L’anticipazione, il nuovo film. «Racconto il cardinale Martini. Un dono che non va disperso»

Corriere della Sera
(Giacomo Schiavi) Comincia dall’ umanità di una sofferenza ingigantita dal vuoto della cameretta, all’ Aloisianum di Gallarate, la dedica cinematografica di Ermanno Olmi al cardinal Martini. In un luogo che non è un luogo ma uno stato dello spirito, con la flebo che sgocciola, il tic tac di una sveglia, il crocifisso sul muro e una finestra aperta sul bosco che evoca libertà e misteri, silenzi e addii. La prima sequenza evoca quasi una trascendenza, con la voce del regista che sembra quella affaticata e lenta del cardinale malato, e si sovrappone a essa per diventare l’ io narrante di un testamento etico nel quale la forza della parola, fin dall’ inizio, supera e salva ciò che muore.
«La sua esistenza profetica è un dono che non va disperso», dice il regista finalmente libero da un impegno preso quattro anni fa. La scelta di essere lui stesso interprete e lettore dei messaggi del cardinale, mette subito in chiaro il significato del titolo dato al film documentario che sarà presentato venerdì 10 febbraio nel Duomo di Milano, Vedete, sono uno di voi , prodotto da Istituto Luce Cinecittà con Rai Cinema. Olmi racconta il cardinale come una parabola del Novecento, la sua umanità illuminata dalla fede, il lungo ministero a Milano attraversato da dubbi e inquietudini, la figura alta e carismatica del biblista capace di ascoltare e interpretare le ansie del presente, cercando una risposta nel Vangelo e nelle Sacre scritture. «Dalla prima intervista ci siamo intesi, abbiamo capito che coltivavamo da ambiti diversi lo stesso orticello. Il suo Vangelo è anche il mio, la sua capacità di interrogare le coscienze, di mettersi in ascolto, di guardare agli umili con lo stesso rispetto che si deve dare a ogni figlio di Dio, è una grande lezione, lascia un’ eredita pesante alla Chiesa e a tutti noi». C’ è voluto molto tempo, tanta fatica, un grande entusiasmo per completare il film. Scrutando nel passato e cercando il filo di una vocazione che ha sorpreso prima di tutto una famiglia della borghesia piemontese, il regista ha ritrovato l’ Italia, con i suoi demoni e i suoi squarci di luce: dietro il futuro cardinale c’ è la Torino tra le due guerre, il liceo D’ Azeglio, l’ educazione nel rigore che scandisce i tempi dello studio e delle vacanze, il benessere non ancora stravolto dagli orrori del conflitto. Foto d’ epoca e immagini da cinegiornale documentano le domeniche al Valentino, i tuffi in riva al Po, la vastità sinistra delle adunate in camicia nera, l’ annuncio del Duce che irrompe via radio nel salotto di casa, deserto, come un presagio di morte. La vocazione e la famiglia stupita E poi c’ è la lettera di Leonardo Martini, ingegnere, padre del futuro arcivescovo, che ricorda lo straniamento suo e della moglie, annunciando al fratello Pippo «una grande ma non troppo lieta novità»: l’ intenzione del figlio Carlo Maria di votarsi alla vita religiosa. «I Martini erano un nucleo molto unito, con quel pudore sabaudo che invitava a dirsi per iscritto ciò che coinvolgeva la casa», ricorda Marco Garzonio, biografo del cardinale e coautore della sceneggiatura. Un figlio che sta per farsi prete induce a raccontare quanto di più profondo la persona ha nel cuore, magari di inconfessabile. «Il pensiero di staccarmi per sempre da un ragazzo così buono e così caro mi rattrista profondamente», scrive il papà. Il 25 settembre 1944, a 17 anni, Carlo Maria Martini entra nel collegio della Compagnia di Gesù a Cuneo. Sul portone, a salutarlo, c’ è solo la madre. Olmi indugia sugli studi e sulla formazione teologica del futuro cardinale che giganteggia con le lauree, le edizioni in greco e latino del Nuovo Testamento, le scritture ebraiche che lo avvicinano sempre più a Gerusalemme e lo portano a diventare rettore della Pontificia università Gregoriana. Fissa con lo sguardo le immagini di una Milano irriconoscibile, livida, impaurita, dove si spara e si muore in solitudine nell’ auto per un’ overdose, una città alle prese con i miti perduti, avvelenata dal terrorismo e dal banditismo economico. Fa vedere un vescovo polacco che entra nel destino di Martini con l’ invito a esporre, nei Paesi europei ancora divisi dal Muro, le tesi sul dialogo interreligioso. Vescovo negli anni Ottanta Sarà lui, Karol Wojtyla, diventato Papa, a chiamarlo alla cattedra di Ambrogio il 29 dicembre ’79, vincendo le resistenze del gesuita che mai e poi mai pensava di fare il vescovo senza apprendistato. Appena insediato Martini deve inginocchiarsi sul corpo crivellato di colpi del giudice Galli e trovare le parole per lenire il dolore alla messa funebre di Walter Tobagi, il giornalista assassinato dai folli epigoni del brigatismo. È li che la sua parola scuote, rovescia rassegnazione e indifferenza, diventa il grido di una città ferita. «Mi ricordo quella Milano degli anni 80 – aggiunge Olmi -. Uscivi di casa e ti bollivano i piedi, c’ era disagio e smarrimento, la ricchezza navigava solo nella categoria dei ricchi». Con le sue lettere pastorali il cardinale diventa seminatore di speranze, vescovo del dialogo, sollecita l’ attenzione verso gli altri, gli umili, le persone dimenticate o ferite nella dignità, invita i giovani a comunicare con il silenzio e spiazza tutti quando chiama chi non crede in Duomo, per interrogare e interrogarsi. «La Cattedra dei non credenti diventa una nuova agorà e Martini è il defensor civitatis», scriverà Claudio Magris: esce dal buio dei tempi con la forza della parola. Quando dice «l’ uomo è più di quanto possiede», «la politica sta rubando la speranza ai giovani», « Milano è una citta che sa risorgere, orgogliosa di sentirsi comunità», «l’ Europa non può essere solo quella dei mercati», «chi ha responsabilità pubbliche deve anche saper sognare», non anticipa i temi di oggi? Le aperture sui temi etici Vedete, sono uno di voi , è un film manifesto che tiene accesa la fiaccola della speranza impugnata da Martini davanti alle ingiustizie del mondo, alle sopraffazioni, all’ umiliazione dei diritti, alla corruzione, alla carenza di linguaggi. Flash che segnano un’ epoca: la visita a San Vittore, l’ incontro con i detenuti, il battesimo per la figlia di una brigatista e le armi che i terroristi gli fanno avere in tre grosse borse, all’ Arcivescovado, in segno di resa. Racconta Olmi: «Nulla lo spiazzava, lo sorprendeva. Immediatamente trovava una risposta nella Bibbia». Anni intensi, vissuti, sofferti. Con le gerarchie di Roma in aperta ostilità per le aperture sui temi etici, dalla comunione ai divorziati al testamento biologico. «Un giorno mi ha detto: la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Condivido. Prima di papa Francesco si stava dimenticando di Gesù». Martini, Olmi, Milano, la ragione, l’ anima, il cuore. Il cardinale dialoga con il mondo ma la città resta metafora di un impegno che sollecita l’ attenzione verso gli altri. C’ è Tangentopoli. Passano le immagini del crollo morale di un sistema, politici e imprenditori in manette, il lancio di monetine a Bettino Craxi. Olmi fa sentire un audio con la voce di Silvio Berlusconi: è crollata la Prima Repubblica e il nuovo corso inizia con la filosofia immobiliare di Milano Due Tira un grosso sospiro il regista che in questi mesi non si è risparmiato. «Era un atto dovuto per il cardinale che ha predicato il risorgimento morale e ci ha invitato a essere inquieti». Si ritorna nella cameretta, «a quell’ istante in cui c’ è ancora un futuro ma appena dopo è passato», dice Olmi. La sua voce si interrompe. La staffetta è finita. Ma l’ addio non è triste. «Martini se n’ è andato con eleganza». C’ è il sentimento dell’ uomo nelle ultime parole del cardinale davanti al rabbino Laras. Sembra davvero dire: vedete, sono uno di voi.

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Il cinema del peccato

Ci sono notizie che forse lo sarebbero, per costume e cultura, in un mondo subissato di preti con vocazione orgiastica e di giornalisti che si chiamano come piloti della Formula Uno (copyright del mio amico Giuliano) che inseguono i preti pedofili. Ma ce le saremmo perse, non fosse che il bravo Roberto Giardina, scrittore palermitano che ha messo radici a Berlino, ce le racconta su Italia Oggi. La notizia è che in Germania chiude il Filmdienst, la guida ufficiale della Katholische Filmkommission che dal 1947 metteva i bollini di affidabilità morale ai film. Non c’è bisogno di ricordarsi i baci tagliati di Nuovo Cinema Paradiso per farsi un’idea: indirizzata soprattutto ai giovani, la rassegna ha provato per decenni a censurare il censurabile. Fatica vieppiù vana. Anche il quotidiano cattolico italiano ha rinunciato da secoli a segnalare con “adulti con riserva” i film un po’ osé. Anche se, a onor del vero, Filmdienst nella sua lunga storia aveva raccomandato film come Teorema di Pasolini. Niente da fare. Pare che ormai in Germania i cattolici, che forse tutti insieme riempirebbero un paio di sale, i giudizi di Filmdienst non li leggano manco più. O forse non vanno al cinema, l’aveva già capito Wim Wenders. Ma che frequentino solo Youporn, lo lasceremo dire a quello della Formula Uno.
Il Foglio

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Alla Mostra del Cinema di Venezia, che si apre mercoledì prossimo, sono molti i film in cui registi diversissimi tra loro affrontano temi legati alle esperienze umane e religiose.

Tra i campi di mais i loro volti raccontano le loro storie, Pippo Delbonochiede soltanto i nomi. Sono profughi arrivati da terre ove la sofferenza è quotidiana, la morte una cruda realtà. Le loro tragedie gli ricordano le parole di Gesù. Decide di girare un Vangelo, molto a modo suo, con frammenti di citazioni che s’innestano sulla realtà che quelle persone evocano e portano con sé. All’origine di questo film, come confessa il regista, il ricordo della madre, che gli chiedeva di fare qualcosa che racconti l’amore, e poi il famoso quadro del Caravaggio “Le sette opere di misericordia”.

“Sì, sono due giusti punti di partenza: il Caravaggio un po’ inconsciamente e la madre invece con una chiara decisione. Mia madre è una donna molto cattolica. Dentro la sua grande fede aveva in fondo una straordinaria libertà, e spesso un po’ un eccessivo rigore. Però sicuramente mi ha segnato tantissimo: porto dentro questo cammino di mia madre, anche se poi io ho preso una strada un po’ diversa, nel senso che sono buddista e pratico il buddismo da tanti anni. Però è stato come un passare da una cosa all’altra e anche ritornare a rileggere il Vangelo dopo aver fatto un cammino importante comunque nella spiritualità; e quindi rileggerlo adesso con uno sguardo nuovo. Il Caravaggio è comunque la bellezza dell’essere umano, la luce che esce fuori da persone che molto spesso la società chiama ‘criminali, zingari, rifugiati, diversi, esclusi’”.

Lei dichiara di non credere, eppure si confronta con il testo che è il fondamento del cristianesimo:

“Sicuramente è successo che mi ha anche un po’ toccato e colpito questo nuovo Papa, che ha dato segni di grande apertura umana, forte, forse rara in questo momento in cui tutti parlano, ma si sente che in verità alle persone, nel profondo, non importa nulla delle cose. E poi sì, trovare questa assurda contraddizione di un Paese come questo, dove tutti apparentemente si reputano ‘cristiani’ – sono tutti cattolici – e poi assumono dei comportamenti che si allontanano totalmente – ma totalmente! – da quel pensiero. Allora io, da non cattolico, dico loro: “Ma scusate! Fermi un attimo…”. Io non ho voluto fare un percorso intellettuale, ma un percorso semplice: complesso, ma semplice. Quando nel film, a un certo punto, si dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere”. Partiamo da lì: chi ha sete oggi, chi ha fame oggi?”

L’incontro con gli immigrati, con i profughi, con persone che portano segni di grandi ferite e di grande vita, che cosa ha significato per la realizzazione del suo film?

“Queste persone mi hanno portato diverse cose. Una è stato, oggettivamente, come racconto nel film, una casualità, cioè un andarli a cercare e arrivare lì in un momento di ferita. Tutto il mio cammino stato segnato da ferite, però sembra che queste ferite in qualche modo siano state anche una grande occasione per rimanere lucido e non perdermi. Guarda caso, lì, da queste persone con cui la morte ha convissuto molto più presente che per noi, che la dimentichiamo – non è che noi non moriamo, noi la dimentichiamo – ecco, queste persone invece la morte se la portano dentro, incisa nello stomaco, e questa morte dà loro – per quello che poi diventa il mio lavoro artistico – secondo me una straordinaria capacità espressiva, come una bellezza. Ecco, loro ce l’hanno. E lì viene fuori il Vangelo: in fondo, il Cristo dice: ‘Se non sarete uguali ai bambini non entrerete nel Regno dei Cieli’, ma io lo direi anche a un artista: ‘Se non sei come un bambino, non sei un artista’. E’ stato molto semplice, in fondo, complesso e semplice, questo cammino. Inevitabile che poi io sia finito nel Vangelo: sono state come inevitabili coincidenze che si sono unite. Certo, le mie ferite mi sono state amiche: quel famoso Calvario … Mi ricordo di quel Vangelo, da piccolo. Cosa mi ricordo di quel Vangelo? Ho delle cose forti che mi sono rimaste segnate, soprattutto quel Calvario, è da quel Calvario, che è la nascita dalla morte, che passa anche il cammino del Cristo. D’altra parte, il cammino di queste persone è quello: chi più di loro mi può raccontare in questo tempo quella storia lì? Chi più di loro?”.

Radio Vaticana

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Cinema / Venezia Il vero Gesù si fa virtuale

Avete mai sognato di sedere accanto a Gesù durante l’Ultima Cena o di confondervi tra la folla mentre pronuncia il Discorso della Montagna? Oppure di immergervi nel Giordano insieme a Giovanni Battista? Oggi con la realtà virtuale si può. Tornare indietro nel tempo per incontrare da vicino Gesù Cristo era quello che sognava, da bambino leggendo il Vangelo, il regista e produttore canadese David Hansen, che ha unito il suo desiderio di cattolico alla tecnologia più avanzata. Un anno e mezzo fa, mentre stava lavorando su alcuni videogiochi, ha pensato di girare il primo lungomentraggio al mondo in realtà virtuale raccontando la vita di Gesù. «La sfida era mettere in scena la più grande storia mai raccontata con la tecnologia cinematografica più innovativa» aggiunge il produttore Alex Barder che con il regista ha presentato a Venezia ieri in anteprima mondiale 40 minuti diJesus VR – The story of Christ.

Girato lo scorso novembre a Matera in 4K 360° (una tecnologia che permette di immergersi a tutto tondo nella scena) il lavoro ha coinvolto uno staff interamente italiano, a partire da una istituzione, Enzo Sisti, già produttore esecutivo di La Passione di Cristo di Mel Gibson, oltrechè del remake di Ben Hur, Nativity, Young Messiah. «Per me che sono credente il set di Mel Gibson fu coinvolgente in modo totale – ci spiega Sisti –. Ma anche questo Jesus VR sarà un vero strumento di evangelizzazione, come lo è stato La Passione di Cristo ». Non a caso si è voluto coinvolgere come consulente del progetto padre William Fulco, gesuita, docente alla Loyola Marymount University di Los Angeles, che tradusse in aramaico la i dialoghi del filme di Gibson.

Il film ripercorre in 90 minuti la vita di Gesù, dalla nascita a Betlemme sino all’Ascensione, passando attraverso la sua predicazione, le parabole, i miracoli. Un lavoro semplice e rigoroso, dove a parlare sono le frasi del Vangelo mentre lo spettatore si muove come nella vita vera. A parte i cinema attrezzati (i cosiddetti VR Theatre, ancora pochissimi nel mondo), il film possono vederlo tutti quelli che possiedono uno smartphone, applicato a un visore (il Vr Head Gears) scaricando, a pagamento, il film dal web. E si capisce anche il potenziale commerciale di un’operazione che, però, ha una sua serietà e potrebbe essere un utile strumento divulgativo per i giovani. Una volta infilati il mascherone e le cuffie, eccoci proiettati duemila anni fa, davanti alla grotta di Betlemme. Camminiamo insieme ai pastori verso il punto indicato dalla stella cometa e, se voltiamo il capo verso sinistra, individuiamo la grotta. Ed è un’emozione stare accanto a Giuseppe, Maria e il bambinello, vicini da poterli toccare. Lo stesso dicasi per la parabola del Buon Samaritano, raccontataci da Gesù (l’attore Tim Felligan) come fosse un nostro amico mentre stiamo seduti su una roccia.

Di grande suggestione l’Ultima Cena, dove lo spettatore si trova al centro di una stanza illuminata dal fuoco e girando su se stesso (possibilmente su una poltrona rotante) si ritrova circondato dai 12 apostoli. Merito di un aggeggio con 6 telecamere poste a 360 gradi. La Crocefissione sullo sfondo del burrone di Matera porta al culmine la partecipazione, e dove ti giri ti ritrovi a destra i soldati che si giocano ai dadi le vesti di Cristo e a sinistra la Madonna inginocchiata. Colpo di scena, abbiamo anche la prospettiva dagli occhi di Gesù sulla croce. L’effetto è quello movimentato e composito delle grandi crocefissioni della pittura manierista, ma lo stupore non sovrasta il messaggio di Cristo, anzi lo sottolinea creando empatia. «Gesù diventa più umano e vicino a noi – aggiunge il regista – Soprattutto oggi che il messaggio di pace di Gesù deve essere diffuso a tutti». Uscita prevista a Natale sulle principali piattaforme di realtà virtuale, incluse Google Cardboard, Samsung Gear, Oculus Rift, Playstation Vr e Htc Vive.

avvenire

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La vita del prete-guerrigliero

David Guevara è un giovane regista colombiano, autore del documentario “Camilo, más que un cura guerrillero” (Camilo, più che un prete, un guerrigliero), che si sta proiettando in America latina, nei dibattiti dei movimenti popolari. Un omaggio a Camilo Torres, il sacerdote leader della seconda guerriglia più importante della Colombia, l’Eln. Nato a Bogotà il 3 febbraio del 1929 da una ricca famiglia della borghesia liberale, Camilo è stato un precursore della Teologia della liberazione, fautore del dialogo tra  marxismo rivoluzionario e  cattolicesimo conseguente. Entrato nell’Eln, è morto con il fucile in mano il 15 febbraio del 1966.

Perché un giovane artista fa un film su un personaggio “ingombrante” del secolo scorso?
Per il suo impatto sull’immaginario e sulle emozioni, il cinema è un mezzo  efficace per stimolare la coscienza sulla nostra realtà sociale. Pur fra mille difficoltà e impedimenti, l’audiovisivo ha mantenuto una grande attenzione su questi temi e continua a caratterizzarsi per le sue storie forti in un contesto di alta conflittualità sociale, con un’attenzione specifica alle radici del conflitto armato, che dura da 52 anni. La memoria storica è un potente fattore politico. Quello di Camilo Torres Restrepo è un pensiero vivo, pratico e attuale. Il nostro intento è stato quello di raccontare la sua figura e il suo pensiero  non in modo astratto o come archeologia del secolo passato, ma come un sincretismo di lotta sociale persistente a dispetto delle demonizzazioni. Un pensiero presente nel lavoro di costruzione e nelle richieste dei settori sociali meno favoriti di fronte alla feroce disuguaglianza sociale che non è mai cambiata, anzi si è approfondita nel corso di 50 anni. Camilo è una figura molto potente del secolo XX, sia per il nostro paese che per il continente, un anello fondamentale per capire quale strada occorre intraprendere per portare a soluzione il conflitto armato. La sua memoria si è però diluita nell’immaginario nazionale e, a 50 anni dalla sua morte in combattimento abbiamo voluto realizzare un cortometraggio di fiction sulla sua vita, basandoci su testimonianze e ricostruzioni.

Che messaggio può dare Camilo Torres in questo secolo in cui i governi che si richiamano al Socialismo vanno al potere con le elezioni?
Un messaggio di coerenza estrema e di forte impegno a fianco degli ultimi e dell’umanità negata. Ha vissuto un’epoca caratterizzata dalle imposizioni di un’oligarchia chiusa al dialogo, al cambiamento, escludente e repressiva. Ai giorni nostri, questa classe dominante ha aperto dei canali di dialogo, tuttavia continua a reprimere mentre governa. Coerente agli interessi della classe che aveva deciso di difendere, Camilo ha affermato che il popolo, che è la maggioranza, deve poter contare, senza chiedere il permesso, in modo pacifico o no dipende dalle circostanze. Cinquant’anni fa, l’oligarchia ha scelto di reagire con violenza e il popolo ha preso le armi. In questi giorni, l’oligarchia si apre al dialogo, ma senza cedere il potere…

Quale peso ha Camilo Torres oggi nel guevarismo dell’Eln?
E’ un sentimento che persiste, così come continua a vivere nei movimenti sociali che non assumono la lotta armata, parla di sacrificio, di martirio e di redenzione per i poveri. Un sentimento che non è in contraddizione con il guevarismo, ma lo completa nella rinuncia all’avanguardismo e nella ricerca di unità. L’Eln si pone come parte di un’avanguardia collettiva, e questa è senza dubbio un’eredità di Camilo.

Cosa pensa del ruolo di papa Bergoglio?
Il papa oggi è una voce che assume il messaggio di Cristo come una contraddizione con il capitalismo vorace, come lo ha fatto a suo tempo la generazione dei sacerdoti che ha edificato la chiesa dei poveri, questa nuova evangelizzazione continua e ha contagiato molti settori ecclesiastici. Forse si può considerare Bergoglio come un effetto della testimonianza di vita e dell’opera di Camilo Torres e dei sacerdoti della Teologia della liberazione.

L’Eln sta conducendo trattative separate. Che pensa del processo di pace?
Il processo di dialogo per porre fine al conflitto armato è un fatto importante per il paese, non è la prima volta che il nostro paese assume la soluzione politica negoziata come alternativa alla guerra, ma la classe dominante non ha mai ceduto davvero terreno e anche oggi, non sembra voler davvero cambiare pratica. La senzazione, a volte, è che più che alla pace, pensi a costruirsi le condizioni per neutralizzare almeno una delle guerriglie attraverso la politica elettorale, senza intaccare i cambiamenti strutturali e il cambiamento di mentalità che sono necessari per costruire un vero percorso di pace. Per questo, è necessario che la società di mobiliti per rendere effettivi i cambiamenti necessari e mettere in pratica gli intenti degli accordi.

Il Manifesto

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Monsignor Romero, un martirio oltre la morte

L’associazione per l’aiuto medico al Centro America, Amca, durante il festival di Locarno propone una sua autonoma iniziativa con la proiezione di un film dedicato al Centro America. Quest’anno è stato Il risarcimento di Gianni Beretta (storico corrispondente per questo giornale da quei paesi) e Patrik Soergel, dedicato a Monsignor Romero, il suo popolo e papa Francesco. Il risarcimento del titolo è quello che la Chiesa cattolica sta perfezionando nei confronti di un arcivescovo assassinato «in odium fidei» da altri cattolici, guardato con sospetto da Giovanni Paolo II che lo riteneva quasi filocomunista (salvo un tardivo ripensamento) e da molti esponenti conservatori della Chiesa cattolica che con bugie e maldicenze hanno di fatto rallentato al limite del boicottaggio il processo di beatificazione di un martire ucciso da un cecchino durate la celebrazione della messa.

Benedetto XVI ha rimesso in moto le pratiche e l’arrivo di papa Francesco ha accelerato il processo così che il 23 maggio 2015 nella piazza di San Salvador, stracolma, ha potuto essere ufficialmente dichiarato beato. Il perché di tanto malcelato risentimento nei confronti di Romero va cercato proprio nel suo apostolato.
Inizialmente Romero guarda forse con maggiore simpatia i benestanti, le persone cosiddette perbene, piuttosto che i contadini, i tagliatori di canna da zucchero e i reietti della società. Anche perché Romero non è schierato con gli esponenti della teologia della liberazione che ritiene politicizzati, per questo quando nel 1977 viene nominato arcivescovo di San Salvador le famiglie potenti sono sicure di avere in lui un alleato. Però Romero è profondamente ancorato ai valori cristiani, evangelici e alla nonviolenza e non può non vedere. E il suo sguardo si fa altro quando l’oligarchia che controlla il paese grazie all’asservimento della stampa, alla repressione dell’esercito e alla connivenza della chiesa mostra il suo volto più criminale proprio per difendere i privilegi che talvolta risalgono addirittura ai conquistadores.

E quando il gesuita padre Rutilio Grande viene assassinato con due catecumeni il suo amico Oscar Romero decide che non è più tempo di silenzio. A partire dai funerali Romero si schiera dalla parte di quelli che non hanno nulla contro quelli che hanno tutto e non esitano a compiere crimini orrendi per mantenere i loro privilegi. Le prediche dell’arcivescovo vengono diffuse via radio (e le radio vengono fatte saltare), l’esercito e gli squadroni della morte hanno ormai nel loro mirino anche preti e fedeli (uno slogan recita «fai un gesto patriotico: uccidi un prete»). Organizza anche un soccorso legale contro i soprusi e i crimini, Beto, l’avvocato che dirige questa struttura dichiara sarcastico che non sono mai riusciti a vincere una causa.

Poi l’epilogo quando Romero invita i militari a disobbedire se viene loro ordinato di commettere crimini contro l’umanità. Il giorno dopo viene assassinato. E da lì si parte, da quella chiesa come è oggi e come era quella sera del 1980 con il sangue sotto l’altare. Sino alla frase di papa Francesco che ricorda come Romero non sia stato martire solo al momento della sua morte, anche dopo «fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato» una frase dura che arriva quasi alla fine del documentario, forte prepotente e inquietante.

Mentre è solo forte l’affetto del suo popolo, gente modesta che aveva riempito la piazza per i suoi funerali, prima di essere messa in fuga da una bomba, poi protagonista di una sanguinosa guerra civile e ancora oggi in piazza per venerare il «suo» santo, quello che ha avuto il coraggio di guardare dritto verso i crimini e di mantenere dritta la schiena contro le pressioni e le miserie, raccontate anche da chi ha dovuto istruire le pratiche per la beatificazione che rievoca tra lo sconsolato e il faceto come siano stati messi infiniti bastoni per bloccare quell’istruttoria che forse solo un papa latinoamericano poteva sbloccare perché sa di cosa si tratta quando si parla di dittature e di violenza contro gli ultimi della terra.

ilmanifesto.info

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‘E venne l’uomo’ Ermanno Olmi, ‘io aspirante cristiano’

Forse la cosa piu’ bella su di lui l’ha detta con la sua semplicita’-rock Adriano Celentano: “Ermanno Olmi e’ fortissimo”. Il fatto e’ che il regista de Il Posto e de L’albero degli zoccoli sembra oggi davvero un marziano, non e’ classificabile, con quell’aria pacificata e autenticamente buona. Ora al Lido, alla 73/a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Classici, arriva ‘E venne l’uomo – Un dialogo con Ermanno Olmi’ di Alessandro Bignami, prodotto da Rai Movie. Un’intervista con il critico Federico Pontiggia, nel quale il regista riflette sulla sua arte, sui valori dell’uomo e sulla sua poetica spirituale lontana mille miglia dai rumori del mondo.

Intervistato nella sua casa di Asiago ai confini di un bosco, una necessita’ per il regista vivere nei pressi della natura, Olmi, 85 anni, si lascia andare con stupore infantile a quelle che sono le sue certezze di cristiano convinto. “Bisogna essere innamorati di tutto”, dice a Pontiggia e rilancia poi, a modo suo, il monito cristiano: “Ama il prossimo tuo piu’ di te stesso”. Ma in lui nessuna vanita’. Anzi. “Sono solo un aspirante cristiano – ci tiene a dire -. Chi mai si puo’ paragonare a Cristo?”. Mentre sulla tragedia dei migranti, a cui ha dedicato un film nel 2011, ‘Il villaggio di cartone’, sottolinea: “La domenica dobbiamo andare al tempio dei villaggi di cartone” facendo riferimento ai rifugi precari dove i migranti trovano comunque casa. Leone d’Oro alla carriera nel 2008, Palma d’Oro per L’albero degli zoccoli nel 1978, regista e sceneggiatore di opere apprezzate quali La leggenda del santo bevitore (1988), Il mestiere delle armi (2001) e Torneranno i prati (2014): Ermanno Olmi, da oltre 50 anni, racconta la sua personale realta’ con semplicita’.

“Ho sempre fatto film che riguardavano il mio privato”, spiega nell’intervista. I suoi eredi? “I registi Maurizio Zaccaro e Michelangelo Frammartino e l’attrice Alice Rohrwacher”. Ma le parole forti arrivano da lui, solo un po’ turbato, quando descrive i tempi di oggi, i tempi dell’Isis e degli attentati: “Una volta un nemico lo si riconosceva come tale. Oggi come invece possiamo riconoscere chi si imbottisce di esplosivo a va in mezzo al popolo, alle donne, ai bambini? E questo solo perche’ non un uomo, ma un Dio comanda”. Anche se la speranza non viene mai a mancare: “Torneranno i prati”, dice con il suo viso solido e buono citando il titolo del suo ultimo film del 2014 dedicato alla prima guerra mondiale, a quella disperata guerra di trincea che non sembrava finire mai e in cui la natura sembrava assente. “Sulla scorta di Camus, Olmi crede che ‘Se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso’: guardando i suoi film, in fondo, possiamo cambiare anche noi” dice infine Pontiggia. (ANSA).

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Promette alta qualità la 73.ma Mostra del Cinema di Venezia

E’ stata presentata ieri mattina a Roma la 73.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che si svolgerà al Lido di Venezia dal 31 agosto al 10 settembre, caratterizzata da una rinnovata vitalità della produzione mondiale e dall’alta qualità dei titoli, con la scoperta anche di nuovi autori che guardano, per vie mediate, al nostro presente. Il servizio di Luca Pellegrini (da Radio Vaticana)

Dedicata agli scomparsi Michael Cimino e Abbas Kiarostami, la Mostra del Cinema di Venezia conferma la sua vocazione: cinema d’autore, attenzione al pubblico, un’oasi di cultura che riflette sulle condizioni del mondo e del tempo presente, tutt’altro che sicure e pacifiche. Venti film in concorso, diciannove nella sezione “Orizzonti”, diciotto fuori concorso, i classici restaurati, il mondo rappresentato sullo schermo. Il presidente della Biennale, Paolo Baratta, parla della Mostra come modello di un’istituzione culturale che nella fedeltà alle proprie tradizioni genera un paradosso. E lo spiega così:

“La fedeltà al modello, che è quello della Mostra d’arte, e non a caso è un modello tipico di Biennale – che ha nel cinema nient’altro che una ulteriore estensione del suo raggio di azione che è “Le arti”: il mantenersi fedele a un modello nel quale si premia l’energia vitale dell’artista e si osserva la sua capacità di interpretare, di incalzarci sui temi del tempo presente, ma anche sui temi generali che riguardano l’uomo e la sua vita…la Biennale riconosce in questo la vitalità dell’arte: aprire lo sguardo, dilatare gli occhi, dilatare la mente, guardare oltre, non accontentarsi delle banali verità quotidiane. Quindi, questo è il compito di un’istituzione culturale. La cosa paradossale è che nel momento in cui noi abbiamo tenuto ferma la barra su questa linea, col passare degli anni questo ci è stato riconosciuto come un elemento importante e di valore aggiunto. Il mondo, cioè, guarda a noi con la stima che merita un’istituzione che, se ospita un’opera, è perché vede in quell’opera della vitalità artistica. E questo ci ha fatto tornare, dopo anni di lavoro, ad essere luogo di destinazione di opere di qualità, anche di quelle che mirano al successo poi di pubblico e di commercio, che sono nel campo dell’arte cinematografica e delle arti in genere molto importanti. Stando, cioè, fermi con la barra, invece di inseguire quotidianamente – come tanti, troppi suggeriscono continuamente di fare, perché confondono il moderno con l’essere banderuola del tempo presente, ma mantenendo ferma la barra, si diventa luogo nel quale il meglio del tempo presente ambisce andare. E il paradosso, se vuole, è questo: che siamo diventati anche attrattori – come si usa dire adesso – di opere che ambiscono al successo di mercato”.

Alberto Barbera è al suo ottavo anno di direzione. E’ soddisfatto dei tre titoli italiani in concorso, tra i quali il ritorno di Giuseppe Piccioni con “Questi giorni”. E sottolinea come l’alta qualità dei titoli quest’anno dimostrino un approccio alla realtà e al presente non più diretto, ma mediato: dalla letteratura, dalla storia, dalla finzione di genere. Lo conferma ai nostri microfoni.

R. – Negli ultimi anni, insomma, avevamo la sensazione che i registi, il cinema contemporaneo avesse voglia di approcciare direttamente i grandi temi – le guerre, l’immigrazione, la disuguaglianza sociale, la famiglia, il disagio giovanile – in maniera non dico quasi giornalistica, ma comunque molto franca, molto aperta, molto diretta. L’impressione – ed è quello che si ricava dai film che poi abbiamo selezionato – è che invece in qualche modo gli autori utilizzino degli schermi, dei filtri: o sono romanzi trasposti in film o sono film di genere – fantascienza, western… – oppure film che affrontano temi storici – l’Olocausto, la Prima Guerra Mondiale e così via. Tutto questo non vuol dire fuggire dalla contemporaneità e sfuggire alla realtà, vuol dire parlare dell’oggi in un altro modo. Sappiamo – ci hanno insegnato i grandi autori – che ogni racconto, anche se ambientato nel passato, ambientato nel futuro, è sempre un racconto dell’oggi. Il cinema è costantemente un cinema del presente.

D. – C’è anche una parabola cristologica, ambientata nel Nord del Cile, il film di Christopher Murray “El Cristo ciego”…

R. – E’ un film fortemente ispirato da Pasolini. E’ un film che ha, come dire, un approccio realistico nel mostrare le condizioni di estrema povertà di queste popolazioni, che vivono in una zona desertica dove ci sono le miniere più sfruttate, più ricche del Cile, e che sono sfruttati dai proprietari di queste miniere che li costringono a vivere in condizioni miserabili. E c’è questo ragazzo che sente improvvisamente una vocazione, sente di essere la reincarnazione del Cristo e sente di poter fare miracoli e parte in un viaggio attraverso questi villaggi abbandonati da tutti – dall’uomo, dalla società – con l’ambizione di fare il miracolo, di fare miracoli per salvare queste persone. E’ un esordio assolutamente impressionante.

Una sorpresa è in Orizzonti il documentario “Liberami” di Federica Di Giacomosu un gruppo di sacerdoti esorcisti siciliani:

“Questo documentario ci ha impressionato – ci ha divertito ed impressionato, colpito ed affascinato – perché è una realtà che conosciamo poco, ma è un fenomeno invece di dimensioni gigantesche. Il film si conclude a Roma con un convegno mondiale degli esorcisti dove ci sono migliaia di esorcisti autorizzati dal Vaticano ad affrontare casi sempre più numerosi di persone che si rivolgono a loro perché ritengono di essere posseduti dal demonio. E il film – con grande rispetto, con grande intelligenza – segue due o tre esorcisti siciliani in questa pratica quotidiana incredibile, che a noi sembra fuori dal mondo, fuori dal tempo, mentre invece è una realtà quotidiana con cui questi preti hanno a che fare costantemente”.

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