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La perfezione di un cristiano non è nell’astinenza sessuale. L’apertura di Francesco ai preti sposati

“Dobbiamo abituarci a non interpretare la volontà divina secondo schemi per noi ovvii, ma a ricercarla con umiltà e pazienza, sempre disposti a essere guidati verso lidi non previsti dalla nostra navigazione umana e spirituale”. Il vescovo di Ascoli Piceno, monsignor Giovanni D’Ercole, ha sintetizzato con queste parole l’attuale momento di riflessione che il Papa riformatore e la realtà propongono alla Chiesa su temi come il celibato sacerdotale e l’abbattimento delle “dogane pastorali” che si rivelano ormai per quello che sono: l’arroccamento di un potere anche economico che poco ha a che vedere con il Vangelo.

Monsignor D’Ercole ha celebrato qualche settimana fa al raduno dei preti sposati, una prima volta in Italia, una novità che segna anche un loro cambiamento di atteggiamento perché in precedenza nei loro raduni la messa se la dicevano da soli, anche se non avrebbero potuto, almeno stando alle rigide norme canoniche (che vanno ripensate, se la Chiesa vuole essere in uscita, come domanda Francesco).

“Quante sono le aspirazioni che animano la vostra coscienza e quali desideri ardono nel vostro cuore! Non tocca certamente a me dare risposte e non sarei nemmeno in grado di farlo. Sono però certo che un cammino si sta aprendo nelle nostre comunità, anche se non so dove ci condurrà”, ha detto D’Ercole ai preti sposati. Per il vescovo di Ascoli “una cosa è certa: la storia è a conduzione divina e, per quanto avventuroso e incidentato sia il percorso della vita, sono mani e braccia invisibili a recarci alla meta”.

“Guardiamo – ha aggiunto – alla nostra esperienza di preti: a prima vista la scelta presbiterale appare un segno di ‘altezza’ e di elezione, mentre Dio sorprende  eleggendo la nostra piccolezza e fragilità”. “Mi sembra – ha concluso – che questo sia il tempo dell’attesa e della preghiera fidando nella divina Provvidenza che non abbandona nessuno dei suoi figli; è l’ora dell’ascolto fraterno senza preconcetti né forzature. E’ il momento propizio per cercare di capirci, accettarci, riconciliarci, se necessario perdonarci, per stimarci e volerci bene”.

 

La visita del Papa ai preti sposati, in casa loro

In Italia i sacerdoti sposati sono attualmente circa 8 mila, una cifra stimata e non ufficiale, ma comunque considerevole, se si compara con il numero dei preti diocesani in servizio, che sono trentaduemila e con quello dei religiosi che sono la metà.  Negli ultimi anni, il numero di coloro che chiedono la dispensa dal ministero (per sposarsi o perché non si sentono più in grado di servire la Chiesa da pastori) si aggira sulle quaranta unità.

Molti altri poi ottengono periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Oltre 60 mila invece sarebbero i preti sposati nel mondo, su 416 mila in servizio pastorale. Mentre sarebbero poco più di mille i sacerdoti che ogni anno lasciano il ministero, con una prevalenza (60 per cento contro il 40 per cento) dei diocesani sui religiosi. Un vero esercito sottratto alla pastorale.

Verso questi pastori di fatto dimezzati, in quanto pur restando sacerdoti “per sempre” gli è proibito celebrare, Papa Francesco ha compiuto in novembre un gesto di straordinaria apertura recandosi a trovarli in casa di uno di loro. C’erano quattro parroci di Roma, un sacerdote siciliano, uno spagnolo di Madrid e uno dell’America Latina Il Papa li ha incontrati in un appartamento di Ponte di Nona, sobborgo romano alla periferia nord di Roma, e “ha inteso offrire un segno di vicinanza e di affetto a questi giovani che hanno compiuto una scelta spesso non condivisa dai loro confratelli sacerdoti e familiari”.

“L’ingresso del Papa nell’appartamento – ha raccontato monsignor Rino Fisichella che lo accompagnava – è stato segnato da grande entusiasmo: i bambini si sono raccolti intorno al Pontefice per abbracciarlo, mentre i genitori non hanno trattenuto la commozione. La visita del Papa è stata fortemente apprezzata da tutti i presenti che hanno sentito non il giudizio del Papa sulla loro scelta, ma la sua vicinanza e l’affetto della sua presenza. Il tempo è passato veloce; il Pontefice ha ascoltato le loro storie e ha seguito con attenzione le considerazioni che venivano fatte circa gli sviluppi dei procedimenti giuridici dei singoli casi.

La sua parola paterna ha rassicurato tutti sulla sua amicizia e sulla certezza del suo interessamento personale. In questo modo, ancora una volta, papa Francesco ha inteso dare un segno di misericordia a chi vive una situazione di disagio spirituale e materiale, evidenziando l’esigenza che nessuno si senta privato dell’amore e della solidarietà dei Pastori”.

“Un gusto di Vangelo molto bello e puro”

“La prima sensazione è stata di qualcosa di puramente evangelico. In genere dovrebbero essere i peccatori ad andare incontro al Signore invece oggi è stato il contrario. Ho assaporato un gusto di Vangelo molto bello e puro. Il Papa ha una capacità di rapportarsi veramente coinvolgente, ha raccontato Andrea Vallini l’ex parroco che ha ricevuto Francesco a casa sua.

“Papa Francesco – ha aggiunto – non è un semplice vescovo. In alcuni casi ci sarebbe stato bisogno di risanare le ferite ma tutte le situazioni oggi presenti erano già abbastanza risanate. Questa visita non so se apre prospettive nuove. Ho capito che il Papa era particolarmente stupito che alcuni di noi, soprattutto italiani, sentissimo una certa esclusione. Nella sua esperienza, ci ha raccontato, che lui non ha mai escluso situazioni particolari. Ci ha detto che il suo presidente della caritas a Buenos Aires era un ex sacerdote che ha fatto un ottimo lavoro”.

Un’apertura, ma le resistenze sono enormi

E’ difficile prevedere come potrà evolversi la situazione ora. Purtroppo ci sono molte resistenze, ma ce ne erano e permangono anche per l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati che stiano facendo un serio cammino di fede e riconciliazione. I vescovi irlandesi hanno maturato una proposta (che non osano ancora formalizzare alla Santa Sede) per riammettere i preti sposati a forme ministeriali, mentre in Brasile, da decenni, si discute della possibilità di ordinare i “viri probati” per rispondere alle esigenze delle comunità prive di un prete.

E il Papa ha promesso a un vescovo locale di riflettere su tale richiesta. In territori come l’Amazzonia e il Chiapas, nei quali le comunità cristiane sono visitate dai sacerdoti solo alcune volte all’anno, si vorrebbero infatti “ordinare alcuni dei leader laici che guidano le comunità”. Secondo monsignor Antonio José de Almeida, professore presso la Pontificia Università Cattolica del Paranà e dottore in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, sarebbe “la decisione più giusta, perché l’obiettivo è dotare una precisa comunità di un presbitero proprio, a partire da ciò che già esiste in quella comunità. Garantendo il rapporto ministro-comunità.

Non è un estraneo che viene da fuori, ma dall’interno. Non c’è bisogno di inserirlo, ‘inculturarlo’, poiché fa già parte della comunità e della sua storia, ha il suo viso, il suo modo di essere”. Monsignor José si occupa del tema dei ministeri nella Chiesa a servizio della vita e della missione delle comunità, e conosce da vicino molte esperienze di ministeri non ordinati in America Latina.

Continua intanto – come abbiamo visto nel post precedente – l’avanzata dei diaconi sposati nella Chiesa Cattolica del post concilio, alla quale diede forte impulso monsignor Samuel Ruiz sulla cui tomba ha pregato l’anno scorso Francesco. Samuel Ruiz ha portato avanti una pastorale coraggiosa, figlia del Concilio, ma figlia anche degli insegnamenti degli indigeni.

Le aperture dell’Amoris laetitia sul tema dei preti sposati sell’esempio orientale

“Nelle risposte alle consultazioni inviate a tutto il mondo, si è rilevato che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie. Può  essere utile in tal senso anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati”, scrive Papa Francesco nel documento “Amoris laetitia” che tira le fila del dibattito dei due Sinodi sulla famiglia aprendo alla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti.

Nel testo, Francesco esalta infatti una tradizione che è già presente nella Chiesa Cattolica: anche in Italia ci sono due diocesi di rito bizantino con preti sposati. Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia. Ma questo clero – al quale se ne potrebbe aggiungere uno più numeroso che chiede di entrare nel nostro Paese a seguito degli immigrati cattolici ucraini e romeni – ad oggi è solo tollerato dai vescovi dei paesi occidentali. Invece, sulla falsariga di quanto concesso da Benedetto XVI agli anglo-cattolici si potrebbe immaginare un loro inserimento “parallelo” nella pastorale delle nostre diocesi.

Francesco nell’”Amoris laetitià non si esprime in modo netto su questo tema ma spiega che la chiamata di Gesù al celibato non riguarda tutti quanti debbano servire nella Chiesa ma solo alcuni. E la formulazione di San Paolo circa la perfezione della verginità “era un’opinione personale e un suo desiderio e non una richiesta di Cristo” tanto che l’Apostolo delle genti volle precisare:

“Non ho alcun comando dal Signore” e, scrive Francesco, “nello stesso tempo, riconosceva il valore delle diverse chiamate: ‘Ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro”. “In questo senso – chiosa il Papa – San Giovanni Paolo II ha affermato chei testi biblici “non forniscono motivo per sostenere né l’inferiorità del matrimonio, nè la ‘superiorità della verginità o del celibato a motivo dell’astinenza sessuale. Più che parlare della superiorità della verginità sotto ogni profilo, sembra appropriato mostrare che i diversi stati di vita sono complementari, in modo tale che uno può essere più perfetto per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista”.

Francesco cita anche Alessandro di Hales che, per esempio, affermava che in un senso il matrimonio può considerarsi superiore agli altri sacramenti: perché simboleggia qualcosa di così grande come ‘l’unione di Cristo con la Chiesa o l’unione della natura divina con quella umana’”. Pertanto, conclude il Papa, “non si tratta di sminuire il valore del matrimonio a vantaggio della continenza” e “non vi è invece alcuna base per una supposta contrapposizione. Se, stando a una certa tradizione teologica, si parla dello stato di perfezione (status perfectionis), lo si fa non a motivo della continenza stessa, ma riguardo all’insieme della vita fondata sui consigli evangelici”. Insomma “una persona sposata può vivere la carità in altissimo grado. Dunque perviene a quella perfezione che scaturisce dalla carità, mediante la fedeltà allo spirito di quei consigli. Tale perfezione è possibile e accessibile ad ogni uomo”.

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Preti sposati / La speranza non può essere tolta a nessuno, perché è la forza per andare avanti

Papa Francesco prima del Giubileo aveva assicurato di avere come “tema in agenda” una riflessione sulla possibile riammissione a qualche forma di ministero dei sacerdoti dispensati dagli obblighi del celibato. Nell’ultimo dei “Venerdì della Misericordia” Giubilari  il Pontefice ha incontrato a incontrato a Roma sette preti che hanno chiesto la dispensa dal sacerdozio e si sono sposati.  La notizia è stata anche diffusa dalla rivista paolina “Credere”: il Papa ha svolto l’incontro “in casa di uno di loro, tra lacrime e sorrisi, in mezzo a tanti bambini”. Secondo don Antonio Sciortino il gesto di Papa Francesco (v. Famiglia Cristiana 48(2016) p. 7) di incontrare sette preti sposati e le loro famiglie è stato molto apprezzato come segno di misericordia, amore e solidarietà.

Siamo arrivati a metà Febbraio del 2017 e dal fronte Vaticano nessuna novità su prossimi possibili cambiamenti della normativa canonica nel senso delle scorse promesse di Papa Bergoglio

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ABUSI preti / Australia: scandalo pedofilia

“Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. Sono le parole di mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, scritte in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese, nel giorno in cui, dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, la massima autorità inquirente sul fenomeno della pedofilia nella storia d’Australia, ha reso pubblici i risultati della indagine che dal 2013 ha realizzato su chiese, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia. Dall’inchiesta, emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

“Scrivo a voi – si legge nel messaggio di mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando  le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.

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I preti pedofili non hanno diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno quando agiscono «al di fuori del sacerdozio»

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Se gli abusi su un minore sono commessi da un sacerdote, la pena sarà aggravata e ciò vale anche quando la violenza sia perpetrata al di fuori della funzioni del ministero e del culto sacerdotale o in ambiti che esulino da quelli propri della realtà parrocchiale. A confermarlo è stata la Corte di Cassazione che, con una recentissima sentenza, [1] ha fatto ulteriore chiarezza sul punto.

La pedofilia è un abominio. È vero, il pedofilo può non essere un assassino e, a dirla tutta, si tratta spesso di personalità apparentemente “pie”, soggetti “dall’aria buona”, che non farebbero male ad una mosca. Il pedofilo il più delle volte non è un omicida, ma uccide comunque. Uccide ciò che di più vulnerabile ed innocente ci sia al mondo: l’animo di un bambino. Anche il più spietato degli “Avvocati del diavolo” avrebbe serie difficoltà a difendere un pedofilo, figuriamoci un pedofilo che sia anche un prete.
Per queste ragioni, quanto meno “confortante” è da ritenersi la citata sentenza depositata dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione il 17 gennaio scorso.

Detta sentenza ha il “merito” di inasprire la punizione per il prete pedofilo, il quale non potrà più tentare di “alleggerire” la sua posizione asserendo che al momento dell’abuso non stava agendo in quanto prete, ma in quanto “comune mortale cittadino”.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere.

Il nostro codice penale prevede, tra le circostanze che aggravano la pena, quella del c.d. “abuso di potere”[2]. Se un soggetto, dunque, nel compiere un reato abusa e, quindi, si approfitta dei propri poteri, della figura che rappresenta o della qualifica che ricopre, la sua pena sarà aumentata.

La predetta circostanza aggravante, precisamente sussiste quando il fatto è stato commesso «con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero nella qualità di ministro di un culto».
Ciò detto, ci si potrebbe porre le seguenti domande.

Cosa succede se un prete abusa di un ragazzino nel momento in cui non sta esercitando le funzioni ed i servizi del suo ministero? Si applicherà lo stesso l’aggravante, o il sacerdote potrà sperare in una pena “più mite”?

Ebbene, la Cassazione è stata molto chiara al riguardo. Il prete che si rende colpevole di reati sessuali risponde in maniera aggravata sempre e comunque.

L’aggravante, infatti, si applicherà sia quando il sacerdote abbia agito nell’espletamento delle funzioni del culto (si pensi agli abusi commessi durante la confessione di un bambino) sia quando la qualità sacerdotale abbia solo agevolato la commissione del delitto.

Più precisamente, a detta dei giudici «nei reati sessuali, è configurabile l’aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non solo quando il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma anche quando la qualità sacerdotale abbia facilitato il reato stesso, essendo il ministero sacerdotale non limitato alle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico costitutivo dell’ordine sacerdotale».
Va di fatti sottolineato – come afferma la giurisprudenza unitaria – che, considerata anche la dottrina cattolica contemporanea, il ministero sacerdotale non si estrinseca solo nell’ambito delle funzioni strettamente connesse alla realtà parrocchiale, ma è comprensivo di tutti quei compiti riconducibili al mandato evangelico connotante l’ordine sacerdotale. Sono quindi ricomprese, per esempio, anche le attività svolte a servizio della comunità, quelle ricreative, di assistenza, di missione e di aiuto psicologico ai fedeli, «ivi comprese le relazioni interpersonali che il sacerdote intraprenda in occasione dello svolgimento di tali attività».

In conclusione, afferma la Cassazione, «in tema di aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto, non è necessario che il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, ma è sufficiente che a facilitarlo siano serviti l’autorità ed il prestigio che la qualità sacerdotale, di per sé, conferisce e che vi sia stata violazione dei doveri anche generici nascenti da tale qualità».

D’altronde, un prete resta pur sempre un prete e quando agisce contro un bambino non ci può essere giustificazione legale che regga (quasi verrebbe da dire, «non c’è Santo che tenga …»).
Un prete pedofilo non ha diritto ad alcuno sconto di pena, nemmeno se la violenza avvenga «fuori dal sacerdozio».
laleggepertutti.it

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Arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

“Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

LE VIOLENZE
Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

IL REATO PRESCRITTO
Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

LA LETTERA DEL PONTEFICE
Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

LA CURIA E LE VITTIME
Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per

svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

repubblica.it

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