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«Obbliga i vescovi a denunciare i preti pedofili». L’appello delle vittime a papa Francesco

Papa Francesco faccia seguire i fatti alle parole e crei le condizioni affinché i preti pedofili vengano incriminati e processati. La richiesta giunge direttamente dalle vittime dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, che insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video l’atteggiamento contraddittorio del papa in merito agli abusi da parte del clero italiano. La Conferenza episcopale italiana, infatti, nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura e in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Perché – chiedono le vittime – il papa non obbliga i vescovi italiani a denunciare?
«Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina, gli unici provvedimenti adottati, denunciano, sono stati gli allontanamenti da Verona dei casi più problematici. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla, con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

Eppure sono tanti i documenti e le testimonianze raccolti dalla Rete L’Abuso, che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e dai libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 da Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. E non sono pochi i preti che malgrado denunce o condanne continuano come a esercitare il ministero sacerdotale. Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai “spretato”.
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Le ambiguità di uomini del Vaticano sulla dittatura argentina

L’annuncio dell’apertura degli archivi della conferenza episcopale argentina e del Vaticano è l’ennesimo tentativo di imbiancare una storia vergognosa senza fare nessuno dei passi previsti dallo stesso catechismo della chiesa cattolica per il sacramento della riconciliazione, del perdono o della penitenza: ammettere e condannare i crimini o i peccati commessi, impegnarsi a non ripeterli e riparare il danno causato. L’apertura si limiterà alla corrispondenza ecclesiastica su circa tremila vittime del terrorismo di stato, che sarà accessibile solo ai familiari diretti, ai superiori degli ordini ecclesiastici e ai giudici sulla base di richieste concrete. Astenersi giornalisti e ricercatori. Questa è un’operazione pubblicitaria e non ha niente a che fare con la ricerca della verità.

Il presidente della Conferenza episcopale argentina, José María Arancedo, ha detto che l’apertura è cominciata con lo stesso papa Francesco che, prima di diventare pontefice, decise di pubblicare il documento Chiesa e democrazia, e ha previsto che verranno a galla più luci che ombre nel comportamento episcopale durante il periodo che va dal 1976 al 1983. Le cose andranno così, perché la tecnica applicata da Bergoglio, dai suoi predecessori e dai suoi successori consiste nell’ignorare dei documenti fondamentali, mutilando quelli in cui i vescovi proclamano la loro adesione alla dittatura occidentale e cristiana, organizzando il materiale in ordine cronologico senza indicare quali documenti furono resi pubblici e quali restarono segreti, ammettendo solo quanto è già trapelato e non può essere negato. È la stessa tecnica seguita dal Vaticano per rendere più rispettabile l’immagine di Pio XII rispetto al nazismo.

Un dialogo imbarazzante
Il 15 novembre 1976 la commissione esecutiva dell’episcopato prese parte a un pranzo di cortesia con la giunta militare. Le forbici di Bergoglio tagliarono dalla minuta redatta all’epoca la parte in cui i vescovi espressero la loro adesione alla dittatura, perché “un fallimento porterebbe, con molta probabilità, al marxismo”.

A proposito del dialogo tra i rappresentanti episcopali e il dittatore Jorge Videla del 10 aprile 1978, la raccolta indica solo che i vescovi parlarono della situazione legata alle proteste dei familiari dei detenuti o delle persone scomparse. Ma non cita il testo inviato quello stesso giorno al Vaticano. In quel documento si spiega che i presenti discussero di come impedire ai familiari di continuare a importunare la chiesa.

Gli ecclesiastici suggerirono al governo di riconoscere la morte dei detenuti scomparsi, ma Videla si rifiutò, perché questo avrebbe portato a “una serie di domande sul luogo di sepoltura: in una fossa comune? In quel caso, chi li aveva messi nella fossa? Una serie di domande a cui il governo non può rispondere sinceramente per le conseguenze sulle persone”, ovvero i sequestratori e gli assassini.

L’allora presidente della conferenza episcopale, il cardinale Raúl Primatesta, accettò la posizione di Videla, perché “la chiesa vuole capire, cooperare”, e misurò ogni parola perché sapeva bene “il danno che può fare al governo” (ovvero il bene che avrebbe potuto fare alle sue vittime). Quando ho pubblicato questo documento segreto, una giudice ne ha richiesto la consegna alla conferenza episcopale presieduta da Bergoglio che solo allora, nel 2012, ha inviato una copia presa da quell’archivio la cui stessa esistenza era negata dall’episcopato.

Una pastorale di guerra
Nel 2000, per il Giubileo del terzo millennio, l’episcopato argentino chiese perdono a Dio e non alle vittime, per gli atti altrui e non per i propri (”per la partecipazione effettiva di molti dei tuoi figli allo scontro politico, alla violazione delle libertà, alla tortura e alla delazione, alla persecuzione politica e all’intransigenza ideologica, alle lotte e alle guerre, e alla morte assurda che hanno insanguinato il nostro paese”), e mise sullo stesso piano la guerriglia e il terrorismo di stato.

Per mettere alla prova questa richiesta di perdono, il Centro di studi legali e sociali (presieduto dall’autore di quest’articolo) chiese già all’epoca l’apertura degli archivi. La Conferenza episcopale rispose dicendo di avere soltanto il volantino del 1982, Chiesa e diritti umani, con “estratti di alcuni documenti”. In quell’edizione tutti i paragrafi di lusinga alla dittatura, quelli che aprivano i documenti e che finirono sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, furono censurati, mentre erano presenti quelli finali, che iniziavano con qualche “tuttavia” o “non è possibile omettere che…”. Invece sono state diffuse, come se fossero stati documenti pubblici, le lettere di critiche e di reclamo che la chiesa consegnava alla giunta militare nel massimo segreto. Così la lettera pastorale collettiva Paese e bene comune, firmata meno di due mesi dopo il colpo di stato, è stata ridotta a quattro brevi paragrafi generici, separati da righe piene di puntini di sospensione.

Questa pastorale di guerra fu elaborata durante l’assemblea plenaria dell’episcopato

È scomparsa invece la giustificazione dei procedimenti illegali diffusa il 15 maggio 1976, secondo cui gli organismi di sicurezza non potevano agire “con la purezza chimica del tempo di pace, mentre scorre il sangue ogni giorno”. Questa pastorale di guerra fu elaborata durante l’assemblea plenaria dell’episcopato, dal 10 al 15 maggio del 1976, in cui ogni vescovo informò dei sequestri, delle torture e delle persone scomparse nella propria diocesi. In mancanza di un accordo, la proposta di denunciare questi gravissimi fatti fu sottoposta al voto: diciannove vescovi si dichiararono a favore, ma altri trentotto, il doppio, si opposero. I vescovi corressero tre versioni della bozza, ognuna più compiacente di quella precedente. Nel 1982 trovarono solo alcuni paragrafi da pubblicare che non fossero vergognosi.

Il 25 maggio 2010, in occasione del Te Deum del bicentenario, quando Bergoglio era a capo dell’episcopato, uno dei suoi componenti, il vescovo di Mercedes-Luján, Agustín Radrizzani, consegnò al governo una richiesta di amnistia firmata da Videla e da un altro centinaio di detenuti per crimini contro l’umanità. Nel 2012 Videla ha ammesso i suoi crimini in diverse interviste, si è vantato del sostegno e della cooperazione della nunziatura apostolica e dell’episcopato argentino e ha detto di essere stato amico di Primatesta.

Uno dei giornalisti ha visto arrivare “un uomo dai capelli bianchi con il calice in mano”. In seguito a questo episodio, un gruppo di laici che si fanno chiamare Cristiani per il terzo millennio ha chiesto alla conferenza episcopale di mettere fine allo “scandalo” del “libero e periodico accesso all’eucarestia” dell’ex dittatore, nonostante questi avesse riconosciuto le “sue azioni criminali” senza pentirsi. Nella sua risposta, l’episcopato ha negato che “i fratelli maggiori che ci hanno preceduto” abbiano avuto “qualsiasi complicità con fatti delittuosi”.

I Cristiani per il terzo millennio avevano progettato di andare in Vaticano per insistere davanti alla Santa Sede, un proposito che è rimasto incompiuto quando Benedetto XVI ha deciso di ritirarsi e la burocrazia vaticana ha designato Jorge Bergoglio per sostituirlo. Oggi diversi Cristiani per il terzo millennio fanno parte del gruppo chiamato Laudatianos, che celebra ogni parola di papa Francesco. La chiesa cattolica vuole di più. Ora chiede applausi.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

internazionale.it

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#ParliamoneSabato @RaiUno @peregopaola ospita i preti sposati

>>>http://www.raiplay.it/video/2016/10/Parliamone-Sabato-1596014b-91b7-4f87-877f-98c3edf90c43.html

Il 5 novembre 2016 è andata in onda una puntata di “Parliamone Sabato”, il programma, condotto da Paola Perego, che promette d’intrattenere tutta la famiglia. Si tratta di un vero e proprio people-show, atto principalmente da gente comune che si racconta e si confronta. C’è stato spazio per storie emozionanti, divertenti ma anche per riflettere su temi di grande attualità. Non sono mancati momenti dedicati ad ospiti vip e interviste a personaggi noti.

Nella puntata del 5 novembre 2016 di “Parliamone Sabato”, sono stati protagonisti all’interno della trasmissione anche i preti sposati con in studio  il nostro fondatore don Giuseppe Serrone e sua moglie Albana …. che hanno raccontato a Paola Perego la loro storia e portato una testimonianza diretta di vita sulla questione dei diritti civili e religiosi dei preti sposati.   Un altro ottimo contributo al dibattito è stato l’intervento di don Antonio Rizzolo (direttore della rivista “Credere”) dei periodici San Paolo  ospite in studio.

Venale e provocatorio invece l’intervento di Ana Laura Ribas, ridimensionata dalla risposta di Albana Ruci e dai rilievi della brava conduttrice Paola Perego che insieme a Vladimir Luxuria hanno riportato il tema dello spazio della puntata sui preti sposati a un dibattito propositivo. Don Giuseppe ha concluso affermando che  “non è in gioco la questione del celibato dei preti ma la riammissione dei preti sposati al ministero pastorale. I preti sposati sono una grande ricchezza per la nostra Chiesa”

Dal link (anche in alto)  >>>http://www.raiplay.it/video/2016/10/Parliamone-Sabato-1596014b-91b7-4f87-877f-98c3edf90c43.html è possibile visualizzare tutta la puntata del 5 Novembre.

Parliamone Sabato ha raccolto 1.598.000 spettatori con l’11.9%.

 

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