato in senso vero non ci sarebbe più, rimarrebbe tuttavia il reato e la sanzione di esso, da accettare per disciplina ecclesiale.

5. Considerazioni conclusive

L’uso magisteriale del linguaggio peccato grave / peccato mortale, come abbiamo visto, non manca di disarmonie, giacché si va dall’identificazione semplice dei due termini alla loro profonda dissociazione, con inevitabile confusione nella percezione dei fedeli e anche nell’articolazione dottrinale stessa di una coerente dottrina del peccato.

Sarebbe, come minimo, opportuno che il termine peccato venisse riservato all’ambito morale e non venisse più usato per indicare un’irregolarità giuridica, per quanto quest’ultima possa avere anche una sua giustificazione morale. Il peccato mortale, infatti, sfugge alle categorie giuridiche e non può essere ridotto a esse in alcun modo; esso può essere adeguatamente giudicato forse dal soggetto agente, certamente da Dio, ma da nessun altro per quanto autorevole possa essere[12].

[1] Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, San Paolo – LEV, Cinisello B. – Città del Vaticano 2005, p. 109.

[2] Cf. D. Tettamanzi, Verità e libertà. Temi e prospettive di morale cristiana, Piemme, Casale M. 1993, pp. 617-620; H. Weber, Teologia morale generale. L’appello di Dio, la risposta dell’uomo, San Paolo, Cinisello B. 1996 (ed. or. ted. Graz-Wien-Köln 1991), pp. 328-329. La traduzione italiana dell’opera di Weber si differenzia da quella originale tedesca perché l’autore. ha «tenuto in considerazione e citato, dove è apparso opportuno o necessario, le affermazioni dell’enciclica Veritatis splendor»(Prefazione all’edizione italiana, p. 11).

[3] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre 1984), in EV 9, 1075-1207 (= RP).

[4] Conferenza episcopale tedesca, Vita nella fede. 2. Catechismo cattolico degli adulti, San Paolo, Cinisello B. 1997 (ed. or. ted. Bonn 1995), p. 86.

[5] Ibid., pp. 86-87.

[6] «L’Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia ha ribadito l’importanza e la permanente attualità della distinzione tra peccati mortali e veniali, secondo la tradizione della Chiesa. E il Sinodo dei Vescovi del 1983, da cui è scaturita tale Esortazione, “non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal concilio Tridentino sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”», Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor (6 agosto 1993), n. 70, in EV 13, 2705-2707, qui 2705.

[7] Il can. 942 del Codice del 1917 usa questo linguaggio: «Hoc sacramentum non est conferendum illis qui impoenitentes in manifesto peccato mortali contumaciter perseverant…».

[8] Il can. 1240 § 1 del Codice del 1917 esclude anche i massoni, gli scomunicati e interdetti dichiarati, i suicidi, i morti a causa di duello, chi semplicemente si fa cremare, «alii peccatores publici et manifesti».

[9] Il can. 855 § 1 del Codice del 1917 usa questo linguaggio: «Excommunicati, interdicti manifestoque infames».

[10] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio (22 novembre 1981), in EV 7, 1522-1810 (= FC).

[11] Cf. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione The Code (24 giugno 2000), in EV 19, 964-973.

[12] Weber, Teologia morale generale, cit., p. 330 arriva addirittura a sostenere una sorta di apofatismo riguardo al peccato mortale: «Se qualcosa sia o no peccato mortale rimane in effetti inevitabilmente velato all’uomo […] Non è possibile pronunciare un giudizio definitivo sulla sua esistenza effettiva».

fonte: rivistaliturgica.it

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Il provvedimento della sospensione per Don Sante

Il provvedimento è stato firmato giovedì scorso e notificato venerdì a don Sante Sguotti. Il decreto, che segue quello di rimozione da parroco della parrocchia di Monterosso (8 ottobre 2007) e quello di avvio di un processo penale e amministrativo ex cann. 1717-1718 e 1720 del Codice di diritto Canonico (17 ottobre 2007), è stato firmato dal vescovo Antonio Mattiazzo, dopo la discussione – insieme a due sacerdoti assessori – delle prove e degli argomenti e dopo aver esaminato ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato, così come previsto dalla disciplina canonica (can. 1720, 2°).

Il decreto ha effetto immediato dal momento della notifica al sacerdote ed è a tempo indeterminato.

E stabilisce che:

"Il presbitero diocesano Sante Sguotti, è sospeso dall’esercizio della potestà di ordine e di governo. Nello specifico, ciò comprende tutti gli atti della potestà di ordine (can. 1333 § 1,1°), fermo restando quanto stabilito dal can. 976, e tutti gli atti della potestà di governo (1333 § 1,2°). Tali provvedimenti penali hanno effetto dal giorno in cui il Decreto risulta intimato. La sospensione viene inflitta a tempo indeterminato, fino a che il sacerdote non dimostra di ravvedersi".

Ciò significa che don Sante Sguotti è sospeso a divinis, ossia non può più assolvere alle funzioni attinenti al ministero sacerdotale né ricevere ed esercitare incarichi riservati ai chierici.

(fonte: ilgazzettino.it)

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Dietro la scomunica c'è sempre un conflitto che vede in campo due visioni teologiche diametralmente opposte

Dietro la scomunica (o "sospensione" nel caso di Don Sante Sguotti), ha affermato don Giuseppe Serrone dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati, c’è sempre un conflitto che vede in campo due visioni teologiche diametralmente opposte. Per gli uni l’espressione teologica passa necessariamente per il canale del magistero, ovvero della gerarchia ecclesiastica. Per gli altri costituisce una riflessione all’interno di un contesto in continuo rinnovamento: quello della storia umana, che si trasforma in vero e proprio soggetto teologico.

Don Serrone fondatore dell’associazione da anni impegnata in difesa dei diritti civili e religiosi dei sacerdoti sposati ha suggerito di guardare ad "un’altra concezione dell’autorità nella Chiesa. Per la Congregazione romana il magistero è il detentore esclusivo della verità. Per una nuova generazione di teologi, è piuttosto un catalizzatore.
Secondo questi ultimi è più importante porsi in ascolto delle diverse espressioni della fede in un mondo in cui l’Occidente ha perduto la sua egemonia culturale. Si tratta di favorire la comunicazione tra cristiani, di aiutarli a sostenersi a vicenda e a trovare insieme il senso dell’espressione e della pratica della fede ispirata dal Vangelo.

La sospensione a divinis dalla locuzione latina a divinis, tradotta letteralmente, significa "dai ministeri divini".
La sospensione a divinis è una sanzione disciplinare che può essere comminata dalla Chiesa cattolica ai sacerdoti. Al sacerdote sospeso è vietato amministrare i sacramenti, il che include tra l’altro la celebrazione della messa e la confessione; tuttavia può derogare al divieto in caso di urgenza e necessità, ad esempio per confessare una persona in punto di morte.

La sospensione a divinis può essere impartita come punizione ai sacerdoti colpevoli di gravi mancanze disciplinari; inoltre viene normalmente disposta per i sacerdoti che contraggono matrimonio (con o senza la dispensa dell’autorità ecclesiastica) in quanto si ritiene inopportuno che essi continuino ad esercitare il ministero sacerdotale. Ma  don Serrone afferma che è una contraddizione lealista della Chiesa considerare i sacerdoti sposati validamente ordinati "sacerdoti per sempre" e poi sospenderli dall’attività pastorale.
La credibilità della chiesa,  che aveva raggiunto un altissimo livello al tempo di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, conclude don Giuseppe Serrone,  è scesa al minimo, a causa della politica romana. In molti Paesi europei, molto presto, la metà delle parrocchie sarà priva di sacerdoti ordinati e di regolari servizi eucaristici. E non potranno servire a nasconderlo l’ importazione di preti dalla Polonia, dall’ Africa o dall’ India, o il fatale accorpamento delle parrocchie in “unità per la cura delle anime”. Curatori di anime per i giovani non ce sono più da tempo. Questi non vengono più socializzati nelle comunità. Mentre molte donne si sono allontanate dalla Chiesa, a causa delle posizioni del Papa sulla contraccezione e del divieto, a torto creduto di origine divina, all’ ordinazione delle donne».

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Il prete latin lover sospeso a divinis: «Vado avanti, aspetto la scomunica»

di Nino Materi
Non potrà più esercitare funzioni sacerdotali, ma lui non demorde: «Il vescovo mi condanna senza prove»

Don Sante Sguotti si trasforma in puro «spirito», diventando – per sua stessa ammissione – «il parroco morale di Monterosso». Unica scelta possibile dopo che ieri il prete, innamorato di una donna madre di un bimbo, è stato sospeso a divinis. Ciò significa che non può più assolvere «alle funzioni attinenti al ministero sacerdotale né ricevere ed esercitare incarichi riservati ai chierici». Insomma, come negare a un centravanti la possibilità di fare gol. La decisione è stata presa dal vescovo di Padova monsignor Antonio Mattiazzo che ha firmato il decreto di sospensione con cui si mette «fuori gioco» il religioso padovano.
Il decreto, si legge in una nota diffusa dalla Diocesi di Padova, «segue quello di rimozione dalla parrocchia di Monterosso e quello di avvio di un processo penale e amministrativo del Codice di diritto Canonico». Tutta colpa di una love story alla «Uccelli di rovo». L’atto è stato firmato dal vescovo dopo aver esaminato «ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato», così come previsto dalla disciplina canonica. Il decreto ha effetto immediato dal momento della notifica al sacerdote ed è a tempo indeterminato. «La cosa non mi stupisce, sapevo che la faccenda sarebbe andata così, non mi aspettavo certo i fiori per il compleanno. Ora aspetto la scomunica…», ha commentato don Sante. «Io vado avanti per la mia strada – ha dichiarato dai microfoni del Gr Rai Veneto – e farò quello che avevo in mente di fare». Con la sospensione scatta il divieto per l’ex parroco di Monterosso di celebrare messa, ma lui ha annunciato che cercherà di «andare avanti nonostante tutto, finché sarà possibile. La mia unica colpa è essere innamorato di una donna e di voler bene ad un bambino».
Continuando a parlare del futuro della sua ex parrocchia don Sante ha puntato il dito contro chi lo ha «condannato»: «Non vorrei essere nei panni del vescovo quando le carte sul mio conto arriveranno a Roma. Ci vorranno due o tre anni, ma alla fine avrò ragione».
L’ex parroco della chiesa di Monterosso fu sollevato dal suo incarico l’8 ottobre dal vescovo di Padova che, in quella stessa data, nominò un «amministratore parrocchiale». Che però gli 800 fedeli di Monterosso non hanno mai riconosciuto come tale: «Don Sante è nel nostro cuore…».
Peccato che il cuore di don Sante, forse, non sia più libero.
fonte: ilgiornale n. 255 del 2007-10-28 pagina 15

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Chiesa: sospeso "a divinis" don Sguotti

(fonte AGI) – Padova, 27 ott. – Don Sante Sguotti, il sacerdote padovano che ha rivelato la scorsa estate di essere innamorato di una donna, con la quale ha anche un bambino, non potra’ piu’ celebrare messa. Giovedi’, rende noto la diocesi di Padova, e’ stato firmato dal vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo il decreto di sospensione a divinis, che e’ stato notificato ieri al sacerdote. Il decreto, che segue quello di rimozione da parroco della parrocchia di Monterosso (8 ottobre 2007) e quello di avvio di un processo penale e amministrativo (17 ottobre 2007), e’ stato firmato dal vescovo Mattiazzo, dopo la discussione – insieme a due sacerdoti assessori – delle prove e degli argomenti e dopo aver esaminato ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato, cosi’ come previsto dalla disciplina canonica. La sospensione, che ha effetto immediato ed e’ a tempo indeterminato, stabilisce che "Il presbitero diocesano Sante Sguotti, e’ sospeso dall’esercizio della potesta’ di ordine e di governo. Nello specifico, cio’ comprende tutti gli atti della potesta’ di ordine (can. 1333 § 1,1°), fermo restando quanto stabilito dal can. 976, e tutti gli atti della potesta’ di governo (1333 § 1,2°). Tali provvedimenti penali hanno effetto dal giorno in cui il Decreto risulta intimato. La sospensione viene inflitta a tempo indeterminato, fino a che il sacerdote non dimostra di ravvedersi". (AGI)
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La presenza di don Sante

Abano (Ri.Ba.) «Sarebbe stato più opportuno che don Sante non fosse venuto all’incontro perché la sua presenza divide la comunità e quando c’è lui la gente non si sente libera di dire ciò che veramente pensa». C’era anche il parroco ribelle alla serata organizzata da don Giovanni Brusegan mercoledì sera, durante la quale si discusso con i parrocchiani il percorso di fede da seguire e che ha fatto emergere una netta divisione di vedute tra chi, come ha spiegato lo stesso don Giovanni, "è più obbediente alla chiesa e vuole obbedire alle regole, e quelli che hanno una visione più elastica delle fede e seguono don Sante".

«Ma nulla è perduto – ha spiegato don Giovanni -. La chiesa conosce bene il perdono ma dev’essere accompagnato dal pentimento o da un cambiamento». Un modo gentile per dire che ciò che è veramente da condannare del comportamento di don Sante e dei suoi fedelissimi è quella sorta di orgoglio che sottende le decisioni di rottura nei confronti del vescovo e della chiesa tradizionale.

«Brusegan – ha spiegato don Sante – ha detto chiaramente che se qualcuno ha un’altra idea di chiesa se ne deve andare da un’altra parte. Non sono ammesse discussioni sul celibato, tutti i preti e i fedeli sono tutto d’accordo per condannare me e chi mi segue».

E poi don Sante ha ricordato ancora una volta la data entro la quale il parroco ribelle se ne andrà da Monterosso, il 31 dicembre. Ma nel frattempo don Sante cerca di resistere e per descrivere la sua situazione usa una metafora a dir polo eloquente.

«Io sto cercando di restare aggrappato – ha concluso – e la curia si sta impegnando in tutti i modi a pestarmi le dita delle mani per farmi cadere. Io non voglio dare le dimissioni, devono essere loro a cacciarmi!».

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Sacerdote sotto inchiesta in Brasile

Padre Giulio Lancellotti, un sacerdote italiano noto in Brasile per il suo impegno a favore dei cosiddetti "abitanti della strada"(moradores de rua), è sotto inchiesta a San Paolo per il reato di corruzione di minorenni. L’inchiesta è partita da una denuncia dello stesso sacerdote italiano, che ha accusato un ex delinquente minorile di cui il sacerdote si era preso cura, di avergli estorto 80 mila real, circa 3o mila euro, minacciando di accusare lo stesso padre Lancellotti di pedofilia. Successivamente due donne hanno testimoniato contro il sacerdote. Padre Lancellotti ha rifiutato di fare dichiarazioni prima di conoscere esattamente le accuse. Da parte sua, l’arcidiocesi di San Paolo si è detta sicura che le accuse sono infondate. "Crediamo a padre Giulio e alla sua innocenza" ha detto il portavoce dell’arcivescovo di San Paolo, il cardinale preconizzato Odilo Pedro Scherer.
(Ansa-MANCINI)
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La Cei torna alla carica

di Emiliano Sbaraglia

Come una goccia cinese, i maggiori esponenti dello Stato Vaticano tornano ciclicamente a ricordare quali sono i temi per i quali vorrebbero un diverso comportamento da parte del nostro paese. Dimenticando troppo spesso che il nostro è uno Stato laico

Ci risiamo. Non passa praticamente giorno in cui non ci sia un intervento della Chiesa rispetto a questioni di una certa rilevanza. E su questo, si potrebbe dire, nulla da obiettare. Il problema è che la sensibilità e la particolare insistenza dimostrata dalla curia romana in merito a temi specifici e ben precisi, sembrano dimostrare in maniera inequivocabile il tentativo di incidere in maniera determinante sulle scelte e le posizioni dello Stato italiano. Che vale la pena sempre ricordare, in circostanze come queste, è prima di tutto uno Stato laico, indipendente dallo Stato Vaticano.

L’occasione stavolta prende spunto dal messaggio dei vescovi per la Giornata della Vita, nel quale viene rammentato ai fedeli (e non) che "la civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita, dai suoi esordi all’epilogo. I primi a essere chiamati in causa – ricorda la Cei del monsignor Betori- sono i genitori: il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità". Un preciso e reiterato affondo sulla legge 194, dunque, dopo il quale viene subito chiarito cosa si voglia intendere: "Responsabilità significa considerare i figli non come cose da mettere al mondo per gratificare i desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a spiccare il volo, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la propria vita". Tutti d’accordo su quest’ultimo passaggio, naturalmente; ma un discorso serio e di contenuto riguardo la scelta o meno di interrompere una gravidanza o il ragionare della nascita di un essere umano, dovrebbe forse basarsi su altri punti di partenza.

Sullo stesso piano i vescovi italiani collocano l’avanzare di una mentalità favorevole all’eutanasia: "Stupisce che tante energie e tanto dibattito siano spesi sulla possibilità di sopprimere una vita afflitta dal dolore, e si parli e si faccia ben poco a riguardo delle cure palliative, vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine."

Hanno ragione i vescovi: stupisce questa spesa di tante energie e tutto questo dibattito intorno al tema dell’eutanasia; soprattutto stupisce questo continuo tornare sull’argomento da parte della Chiesa, non perché non ne abbia diritto, ma per i modi con i quali viene condotta la campagna; e per l’impressione che viene offerta, cioè quella di rivolgersi non al mondo intero, dove la discussione (e in alcuni casi l’applicazione) sull’eutanasia secondo i canoni ecclesiastici dovrebbe aver raggiunto i livelli di guardia da tempo, ma in particolare all’Italia, quell’Italia a questo punto stretta da vincoli religiosi che nella pratica vanno ben oltre anche degli accordi stipulati dai patti lateranensi.

A quando la prossima esternazione?  (fonte: aprileonline.info)

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Sacerdote indiano rifiuta un premio dai fondi Onu: sono soldi sporchi

di Nirmala Carvalho
Il p. Thomas Kocherry – sacerdote redentorista e noto attivista per i diritti umani – ha rifiutato un premio della Fondazione delle Nazioni Unite, che voleva sovvenzionare la sua opera a favore dei pescatori indiani. Quei soldi, spiega ad AsiaNews, provengono dalle multinazionali che dominano l’Onu e che non hanno interesse per i disagiati del mondo: non produrrebbero mai frutto.

New Delhi (AsiaNews) – L’Onu “è governato dalle multinazionali, che invece di pensare al bene del mondo cercano di comprarsi le persone e le loro idee, per bloccare ogni forma di giustizia sociale che non sia la loro. Per questo, ho rifiutato il premio e la donazione che volevano assegnarmi per continuare la mia opera: è denaro sporco”. Il sacerdote ha rinunciato così a un premio di 646 mila euro, da dividere con altri vincitori.
 
Con queste parole, p. Thomas Kocherry – sacerdote redentorista e noto attivista per i diritti umani – spiega ad AsiaNews perché ha deciso di rifiutare la donazione della Fondazione delle Nazioni Unite, che aveva scelto di sovvenzionare la sua opera a favore dei pescatori indiani. La Fondazione, nata nel 1998 grazie alla donazione record di un miliardo di dollari effettuata dal magnate americano Ted Turner, seleziona i progetti più meritevoli e li sovvenziona, dopo il voto di un pannello di dirigenti delle Nazioni Unite.
 
Il sacerdote sottolinea però che “non si possono accettare quei soldi, perchè provengono da un consesso di persone che non ha realmente a cuore la situazione dei disagiati mondiali. Ora sono i gruppi finanziari a comandare: sono bravi a comprarsi le persone con premi e finanziamenti come quello che volevano dare a me, ma nel frattempo hanno allontanato dai quadri dirigenziali tutti coloro che facevano realmente qualcosa per i meno fortunati, per usare l’Onu a loro piacimento”.
 
Secondo p. Kocherry, “è arrivato il momento di rivelare quale sia la vera, diabolica natura delle Nazioni Unite e dei suoi attuali collaboratori. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto, magari con pochi mezzi ma con la coscienza pulita, senza cadere nella trappola dell’avidità e del denaro. Noi cerchiamo il Regno divino e la sua giustizia, ma sappiamo che si tratta di un processo lungo, che prevede una croce”.
 
Ovviamente, aggiunge il sacerdote, “il denaro in sé è molto utile, soprattutto nelle cause umanitarie. Ma se si tratta di denaro sporco, state pur certi che non produrrà alcun frutto. Gesù ha detto di cercare, come prima cosa, il Regno della giustizia: per questa strada, non esistono scorciatoie”.
 
Helen Garland, presidente della Fondazione Terra e collaboratrice di p. Kocherry, ha lavorato per diversi anni all’Onu. Ad AsiaNews spiega: “La Fondazione rappresenta una delle più grandi, confuse e dannose realtà internazionali, con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti. Nonostante i proclami di Turner, i suoi effetti dannosi si sono visti sin dal momento in cui hanno allontanato la vecchia gestione, quella dell’allora Segretario generale U Thant”.
 
La Garland, che ha seguito molti lavori della Fondazione e dell’Onu in generale, aggiunge: “Come si fa a credere nella loro vera buona fede, quando per riunirsi scelgono il Waldorf Astoria, che costa 500 euro a notte? Fortunatamente, il p. Kocherry conosce questa situazione ed ha potuto vedere con i suoi occhi gli effetti di questa gestione disastrosa, accettata da altro organizzazioni indiane. Se avesse accettato di entrare in quel giro, avrebbe visto in breve tempo la sua opera distrutta dall’interno”. (fonte: Asianews)

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Libera Chiesa in debole Stato. Troppe le ingerenze vaticane nella politica italiana

di MICHELE AINIS (fonte: lastampa.it)
Negli ultimi tempi la laicità si è trasformata in un prezzemolo buono per ogni salsa. Ma se tutti sono laici, allora questa parola non significa più nulla: tanto varrebbe sbarazzarsene. È una tentazione irresistibile, davanti alle acrobazie verbali che ci consegna l’esperienza. Nel dibattito pubblico ricorre l’appello verso una «sana» laicità pronunziato da Benedetto XVI e dai suoi predecessori; ma ricorre inoltre, e per esempio, il monito col quale un capo dello Stato (Scalfaro) definisce «sacra» la laicità delle istituzioni, che è un po’ come dichiarare ateo il Padreterno. Insomma abbiamo in circolo pontefici laici e presidenti ieratici. D’altra parte, «laos» era in origine il popolo di Dio; evidentemente stiamo riportando a nudo le radici.

In realtà queste radici hanno alimentato lo sviluppo degli Stati nazionali. Perché lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), trova la sua prima sistemazione teorica nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes, viene poi codificato dalla Costituzione francese del 1791, quando la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Come diceva Locke, la salvezza delle anime non ricade fra i compiti dello Stato. Sicché la laicità si risolve in un’indicazione puramente negativa, che vieta alla legge di farsi contaminare da valori religiosi. Evoca il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Jefferson, e ripete in qualche modo il verso di Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questa idea si specchia nell’articolo 7 della Costituzione italiana, che dichiara l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Al contempo, esso riconosce la sovranità della Chiesa cattolica, e perciò la riconosce come Stato. Uno Stato enclave, ma pur sempre uno Stato, che intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi. Insomma il cattolicesimo è l’unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d’uno Stato sovrano. Ma dal fatto che la Santa Sede sia uno Stato derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. Quindi se un monaco buddista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legislative della Repubblica italiana, non può farlo il Vaticano. Qui, difatti, non viene in campo la libertà di religione. Non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale. Quando non i parroci, ma il governo stesso della Chiesa attraverso la Cei invita per esempio a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell’invito fosse il presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, se vogliamo prendere sul serio l’articolo 7.

D’altronde, che accadrebbe se il premier italiano si scagliasse contro i principi che governano il diritto della Chiesa? Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. Il diritto canonico non conosce la separazione dei poteri, dato che il Pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario: una concentrazione che a suo tempo Cavour aveva definito come «il più schifoso despotismo». Non conosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Non conosce la libertà di culto, giacché qualunque offesa alla religione cattolica riveste la natura di reato. Non conosce la regola della maggiore età, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni. Non conosce il principio d’eguaglianza fra i sessi, negando il sacerdozio femminile. Ma neppure lo riconosce all’interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità giuridica, dato che i diritti politici restano in appannaggio ai sacerdoti, e dato infine che questi ultimi sono una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.

In breve, la Chiesa è retta da un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso, e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Eppure da quel pulpito piovono scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. Basterà rievocare un episodio: il 16 marzo scorso Benedetto XVI ha esortato all’obiezione di coscienza in difesa della vita non solo farmacisti e medici, ma anche i giudici italiani. Sennonché i giudici – afferma la Costituzione – «sono soggetti soltanto alla legge»; l’unica obiezione di coscienza che viene loro consentita è impugnare la legge per incostituzionalità. Se potessero rifiutarsi di rendere giustizia appellandosi ai propri umori e amori personali, verrebbe scardinato non tanto lo Stato di diritto, bensì lo Stato in sé e per sé, l’ordine civile.

Tuttavia le nostre istituzioni hanno risposto, ancora una volta, col silenzio. Un silenzio complice, non soltanto perché la degenerazione d’un regime democratico in regime clericale (diceva Salvemini) avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con una protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine perché tale atteggiamento implica una cessione di sovranità. Peraltro in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta: è accaduto in agosto, quando Prodi ha chiesto l’aiuto della Chiesa per far pagare le tasse ai cittadini, ottenendo una dichiarazione del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, ma il loro effetto è legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all’esercizio d’un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni. Che perciò si spogliano della propria laicità, e insieme della propria sovranità.

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Parte della gerarchia sempre più sorda alle istanze di rinnovamento che arrivano da tutta la cristianità.

La protesta infinita delle comunità di base nei confronti di un papa in eterno contrasto con la storia – riporta il quotidiano The Age – ha trovato il suo antesignano in Geoffrey Robinson, primate della diocesi di Sidney, che ha lanciato il suo guanto di sfida a una gerarchia sempre più sorda alle istanze di rinnovamento che arrivano da tutta la cristianità.

Nel volume "Confronting Sex and Power in the Catholic Church" questo coraggioso riformatore sostiene che, fino a quando non cambierà il suo atteggiamento nei confronti del sesso e del potere, la chiesa cattolica non sarà in grado di risolvere il problema degli abusi sessuali dei suoi preti…

D’altra parte è proprio il celibato obbligatorio che ha generato la depressione, la misoginia e l’omofobia dei sacerdoti, che sono poi gli ingredienti che hanno fatto esplodere gli scandali sessuali che stanno travolgendo la chiesa.

Il vescovo australiano suggerisce come via d’uscita l’adozione di una nuova etica sessuale, fondata sul bene e il male che si fa agli altri, che consentirebbe un onorevole compromesso con il sesso fuori del matrimonio e l’omosessualità.

In quanto all’autorità del Papa, Robinson lo accusa di aver accentrato troppo potere nelle sue mani. Addossandogli tutte le responsabilità della Chiesa, il collegio dei vescovi l’ha chiuso in un circolo vizioso, per il quale più insiste sull’autorità e meno gente lo ascolta.

Per uscire da questa impasse, il nuovo Martin Lutero suggerisce alla Chiesa di abbandonare l’assolutismo, adottare la democrazia e affidare al Papa le mansioni di Primo Ministro.

Le sue critiche si appuntano pure sullo strano rapporto dei fedeli con un dio che minaccia le pene dell’inferno per chi non crede, concezione che giudica assolutamente carente di logica, in quanto costringe i sacerdoti a dettare norme di comportamento avulse dalla realtà e a tuonare dai pulpiti per imporle, deludendo il gregge e allontanandolo dalla fede.

La tesi del libro è che solo riforme ampie e radicali possono far superare la cultura della protezione degli abusi ed evitare che la situazione sfugga di mano alla gerarchia.

La sfida all’autorità papale e alla dottrina della chiesa dimostra che siamo vicini a una nuova Riforma. Il popolo dei credenti vuole che la Chiesa si liberi della gabbia in cui si è lasciata intrappolare dalla sua ala reazionaria, intollerante e ipocrita, ritorni alle sue origini e riacquisti la credibilità perduta. (tratto da resistenza laica.it)

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Risposta a testimonianze di amore (di Advita)

E’ un commento dotto ed interessante che ci rende partecipi di alcuni passaggi ideologici suffragati dalla storia. Questa donna ha acquisito la propria sicurezza attraverso un pensiero, forse audace, ma poggiato su credenze che tendono ad ammansire la coscienza comune. La nostra mente ha bisogno di ancorarsi a sicurezze che ci facciano sentire a posto con noi stessi e con l’ambiente circostante a seconda del nostro contesto di vita. Ovviamente le persone che frequentano “testimonianze” sono cattoliche e la delega dei propri sentimenti a Dio, ai suoi comandamenti, alle regole ecclesiastiche compaiono in ogni lettera. C’è una “morale” che giustifica e perdona. Ciò accade in ogni forma di religione organizzata che richieda osservanza ad un’entità superiore che tutto vede e a tutto risponde. Tanto più radicate sono le nostre convinzioni tanto più faticoso è il tentativo di dare congruenza a scelte e comportamenti. E’ un compito laborioso! Spesso percorriamo la via dell’amore dovendo giustificare il nostro stesso amore. Eppure, come dice l’ amica scrivente, “l’amore apre gli orizzonti, non li chiude” ed ancora “Se non si ha la forza di morire per amore sarebbe meglio chiamarlo con altro nome e coprire le proprie nudità!”. L’amore coincide sicuramente con l’ “espansione” e talvolta con il senso stesso della vita. Ma ogni storia è diversa e va ascoltata attraverso “quella” particolare, specifica musicalità: armonie, dissonanze, tempi. I sentimenti riverberano come onde sonore e danno sempre ritmi diversi, del tutto soggettivi. Alle volte stridono, cozzano, infrangono…eppure, come dice la canzone, …” anche tutto questo è amore”! Buona notte care amiche, domani è un altro giorno e gli amori di ogni razza e di ogni colore, vissuti o desiderati, si muoveranno in tutti i siti del mondo: nei grattacieli, sotto i ponti, negli alberghi, nei mercati, nelle chiese…Amori puri o impuri? Abbraccio forte. Advita

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IL POTERE E IL SERVIZIO

di Enrique Moreno Laval – fonte adista n. 74 2007

Non è passata inosservata la visita nel nostro Paese del cardinal Sodano, che è stato nunzio vaticano in Cile tra il 1978 e il 1988. Di giorno in giorno, sono apparsi sempre più commenti, più analisi, più riflessioni: alcuni commenti di corridoio, più timidi, specialmente da parte di ecclesiastici (la “parte clero”, direbbe Pinochet) e altri pubblici, come gli articoli di stampa. Il tutto, forse, in risposta ad una domanda che mi sono formulato più di una volta: che è venuto a fare Sodano?

All’inizio, mi è stato difficile cercare una risposta, perché realmente non so cosa sia venuto a fare. Oggettivamente, è venuto ad unirsi (e, in un certo modo, a guidare) la celebrazione del centesimo anniversario della nascita di un altro cardinale, il cileno Raúl Silva Henríquez, ma la domanda punta chiaramente verso una motivazione più profonda.

In un articolo dal titolo “Angelo & Raúl”, il giornalista e scrittore Pablo Azócar (El Mostrador, 29 settembre) valuta la visita del cardinal Sodano come un gesto da inquadrare nell’“arte della diplomazia”, che “è l’arte delle omissioni, delle ellissi e dei silenzi”. Ma rispetto alla quale Sodano avrebbe perso tutte le forme, in modo persino “bestiale”, partecipando con tanta solennità e disinvoltura a questo omaggio al cardinal Silva. Perché questa valutazione di Azócar? Perché egli è convinto dell’inimicizia storica tra i due cardinali. E lo esprime così: “Sono stati diversi i testimoni e molti gli autori che hanno documentato l’episodio del maggio del 1983, quando un umiliato Raúl lasciò la carica di arcivescovo di Santiago sbattendo la porta in faccia a un imperterrito Angelo. Si cristallizzava lì, fisicamente, una lotta senza quartiere di molti anni”.

Quanti di noi hanno conosciuto don Raúl (personalmente, ho ricevuto dalle sue mani l’ordinazione sacerdotale), hanno sempre saputo dell’evoluzione del suo pensiero e del suo atteggiamento, in aperta resistenza a un sistema che non aveva tardato a combattere. Quando le cose gli si rivelarono chiaramente, non dubitò, non ebbe paura e, accompagnato e reso più forte dai suoi più vicini collaboratori, operò con un’audacia di cui lo ringrazieremo sempre. Il suo motto episcopale lo aveva ripreso da un appassionato testo dell’apostolo Paolo, che dice: “L’amore di Cristo ci spinge”, e nessuno ha mai dubitato che da lì provenissero la sua lucidità e il suo coraggio. Come non ricordare, per esempio, che, quando la dittatura ordinò la chiusura dell’ecumenico Comitato per la Pace, il cardinale stava già creando per conto suo, e a suo rischio e pericolo, la Vicaria della Solidarietà?

Lo vidi piangere singhiozzando nel raccontare a un gruppo di sacerdoti di quando gli aveva fatto visita un cappellano militare armato di una mitraglietta. “Una pistola di questo calibro”, ci disse testualmente, prima di scoppiare a piangere: “Perdonatemi, sono solo un uomo”. E dal fondo un sacerdote levò la sua voce: “E che uomo, signor cardinale!”. E venne un applauso scrosciante che soffocò a fatica il suo pianto. Subito ci esortò a nascondere gente nelle nostre case, a proteggere i perseguitati, a dare asilo a quanti erano minacciati, a difendere la vita.

Commenta Pablo Azócar: “L’uomo dal sorriso ebete (Angelo) si scontrò duramente con Raúl”. E riporta a sostegno della sua affermazione alcuni argomenti. Ma, per contrasto, raccoglie anche la dichiarazione del cardinal Sodano alla stampa, appena atterrato a Pudahuel: “Non so chi ha inventato la menzogna dei dissapori con Raúl, so che in Cile non vi sono bugiardi”. Aggiunge Azócar: “Commosso, (Sodano) ha ringraziato Francisco Javier Errázuriz per l’invito a presiedere la cerimonia di celebrazione dei cent’anni dalla nascita di Raúl”.

In realtà, non è stato propriamente il card. Errázuriz a invitare in Cile il card. Sodano. Lo ha invitato la Fondazione Giovanni Paolo II, istituzione fondata ufficialmente dal card. Fresno, successore immediato di Silva Henríquez, ma creata di fatto da un gruppo di potenti imprenditori cileni, che intrattengono con il card. Sodano una stretta amicizia. Tra loro, Anacleto Angelini, Ricardo Claro, José Luis Del Río, Eliodoro Matte, Jorge Matetic e Jorge Yarur. La Fondazione è nata nell’ottobre del 1987, mesi dopo la visita del papa in Cile, e pertanto sta compiendo 20 anni, gli stessi di quella visita. Sarebbe questa l’“occasione” dell’invito all’amico Sodano, che “curiosamente” è venuta a coincidere con la celebrazione del centesimo anniversario della nascita del card. Silva Henríquez?

Una persona mi ha detto: avranno voluto ringraziarlo per qualche “favore concesso” o consolarlo per la fine della sua carriera in Vaticano? E ha sorriso. Ma mi è venuto da pensare.

Che poteva fare allora l’episcopato cileno di fronte a un fatto già deciso da altri? “Nulla”, mi dice una persona vicina all’arcidiocesi di Santiago, “cioè nient’altro che arrendersi, piacesse o meno all’arcivescovo e all’episcopato”. Così, Francisco Javier Errázuriz, arcivescovo di Santiago, ha dovuto cedere la presidenza della celebrazione al card. Angelo Sodano, gesto apparso a molti totalmente insolito. “L’epi-scopato si è sentito realmente in trappola”, mi ha detto un’altra fonte, “tanto che ci sono stati vescovi che non hanno esplicitamente voluto partecipare alla celebrazione nella cattedrale di Santiago”.

In una dichiarazione pubblica firmata da varie persone e da alcune istituzioni, si denuncia con forza l’“amicizia intima” del card. Sodano con il dittatore Augusto Pinochet nei dieci anni in cui Sodano è stato nunzio in Cile. Ma ancora di più si rimprovera al cardinale il fatto di “essere rimasto in silenzio di fronte alla cattura e all’assassinio dei preti Joan Alsina, Miguel Woodward, Antonio Llidó, Gerardo Poblete e André Jarlan”.

Aggiungono i firmatari: “Esprimiamo la nostra opinione affinché ciascuno, a partire dalla propria coscienza, tenga conto di tutti i fatti che hanno circondato questo controverso cardinale. Lo facciamo per amore del Vangelo e perché, se tacessimo, ci renderemmo complici di episodi gravi e dolorosi della nostra storia recente. E anche per rispetto alla testimonianza e al martirio di tanti nostri fratelli che hanno sofferto l’indifferenza e la persecuzione”. (…)

Cose di cardinali

L’avvocato ed editorialista Carlos Peña (El Mercurio, 30 settembre) ha affrontato con la sua consueta acutezza il nodo della questione. In un articolo dal titolo “Cose di cardinali”, egli sottolinea che “la celebrazione del centesimo anniversario della nascita del card. Silva Henríquez ha riportato alla memoria il vecchio scontro con Sodano. È l’ambiguità della Chiesa, che si muove tra il fervore per la giustizia, la difesa di valori astratti legati alla vita intima e il gusto del potere”. Il giorno successivo alla pubblicazione di questo testo, un saggio sacerdote di quasi 90 anni mi ha detto: “È duro. Ma è anche qualcosa di peggio: è vero”.

Peña, in primo luogo, fa riferimento con ammirazione ed entusiasmo alla vita e all’opera di Silva Henríquez. Il suo desiderio di cambiare il mondo, di anticipare il futuro, senza paura dello scandalo, cedendo terre della Chiesa ai contadini insieme al vescovo Manuel Larraín, il suo appoggio incondizionato al Concilio Vaticano II, il suo atteggiamento favorevole alla riforma dell’Università cattolica, la sua difesa appassionata della vita e dei diritti umani. In tutto ciò, sottolinea Peña, “Egli (Sodano)e Silva Henríquez non avrebbero potuto essere più diversi”.

Come è generoso con il card. Silva, Peña è durissimo con il card. Sodano. Lasciando da parte alcune sue allusioni più personali, egli analizza le diverse strategie che guidavano i due cardinali: “Silva Henríquez, infiammato dalla fede e guidato da una rigorosa etica della convinzione. Sodano, al contrario, l’epitome del calcolo e della ragion di Stato”. Entrambi erano mossi dal senso del potere, aggiunge Peña, ma in modo diverso: Silva si rivelò un pastore che, guidato dalla fede, voleva cambiare il mondo”; Sodano, invece, era “capace di dare la comunione a gente della peggior spece”. È duro dirlo.

Forse è l’ora di applicare quello che ha detto il vescovo Gonzalo Duarte quando, guidando la delegazione cilena ad Aparecida, e facendosi eco delle critiche provenienti dall’e-sterno della Chiesa, ha dichiarato in assemblea: “Dobbiamo ascoltare lealmente i nostri detrattori per discernere quanto di vero ci sia nelle loro critiche. E rivedere, alla luce del Vangelo, il nostro stile di vita e di azione, come pure il contenuto e la pedagogia della nostra pastorale”.

È il momento di ascoltare, di analizzare, di discernere, di cercare quanto ci sia di vero. Lealmente. Lucidamente. E questo ci porta, in questo contesto, a interrogarci sul tema del potere nella Chiesa. Appena qualche giorno fa, ho avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza di uno psichiatra in cui si accennava ad alcune caratteristiche della nostra società. Parlava della cultura attuale qualificandola come “narcisista”. E spiegava che “il narciso non è colui che ama se stesso ma colui che ingrandisce il proprio io disprezzando gli altri. Che si crede onnipotente”. Aggiungeva: “La cultura narcisista, vincolata al potere, attraversa tutti i sistemi della società, inclusa la Chiesa”.

Sono rimasto a riflettere su quest’ultima affermazione con evidente preoccupazione, perché sono un uomo di questa Chiesa. La Chiesa contaminata dalla struttura narcisista della società? E in che modo contaminata? La Chiesa attaccata al potere, soprattutto a quello che aveva prima? Una Chiesa timorosa di essere messa in discussione, che di fronte alle turbolenze reagisce chiudendosi e irrigidendosi, ponendo limiti alla libertà di opinione e di espressione, con scarsa partecipazione reale delle sue basi? Ancora peggio, una Chiesa disposta a tutto, per esempio a mentire, pur di conservare quelle forme che la aiutino a preservare il potere? Mi duole l’anima, anche solo a domandarmelo.

Guardo a Gesù, scruto il Vangelo e non trovo altro potere che il servizio, il servizio semplice ed umile, con un’opzione per i poveri, gli impoveriti e gli esclusi. E, insieme al servizio, la verità, come diceva Gesù: “Sì, sì; no, no”. È il potere-servizio. Quello che faceva sì che la gente, guardando e ammirando Gesù, dicesse: “Egli sì che ci insegna con autorità, non come ci insegnano i maestri che abbiamo”. Nella Chiesa e con la Chiesa non vorrei tradire mai questo insegnamento di Gesù. E questo è ciò che più mi interessa, anche se non arriverò mai a sapere cosa sia venuto a fare Sodano in Cile.

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IL RITORNO DEL CARDINALE SUL LUOGO DEL DELITTO. PROTESTE PER LA VISITA IN CILE DELL’AMICO DI PINOCHET

SANTIAGO DEL CILE fonte: ADISTA n. 74 2007.

Ha lasciato in Cile un ricordo incancellabile, il card. Angelo Sodano, nunzio per 10 anni a Santiago, poi, per 15, segretario di Stato vaticano e oggi decano del collegio cardinalizio. Non si dimenticheranno di lui i simpatizzanti e i funzionari del regime militare di Augusto Pinochet, i grandi imprenditori e gli alti esponenti della destra. Ma tanto meno lo dimenticheranno quelli che la dittatura l’hanno sofferta, sulla propria pelle o su quella dei propri cari, e l’hanno combattuta. E che, di fronte alla visita in Cile dell’ex nunzio apostolico, amico caro del dittatore macellaio (e ladro, come è emerso dalle indagini sul patrimonio illecitamente accumulato dal generale e dai suoi familiari), vogliono dire chiaro e tondo che, per loro, il cardinale è persona non grata e spiegare fin nei dettagli perché e fino a che punto lo sia. Così, in una dichiarazione in dieci punti, dal titolo “La pace è opera della giustizia”, un gruppo di personalità (come i teologi Hervi Lara e Alvaro Ramis), di movimenti (come También Somos Iglesia, Rete Latinoamericana di Diritti umani, Sinistra cristiana) e di riviste (come Reflexión y Liberación e Crónica Digital) ricorda alcuni dei fatti di cui Sodano si è reso protagonista: “Lo facciamo per amore del Vangelo e perché, se tacessimo, ci renderemmo complici di episodi gravi e dolorosi della nostra storia recente. E anche per rispetto alla testimonianza e al martirio di tanti nostri fratelli che hanno sofferto l’indifferenza e la persecuzione”.

Una visita insolita

La visita che Sodano ha svolto nel Paese dal 25 settembre al 4 ottobre aveva come scopo ufficiale la commemorazione del 20.mo anniversario del viaggio di Giovanni Paolo II in Cile, nel 1987, quello dell’indimenticabile scena del papa affacciato insieme al dittatore dal balcone della Moneda, il palazzo presidenziale. “Nel 2007, a 20 anni di distanza, i vescovi  – ha dichiarato Sodano in un’intervista rilasciata a Radio Vaticana il 10 ottobre, di ritorno dal Cile – hanno voluto invitarmi per un incontro con quelle comunità. Così ha fatto il cardinale Errazuríz, l’arcivescovo di Santiago, e così ha fatto in particolare il presidente di quella Conferenza episcopale, mons. Goic Karmelic, vescovo di Rancagua. Io ho accettato ben volentieri per i grandi vincoli che avevo con Giovanni Paolo II”.

Sono stati in molti, tuttavia, a esprimere perplessità sulla motivazione ufficiale della visita, sia perché non si può certo dire che sia usuale commemorare gli anniversari dei tanti viaggi compiuti da Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato, sia perché la visita di Sodano si è svolta con un ritardo di addirittura sette mesi rispetto alla ricorrenza, essendosi Giovanni Paolo II recato in Cile dall’1 al 6 aprile del 1987 (nel quadro di un viaggio più ampio che lo aveva portato anche in Uruguay e in Argentina). Dietro la visita – si insinua da più parti – vi sarebbe in realtà il tentativo di Benedetto XVI di indorare al cardinale la pillola, risultata quanto mai indigesta, della sua estromissione dalla segreteria di Stato, tanto più che il 23 novembre Sodano compirà 80 anni e dunque resterà fuori anche da un eventuale conclave (ragion per cui è possibile che il papa gli tolga anche la carica di decano del collegio cardinalizio). Sempre per lo stesso motivo, si dice, Sodano era stato inviato a Fatima lo scorso 13 maggio, per il 90.mo anniversario della prima apparizione della Madonna.

L’impostura perfetta

Ma in Cile il motivo di maggiore perplessità è venuto dalla partecipazione di Sodano ad un’altra commemorazione: quella per il centenario della nascita del card. Raúl Silva Enriquéz, grande oppositore della dittatura e, pertanto, fiero avversario dell’allora nunzio apostolico. Che Sodano abbia voluto presiedere alla celebrazione in cattedrale in onore del suo “peggior nemico” è apparso fuori luogo a ben più di un osservatore. “Un atto di impostura perfetta” lo definisce non a caso, su El Mostrador del 29 settembre, il giornalista e scrittore Pablo Azócar.

“Non so chi avrà inventato la menzogna dei dissapori con Raúl, so che in Cile non ci sono bugiardi”, ha dichiarato Sodano atterrando all’aeroporto di Pudahuel il 26 settembre. Ma di bugiardi ve ne devono essere davvero tanti, stando alle testimonianze, regolarmente riprese dalla stampa, relative agli scontri tra il nunzio e l’arcivescovo di Santiago. Come quello, durissimo, verificatosi in occasione della nomina del successore del cardinale, quando Silva Enriquéz se ne andò sbattendo la porta in faccia al nunzio. Tutti sapevano, in Cile, della profonda inimicizia tra l’amico di Pinochet e l’avversario della dittatura, tra il nunzio che “conversava amabilmente in un cocktail con il ministro dell’Interno nel momento stesso in cui venivano espulsi tre preti dal Paese” e l’arcivescovo che aveva ceduto ai contadini le terre della Chiesa. Eppure, in cattedrale, il 27, Sodano si è detto commosso e grato per l’invito rivoltogli dal card. Errázuriz a presiedere alla cerimonia: compito svolto senza nominare neanche una volta i diritti umani.

Ma anche sul presunto invito del card. Errázuriz esistono voci discordanti. “In realtà – scrive il sacerdote cileno Enrique Moreno Laval, in un articolo ampiamente circolato su Internet – non è stato propriamente il card. Errázuriz a invitare in Cile il card. Sodano. Lo ha invitato la Fondazione Giovanni Paolo II, istituzione fondata ufficialmente dal card. Fresno, successore immediato di Silva Henríquez, ma creata di fatto da un gruppo di potenti imprenditori cileni, che intrattengono con il card. Sodano una stretta amicizia. (…) La Fondazione è nata nell’ottobre del 1987, mesi dopo la visita del papa in Cile, e pertanto sta compiendo 20 anni, gli stessi di quella visita. Sarebbe questa l’“occasione” dell’invito all’amico Sodano, che “curiosamente” è venuta a coincidere con la celebrazione del centesimo anniversario della nascita del card. Silva Henríquez?”.
Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, l’articolo di Enrique Moreno Laval, preceduto dalla Dichiarazione “La pace è opera della giustizia” e seguito da un altro articolo, anch’esso ampiamente diffuso su Internet, di Jaime Escobar, direttore editoriale della rivista cilena Reflexión y Liberación. (claudia fanti)

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Don Sante celebra Messa al ristorante…

Miglior scelta don Sante Sguotti non poteva farla. Ha risposta alla provocazione di Santino Bozza, imprenditore di Monselice che gli ha offerto un posto di lavoro nella sua officina di carpenteria metallica. Indossando il clergiman sopra al quale portava un giubbotto blu scuro si è presentato all’appuntamento ieri pomeriggio. Doveva conoscere le condizioni sul futuro lavoro offertogli da Bozza. Ad accogliere don Sante, in via Rovigana sede dell’azienda c’era anche l’onorevole leghista Paola Goisis, amica dell’imprenditore, che è consigliere comunale della Lega Nord.Don Sante dopo aver discusso con la parlamentare la sua posizione di oppositore dell’istituzione Chiesa, ha chiesto delucidazioni sul lavoro che avrebbe dovuto svolgere. "Si tratta di un lavoro pesante che richiede tanta dedizione e spirito di sacrificio – ha affermato Bozza – e quindi lei dovrà adattarsi a questa nuova e difficile realtà". Il prete di Monterosso, che oggi alle 11 dirà messa al ristorante Filò di Monterosso, non ha mostrato alcuna difficoltà a iniziare l’attività di fabbro, ed ha subito replicato: "Mi è concessa una settimana di prova? Potrei cominciare anche subito – ha detto don Sante – vengo dalla una famiglia contadina ed il lavoro duro lo conosco bene". Bozza lo guarda preoccupato. Prende tempo. Poi dice: "Per ragioni fiscali dobbiamo rinviare il periodo di prova al 7 gennaio".Don Sante contrattacca: "Nel caso in cui ti trovi con carenze di personale posso venire anche per qualche giorno, se necessario" Il prete se ne va soddisfatto. Si rivedranno il 7 gennaio, forse.

Orfeo Meneghetti – fonte: ilgazzetino.it del 21 Ott. 2007

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Parla Don Sguotti, il parroco dello scandalo e il tempo dell'amore

Intervista di GIORGIO PISANO

Peccatore dichiarato e felice. Per questo il vescovo l’ha rimosso. «La mia colpa è solo quella di essere un prete innamorato». E siccome non pensa di suscitare «né scandalo né pubblica vergogna», disobbedisce. Resta in parrocchia: da abusivo. Col fiato del sostituto addosso ma irremovibile. Perde lo stipendio (850 euro al mese) e di conseguenza cerca lavoro.
Anzi, l’ha già trovato: farà il conducente di bus (occupazione numero 1). Durante la guida pubblicizzerà i prodotti d’una certa ditta (occupazione numero 2) e il sabato farà il fabbro (occupazione numero 3). Domenica, bontà sua, riposo. Alla faccia del vescovo e delle «quattro beghine che mi vogliono cacciare».
Don Sante Sguotti, padovano di 41 anni, in seminario da quando ne aveva undici, è diventato un caso: ammutinamento aggravato e continuato, senza neppure l’attenuante del pentimento. Gli hanno rinfacciato di avere un’amante e, addirittura, un figlio. Lui non smentisce e risponde così: «Io amo ma non so se sono ricambiato. Aspetto la risposta».
Sa che si sta prenotando un posto all’inferno?
«L’avevo messo in conto. Pazienza».
Ha tradito le regole di povertà, castità, obbedienza.
«Non tutte, almeno una l’ho sicuramente rispettata».
A Monterosso, paesino di 800 abitanti quasi incollato ad Abano Terme, la canonica sta di fianco alla chiesetta intitolata a san Bartolomeo e a un edificio tinteggiato di rosso. Sembra un avantipopolo edilizio-clericale sbattuto in faccia alla pia gente e ai devoti del luogo.
Don Sante, non sarà mica di sinistra?
«Scelgo le persone, non le ideologie. Finora ho votato sia a destra che a sinistra».
Il vescovo sa anche questo?
«Lo ignoro».
La ribellione all’avviso di sfratto firmato da Sua Eccellenza ha scatenato una protesta super-organizzata. Del prete più intervistato d’Italia (e già transitato per Buona Domenica a Canale 5) si occupano una bella segretaria, Giorgia, e un addetto stampa. Casomai non bastassero, è stato creato un sito internet (www.chiesacattolicadeipeccatori.it) e a metà novembre decolla un convegno nazionale che affronta il dramma di alcune categorie cassintegrate dal Vaticano: divorziati, conviventi e separati. Nel gruppo, ovviamente, entrano a pieno titolo anche i religiosi con fidanzata clandestina. A disposizione c’è un numero verde dove chiamano «soprattutto le compagne dei preti perché a noi manca il coraggio».
Noi, chi? Don Sante il coraggio ce l’ha eccome. Quando ha ricevuto l’ordine di sloggiare, ha presentato ricorso e ora aspetta. Nell’attesa si è detto pronto a far le valigie a patto che glielo chiedano almeno quaranta fedeli autentici («cioè cresimati») della sua parrocchia. Beh, cosa ci vuole a trovare quaranta firme contro una tonaca scostumata? Niente, però finora nessuno è riuscito a metterle insieme.
Per il sagrestano, ad esempio, non è nemmeno cambiato nulla. Pur sapendo che il parroco è stato silurato, l’altra mattina ha bussato alla sua finestra per sapere se doveva modificare l’orario delle campane con la fine dell’ora legale.
Figlio di un’insegnante e di un contadino folgorato sulla via del settore immobiliare, don Sante rivela che fin da bambino sognava di fare il sacerdote. Madre favorevole, padre pure. Unico voto contrario, quello della nonna: «Che mi chiedeva: ma non c’è qualche bella moretta che ti piace?» Per esserci, c’era. Ma un aspirante soldatino di Dio non doveva innamorarsi. «E io ho seguito le indicazioni».
Il bunker della rivolta anti-vescovo è una stanzetta al piano terra della canonica. Computer, posta elettronica a chili, molti Cd. Un divano, due sedie, pochi libri e una bottiglia piena di liquido trasparente. Riserva di acqua benedetta. «No, grappa». Porta blindata, oltre le grate della finestra c’è uno strepitoso picchetto d’onore: giganteschi pioppi vestiti d’autunno e un’arietta malinconica che avvolge tutto e tutti. Pantaloni neri, maglione nero e camicia grigia su un fisico giovanile e asciutto, naso autorevole e labbra carmiglie, don Sante non ha smesso la divisa d’ordinanza ma sa molto bene che «di qui a poco rischio la scomunica». Monterosso è con lui, la donna che ama ne segue le gesta a distanza («ha preferito trasferirsi»), difficilmente finirà senza cadaveri sul terreno.
Si rende conto?
«Perfettamente. Pare che io sia capace di fare più danni alla Chiesa di quanti ne abbiano causato i preti pedofili in America con le loro centomila vittime accertate».
Perché ha confessato in pubblico?
«Per ridicolizzare chi mi accusa. Eppoi, non ho confessato nulla. Ho semplicemente detto che sono innamorato».
Ricambiato?
«Lo dirò a suo tempo».
Padre sì, però.
«Anche di questo parlerò al momento opportuno. Ora c’è troppo chiasso».
D’accordo, però la sacra regola della castità…
«Le risulta che per mettere al mondo un figlio sia assolutamente necessario fare sesso? A me, no. Non ho nulla da rimproverarmi».
Ah no?
«No. Quel giorno, era il 24 agosto, c’era la festa del patrono. Strapieno, moltissimi giornalisti».
E che ci facevano i giornalisti?
«Il vescovo mi aveva ordinato di non celebrare più messa. Volevano vedere se chinavo la testa».
Non l’ha chinata.
«Sì e no. Non ho celebrato messa. Ho soltanto presieduto una liturgia della parola. Mi pareva un onorevole compromesso tra me e la controparte. Non era una sfida».
E cosa, sennò?
«Non potevo tollerare calunnie gratuite. Mi ferisce ancora questa storia: era giugno, ero in Sardegna quando hanno cominciato a chiacchierare sul mio conto….
In Sardegna, perché?
«Da quattro anni dò una mano alla parrocchia dei Donà dalle Rose, a Porto Rotondo».
Bella gente da quelle parti.
«Gente».
Chissà che successo per un prete giovane…
«Evangelizzare i ricchi è più difficile che con i poveri. Comunque, discorso chiuso. Non andrò più a Porto Rotondo».
Perché?
«Il parroco di Golfo Aranci, don Pasquale Finà, mi ha chiesto di non tornare dopo quello che è successo a Monterosso».
Ospite sgradito?
Esatto. Mi ha detto: sarebbe meglio se non ti facessi vedere».
Complimenti alla solidarietà di categoria.
«Sono convinto che su quarantamila preti, cinquemila sono fidanzati, cinquemila omosessuali. Cento sicuramente santi». Ne restano circa trentamila.
«C’è un po’ di tutto, oltre gli onesti: alcolizzati, esauriti e quelli che pensano solo a raccogliere soldi. Per sé».
Com’è cominciata?
«Quando i pettegolezzi sono diventati insopportabili sono andato dal vescovo e gli ho chiesto di potermi ritirare. Eccellenza non ritengo di avere più la fiducia dei miei parrocchiani. E lui: invece stai al tuo posto altrimenti penseranno che sei davvero colpevole».
Poi?
«Ho scelto la provocazione. Ai miei fedeli ho detto: se volete che resti con voi, dovete credere che ho almeno una donna e un figlio».
E loro?
«Hanno capito perfettamente. Era l’unico modo per esorcizzare le malelingue».
Com’è quella donna?
«Quale?»
Quella di cui lei è innamorato.
«Una donna. Come tante».
Bella?
«Che importa la bellezza?»
Per dovere di cronaca e completezza d’informazione va detto che a questo punto Giorgia, la segretaria, perde la maschera professionale e conferma con gli occhi: è bella, la donna di don Sante. Conclude il messaggio con un gesto rassicurante: fidatevi. Poi riprende a leggere la corrispondenza, apparentemente disinteressata dall’intervista che si sta svolgendo a un metro da lei.
Espulsione a parte, dove puntano?
«Vogliono che vada via, in silenzio. Che sparisca, insieme alla famiglia, senza far rumore. Ma io non ci sto».
Mettiamo che il Papa la riceva in udienza.
«Gli chiederei di risolvere la scandalosa situazione dei divorziati e dei separati. Solo chi ha soldi, molti soldi, può ottenere l’annullamento del matrimonio. Come ha fatto Francesco Cossiga, per capirci».
Tutto qui?
«No. Vorrei che il Santo Padre ordinasse ai vescovi di denunciare i preti pedofili anche all’autorità giudiziaria e non soltanto al Vaticano».
E’ sicuro di voler continuare a fare il prete?
«Io sono prete, io mi sento prete. Il vescovo mi ha rimosso con un decreto ai primi di questo mese. Ho fatto ricorso alla Sacra Rota, vedremo. Nel frattempo vado dritto per la mia strada».
Da prete innamorato.
«Sì. Che ci posso fare se amo una donna? Per questo, solo per questo, dopo 16 anni da sacerdote mi ritrovo sfrattato, senza Tfr e senza salario. Dove vado?»
Il vescovo un’idea ce l’ha di sicuro.
«Invece resto. Anche perché ha voluto ascoltare solo quattro beghine e nemmeno un teste a difesa».
Perché quattro beghine ce l’hanno con lei?
«Mi rimproverano un peccato gravissimo: concedere una sala della comunità per corsi di ballo, yoga, dibattiti. Dovrebbe essere utilizzata esclusivamente per il catechismo».
Come sono i suoi fedeli?
«Operosi, solidali, laboriosi, altruisti. C’è anche qualche talento culinario e artistico. Il livello culturale non è alto ma nella media che si registra da queste parti dove tutti o quasi iniziano a lavorare da giovanissimi».
Quanti sono i veri cristiani?
«Almeno il 50 per cento. Non è poco, vista l’Italia di oggi».
Minacce?
«Molte. Lettere e telefonate anonime. In modo più o meno sbrigativo, mi invitano a levare le tende».
E lei?
«Resto».
Intanto va in tivù e scrive un libro: non è che vuol fare il prete tronista?
«Non amo affatto il protagonismo e i valori che ispirano la civiltà delle veline. Ma non posso neppure star zitto e subire».
Fino al martirio, insomma.
«Macché. La verità è che sto solo anticipando i tempi. Prima o poi la Chiesa di Roma dovrà riconoscere la realtà dei separati e dei divorziati, la realtà dei preti innamorati. Se per ottenere questo bisogna pagare un prezzo, eccomi, son qui».
21/10/2007 11:20 – fonte: unionesarda.it

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Festa del cinema, lo scandalo è in tv

UN INTRECCIO di amori, desideri repressi, religione, morte. Alla Festa del cinema è il momento dello scandalo. Ma tocca alla tv, non al grande schermo, sobbarcarsi l’onere della sfida. Accade con Donne assassine, puntata-pilota (presentata nella sezione Extra) di una serie prodotta da Fox Channels Italy, diretta da Herbert Simone Paragnani, con Sabrina Impacciatore e Donatella Finocchiaro, tratto dal libro di Marisa Grinstein Mujeres Asesinas (titolo anche di una serie di successo in onda in Argentina). Girato fra Buenos Aires e Torino, Donne assassine è un crime-movie ispirato alla vera e tragica storia d’amore fra una suora e un’attrice, in Argentina. Un esperimento coraggioso: è incerto se la serie (finora è stata prodotta solo questa puntata) avrà un futuro e una collocazione in palinsesto. Visto anche il tema, a dir poco inconsueto nel panorama televisivo italiano.

Marta e Veronica. La prima (Finocchiaro), timida, tutta casa e chiesa, il sogno di prendere i voti. L’altra (Impacciatore), attrice sull’orlo del fallimento, preda di crisi violente che l’hanno portata alla rottura col suo giovanissimo amante. Si incontrano, è l’inizio di un’amicizia speciale. Vanno a vivere insieme, anche con l’aiuto di don Ignazio (Colangeli), un prete operaio coraggioso e carismatico, che non fa caso alle avvisaglie di come quel rapporto rischia di trasformarsi. L’amicizia fra le due scivola presto nel desiderio sessuale. L’epilogo sarà il più tragico e inaspettato.

Due femminilità agli antipodi, una rassegna delle sfumature dell’essere donna. Senza risparmio di emozioni: c’è il sangue, c’è il sesso, le atmosfere noir, le lacrime, i corpi, la carne. E un patrimonio di psicologie e contraddizioni che talvolta la tv, abituata a declinare il femminile solo nei ruoli di figlie, mogli e madri, dimentica. Racconta Paragnani che la Fox gli aveva chiesto "un prototipo televisivo che avesse la qualità di un prodotto cinematografico". Serial come Lost o 24, osserva il regista, "non hanno nulla da invidiare al cinema, in termini di regia e interpretazione. Gli standard qualitativi imposti dalla rete sono altissimi, ma è grazie a committenze come queste che oggi il grande cinema si vede in tv".

Nel film si parla di un amore lesbico e di un delitto efferato che coinvolge una donna di chiesa: "Tutti tabù – dice il regista – che nessuna rete in chiaro sarebbe disposta a infrangere. Il problema è che la tv generalista rifiuta il concetto di autorialità. Più che una critica, è una constatazione. I prodotti televisivi italiani si somigliano tutti, sempre alla ricerca di un tocco di mélo, persino nelle sit-com". La sfida, quindi, è anche "nel proporre a una platea televisiva fatta per lo più di donne, almeno così dicono le statistiche, una storia fuori dagli schemi. La femminilità in tv è sempre rassicurante. Invece c’è tutto un mondo, di donne omosessuali, o di sessualità represse, di altri modi di vivere la femminilità, che la tv e il cinema hanno rimosso".

Quanto alle attrici, "hanno fatto pochissima tv – spiega Paragnani – ma sono state le prime a sostenermi. Hanno letto la sceneggiatura e, quando hanno capito che si trattava di una puntata che poteva non andare mai in onda, hanno rinunciato ai compensi abituali pur di farne parte". "Ciò dimostra che c’è grande sete di novità, non solo in chi il cinema lo vede – conclude il regista – ma anche in chi lo fa".
fonte: repubblica.it

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Don Sante lascia…

(Ri.Ba.) Don Sante lascia (o "dovrebbe" forse è il caso di dire dopo quanto visto fino ad oggi) la parrocchia. E a deciderlo sono stati proprio i suoi parrocchiani. Ieri sono state infatti depositate in Curia le ormai famose 40 firme contro il parroco ribelle. Ma sembra quasi che don Sante sia destinato ad andarsene da vincitore. Non a seguito del braccio di ferro con il vescovo ma sulla base di una regola imposta da lui stesso all’indomani della prima conferenza stampa: "Me ne andrò solo quando almeno 40 degli 800 parrocchiani di Monterosso mi chiederanno di farlo". Ed ecco avverata la richiesta. "Almeno con questo ho ottenuto un risultato – ha commentato don Sante – si è passati da una monarchia assoluta ad una oligarchia di 40. Non è ancora democrazia ma almeno la strada è stata imboccata". Ma don Sante non farà le valigie prima di fine anno. L’ultima votazione popolare (quella dello scorso 4 settembre) aveva infatti valore trimestrale. E intanto alla prima "udienza" del processo penale-amministrativo avviato ieri in curia don Sante non si è nemmeno presentato. "Non voglio perdere tempo, la sentenza è già fatta – ha spiegato – poi non mi piace vedere il vescovo arrabbiato (seguendo la sua storia verrebbe da pensare proprio al contrario, ndr). Di certo qualche superiore gli ha fatto passare dieci brutti minuti in questi giorni". E nel frattempo emergono altre rivelazioni. La Curia avrebbe infatti raccolto nuove prove che dimostrerebbero che don Sante avrebbe costretto al silenzio diverse persone e avrebbe violato il segreto professionale. In questi giorni a Padova è arrivata anche una commissione speciale da Roma per tentare di "aiutare" il vescovo a mettere la parola fine sulla vicenda.

fonte: ilgazzettino.it

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Avviato processo penale amministrativo ecclesiastico contro d. Sante

ABANO Il parroco ribelle di Monterosso ha oltrepassato ogni limite: gli organi superiori avviano un procedimento penale amministrativo
La Curia processa don Sante per atti impuri
Per aver violato il 6. Comandamento; violata ubbidienza al superiore; eccitato i parrocchiani alla disobbedienza contro il vescovo
Abano

Dal Monte Sinai al Monterosso. I comandamenti fanno tremare il parroco ribelle. A rovinare la giornata di ieri a don Sante Sguotti è stata una lettera inviatagli dalla Curia con la notifica dell’"avvio del processo penale amministrativo". Don Sante Sguotti, questa mattina, alle 11, dovrà comparire in Curia per cercare di spiegare le proprie ragioni. Ma l’accusa è più grave di quanto si possa immaginare.

Il processo è stato avviato per scandalo in materia "de sexto" cioè in merito al sesto comandamento (Non commettere atti impuri), per aver disobbedito al proprio legittimo superiore e per aver "eccitato alla disobbedienza contro il vescovo".

Accuse gravissime di fronte alle quali don Sante dovrà piegare il capo. Soprattutto perché, visto che la curia si appella alla violazione del sesto comandamento, sembra fermamente convinta che l’amore tra don Sante e Tamara (o Laura come la chiama il parroco) non sia stato poi così platonico.

Queste quindi le "ipotesi di reato". Per quanto riguarda la "pena", il parroco di Monterosso rischia di non poter mai più dire messa e di essere, come si dice in termini tecnici, "ridotto allo stato laicale". Insomma il rischio è che l’ormai ex parroco di Monterosso possa trasformarsi anche in un "ex prete".

Ma il giudizio di don Sante sulla curia non si ammorbidisce. «Il vescovo si comporta come un tiranno assoluto – ha spiegato il parroco – vuole solo imporre il suo potere». E non scampa al duro giudizio del prete ribelle nemmeno don Giovanni Brusegan con cui don Sante si è incontrato pochi giorni fa.

«L’ho trovato molto arrabbiato – ha spiegato – mi ha accusato di aver plagiato molte persone a Monterosso, poi mi ha dato dell’ipocrita e del falso. Un atteggiamento ben diverso da quello che siamo abituati a vedere in don Brusegan».

Cosa deciderà ora di fare il parroco nessuno lo sa. Se si presenterà in curia a spiegare le sue ragioni o se ignorerà ancora una volta l’invito-imposizione del vescovo lo vedremo solo nel corso della giornata odierna. Ma di certo don Sante non sembra essere impaurito nemmeno da questo processo.

«Siccome io sono un personaggio costruito da chi mi vuole male – ha spiegato – prendere queste decisioni ingigantisce ancora di più la mia figura, è chi mi vuole male che mi ha portato sui giornali e in tv. Ben venga allora anche un nuovo decreto, mi toccherà diventare ancora più famoso!».

E se le previsione del parroco ribelle si avvereranno non resterà che abituarsi alla presenza di don Sante a Buona Domenica e agli altri talk show televisivi.

Riccardo Bastianello – fonte: ilgazzettino.it

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