Eros liberato e la sua drammatica

settimananews

La liberazione di eros ha sicuramente sciolto vincoli aggioganti e rimesso in circolo potenze sopite, ma come ogni impresa dell’umano essa non gode di un’originaria innocenza. L’intrigo avvincente di quella liberazione ha messo anche duramente alla prova la consistenza dei legami che tengono in vita l’umano. Eppure, solo esponendosi a questo rischio si poteva arrivare ad accedere alla persuasione che quei legami non fossero solo una retorica convenzione, ma il vissuto di una passione reale.

emilio vedova

In questo, però, eros liberato non ha dismesso i panni della sua drammatica; proprio nel momento in cui tutta una generazione viveva del sogno di aver preso definitivamente congedo da essa.

Il dramma di eros, riscattato dal suo addomesticamento convenzionale nella salvaguardia esterna del costume, si è riversato senza mediazione alcuna nel gioco dell’intreccio dei corpi che ne godevano il beneficio. Inebriati fino all’estasi da quest’ultimo, abbiamo pensato di aver vinto definitivamente il primo.

Questo è lo specchio incantato in cui ci siamo persi, sedotti anche da potenze rapaci che ne hanno tratto profitto senza remora alcuna. C’è tutto un apparato che ci succhia anima e soldi approfittando della leggerezza con cui continuiamo a rimuovere la dura immagine della drammatica di eros, preferendo glissare lo sguardo verso la perpetua conferma della sua inesorabile attrazione.

Maneggiare l’incanto non è solo impresa rischiosa, ma richiede l’arte di un lungo apprendimento. Quello, appunto, di cui oggi pensiamo di poter fare tranquillamente a meno. È questo cortocircuito il vero nodo occultato che ha accompagnato la vicenda della liberazione di eros; e la Chiesa certamente non ha aiutato più di tanto a metterlo a tema come questione che deve essere cara a tutti.

Rimane comunque l’urgenza di un’introduzione dell’umano a quel drammatico che eros liberato ha riversato direttamente nell’intrico esistenziale della vicenda degli affetti, senza la protezione di una qualsivoglia mediazione della cultura. L’analfabetismo affettivo contemporaneo è di un’evidenza dirompente, come lo è la solitudine degli amanti che cercano di venirne a capo.

magritte gli amanti

Intanto, gli affetti sfuggiti all’impegno di ogni legame producono una violenza del tutto corrispondente alla pulsione passionale che pensa di poter consumare completamente eros nella sua mera pratica – illudendosi che essa non lasci alcuna scoria da dover poi sapientemente lavorare dando misura, forma e durata al fascino dell’incontro.

Il disimpegno rispetto al legame finisce col far implodere la delicatezza degli affetti, ostentandone violentemente la fragilità. Abbandonata alle proprie spalle la cultura come luogo del loro possibile apprendimento, per la gestione di questa ferita profonda degli affetti non rimane che il mercato del fai da te o quello degli esperti.

Nutrendosi della rimozione della drammatica di eros, e vivendo in simbiosi con essa, si produce la scena di un’inedita predicazione mediatica del codice iniziatico di «amore» che va letteralmente a ruba. Certo, indice lampante dell’urgenza di un bisogno; ma anche segno evidente che solo la sua riproduzione seriale può garantire l’occupazione del territorio da parte dell’esperto.

Il riscatto degli affetti, e la loro riappropriazione come bene in cui ne va di tutti noi insieme, chiede l’onesto riconoscimento del tratto drammatico che attraversa eros come primo apprendimento di una giustizia degli affetti – dai primi passi del cucciolo d’uomo fino al suo ultimo respiro.

Anche solo riuscire a rendere avveduti di ciò le generazioni che si affacciano al mondo, sarebbe l’eredità generazionale più preziosa che potremmo lasciare a loro.

Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali. Per i preti sposati colpa in parte del celibato obbligatorio

Il primo papa pedofilo di cui si hanno tracce storiche fu s. Damaso, è vissuto nel IV secolo. Dopo di lui, fino al XVI secolo se ne contano altri 16: l’ultimo dei quali è Giulio III. A metà del XVI secolo, con l’Inquisizione, la Chiesa inizia a insabbiare tutti i crimini di natura “sessuale” compiuti da ecclesiastici.

Molti uomini di Chiesa colpevolizzano la vittima, che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto. Un pensiero in sintonia con quello di molti gerarchi della Chiesa e di semplici ecclesiastici, dal papa emerito in giù passando per papa Francesco che ha chiuso l’ultimo summit in Vaticano sulla pedofilia dando tutta la colpa al diavolo.

Di seguito il testo di Papa Ratzinger tratto dal Corriere della Sera:
Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su «Klerusblatt» il testo così concepito.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­ sposta da parte della Chiesa.
I
Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale

1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Ger­mania Käte Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rap­porti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.

Sortì effetti simili anche la «Sexkoffer» (valigia del sesso) curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qual­che distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.

Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comu­nità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel ve­stire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.

Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.

2. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistemati­camente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successiva­mente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.

Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3,196).

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematica­mente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera -, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.
II
Prime reazioni ecclesiali
1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.
In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità». Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tutta­via solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.

2. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.

A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro sen­so originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente.

Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al mo­mento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava am­piamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Con­gregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura «Delicta maiora contra fidem». Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sa­rebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche. Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una con­seguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti. La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale. E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congrega­zione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo. Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evi­tati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.
III
Alcune prospettive
1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.

In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Che Dio ci sia come creatore e misura di tutte le cose, è innanzitutto un’esigenza originaria. Ma un Dio che non si manifestasse affatto, che non si facesse riconoscere, resterebbe un’ipotesi e perciò non potrebbe determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia realmente Dio nella creazione consapevole, dobbiamo attenderci che egli si manifesti in una qualche forma. Egli lo ha fatto in molti modi, e in modo decisivo nella chiamata che fu rivolta ad Abramo e diede all’uomo quell’orientamento, nella ricerca di Dio, che supera ogni attesa: Dio di­viene creatura egli stesso, parla a noi uomini come uomo.

Così finalmente la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, pro­prio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.

Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.

Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del no­stro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non ac­cantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema «Dio» appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.

2. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo si­gnori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.

Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia.

3. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime». Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissu­ta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sen­tita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toc­cava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capo­volgere la frase: «La Chiesa muore nelle anime». In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un «nemico» di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.

In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12, 10). In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42, 7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe co­me puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto. Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. «Togligli quanto possie­de – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozio­ne». Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo po­sitivo. Ma il diavolo continua e dice: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia» (Gb 2, 4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucci­derlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­ che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti. La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro soffe­renza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprat­tutto il trovarli e il riconoscerli.

Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli an­ che a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.

Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

Oggi 6 Aprile 2019 Anniversario Ordinazione Sacerdotale fondatore sacerdoti sposati per la riforma della Chiesa

Oggi 6 Aprile ricorre l’Anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale di don Giuseppe Serrone avvenuta il 6 Aprile 1991.

Sono passati 28 anni e la redazione del sito, con amici e simpatizzanti è vicina a don Serrone che dal 2001 dopo le dismissioni, la dispensa dagli obblighi del celibato e il matrimonio religioso, avvenuto nel 2002, è impegnato per la pace, la riforma della Chiesa in chiave evangelica e conciliare e per i diritti civili e religiosi insieme alla moglie Albana Ruci.

Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine
Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.
Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.
Il Messaggero

Pubblicato elenco di oltre 100 preti accusati di abusi

NEW YORK – La diocesi di Brooklyn ha pubblicato online un elenco con i nomi di oltre 100 sacerdoti accusati nel corso degli anni di abusi su minori. Lo riferisce il New York Times.

La più grande diocesi d’America (conta 1,5 milioni di fedeli cattolici) ha deciso di seguire l’esempio di molte altre che nelle scorse settimane hanno lanciato un’operazione trasparenza. «Noi sappiamo che questa lista provocherà grande emozione per le vittime che hanno sofferto in modo terribile, e per questa sofferenza chiedo profondamente scusa», ha scritto il vescovo Nicholas DiMarzio. «Ho incontrato molte vittime che mi hanno detto che la cosa principale che vogliono è che si riconosca quello che è stato fatto loro»

tio.ch

Ending Clergy Abuse, Fine degli abusi clericali incontra Papa e vertici Vaticano

Francesco Zanardi, il savonese quarantottenne, presidente della Rete l’Abuso, l’associazione che difende le vittime di abusi subiti dalla chiesa cattolica, incontrerà mercoledì prossimo, in Vaticano, papa Francesco e i membri della Commissione per l’Infanzia del Vaticano. Insieme a lui ci saranno i presidenti delle altre 18 associazioni che fanno parte di Eca (Ending Clergy Abuse, Fine degli abusi clericali), l’organo internazionale, nato a Ginevra, nel 2018, che lotta per la difesa dei diritti delle vittime della pedofilia clericale. Tra i soci fondatori di Eca, accanto all’Italia rappresentata da Zanardi, ci sono Stati Uniti, Ecuador, Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia, Germania, Belgio, Cile, Canada, Giamaica, Congo, Messico.

Un evento importante l’incontro in Vaticano, che segna un passaggio fondamentale nel dialogo tra le vittime di abusi e la Chiesa.

La svolta è arrivata qualche settimana fa. Dopo la partecipazione di Zanardi e di Eca al Comitato per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza all’Onu, sempre a Ginevra, il 22 e 23 gennaio 2019, a febbraio le Nazioni Unite hanno reso note le conclusioni finali dell’esamina, con le «Raccomandazioni che sono state inviate al Governo Italiano in materia specifica di pedofilia nel clero cattolico». Richiesta fondamentale dell’Onu all’Italia: «L’istituzione di unacommissione d’inchiesta indipendente e imparziale che esamini tutti i casi di abuso sessuale sui bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica». Ora, la convocazione in Vaticano.

ilsecoloxix.it

Una bufera potrebbe presto abbattersi sul Vaticano: è in uscita un libro sul rapporto tra Chiesa e omosessualità. E Nuzzi anticipa lo scoop: “A iniziare da uno storico nemico di @Pontifex”

Possibile bufera in arrivo sul Vaticano. Tra qualche giorno verrà pubblicato “Sodoma”, un libro di cui avevamo già dato notizia, ma del quale, per ora, non si conoscono i contenuti. Sappiamo che l’autore del testo è Fréderic Martél, sociologo e giornalista francese. Conosciamo, stando a quello che si è appreso sul web, come l’opera tratti del doppiopesismo che interesserebbe la “più grande comunità gay del mondo”, cioè proprio il Vaticano.

Da una parte, insomma, la Santa Sede si sarebbe distinta per la rigidità con cui è solita affrontare, per esempio, il tema dei diritti civili promossi dalla comunità Lgbt. Dall’altra, di rimando, si sarebbero diffusi comportamenti sessuali incoerenti rispetto alla visione del mondo presentata, che non di rado è stata etichettata come “omofoba”. Ma buona parte degli ecclesiastici appartenenti alla Chiesa cattolica, sosterrebbe l’autore, sarebbero omosessuali. E per comprendere bene di cosa stiamo parlando, bisognerà aspettare l’uscita. Ieri sera, attraverso un post su Instagram, un altro giornalista, cioè Gianluigi Nuzzi, ha fornito qualche ulteriore dettaglio: “Attenzione – ha postato, mostrando la copertina del testo – , al nuovo libro bomba di @martelfrederic sulla #omosessualità in #vaticano, uscirà tra una decina di giorni in diverse lingue. Scoop su potenti cardinali, a iniziare da uno storico nemico di @Pontifex_it ..”.

Il Vaticano, insomma, potrebbe essere presto interessato da un nuovo scandalo, che riguarderebbe un avversario interno di Papa Francesco. Durante il mese di febbraio, avrà luogo il summit straordinario in materia di prevenzione degli abusi che Bergoglio ha voluto per risolvere, magari una volta per tutte, quella “piaga” – com’è spesso stata definita – tutta interna agli ambienti ecclesiastici. Il periodo è particolarmente sensibile.

Il Giornale

Anglicani sono preti cattolici con mogli e figli ma i preti sposati ancora discriminati

Il Vaticano riammette i sacerdoti anglicani convertiti nella Chiesa Cattolica Romana con mogli e figli, ma discrimina i preti sposati che hanno un percorso di dimissioni, dispensa e matrimonio religioso e sono ancora dentro la Chiesa.

“I vertici vaticano ci consentano di celebrare Messa per i bisogni dei fedeli e ci riaccolgano nelle parrocchie senza parroci” è l’appello che il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone,  rivolge al Papa, ai Cardinali e ai Vescovi.

L’Osservatore Romano apre a ordinazione di persone sposate come preti… Ma non alla riammissione dei preti sposati

Grande clamore ma tutto fumo e niente arrosto. La notizia dell’Osservatore Romano non è nuova e di fatto non rimuove l’immobilismo di Papa Francesco per la riforma della Chiesa che riaccolga nel suo impegno pastorale i preti sposati con dispensa dal celibato e matrimonio religioso (ndr)

Città del Vaticano, 6 feb. (askanews) – Dopo l’apertura del Papa, l’Osservatore Romano ha pubblicato nella edizione del sei febbraio un articolo nel quale descrive la “proposta per i preti di domani” (titolo) formulata “dal vescovo tedesco Fritz Lobinger” (sottotitolo), che consiste nella possibilità di “reintrodurre, a fianco del presbitero diocesano tradizionale, un secondo tipo di prete che – fa presente – esisteva nei primi secoli della Chiesa: un uomo di fede provata che, avendo famiglia e lavoro, si dedichi part time ai servizi religiosi della parrocchia”.

“Le parrocchie avrebbero così sempre disponibili gruppi di preti a presiedere le funzioni religiose. Questi uomini non eserciterebbero il ministero in forma individuale ma sempre in équipe”, scrive Giampaolo Mattei sul giornale vaticano.

Fritz Lobinger, novantenne missionario tedesco fidei donum che è stato anche vescovo in Sudafrica, “ci ha ragionato tutta la vita su questa idea”, scrive l’Osservatore Romano, e “le ha dedicato studi su studi, partendo dall’esperienza sul campo. Alle sue proposte – ricorda il quotidiano diretto da Andrea Monda – Papa Francesco ha fatto esplicito riferimento nell’incontro con i giornalisti durante il volo di ritorno da Panamá, rispondendo a una domanda sul celibato sacerdotale: ‘C’è un libro di Padre Lobinger, interessante e forse può aiutare a come rispondere al problema’. Lobinger ha sviluppato in diversi libri questa sua proposta di ordinare in ogni comunità cristiana “équipes di anziani”: in particolare, nel 2003, ha pubblicato Priests for Tomorrow. A plea for teams of “Corinthian Priests” in the parishes. (Preti per domani. Nuovi modelli per nuovi tempi, Editrice missionaria italiana, 2009).

Lobinger, spiega ancora l’Osservatore Romano, “ha sviluppato queste idee negli anni Settanta, incontrando comunità prive di un prete residente ma guidate, appunto, da laici. Finendo per chiedersi se non fosse opportuno conferire ad alcuni di loro anche l’ordinazione, in modo da far loro celebrare anche l’Eucaristia e amministrare sacramenti. Badando bene a non clericalizzare i laici. Con un impegno chiaro per tutti: salvaguardare il tesoro del sacerdote totalmente dedicato, soprattutto come guida spirituale, formatore e animatore delle comunità, supervisore della comunione ecclesiale”.

Per Lobinger “l’impegno prioritario è di costruire comunità cristiane autentiche, formate da persone che imparano a collaborare e condividere i compiti. Del resto, sostiene, nella Chiesa l’ordinazione di leader locali è stata per secoli la norma. Negli Atti degli Apostoli (14, 23) si legge che per le nuove Chiese venivano designati ‘alcuni anziani’ che non erano inviati alla comunità, ma venivano dal suo interno. Insomma, è la domanda di partenza del libro di Lobinger, ‘come sarebbero le parrocchie se in ognuna di esse venissero ordinati preti tre, sette o più leader locali provati, sposati’ e cioè ‘preti di comunità’ o ‘preti di Corinto’?’. Certo, riconosce, non sarà facile per tutti superare ‘l’abitudine di avere un parroco interamente a disposizione per la propria comunità’. Su questa strada, insiste, Nord e Sud devono camminare insieme perché dipendono l’uno dall’altro. Sì, antiche e nuove chiese devono comprendersi a vicenda, nelle rispettive situazioni, per giungere a una soluzione che trovi tutti d’accordo. E forse sta proprio al Nord fare il primo passo”.

askanews

Abusi: la procedura penale inapplicata

A forza di non tener conto, nella Chiesa, dei diritti della difesa e della presunzione d’innocenza, l’inevitabile è successo. Dei preti accusati di infrazioni sessuali si sono suicidati.

Questi drammi impongono alla Chiesa di fare un riforma giuridica profonda. Attualmente, quando un laico accusa un prete di aver commesso un’aggressione sessuale o anche semplicemente di aver avuto una relazione sessuale con un terzo consenziente, il vescovo, per timore di essere sospettato di favoreggiamento, prende subito dei provvedimenti sanzionatori, il che ha per effetto di rendere pubblica l’accusa. Interviene poi sui media ripetendo che aborre ogni forma di offesa alle persone, che la Chiesa è sempre dalla parte delle vittime e che ormai sa come reagire in questo tipo di situazioni.

Solo che, a volte, le accuse sono false, che il ruolo primario del vescovo non è premunirsi contro il sospetto di aver coperto dei reati e che, in realtà, la Chiesa non applica alcuna procedura penale coerente e uniforme di fronte a un sospetto di infrazione sessuale. Agendo così, la Chiesa, non solo non risponde al legittimo bisogno di giustizia reclamato dalle vittime ma fa sprofondare nell’angoscia i preti che, in qualsiasi momento, possono essere oggetto di calunnia.

A garanzia della libertà, della dignità, dei diritti

È urgente mettere in atto una vera procedura penale ecclesiale che esiste del resto già in parte, ma non è assolutamente applicata per ignoranza, per facilità o per orgoglio. Le regole di procedura non sono obblighi formali, abilmente usati dagli avvocati per permettere ai delinquenti di sfuggire alle sanzioni penali che si meritano. Sono le garanzie della libertà, della dignità e dei diritti fondamentali, in particolare della presunzione d’innocenza. Hanno lo scopo di permettere un dibattito equo e, quindi, di stabilire la verità.

Senza regole di procedura, domina l’arbitrarietà: o gli autori di infrazioni, se potenti, riescono a far insabbiare il caso che le mette in difficoltà (è ciò che è purtroppo successo per anni nella Chiesa), oppure degli individui sono colpiti da sanzioni senza aver potuto far sentire il loro punto di vista né aver avuto accesso ad una difesa. Questi due ostacoli sono intollerabili. Dopo aver causato danno a se stessa con il primo, sarebbe un peccato che la Chiesa si bloccasse nel secondo.

In primo luogo, le dichiarazioni della vittima presunta dovrebbero essere consegnate per iscritto, in un documento che in diritto si chiama verbale e che presenta il vantaggio di fissare le affermazioni del suo autore. Nel quadro dell’inchiesta, è indispensabile che il prete oggetto dell’accusa sia a conoscenza dei fatti che gli sono attribuiti e che possa essere ascoltato con l’assistenza di un avvocato ecclesiastico. Dovrebbero essere messe in atto delle misure di istruzione semplici ma efficaci, come confronti, audizioni di testimoni, perquisizioni, in modo che di tutto questo ci siano dei verbali allegati alla pratica e quindi conosciuti sia dalle presunte vittime che dal presunto colpevole.

Al termine dell’inchiesta, che dovrebbe durare un tempo ragionevole (ventiquattro mesi sembra un termine realistico), se ci sono elementi sufficienti a far pensare che la persona abbia effettivamente commesso un atto illecito, il caso dovrebbe essere inviato ad un’udienza in giudizio. I giudici ecclesiastici, con decisione collegiale, esprimerebbero una decisione pubblica, suscettibile, idealmente, di ricorso in appello.

Per quanto possa sembrare sorprendente, nulla di tutto questo è attualmente applicato. Vengono decise sanzioni infamanti e brutali, senza contraddittorio, sulla base delle semplici dichiarazioni di un fedele. La procedura diventa infinita, e lascia le vittime (di aggressioni sessuali o di calunnie) nella perplessità e nella sofferenza.

Per aiutare i vescovi nella loro difficile missione, ogni diocesi dovrebbe dotarsi di un «referente di procedura», specialista di diritto penale canonico, che indicherebbe quali regole siano da applicare. Così, portando avanti un’inchiesta efficace, il vescovo, se lo ritiene giustificato, potrebbe prendere dei provvedimenti, come la sospensione del prete in questione.

Sulla opportunità della denuncia

Un altro problema merita di essere approfondito: quello dell’opportunità di una denuncia al pubblico ministero dei fatti portati a conoscenza del vescovo. Su questo punto, è indispensabile fare una distinzione tra infrazione penale (nel senso civile del termine) e comportamento illecito (in senso unicamente canonico).

Costituisce infrazione al codice pensale un rapporto sessuale di un adulto con un minore di meno di 15 anni o un rapporto sessuale non consensuale con una persona di più di 15 anni (aggressione sessuale o stupro). La costrizione può assumere forme diverse: minaccia, violenza, influenza spirituale ecc.

Per i reati effettivi, in linea di principio il vescovo non deve sostituirsi alle vittime, salvo nel caso in cui siano particolarmente vulnerabili. Il suo ruolo è quindi di incitarle prontamente a fare denuncia. In caso di rifiuto, non può, prima di aver condotto la propria inchiesta, informare le autorità di fatti di cui non ha alcuna certezza. Se viene aperta un’inchiesta civile, la procedura ecclesiale dovrà lasciare che la giustizia possa condurre il suo lavoro di investigazione.

Per le altre relazioni, che sono le più numerose, in particolare i rapporti tra maggiorenni consenzienti, non è necessario avvertire le autorità. Il prete, per la giustizia civile, è un uomo come un altro.

Claire Quétand-Finet è avvocato specialista in diritto di famiglia (https://cqf-avocat.com/). Il suo articolo è apparso su La Croix il 14 gennaio 2019. La traduzione è del sito Fine Settimana.

Dai preti sposati invito a iniziare rinnovamento. I Vescovi non rischiano: “Se siamo richiesti dai fedeli Celebriamo la S. Messa”

Se i vescovi ritenessero i preti sposati una risorsa e un’opportunità, comincerebbero a utilizzare loro stessi i preti sposati che conoscono, oppure si farebbe latori di una proposta di riammissione dei preti sposati nelle assemblee della CEI, dando a tale intervento la giusta pubblicità. La realtà è che nessun vescovo in servizio nelle diocesi, fino ad oggi ha rischiato in prima persona.
Il nostro Movimento invita i preti sposati a presiedere delle celebrazioni eucaristiche, se qualcuno dei fedeli  o qualche comunità lo richiedesse loro. Gesù ha invitato i preti con l’espressione “Fate questo in mia memoria”. Occorre il coraggio di rischiare per andare oltre legalismi del diritto canonico estranei al Vangelo.

Prete capo della sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede accusato di abusi nel Confessionale ancora in servizio

Un sacerdote cattolico in servizio in Vaticano come funzionario della congregazione dottrinale del Vaticano è rimasto nel suo ruolo dopo essere stato accusato pubblicamente di sollecitare una donna per sesso nel confessionale.

Sebbene la rivendicazione contro p. Hermann Geissler è stata portata avanti due mesi fa, è stato elencato dal Vaticano il 18 gennaio 2019 come partecipante a un incontro internazionale dei rappresentanti della Conferenza episcopale asiatica a Bangkok, come capo della sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Interrogato sul caso contro Geissler, il portavoce vaticano Alessandro Gisotti ha dichiarato a NCR il 21 gennaio 2019 che il sacerdote è “sotto esame da parte dei Superiori della Congregazione per la Dottrina della Fede, che si riservano il diritto di prendere le iniziative appropriate”.

Doris Wagner, una tedesca, ha ricordato di essere stata abusata da Geissler durante la confessione del 2009 in occasione di un evento del 27 novembre a Roma dedicato a dare voce alle donne sopravvissute agli abusi sessuali del clero.

Geissler è membro della comunità religiosa Opus spiritualis Familia , come “l’Opera”. Wagner era membro della stessa comunità fino al 2010.

In una breve intervista all’NCR il 21 gennaio, Wagner ha dichiarato di aver riferito la condotta di Geissler alla congregazione nel 2014 con l’aiuto di un avvocato canonico.

“Ho ricevuto una risposta che affermava che P. Geissler aveva ammesso, e aveva chiesto scusa, e fu ammonito”, ha detto. “E questo era tutto.”

All’evento del 27 novembre, Wagner ha detto che Geissler, che a quel tempo non aveva nominato, le aveva chiesto il suo superiore se potesse diventare suo confessore e poi l’avrebbe proposta durante la confessione un giorno.

“Mi ha detto quanto mi amava, che sapeva che lo amavo e che, anche se non avevamo il diritto di sposarci, c’erano altri modi”, disse allora Wagner.

“Ha cercato di trattenermi e baciarmi, ma sono fuggito dal confessionale”, ha ricordato.

L’abuso nel confessionale è generalmente considerata molto seria dalla Chiesa cattolica, che insegna che la confessione è una sacra opportunità per i fedeli di ottenere il perdono per i peccati e riconciliarsi con Dio.

Il Codice di Diritto Canonico prescrive che un prete dichiarato colpevole di abusi “sia punito, secondo la gravità del delitto, dalla sospensione, dai divieti e dalle privazioni”. Specifica: “Nei casi più gravi deve essere licenziato dallo stato clericale”.

Wagner ha detto di aver visto Geissler continuare nel suo ruolo in Vaticano.

“Per me, stranamente, è una buona cosa che sia ancora lì perché è così simbolico dell’atteggiamento della chiesa nei confronti degli abusatori”, ha detto Wagner. “Qualcuno che ha persino ammesso di aver fatto quello che ha fatto ed è ancora in quella posizione, è così ridicolo, è così incredibile.”

“Naturalmente è doloroso per me guardare, perché sono una delle sue vittime”, ha detto. “Ma non è questo il punto: il punto è che quello che trovo ancora più terrificante … è l’intera situazione, che la chiesa stessa non sta seguendo il diritto canonico quando si tratta di abusi sessuali”.

La notizia è stata pubblicata da Joshua J. McElwee corrispondente NCR Vaticano. In Italia è stata divulgata dal Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati che ne ha curato la traduzione.

Per i preti sposati è una notizia incredibile che mina, se accertata, la credibilità del Vaticano che invece allontana dal servizio pastorale i preti sposati che hanno un regolare percorso di dimissioni, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso (ndr).

fonte: http://sacerdotisposati.altervista.org

Legionari di Cristo, il Vaticano ammette: 63 anni di silenzio sugli abusi sessuali del capo

Il prefetto João Braz de Aviz ha riconosciuto che la sede pontificia era consapevole della colpevolezza del padre fondatore dei Legionari di Cristo
La Congregazione per gli istituti di vita consacrata, uno dei nove dicasteri della Curia romana, ha riconosciuto che il Vaticano era in possesso dal 1943 di documenti probatori sulla pederastia di Marcial Maciel (1920-2008), il fondatore dei Legionari di Cristo. Il prefetto João Braz de Aviz, a capo della Congregazione dal 2011, ha dichiarato alla rivista spagnola Vida Nueva che “chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa”. “Ho l’impressione che le accuse di abuso cresceranno”, ha continuato de Aviz, “ci siamo nascosti per tutti questi anni anni ed è stato un errore enorme”.

La congregazione religiosa “Legionariorum Christi”, è un istituto religioso maschile fondato da Marcial Maciel Degollado nel 1941, a Città del Messico. Già nel 2006, il quotidiano spagnolo El Paìs aveva riportato che Marciel si era trovato sotto osservazione investigativa dall’ottobre del 1956 al febbraio del 1959, per volontà del cardinale Alfredo Ottaviani. Durante quel periodo, Maciel fu sospeso dal suo ruolo di generale superiore e allontanato da Roma, senza però reali conseguenze sul lungo periodo.

Nello stesso anno, il 2006, il Vaticano riconobbe la colpevolezza di Maciel a seguito di un’indagine autorizzata anni prima dall’allora cardinale Ratzinger. Il processo canonico gli fu risparmiato per “età avanzata e salute cagionevole”, ma Benedetto XVI lo condannò comunque a “una vita riservata di preghiera e penitenza”. Come si apprende dalle ultime scoperte sul caso, la sede pontificia era in possesso delle prove di colpevolezza del fondatore dei Legionari già da più di 60 anni.

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La “tolleranza zero” di Ratzinger

Esaltato in vita da Giovanni Paolo II, fu Benedetto XVI a mettere di nuovo la figura del “Nuestro Padre” di Maciel e di tutta la Legione sotto attenta vigilanza. Durante gli anni da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger si era già distinto per il suo impegno nella lotta alla pedofilia. Durante la via Crucis del 2005, l’allora cardinale si era pronunciato pubblicamente contro la sporcizia della Chiesa: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa”, aveva detto,  “e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Cristo”.

Il suo posizionamento fu evidente anche nel 2010, anno in cui la Chiesa cattolica irlandese dovette fare i conti con la pubblicazione dei rapporti Ryan, Murphy e Cloyne. I documenti portarono alla luce mezzo secolo di abusi negli istituti correttivi, di fronte ai quali Ratzinger annunciò provvedimenti concreti contro “questi atti peccaminosi e criminali” e nei confronti del modo in cui le autorità della Chiesa d’Irlanda li avevano trattati. La punizione di Marcial Maciel e della sua organizzazione per mano di Ratzinger fu rigorosa, senza, però, arrivare a decretarne la fine. Uno dei provvedimenti simbolici nei confronti di Maciel fu il divieto di attribuirgli l’appellativo “Pater Nostrum”.

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Sala Stampa e Vaticano

Nel frattempo, il Vaticano deve far fronte a un’altra problematica interna. Continuano, infatti, le dimissioni nella Sala Stampa della Santa Sede: dopo la decisione presa dal direttore Greg Burke, anticipata da diverse settimane, arriva anche la rinuncia della vice direttrice Paloma García Ovejero. I due gesti, sono stati annunciati anche su Twitter dai due coinvolti:

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I cattolici vogliono abolire il celibato dei preti. Si parte dalla Svizzera, ma richiesta di preti sposati è mondiale

Il Vescovo Felix Gmür di Basilea candidato a portavoce delle istanze di rinnovamento da inoltrare a Papa Francesco e ai Vescovi europei. Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia appello a riammettere nella Chiesa i preti sposati che sono una grande risorsa.

WEINFELDEN  – Abolizione del celibato per i preti, ordinazione delle donne alle cariche sacerdotali e una commissione esterna per far luce sui casi di abusi sessuali: sono le richieste contenute in una risoluzione approvata dal sinodo della Chiesa cattolica del canton Turgovia.

La risoluzione è indirizzata all’assemblea dei presidenti delle conferenze episcopali che si riunirà in febbraio a Roma. Il testo approvato dai rappresentanti della comunità cattolica turgoviese – si legge in una nota – prende avvio dalle “terribili notizie di casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica”.

Per ripristinare la fiducia nella struttura gerarchica della Chiesa è indispensabile “una commissione d’inchiesta esterna”. Il sinodo turgoviese ritiene necessaria una discussione aperta per chiarire se l’obbligo del celibato e l’atteggiamento negativo verso l’omosessualità possano essere considerate fra le cause delle violenze a sfondo sessuale.

Per questo giudica importante trasmettere a Roma un segnale forte e coraggioso in favore dell’abolizione del celibato e dell’ordinazione delle donne al sacerdozio. Con la risoluzione, il sinodo dice di voler “sostenere nei suoi sforzi rilevanti Felix Gmür, vescovo della diocesi di Basilea di cui fa parte Turgovia”. Il testo chiede al vescovo Gmür di rappresentare “risolutamente” le preoccupazioni della comunità all’assemblea episcopale che si terrà a Roma.

fonte tio.ch

a cura di sacerdotisposati@alice.it

Vaticano, Papa Francesco: Chiese sempre più vuote, decide di venderle piuttosto che affidarle ai preti sposati

L’obiettivo è quello di evitare che diventino luoghi profani, per così dire, “spinti”: tipo garage, pizzerie, discoteche, banche, palestre. Per questo La Cei e i superiori dei vari ordini religiosi, come riporta Il Giorno, si sono riuniti in una due giorni per mettere a punto un sistema di regole da seguire nella vendita delle chiese non più utilizzate e sconsacrate. Che solo in Italia sono centinaia e centinaia, a fronte di 600 che a oggi hanno cambiato uso senza seguire un particolare criterio. Un patrimonio immobiliare enorme, che può essere fonte di cospicue entrate. Tanto che lo stesso Papa Francesco, ieri, è intervenuto nella questione sottolineando come il ricavato delle cessioni debba essere impiegato “al servizio dei poveri”. Bergoglio ha dettato la linea: vendere le chiese si può “ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri”.
Libero Quotidiano

Per i preti sposati causa abusi preti anche il celibato

«Il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn,  ha definito il celibato dei preti utile a spiegare in parte gli atti di pedofilia commessi da religiosi cattolici, come noi sosteniamo da molto tempo». È quanto scrive, in una nota, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti lavoratori sposati, fondato da don Giuseppe Serrone, scrittore, teologo e giornalista free lance. «In una pubblicazione per la sua diocesi – prosegue la nota -, interrogandosi sulle cause degli abusi, emersi a cascata in Germania e in Austria, il cardinale Schoenborn sostiene che le cause vadano ricercate ‘sia nell’educazione dei preti, sia negli strascichi della rivoluzione sessuale della generazione del 1968, sia nel celibato. Su quest’ultimo punto sollecita un ‘cambiamento di visionè da parte della Chiesa cattolica». Secondo l’Associazione, l’intervento dell’arcivescovo di Vienna, potrebbe essere utile a riaprire il dibattito «sul celibato facoltativo nella Chiesa o almeno ad indurre i vescovi a rivolgere la loro attenzione a quanti di noi sarebbero felici di tornare al ministero attivo, soprattutto per dare una mano in luoghi in cui i cristiani hanno più fame della parola di Dio e dei sacramenti».

Recentemente anche il teologo Vito Mancuso affermava l’«insostenibilità del voto di castità. È il principio di realtà che impone alla Chiesa di vivere il nuovo tempo decretando la rottura».

Su posizioni tradizionaliste invece il gesuita Padre James Martin pubblicato sul sito del settimanale gesuita America (Stati Uniti) il 15 dicembre 2017: “Il celibato sacerdotale non è la causa degli abusi sessuali”.

Preti sposati / non siamo “spretati”

Preti sposati / non siamo spretati

Spesso molti vaticanisti usano un linguaggio improprio per trattare dei preti sposati. E’ il caso del vaticanista de “Il Fatto Quotidiano” che oggi presentando benevolmente il libro di un altro vaticanista del TG2 Enzo Romeo sul celibato dei preti li chiama erroneamente “spretati”.

Nell’ultimo venerdì della misericordia del Giubileo straordinario, Papa Francesco ha visitato sette famiglie di altrettanti preti sposati. Un segnale eloquente che questi uomini non sono stati abbandonati dalla Chiesa, o per meglio dire non lo sono più. Un tema, quello del celibato dei preti, che è tornato recentemente al centro del dibattito grazie alle parole del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che ha affermato: “Sono convinto che occorra oggi interrogarsi se il celibato sia vissuto in tutte le sue potenzialità e se sia apprezzato e valorizzato in ciascuna Chiesa particolare.

Non mi aspetterei nessun drastico cambiamento su questo aspetto, se non in un’ottica di un suo graduale approfondimento a beneficio del popolo di Dio e in particolare dell’esigenza principale della fede: l’annuncio del Vangelo all’uomo”. E’ proprio per adempiere a questo mandato evangelico i preti sposati, delle cui esigenze si è fatto partecipe don Giuseppe Serrone, prete sposato anche lui con un regolare percorso di dispensa e matrimonio religioso, hanno recentemente richiesto a Papa Francesco e ai Vescovi di tutto il mondo di essere riammessi a celebrare la S. Messa.

Preti sposati / Vaticanista Romeo presenta suo libro su celibato preti, ma in Tv su Rai Uno si dimostra impreparato sulla questione

Enzo Romeo “Asinus in cathedra” nella trasmissione televisiva “ItaliaSi!” di Marco Liorni su Rai Uno del 13 Ottobre 2018 ha distorto con affermazioni non teologiche e al di fuori dal diritto canonico la questione preti sposati cercando di mettere in cattiva luce don Giuseppe Serrone, prete sposato con dispensa e matrimonio religioso

Preti Sposati / Giuseppe Serrone e Albana Ruci
Giuseppe Serrone e Albana Ruci nella puntata del 13 Ottobre 2018

Roma,  La presentazione del libro “Lui, Dio e lei” che avverrà oggi a Roma a Borgo Pio alle ore 18 presso il Centro Russia Ecumenica è stata commentata da don Serrone: “La questione è molto importante. Per questo motivo sabato 13 Ottobre ho accettato di partecipare con mia moglie alla trasmissione di Rai Uno ItaliaSi! ospite di Marco Liorni.
Nel corso della puntata Romeo ha messo in dubbio senza nessuna verifica preventiva la mia dispensa dagli obblighi del celibato (concessa da Papa Giovanni Paolo II con lettera della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti Prot. N. 43/02/S) e il mio matrimonio religioso (lettera della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti Prot. N. 1011/03/M) del 6 Febbraio del 2002 con Albana Ruci”. Il prete sposato Giuseppe Serrone, da anni impegnato per la riforma della Chiesa e i diritti civili e religiosi ha continuato “Capisco il desiderio di Romeo di pubblicizzare il suo libro in Rai, ma il suo intervento in Tv era pieno di inesattezze e ha suscitato la mia giusta reazione perché cercava di minare ingiustamente il mio intervento di appello ai vertici vaticani per riaccogliere nel ministero i preti sposati che sono una grande ricchezza nella Chiesa”.

Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

«Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può uccidere tranquillamente. Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia, della sua giustificazione e della protezione riservata ai pedofili ad esempio dai gerarchi vaticani, di cui tanto spesso si sente parlare nel caso dei sacerdoti stupratori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono presi a livello istituzionale, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia, e del nostro governo e Parlamento, in particolare quando c’è di mezzo la Chiesa cattolica. Veniamo ai fatti. Nel 2016, per primi su Left (n. 50 del 10 dicembre) denunciammo con l’avvocato Caligiuri del foro di Roma, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2012. Ci si riferiva allora alle condizioni di estrema vulnerabilità e discriminazione in cui le presunte vittime di abusi si trovano a rendere testimonianza ai procedimenti penali contro i preti nei tribunali ecclesiastici presenti in territorio italiano. «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica neppure è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso – ricorda Caligiuri – ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». A questo protocollo possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa, ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al contro esame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Sulla base di queste osservazioni, il 19 febbraio scorso l’associazione Rete L’Abuso, proprio per mano di Mario Caligiuri, ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana» (v. Left n. 9 del 2 marzo 2018). Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef. In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Tuttavia, quando scriviamo di giorni ne sono passati 60, e volete sapere se qualcuno del Palazzo si sia degnato di rispondere all’associazione che si occupa di tutelare i diritti di centinaia di vittime italiane di preti pedofili? Prima di rispondere a questa domanda, il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tiene a sottolineare alcuni aspetti: «Il nostro Paese, come la Santa sede, ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, e il solo fatto che lo Stato permetta alle gerarchie ecclesiastiche di attuare indisturbate sul territorio italiano le stesse violazioni contestate alla Santa sede dal Comitato d’inchiesta Onu (v. Left n. 6 del 15 febbraio 2014), equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini».

E cosa contesta l’Onu all’istituzione governata da papa Francesco? Questioni niente affatto marginali: di non aver «preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso “sessuale” e per proteggere i bambini», e di «aver adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». E ancora. Oltre quanto evidenziato da Caligiuri «lo Stato italiano disattende la Convenzione di Lanzarote per quanto riguarda il cosiddetto certificato antipedofilia», racconta Zanardi. È questo un documento che attesta la pulizia della fedina penale in riferimento a reati di natura “sessuale” che viene richiesto all’atto dell’assunzione a determinate categorie professionali a rischio. Vale a dire a quelle più a contatto con i minori. Diversamente da altri Paesi aderenti, il nostro non ha previsto questo obbligo per una fascia che invece è da sempre particolarmente a rischio, ovvero quella del volontariato “minorile”: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, educatori, scout e così via. «Sembra un vuoto normativo creato quasi ad hoc e forse non è un caso, dato che a questa categoria appartengono anche i sacerdoti» osserva Zanardi. E dunque, chiediamo al presidente di Rete L’Abuso, come ha reagito il governo italiano alla vostra diffida? «Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa. Malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire. Malgrado la priorità che dovrebbe avere un’istanza che riguarda i diritti e l’incolumità dei bambini, è come se per lo Stato il problema non esistesse. A questo punto può configurarsi il reato di omissione di atti d’ufficio da parte degli uffici inadempienti». Moderni interpreti di antiche idee e credenze inumane da rifiutare.

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Articolo pubblicato su Left n. 16 del 20 aprile 2018

Abusi su minori, il vescovo pubblica i nomi dei preti accusati

Il vescovo Ronald Gainer della diocesi cattolica di Harrisburg (Pennsylvania) ha fattopubblicare i nomi di 71 sacerdoti che nei vari anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori.

Tra i 71 accusati di abusi, una parte è relativa a chierici già deceduti, alcuni sono stati accusati solo dopo la loro morte. Gainer ha spiegato la sua scelta di pubblicizzare i nomi attraverso una lunga dichiarazione pubblicata sul sito diocesano.

Dopo la conclusione dell’inchiesta del Grand Jury e il via libera della Corte Suprema della Pennsylvania alla pubblicazione della copia del rapporto del Grand Jury, la diocesi di Harrisburg ha potuto pubblicare (dopo uno stop di due anni) la lista dei sacerdoti e dei seminaristi che negli anni sono stati accusati di abusi sessuali su minori perché le informazioni rilasciate sono “il risultato di una grande mole di lavoro da parte di consulenti esterni e investigatori professionisti”.

Dopo essersi scusato per conto della Chiesa diocesana di Harrisburg, il vescovo ha espresso il suo profondo dolore ai sopravvissuti degli abusi sessuali e ha chiesto di “lavorare per continuare e migliorare i cambiamenti positivi che abbiamo fatto per garantire che questi tipi di atrocità non si ripetano mai”.

Ronald Gainer, che è stato nominato undicesimo vescovo di Harrisburg da Papa Francesco il 24 gennaio 2014, nel corso del suo mandato ha adottato una politica di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali su minori.

Il pugno di ferro del vescovo contro tali crimini è dimostrato anche da un’ulteriore decisione, anch’essa resa nota sul sito diocesano. Monsignor Gainer ha ordinato il divieto di nominare i coinvolti negli scandali e ha chiesto di rimuovere da edifici, sale e stanze diocesane i loro nomi qualora risultino inseriti nella lista di chi è accusato di abusi su minori.

Il vescovo Gainer ha quindi reso retroattiva la politica di denominazione degli edifici. Secondo il nuovo modo d’operare, il nome di ogni vescovo dal 1947 ad oggi sarà rimosso da qualsiasi edificio, struttura, stanza o altra posizione d’onore nella diocesi come replica alle risposte inadeguate date dalla Diocesi negli anni alle accuse di abusi sessuali su minori. Così chiunque sia stato accusato di cattiva condotta sessuale e compare nella lista, verrà rimosso da qualsiasi posizione d’onore in tutta la Diocesi.

Inoltre, la diocesi di Harrisburg, che comprende 15 contee della Pennsylvania centro-meridionale (Adams, Columbia, Cumberland, Dauphin, Franklin, Juniata, Lancaster, Libano, Mifflin, Montour, Northumberland, Perry, Snyder, Union e York) ha rinunciato ai rimanenti diritti di riservatezza relativi a fatti legati agli abusi. Il vescovo Gainer ha spiegato di fare questo passo affinché “i sopravvissuti possano sentirsi liberi di raccontare le loro storie a chiunque e in qualsiasi momento lo desiderino. Spero che questo passo aiuti ulteriormente quei sopravvissuti, e forse altri, nel loro percorso verso la guarigione”.

Il nuovo sito web lanciato in occasione della diffusione dei nomi contiene anche informazioni su come segnalare abusi sessuali su minori, che sono risultati frequenti in certe zone degli Stati Uniti, informazioni di contatto per l’Ufficio di assistenza alle vittime e informazioni dettagliate su come la Chiesa Cattolica ha affrontato questo problema.

Il Giornale

PEDOFILIA: PAPA ACCETTA DIMISSIONI CARDINALE MCCARRICK


NON PIÙ IN SACRO COLLEGIO. ORA VITA PREGHIERA E PENITENZA Ieri sera è pervenuta a papa Francesco la lettera con cui il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, ha presentato la rinuncia da membro del Collegio cardinalizio. Il Papa ne ha accettato le dimissioni da cardinale e ha disposto la sua sospensione dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico, con l’obbligo di rimanere in una casa che gli verrà indicata, per una vita di preghiera e penitenza, fino a quando le accuse di abusi a suo carico siano chiarite dal processo canonico. McCarrick, 88 anni, è accusato tra l’altro di aver abusato di un adolescente 45 anni fa, quand’era ancora un semplice prete a New York. Altre accuse riguardano presunti rapporti con seminaristi adulti. (ANSA).

Preti sposati nell’agenda di Papa Francesco

Per i preti sposati: incontrandoli, il papa spinge a immaginare una qualche forma di loro rientro nella «conversazione» ecclesiale. Parlando il 19 febbraio 2015 al clero di Roma così aveva risposto a una domanda di don Giovanni Cereti: «Non so se il problema che poni [del recupero pastorale dei preti che hanno lasciato il ministero e si sono sposati;nda] sarà risolto e non so neanche se potrà essere risolto, ma esso è nella mia agenda».

Incontra in un appartamento romano un gruppo di preti che hanno lasciato il ministero e si sono sposati (11 novembre 2016) e lo fa «perché questi spretati sono guardati con disprezzo», dirà a p. 59 del volume intervista con Dominique Wolton, Dio è un poeta(Rizzoli, Milano 2018).

tratto da ilregno.it

Abusi preti: nasce una federazione internazionale

ECA conferenza stampa

Il 7 giugno è stata presentata in una conferenza stampa a Ginevra (Svizzera) l’associazione internazionale contro gli abusi del clero cattolico: «Ending clergy abuse» (ECA). Una quarantina di rappresentanti di 15 paesi hanno dato vita a questa federazione di associazioni già attive nei diversi contesti mondiali e riconosciuta dalle Nazioni Unite il 5 giugno. «L’ECA non è contro la Chiesa istituzionale, ma è preoccupata per gli atteggiamenti e le pratiche abusanti che collocano l’istituzione sopra i bisogni dei bambini».

In coerenza con la Convenzione sui diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU nel 1989 e condivisa dalla Santa Sede, l’ECA «riconosce i progressi relativi agli abusi in alcuni paesi, grazie al coraggio della vittime che hanno lottato, alzando la voce. Tuttavia ci sono molti altri posti nel mondo – tra cui Asia, Africa, Caraibi e America Latina – dove le voci delle vittime vengono messe a tacere. L’ECA cerca di essere quella voce».

Progressi, ma non ovunque

Fra le azioni che l’associazione si propone: «Evidenziare la responsabilità della Chiesa cattolica romana in più contesti: mobilitare l’opinione pubblica attraverso azioni giudiziarie e legislative per porre fine agli abusi del clero e rendere giustizia alle vittime; supportare la vittime, aiutandole ad organizzare e contattare le associazioni locali o internazionali per trovare aiuto e richiesta di giustizia; fare rete con organizzazioni che indagano e fanno ricerche sugli abusi del clero».

Il presidente, François Devaux, responsabile dell’associazione francese «La parola liberata», ha sottolineato lo sforzo di federare a livello internazionale i molti attori della lotta agli abusi. In relazione al prossimo viaggio di papa Francesco a Ginevra (21 giugno) gli verrà sottoposta la richiesta di un tribunale vaticano, indipendente dalla curia, deputato al giudizio sui vescovi colpevoli di ostacolare le indagini.

Fra i nomi più conosciuti del gruppo vi è Peter Saunders, inglese e già membro della Commissione pontificia per la protezione dei minori, da cui si è dimesso nel 2016 per le resistenze al loro lavoro da parte della curia. Molto rilievo ha avuto il caso cileno. J. Murillo, vittima del pedofilo F. Karadima, ha visto il papa nel maggio scorso e lo ha riconosciuto come  «incredibilmente impegnato» contro la pedofilia. Le dimissioni collettive dell’episcopato cileno sono state considerata un fatto storico e un segno di speranza. Essi ritengono ancora insufficiente la disciplina del motu proprio del 2016 «Come una madre amorevole».

Anne Barret Doyla, co-direttrice di BishopAccuntability.org ha rilanciato lo slogan della riunione «Basta abusi sessuali nella Chiesa. Da subito». Pur riconoscendo i progressi nella lotta  agli abusi in alcuni paesi  ha espresso l’opinione che  in numerosi paesi d’Africa e d’Asia i sistemi generalizzati di abusi su minor i sono ancora attivi e che l’ECA è chiamata ad ascoltare le voci di queste vittime che non possono ancora esprimersi.

settimananews.it

Pedofilia, forse già domani la sentenza in Australia sul cardinale Pell accusato di abusi sessuali

Città del Vaticano – E’ attesa a breve, forse già domani, la sentenza del tribunale australiano che riguarda il cardinale George Pell, l’ex super prefetto dell’economia del Vaticano,  accusato di atti di pedofilia risalenti a decenni addietro quando era semplice vescovo in Australia. Il giudice Melinda Wallington– dopo un processo durato oltre un anno –  stabilirà se i fatti contestati al cardinale sono realmente avvenuti oppure no e la relativa pena. In questi mesi i legali del cardinale si sono battuti per dimostrare che le accuse erano prive di qualsiasi fondamento. Quando Pell è partito per l’Australia si era autosospeso dall’incarico in curia per potersi difendere meglio, così disse lui stesso ai giornalisti.

Durante il processo le presunte vittime hanno deposto in aula  in videoconferenza da una postazione che è sempre rimasta inaccessibile al pubblico e ai giornalisti. A riprova che è stato un processo carico di tensione. L’avvocato delle vittime, Robert Richter, nell’arringa finale ha messo in evidenza che si tratta di punire uno degli uomini della Chiesa più potenti. Il procuratore ha fatto notare al giudice che non c’è alcuna evidenza per dire che Pell è stato preso di mira per colpire appositamente la Chiesa.

Il cardinale, da quando è tornato in patria per essere il processo, ha mantenuto un profilo molto basso. Si è sempre presentato in aula un po’ emozionato, vestito con il clergyman. Il caso giudiziario è stato al centro di molte riflessioni sulla linea anti pedofilia della Chiesa e di Papa Francesco. In Australia la Royal Commission che ha indagato a lungo sul fenomeno della pedofilia ha rivelato che almeno il 7 per cento dei preti cattolici hanno abusato di bambini negli ultimi decenni.

di Franca Giansoldati – Il Messaggero

pubblicato da sacerdotisposati@alice.it il 30 Aprile 2018 ore 21.04

Caso Emanuela Orlandi. Per amore della Chiesa… Verità e giustizia si incontreranno? Si rompano i muri in Vaticano

Oggi  Domenica 29 Aprile 2018, in un pomeriggio piovoso di fine Aprile, mi sono appoggiato sul divano dopo il pranzo e ho iniziato a vedere la televisione  e mi sono imbattuto per caso in un interessante programma su La7 dal titolo: “Atlantide con Andrea Purgatori – Emanuela Orlandi, il cielo sottosopra”, dedicato ad uno dei casi più misteriosi della cronaca italiana e sul quale non si riesce a fare luce nonostante siano passati ben 35 anni. Andrea Purgatori si è occupato così del caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno 1983.

Il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, ha affermato che esiste un fascicolo in cui viene svelata la verità sulla sorte della sorella. La trasmissione si è chiesta perché l’esponente della banda della Magliana De Pedis sepolto nella Chiesa di Sant’Apollinare.

Sul  Caso Orlandi esistono anche  i documenti pubblicati da Emiliano Fittipaldi: cinque pagine fitte di nomi, cifre e date.

Sul  caso Orlandi aleggiano  le connessioni tra IOR, crack del Banco Ambrosiano e la malavita organizzata.

Pietro, fratello di Emanuela ha affermato: ‘Papa Francesco mi ha detto che mia sorella è in cielo ma ora il muro in Vaticano è più alto di prima’.

L’Avv.Sgrò ha letto la lettera di Pippo Calò, cassiere di Cosa Nostra e disponibile a parlare affermando anche che ‘Fonti indicano la sepoltura del corpo di Emanuela in Vaticano’.

Il politico Santangelo (M5s) ha proposto di aprire con il nuovo governo: ‘Una commissione d’inchiesta su Emanuela per arrivare alla verità’.

Dopo 35 anni dalla misteriosa scomparsa di Emanuela, Andrea Purgatori ha cercato di ricostruire l’intera vicenda, partendo dagli ultimi avvistamenti della ragazza. Proprio sul caso di Emanuela Orlandi, il giornalista ha detto: “Un paese che non riesce a fare i conti con il passato non può costruire il futuro”.

a cura di Rem Gis (pseudonimo) – giornalista frelance
di sacerdotisposati@alice.it – vietata la pubblicazione senza il permesso della redazione – per eventuale pubblicazione inoltrare richiesta a sacerdotisposati@alice.it 

Pedofilia: in cella ex addetto Nunziatura

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Colpo di scena nella vicenda di monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex funzionario della Nunziatura di Washington già destinatario di un ordine d’arresto delle autorità canadesi per detenzione e diffusione di ingente materiale pedopornografico e da mesi sotto inchiesta in Vaticano. Stamane Capella, al termine dell’indagine del promotore di giustizia vaticano, è stato sottoposto ad arresto e rinchiuso nella cella della Gendarmeria.Il sacerdote indagato, diplomatico d’alto profilo, ex officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, era finora ospitato in Vaticano presso il Collegio dei Penitenzieri, già in stato di restrizione in attesa del giudizio. A suo carico ora si profila il processo penale nel tribunale d’Oltretevere.

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