Cannes, Nuovo Cinema Paradiso e il premio 30 anni fa. E dire che all’inizio fu un flop e dovettero proiettarlo gratis

«Quando il film uscì nel novembre 1988, nelle sale italiane, non andò a vederlo nessuno. Gli incassi furono disastrosi, tranne che a Messina, dove il film andò benissimo e non capivamo il perché». Il dubbio che si era posto Peppuccio Tornatore, sul flop iniziale del suo capolavoro «Nuovo Cinema Paradiso» ha, invece, una spiegazione ben precisa. «Gianni Parlagreco non era solo il gestore del cinema Aurora nel pieno centro di Messina ma era un appassionato cinefilo che non si dava pace dell’insuccesso di quella magnifica pellicola — spiega l’avvocato Ninni Panzera, cinefilo e anima di TaoArte e del Taormina Film Fest» — tanto che la tenne in cartellone con ostinazione ma ebbe pure un colpo di genio: invitò la gente a entrare gratis e, solo se il film fosse piaciuto, alla fine avrebbero pagato. È stato un vero trionfo perché nessuno scelse di non pagare».

Un successo contagioso. «Io stesso gestivo in città una piccola sala da appena 50 posti dedicata a Don Milani — prosegue Panzera che nel 2014 ha allestito anche apprezzate mostre sui 25 anni del capolavoro di Tornatore — e lo riproposi: ogni sera era stracolma». Sembra una favola nella favola ma proprio il pubblico messinese, probabilmente, tenne in vita quella pellicola. Esattamente così come era successo nel 1981 con «Ricomincio da tre»: ignorato nel resto d’Italia e osannato nella città di Colapesce. «Nuovo Cinema paradiso incassò 120 milioni in tutta Italia e di questi 72 solo a Messina e, a quel punto, ho deciso di invitare Peppuccio per un incontro con gli spettatori della sala Milani — ricorda Panzera da Cannes dove ha appena presentato alla stampa la mostra «Le stelle di Taormina» sui film girati nella perla dello Jonio —. Lui ne fu entusiasta perché, sotto sotto, era curioso di scoprire il perché di quel successo in città».

L’incontro avviene davvero alla fine gennaio del 1989 davanti a un pubblico entusiasta. «C’era la gente arrampicata ovunque nella Saletta Milani quella sera – ricorda divertito lo scrittore messinese Fabio Mazzeo, attualmente in classifica con «La solitudine degli amanti» – perché l’entusiasmo di Parlagreco e Panzera era stato contagioso in città e noi stessi giovanissimi cronisti alle prime armi avevamo visto il film alla Milani proprio su invito di Ninni. Aveva ragione perché notammo subito che sarebbe passato alla storia e al regista bagherese tributammo una meritata ovazione».

Tornatore, quella sera, rimase colpito. «Lo vidi fra il frastornato e lo smarrito perché, come disse lui, era stata “una carezza in tempo di schiaffi” e per due ore filate si raccontò a cuore aperto. Anzi disse che “la sera prima di addormentarmi, sogno che Messina sia tutto il mondo e che il successo che il film ha avuto qui si possa replicare ovunque”». L’incontro si chiuse con una premonizione. «“Non dico che con questo film voglio vincere l’Oscar ma spero che abbia almeno un’altra opportunità….”». Il regista riprese coraggio e, dopo aver accorciato di alcuni minuti la pellicola, nel maggio del 1989 gli viene assegnato al Festival di Cannes il «Grand prix speciale della giuria».

L’anno dopo, nel 1990, la consacrazione: vittoria sia al Golden Globe sia al Premio Oscar come miglior film straniero. Dalla polvere all’altare in un solo anno. In più, con il vanto di essere il primo film ambientato in Sicilia (principalmente nel Palermitano fra Bagheria, Cefalù, Castelbuono, Lascari, Chiusa Sclafani, Palazzo Adriano, Santa Flavia, San Nicola l’Arena e Termini Imerese) a cui hanno partecipato tanti attori e comparse isolani, con protagonisti ispirati a uomini siciliani (L’Alfredo interpretato da Philippe Noiret è tratteggiato sulla figura del fotografo e proiezionista bagherese Mimmo Pintacuda) ma che, in realtà, cambia il racconto cinematografico da «sulla» Sicilia a «dalla» Sicilia.

Il motivo è semplice: è una vera e propria metafora di epoche che cambiano e che partendo dall’isola si proiettano e sovrappongono sul mondo intero. Perché «Nuovo cinema paradiso» si basa sul concetto di tempo. C’è il divenire ma anche l’assenza e se il tempo non esiste, le vite delle persone e le idee potranno sempre incontrarsi: basta la magia dell’amore. Come diceva Alfredo al piccolo Totò: «Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu». Ironia della sorte, il divenire del tempo ha fatto sì che il cinema Aurora chiudesse esattamente come il «Nuovo cinema paradiso» di Giancaldo immaginato da Tornatore ma l’amore per quella pellicola e quella favola messinese è ancora forte.

CORRIERE.IT

 

Cinema. Un film emozionante su San Pio da Pietrelcina

I due giovani protagonisti del film “Ci alzeremo all’alba” diretto da padre Jean-Marie Benjamin

avvenire

Luca e Sebastiano hanno 12 e 13 anni, sono amici e percorrono in lungo in largo in bicicletta le verdi campagne del Gargano alla ricerca di una verità che li affascina e per loro ancora tutta da scoprire, quella sulla vita di san Pio da Pietrelcina, andando a intervistare i testimoni diretti per farne un libro. Una avventura di crescita umana e spirituale, fra dramma, commedia e inchiesta con i veri protagonisti di allora, per svelare l’attualità di Padre Pio attraverso l’occhio delle nuove generazioni: questa la felice intuizione del regista, compositore, direttore d’orchestra e sacerdote francese Jean-Marie Benjamin, che ha presentato ieri sera, fra applausi e commozione, il film Ci alzeremo all’alba come evento speciale al Festival del Cinema Europeo di Lecce giunto alla sua 20ª edizione. Presente, oltre al regista e al cast composto dai piccoli attori, anche l’arcivescovo di Manfredonia- Vieste-San Giovanni Rotondo monsignor Franco Moscone, il vescovo ausiliare di Roma monsignor Gianpiero Palmieri e l’arcivescovo di Lecce monsignor Michele Seccia, che ha ricordato come anch’egli da bambino, all’età di sei anni, essendo in precaria salute fosse stato portato dalla madre ad essere benedetto da Padre Pio.

Un incontro che lo ha segnato come pure è successo al regista Benjamin, sacerdote dal 1991, la cui vita è stata completamente ribaltata, dall’incontro da ragazzo con il futuro Santo a San Giovanni Rotondo. Benjamin, 72 anni, infatti, dal 1966 a oggi ha registrato 28 dischi, fra pop e musica classica, collaborando con star della musica francese come Dalida e Charles Trenet e componendo musiche per film come La Bibbia di Marcel Carné sino all’Oratorio La creazione degli angeli e l’inno ufficiale dell’Unicef Ode to the child, composto nel 1984 e interpretato anche da Paul Mc-Cartney. «Era il marzo 1968, avevo 20 anni, vivevo a Parigi e durante la presentazione del disco di un cantante famoso di cui avevo curato gli arrangiamenti, sua madre mi mostrò un libro su Padre Pio. Lo lessi e mi ven- ne la curiosità di incontrarlo» ci racconta Benjamin. Dopo un viaggio in treno di 24 ore, la fortuna di incontrare un ragazzo veneziano che, dovendo ripartire, gli cede il suo posto per confessarsi. «Padre Pio era a testa china, mi chiese quando mi ero confessato l’ultima volta – ricorda padre Benjamin ancora emozionato – Io non me lo ricordavo e mi agitai. Fu lui a dirmi la data esatta, e poi alzò gli occhi verso di me che ero sbalordito. Uno sguardo che non dimenticherò mai». Nel 1988, in occasione di un suo concerto a San Giovanni Rotondo per i vent’anni dalla morte di Padre Pio, Benjamin decide all’improvviso di farsi prete.

Lo sguardo dei giovani è al centro anche di Ci alzeremo all’alba, della durata di 96 minuti, girato fra San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis e Pietrelcina. Benjamin ne ha scritto soggetto e sceneggiatura, componendo anche la colonna sonora, e lo ha prodotto attraverso la Aladino Production con la produzione esecutiva di Mediterranea Production e sotto l’alto patronato dell’Opera Padre Pio. Luca (Andrea Solombrino di Lecce) vive a San Giovanni Rotondo, ha 12 anni, è intelligente e determinato. Il film si apre mentre il ragazzino si reca in visita nella chiesetta e museo di Padre Pio: tornato a casa, rivela ai genitori (i bravi Massimiliano Pazzaglia e Antonella Ponziani) il suo progetto di intervistare le persone anziane che hanno conosciuto il santo per scriverne un libro. La famiglia è unita, ed è d’accordo a partire dal padre ricercatore scienziato all’ospedale di Padre Pio, mentre a fare da contraltare comico è la pepata sorellina Miranda di 8 anni (Karola Mazzei, baby star delle fiction Rai). Luca coinvolge nella sua avventura l’amico Sebastiano (Mariano Barnabà, di Taranto). I ragazzini cominciano le loro indagini andando intervistare tre testimoni reali, nei panni di se stessi, che hanno da giovani conosciuto e parlato con Padre Pio: la 92enne Arcangela Perotti, una delle prime infermiere dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza che racconta come assistette alla bilocazione di Padre Pio durante un suo viaggio a Lourdes, mentre padre Mario Villani, fondatore della Biblioteca del Convento di San Matteo, mostra ai ragazzi nei luoghi dove visse il frate. Toccante l’intervista che rilascia ai due giornalisti in erba fra’ Carlo Maria Laborde, padre guardiano del Convento di Santa Maria delle Grazie che ricorda l’assistenza spirituale e le opere di bene, oltre che i miracoli, effettuate da padre Pio ai soldati sia americani sia italiani durante e dopo la guerra.

Luca e Sebastiano intanto vengono ricevuti alla Casa Sollievo della Sofferenza da Giulio Siena, direttore delle comunicazioni esterne dell’ospedale, e intervistati a loro volta in televisione dal direttore di Padre Pio Tv Stefano Campanella. Fino a che un giorno, l’incontro con un misterioso frate darà una svolta alle loro vite. Come quella che ebbe Benjamin, che venne ordinato sacerdote nel 1991, impegnandosi un intenso lavoro per denunciare gli effetti dell’embargo sulla popolazione irachena, primo a denunciare la contaminazione dalle armi all’uranio impoverito in libri e documen-tari, organizzando, nel 2003, l’incontro del Vice primo ministro iracheno Tareq Aziz con Papa Giovanni Paolo II. Nel frattempo realizzava il primo film sul futuro santo, Padre Pio, la notte del profetaandato in onda su Rai 1 nel 1998. «Spero che anche Ci alzeremo all’alba possa andare in onda su qualche importante emittente italiana. Per ora ho solo richieste da Stati Uniti, Francia e altri Paesi… Volevo fare un film laico che fosse una bufera d’aria fresca, secondo tre direttive: la figura di Padre Pio e la sua opera sociale attraverso l’ospedale, la forza dell’amicizia e l’immagine di un Sud bello e gioioso, fatto di persone semplici e oneste contro le tante immagini negative che circolano».

CINEMA: DAVID, SBANCA ‘DOGMAN’ DI GARRONE

ansa

BENE ANCHE ‘SULLA MIA PELLE’, ‘ROMA’ MIGLIOR STRANIERO ‘Dogman’sbanca ai David di Donatello: il film di Matteo Garrone ottiene i premi miglior film, regia, attore non protagonista con Edoardo Pesce, sceneggiatura originale, fotografia, scenografia, montaggio, trucco e suono. Delude invece ‘Capri-revolution’di Martone. Quattro statuette a ‘Sulla mia pelle’ di Alessio Cremonini. ‘Roma’ di Cuaron miglior film straniero. (ANSA).

Cinema e Bibbia

Prendere in mano la Bibbia, e provare a leggerla, rappresenta senza dubbio una straordinaria opportunità per capire meglio il mondo che ci circonda. Ma anche – sia che compiamo questo semplice gesto convinti che essa contenga la parola di Dio sia perché spinti da comprensibile curiosità intellettuale – per andare più a fondo nella nostra umanità. La sua influenza su comportamenti collettivi, stili di vita, mentalità, almeno in ciò che siamo abituati a definire occidente, è così vasta e articolata che è impossibile delimitarla appieno.

È ormai da qualche anno che, finalmente, anche alle nostre latitudini si è cominciato a leggere la Bibbia nella chiave della sua – sterminata – storia degli effetti (Wirkungsgeschichte è il termine tecnico cui si ricorre al riguardo, recuperato dal filone filosofico dell’ermeneutica di Gadamer e Ricoeur).

Accanto al lavoro prezioso degli esegeti più o meno fedeli al metodo storico-critico, si tratta di studiare e di verificare le innumerevoli riletture che ne sono state fatte nel corso dei secoli, sul versante letterario, artistico, musicale, e così via. Il risultato, in genere, è sorprendente, talora spiazzante, e consente non di rado di cogliere aspetti inattesi, poco sottolineati; oltre che di apprezzare, appunto, la funzione che le sacre Scritture hanno ricoperto come Grande codice della cultura occidentale (secondo l’espressione inaugurata da William Blake all’inizio dell’Ottocento e ripresa qualche anno fa dal critico letterario canadese Northrop Frye).

Perché  questo libro

Su questa linea si pone l’ultima fatica di Peter Ciaccio, pastore metodista attualmente in servizio a Palermo, già ben noto ai cultori del ramo per le sue frequenti incursioni nei territori della cosiddetta teologia pop.

Laureatosi presso la Facoltà valdese di teologia con una tesi sui modelli pastorali nel cinema di Ingmar Bergman, per l’editrice Claudiana ha pubblicato alcuni libri di un certo successo, da Il vangelo secondo Harry Potter (2011) a Il vangelo secondo i Beatles (2012) e a Il vangelo secondo Star Wars (2015).

E, dato che il cinema rappresenta la sua grande passione (fra l’altro, Ciaccio è stato protagonista di parecchi gruppi di studio sulla decima musa al SAE), non stupisce per nulla, ora, vederlo affrontare il tema dei rapporti fra Bibbia e cinema, all’interno di una collana tutta dedicata alle relazioni fra la Scrittura e le diverse discipline, Bibbia cultura scuola.

La collana ha due finalità principali, che vale la pena di riportare per inquadrare meglio questo volume, fresco di stampa:

  1. evidenziare come non sia possibile comprendere la cultura in cui viviamo senza fare i conti con la Bibbia. Il che significa, anche, sostenere che quanti non sanno da dove vengono difficilmente possono partecipare in maniera consapevole, creativa e attiva alla definizione del dove andare, del percorso verso una società capace di rispondere alle sfide delle societàglo-cali in cui tutti viviamo;
  2. sottolineare, mediante specifici approfondimenti, come sia doveroso, e non solo possibile, incontrare il testo biblico e interagire con esso entro il luogo deputato alla costruzione della cultura, all’elaborazione dei processi formativi e identitari, delle nuove generazioni, ovvero la scuola.
La Bibbia e il tempo

Certo, non deve essere è stato facile, possiamo immaginarlo, per Ciaccio, ritagliare l’itinerario che ha scelto di offrire ai lettori, nel quadro del mare magnum degli intrecci biblici con il grande schermo.

Il cinema non ha utilizzato la Bibbia solo come fonte inesauribile di soggetti, ma anche come sfondo di storie di fantasia e come modello narrativo su cui creare nuove trame e nuovi personaggi. Come rileva lo stesso autore, in effetti, studiare la relazione tra cinema e Bibbia è importante per molte ragioni: fra l’altro, per il fatto che la relazione tra essere umano e ambiente circostante evolve sulla base degli strumenti a disposizione. Non siamo immuni dalla tecnologia, ma essa ci cambia nel profondo, come hanno ipotizzato William Gibson e Bruce Sterling, pionieri delle teorie cyberpunk.

Chi legge la Bibbia oggi – sottolinea Peter – lo fa diversamente da chi la leggeva, ad esempio, due secoli fa, non solo perché la media di alfabetizzazione e istruzione è notevolmente aumentata, ma anche perché il cinema, la televisione e internet hanno modificato il nostro modo di leggere una storia; e «nella testa dell’essere umano c’è come una piccola sala di produzione e di proiezione cinematografica per elaborare le storie che ci vengono raccontate»…

Non solo. Ulteriore aspetto che lega il cinema e la Bibbia è il fatto che, in un’epoca in cui è sempre più difficile staccare dalla realtà – sia essa virtuale o sia la cosiddetta vita reale – e in cui si resta permanentemente connessi e reperibili, la sala cinematografica resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare un’esperienza di kairòs, ovvero di un tempo altro, dove le regole sono diverse da quelle del kronos dell’orologio, dell’agenda, delle puntuali notifiche del nostro smartphone.

Certo – annota sornione Ciaccio – una di tali ultime isole felici dovrebbe essere la Chiesa, ma chi le frequenta sa che è più facile che un telefono squilli durante una funzione religiosa che al cinema…».

«Sia la luce. E la luce fu». Accade nella Creazione e accade nelle sale cinematografiche, quando un fascio di luce attraversa il buio per portare sullo schermo una storia: simbolica coincidenza che invita a prendere sul serio il lungo e proficuo rapporto tra Bibbia e cinema. Non solo il cinema ha preso a piene mani dal testo biblico storie popolari da raccontare, ma è intervenuto direttamente sull’immaginario degli spettatori, mostrando, per la prima volta in migliaia di anni, il Mar Rosso dividersi e Gesù – il personaggio storico più rappresentato – camminare sulle acque. Ma oltre a essere fonte inesauribile di soggetti, la Bibbia ha dato al cinema archetipi, schemi, trame per altre storie, come nel western, sostanziale riscrittura della conquista della Terra promessa.

Incarnazione ed Elevazione

L’andamento del libro si divide in due parti.

La prima, intitolata L’incarnazione, si concentra, logicamente, su alcune delle tante pellicole che hanno per protagonista, o quasi, Gesù (al punto da aver dato vita a un genere cinematografico, ilJesus-film), e altri personaggi biblici, da Mosè a Noè fino a Maria Maddalena. Per il pubblico vedere, o rivedere, questi film può essere soprattutto l’occasione di andare a ripassare o a leggere per la prima volta alcune storie della Bibbia, prendendo familiarità con alcuni personaggi minori, con quelle piccole vicende di cui la Scrittura è costellata. Se, infatti, la storia di Gesù è, per un cristiano, la chiave di comprensione di tutta la Bibbia, le piccole vicende, i personaggi che appaiono quasi accidentali sono funzionali all’identificazione del lettore o dell’uditore con l’opera di salvezza di Dio.

La seconda parte, denominata L’elevazione, privilegia non più Hollywood ma piuttosto l’Europa, e propone la chiave di lettura di uno stile trascendentale, affrontando il lavoro della scuola scandinava, da Dreyer a Bergman, e di grandi registi ormai classici quali Tarkovskij, Kieślowski (autore dello straordinario Decalogo), Fellini, Allen e Scorsese. E, alla fine, catturati da tanti stimoli, non si può non concordare con Peter Ciaccio, secondo il quale «esattamente come la Bibbia, il cinema non appartiene agli esperti, ma a tutti».


P. CIACCIO, Bibbia e cinema, Claudiana, Torino 2018, pp.144, € 13,50

settimananews

Cinema. Loredana Berté: «Nel film su mia sorella Mia Martini rivedo il suo dolore».

Loredana Berté al centro fra Dajana Roncione (lLoredana Berté nella fiction) a sinistra, e Serena Rossi (Mia Martini)

Loredana Berté al centro fra Dajana Roncione (lLoredana Berté nella fiction) a sinistra, e Serena Rossi (Mia Martini)

Un film contro uno dei peggiori mali di oggi: la maldicenza. Che può addirittura diventare violenza psicologica, come nel caso della grande Mia Martini. Una artista di immenso talento, dal carattere difficile certo, ma fragile, che ha dovuto lottare contro i pregiudizi più assurdi che le hanno rovinato la carriera e la vita. La vicenda artistica ed umana di Mia Martini è raccontata in questi termini in Io sono Mia, film biografico prodotto da Eliseo Fiction in collaborazione con Rai Fiction, presentato ieri a Milano. Il film uscirà in oltre 200 sale cinematografiche il 14, 15 e 16 gennaio prossimi e verrà poi trasmesso su Rai 1 dopo il Festival di Sanremo.

Serena Rossi interpreta Mia Martini nel film “Io sono Mia”

Serena Rossi interpreta Mia Martini nel film “Io sono Mia”

Una Sanremo che è al centro del difficile riscatto di Mimì, dopo anni di silenzio dovuto alle pressioni di manager, discografici e registi tv che le avevano chiuso le porte in faccia per colpa dell’ignobile diceria che la cantante portasse sfortuna. Nel film diretto da Riccardo Donna, Mimì è interpretata da una appassionata Serena Rossi che volutamente dice di non avere voluto imitare «l’inimitabile originale», ripercorriamo la sua storia attraverso una serie di flashback proprio alla vigila del suo rientro sulle scene dopo anni di silenzio, al Festival di Sanremo del 1989. E così seguiamo l’artista, che era stata consacrata da successi come Piccolo uomo del 1972 e Minuetto del 1974, dapprima affrontare un padre duro e conservatore, poi cercare la libertà nel mondo della canzone a Roma con la frizzante sorella Loredana Berté, dimostrando tutto il suo carattere nell’opporsi alle pressioni dei discografici. Un carattere difficile, ma forte, che a una donna non viene perdonato. Così iniziano le maldicenze che la porteranno all’isolamento, ai lavori negati, alle sofferenze sino all’abbandono delle scene per anni. Un film che in epoca di #metoo diventa anche una denuncia della violenza sulle donne, come sottolinea la direttrice di Rai Fiction Tinni Andreatta. Il film si conclude col trionfante quanto difficile riscatto sul palco dell’Ariston dove la cantante conquistò pubblico e il Premio della critica, istituito apposta per lei, con la splendida Almeno tu nell’universo scritta per lei da Bruno Lauzi. Sui titoli di coda, un cenno alla prematura morte per arresto cardiaco solo sei anni dopo, nel 1995.

Lucia Mascino è la giornalista che intervista Mia Martini (Serena Rossi) nel film 'Io sono Mia'

Lucia Mascino è la giornalista che intervista Mia Martini (Serena Rossi) nel film “Io sono Mia”

Emozionata in sala Loredana Berté, che ha fatto da consulente al film insieme alla sorella Olivia. «Per me – assicura la Bertè, sorella di Mia Martini, – è stato un colpo al cuore vedere Serena interpretare mia sorella Mimì. È impressionante come in certe scene mi è sembrata proprio lei: come si muoveva, la malinconia, il dolore che si portava dentro e che non mostrava, il coraggio nell’affrontare le maldicenze». Per la Berté, questo film le da un po’ gioia e un po’ dolore, aggiunge, ricordando i registi famosi che non volevano avere Mia Martini nei loro programmi: «Ricordo con tristezza -dice- che in tanti, quando sentivano il suo nome, facevano gli scongiuri. Immaginate come poteva sentirsi. La sua voglia di fare musica era immensa, ma glielo hanno impedito. Chissà quanta altra musica avremmo potuto avere in quei 15 anni di inattività». In quei dieci anni, rivela la sorella, Mia Martini è andata in Calabria a ricucire le reti dei pescatori e a pescare con le lampare.
Non commenta invece Loredana, la decisione di Ivano Fossati, grande amore di Mia Martini, e dell’amico Renato Zero di non comparire nel racconto: «Ci hanno chiesto espressamente di non essere citati». Piuttosto si toglie qualche sassolino dalla scarpa rivelando che che «Al Festival prima non ce la volevano, avevano paura che “cascasse il teatro”. E poi Mimì avrebbe dovuto vincere Sanremo nel 1992 con Gli uomini non cambiano. Era stata la più votata dal pubblico, invece hanno fatto vincere quella canzoncina sulla mamma di Luca Barbarossa».

Mia Martini e Loredana Berté sul palco dell'Ariston a Sanremo nel 1993 in 'Stiamo come stiamo'

Mia Martini e Loredana Berté sul palco dell’Ariston a Sanremo nel 1993 in “Stiamo come stiamo”

Loredana Berté, sul palco dell’Ariston ci salirà di nuovo in gara fra poco meno di un mese, dopo un’estate di grande successo grazie al singolo Non ti dico no dei Boomdabash (anche loro in gara fra i Big) che è stato il più passato dalle radio in tutto il 2018.
«Non voglio parlare di Sanremo in questo momento ma spero di fare una grande performance – conclude la Bertè – È una bella coincidenza che esca il film su Mimì mentre io sono alla ribalta. Ho avuto un’estate pazzesca. Con i Boomdabash abbiamo asfaltato tutti. Speriamo che il 2019 sia altrettanto».

da Avvenire

E’ MORTO BERNARDO BERTOLUCCI, ULTIMO IMPERATORE DEL CINEMA

ansa

REGISTA AVEVA 77 ANNI, VINSE DUE OSCAR E LEONE ALLA CARRIERA E’ morto a Roma, dopo una lunga malattia, il regista Bernardo Bertolucci. Nato a Parma nel 1941, ha firmato alcuni dei maggiori capolavori del cinema italiano, come Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha, Novecento e L’ultimo imperatore. Proprio questo film gli valse l’Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale. Nel 2007 gli fu conferito il Leone d’oro alla carriera alla 64/a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e nel 2011 la Palma d’oro onoraria al 64/o festival di Cannes. L’ultimo saluto dovrebbe avvenire in una cerimonia privata. Si sta comunque pensando a un omaggio in Campidoglio.

Oscar: da Dogman al film su Cucchi, 21 candidati per l’Italia

Alessandro Borghi e Stefano Cucchi in una combo © ANSA

Sono in 21, proprio come quelli in concorso quest’anno a Venezia, i film di nazionalità italiana in corsa alla selezione del candidato italiano all’Oscar per il miglior lungometraggio in lingua straniera. Un vero e proprio record assoluto (l’anno scorso erano 14, nel 2016 solo 7) quello dei film che si sono proposti a un’eventuale corsa agli Academy Awards avendo le caratteristiche necessarie (su tutte quella di aver avuto una distribuzione in sala tra il 1° ottobre 2017 e il 30 settembre 2018). Ecco l’elenco completo.

– A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino;

– CAINA di Stefano Amatucci;

– COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani;

– DOGMAN di Matteo Garrone

– DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

– L’ESODO di Ciro Formisano

– L’ETA’ IMPERFETTA di Ulisse Lendaro

– IL FIGLIO SOSPESO di Egidio Termine

– LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

– MANUEL di Dario Albertini

– NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek

– NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana

– QUANTO BASTA di Francesco Falaschi

– LA RAGAZZA NELLA NEBBIA di Donato Carrisi

– RICCARDO VA ALL’INFERNO di Roberta Torre

– SEMBRA MIO FIGLIO di Costanza Quatriglio

– UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò

– SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

– LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

– THE PLACE di Paolo Genovese

– TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

ansa

La 71/a edizione del Festival di Cannes premia l’Italia. Il premio per il migliore attore del concorso va a Marcello Fonte per Dogman di Matteo Garrone

Marcello Fonte © EPA

‘Da piccolo quando ero a casa mia e pioveva solo le lamiere chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi adesso è vero ed è come essere in famiglia”, ha detto Marcello Fonte che ha preso il premio da Roberto Benigni. ”Il cinema è la mia famiglia – dice Fonte emozionatissimo -, ogni granello della sabbia di Cannes è una meraviglia. Grazie a Matteo che si è fidato che ha avuto il coraggio…”.

Premiata anche per la migliore sceneggiatura, ex aequo con Jafar Panahi per Three Faces, Alice Rohrwacher, per Lazzaro felice .

Il premio per la migliore attrice del concorso va a Samal Yeslyamova per di AIKA (My Little one) di Sergei Dvortesevoy.

Il premio per la  migliore regia va a per il film Zimna Wojna di Pavel Pawlikowski.

Una palma d’oro speciale e’ stata assegnata a Le Livre d’image di Jean Luc Godard.

Il premio della Giuria nel concorso del 71/mo festival di Cannes va al film Capharnaum di Nadine Labaki.

Il Grand Prix del 71/mo festival di Cannes va a Spike Lee per Blackkklansman.

“Un affare di famiglia” di Koreeda vince la Palma d’oro del 71/mo festival di Cannes.

Message in a battle, con Sting sul red carpet, il festival di Cannes ha chiuso la 71/ma edizione in maniera inusuale, in musica ma con messaggio. Tutta la giuria e i premiati sono usciti sulla Montee ad ascoltare Sting e Shabby in concerto fuori la Lumiere. Ritmi reggae e tutti a ballare, per una foto finale di grande impatto, con dietro Spike Lee e la giurata del Burundi Kadhia Nin con il pugno chiuso.

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Cinema / Albanese, la mia immigrazione ‘contromano’ Regista e protagonista della commedia in sala dal 29 marzo

Cinema: Albanese, la mia immigrazione 'contromano' © ANSA

Lo slogan, popolare ultimamente in Italia, “aiutiamoli a casa loro”, muta in “riportiamoli, uno per uno, a casa loro” nella testa del metodico, solitario e esasperato commerciante milanese protagonista di Contromano, la commedia agrodolce sull’immigrazione, che segna il ritorno alla regia cinematografica, dopo 16 anni, di Antonio Albanese, anche interprete principale. Nel cast del film, prodotto da Fandango e Rai Cinema, in uscita il 29 marzo in 300 copie con 01 Distribution, anche Aude Legastelois e Alex Fondja.
“‘Contromano’ nasce dal desiderio sociale come spettatore di raccontare in maniera diversa un tema così impetuoso, con garbo e leggerezza, che non è una parolaccia, partendo da un’idea paradossale e ironica, un rapimento” spiega Albanese, che aveva già diretto Uomo d’acqua dolce (1997), La fame e la sete (1999) e Il nostro matrimonio è in crisi (2002). “L’ostilità esasperata” verso gli immigrati, molto diffusa nella società di oggi, “anche se a volte può avere delle giustificazioni, mi spaventa, mi addolora e mi indebolisce. Ho paura soprattutto quando sento parlare di muri: quelli non solo dividono ma generano rabbia, vendette, malumori, comportamenti difficili da sradicare, che durano decenni. Per questo abbiamo cercato di raccontare il dialogo, non solo il dolore”. Nel film, Mario Cavallaro (Albanese), cinquantenne con la vita scandita da rituali immutabili e solitudine, appassionato di ortocultura, perde il controllo quando davanti al negozio di famiglia di calze e cravatte, si installa un giovane immigrato, Oba (Fondja) che gli ruba i clienti vendendo calzini a pochi euro. L’idea folle in cui si lancia è narcotizzarlo, rapirlo e riportarlo con la sua auto in Africa. Un delirio che prende forma e cambia passo quando ai due si unisce Dalida (Legastelois), che si presenta a Mario come sorella di Oba. Da Milano al Senegal il trio affronta scoperte, bugie, segreti, sensi di colpa e nuovi inizi. “Nella storia, che nasce da un’osservazione quotidiana mia e degli altri sceneggiatori (Andrea Salerno e Stefano Bises con la collaborazione di Makkox) – aggiunge Albanese, che si definisce ‘figlio dell’immigrazione’ – c’è l’incontro fra due solitudini diverse, quella di Mario, che rappresenta l’Occidente, onesto ma diffidente, e quella di Oba e Dalila che hanno lasciato la loro terra. A unirli è il dialogo, l’esperienza comune”. La rabbia di Mario “nasce da una chiusura, un’implosione, accumulata negli anni. Il viaggio, il contatto con culture diverse gli fa aprire le ali, per lui è salvifico”. Un racconto tra iperrealismo e favola senza dimenticare quell’ironia, “che nel nostro Paese si sta perdendo, ed è preoccupante perché ci aiuta da sempre a superare le situazioni più difficili”.
Compagna dell’attore e regista Mathieu Kassovitz, Aude Legastelois, attrice e cantante, papà del Benin e mamma francese, si è commossa leggendo la sceneggiatura “per la maniera cosi delicata di trattare un tema tanto serio attraverso l’ironia” spiega. Nell’evoluzione di Dalida “c’è amore senza giudicare, comprensione, tolleranza. Si racconta il poter essere insieme attraverso le differenze. Il film, in cui Antonio mi ha dato il mio primo ruolo da protagonista, è una lezione di vita”.
Albanese, che ha fra i suoi modelli Kaurismaki (“so tutto di lui, anche quanto beve”), ha infuso in Contromano anche un messaggio ‘green’ sull’importanza di valorizzare il territorio africano, dando così a tante famiglie la possibilità di mantenersi e crearsi reddito: “E’ la strada seguita da Slow Food, con il progetto di creare 10 mila orti nei villaggi africani. Solo con quelli si dà a 40 mila persone la possibilità di vivere”. (ANSA).

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