Riad. Arabia Saudita, tutti gli obblighi per le donne

da Avvenire

Una donna saudita al volante: solo dal 2018 alle saudite è permesso guidare (Ansa)

Una donna saudita al volante: solo dal 2018 alle saudite è permesso guidare (Ansa)

Ecco i principali obblighi cui devono sottostare le donne in Arabia Saudita.

Tutela maschile

La donna saudita è sottoposta alla tutela di un parente maschio (mahram, in arabo) che può essere suo padre, marito, fratello o figlio. Una custodia permanente, anche in caso di violenza domestica. Il tutore non provvede alle necessità della donna, ma le limita, impedendone qualsiasi forma di emancipazione: non può viaggiare, sposarsi, lavorare o accedere all’assistenza sanitaria senza il suo permesso. Nel caso di matrimonio con uno straniero, le donne devono inoltre chiedere l’approvazione del ministro dell’Interno.

Vestiario

La scelta del guardaroba è molto limitata per le donne saudite, che devono indossare sempre l’abaya, un lungo vestito che arriva fino ai piedi, oltre al velo islamico (di cui parla il Corano). Negli anni, è stato concesso solo un minimo margine di libertà sul colore. Un decreto entrato in vigore nel 2012 vieta ai titolari dei negozi di articoli femminili, come cosmetici e lingerie, di assumere personale maschile, portando sì all’ingresso di molte donne nel mondo del lavoro, ma anche alla chiusura di centinaia di piccoli esercizi.

In tribunale

Richiamando alcune norme coraniche, la testimonianza offerta in sede giudiziaria da una donna vale la metà di quella di un uomo. Lo stesso vale per l’eredità che tocca a una donna, dimezzata rispetto all’uomo. Eppure Riad è stata eletta nel 2017 membro della “Commissione Onu sulla condizione delle donne” che ha come compito «la promozione della parità tra i sessi e dell’autonomia delle donne». «È come nominare un piromane a capo dei pompieri», aveva commentato il presidente di “Un Watch”.

Spazi separati

Nel Regno rimangono in vigore norme volte a garantire la completa separazione tra i sessi, a partire dai banchi di scuola. Gli spazi pubblici – come i ristoranti – sono divisi in una sezione dedicata alle “famiglie” a cui possono accedere le donne e una per i soli uomini. Le occasioni in cui le donne possono interagire con uomini diversi dai membri della loro famiglia sono rare. A un recente dibattito sul femminismo svoltosi nella provincia di al-Qassim, gli uomini erano seduti una sala, le donne in un’altra.

Diritti senza diritti

Dal 2013, trenta donne siedono al Consiglio consultivo (Majlis al-Shura) nominato dal re (il 20% del totale), che fino ad allora era composto solo da uomini. Il decreto reale aveva allora parlato di «pieni diritti di partecipazione» ai dibattiti, al pari dei colleghi maschi. Lo stesso, è stato imposto alle donne il rispetto delle regole della sharia, compreso il velo, e l’obbligo di sedersi in posti riservati, ai quali possono accedere solo da un’entrata speciale.

ERRICO CONTRO LA CURIA

E’ gelo tra il Presidente della Provincia Michele Errico e la curia brindisina. Tutti si erano accorti della mancanza del Presidente durante la cerimonia di riapertura della Cattedrale, ufficialmente a causa di motivi familiari che lo avevano portato, proprio nel giorno della visita del Cardinale Tarcisio Bertone, a Roma con la moglie. A gettare una nuova luce sulla mancata partecipazione del Presidente della Provincia, sostituito dal Vice-Presidente Damiano Franco, sono le dichiarazioni rilasciate ieri dallo stesso Errico riguardo all’”obolo” di 50mila euro donato dall’Enel all’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni per la manutenzione straordinaria dell’organo e per la costruzione della nuova cantoria della Cattedrale di Brindisi. Nel discorso in cui illustrava tutti i lavori eseguiti nella Basilica di San Giovanni Battista, infatti, monsignor Talucci ha apertamente ringraziato l’Enel per la sua generosa disponibilità, generando un brusio di disapprovazione tra alcuni dei presenti. Il Presidente della Provincia si è dichiarato molto deluso per i ringraziamenti ufficiali alla società elettrica perché “non si può dire grazie per un obolo quando c’è di mezzo uno strumento di morte”. Non è certo una novità che il Presidente Errico si riferisca alla centrale elettrica di Cerano in questi termini, ma lo è la presa di posizione nei confronti della Chiesa e di chi la rappresenta. Queste dichiarazioni hanno spinto il Senatore Euprepio Curto, Alleanza Nazionale, ad ipotizzare che la causa dell’assenza di Errico all’inaugurazione della Cattedrale, ristrutturata anche grazie ai fondi Enel, possa essere stato proprio il ringraziamento ufficiale di Monsignor Talucci all’Ente elettrico per il sostanzioso contributo. Ricordando anche la questione dell’ipotesi di “sfratto” del Prefetto da Palazzo Montenegro, il Senatore Curto ha concluso la sua dichiarazione affermando che Errico “ha rivolto i suoi attacchi niente di meno che a Stato e Chiesa” facendo prevalere il suo “egocentrismo esasperato”. Da parte sua, l’Enel, ha ricordato che “un dono è sempre un dono, – come sottolineato in una nota dei vertici della società – ha il suo valore intrinseco ed è un segno di stima e di attenzione ad una comunità, una città, a chi ne ha fatto richiesta”. Certo, un dono è pur sempre un dono, ma, a volte, può non essere completamente disinteressato e nascondere altri fini, non proprio altruistici. I cittadini di Brindisi, tuttavia, sperano che non sia questo il caso e che la “stima” e l’ ”attenzione” dell’Enel nei confronti della città emergano anche in altre, non meno importanti, questioni.

di Francesco Piccinin http://www.brindisitg24.it

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In piazza contro la violenza sulle donne

di Donatella Linguiti*,  in Aprileonline.info

Saremo in tante a Roma, per ribadire che la vessazione verso il mondo femminile è causata dal patriarcato, nelle diverse manifestazioni culturali, e avviene principalmente in famiglia. Manifesteremo anche per respingere strumentalizzazioni di fatti di cronaca che, invece di mettere all’indice la violenza maschile, vengono usati per seminare il germe razzista

Dopo quasi trent’anni le donne tornano in piazza sul tema della violenza, lo faranno a Roma il 24 novembre prossimo per dire no alla violenza maschile sulle donne. Penso che sia importante partecipare e sostenere questa iniziativa attraverso la quale si manda alla società e alle istituzioni un segnale inequivocabile, di cui deve essere recepita la forza reale e simbolica.
Sono convinta che in tante riprenderanno parola nella sfera pubblica per ribadire che la violenza sulle donne è causata dal patriarcato, nelle diverse manifestazioni culturali, e avviene principalmente in famiglia.
Saremo in piazza anche per respingere pretesti e strumentalizzazioni di fatti di cronaca che puntualmente, invece di mettere all’indice la violenza maschile di matrice patriarcale, vengono usati per parlare di altro e seminare il germe del razzismo e della xenofobia.
Non si può rinviare la presa d’atto che il problema è strutturale e coinvolge l’ambito culturale. Va affrontato a tutti i livelli con una logica di sistema, reticolare e partecipativa.

Da parte nostra ci stiamo misurando con la progettazione di azioni di prevenzione efficaci che coinvolgano la scuola, i mass media e la società civile. A partire da una formazione adeguata dei soggetti coinvolti a vario titolo: operatori sociali e sanitari, forze dell’ordine e magistratura.
La Finanziaria 2007 e la recente approvazione in Senato dell’articolo 55 per la copertura finanziaria hanno dato gli strumenti per avviare il Piano d’Azione nazionale per la lotta alla violenza sulle donne.
L’intento è quello di agire sui modelli identitari maschili, aprire spazi di riflessione e di interlocuzione per agire sugli stereotipi della forza e della violenza come componente determinante dell’identità individuale e collettiva.
Si intende quindi intervenire in maniera articolata predisponendo misure che guardano non solo all’aspetto della giusta repressione del fenomeno della violenza, ma soprattutto intendono investire nell’azione di emersione, prevenzione e formazione di tutti i soggetti interessati.
Tra gli attori coinvolti un ruolo preminente dovrà essere svolto dai Centri Antiviolenza e dalle Case Rifugio, luoghi da cui può partire un processo di diffusione e condivisione di buone pratiche a livello nazionale.

Solo per citarne una delle misure intraprese, a breve sarà pronto un bando per le scuole superiori che intende intervenire nel mondo della produzione di saperi e culture affinché venga insegnato alle giovani generazioni il rispetto per la libertà e autodeterminazione delle donne e del loro corpo.
All’interno di questo processo sui temi della violenza è stato aperto anche un tavolo di confronto per ragionare sia attorno alle questioni relative ai modelli maschili sia in merito alle politiche interculturali.
È partendo dal dialogo tra culture diverse, e soprattutto tra i due sessi, che credo si possa costruire una cultura del rispetto, nonviolenta, all’interno e all’esterno della propria comunità; ma anche sostenere le donne aiutandole a rivolgersi alla rete dei servizi territoriali per avviare un percorso efficace di fuoriuscita dalla situazione di violenza e contemporaneamente sostenere percorsi di recupero dell’aggressore.
È un tavolo "work in progress", al quale sono stati in primo luogo invitati soggetti intenzionati a ragionare sulle tematiche dell’intercultura e dei modelli maschili, per stimolare la connessione tra queste riflessioni.
Punto di partenza condiviso è che la violenza maschile sulle donne è una questione che attraversa trasversalmente religioni, etnie e classi. Attraverso questo percorso si intendono costruire momenti di incontro, analisi, riflessione ed elaborazione.

Per pensare di avviare un percorso così articolato e complesso, i soli fondi appositamente istituiti presso il nostro ministero (Diritti e pari opportunità) non sono sufficienti. Per questo credo che sia importante sviluppare una sinergia tra diversi ministeri, affinché le volontà politiche si traducano in azioni prioritarie e di intervento su un fenomeno sociale trasversale e che riguarda tutte e tutti.
Con la reale volontà politica di realizzare un intervento articolato e dunque strutturale, credo si possa dare una risposta chiara e netta alle donne che manifesteranno il 24 novembre a Roma.

*Prc, sottosegretaria ai Diritti e Pari Opportunità

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SINAGOGA USA OSPITA L’ORDINAZIONE DI DUE DONNE PRETE. E LA CHIESA CATTOLICA INSORGE

Polemiche e ostilità da parte della gerarchia cattolica statunitense per l’ordinazione sacerdotale di due donne del movimento indipendente Roman Catholic Womenpriests, nato nel 2002, che ha già consacrato finora più di 40 donne: ma non tanto – o non solo – nei confronti delle due candidate o del movimento, quanto della rabbina che ha concesso l’uso di una sinagoga per ospitare l’evento.

I fatti si sono svolti nella città di St. Louis (Missouri) e hanno come protagoniste una scrittrice ed ex direttrice di una casa editrice cattolica Elsie Hainz McGrath, 69 anni, e Rose Marie Dunn Hudson, 67 anni, ex insegnante. A celebrare l’ordinazione, l’11 novembre, la donna vescovo Patricia Fresen, per molti anni suora domenicana, che ad agosto le aveva consacrate diaconesse.

L’"incidente diplomatico" si è consumato quando la rabbina Susan Talve della Central Reform Congregation, nota per il suo impegno sociale e per la sua visione inclusivista della religione, ha scritto a p. Vincent Heier, direttore dell’ufficio diocesano per le questioni ecumeniche e interreligiose, comunicando la sua decisione di concedere l’uso della sua sinagoga per celebrare l’ordinazione. La risposta è stata perentoria: "Non è opportuno invitare, aiutare e favorire un gruppo come questo, che minaccia la nostra teologia e il nostro magistero". La rabbina ha replicato affermando di essere stata contattata per tempo dalle due candidate. "E come ha detto Isaia, ‘noi siamo una casa di preghiera per tutti i popoli’". La congregazione ebraica è stata unanime nel sostenere la decisione della rabbina Talve; una scelta che non poteva non attirarsi gli strali della gerarchia cattolica; l’arcivescovo mons. Raymond Burke ha fatto sapere che le due candidate – e chiunque le avesse appoggiate – sarebbero automaticamente incorse nella scomunica, spiegando sul giornale dell’arcidiocesi (9/11) che "la presunta ordinazione rappresenta una violazione di ciò che vi è di più sacro per noi nella Chiesa, uno dei sacramenti". "Essa mette a repentaglio l’eterna salvezza delle donne che ambiscono alla presunta ordinazione e della donna che pretende di essere vescovo cattolico, che propone di celebrare l’ordinazione. Genera confusione tra i fedeli e i non cattolici sull’infallibilità del magistero della Chiesa". Egli ha poi sollecitato la rabbina a ritirare la propria offerta, poiché questo atto avrebbe "causato dolore alla Chiesa". Quest’ultima, tuttavia, ha replicato che ciò le sarebbe molto dispiaciuto, ma che negare l’accoglienza a queste donne avrebbe ferito altre persone: "Ho ricevuto decine di lettere, montagne di e-mail e numerose chiamate telefoniche, specialmente di religiose, che appoggiano la nostra scelta di ospitare l’ordinazione e comprendono i valori che ci guidano. È triste per me che nella comunità cattolica vi siano persone che si sentono offese".

Secondo quanto riporta il settimanale National Catholic Reporter (9/11; ma del caso si sono occupati anche il New York Times e altri media) la posizione della Talve non è condivisa, però, da buona parte del mondo ebraico, timoroso di dover assistere ad una brusca interruzione delle relazioni con la Chiesa cattolica. Per il rabbino Mark Fasman, presidente della St. Louis Rabbinical Association, è inopportuno che una sinagoga ospiti un evento che nessuna parrocchia cattolica approverebbe; il Jewish Community Relations Council ha rilasciato una dichiarazione con la quale prende le distanze dall’iniziativa della Talve, sottolineando il carattere autonomo delle singole congregazioni ebraiche. "È nostra speranza – si legge in un comunicato – che ad un atto isolato da parte di una singola congregazione non sia consentito rompere la lunga tradizione di dialogo e di reciproco rispetto tra le nostre comunità ebraiche e cattoliche".

Per Ronald Modras, docente di studi teologici all’Università di St. Louis, il caso rappresenta invece "una notevole dimostrazione di sorellanza": "Ci sono donne di due fedi, cattolica ed ebraica, che lottano insieme contro l’esclusione patriarcale". Cosa che, ovviamente, non è accettata dalla gerarchia cattolica che, oltre a rifiutare il sacerdozio femminile, non considera valida la linea episcopale di successione apostolica che il Central Reform Congregation vanta. "Non si tratta di una funzione o cerimonia o liturgia cattolica – ha detto Lawrence J. Welch, docente di teologia sistematica e portavoce dell’arcidiocesi – perché chi la organizza non è in unità con la Chiesa".

Entrambe le candidate sono dotate di credenziali di tutto rispetto: la Hudson è ministra pastorale laica dal 1998, ha un master alla Loyola University, ed è stata la prima presidente donna di un consiglio parrocchiale. Anche la McGrath ha un master in teologia ed è stata direttrice della casa editrice cattolica Liguori, oltre ad aver lavorato nella commissione famiglia dell’arcidiocesi.
Le due donne celebreranno messa il sabato: "Se la gente vuole andare a messa anche nella propria parrocchia, lo potrà fare la domenica", hanno spiegato, aggiungendo: "La nostra comunità non la definiamo una parrocchia cattolica. Non vogliamo provocare uno scisma. Ma non nascondiamo il fatto che siamo preti cattolici". (ludovica eugenio)
fonte: ADISTA notizie n. 81 2007

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Nuove minacce contro Microsoft. Da un prete

Si ritiene un soldato di Dio e si appella ai credenti delle diverse religioni perché acquistino azioni Microsoft e costringano l’azienda a rivedere le proprie politiche, quelle che foraggiano i diritti dei gay

Redmond – Torna alla carica il reverendo Ken Hutcherson, pastore della Antioch Bible Church di Redmond, dove ha sede Microsoft. E proprio con Microsoft se la prende, rinnovando l’appello ai fedeli di tutte le confessioni di darsi da fare, entrare nel capitale azionario dell’azienda, e cancellare qualsiasi appoggio di Microsoft alla comunità gay, avversario ultimo della sua azione religiosa.

Il reverendo militanteHutcherson, che tenta di mobilitare il popolo dei credenti ormai da più di un anno senza grande successo, ha sollevato una certa attenzione quando nei giorni scorsi è intervento all’assemblea degli azionisti di Microsoft presentandosi loro come il "peggior incubo di questa azienda", proprio perché focalizzato sull’acquisizione di azioni per modificare radicalmente le policy della società fondata da Bill Gates.

Conservatore, riferimento spirituale per una comunità di circa 3.500 fedeli (il sito della sua chiesa va visto), il 55enne Hutcherson ritiene che Microsoft, così come molte delle corporation più importanti degli Stati Uniti, con le proprie azioni spinga gli "interessi omosessuali".

Al Telegraph dichiara di considerarsi "un soldato di Dio" e che quindi "Microsoft non mi fa paura, ho Dio dalla mia parte". "Ho detto loro che devono lavorare insieme a me oppure saranno travolti da una tempesta come non ne hanno mai viste, perché io sono il loro peggior incubo. Sono un uomo di colore con una causa giusta e molti bianchi di potere dietro di me".

"Non mi interessa quanto è grande Microsoft – ha dichiarato – Loro non sono che una piuma nel vento di Dio. L’America è iniziata in pratica con un tea party e Golia, se non sbaglio, fu abbattuto da David, che credeva nella stessa causa in cui credo io. Io intendo inseguire il nuovo Golia con una piccola roccia chiamata titolo azionario e lo farò tremare prima di aver finito (il mio lavoro)".

Perché proprio Microsoft? Perché è la società più in vista tra quelle che a gennaio dell’anno scorso hanno chiesto allo stato di Washington di aggiornare le proprie leggi contro la discriminazione sul posto di lavoro, una rivisitazione delle normative che secondo il reverendo di Redmond favorisce l’omosessualità, da lui considerato un "peccato".  fonte: punto.informatico.it

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OBBEDISCE ANCHE LUI

Io gli avevo creduto: don Aldo aveva assicurato che, anche se il vescovo gli avesse dato un ordine, avrebbe disobbedito. Invece… devo constatare che l’obbedienza continua a fare vittime.

Il vescovo ha ricevuto il parroco di Paderno che è uscito dall’incontro con la promessa di obbedire. Dunque, porta in faccia ai musulmani che si radunano nei locali dell’oratorio.

Vescovi che obbediscono ad esponenti della Lega Nord e parroci che obbediscono ai vescovi: ecco il panorama desolante di una chiesa ufficiale che davvero non sa più che cosa è il vangelo di Gesù di Nazareth.

Riporto di seguito l’articolo comparso su Repubblica di domenica 11 novembre

Il vescovo interviene sull’uso dell’oratorio di Paderno Ponzano concesso ai musulmani. La difesa di don Aldo: "Inutile parlare di dialogo se poi gli sbattiamo la porta in faccia"
La Diocesi di Treviso: "Moschea in chiesa? Non si può fare, il parroco obbedisca"

TREVISO – ”La chiesa parrocchiale di Paderno di Ponzano veneto non è mai stata data alla comunità islamica per incontri di preghiera”. Lo precisa il vicario generale della diocesi di Treviso, monsignor Corrado Pizziolo, intervenendo sulle polemiche relative agli incontri di preghiera dei musulmani di Paderno in un locale adiacente all’oratorio parrocchiale.

Il vescovo di Treviso Andrea Bruno Mazzocato, ha incontrato don Aldo Danieli, parroco di Paderno, per avere chiarimenti circa alcune sue dichiarazioni riprese dai quotidiani di oggi. ”All’interno di un dialogo fraterno e cordiale – si precisa in una nota del vicario generale – don Aldo ha ribadito la sua obbedienza al vescovo e la piena disponibilità a trovare una soluzione al problema”.

L’esperimento di mettere l’oratorio a disposizione dei tanti musulmani che vivono a Ponzano Veneto è di oltre un anno fa. Grazie al parroco della chiesa di Santa Maria Assunta, l’eccezione è diventata regola: ogni venerdì i locali della parrocchia si trasformano in moschea. Scelta unica in Italia che ha fatto insorgere la Lega e il suo leader: "Non credo che chi frequenta quella parrocchia sia felice di quanto accade", ha detto Umberto Bossi.

Ponzano Veneto, regno dei Benetton, ha oltre seicento stranieri (232 famiglie, per la maggior parte dell’Africa settentrionale e dell’Est europeo) su 11.400 residenti. Ecco perché don Aldo, 69 anni, non si è fatto problemi e ha offerto le stanze (l’oratorio con cucina) a circa duecento musulmani, molti di più durante le ricorrenze. "È inutile parlare tanto di dialogo – ha detto il parroco – se poi gli sbattiamo la porta in faccia".

Pubblicato da don Franco Barbero

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Bregantini, uno strano trasferimento

di Nuccio Iovene*,
La decisione di spostare il vescovo di Locri, simbolo della lotta alla criminalità organizzata, alla diocesi di Campobasso non è una buona notizia né per la Chiesa calabrese né per i cittadini. Quali possono essere le motivazioni?

Il trasferimento di Monsignor Bregantini dalla diocesi di Locri a quella di Campobasso non è una buona notizia né per la Chiesa calabrese né per i cittadini calabresi.
Vescovo in un territorio di frontiera, dal 1994 Bregantini è riuscito a diventare concreto punto di riferimento non solo per il popolo dei fedeli. La sua è stata la testimonianza forte di una Chiesa vicina al territorio ed ai suoi bisogni, ma netta nelle scelte di campo contro la mafia e la sua cultura pervasiva, così come contro i ritardi e le ingiustizie di cui la Calabria ha storicamente sofferto.

Trentino di nascita e di formazione, il vescovo ha molto investito nella contaminazione tra storie e realtà diverse, costruendo solide relazioni tra la sua regione d’origine e la locride, e fornendo spunti, aiuti concreti, sostegno alla nascita di cooperative sociali, associazioni di volontariato, reti di solidarietà in una realtà in cui non solo le istituzioni sono deboli, ma anche la società civile drammaticamente lo è. Un investimento di lungo periodo, quindi, non il pronunciamento di un solo giorno, per costruire dal basso le condizioni di una liberazione (così come si chiamava una delle sue comunità): dalle mafie, dal bisogno, dalla disoccupazione, dalla rassegnazione.

Vorrei non si dimenticasse che, prima di Bregantini, il Santuario affascinante della Madonna di Polsi, nel cuore dell’Aspromonte, era il luogo privilegiato dei principali summit di ‘ndrangheta e la Chiesa della provincia era piuttosto quella di Don Stilo, parroco di Africo, così bene descritta nel libro di Corrado Stajano.
Ecco perché il Vescovo è riuscito, passo dopo passo, a conquistare l’affetto ed il sostegno di tanti, ma anche il sospetto di molti, comunque la stima ed il rispetto di tutti.
Ed ecco il perché di tanta amarezza ed incredulità oggi, di fronte all’annuncio del suo trasferimento. Certamente il suo lavoro non poteva considerarsi completato ed il venir meno della sua figura carismatica rischia di mettere seriamente in discussione quanto sino ad ora realizzato.

Quali possano essere le motivazioni che hanno portato le autorità ecclesiali a questa decisione che sa tanto di "normalizzazione" non è dato sapere. Certamente non è il segnale di cui la Calabria e l’Italia avevano bisogno.

*Senatore Sinistra Democratica – fonte: aprileonline.info

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Testimone di nozze: la chiesa pone un veto

Vladimir Luxuria era stata chiamata dalla cugina per farle da testimone di nozze. Una cosa abbastanza consueta nel nostro Paese. Eppure questa volta la Chiesa, nel caso specifico il Santuario dell’Incoronata, ha risposto con un veto. Il vescovo di Foggia, infatti, avrebbe vietato alla deputata di Rifondazione comunista di fare da testimone in quanto “transessuale”.
"Ancora una volta la Chiesta dimostra il suo volto discriminatorio e integralista- spiega Luxuria-, imponendo ai fedeli divieti illegittimi e razzisti". "E’ un fatto gravissimo- accusa Luxuria- che dimostra, ancora una volta, la lontananza dei vertici ecclesiastici dalla comunita’ cattolica, sempre piu’ aperta e tollerante. Per quanto mi riguarda ho accettato la richiesta di mia cugina e del futuro marito senza opporre alcun problema riguardo alla scelta di sposarsi con rito cattolico". “Sono, dice la parlamentare, "una persona educata con il rispetto dei valori altrui e quindi mi sarei aspettata un atteggiamento altrettanto tollerante da parte del vescovo".
Quanto accaduto, conclude Luxuria, "non cambiera’ nulla rispetto ai sentimenti che mi legano a mia cugina e al suo compagno ma, spero, che possa contribuire a far calare il velo di ipocrisia che spesso circonda gli ‘affari’ della Chiesa". (fonte: rossodisera.it)
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Il Vescovo di Caserta attacca la Cei

 “La Cei ha l’atteggiamento del contro”. E’ la dura critica che il Vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, ha espresso contro la Comunità Episcopale Italiana durante un’omelia tenuta ieri pomeriggio in una parrocchia del capoluogo di provincia campano.

Nogaro si è chiesto: “Io mi domando: Cristo si sarebbe comportato così? La Chiesa è madre e deve andare incontro alla pecorella smarrita. Invece abbiamo fatto il Family day che non condivido”. Ha poi preso a modello il pensiero di Paolo VI che si è trovato nella difficile transazione del ‘68 in cui, oltre alla contestazione, si erano messe in discussione la morale e la teologia della Chiesa. “Ebbene in quell’occasione anche Paolo VI si dimostrò rigoroso. – ha detto il Vescovo di Caserta – Mai poi si corresse nella convinzione di aver esagerato. Il compito della Chiesa non è quello di mettere le misure alla morale, ma di aiutare le persone che sono in difficoltà”. Inoltre, ha citato l’altro papa Giovanni XXIII che vedeva una Chiesa perfettamente sintonizzata con il messaggio di Cristo ed auspicava una società senza classi e divisioni. Nessun passaggio, quindi, sulla dittatura del relativismo e la Chiesa di Benedetto XVI. Una posizione che, secondo il filosofo Emanale Severino, è una Chiesa che va ammirata “perché attraverso le parole di Ratzinger, mostra la propria capacità di capire il carattere decisivo della filosofia nella storia dell’uomo. Dopo la fine dell’Urss, con le ovvie differenze di impostazione, la Chiesa è rimasta l’unica istituzione planetaria a valorizzare questo carattere”. fonte: pupia.tv

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La venerabile impostura: vescovo accolto in cattedrale dopo quasi 100 anni

La Chiesa nissena chiede «perdono» al vescovo Zuccaro  

di walter guttadauria

La Chiesa nissena chiede finalmente “perdono” al suo terzo vescovo, accogliendone la salma in Cattedrale. Parliamo di mons. Ignazio Zuccaro, che guidò la nostra diocesi dal 1896 al 1906 dopo Stromillo e Guttadauro, prima di essere “dimissionato” dal Vaticano. E proprio di fronte il sepolcro del suo predecessore Guttadauro (nella quarta cappella della navata destra) riposerà Zuccaro, che dal 1913 – anno della sua morte – è sepolto nel cimitero di S. Orsola a Palermo. In questi giorni, alla presenza del vescovo Russotto che ne ha voluto la traslazione, sarà fatta la riesumazione della salma, dopodiché i resti verranno raccolti in una cassetta funeraria per essere inumati nella nostra Cattedrale.
Decisamente un “evento” pregno di significati, dunque, che rompe il lungo silenzio con cui la Chiesa nissena “archiviò”, all’epoca, il discusso mandato di Zuccaro, stendendo in pratica un velo di silenzio sulla sua memoria. Ci ha pensato in questi ultimi tempi un laico, Sergio Mangiavillano, a squarciare questo velo, rispolverando la vicenda Zuccaro e analizzando il contesto locale in cui si consumò: tempi difficili segnati da aspre lotte sociali e da una profonda divisione tra il clero locale, con scontri tra fazioni interne alla Chiesa: un tempo di cui quel pastore, contrastato oltre che da una frangia dei suoi preti anche dalla classe padronale e massonica, fu vittima sacrificale: una fine immeritata per chi aveva dato straordinario impulso al movimento cattolico, spendendosi al servizio dell’evangelizzazione e della promozione umana, confrontandosi con le aspettative delle classi meno abbienti, denunciando le piaghe sociali, come lo sfruttamento sul lavoro e l’emigrazione; ma che proprio per questo, forse, pagava sopraffatto dalla calunnia.
Mangiavillano ha concretizzato il tutto in modo, se vogliamo, provocatorio, scrivendo un romanzo-saggio – lui lo definisce così – ispirato al prelato e al suo decennio episcopale. «La venerabile impostura» (Intilla editore) è il titolo del romanzo, che sarà presentato giovedì 8 novembre, alle ore 17,30, nel salone del museo diocesano del Seminario. L’appuntamento è promosso dal Comune e dalla Lumsa (di cui Mangiavillano è docente): interverranno don Vincenzo Sorce, il vice sindaco Fiorella Falci, l’autore e il vescovo Mario Russotto.
S’infrange così, dopo oltre un secolo, il silenzio “ufficiale” della Chiesa nissena, divenuto indifferenza, sulla vicenda Zuccaro (non sono mai state note le motivazioni delle sue dimissioni dopo l’inchiesta del visitatore apostolico Bresciani). E ci voleva uno spirito libero come Mangiavillano, critico, profondamente legato a questa città e alla sua storia, acuto osservatore, per ridare “dignità” a quel vescovo calunniato, pur sulle ali della fantasia: il velo squisitamente storico-religioso spetta ad altri alzarlo. Mangiavillano, nel suo libro, ne ha contestualizzato la vicenda sullo sfondo del difficile scenario locale tra Otto e Novecento, forte del fatto che – spiega nella sua nota – «contrariamente a quanto avviene per lo storico, la libertà e l’alibi della fantasia consentono allo scrittore di romanzi di muoversi senza limitazioni e cautele all’interno di un contenitore, il racconto, in cui, contaminandosi reciprocamente, la storia si avvicina al romanzo e il romanzo si avvicina alla storia. Quello che ho scritto non è un romanzo storico, anche se reali e non inventati sono il protagonista, alcuni personaggi e il contesto che fa da sfondo alla narrazione».
Cambiati i nomi dei luoghi e dei personaggi, eccoci dunque nella Nissa (Caltanissetta) fine Ottocento. Nel 1896, alla morte del vescovo Guttadauro (chiamato Mauro nel romanzo), il successore designato è il palermitano Ignazio Meli (Zuccaro). Il nuovo pastore è accolto con la coreografia di prassi: al suo fianco da quel momento ci sono il vicario generale Palizzi (Giuseppe Polizzi) e il segretario Correnti (Angelo Gurrera): quest’ultimo nel 1896 ha appena 26 anni, solo da due è sacerdote, ma ha già una personalità di spicco e sarà il referente del vescovo nei rapporti col movimento cattolico locale, di cui diverrà capo riconosciuto (peserà anche questo nella “condanna” finale del prelato?).
Mons. Meli-Zuccaro trova un clero scisso tra “leoniani” e conservatori, con contrasti anche di campanile, e comincia pian piano la conoscenza col suo “gregge” con la sua prima visita pastorale del 1897 a Miccichè (Villalba): il resto della conoscenza avviene tra pubbliche funzioni, processioni della settimana santa, ricevimenti baronali con contorno di aristocratiche signore, chiacchiere e prime di una lunga serie di maldicenze, che non risparmiano nemmeno l’aspetto fisico del prelato, alquanto rubicondo, lui che non disdegna qualche cannolo, o qualche sigaro, e si mostra troppo alla mano con i suoi interlocutori: altro che la l’austera e quasi inarrivabile figura del predecessore Mauro-Guttadauro…
Il resto delle maldicenze arriva dal circolo dei nobili di piazza Unità d’Italia (Garibaldi), presieduto da don Nonò Alfano, che giudica sovversivo un vescovo che forza troppo la mano sul versante sociale, che parla in difesa di contadini e zolfatari, che non li vuole sfruttati, sottopagati, emigrati, o… morti disgraziati, come il piccolo Tano, caruso di pirrera. Ma altre critiche, più o meno velate, provengono dallo stesso clero, dal comportamento ipocrita. Meli-Zuccaro passa così i suoi non facili anni, tra eventi vari, come l’erezione del monumento al Redentore grazie all’infaticabile opera del canonico Fulci (Francesco Pulci), o la pubblicazione de «L’Alba» («L’Aurora») coordinata da Correnti-Gurrera. Ma – quasi una congiura ordita ad arte – ecco via via altre accuse farsi strada, dalle simpatie per il “modernismo” di Loisy (un’eresia agli occhi del Vaticano), all’interesse per donne e appalti (del nuovo seminario). La valanga di lettere anonime piovute a Roma fa così scattare la visita inquisitrice del redentorista Bresciani: ma la sensazione è che i giochi siano già stati decisi ancor prima delle sue audizioni, tutte peraltro a favore del vescovo, alfine “dimissionato”. Eccola, dunque, l’impostura, e Mangiavillano riesce a rendere bene l’amaro tramonto del prelato e l’abbandono di Nissa, come molto probabilmente sarà stato nella realtà. fonte: lasicilia.it

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Quattro proiettili da cinghiale per don Sante

ABANO TERME Il parroco-show man dice di averli ricevuti in canonica e accusa: «Colpa del clima alimentato contro di me dal vescovo»

Inviati in un pacco con la scritta: «Uno a te, uno alla tua donna, uno a tuo figlio e l’ultimo se qualcuno riesce a scappare»
Abano Terme

«Uno è per te, uno per la tua donna, uno per il tuo bambino e uno nel caso qualcuno di voi riuscisse a scappare».

Queste le poche righe che accompagnavano un pacco recapitato in canonica a Monterosso venerdì a don Sante Sguotti. A fianco al biglietto c’erano quattro proiettili per la caccia al cinghiale. Tutto è accaduto mentre l’ex parroco di Monterosso non c’era. A ricevere il pacco è stata una ragazza dei fedelissimi del prete ribelle. Fin da subito quel pacco aveva destato sospetti. Dopo aver chiamato don Sante per chiedere un parere, il parroco e la stessa ragazza hanno deciso di avvertire i carabinieri e di non aprire il pacco prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Solo negli uffici della stazione dei carabinieri di Abano, con le dovute cautele, i militari hanno aperto il pacco, scoprendo le quattro cartucce e il biglietto allegato. A seguire la descrizione dettagliata dell’uso da fare di quei quattro proiettili. Una sequela di insulti di ogni tipo rivolti all’ex parroco, alla sua donna e al bimbo di un anno (la cui paternità deve essere ancora chiarita).

Ora ad occupare la mente del prete innamorato c’è un solo sentimento: la paura. Paura perché nessuno, se non uno squilibrato, sarebbe mai arrivato a tanto. E proprio perché squilibrato è imprevedibile. Ma d’altra parte don Sante l’aveva previsto quando il vescovo Antonio Mattiazzo aveva additato il prete ribelle definendolo come "Il principe delle tenebre" e come Satana.

«Don Brusegan e il vescovo hanno alimentato questo tipo di azioni – ha spiegato don Sante – visto che hanno parlato fin da subito e con toni pensanti di una condanna nei miei confronti. Avevo solo chiesto un dialogo, ma questo è quello a cui si arriva quando un dialogo non è possibile e chi ti dovrebbe ascoltare vuole solo puntare il dito e usare parole pesanti di condanna». Come a dire che la dura presa di posizione seguita da parte della curia alle posizioni di don Sante avrebbe fomentato l’azione di qualche esagitato (con ogni probabilità della zona, se non proprio di Monterosso), che è arrivato a minacciare così gravemente l’ex parroco, la donna che lui ama e quel bambino di un anno nato (forse) dalla loro unione.

Riccardo Bastianello – fonte: ilgazzettino.it

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Padova: prete innamorato, plico con 4 proiettili

PADOVA – Don Sante Sguotti, l’ex parroco innamorato di Monterosso, in provincia di Padova, ha ricevuto nei giorni scorsi una lettera minatoria con quattro proiettili da caccia. Il messaggio era: "Uno a te, uno alla tua donna, uno a tuo figlio, l’ultimo se qualcuno dovesse scappare…”. Lo scrive ‘Il Gazzettinò. Il plico era stato portato insieme alla posta in canonica ed è stato preso in consegna da una giovane della parrocchia. Don Sante infatti è stato sospeso a divinis dal vescovo di Padova. I carabinieri di Abano Terme indagano sulla vicenda. (Agr)
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Coabitare: l'Europa delle minoranze

  "Da un’Europa sconvolta dai recenti conflitti nei Balcani ad un Europa che, valorizzando etnie, lingue e religioni, sappia cogliere le tante opportunità anche attraverso l’allargamento dell’Unione". E’ questo l’appello che è emerso dalle relatrici alla Conferenza internazionale promossa venerdì scorso a Bolzano dalla World Social Agenda nell’ambito della manifestazione "Liber Europa–Freies Europa". La conferenza ha concluso il ciclo di riflessione quadriennale sui continenti nei quali donne dell’Africa, America Latina, dell’Asia, dell’Europa dell’Est e dei Balcani hanno presentato le loro attività e la loro visione di un mondo "diverso, multiplo, mescolato". Dal prossimo anno, la World Social Agenda proporrà percorsi, dibattiti e eventi a Padova, Trento e Bolzano sugli "Obiettivi del Millennio" proposti dall’Onu.
fonte: unimondo.oneworld.net/
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Censura di massa

di: Alessio Mannucci  (fonte: ecoplanet.com)

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Franco Levi, ha presentato una proposta di legge che intende “regolare” i prodotti editoriali del web, prevedendo sanzioni per eventuali diffamazioni. Tutti i siti, compresi i blog, dovranno registrarsi al “ROC”, il Registro per gli Operatori della Comunicazione. «Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali – rassicura Levi – non sarebbe praticabile». «Quando prevediamo l’obbligo della registrazione – continua Levi – non pensiamo alla ragazza o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog, pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata, ma anche con internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, così, un autentico operatore del mercato dell’editoria». Levi difende anche il percorso di partecipazione con cui la proposta è stata costruita: «Non abbiamo lavorato nel chiuso delle nostre stanze: abbiamo pubblicato uno schema di legge e un questionario sul nostro sito internet e ci siamo fatti aiutare da esperti dell’economia e del diritto. Il risultato – spiega – è leggibile sul nostro sito, dove pure si possono trovare in totale trasparenza tutti gli elementi e i dettagli dell’intervento pubblico a favore dell’editoria».

Il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 ottobre: il Governo, su proposta del premier Romano Prodi, ha delegato se stesso all’emanazione di un testo unico per il riordino dell’intera legislazione del settore editoriale. Ora il ddl passerà all’esame delle Camere. Intanto, si sono scatenate le polemiche. Il ministro Di Pietro, dal suo blog, si è scagliato contro la proposta, che reputa «liberticida, contro l’informazione libera e contro i blogger che ogni giorno pubblicano articoli mai riportati da giornali e televisioni».

«Per quanto ci riguarda – spiega Giuseppe Giulietti, deputato DS e fondatore di Articolo21 – riteniamo un gravissimo errore l’assimilazione tra i siti editoriali tradizionali e l’intero universo dei blog». «Voglio sperare che il ddl del governo non voglia davvero regolamentare i blog nella rete, sarebbe come voler fermare l’acqua del mare», parafrasa il responsabile Informazione del PDCI, Gianni Montesano. Che però aggiunge: «Una cosa è la libera circolazione delle idee e delle informazioni, altra cosa un’iniziativa editoriale, per la quale, in quel caso sì, è giusta una regolamentazione».

È Beppe Grillo, titolare di uno dei blog più visitati al mondo, a guidare il fronte degli scontenti. «Palazzo Chigi ha approvato un testo per tappare la bocca a internet e nessun ministro si è dissociato. La prova ? La legge Prodi-Levi prevede che chiunque abbia un sito debba metterlo sul ROC dell’autorità delle comunicazioni, produrre certificati e pagare soldi anche se non lo fa a fini di lucro. Il 99% dei blog chiuderebbe. Il restante 1% risponderebbe, in caso di reato, di omesso controllo, e incapperebbe negli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica, galera sicura. Se questa legge passa, sarà la fine della Rete in Italia. Io sarò costretto a trasferirmi in un Paese democratico».

«Niente censure», risponde Levi, nessun controllo di Stato su internet. «Il governo – spiega il sottosegretario alla presidenza – non ha alcuna intenzione di tappare la bocca alla rete, non ne avrebbe neppure il potere. Ha soltanto varato un disegno di legge per mettere ordine al settore. Una cosa è un ragazzo che apre un sito, un’altra chi pubblica un vero prodotto editoriale. Vogliamo creare le condizioni per un mercato libero, aperto e organizzato». Insomma, sostiene il sottosegretario, «lo spirito della legge è chiaro: quando prevediamo la registrazione non pensiamo al ragazzo che realizza un proprio sito, ma chi attraverso internet fa informazione». Certo, ammette, «siamo consapevoli che il confine è sottile e non facile da definire, ed è per questo che ci affidiamo al garante».

Ma il blog di Grillo, che fine farà ? «Non spetterà al governo deciderlo», dice Levi.

Si può garantire un libero flusso dell’informazione impedendo l’utilizzo in rete, magari come chiavi di ricerca, di parole potenzialmente pericolose? Questa la domanda a cui bisognerà rispondere se andrà in porto il nuovo progetto annunciato dal commissario europeo alla Sicurezza Franco Frattini, intenzionato a mettere al bando termini come “bombe” o “uccidere”.

“Intendo condurre una indagine esplorativa con il settore privato – ha spiegato Frattini a Reuters – su come sia possibile utilizzare la tecnologia per impedire che la gente utilizzi o ricerchi termini pericolosi come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo”. Le dichiarazioni del Commissario, che già in passato aveva espresso alcune perplessità sulla disseminazione online di certe informazioni, non sono per ora destinate a tradursi in una normativa o in una tecnologia specifica: l’appello di Frattini è al settore privato e a quello pubblico, affinché collaborino individuando delle strade possibili.

In tal senso, il prossimo novembre Frattini intende inserire questa idea in una serie di misure anti-terrorismo che verranno proposte agli stati membri dell’Unione Europea, procedure che comprendono sistemi più efficienti per la prevenzione di attentati e l’analisi dei passeggeri in transito negli aeroporti. Sarà un caso, ma le dichiarazioni di Frattini sono giunte l’11 settembre, a sei anni dall’attentato alle Torri Gemelle, proprio in concomitanza dello European Security Research and Innovation Forum, un meeting che ha riunito i principali esponenti dell’industria tecnologica europea.

Secondo Frattini, è necessario muoversi in una direzione di maggiore severità, in quanto la rete, come già più volte ripetuto da molti esperti e diverse amministrazioni, viene utilizzata in modo massiccio dalle reti terroristiche internazionali. A chi ha definito il progetto di Frattini di “censura selettiva”, il Commissario ha risposto che. “istruire qualcuno su come si costruisce una bomba non ha niente a che vedere con la libertà di espressione, o la libertà di informare. Il giusto equilibrio a mio avviso è dare priorità alla protezione dei diritti assoluti e, primo tra tutti, quello di vivere”. Il Commissario ha garantito che non ci potrà essere alcun freno alla divulgazione di documenti storici, opinioni o analisi. Quel che va bloccato, ha spiegato, è la diffusione di istruzioni operative che i terroristi possono far proprie ed utilizzare. “Il livello della minaccia – ha sottolineato Frattini – rimane molto elevato”.

Tra le misure che dovranno essere implementate all’interno dell’Unione Europea, Frattini auspica modi più veloci per il blocco dei siti web. Il Commissario lamenta come in molti paesi dell’Unione sia ancora assai difficile pervenire ad una disconnessione di certi siti in tempi rapidi.

A chi l’accusa di fornire da anni alla dittatura birmana programmi e tecnologia per sottoporre a censura informazioni e opinioni che circolano via computer, Fortnet, un’azienda di Sunnyvale, nella Silicon Valley, risponde che non vende i suoi prodotti direttamente, ma attraverso società intermediarie. Non sa quindi molto dei clienti finali, anche se ritiene che siano essenzialmente aziende private che acquistano «filtri» da utilizzare, ad esempio, per impedire al loro personale di accedere a siti porno. Gli investigatori di Open Net Iniziative, osservatorio creato dalle università di Harvard, Oxford, Cambridge e Toronto per monitorare lo «stato di salute» di Internet, obiettano che tempo fa il capo delle vendite della società è stato ripreso dalla tv birmana mentre incontrava il capo del governo del Paese asiatico.

«No comment » anche da altre società californiane come Websense e Blue Coat System, la cui tecnologia è usata per censurare la rete in Paesi mediorientali come Yemen ed Emirati. Blue Coat, invece, ammette tranquillamente di lavorare per il governo dell’Arabia Saudita; anzi, sembra orgogliosa di assistere un alleato degli USA a, anche se il governo di Riad non è esattamente una democrazia. Per tenere sotto controllo il web, Singapore, altra dittatura che ha forti legami con l’Occidente, si affida invece a SurfControl, società a capitale britannico ma basata in California. Quanto all’Iran, non è chiaro quale tecnologia usi oggi: in passato ha sicuramente basato le sue censure sul sistema SmartFilter di SecureComputing, ma la società americana sostiene che Teheran l’ha usato illegalmente e non dispone degli ultimi aggiornamenti del programma.

La rivoluzione digitale di Internet ha aperto nuove frontiere di libertà nella circolazione delle informazioni ma, com’era forse inevitabile, ha anche spinto molti governi autoritari a cercare di neutralizzare gli aspetti democratici della rivoluzione digitale. Chi pensava che imbrigliare uno strumento universale come la rete equivalesse a tentare di svuotare il mare con un secchio, chi era convinto che il regime comunista cinese non sarebbe sopravvissuto all’avvento della comunicazione a banda larga, sta rivedendo i suoi giudizi: a Pechino, il PCC rimane al potere, mentre Internet è soggetto a una severissima sorveglianza. E i giganti americani di Internet — Microsoft, Google, Yahoo ! e Cisco Systems — sono stati ribattezzati dagli internauti «la banda dei quattro» per la collaborazione offerta alle autorità di Pechino nei loro interventi repressivi, nel tentativo di non perdere il ricco mercato cinese.

Quello della Cina è il caso più macroscopico e discusso, ma la censura su Internet si sta sviluppando a macchia d’olio in mezzo mondo. Secondo Open Net Iniziative (ONI), alcune repubbliche dell’ex URSS — soprattutto Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan — hanno ripetutamente smantellato interi siti web o bloccato quelli controllati da forze di opposizione nei periodi che precedono le consultazioni elettorali. L’elenco degli altri Paesi che cercano in un modo o nell’altro di mettere la «museruola» a Internet è lungo e comprende, oltre a quelli già citati, Egitto, Cuba, Corea, Siria, Tunisia e Vietnam. Apparentemente, invece, Russia, Malesia, Israele e Venezuela non hanno programmi governativi di intervento nella rete.

Quanto all’Europa, secondo l’organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione, ben 24 Paesi su 56 intervengono in qualche modo per limitare l’attività di Internet. Ma quali sono le tecniche d’intervento più comuni ? C’è chi scatena attacchi di hacker contro i siti che danno più fastidio e chi, come la Cina, gioca d’anticipo e impone a chi vuole operare nel suo Paese di esercitare un’autocensura preventiva sui contenuti. L’Iran, oltre a censurare, ha bloccato i sistemi di comunicazione a banda larga in modo da limitare l’afflusso e la velocità di circolazione di testi e video. La misura più drastica l’ha adottata la giunta militare birmana che nei giorni della protesta ispirata dai monaci buddisti è arrivata addirittura a disattivare l’intera rete.

Misure estreme che fanno notizia. Si parla meno dell’ordinaria censura, quella di routine, in genere attivata utilizzando programmi e tecnologie sviluppate da società americane di quella stessa Silicon Valley che ha regalato al mondo la libertà della comunicazione universale «a portata di clic». Gli studi fin qui condotti escludono i Paesi democratici dell’Occidente: si dà per scontato che qui i controlli, quando ci sono, servano a combattere il terrorismo o la pornografia, non a censurare la libertà di espressione. In realtà, anche in Europa non tutto è scontato, come nel caso della Germania che blocca siti e messaggi filonazisti.

Al Congresso di Washington è stato appena presentato il “Global Online Freedom Act”, un progetto di legge che punta a evitare che l’America continui a esportare software destinato a un uso politico repressivo. Non esistono soluzioni semplici sul piano tecnico (il software usato dai governi è abbastanza simile a quello sviluppato per combattere intrusioni nelle reti aziendali e anche nelle utenze domestiche), ma anche su quello politico il quadro non è del tutto nitido. Tanto più che nemmeno il Congresso si può considerare davvero indenne da tentazioni censorie. Prendiamo il caso Wikipedia: la recente indagine dalla quale è emerso che moltissime voci dell’enciclopedia «spontanea» sono state alterate dall’intervento di entità come la CIAa, il partito repubblicano, la chiesa cattolica e quella anglicana, è stata avviata da alcuni neolaureati del California Institute of Technology dopo aver scoperto che numerosi parlamentari USA avevano ripulito le loro scheda che compare su Wikipedia.

In campo internazionale, mentre gli USA hanno lanciato una campagna mediatica e politica ferocissima sulle costanti violazioni delle libertà individuali in Cina, due giganti della Information and Communications Technology statunitensi hanno firmato accordi commerciali che queste violazioni le consentono. Yahoo ! Incorporated, la più nota corporation pubblica di servizi Internet con quartiere generale a Sunnyvale in California, e Microsoft Corporation, sede Redmond a Washington, hanno firmato insieme a molti altri operatori dell’ITC un accordo con Pechino che restringe ancora di più la già scarsa libertà d’opinione in vista del 17° Congresso del Partito Comunista Cinese, he si è tenuto intorno alla metà di ottobre.

Per continuare ad operare nel mercato cinese, i firmatari hanno scelto di impegnarsi a rispettare un “codice di condotta” che ha poco il sapore della deontologia e molto quello della censura. Il codice è stato elaborato dalla Internet Society of China, un organismo semiufficiale i cui membri appartengono all’Accademia delle Scienze o ad altri think-thank vicini al Partito Comunista Cinese. Principio guida sottoscritto dalle Corporations: «non diffondere messaggi erronei ed illegali». Tra i comportamenti da seguire c’è quello, ad esempio, di costringere i blogger cinesi a registrarsi con nomi e cognomi reali. Secondo l’organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres, che ha lanciato l’allarme sul codice firmato con il silenzio di molti media, si tratta di «un’ iniziativa che avrà conseguenze molto gravi sulla blogosfera cinese e che segna la fine dei blogger anonimi… rischia di aprirsi una nuova ondata di repressione e di censura».

Le notizie che scappano ancora alle maglie della censura sono troppe per Pechino e rischiano di turbare la «società armoniosa» del presidente Hu-Jintao. Per evitare ciò, lo scorso agosto sono state arrestate sessanta persone nel nordest del Paese con l’accusa di avere diffuso notizie false attraverso Internet e telefoni cellulari. Reporters sans Frontieres ha provato ad ottenere una conferma o una smentita dalle sedi di Pechino di Yahoo ! ed MSN (la divisione Microsoft che si occupa di messaggistica). Quello che hanno ottenuto è stato un rigidissimo “no comment”.

Yahoo ! era già nell’occhio del ciclone per avere rivelato alla polizia cinese il nome di Shi Tao, un giornalista condannato a dieci anni di prigione per aver pubblicato una circolare dell’Ufficio per la Propaganda del Partito Comunista con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Il regime nazi-comunista cinese non ha gradito anche le proteste dei famigliari dei 181 minatori rimasti intrappolati sottoterra per una settimana a Xintai, nella provincia dello Shandong: le proteste, riprese da un videofonino, hanno fatto il giro del mondo attraverso YouTube. Le autorità cinesi della città di Xiamen, invece, messe in minoranza da SMS e Internet in una mobilitazione popolare contro la creazione di un impianto chimico, hanno obbligato i frequentatori dei siti web locali a registrarsi con il proprio nome e cognome nei forum nei quali esprimono le proprie opinioni. Non solo: ogni post sarà valutato prima della sua pubblicazione e qualsiasi post inaccettabile verrà bloccato: un funzionario ha spiegato che “coloro che diffonderanno informazioni false o dannose saranno arrestati o multati”.

Le autorità cinesi hanno anche bloccato un sito chiamato Great Firewall of China che, tramite un server situato in Cina, permetteva di verificare se un sito (o blog) fosse bloccato dal Grande Firewall Cinese. Inoltre, sono stati bloccati YouTube, Wikipedia e il sito Blogspot.com, già bloccato in precedenza per via di post del blogger cinese Chinabounder, che raccontava i propri successi sessuali con una signora mentre lavorava come insegnante di inglese. Ancor più recentemente, in Cina sono risultati inaccessibili i motori di ricerca americani Google, Yahoo ! e Live Microsoft: gli utenti venivano reindirizzati automaticamente sul motore cinese Baidu, che “evita” pagine sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital Marketing Blog e Blogoscoped. Google in un primo tempo ha confermato il blocco. Poi, il 19 ottobre, il portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale e da altri grandi centri. Eppure, per entrare sul mercato cinese, dove ad esempio il portale Alibaba vale (collocamento sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo ! hanno accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta e accondiscendente con le autorità di Pechino. Una commissione del Congresso americano ha recentemente avanzato il sospetto che i vertici di Yahoo ! abbiano mentito sulle informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano internet.

La sfida per il controllo è comunque mastodontica. In Cina, gli utenti della rete sono 137 milioni, il secondo posto per numero di connessioni dopo gli Stati Uniti. Il paese è diventato quest’anno il primo mercato mondiale per il colosso dei cellulari Nokia. Senza un accordo con l’ITC mondiale, è impossibile esercitare un controllo e una censura efficaci, se non assoluti. Ne sa qualcosa la NSA, che negli USA si è accordata con le compagnie private per ottenere intercettazioni e dati di qualsiasi comunicazione. La sfida lanciata alla rete, l’11 luglio del 2001, dall’allora presidente cinese Jiang Zemin, contro «l’informazione perniciosa», per trasformare la diffusione di materiale «segreto o reazioniario» in crimini capitali, non sarebbe possibile senza l’acquiescenza del mercato. Oggi Yahoo !, solo una delle tante Corporations, si difende ammettendo che sottostare a determinate regole è l’unico modo per operare nel mercato cinese.

In Europa, la censura politica, non particolarmente in voga, cede il passo a un filtraggio etichettato come «sociale», rivolto in genere ai contenuti che risultano illegali secondo le leggi dei rispettivi paesi. È il caso soprattutto di materiali pornografici e pedo-pornografici, di contenuti giudicati xenofobi o razzisti e di materiale considerato come incitante all’odio e al terrorismo. Negli ultimi anni, tuttavia, i paesi europei stanno ricorrendo sempre di più allo strumento del filtraggio sociale, non solo rispetto all’informazione illegale, ma anche rispetto a un’altra categoria di contenuti menzionata nel Piano d’Azione per la Promozione dell’Utilizzo Sicuro di Internet: quella del materiale «nocivo». È così che viene definito tutto ciò che può risultare offensivo dei valori e dei sentimenti di qualcuno, che si tratti di sentimenti politici, religiosi o di altra natura.

L’auto-regolazione volontaria delle società che forniscono servizi Internet è uno dei punti chiave delle strategie delineate dal Piano europeo, una modalità di controllo sull’informazione che punta ad una cooperazione tra le imprese e gli stati, da attuarsi con mezzi più o meno incisivi a seconda delle caratteristiche dei casi, segnalati da apposite agenzie governative. Adottata già nel 2004 dal Regno Unito, seguito da Norvegia, Danimarca, Svezia e Italia, la politica dell’autoregolazione risulta spesso «volontaria» solo formalmente, essendo in molti casi sollecitata e regolata dalle autorità attraverso provvedimenti legislativi. In alcuni casi, come in Germania, sono stati i motori di ricerca e i provider stessi a decidere di unire le forze per organizzare il filtraggio di contenuti nocivi ai minori (sesso e violenza, ma non solo), basandosi su una lista nera fornita da un’agenzia statale. Ed è proprio in Germania che l’effetto di questa politica si è fatto sentire in maniera pesante, sconvolgendo i membri delle comunità di Flickr.

Flickr è la piattaforma di condivisione di immagini online più popolata della rete, con milioni di iscritti in tutto il mondo, che annovera tra i suoi membri, oltre a casalinghe disperate che morivano dalla voglia di invadere la rete con i propri autoscatti e feticisti del fotolog e del report delle vacanze, anche moltissimi fotografi, illustratori, grafici e professionisti della creazione e della manipolazione di immagini. Eserciti di creativi che nelle pause dal lavoro sfogano il loro immaginario represso negli scontri di Photoshop Kung Fu, esperti di fotoritocco che si divertono con i montaggi, pittori, scultori e artisti di ogni sorta, che usano il sito per far conoscere le loro creazioni. Dal giugno scorso, gli utenti tedeschi non possono visualizzare il contenuto delle immagini che non siano «flaggate» come «sicure», né quelle prive di «flag». Quello dei «flag» è un sistema di auto-filtraggio che il software offre all’utente come servizio per limitare l’accesso alle foto che ritiene non del tutto «sicure». L’utente può decidere di valutare o meno le sue immagini e può valutare le immagini degli altri utenti come ad uso «sicuro», «moderato» o «ristretto», sollecitandone così la revisione da parte dello staff.

I membri tedeschi di Flickr si trovano così a condividere con Cina, Honk Kong, Singapore e Corea il triste destino di utenti «minorenni», esclusi dall’accesso a una grossa fetta del materiale postato da loro stessi e dagli altri membri, come quelle raffiguranti corpi nudi o altre scene valutate come «adatte a un pubblico adulto». Il dissenso dei membri si è organizzato nei forum interni, promuovendo diverse pratiche di protesta e reazione, rivendicando il diritto di utenti paganti ad accedere a tutti i contenuti. A fronte della protesta, del resto, gli amministratori hanno avuto ben poche possibilità di intervenire, essendo divenuti proprietà di Yahoo ! proprio pochi giorni dopo la costituzione della cordata per la «sicurezza» formata da Yahoo ! stessa insieme a MSN Deutschland, AOl Deutschland, Google e Lycos, intrapresa come mossa preventiva di ulteriori restrizioni legali, temute da quando l’UE ha iniziato a esercitare pressioni sugli stati e sulle imprese per coordinare una politica comune di filtraggio.

Dal 7 giugno scorso, Flickr risulta parzialmente navigabile in gran parte della Cina: in quasi tutto il territorio cinese risulta impossibile visualizzare le immagini presenti su Flickr, oppure inserire nuovi contenuti testuali o visualizzare quelli più recenti. Il personale tecnico del portale ha escluso che il problema sia dovuto a ragioni tecniche interne. John Kennedy, su Global Voices, ha spiegato che la causa di quanto accaduto sarebbero Lian Yue e Bullog, giornalista e blogger cinesi che da soli portavano avanti una campagna di informazione sulle manifestazioni di protesta che si stavano svolgendo nella regione di Xiamen. È possibile che c’entrino qualcosa anche le decine di immagini riguardanti gli avvenimenti di Piazza Tiananmen, moltiplicatesi in occasione dell’anniversario dei fatti del 1989, che raccontano una verità diversa da quella ufficiale e poco gradita alle autorità cinesi.

La blogosfera si è riempita velocemente di interventi polemici contro questa “purificazione”: molti anche i consigli su come aggirare la “Grande Muraglia” virtuale che circonda la Cina, attraverso interessanti estensioni per Firefox. Una in particolare è diventata una specie di punto di riferimento per la libertà di navigare ovunque: si tratta di “Access Flickr !”, sviluppata da Hamed Saber per scavalcare un blocco analogo a quello cinese messo in atto dal governo iraniano. L’estensione si installa facilmente e consente di fruire liberamente e senza alcuna restrizione dell’intero portale. Lo stesso Saber si è dichiarato disposto ad aiutare la comunità cinese di Flickr per agevolare l’introduzione del suo plugin, raccogliendo il plauso della rete dei blogger. Esistono anche altre soluzioni che permettono di scavalcare il blocco, ma nessuna è così semplice da usare come Access Flickr !.

La vicenda di Flickr ha portato alla luce un tipo di censura, occulta e silenziosa, cui ci troveremo di fronte sempre di più negli anni a venire, difficile non solo da eludere, ma anche da riconoscere, operata soprattutto sulle immagini.

Il presidente nord-coreano Kim Jong-II, paladino della censura dei media, ha spiegato di essere un “esperto di Internet”. Lo ha dichiarato, riportano le cronache, nel corso di un incontro tra le due Coree, spiegando che, proprio in qualità di esperto, lui sa che è meglio non diffondere l’accesso ad Internet. "Molti problemi emergerebbero – ha affermato il dittatore – se Internet fosse connessa ad altre parti del Nord". Come noto, in Corea del Nord, paese considerato nemico di Internet da Reporters sans Frontieres, esiste un sistema di connettività telematico, una sorta di intranet governativa, strettamente controllato, sul modello del “Great Firewall of China”, al quale non tutti possono accedere.

Un altro dei principali nemici di Internet, la Siria, è tornato a far parlare dei suoi filtri per la censura di stato: il firewall governativo ha messo fuorigioco una decina di siti che si battono per i diritti civili o blog che ospitavano articoli troppo generosi verso i valori democratici. Come riportato da Agence France-Press, tra i siti bloccati vi sono anche quelli di organizzazioni giornalistiche che hanno sede in Arabia Saudita e in Libano. In Siria, d’altro canto, i siti bloccati sono davvero numerosi, conseguenza dei timori pubblicamente espressi dal presidente-dittatore el-Assad, che ritiene la grande rete internazionale uno strumento capace di distruggere la società siriana.

Il Governo svedese se l’è presa invece con ThePirateBay.org, accusato di essere un sito pornopedofilo: i provider del paese sono stati invitati ad impedire che i propri utenti abbiano accesso a quelle pagine. Il Partito dei Pirati locali ha denunciato l’apparizione di una pagina di blocco sui computer di molti utenti svedesi che, nel tentare di accedere al sito della Baia, si sono visti annunciare la presenza di un sito pedopornografico (i promotori del sito, in nome della libertà di espressione, avevano annunciato l’intenzione di ospitare un forum sulla pedofilia). Secondo i pirati, questi filtri antipedofilia in Svezia sono stati proposti dal Governo: ai provider sta decidere se accettarli o meno. Inoltre, la Baia è già stata filtrata ingiustamente in questo stesso modo in passato e sempre dallo stesso ufficio di polizia, che vorrebbe attivare un blocco contro la Baia qualora “quei contenuti rimangano disponibili online”.

In India, la frangia estremista di un partito Hindu di destra, denominata Bharatiya Vidyarthi Sena, ha chiesto pubblicamente ai proprietari di Internet Cafe e postazioni pubbliche di impedire la navigazione di “Orkut” la popolare piattaforma di Google dedicata al social networking e al dating online. Secondo l’organizzazione, di ispirazione nazionalista, Orkut verrebbe sfruttata per diffondere false notizie sulla nazione indiana e sulla comunità Hindu in particolare, minacciando l’armonia del paese. Il sito è visto come uno dei mezzi che causerebbe la diffusione dei cattivi costumi occidentali, a scapito della cultura e delle tradizioni locali. “Stiamo dicendo gentilmente ai proprietari degli Internet Cafe che è loro compito vigilare sui navigatori affinché non alimentino questa campagna di odio”, ha detto Abhijit Phanse, portavoce dell’organizzazione, “o saremo costretti a fare questo lavoro per loro”, ha concluso. In precedenza, alcuni attivisti avevano preso di mira con atti vandalici alcuni Internet Point, ritenuti colpevoli di permettere l’utilizzo di Orkut.

Come già segnalato da Amnesty International, Le Internet company occidentali si trovano intrappolate in un atroce dilemma: collaborare con le autorità locali per attuare forme di censura mirata, o affrontare i rischi di una più coraggiosa libertà di espressione ? In ballo, c’è un mercato potenziale di oltre due miliardi di individui.

Secondo Google, la net company che ha nel suo cuore il motore di ricerca delle informazioni più usato dagli utenti di Internet, occorre equiparare il controllo preventivo dell’accesso ai contenuti ad un problema di natura meramente economica: essendo la fruibilità globale delle risorse web il punto cardine dell’ecosistema (economico, sociale e informativo) di rete, suggerisce BigG, l’atto di scaricare da un sito straniero equivale ad una vera e propria importazione, e qualsiasi ostacolo a questa possibilità è un problema di tipo commerciale e va quindi ascritto all’Office of the United States Trade Representative.

L’impiego crescente della censura telematica mette a repentaglio la libertà di espressione e di accesso alle informazioni tanto quanto il rodato sistema di advertising discreto che fa incassare a BigG la stragrande maggioranza dei suoi lauti introiti. “È pacifico che la censura sia in assoluto la barriera principale per il commercio che ci ritroviamo a dover affrontare”, ha dichiarato Andrew McLaughlin, direttore della policy pubblica e degli affari governativi per Google, che ha incontrato diverse volte durante l’anno gli ufficiali dell’USTR per discutere il problema. “Se i regimi di censura creano barriere al commercio in violazione dei trattati internazionali – ha sostenuto per tutta risposta Gretchen Hamel, portavoce dell’organismo di controllo USA – l’USTR dovrebbe interessarsene”. Hamel ha tenuto poi a sottolineare come problemi inerenti ai diritti civili siano generalmente di competenza del Dipartimento di Stato piuttosto che di un’organizzazione dedita al commercio come l’USTR.

Le manovre di Google sono perfettamente in linea con il suo rinnovato interesse per le sfere di potere tradizionali, quelle “off-line” del parlamento federale degli States. Nel mentre, fuori dalle aule decisionali, le organizzazioni pro-diritti digitali sembrano ben accogliere gli sforzi di BigG contro la censura telematica nel suo complesso, per quanto ne sottolineino i principi di natura squisitamente commerciale piuttosto che etico/morale. “La libera espressione è un bene commerciabile di notevole valore”, osserva Danny ÒBrien, coordinatore internazionale per Electronic Frontier Foundation. I filtri di stato non fanno altro che impoverire tale valore, diminuendo quindi l’appeal dei servizi forniti da Google per gli utenti che si trovano a dover fruire la Rete dietro i bavagli della censura di stato.

Quel che è chiaro, è che Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce “modello cinese”: una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell’autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi filtrano le informazioni e instaurano un regime di sorveglianza elettronica.

Lo ha confermato, di recente, anche un report di Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla Bielorussia alla Tunisia, dalla Thailandia all’Iran. Senza contare l’Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica. Fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma anche a operazioni alla luce del sole, come la limitazione dell’accesso agli Internet café, l’oscuramento di siti, l’arresto di coloro che, come il blogger egiziano Kareem Amer, trovano in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.

La situazione non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l’intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi. Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il governo cinese, considerato il vertice della censura online: Cisco e Google, fra mea culpa e richiami all’ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo ! pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la questione sollevata da New Scientist, su cui ha richiamato l’attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell’industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione “profonda” dei netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.

Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la web conferenza tenuta nel contesto della campagna “Irrepressible”, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell’informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una scrematura demagogica. Avverte Hancock: “Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere”.

GUIDA ANTI-CENSURA
Punto Informatico (17 ottobre 2007)

La guida anti-censura stilata dal CitizenLab dell’Università di Toronto può rivelarsi un utile manuale delle istruzioni. Segnalato da Ars Technica, il “manuale” di CitizenLab si propone come un prontuario per aggirare blocchi e per rendersi anonimi in rete, rivolto ai cittadini dei paesi i cui governi tentano di scoraggiare ogni consapevole partecipazione alla società civile. Paesi che, mostrano le mappe di Open Net Iniziative, hanno alle spalle una lunga tradizione censoria, spesso supportata da “censorware” che proviene da stati insospettabili, pseudo-garantisti.

Si comincia con un glossario, che rende accessibile il contenuto della guida anche ai netizen meno esperti; segue una presentazione dei regimi censori, e poi CitizenLab apre la “cassetta degli attrezzi”, una vasta scelta di sistemi per aggirare i filtri: più complesso è il sistema, più sono le possibilità di sfuggire a controlli e rischi, ma CitizenLab suggerisce di non strafare, scegliendo soluzioni adatte al proprio livello di competenza e tagliate su misura per ogni situazione.

Ad esempio vi sono le strategie per aggirare i blocchi imposti su determinati contenuti, quelle chiamate “circumvention technology”. Primo passo: individuare un contatto fidato e responsabile connesso da un’area non sottoposta a filtering, che possa fare da ponte per raggiungere contenuti altrimenti inaccessibili. Non si nasconde al cittadino della rete che in molti paesi questi stratagemmi possono essere illegali, così come è illegale accedere a contenuti che il governo ha ritenuto inappropriati. Al tempo stesso, CitizenLab avverte i gestori di servizi che fungono da ponte, come i server CGIProxy, psiphon o Peacefire Circumventor: fornire l’accesso a contenuti proibiti può suscitare l’ira funesta del censore.

Per chi invece non potesse fare affidamento su contatti all’estero, esistono altri sistemi per scavalcare i filtri. CitizenLab avvisa però che i proxy pubblici raccolgono una serie di dati che potrebbero tradire il netizen, disvelando al censore la sua identità. Il gruppo canadese consiglia i servizi web Proxify e Stupid Censorship,che in alcuni paesi sono stati a loro volta bloccati, o servizi di tunneling come Ultrasurf, Freegate, Global Pass o HTTP Tunnel. Non mancano nella lista nemmeno servizi che permettono di mascherare il proprio indirizzo IP, facendo rimbalzare fra numerosi intermediari il traffico scambiato: JAP ANON, Tor e I2P le soluzioni suggerite nel documento.

Esistono tuttavia delle tecniche più empiriche per aggirare la censura in rete: dalla consultazione delle pagine conservate nella cache di Google, indicizzate e salvate al di qua dei filtri, ai servizi di traduzione offerti dai motori di ricerca e agli aggregatori RSS online, che accedono alla pagina bloccata in vece del netizen. Non tutti i metodi sono efficaci ovunque: è necessario procedere per prove ed errori prima di individuare la soluzione che fa al caso di ciascun utente.

Data articolo: ottobre 2007
Fonti: l’Unità, Il Giornale (20 ottobre 2007); RAI news (19 ottobre 2007); PCworld (18 ottobre 2007); Corriere della Sera (12 ottobre 2007); Punto Informatico (7-11-25 giugno 2007, 09 luglio 2007, 9-10-11 ottobre 2007); Liberazione (17-25 agosto 2007)

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Dibattito sospensione don Sante: il peccato grave tra morale e diritto

IL PECCATO GRAVE TRA MORALE E DIRITTO
di Basilio Petrà

1. La distinzione bipartita tradizionale del peccato: mortale e veniale

È dottrina cattolica che non ci sia sacramento della penitenza senza peccato e in particolare senza il peccato mortale; solo per il peccato mortale, infatti, il sacramento è teologicamente necessario.

Questo dato pacifico della dottrina si basa sulla distinzione tradizionale tra peccato veniale e peccato mortale. Il recentissimo Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, che il card. Ratzinger introduce con alcun pagine datate 20 marzo 2005 e poi Benedetto XVI approva e promulga il 28 giugno 2005, così riassume questa dottrina consolidata:

– «395. Quando si commette il peccato mortale?. Si commette il peccato mortale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso. Questo peccato distrugge in noi la carità, ci priva della grazia santificante, ci conduce alla morte eterna dell’inferno se non ci si pente. Viene perdonato in via ordinaria mediante i sacramenti del battesimo e della penitenza o riconciliazione».

– «396. Quando si commette il peccato veniale?. Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, oppure anche grave, ma senza piena consapevolezza o totale consenso. Esso non rompe l’alleanza con Dio, ma indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per i beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene purificatrici tempora»[1].

2. Le proposte di una tripartizione (mortale li, grave, veniale). Il rifiuto di essa in Reconciliatio et Paenitentia

Tuttavia, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, la tradizionale distinzione bipartita è stata sottoposta a critica ed è stata proposta un’articolazione tripartita (peccato mortale, peccato grave, peccato veniale) da vari autori, specialmente olandesi e tedeschi[2], seppure in modi non coincidenti e talvolta molto diversi, spesso in connessione con la dottrina dell’opzione fondamentale negativa come vera sorgente della mortalità morale.

Quel che in ogni caso accomunava le varie proposte tripartite era l’introduzione di una differenza tra il peccato grave e il peccato mortale contro l’identificazione tra le due. In realtà, l’identificazione è ben fondata nella tradizione. L’Esortazione Reconciliatio et paenitentia[3] al n. 17 lo dice esplicitamente:

«Se si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato mortale) si congiungono con l’idea di gravità del contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale».

Non è un caso che RP 17 richiami questo punto. Vi è infatti in queste parole una precisa presa di posizione in generale proprio nei confronti delle proposte di tripartizione. I padri sinodali hanno inteso riaffermare la dottrina tridentina «sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali», ricordando «che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso» e che «alcuni peccati – poi – quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali […] Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave». La tripartizione, si dice, rischia di ferire l’essenziale differenza che si dà tra peccato veniale e peccato mortale.

«Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni Padri, una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e morali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo» (RP 17).

3. Il presupposto di Reconciliatio et Paenitentia E il commento dei vescovi tedeschi

È evidente che RP ritiene superflua la tripartizione giacché la gravità morale vera è quella mortale e presupposta la piena – o, in ogni caso, sufficiente – consapevolezza e libertà il peccato grave non può non essere mortale e viceversa. Naturalmente RP non si ferma su cosa significhi «consapevolezza e libertà». Rinvia al sapere teologico-morale ordinario, che su queste punto non manca di complessità. Lo si vede bene nel commento che, proprio in riferimento a RP 17, i vescovi tedeschi offrono a queste parole. Sulla libertà si dice:

«La libertà si realizza sempre in un processo temporale. L’uomo non cade in modo del tutto immediato nel peccato grave, ma solo dopo che in lui è maturata una disposizione morale malvagia. Dove qualcuno commette il male, senza che ciò sia stato preceduto da un’evoluzione interiore manchevole e fallace, si può supporre che per quel peccato siano stati decisivi dei moventi esterni, come, per esempio, la seduzione, una situazione esterna quasi insopportabile o una disposizione naturale difficilmente dominabile.

Un modo per vedere se una persona ha agito davvero liberamente consiste nello stabilire fino a che punto essa, una volta compiuto tale atto malvagio, si identifichi con ciò che ha fatto. Se, dopo tale atto, si distanzia subito da esso e se ne pente sinceramente, si tratta di un segno che chi ha agito non ha implicato la totalità della sua persona in quell’atto, o che la sua libertà era in qualche modo limitata. Se, al contrario, chi ha agito riafferma la validità di ciò che ha fatto e si dichiara disposto a comportarsi ancora così, allora si è di fronte a un pieno coinvolgimento della libertà»[4].

Riguardo alla consapevolezza, invece, così si dice:

«Quando si parla di piena consapevolezza, il problema è, invece, quello della conoscenza della gravità di una certa materia o di un comandamento. Esistono diversi gradi di consapevolezza. Ciò dipende da parecchi fattori: dall’educazione, dal modo in cui la società vede i valori, dalla capacità di saper distinguere una materia importante da una meno importante, e dalla disponibilità a cercare di formarsi una chiara consapevolezza della materia di determinati atti. Chi ha la piena avvertenza della gravità di un atto o di un comandamento e, ciò nonostante, compie tale atto, si rende colpevole in modo più grave. Egli, infatti, agisce consapevolmente contro ciò di cui ha piena avvertenza e contro la voce della sua coscienza. Se, al contrario, manca la piena consapevolezza, nell’atto malvagio si ha una grave mancanza dal punto di vista oggettivo, ma dal punto di vista soggettivo non si ha una grave colpa»[5].

Come si vede, il carattere libero dell’atto è proporzionale a quella che si può chiamare l’identificazione del soggetto con l’atto che compie. Quanto più l’atto esprime la disposizione profonda della volontà, tanto più l’atto è del soggetto e lo manifesta.

La consapevolezza è legata alla conoscenza: conoscere la gravità dell’atto è condizione perché si dia un atto moralmente grave o mortale, altrimenti si dà un atto oggettivamente grave ma soggettivamente non grave e dunque neanche mortale.

Con RP 17, poi, i vescovi ritengono che alcuni atti siano intrinsecamente gravi e mortali per la loro materia e che non si possa dare dubbio sulla loro mortalità in alcuni casi nei quali essi appaiono con umana evidenza gravi (apostasia, omicidio, adulterio). Negli altri casi, possono sussistere dei dubbi sul grado di consapevolezza e libertà; l’esteriorità non basta e «ci si deve chiedere fino a che punto quell’atto sia accompagnato da piena avvertenza e deliberato consenso», mancando le quali si dà il peccato non mortale ma veniale.

Dunque il peccato grave e il peccato mortale sono ordinariamente coincidenti. La non coincidenza è l’eccezione, quando si dia un’imperfezione dell’atto. È la stessa dottrina che ritroveremo in Veritatis splendor[6] ove RP 17 è nettamente ripresa così come il suo rifiuto di identificare il peccato morale con l’opzione fondamentale negativa.

4. La questione posta dal linguaggio canonico

Considerata la continuità e la forza con le quali il magistero ha ribadito l’identità dottrinale e pratica di peccato grave e peccato mortale, non meraviglia che il Codice di diritto canonico (CJC) promulgato nel 1983 e successivamente anche il Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) promulgato nel 1990 abbiano generalizzato l’uso del termine «peccato grave» là dove il Codice del 1917 usava la terminologia del «peccato mortale». Tuttavia, specialmente nel CJC, questa scelta porta ad alcune conseguenze impreviste, come vedremo.

L’equivalenza dei due termini non pone alcuna questione nei canoni nei quali si tratta del peccato in senso morale e sacramentale; ciò che in Trento e nel Codice del 1917 si diceva con «mortale» ora si dice con «grave» senza nessun cambiamento. Lo si vede bene nei can. 916 (celebrazione/comunione eucaristia e peccato grave), can. 960 (forma della confessione), can 963 (nel caso di assoluzione generale), can. 988 (obbligo della confessione dei peccati gravi in numero e specie), e can. 989 (obbligo della confessione annuale dei peccati gravi).

Comincia a porre problemi là dove il peccato grave (= mortale) è posto come tale sulla base di una valutazione principalmente esteriore e giuridica. Due sono i punti nei quali emergono problemi.

4.1. Il can. 1007

Il can. 1007 suona così: «Non si conferisca l’unzione degli infermi a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto». Gli estensori del nuovo Codice hanno così evitato la pesante dizione del can. 942 del vecchio Codice[7].

Tuttavia, chi può essere considerato peccatore grave manifesto? Bisogna dire che il Codice non indica con chiarezza chi possa essere considerato peccatore grave manifesto. Offre invece qualche elemento per individuare quelli che chiama peccatores manifesti nel can. 1184 § 1 ove si indicano le persone che vanno private delle esequie ecclesiastiche, se non hanno dato segni di pentimento prima della morte. Esse sono: gli apostati, eretici e scismatici notorii; chi si è fatto cremare per motivi contrari alla fede; «gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli»[8].

Dal momento che l’esclusione dalle esequie ecclesiastiche non significa affermazione della dannazione del defunto o anticipazione del giudizio di Dio, ma solo una misura disciplinare per salvaguardare il senso e la consistenza della comunione ecclesiale, appare chiaro che il peccato (o peccatore) del quale qui si parla è una categoria essenzialmente giuridica, che non può essere identificata semplicemente con il peccato mortale. Si osservi, per inciso, che non esistono eretici o scismatici più notorii e consapevoli di quelli che noi chiamiamo fratelli riformati od ortodossi; eppure non sono considerati peccatori manifesti né in stato di peccato mortale.

La connotazione essenzialmente giuridica del peccato grave emerge anche in altro punto assai discusso.

4.2. Il can. 915

Così leggiamo nel can. 915: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena, e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto»[9].

Riguardo agli scomunicati e agli interdetti non c’è stata discussione. La discussione è subito sorta intorno a questo ostinato perseverare in un peccato grave manifesto, in particolare se tale dizione facesse riferimento al caso dei divorziati risposati o a casi analoghi.

A dire il vero, sembrava inizialmente pacifico che così fosse. Familiaris consortio[10], infatti, aveva già esplicitamente affermato – oltre ad affermazioni simili per i battezzati sposati solo civilmente – riguardo ai divorziati risposati: «La Chiesa […] ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati […] dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’eucaristia» (FC 84).

Tuttavia, alcuni, basandosi sull’identificazione tra peccato grave e peccato mortale, facevano notare che i divorziati risposati – oltre a non essere né scomunicati né interdetti – neppure si possono sempre considerare in peccato grave manifesto perché non è possibile stabilire ab externo l’esistenza delle condizioni soggettive del peccato grave; inoltre, l’ostinazione dovrebbe risultare da un atteggiamento di sfida e di rifiuto dei richiami fatti dall’autorità ecclesiastica competente.

Il dibattito è stato di fatto chiuso da una Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi[11]. La Dichiarazione afferma che sulla base di 1Cor 11,27-29 non si può partecipare dell’eucaristia in modo indegno.

Ora, come mostra il confronto con il successivo can. 712 del CCOE («Devono essere allontanati dal ricevere la divina eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni») il senso del «peccato grave manifesto» è quello appunto del modo indegno. Ora, questa valutazione ha prima un significato morale e riguarda la coscienza; tuttavia, nei casi di indegnità pubblica può porsi anche un problema giuridico, giacché c’è «un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze della comunione ecclesiale» e suscita scandalo.

I divorziati risposati sono in una condizione di «peccato grave abituale» ovvero «in una situazione oggettiva di peccato» che permane e alla quale i fedeli non pongono fine. Dunque, non c’è bisogno di altro per indicare l’ostinazione. Di conseguenza, se non è stato possibile evitare prima questa eventualità, qualora tali coniugi si presentino per la comunione «il ministro della distribuzione della comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno». Gli estensori della Dichiarazione sanno che normalmente «la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra comunione». Tuttavia, in tal caso è necessario essere fermi, data appunto la pubblicità del caso.

Nel caso che si tratti di una coppia di divorziati risposati che abbia accettato di non vivere più more uxorio potranno certamente accedere alla comunione però solo remoto scandalo. L’intervento del Pontificio Consiglio per i testi legislativi sembra chiarificante. In un certo senso lo è, ma anche la sua chiarificazione non è priva di conseguenze problematiche.

Di fatto esso dimostra chiaramente che «peccato grave» ha nel Codice due significati diversi: da una parte, ha un significato morale e coincide con il peccato mortale; dall’altra, ha un significato materiale o oggettivo e indica semplicemente un’irregolarità o un’anomalia di comportamento esteriore che non appare conforme alle regole cristiane di vita in qualcosa che la coscienza ecclesiale (magisteriale) considera grave. La configurazione di indegnità nasce da tale non-conformità esteriore e visibile socialmente.

Operando questa distinzione, viene conseguentemente a dire che l’oggettiva o esteriore manifesta situazione irregolare esclude dalla comunione indipendentemente dalla sua mortalità o gravità morale, che potrebbe non esserci, dunque non su base morale ma sulla base della stessa determinazione canonica. L’esclusione ha così un fondamento principalmente giuridico e disciplinare. È una forma canonica di scomunica, come appare più chiaramente nel can. 712 del CCEO, che la Commissione usa come criterio interpretativo della seconda parte del can. 915 del CJC.

Ne derivano alcune conseguenze. I divorziati risposati – e le persone in situazioni analoghe – sono respinti dalla comunione non perché in sicuro peccato mortale ma perché «pubblicamente indegni». Se davvero questo è quello che si vuole dire, allora lo si dica chiaramente e non si continui a dire che i divorziati non sono formalmente scomunicati; di fatto lo sono, perché l’esclusione dalla comunione ha sempre un sicuro fondamento giuridico e solo occasionalmente può avere anche un fondamento morale (peccato mortale). Allora la pastorale, basata sull’ipotesi della non-scomunica, diventa una pastorale «strana», intimamente disarmonica.

Una seconda conseguenza è che i divorziati risposati potrebbero in particolare circostanze soggettive ricevere l’assoluzione morale senza per questo avere il diritto – giuridico – di accedere all’eucaristia. Il peccato in senso vero non ci sarebbe più, rimarrebbe tuttavia il reato e la sanzione di esso, da accettare per disciplina ecclesiale.

5. Considerazioni conclusive

L’uso magisteriale del linguaggio peccato grave / peccato mortale, come abbiamo visto, non manca di disarmonie, giacché si va dall’identificazione semplice dei due termini alla loro profonda dissociazione, con inevitabile confusione nella percezione dei fedeli e anche nell’articolazione dottrinale stessa di una coerente dottrina del peccato.

Sarebbe, come minimo, opportuno che il termine peccato venisse riservato all’ambito morale e non venisse più usato per indicare un’irregolarità giuridica, per quanto quest’ultima possa avere anche una sua giustificazione morale. Il peccato mortale, infatti, sfugge alle categorie giuridiche e non può essere ridotto a esse in alcun modo; esso può essere adeguatamente giudicato forse dal soggetto agente, certamente da Dio, ma da nessun altro per quanto autorevole possa essere[12].

[1] Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, San Paolo – LEV, Cinisello B. – Città del Vaticano 2005, p. 109.

[2] Cf. D. Tettamanzi, Verità e libertà. Temi e prospettive di morale cristiana, Piemme, Casale M. 1993, pp. 617-620; H. Weber, Teologia morale generale. L’appello di Dio, la risposta dell’uomo, San Paolo, Cinisello B. 1996 (ed. or. ted. Graz-Wien-Köln 1991), pp. 328-329. La traduzione italiana dell’opera di Weber si differenzia da quella originale tedesca perché l’autore. ha «tenuto in considerazione e citato, dove è apparso opportuno o necessario, le affermazioni dell’enciclica Veritatis splendor»(Prefazione all’edizione italiana, p. 11).

[3] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre 1984), in EV 9, 1075-1207 (= RP).

[4] Conferenza episcopale tedesca, Vita nella fede. 2. Catechismo cattolico degli adulti, San Paolo, Cinisello B. 1997 (ed. or. ted. Bonn 1995), p. 86.

[5] Ibid., pp. 86-87.

[6] «L’Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia ha ribadito l’importanza e la permanente attualità della distinzione tra peccati mortali e veniali, secondo la tradizione della Chiesa. E il Sinodo dei Vescovi del 1983, da cui è scaturita tale Esortazione, “non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal concilio Tridentino sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”», Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor (6 agosto 1993), n. 70, in EV 13, 2705-2707, qui 2705.

[7] Il can. 942 del Codice del 1917 usa questo linguaggio: «Hoc sacramentum non est conferendum illis qui impoenitentes in manifesto peccato mortali contumaciter perseverant…».

[8] Il can. 1240 § 1 del Codice del 1917 esclude anche i massoni, gli scomunicati e interdetti dichiarati, i suicidi, i morti a causa di duello, chi semplicemente si fa cremare, «alii peccatores publici et manifesti».

[9] Il can. 855 § 1 del Codice del 1917 usa questo linguaggio: «Excommunicati, interdicti manifestoque infames».

[10] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio (22 novembre 1981), in EV 7, 1522-1810 (= FC).

[11] Cf. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione The Code (24 giugno 2000), in EV 19, 964-973.

[12] Weber, Teologia morale generale, cit., p. 330 arriva addirittura a sostenere una sorta di apofatismo riguardo al peccato mortale: «Se qualcosa sia o no peccato mortale rimane in effetti inevitabilmente velato all’uomo […] Non è possibile pronunciare un giudizio definitivo sulla sua esistenza effettiva».

fonte: rivistaliturgica.it

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Così ha funzionato la "ghigliottina ecclesiastica" nel passato applicata a casi ritenuti gravissimi

Il girone dei sospesi, come lo chiamerebbe Dante, è piuttosto affollato. Così don Sante si trova in buona compagnia. Perché la ghigliottina ecclesiastica ha funzionato bene nella diocesi di Padova, nel passato recente e in quello remoto. Attenzione, però, a non prendere abbagli. Agli occhi del fedele inesperto, ogni sacerdote privato della facoltà di celebrare sembra in qualche modo sospeso a divinis. Nei fatti, invece, il decreto viene emesso soltanto in casi ritenuti gravi: anzi, gravissimi. Più di frequente ci si limita a provvedimenti simili nella sostanza, non nella forma. Tutti ricordano, dunque, la vicenda di don Ugo Moretto: sacerdote di Padova che dirigeva il Centro televisivo vaticano e gettò per amore una brillante carriera in abito talare. Ma fu lui stesso – come spiegò – a chiedere, nel novembre 2001, la riduzione allo stato laicale con la quale si avviarono le procedure di dispensa dagli obblighi sacerdotali.

Formalmente sospeso con un decreto del vescovo di Padova e poi con un atto congiunto dei vescovi di Fermo e San Benedetto del Tronto, datato 1 maggio 1993, fu invece il religioso sacramentino Rosario Gozzo, colpevole di risultare tra i seguaci del santone Gabriel Basmagi.

All’ inizio degli anni Ottanta, anche don Albino Bizzotto ebbe qualche contrasto con la Curia. Al leader dei Beati i costruttori di pace, all’epoca apostrofato prete rosso, si contestava un eccesso di zelo pacifista che ancora oggi lo contraddistingue. È il clima clericale a essere mutato, più che l’energico sacerdote. Don Nello Castello e don Attilio Negrisolo vennero sospesi dal vescovo Girolamo Bortignon, nel dicembre 1959 per un mese e nel febbraio 1960 a tempo indeterminato, in quanto rei di credere a un santo vivente, Padre Pio. Il loro calvario si concluse il 21 aprile 1970, quando una sentenza della Sacra rota romana li riabilitò.

Risale infine all’11 ottobre 1666 la sospensione a divinis inflitta dal vescovo Gregorio Barbarigo a don Pietro Mazzoleni, il parroco di Bigolino (vicariato di Valdobbiadene) che si rifiutava di insegnare la dottrina cristiana. Ma questa è storia. Un’altra storia.

Léon Bertoletti – fonte: ilgazzettino.it

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Il provvedimento della sospensione per Don Sante

Il provvedimento è stato firmato giovedì scorso e notificato venerdì a don Sante Sguotti. Il decreto, che segue quello di rimozione da parroco della parrocchia di Monterosso (8 ottobre 2007) e quello di avvio di un processo penale e amministrativo ex cann. 1717-1718 e 1720 del Codice di diritto Canonico (17 ottobre 2007), è stato firmato dal vescovo Antonio Mattiazzo, dopo la discussione – insieme a due sacerdoti assessori – delle prove e degli argomenti e dopo aver esaminato ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato, così come previsto dalla disciplina canonica (can. 1720, 2°).

Il decreto ha effetto immediato dal momento della notifica al sacerdote ed è a tempo indeterminato.

E stabilisce che:

"Il presbitero diocesano Sante Sguotti, è sospeso dall’esercizio della potestà di ordine e di governo. Nello specifico, ciò comprende tutti gli atti della potestà di ordine (can. 1333 § 1,1°), fermo restando quanto stabilito dal can. 976, e tutti gli atti della potestà di governo (1333 § 1,2°). Tali provvedimenti penali hanno effetto dal giorno in cui il Decreto risulta intimato. La sospensione viene inflitta a tempo indeterminato, fino a che il sacerdote non dimostra di ravvedersi".

Ciò significa che don Sante Sguotti è sospeso a divinis, ossia non può più assolvere alle funzioni attinenti al ministero sacerdotale né ricevere ed esercitare incarichi riservati ai chierici.

(fonte: ilgazzettino.it)

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Dietro la scomunica c'è sempre un conflitto che vede in campo due visioni teologiche diametralmente opposte

Dietro la scomunica (o "sospensione" nel caso di Don Sante Sguotti), ha affermato don Giuseppe Serrone dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati, c’è sempre un conflitto che vede in campo due visioni teologiche diametralmente opposte. Per gli uni l’espressione teologica passa necessariamente per il canale del magistero, ovvero della gerarchia ecclesiastica. Per gli altri costituisce una riflessione all’interno di un contesto in continuo rinnovamento: quello della storia umana, che si trasforma in vero e proprio soggetto teologico.

Don Serrone fondatore dell’associazione da anni impegnata in difesa dei diritti civili e religiosi dei sacerdoti sposati ha suggerito di guardare ad "un’altra concezione dell’autorità nella Chiesa. Per la Congregazione romana il magistero è il detentore esclusivo della verità. Per una nuova generazione di teologi, è piuttosto un catalizzatore.
Secondo questi ultimi è più importante porsi in ascolto delle diverse espressioni della fede in un mondo in cui l’Occidente ha perduto la sua egemonia culturale. Si tratta di favorire la comunicazione tra cristiani, di aiutarli a sostenersi a vicenda e a trovare insieme il senso dell’espressione e della pratica della fede ispirata dal Vangelo.

La sospensione a divinis dalla locuzione latina a divinis, tradotta letteralmente, significa "dai ministeri divini".
La sospensione a divinis è una sanzione disciplinare che può essere comminata dalla Chiesa cattolica ai sacerdoti. Al sacerdote sospeso è vietato amministrare i sacramenti, il che include tra l’altro la celebrazione della messa e la confessione; tuttavia può derogare al divieto in caso di urgenza e necessità, ad esempio per confessare una persona in punto di morte.

La sospensione a divinis può essere impartita come punizione ai sacerdoti colpevoli di gravi mancanze disciplinari; inoltre viene normalmente disposta per i sacerdoti che contraggono matrimonio (con o senza la dispensa dell’autorità ecclesiastica) in quanto si ritiene inopportuno che essi continuino ad esercitare il ministero sacerdotale. Ma  don Serrone afferma che è una contraddizione lealista della Chiesa considerare i sacerdoti sposati validamente ordinati "sacerdoti per sempre" e poi sospenderli dall’attività pastorale.
La credibilità della chiesa,  che aveva raggiunto un altissimo livello al tempo di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, conclude don Giuseppe Serrone,  è scesa al minimo, a causa della politica romana. In molti Paesi europei, molto presto, la metà delle parrocchie sarà priva di sacerdoti ordinati e di regolari servizi eucaristici. E non potranno servire a nasconderlo l’ importazione di preti dalla Polonia, dall’ Africa o dall’ India, o il fatale accorpamento delle parrocchie in “unità per la cura delle anime”. Curatori di anime per i giovani non ce sono più da tempo. Questi non vengono più socializzati nelle comunità. Mentre molte donne si sono allontanate dalla Chiesa, a causa delle posizioni del Papa sulla contraccezione e del divieto, a torto creduto di origine divina, all’ ordinazione delle donne».

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Il prete latin lover sospeso a divinis: «Vado avanti, aspetto la scomunica»

di Nino Materi
Non potrà più esercitare funzioni sacerdotali, ma lui non demorde: «Il vescovo mi condanna senza prove»

Don Sante Sguotti si trasforma in puro «spirito», diventando – per sua stessa ammissione – «il parroco morale di Monterosso». Unica scelta possibile dopo che ieri il prete, innamorato di una donna madre di un bimbo, è stato sospeso a divinis. Ciò significa che non può più assolvere «alle funzioni attinenti al ministero sacerdotale né ricevere ed esercitare incarichi riservati ai chierici». Insomma, come negare a un centravanti la possibilità di fare gol. La decisione è stata presa dal vescovo di Padova monsignor Antonio Mattiazzo che ha firmato il decreto di sospensione con cui si mette «fuori gioco» il religioso padovano.
Il decreto, si legge in una nota diffusa dalla Diocesi di Padova, «segue quello di rimozione dalla parrocchia di Monterosso e quello di avvio di un processo penale e amministrativo del Codice di diritto Canonico». Tutta colpa di una love story alla «Uccelli di rovo». L’atto è stato firmato dal vescovo dopo aver esaminato «ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato», così come previsto dalla disciplina canonica. Il decreto ha effetto immediato dal momento della notifica al sacerdote ed è a tempo indeterminato. «La cosa non mi stupisce, sapevo che la faccenda sarebbe andata così, non mi aspettavo certo i fiori per il compleanno. Ora aspetto la scomunica…», ha commentato don Sante. «Io vado avanti per la mia strada – ha dichiarato dai microfoni del Gr Rai Veneto – e farò quello che avevo in mente di fare». Con la sospensione scatta il divieto per l’ex parroco di Monterosso di celebrare messa, ma lui ha annunciato che cercherà di «andare avanti nonostante tutto, finché sarà possibile. La mia unica colpa è essere innamorato di una donna e di voler bene ad un bambino».
Continuando a parlare del futuro della sua ex parrocchia don Sante ha puntato il dito contro chi lo ha «condannato»: «Non vorrei essere nei panni del vescovo quando le carte sul mio conto arriveranno a Roma. Ci vorranno due o tre anni, ma alla fine avrò ragione».
L’ex parroco della chiesa di Monterosso fu sollevato dal suo incarico l’8 ottobre dal vescovo di Padova che, in quella stessa data, nominò un «amministratore parrocchiale». Che però gli 800 fedeli di Monterosso non hanno mai riconosciuto come tale: «Don Sante è nel nostro cuore…».
Peccato che il cuore di don Sante, forse, non sia più libero.
fonte: ilgiornale n. 255 del 2007-10-28 pagina 15

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Sospeso don Sante: «Per me resto sacerdote»

PADOVA (fonte: ilmessaggero.it) – Don Sante Sguotti, l’ex parroco di Monterosso, non appare per nulla sorpreso di aver ricevuto il decreto di sospensione a divinis firmato dal vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo. «Era una cosa che mi aspettavo ancor prima – dice – e adesso tutto continua come prima. Era prevista e non penso di fare ricorso perchè è una perdita di tempo. Nella mia vita non cambia nulla. Io resto sacerdote». L’ex parroco aggiunge che deciderà lui se e quando fare altre dichiarazioni relative al suo innamoramento per una donna, mentre è deciso per quanto riguarda la questione, di fatto mai chiarita, su una sua preunta paternità: «sto sempre aspettando le prove rispetto a chi sostiene che io sono padre di un bambino». Don Sante poi muove critiche alla Diocesi di Padova che nei suoi confronti si sarebbe basata solo su quanto hanno riportato in questi mesi i giornali. Riguardo alla sua permanenza a Monterosso invece rileva che se ne andrà entro il 31 dicembre prossimo: «avevo detto che me ne sarei andato quando sarebbero state raccolte 40 firme in tal senso tra i parrocchiani. A ottobre sono state raccolte e entro la fine di dicembre andrò via».
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Don Sante: vescovo Padova lo sospende a divinis

PADOVA – Don Sante Sguotti, l’ex parroco di Monterosso, nel Padovano, dichiaratosi innamorato di una donna madre di un bimbo, e’ stato sospeso ‘a divinis’ con un provvedimento firmato dal vescovo di Padova Antonio Mattiazzo. Il decreto ha effetto immediato, dal momento della notifica al sacerdote ed e’ a tempo indeterminato. Don Sante dunque "non puo’ piu’ assolvere alle funzioni attinenti al ministero sacerdotale ne’ ricevere ed esercitare incarichi riservati ai chierici”. Un nuovo colpo per l’ormai ex parroco, strenuamente difeso da molti fedeli, che segue la rimozione dalla parrocchia di Monterosso , l’ 8 ottobre, e l’avvio di un processo penale e amministrativo sulla base di alcuni articoli del Codice di diritto canonico. ”Il presbitero diocesano Sante Sguotti – stabilisce testualmente il decreto -, e’ sospeso dall’esercizio della potesta’ di ordine e di governo. La sospensione viene inflitta a tempo indeterminato, fino a che il sacerdote non dimostra di ravvedersi”. (Agr – in ilsecoXIX.it)
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Chiesa: sospeso "a divinis" don Sguotti

(fonte AGI) – Padova, 27 ott. – Don Sante Sguotti, il sacerdote padovano che ha rivelato la scorsa estate di essere innamorato di una donna, con la quale ha anche un bambino, non potra’ piu’ celebrare messa. Giovedi’, rende noto la diocesi di Padova, e’ stato firmato dal vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo il decreto di sospensione a divinis, che e’ stato notificato ieri al sacerdote. Il decreto, che segue quello di rimozione da parroco della parrocchia di Monterosso (8 ottobre 2007) e quello di avvio di un processo penale e amministrativo (17 ottobre 2007), e’ stato firmato dal vescovo Mattiazzo, dopo la discussione – insieme a due sacerdoti assessori – delle prove e degli argomenti e dopo aver esaminato ogni elemento in merito alla situazione del sacerdote interessato, cosi’ come previsto dalla disciplina canonica. La sospensione, che ha effetto immediato ed e’ a tempo indeterminato, stabilisce che "Il presbitero diocesano Sante Sguotti, e’ sospeso dall’esercizio della potesta’ di ordine e di governo. Nello specifico, cio’ comprende tutti gli atti della potesta’ di ordine (can. 1333 § 1,1°), fermo restando quanto stabilito dal can. 976, e tutti gli atti della potesta’ di governo (1333 § 1,2°). Tali provvedimenti penali hanno effetto dal giorno in cui il Decreto risulta intimato. La sospensione viene inflitta a tempo indeterminato, fino a che il sacerdote non dimostra di ravvedersi". (AGI)
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La presenza di don Sante

Abano (Ri.Ba.) «Sarebbe stato più opportuno che don Sante non fosse venuto all’incontro perché la sua presenza divide la comunità e quando c’è lui la gente non si sente libera di dire ciò che veramente pensa». C’era anche il parroco ribelle alla serata organizzata da don Giovanni Brusegan mercoledì sera, durante la quale si discusso con i parrocchiani il percorso di fede da seguire e che ha fatto emergere una netta divisione di vedute tra chi, come ha spiegato lo stesso don Giovanni, "è più obbediente alla chiesa e vuole obbedire alle regole, e quelli che hanno una visione più elastica delle fede e seguono don Sante".

«Ma nulla è perduto – ha spiegato don Giovanni -. La chiesa conosce bene il perdono ma dev’essere accompagnato dal pentimento o da un cambiamento». Un modo gentile per dire che ciò che è veramente da condannare del comportamento di don Sante e dei suoi fedelissimi è quella sorta di orgoglio che sottende le decisioni di rottura nei confronti del vescovo e della chiesa tradizionale.

«Brusegan – ha spiegato don Sante – ha detto chiaramente che se qualcuno ha un’altra idea di chiesa se ne deve andare da un’altra parte. Non sono ammesse discussioni sul celibato, tutti i preti e i fedeli sono tutto d’accordo per condannare me e chi mi segue».

E poi don Sante ha ricordato ancora una volta la data entro la quale il parroco ribelle se ne andrà da Monterosso, il 31 dicembre. Ma nel frattempo don Sante cerca di resistere e per descrivere la sua situazione usa una metafora a dir polo eloquente.

«Io sto cercando di restare aggrappato – ha concluso – e la curia si sta impegnando in tutti i modi a pestarmi le dita delle mani per farmi cadere. Io non voglio dare le dimissioni, devono essere loro a cacciarmi!».

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Sacerdote indiano rifiuta un premio dai fondi Onu: sono soldi sporchi

di Nirmala Carvalho
Il p. Thomas Kocherry – sacerdote redentorista e noto attivista per i diritti umani – ha rifiutato un premio della Fondazione delle Nazioni Unite, che voleva sovvenzionare la sua opera a favore dei pescatori indiani. Quei soldi, spiega ad AsiaNews, provengono dalle multinazionali che dominano l’Onu e che non hanno interesse per i disagiati del mondo: non produrrebbero mai frutto.

New Delhi (AsiaNews) – L’Onu “è governato dalle multinazionali, che invece di pensare al bene del mondo cercano di comprarsi le persone e le loro idee, per bloccare ogni forma di giustizia sociale che non sia la loro. Per questo, ho rifiutato il premio e la donazione che volevano assegnarmi per continuare la mia opera: è denaro sporco”. Il sacerdote ha rinunciato così a un premio di 646 mila euro, da dividere con altri vincitori.
 
Con queste parole, p. Thomas Kocherry – sacerdote redentorista e noto attivista per i diritti umani – spiega ad AsiaNews perché ha deciso di rifiutare la donazione della Fondazione delle Nazioni Unite, che aveva scelto di sovvenzionare la sua opera a favore dei pescatori indiani. La Fondazione, nata nel 1998 grazie alla donazione record di un miliardo di dollari effettuata dal magnate americano Ted Turner, seleziona i progetti più meritevoli e li sovvenziona, dopo il voto di un pannello di dirigenti delle Nazioni Unite.
 
Il sacerdote sottolinea però che “non si possono accettare quei soldi, perchè provengono da un consesso di persone che non ha realmente a cuore la situazione dei disagiati mondiali. Ora sono i gruppi finanziari a comandare: sono bravi a comprarsi le persone con premi e finanziamenti come quello che volevano dare a me, ma nel frattempo hanno allontanato dai quadri dirigenziali tutti coloro che facevano realmente qualcosa per i meno fortunati, per usare l’Onu a loro piacimento”.
 
Secondo p. Kocherry, “è arrivato il momento di rivelare quale sia la vera, diabolica natura delle Nazioni Unite e dei suoi attuali collaboratori. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto, magari con pochi mezzi ma con la coscienza pulita, senza cadere nella trappola dell’avidità e del denaro. Noi cerchiamo il Regno divino e la sua giustizia, ma sappiamo che si tratta di un processo lungo, che prevede una croce”.
 
Ovviamente, aggiunge il sacerdote, “il denaro in sé è molto utile, soprattutto nelle cause umanitarie. Ma se si tratta di denaro sporco, state pur certi che non produrrà alcun frutto. Gesù ha detto di cercare, come prima cosa, il Regno della giustizia: per questa strada, non esistono scorciatoie”.
 
Helen Garland, presidente della Fondazione Terra e collaboratrice di p. Kocherry, ha lavorato per diversi anni all’Onu. Ad AsiaNews spiega: “La Fondazione rappresenta una delle più grandi, confuse e dannose realtà internazionali, con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti. Nonostante i proclami di Turner, i suoi effetti dannosi si sono visti sin dal momento in cui hanno allontanato la vecchia gestione, quella dell’allora Segretario generale U Thant”.
 
La Garland, che ha seguito molti lavori della Fondazione e dell’Onu in generale, aggiunge: “Come si fa a credere nella loro vera buona fede, quando per riunirsi scelgono il Waldorf Astoria, che costa 500 euro a notte? Fortunatamente, il p. Kocherry conosce questa situazione ed ha potuto vedere con i suoi occhi gli effetti di questa gestione disastrosa, accettata da altro organizzazioni indiane. Se avesse accettato di entrare in quel giro, avrebbe visto in breve tempo la sua opera distrutta dall’interno”. (fonte: Asianews)

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Libera Chiesa in debole Stato. Troppe le ingerenze vaticane nella politica italiana

di MICHELE AINIS (fonte: lastampa.it)
Negli ultimi tempi la laicità si è trasformata in un prezzemolo buono per ogni salsa. Ma se tutti sono laici, allora questa parola non significa più nulla: tanto varrebbe sbarazzarsene. È una tentazione irresistibile, davanti alle acrobazie verbali che ci consegna l’esperienza. Nel dibattito pubblico ricorre l’appello verso una «sana» laicità pronunziato da Benedetto XVI e dai suoi predecessori; ma ricorre inoltre, e per esempio, il monito col quale un capo dello Stato (Scalfaro) definisce «sacra» la laicità delle istituzioni, che è un po’ come dichiarare ateo il Padreterno. Insomma abbiamo in circolo pontefici laici e presidenti ieratici. D’altra parte, «laos» era in origine il popolo di Dio; evidentemente stiamo riportando a nudo le radici.

In realtà queste radici hanno alimentato lo sviluppo degli Stati nazionali. Perché lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), trova la sua prima sistemazione teorica nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes, viene poi codificato dalla Costituzione francese del 1791, quando la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Come diceva Locke, la salvezza delle anime non ricade fra i compiti dello Stato. Sicché la laicità si risolve in un’indicazione puramente negativa, che vieta alla legge di farsi contaminare da valori religiosi. Evoca il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Jefferson, e ripete in qualche modo il verso di Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questa idea si specchia nell’articolo 7 della Costituzione italiana, che dichiara l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Al contempo, esso riconosce la sovranità della Chiesa cattolica, e perciò la riconosce come Stato. Uno Stato enclave, ma pur sempre uno Stato, che intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi. Insomma il cattolicesimo è l’unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d’uno Stato sovrano. Ma dal fatto che la Santa Sede sia uno Stato derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. Quindi se un monaco buddista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legislative della Repubblica italiana, non può farlo il Vaticano. Qui, difatti, non viene in campo la libertà di religione. Non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale. Quando non i parroci, ma il governo stesso della Chiesa attraverso la Cei invita per esempio a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell’invito fosse il presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, se vogliamo prendere sul serio l’articolo 7.

D’altronde, che accadrebbe se il premier italiano si scagliasse contro i principi che governano il diritto della Chiesa? Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. Il diritto canonico non conosce la separazione dei poteri, dato che il Pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario: una concentrazione che a suo tempo Cavour aveva definito come «il più schifoso despotismo». Non conosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Non conosce la libertà di culto, giacché qualunque offesa alla religione cattolica riveste la natura di reato. Non conosce la regola della maggiore età, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni. Non conosce il principio d’eguaglianza fra i sessi, negando il sacerdozio femminile. Ma neppure lo riconosce all’interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità giuridica, dato che i diritti politici restano in appannaggio ai sacerdoti, e dato infine che questi ultimi sono una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.

In breve, la Chiesa è retta da un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso, e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Eppure da quel pulpito piovono scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. Basterà rievocare un episodio: il 16 marzo scorso Benedetto XVI ha esortato all’obiezione di coscienza in difesa della vita non solo farmacisti e medici, ma anche i giudici italiani. Sennonché i giudici – afferma la Costituzione – «sono soggetti soltanto alla legge»; l’unica obiezione di coscienza che viene loro consentita è impugnare la legge per incostituzionalità. Se potessero rifiutarsi di rendere giustizia appellandosi ai propri umori e amori personali, verrebbe scardinato non tanto lo Stato di diritto, bensì lo Stato in sé e per sé, l’ordine civile.

Tuttavia le nostre istituzioni hanno risposto, ancora una volta, col silenzio. Un silenzio complice, non soltanto perché la degenerazione d’un regime democratico in regime clericale (diceva Salvemini) avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con una protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine perché tale atteggiamento implica una cessione di sovranità. Peraltro in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta: è accaduto in agosto, quando Prodi ha chiesto l’aiuto della Chiesa per far pagare le tasse ai cittadini, ottenendo una dichiarazione del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, ma il loro effetto è legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all’esercizio d’un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni. Che perciò si spogliano della propria laicità, e insieme della propria sovranità.

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Parte della gerarchia sempre più sorda alle istanze di rinnovamento che arrivano da tutta la cristianità.

La protesta infinita delle comunità di base nei confronti di un papa in eterno contrasto con la storia – riporta il quotidiano The Age – ha trovato il suo antesignano in Geoffrey Robinson, primate della diocesi di Sidney, che ha lanciato il suo guanto di sfida a una gerarchia sempre più sorda alle istanze di rinnovamento che arrivano da tutta la cristianità.

Nel volume "Confronting Sex and Power in the Catholic Church" questo coraggioso riformatore sostiene che, fino a quando non cambierà il suo atteggiamento nei confronti del sesso e del potere, la chiesa cattolica non sarà in grado di risolvere il problema degli abusi sessuali dei suoi preti…

D’altra parte è proprio il celibato obbligatorio che ha generato la depressione, la misoginia e l’omofobia dei sacerdoti, che sono poi gli ingredienti che hanno fatto esplodere gli scandali sessuali che stanno travolgendo la chiesa.

Il vescovo australiano suggerisce come via d’uscita l’adozione di una nuova etica sessuale, fondata sul bene e il male che si fa agli altri, che consentirebbe un onorevole compromesso con il sesso fuori del matrimonio e l’omosessualità.

In quanto all’autorità del Papa, Robinson lo accusa di aver accentrato troppo potere nelle sue mani. Addossandogli tutte le responsabilità della Chiesa, il collegio dei vescovi l’ha chiuso in un circolo vizioso, per il quale più insiste sull’autorità e meno gente lo ascolta.

Per uscire da questa impasse, il nuovo Martin Lutero suggerisce alla Chiesa di abbandonare l’assolutismo, adottare la democrazia e affidare al Papa le mansioni di Primo Ministro.

Le sue critiche si appuntano pure sullo strano rapporto dei fedeli con un dio che minaccia le pene dell’inferno per chi non crede, concezione che giudica assolutamente carente di logica, in quanto costringe i sacerdoti a dettare norme di comportamento avulse dalla realtà e a tuonare dai pulpiti per imporle, deludendo il gregge e allontanandolo dalla fede.

La tesi del libro è che solo riforme ampie e radicali possono far superare la cultura della protezione degli abusi ed evitare che la situazione sfugga di mano alla gerarchia.

La sfida all’autorità papale e alla dottrina della chiesa dimostra che siamo vicini a una nuova Riforma. Il popolo dei credenti vuole che la Chiesa si liberi della gabbia in cui si è lasciata intrappolare dalla sua ala reazionaria, intollerante e ipocrita, ritorni alle sue origini e riacquisti la credibilità perduta. (tratto da resistenza laica.it)

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ll Vescovo: I giovani vengano a me, li assumo

Vescovo operaio o vescovo imprenditore? “Solo padre di famiglia”, ribatte sorridendo monsignor Giuseppe Rocco Favale della diocesi di Vallo della Lucania che, con la sua opera, è riuscito a dare lavoro a venti persone. E la comunità, silente, osserva, ammira e partecipa alle attività della diocesi. Nato a Irsina (a Matera) l’11 luglio 1935, divenuto sacerdote nel 1962, Favale è stato ordinato vescovo il 1° maggio 1989. La diocesi vallese occupa, quasi per intero, la penisola cilentana: comprende 54 comuni, con 160 mila abitanti, 130 parrocchie, dove operano 80 sacerdoti. Parte oggi un’inchiesta su vescovi e sacerdoti che si impegnano inattività imprenditoriali.
di Basilio Puoti
Nel corso degli anni, grazie all’incessante opera del suo vescovo, la comunità di Vallo della Lucania ha visto nascere importanti attività produttive, sociali e culturali. Eppure monsignor Giuseppe Rocco Favale non ama le definizioni preconfezionate. Non si sente un imprenditore, ma solo “un padre di famiglia, che pensa all’educazione spirituale dei propri figli, ma anche alle loro esigenze materiali, quindi, lavoro, cultura, strutture, e così via”. Una concezione quanto mai semplice, ma rivoluzionaria: non solo evangelizzazione dei fedeli e amministrazione dei sacramenti, non solo opera liturgico-pastorale e caritativa, ma anche organizzazione concreta della diocesi e della comunità di riferimento. Ed è quello che chiede Papa Benedetto XVI quando, da piazza del Plebiscito a Napoli, lancia un appello ai cattolici italiani perché si impegnino in politica e nel sociale. “Ho voluto rispondere alle esigenze essenziali che mi sono state presentate dalle persone — spiega il vescovo Favale — ho puntato su uno sviluppo sociale ed economico del territorio. E’ nata così una struttura polivalente con 500 posti a sedere, che accoglie attività teatrali e culturali”. Il cine-teatro "La Provvidenza" (www.teatrolaprovvidenza.it) ha visto salire sul palco Anna Mazzamauro, Giorgio Albertazzi, Vincenzo Salemme. Per la stagione 2007-2008, ai nastri di partenza, il cartellone presenta Lello Arena, Peppe Barra, Nino D’Angelo, Carlo Giuffrè, Flavio Bucci, Deborah Caprioglio, Loretta Goggi. La direzione artistica è di Carlo Sacchi. Grazie agli input del “vescovo del fare” sono nate scuole di ballo, una palestra, un museo, la mensa per i poveri e un ristorante denominato "Sinodo". “Ho iniziato a dare lavoro a un detenuto che non poteva uscire dalla città — ricorda il vescovo — poi a un papà di nove figli, poi, ad alcuni disoccupati. Man mano il numero è cresciuto. Un’attività non molto remunerativa, però. Per far fronte alle spese e agli stipendi, infatti, utilizzo i fondi dell’8 per mille. Diciamo che restituisco ai cittadini quello che versano alla Chiesa cattolica, dando lavoro a venti operai della diocesi”. Ma l’opera del vescovo continua con altre iniziative, come la scuola di teologia, il centro di formazione per i laureati e quella che darà alla luce un camping. “Ho tentato di sostenere la nascita di alcune cooperative — aggiunge — ma hanno avuto vita breve perché manca la mentalità e la pazienza di attenderne i frutti”. Una cosa è certa, Favale ha avviato una formidabile opera di stimolo economico e culturale in una zona, il profondo Cilento, abbandonato a se stesso, soprattutto, dopo il terremoto dell’80. E grazie a un pool di tecnici, un organizzato ufficio di piano — che fa concorrenza agli uffici tecnici comunali — un buon sistema informatico, il vescovo è riuscito a ridare alla sua comunità un nuovo senso di appartenenza. Facendo della diocesi il motore, il punto di riferimento per tutte le parrocchie del comprensorio che hanno avviato attività e iniziative socio-culturali dirette a dare risposte concrete ai giovani.
fonte: denaro.it
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La convivialità negata

di Alessandro Santoro (fonte: carta.org)

Il «pacchetto sicurezza» è un prevvedimento preoccupante perché è la trasformazione in norme di una deriva securitaria che investe la politica da diversi anni. Ma è anche un provvedimento pericoloso perché dimostra l’incapacità di pensare politiche lungimiranti e la volontà di non mettere in discussione le cause che rendono le nostre città ricche di disagio e di precarietà. È un provvedimento, infine, dannoso perché promuove ufficialmente la guerra tra poveri e la loro criminalizzazione, perché cavalca la sfiducia e l’insicurezza di un alto numero di persone e non permette alcun tipo di convivenza con chi è già in situazioni di marginalità.
Repressione, ordine pubblico, decoro sono parte di un alfabeto miope, quando invece è sempre più evidente che le nostre città-mercato, le nostre periferie, hanno bisogno di una cultura della prossimità diffusa, di una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione sociale. Tonino Bello, parlava di «convivialità delle differenze».
Riconoscere nuovi poteri a sindaci e prefetti significa che chi ha responsabilità di governo da oggi non è più innanzitutto il garante dei diritti di tutti, in particolare dei più deboli, non è più il garante di una cittadinanza diffusa e il responsabile di un welfare davvero locale. Occorre prenderne atto. Ma qualche domanda andrà pure fatta. Ad esempio, perché tante organizzazioni sociali del cosiddetto terzo settore non si indignano contro un simile provvedimento? Forse qualcuno è interessato a nuove fette di mercato da salvaguardare? E perché, lo dico da prete, anche i vescovi non prendono posizione contro un provvedimento che rende gli oppressi sempre più oppressi e gli oppressori sempre più violenti?

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Risposta a testimonianze di amore (di Advita)

E’ un commento dotto ed interessante che ci rende partecipi di alcuni passaggi ideologici suffragati dalla storia. Questa donna ha acquisito la propria sicurezza attraverso un pensiero, forse audace, ma poggiato su credenze che tendono ad ammansire la coscienza comune. La nostra mente ha bisogno di ancorarsi a sicurezze che ci facciano sentire a posto con noi stessi e con l’ambiente circostante a seconda del nostro contesto di vita. Ovviamente le persone che frequentano “testimonianze” sono cattoliche e la delega dei propri sentimenti a Dio, ai suoi comandamenti, alle regole ecclesiastiche compaiono in ogni lettera. C’è una “morale” che giustifica e perdona. Ciò accade in ogni forma di religione organizzata che richieda osservanza ad un’entità superiore che tutto vede e a tutto risponde. Tanto più radicate sono le nostre convinzioni tanto più faticoso è il tentativo di dare congruenza a scelte e comportamenti. E’ un compito laborioso! Spesso percorriamo la via dell’amore dovendo giustificare il nostro stesso amore. Eppure, come dice l’ amica scrivente, “l’amore apre gli orizzonti, non li chiude” ed ancora “Se non si ha la forza di morire per amore sarebbe meglio chiamarlo con altro nome e coprire le proprie nudità!”. L’amore coincide sicuramente con l’ “espansione” e talvolta con il senso stesso della vita. Ma ogni storia è diversa e va ascoltata attraverso “quella” particolare, specifica musicalità: armonie, dissonanze, tempi. I sentimenti riverberano come onde sonore e danno sempre ritmi diversi, del tutto soggettivi. Alle volte stridono, cozzano, infrangono…eppure, come dice la canzone, …” anche tutto questo è amore”! Buona notte care amiche, domani è un altro giorno e gli amori di ogni razza e di ogni colore, vissuti o desiderati, si muoveranno in tutti i siti del mondo: nei grattacieli, sotto i ponti, negli alberghi, nei mercati, nelle chiese…Amori puri o impuri? Abbraccio forte. Advita

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"Non siamo spretati"…

"Lasciate che gli spretati tornino a me" è il titolo, offensivo secondo don Giuseppe Serrone della condizione dei sacerdoti sposati nella Chiesa e nella società civile, dell’articolo pubblicato da Panorama nell’ultimo numero in edicola (n 43 2007 a pag. 102). "La nostra valida ordinazione ci costituisce dal punto di vista sacramentale come sacerdoti per sempre" ha sottolineato l’ex parroco di Chia da anni impegnato per la difesa dei diritti dei sacerdoti sposati.

"Strumentalizzati alcuni dati sui sacerdoti sposati"  afferma don Serrone, "è passata la linea di Gianni Gennari e dei papaboys che naturalmente maschera il tentativo di parte della gerarchia vaticana di reintegrare molti preti sposati. Parte della nostra Chiesa ha una profonda contraddizione: si riammettono i sacerdoti sposati che lasciano la propria compagna al ministero attivo e non si permette ai divorziati risposati di accedere ai sacramenti".

Forzata secondo don Serrone anche la vicenda della cancellazione del Pellegrinaggio dei sacerdoti sposati a Roma previsto dal 6 all’8 Dicembre 2007 (leggi il post sulla notizia).

Ecco il testo dell’articolo di "Panorama" (n 43 2007 a pag. 102):

Lasciate che gli spretati tornino a me
CONTROESODI Sono 6 mila, in Italia, i sacerdoti che hanno lasciato la tonaca. Molti adesso vogliono riavvicinarsi alla Chiesa. Il Papa studia come recuperarli.

Rinviato a data da destinarsi il raduno di preti sposati in piazza San Pietro che monsignor Emmanuel Milingo aveva organizzato per il prossimo 8 dicembre. Il suo portavoce in Italia, Giuseppe Serrone, attribuisce la colpa alle autorità italiane che avrebbero negato il visto al discusso vescovo africano su sollecitazione della Santa sede.

In realtà il raduno è saltato anzitutto per ragioni economiche: il reverendo Moon, finanziatore dell’associazione dei preti sposati di Emmanuel Milingo, ha ritirato il suo appoggio alla manifestazione. Gli oltre 6 mila preti sposati in Italia tirano un respiro di sollievo: sono loro i primi a prendere le distanze da Milingo e da Sante Sguotti, il parroco di Padova fidanzato e con un figlio.

Oggi infatti si torna a parlare dei preti sposati da un altro punto di vista, da quello di coloro che chiedono di essere riammessi al sacerdozio. Attualmente il numero dei preti sposati viventi nel mondo oscilla tra i 50 e i 55 mila. La Congregazione per il clero ha diffuso però un dato sorprendente: oltre 11.200 sacerdoti che avevano abbandonato il ministero negli ultimi 30 anni hanno chiesto di tornare nella Chiesa. Insomma, un prete sposato su cinque ci ripensa.

Si tratta in particolare di quei sacerdoti che avevano lasciato a cavallo degli anni 70, quando le defezioni erano oltre 4 mila l’anno. «Esiste un discreto gruppo di sacerdoti che, dopo avere abbandonato il ministero, trascorso un certo tempo manifestano per esso un’evidente nostalgia. Molti fanno pressione per essere riammessi al sacerdozio, ma senza abbandonare la vita di preti sposati» osserva il gesuita Gianpaolo Salvini, direttore della Civiltà cattolica.

Al Papa sono stati consegnati diversi progetti che puntano a valorizzare i preti sposati che vogliono essere riammessi al sacerdozio, per supplire alla scarsità di vocazioni che si registra nel mondo. Uno di questi progetti è stato presentato da un gruppo di preti sposati guidati dal teologo e giornalista Gianni Gennari (un passato da prete contestatore di sinistra e oggi strenuo difensore di Joseph Ratzinger e di Camillo Ruini sulle pagine dell’Avvenire). La proposta prevede che sacerdoti sposati con più di 25 anni di matrimonio alle spalle possano essere recuperati almeno come diaconi.

Dall’America Latina arrivano altre proposte per favorire l’ordinazione sacerdotale dei «viri probati», cioè di uomini sposati di provata fede. Lo stesso cardinale brasiliano Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, quando era arcivescovo di San Paolo aveva chiesto di prendere in considerazione questo tema.

C’è infine chi propone di estendere il rito orientale alle Chiese africane. Secondo il rito cattolico orientale, anche gli sposati sono ordinati sacerdoti. Nel frattempo Benedetto XVI ha reso più spedita la procedura per la concessione delle dispense ai preti che chiedono di sposarsi, trasferendo la competenza alla Congregazione per il clero. Questo ha consentito di smaltire oltre 1.400 richieste che erano ferme dal pontificato di Giovanni Paolo II.

Cresce però anche il numero dei vescovi cattolici che chiedono la dispensa per sposarsi. Le domande presentate sono una ventina.

fonte: panorama n. 43 2007

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