Amazzonia: un Sinodo contrastato

In un’intervista concessa da Cláudio Hummes a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica (n. 8, maggio 2019), ora pubblicata integralmente anche sul mensile tedesco Stimmen der Zeit (n. 8, agosto 2019), il cardinale brasiliano ha parlato della “grandezza” di questo Sinodo che si celebrerà dal 6 al 27 ottobre prossimo. Ovvio quindi che nella Chiesa universale ci sia attesa, anche se qua e là non mancano resistenze, persino ad alto livello, come nel caso dei cardinali Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e Walter Brandmüller.

La grandezza di questo Sinodo

Nell’intervista, il card. Hummes – presidente della Rete panamazzonica ecclesiale REPAM e relatore generale del Sinodo -– ha messo bene in risalto la posta in gioco di questa assemblea sinodale, che giustifica appunto le grandi attese.

«Abbiamo un grande bisogno – ha affermato – di nuovi cammini, di non temere la novità, di non ostacolarla, di non fare resistenza. Dobbiamo evitare di portarci appresso ciò che è vecchio, come se fosse più importante di ciò che è nuovo. Vecchio e nuovo devono coniugarsi, la novità deve rafforzare e incoraggiare il cammino. L’affermazione del Pontefice è molto forte: dobbiamo camminare e andare avanti, senza opporre resistenza (…).

Tante volte, ci preoccupiamo dell’eventualità di trapiantare i modelli dei sacerdoti europei nei sacerdoti indigeni. Ma qualcuno, a ragione, ha fatto notare che si attribuisce troppa importanza e priorità al profilo del ministro ordinato, anteponendolo alla comunità che deve riceverlo. Dev’essere il contrario: la comunità non è per il suo ministro, ma è il ministro per la sua comunità. Egli dev’essere adeguato ai bisogni della comunità.

Verso il Sisnodo

Questo bisogno della comunità, forse, dovrà spingerci a pensare a ministeri differenziati a partire dal fatto che una certa comunità, in un posto specifico, ha bisogno di una presenza adeguata.

Non mettiamoci a difendere una sorta di figura storica a cui un ministro deve attenersi senza possibili variazioni, in modo che le comunità debbano accettarlo e tenerselo perché è così che noi glielo inviamo.

Sì, i ministri sono inviati, ma dobbiamo saper inviare, in modo da rispettare quella concreta comunità che ha necessità proprie e specifiche. Anche i ministeri vanno pensati a partire dalla comunità: dalla sua cultura, dalla sua storia e dalle sue necessità. L’apertura significa questo».

Ha quindi aggiunto: «La Chiesa indigena non si fa per decreto. Il Sinodo deve aprire la strada affinché sia possibile provocare un processo che abbia la sufficiente libertà e che riconosca la dignità propria di ogni cristiano e di ogni figlio di Dio. Ecco la grandezza di questo Sinodo. Il Papa sa quanto esso possa risultare storico per tutta la Chiesa. Ma la strada da seguire ci esorta a badare che non si riproduca e non si ripeta l’esistente».

Resistenze

Il cardinale ha parlato anche di resistenze che ci sono «sia nella Chiesa sia al suo esterno, ad esempio nei governi, nelle imprese e dappertutto. Dobbiamo discernere come comportarci davanti a queste opposizioni, sapere che cosa si deve fare… Gli interessi economici e il paradigma tecnocratico avversano qualsiasi tentativo di cambiamento e sono pronti a imporsi con la forza, violando i diritti fondamentali delle popolazioni nel territorio e le norme per la sostenibilità e la tutela dell’Amazzonia. Ma noi non dobbiamo arrenderci. Sarà necessario indignarsi. Non in modo violento, ma certamente in maniera decisa e profetica».

Ha ricordato quindi le continue violazioni dei diritti umani e la distruzione dell’ambiente, affermando che ci troviamo di fronte una situazione “drammatica”. «Peggio ancora – ha sottolineato – è che questi crimini rimangono per lo più impuniti».

Per questa ragione, nel Sinodo, oltre alla teologia e alla pastorale si dovrà trattare anche degli interessi degli indigeni, dei diritti umani e della difesa dell’ambiente.

Ha aggiunto anche che i nuovi bisogni pastorali dovranno spingere a pensare a ministeri differenziati a partire dal fatto che una certa comunità, in un posto specifico, ha bisogno di una presenza adeguata.

L’autodissoluzione della Chiesa

Duramente critico su questo Sinodo e le sue finalità è il card. Gehrard Ludwig Müller. In un libro, appena pubblicato, dal titolo Römische Begegnungen (Incontri romani) egli accusa papa Francesco di lavorare per la dissoluzione (Auflösung) della Chiesa.

«La secolarizzazione della Chiesa secondo il modello del protestantesimo non è il primo passo della sua modernizzazione, ma l’ultimo della sua autocancellazione (Selbstabschaffung)». Rimprovera anche al Vaticano di essere una cricca di potere e accusa il capo della Chiesa di sensazionalismo.

Müller mette in guardia la Chiesa da un orientamento verso lo «spirito del tempo» e «la tendenza dominante» (mainstream). Una «riforma della Chiesa – scrive – c’è solo attraverso un rinnovamento in Cristo». Ci vuole «più fede e testimonianza, meno politica, intrighi e giochi di potere». Critica anche la celebrazione fatta in Germania nel 2017 del giubileo 500 anni della Riforma. Il 1517 – afferma – non costituisce alcuna «ragione per giubilare».

Verso il sinodo

Il cardinale ha denunciato i contenuti dell’Instrumentum laborisdel Sinodo anche in un lungo articolo pubblicato sul Die Tagespost il 19 luglio scorsoIl tono caustico dell’articolo è così sintetizzato dal giornale nell’introduzione al testo: «Il cardinal Müller ha pubblicato una forte denuncia del contenuto, ne descrive la verbosità, le ambiguità, gli aspetti “autoreferenziali” che derivano dal progressismo tedesco, la piaggeria verso papa Francesco e gli errori che contiene. Più ancora, dopo qualche espressione cortese di pura formalità, segnala gli errori fondamentali, aberranti, scandalosi persino – per usare il tono della sua critica – e non esita a mettere in risalto la dimensione inquietante di un testo che si inchina davanti ai rituali pagani attraverso “una cosmovisione” con i suoi miti e la magia rituale di Madre Natura o i suoi sacrifici alle “divinità” e agli “spiriti”».

Ben diversamente parla il cardinale Hummes nell’intervista sopra citata: «L’inculturazione della fede e anche il dialogo interreligioso sono necessari a partire dal fatto indubbio che Dio è sempre stato presente anche nei popoli indigeni originari, nelle loro specifiche forme ed espressioni e nella loro storia. Essi già posseggono una propria esperienza di Dio, così come altri antichi popoli del mondo, in particolare quelli dell’Antico Testamento. Tutti hanno avuto una storia in cui c’era Dio, una bella esperienza della divinità, della trascendenza e di una conseguente spiritualità. Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo sia la vera salvezza e la rivelazione definitiva che deve illuminare tutti gli uomini. L’evangelizzazione dei popoli indigeni deve mirare a suscitare una Chiesa indigena per le comunità indigene: nella misura in cui accolgono Gesù Cristo, esse devono poter esprimere quella loro fede tramite la loro cultura, identità, storia e spiritualità».

Il papa non può

Duramente critico verso il Sinodo anche il cardinale Walter Brandmüller. Per dare maggior risalto al suo pensiero ha scelto il prestigioso quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (22 luglio 2019). È convinto che nel Sinodo per l’Amazzonia non si tratterà tanto della regione latino-americana e dei suoi problemi. Nessuno che osserva attentamente l’attuale situazione della Chiesa cattolica crede seriamente che l’incontro di ottobre «riguarderà realmente il destino delle foreste amazzoniche e dei loro abitanti, ma la messa in questione del celibato e una radicale ristrutturazione (Umbau) della Chiesa voluta da papa Francesco».

A questa insinuazione ha risposto il gesuita, esperto di problemi vaticani, Bernd Hagenkord. Secondo Brandmüller – ha affermato il gesuita – sarebbe da cancellare con un tratto di penna tutto il programma stabilito per «concentrarsi sui temi eterni (quelli di sempre, ndr), in particolare sulla difesa del celibato nella sua forma attuale». Nel suo intervento Brandmüller ha scritto infatti che il celibato è un «servizio al vangelo» e non può essere abolito da un «atto legislativo del papa o di un Concilio», poiché fa parte della Tradizione fondata sulla vita di Gesù e degli Apostoli.

Ciò che scrive Brandmüller, osserva ancora Hagenkord, mostra che «per lui le altre culture, i loro problemi e le loro preoccupazioni non sono importanti»; le sue argomentazioni non costituiscono affatto una «difesa della Tradizione», ma una «distruzione del dialogo». Papa Francesco con la sua enciclica Laudato si’ ha affermato chiaramente che la difesa dell’ambiente per i cristiani non è «un fatto opzionale».

Al cardinal Brandmüller «non interessano – ha aggiunto Hagenkord – le altre culture, le loro domande e preoccupazioni, fintanto che queste non rientrano nei suoi temi». «L’Amazzonia per lui sarebbe pertanto solo l’etichetta sulla bottiglia, ma lo spirito che c’è dentro è un’altra cosa, cioè la radicale ristrutturazione della Chiesa».

Il gesuita ha poi concluso: «Se la nostra risposta fosse solo andare a discutere sul celibato, per verificare chi è favorevole e chi contrario, mi sentirei depresso».

Maturata a lungo nel cuore

Le affermazioni di Brandmüller sono contraddette anche dal card. Hummes, sempre nella sua intervista, secondo cui al cuore del Sinodo si trova il problema della creazione di una Chiesa indigena. E ha spiegato bene cosa s’intende per Chiesa indigena:

«Noi sappiamo che ora è necessario un altro passo: dobbiamo promuovere e far crescere una Chiesa indigena per le popolazioni indigene. Le comunità aborigene che ascoltano e accettano il Vangelo in questo o quel modo, che accettano cioè Gesù Cristo, devono essere messe in condizione tale che la loro fede trovi la sua espressione culturale in un processo appropriato nella loro realtà tradizionale. Quindi, nel contesto della loro cultura e identità, della loro storia e spiritualità, una Chiesa indigena in cui possano emergere i suoi pastori e ministri, sempre in unità con la Chiesa cattolica universale, ma inculturata nelle culture indigene. Nella storia delle popolazioni indigene, si trovano numerose tracce di Dio. Dio è sempre stato presente nella loro storia. Dalla loro identità e cultura, si possono cogliere chiari segni della presenza di Dio. Questi popoli millenari provengono da una radice diversa da quella dell’Europa, ma anche da quelle dell’Africa, dell’India o della Cina. In mezzo alla loro identità e spiritualità, e sulla base del loro rapporto con la trascendenza, dobbiamo creare una Chiesa con un volto indigeno».

In vista del sinodo

Hummes ha infine ricordato che l’idea di un Sinodo per l’Amazzonia è frutto di un’ispirazione che è maturata un po’ alla volta nella mente e nel cuore del papa: «L’idea di un Sinodo risponde a un sogno. Già nel 2015 il Papa cominciava a dirmi: “Sto pensando di fare una riunione con tutti i vescovi dell’Amazzonia. Ancora non so che tipo di riunione o di assemblea, ma penso che potrebbe anche essere un Sinodo”. Mi ha detto: “Preghiamoci insieme”, e ha cominciato a parlare con vescovi, con le Conferenze episcopali dei Paesi amazzonici, su come fare tale assemblea, e così in lui è andata maturando l’idea del Sinodo, finché infine esso è stato convocato nel 2017. Abbiamo lavorato molto per il Sinodo, e continueremo a farlo in questo servizio così importante per il futuro della Chiesa. Il Sinodo serve per trovare e tracciare nuovi cammini per la Chiesa».

Una cosa pertanto è certa: questo Sinodo sarà diverso dagli altri.

Settimana News

Chiesa italiana: l’appuntamento mancato

«È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV, 21).

Era il 18 novembre del 1965. Il concilio Vaticano II donava alla Chiesa la Dei Verbum, senza dubbio uno dei suoi documenti più significativi la cui importanza fu percepita immediatamente da tutta la Chiesa. Il Concilio chiedeva finalmente di rimettere al centro e a fondamento dell’esperienza cristiana la parola di Dio che, soprattutto in ambito cattolico, per troppo tempo era “rimasta sotto il banco”, come diceva, con un’immagine molto efficace, Carlo Maria Martini, biblista raffinato.

Avevo 15 anni e ricordo il fermento gioioso suscitato da quel documento. Il nostro vescovo Nicola Cavanna volle sottolineare l’importanza dell’evento con una celebrazione molto suggestiva a conclusione della quale fu consegnata la Bibbia a tutti coloro che vi presero parte.

Io, seminarista, provai una forte emozione quando presi in mano la “mia” prima Bibbia. Fino ad allora, in seminario, avevamo il Messalino e le Massime Eterne. Qualcuno, e io tra questi, il Seminarista in preghiera. Per quanto riguarda la Bibbia, l’unico approccio sistematico ci veniva proposto nell’ora di religione con la lettura della Bibbia del fanciullo.

Ora ho 69 anni, 45 di sacerdozio e di attività pastorale. Ho sempre cercato di scommettere sulla parola di Dio in ogni ambito in cui sono stato chiamato ad impegnarmi. Ma è sotto gli occhi di tutti che, a distanza di 54 anni dalla Dei Verbum, quando e se viene proposta la parola di Dio ai “figli della Chiesa ” come «sorgente pura e perenne della vita spirituale» una larga percentuale di loro reagisce in maniera del tutto negativa.

Il Vangelo è da annunciare ogni volta di nuovo

Basti pensare a quello che sta avvenendo nei confronti di papa Francesco. Nessuno può sostenere che il suo richiamo all’amore verso tutti, alla solidarietà verso gli ultimi, all’attenzione e all’accoglienza verso i migranti e i rifugiati e verso quelli che lui chiama gli “scarti umani” sia estraneo al Vangelo e possa considerarsi una scelta “ideologica” del papa e non l’espressione coerente e profetica del suo ministero apostolico e della sua fedeltà al pensiero e all’azione di Cristo.

Ma molti “cattolici” lo contestano in maniera palese e spesso violenta. Perché? Dove sta la causa prima di questo atteggiamento non solo incomprensibile ma assolutamente inaccettabile alla luce del Vangelo?

È mia convinzione che la risposta, amara e desolante, stia nel fatto che la Chiesa, in particolare quella italiana, ha perso l’appuntamento con ciò che, subito dopo il Concilio, aveva intuito e proposto con forza e sapienza: l’evangelizzazione.

Subito dopo il Concilio, il progetto pastorale centrato su evangelizzazione e rinnovamento della catechesi ha scaldato i motori per un autentico rinnovamento, ma poi non si è avuto il coraggio di portarlo avanti accettandone fino in fondo le logiche conseguenze pastorali.

Abbiamo avuto paura di perdere il consenso della maggior parte di quei cristiani che abbiamo etichettati come “cattolicesimo popolare” pur di poterli continuare a considerare membri della Chiesa solo perché legati ad un cristianesimo sociologico senza la spina dorsale della parola di Dio e senza il sostegno di una vita sacramentale convinta e motivata.

A parole abbiamo parlato di fede adulta e di adulti nella fede, nei fatti abbiamo completamente dimenticato quello che i vescovi italiani scrivevano nel 1971: «A prima vista, è vero, si potrebbe avere l’impressione che il popolo italiano conservi intatto il patrimonio religioso tradizionale. La nostra gente, quasi dovunque, continua a chiedere il battesimo, la comunione e la cresima per i propri figli, vuole celebrare il matrimonio in chiesa ed esige la sepoltura religiosa. Ma quanti sono consapevoli degli impegni di vita cristiana, che questi riti sacri presuppongono e coinvolgono? Le feste si rinnovano con puntualità e solennità, secondo antiche consuetudini: i segni religiosi sono ancora presenti e dominanti nel panorama di un popolo che, da circa due millenni, si gloria del nome cristiano, ma si può sempre dire che tutto questo nasca da un profondo “senso religioso”, da un’autentica “fede” cristiana?» (Vivere la fede oggi, n. 3).

Abbiamo avuto paura

Abbiamo avuto paura di ciò che avrebbe comportato una vera e costante scommessa sull’evangelizzazione. Abbiamo avuto paura di fare della croce il paradigma della vita cristiana, così come Cristo ha chiesto esplicitamente ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24 e parr.). E in Giovanni: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo… Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (15,18ss.).

Abbiamo dimenticato che la resurrezione, e dunque il futuro perennemente rinnovato, passa sempre attraverso la croce.

Per questo, al posto dell’evangelizzazione, abbiamo preferito puntare sul cosiddetto “Progetto culturale di ispirazione cristiana” non rendendoci conto che quella scelta era dettata piuttosto dall’intenzione di mantenere in qualche modo le posizioni occupate nel passato secondo la logica della societas christiana.

In questo contesto, l’ebbrezza di un potere da conservare a tutti i costi e la pretesa di dettare legge appoggiandosi su partiti compiacenti pronti a servirsi a loro volta della Chiesa ci ha portato ad affidare la salvaguardia di quelli che abbiamo sbandierato come “valori non negoziabili” a chi, nel concreto, li aveva già rinnegati. Fino ad affidarci ai cosiddetti “atei devoti”, pronti a difendere le “radici cristiane” della nostra civiltà dimenticando che l’unica radice di un cristianesimo autentico è Cristo e il suo vangelo.

Intanto la storia è andata avanti e gli effetti, oggi più che mai, si fanno sentire… e come! Abbiamo una Chiesa in cui la maggior parte dei suoi membri non conoscono il vangelo se non per sentito dire. Abbiamo un’iniziazione cristiana fallimentare. Abbiamo gente che si dice cristiana e che, di fronte al messaggio evangelico nella sua dimensione essenziale, si chiude a riccio e trova del tutto normale partecipare alla celebrazione eucaristica e professare idee e assumere atteggiamenti contrari alla Parola celebrata e ascoltata. Abbiamo la “massa” che si sta sempre più assottigliando lasciando vuoti incolmabili proprio perché abbiamo trascurato l’unica possibilità che avevamo di seminare il futuro: una seria e costante evangelizzazione e un profondo rinnovamento della catechesi.

Seguire l’indicazione di Gesù

A questo punto è evidente che dobbiamo avere il coraggio di abbandonare l’idea che, continuando a mettere toppe nuove su un vestito vecchio (cf. Lc 5,36), possiamo sperare in quel rinnovamento della Chiesa necessario perché sia il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG 1).

La strada da percorrere è già scritta. Si tratta di ritrovarla e di percorrerla fino in fondo, costi quello che costi. La strada è quella indicata da Gesù: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). La Chiesa del futuro dipende dalla nostra fedeltà a questo mandato e dal nostro coraggio profetico.

In questa prospettiva mi piacerebbe un giorno – prima possibile perché ora è il momento favorevole (2Cor 6,2) – che i vescovi della Chiesa che vive in Italia abbiano il coraggio di concordare un progetto pastorale in cui emerga chiaramente che la partita della fede si gioca sul piano di una scelta chiara di Gesù Cristo e del suo vangelo. Loro, i nostri pastori, per primi debbono essere fedeli a ciò che Gesù dice: Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno (Mt 5,37). Ci dicano, finalmente, se si può continuare a dirsi cristiani se si hanno idee e si assumono atteggiamenti contrari a quel «ama il prossimo tuo come te stesso» che non mi sembra un elemento accessoriale lasciato alla libera scelta di un discepolo di Cristo.

settimananews

Alla gogna in Australia non c’è solo il cardinale George Pell, ma l’intera chiesa

Alla gogna in Australia non c’è solo il cardinale George Pell, ma l’intera chiesa

Il Foglio

Roma. George Pell è entrato in tribunale con il collarino ecclesiastico in bella mostra. E’ su questo particolare che i media australiani, da tempo impegnati a volteggiare sul corpaccione del cardinale già arcivescovo di Sydney e prefetto vaticano per l’Economia, hanno indugiato nelle cronache di questi due giorni. Non sul fatto che è entrato con le manette ai polsi, trofeo offerto a videocamere e macchine fotografiche che non s’aspettavano tanta grazia. 

Libro del Vaticanista Marco Politi “La solitudine di Francesco. Un Papa profetico. Una chiesa in tempesta” sarà presentato a Roma 11 Giugno 2019

Il più noto vaticanista italiano fa il punto sul pontificato di Francesco nella sua stagione più difficile.

La solitudine di Francesco

Dallo scandalo della pedofilia al dibattito aperto sul ruolo delle donne nella chiesa, dai rapporti con l’America di Trump a quelli con il governo italiano per tutte le questioni sensibili – una per tutte l’accoglienza dei migranti -, fino ad arrivare ai rapporti con la Curia.

«La casa sta bruciando», avverte il gesuita americano Tom Reese. Ogni mese porta notizie funeste. Il 2019 era appena cominciato e già si diffondeva la notizia che in Vaticano era stata aperta un’istruttoria per accuse di abusi e cattiva amministrazione contro un vescovo argentino conoscente personale del papa, Gustavo Óscar Zanchetta, da lui chiamato in Vaticano nel dicembre 2017 a occupare l’incarico di “assessore” dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica): un ruolo apicale creato sul momento.
L’incrostazione omertosa o la prassi minimizzatrice in curia è fortissima. Alla congregazione per la Dottrina della fede ha continuato per anni a occupare il posto di capo ufficio un sacerdote che ha tentato a più riprese di convincere in confessione una suora ad avere una relazione con lui, e alla fine ha provato a baciarla. La suora, Doris Wagner – ormai uscita dall’istituto “Famiglia spirituale l’Opera” a cui era affiliata –, racconta che il prete molestatore era stato confessore del sacerdote che l’aveva violentata pochi mesi dopo aver pronunciato i voti solenni. Doris Wagner ha reso nota la sua vicenda in una conferenza alla stampa estera a Roma. Nel 2012 ha denunciato il molestatore, Hermann Geissler. Secondo la legge ecclesiastica si tratta del delitto gravissimo dicrimen sollicitationis: delitto di adescamento. Il codice di diritto canonico è severo: «Il sacerdote che, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione sacramentale, sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo, a seconda della gravità del delitto, sia punito con la sospensione, con divieti, privazioni e, nei casi più gravi, sia dimesso dallo stato clericale» (canone 1387).
Al termine dell’esame interno, condotto quando il cardinale Müller era prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, è stato comunicato che il prete aveva chiesto perdono ed era stato «ammonito e… istruito a essere vigile e prudente in futuro». Soltanto all’inizio del 2019 il molestatore ha lasciato il suo ruolo direttivo nella congregazione più importante della Santa Sede, che ha la missione di «promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico». Il prete accusato di stupro, invece, era stato allontanato dalla “Famiglia spirituale l’Opera” e spedito a lavorare alla Segreteria di Stato: un tipico ricollocamento invece della immediata denuncia a norma del diritto canonico (solo nel 2012 don Burkhard F. è stato allontanato dalla curia).
Non sono abusi su minori, ma crimini egualmente gravi per la Chiesa cattolica e la società. Valentina Alazraki, giornalista di lungo corso dell’informazione vaticana, ha dichiarato di fronte a papa e cardinali che «siamo sulla soglia di un altro scandalo, quello delle suore e delle religiose vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e vescovi». Non è un problema emerso dal nulla. Già dalla metà degli anni Novanta il Vaticano era in possesso di rapporti circostanziati. Su incarico dell’allora prefetto per la congregazione dei Religiosi, cardinale Eduardo Martínez Somalo, un gruppo di lavoro coordinato da suor Maria O’Donohue aveva descritto la realtà di suore sfruttate sessualmente, sedotte e spesso violentate da preti e missionari. Abusi diffusi. Candidate alla vita religiosa stuprate dalle loro guide spirituali, medici cattolici testimoni dell’attività di preti che «portavano ad abortire suore ed altre giovani donne». Le denunce provenivano da ventitré paesi del mondo: dal Burundi al Brasile, dalla Colombia all’India, dall’Irlanda all’Italia, dalla Nuova Guinea alle Filippine, agli Stati Uniti.
Grida nel deserto per decenni. Nel novembre 2018 l’Unione internazionale delle superiori degli ordini religiosi femminili (Uisg) ha esortato le suore abusate a segnalare senza esitazione i fatti sia alle autorità ecclesiastiche che alle autorità civili. «Donne, Chiesa, Mondo», l’inserto dell’«Osservatore Romano» dedicato alla questione femminile in ambito ecclesiale, ha dedicato di conseguenza un numero speciale alle suore religiose usate sessualmente. Il papa, tornando nel febbraio 2019 dagli Emirati Arabi, ha riconosciuto l’esistenza della piaga. «Ci stiamo lavorando», ha ammesso. Gli abusi di ogni tipo sono una bomba ad orologeria specie in quelle nazioni in cui la legge dell’omertà è stata la regola.
La Chiesa italiana non si illuda, ammonisce il gesuita Hans Zollner, membro della commissione per la tutela dei minori. Quanto è successo in altre nazioni può venire alla luce anche in Italia: «Meglio rischiare una brutta figura adesso che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali». La Cei, sotto la guida del cardinale Bassetti, ha compiuto un primo, parziale passo all’assemblea del novembre 2018 creando un Servizio nazionale per la tutela dei minori che prevede équipes regionali e responsabili diocesani.
Eppure, dopo sei anni di pontificato bergogliano, la consapevolezza dell’urgenza di una svolta radicale nelle pratiche di contrasto alla pedofilia non è realmente diffusa nelle strutture vaticane e nella maggioranza degli episcopati nazionali. Non si vogliono neanche ricercare i crimini passati. Un cardinale curia, sinceramente fautore della linea riformista di Francesco, sostiene ancora oggi: «Si sta esagerando. La Chiesa è sotto attacco. È chiaro che se c’è anche un solo abuso, bisogna punire. Ma c’è anche altro di cui occuparsi!».
Parecchi vescovi sono terrorizzati dal diffondersi di un’ondata #metoo all’interno della Chiesa. Intanto negli ambienti curiali è tornata a circolare la tesi che in fondo gli abusi, pur deprecabili, riguarderebbero soltanto il 2, al massimo il 4-5 per cento del clero. Più preoccupante ancora, al sinodo dei giovani svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2018 il documento finale non contiene una sola parola sulla “tolleranza zero”. Il termine è stato anzi eliminato nella fase di redazione del testo, sostituito dal concetto più rassicurante di “prevenzione”.
È una sottovalutazione che non tiene conto dei mutamenti di umore nell’opinione pubblica, dove è emersa la percezione che dichiarazioni, mea culpa e incontri con le vittime abbiano esaurito la loro carica simbolica e appartengano ormai al passato. Pressato dagli eventi, Francesco ha deciso dopo il viaggio in Irlanda di convocare in Vaticano nel febbraio 2019 una riunione straordinaria dei presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per decidere regole di azione comune. Ma anche questa mossa ha sollevato problemi. La conferenza episcopale americana aveva già programmato per il novembre 2018 la discussione su alcune misure concrete: una carta d’impegno per ogni vescovo, uno “sportello” per ricevere le denunce sugli abusi di clero e vescovi gestito da personalità esterne alla Chiesa, un primo organo di esame composto metà da laici e metà da ecclesiastici. Dal Vaticano è arrivato lo stop per non pregiudicare la riunione internazionale dei vertici ecclesiastici decisa da Bergoglio. La frenata ha provocato tra i vescovi americani un malumore che neanche una successiva lettera del papa è riuscita a smorzare. Si sono sentiti bloccati nella loro autonomia dopo che per anni Francesco aveva parlato dell’opportunità di un sano decentramento.

Marco Politi – La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta


Marco Politi è a livello internazionale uno dei maggiori esperti di questioni vaticane. Vaticanista de “la Repubblica” per quasi un ventennio, poi editorialista de “il Fatto Quotidiano”, collabora con Abc, Cnn, Nbc, Bbc, Rai, Zdf, France 2 e “The Tablet”.

L’11 giugno l’incontro con l’autore

ROMA – Si svolgerà martedì 11 giugno alle ore 17.30 presso il Salone delle Conferenze della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale a Roma (Piazza San Marco, 51) il dibattito sul libro di Marco Politi “La solitudine di Francesco. Un Papa profetico. Una chiesa in tempesta”.

Interverranno Lucia Annunziata, direttore di Huffington Post, l’economista Fabrizio Barca, il presidente della Sioi Franco Frattini, padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger, Marinella Perroni del Coordinamento Teologhe italiane. Modera Paolo Mauri, giornalista e critico letterario. Sarà presente l’autore. (Inform)

I preti sposati con Pedro Almodóvar al Papa: “Eliminate il celibato, così gli abusi su minori scompariranno”

Durissime le parole del regista sul Vaticano e sul Papa, in riferimento agli abusi sui minori: “Non si sta lavorando a sufficienza, non solo contro gli abusi ma anche con tutto ciò che ha a che fare con la sessualità. Sono sicuro che se si concedesse l’addio al celibato, il 90 per cento degli abusi scomparirebbe”

continua su: fanpage.it

Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo. Thiel: “Questo testo pone molti interrogativi”

Marie-Jo Thiel è medico e professoressa di etica alla facoltà di teologia all’università di Strasburgo. Autrice di una vasta summa sugli abusi sessuali nella Chiesa (La Chiesa cattolica di fronte agli abusi sessuali su minori, Bayard), la teologa si interroga sul testo firmato dal papa emerito Benedetto XVI, pubblicato sulla rivista Klerusblatt. L’intervista che segue, a cura di Céline Hoyeau, è ripresa da La Croix del 12 aprile 2019 (traduzione del sito Fine Settimana).

  • Dopo il vertice sugli abusi nella Chiesa, Benedetto XVI pubblica un testo per «aiutare ad attraversare questa ora difficile». Punta l’indice in particolare contro la rivoluzione del ‘68. Lei cosa ne pensa?

La storia della Chiesa mostra che gli abusi commessi da chierici non sono solo recenti. Fin dal primo secolo del cristianesimo, i concili di Elvira e di Ancira hanno condannato gli abusi su giovani ragazzi, e queste condanne riguardavano anche dei chierici. Il testo Crimen Sollicitationispubblicato nel 1962 dal Vaticano riprende un testo del 1922, che ricorda Sacramentum Poenitentiae di papa Benedetto XIV del 1741!

  • Al contempo, gli studi mostrano però un picco degli abusi commessi da preti tra il 1960 e il 1980…

È vero che la società degli anni Sessanta è caratterizzata da una crisi dell’autorità e da una permissività sessuale. Ma quel contesto non è sufficiente a spiegare tale crisi. Benedetto XVI resta nella prospettiva dell’obbedienza ad una norma, soprattutto nell’ambito dell’etica sessuale e familiare. Perché quell’etica, che i preti avrebbero dovuto trasmettere, è fallita nella sua applicazione? Mi sembra che la Chiesa si sia focalizzata su un’immagine post-tridentina  sacralizzata del prete senza fornirgli le risorse per farsi carico della propria vita sessuale. C’è anche un problema di formazione, di presa in considerazione dell’apporto delle scienze umane che, sorprendentemente, sono assenti da questo testo.

  • La crisi degli abusi non è dovuta ad una contaminazione del relativismo diffuso?

In etica, per discernere, bisogna tener conto sia della legge, che dell’individuo che discerne e della situazione. Isolare la norma conduce al legalismo. Isolare l’individuo conduce al soggettivismo. Isolare la situazione conduce al situazionismo. Bisogna quindi circolare tra questi tre elementi per discernere, basandosi sulle risorse sia della fede che delle scienze umane. In questo contesto, certe prospettive possono essere ingiustificabili, come lo stupro o l’assassinio. Ma, al contempo, è la mia coscienza che mi dice che quegli atti, in ogni caso, sono atti cattivi. Perché una norma possa funzionare nella pratica, bisogna che possa essere riconosciuta dalla coscienza nella sua pertinenza. Se la norma è puramente estrinseca (è la prospettiva di un certo neotomismo), sarà molto facilmente trasgressibile. È anche una delle ragioni per cui si è avuto un tale numero di abusi in quegli anni.

  • Fondamentalmente, per Benedetto XVI, la pedofilia è dovuta alla perdita del senso di Dio. Che ne pensa?

Se la pedofilia è dovuta ad una mancanza di fede, perché allora così tanti preti tra gli abusatori? Perché così tanti grandi fondatori di comunità nuove che papa Giovanni Paolo II ha continuato a portare ad esempio? Perché Benedetto XVI non assume l’analisi fatta da papa Francesco, anche nel momento del vertice sugli abusi in febbraio? Perché non prende in considerazione l’aspetto sistemico della crisi? Sembra non vedere il problema d’insieme, la relazione con gli abusi di potere e di coscienza che in questo testo non compaiono mai. Questo testo pone molti interrogativi.

Vertice vaticano pedofilia fallito. Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile

La Chiesa ha messo in atto un’azione sistematica di copertura degli abusi sessuali commessi dal clero per proteggere i preti pedofili, «calpestando» le vittime.

ilmanifesto.it

La severa accusa alle gerarchie ecclesiastiche è arrivata dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e presidente della Conferenza episcopale tedesca, intervenuto ieri mattina in Vaticano, all’incontro mondiale sulla «Protezione dei minori nella Chiesa». Una relazione, quella di Marx, in sintonia con il grido che, fuori dall’aula del Sinodo dove sono riuniti i 190 presidenti delle conferenze episcopali e superiori generali di tutto il mondo, si è levato dalle vittime degli abusi riunite nel network internazionale Eca global (Ending clerical abuse) le quali, in una marcia da piazza del Popolo a piazza San Pietro, hanno chiesto «tolleranza zero», invocando «la fine dell’impunità e degli insabbiamenti degli abusi da parte della Chiesa».

«Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere», ha detto Marx. L’amministrazione ecclesiastica, ha aggiunto, «non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati.

I diritti delle vittime sono stati calpestati». Si riferiva in particolare alle diocesi tedesche, ha precisato in conferenza stampa, sottolineando però che «la Germania non è un caso isolato».

Sono indispensabili «trasparenza e tracciabilità», per chiarire «chi ha fatto cosa, quando, perché e a quale fine, e cosa è stato deciso», ha proseguito l’arcivescovo di Monaco, secondo il quale non ci sono obiezioni che tengano: né rispetto al «segreto pontificio» (non vale per «i reati riguardanti l’abusi di minori») né alla preoccupazione di «rovinare la reputazione di sacerdoti innocenti o del sacerdozio e della Chiesa»: la «presunzione di innocenza», la «tutela dei diritti» e «la necessità di trasparenza non si escludono a vicenda». Anzi «non è la trasparenza a danneggiare la Chiesa, ma gli abusi commessi, la mancanza di trasparenza, l’insabbiamento».

È stata anche la volta delle donne.

Prima la testimonianza (venerdì sera) di una vittima che ha subito abusi da quando aveva undici anni da parte di un prete della sua parrocchia: «Da allora – ha raccontato – io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita», «restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse». «Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare – ha concluso –, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena», «non può e non deve essere più così».

Poi la relazione di Veronica Openibo, religiosa nigeriana, superiora della Società del santo bambino Gesù, che ha rimarcato l’esistenza di un fenomeno conosciuto già da qualche anno ma ancora in ombra: la violenza subita dalla suore da parte di preti e religiosi, soprattutto in Africa. La Chiesa sta facendo qualcosa, ma «non è ancora abbastanza», ha aggiunto suor Openibo, che ha indicato alcuni problemi da affrontare, come «l’abuso di potere, il clericalismo, la discriminazione di genere», e alcune prassi da abolire: nascondere «per evitare di portare alla luce uno scandalo e gettare discredito sulla Chiesa»; e «la scusa che si debba rispetto ad alcuni sacerdoti in virtù della loro età avanzata e della loro posizione gerarchica».

Oggi il summit termina, con la messa e l’intervento del papa. Le posizioni sono emerse con chiarezza. I conservatori puntano il dito sull’omosessualità: sarebbe questa la causa degli abusi sessuali (però così non spiegano le violenze sulle donne). La maggioranza filo-Francesco indica invece nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi e chiede creazione di strutture di ascolto autonome con il coinvolgimento di laici e donne, collaborazione e denuncia alle autorità civili, riforma del segreto pontificio, rimozione di preti colpevoli e vescovi collusi o complici.

Nemmeno sfiorato il tema del celibato obbligatorio – per molti osservatori il vero nodo del problema –, ma su questo punto anche Francesco è inamovibile. Proposte concrete, però, sono state avanzate. L’incontro non ha valore deliberativo, si tratterà quindi di vedere se ora diventeranno regole scritte. «Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha concluso la giornata, con la celebrazione penitenziale. il vescovo ghanese Philip Naameh.

Vaticano ha coperto i preti con figli ora richiesta di trasparenza

Vaticano, regole segrete per i sacerdoti padri

Per i sacerdoti padri il Vaticano ha delle regole segrete interne. “Posso confermare che queste linee guida esistono”, ha detto al New York Times il portavoce vaticano Alessandro Gisotti. “Si tratta di un documento interno”, ha aggiunto Gisotti, precisando che ai preti padri si chiede di lasciare il sacerdozio “per assumersi la responsabilità di genitore dedicandosi esclusivamente al figlio”. Il Nyt è venuto a conoscenza di queste linee guida da Vincent Doyle, figlio di una prete che ha creato un gruppo di sostegno denominato ‘Coping International’.

Doyle segnala che la sua organizzazione ha 50.000 utenti di 175 diversi Paesi. Doyle ha detto al Nyt di essere venuto a conoscenza di queste linee guida nell’ottobre del 2017 quando gli sono state mostrate dall’arcivescovo Ivan Jurkovic, l’inviato vaticano all’Onu a Ginevra. “Si viene veramente chiamati ‘figli degli ordinati’ – ha detto Doyle – sono rimasto scioccato per il fatto che abbiano un’espressione per questo”. La conferma arriva alla vigilia del summit Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa in calendario dal 21 al 24 febbraio.  Una riunione di quattro giorni che prevede relazioni, confronti, video e testimonianze con i presidenti di tutte le conferenze episcopali di ogni parte del mondo.

repubblica.it

Papa Francesco insensibile sui diritti dei preti sposati. Accattoli fa apologia del pontificato

“Abbiamo la fortuna unica di un Papa che nomina i problemi, non li scansa, e dice chiaramente che non abbiamo più abbastanza sacerdoti celibi”. Lo ha sottolineato Luigi Accattoli, storico vaticanista del Corriere della Sera e scrittore, per il quale “la Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia deve tener conto di questa situazione di passaggio verso una stagione in cui avremo anche degli anziani sposati”. “In prospettiva, avremo bisogno dell’ordinazione degli anziani sposati”, ha spiegato Accattoli che ha preso parte al Convegno “Un secolo di (in)formazione”, organizzato dalla Faci a Vicenza per celebrare i 100 anni della rivista “L’Amico del Clero”.

Accattoli fa apologia di un Pontificato Bergogliano votato all’immobilismo sul cambiamento della normativa. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone, sottolinea i ripensamenti e le chiusure di Bergoglio sui preti sposati, sui loro diritti civili e religiosi nella Chiesa e sulla loro riammissione al ministero. Le aspettative dei preti sposati, fino ad oggi,  sono state completamente disattese da Papa Francesco.

Gay in Vaticano: «Così Sodoma racconta la mia storia»

Gay in Vaticano: «Così Sodoma racconta la mia storia»

Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto. In tanti casi una doppia vita». Queste parole, pronunciate da Francesco durante l’omelia mattutina del 24 ottobre 2016 a Santa Marta, sono da tenere a mente nel dipanarsi (560 pagine) dell’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Tradotto in otto lingue, Sodomasarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Una data, questa, non casuale, dal momento che proprio a partire da quel giorno (fino al 24) il Papa incontrerà in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali per parlare di prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Se nel volume tale tema resta propriamente in sordina, a essere preponderante, anzi primario, in esso è quello dell’omosessualità del clero. Che, guarda caso, rispetto agli abusi è stata posta in un rapporto di causa-effetto proprio dal ben noto dossier Viganò, alla cui diffusione mediatica, e non ai contenuti, si deve la successiva convocazione dell’imminente summit vaticano. La lettura “omosessualista” dell’ex nunzio Viganò e di tanti prelati, ascrivibili all’area del conservatorismo ecclesiale, non collima infatti con quella di Bergoglio, che ravvisa invece la causa degli abusi nel clericalismo.

Ed è il clericalismo l’atteggiamento ricorrente che l’autore ha riscontrato non solo in alcuni cardinali ma anche in vescovi e sacerdoti, con cui è entrato in contatto nel corso di quattro anni. Un clericalismo, si badi bene, non correlato, nell’indagine del sociologo francese, alla pedofilia. Ma, bensì, alla doppia vita omosessuale di semplici sacerdoti come di prelati in un meccanismo di relazioni e connessioni capaci d’influire sulla gestione del potere ecclesiastico.

A confrontarsi con Martel anche ex-sacerdoti, compresi quelli una volta operanti in Vaticano, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi.
Tra quest’ultimi c’è anche chi scrive. La mia vicenda, sia pure con talune inesattezze, apre il primo capitolo del libro. In esso si racconta di una telefonata fattami da Bergoglio il 15 ottobre 2013. Il papa, che aveva ricevuto, il giorno prima, una mia lettera per le mani del card. Raffaele Farina (già mio superiore durante il servizio presso la Biblioteca Apostolica Vaticana), volle chiamarmi per esprimere «stima e commozione» per il mio «coraggio e coerenza» nell’aver deciso d’abbandonare il ministero sacerdotale nel 2006. Decisione presa per vivere liberamente la mia omosessualità.

Nel capitolo è riassunta la mia storia: dall’entrata in Seminario a Benevento appena 15enne, consapevole d’essere gay ma fortemente intenzionato, su consiglio di confessori e direttore spirituale, a incamminarmi verso il sacerdozio visto come cammino di redenzione da una condizione considerata peccaminosa e inaccettabile, all’ordinazione presbiterale all’età di 24 anni. Poi, l’arrivo a Roma per il biennio di specialistica in teologia dommatica presso la Pontificia dell’Università della Santa Croce e il fare i conti con una realtà a lungo esorcizzata a contatto con un mondo ecclesiastico romano del tutto differente da quello di provincia, fortemente improntato a un rigore ascetico e a un conservatorismo dottrinario.

Quindi il primo innamoramento con un sacerdore regolare e la prima crisi nel 2002 con l’intenzione d’abbandonare il ministero, spinto anche dal rimorso di non osservare l’obbligo celibatario assunto.
Nel 2003, infine, la chiamata in Segreteria di Stato come componente della Sezione Lettere Latine, la dimora presso la Domus Sanctae Marthae, la collaborazione alla pagina culturale de L’Osservatore Romano. Alle invidie, che sempre s’innescano in certi ambienti, offrii indubbiamente un supporto con un atteggiamento non solo strafottente ma incauto. Anche perché la crisi era tutt’altro che superata.

Look curato e spesso “borghese” a differenza dell’abito talare sempre precedentemente indossato, abbandono graduale della celebrazione della Messa (ma non perché avessi perso all’epoca la fede, come mi si accusò, ma semplicemente perché non riuscivo a perdonarmi), un nuovo innamoramento.

Le voci sulla mia omosessualità furono così ingigantite che i superiori della Segreteria di Stato obbligarono il mio vescovo a richiamarmi in diocesi per affidarmi un incarico di rilievo. Obbligo da questi disatteso in quanto da lui ritenuto una palese ingiustizia a fronte di situazioni notoriamente scandalose e minimizzate. Intervenne Mario Agnes, l’allora direttore deL’Osservatore Romano, presso Stanisław Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II (oggi cardinale arcivescovo di Cracovia), e si giunse a una soluzione di compromesso: non era possibile per me
restare più in Segreteria di Stato ma era disposto il trasferimento alla contigua Biblioteca Apostolica Vaticana.

Qui fui nominato segretario degli allora cardinale bibliotecario, Jean-Louis Tauran, e prefetto Raffale Farina.
Ma oramai era sempre più maturata in me la convinzione di abbandonare il sacerdozio: volevo “uscire dall’armadio” senza contare il mio aperto dissenso dalle posizioni magisteriali su determinati aspetti. Persisteva però in me la paura di fare da solo questo passo, preoccupato soprattutto d’arrecare un dolore ai miei genitori. Ho fatto così in modo d’essere condotto a tale decisione.

Ecco come lo stesso Martel la racconta nella parte finale del 1° capitolo, non omettendo di ricordare due importanti conferme: «Secondo la versione che Lepore mi fornisce (confermatami dai cardinali Jean-Louis Tauran e Farina), ha scelto “deliberatamente” di consultare molti siti gay sul suo computer dal Vaticano e di lasciare aperta la sessione, con articoli e siti compromettenti.

“Sapevo molto bene che tutti i computer in Vaticano erano sotto stretto controllo e che sarei stato rapidamente colto in flagrante. Ed è andata così. Sono stato convocato e le cose sono andate molto velocemente: non c’è stato processo, non c’è stata punizione. Mi è stato chiesto di tornare nella mia diocesi e di occupare un posto importante. Ho rifiutato.”

L’incidente è stato preso sul serio; meritava questo trattamento agli occhi del Vaticano. Francesco Lepore è stato allora ricevuto dal cardinale Tauran, “che era estremamente triste per quanto era appena accaduto”:
“Tauran mi ha gentilmente rimproverato di essere stato ingenuo, di non sapere che ‘il Vaticano aveva gli occhi dappertutto’ e mi ha detto che avrei dovuto essere più prudente. Non mi ha accusato di essere gay, ma solo di essere stato individuato! Le cose sono finite così. Pochi giorni dopo, ho lasciato il Vaticano; e ho definitivamente smesso di essere un sacerdote».

espresso.repubblica.it

Il libro che imbarazza il Vaticano: “Quella Chiesa omofoba ma abitata da sacerdoti omosessuali”

In uscita “Sodoma”, del giornalista e sociologo francese Fréderic Martél: descrive una comunità che si pronuncia contro le persone Lgbt, le unioni civili e le adozioni gay, ma che poi praticherebbe al suo interno comportamenti omosessuali

Il libro che imbarazza il Vaticano: "Quella Chiesa omofoba ma abitata da sacerdoti omosessuali"

Esce il 21 febbraio Sodoma(Feltrinelli), un libro del sociologo e giornalista francese Fréderic Martél che descrive il Vaticano come la “più grande comunità gay del mondo”. Il libro imbarazza la Santa Sede, che attende le sue “rivelazioni” con apprensione. Per Martél quella Chiesa che più si distingue per la sua lotta contro le comunità Lgbt, le unioni civili e le adozioni gay, in realtà praticherebbe al suo interno comportamenti omosessuali, portando avanti nei fatti una doppia vita che con il voto del celibato ha poco a che fare. In sostanza, scrive il giornalista, si tratta di una Chiesa “omofoba”, e insieme abitata da sacerdoti che praticano diffusamente relazioni omosessuali: “Il Vaticano – scrive – ha una delle più grandi comunità omosessuali al mondo e dubito che perfino a Castro, noto quartiere gay di San Francisco ormai molto etero, ce ne siano altrettanti!”.

Il libro si apre con una telefonata di Papa Francesco a Francesco Lepore, ex sacerdote per lungo tempo in servizio in Vaticano che “come con una bottiglia gettata in mare per la disperazione” ha scritto a Bergoglio per raccontargli “la sua storia di sacerdote omosessuale” che a un certo punto ha deciso di lasciare. Scrive: “Era stanco. Voleva ritrovare la propria coerenza e uscire dall’ipocrisia. Con quel gesto, Lepore ha deciso di bruciare le sue navi”. Papa Bergoglio gli dice di essere colpito dalla sua sincerità, dal “suo coraggio”. “In questo momento – afferma – non so cosa potrò fare per aiutarla, ma vorrei fare qualcosa”. Per Martél ci vuole coraggio per fare coming out all’interno della Santa Sede: “Per stare in Vaticano è meglio rispettare un codice, il ‘codice scheletro nell’armadio’, che consiste nel tollerare l’omosessualità di sacerdoti e vescovi, se necessario beneficiandone, continuando tuttavia a mantenere il segreto. La tolleranza va di pari passo con la discrezione. E, come dice Al Pacino nel Padrino, non si deve mai criticare o lasciare la propria ‘famiglia’: “Don’t ever take sides against the family”.

Il libro è un susseguirsi di notizie: si parla di un arcivescovo e di cardinale che hanno avuto una relazione omosessuale con un prete anglicano e un prete italiano. Di un cardinale che ha ricoperto un ruolo importante in Curia che sarebbe stato trasferito nel suo Paese d’origine dopo uno scandalo che coinvolgeva soldi e una giovane Guardia Svizzera. Una delle affermazioni più esplosive del libro riguarda il defunto cardinale colombiano Alfonso López Trujillo. Il porporato, ex presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è stato per molti anni il principale ostacolo alla canonizzazione di Oscar Romero, è presentato come un difensore della dottrina della Chiesa sulla contraccezione e insieme come una persona dedita a relazioni omosessuali, con seminaristi e prostituti portati in un appartamento segreto a sua completa disposizione.

Martél spiega di aver scritto il libro basandosi “su un gran numero di fonti”. Durante gli oltre quattro anni “di inchiesta sul campo, sono state intervistate quasi 1500 persone in Vaticano e in trenta paesi diversi; tra queste figurano 41 cardinali, 52 vescovi e monsignori, 45 nunzi apostolici e ambasciatori stranieri e oltre 200 sacerdoti e seminaristi. Tutte queste interviste sono state realizzate sul campo (di persona, nessuna per telefono o via e-mail). A queste fonti di prima mano si aggiunge una ricca bibliografia di oltre mille titoli, tra libri e articoli. Infine, mi sono avvalso di una équipe di 80 ‘researchers’, corrispondenti, consulenti, mediatori e traduttori impegnati per svolgere al meglio le ricerche necessarie per il libro condotte in questi trenta paesi”.

Il giornalista francese parla anche della politica di rifiuto dell’uso del preservativo durante il pontificato di Wojtyla, una politica che è stata proposta in particolare da una serie di cardinali, alcuni dei quali omosessuali attivi. E scrive anche di Benedetto XVI, che durante il viaggio in Messico e Cuba, poco prima delle dimissioni, ha compreso nel profondo la grandezza degli scandali della pedofilia e dell’omosessualità all’interno della Chiesa e anche per questo si sarebbe infine dimesso.

repubblica.it

I gesuiti pubblicano una lista dei religiosi accusati di abusi

Stati Uniti

Vatican Insider

(Maria Teresa Pontara Pederiva) La Provincia del Nord-Est opta per la totale trasparenza. I religiosi, in gran parte deceduti, accusati di crimini dal 1950 fino ad oggi. Forte l’impatto sull’opinione pubblica anche per via delle prestigiose istituzioni implicate. Avevano sperato, avevano tanto pregato i cattolici americani perché con il nuovo anno si potesse voltar pagina sulla questione degli abusi. In molte parrocchie l’augurio era che non si potessero più ripetere gli ultimi sei mesi, da quel rapporto del Gran Giurì di Pennsylvania che nella scorsa estate aveva riaperto la diga e portato alla luce il dolore di tutte le vittime che avevano sofferto per anni in silenzio. Ma si sbagliavano perché anche in questi primi giorni dell’anno, molti sono i segnali a indicare il contrario e il numero dei crimini sembra destinato solo a salire

Pedofilia, il ritardo della Cei: non sa stimare quanti siano i casi di abusi in Italia

Italia

Il Messaggero

(Franca Giansoldati) Benchè in evidente ritardo sulla tabella di marcia (ad oggi non è ancora in grado di fare una stima interna sul fenomeno della pedofilia),la Cei si partecipa al summit sugli abusi che Papa Francesco ha convocato a Roma per la fine di febbraio. Dopo tre giorni di dibattito i vescovi hanno fatto sapere che incontreranno le vittime prima di febbraio, come ha ordinato di fare Papa Bergoglio a tutti gli episcopati. Di quali vittime, però, non è dato sapere, né tantomeno di quali casi si tratta.

Preti sposati riammessi e “viri pobati” temi cruciali per la riforma Chiesa

Islam, abusi sessuali: viaggi e appuntamenti in Vaticano definiscono le priorità nell’agenda di Papa Francesco per il 2019. Anzitutto l’islam, con due appuntamenti importanti: lo storico viaggio negli Emirati Arabi Uniti, tra il 3 e il 5 febbraio, e la visita in Marocco il 30 e il 31 marzo.

Se questi temi sono caldissimi anche per la cronaca, un altro appuntamento del 2019, più in sordina, potrebbe aprire a grandi cambiamenti nella Chiesa (in particolare potrebbero essere riammessi al ministero i preti sposati; ndr). È il Sinodo dell’Amazzonia, che si terrà in Vaticano in ottobre. Il tema centrale sarà l’ecologia, ma il vero nodo sarà quello della risposta al problema della scarsità dei sacerdoti. Seppure riferita soltanto alla regione amazzonica, la spinta verso l’ordinazione sacerdotale di persone sposate di provata fede (i cosiddetti viri probati) è ormai chiara. Ma proprio il fatto di aver voluto svolgere il Sinodo a Roma sta ad indicare che tale suggerimento si intenderà come risposta possibile a tutte le chiese con scarsità di vocazioni (e la Chiesa tedesca già scalpita). Questa almeno è l’intenzione del Papa; che poi questo accada sarà da vedere.

Il Giornale

«Pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini». Quale Chiesa per resistere?

bonhoeffer

settimananews

«Comincio, credo, a comprendere il concetto di “Chiesa”»[1]. Il diciottenne Dietrich Bonhoeffer scrive queste parole nel momento in cui si trova a Roma, nel 1924. Ha assistito alla professione solenne di una quarantina di suore, a Trinità dei Monti; ha ascoltato il suono dell’organo, ha ammirato il sole sulla città al tramonto ed ha chiuso la giornata annotando il suo pensiero su una religiosità capace non di escludere ma di coinvolgere i sensi. La Chiesa, egli scrive, «era stata per troppo tempo il rifugio dell’illuminismo inculturale».

Il pensiero di Bonhoeffer sulla Chiesa conosce ben altre ampiezze e profondità; fin da questo precocissimo spunto, però, vi si riconosce la sua impronta, quella della resistenza a qualsiasi scissione tra la vita di fronte a Dio e la vita in mezzo agli uomini. Una tentazione respinta anche nella sua tesi di laurea, discussa nel 1927 e pubblicata nel 1930: Sanctorum Communio. Saggio dogmatico sulla sociologia della Chiesa[2]. Titolo e sottotitolo erano fatti apposta per sottolineare i due livelli: nel primo si faceva riferimento alla condizione di “diversità” dei cristiani nel mondo e dal mondo, nel secondo si parlava della communio sanctorum come di una comunità sociologicamente visibile, perché la Chiesa «fondata da Dio è comunque una comunità empirica come qualsiasi altra», insieme distante dal mondo e immersa in esso.

«È possibile comprendere pienamente “persona”, “condizione originaria”, “peccato”, “rivelazione” solo con riferimento alla socialità. Se concetti puramente teologici si fanno comprendere come collocati e realizzati ciascuno solo in un particolare ambito sociale, proprio partendo da qui viene assicurato il carattere specificamente teologico di una ricerca sulla sociologia della Chiesa» (Sanctorum Communio, p. 13).

Esistono, in sostanza, due errate interpretazioni della Chiesa: una storicizzante e una religiosa; nel primo caso, la Chiesa viene confusa con la comunione religiosa, nel secondo con il regno di Dio. Nel primo caso si trascura il carattere di realtà dei nuovi rapporti fondamentali stabiliti da Dio (…). Nel secondo caso non è preso sul serio il vincolo storico dell’uomo, ovvero la storicità o viene divinizzata oggettivamente, come nel cattolicesimo, oppure viene semplicemente valutata come qualcosa di fortuito, sotto la legge della morte e del peccato (…). Entrambi [gli errori] sono pericolosi, poiché entrambi possono essere nutriti di pathos e serietà religiosi. Entrambi però non riconoscono la realtà della Chiesa, che è contemporaneamente comunione storica e comunione posta da Dio» (Sanctorum Communio, p. 75).

Qualche anno dopo, Bonhoeffer ricorderà che scrivendo quest’opera egli era stato mosso da «smisurata ambizione»; la sua riflessione diverrà meno sistematica e sarà condizionata dalle esperienze che egli andava affrontando; questa linea non verrà comunque abbandonata, ma piuttosto approfondita.

Il giovane teologo trascorre quindi alcuni periodi all’estero: di particolare importanza quello negli Stati Uniti, dove vive con emozione e intensità le liturgie delle comunità nere e conosce il prete francese Jean Lasserre, che lo apre alla prospettiva del pacifismo (per cui il Discorso della montagna non implica più la necessità della redenzione del mondo da parte di Dio, ma chiede invece all’uomo la trasformazione del mondo). Vive inoltre impegnative esperienze catechistiche, durante le quali comprende come la Chiesa non sia una forma religiosa ma il luogo in cui gli uomini vivono nella fraternità. In una lettera del 1936, ricorderà così la sua “conversione”:

«Avevo predicato molto spesso, avevo già visto molto della Chiesa, ne avevo parlato e scritto – e non ero ancora diventato cristiano ma completamente selvaggio e indomitamente signore di me stesso (…). Nella più totale solitudine ero assai contento di me stesso. Da ciò mi ha liberato la Bibbia e in modo particolare il discorso della montagna».

L’essenza della Chiesa[3], libro che raccoglie gli appunti degli studenti che seguono i suoi corsi nell’anno 1932, è testimone di questa maturazione: la cristologia è posta più esplicitamente come premessa dell’ecclesiologia, si dimostra una maggiore conoscenza delle strutture comunitarie effettivamente esistenti e l’apertura al “mondo” diviene radicale, mentre viene respinto ogni sedicente cristiano disprezzo del mondo. Il luogo della Chiesa è proprio il «luogo del Cristo presente nel mondo» (L’essenza della Chiesa, p. 26), e «la chiesa empirica è il presupposto della teologia» (p. 37).

«La Chiesa non è un ideale bensì una realtà nel mondo, un brano della realtà mondana. La mondanità della Chiesa scaturisce dall’incarnazione di Cristo. Anch’essa, come Cristo, è divenuta mondo. Sarebbe un rifiuto della vera umanità di Gesù e quindi eresia assumere la Chiesa concreta soltanto come apparenza. Ciò significa anche che essa è sottoposta a tutte le fragilità e sofferenze del mondo. Per qualche tempo la Chiesa può trovarsi senza tetto, come è avvenuto per Gesù Cristo stesso. Ed è necessario che sia così. Per amore dell’uomo reale la Chiesa deve essere interamente mondana. Si tratta di una mondanità in nostro favore. L’autentica mondanità consiste nel fatto che la Chiesa possa rinunciare a tutti i privilegi, ad ogni possesso che non sia quello della parola di Cristo e della remissione dei peccati. Con Cristo e il perdono dei peccati alle spalle essa diviene libera di rinunciare a tutto il resto» (L’essenza della Chiesa, p. 89)

Se la Chiesa intende presentarsi nella realtà del mondo come corpo di Cristo, ai cristiani non è permesso vivere nell’indifferenza per le realtà del mondo, isolarsi da esso e indugiare solo su se stessa. Giunge quindi ad indicare come fondamentale un’etica di fratellanza che fa cadere qualunque dualismo tra il “dentro” e il “fuori” della Chiesa.

La sequela di Cristo al tempo del nazismo

Quest’ultimo elemento, quello dell’etica di fratellanza oltre i confini della Chiesa, Bonhoeffer lo matura mentre si avvicinano i momenti drammatici che la Chiesa luterana tedesca visse a partire dal 1933, quando la sua direzione fu assunta dai “cristiano-tedeschi” filonazisti. Hitler, infatti, era disposto a “restituire” alla Chiesa il potere e il prestigio che essa aveva prima della guerra, purché essa fornisse un incondizionato appoggio al regime. I “cristiano-tedeschi”, che divennero ben presto maggioritari, avevano come motto: «Un popolo, un Reich, un Führer, una Chiesa», ed erano pienamente disposti ad accettare tale situazione, inserendo persino nelle proprie costituzioni un paragrafo che discriminava i non-ariani.

Bonhoeffer partecipò, nel 1934, al sinodo nel quale la minoranza della Chiesa luterana tedesca si costituì in “Chiesa confessante”. Ciò fu fatto però senza prendere posizione sugli avvenimenti politici: e quando nel 1935 Hitler sembrò ammorbidire la propria posizione nei confronti del cristianesimo, anche buona parte della Chiesa confessante fu disposta ad aperture di credito. Bonhoeffer rimase tra i più rigidi nel rifiutare qualunque accordo con i cristiano-tedeschi («Chiesa e non-Chiesa non possono stare in comunione reciproca»).

In quegli anni il teologo elabora e pubblica Sequela (1937)[4]: un ampio commento al Discorso della montagna. È un atto pubblico di resistenza alla normalizzazione della Chiesa imposta dallo stato nazista e insieme la contestazione delle posizioni di coloro che dentro la Chiesa, rifacendosi a Lutero, avrebbero voluto limitarsi ad un “annuncio” che lasciava campo libero ai poteri civili, riconoscendo al “mondo” un’autonomia traducibile nell’esenzione da qualunque obbedienza ai comandi di Gesù.

«La grazia a buon mercato è la nemica mortale della nostra Chiesa. Ciò per cui noi oggi lottiamo è la grazia a caro prezzo (…). La grazia a buon mercato è (…) misconoscimento della vivente parola di Dio, misconoscimento dell’incarnazione della parola di Dio» (Sequela, p. 27).

«Una verità, un insegnamento, una religione non richiedono uno spazio proprio. Non hanno un corpo proprio. Vengono ascoltati, appresi, compresi. Tutto qui. Ma il Figlio di Dio incarnato ha bisogno non solo di orecchie e nemmeno solo di cuori, bensì di uomini in carne ed ossa che lo seguano» (Sequela, pp. 229-230).

«Il cristiano deve rimanere nel mondo. Non a causa della bontà che Dio ha conferito al mondo, neppure perché sia responsabile delle vicende del mondo, ma a causa del corpo di Cristo, che si è fatto uomo, della comunità. Deve restare nel mondo a causa dell’attacco frontale che deve sferrare al mondo, deve vivere la sua vita nella professione mondana per rendere del tutto visibile la sua estraneità al mondo. Ma questo non appare altrimenti che nell’appartenenza visibile alla comunità. L’opposizione al mondo deve essere portata nel mondo. Per questo Cristo si è fatto uomo ed è morto fra i suoi nemici» (Sequela, p. 247).

Gli anni che seguono vedono Bonhoeffer animare il seminario di Finkenwalde, cercando di rinvigorire la disponibilità alla resistenza; la scuola verrà chiusa con la forza nel 1937. Queste le parole che il giovane teologo usò, nel 1938, per commentare la “Notte dei cristalli”:

«La Chiesa era muta quando avrebbe dovuto gridare (…). La Chiesa confessa di aver visto il ricorso arbitrario alla forza brutale, la sofferenza fisica e spirituale di innumerevoli innocenti, l’oppressione, l’odio e l’assassinio, senza aver alzato la propria voce per loro, senza aver trovato strade per correre in loro aiuto. Si è resa colpevole della morte dei più deboli e dei più indifesi fratelli di Gesù Cristo».

Alla fine degli anni trenta la Chiesa confessante è ulteriormente indebolita dalle disposizioni che ordinano al clero tedesco di giurare «di essere fedele e obbediente al Führer del Reich e del popolo tedesco, Adolf Hitler», pena la decadenza da qualunque incarico: un’opposizione collettiva, a quel punto, non era più possibile, e chi resisteva era accusato di essere assetato di martirio. Nel momento in cui scoppia la guerra, solo due pastori rifiutarono (pagando con la vita) il servizio militare; la stessa Chiesa confessante partecipò alla propaganda bellica. Per Bonhoeffer, sempre più isolato, parve profilarsi una via d’uscita: l’esilio negli Stati Uniti. Vi resterà solo qualche settimana, nell’estate del 1939. Il suo posto è in Germania, e in Germania sceglie di tornare.

L’età del silenzio e della simulazione

Il pastore della Chiesa confessante, tornato in terra tedesca, stupisce per il suo atteggiamento – esteriormente molto più conciliante con il regime – e per la libertà di manovra di cui usufruisce. È infatti entrato in contatto con i militari che tramano contro Hitler. Gira l’Europa per loro, facendo da tramite tra il comandante dei servizi segreti, l’ammiraglio Canaris, e i vertici delle nazioni che combattono la Germania nazista. Dal punto di vista del potere hitleriano, il pastore teologo è dunque una spia che fa il doppio gioco. È un’attività intensa, ma ben diversa da quella degli anni precedenti: la parola d’ordine non è più confessione, ma cospirazione; non più franchezza, ma mimetismo; non più denuncia, ma silenzio e simulazione.

Viene arrestato il 5 aprile 1943. In carcere sperimenta dapprima una frustrante solitudine, quindi la gioia del rapporto fraterno con i compagni di prigionia. Riesce a inviare fuori dal carcere numerose lettere, che verranno poi raccolte nel volume Resistenza e resa[5].

Nell’ultima fase della vicenda biografica di Bonhoeffer (che si conclude con l’impiccagione, il 4 aprile 1945) si consuma, almeno apparentemente, il distacco rispetto alla Chiesa-istituzione, la quale si dà all’“emigrazione interiore”, al massimo predica sul peccato e la redenzione e, il 21 luglio 1944, saluta il mancato attentato a Hitler con queste parole:

«Mentre le nostre armate, valorose e coraggiose fino alla morte, sono impegnate in dure lotte per la protezione della patria e per la vittoria finale, un pugno di ufficiali, spinti dall’ambizione, ha osato il delitto più orribile e ha commesso un attentato omicida contro il Führer. Il Führer è stato salvato [si noti il passivo divino, n.d.r.] e per questo è stata scongiurata al nostro popolo una disgrazia indicibile. Di questo siamo grati dal profondo del cuore a Dio».

Il teologo continua però a riflettere sulla Chiesa: un tema che non può non far parte di una più ampia riflessione sulla sequela di Cristo.

«Ciò che mi preoccupa senza posa è la questione di che cosa sia veramente per noi il cristianesimo e anche chi sia Cristo oggi. (…) Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? (…) Che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? … Cristo allora non è più oggetto della religione, ma qualcosa di totalmente diverso: è veramente il Signore del mondo. Ma questo che cosa significa?» (Resistenza e resa, pp. 376-378).

La critica nei confronti della Chiesa, dei suoi silenzi, dei suoi accomodamenti e soprattutto del suo essere stata fine a se stessa non giunge ad esiti distruttivi: dal momento presente, che è quello della perdita della parola, nasceranno nuove prospettive, che Bonhoeffer descrive in questi termini:

«La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come se fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della parola che riconcilia e redime. Perciò le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini. Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda le realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare» (Pensieri per il battesimo di Dietrich Wilhelm Rüdiger Bethge, maggio 1944, in Resistenza e resa, p. 406).

Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini: questo è il futuro della Chiesa, luogo in cui gli uomini torneranno a comprendersi anche tra loro (Resistenza e resa, p. 94), al quale Bonhoeffer spera di poter ancora rendere un servizio (p. 523); Chiesa nella quale «non l’atto religioso fa il cristiano, ma il partecipare al dolore di Dio nella vita del mondo (…). Gesù non invita a una nuova religione, ma alla vita»; Chiesa «non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio» (p. 381).

Una Chiesa cattolica per resistere

Il cattolico-romano che legge la storia dell’evangelico-luterano Bonhoeffer e medita sui destini della sua Chiesa in rapporto a quella tedesca non trova motivo né di orgoglio né di soddisfazione. Alla Chiesa di Pio XII, che pure non ha raggiunto i vertici statolatrici di quella “cristiano-tedesca”, può infatti essere posta la stessa domanda: quanto hai seguito Cristo, e quanto invece hai cercato di salvare te stessa? Ho infatti la tremenda impressione che i giudizi assolutori su papa Pacelli siano imbevuti del rispetto nei confronti di chi ha “saggiamente” scelto di difendere i “propri” prima, o invece, degli altri. Un’attività perfettamente umana, dato che chi è responsabile di un “gruppo” pensa prima ai “suoi” che agli altri. Se Pio XII fosse stato semplicemente un governante, un amministratore, un responsabile di un settore dell’umanità, non si potrebbe che riconoscere che la sua è stata un’azione prudente, che ha evitato ai cattolici (tedeschi e italiani, per cominciare) altre prove. Ma il seguace di Cristo – e in primo luogo chi si proclama suo vicario – può accontentarsi della prudenza?

Dio solo sa cosa sarebbe successo se le Chiese italiana e tedesca si fossero opposte con maggiore energia e convinzione, “confessando” la loro fede, ai regimi totalitari. Ma è certo che noi oggi possiamo guardare le vicende di quei decenni senza sprofondare nella vergogna e nella disperazione solo perché vi furono cristiani che, come Bonhoeffer, si comportarono in modo non “prudente”, ma veramente “cattolico”, universale. E lo fecero non per la sterile difesa di un principio o per una delirante ricerca di purezza personale, ma perché sapevano che nel momento in cui seguivano Cristo – anche se la Chiesa li avesse abbandonati – Dio era con loro.

Le ultime parole di Bonhoeffer che ci sono state riferite suonano così: «Questa è la fine, per me il principio della vita. Credo nella fratellanza universale cristiana che va al di là di tutti gli interessi nazionali e credo che la vittoria sarà sicuramente nostra».

Pubblicato su Il Margine, n. 2/2006.

[1] Questa citazione e la maggior parte di quelle che seguono si basano su R. Wind, Dietrich Bonhoeffer, Casale Monferrato (AL) 1995 (orig. ted. 1990).

[2] Sanctorum Communio, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1994.

[3] L’essenza della Chiesa, Queriniana, Brescia 19772.

[4] Sequela, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1997.

[5] Resistenza e resa, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 2002.

Preti sposati nella Chiesa. Libro-inchiesta di Enzo Romeo travisa le problematiche

Il Movimento Internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati commenta l’intervista di Alessandra Stoppini a Enzo Romeo pubblicata dal settimanale online della dioocesi di Bergamo e riportata nel post: “Nel libro manca l’idea dei preti sposati con regolare percorso di essere riammessi nella Chiesa”.

Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, ha scritto il volume “Lui, Dio e lei” (Rubbettino Editore 2018, Collana “Problemi aperti”, pp. 256, 16,00 euro, introduzione di Gianni Gennari), nel quale il giornalista e saggista parla del «celibato nella Chiesa», come recita il sottotitolo.
Il libro contiene una sintesi storica del celibato, che «non è un’esclusiva della Chiesa cattolica», ed elenca le posizioni dei papi dell’ultimo secolo, da Pio XI a Francesco. Inoltre l’autore ha intervistato alcuni esperti, come il religioso-psicologo prof. Giuseppe Crea specialista nella cura dei disagi di persone consacrate, e la teologa Stella Morra, che insegna ai futuri candidati all’episcopato. Riporta anche la bella testimonianza di padre Alejandro Solalinde Guerra, prete psicologo messicano candidato al Nobel per la Pace 2017. Famoso per la battaglia in difesa degli immigrati indocumentados che risalgono il Messico dal Centro America per tentare di superare il confine con gli Stati Uniti, padre Alejandro, braccato dai narcos messicani, ha dichiarato a Romeo che «il celibato va vissuto come una vocazione».
Non solo un libro-inchiesta, perché il vaticanista dà voce ai protagonisti: preti che hanno lasciato il ministero dopo avere scoperto di amare una donna, e mogli di ex sacerdoti. I loro racconti offrono parecchi spunti di dibattito e di riflessione, perché nelle parole degli “spretati”, com’erano chiamati un tempo, traspare forte il desiderio di continuare a rappresentare una risorsa per la Chiesa ed essere utili alla Comunità cristiana.
Abbiamo intervistato l’autore.
Quanti sono in Italia i sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare?
«Non ci sono dati ufficiali ma solo delle stime. In ogni caso si tratta di cifre alte: c’è chi parla di quattromila, chi di ottomila preti, che sono stati dimessi dallo stato clericale negli ultimi decenni».
Ha intervistato padre Carlo Travaglino, francescano, missionario fra i lebbrosi in Etiopia anche grazie all’aiuto di Franca, la donna che poi è diventata sua moglie. La loro è una storia emblematica?
«Sì, perché nel loro caso l’amore tra due persone non ha soffocato l’amore per il prossimo. Carlo conobbe Franca e condivise con lei il progetto di servire i lebbrosi in Eritrea. Amava questa donna e voleva sposarsi senza rinunciare a essere un sacerdote missionario. Il suo vescovo, il cardinale Ursi, comprese quel desiderio e ne parlò con Paolo VI, che dopo aver considerato attentamente il caso, concesse a Carlo una dispensa speciale. Carlo e Franca hanno vissuto una vita bella e piena, creando una rete di solidarietà che ha consentito la costruzione di dispensari e ospedali per la cura delle persone più povere ed emarginate».
Chi sono i “viri probati”?
«Sono persone adulte di “provata fede”, anche sposate, alle quali nella Chiesa primitiva venivano affidati alcuni compiti oggi riservati all’ordine sacro, quindi ai presbiteri. Oggi si discute della possibilità di riproporre queste figure, definendone meglio il ruolo. Se ne parlerà con ogni probabilità nel prossimo ottobre durante il Sinodo sull’Amazzonia, dove la mancanza cronica di sacerdoti rende estremamente urgente la questione».
Un capitolo del volume è dedicato ai preti sposati di rito orientale come “Papàs” Gabriel, prete “uxorato”. Ce ne vuole parlare?
«Il celibato è una norma che riguarda esclusivamente i preti cattolici di rito latino. Quelli di rito orientale, invece, possono sposarsi, a patto che lo facciano prima dell’ordinazione. In Italia ce ne sono parecchi; sono quelli delle “eparchie” di Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia, dove vivono le comunità che risalgono all’immigrazione albanese di molti secoli or sono. Nonostante una così antica tradizione, però, anche in queste Chiese il celibato rimane un argomento scomodo, quasi un tabù. Il fatto è che rimane sullo sfondo l’idea – distorta – che sacerdozio e matrimonio siano dei sacramenti in concorrenza fra loro, con una primazìa del primo sul secondo».
Per quanto riguarda la questione femminile nella Chiesa, “potranno le donne un giorno entrare nella stanza dei bottoni”?
«In occasione del recente Sinodo sui giovani è stato chiesto a gran voce che le donne possano essere ammesse al voto nell’assise sinodale. Come fare? Il Sinodo è l’assemblea dei vescovi, che sono solo uomini, chiamati alla successione apostolica. Anche qui, ciò che servirebbe è un cambio di mentalità. Finora nella Chiesa, specie tra il clero, la donna è stata posta tra due estremi: o una figura celeste a cui affidarsi (vedi la devozione alla Vergine Maria) o una persona con ruoli ancillari, umili, secondari. Cosa accadrebbe se ci fossero più donne e contassero sul serio nella gestione, ad esempio, di una parrocchia? Gli strumenti ci sono (vedi i consigli pastorali), ma vanno fatti funzionare. Poi si potrà discutere di diaconato o addirittura di sacerdozio femminile, ma senza farne una conditio sine qua non».
L’11 novembre 2016, durante il Giubileo, per l’ultimo “Venerdì della Misericordia”, Bergoglio si recò a Ponte di Nona, quartiere all’estrema periferia di Roma est per incontrare sette famiglie, tutte formate da persone che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. Il celibato resta sempre un problema aperto nell’agenda di Papa Francesco?
«Credo che papa Francesco attribuisca al celibato un grande valore e dunque non abbia voglia di rimetterlo in discussione. Bergoglio, però, si rende conto che è un “dono” che va accolto in modo pieno e convinto. Ciò che va evitata – ripete spesso – è “la doppia vita”: sacerdoti che continuano a esercitare il ministero avendo una o un amante. Non si tratta allora di abolire il celibato, semmai di renderlo facoltativo, come del resto già avviene tra i cattolici di rito orientale».

Chiese dismesse. Quale futuro? Prima di venderle affidarle a preti sposati

Per vari motivi diocesi e ordini si trovano nella necessità di alienare i propri luoghi di culto Il loro riutilizzo, tra desacralizzazione e dissacrazione, è ormai un tema urgente

E dalle pagine di Avvenire ad intervenire è Ravasi:

Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

In occasione dell’Anno europeo del Patrimonio culturale 2018 il Pontificio Consiglio della Cultura organizza il 29 e 30 novembre presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana il convegno “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, i cui temi sono introdotti in questa pagina dal cardinale Gianfranco Ravasi. Il programma è articolato nelle due giornate. Nella prima verrà affrontato il grave e urgente problema della dismissione di chiese e della loro nuova destinazione. Nella seconda giornata l’attenzione sarà rivolta alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico come un aspetto della attività pastorale delle diocesi. I pomeriggi sono riservati ai delegati delle conferenze episcopali di Europa, America settentrionale e Oceania, che presenteranno le esperienze nazionali su questo tema. Questi paesi infatti presentano condizioni sociali molto simili e sono accomunati da problematiche analoghe nella gestione del patrimonio culturale.

È uno dei monumenti più celebri e visitati di Roma. Paradossalmente potremmo assumerlo a emblema del tema di questo convegno, sia pure in senso inverso. Si tratta del Pantheon, vero e proprio simbolo, già nel nome, della religione romana imperiale nell’epoca del suo maggior splendore, con l’imperatore Augusto (a erigerlo nel 27 a.C. fu suo genero Marco Vipsanio Agrippa). Ripetutamente restaurato e ripristinato da Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, accoglieva nel suo grembo la celebrazione del politeismo classico, tipico di una società aperta e inclusiva che ammetteva anche stranieri e, proprio per questo, secondo Tacito, era perdurata per secoli nella sua potenza, a differenza delle “esclusive” Atene e Sparta. Ebbene, nel 608 l’imperatore bizantino Foca dismise il Pantheon cedendolo a papa Bonifacio IV che lo adattò al riuso cristiano, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri, donde il titolo di Santa Maria ad Martyres. Da quel momento fino ai nostri giorni i papi lo costellarono di segni, simboli e arredi cristiani, e ancor oggi, sia pure con l’ampia parentesi delle visite turistiche, continuano le sue liturgie, come posso personalmente attestare, celebrando ogni anno il solenne pontificale di san Giuseppe, patrono della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

La dismissione e il riuso sono, quindi, un fenomeno costante e pluridirezionale che, però, ora acquista un’incidenza particolare nelle nuove coordinate storiche in cui siamo immersi. Esse, infatti, sono contrassegnate da fenomeni socio-culturali di grande impatto nei confronti di quella realtà così particolare che è il tempio. In passato, come ha dimostrato Mircea Eliade in sede di antropologia culturale, esso era l’archetipo nel quale si concentrava tutto l’orizzonte spaziale. Suggestivo è l’aforisma giudaico che afferma: “Il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, la pupilla è Gerusalemme e l’immagine in essa riflessa è il tempio”. Ora, invece, lo sviluppo edilizio crea planimetrie cittadine senza centro o policentriche; l’urbanizzazione genera metropoli che allungano i loro tentacoli in immense periferie, svuotando di residenti i centri storici; la secolarizzazione abbassa il tasso di frequenza al culto lasciando deserte le chiese; lo stesso trapasso dalla civiltà rurale a quella urbana abbatte i legami con tradizioni religiose ed etiche; il calo del clero rende spesso ardua la vitalità di un tempio che, se artistico, corre il rischio di trasformarsi – come scriveva il poeta Wilhelm Wilms – in «conchiglie vuote«, attraversate solo da torme di turisti o visitatori estranei all’anima primigenia dell’edificio sacro.

Questi e altri dati culturali e sociali creano appunto come corollario il fenomeno della dismissione o alienazione e del susseguente riuso, non di rado sconcertante e dissonante con la realtà originaria del tempio. Tuttavia, la cessazione dell’uso liturgico non produce automaticamente la riduzione della chiesa o cappella a un edificio privo di connotati sacrali. La questione dà origine a interrogativi e problemi rilevanti e spesso contrastanti.In essa, infatti, s’intrecciano componenti molteplici che devono essere dipanate. Pensiamo al tema artistico che può essere di alto valore e al relativo annesso degli arredi sacri mobili. Oppure a quello socio-culturale, perché con la dismissione le comunità cristiane perdono memorie storiche identitarie affidate a determinati edifici sacri. Per questo, talora a battersi per il permanere dell’uso cultuale di un edificio sacro sono persino gruppi di non credenti che vedono in esso un vessil-anzitutto lo nobile piantato in un tessuto urbano spesso trasformato e deformato. Pensiamo anche alla rivisitazione dei piani pastorali e alla riconfigurazione delle unità parrocchiali che si esprimevano proprio attraverso la liturgia, la catechesi e la stessa vita ecclesiale comunitaria legate alle varie chiese. E non escludiamo anche le questioni giuridiche e politiche connesse alle mutazioni legate a nuove destinazioni culturali, museali, artistiche, spirituali di chiese e cappelle. Certo, san Francesco, nel capitolo 37 della Vita seconda (1246) di Tommaso da Celano, esortava così i suoi frati: «Spoglia l’altare della Vergine e vendine i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo di suo Figlio e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e, invece, disprezzato il Figlio».

La relatività del tempio rispetto alla sua anima interiore, tema spesso evocato dalla Bibbia (1Re 8,27; Am 5,5.21-25; Is 1,10-20; Ger 7,20; Gv 4,23-24; Ap 21,22), può ammettere una certa desacralizzazione, ma non sopporta la dissacrazione radicale. Tuttavia san Francesco continuava: «Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito». Si riconosceva, così, la necessità di ricomporre questi segni di fede e di bellezza, di pietà e di memoria ecclesiale. Sarà proprio la trama delle relazioni, delle esperienze e delle testimonianze multiculturali e multinazionali di questo convegno a districare qualche filo di questo groviglio complesso che coinvolge e talora travolge tante comunità ecclesiali. Sarà, comunque, anche un modo per riportare all’attenzione della riflessione teologica e dell’impegno pastorale il grande segno del tempio, espressione dell’infinito e della trascendenza divina ma pure dell’immanenza storica, culturale e spirituale del popolo credente. Non per nulla il santuario mobile del deserto e il tempio gerosolimitano erano denominati suggestivamente nella Bibbia ’ohel mo’ed, la “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio ma anche dei fedeli tra loro.

Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

“Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

https://www.huffingtonpost.it

Chiesa affronti con coraggio il futuro: largo ai preti sposati

Le parrocchie chiuse sono un peccato mortale pastorale; Papa Francesco esclama: “che pena le chiese (e le parrocchie, ndr) chiuse”; e il Santo curato d’Ars ha detto: “lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie”.

Il Movimento internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, fondato nel 2013 da don Giuseppe Serrone, diffonde un testo di don Cionchi della diocesi di Senigallia (fonte: senigallianotizie.it). Reintrodurre nella Chiesa i preti sposati, accanto ad altre sperimentazioni potrebbe evitare la chiusura di molti luoghi di cultu necessari alla cura pastorale dei fedeli.

C’è anche la speranza che in un futuro, speriamo prossimo, si sblocchi anche l’ordinazione sacerdotale di ”viri probati” sposati e non. Anche questa pratica è sul tavolo del Papa. Ne abbiamo tanti in Diocesi. Certo hanno bisogno di Corsi specifici, come c’erano una volta i Corsi per le vocazioni adulte lavoratori, il discernimento del Vescovo, ma non possiamo chiudere le parrocchie con l’idolatria e il blocco della non-ordinazione di vocazioni adulte di sposati e non. D’altronde, gli Apostoli erano quasi tutti sposati. Perché non avere il coraggio di affrontare il futuro, almeno con “sperimentazioni” e proposte finalizzate proprio alla cura pastorale, perché – come ripete spesso Papa Francesco – “salus animarum suprema lex”?

da Don Giuseppe Cionchi

Il libro “Giustizia divina” (Chiarelettere) indaga sui religiosi indagati o finiti in carcere per reati che vanno dalla pedofilia all’omissione di soccorso.

Il Fatto Quotidiano

Non solo pedofilia nella Chiesa. Ma tanti altri reati commessi da preti e suore per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. È quanto emerge in Giustizia divina, edito da Chiarelettere, scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli. Il libro raccoglie un’inchiesta molto rigorosa e ben documentata, ma al tempo stesso sconvolgente per la verità finora sommersa che porta a galla. “Silenzio e preghiera. È la pena – scrivono i due autori – comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne”. È il modo in cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da Papa Francesco per commentare l’accusa, che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick”.

Le domane a cui rispondono agli autori sono tante, attuali e scottanti. “Quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? – scrivono Provera e Tulli – Lo abbiamo chiesto alle autorità competenti ottenendo, con molta fatica e solo dopo aver insistito per mesi, risposte vaghe e incomplete. Durante la nostra indagine lungo l’Italia, da nord a sud, abbiamo intercettato diverse storie. C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille. La violenza su minori non è dunque l’unico reato commesso da ecclesiastici. Forse è il più frequente, insieme ai reati di natura finanziaria, o per lo meno il più noto”.

I dati che emergono sono a dir poco inquietanti. “Dal 2000 sono almeno trecento i sacerdoti denunciati. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Abbiamo così scoperto – precisano i due autori – che molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’. ‘Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma, sempre, il loro vescovo è al corrente del loro ‘domicilio’. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa’ ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo”.

Che cosa è emerso da questa inchiesta? “Abbiamo scoperto – affermano i due autori – che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza. È in una di queste dimore private che ha risieduto in segreto don Mauro Inzoli, noto esponente di Comunione e liberazione, prima di entrare nel carcere di Bollate in seguito alla condanna in via definitiva per abusi su minori avvenuta a marzo del 2018”.
Al silenzio e alla preghiera, dunque, verrebbe da aggiungere anche connivenza e omertà. “Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà – scrivono ancora i due autori – non ci sono solo pedofili. Accanto a loro, insieme a loro, la Chiesa si prende cura dei disagi interiori vissuti dalla popolazione ecclesiastica italiana, che in termini numerici è la più estesa al mondo, con oltre trentamila persone. Nelle parrocchie e nei conventi si trovano la depressione, l’alcolismo, ci sono la ludopatia e altre dipendenze. E c’è l’omosessualità che ovviamente, laicamente parlando, non è un reato, ma che per la Chiesa è un peccato da espiare oltre che una malattia da curare come le altre lontano da occhi indiscreti. Anche così opera la ‘giustizia divina’ dello Stato vaticano. Che, è bene sapere, estende la sua attività nel territorio italiano. Anche questo abbiamo scoperto e documentato come mai era stato fatto prima”.

Giustizia divina è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall’associazione internazionale Ending clergy abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’associazione, rappresentata nel nostro Paese da Rete L’Abuso, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento e un incremento del fenomeno stesso. A riprova di questo comportamento, il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l’Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che prevalentemente ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili. Il 22-23 gennaio 2019 è in programma un’audizione del governo di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia a Ginevra proprio in relazione a questa denuncia.
Nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, Papa Francesco ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”. Ne sono convinti anche Provera e Tulli che evidenziano come “il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini. Con la ‘complicità’, in Italia, del dettato costituzionale che recepisce i Patti lateranensi. Esiste infatti, e opera alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato, che comporta degli evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. C’è una denuncia precisa nelle nostre pagine riguardo a questa stortura ignota all’opinione pubblica. Stortura che nel caso della pedofilia finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti”. Dalle parole e dai silenzi ora si tratta di passare ai fatti.

Invito a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità: e la crisi dei preti?. Ancora tabù i preti sposati

La frase tradizionalista è del card. Filoni, a sacerdoti, religiosi e religiose delle diocesi di Luanda, Caxito e Viana, nel primo incontro della sua visita pastorale in Angola. Per il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati i vertici vaticani tacciono sui preti sposati che potrebbero essere una grande risorsa per la Chiesa.

Il Prefetto del Dicastero Missionario, card. Filoni,  ha messo in guardia, facendo eco al Santo Padre, da una certa mondanità che colpisce la Chiesa di ogni continente, “questa mondanità non è altro che mediocrità. Dobbiamo superare questa mediocrità”. Il cardinale si è quindi soffermato sulla mediocrità nel campo della castità e della vita pastorale e religiosa, invitando i sacerdoti, i religiosi e le religiose “a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità”, aiutati dalla preghiera umile e fiduciosa. “Rinunciando al secolarismo e alla mediocrità, attraverso il nostro incontro con Cristo possiamo, di conseguenza, rinnovare la Chiesa e tutte le dinamiche pastorali e missionarie”.

vaticannews

Ici, spunta la rottamazione per la Chiesa, lo Stato può recuperare cinque miliardi

Ici, spunta la rottamazione per la Chiesa, lo Stato può recuperare cinque miliardi

Una “pax fiscale” tra Italia e Vaticano per risolvere la grana degli arretrati Ici che la Chiesa deve allo Stato per il periodo 2006-2011. Ecco l’ipotesi alla quale sta pensando il governo alle prese con la grana piombata una settimana fa su Palazzo Chigi quando la Corte di giustizia Ue ha riaperto il caso dei rapporti tra Stato e Vaticano in materia di tasse.
LA STORIA
Occorre infatti ricordare che i giudici della Corte, annullando la precedente decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016 che avevano stabilito «l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative» nei confronti degli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi, hanno chiesto all’Italia di recuperare i soldi mai versati affermando che i problemi connessi all’attività di contrasto all’evasione fiscale costituiscono mere «difficoltà interne». La formulazione nei confronti di Roma è chiara: dovete farvi restituire i soldi e non avete scuse. Per questa ragione, il governo si sta muovendo ed è al lavoro per individuare il meccanismo attraverso il quale recuperare l’enorme credito. In ballo ci sarebbero, spiegano fonti del ministero dell’Economia, 4,8 miliardi relativi a ben 6 annualità. Una somma che potrebbe essere, appunto, fortemente ridotta utilizzando gli strumenti della “pace fiscale” che il governo sta mettendo a punto collegandola alla legge di Bilancio. Dunque: rottamazione, definizione agevolata, taglio del capitale, sconto o annullamento di sanzioni e interessi legali e di mora. Le ipotesi sono tutte aperte ma, viene fatto filtrare, la soluzione non è prossima. Serve infatti la collaborazione con i commissari alla Concorrenza di Bruxelles e con i Comuni (che sono i titolari dell’imposta sugli immobili).
I NODI
Tuttavia, considerata la delicatezza del dossier, occorre ovviamente anche un negoziato con il Vaticano che, secondo alcune stime, avrebbe tra le mani il 20% del patrimonio immobiliare italiano. Nel mazzo, tra l’altro, figurerebbero 9 mila scuole, 26 mila tra chiese, oratori, conventi, campi sportivi e negozi e 5 mila tra cliniche, ospedali e strutture sanitarie e di vario genere. E il punto nodale, di non facile soluzione, è riuscire a distinguere chi svolge attività commerciale da chi non le pratica. iResta il fatto che l’accordo con il quale il governo Monti, nel 2012, si illudeva di aver chiuso la pratica è ormai inutilizzabile ed ora sia riapre un’altra tappa nella lunghissima vicenda delle esenzioni fiscali garantite agli immobili della Chiesa. La vicenda è complessa: l’Ici (Imposta comunale sugli immobili), poi sostituita dall’Imu, è stata introdotta nel 1992, esentando dal suo pagamento gli enti non commerciali. Fino al 2004 questa esenzione, di cui non beneficiava solo la Chiesa cattolica, ma tutto il vasto mondo non profit, ha sollevato un contenzioso fino a quando una sentenza della Cassazione, relativa a un immobile di proprietà di un istituto religioso utilizzato come casa di cura e pensionato per studentesse, ha affermato che per beneficiare dell’esenzione sono necessari tre requisiti tra cui quella più importante, e cioè che gli immobili venissero usati a fini non commerciali. L’esenzione fu però allargata nel 2005 dal governo Berlusconi per includere tutti gli immobili di proprietà della Chiesa, anche quelli a fini commerciali. Questo allargamento fu poi giudicato dalla Commissione europea come un aiuto di Stato, perchè danneggiava le attività commerciali non di proprietà della Chiesa.

Il Messaggero

Preti sposati attenti / Dall’interno remano contro

In queste ultime settimane il dibattito sui preti sposati e sul celibato dei preti è tornato di attualità anche dopo la partecipazione in Rai in televisione di don Serrone che ha lanciato un appello per la riammissione dei preti sposati nel ministero pastorale della Chiesa Cattolica Romana, come grande risorsa.

Don Serrone invita  i preti sposati a rivolegersi ai Vescovi per richiedere la riammissione al ministero (proprio di questi giorni la notizia della riammissione alla Celebrazione della Messa per un prete sposato della Diocesi di Reggio Emilia).

L’impegno di trasparenza e riforma della Chiesa, come al solito, ha numerosi opinionisti che lo ostacolano. Don Serrone indica di stare attenti ai preti sposati come Ernesto Miragoli. Prete sposato anche lui, Miragoli (“eminenza grigia”dei preti sposati e referente di gruppi conservatori di preti sposati) vuole essere sempre al centro dell’attenzione… Di fatto in anni di presenza mediatica ha fossilizzato la causa dei preti sposati. Quando altri preti sposati vanno in Tv scrive che l’impegno televisivo non serve a nulla. Tra le righe dei suoi post poi è  sostenitore dell’immobilismo sulla questione del celibato dei preti, anche se si autocelebra come innovatore.

Don Serrone lancia un appello ai preti sposati italiani per la riforma della Chiesa: “insieme possiamo essere un grande potenziale di rinnovamento. Ora Papa Francesco e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana ci dovrebbe ricevere a Roma e siamo pronti  pronti ad incontrarli per richiedere personalmente la riammissione nella Chiesa”.

 

#RaiUno #ItaliaSi! #Preti sposati e riammissione al ministero

Preti sposati / Rai 1 ne parla. Ottimo Marco Liorni, bocciati gli opinionisti e il vaticanista Romeo.

Giuseppe e Albana Serrone sono stati ospiti della Trasmissione della Rai Tv “Italia si” che è andata in onda il 13 Ottobre 2018 dalle ore 16:40.
 Nel corso della puntata (in particolare l’intervento di Giuseppe Serrone e Albana Ruci visibile su Rai Play https://www.raiplay.it/video/2018/10/ItaliaSi-13102018-b67d2b86-8d89-4b18-9ffe-25d65d261742.html a partire da 1 ora e 13 minuti circa dall’inizio della puntata) Marco Liorni ha affrontato con molta apertura e franchezza la questione dei preti sposati che chiedono di rientrare nella Chiesa e poter continuare ad esercitare il ministero pastorale in servizio alle parrocchie nella Chiesa Cattolica Romana.
Giuseppe Serrrone ha reclamato, lanciando un appello ai vertici delle Conferenze Episcopali Mondiali di perorare la causa con Papa Francesco, la riammissione in servizio attivo dei preti sposati che hanno un regolare percorso di dimissioni dispensa e matrimonio religioso: “Noi siamo ancora dentro la Chiesa e il nostro sacerdozio è eterno… non può essere cancellato. Diverso il caso dei preti sposati ridotti allo stato laicale che non possono vantare le stesse prerogative dei preti sposati con regolare percorso canonico”. L’appello lanciato attraverso la lettera di Vocatio diffusa oggi dalla stampa e inviata a papa Francesco e al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana non è condiviso dal nostro movimento che chiede da anni senza riscontro vaticano di estendere ai preti sposati con regolare percorso canonico le stesse prerogative concesse ai preti sposati angliacani e ai pastori protestanti ammessi nella Chiesa Cattolica Romana con mogli e figli. ItaliaSì!, è programma in onda ogni sabato pomeriggio alle 16.40 su Rai1, dove in sostanza ognuno può dire quello che vuole. Chi vuole scrive alla redazione, se accettato si presenta, sale sul podio e dice la sua. In ogni campo. Un po’ come succede a Hyde Park a Londra, ma qui siamo a Raiuno. «Il programma è cominciato da poco, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo per dargli una sua identità, in fondo è un varietà di storie e persone, ciascuna con il proprio argomento, poteva essere spiazzante e frammentario – spiega Liorni – Ma ovviamente seguiamo un criterio per scegliere i racconti, cuciamo insieme storie diverse, ma simili». Italia Sì è uno show tutto nuovo con protagoniste storie, volti emozioni, problemi e soluzioni, ma soprattutto persone comuni, pronte a condividere la propria vita davanti a un pubblico popolare e a un gruppo di «saggi» del mondo dello spettacolo: Rita Dalla Chiesa, Elena Santarelli, e Mauro Coruzzi in arte Platinette. Nella puntata del 13 Ottobre 2018 i saggi del mondo dello spettacolo Rita Dalla Chiesa, Elena Santarelli, e Mauro Coruzzi si sono dimostrati, con i loro interventi sulla storia di Giuseppe Serrone e Albana Ruci poco preparati e imprecisi come commentatori sulle questioni teologiche e canoniche affrontate da Giuseppe Serrone. Inoltre la Santarelli e Coruzzi hanno cercato di mettere in cattiva luce l’intervento di Albana Ruci, che ha lanciato anch’essa un appello d’amore a Papa Francesco e ai vertici vaticani per la riammissione dei preti sposati con regolare percorso canonico nella Chiesa. In studio in Via Teulada 66 era anche presente anche Enzo Romeo caporedattore e vaticanista del Tg2. A lungo responsabile della redazione esteri, si interessa da sempre al mondo religioso. Da inviato ha seguito i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Collabora ai periodici «Credere» e «Jesus» e fa par- te del comitato di direzione di «Dialoghi», rivista dell’Azione Cattolica Italiana. Il giornalista è stato inserito in puntata come commentatore della storia di don Serrone e per lanciare tramite la Rai il suo libro “Lui, Dio e lei. Il problema del celibato nella Chiesa”. Peccato che proprio in questa occasione abbia rivelato commentando l’intervento di don Serrone, tutte le sue lacune teologiche e canonisticte sulla questione dei preti sposati (formazione che non dovrebbe mancare a un autore di libri sul celibato e a un caporeddatore e vaticanista Tg2), della dispensa, della riduzione allo stato laicale. Romeo era molto confuso ed è stato corretto per le sue inesattezze da don Serrone. Inoltre Enzo Romeo senza verificare in precedenza ha messo in dubbio, dimostrando poca deontologia giornalistica, le vere affermazioni di don Serrone sulla sua dispensa dal celibato e sul suo matrimonio religioso regolarmente registrato in una parrocchia del viterbese, dove don Serrone si è unito in matrimonio con Albana Ruci nel 2002.

Connessione pedofilia preti celibato. Papa contro i preti sposati. Vergognoso avere avuto Pell e Law ai vertici della Chiesa

I preti sposati italiani divulgano l’articolo di Carlo Troilo apparso su ilfattoquotidiano.it:

Un recente studio della Chiesa cattolica australiana – gravemente ferita dalla vicenda dei preti pedofili e del Cardinale George Pell, loro protettore – sostiene che l’obbligo del celibato per i preti cattolici fa sì che fra loro il numero di pedofili sia più alto che nelle religioni che consentono il matrimonio dei pastori. Un divieto, quello di prender moglie e avere figli, che non era previsto da Cristo e dai suoi seguaci, che avevano chiaro il valore dell’amore fra uomo e donna, e che venne introdotto gradualmente solo a partire dal XII secolo ed ebbe come motivazione pratica la volontà di impedire che con il matrimonio (e la conseguente esistenza di eredi) i beni della Chiesa si andassero frazionando ed assottigliando.

L’incapacità di annullare questo assurdo e anacronistico divieto, oltre a rendere più difficile il reperimento di nuovi sacerdoti ed a provocare i problemi denunciati dalla Chiesa australiana, contribuisce a mio parere a rendere la Chiesa ed i suoi pastori più freddi e lontani da un mondo in cui l’amore coniugale, fatto anche di sesso, resta fra i pochi valori solidi e le poche oasi di pulizia morale.

Per non dire del danno incalcolabile che il divieto di ricorrere ai metodi di contraccezione ha provocato in termini di sovrappopolazione anche da noi ai tempi dei nostri nonni e che continua a provocare nei paesi in cui le idee della modernità tardano ad affermarsi. Ed è assurdo che la Chiesa cattolica, mentre meritoriamente si batte in favore dei migranti, non trovi il coraggio per fare una eccezione, almeno nei paesi più poveri e arretrati, per partecipare con le sue missioni al controllo delle nascite, o quanto meno non ostacolarlo. Lo studio della Chiesa australiana mi ha portato a riflettere sull’atteggiamento della Chiesa sul sesso, che mi ha indignato fin da ragazzo.

Venendo io da una famiglia di non credenti (con un nonno paterno decisamente anticlericale) non avevo mai provato alcun tipo di attrazione religiosa fino a quando, fra i 13 e i 15 anni, vivendo a Milano a due passi dalla Chiesa di San Carlo, fui invitato da un amico a seguire una delle lezioni che padre Davide Maria Turoldo impartiva ai giovani in quella chiesa. Rimasi incantato dal fascino di Turoldo, dalla profondità della sua fede e dalla modernità delle sue idee, che me lo facevano apparire simile a quei socialisti umanitari di cui mio padre era stato allievo.

Ebbi così una fase “mistica”, che però finì presto perché – avendo deciso di tornare a confessarmi diversi anni dopo la Prima comunione – capitai nel confessionale di un frate barbuto e sinistro, che mi trattò come uno degli assassini di Cristo solo perché gli avevo confessato i peccatucci sessuali tipici di quella età. Uscii dalla Chiesa inferocito e non vi entrai mai più, se non rarissimamente, per le nozze o i funerali delle persone a me più care. Poco dopo, cominciò la guerra delle gerarchie ecclesiastiche a Turoldo, non a caso finito ai margini della Chiesa come anni dopo il cardinale Martini (mentre a Milano è stato beatificato il cardinale Shuster, amico dei fascisti, che arrivò a decretare la scomunica per i milioni di italiani iscritti al Partito comunista).
L’elenco delle nefandezze della Chiesa Cattolica è lungo e pesante (dalle Crociate alla Inquisizione) e lo do per scontato, oltre che più che sufficiente per tenersene alla larga.

Ma quel che mi ha particolarmente disgustato nel tempo in cui mi è stato dato di vivere è l’atteggiamento della Chiesa sui rapporti sessuali. Ho sempre considerato il rapporto sessuale (che è comunque una delle cose più belle – e piacevoli – della vita) come la più alta espressione dell’amore, il suo coronamento. Perciò trovo disgustoso l’atteggiamento della Chiesa che considera il rapporto sessuale nel migliore dei casi come remedium concupiscientiae e lo ammette solo se finalizzato al concepimento dei figli, con tutta la sequela di divieti e di viscidi “metodi” per aggirare il divieto dopo averlo proclamato (penso per tutti ai tanti “figli di Ogino e Knaus” ed alle disgustose pratiche connesse a questo “metodo”).

P. s.: Trovo vergognoso il fatto che Papa Bergoglio – che pure gira il mondo promettendo di colpire i preti pedofili – abbia posto a capo delle finanze vaticane il cardinal Pell, pur essendo note le sue vicende giudiziarie di protettore di preti pedofili in Australia (il cardinale Law fu portato a Roma nel 2004 da Giovanni Paolo II, che lo nominò arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma). Lo ricordo perché i giornali non lo hanno fatto, con l’atteggiamento “papalino” che ormai distingue la stragrande maggioranza della stampa italiana, benché le vicende dei due alti prelati fossero state rese note nei dettagli dal giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi nel suo libro “Lussuria”. Law si è sottratto alla giustizia americana morendo (ma i suoi solenni funerali sono stati celebrati in San Pietro, presente il Pontefice). Per Pell, alla fine, il Vaticano ha dovuto cedere alla insistenza del governo e della magistratura australiana, consentendone l’estradizione (anche perché di recente due uomini hanno accusato il Cardinale di averli violentati da bambini: dunque, di essere non sono protettore di preti pedofili ma pedofilo egli stesso).

Così si spegne la Chiesa. Ora riforma e spazio ai preti sposati

Così si spegne la Chiesa
Illustrazione di Carlo Stanga

Impressioni di settembre in una piccola chiesa alla periferia est di Milano. Fuori infuria una pioggia pesante, tropicale. Il sacerdote ha appena iniziato l’omelia. I banchi sono occupati da rari fedeli: qualche anziano e, sorprendentemente, una giovane madre che cerca di chetare il figlio piccino, poco più di un anno, che esplode in un pianto strepitante. Non smette di singhiozzare. La madre accenna ad alzarsi, a uscire, per non disturbare la messa. Il prete la ferma, interrompe la predica: «Lasciamo parlare la voce di Dio: è questo pianto». Siamo rimasti minuti così, in silenzio, ad ascoltare i vagiti, nel tempio semivuoto.

Quei singulti piccini, in quella desertificazione della messa, ho potuto intercettarli perché da giorni avevo incominciato a girare per le chiese milanesi: per verificarne i vuoti. Le ho scrutate come ventri cavi, ruderi attivi e spazialmente imponenti, proposte di immortalità andate deluse. Mi sono messo a turbinare per templi cristiani, dopo avere accusato uno choc antropologico, durante un incontro in un liceo. Avevo chiesto alla classe, una trentina di ragazzi, quanti fossero cattolici: circa due terzi avevano alzato la mano. Quando però ho domandato chi ritenesse che Cristo avesse effettivamente sconfitto la morte con la resurrezione, si era sollevata soltanto una timida mano. Era un minimo esempio di scollamento abissale e pervicace tra magistero, fede e fedeli, che solleva l’enorme domanda su quale sia il credo e la sostanza cattolica di questo tempo. Quindi ho preso a girare per chiese milanesi, contemplandole vuote e rischiose, abitate da renitenti luminosi, aree oratoriali infoltite da bambini digitali, popolate da sacerdoti preoccupati dell’insegnamento morale. Un tempo non si doveva circolare per parrocchie per ritrovare il Cristo. Era sufficiente stare immobili e la Chiesa veniva a te, ovunque e chiunque tu fossi. È arduo descrivere oggi cosa fu la Sposa del Cristo in Italia in quel passaggio storico determinante tra Novecento e nuovo millennio. Si può procedere per emblemi, per impressionismi personali, come è tipico di uno scrittore, che non è mai un sociologo.

Per esempio: quando il Papa entra per la prima volta nella mia vita non è al battesimo, a cui i miei genitori, fieramente amendoliani, non si sognano di sottopormi. Il pontefice è in quegli anni, ovvero i Settanta, una figura ubiqua, quasi carceraria, che respira ovunque nella nazione, imprimendovi il suo fragile battito cardiaco e il vasto immaginario storico che gli piega le spalle. È un italiano riluttante e io lo vedo affacciarsi dolente al balcone di San Pietro, la stola rossa risalta nei primi tv a colori, sgranata ed eccessiva, un lussurioso scarlatto che stona e completa il volto da geometra accigliato di Paolo VI. La sua voce non tuona, è piuttosto una pasta sonora farinosa e incerta, però rimbomba nella mente mia e degli allora bambini, fino a oggi. La sua figura magra e incerta spalanca le braccia in un gesto drammatico, pronunciando parole terribili: «Uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro! Tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa».

Se quel momento non è mai realmente esistito, poiché l’appello di Papa Montini fu scritto e mai interpretato nell’udienza domenicale, non è una valida ragione per smentirne la consistenza, tutta fantasmatica, con cui io l’ho visto e vissuto.

Era così pervasiva la Chiesa a quei tempi, che non si sfuggiva a un surplus di immaginazione, a una percezione dilatata della sua influenza, a un condizionamento collettivo e a una guida politica indefessa, da seguire o contro cui scagliarsi. La Chiesa c’era. Era ovunque. Esisteva politicamente, nel volto piagato dalla sofferenza del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, un doppio laico della riluttanza papale, o nella gravosa proattività del giovane Bettino Craxi. Irradiava nella cultura pop dai manuali di ricette per torte detestabili e luganeghe stracotte, su cui si sporgeva il volto rustico ed euganeo di Suor Germana, la suora cuoca, un’anticipazione religiosa e casereccia di Masterchef. La Chiesa rifrangeva dai jeans prelatizi dei giovani sacerdoti, che in tutti gli oratori intonavano l’inno vaticanosecondo Symbolum ’77, una nenia persecutoria in cui Dio è la mia vita e altro io non ho. Era una saturazione del nostro spazio vitale, declinato a un apostolato diffuso. Non c’era zona del vivere civile che non fosse religiosa, ovvero cattolica. E non si trattava di una dittatura, bensì della presa di consapevolezza che l’Italia è imprescindibile nella storia infinitamente postuma del Cristo. Da qui, immense strategie sociali e politiche, estetiche ed esistenziali, in un’espansione infinita della relazione col reale: la Chiesa, a differenza del Cristo, è nel mondo ed è pure del mondo.

Facendo mente locale, il che è oggi un esercizio sempre più difficoltoso, ci si accorge che la Chiesa ha espresso negli ultimi decenni un ciclo leggendario, mentre la percezione dell’elemento cattolico andava nebulizzandosi nella società. Da Paolo VI a Benedetto XVI, è una sequenza di fatti storici che compongono una mitologia clamorosa. Chiudendo il Concilio, Papa Montini appone la sua firma a un mutamento senza precedenti nel messale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, muore dopo 33 giorni di pontificato, aprendo l’istituzione ai venti del complottismo, che è un’anticipazione del nostro presente avanzato. Giovanni Paolo II subisce addirittura un attentato in mondovisione e opera nella sostanza stessa del complotto, contribuendo al crollo del comunismo. È però il pontefice apparentemente più schivo e più esile a segnare l’apice di un’epopea contemporanea senza pari: Ratzinger cancella dalla dottrina il limbo dei non nati e arriva a dimettersi.

La storia dei papati più recenti lascia a bocca aperta ed è forse da qui, che bisogna partire per comprendere: dal fatto che i papati si disgiungono non soltanto dalla storia della Chiesa, ma anche dalla sua percezione collettiva. Se i pontefici sembrano efficaci atleti di Dio e allestiscono un climax oggettivamente sconvolgente, la percezione diffusa della presenza della Chiesa sfuma, si dilata, si omeopatizza, fino a farsi sempre meno simbolica, sempre più laicale, giocata precipuamente sul dogma della carità sociale. La Chiesa secondo il modello planetario dell’ospedale da campo è di fatto la conferma di fosche analisi, come quella del teologo e filosofo Ivan Illich: «La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha trasmesso allo Stato e alle istituzioni e che ha condotto a una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori, delle corporazioni professionali della salute, dell’assistenza». Diffondersi nelle intercapedini e fare diaspora ha probabilmente comportato la vaporizzazione progressiva dell’istituzione cattolica, almeno nella percezione generale che se ne ha.

Negli intenti, era una strategia eminentemente politica, nobilitata dall’insegna della “Chiesa extraparlamentare” che il cardinale Ruini teorizzò e fu argomentata in un acuto saggio di Sandro Magister: una Chiesa che, al crollo della Democrazia Cristiana, non vuole più compromessi e rapporti politici preferenziali.

Negli effetti, questa strategia ha determinato invece una sclerosi diffusa e dannosa nel corpo politico, realizzando una “Chiesa ultraparlamentare”, le cui istanze si sono offerti di rappresentare adepti variamente settari, obliqui, perennemente non memorabili. Non stare più direttamente sul palcoscenico politico, tendere piuttosto a condizionare la cultura di massa, a praticare benemeritamente l’assistenza generalizzata: fuori del Palazzo la Chiesa si è fatta carsica, interstiziale, pudica, ma all’interno risulta da vent’anni opprimente, varicosa, lugubremente imprescindibile.

Nella basilica dedicata a San Giovanni Bono, alla periferia sud di Milano: un edificio isoscele a cuspide, che impone il paradosso di una incipiente agorafobia al suo interno. Alla prima messa mattutina sembra di abitare un utero cementizio, un tempio del transumanismo. I fedeli sono radi, invariabilmente anziani. Su quello che dovrebbe essere il sagrato e sembra invece una piccola Cape Canaveral da cui il tempio sta per decollare verso spazi interstellari, una fedele novantenne mi folgora con un inatteso giudizio storico: «Che bei tempi erano quelli del divorzio e dell’aborto!». Pilucca un grappolo d’uva da un sacchetto in plastica biodegradabile, cava vinaccioli e bucce, dice di non essere colta e risulta invece nitida e categorica: «Divorzio e aborto non sono stati una sconfitta per la Chiesa: era materia che creava problemi a chi non credeva e che discendeva da articoli di fede, una conclusione logica a cui arrivava ogni cattolico. Ma già allora non erano abbastanza, i cattolici…».

E oggi i cattolici sono abbastanza? I numeri, che sono ormai una patologia endemica della nostra contemporaneità, in questo caso non spiegano nulla. I cattolici censiti in Italia sono tantissimi: il 60 per cento della popolazione. E tuttavia sono pochi: vent’anni fa erano al 79 per cento. Si contrae il popolo che pratica: solo un quarto dei fedeli partecipa puntualmente alla funzione domenicale, il 47 per cento si reca a messa saltuariamente, il 27,4 per cento non frequenta. Papa Francesco si è detto letteralmente disperato per il numero di sacerdoti che abbandonano la tonaca, più di duemila ogni anno nel mondo. In poco meno di un secolo i sacerdoti in Italia sono scesi da 15 mila a 2.700. Non è una crisi vocazionale: è un’emorragia.

Tra i fedeli all’uscita dai vesperi, presso la chiesa di Dio Padre a Milano 2, un’architettura scalena che sembra partorire un figlio astratto dell’uomo, nessun giovane e ancora volti anziani dagli sguardi stupiti. Discutono dell’attualità. «Il male è l’attualità interpretata dalla Chiesa!» e dibattono fitti, quindici, venti, trenta corpi corruttibili in cerca dell’eterno, qui e ora, e mi tirano per un braccio, mi chiedono di ascoltarli, sperano nella domanda successiva, pensano che io sia un giornalista, uno vuole pronunciarsi sulla calamità dei preti pedofili, un’altra mi infila un bigliettino in tasca ed è la formula di una benedizione, c’è chi insiste che Padre Pio è il più amato dagli italiani e chi fa il nome della mistica Natuzza Evolo – hanno necessità di mistica, reclamano una parola sull’immortalità, si sentono implicitamente abbandonati dal magistero, caracollano tra omelie morali e nichilismo dei tempi attuali, preludono a una fine imminente di se stessi e della sterminata chiesa che si stende sul mondo. Non smettono di criticare, ce l’hanno con il ministro della famiglia Fontana e con il suo collega regressista Pillon, i quali cianciano di divorzio e aborto, ancora il divorzio e l’aborto… Confutano le vesti transitorie del corpo di gloria, credono che il superamento della morte sia definitivo, conculcabile: lo esigono in forma non provvisoria, questo magistero, lo vogliono letterale e cristico.

E così, in ogni chiesa milanese in cui ho vagabondato in questi giorni tumultuosi, la domanda su Dio ha rimbalzato su pareti primonovecentesche e contro vetrate istoriate con un’estetica da Pio Manzù, che il piano per la costruzione di “Ventidue chiese per ventidue concili”, promulgato dal decisivo pontefice Paolo VI, ha conferito alla mia infanzia e pubertà di ateo inverecondo e imbarazzato. Ho attraversato gruppuscoli di fedeli resilienti, pensionati dall’aspetto diaconale, che al prete non hanno il coraggio di chiedere quella parola assoluta di verità: vorrebbero che fosse loro impartita gratuitamente, concessa senza bussare alla comprensione del sacerdote. Di tutti i cattolici praticanti che incrocio di chiesa in chiesa mi colpisce un elemento. I morti fanno paura o confortano ben più di quanto ci riescano Dio e la preghiera coriacea, che bisbigliano quando non c’è nessuna funzione e le chiese appaiono ancora più vuote ed emblematiche, in qualche modo mute e indifferenti. Sono penetrato ovunque in questi vuoti, in ogni punto cardinale. La forma aeronautica di San Francesco d’Assisi al Fopponino, progettata dall’architetto Gio Ponti, la capanna sbagliata di Sant’Ignazio di Loyola a Trezzano, San Pio V, Sant’Eugenio, Sant’Andrea, decine di parrocchie – e le loro comunità, rigogliose la domenica, così come durante i camp estivi, quando si autorappresenta la linfa di una Chiesa che opera socialmente ovunque e vicaria lo Stato che non soccorre più o non ha mai soccorso. La domenica la congrega è vasta e intergenerazionale. Sono partecipatissimi gli oratori, stimati in più di ottomila in tutta Italia, dove però per il 52 per cento non si svolge formazione liturgica, si pensa che non serva. Torna a essere, guardando i numeri, una Chiesa sconcertante, che emette verità amorevoli, ma non produce più figure politiche delineate e stenta nella sua catechesi. In Sicilia, a Piazza Armerina, il 15 settembre scorso, Papa Francesco ha affrontato le piaghe dell’ecclesia, dell’impoverimento culturale, dell’usura e della disoccupazione, ha inveito contro la mafia e sorprendentemente ha fornito indicazioni perché le omelie non durino più di otto minuti. Un rimedio contro l’abbandono delle funzioni, è stato detto.

«Se anche predichiamo nel vuoto, non smettiamo di farlo: il Verbo si è fatto carne, la carne deve interpretare il Verbo!», risuonano nelle navate deserte di una chiesa nell’hinterland le parole di Padre Steiner. Si fa chiamare così, ma probabilmente è un soprannome. Mi hanno parlato di lui, nessuno sa nemmeno se sia davvero un sacerdote. Forse è un paziente psichiatrico aiutato dal parroco, che lo lascia predicare quando nessuno ascolta. Oppure è un marginale, un eretico, un vicario che non celebra la messa e non smette di apparire nel boato di silenzio del pomeriggio, quando nessuno dei fedeli si sottopone ai suoi sermoni, che scuotono il nervo e frustano l’accidia del credente troppo accomodato nelle verità indiscusse. «Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario. Questa è un’opinione ben triste: la menzogna viene elevata a ordine del mondo! Oggi subiamo troppo la dittatura del prossimo tuo, ci siamo concentrati sul suo benessere e la sua ricollocazione lavorativa, dimenticando che esiste il me stesso: è al me stesso che non forniamo più indicazioni, comandamenti, sensitività. Gli altri sono diventati un’ossessione. La spesa solidale è il modo con cui conduciamo nel mondo la buona novella? La congrega sembra contagiata dal medianismo, il rito dei defunti è l’unico con cui ci si presenta qui, sotto la Croce, motivati da un’ansia di verità finalmente inquieta, tremante, traumatizzata: cerchiamo come ossigeno la certezza che chi ha abbandonato le spoglie mortali sia ancora vivente. Non c’è altro male, se non questo. Le riforme socialiste della Chiesa che si è statalizzata non fanno per me! L’imperativo, per cui ciascuno deve sottomettersi alle autorità costituite e pagare le tasse dovute, ha forse altro fine che non ricord arci quanto sia ormai tempo di svegliarci dal sonno? La nostra salvezza è più prossima di quando diventammo credenti? La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e non ci lasciamo prendere dai desideri della carne. La carne, questo mistero! Quanta ce ne tocca ancora? Quanto rotolano per i secoli fino a noi le sue tentazioni… Continuiamo a parlarne, ad accusarla. Abbiamo bisogno di una Chiesa profetica, che sembri capace addirittura di apostasia. Ogni istituzione che non suppone il popolo buono e il prete corruttibile è viziosa. E tu: tu non hai abbastanza rispetto per la Scrittura e alteri la storia». È pazzo, forse? È catecumenale? Scompare accelerando i passi a destra nel transetto, scarta le panche vuote, gesticola nell’aria, le chiome biancoargento della capigliatura folta, nordica, luterana…

Prima di uscire dalla chiesa, vuota, dove sono l’unico corpo che si aggira tra i banchi deserti, mi fermo ad accendere una candela elettrica. Il filamento è incandescente a tratti, si spegne e si riaccende, crepita, e mi sembra che sia tutto il mio, il nostro tempo ora. (espresso.repubblica.it)

Frate psicologo abusa di una suora in terapia, il Papa conosceva il suo caso

Il Messaggero

Città del Vaticano – #MeToo arriva in Vaticano. Un frate cappuccino siciliano, terapeuta e psicologo piuttosto conosciuto (il Papa lo voleva vescovo ausiliare di Palermo), avrebbe violentato una religiosa durante una delle sedute di psicoterapia che stava seguendo. La suora piuttosto provata psicologicamente ha avuto il coraggio di sporgere denuncia alla Procura di Roma solo dopo qualche tempo per il forte timore di subire reazioni negative da parte della Chiesa, visto che padre Giovanni Salonia, questo il nome del frate terapeuta, gode di protezioni ecclesiastiche e amicizie piuttosto influenti sia in Vaticano che all’interno dell’Ordine dei Cappuccini, e, naturalmente, in Sicilia dove gode della solida amicizia dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. L’abuso sarebbe avvenuto nella Capitale: la suora si sarebbe confidata con diverse persone tra cui alcuni medici.

Il dossier di padre Giovanni Salonia è ben conosciuto a Papa Francesco. L’anno scorso su indicazione di monsignor Lorefice, lo aveva persino inserito nella nomina di vicario generale della diocesi palermitana. Sembrava tutto pronto per la promozione poi, improvvisamente, e senza che sia mai stata fornita dal Vaticano alcuna spiegazione ufficiale, l’investitura di padre Salonia è stata cancellata.

A determinare il cambiamento di rotta sono state – evidentemente – notizie riservate relative al suo passato, non compatibili con la consacrazione arcivescovile. In Vaticano raccontano che qualcuno avrebbe fatto arrivare al pontefice un dossier. Nel frattempo in Sicilia la mancata consacrazione ha sollevato un putiferio e padre Salonia – che non ha mai smesso di fare il terapeuta continuando a fare il consulente alla Scuola Gestalt – ha risposto con un comunicato ufficiale, spiegando di avere fatto un passo indietro lui personalmente per non mettere in difficoltà l’arcivescovo Lorefice. «Avevo accettato in spirito di servizio ecclesiale questo impegnativo e delicato ufficio, a cui, in modo imprevisto e inaspettato, ero stato chiamato. Tale nomina, mentre in tanti aveva suscitato sentimenti di gioia e di speranza, in qualcun altro ha provocato intensi sentimenti negativi, con attacchi nei miei confronti infondati, calunniosi e inconsistenti, ma che potrebbero diventare oggetto di diverse forme di strumentalizzazione, anche di tipo mediatico».

Intanto partiva dalla cittadina di Modica (residenza di Salonia) una raccolta di firme a sostegno del frate per perorare la causa della sua nomina, chiedendo al Papa di ripensarci. Due settimane fa, durante la visita di Bergoglio a Palermo, monsignor Lorefice ha voluto fare incontrare al Papa padre Salonia. Si è trattato di uno scambio di battute, in una saletta riservata all’arcivescovado, poco dopo la messa. La notizia è apparsa sulla stampa siciliana. Ora l’ultimo atto di questa storia che parla della scarsa trasparenza della Chiesa italiana nella gestione degli abusi. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo e si appresta a interrogare Giovanni Salonia, 71 anni, per confrontare le versioni e procedere ad accertare la verità.

Papa Francesco molto fumo e poco arrosto. Molte chiacchiere e pochi fatti. Ora apra a riforme vere e accolga i preti sposati

lindro.it

Papa Bergoglio ha raggiunto il soglio petrino nel 2013, dopo che Benedetto XVI aveva misteriosamente abdicato. Il Papa argentino voleva stupire dopo il pontificato del papa tedesco e lo ha fatto: ha stupito. Ma come ha stupito? Positivamente o negativamente?Questa è la domanda da porsi anche in questa frenetica era dell’apparire dove l’importante, appunto, è esserci indipendentemente da come e perché.

Bergoglio ha voluto rivoluzionare la Chiesa Cattolica e ha tentato di farlo fin dall’inizio,osando quello che nessuno aveva mai osato in mille anni di pontificato: prendere il nome del poverello di Assisi, quel San Francesco riformatore radicale della Chiesa che non era lo sprovveduto che l’iconografia ufficiale ci ha voluto tramandare; Francesco fu anche una sorta di nunzio diplomatico ante litteram con il terribile Saladino, in terra d’Oriente. Forse questa seconda qualità, politica, del Santo di Assisi ha convinto pienamente Bergoglio e non solo la prima.

Dunque Bergoglio esordisce con una stella polare: la povertà, i poveri, gli ultimi del mondo, i diseredati. Una grande battaglia la sua che lo stesso Cristo diede per persa ai suoi tempi. «I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete…» (Marco, 14 ,7). Ma appunto i tempi sono diversi e la battaglia è giusta per sé. Tuttavia Bergoglio questa battaglia nobile l’ha affiancata ad una serie di confuse azioni volte a permettere la costruzione di una sorta di “idolo papale” in senso baconiano: sembra quasi che Papa Francesco abbia voluto creare il suo personaggio teatrale, costruito in un set ed adibito a recitare un ruolo ben preciso. Ed allora si sono affiancate battaglie suimigranti e contro l’economia mondiale, perché il denaro è “lo sterco del diavolo”, contro la ricchezza, per una esistenza grama e senza beni materiali.

Ma, tornando alla storia dello sterco, se è così il Vaticano ne è pieno, visto i suoi immensi tesori e i suoi interessi finanziari in tutto il mondo. E poi le crociate giustissime contro lapedofilia nella Chiesa Cattolica, che però hanno un sapore di inautenticità. Francesco è un politico sopraffino, dice sempre che la colpa di tutto quello che non va è comunque degli altri. Ed è difficile rispondere al Papa, vuoi per rispetto, vuoi per devozione, vuoi perché la gente poi ci crede. Ed invece, se nella Chiesa c’è ancora pedofilia la colpa è del Papa che ne è il Capo, non (solo) dei predecessori. In primis perché la colpa è sempre di chi comanda che è il ‘responsabile d’ufficio’ di qualsiasi organizzazione e poi perché Bergoglio ha avuto molto tempo a disposizione per cambiare e se nulla è cambiato è appunto colpa sua.

Ora l’iniziativa di Padre Carlo Maria Viganò riapre i giochi perché non si tratta della solita denuncia del presule intristito dal non riconoscimento dei suoi meriti personali, qui c’è di più: c’è un movimento di venti Cardinali e Vescovi Usa e poi c’è la richiesta di dimissioni del Papa stesso. E poco convince il bel mantra recitato dal Papa: “La verità è mite, la verità è silenziosa”. Troppo facile. La verità deve essere, anzi, molto assai ciarliera e soprattutto convincente, perché in tempi di populismo esasperato non si fanno sconti a nessuno.

E quindi il Papa dica, il Papa spieghi, il Papa argomenti e se non lo vuole fare lui, lo faccia il ‘Direttore nero’, gesuita come Papa Francesco, Padre Antonio Spadaro, che dirige ‘La Civiltà Cattolica’, periodico sempre dei gesuiti. Sornione, Spadaro attende, e twitta. Rinominato ‘il Trump d’Oltretevere’ per i suoi cinguettii continui ad adorazione del Papa, Padre Spadaro controlla tutta la comunicazione vaticana e non è che lo stia facendo bene. Anzi. La popolarità del Papa si è incrinata da tempo, la gente non riempie più come all’inizio Piazza San Pietro e l’accusa di voler fare politica con la religione si associa sempre più spesso alla sua figura.

Poi ci sono le accuse di eresia, ben sette, come sostengono ben 62 preti in un documento lungo ed inquietante che mette a nudo tutte le contraddizioni dottrinarie di questo pontificato.

E poi ci sono le gaffe e le uscite strane. Tempo fa il Papa disse di esser estato in analisi da una psicoanalista. Pensava di rendersi simpatico, di apparire un ‘uomo comune’, ma in realtà la domanda da fargli e da farci è: se un Papa va a fare analisi perché un cattolico non deve poi sostituire la sua figura con quella dell’analista? Poi sdoganò Lutero e il Protestantesimo suscitando le proteste dei cattolici tedeschi, poi sdoganò il Buddismo Zen, poi quel suo passato di buttafuori in una discoteca di Cordoba in Argentina che non aiuta, poi la frequentazione con il dittatore argentino Jorge Videla.

Sembra che il Papa non abbia ben chiaro che la Chiesa deve avere autorevolezza, anche (e soprattutto) simbolica e più fa queste stranezze e più la Chiesa Universale di Cristo perde potere di attrazione, si allontana dall’immaginario che è l’ultima ridotta che abbiamo in questa fredda epoca algebrica e disumana.

E la Chiesa è forse troppo importante, parafrasando un noto detto, per ‘lasciarla fare ai Papiì che passano, mentre lei resta nei secoli.

Ma lui pensa di essere nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, questo è il punto. Più volte Francesco si è riferito a Papa Giovanni XXIII che aprì il Concilio e a Papa Paolo VIche lo chiuse.

Ma lì si trattava di fuoriclasse. Questa è solo una sbiadita imitazione.

Giovanni XXIII aveva l’età, la saggezza e soprattutto l’autorevolezza per interpretare il ‘segno dei tempi’, della contestazione giovanile negli Usa che a lì a poco avrebbe dilagato nel mondo con il nome di sessantotto e preparò la sua Chiesa al cambiamento e fu una mossa che ebbe un successo autentico e sincero, conquistò veramente il popolo e non solo i credenti. Perché si percepiva che si trattava di una grande iniziativa ecumenica genuina e non costruita a tavolino.

Giovanni XXIII è stato un coerente innovatore, aiutato da Monsignor Loris Capovilla(niente a che fare con Padre Spadaro), e addirittura mistico in alcuni suoi momenti. Chi non ricorda il famoso ‘Discorso della Luna’ dell’11 ottobre 1962, in cui un Papa commosso e commovente disse:

«Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alla impressione di questa sera. Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli; e poi, tutti insieme, aiutati così nella santa pace del Signore, alle opere del bene!

Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: ‘Questa è la carezza del Papa’. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.

E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre, pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino».

Qui c’è sentimento, c’è commozione, c’è partecipazione, c’è ecumene, c’è poesia non retorica e quindi Verità. Giovanni XXII visitò i carcerati quando era inusitato farlo e portò loro la sua presenza e compì mille altre azioni a sostegno del suo credo di rinnovamento.Bergoglio non ha fatto nulla di tutto questo. È andato dall’analista, come milioni di persone, come un signor Rossi qualsiasi, ha fatto il buttafuori violento in discoteca, vuole ‘menare’ chi parla male della mamma, non risolve i problemi della Chiesa di Cristo, si prende sofisticamente gioco del concetto di ‘verità’ e non ha neppure il carisma intellettuale e quella ‘sapienza dei tempi’ che guidò il pontificato del “papa del dubbio” e cioè quel Paolo VI che attraversò gli anni più difficili del dopoguerra e lo fece reggendo saldamente il timone della navicella di Pietro, pur confrontandosi con drammi personali, come l’uccisione dell’amato amico Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Il pontificato di Francesco rischia quindi di passare alla storia solo per la sua bizzarria e la sua scarsa consistenza; molto fumo e poco arrosto. Molte chiacchiere e pochi fatti. Troppe contrapposizioni politiche, contro Trump, contro Putin, contro il populismo, ben sapendo che anche il suo è un “populismo bianco” di stampo peronista, ambiguo ed irrisolto.

Spazio ai preti sposati. Dalle proiezioni demografiche, tra 10 anni, dopo l’ultima messa, spegneremo per sempre la luce nella gran parte delle Chiese italiane ed anche in quelle europee.

Le statistiche Istat dicono che il 62% delle ragazze italiane tra i 6 e i 18 anni non ha mai messo piede in Chiesa. E, delle donne di 18-50 anni, solo un 20% sono “aficionadas” (nel 2000 erano il 53%).

Stanno pagando le migliaia di preti di base, che non hanno mai pensato alla carriera, che magari riescono miracolosamente a tenere vivo un oratorio e che non osano più neanche stringere la mano a un bambino perché vedono subito lo sguardo del sospetto negli occhi dei genitori. L’alleanza Chiesa-famiglia era un pilastro del cattolicesimo, ma ora sta crollando sotto i colpi di maglio dell’orbe mediatico (tratto da “Il tempo”).

I preti sposati possibile soluzione alternativa alla crisi della figura sacerdotale. Papa Francesco cambi presto la normativa e li riaccolga nella Chiesa.

Una battaglia che come proiezione lontana ha il Conclave che deciderà il successore di Francesco. Guerra nella Chiesa. Ecco le due anime contrapposte pronte a sfruttare il dossier-Viganò.

La guerra nella chiesa si gioca in America

Il Foglio

Mentre in Italia il dossier-Viganò è diventato l’occasione per le guerricciole tra giornalisti (la direttiva “aerea” di Francesco, “giudicate voi”, è stata recepita come meglio non avrebbe potuto), oltreoceano la faccenda è più seria. Da quando il memoriale dell’ex nunzio è stato diffuso, negli Stati Uniti è un continuo fiorire di comunicati stampa di vescovi che nella grande maggioranza prendono le distanze dall’accusatore ma che in qualche caso chiedono al Papa di farsi da parte (il vescovo di Madison, ad esempio). E’ la resa dei conti, attesa da anni, in un episcopato plasmato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (in maniera minore) che Francesco ha cercato di cambiare e di adeguare al proprio orientamento pastorale: meno crociate, meno muscoli, più odor di pecore. Tre anni fa, nella cattedrale di San Matteo a Washington, l’aveva detto esplicitamente: la croce non è un vessillo, basta guerre culturali. Input rimasto lettera morta. Nel frattempo, mentre Bergoglio consegnava la porpora a uomini del nuovo corso mettendo da parte i campioni del conservatorismo locale, i vescovi non perdevano occasione per manifestare la propria insofferenza nei confronti dell’agenda papale, eleggendo ai propri vertici sempre personalità legate alla vecchia guardia. E’ naturale che il dossier-Viganò diventi ora lo strumento per portare avanti la resa dei conti tra le due anime dell’episcopato, quella che tenta di resistere e quella che cerca di emergere. Una partita che promette di essere senza esclusione di colpi, anche di quelli che poco hanno a che vedere con lo Spirito Santo. Una battaglia che come proiezione lontana ha il Conclave che deciderà il successore di Francesco.