Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo. Thiel: “Questo testo pone molti interrogativi”

Marie-Jo Thiel è medico e professoressa di etica alla facoltà di teologia all’università di Strasburgo. Autrice di una vasta summa sugli abusi sessuali nella Chiesa (La Chiesa cattolica di fronte agli abusi sessuali su minori, Bayard), la teologa si interroga sul testo firmato dal papa emerito Benedetto XVI, pubblicato sulla rivista Klerusblatt. L’intervista che segue, a cura di Céline Hoyeau, è ripresa da La Croix del 12 aprile 2019 (traduzione del sito Fine Settimana).

  • Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo per «aiutare ad attraversare questa ora difficile». Punta l’indice in particolare contro la rivoluzione del ‘68. Lei cosa ne pensa?

La storia della Chiesa mostra che gli abusi commessi da chierici non sono solo recenti. Fin dal primo secolo del cristianesimo, i concili di Elvira e di Ancira hanno condannato gli abusi su giovani ragazzi, e queste condanne riguardavano anche dei chierici. Il testo Crimen Sollicitationispubblicato nel 1962 dal Vaticano riprende un testo del 1922, che ricorda Sacramentum Poenitentiae di papa Benedetto XIV del 1741!

  • Al contempo, gli studi mostrano però un picco degli abusi commessi da preti tra il 1960 e il 1980…

È vero che la società degli anni Sessanta è caratterizzata da una crisi dell’autorità e da una permissività sessuale. Ma quel contesto non è sufficiente a spiegare tale crisi. Benedetto XVI resta nella prospettiva dell’obbedienza ad una norma, soprattutto nell’ambito dell’etica sessuale e familiare. Perché quell’etica, che i preti avrebbero dovuto trasmettere, è fallita nella sua applicazione? Mi sembra che la Chiesa si sia focalizzata su un’immagine post-tridentina  sacralizzata del prete senza fornirgli le risorse per farsi carico della propria vita sessuale. C’è anche un problema di formazione, di presa in considerazione dell’apporto delle scienze umane che, sorprendentemente, sono assenti da questo testo.

  • La crisi degli abusi non è dovuta ad una contaminazione del relativismo diffuso?

In etica, per discernere, bisogna tener conto sia della legge, che dell’individuo che discerne e della situazione. Isolare la norma conduce al legalismo. Isolare l’individuo conduce al soggettivismo. Isolare la situazione conduce al situazionismo. Bisogna quindi circolare tra questi tre elementi per discernere, basandosi sulle risorse sia della fede che delle scienze umane. In questo contesto, certe prospettive possono essere ingiustificabili, come lo stupro o l’assassinio. Ma, al contempo, è la mia coscienza che mi dice che quegli atti, in ogni caso, sono atti cattivi. Perché una norma possa funzionare nella pratica, bisogna che possa essere riconosciuta dalla coscienza nella sua pertinenza. Se la norma è puramente estrinseca (è la prospettiva di un certo neotomismo), sarà molto facilmente trasgressibile. È anche una delle ragioni per cui si è avuto un tale numero di abusi in quegli anni.

  • Fondamentalmente, per Benedetto XVI, la pedofilia è dovuta alla perdita del senso di Dio. Che ne pensa?

Se la pedofilia è dovuta ad una mancanza di fede, perché allora così tanti preti tra gli abusatori? Perché così tanti grandi fondatori di comunità nuove che papa Giovanni Paolo II ha continuato a portare ad esempio? Perché Benedetto XVI non assume l’analisi fatta da papa Francesco, anche nel momento del vertice sugli abusi in febbraio? Perché non prende in considerazione l’aspetto sistemico della crisi? Sembra non vedere il problema d’insieme, la relazione con gli abusi di potere e di coscienza che in questo testo non compaiono mai. Questo testo pone molti interrogativi.

Vertice vaticano pedofilia fallito. Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile

La Chiesa ha messo in atto un’azione sistematica di copertura degli abusi sessuali commessi dal clero per proteggere i preti pedofili, «calpestando» le vittime.

ilmanifesto.it

La severa accusa alle gerarchie ecclesiastiche è arrivata dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e presidente della Conferenza episcopale tedesca, intervenuto ieri mattina in Vaticano, all’incontro mondiale sulla «Protezione dei minori nella Chiesa». Una relazione, quella di Marx, in sintonia con il grido che, fuori dall’aula del Sinodo dove sono riuniti i 190 presidenti delle conferenze episcopali e superiori generali di tutto il mondo, si è levato dalle vittime degli abusi riunite nel network internazionale Eca global (Ending clerical abuse) le quali, in una marcia da piazza del Popolo a piazza San Pietro, hanno chiesto «tolleranza zero», invocando «la fine dell’impunità e degli insabbiamenti degli abusi da parte della Chiesa».

«Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere», ha detto Marx. L’amministrazione ecclesiastica, ha aggiunto, «non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati.

I diritti delle vittime sono stati calpestati». Si riferiva in particolare alle diocesi tedesche, ha precisato in conferenza stampa, sottolineando però che «la Germania non è un caso isolato».

Sono indispensabili «trasparenza e tracciabilità», per chiarire «chi ha fatto cosa, quando, perché e a quale fine, e cosa è stato deciso», ha proseguito l’arcivescovo di Monaco, secondo il quale non ci sono obiezioni che tengano: né rispetto al «segreto pontificio» (non vale per «i reati riguardanti l’abusi di minori») né alla preoccupazione di «rovinare la reputazione di sacerdoti innocenti o del sacerdozio e della Chiesa»: la «presunzione di innocenza», la «tutela dei diritti» e «la necessità di trasparenza non si escludono a vicenda». Anzi «non è la trasparenza a danneggiare la Chiesa, ma gli abusi commessi, la mancanza di trasparenza, l’insabbiamento».

È stata anche la volta delle donne.

Prima la testimonianza (venerdì sera) di una vittima che ha subito abusi da quando aveva undici anni da parte di un prete della sua parrocchia: «Da allora – ha raccontato – io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita», «restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse». «Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare – ha concluso –, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena», «non può e non deve essere più così».

Poi la relazione di Veronica Openibo, religiosa nigeriana, superiora della Società del santo bambino Gesù, che ha rimarcato l’esistenza di un fenomeno conosciuto già da qualche anno ma ancora in ombra: la violenza subita dalla suore da parte di preti e religiosi, soprattutto in Africa. La Chiesa sta facendo qualcosa, ma «non è ancora abbastanza», ha aggiunto suor Openibo, che ha indicato alcuni problemi da affrontare, come «l’abuso di potere, il clericalismo, la discriminazione di genere», e alcune prassi da abolire: nascondere «per evitare di portare alla luce uno scandalo e gettare discredito sulla Chiesa»; e «la scusa che si debba rispetto ad alcuni sacerdoti in virtù della loro età avanzata e della loro posizione gerarchica».

Oggi il summit termina, con la messa e l’intervento del papa. Le posizioni sono emerse con chiarezza. I conservatori puntano il dito sull’omosessualità: sarebbe questa la causa degli abusi sessuali (però così non spiegano le violenze sulle donne). La maggioranza filo-Francesco indica invece nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi e chiede creazione di strutture di ascolto autonome con il coinvolgimento di laici e donne, collaborazione e denuncia alle autorità civili, riforma del segreto pontificio, rimozione di preti colpevoli e vescovi collusi o complici.

Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile. Proposte concrete, però, sono state avanzate. L’incontro non ha valore deliberativo, si tratterà quindi di vedere se ora diventeranno regole scritte. «Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha concluso la giornata, con la celebrazione penitenziale. il vescovo ghanese Philip Naameh.

Vaticano ha coperto i preti con figli ora richiesta di trasparenza

Vaticano, regole segrete per i sacerdoti padri

Per i sacerdoti padri il Vaticano ha delle regole segrete interne. “Posso confermare che queste linee guida esistono”, ha detto al New York Times il portavoce vaticano Alessandro Gisotti. “Si tratta di un documento interno”, ha aggiunto Gisotti, precisando che ai preti padri si chiede di lasciare il sacerdozio “per assumersi la responsabilità di genitore dedicandosi esclusivamente al figlio”. Il Nyt è venuto a conoscenza di queste linee guida da Vincent Doyle, figlio di una prete che ha creato un gruppo di sostegno denominato ‘Coping International’.

Doyle segnala che la sua organizzazione ha 50.000 utenti di 175 diversi Paesi. Doyle ha detto al Nyt di essere venuto a conoscenza di queste linee guida nell’ottobre del 2017 quando gli sono state mostrate dall’arcivescovo Ivan Jurkovic, l’inviato vaticano all’Onu a Ginevra. “Si viene veramente chiamati ‘figli degli ordinati’ – ha detto Doyle – sono rimasto scioccato per il fatto che abbiano un’espressione per questo”. La conferma arriva alla vigilia del summit Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa in calendario dal 21 al 24 febbraio.  Una riunione di quattro giorni che prevede relazioni, confronti, video e testimonianze con i presidenti di tutte le conferenze episcopali di ogni parte del mondo.

repubblica.it

Papa Francesco insensibile sui diritti dei preti sposati. Accattoli fa apologia del pontificato

“Abbiamo la fortuna unica di un Papa che nomina i problemi, non li scansa, e dice chiaramente che non abbiamo più abbastanza sacerdoti celibi”. Lo ha sottolineato Luigi Accattoli, storico vaticanista del Corriere della Sera e scrittore, per il quale “la Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia deve tener conto di questa situazione di passaggio verso una stagione in cui avremo anche degli anziani sposati”. “In prospettiva, avremo bisogno dell’ordinazione degli anziani sposati”, ha spiegato Accattoli che ha preso parte al Convegno “Un secolo di (in)formazione”, organizzato dalla Faci a Vicenza per celebrare i 100 anni della rivista “L’Amico del Clero”.

Accattoli fa apologia di un Pontificato Bergogliano votato all’immobilismo sul cambiamento della normativa. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, sottolinea i ripensamenti e le chiusure di Bergoglio sui preti sposati, sui loro diritti civili e religiosi nella Chiesa e sulla loro riammissione al ministero. Le aspettative dei preti sposati, fino ad oggi,  sono state completamente disattese da Papa Francesco.

Gay in Vaticano: «Così Sodoma racconta la mia storia»

Gay in Vaticano: «Così Sodoma racconta la mia storia»

Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto. In tanti casi una doppia vita». Queste parole, pronunciate da Francesco durante l’omelia mattutina del 24 ottobre 2016 a Santa Marta, sono da tenere a mente nel dipanarsi (560 pagine) dell’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Tradotto in otto lingue, Sodomasarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Una data, questa, non casuale, dal momento che proprio a partire da quel giorno (fino al 24) il Papa incontrerà in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali per parlare di prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Se nel volume tale tema resta propriamente in sordina, a essere preponderante, anzi primario, in esso è quello dell’omosessualità del clero. Che, guarda caso, rispetto agli abusi è stata posta in un rapporto di causa-effetto proprio dal ben noto dossier Viganò, alla cui diffusione mediatica, e non ai contenuti, si deve la successiva convocazione dell’imminente summit vaticano. La lettura “omosessualista” dell’ex nunzio Viganò e di tanti prelati, ascrivibili all’area del conservatorismo ecclesiale, non collima infatti con quella di Bergoglio, che ravvisa invece la causa degli abusi nel clericalismo.

Ed è il clericalismo l’atteggiamento ricorrente che l’autore ha riscontrato non solo in alcuni cardinali ma anche in vescovi e sacerdoti, con cui è entrato in contatto nel corso di quattro anni. Un clericalismo, si badi bene, non correlato, nell’indagine del sociologo francese, alla pedofilia. Ma, bensì, alla doppia vita omosessuale di semplici sacerdoti come di prelati in un meccanismo di relazioni e connessioni capaci d’influire sulla gestione del potere ecclesiastico.

A confrontarsi con Martel anche ex-sacerdoti, compresi quelli una volta operanti in Vaticano, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi.
Tra quest’ultimi c’è anche chi scrive. La mia vicenda, sia pure con talune inesattezze, apre il primo capitolo del libro. In esso si racconta di una telefonata fattami da Bergoglio il 15 ottobre 2013. Il papa, che aveva ricevuto, il giorno prima, una mia lettera per le mani del card. Raffaele Farina (già mio superiore durante il servizio presso la Biblioteca Apostolica Vaticana), volle chiamarmi per esprimere «stima e commozione» per il mio «coraggio e coerenza» nell’aver deciso d’abbandonare il ministero sacerdotale nel 2006. Decisione presa per vivere liberamente la mia omosessualità.

Nel capitolo è riassunta la mia storia: dall’entrata in Seminario a Benevento appena 15enne, consapevole d’essere gay ma fortemente intenzionato, su consiglio di confessori e direttore spirituale, a incamminarmi verso il sacerdozio visto come cammino di redenzione da una condizione considerata peccaminosa e inaccettabile, all’ordinazione presbiterale all’età di 24 anni. Poi, l’arrivo a Roma per il biennio di specialistica in teologia dommatica presso la Pontificia dell’Università della Santa Croce e il fare i conti con una realtà a lungo esorcizzata a contatto con un mondo ecclesiastico romano del tutto differente da quello di provincia, fortemente improntato a un rigore ascetico e a un conservatorismo dottrinario.

Quindi il primo innamoramento con un sacerdore regolare e la prima crisi nel 2002 con l’intenzione d’abbandonare il ministero, spinto anche dal rimorso di non osservare l’obbligo celibatario assunto.
Nel 2003, infine, la chiamata in Segreteria di Stato come componente della Sezione Lettere Latine, la dimora presso la Domus Sanctae Marthae, la collaborazione alla pagina culturale de L’Osservatore Romano. Alle invidie, che sempre s’innescano in certi ambienti, offrii indubbiamente un supporto con un atteggiamento non solo strafottente ma incauto. Anche perché la crisi era tutt’altro che superata.

Look curato e spesso “borghese” a differenza dell’abito talare sempre precedentemente indossato, abbandono graduale della celebrazione della Messa (ma non perché avessi perso all’epoca la fede, come mi si accusò, ma semplicemente perché non riuscivo a perdonarmi), un nuovo innamoramento.

Le voci sulla mia omosessualità furono così ingigantite che i superiori della Segreteria di Stato obbligarono il mio vescovo a richiamarmi in diocesi per affidarmi un incarico di rilievo. Obbligo da questi disatteso in quanto da lui ritenuto una palese ingiustizia a fronte di situazioni notoriamente scandalose e minimizzate. Intervenne Mario Agnes, l’allora direttore deL’Osservatore Romano, presso Stanisław Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II (oggi cardinale arcivescovo di Cracovia), e si giunse a una soluzione di compromesso: non era possibile per me
restare più in Segreteria di Stato ma era disposto il trasferimento alla contigua Biblioteca Apostolica Vaticana.

Qui fui nominato segretario degli allora cardinale bibliotecario, Jean-Louis Tauran, e prefetto Raffale Farina.
Ma oramai era sempre più maturata in me la convinzione di abbandonare il sacerdozio: volevo “uscire dall’armadio” senza contare il mio aperto dissenso dalle posizioni magisteriali su determinati aspetti. Persisteva però in me la paura di fare da solo questo passo, preoccupato soprattutto d’arrecare un dolore ai miei genitori. Ho fatto così in modo d’essere condotto a tale decisione.

Ecco come lo stesso Martel la racconta nella parte finale del 1° capitolo, non omettendo di ricordare due importanti conferme: «Secondo la versione che Lepore mi fornisce (confermatami dai cardinali Jean-Louis Tauran e Farina), ha scelto “deliberatamente” di consultare molti siti gay sul suo computer dal Vaticano e di lasciare aperta la sessione, con articoli e siti compromettenti.

“Sapevo molto bene che tutti i computer in Vaticano erano sotto stretto controllo e che sarei stato rapidamente colto in flagrante. Ed è andata così. Sono stato convocato e le cose sono andate molto velocemente: non c’è stato processo, non c’è stata punizione. Mi è stato chiesto di tornare nella mia diocesi e di occupare un posto importante. Ho rifiutato.”

L’incidente è stato preso sul serio; meritava questo trattamento agli occhi del Vaticano. Francesco Lepore è stato allora ricevuto dal cardinale Tauran, “che era estremamente triste per quanto era appena accaduto”:
“Tauran mi ha gentilmente rimproverato di essere stato ingenuo, di non sapere che ‘il Vaticano aveva gli occhi dappertutto’ e mi ha detto che avrei dovuto essere più prudente. Non mi ha accusato di essere gay, ma solo di essere stato individuato! Le cose sono finite così. Pochi giorni dopo, ho lasciato il Vaticano; e ho definitivamente smesso di essere un sacerdote».

espresso.repubblica.it

Il libro che imbarazza il Vaticano: “Quella Chiesa omofoba ma abitata da sacerdoti omosessuali”

In uscita “Sodoma”, del giornalista e sociologo francese Fréderic Martél: descrive una comunità che si pronuncia contro le persone Lgbt, le unioni civili e le adozioni gay, ma che poi praticherebbe al suo interno comportamenti omosessuali

Il libro che imbarazza il Vaticano: "Quella Chiesa omofoba ma abitata da sacerdoti omosessuali"

Esce il 21 febbraio Sodoma(Feltrinelli), un libro del sociologo e giornalista francese Fréderic Martél che descrive il Vaticano come la “più grande comunità gay del mondo”. Il libro imbarazza la Santa Sede, che attende le sue “rivelazioni” con apprensione. Per Martél quella Chiesa che più si distingue per la sua lotta contro le comunità Lgbt, le unioni civili e le adozioni gay, in realtà praticherebbe al suo interno comportamenti omosessuali, portando avanti nei fatti una doppia vita che con il voto del celibato ha poco a che fare. In sostanza, scrive il giornalista, si tratta di una Chiesa “omofoba”, e insieme abitata da sacerdoti che praticano diffusamente relazioni omosessuali: “Il Vaticano – scrive – ha una delle più grandi comunità omosessuali al mondo e dubito che perfino a Castro, noto quartiere gay di San Francisco ormai molto etero, ce ne siano altrettanti!”.

Il libro si apre con una telefonata di Papa Francesco a Francesco Lepore, ex sacerdote per lungo tempo in servizio in Vaticano che “come con una bottiglia gettata in mare per la disperazione” ha scritto a Bergoglio per raccontargli “la sua storia di sacerdote omosessuale” che a un certo punto ha deciso di lasciare. Scrive: “Era stanco. Voleva ritrovare la propria coerenza e uscire dall’ipocrisia. Con quel gesto, Lepore ha deciso di bruciare le sue navi”. Papa Bergoglio gli dice di essere colpito dalla sua sincerità, dal “suo coraggio”. “In questo momento – afferma – non so cosa potrò fare per aiutarla, ma vorrei fare qualcosa”. Per Martél ci vuole coraggio per fare coming out all’interno della Santa Sede: “Per stare in Vaticano è meglio rispettare un codice, il ‘codice scheletro nell’armadio’, che consiste nel tollerare l’omosessualità di sacerdoti e vescovi, se necessario beneficiandone, continuando tuttavia a mantenere il segreto. La tolleranza va di pari passo con la discrezione. E, come dice Al Pacino nel Padrino, non si deve mai criticare o lasciare la propria ‘famiglia’: “Don’t ever take sides against the family”.

Il libro è un susseguirsi di notizie: si parla di un arcivescovo e di cardinale che hanno avuto una relazione omosessuale con un prete anglicano e un prete italiano. Di un cardinale che ha ricoperto un ruolo importante in Curia che sarebbe stato trasferito nel suo Paese d’origine dopo uno scandalo che coinvolgeva soldi e una giovane Guardia Svizzera. Una delle affermazioni più esplosive del libro riguarda il defunto cardinale colombiano Alfonso López Trujillo. Il porporato, ex presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è stato per molti anni il principale ostacolo alla canonizzazione di Oscar Romero, è presentato come un difensore della dottrina della Chiesa sulla contraccezione e insieme come una persona dedita a relazioni omosessuali, con seminaristi e prostituti portati in un appartamento segreto a sua completa disposizione.

Martél spiega di aver scritto il libro basandosi “su un gran numero di fonti”. Durante gli oltre quattro anni “di inchiesta sul campo, sono state intervistate quasi 1500 persone in Vaticano e in trenta paesi diversi; tra queste figurano 41 cardinali, 52 vescovi e monsignori, 45 nunzi apostolici e ambasciatori stranieri e oltre 200 sacerdoti e seminaristi. Tutte queste interviste sono state realizzate sul campo (di persona, nessuna per telefono o via e-mail). A queste fonti di prima mano si aggiunge una ricca bibliografia di oltre mille titoli, tra libri e articoli. Infine, mi sono avvalso di una équipe di 80 ‘researchers’, corrispondenti, consulenti, mediatori e traduttori impegnati per svolgere al meglio le ricerche necessarie per il libro condotte in questi trenta paesi”.

Il giornalista francese parla anche della politica di rifiuto dell’uso del preservativo durante il pontificato di Wojtyla, una politica che è stata proposta in particolare da una serie di cardinali, alcuni dei quali omosessuali attivi. E scrive anche di Benedetto XVI, che durante il viaggio in Messico e Cuba, poco prima delle dimissioni, ha compreso nel profondo la grandezza degli scandali della pedofilia e dell’omosessualità all’interno della Chiesa e anche per questo si sarebbe infine dimesso.

repubblica.it

I gesuiti pubblicano una lista dei religiosi accusati di abusi

Stati Uniti

Vatican Insider

(Maria Teresa Pontara Pederiva) La Provincia del Nord-Est opta per la totale trasparenza. I religiosi, in gran parte deceduti, accusati di crimini dal 1950 fino ad oggi. Forte l’impatto sull’opinione pubblica anche per via delle prestigiose istituzioni implicate. Avevano sperato, avevano tanto pregato i cattolici americani perché con il nuovo anno si potesse voltar pagina sulla questione degli abusi. In molte parrocchie l’augurio era che non si potessero più ripetere gli ultimi sei mesi, da quel rapporto del Gran Giurì di Pennsylvania che nella scorsa estate aveva riaperto la diga e portato alla luce il dolore di tutte le vittime che avevano sofferto per anni in silenzio. Ma si sbagliavano perché anche in questi primi giorni dell’anno, molti sono i segnali a indicare il contrario e il numero dei crimini sembra destinato solo a salire

Pedofilia, il ritardo della Cei: non sa stimare quanti siano i casi di abusi in Italia

Italia

Il Messaggero

(Franca Giansoldati) Benchè in evidente ritardo sulla tabella di marcia (ad oggi non è ancora in grado di fare una stima interna sul fenomeno della pedofilia),la Cei si partecipa al summit sugli abusi che Papa Francesco ha convocato a Roma per la fine di febbraio. Dopo tre giorni di dibattito i vescovi hanno fatto sapere che incontreranno le vittime prima di febbraio, come ha ordinato di fare Papa Bergoglio a tutti gli episcopati. Di quali vittime, però, non è dato sapere, né tantomeno di quali casi si tratta.

Preti sposati riammessi e “viri pobati” temi cruciali per la riforma Chiesa

Islam, abusi sessuali: viaggi e appuntamenti in Vaticano definiscono le priorità nell’agenda di Papa Francesco per il 2019. Anzitutto l’islam, con due appuntamenti importanti: lo storico viaggio negli Emirati Arabi Uniti, tra il 3 e il 5 febbraio, e la visita in Marocco il 30 e il 31 marzo.

Se questi temi sono caldissimi anche per la cronaca, un altro appuntamento del 2019, più in sordina, potrebbe aprire a grandi cambiamenti nella Chiesa (in particolare potrebbero essere riammessi al ministero i preti sposati; ndr). È il Sinodo dell’Amazzonia, che si terrà in Vaticano in ottobre. Il tema centrale sarà l’ecologia, ma il vero nodo sarà quello della risposta al problema della scarsità dei sacerdoti. Seppure riferita soltanto alla regione amazzonica, la spinta verso l’ordinazione sacerdotale di persone sposate di provata fede (i cosiddetti viri probati) è ormai chiara. Ma proprio il fatto di aver voluto svolgere il Sinodo a Roma sta ad indicare che tale suggerimento si intenderà come risposta possibile a tutte le chiese con scarsità di vocazioni (e la Chiesa tedesca già scalpita). Questa almeno è l’intenzione del Papa; che poi questo accada sarà da vedere.

Il Giornale

«Pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini». Quale Chiesa per resistere?

bonhoeffer

settimananews

«Comincio, credo, a comprendere il concetto di “Chiesa”»[1]. Il diciottenne Dietrich Bonhoeffer scrive queste parole nel momento in cui si trova a Roma, nel 1924. Ha assistito alla professione solenne di una quarantina di suore, a Trinità dei Monti; ha ascoltato il suono dell’organo, ha ammirato il sole sulla città al tramonto ed ha chiuso la giornata annotando il suo pensiero su una religiosità capace non di escludere ma di coinvolgere i sensi. La Chiesa, egli scrive, «era stata per troppo tempo il rifugio dell’illuminismo inculturale».

Il pensiero di Bonhoeffer sulla Chiesa conosce ben altre ampiezze e profondità; fin da questo precocissimo spunto, però, vi si riconosce la sua impronta, quella della resistenza a qualsiasi scissione tra la vita di fronte a Dio e la vita in mezzo agli uomini. Una tentazione respinta anche nella sua tesi di laurea, discussa nel 1927 e pubblicata nel 1930: Sanctorum Communio. Saggio dogmatico sulla sociologia della Chiesa[2]. Titolo e sottotitolo erano fatti apposta per sottolineare i due livelli: nel primo si faceva riferimento alla condizione di “diversità” dei cristiani nel mondo e dal mondo, nel secondo si parlava della communio sanctorum come di una comunità sociologicamente visibile, perché la Chiesa «fondata da Dio è comunque una comunità empirica come qualsiasi altra», insieme distante dal mondo e immersa in esso.

«È possibile comprendere pienamente “persona”, “condizione originaria”, “peccato”, “rivelazione” solo con riferimento alla socialità. Se concetti puramente teologici si fanno comprendere come collocati e realizzati ciascuno solo in un particolare ambito sociale, proprio partendo da qui viene assicurato il carattere specificamente teologico di una ricerca sulla sociologia della Chiesa» (Sanctorum Communio, p. 13).

Esistono, in sostanza, due errate interpretazioni della Chiesa: una storicizzante e una religiosa; nel primo caso, la Chiesa viene confusa con la comunione religiosa, nel secondo con il regno di Dio. Nel primo caso si trascura il carattere di realtà dei nuovi rapporti fondamentali stabiliti da Dio (…). Nel secondo caso non è preso sul serio il vincolo storico dell’uomo, ovvero la storicità o viene divinizzata oggettivamente, come nel cattolicesimo, oppure viene semplicemente valutata come qualcosa di fortuito, sotto la legge della morte e del peccato (…). Entrambi [gli errori] sono pericolosi, poiché entrambi possono essere nutriti di pathos e serietà religiosi. Entrambi però non riconoscono la realtà della Chiesa, che è contemporaneamente comunione storica e comunione posta da Dio» (Sanctorum Communio, p. 75).

Qualche anno dopo, Bonhoeffer ricorderà che scrivendo quest’opera egli era stato mosso da «smisurata ambizione»; la sua riflessione diverrà meno sistematica e sarà condizionata dalle esperienze che egli andava affrontando; questa linea non verrà comunque abbandonata, ma piuttosto approfondita.

Il giovane teologo trascorre quindi alcuni periodi all’estero: di particolare importanza quello negli Stati Uniti, dove vive con emozione e intensità le liturgie delle comunità nere e conosce il prete francese Jean Lasserre, che lo apre alla prospettiva del pacifismo (per cui il Discorso della montagna non implica più la necessità della redenzione del mondo da parte di Dio, ma chiede invece all’uomo la trasformazione del mondo). Vive inoltre impegnative esperienze catechistiche, durante le quali comprende come la Chiesa non sia una forma religiosa ma il luogo in cui gli uomini vivono nella fraternità. In una lettera del 1936, ricorderà così la sua “conversione”:

«Avevo predicato molto spesso, avevo già visto molto della Chiesa, ne avevo parlato e scritto – e non ero ancora diventato cristiano ma completamente selvaggio e indomitamente signore di me stesso (…). Nella più totale solitudine ero assai contento di me stesso. Da ciò mi ha liberato la Bibbia e in modo particolare il discorso della montagna».

L’essenza della Chiesa[3], libro che raccoglie gli appunti degli studenti che seguono i suoi corsi nell’anno 1932, è testimone di questa maturazione: la cristologia è posta più esplicitamente come premessa dell’ecclesiologia, si dimostra una maggiore conoscenza delle strutture comunitarie effettivamente esistenti e l’apertura al “mondo” diviene radicale, mentre viene respinto ogni sedicente cristiano disprezzo del mondo. Il luogo della Chiesa è proprio il «luogo del Cristo presente nel mondo» (L’essenza della Chiesa, p. 26), e «la chiesa empirica è il presupposto della teologia» (p. 37).

«La Chiesa non è un ideale bensì una realtà nel mondo, un brano della realtà mondana. La mondanità della Chiesa scaturisce dall’incarnazione di Cristo. Anch’essa, come Cristo, è divenuta mondo. Sarebbe un rifiuto della vera umanità di Gesù e quindi eresia assumere la Chiesa concreta soltanto come apparenza. Ciò significa anche che essa è sottoposta a tutte le fragilità e sofferenze del mondo. Per qualche tempo la Chiesa può trovarsi senza tetto, come è avvenuto per Gesù Cristo stesso. Ed è necessario che sia così. Per amore dell’uomo reale la Chiesa deve essere interamente mondana. Si tratta di una mondanità in nostro favore. L’autentica mondanità consiste nel fatto che la Chiesa possa rinunciare a tutti i privilegi, ad ogni possesso che non sia quello della parola di Cristo e della remissione dei peccati. Con Cristo e il perdono dei peccati alle spalle essa diviene libera di rinunciare a tutto il resto» (L’essenza della Chiesa, p. 89)

Se la Chiesa intende presentarsi nella realtà del mondo come corpo di Cristo, ai cristiani non è permesso vivere nell’indifferenza per le realtà del mondo, isolarsi da esso e indugiare solo su se stessa. Giunge quindi ad indicare come fondamentale un’etica di fratellanza che fa cadere qualunque dualismo tra il “dentro” e il “fuori” della Chiesa.

La sequela di Cristo al tempo del nazismo

Quest’ultimo elemento, quello dell’etica di fratellanza oltre i confini della Chiesa, Bonhoeffer lo matura mentre si avvicinano i momenti drammatici che la Chiesa luterana tedesca visse a partire dal 1933, quando la sua direzione fu assunta dai “cristiano-tedeschi” filonazisti. Hitler, infatti, era disposto a “restituire” alla Chiesa il potere e il prestigio che essa aveva prima della guerra, purché essa fornisse un incondizionato appoggio al regime. I “cristiano-tedeschi”, che divennero ben presto maggioritari, avevano come motto: «Un popolo, un Reich, un Führer, una Chiesa», ed erano pienamente disposti ad accettare tale situazione, inserendo persino nelle proprie costituzioni un paragrafo che discriminava i non-ariani.

Bonhoeffer partecipò, nel 1934, al sinodo nel quale la minoranza della Chiesa luterana tedesca si costituì in “Chiesa confessante”. Ciò fu fatto però senza prendere posizione sugli avvenimenti politici: e quando nel 1935 Hitler sembrò ammorbidire la propria posizione nei confronti del cristianesimo, anche buona parte della Chiesa confessante fu disposta ad aperture di credito. Bonhoeffer rimase tra i più rigidi nel rifiutare qualunque accordo con i cristiano-tedeschi («Chiesa e non-Chiesa non possono stare in comunione reciproca»).

In quegli anni il teologo elabora e pubblica Sequela (1937)[4]: un ampio commento al Discorso della montagna. È un atto pubblico di resistenza alla normalizzazione della Chiesa imposta dallo stato nazista e insieme la contestazione delle posizioni di coloro che dentro la Chiesa, rifacendosi a Lutero, avrebbero voluto limitarsi ad un “annuncio” che lasciava campo libero ai poteri civili, riconoscendo al “mondo” un’autonomia traducibile nell’esenzione da qualunque obbedienza ai comandi di Gesù.

«La grazia a buon mercato è la nemica mortale della nostra Chiesa. Ciò per cui noi oggi lottiamo è la grazia a caro prezzo (…). La grazia a buon mercato è (…) misconoscimento della vivente parola di Dio, misconoscimento dell’incarnazione della parola di Dio» (Sequela, p. 27).

«Una verità, un insegnamento, una religione non richiedono uno spazio proprio. Non hanno un corpo proprio. Vengono ascoltati, appresi, compresi. Tutto qui. Ma il Figlio di Dio incarnato ha bisogno non solo di orecchie e nemmeno solo di cuori, bensì di uomini in carne ed ossa che lo seguano» (Sequela, pp. 229-230).

«Il cristiano deve rimanere nel mondo. Non a causa della bontà che Dio ha conferito al mondo, neppure perché sia responsabile delle vicende del mondo, ma a causa del corpo di Cristo, che si è fatto uomo, della comunità. Deve restare nel mondo a causa dell’attacco frontale che deve sferrare al mondo, deve vivere la sua vita nella professione mondana per rendere del tutto visibile la sua estraneità al mondo. Ma questo non appare altrimenti che nell’appartenenza visibile alla comunità. L’opposizione al mondo deve essere portata nel mondo. Per questo Cristo si è fatto uomo ed è morto fra i suoi nemici» (Sequela, p. 247).

Gli anni che seguono vedono Bonhoeffer animare il seminario di Finkenwalde, cercando di rinvigorire la disponibilità alla resistenza; la scuola verrà chiusa con la forza nel 1937. Queste le parole che il giovane teologo usò, nel 1938, per commentare la “Notte dei cristalli”:

«La Chiesa era muta quando avrebbe dovuto gridare (…). La Chiesa confessa di aver visto il ricorso arbitrario alla forza brutale, la sofferenza fisica e spirituale di innumerevoli innocenti, l’oppressione, l’odio e l’assassinio, senza aver alzato la propria voce per loro, senza aver trovato strade per correre in loro aiuto. Si è resa colpevole della morte dei più deboli e dei più indifesi fratelli di Gesù Cristo».

Alla fine degli anni trenta la Chiesa confessante è ulteriormente indebolita dalle disposizioni che ordinano al clero tedesco di giurare «di essere fedele e obbediente al Führer del Reich e del popolo tedesco, Adolf Hitler», pena la decadenza da qualunque incarico: un’opposizione collettiva, a quel punto, non era più possibile, e chi resisteva era accusato di essere assetato di martirio. Nel momento in cui scoppia la guerra, solo due pastori rifiutarono (pagando con la vita) il servizio militare; la stessa Chiesa confessante partecipò alla propaganda bellica. Per Bonhoeffer, sempre più isolato, parve profilarsi una via d’uscita: l’esilio negli Stati Uniti. Vi resterà solo qualche settimana, nell’estate del 1939. Il suo posto è in Germania, e in Germania sceglie di tornare.

L’età del silenzio e della simulazione

Il pastore della Chiesa confessante, tornato in terra tedesca, stupisce per il suo atteggiamento – esteriormente molto più conciliante con il regime – e per la libertà di manovra di cui usufruisce. È infatti entrato in contatto con i militari che tramano contro Hitler. Gira l’Europa per loro, facendo da tramite tra il comandante dei servizi segreti, l’ammiraglio Canaris, e i vertici delle nazioni che combattono la Germania nazista. Dal punto di vista del potere hitleriano, il pastore teologo è dunque una spia che fa il doppio gioco. È un’attività intensa, ma ben diversa da quella degli anni precedenti: la parola d’ordine non è più confessione, ma cospirazione; non più franchezza, ma mimetismo; non più denuncia, ma silenzio e simulazione.

Viene arrestato il 5 aprile 1943. In carcere sperimenta dapprima una frustrante solitudine, quindi la gioia del rapporto fraterno con i compagni di prigionia. Riesce a inviare fuori dal carcere numerose lettere, che verranno poi raccolte nel volume Resistenza e resa[5].

Nell’ultima fase della vicenda biografica di Bonhoeffer (che si conclude con l’impiccagione, il 4 aprile 1945) si consuma, almeno apparentemente, il distacco rispetto alla Chiesa-istituzione, la quale si dà all’“emigrazione interiore”, al massimo predica sul peccato e la redenzione e, il 21 luglio 1944, saluta il mancato attentato a Hitler con queste parole:

«Mentre le nostre armate, valorose e coraggiose fino alla morte, sono impegnate in dure lotte per la protezione della patria e per la vittoria finale, un pugno di ufficiali, spinti dall’ambizione, ha osato il delitto più orribile e ha commesso un attentato omicida contro il Führer. Il Führer è stato salvato [si noti il passivo divino, n.d.r.] e per questo è stata scongiurata al nostro popolo una disgrazia indicibile. Di questo siamo grati dal profondo del cuore a Dio».

Il teologo continua però a riflettere sulla Chiesa: un tema che non può non far parte di una più ampia riflessione sulla sequela di Cristo.

«Ciò che mi preoccupa senza posa è la questione di che cosa sia veramente per noi il cristianesimo e anche chi sia Cristo oggi. (…) Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? (…) Che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? … Cristo allora non è più oggetto della religione, ma qualcosa di totalmente diverso: è veramente il Signore del mondo. Ma questo che cosa significa?» (Resistenza e resa, pp. 376-378).

La critica nei confronti della Chiesa, dei suoi silenzi, dei suoi accomodamenti e soprattutto del suo essere stata fine a se stessa non giunge ad esiti distruttivi: dal momento presente, che è quello della perdita della parola, nasceranno nuove prospettive, che Bonhoeffer descrive in questi termini:

«La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come se fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della parola che riconcilia e redime. Perciò le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini. Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda le realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare» (Pensieri per il battesimo di Dietrich Wilhelm Rüdiger Bethge, maggio 1944, in Resistenza e resa, p. 406).

Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini: questo è il futuro della Chiesa, luogo in cui gli uomini torneranno a comprendersi anche tra loro (Resistenza e resa, p. 94), al quale Bonhoeffer spera di poter ancora rendere un servizio (p. 523); Chiesa nella quale «non l’atto religioso fa il cristiano, ma il partecipare al dolore di Dio nella vita del mondo (…). Gesù non invita a una nuova religione, ma alla vita»; Chiesa «non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio» (p. 381).

Una Chiesa cattolica per resistere

Il cattolico-romano che legge la storia dell’evangelico-luterano Bonhoeffer e medita sui destini della sua Chiesa in rapporto a quella tedesca non trova motivo né di orgoglio né di soddisfazione. Alla Chiesa di Pio XII, che pure non ha raggiunto i vertici statolatrici di quella “cristiano-tedesca”, può infatti essere posta la stessa domanda: quanto hai seguito Cristo, e quanto invece hai cercato di salvare te stessa? Ho infatti la tremenda impressione che i giudizi assolutori su papa Pacelli siano imbevuti del rispetto nei confronti di chi ha “saggiamente” scelto di difendere i “propri” prima, o invece, degli altri. Un’attività perfettamente umana, dato che chi è responsabile di un “gruppo” pensa prima ai “suoi” che agli altri. Se Pio XII fosse stato semplicemente un governante, un amministratore, un responsabile di un settore dell’umanità, non si potrebbe che riconoscere che la sua è stata un’azione prudente, che ha evitato ai cattolici (tedeschi e italiani, per cominciare) altre prove. Ma il seguace di Cristo – e in primo luogo chi si proclama suo vicario – può accontentarsi della prudenza?

Dio solo sa cosa sarebbe successo se le Chiese italiana e tedesca si fossero opposte con maggiore energia e convinzione, “confessando” la loro fede, ai regimi totalitari. Ma è certo che noi oggi possiamo guardare le vicende di quei decenni senza sprofondare nella vergogna e nella disperazione solo perché vi furono cristiani che, come Bonhoeffer, si comportarono in modo non “prudente”, ma veramente “cattolico”, universale. E lo fecero non per la sterile difesa di un principio o per una delirante ricerca di purezza personale, ma perché sapevano che nel momento in cui seguivano Cristo – anche se la Chiesa li avesse abbandonati – Dio era con loro.

Le ultime parole di Bonhoeffer che ci sono state riferite suonano così: «Questa è la fine, per me il principio della vita. Credo nella fratellanza universale cristiana che va al di là di tutti gli interessi nazionali e credo che la vittoria sarà sicuramente nostra».

Pubblicato su Il Margine, n. 2/2006.

[1] Questa citazione e la maggior parte di quelle che seguono si basano su R. Wind, Dietrich Bonhoeffer, Casale Monferrato (AL) 1995 (orig. ted. 1990).

[2] Sanctorum Communio, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1994.

[3] L’essenza della Chiesa, Queriniana, Brescia 19772.

[4] Sequela, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1997.

[5] Resistenza e resa, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 2002.

Preti sposati nella Chiesa. Libro-inchiesta di Enzo Romeo travisa le problematiche

Il Movimento Internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati commenta l’intervista di Alessandra Stoppini a Enzo Romeo pubblicata dal settimanale online della dioocesi di Bergamo e riportata nel post: “Nel libro manca l’idea dei preti sposati con regolare percorso di essere riammessi nella Chiesa”.

Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, ha scritto il volume “Lui, Dio e lei” (Rubbettino Editore 2018, Collana “Problemi aperti”, pp. 256, 16,00 euro, introduzione di Gianni Gennari), nel quale il giornalista e saggista parla del «celibato nella Chiesa», come recita il sottotitolo.
Il libro contiene una sintesi storica del celibato, che «non è un’esclusiva della Chiesa cattolica», ed elenca le posizioni dei papi dell’ultimo secolo, da Pio XI a Francesco. Inoltre l’autore ha intervistato alcuni esperti, come il religioso-psicologo prof. Giuseppe Crea specialista nella cura dei disagi di persone consacrate, e la teologa Stella Morra, che insegna ai futuri candidati all’episcopato. Riporta anche la bella testimonianza di padre Alejandro Solalinde Guerra, prete psicologo messicano candidato al Nobel per la Pace 2017. Famoso per la battaglia in difesa degli immigrati indocumentados che risalgono il Messico dal Centro America per tentare di superare il confine con gli Stati Uniti, padre Alejandro, braccato dai narcos messicani, ha dichiarato a Romeo che «il celibato va vissuto come una vocazione».
Non solo un libro-inchiesta, perché il vaticanista dà voce ai protagonisti: preti che hanno lasciato il ministero dopo avere scoperto di amare una donna, e mogli di ex sacerdoti. I loro racconti offrono parecchi spunti di dibattito e di riflessione, perché nelle parole degli “spretati”, com’erano chiamati un tempo, traspare forte il desiderio di continuare a rappresentare una risorsa per la Chiesa ed essere utili alla Comunità cristiana.
Abbiamo intervistato l’autore.
Quanti sono in Italia i sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare?
«Non ci sono dati ufficiali ma solo delle stime. In ogni caso si tratta di cifre alte: c’è chi parla di quattromila, chi di ottomila preti, che sono stati dimessi dallo stato clericale negli ultimi decenni».
Ha intervistato padre Carlo Travaglino, francescano, missionario fra i lebbrosi in Etiopia anche grazie all’aiuto di Franca, la donna che poi è diventata sua moglie. La loro è una storia emblematica?
«Sì, perché nel loro caso l’amore tra due persone non ha soffocato l’amore per il prossimo. Carlo conobbe Franca e condivise con lei il progetto di servire i lebbrosi in Eritrea. Amava questa donna e voleva sposarsi senza rinunciare a essere un sacerdote missionario. Il suo vescovo, il cardinale Ursi, comprese quel desiderio e ne parlò con Paolo VI, che dopo aver considerato attentamente il caso, concesse a Carlo una dispensa speciale. Carlo e Franca hanno vissuto una vita bella e piena, creando una rete di solidarietà che ha consentito la costruzione di dispensari e ospedali per la cura delle persone più povere ed emarginate».
Chi sono i “viri probati”?
«Sono persone adulte di “provata fede”, anche sposate, alle quali nella Chiesa primitiva venivano affidati alcuni compiti oggi riservati all’ordine sacro, quindi ai presbiteri. Oggi si discute della possibilità di riproporre queste figure, definendone meglio il ruolo. Se ne parlerà con ogni probabilità nel prossimo ottobre durante il Sinodo sull’Amazzonia, dove la mancanza cronica di sacerdoti rende estremamente urgente la questione».
Un capitolo del volume è dedicato ai preti sposati di rito orientale come “Papàs” Gabriel, prete “uxorato”. Ce ne vuole parlare?
«Il celibato è una norma che riguarda esclusivamente i preti cattolici di rito latino. Quelli di rito orientale, invece, possono sposarsi, a patto che lo facciano prima dell’ordinazione. In Italia ce ne sono parecchi; sono quelli delle “eparchie” di Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia, dove vivono le comunità che risalgono all’immigrazione albanese di molti secoli or sono. Nonostante una così antica tradizione, però, anche in queste Chiese il celibato rimane un argomento scomodo, quasi un tabù. Il fatto è che rimane sullo sfondo l’idea – distorta – che sacerdozio e matrimonio siano dei sacramenti in concorrenza fra loro, con una primazìa del primo sul secondo».
Per quanto riguarda la questione femminile nella Chiesa, “potranno le donne un giorno entrare nella stanza dei bottoni”?
«In occasione del recente Sinodo sui giovani è stato chiesto a gran voce che le donne possano essere ammesse al voto nell’assise sinodale. Come fare? Il Sinodo è l’assemblea dei vescovi, che sono solo uomini, chiamati alla successione apostolica. Anche qui, ciò che servirebbe è un cambio di mentalità. Finora nella Chiesa, specie tra il clero, la donna è stata posta tra due estremi: o una figura celeste a cui affidarsi (vedi la devozione alla Vergine Maria) o una persona con ruoli ancillari, umili, secondari. Cosa accadrebbe se ci fossero più donne e contassero sul serio nella gestione, ad esempio, di una parrocchia? Gli strumenti ci sono (vedi i consigli pastorali), ma vanno fatti funzionare. Poi si potrà discutere di diaconato o addirittura di sacerdozio femminile, ma senza farne una conditio sine qua non».
L’11 novembre 2016, durante il Giubileo, per l’ultimo “Venerdì della Misericordia”, Bergoglio si recò a Ponte di Nona, quartiere all’estrema periferia di Roma est per incontrare sette famiglie, tutte formate da persone che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. Il celibato resta sempre un problema aperto nell’agenda di Papa Francesco?
«Credo che papa Francesco attribuisca al celibato un grande valore e dunque non abbia voglia di rimetterlo in discussione. Bergoglio, però, si rende conto che è un “dono” che va accolto in modo pieno e convinto. Ciò che va evitata – ripete spesso – è “la doppia vita”: sacerdoti che continuano a esercitare il ministero avendo una o un amante. Non si tratta allora di abolire il celibato, semmai di renderlo facoltativo, come del resto già avviene tra i cattolici di rito orientale».

Chiese dismesse. Quale futuro? Prima di venderle affidarle a preti sposati

Per vari motivi diocesi e ordini si trovano nella necessità di alienare i propri luoghi di culto Il loro riutilizzo, tra desacralizzazione e dissacrazione, è ormai un tema urgente

E dalle pagine di Avvenire ad intervenire è Ravasi:

Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

In occasione dell’Anno europeo del Patrimonio culturale 2018 il Pontificio Consiglio della Cultura organizza il 29 e 30 novembre presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana il convegno “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, i cui temi sono introdotti in questa pagina dal cardinale Gianfranco Ravasi. Il programma è articolato nelle due giornate. Nella prima verrà affrontato il grave e urgente problema della dismissione di chiese e della loro nuova destinazione. Nella seconda giornata l’attenzione sarà rivolta alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico come un aspetto della attività pastorale delle diocesi. I pomeriggi sono riservati ai delegati delle conferenze episcopali di Europa, America settentrionale e Oceania, che presenteranno le esperienze nazionali su questo tema. Questi paesi infatti presentano condizioni sociali molto simili e sono accomunati da problematiche analoghe nella gestione del patrimonio culturale.

È uno dei monumenti più celebri e visitati di Roma. Paradossalmente potremmo assumerlo a emblema del tema di questo convegno, sia pure in senso inverso. Si tratta del Pantheon, vero e proprio simbolo, già nel nome, della religione romana imperiale nell’epoca del suo maggior splendore, con l’imperatore Augusto (a erigerlo nel 27 a.C. fu suo genero Marco Vipsanio Agrippa). Ripetutamente restaurato e ripristinato da Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, accoglieva nel suo grembo la celebrazione del politeismo classico, tipico di una società aperta e inclusiva che ammetteva anche stranieri e, proprio per questo, secondo Tacito, era perdurata per secoli nella sua potenza, a differenza delle “esclusive” Atene e Sparta. Ebbene, nel 608 l’imperatore bizantino Foca dismise il Pantheon cedendolo a papa Bonifacio IV che lo adattò al riuso cristiano, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri, donde il titolo di Santa Maria ad Martyres. Da quel momento fino ai nostri giorni i papi lo costellarono di segni, simboli e arredi cristiani, e ancor oggi, sia pure con l’ampia parentesi delle visite turistiche, continuano le sue liturgie, come posso personalmente attestare, celebrando ogni anno il solenne pontificale di san Giuseppe, patrono della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

La dismissione e il riuso sono, quindi, un fenomeno costante e pluridirezionale che, però, ora acquista un’incidenza particolare nelle nuove coordinate storiche in cui siamo immersi. Esse, infatti, sono contrassegnate da fenomeni socio-culturali di grande impatto nei confronti di quella realtà così particolare che è il tempio. In passato, come ha dimostrato Mircea Eliade in sede di antropologia culturale, esso era l’archetipo nel quale si concentrava tutto l’orizzonte spaziale. Suggestivo è l’aforisma giudaico che afferma: “Il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, la pupilla è Gerusalemme e l’immagine in essa riflessa è il tempio”. Ora, invece, lo sviluppo edilizio crea planimetrie cittadine senza centro o policentriche; l’urbanizzazione genera metropoli che allungano i loro tentacoli in immense periferie, svuotando di residenti i centri storici; la secolarizzazione abbassa il tasso di frequenza al culto lasciando deserte le chiese; lo stesso trapasso dalla civiltà rurale a quella urbana abbatte i legami con tradizioni religiose ed etiche; il calo del clero rende spesso ardua la vitalità di un tempio che, se artistico, corre il rischio di trasformarsi – come scriveva il poeta Wilhelm Wilms – in «conchiglie vuote«, attraversate solo da torme di turisti o visitatori estranei all’anima primigenia dell’edificio sacro.

Questi e altri dati culturali e sociali creano appunto come corollario il fenomeno della dismissione o alienazione e del susseguente riuso, non di rado sconcertante e dissonante con la realtà originaria del tempio. Tuttavia, la cessazione dell’uso liturgico non produce automaticamente la riduzione della chiesa o cappella a un edificio privo di connotati sacrali. La questione dà origine a interrogativi e problemi rilevanti e spesso contrastanti.In essa, infatti, s’intrecciano componenti molteplici che devono essere dipanate. Pensiamo al tema artistico che può essere di alto valore e al relativo annesso degli arredi sacri mobili. Oppure a quello socio-culturale, perché con la dismissione le comunità cristiane perdono memorie storiche identitarie affidate a determinati edifici sacri. Per questo, talora a battersi per il permanere dell’uso cultuale di un edificio sacro sono persino gruppi di non credenti che vedono in esso un vessil-anzitutto lo nobile piantato in un tessuto urbano spesso trasformato e deformato. Pensiamo anche alla rivisitazione dei piani pastorali e alla riconfigurazione delle unità parrocchiali che si esprimevano proprio attraverso la liturgia, la catechesi e la stessa vita ecclesiale comunitaria legate alle varie chiese. E non escludiamo anche le questioni giuridiche e politiche connesse alle mutazioni legate a nuove destinazioni culturali, museali, artistiche, spirituali di chiese e cappelle. Certo, san Francesco, nel capitolo 37 della Vita seconda (1246) di Tommaso da Celano, esortava così i suoi frati: «Spoglia l’altare della Vergine e vendine i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo di suo Figlio e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e, invece, disprezzato il Figlio».

La relatività del tempio rispetto alla sua anima interiore, tema spesso evocato dalla Bibbia (1Re 8,27; Am 5,5.21-25; Is 1,10-20; Ger 7,20; Gv 4,23-24; Ap 21,22), può ammettere una certa desacralizzazione, ma non sopporta la dissacrazione radicale. Tuttavia san Francesco continuava: «Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito». Si riconosceva, così, la necessità di ricomporre questi segni di fede e di bellezza, di pietà e di memoria ecclesiale. Sarà proprio la trama delle relazioni, delle esperienze e delle testimonianze multiculturali e multinazionali di questo convegno a districare qualche filo di questo groviglio complesso che coinvolge e talora travolge tante comunità ecclesiali. Sarà, comunque, anche un modo per riportare all’attenzione della riflessione teologica e dell’impegno pastorale il grande segno del tempio, espressione dell’infinito e della trascendenza divina ma pure dell’immanenza storica, culturale e spirituale del popolo credente. Non per nulla il santuario mobile del deserto e il tempio gerosolimitano erano denominati suggestivamente nella Bibbia ’ohel mo’ed, la “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio ma anche dei fedeli tra loro.

Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

“Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

https://www.huffingtonpost.it

Chiesa affronti con coraggio il futuro: largo ai preti sposati

Le parrocchie chiuse sono un peccato mortale pastorale; Papa Francesco esclama: “che pena le chiese (e le parrocchie, ndr) chiuse”; e il Santo curato d’Ars ha detto: “lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie”.

Il Movimento internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, fondato nel 2013 da don Giuseppe Serrone, diffonde un testo di don Cionchi della diocesi di Senigallia (fonte: senigallianotizie.it). Reintrodurre nella Chiesa i preti sposati, accanto ad altre sperimentazioni potrebbe evitare la chiusura di molti luoghi di cultu necessari alla cura pastorale dei fedeli.

C’è anche la speranza che in un futuro, speriamo prossimo, si sblocchi anche l’ordinazione sacerdotale di ”viri probati” sposati e non. Anche questa pratica è sul tavolo del Papa. Ne abbiamo tanti in Diocesi. Certo hanno bisogno di Corsi specifici, come c’erano una volta i Corsi per le vocazioni adulte lavoratori, il discernimento del Vescovo, ma non possiamo chiudere le parrocchie con l’idolatria e il blocco della non-ordinazione di vocazioni adulte di sposati e non. D’altronde, gli Apostoli erano quasi tutti sposati. Perché non avere il coraggio di affrontare il futuro, almeno con “sperimentazioni” e proposte finalizzate proprio alla cura pastorale, perché – come ripete spesso Papa Francesco – “salus animarum suprema lex”?

da Don Giuseppe Cionchi

Il libro “Giustizia divina” (Chiarelettere) indaga sui religiosi indagati o finiti in carcere per reati che vanno dalla pedofilia all’omissione di soccorso.

Il Fatto Quotidiano

Non solo pedofilia nella Chiesa. Ma tanti altri reati commessi da preti e suore per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. È quanto emerge in Giustizia divina, edito da Chiarelettere, scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli. Il libro raccoglie un’inchiesta molto rigorosa e ben documentata, ma al tempo stesso sconvolgente per la verità finora sommersa che porta a galla. “Silenzio e preghiera. È la pena – scrivono i due autori – comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne”. È il modo in cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da Papa Francesco per commentare l’accusa, che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick”.

Le domane a cui rispondono agli autori sono tante, attuali e scottanti. “Quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? – scrivono Provera e Tulli – Lo abbiamo chiesto alle autorità competenti ottenendo, con molta fatica e solo dopo aver insistito per mesi, risposte vaghe e incomplete. Durante la nostra indagine lungo l’Italia, da nord a sud, abbiamo intercettato diverse storie. C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille. La violenza su minori non è dunque l’unico reato commesso da ecclesiastici. Forse è il più frequente, insieme ai reati di natura finanziaria, o per lo meno il più noto”.

I dati che emergono sono a dir poco inquietanti. “Dal 2000 sono almeno trecento i sacerdoti denunciati. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Abbiamo così scoperto – precisano i due autori – che molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’. ‘Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma, sempre, il loro vescovo è al corrente del loro ‘domicilio’. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa’ ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo”.

Che cosa è emerso da questa inchiesta? “Abbiamo scoperto – affermano i due autori – che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza. È in una di queste dimore private che ha risieduto in segreto don Mauro Inzoli, noto esponente di Comunione e liberazione, prima di entrare nel carcere di Bollate in seguito alla condanna in via definitiva per abusi su minori avvenuta a marzo del 2018”.
Al silenzio e alla preghiera, dunque, verrebbe da aggiungere anche connivenza e omertà. “Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà – scrivono ancora i due autori – non ci sono solo pedofili. Accanto a loro, insieme a loro, la Chiesa si prende cura dei disagi interiori vissuti dalla popolazione ecclesiastica italiana, che in termini numerici è la più estesa al mondo, con oltre trentamila persone. Nelle parrocchie e nei conventi si trovano la depressione, l’alcolismo, ci sono la ludopatia e altre dipendenze. E c’è l’omosessualità che ovviamente, laicamente parlando, non è un reato, ma che per la Chiesa è un peccato da espiare oltre che una malattia da curare come le altre lontano da occhi indiscreti. Anche così opera la ‘giustizia divina’ dello Stato vaticano. Che, è bene sapere, estende la sua attività nel territorio italiano. Anche questo abbiamo scoperto e documentato come mai era stato fatto prima”.

Giustizia divina è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall’associazione internazionale Ending clergy abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’associazione, rappresentata nel nostro Paese da Rete L’Abuso, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento e un incremento del fenomeno stesso. A riprova di questo comportamento, il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l’Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che prevalentemente ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili. Il 22-23 gennaio 2019 è in programma un’audizione del governo di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia a Ginevra proprio in relazione a questa denuncia.
Nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, Papa Francesco ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”. Ne sono convinti anche Provera e Tulli che evidenziano come “il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini. Con la ‘complicità’, in Italia, del dettato costituzionale che recepisce i Patti lateranensi. Esiste infatti, e opera alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato, che comporta degli evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. C’è una denuncia precisa nelle nostre pagine riguardo a questa stortura ignota all’opinione pubblica. Stortura che nel caso della pedofilia finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti”. Dalle parole e dai silenzi ora si tratta di passare ai fatti.

Invito a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità: e la crisi dei preti?. Ancora tabù i preti sposati

La frase tradizionalista è del card. Filoni, a sacerdoti, religiosi e religiose delle diocesi di Luanda, Caxito e Viana, nel primo incontro della sua visita pastorale in Angola. Per il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati i vertici vaticani tacciono sui preti sposati che potrebbero essere una grande risorsa per la Chiesa.

Il Prefetto del Dicastero Missionario, card. Filoni,  ha messo in guardia, facendo eco al Santo Padre, da una certa mondanità che colpisce la Chiesa di ogni continente, “questa mondanità non è altro che mediocrità. Dobbiamo superare questa mediocrità”. Il cardinale si è quindi soffermato sulla mediocrità nel campo della castità e della vita pastorale e religiosa, invitando i sacerdoti, i religiosi e le religiose “a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità”, aiutati dalla preghiera umile e fiduciosa. “Rinunciando al secolarismo e alla mediocrità, attraverso il nostro incontro con Cristo possiamo, di conseguenza, rinnovare la Chiesa e tutte le dinamiche pastorali e missionarie”.

vaticannews

Ici, spunta la rottamazione per la Chiesa, lo Stato può recuperare cinque miliardi

Ici, spunta la rottamazione per la Chiesa, lo Stato può recuperare cinque miliardi

Una “pax fiscale” tra Italia e Vaticano per risolvere la grana degli arretrati Ici che la Chiesa deve allo Stato per il periodo 2006-2011. Ecco l’ipotesi alla quale sta pensando il governo alle prese con la grana piombata una settimana fa su Palazzo Chigi quando la Corte di giustizia Ue ha riaperto il caso dei rapporti tra Stato e Vaticano in materia di tasse.
LA STORIA
Occorre infatti ricordare che i giudici della Corte, annullando la precedente decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016 che avevano stabilito «l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative» nei confronti degli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi, hanno chiesto all’Italia di recuperare i soldi mai versati affermando che i problemi connessi all’attività di contrasto all’evasione fiscale costituiscono mere «difficoltà interne». La formulazione nei confronti di Roma è chiara: dovete farvi restituire i soldi e non avete scuse. Per questa ragione, il governo si sta muovendo ed è al lavoro per individuare il meccanismo attraverso il quale recuperare l’enorme credito. In ballo ci sarebbero, spiegano fonti del ministero dell’Economia, 4,8 miliardi relativi a ben 6 annualità. Una somma che potrebbe essere, appunto, fortemente ridotta utilizzando gli strumenti della “pace fiscale” che il governo sta mettendo a punto collegandola alla legge di Bilancio. Dunque: rottamazione, definizione agevolata, taglio del capitale, sconto o annullamento di sanzioni e interessi legali e di mora. Le ipotesi sono tutte aperte ma, viene fatto filtrare, la soluzione non è prossima. Serve infatti la collaborazione con i commissari alla Concorrenza di Bruxelles e con i Comuni (che sono i titolari dell’imposta sugli immobili).
I NODI
Tuttavia, considerata la delicatezza del dossier, occorre ovviamente anche un negoziato con il Vaticano che, secondo alcune stime, avrebbe tra le mani il 20% del patrimonio immobiliare italiano. Nel mazzo, tra l’altro, figurerebbero 9 mila scuole, 26 mila tra chiese, oratori, conventi, campi sportivi e negozi e 5 mila tra cliniche, ospedali e strutture sanitarie e di vario genere. E il punto nodale, di non facile soluzione, è riuscire a distinguere chi svolge attività commerciale da chi non le pratica. iResta il fatto che l’accordo con il quale il governo Monti, nel 2012, si illudeva di aver chiuso la pratica è ormai inutilizzabile ed ora sia riapre un’altra tappa nella lunghissima vicenda delle esenzioni fiscali garantite agli immobili della Chiesa. La vicenda è complessa: l’Ici (Imposta comunale sugli immobili), poi sostituita dall’Imu, è stata introdotta nel 1992, esentando dal suo pagamento gli enti non commerciali. Fino al 2004 questa esenzione, di cui non beneficiava solo la Chiesa cattolica, ma tutto il vasto mondo non profit, ha sollevato un contenzioso fino a quando una sentenza della Cassazione, relativa a un immobile di proprietà di un istituto religioso utilizzato come casa di cura e pensionato per studentesse, ha affermato che per beneficiare dell’esenzione sono necessari tre requisiti tra cui quella più importante, e cioè che gli immobili venissero usati a fini non commerciali. L’esenzione fu però allargata nel 2005 dal governo Berlusconi per includere tutti gli immobili di proprietà della Chiesa, anche quelli a fini commerciali. Questo allargamento fu poi giudicato dalla Commissione europea come un aiuto di Stato, perchè danneggiava le attività commerciali non di proprietà della Chiesa.

Il Messaggero

Preti sposati attenti / Dall’interno remano contro

In queste ultime settimane il dibattito sui preti sposati e sul celibato dei preti è tornato di attualità anche dopo la partecipazione in Rai in televisione di don Serrone che ha lanciato un appello per la riammissione dei preti sposati nel ministero pastorale della Chiesa Cattolica Romana, come grande risorsa.

Don Serrone invita  i preti sposati a rivolegersi ai Vescovi per richiedere la riammissione al ministero (proprio di questi giorni la notizia della riammissione alla Celebrazione della Messa per un prete sposato della Diocesi di Reggio Emilia).

L’impegno di trasparenza e riforma della Chiesa, come al solito, ha numerosi opinionisti che lo ostacolano. Don Serrone indica di stare attenti ai preti sposati come Ernesto Miragoli. Prete sposato anche lui, Miragoli (“eminenza grigia”dei preti sposati e referente di gruppi conservatori di preti sposati) vuole essere sempre al centro dell’attenzione… Di fatto in anni di presenza mediatica ha fossilizzato la causa dei preti sposati. Quando altri preti sposati vanno in Tv scrive che l’impegno televisivo non serve a nulla. Tra le righe dei suoi post poi è  sostenitore dell’immobilismo sulla questione del celibato dei preti, anche se si autocelebra come innovatore.

Don Serrone lancia un appello ai preti sposati italiani per la riforma della Chiesa: “insieme possiamo essere un grande potenziale di rinnovamento. Ora Papa Francesco e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana ci dovrebbe ricevere a Roma e siamo pronti  pronti ad incontrarli per richiedere personalmente la riammissione nella Chiesa”.

 

#RaiUno #ItaliaSi! #Preti sposati e riammissione al ministero

Preti sposati / Rai 1 ne parla. Ottimo Marco Liorni, bocciati gli opinionisti e il vaticanista Romeo.

Giuseppe e Albana Serrone sono stati ospiti della Trasmissione della Rai Tv “Italia si” che è andata in onda il 13 Ottobre 2018 dalle ore 16:40.
 Nel corso della puntata (in particolare l’intervento di Giuseppe Serrone e Albana Ruci visibile su Rai Play https://www.raiplay.it/video/2018/10/ItaliaSi-13102018-b67d2b86-8d89-4b18-9ffe-25d65d261742.html a partire da 1 ora e 13 minuti circa dall’inizio della puntata) Marco Liorni ha affrontato con molta apertura e franchezza la questione dei preti sposati che chiedono di rientrare nella Chiesa e poter continuare ad esercitare il ministero pastorale in servizio alle parrocchie nella Chiesa Cattolica Romana.
Giuseppe Serrrone ha reclamato, lanciando un appello ai vertici delle Conferenze Episcopali Mondiali di perorare la causa con Papa Francesco, la riammissione in servizio attivo dei preti sposati che hanno un regolare percorso di dimissioni dispensa e matrimonio religioso: “Noi siamo ancora dentro la Chiesa e il nostro sacerdozio è eterno… non può essere cancellato. Diverso il caso dei preti sposati ridotti allo stato laicale che non possono vantare le stesse prerogative dei preti sposati con regolare percorso canonico”. L’appello lanciato attraverso la lettera di Vocatio diffusa oggi dalla stampa e inviata a papa Francesco e al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana non è condiviso dal nostro movimento che chiede da anni senza riscontro vaticano di estendere ai preti sposati con regolare percorso canonico le stesse prerogative concesse ai preti sposati angliacani e ai pastori protestanti ammessi nella Chiesa Cattolica Romana con mogli e figli. ItaliaSì!, è programma in onda ogni sabato pomeriggio alle 16.40 su Rai1, dove in sostanza ognuno può dire quello che vuole. Chi vuole scrive alla redazione, se accettato si presenta, sale sul podio e dice la sua. In ogni campo. Un po’ come succede a Hyde Park a Londra, ma qui siamo a Raiuno. «Il programma è cominciato da poco, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo per dargli una sua identità, in fondo è un varietà di storie e persone, ciascuna con il proprio argomento, poteva essere spiazzante e frammentario – spiega Liorni – Ma ovviamente seguiamo un criterio per scegliere i racconti, cuciamo insieme storie diverse, ma simili». Italia Sì è uno show tutto nuovo con protagoniste storie, volti emozioni, problemi e soluzioni, ma soprattutto persone comuni, pronte a condividere la propria vita davanti a un pubblico popolare e a un gruppo di «saggi» del mondo dello spettacolo: Rita Dalla Chiesa, Elena Santarelli, e Mauro Coruzzi in arte Platinette. Nella puntata del 13 Ottobre 2018 i saggi del mondo dello spettacolo Rita Dalla Chiesa, Elena Santarelli, e Mauro Coruzzi si sono dimostrati, con i loro interventi sulla storia di Giuseppe Serrone e Albana Ruci poco preparati e imprecisi come commentatori sulle questioni teologiche e canoniche affrontate da Giuseppe Serrone. Inoltre la Santarelli e Coruzzi hanno cercato di mettere in cattiva luce l’intervento di Albana Ruci, che ha lanciato anch’essa un appello d’amore a Papa Francesco e ai vertici vaticani per la riammissione dei preti sposati con regolare percorso canonico nella Chiesa. In studio in Via Teulada 66 era anche presente anche Enzo Romeo caporedattore e vaticanista del Tg2. A lungo responsabile della redazione esteri, si interessa da sempre al mondo religioso. Da inviato ha seguito i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Collabora ai periodici «Credere» e «Jesus» e fa par- te del comitato di direzione di «Dialoghi», rivista dell’Azione Cattolica Italiana. Il giornalista è stato inserito in puntata come commentatore della storia di don Serrone e per lanciare tramite la Rai il suo libro “Lui, Dio e lei. Il problema del celibato nella Chiesa”. Peccato che proprio in questa occasione abbia rivelato commentando l’intervento di don Serrone, tutte le sue lacune teologiche e canonisticte sulla questione dei preti sposati (formazione che non dovrebbe mancare a un autore di libri sul celibato e a un caporeddatore e vaticanista Tg2), della dispensa, della riduzione allo stato laicale. Romeo era molto confuso ed è stato corretto per le sue inesattezze da don Serrone. Inoltre Enzo Romeo senza verificare in precedenza ha messo in dubbio, dimostrando poca deontologia giornalistica, le vere affermazioni di don Serrone sulla sua dispensa dal celibato e sul suo matrimonio religioso regolarmente registrato in una parrocchia del viterbese, dove don Serrone si è unito in matrimonio con Albana Ruci nel 2002.

Connessione pedofilia preti celibato. Papa contro i preti sposati. Vergognoso avere avuto Pell e Law ai vertici della Chiesa

I preti sposati italiani divulgano l’articolo di Carlo Troilo apparso su ilfattoquotidiano.it:

Un recente studio della Chiesa cattolica australiana – gravemente ferita dalla vicenda dei preti pedofili e del Cardinale George Pell, loro protettore – sostiene che l’obbligo del celibato per i preti cattolici fa sì che fra loro il numero di pedofili sia più alto che nelle religioni che consentono il matrimonio dei pastori. Un divieto, quello di prender moglie e avere figli, che non era previsto da Cristo e dai suoi seguaci, che avevano chiaro il valore dell’amore fra uomo e donna, e che venne introdotto gradualmente solo a partire dal XII secolo ed ebbe come motivazione pratica la volontà di impedire che con il matrimonio (e la conseguente esistenza di eredi) i beni della Chiesa si andassero frazionando ed assottigliando.

L’incapacità di annullare questo assurdo e anacronistico divieto, oltre a rendere più difficile il reperimento di nuovi sacerdoti ed a provocare i problemi denunciati dalla Chiesa australiana, contribuisce a mio parere a rendere la Chiesa ed i suoi pastori più freddi e lontani da un mondo in cui l’amore coniugale, fatto anche di sesso, resta fra i pochi valori solidi e le poche oasi di pulizia morale.

Per non dire del danno incalcolabile che il divieto di ricorrere ai metodi di contraccezione ha provocato in termini di sovrappopolazione anche da noi ai tempi dei nostri nonni e che continua a provocare nei paesi in cui le idee della modernità tardano ad affermarsi. Ed è assurdo che la Chiesa cattolica, mentre meritoriamente si batte in favore dei migranti, non trovi il coraggio per fare una eccezione, almeno nei paesi più poveri e arretrati, per partecipare con le sue missioni al controllo delle nascite, o quanto meno non ostacolarlo. Lo studio della Chiesa australiana mi ha portato a riflettere sull’atteggiamento della Chiesa sul sesso, che mi ha indignato fin da ragazzo.

Venendo io da una famiglia di non credenti (con un nonno paterno decisamente anticlericale) non avevo mai provato alcun tipo di attrazione religiosa fino a quando, fra i 13 e i 15 anni, vivendo a Milano a due passi dalla Chiesa di San Carlo, fui invitato da un amico a seguire una delle lezioni che padre Davide Maria Turoldo impartiva ai giovani in quella chiesa. Rimasi incantato dal fascino di Turoldo, dalla profondità della sua fede e dalla modernità delle sue idee, che me lo facevano apparire simile a quei socialisti umanitari di cui mio padre era stato allievo.

Ebbi così una fase “mistica”, che però finì presto perché – avendo deciso di tornare a confessarmi diversi anni dopo la Prima comunione – capitai nel confessionale di un frate barbuto e sinistro, che mi trattò come uno degli assassini di Cristo solo perché gli avevo confessato i peccatucci sessuali tipici di quella età. Uscii dalla Chiesa inferocito e non vi entrai mai più, se non rarissimamente, per le nozze o i funerali delle persone a me più care. Poco dopo, cominciò la guerra delle gerarchie ecclesiastiche a Turoldo, non a caso finito ai margini della Chiesa come anni dopo il cardinale Martini (mentre a Milano è stato beatificato il cardinale Shuster, amico dei fascisti, che arrivò a decretare la scomunica per i milioni di italiani iscritti al Partito comunista).
L’elenco delle nefandezze della Chiesa Cattolica è lungo e pesante (dalle Crociate alla Inquisizione) e lo do per scontato, oltre che più che sufficiente per tenersene alla larga.

Ma quel che mi ha particolarmente disgustato nel tempo in cui mi è stato dato di vivere è l’atteggiamento della Chiesa sui rapporti sessuali. Ho sempre considerato il rapporto sessuale (che è comunque una delle cose più belle – e piacevoli – della vita) come la più alta espressione dell’amore, il suo coronamento. Perciò trovo disgustoso l’atteggiamento della Chiesa che considera il rapporto sessuale nel migliore dei casi come remedium concupiscientiae e lo ammette solo se finalizzato al concepimento dei figli, con tutta la sequela di divieti e di viscidi “metodi” per aggirare il divieto dopo averlo proclamato (penso per tutti ai tanti “figli di Ogino e Knaus” ed alle disgustose pratiche connesse a questo “metodo”).

P. s.: Trovo vergognoso il fatto che Papa Bergoglio – che pure gira il mondo promettendo di colpire i preti pedofili – abbia posto a capo delle finanze vaticane il cardinal Pell, pur essendo note le sue vicende giudiziarie di protettore di preti pedofili in Australia (il cardinale Law fu portato a Roma nel 2004 da Giovanni Paolo II, che lo nominò arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma). Lo ricordo perché i giornali non lo hanno fatto, con l’atteggiamento “papalino” che ormai distingue la stragrande maggioranza della stampa italiana, benché le vicende dei due alti prelati fossero state rese note nei dettagli dal giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi nel suo libro “Lussuria”. Law si è sottratto alla giustizia americana morendo (ma i suoi solenni funerali sono stati celebrati in San Pietro, presente il Pontefice). Per Pell, alla fine, il Vaticano ha dovuto cedere alla insistenza del governo e della magistratura australiana, consentendone l’estradizione (anche perché di recente due uomini hanno accusato il Cardinale di averli violentati da bambini: dunque, di essere non sono protettore di preti pedofili ma pedofilo egli stesso).

Così si spegne la Chiesa. Ora riforma e spazio ai preti sposati

Così si spegne la Chiesa
Illustrazione di Carlo Stanga

Impressioni di settembre in una piccola chiesa alla periferia est di Milano. Fuori infuria una pioggia pesante, tropicale. Il sacerdote ha appena iniziato l’omelia. I banchi sono occupati da rari fedeli: qualche anziano e, sorprendentemente, una giovane madre che cerca di chetare il figlio piccino, poco più di un anno, che esplode in un pianto strepitante. Non smette di singhiozzare. La madre accenna ad alzarsi, a uscire, per non disturbare la messa. Il prete la ferma, interrompe la predica: «Lasciamo parlare la voce di Dio: è questo pianto». Siamo rimasti minuti così, in silenzio, ad ascoltare i vagiti, nel tempio semivuoto.

Quei singulti piccini, in quella desertificazione della messa, ho potuto intercettarli perché da giorni avevo incominciato a girare per le chiese milanesi: per verificarne i vuoti. Le ho scrutate come ventri cavi, ruderi attivi e spazialmente imponenti, proposte di immortalità andate deluse. Mi sono messo a turbinare per templi cristiani, dopo avere accusato uno choc antropologico, durante un incontro in un liceo. Avevo chiesto alla classe, una trentina di ragazzi, quanti fossero cattolici: circa due terzi avevano alzato la mano. Quando però ho domandato chi ritenesse che Cristo avesse effettivamente sconfitto la morte con la resurrezione, si era sollevata soltanto una timida mano. Era un minimo esempio di scollamento abissale e pervicace tra magistero, fede e fedeli, che solleva l’enorme domanda su quale sia il credo e la sostanza cattolica di questo tempo. Quindi ho preso a girare per chiese milanesi, contemplandole vuote e rischiose, abitate da renitenti luminosi, aree oratoriali infoltite da bambini digitali, popolate da sacerdoti preoccupati dell’insegnamento morale. Un tempo non si doveva circolare per parrocchie per ritrovare il Cristo. Era sufficiente stare immobili e la Chiesa veniva a te, ovunque e chiunque tu fossi. È arduo descrivere oggi cosa fu la Sposa del Cristo in Italia in quel passaggio storico determinante tra Novecento e nuovo millennio. Si può procedere per emblemi, per impressionismi personali, come è tipico di uno scrittore, che non è mai un sociologo.

Per esempio: quando il Papa entra per la prima volta nella mia vita non è al battesimo, a cui i miei genitori, fieramente amendoliani, non si sognano di sottopormi. Il pontefice è in quegli anni, ovvero i Settanta, una figura ubiqua, quasi carceraria, che respira ovunque nella nazione, imprimendovi il suo fragile battito cardiaco e il vasto immaginario storico che gli piega le spalle. È un italiano riluttante e io lo vedo affacciarsi dolente al balcone di San Pietro, la stola rossa risalta nei primi tv a colori, sgranata ed eccessiva, un lussurioso scarlatto che stona e completa il volto da geometra accigliato di Paolo VI. La sua voce non tuona, è piuttosto una pasta sonora farinosa e incerta, però rimbomba nella mente mia e degli allora bambini, fino a oggi. La sua figura magra e incerta spalanca le braccia in un gesto drammatico, pronunciando parole terribili: «Uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro! Tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa».

Se quel momento non è mai realmente esistito, poiché l’appello di Papa Montini fu scritto e mai interpretato nell’udienza domenicale, non è una valida ragione per smentirne la consistenza, tutta fantasmatica, con cui io l’ho visto e vissuto.

Era così pervasiva la Chiesa a quei tempi, che non si sfuggiva a un surplus di immaginazione, a una percezione dilatata della sua influenza, a un condizionamento collettivo e a una guida politica indefessa, da seguire o contro cui scagliarsi. La Chiesa c’era. Era ovunque. Esisteva politicamente, nel volto piagato dalla sofferenza del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, un doppio laico della riluttanza papale, o nella gravosa proattività del giovane Bettino Craxi. Irradiava nella cultura pop dai manuali di ricette per torte detestabili e luganeghe stracotte, su cui si sporgeva il volto rustico ed euganeo di Suor Germana, la suora cuoca, un’anticipazione religiosa e casereccia di Masterchef. La Chiesa rifrangeva dai jeans prelatizi dei giovani sacerdoti, che in tutti gli oratori intonavano l’inno vaticanosecondo Symbolum ’77, una nenia persecutoria in cui Dio è la mia vita e altro io non ho. Era una saturazione del nostro spazio vitale, declinato a un apostolato diffuso. Non c’era zona del vivere civile che non fosse religiosa, ovvero cattolica. E non si trattava di una dittatura, bensì della presa di consapevolezza che l’Italia è imprescindibile nella storia infinitamente postuma del Cristo. Da qui, immense strategie sociali e politiche, estetiche ed esistenziali, in un’espansione infinita della relazione col reale: la Chiesa, a differenza del Cristo, è nel mondo ed è pure del mondo.

Facendo mente locale, il che è oggi un esercizio sempre più difficoltoso, ci si accorge che la Chiesa ha espresso negli ultimi decenni un ciclo leggendario, mentre la percezione dell’elemento cattolico andava nebulizzandosi nella società. Da Paolo VI a Benedetto XVI, è una sequenza di fatti storici che compongono una mitologia clamorosa. Chiudendo il Concilio, Papa Montini appone la sua firma a un mutamento senza precedenti nel messale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, muore dopo 33 giorni di pontificato, aprendo l’istituzione ai venti del complottismo, che è un’anticipazione del nostro presente avanzato. Giovanni Paolo II subisce addirittura un attentato in mondovisione e opera nella sostanza stessa del complotto, contribuendo al crollo del comunismo. È però il pontefice apparentemente più schivo e più esile a segnare l’apice di un’epopea contemporanea senza pari: Ratzinger cancella dalla dottrina il limbo dei non nati e arriva a dimettersi.

La storia dei papati più recenti lascia a bocca aperta ed è forse da qui, che bisogna partire per comprendere: dal fatto che i papati si disgiungono non soltanto dalla storia della Chiesa, ma anche dalla sua percezione collettiva. Se i pontefici sembrano efficaci atleti di Dio e allestiscono un climax oggettivamente sconvolgente, la percezione diffusa della presenza della Chiesa sfuma, si dilata, si omeopatizza, fino a farsi sempre meno simbolica, sempre più laicale, giocata precipuamente sul dogma della carità sociale. La Chiesa secondo il modello planetario dell’ospedale da campo è di fatto la conferma di fosche analisi, come quella del teologo e filosofo Ivan Illich: «La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha trasmesso allo Stato e alle istituzioni e che ha condotto a una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori, delle corporazioni professionali della salute, dell’assistenza». Diffondersi nelle intercapedini e fare diaspora ha probabilmente comportato la vaporizzazione progressiva dell’istituzione cattolica, almeno nella percezione generale che se ne ha.

Negli intenti, era una strategia eminentemente politica, nobilitata dall’insegna della “Chiesa extraparlamentare” che il cardinale Ruini teorizzò e fu argomentata in un acuto saggio di Sandro Magister: una Chiesa che, al crollo della Democrazia Cristiana, non vuole più compromessi e rapporti politici preferenziali.

Negli effetti, questa strategia ha determinato invece una sclerosi diffusa e dannosa nel corpo politico, realizzando una “Chiesa ultraparlamentare”, le cui istanze si sono offerti di rappresentare adepti variamente settari, obliqui, perennemente non memorabili. Non stare più direttamente sul palcoscenico politico, tendere piuttosto a condizionare la cultura di massa, a praticare benemeritamente l’assistenza generalizzata: fuori del Palazzo la Chiesa si è fatta carsica, interstiziale, pudica, ma all’interno risulta da vent’anni opprimente, varicosa, lugubremente imprescindibile.

Nella basilica dedicata a San Giovanni Bono, alla periferia sud di Milano: un edificio isoscele a cuspide, che impone il paradosso di una incipiente agorafobia al suo interno. Alla prima messa mattutina sembra di abitare un utero cementizio, un tempio del transumanismo. I fedeli sono radi, invariabilmente anziani. Su quello che dovrebbe essere il sagrato e sembra invece una piccola Cape Canaveral da cui il tempio sta per decollare verso spazi interstellari, una fedele novantenne mi folgora con un inatteso giudizio storico: «Che bei tempi erano quelli del divorzio e dell’aborto!». Pilucca un grappolo d’uva da un sacchetto in plastica biodegradabile, cava vinaccioli e bucce, dice di non essere colta e risulta invece nitida e categorica: «Divorzio e aborto non sono stati una sconfitta per la Chiesa: era materia che creava problemi a chi non credeva e che discendeva da articoli di fede, una conclusione logica a cui arrivava ogni cattolico. Ma già allora non erano abbastanza, i cattolici…».

E oggi i cattolici sono abbastanza? I numeri, che sono ormai una patologia endemica della nostra contemporaneità, in questo caso non spiegano nulla. I cattolici censiti in Italia sono tantissimi: il 60 per cento della popolazione. E tuttavia sono pochi: vent’anni fa erano al 79 per cento. Si contrae il popolo che pratica: solo un quarto dei fedeli partecipa puntualmente alla funzione domenicale, il 47 per cento si reca a messa saltuariamente, il 27,4 per cento non frequenta. Papa Francesco si è detto letteralmente disperato per il numero di sacerdoti che abbandonano la tonaca, più di duemila ogni anno nel mondo. In poco meno di un secolo i sacerdoti in Italia sono scesi da 15 mila a 2.700. Non è una crisi vocazionale: è un’emorragia.

Tra i fedeli all’uscita dai vesperi, presso la chiesa di Dio Padre a Milano 2, un’architettura scalena che sembra partorire un figlio astratto dell’uomo, nessun giovane e ancora volti anziani dagli sguardi stupiti. Discutono dell’attualità. «Il male è l’attualità interpretata dalla Chiesa!» e dibattono fitti, quindici, venti, trenta corpi corruttibili in cerca dell’eterno, qui e ora, e mi tirano per un braccio, mi chiedono di ascoltarli, sperano nella domanda successiva, pensano che io sia un giornalista, uno vuole pronunciarsi sulla calamità dei preti pedofili, un’altra mi infila un bigliettino in tasca ed è la formula di una benedizione, c’è chi insiste che Padre Pio è il più amato dagli italiani e chi fa il nome della mistica Natuzza Evolo – hanno necessità di mistica, reclamano una parola sull’immortalità, si sentono implicitamente abbandonati dal magistero, caracollano tra omelie morali e nichilismo dei tempi attuali, preludono a una fine imminente di se stessi e della sterminata chiesa che si stende sul mondo. Non smettono di criticare, ce l’hanno con il ministro della famiglia Fontana e con il suo collega regressista Pillon, i quali cianciano di divorzio e aborto, ancora il divorzio e l’aborto… Confutano le vesti transitorie del corpo di gloria, credono che il superamento della morte sia definitivo, conculcabile: lo esigono in forma non provvisoria, questo magistero, lo vogliono letterale e cristico.

E così, in ogni chiesa milanese in cui ho vagabondato in questi giorni tumultuosi, la domanda su Dio ha rimbalzato su pareti primonovecentesche e contro vetrate istoriate con un’estetica da Pio Manzù, che il piano per la costruzione di “Ventidue chiese per ventidue concili”, promulgato dal decisivo pontefice Paolo VI, ha conferito alla mia infanzia e pubertà di ateo inverecondo e imbarazzato. Ho attraversato gruppuscoli di fedeli resilienti, pensionati dall’aspetto diaconale, che al prete non hanno il coraggio di chiedere quella parola assoluta di verità: vorrebbero che fosse loro impartita gratuitamente, concessa senza bussare alla comprensione del sacerdote. Di tutti i cattolici praticanti che incrocio di chiesa in chiesa mi colpisce un elemento. I morti fanno paura o confortano ben più di quanto ci riescano Dio e la preghiera coriacea, che bisbigliano quando non c’è nessuna funzione e le chiese appaiono ancora più vuote ed emblematiche, in qualche modo mute e indifferenti. Sono penetrato ovunque in questi vuoti, in ogni punto cardinale. La forma aeronautica di San Francesco d’Assisi al Fopponino, progettata dall’architetto Gio Ponti, la capanna sbagliata di Sant’Ignazio di Loyola a Trezzano, San Pio V, Sant’Eugenio, Sant’Andrea, decine di parrocchie – e le loro comunità, rigogliose la domenica, così come durante i camp estivi, quando si autorappresenta la linfa di una Chiesa che opera socialmente ovunque e vicaria lo Stato che non soccorre più o non ha mai soccorso. La domenica la congrega è vasta e intergenerazionale. Sono partecipatissimi gli oratori, stimati in più di ottomila in tutta Italia, dove però per il 52 per cento non si svolge formazione liturgica, si pensa che non serva. Torna a essere, guardando i numeri, una Chiesa sconcertante, che emette verità amorevoli, ma non produce più figure politiche delineate e stenta nella sua catechesi. In Sicilia, a Piazza Armerina, il 15 settembre scorso, Papa Francesco ha affrontato le piaghe dell’ecclesia, dell’impoverimento culturale, dell’usura e della disoccupazione, ha inveito contro la mafia e sorprendentemente ha fornito indicazioni perché le omelie non durino più di otto minuti. Un rimedio contro l’abbandono delle funzioni, è stato detto.

«Se anche predichiamo nel vuoto, non smettiamo di farlo: il Verbo si è fatto carne, la carne deve interpretare il Verbo!», risuonano nelle navate deserte di una chiesa nell’hinterland le parole di Padre Steiner. Si fa chiamare così, ma probabilmente è un soprannome. Mi hanno parlato di lui, nessuno sa nemmeno se sia davvero un sacerdote. Forse è un paziente psichiatrico aiutato dal parroco, che lo lascia predicare quando nessuno ascolta. Oppure è un marginale, un eretico, un vicario che non celebra la messa e non smette di apparire nel boato di silenzio del pomeriggio, quando nessuno dei fedeli si sottopone ai suoi sermoni, che scuotono il nervo e frustano l’accidia del credente troppo accomodato nelle verità indiscusse. «Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario. Questa è un’opinione ben triste: la menzogna viene elevata a ordine del mondo! Oggi subiamo troppo la dittatura del prossimo tuo, ci siamo concentrati sul suo benessere e la sua ricollocazione lavorativa, dimenticando che esiste il me stesso: è al me stesso che non forniamo più indicazioni, comandamenti, sensitività. Gli altri sono diventati un’ossessione. La spesa solidale è il modo con cui conduciamo nel mondo la buona novella? La congrega sembra contagiata dal medianismo, il rito dei defunti è l’unico con cui ci si presenta qui, sotto la Croce, motivati da un’ansia di verità finalmente inquieta, tremante, traumatizzata: cerchiamo come ossigeno la certezza che chi ha abbandonato le spoglie mortali sia ancora vivente. Non c’è altro male, se non questo. Le riforme socialiste della Chiesa che si è statalizzata non fanno per me! L’imperativo, per cui ciascuno deve sottomettersi alle autorità costituite e pagare le tasse dovute, ha forse altro fine che non ricord arci quanto sia ormai tempo di svegliarci dal sonno? La nostra salvezza è più prossima di quando diventammo credenti? La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e non ci lasciamo prendere dai desideri della carne. La carne, questo mistero! Quanta ce ne tocca ancora? Quanto rotolano per i secoli fino a noi le sue tentazioni… Continuiamo a parlarne, ad accusarla. Abbiamo bisogno di una Chiesa profetica, che sembri capace addirittura di apostasia. Ogni istituzione che non suppone il popolo buono e il prete corruttibile è viziosa. E tu: tu non hai abbastanza rispetto per la Scrittura e alteri la storia». È pazzo, forse? È catecumenale? Scompare accelerando i passi a destra nel transetto, scarta le panche vuote, gesticola nell’aria, le chiome biancoargento della capigliatura folta, nordica, luterana…

Prima di uscire dalla chiesa, vuota, dove sono l’unico corpo che si aggira tra i banchi deserti, mi fermo ad accendere una candela elettrica. Il filamento è incandescente a tratti, si spegne e si riaccende, crepita, e mi sembra che sia tutto il mio, il nostro tempo ora. (espresso.repubblica.it)

Frate psicologo abusa di una suora in terapia, il Papa conosceva il suo caso

Il Messaggero

Città del Vaticano – #MeToo arriva in Vaticano. Un frate cappuccino siciliano, terapeuta e psicologo piuttosto conosciuto (il Papa lo voleva vescovo ausiliare di Palermo), avrebbe violentato una religiosa durante una delle sedute di psicoterapia che stava seguendo. La suora piuttosto provata psicologicamente ha avuto il coraggio di sporgere denuncia alla Procura di Roma solo dopo qualche tempo per il forte timore di subire reazioni negative da parte della Chiesa, visto che padre Giovanni Salonia, questo il nome del frate terapeuta, gode di protezioni ecclesiastiche e amicizie piuttosto influenti sia in Vaticano che all’interno dell’Ordine dei Cappuccini, e, naturalmente, in Sicilia dove gode della solida amicizia dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. L’abuso sarebbe avvenuto nella Capitale: la suora si sarebbe confidata con diverse persone tra cui alcuni medici.

Il dossier di padre Giovanni Salonia è ben conosciuto a Papa Francesco. L’anno scorso su indicazione di monsignor Lorefice, lo aveva persino inserito nella nomina di vicario generale della diocesi palermitana. Sembrava tutto pronto per la promozione poi, improvvisamente, e senza che sia mai stata fornita dal Vaticano alcuna spiegazione ufficiale, l’investitura di padre Salonia è stata cancellata.

A determinare il cambiamento di rotta sono state – evidentemente – notizie riservate relative al suo passato, non compatibili con la consacrazione arcivescovile. In Vaticano raccontano che qualcuno avrebbe fatto arrivare al pontefice un dossier. Nel frattempo in Sicilia la mancata consacrazione ha sollevato un putiferio e padre Salonia – che non ha mai smesso di fare il terapeuta continuando a fare il consulente alla Scuola Gestalt – ha risposto con un comunicato ufficiale, spiegando di avere fatto un passo indietro lui personalmente per non mettere in difficoltà l’arcivescovo Lorefice. «Avevo accettato in spirito di servizio ecclesiale questo impegnativo e delicato ufficio, a cui, in modo imprevisto e inaspettato, ero stato chiamato. Tale nomina, mentre in tanti aveva suscitato sentimenti di gioia e di speranza, in qualcun altro ha provocato intensi sentimenti negativi, con attacchi nei miei confronti infondati, calunniosi e inconsistenti, ma che potrebbero diventare oggetto di diverse forme di strumentalizzazione, anche di tipo mediatico».

Intanto partiva dalla cittadina di Modica (residenza di Salonia) una raccolta di firme a sostegno del frate per perorare la causa della sua nomina, chiedendo al Papa di ripensarci. Due settimane fa, durante la visita di Bergoglio a Palermo, monsignor Lorefice ha voluto fare incontrare al Papa padre Salonia. Si è trattato di uno scambio di battute, in una saletta riservata all’arcivescovado, poco dopo la messa. La notizia è apparsa sulla stampa siciliana. Ora l’ultimo atto di questa storia che parla della scarsa trasparenza della Chiesa italiana nella gestione degli abusi. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo e si appresta a interrogare Giovanni Salonia, 71 anni, per confrontare le versioni e procedere ad accertare la verità.

Papa Francesco molto fumo e poco arrosto. Molte chiacchiere e pochi fatti. Ora apra a riforme vere e accolga i preti sposati

lindro.it

Papa Bergoglio ha raggiunto il soglio petrino nel 2013, dopo che Benedetto XVI aveva misteriosamente abdicato. Il Papa argentino voleva stupire dopo il pontificato del papa tedesco e lo ha fatto: ha stupito. Ma come ha stupito? Positivamente o negativamente?Questa è la domanda da porsi anche in questa frenetica era dell’apparire dove l’importante, appunto, è esserci indipendentemente da come e perché.

Bergoglio ha voluto rivoluzionare la Chiesa Cattolica e ha tentato di farlo fin dall’inizio,osando quello che nessuno aveva mai osato in mille anni di pontificato: prendere il nome del poverello di Assisi, quel San Francesco riformatore radicale della Chiesa che non era lo sprovveduto che l’iconografia ufficiale ci ha voluto tramandare; Francesco fu anche una sorta di nunzio diplomatico ante litteram con il terribile Saladino, in terra d’Oriente. Forse questa seconda qualità, politica, del Santo di Assisi ha convinto pienamente Bergoglio e non solo la prima.

Dunque Bergoglio esordisce con una stella polare: la povertà, i poveri, gli ultimi del mondo, i diseredati. Una grande battaglia la sua che lo stesso Cristo diede per persa ai suoi tempi. «I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete…» (Marco, 14 ,7). Ma appunto i tempi sono diversi e la battaglia è giusta per sé. Tuttavia Bergoglio questa battaglia nobile l’ha affiancata ad una serie di confuse azioni volte a permettere la costruzione di una sorta di “idolo papale” in senso baconiano: sembra quasi che Papa Francesco abbia voluto creare il suo personaggio teatrale, costruito in un set ed adibito a recitare un ruolo ben preciso. Ed allora si sono affiancate battaglie suimigranti e contro l’economia mondiale, perché il denaro è “lo sterco del diavolo”, contro la ricchezza, per una esistenza grama e senza beni materiali.

Ma, tornando alla storia dello sterco, se è così il Vaticano ne è pieno, visto i suoi immensi tesori e i suoi interessi finanziari in tutto il mondo. E poi le crociate giustissime contro lapedofilia nella Chiesa Cattolica, che però hanno un sapore di inautenticità. Francesco è un politico sopraffino, dice sempre che la colpa di tutto quello che non va è comunque degli altri. Ed è difficile rispondere al Papa, vuoi per rispetto, vuoi per devozione, vuoi perché la gente poi ci crede. Ed invece, se nella Chiesa c’è ancora pedofilia la colpa è del Papa che ne è il Capo, non (solo) dei predecessori. In primis perché la colpa è sempre di chi comanda che è il ‘responsabile d’ufficio’ di qualsiasi organizzazione e poi perché Bergoglio ha avuto molto tempo a disposizione per cambiare e se nulla è cambiato è appunto colpa sua.

Ora l’iniziativa di Padre Carlo Maria Viganò riapre i giochi perché non si tratta della solita denuncia del presule intristito dal non riconoscimento dei suoi meriti personali, qui c’è di più: c’è un movimento di venti Cardinali e Vescovi Usa e poi c’è la richiesta di dimissioni del Papa stesso. E poco convince il bel mantra recitato dal Papa: “La verità è mite, la verità è silenziosa”. Troppo facile. La verità deve essere, anzi, molto assai ciarliera e soprattutto convincente, perché in tempi di populismo esasperato non si fanno sconti a nessuno.

E quindi il Papa dica, il Papa spieghi, il Papa argomenti e se non lo vuole fare lui, lo faccia il ‘Direttore nero’, gesuita come Papa Francesco, Padre Antonio Spadaro, che dirige ‘La Civiltà Cattolica’, periodico sempre dei gesuiti. Sornione, Spadaro attende, e twitta. Rinominato ‘il Trump d’Oltretevere’ per i suoi cinguettii continui ad adorazione del Papa, Padre Spadaro controlla tutta la comunicazione vaticana e non è che lo stia facendo bene. Anzi. La popolarità del Papa si è incrinata da tempo, la gente non riempie più come all’inizio Piazza San Pietro e l’accusa di voler fare politica con la religione si associa sempre più spesso alla sua figura.

Poi ci sono le accuse di eresia, ben sette, come sostengono ben 62 preti in un documento lungo ed inquietante che mette a nudo tutte le contraddizioni dottrinarie di questo pontificato.

E poi ci sono le gaffe e le uscite strane. Tempo fa il Papa disse di esser estato in analisi da una psicoanalista. Pensava di rendersi simpatico, di apparire un ‘uomo comune’, ma in realtà la domanda da fargli e da farci è: se un Papa va a fare analisi perché un cattolico non deve poi sostituire la sua figura con quella dell’analista? Poi sdoganò Lutero e il Protestantesimo suscitando le proteste dei cattolici tedeschi, poi sdoganò il Buddismo Zen, poi quel suo passato di buttafuori in una discoteca di Cordoba in Argentina che non aiuta, poi la frequentazione con il dittatore argentino Jorge Videla.

Sembra che il Papa non abbia ben chiaro che la Chiesa deve avere autorevolezza, anche (e soprattutto) simbolica e più fa queste stranezze e più la Chiesa Universale di Cristo perde potere di attrazione, si allontana dall’immaginario che è l’ultima ridotta che abbiamo in questa fredda epoca algebrica e disumana.

E la Chiesa è forse troppo importante, parafrasando un noto detto, per ‘lasciarla fare ai Papiì che passano, mentre lei resta nei secoli.

Ma lui pensa di essere nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, questo è il punto. Più volte Francesco si è riferito a Papa Giovanni XXIII che aprì il Concilio e a Papa Paolo VIche lo chiuse.

Ma lì si trattava di fuoriclasse. Questa è solo una sbiadita imitazione.

Giovanni XXIII aveva l’età, la saggezza e soprattutto l’autorevolezza per interpretare il ‘segno dei tempi’, della contestazione giovanile negli Usa che a lì a poco avrebbe dilagato nel mondo con il nome di sessantotto e preparò la sua Chiesa al cambiamento e fu una mossa che ebbe un successo autentico e sincero, conquistò veramente il popolo e non solo i credenti. Perché si percepiva che si trattava di una grande iniziativa ecumenica genuina e non costruita a tavolino.

Giovanni XXIII è stato un coerente innovatore, aiutato da Monsignor Loris Capovilla(niente a che fare con Padre Spadaro), e addirittura mistico in alcuni suoi momenti. Chi non ricorda il famoso ‘Discorso della Luna’ dell’11 ottobre 1962, in cui un Papa commosso e commovente disse:

«Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alla impressione di questa sera. Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli; e poi, tutti insieme, aiutati così nella santa pace del Signore, alle opere del bene!

Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: ‘Questa è la carezza del Papa’. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.

E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre, pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino».

Qui c’è sentimento, c’è commozione, c’è partecipazione, c’è ecumene, c’è poesia non retorica e quindi Verità. Giovanni XXII visitò i carcerati quando era inusitato farlo e portò loro la sua presenza e compì mille altre azioni a sostegno del suo credo di rinnovamento.Bergoglio non ha fatto nulla di tutto questo. È andato dall’analista, come milioni di persone, come un signor Rossi qualsiasi, ha fatto il buttafuori violento in discoteca, vuole ‘menare’ chi parla male della mamma, non risolve i problemi della Chiesa di Cristo, si prende sofisticamente gioco del concetto di ‘verità’ e non ha neppure il carisma intellettuale e quella ‘sapienza dei tempi’ che guidò il pontificato del “papa del dubbio” e cioè quel Paolo VI che attraversò gli anni più difficili del dopoguerra e lo fece reggendo saldamente il timone della navicella di Pietro, pur confrontandosi con drammi personali, come l’uccisione dell’amato amico Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Il pontificato di Francesco rischia quindi di passare alla storia solo per la sua bizzarria e la sua scarsa consistenza; molto fumo e poco arrosto. Molte chiacchiere e pochi fatti. Troppe contrapposizioni politiche, contro Trump, contro Putin, contro il populismo, ben sapendo che anche il suo è un “populismo bianco” di stampo peronista, ambiguo ed irrisolto.

Spazio ai preti sposati. Dalle proiezioni demografiche, tra 10 anni, dopo l’ultima messa, spegneremo per sempre la luce nella gran parte delle Chiese italiane ed anche in quelle europee.

Le statistiche Istat dicono che il 62% delle ragazze italiane tra i 6 e i 18 anni non ha mai messo piede in Chiesa. E, delle donne di 18-50 anni, solo un 20% sono “aficionadas” (nel 2000 erano il 53%).

Stanno pagando le migliaia di preti di base, che non hanno mai pensato alla carriera, che magari riescono miracolosamente a tenere vivo un oratorio e che non osano più neanche stringere la mano a un bambino perché vedono subito lo sguardo del sospetto negli occhi dei genitori. L’alleanza Chiesa-famiglia era un pilastro del cattolicesimo, ma ora sta crollando sotto i colpi di maglio dell’orbe mediatico (tratto da “Il tempo”).

I preti sposati possibile soluzione alternativa alla crisi della figura sacerdotale. Papa Francesco cambi presto la normativa e li riaccolga nella Chiesa.

Una battaglia che come proiezione lontana ha il Conclave che deciderà il successore di Francesco. Guerra nella Chiesa. Ecco le due anime contrapposte pronte a sfruttare il dossier-Viganò.

La guerra nella chiesa si gioca in America

Il Foglio

Mentre in Italia il dossier-Viganò è diventato l’occasione per le guerricciole tra giornalisti (la direttiva “aerea” di Francesco, “giudicate voi”, è stata recepita come meglio non avrebbe potuto), oltreoceano la faccenda è più seria. Da quando il memoriale dell’ex nunzio è stato diffuso, negli Stati Uniti è un continuo fiorire di comunicati stampa di vescovi che nella grande maggioranza prendono le distanze dall’accusatore ma che in qualche caso chiedono al Papa di farsi da parte (il vescovo di Madison, ad esempio). E’ la resa dei conti, attesa da anni, in un episcopato plasmato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (in maniera minore) che Francesco ha cercato di cambiare e di adeguare al proprio orientamento pastorale: meno crociate, meno muscoli, più odor di pecore. Tre anni fa, nella cattedrale di San Matteo a Washington, l’aveva detto esplicitamente: la croce non è un vessillo, basta guerre culturali. Input rimasto lettera morta. Nel frattempo, mentre Bergoglio consegnava la porpora a uomini del nuovo corso mettendo da parte i campioni del conservatorismo locale, i vescovi non perdevano occasione per manifestare la propria insofferenza nei confronti dell’agenda papale, eleggendo ai propri vertici sempre personalità legate alla vecchia guardia. E’ naturale che il dossier-Viganò diventi ora lo strumento per portare avanti la resa dei conti tra le due anime dell’episcopato, quella che tenta di resistere e quella che cerca di emergere. Una partita che promette di essere senza esclusione di colpi, anche di quelli che poco hanno a che vedere con lo Spirito Santo. Una battaglia che come proiezione lontana ha il Conclave che deciderà il successore di Francesco.

Gli scandali americani che rischiano di scuotere il Vaticano

Il presunto correntone di progressisti presenti in Vaticano è stato preso di mira dai tradizionalisti. Il tutto legato anche agli scandali che stanno emergendo attorno e all’interno della Chiesa americana.

Il caso del cardinal Theodore McCarrick, il porporato dimessosi qualche giorno fa, ha portato con sè degli strascichi. Almeno in termini di riflessioni pubblicate.

L’ex arcivescovo di Washington è accusato di aver abusato di un adolescente quando era un prete di New York. Questo è l’episodio per cui, secondo quanto stabilito dal codice canonico, è arrivata la rinuncia. Ma non solo. McCarrick avrebbe poi molestato seminaristi maggiorenni. Alcuni gesuiti americani hanno suggerito alla Chiesa cattolica di provare vergogna. L’ipotesi che circola, ormai abbastanza consolidata, è che più di qualcuno fosse a conoscenza di questi comportamenti.

“Seppur sia sconvolto dal rapporto, e pur dichiarando la mia innocenza, ho ritenuto essenziale che le accuse fossero segnalate alla polizia, accuratamente investigate da un’agenzia indipendente, e consegnate al comitato di revisione dell’arcidiocesi di New York. Ho collaborato pienamente al processo”, ha dichiarato a stretto giro l’ormai ex cardinale.

I presuli americani stanno intervenendo sulla questione con costanza. Viene condannato soprattutto il silenzio di “chi sapeva”. Il successore a Washington di McCarrick, il cardinal Donald Wuerl, ha chiesto l’istituzione di una commissione ad hoc deputata a indagare sulla veridicitià delle accuse mosse nei confronti degli ecclesiastici. Il cardinale cappuccino Sean O’Malley, già balzato alle cronache di recente per via di un altro caso, quello del vescovo cileno Barros, ha ribadito che le scuse, in casi come questi, non sono sufficienti. Mentre Roma sembrerebbe cercare di prendere le misure, i cosiddetti “tradizionalisti” appaiono scatenati.

Sì perché McCarrick, all’interno delle consuete categorizzazioni dei vaticanisti, è segnalato come un “progressista”. Così come sarebbe progressista quel cardinal Farrell di cui tanto si parla in questi giorni nelle riflessioni pubblicate su siti e blog dati per vicini all'”area conservatrice”. “Il cardinale Farrell deve lasciare”, si legge sul blog di Marco Tosatti. Sandro Magister, il “principe” dei vaticanisti, ha di recente pubblicato un pezzo in cui scrive di quella che sarebbe la “miracolosa carriera del cardinale Farrell”. Perché? Vediamo.

“Ma anche la nomina dell’irlandese Farrell a suo ausiliare (di McCarrick, ndr) suscitò stupore – ha sottolineato il giornalista in un passaggio – “. E ancora: “La sua precedente militanza tra i Legionari di Cristo non deponeva certo a suo favore, visto ciò che cominciava a trapelare sulla doppia vita del suo fondatore Maciel e sulle complicità o i silenzi colpevoli di tanti attorno a lui. Ma McCarrick era ormai una potenza, nell’alta gerarchia americana e non solo. Voleva Farrell accanto a sé e lo ottenne, ordinandolo vescovo di persona”.

Lo stesso Farrell, in qualità di vertice del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, avrebbe avallato la presenza del gesuita James Martin al prossimo incontro mondiale delle famiglie a Dublino. I lettori più attenti lo ricorderanno: James Martin è un gesuita, consulente del Vaticano in materia di comunicazione, che sostiene la necessità di costruire un “ponte” tra la Chiesa e la comunità Lgbt. Il fatto che sia annunciato come relatore al prossimomeeting dedicato alla famiglia ha suscitato parecchie polemiche nel mondo tradizionalista. Ulteriori critiche erano già arrivate per via della notizia della nomina a consulente del Vaticano.

A Farrell, insomma, qualcuno attribuisce una “svolta Lgbt” all’interno della Chiesa. A essere “bersagliata” dai “tradizionalisti” per la medesima “svolta” è un’intera corrente dottrinale, composta, secondo il punto di vista di commentatori conservatori, dai cardinali Cupich, Tobin e Farrell. Tutti e tre creati cardinali da Bergoglio e tutti e tre, stando ai retroscena, “fedelissimi” dell’argentino.

Poi c’è una questione del tutto diversa: quella dei sacerdoti della Pennsylvania. Il gran giurìha definito valide le prove a carico di trecento preti accusati di pedofilia. Il vescovo della diocesi di Harrisburg ha pubblicato l’elenco dei settantuno sacerdoti accusati di abusi ai danni di minori. In Vaticano, insomma, sembrerebbe esserci un bel da fare. Il Papa, in continuità con il suo predecessore, sta affrontando il dramma della pedofilia con mano ferma. Il numero delle dimissioni arrivate dalla sua elezione a oggi non è affatto basso. Segno di come Bergoglio stia agendo senza troppe remore nei confronti di chi è ritenuto colpevole. Delle riflessioni pubblicate sui blog che sono soliti criticare il suo pontificato, invece, Bergoglio ha già dichiarato di non curarsene.

ilgiornale.it

La Chiesa e gli abusi

Il 28 luglio, con un comunicato di poche righe (qui), la sala stampa della Santa Sede ha annunciato che papa Francesco ha accettato le dimissioni di Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, dal collegio cardinalizio. Inoltre, il papa ha disposto la sua sospensione a divinis e l’obbligo di residenza in una struttura che gli verrà indicata. Nel mese di giugno l’arcidiocesi di New York aveva comunicato che le accuse di abuso sessuale rivolte contro McCarrick si erano rivelate credibili e sostanziate (qui). McCarrick, che continua ad affermare la propria innocenza, è stato arcivescovo di Washington (2001-2006), di Newark (1986-2001), vescovo di Metuchen (1981-1986) e ausiliare di New York (1977-1981). Nel 2001 era stato creato cardinale da Giovanni Paolo II.

Verso la metà/fine dell’Ottocento succede qualcosa che sconvolgerà gli scenari del secolo successivo. Da un lato il potere politico, per dare una ragione comune a quel costrutto che è la nazione, si inventa la patria – la cui salvaguardia giustifica l’illimitatezza di quel potere. In nome della patria, il governo della nazione diventa «sacerdotale» e dispone il sacrificio del suo popolo in due conflitti mondiali che porteranno l’Europa sull’orlo dell’annichilimento. Il popolo sacrificale celebra la sua remissività a quel potere, resa possibile dall’introiezione dell’esaltazione della patria, diventando carne da macello per la macchina della guerra.

La fine del potere temporale della Chiesa

D’altra parte, il potere temporale della Chiesa si riduce territorialmente al lumicino, diventando praticamente irrilevante. Ma la sua forza non si lascia certo né contenere né diminuire da questa contingenza: essa, semplicemente, trasmigra in quello che rimane del potere della Chiesa: ossia, nella dimensione spirituale. Pochi se ne accorgono, e ancora di meno sono quelli che si rendono conto della perversione di questo passaggio. Il potere supremo della Chiesa si auto-dichiara infallibile, dando giustificazione a ogni delirio di onnipotenza e intangibilità.

potere temporale chiesa

Da più di un secolo, questa è la condizione della Chiesa cattolica. Dentro questa logica istituzionale tutto è giustificabile per proteggere tale assolutismo dell’immunità. E questa macchina, non meno di quella bellica, inizia inesorabilmente a produrre le sue vittime – in ogni forma e in ogni modo. Del tutto irrilevanti nella loro singolarità, esattamente come i cittadini che muoiono al fronte e quelli che soccombono nei bombardamenti delle città.

Quanto accadde all’Europa all’alba della fine della II Guerra mondiale, accade oggi per la Chiesa cattolica – ossia il trovarsi davanti all’abisso dell’auto-annichilimento per mancanza di strutture che sappiano governare la violenza distruttiva del potere. Con una distinzione per la Chiesa: il suo potere è tutto ripiegato all’interno, non ha un riferimento altro su cui possa misurare con consapevolezza la propria implosione; ed essendosi dichiarato assolutamente spirituale ha prodotto un sistema di immunizzazione davanti a qualsiasi forma di evidenza fisica.

La Chiesa cattolica, un mondo virtuale

Si apre così un vortice che risucchia ogni cosa: dal corpo violato della vittima alla patologia del perpetratore, dal mondo fittizio e parallelo che l’immunità permette di costruire alle logiche di sottomissione assoluta al potere come rituale di iniziazione a esso. Una matassa inestricabile che la Chiesa si trova oggi tra le mani, senza sapere bene da dove iniziare per riemergere da questa perversione del potere.

Seguendo una logica sostanzialmente coerente al problema che si vorrebbe risolvere, ripetendo su registri politicamente corretti la strategia di immunizzazione, si è buttato a mare il singolo nel tentativo di salvare l’immagine dell’istituzione. Sulla cosiddetta «tolleranza zero» si può discutere molto, ma essa è destinata a fallire se continua, latentemente, a funzionare seguendo tale logica.

Inoltre, questo ha fatto sorgere l’illusione che la Chiesa come corpo istituzionale non fosse in drammatico bisogno di iniziare lei stessa un percorso penitenziale di guarigione dalla patologia di sé, in primo luogo riscrivendo radicalmente le coordinate del potere e del suo esercizio; e, poi, immaginandosi strutture adeguate e autonome in grado di giudicare sulle perversioni di quello stesso potere.

Se un lato di questa impresa dovrebbe convocare la dimensione giuridica, l’altro deve essere messo in atto da quella teologica. La struttura gerarchica della Chiesa, esito di un lunghissimo processo storico che ha raggiunto il suo apice al tramonto della modernità, è giunta alle soglie del rischio di implosione.

La sua semplice affermazione di principio, e le pratiche che ne prolungano la sua realizzazione virtuale, non fanno altro che accelerare il punto di non ritorno per ogni forma (anche rivisitata a fondo) del suo mantenimento. Detto per inciso, tanto per essere chiari, non è che le procedure democratiche siano automaticamente immuni a qualsiasi forma di violenza inflitta all’umano – abbiamo un secolo di storia che dovrebbe renderci avveduti su questo.

Distribuzione del potere e del giudizio

Davanti alla violenza degli abusi non c’è giustificazione, come non c’è giustificazione per un sistema di potere che si è lasciato colonizzare non solo da dinamiche di copertura, ma addirittura anche da coloro che quelle violenze le hanno perpetrate. Resistendo altezzosamente a ogni voce che metteva in guardia davanti a essi e – come ha affermato papa Francesco nella sua lettera alla Chiesa cilena – occultando perversamente quella delle vittime.

«Il “mai più” alla cultura dell’abuso come anche al sistema dell’occultamento che gli permette di perpetuarsi, richiede di lavorare tutti insieme per una cultura di attenzione che impregni le nostre forme di relazionarci, (…) di vivere l’autorità; (…) il nostro rapporto con il potere e il denaro» (ivi).

Come mi rapporto al potere (che ho nelle mie mani)? Quale istanza vigila su questo potere esercitato quotidianamente nella Chiesa? Chi giudica legittimamente sull’abuso del potere? Rispetto a queste domande, la cui risposta è a mia avviso decisiva per la questione degli abusi nella Chiesa cattolica, essa si trova attualmente in un vicolo cieco (teologico): perché, in fin dei conti, sono tutte in mano al medesimo soggetto istituzionale.

Il travaso della violenza giustificata, insita nella forma temporale del potere, all’interno dello spirituale, compiutosi per necessità a fine Ottocento senza sorveglianza alcuna, rimane il grande impensato di tutta la gestione attuale degli abusi nella Chiesa cattolica. Ha prodotto mentalità diffusa e legittimazione indebita di strategie di accaparramento del potere camuffate da vite ministeriali. Ma ha anche prodotto una sorta di incapacità paralizzante nel far fronte al proprio fallimento, immaginandosi una garanzia di immunità che avrebbe preservato, in ogni caso, qualcosa come un’essenza della Chiesa.

settimananews

Pedofilia, frase choc di un parroco di San Marino: “Se un prete sente necessità faccia sesso con animale”

Ma il post indigna gli animalisti, pronti anche alle vie legali: “Parole vergognose, il sacerdote si scusi”

Pedofilia, frase choc di un parroco di San Marino: "Se un prete sente necessità faccia sesso con animale"

SAN MARINO. Scosso dalla piaga della pedofilia negli ambienti ecclesiastici, don Marco Scandelli, parroco di Borgo Maggiore, San Marino, ha espresso il proprio disappunto all’indomani dell’ennesimo caso, quello di Calenzano, che ha visto coinvolto un esponente del clero sorpreso in auto con una 11enne. E lo ha fatto affidando il proprio pensiero a un post su Facebook sostenendo che “se un prete ha delle necessità fisiche si trovi una donna o un uomo consenziente o maggiorenne. Al limite anche un animale. Sono pur sempre peccati ma non scandalizzano e traumatizzano, non deviano gli innocenti. Basta con la pedofilia”. Frasi choc che hanno sollevato un polverone e scatenato, tra le altre, la reazione dell’associazione italiana difesa animali e ambiente. “Le parole di don Marco Scandelli che per combattere la pedofilia diffusa tra i sacerdoti invita i preti al limite a far sesso con un animale sono orribili e mettono in evidenza ancora una volta come nella chiesa gli animali siano considerati alla stregua di oggetti e che per loro non vi sia alcuna pietas e alcun riconoscimento del loro essere creature di Dio – si legge in una nota dell’associazione -. Chiediamo che il parroco si scusi pubblicamente per quanto dichiarato e che intervenga in maniera chiara anche il suo vescovo per condannare le parole fuorvianti di questo che dovrebbe essere un sacerdote della Chiesa ma rappresenta almeno in queste affermazioni l’essenza stessa del male. Giustissimo ed ovvio condannare la pedofilia, ma arrivare a sostenere come rito sessuale alternativo la zoorestia è altrettanto vergognoso e abominevole”. L’ente animalista sta inoltre eventuali iniziative di natura giudiziaria contro le parole del sacerdote.

corriereromagna.it

Il vescovo che scappa Chiesa cilena distrutta, i reporter inseguono un monsignore che salta dalla finestra. Proposte provocatorie

Il vescovo che scappa

Il cellulare suona ed è il cardinale che quattro giorni prima mi aveva accolto a casa sua per una limonata (bevanda) e quattro chiacchiere sullo stato della chiesa. Sms: “Guardi il video del vescovo cileno scappato dalla finestra”. Non capisco di che parli, ma cerco un po’ su Google e trovo il filmato. Siamo in Cile, una troupe giornalistica va a cercare Horacio Valenzuela, uno dei tanti vescovi cileni fatti fuori dal Papa perché coinvolti a vario titolo nell’insabbiamento degli abusi sessuali riconducibili a membri del clero locale su minori. Valenzuela è un gagliardo sessantaquattrenne e a quanto pare è pure in forma. Il video è da “Zelig”: la cronista bussa alla porta, nessuno risponde. La segretaria inizia a preoccuparsi, aprono la porta e il vescovo non c’è. Però la finestra è aperta. Lui è fuori che tenta di tagliare la corda. “Questo è il manifesto per lo stato marcescente della chiesa in Cile”, mi dice il cardinale. “Non servono altre parole, documenti, analisi. E’ tutto lì. Il vescovo che scappa da una finestra”. Gli domando cosa serva ora, come il Papa possa evitare la caduta traumatica nel baratro: “Deve azzerare tutto a partire da chi la chiesa cilena l’ha comandata per vent’anni. E’ un compito da far tremare i polsi, perché non è possibile trovare vescovi ‘nuovi’ e immuni da tutto quel che c’è stato laggiù”. Soluzioni? “Non nominare i vescovi. Lo so, sarebbe un’azione di rottura, ma secondo me farebbe bene a tutti. Intanto, si bloccherebbero ambizioni di carriera coltivate sullo scandalo dei preti pedofili e poi si darebbe un chiaro messaggio che in questa lotta non si faranno prigionieri”.

ilfoglio.it

TRECENTO PRETI PEDOFILI Choc negli Usa

Scandalo nella diocesi della Pennsylvania per sei casi di pedofilia tra il ’71 e il ’74. Il procuratore chiede alla Chiesa di “collaborare”. Ed esplode il #MeToo delle suore abusate da preti e vescovi. Stuprata dal confessore

I casi di pedofilia accertati risalgono a più di trenta anni fa in sei diocesi della Pennsylvania: Allentown, Erie, Greensburg, Harrisburg, Pittsburgh e Scranton. I 300 preti denunciati avrebbero avuto una forma di copertura da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Le violenze tra il 1971 e il 1974, vittime anche minorenni. Sconosciuti i nomi dei presunti pedofili e di chi li ha protette. Shapiro ha dichiarato: “Oggi, il lavoro dei miei collaboratori ha ricevuto il giusto riconoscimento. La Corte Suprema dovrà attenersi alle conclusioni del Gran giurì. Dopo avere sofferto per tanti anni a causa del silenzio delle istituzioni, le vittime di pedofilia riceveranno finalmente giustizia dallo Stato della Pennsylvania. Le indagini a carico di sacerdoti non sono dirette a diffamare la Chiesa cattolica, ma a punire chi ha infangato la reputazione di tale istituzione millenaria. I vescovi, i parroci e tutti i fedeli devono aiutare i Procuratori statali a individuare i responsabili dei reati ai danni dei minori, al fine di sradicare definitivamente la pedofilia dalle diocesi americane”.

Prima del responso del Gran giurì, lo stesso Shapiro aveva inviato una lettera a Papa Francesco, al fine di informare il pontefice riguardo alla scarsa collaborazione offerta dai vescovi della Pennsylvania durante le indagini sui religiosi responsabili di abusi. Secondo Catholic League, il dossier  sarebbe “inquinato da testimonianze estorte e volontariamente espunte le prove dell’innocenza dei vescovi, al fine di indirizzare il Gran giurì verso un verdetto sfavorevole alla Chiesa”.

E’ una giornata dura per la Chiesa di Roma. Il Vaticano è anche da tempo a conoscenza dell’equivalente eterosessuale – l’abuso sessuale di suore da parte di preti e vescovi – e avrebbe fatto poco per fermarlo. Lo rivela un report dell’Associated Press. Casi di suore abusate sono emersi in Europa, Africa, Sud America e Asia, frutto “dell’atavica sottomissione delle donne agli uomini che gestiscono il potere eccesiale. Una sorta di #MeToo nel mondo cattolico, poiché alcune suore stanno denunciando episodi di molestie di cui sono state vittime. “Ho una ferita ancora aperta in me – ha detto una suora all’AP – Ho fatto finta che non fosse successo”. Indossando l’abito religioso, la donna ha testimoniato che, nel 2000, in cui il prete-confessore l’ha stuprata durante sacramento. Sei suore di una congregazione religiosa in Cile sarebbero state abusate da prete e in India un vescovo è accusato di stupro dalla polizia. In Africa nel 2013 un sacerdote in Uganda ha segnalato a Roma ai suoi superiori “preti romanticamente coinvolti con sorelle religiose”, rimediando una sospensione punitiva.”Sono così triste che ci sia voluto così tanto tempo perché ciò venisse alla luce, dal momento che ci sono stati rapporti già molto tempo fa”, ha detto in un’intervista all’AP Karlijn Demasure, esperti della Chiesa sull’abuso sessuale e l’abuso di potere del clero. Dal Vaticano, per ora – secondo AP – nessuna replica.

italiastarmagazine

Arcivescovo di Santiago nella bufera: “Non denunciò preti pedofili”

L’Arcivescovo di Santiago è stato incriminato dalla Procura della capitale cilena per “occultamento di prove”.

Il Giornale

Il Cardinale Ricardo Ezzati Andrello, infatti, non avrebbe segnalato alle autorità competenti gliabusi sessuali commessi da diversi parroci della sua diocesi. Il prossimo 21 agosto, il prelato dovrà comparire in tribunale per sottoporsi all’interrogatorio condotto dagli inquirenti.

Il mese scorso, la Polizia, intenta a perquisire l’Arcivescovado della capitale, è entrata in possesso di importanti documenti: fascicoli inerenti a denunce presentate da centinaia di persone all’indirizzo di 14 preti pedofili. Analizzando i documenti, la Procura è giunta alla conclusione che il Cardinale Ezzati Andrello avrebbe deliberatamente occultato tali segnalazioni, al fine di salvaguardare il prestigio della Chiesa cattolica. Dal 2010, l’Arcivescovo di Santiago avrebbe mantenuto un atteggiamento di totale chiusura nei confronti delle vittime dei 14 preti pedofili. Nessuna denuncia avanzata negli ultimi otto anni a carico di questi sacerdoti sarebbe stata trasmessa all’autorità giudiziaria dal Cardinale. Per il suo silenzio a fronte di centinaia di segnalazioni, Ezzati Andrello dovrà rispondere di “occultamento di prove”. Imputato per tale reato, egli, nell’udienza del prossimo 21 agosto, dovrà difendersi dalle accuse formulate nei suoi confronti dalla Procura della capitale.

L’Arcivescovo di Santiago ha confermato la sua presenza all’interrogatorio disposto dagli inquirenti: “Non ho commesso alcun reato. Non ho fatto niente di sbagliato e sono deciso a provare la mia innocenza. Alla Procura offro la mia totale collaborazione. La verità deve emergere e la mia diocesi è determinata a contribuire a una corretta ricostruzione della vicenda.” Le associazioni cilene antipedofilia hanno salutato con entusiasmo l’incriminazione di Ezzati Andrello. Juan Carlos Cruz, attivista vittima di abusi, ha dichiarato: “L’incarico pastorale di Ezzati sta per giungere al termine. Tuttavia, un nuovo compito è stato appena assegnato al Cardinale: elencare ai magistrati tutte le bugie che egli ha detto in questi anni per difendere la reputazione della Chiesa e occultare le denunce a carico dei sacerdoti pedofili.”

La Chiesa cilena si trova costretta ad affrontare un secondo scandalo, dopo quello in cui è risultato coinvolto Fernando Karadima, religioso colpevole di abusi su minori perpetrati negli anni Settanta e negli anni Ottanta. Le accuse nei confronti di esponenti del clero del Paese sudamericano hanno indotto Papa Francesco ad aprire una indagine, la quale ha finora comportato la rimozione di diversi Vescovi e parroci dai rispettivi incarichi.

Scontro Famiglia Cristiana-Salvini ‘Vade retro’ in copertina

La copertina di Famiglia Cristiana © ANSA

Una mano che si leva verso il volto di uno sconcertato ministro degli Interni; sotto, il titolo: ‘Vade retro Salvini’. È la copertina di Famiglia Cristiana domani in edicola. ‘Niente di personale o ideologico. Si tratta di Vangelo’, precisa il settimanale che, dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare, fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana, ‘contro certi toni sprezzanti e non evangelici’.

‘L’accostamento a Satana mi sembra di pessimo gusto. Non pretendo di dare lezioni a nessuno, sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma non penso di meritare tanto’, commenta il ministro dell’Interno.”L’accostamento a Satana mi sembra di pessimo gusto. Io non pretendo di dare lezioni a nessuno, sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma non penso di meritare tanto”.

Così il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, commenta a margine di un’audizione al Senato la copertina di Famiglia Cristiana. Salvini spiega di “avere quotidianamente il sostegno di tante donne ed uomini di Chiesa” e riferisce che “anche il catechismo dice che bisogna accogliere nella misura del possibile”.

ansa

 

È buddista, la chiesa nega il funerale: scoppia la polemica per la 45enne morta di cancro

Barbara Budai

Barbara Budai aveva 45 anni, è morta dopo aver combattuto a lungo contro il cancro. Viveva a San Felice Circeo, ed è qui che i suoi parenti hanno chiesto la celebrazione del funerale nella chiesa di Borgo Montenero. Ma Barbara si era da tempo convertita al buddismo, rendendo esplicita la sua decisione sui social network e con attività svolte nella città, per questo il parroco si è opposto alla celebrazione, niente funerali in chiesa. Una risposta che non ha preso affatto bene la famiglia della donna, né i suoi amici più cari. Di tutta risposta hanno preso carta e penna ed hanno scritto una lettera aperta sottoscritta da un nutrito numero di persone che puntano il dito contro la decisione della Chiesa di negare il funerale. I familiari, tutti cattolici, non si spiegano come sia possibile che vengano celebrati riti per persone che commettono reati anche di gravissimi e che, invece, non sia stata accolta la loro richiesta.

Nelle parole, pubblicate anche su Facebook, un grande dolore ma anche rabbia: «Sei un mafioso, assassino seriale, spacciatore, mercenario, hai ucciso parenti, moglie, figli, padre e madre? Nessun problema nel momento dell’estrema unzione, la Chiesa ti accoglierà a braccia aperte. Se sei una persona buona, ma buddista non azzardarti a chiedere alla Chiesa una cerimonia solenne perché ti sarà negata! Non importa se della defunta la celebrazione la chiedono il marito, il figlio, la figlia, suo fratello, sua madre, suo padre… con il cuore in mano e le lacrime… non importa se la defunta comunque ha ricevuto il Battesimo, ha fatto la Comunione e la Cresima, se era membro dell’A.C.R., se ha insegnato Dottrina per anni, se cantava nella scuola Cantorum della sua parrocchia, se sua nonna Paola ha servito la parrocchia per decenni, se i genitori sono cattolici praticanti, così come tutti i suoi parenti, se ha una zia suora missionaria in Brasile da piu di 50 anni e precisamente dal 1965».

Insomma, per i familiari è una mancanza di rispetto, per la Diocesi sono i familiari a non rispettare ed accettare la religione di Barbara. «Siamo veramente dispiaciuti – spiega Remigio Russo, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – per il dolore che provano i familiari della signora Barbara Budai, per la scomparsa della loro congiunta. Circa il funerale negato la verità è la seguente. Per rispetto della stessa volontà e scelte di vita della defunta non è stato ritenuto opportuno celebrare il solo rito cattolico delle esequie; infatti, la signora da anni aveva abbracciato la religione buddista, studiando presso uno specifico istituto di formazione e ricoprendo alcuni incarichi di responsabilità nella sua comunità buddista, con un’attività di fede tra l’altro resa in modo pubblico. Tuttavia, la comunità cattolica di Borgo Montenero, la sera stessa del decesso della signora Barbara, in chiesa ha recitato il Santo Rosario, guidato dal parroco, in suffragio della defunta originaria del borgo. Le ragioni della non opportunità di tenere il rito delle esequie sono state ampiamente spiegate dal parroco a coloro che chiedevano il rito, confermate da altri parroci e dal vicario generale cui i richiedenti si sono ulteriormente rivolti. Agli stessi parenti – conclude – è stato spiegato, e da loro accettato,che invece è sempre possibile pregare per un defunto tanto che vi è stato l’accordo per celebrare la Messa di suffragio nell’ottavario della scomparsa; celebrazione effettivamente poi tenuta».

ilgazzettino.it

Apertura sui preti sposati Cardinale Rainer Maria Wölki, Arcivescovo di Colonia, incoraggia riflessioni su “diritto divino” e “celibato preti”

Il teologo tedesco Vogels ha scritto il 7 Giugno 2018 una lettera al cardinale Lorenzo Baldisseri, Prefetto della Commissione Preparatoria per il Sinodo dell’Amazzonia, che potrebbe portare, come auspica da anni il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavotori Sposati, importanti novità del Diritto Canonico sul celibato dei preti, la teologia del sacerdozio e la riammissione dei preti sposati nella Chiesa.

Il Cardinale Arcivescovo di Colonia Wölki tramite il suo Vescovo ausiliare Puff, ha incoraggiato Vogels a trasmettere a Baldisseri le sue riflessioni.

Un vescovo coraggioso riaccolga i preti sposati e ordini uomini sposati al sacerdozio. Vaticano e Papa non sarebbero contrari

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia in Italia il tema dei preti sposati nella Chiesa ( a partire da un testo pubblicato su Settimana News) che non può rimanere senza preti, fenomeno di tutta l’Europa e non solo dell’Italia. Si vendono le chiese e non si risponde ai bisogni delle comunità cristiane solo perché il Papa e i Vescovi non hanno il coraggio di cambiare una legge ecclesiale.

Da Settimana News:

“«Die Priester sterben aus» (= I preti scompaiono): è il titolo di un articolo a firma del padre gesuita tedesco, Stephan Kiechle, pubblicato nel numero di maggio 2018 nella rivista Stimmen der Zeit.

La progressiva scomparsa dei preti non è un fenomeno solo della Germania, ma di tutta l’Europa (compresa l’Italia) e, in senso più ampio, del mondo occidentale, ma la Chiesa tedesca registra delle cadute definite drammatiche e persino «catastrofiche», come ha affermato nei giorni scorsi in un’intervista al giornale domenicale Welt am Sonntag il presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), Thomas Sternberg. «In breve tempo – ha detto – ci mancheranno i preti in misura catastrofica, così che presto per noi non ci sarà altro problema più grave di questo da affrontare».

Il dramma dei numeri

Le cifre sono inquietanti: secondo un sondaggio pubblicato dall’agenzia cattolica KNA, mercoledì scorso, nelle 27 diocesi tedesche quest’anno si ritiene che saranno ordinati 61 nuovi sacerdoti diocesani. Nel 2017 erano stati 74, e nel 2015 (la punta più bassa) 58: comunque pochi, se si tiene conto che, nel 1995, le ordinazioni (escludendo i religiosi) erano state 186.

I sacerdoti in Germania, compresi i religiosi, sono attualmente, secondo i dati più recenti, 13.856 di cui 8.786 in servizio attivo (nel 2015 erano 14.087).

Il dramma della mancanza di preti si riflette non solo sulla vendita di centinaia chiese, ma anche sulle misure con cui si cerca di ovviare ai bisogni pastorali delle comunità. «Nel sud della Foresta Nera, vicino alla mia terra di origine – scrive padre Kiechle – 6 grandi comunità, tra l’altro anche importanti luoghi turistici, sono state accorpate in un’unica unità pastorale. Attualmente c’è un solo sacerdote che cerca di provvedere ai bisogni, tra l’altro, dopo aver superato un infarto».

Come avviene però anche altrove, ci sono dei preti in pensione che cercano di dare una mano, tenuto presente che oggi la medicina viene loro in soccorso, ma – sottolinea il padre – questa situazione «durerà pochi anni».

Il numero delle celebrazioni dell’eucaristia è così destinato a crollare «fino oltre la soglia del dolore». Soltanto nelle città con sede episcopale o con facoltà teologiche ci sono ancora numerosi preti, però «spesso, stranamente, sono poco presenti nelle comunità».

I centri amministrativi – prosegue padre Kiechle – mettono mano con buona volontà «a riforme strutturali». Per esempio, nella diocesi di Treviri, le 863 parrocchie sono state ridotte a 36; e nella diaspora, di oltre 40 parrocchie, se ne fa una sola. Un esempio tipico è Saarbrücken, che è diventata una sola parrocchia per 100 mila cattolici. Il più delle volte una comunità di tale proporzioni ha un «parroco» affiancato da uno o più coadiutori che lo aiutano nella pastorale.

Arriveranno in “viri probati”?

Alcune parrocchie si servono dei laici come amministratori; altre, invece, rifiutano questa scelta che definiscono un «manicheismo pastorale» nel senso che l’aspetto spirituale non può essere separato da quello materiale. È necessario pertanto che, a loro modo di vedere, a guidare la parrocchia ci sia un prete.

Con queste riforme comunque – osserva padre Kiechle – vengono buttate a mare tradizioni pastorali millenarie.

Il padre sottolinea che, anche nel secolo XVI e all’inizio del XIX, non c’era quasi più nessun prete per la cura pastorale dei fedeli. Ma passate le crisi, si era verificata una forte rinascita. «Ma noi oggi non possiamo aspettare per un tempo così lungo» – ha aggiunto.

Attualmente, solo poche grandi parrocchie potranno essere ancora «con fatica» occupate. Per il momento ci sono ancora preti sotto i 40 anni e dei seminaristi. Ma, nel giro di 15-20 anni, anche questa struttura giungerà al collasso. Tuttavia le amministrazioni sembra preferiscano non pensarci.

In questo modo viene a mancare l’eucaristia che rimane sempre «la fonte e il culmine della vita ecclesiale» e della «la struttura sacramentale della Chiesa».

Al posto dell’eucaristia si prevedono delle celebrazioni della Parola, anche se si esita a formare dei laici che dovrebbero gestirle. Tuttavia, molti cattolici, formati allo spirito postconciliare, non le frequentano.

Di fronte a questa drammatica situazione, sia padre Kiechle sia il Comitato dei cattolici tedeschi, interpretando l’intenzione di molti nella Chiesa, affermano che bisogna ora tornare a parlare pubblicamente della possibilità di ordinare dei viri probati.

Padre Kiechle tuttavia osserva che questa scelta, «presumibilmente buona», finirebbe col creare altri problemi. E sono molti a sostenere che non costituirebbe comunque la soluzione del problema.

Thomas Sternberg, si è detto convinto che, «se un vescovo tedesco ordinasse per la prima volta dei viri probati, non troverebbe una forte contrarietà né a Roma né in Germania. «Ciò di cui abbiamo bisogno – ha sottolineato – è che ci sia un vescovo coraggioso che azzardi il primo passo».

Se ne parlerà al prossimo Katholikentag?

In tutte queste discussioni, è riaffiorato anche problema dell’ordinazione delle donne, anche se il discorso appare chiuso dopo l’intervento del 1994 di Giovanni Paolo II. Tuttavia, alcune teologhe e il movimento femminista si domandano se non sia possibile un ripensamento, tenendo conto delle nuove acquisizioni maturate in questi ultimi anni.

Sul tavolo viene posto nuovamente anche il problema del celibato. Padre Kiechle fa notare tuttavia che se cambiassero le norme per l’ammissione al sacerdozio, ci sarebbe da aspettarsi un gran clamore da parte dei reazionari – tra l’altro molto efficienti nell’uso dei media – i quali si metterebbero a gridare che «la dottrina della Chiesa viene sovvertita» e che l’Occidente andrebbe in rovina.

Al di là di tutte queste discussioni, è certo però che la Chiesa non può rimanere senza preti. Sarebbe un’immensa perdita – conclude padre Kiechle – non solo per essa stessa, ma anche per l’umanità intera.

È probabile comunque che il discorso venga ripreso nel corso del Katholikentag – la grande assemblea dei cattolici tedeschi – che inizierà mercoledì prossimo, 9 maggio, a Münster, e si concluderà domenica 13.”

Chiesa immobile. La rivoluzione mancata delle riforme di Papa Francesco, anche sui preti sposati

Il Movimento internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati condivide i motivi della mancata riforma, analizzati da Settimana News: la riforma della curia romana, il mutamento dell’etica sessuale e affettiva, l’abolizione del celibato obbligatorio per i presbiteri e il nodo della questione femminile

“Credo si possa essere senz’altro grati a Marco Marzano, docente di sociologia presso l’Università di Bergamo e da diversi anni studioso non banale di quello che, fino a qualche tempo fa, veniva chiamato mondo cattolico (Quel che resta dei cattolici, 2012, Missione impossibile, 2013).

In primo luogo perché, stavolta, ha puntato al bersaglio grosso, dedicandosi a descrivere e analizzare quella che definisce nel sottotitolo del suo ultimo libro la rivoluzione mancata di papa Francesco, con un titolo che è tutto un programma: La Chiesa immobile (Laterza 2018, pp. 163, € 18,00).

L’ha fatto da par suo, vale a dire senza sconti di alcun genere e dopo un cospicuo lavoro di raccolta di materiali, testi su Bergoglio e documentazioni varie, soprattutto di taglio sociologico. Comprensibilmente: la sua lettura è dichiaratamente una lettura sociologica, che affronta la Chiesa cattolica come qualsiasi altra istituzione sociale. O come un’impresa, che viene valutata sui numeri, i profitti e i dividendi.

Da questo punto di vista, l’operazione è ovviamente legittima, e l’interpretazione dello studioso torinese potrebbe apparire impeccabile: dopo cinque anni, a suo parere, è lecito sostenere che le grandi attese che avevano accompagnato la salita al soglio pontificio del primo papa gesuita siano del tutto deluse. Anzi, egli argomenta apertamente che, con la sua capacità di occupare la scena internazionale e di sedurre populisticamente le masse (cattoliche e non), papa Francesco sta furbescamente portando la Chiesa a prendere due piccioni con una fava: «da un lato, aumenta immensamente la sua popolarità, dà smalto alla sua immagine, cattura l’attenzione delle opinioni pubbliche di tutto il mondo; dall’altro, non solo fa scomparire del tutto dal dibattito pubblico il tema della secolarizzazione e della sempre minor rilevanza del cristianesimo, ma oscura, quasi fosse una cosa irrilevante, l’esistenza e il funzionamento dell’organismo che dirige, della macchina ecclesiastica, cioè delle prassi politiche, religiose, culturali e normative nelle quali è immerso quel mezzo milione di preti che non si chiamano papa Francesco» (p. 148). Queste le sue conclusioni, in buona sostanza.

I motivi del fallimento

Nei tre corposi capitoli che costituiscono il volume, ritroviamo i motivi per cui – secondo Marzano – il papa argentino avrebbe fatto cilecca: mancando le riforme che davvero contano (quattro, a suo parere: la riforma della curia romana, il mutamento dell’etica sessuale e affettiva, l’abolizione del celibato obbligatorio per i presbiteri e il nodo della questione femminile), in un contesto di crisi più apparente che reale, almeno sul piano statistico e di quella che, con P. Jenkins, ci siamo abituati a definire Chiesa globale, e limitandosi a una debole politica dell’amicizia con tutti e comunque, a destra e a sinistra (per adottare le categorie della politica, che peraltro ormai neppure la politica tende più ad adottare; romanescamente, verrebbe da dire, insomma: un papapiacione…). In realtà, a proposito di crisi, tale condizione, per i cristiani, dovrebbe essere una situazione – per dir così – normale.

In un testo preparatorio alla conferenza del Consiglio missionario internazionale (IMC) di Tambaram del 1938, il missiologo olandese Hendrick Kraemer sosteneva tale idea nei seguenti termini: «Rigorosamente parlando, si dovrebbe dire che la Chiesa si trova costantemente in uno stato di crisi e che il suo più grave limite è che ne è consapevole soltanto di tanto in tanto». Cosa che avviene – proseguiva – a motivo della «tensione permanente fra la (sua) natura essenziale e la sua condizione empirica».

Perché allora questo elemento di crisi e di tensione lo percepiamo solo di tanto in tanto? Perché la Chiesa «ha sempre avuto bisogno dell’insuccesso e della sofferenza manifesti per divenire pienamente cosciente della sua vera natura e missione». Se intende essere fedele alla sua vocazione, essa è chiamata dunque a fungere – come il suo Signore, del resto – da «segno di contraddizione» (Lc 2,34).

Tornando a Marzano, il tutto è condito, ripetiamolo, di molti riferimenti bibliografici, e con uno stile ficcante, efficace, convincente.

tratto da Settimana News

Romania: costruire chiese e costruire Chiesa

«Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave» (Antoine de Saint-Exupery). Tornando dal breve viaggio in Romania, l’aforisma si presenta efficace in una sua riformulazione: Se vuoi costruire una chiesa, non affaticarti a impiantare il cantiere, ma prima risveglia negli uomini la nostalgia dell’infinito e della comunione.

Romania

Oradea, la piazza con le due cattedrali ortodossa (a sinistra) e greco-cattolica

Oradea: debolezza forte

Camminando per le strade di Oradea in un pomeriggio di primavera in avanti rispetto al calendario, i luoghi ci parlano della realtà variegata e complessa che struttura la vita di questa città ai confini con l’Ungheria. La spaziosa piazza principale ripavimentata da un’impresa trentina che ha vinto un appalto europeo. Le due cattedrali, ortodossa e greco-cattolica, vicine sulla medesima piazza, ma che si danno le spalle. La chiesa del seminario greco-cattolico con il tetto azzurro, colore delle chiese ortodosse perché, come tante altre, era stata sottratta ai greco-cattolici nel 1948 e consegnata agli ortodossi e poi, dopo il 1990, come poche altre, restituita ai greco-cattolici. La cattedrale latina a fianco del maestoso episcopio in stile asburgico, dove ferve il cantiere per la ristrutturazione.

La Chiesa latina

La diocesi latina di Bihor è stata fondata nel 1009 da s. Ladislao. Col diffondersi della Riforma nel XVI sec. venne soppressa e i beni incamerati. È stata ristabilita sul finire del XVII sec. ed è stata poi costruita l’attuale cattedrale. Il suo nome canonico è Gran Varadino dei latini e attualmente è la porzione romena della diocesi storica che si estendeva per i 2/3 nell’attuale territorio ungherese. L’intera provincia del Bihor è bilingue. La maggioranza dei fedeli latini è di lingua ungherese così come il 90% dei sacerdoti. Agli inizi del secolo scorso l’89% della popolazione era ungherese. Nel giro di mezzo secolo la situazione si è capovolta a favore della maggioranza romena (65%), grazie anche all’immigrazione forzata successiva alla Dichiarazione di unione della Transilvania alla Romania il 1° dicembre 1918.

Anche per questo la Chiesa latina vive una sorta di doppia minoranza, linguistica e religiosa. Nonostante le traversie ripetute della storia, è rimasta sempre una presenza forte; non solo con il servizio delle chiese, ma anche con l’apertura di scuole e ospedali. È in questi luoghi di servizio pubblico che maggiormente si esercita il dialogo e la collaborazione con altre identità. Nelle scuole di lingua ungherese, ad esempio, convergono greco-cattolici e riformati.

Romania

Oradea, la cattedrale latina di Santa Maria

La collaborazione con la Chiesa greco-cattolica risente, nel bene e nel male, della disponibilità dei rispettivi leader. In questo momento è proficua, grazie al vescovo latino László Böcskei e a quello greco-cattolico Virgil Bercea.

I rapporti con la Chiesa ortodossa sono più nodosi. I contatti disimpegnati che ci sono coinvolgono le persone più che le istituzioni. Piccoli gesti che non consentono di dar vita a collaborazioni consolidate. Sono più grandi le distanze percepite (e volute) dal sentire comune.

Più articolati i rapporti con l’amministrazione civile, comunale e statale. Durante il regime comunista, la Chiesa latina ha continuato a sussistere come decanato. È stata privata dei beni ecclesiastici e delle congregazioni, ma non delle chiese. Le comunità ortodosse hanno riavuto tutto, le altre Chiese no. La Chiesa cattolica ha ora rinunciato alla richiesta di rientrare nella proprietà dell’intero patrimonio immobiliare. Sia perché è di fatto inesigibile, come ha detto al vescovo il presidente: «Non pensate di riavere tutti i beni, altrimenti i centri storici della zona sarebbero di proprietà cattolica». Sia perché la Chiesa cattolica finirebbe per dare di sé l’immagine controproducente di una istituzione scandalosamente ricca.

Il palazzo dell’episcopio, vero gioiello di architettura, è in fase di ristrutturazione. Il governo ungherese ha contribuito alle spese con 9 milioni di € in tre anni. Eccede le necessità della curia e sarà perciò destinato per la maggior parte a centro culturale, come simbolo della storia millenaria della diocesi, compendio delle varie identità culturali e centro di dialogo fra culture e identità.

La Chiesa latina è libera e riconosciuta. Nel Bihor non è osteggiata, ma nemmeno sostenuta. Solo una percentuale molto ridotta (40%) del sostentamento clero viene dallo Stato, sulla base di statistiche di fonte statale che ripartiscono in misura non realistica la composizione delle appartenenze religiose: chi nel censimento si dichiara romeno automaticamente viene classificato come ortodosso.

Non si può parlare di “movimento” ecumenico. In realtà è tutto fermo ad incontri regolari tra le Chiese storiche condotti senza eco pubblica. Se si desse forma istituzionale alle iniziative ecumeniche, gli ortodossi si ritirerebbero, in ossequio ai veti promossi dal metropolita della Transilvania Bartolomeu Anania all’indomani della partecipazione all’eucaristia cattolica da parte del metropolita Corneanu (2008). La cattedrale latina è un monumento storico, ma gli ortodossi per prudenza non vi entrano. Nella Notte dei musei è rimasta aperta come museo e questo ha facilitato il superamento dei tabù. Non c’è reciprocità nell’ospitalità ecumenica. Agli inviti da parte dei cattolici non corrispondono inviti da parte ortodossa.

Se mai ci sarà una visita di papa Francesco (chi dice di sì, chi dice che no), sarà impostata come visita pastorale alla Chiesa cattolica, non come iniziativa ecumenica. Sarebbe paradossale se l’impegno ecumenico finisse per danneggiare i cattolici.

La Chiesa greco-cattolica

In tutta la Romania, e non di meno a Oradea, la Chiesa greco-cattolica soffre per l’atteggiamento di fatto ostile della Chiesa ortodossa. Il patriarca Daniel mostra un volto molto diverso da quello di Ciobotea conosciuto a Ginevra, ai tempi del suo protagonismo al CEC (Consiglio ecumenico delle Chiese). I greco-cattolici sono considerati eretici dalla Chiesa ortodossa. Fedeli e autorità della Chiesa ortodossa sono diffidati dall’intrattenere atteggiamenti “ecumenici”, soprattutto nei confronti dei greco-cattolici. Le iniziative ecumeniche vengono disertate e non ci sono esperienze di ospitalità reciproca.

La questione delle proprietà dei beni ecclesiastici, passati alla Chiesa ortodossa dopo il 1948 insieme ai fedeli costretti a passare all’unica confessione ammessa, brucia ancora. Condiziona pesantemente i rapporti fra le Chiese e con lo Stato.

La Chiesa greco-cattolica ha di fatto rinunciato al contenzioso. Ha finora ottenuto la restituzione di poco più di un decimo dei beni ai quali avrebbe diritto. E il tutto ha comportato sforzi incredibili. Ma non si può vivere occupandosi solo di processi. La pastorale deve avere il primato. La proposta di condividere le chiese per le celebrazioni ha riscontrato un pressoché totale rifiuto. La Chiesa greco-cattolica ha preferito costruire ex-novo le proprie chiese anziché insistere con il contenzioso. «Forse è meglio pensare che ci faccia bene essere più poveri», dice il vescovo di Oradea Virgil Bercea, personalità di spicco nell’episcopato romeno.

Romania

Oradea, Francesco Strazzari e il vescovo Virgil Bercea nel seminario greco-cattolico

È una linea ardua da sostenere perché i costi di gestione sono esosi, soprattutto perché la Chiesa greco-cattolica, a differenza della Chiesa ortodossa, ha dato vita a numerose opere sociali. Nel 1948 lo Stato aveva sottratto alla Chiesa greco-cattolica anche scuole e ospedali, le aveva incamerate con tutto l’arredo e l’apparato tecnico solitamente di prima qualità. Nei pochi casi di restituzione, alla Chiesa sono tornate solo le mura e il resto si è dovuto installare a proprie spese. Lo Stato ora contribuisce solo alle spese di gestione. Al resto contribuiscono i fedeli e i benefattori, tra i quali la CEI.

Si preferisce accantonare il contenzioso per dedicare le proprie risorse all’azione pastorale, e in essa soprattutto alla formazione. Il bisogno è grande, perché anche la società romena sta conoscendo una secolarizzazione pervasiva. Un indice su tutti: il fallimento del matrimonio riguarda un’unione su tre e si conta anche tra il clero uxorato. Nell’ambito politico, la Chiesa, ad esempio, sta promuovendo un referendum per la modifica della Costituzione, affinché si stabilisca che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna, non genericamente di due coniugi. Il lavoro con i giovani conosce un riscontro incoraggiante. La fatica è moltiplicata dal contesto ostile. La divisione e le tensioni fra le Chiese sono un macigno di controtestimonianza con il quale si scontra ogni buona intenzione.

Bucarest: forza debole

Bucarest è una capitale che compendia le ricchezze e anche le contraddizioni della più vasta società romena. Sui grandi boulevard in stile parigino si affacciano numerose attività commerciali, molte di importazione. Non vi sono appariscenti proposte per turisti; è una città occupata con se stessa. Qualcuno, anche giovani, si fa il segno della croce passando davanti a una chiesa. Numerosi i piccoli gruppi familiari che si muovono insieme.

Sono più di 5 milioni i romeni e le romene cha lavorano nel resto d’Europa (20 milioni gli abitanti). Con mansioni anche qualificate, basti pensare ai 4.000 medici di Francia o Germania. Se improvvisamente tutti i lavoratori romeni rientrassero in patria, il sistema economico europeo salterebbe. Ma anche per l’economia romena i proventi dai migranti sono sostanziali. Soprattutto se si pensa che nel Paese gli stipendi medi si aggirano sui 300€ mensili, meno di quello che un lavoratore all’estero avanza per mandare a casa. Rispetto alla nostra visita di qualche anno fa, la città presenta un tenore di vita più alto, una cura maggiore, più vetture, mediamente di buona stazza, e meno cantieri attivi.

La Chiesa ortodossa

Fra i cantieri, uno su tutti domina la città, per l’imponenza dell’occupazione del suolo, ma ancor più per l’occupazione del dibattito pubblico. È il febbrile cantiere al lavoro giorno e notte per lacostruzione della nuova cattedrale ortodossa, un’opera imponente che in altezza mira a superare San Pietro. Si vuole arrivare in tempo a completare almeno la costruzione dell’edificio (per gli interni e gli arredi c’è tempo, secondo le usanze locali) entro il 25 novembre, giorno previsto dell’inaugurazione alla quale parteciperà il patriarca ecumenico Bartolomeo.[1] Si sarebbe voluta la cerimonia di inaugurazione il giorno 30 novembre, festa di sant’Andrea, ma quel giorno Bartolomeo sarà occupato con la festa del medesimo santo nella sua Costantinopoli. Importante è che si possa inaugurare la più grande cattedrale dell’Ortodossia entro il 2018, (controverso) centenario dell’“unificazione” della Romania, a rimarcare l’identificazione voluta tra Chiesa ortodossa e nazione.

Romania

Bucarest, il cantiere della nuova cattedrale ortodossa. Sullo sfondo il palazzo del Parlamento

Sono girate voci che volevano presente anche papa Francesco, ma l’ipotesi è tutt’altro che confermata. Hanno più credito le voci che riportano l’ostilità della (troppo) vicina Ungheria, che considera il 1° dicembre 1918 un giorno infausto (si è vista sottrarre la Transilvania, insieme ad altri territori) e mal digerirebbe la benedizione della ricorrenza da parte del pontefice cattolico e si dà da fare, invece, per la presenza del santo padre al Congresso eucaristico internazionale del 2020 sul proprio territorio.

C’era bisogno di una cattedrale più ampia dell’attuale (che pure si riempie soltanto poche volte all’anno), ma da molti viene sofferta con disagio l’imponenza della costruzione. Come la sua collocazione nelle adiacenze di quell’altra sproporzionata costruzione, il Parlamento, dove sproporzionata è stata anche la repressione condotta contro gli oppositori politici. Come la commessa di una campana – probabilmente la più grande del mondo – con l’effige del patriarca impressa a fusione.

Come la Fabbrica di San Pietro a suo tempo per la cattolicità, anche la costruzione della cattedrale ortodossa sta provocando divisioni interne alla Chiesa. Alcune sono eclatanti. Come il drappello dei 100 preti ortodossi che sono stati “spretati” per il rifiuto opposto al prelievo forzoso di denaro dalle proprie parrocchie. Guidati dal metropolita Gherasim avrebbero trovato sponda in un codice conciliare per costituirsi Chiesa autocefala, nella quale confluirebbero anche alcuni sacerdoti, non più riconosciuti tali, della Moldavia.

Altri mal di pancia interni alla Chiesa ortodossa sono più latenti, ma non meno dolorosi. Ad esempio, perché l’organizzazione della vita ecclesiale sembra più occupata nell’edilizia che nella pastorale. E anche nell’edificazione di opere, è considerata una scelta squalificante l’aver finanziato, dopo il 1990, la costruzione di 3.000 chiese e solo 3 ospedali e 5 scuole. Attualmente, l’80% delle opere sociali di proprietà ecclesiastica sono fondate e gestite dalla Chiesa cattolica (latina e greca), che raccoglie solo l’8% della popolazione.

In base al concordato, tutte le Chiese devono avere come finalità l’inclusione sociale. Il principio“post hoc ergo propter hoc” è sospetto in logica, fatto sta che successivamente alla destinazione di fondi dello Stato per opere sociali, il patriarca Daniel ha invitato le parrocchie ortodosse a dar vita ad opere sociali (nelle quali è più facile fra l’altro trovare impiego per la moglie del prete). È prassi nota che la consacrazione sacerdotale e l’assegnazione di una parrocchia comportino una “donazione” di circa 15.000€ in campagna e 30.000 in città. Con tutto ciò, le vocazioni ortodosse sono fin “troppe” e l’assegnazione delle parrocchie è inferiore alla domanda.

Non è solo l’ordine ad essere tariffato. Anche gli altri sacramenti, compresa la confessione, sono di fatto esercitati dietro compenso. In alcune chiese si può trovare affisso il listino. La catechesi è ripetitiva e normativa.

Molti sono anche gli iscritti alle facoltà teologiche (1.500 a Bucarest). I dottorati sono coperti da borse di studio e perciò a numero chiuso. L’insegnamento nelle facoltà teologiche – inserite nell’università di Stato – esige la “benedizione” del patriarca, e la progressione nella carriera è prospettiva riservata ai preti, che per statuto sono sottoposti all’autorità ecclesiastica. Alcuni docenti rinunciano alla carriera per non dover far voto di obbedienza al patriarca. Lo stipendio dei docenti è erogato dallo Stato, ma il piano di studi richiede l’approvazione del patriarca.

Romania

Bucarest, Francesco Strazzari sosta in preghiera alla tomba del patriarca Teoctist

Post-ortodossia e post-ecumenismo

Al di là delle forme appariscenti e dei numeri suggestivi, la Romania vive un clima di post-ortodossia. L’identificazione fra romeno e ortodosso è artificiosa. La divina liturgia e la spiritualità filocalica hanno ancora un certo fascino per i giovani. Il patriarca Daniel ha lanciato da un paio d’anni l’ITO (Incontro dei giovani ortodossi), il corrispettivo delle nostre GMG (Giornate mondiali della gioventù). Gode di un certo seguito ma, come le nostre GMG, si presenta più come un evento di piazza che come occasione pastorale. Le convivenze sono ormai fenomeno maggioritario, anche nella Chiesa ortodossa che tuttavia non le ammette e prima del rito porta gli sposi, approdati al matrimonio dalla convivenza, fuori dall’aula della chiesa per aspergerli con una benedizione che li purifichi.

La Chiesa è stata, soprattutto negli anni del regime e fino alla fine del secolo scorso, l’agenzia che godeva della maggiore credibilità. Oggi la fiducia nella Chiesa è scesa dall’80 al 50% e l’indice non ha intenzione di rialzarsi. Sembra che un crinale sia stato determinato dalla condanna espressa con parole “inopportune” dal patriarca – e da altri ecclesiastici con lui – verso le vittime dell’incendio sviluppatosi il 30 ottobre 2015 nella discoteca Colectiv di Bucarest. I 64 giovani morti nel rogo e nella calca sarebbero stati puniti per aver partecipato a un evento sommariamente classificato come diabolico (non siamo nuovi nemmeno dalle nostre parti a queste voci stridule). Il governo Ponta si è dimesso qualche giorno dopo l’accaduto. La Chiesa ortodossa ha visto precipitare la sua credibilità e da allora non si è più ripresa. Romanzi e film[2] si possono permettere di esprimere critiche dure nei suoi confronti.

Anche l’ecumenismo – mai in gran forma – riporta temperature glaciali. Nella Chiesa ortodossa dei preti e dei vescovi si  cita ambiguamente il teologo Staniloae per ripetere che «l’ecumenismo è l’eresia del XXI secolo» e, più ancora, «l’ecumenismo è il compendio di tutte le eresie del passato». Nelle fiammelle di fraternità che ancora brillano nella notte non si parla di ecumenismo, ma di “dialogo intercristiano”.

Dopo il Sinodo di Creta (18-27 giugno 2016), molti sacerdoti rifiutano la menzione del patriarca nella preghiera eucaristica perché in quell’assise sono state assunte posizioni troppo accondiscendenti. Purtroppo per l’ecumenismo, in quella sede il patriarca ecumenico ha esplicitamente elogiato il patriarca Daniel per il suo contributo decisivo alla stesura dei testi sinodali. Non è soltanto Bartolomeu Anania a soffiare sul fuoco già voluminoso dell’ostilità confessionale; anche alcuni monasteri sono scuola di quello che in altri contesti definiremmo fondamentalismo religioso. La voce del patriarca Daniel è in sintonia col sentire diffuso e a sua volta lo rinforza. E tuttavia, il Patriarcato romeno sente la vocazione a fare da ponte, per la propria sensibilità e storia “latina”, nelle tensioni tra Mosca e Costantinopoli. Per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa cattolica, è stata costituita una Commissione teologica con l’incarico di approfondire le piste di dialogo ecumenico. All’ordine del giorno il mandato di studiare “primato e sinodalità”, che sono pure allo studio della Commissione teologica internazionale.

Ma è sul terreno del vissuto che gli attriti surriscaldano le parti, fino a deformarle. Eppure, la società è lì, proprio con le sue esigenze vitali, a invocare una collaborazione solidale per il bene comune. I matrimoni misti sono lì ad esigere cura pastorale inclusiva, non divisiva. Le generazioni di mezzo, che hanno conosciuto i recinti brutali e oscurantisti del regime, sono lì con la loro voglia di conoscere, di andare oltre le cortine, oltre le omogeneità imposte. I giovani sono lì, con la loro nostalgia del mare aperto, disposti alla vita di cantiere per costruire navi. Ma non galere.

settimananews.it

Pedofilia nella Chiesa, le vittime di Maciel chiedono il risarcimento

Vaticano, riemerge una nota e brutta storia di pedofilia. Un gruppo di vittime di padreMaciel ha scritto una petizione indirizzata ai nuovi vertci dei Legionari di Cristo per ricevere giustizia morale ed economica.

Marcial Maciel Degollado, nel 2016, è stato riconosciuto ufficialmente dal Vaticano come l’autore di una serie di atti di pedofilia compiuti ai danni dei seminaristi dell’istituto che aveva fondato in Messico nel 1941. Dopo la scomparsa di Maciel, si venne a sapere che il consacrato aveva in realtà una doppia vita, con tanto di due differenti compagne e tre figli. Un tipo di esistenza che la Santa Sede stessa ha definito “senza scrupoli”.

Episodi e fatti per i quali Papa Benedetto XVI approvò la decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede dell’allora prefetto Levada di condannarlo in via definitiva ad una vita di preghiera e penitenza. Condanna supportata, ovviamente, dall’obbligo di rinuncia al ministero. Sempre Joseph Ratzinger, quando era ‘solo’ un cardinale, aveva definito Maciel un “falso profeta”. Le accuse rivolte a Maciel, però, si riferivano a fatti avvenuti sin dalla fine degli anni 50′. La Santa Sede è intervenuta, dopo un’indagine durata circa un anno, solo durante il pontificato di Papa Wojtyła e per via della richiesta di Ratzinger di riaprire il caso. La denuncia ufficiale, tuttavia, sarebbe stata presentata nel 1998.

L’obiettivo di queste vittime è adesso quello di essere riconosciute pubblicamente come “storiche” con tutto ciò che questo comporterebbe in termini di risarcimento. Secondo quanto si legge sull’Associated Press, alcune di queste persone sarebbero ormai anziane e dovrebbero fare fronte a disagi finanziari. I firmatari della petizione, almeno per il momento, sono solo otto, ma non si esclude che il numero possa aumentare con il trascorrere del tempo. Sempre sull’agenzia di stampa citata, si apprende che i nuovi vertici dei Legionari di Cristo avrebbero assicurato di volersi mettere in contatto con ognuno dei firmatari della richiesta.

Dopo la riapertura del “caso Barros”, il vescovo cileno su cui Papa Bergoglio ha detto di aver “commesso errori di valutazione” a causa di informazioni sbagliate, ecco la possibile riapertura di un altro scottante caso relativo alla pedofilia nella Chiesa.

Il Giornale

Pedofilia: in cella ex addetto Nunziatura

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Colpo di scena nella vicenda di monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex funzionario della Nunziatura di Washington già destinatario di un ordine d’arresto delle autorità canadesi per detenzione e diffusione di ingente materiale pedopornografico e da mesi sotto inchiesta in Vaticano. Stamane Capella, al termine dell’indagine del promotore di giustizia vaticano, è stato sottoposto ad arresto e rinchiuso nella cella della Gendarmeria.Il sacerdote indagato, diplomatico d’alto profilo, ex officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, era finora ospitato in Vaticano presso il Collegio dei Penitenzieri, già in stato di restrizione in attesa del giudizio. A suo carico ora si profila il processo penale nel tribunale d’Oltretevere.

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Vaticano in merito all’argomento dei preti sposati possiamo solo aspettare

L’articolo riportato in basso, di Giuseppe Aloisi del 6 Aprile 2018, pubblicato in http://www.ilgiornale.it/news/cronache/frate-che-propone-carit-i-pedofili-nella-chiesa-1512856.html tratta insieme la questione della pedofilia dei preti , del perdono dei preti pedofili nella chiesa e delle aperture sui preti sposati. Per il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati “tra le righe del testo di Aloisi si legge una certa avversione per i preti sposati e si cerca di screditare la riforma che potrebbe attuarsi nella Chiesa mettendo in cattiva luce le tesi di frate Semeraro. La questione dei preti sposati non è legata assolutamente al perdono dei preti pedofili” (ndr)

Di seguito l’articolo in questione:

“Frate Michael Davide Semeraro è un monaco benedettino che, nella sua comunità valdostana, è solito ospitare, tra gli altri, uomini di Chiesa responsabili di abusi ai danni di minori.

Il consacrato ha scritto un libro la cui uscita è prevista per il prossimo 12 di aprile. Il titolo è “Preti senza battesimo” (San Paolo Edizioni). Il testo in questione pare destinato a far parlare di sè. La sensazione, pur aspettando in ogni caso di leggere la pubblicazione, è che Semeraro creda nel fatto che la Chiesa cattolica debba essere in grado di oltrepassare l’emersione degli scandali e di mettere in campo gli strumenti spirituali in grado di garantire opere di “carità” nei confronti dei preti pedofili.

Intervistato al riguardo da Famiglia Cristiana, il frate ha detto che al di là dei casi di pedofiliapermane “la presenza” di una persona “verso la quale bisogna usare tutta la carità possibile” anche “aiutandola” e, quando necessario, “obbligandola, a lasciare il ministero e proseguire il suo cammino nella Chiesa”. “Se un prete non riesce a trovare un equilibrio psicoaffettivo – ha sottolineato ancora il consacrato – deve lasciare il sacerdozio, ma bisogna dargli una possibilità di salvezza e redenzione come battezzato”. La “salvezza”, quindi, resterebbe comunque una possibilità anche per quei sacerdoti che hanno compiuto violenze sessuali. Risulta necessario ai fini di questa ipotetica “salvezza”, però, che questi abbandonino per sempre l’abito talare. Tolleranza zero sì, insomma, ma anche speranza e carità.

Per Semeraro un prete pedofilo resta comunque un battezzato, che ha quindi le medesime possibilità di essere salvato di un peccatore qualsiasi. Il sacerdozio sarebbe divenuto oggetto di una “enfatizzazione eccessiva”, ma non solo.

Il monaco benedettino sembra voler mettere in discussione anche il celibato ecclesiastico. Sempre all’interno dell’intervista citata, il frate ha dichiarato che: “C’è un disagio da parte dei presbiteri e un altro da parte dei fedeli a vedere la difficoltà dei loro pastori, che richiede un intervento. Bisogna domandarsi come i preti possano vivere in modo armonioso il loro servizio alla Chiesa coniugandolo con la propria vita sessuale e affettiva”. La regola del celibato che vale per i vescovi, per i presbiteri e per i diaconi sarebbe in qualche modo “superata” e dovrebbe essere convertita in una “scelta” da lasciare al libero arbitrio della persona consacrata. Il frate, nel libro, potrebbe aver sostenuto anche la necessità di aprire ai cosiddetti “viri probati”, cioè a quegli uomini che hanno dimostrato di possedere una “chiara fede”, ma che risultano essere sposati. Un tema che verrà affrontato nel prossimo Sinodo previsto in Amazzonia.

Non è detto, in definitiva, che le posizioni di Semeraro sul celibato siano così distanti da quello che il Vaticano sta programmando per il futuro del cattolicesimo. Tanto per la pubblicazione del frate quanto per le possibili aperture della Santa Sede in merito all’argomento dei preti sposati possiamo solo aspettare.

Ordinare preti sposati e riaccogliere i preti sposati. Una proposta di riforma per la Chiesa

La notizia di Adista è stata commentata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati: “Non basta solo ordinare al sacerdozio uomini sposati. Abbiamo la ricchezza nella Chiesa dei sacerdoti sposati già ordinati validamente e successivamente dopo la dispensa sposati con matrimonio religioso”

I vescovi del Québec hanno recentemente discusso sulla possibilità di ordinare al sacerdozio i uomini sposati. La notizia è apparsa ieri sul sito di informazione religiosa présence, il quale ha riportato le parole del vicario generale dell’arcidiocesi di Québec, mons. Marc Pelchat, intervenuto il 14 marzo di fronte a circa 80 persone ad un incontro sul futuro della Chiesa della provincia canadese a maggioranza francofona.

Entro il 2019, ha detto mons. Pelchat, si concluderà il processo di raggruppamento delle parrocchie, per far fronte alla carenza di sacerdoti, «ma questa non è una soluzione». Il vicario generale ha poi riferito che «durante una sessione plenaria dei vescovi a porte chiuse si è parlato dell’ordinazione di uomini sposati di una certa età e dal comprovato impegno ecclesiale». Nemmeno l’ordinazione di donne è stata esclusa, ha poi aggiunto, perché il loro status nella Chiesa «è insostenibile». Ma di questo tema, ha poi tagliato corto, si sta occupando il papa con un apposito gruppo di lavoro.

L’analisi del prelato canadese è franca e poco ottimistica: la partecipazione alla vita della Chiesa è nettamente in declino, relegata dall’opinione pubblica a fenomeno del passato; il segno meno dei dati relativi alle richieste di sacramenti, funerali compresi, segnano un progressivo scollamento tra società e Chiesa cattolica; il clero, infine, è screditato presso il popolo del Québec a causa dei numerosi scandali sessuali.

Molti fedeli credono ci sia ancora una buona novella da annunciare, chiarisce mons. Pelchat, «ma questo dovrà essere fatto in modo diverso. Dovremo essere perseveranti»: cambiamenti, riforme e adeguamenti alla situazione attuale dovranno investire anche «le nostre strutture, per cambiare la visione della Chiesa così come l’abbiamo conosciuta». Il modello di Chiesa del passato rendeva i fedeli spettatori e consumatori, si legge ancora su présence, e così oggi alcune comunità sono quasi estinte: «Riteniamo di poter ricostruire la Chiesa, anche rendendola più umile, per annunciare la missione di Cristo. La svolta missionaria risale a gennaio 2016, con l’istituzione di “cellule di evangelizzazione”, basate sulla Parola, l’Eucaristia e la ricerca del bene comune. È ancora in costruzione e in fase embrionale ma crediamo che molte risposte arriveranno dal campo».

adista

Dopo trent’anni di silenzi, il vescovo di Buffalo fa i nomi di 42 preti pedofili che operano nella sua diocesi

in http://buffalonews.com/2018/03/20/gallery10250/

Dopo trent’anni di silenzio, è solo dinnanzi alle pressioni di testimonianze non più arginabili che il vescovo di Buffalo, nello stato di New York, ha ammesso di essere a conoscenza di 42 preti pedofili che operano nella sua diocesi.
La maggior parte dei sacerdoti indicati dal religioso non è mai stato perseguiti penalmente o giudicato da tribunali civili. Solo alcuni di loro sono stati rimossi dal ministero con il pretesto di pensionamenti anticipate o problemi di salute.

Pedofilia, don Silverio continuava a fare catechismo ai bambini sotto falso nome

Emergono nuovi dettagli sulla vicenda di don Silverio e sulla sua permanenza nella parrocchia di Montù Beccaria, in provincia di Pavia. Vi avevamo parlato del sacerdote in un servizio del 7 marzo in cui raccoglievamo la denuncia di una sua presunta vittima di atti di pedofilia, risalenti a 25 anni fa, a Napoli.

Oggi riceveva pure la posta con il nome di don Saverio Aversano (in realtà il cognome della madre). Proprio dopo la messa in onda del servizio di Pablo Trincia, don Silverio avrebbe lasciato il paesino, dove viveva da più di un anno. A mandarlo al nord sarebbe stato il vescovo vicario di Napoli, come aiuto per il parroco di Montù, don Simone Baggio.

La parrocchia sostiene che non sapeva nulla del suo passato, mentre nel paese si è diffuso un senso di sgomento generale dopo il nostro servizio, soprattutto le mamme. Molti dei loro figli, anche di otto anni, continuavano infatti ad andare a catechismo con don Silverio. Ora, proprio queste donne hanno deciso di mobilitarsi per cercare il sacerdote, che è scomparso.

Quello che inquieta è che nessuno abbia chiesto dei documenti a don Silverio quando è arrivato nella nuova parrocchia. Ed è sconcertante anche che un sacerdote che potrebbe essere, come diceva la Iena Pablo Trincia nel nostro servizo, “al centro di uno dei più grandi scandali di pedofilia della storia della Chiesa italiana”, non sia stato ancora almeno sospeso e abbia potuto esercitare tranquillamente le sue funzioni,perfino a contatto con i bambini, seppur spedito dall’altra parte d’Italia.

Qualche settimana fa noi de Le Iene abbiamo ascoltato la testimonianza di Diego, che all’età di 13 anni sarebbe stato abusato dal prete, allora suo insegnante di religione, nel quartiere napoletano di Ponticelli. Si sarebbe trattato di abusi sistematici con “rapporti sessuali completi, 2-3 volte la settimana per 3 anni e mezzo”, denunciati da Diego otto anni fa. Qualche settimana fa, mentre noi de Le Iene stavamo già indagando sul caso, Papa Francesco è intervenuto per chiedere di riaprire l’inchiesta interna su don Silverio.

Speriamo che si faccia luce al più presto sulla vicenda e sul perché gli abitanti di Montù Beccaria non siano stati informati sul passato di don Silverio. Come sempre, vi terremo aggiornati.

iene.mediaset.it

ilprincipenudo. Tutto sulle dimissioni di Monsignor Viganò, Ministro della Comunicazione del Vaticano

Angelo Zaccone Teodosi

La notizia è esplosiva: Dario Edoardo Viganò lunedì scorso si è dimesso da Prefetto della Segreteria per la Comunicazione (Spc) della Santa Sede, in altre parole si è dimesso il Ministro per la Comunicazione del Vaticano ed il Papa ha accettato oggi le dimissioni.

La prima agenzia a diramare la notizia, resa nota dal Direttore della Sala StampaVaticana, Greg Burke, alle 12.05 di oggi, è stata Askanews.

Dopo il controverso caso della lettera di Benedetto XVI, ieri l’altro, martedì 19 marzo, Monsignor Viganò ha scritto al Pontefice ed ha comunicato la propria volontà di “farsi da parte”, per evitare che la polemica disturbasse oltre la politica e l’immagine di Papa Francesco, e finisse per ostacolare la grande riforma del “governo” vaticano.

Papa Bergoglio ha accettato oggi, mercoledì 21 marzo, la rinuncia, e, fino alla nomina del nuovo Prefetto, la Segreteria sarà guidata dal Segretario del medesimo Dicastero, Monsignor Lucio Adrián Ruiz.

Tiesse, innovazione made in Italy

Impressiona osservare il “new deal” comunicazionale del Vaticano: sia la lettera di Monsignor Viganò sia la risposta del Pontefice sono state rese di pubblico dominio, nella loro interezza (e finanche in formato… pdf). Fino a pochi anni fa, una dinamica di questo tipo sarebbe stata impensabile, e già questa fenomenologia è sintomatica di un nuovo corso del Vaticano che merita essere apprezzato: una trasparenza eccellente, da far invidia allo Stato italiano…

Inizia così la lettera di Viganò: “In questi ultimi giorni, si sono sollevate molte polemiche circa il mio operato che, al di là delle intenzioni, destabilizza il complesso e grande lavoro di riforma che Lei mi ha affidato nel giugno del 2015, e che vede ora, grazie al contributo di moltissime persone a partire dal personale, compiere il tratto finale. La ringrazio per l’accompagnamento paterno e saldo che mi ha offerto con generosità in questo tempo, e per la rinnovata stima che ha voluto manifestarmi anche nel nostro ultimo incontro. Nel rispetto delle persone che con me hanno lavorato in questi anni, e per evitare che la mia persona possa in qualche modo ritardare, danneggiare o addirittura bloccare quanto già stabilito del Motu Proprio “L’attuale contesto comunicativo” del 27 giugno 2015, e soprattutto, per l’amore alla Chiesa e a Lei Santo Padre, Le chiedo di accogliere il mio desiderio di farmi in disparte rendendomi, se Lei lo desidera, disponibile a collaborare in altre modalità”.

Continua Dario Viganò: “In occasione degli auguri di Natale alla Curia nel 2016, Lei ricordava come “la riforma sarà efficace solo e unicamente se si attua con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini. Non basta accontentarsi di cambiare il personale, ma occorre portare i membri della Curia a rinnovarsi spiritualmente, umanamente e professionalmente. La riforma della Curia non si attua in nessun modo con il cambiamento ‘delle’ persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione e ‘nelle’ persone”.

L’ex Ministro delle Comunicazioni del Vaticano crede che il suo “farsi in disparte” possa rappresentare “occasione feconda di rinnovamento”: cita l’incontro di Gesù con Nicodemo (Gv 31, 1), ovvero il tempo nel quale imparare a “rinascere dall’alto”. “Del resto non è la Chiesa dei ruoli che Lei ci ha insegnato ad amare e a vivere, ma quella del servizio, stile che da sempre ho cercato di vivere”.

La citazione: “Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”.

Il “casus belli”: in occasione della presentazione della collana “La teologia di Papa Francesco”, pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana (Lev), 11 volumi curati da Roberto Repole, avvenuta lunedì 12 marzo, Monsignor Viganò aveva letto una lettera del Pontefice emerito Benedetto XVI che contestava lo “stolto pregiudizio” sulla formazione teologica di Francesco e sottolineava la “continuità interiore” tra i due pontificati.

In tutta la mia vita”, era una parte della lettera letta da Viganò ma non presente nel comunicato ufficiale della Segreteria per la Comunicazione, “è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto sui libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo anche solo per ragioni fisiche non sono in grado di leggere gli 11 volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunto”.

Giorni dopo, il giornalista Sandro Magister ha reso noto che nella missiva c’era un’ultima parte, né letta né presente in alcun comunicato: “Solo a margine, vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali. Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della ‘Kolner Erklarung’, che, in relazione all’enciclica ‘Veritas Splendor’, attaccò in modo virulento l’autorità magistrale del Papa specialmente su questioni di teologia morale. Anche la ‘Europaische Theologengeselleschaft’, che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un’organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito questo orientamento, prendendo quello organizzazione un normale strumento di incontro tra teologi. Sono certo che avrà comprensione per il mio diniego e la saluto cordialmente. Suo Benedetto XVI”.

Per chi conosce Benedetto XVI e le sue diatribe con altri teologi tedeschi, non si tratta certo di una novità, ma – senza dubbio – il significato politico della vicenda è deflagrante.

Chi è Peter Hünermann, tanto inviso a Ratzinger? Ottantanovenne cattedratico a Tubinga, definì Benedetto XVI un uomo “cresciuto nella vecchia epoca, con la vecchia teologia precedente il Concilio”, ed in un recente commento sul lascito più grande del pontificato ratzingeriano ha risposto: “Il fatto di ritirarsi” (!!!). Tra l’altro Hünermann firmò qualche anno fa un appello (tra i firmatari anche Hans Küng) con cui si chiedeva l’ordinazione delle donne al sacerdozio, l’ordinazione di uomini sposati, la partecipazione dei laici alla nomina dei vescovi e dei parroci, la “non esclusione” di divorziati risposati e di quanti vivono in un’unione tra persone dello stesso sesso… I proponenti chiedevano libertà: “libertà del messaggio evangelico” e “libertà di coscienza”. Tesi che ci sembra siano state, almeno in parte ed in prospettiva, accolte da Papa Francesco…

Quella che doveva essere una lettera di sostegno di Benedetto a Francesco finisce con il mettere in contrapposizione il Papa emerito con il Papa regnante.

Askanews, in un’accurata ricostruzione della vicenda, utilizza l’efficace espressione di “effetto boomerang”.

Viganò è quindi finito al centro delle polemiche, ed è stato considerato il responsabile di una “omissione”, e finanche di una “censura”. Alcuni attacchi alla sua persona son stati veramente aggressivi, in particolare da parte del quotidiano “La Notizia” (diretto da Gaetano Pedullà).

Il 12 marzo, nella “Sala Marconi” della Segreteria per la Comunicazione, alla vigilia dei cinque anni di pontificato di Bergoglio, Viganò aveva presentato la versione, poi risultata parziale, della lettera di Ratzinger a sostegno di Francesco. La lettera di Joseph Ratzinger, presentata come una difesa di Bergoglio da parte di Ratzinger, aveva alcune righe sfocate…

Il quotidiano “Il Foglio” ha chiesto alla direzione della Sala Stampa del Vaticano perché dal comunicato diffuso ai giornalisti fosse stata tagliata una parte della lettera: la risposta, è stata che questa parte “non è stata eliminata. Semplicemente, la lettera è personale e dunque non si riteneva utile (neanche elegante) leggere tutto”.

Inoltre, nella foto diffusa ai media, il paragrafo “misterioso” era stato oscurato. L’Associated Press – senza dubbio una delle più autorevoli agenzie di stampa al mondo – ha protestato, parlando di “manipolazione” che va contro “l’etica professionale giornalistica”. Sul secondo foglio, dove è visibile solo la firma autografa di Benedetto XVI, era (non) casualmente posizionata l’opera omnia con gli 11 volumi. A ventiquattro ore di distanza, il Vaticano chiariva che non c’era stata alcuna ritoccata, ma che la foto era “artistica”. Qualcuno ha commento: più che “artistica”… “manipolata ad arte” (c’è chi ha sostenuto che fosse stata simpaticamente “taroccata”).

Sabato scorso (17 marzo), dopo tante polemiche, la Segreteria per la Comunicazione, ha reso noto l’intero paragrafo nel quale Benedetto XVI criticava la scelta di inserire fra i teologi chiamati a commentare il pensiero di Francesco.

Il Prefetto Viganò ha così motivato la decisione: “Della lettera, riservata, è stato letto quanto ritenuto opportuno e relativo alla sola iniziativa, e in particolare quanto il Papa emerito afferma circa la formazione filosofica e teologica dell’attuale Pontefice e l’interiore unione tra i due pontificati, tralasciando alcune annotazioni relative a contributori della collana. La scelta è stata motivata dalla riservatezza, e non da alcun intento di censura. Per dissipare ogni dubbio, si è deciso quindi di rendere nota la lettera nella sua interezza”.

In effetti, la lettera di Ratzinger pare fosse stata consegnata in busta recante la dicitura “riservata personale”. Qualcuno si domanda – giustamente – per quale ragione la Lev – Libreria Editrice Vaticana abbia potuto commissionare ad un professore tedesco che simpatizzava per i movimenti anti-Papa Ratzinger un saggio sulla teologia del Pontefice regnante… o per quale ragione si chiedesse al Papa emerito una sorta di “benedizione”…

L’incidente poteva ritenersi positivamente chiuso, ma, evidentemente, a fronte del rischio di una rinnovata marea di critiche Monsignor Viganò e Papa Francesco hanno deciso di stimolare una pacificazione degli umori.

Siamo sicuri che la decisione sia stata condivisa.

Le parole di Francesco nei confronti di Viganò sono ben impressionanti: “A seguito dei nostri ultimi incontri e dopo aver a lungo riflettuto e attentamente ponderate le motivazioni della sua richiesta a compiere ‘un passo indietro’ nella responsabilità diretta del dicastero per le comunicazioni, rispetto la sua decisione e accolgo, non senza qualche fatica, le dimissioni da prefetto. Le chiedo di proseguire restando presso il dicastero, nominandola come assessore per il dicastero della comunicazione per poter dare il suo contributo umano e professionale al nuovo prefetto al progetto di riforma voluto dal Consiglio dei Cardinali, da me approvato e regolarmente condiviso. Riforma ormai giunta al tratto conclusivo con l’imminente fusione dell’Osservatore Romano all’interno dell’unico sistema comunicativo della Santa Sede e l’accorpamento della Tipografia Vaticana”.

Il Papa esplicita la gratitudine nei confronti del presbitero: “Il grande impegno profuso in questi anni nel nuovo dicastero, con lo stile di disponibile confronto e docilità che ha saputo mostrare tra i collaboratori e con gli organismi della Curia romana, ha reso evidente come la riforma della Chiesa non sia anzitutto un problema di organigrammi quanto piuttosto l’acquisizione di uno spirito di servizio“. Bergoglio ringrazia infine Viganò “per l’umiltà e il profondo sensus ecclesiae”.

La querelle è sostanziale e formale, e potrebbe rappresentare un caso di studio, in mediologia. Ma va ben oltre.

Va segnalato che Sandro Magister, vaticanista de “l’Espresso”, è un estimatore di Joseph Ratzinger e si mostra non di rado critico con Francesco: è stato Magister a riportare integralmente il paragrafo della epistola nel suo blog “Settimo Cielo”.

Il “piccolo” episodio rivela la profondità dello scontro ancora in atto tra due “anime” del Vaticano: volendo semplificare, il conservatore Ratzinger e l’innovatore Bergoglio. O finanche, volendo esasperare, il “reazionario” ed il “rivoluzionario”.

La vecchia Chiesa versus la Chiesa nuova.

Se Joseph Ratzinger ha sempre voluto smentire, pubblicamente e privatamente, un contrasto con il suo successore, non pochi “ratzingeriani” usano invece Benedetto XVI per attaccare Francesco. C’è una sorta di azione carsica, sui blog, sui giornali o nei conciliaboli dentro e fuori dal Vaticano. Cercano con attenzione una qualche citazione ratzingeriana per mettere in discussione le riforme di Bergoglio: dalla comunione ai divorziati risposati alle parole di accoglienza verso gli omosessuali a quelle sul perdono di peccati come l’aborto…

Il Papa regnante non ha certo necessità della legittimazione del suo predecessore: basta certamente quella del Conclave che lo ha eletto. E peraltro chi ha detto che “per fare il Papa” un Papa debba essere un grande teologo, e non, ad esempio, unfilosofo come Giovanni Paolo II, un diplomatico come Giovanni XXIII o uncomunicatore come Paolo VI

Dopo il Cardinale George Pell, che ha lasciato – sospeso, non dimessosi (è tutt’altra storia…) – la guida della Segreteria per l’Economia per rispondere, in un tribunale in Australia, alle accuse di pedofilia, Viganò è il secondo “capodicastero” che Papa Francesco perde dopo aver nominato.

Dario Edoardo Viganò, 55 anni, apprezzato dai più per cultura ed eleganza, è un grande esperto di cinema e di media: come mediologo, ci limitiamo a ricordare il monumentale (1.300 pagine) “Dizionario della Comunicazione”, di cui è stato curatore nel 2009 (per i tipi di Carocci). È stato professore alla Lumsa e alla Luiss.Professore ordinario di Teologia della Comunicazione presso la Pontificia Università Lateranense, è stato Preside dell’Istituto pastorale “Redemptor Hominis” dal 2006 al 2012, e Direttore del Centro Lateranense Alti Studi. È poi approdato alla presidenza della Fondazione Ente dello Spettacolo (Feds, organismo della Cei – Conferenza Episcopale Italiana), ed alla guida delCentro Televisivo Vaticano. Dopo le dimissioni di Ratzinger (fu Viganò a “girare” la scena quasi felliniana dell’elicottero del Papa emerito che lascia il Vaticano per Castel Gandolfo) ed il Conclave che ha eletto Bergoglio (fu Viganò uno dei primissimi a entrare in Cappella Sistina per le prime riprese del nuovo eletto), il Papa lo ha voluto alla guida del nuovo dicastero, che ha avuto il compito, in questi anni, di riformare il delicato settore dei mass media vaticani, portandolo ad una gestione unitaria e sinergica: Radio Vaticana, Centro Televisivo Vaticano, “Osservatore Romano”, Tipografia Vaticana, Sala Stampa della Santa Sede.

Si è trattato di un compito arduo: Viganò ha analizzato e studiato per razionalizzare, accorpare, risparmiare, con l’obiettivo finale di rilanciare la comunicazione della Santa Sede in chiave moderna (e finanche post-moderna) e contemporanea. Il fulcro del sistema, frutto di un processo di consolidamento sul piano economico e tecnologico, è rappresentato dal Centro Editoriale Multimediale: una struttura unificata per la produzione quotidiana di qualsiasi tipologia di contenuto (audio, testi, video, grafica…), in modalità multilingua e multicanale, che operava sotto la guida della Direzione Editoriale, tenuta appunto da Viganò. Il tutto sotto un “brand” come Vatican News.

Si è trattato di un’intrapresa che ha evidentemente provocato non poco malumore e gli ha guadagnato più di un nemico. Lo scorso settembre, a margine di un incontro alla Luiss su “Comunicazione e tecnologia”, disse una frase che riletta oggi può apparire profetica: “chi non applica nuovi rimedi si deve preparare a nuovi mali, perché il tempo è il più grande innovatore”.

Basti ricordare che era stata la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, a fine settembre, a bloccare (da dentro il Vaticano) l’accesso alla pagina web da cui si si poteva aderire alla iniziativa che accusa il Papa di sette eresie, collegate a quanto scrive nella “Amoris Laetitia”. Il blocco fu deciso “in accordo alle politiche di sicurezza nazionale”, come recitava la scritta che compare a chi dal Vaticano cerca di accedere alla pagina www.correctiofilialis.org.

Da nessun computer del Vaticano, dunque, si poteva né si può aderire alla petizione del sito, che accusa Papa Bergoglio di eresia, di modernismo e di troppo entusiasmo per Martin Lutero. Tra le 62 firme, quelle di Ettore Gotti Tedeschi(ex Presidente dello Ior) e Bernard Fellay (scomunicato da papa Giovanni Paolo II nel 1988 perché consacrato senza mandato pontificio dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, e Ratzinger nel 2009 ha revocato la scomunica…): nella lettera lunga 25 pagine si chiede a Papa Francesco chiarezza sulle novità introdotte dalla “Amoris Laetitia” in materia di matrimonio e famiglia e si indicano “sette posizioni eretiche, riguardanti il matrimonio, la vita morale e la recezione dei sacramenti”…

È già scattato il toto-nomine del post-Viganò: dal vescovo irlandese Paul Tighe(Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura) ricevuto nei giorni scorsi dal Papa al il monsignore di Curia Carlo Maria Polvani (già Responsabile dell’Ufficio Informazioni della Segreteria di Stato, e che qui ci piace ricordare per un articolo su “L’Osservatore Romano” del 20 dicembre 2017, intitolato “Gli algoritmi non sono neutri”).

Auguriamoci comunque che la innovativa strategia mediale costruita da Dario Edoardo Viganò non venga rallentata: la direzione era e resta quella giusta, la capacità del Vaticano di comunicare il nuovo corso di una novella Chiesa, veramente aperta al mondo (trasparente e condivisiva), realmente sensibile verso chi soffre (basti ricordare le parole di fuoco di Bergoglio contro la cultura dello “scarto”). È di fatto la stessa direzione strategica indicata da un altro prelato innovatore, come Monsignor Nunzio Galantino (Segretario Generale dellaConferenza Episcopale Italiana – Cei) anch’egli oggetto di continue aggressioni da parte di chi vuole una Chiesa conservatrice e non innovatrice, autoreferenziale piuttosto che aperta al mondo.

Lo scontro in essere è profondo e duro, e si prevedono sviluppi che vanno ben oltre il caso della lettera-boomerang.

Papa Francesco deve affrontare – paradossalmente – “poteri forti” che lo combattono, dentro e fuori le mura vaticane. Poteri anche occulti. Senza dimenticare che anche la Santa Sede è attiva nell’“intelligence”, interna ed esterna.

Insomma, la partita in atto va ben oltre l’incidente in questione. È una partita di dimensione – senza retorica – planetaria.

Persona amica che conosce a livello alto le segrete dinamiche della Santa Sede ci ha scritto: “la querelle della lettera è stata gestita ad arte da nemici esterni con la complicità di quelli interni che non si piegano alla riforma. Sono attacchi virulenti e personali. Se costoro usassero la stessa intensità che hanno usato nell’attaccare Viganò per annunciare il Vangelo, ora saremmo già nel Regno…”.

key4biz.com

Pedofilia, parrocchia pavese: “Non sapevamo del passato di Don Silverio”

La parrocchia di Montù Beccaria, in provincia di Pavia, ha dichiarato che non sapeva nulla del passato di don Silverio, dove il sacerdote si trovava da più di un anno. Si tratta del prete di cui avevamo parlato il 7 marzo in un servizio in cui raccoglievamo la denuncia di una sua presunta vittima di atti di pedofilia. Proprio dopo quel giorno don Silverio avrebbe lasciato il paesino.

“Io non sapevo nulla e nemmeno il nostro parroco era a conoscenza di questa situazione” ha commentato il sindaco del paese, Amedeo Quaroni. Don Silverio sarebbe stato mandato nel Pavese dalla diocesi di Nola (Napoli) come ospite della Congregazione dei missionari della Divina Redenzione, di cui fa parte anche il parroco di Montù.

Che sapessero o non sapessero, resta inquietante che un sacerdote che potrebbe essere, come diceva la Iena Pablo Trincia, “al centro di uno dei più grandi scandali di pedofilia della storia della Chiesa italiana”, non sia stato ancora almeno sospeso e possa esercitare tranquillamente le sue funzioni, seppur spedito dall’altra parte d’Italia.

Qualche settimana fa noi de Le Iene, nel servizio di Pablo Trincia, abbiamo ascoltato la testimonianza di Diego, che all’età di 13 anni sarebbe stato abusato dal prete, allora suo insegnante di religione, nel quartiere napoletano di Ponticelli. Si sarebbe trattato di abusi sistematici con “rapporti sessuali completi, 2-3 volte la settimana per 3 anni e mezzo”, denunciati da Diego otto anni fa. Qualche settimana fa, mentre noi de Le Iene stavamo già indagando sul caso, Papa Francesco è intervenuto per chiedere di riaprire l’inchiesta interna su don Silverio.

“Se non riesco ad avere giustizia, dopo 8 anni di lotta e l’intervento del Papa, tutti resteranno nella paura e nessuno denuncerà più i preti orchi. Ogni volta che io arrivavo in Curia, loro chiamavano la polizia. Due agenti, molto gentili, quasi scusandosi con me, erano costretti a farmi da scorta. Il pazzo sono io per la Chiesa. Meno male che c’è mia moglie accanto a me, una donna d’oro, se no impazzivo davvero”. Ci ha raccontatoDiego al telefono dopo la messa in onda del nostro servizio.

“E non sono stato la sua unica vittima”, continua Diego. “Ce sono almeno altre 10. Forse anche di più perché quel prete ha fatto ‘una strage di bambini’: la voce gira da anni. Come ha detto Pablo Trincia in onda, questo potrebbe essere uno dei casi più gravi di abusi sessuali nella storia della Chiesa italiana. Intanto, già solo quei 10 di cui sono a conoscenza non si espongono perché spaventati. La Curia è arrivata perfino a violare il mio anonimato pubblicando il mio vero nome in un comunicato stampa. C’è un processo per questo e il comunicato è stato fatto cancellare anche da internet dalla Polizia postale”.

Noi speriamo che sia la Curia che la legge si muovano al più presto per fare luce su questa vicenda. Vi terremo aggiornati.

iene.mediaset.it

Ha subito abusi dal prete che si prendeva cura di lui: dopo 35 anni confessa lʼaccaduto

“Un prete come un papà, ma che abusa di te”. È questo il titolo dell’ultimo servizio firmato da Matteo Viviani a Le Iene che racconta la storia di Jurek, ragazzo polacco arrivato in Italia quando era solo un bambino per quella che doveva essere un’occasione di riscatto da una vita di violenze e povertà. In realtà si è trasformata in un incubo. Ormai uomo, Jurek racconta nel dettaglio gli abusisubiti da parte del prete a cui è stato affidato una volta arrivato in Italia. Si tratterebbe di veri e propri ricatti sessuali in cambio di piccole concessioni come uscire o andare a pattinare, oltre a continue attenzioni che avrebbero causato enormi danni a Jurek, sostenuto ancora oggi da uno psicologo per superare l’accaduto.

L’inviato intercetta poi il sacerdote, parroco di una piccola parrocchia dove è quotidianamente a contatto con diversi bambini. Il prete non ha rilasciato dichiarazioni a differenza del vescovo di Isernia, Camillo CIbotti, a conoscenza della vicenda già da tempo: “Abbiamo iniziato il nostro percorso canonico per accertare la verità e oggi, all’insegna di tutte le prove che abbiamo avuto, non riteniamo di dover allontanare il sacerdote”. L’ultimo messaggio è quello di Jurek che si rivolge a chi come lui è vittima di un orco: “Non vi tenete tutto dentro, parlate, non avete paura, voi non avete fatto niente”.

tgcom24

«Fa discutere il bilancio di Papa Francesco». Ancora no ai preti sposati

CITTÀ DEL VATICANO – «Fa discutere il bilancio di Papa Francesco»: con questo titolo su tutta la prima pagina, Le Monde commenta oggi i 5 anni di papato di Bergoglio, «arrivato con un’immagine progressista».

Nessun cambiamento significativo ad esempio sulla questione del celibato dei preti e della riammissione dei preti sposati nella Chiesa (ndr).

«Il pontefice – scrive Le Monde – è particolarmente criticato per la gestione dello scandalo della pedofilia e per il rifiuto di affrontare la responsabilità del clero». Inoltre, «la sua volontà di apertura sul mondo esterno incontra delle resistenze, in particolare nella riflessione sull’evoluzione della famiglia».

tio.ch

Don Sguotti prete dalla doppia vita difende don Contin e don Cavazzana. Vergogna!

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati disgustato dalle dichiarazioni di don Sguotti a margine del caso don Contin: “I preti dalla doppia vita sono la rovina delle parrocchie e delle comunità cristiane. Meglio la trasparenza. Ora basta il Papa e il Vaticano ci riaccolgano nelle parrocchie”.

L’associazione dei preti sposati rammaricata per la mancata riforma di Papa Francesco sui preti sposati interviene dopo le dichiarazione di din Sguotti apparse su “Il Gazzettino” (ndr)

«Con tutti i distinguo del caso, certo, ma sacerdoti come don Andrea Contin o don Roberto Cavazzana la gente li amava e li apprezzava perché li percepiva come preti più veri. Quando si vive una relazione con una donna, questa ti completa e ti rende più vicino alle persone. La gente lo notava».

Sante Sguotti adesso fa lavori in ambito amministrativo, dopo essere stato camionista in una cooperativa a Lovertino di Albettone. Nell’estate 2007 però il suo nome era dappertutto per via dello scandalo che lo aveva coinvolto quando, da sacerdote e parroco di Monterosso, frazione di Abano, aveva annunciato la storia d’amore con la sua parrocchiana Tamara Vecil e la nascita di un figlio. Rivelazioni che avevano portato alla sospensione “a divinis” di don Sante su decisione dello stesso Benedetto XVI

“Il Prete È Tutto Mentre La Suora Non È Niente Nella Chiesa”. Le Suore Contro Lo Sfruttamento Nasce il Manifesto per le donne della Chiesa

Donne Chiesa Mondo, la rivista mensile dell’Osservatore Romano denuncia in maniera aperta e senza troppi giri di parole lo sfruttamento del lavoro delle suore all’interno del sistema clericale. Nel numero di marzo un articolo molto approfondito spiega la condizione delle donne nella chiesa.

Il ruolo delle suore sminuito
Le suore si occupano prevalentemente di svolgere lavori domestici nelle case di prelati e cardinali o presso istituzioni scolastiche e ambulatori. Il loro lavoro non viene quasi mai retribuito e in ogni caso non è regolamentato.
Non vi è meritocrazia. Lo svilimento della professionalità delle suore, anch’esse donne alle prese con un mondo ancora e in una condizione gerarchica maschile, per non dire maschilista. Le testimonianze riportate nell’inchiesta sono per lo più di suore che operano all’estero ( Francia, Africa, Asia) ma la problematica, come anche specificato, esiste anche in Italia. Le suore e il loro lavoro è sempre stato storicamente ritenuto come un’opera di volontariato, che non necessitasse alcuna professionalità particolare.

Il clericalismo uccide la Chiesa
Questa mentalità e arcaica convinzione ha fatto sì che spesso si siano anche perpetrati dei veri e propri abusi o sfruttamenti gravi nei confronti delle suore. Suor Paule, una delle intervistate dichiara:

Dietro tutto ciò, c’è purtroppo ancora l’idea che la donna vale meno dell’uomo, soprattutto che il prete è tutto mentre la suora non è niente nella Chiesa. Il clericalismo uccide la Chiesa- ha spiegato suor Paule. Suor Paule ha poi detto di aver conosciuto delle suore che avevano prestato servizio per 30anni e che le hanno raccontato come «quando erano malate, nessun prete di quelli che servivano andava a trovarle. Dall’oggi all’indomani venivano mandate via senza una parola. Senza alcun sussidio.
Il cambiamento non sarà facile. Lo dice anche Lucetta Scaraffia al New York Times. Lucetta è la direttrice dell’Osservatore Romano, nonché docente presso la Sapienza di Roma.

Molti prelati non vogliono ascoltare queste cose, perché è più facile avere delle suore che interpretano dei ruoli sottomessi
Manifesto per le donne della Chiesa
Ma qualcosa si muove. Alcune donne di Chiesa hanno scritto il Manifesto per le donne della Chiesa. Questo primo importante scritto, prodotto solo qualche settimana fa in Italia, riporta delle specifiche richieste come il rispetto non solo della persona ma anche delle personali vocazioni e professionalità. Tre, inoltre, i criteri essenziali per far sì che queste suore e donne senz’altro coraggiose si mettano a disposizione della Chiesa:

– Assertività: non temiamo di proporre, di chiedere riconoscimento per ciò che facciamo e portiamo alla comunità

– Libertà: il nostro agire non è finalizzato a conquistare posti di prestigio e questo ci mette in condizioni di non ricattabilità

– Alleanza femminile: là dove siamo e tra noi scegliamo di essere alleate delle sorelle che incontriamo e soprattutto di non cadere nella rivalità tra donne per ottenere l’approvazione maschile.

Non ambiscono a posizioni di potere, e lo specificano nello scritto. E proprio per questo non sono ricattabili.

ultimavoce.it

Esorcismi e abusi, il vescovo Spinillo ​cinque ore dal pm a testimoniare

È arrivato a Palazzo di Giustizia intorno alle 13 e ne è uscito che stava tramontando. Il vescovo Angelo Spinillo si è fatto accompagnare dall’avvocato Alfonso Quarto, tuttavia la presenza del legale era superflua, dal momento che il presule di Aversa non è indagato ed è stato sentito a «sommarie informazioni testimoniali».

Ciononostante, è durato oltre cinque ore l’interrogatorio di monsignor Angelo Spinillo, convocato in procura a Santa Maria Capua Vetere come persona informata sui fatti per la vicenda degli esorcismi a Casapesenna. Lo scopo del lungo colloquio con i magistrati dell’ufficio diretto dal procuratore Maria Antonietta Troncone è stato, dunque, quello di cercare di chiarire alcune circostanze relative allo scandalo che ha colpito la Diocesi di Aversa con l’arresto del sacerdote Michele Barone, tutt’ora in carcere con l’accusa di avere spacciato per riti esorcisti abusi e maltrattamenti ai danni di tre ragazze, tra le quali una 14enne. Nelle stesse ore, ieri, il gip Ivana Salvatore ha revocato i domiciliari per i genitori della minorenne, disponendo però il divieto di avvicinamento alla ragazzina e la sospensione della potestà genitoriale. Respinta, invece, l’istanza di scarcerazione presentata da don Michele Barone che resta in carcere, a Santa Maria Capua Vetere. Tutti gli indagati, incluso il poliziotto Luigi Schettino, hanno presentato istanza al Tribunale del Riesame e si professano innocenti.

Ma torniamo alla figura di Spinillo, che entra nella vicenda per due principali aspetti. Da un lato c’è quanto appurato dalla Procura sulle presunte pressioni esercitate nei confronti della sorella della vittima e finalizzate a farle ritirare la denuncia contro don Barone. Dall’altro lato, c’è quanto ha sostenuto dal prete nel corso dell’interrogatorio di garanzia, quando ha dichiarato che quelli che praticava a Casapesenna erano solo «riti di purificazione» e non esorcismi e che «il vescovo Spinillo ne era al corrente» in quanto «veniva relazionato da me di volta in volta e poi approvava».

Il nocciolo della questione sta però in quel video registrato di nascosto dalla sorella di una delle vittime, andato in onda nel programma «Le Iene» e infine consegnato ai pm. La ragazza andò in Curia per chiedere al vescovo di fermare don Barone. E dal dialogo sembra che monsignor Spinillo abbia tentato di convincerla a ritirare la denuncia che aveva sporto, qualche giorno prima, nei confronti del sacerdote al commissariato di polizia di Chiaiano.
tratto da Il Messaggero

Ci stiamo forse avviando, nella Chiesa, verso un’epoca nuova. Ma servono i preti sposati

Le prime luci dell’alba di una Chiesa rinnovata con l’aiuto di tutti

Si sta forse dileguando la notte di una Chiesa che ha il dono di Cristo ma non comprende gli uomini e arranca, anche confondendosi e perdendo la semplicità di cuore

Ci stiamo forse avviando, nella Chiesa, verso un’epoca nuova. L’epoca del discernimento vivo, in un sempre più adeguato contatto con le persone e le realtà specifiche. Un discernimento, dunque, che può rinnovare di continuo gli sguardi a tutto campo. Possiamo comprendere l’importanza di una formazione spirituale, umana, culturale, sempre rinnovata. Può rivelarsi un gran dono cercare come padri, madri, spirituali si trovano in questo cammino.

Quanto più la guida è maturata su questa strada tanto più non finiremo di vederci aprire orizzonti rinnovati in tanti aspetti della nostra vita. Un amore che ci comprende, che aiuta a comprenderci con serenità, a trovare le adeguate tappe, vie, della nostra crescita spirituale e psicofisica. Un amore non di rado sorprendente per la sua leggerezza liberatoria, illuminante e al tempo stesso per la sua profondità. «Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti» (Lc 6, 19).

La nuova venuta di Gesù ci sta forse avvicinando dunque al suo concreto, sereno, discernimento. In una consapevolezza, in una maturazione spirituale e umana, del cuore, che, nella graduale concreta conoscenza, può leggere sempre più semplicemente, equilibratamente, profondamente, i possibili doni, le possibili ferite, i possibili passaggi risolutivi, della storia di ogni persona, cercando insieme a lei. Senza incepparsi in astratti spiritualismi, psicologismi. Tanto meglio conoscendo a sufficienza la psicologia ma tenendone conto cum grano salis in questa maturazione del cuore nella luce serena. Dunque non astrazioni varie, disincarnate, anche giustapposizioni tra religione e psicologia, come talora in una formazione spiritualistica, razionalistica, tecnicistica.

Persone, per esempio, che in un certo momento della propria vita sentono il bisogno di un confronto anche psicologico può accadere spesso che dopo qualche tempo lascino lo psicologo (o anche il padre spirituale-psicologo) perché in questi rapporti sperimentano qualche aiuto ma anche appesantimenti, astrazioni spiritualistiche, tecnicistiche, vaghezze non risolutive. Mentre, con un tale formatore, vedono tanti nodi sciogliersi gradualmente con naturalezza, serene vie spirituali e umane aprirsi o, per esempio, trovano – nei casi strutturalmente irrisolivibili – in mille modi percorsi più vivibili. Pur nel mistero di ogni uomo, una sempre più profonda, equilibrata, consapevolezza viva, non variamente astratta, nel formatore, anche della coscienza spirituale e umana della persona che gli chiede un confronto.

Tale figura di formatore, proprio perché accompagna ciascuno sul suo personalissimo cammino, può aiutare anche non credenti e fedeli di altre religioni alla luce di questo amore sereno, liberante, rispettoso. Anche, per esempio, il non credente è in cerca di sé stesso e sperimenta il disorientamento di una cultura frammentaria, riduttiva, astratta. Anche il non credente può sperimentare concretamente il beneficio di sentirsi accolto non schematicamente ma nella propria viva, personalissima, umanità, ricerca. E anche questo può rivelarsi un segno delle prime luci dell’alba.

Si sta forse dileguando la notte di una Chiesa che ha il dono di Cristo ma in varia misura non comprende gli uomini e arranca, anche confondendosi e perdendo la semplicità di cuore dietro alle loro scoperte e giuste critiche. Brillano le prime luci dell’alba di una Chiesa che impara con l’aiuto di tutti a trovare il cuore non spiritualistico, non razionalistico, ma divino e umano di Cristo che, solo, scioglie ogni nodo.

Si può gradualmente, attraverso la crescita di tanti, fornire anche per questa via un sempre più approfondito contributo al rinnovamento della società, della cultura. Chiedere, se Dio vuole per noi questa via, aiuto prima di tutto a Lui stesso nel cercare, ciascuno secondo le serene tappe del proprio cammino, guide, gruppi di crescita, in tale direzione.
vaticaninsider

Pedofilia, sesso e potere… il coraggio della denuncia

Marinella Perroni
www.ilregno.it

La presa di parola pubblica delle vittime di pedofilia e delle donne che subiscono abusi e ricatti sessuali destabilizza e suscita reazioni scomposte, perché interrompe le inique regole del gioco e fa sì che niente possa più essere come prima. Per questo è necessaria.

Quando, nel gennaio 2010, Klaus Mertes, rettore del Collegio dei gesuiti di Berlino, ebbe il coraggio di rendere pubblici i casi di pedofilia che nel corso del tempo si erano verificati all’interno della sua scuola, lo shock è stato grande. Grande e salutare. Ormai, nella diga di omertà che proteggeva all’inverosimile l’orribile devianza che portava il clero ad abusare di bambini e di ragazzi che frequentavano oratori e scuole cattoliche era stata aperta la prima grande breccia.

A partire dalle vittime

Ha così avuto inizio quell’inondazione che continua a travolgere la Chiesa cattolica, con ripetitività agghiacciante in tutti i paesi del mondo, sollevando il velo sui danni causati dalle strategie messe in campo per la formazione del clero, ma anche da una a dir poco distorta valutazione della sessualità umana.

È pur vero, però, che l’unica istituzione che ha dato prova di voler affrontare il fenomeno degli abusi sui minori che affligge l’intero pianeta è la Chiesa cattolica, a cui, in realtà, ne viene statisticamente imputata solo una percentuale minima. Potrebbe sicuramente farlo meglio, le resistenze e gli errori sono troppi e, a volte, ancora molto gravi, ma le denunce hanno ingenerato un circolo virtuoso che, insieme a comprensibili paure, induce anche nuove forme di consapevolezza e nuove pratiche di convivenza tra i sessi e le generazioni.

Anche se sembra ormai inevitabile che durante ogni viaggio apostolico i pontefici debbano fronteggiare un doloroso confronto con vittime di violenza, anche se le forze messe in campo per contrastare il fenomeno sono spesso inadeguate, anche se sembrano inestirpabili forme di dolosa resistenza, anche se tutto questo lascia pensare che la piaga non verrà mai sanata, la dolorosa litania delle denunce impone, giorno dopo giorno, di fare i conti con la questione nodale dello stretto legame tra sesso e potere.

Certo, non è la prima volta che se ne parla, ma è la prima volta che se ne parla a partire dalle vittime perché la narrazione di qualcosa di antico come il mondo, appunto il rapporto sesso-potere, si apre con il coraggio di una denuncia: quanto avviene non è più scontato, ma impone di sovvertire logiche patriarcali nei confronti dei più piccoli.

Una spinta rivoluzionaria

Ancora più recentemente, un’altra denuncia è diventata virale. Perché mentre alcuni si perdevano nei rivoli dei mille distinguo sulla sua opportunità o sulla credibilità di chi per prima l’ha lanciata, il movimento #Metoo ha preso corpo e, come un fiume in piena, ha messo in crisi quella che veniva considerata una “regola del gioco” che da sempre governa il rapporto sesso-potere.

Il governo inglese ha tremato. Il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, ha scritto: «Chiunque sbarchi in una qualsiasi città d’America in questo inizio di 2018 si trova immerso in una rivoluzione dei costumi che riguarda i diritti civili di tutti i cittadini: la battaglia delle donne per far cessare gli abusi, di ogni tipo, nei loro confronti. È un’atmosfera che si respira ovunque: nei tribunali dove fioccano le denunce contro i molestatori, sui media dove dilagano le testimonianze più dettagliate, nelle cene fra amici dove si discute di vittime e colpevoli, dentro le aziende che studiano regolamenti più rigidi ed anche nelle sale cinematografiche dove Meryl Streep in The Post strappa applausi e lacrime come modello di leadership femminile per guidare l’America nella giusta direzione. La sensazione, forte e condivisa, è che la battaglia delle donne – iniziata contro gli abusi ma di impatto assai maggiore ‒ possa contribuire a rendere l’America un posto migliore».

E, mentre il governo canadese già prevede una divisione delle poltrone per sesso assolutamente equilibrata e l’Islanda ha reso illegale pagare gli uomini più delle donne per uno stesso lavoro, perfino il World economic forum di Davos si è adeguato chiamando sette donne a dirigere la sua 48° edizione, in cui si è discusso anche di molestie sessuali e del movimento #Metoo. In Italia, proprio in questi giorni anche molte donne dello spettacolo hanno alzato con forza la loro voce.

In un mondo come quello attuale, l’arma della denuncia può favorire spinte rivoluzionarie. Sempre è stato così, certo. Ce lo hanno insegnato il Mahatma Gandhi e Rosa Parks, per ricordare soltanto due dei personaggi: negli ultimi 70 anni, la loro denuncia ha segnato momenti di passaggio epocale nella storia dei diritti umani. Oggi, però, le denunce possono diventare globali. E, soprattutto, nessuno aveva attaccato al cuore il patriarcato mettendo in discussione la più radicale delle schiavitù, quella sessuale.

La lunga gestazione di una nuova coscienza

È vero, siamo solo agli inizi, e la convinzione che, attraverso il sesso, alcuni abbiano il diritto di esercitare il potere sui più deboli è stata solo scalfita. Lo mostrano le reazioni di chi si erge, in un modo o nell’altro, a difesa del sistema: che siano uomini di Chiesa che presumono che la santità del corpo di Cristo venga preservata insabbiando le denunce o uomini e donne che fanno finta di non saper distinguere tra corteggiamento e sopraffazione, tutti dimostrano che, ormai, nulla può essere più come prima.

Da tempo, d’altra parte, il femminismo ha svelato che oggi la rivoluzione non può che passare attraverso una nuova coscienza riguardo a tutto ciò che attiene alla differenza sessuale. Devono finalmente diventare patrimonio comune parole come quelle pronunciate a Davos dal famoso attore indiano Shah Rukh Khan mentre accettava il crystal award del Forum, concessogli per le sue campagne per i diritti dell’universo femminile: «Ringrazio mia sorella, mia moglie e mia figlia per avermi fatto capire l’onore di implorare e battersi per il “sì” di una donna».