«Obbliga i vescovi a denunciare i preti pedofili». L’appello delle vittime a papa Francesco

Papa Francesco faccia seguire i fatti alle parole e crei le condizioni affinché i preti pedofili vengano incriminati e processati. La richiesta giunge direttamente dalle vittime dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, che insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video l’atteggiamento contraddittorio del papa in merito agli abusi da parte del clero italiano. La Conferenza episcopale italiana, infatti, nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura e in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Perché – chiedono le vittime – il papa non obbliga i vescovi italiani a denunciare?
«Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina, gli unici provvedimenti adottati, denunciano, sono stati gli allontanamenti da Verona dei casi più problematici. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla, con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

Eppure sono tanti i documenti e le testimonianze raccolti dalla Rete L’Abuso, che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e dai libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 da Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. E non sono pochi i preti che malgrado denunce o condanne continuano come a esercitare il ministero sacerdotale. Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai “spretato”.
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Le ambiguità di uomini del Vaticano sulla dittatura argentina

L’annuncio dell’apertura degli archivi della conferenza episcopale argentina e del Vaticano è l’ennesimo tentativo di imbiancare una storia vergognosa senza fare nessuno dei passi previsti dallo stesso catechismo della chiesa cattolica per il sacramento della riconciliazione, del perdono o della penitenza: ammettere e condannare i crimini o i peccati commessi, impegnarsi a non ripeterli e riparare il danno causato. L’apertura si limiterà alla corrispondenza ecclesiastica su circa tremila vittime del terrorismo di stato, che sarà accessibile solo ai familiari diretti, ai superiori degli ordini ecclesiastici e ai giudici sulla base di richieste concrete. Astenersi giornalisti e ricercatori. Questa è un’operazione pubblicitaria e non ha niente a che fare con la ricerca della verità.

Il presidente della Conferenza episcopale argentina, José María Arancedo, ha detto che l’apertura è cominciata con lo stesso papa Francesco che, prima di diventare pontefice, decise di pubblicare il documento Chiesa e democrazia, e ha previsto che verranno a galla più luci che ombre nel comportamento episcopale durante il periodo che va dal 1976 al 1983. Le cose andranno così, perché la tecnica applicata da Bergoglio, dai suoi predecessori e dai suoi successori consiste nell’ignorare dei documenti fondamentali, mutilando quelli in cui i vescovi proclamano la loro adesione alla dittatura occidentale e cristiana, organizzando il materiale in ordine cronologico senza indicare quali documenti furono resi pubblici e quali restarono segreti, ammettendo solo quanto è già trapelato e non può essere negato. È la stessa tecnica seguita dal Vaticano per rendere più rispettabile l’immagine di Pio XII rispetto al nazismo.

Un dialogo imbarazzante
Il 15 novembre 1976 la commissione esecutiva dell’episcopato prese parte a un pranzo di cortesia con la giunta militare. Le forbici di Bergoglio tagliarono dalla minuta redatta all’epoca la parte in cui i vescovi espressero la loro adesione alla dittatura, perché “un fallimento porterebbe, con molta probabilità, al marxismo”.

A proposito del dialogo tra i rappresentanti episcopali e il dittatore Jorge Videla del 10 aprile 1978, la raccolta indica solo che i vescovi parlarono della situazione legata alle proteste dei familiari dei detenuti o delle persone scomparse. Ma non cita il testo inviato quello stesso giorno al Vaticano. In quel documento si spiega che i presenti discussero di come impedire ai familiari di continuare a importunare la chiesa.

Gli ecclesiastici suggerirono al governo di riconoscere la morte dei detenuti scomparsi, ma Videla si rifiutò, perché questo avrebbe portato a “una serie di domande sul luogo di sepoltura: in una fossa comune? In quel caso, chi li aveva messi nella fossa? Una serie di domande a cui il governo non può rispondere sinceramente per le conseguenze sulle persone”, ovvero i sequestratori e gli assassini.

L’allora presidente della conferenza episcopale, il cardinale Raúl Primatesta, accettò la posizione di Videla, perché “la chiesa vuole capire, cooperare”, e misurò ogni parola perché sapeva bene “il danno che può fare al governo” (ovvero il bene che avrebbe potuto fare alle sue vittime). Quando ho pubblicato questo documento segreto, una giudice ne ha richiesto la consegna alla conferenza episcopale presieduta da Bergoglio che solo allora, nel 2012, ha inviato una copia presa da quell’archivio la cui stessa esistenza era negata dall’episcopato.

Una pastorale di guerra
Nel 2000, per il Giubileo del terzo millennio, l’episcopato argentino chiese perdono a Dio e non alle vittime, per gli atti altrui e non per i propri (”per la partecipazione effettiva di molti dei tuoi figli allo scontro politico, alla violazione delle libertà, alla tortura e alla delazione, alla persecuzione politica e all’intransigenza ideologica, alle lotte e alle guerre, e alla morte assurda che hanno insanguinato il nostro paese”), e mise sullo stesso piano la guerriglia e il terrorismo di stato.

Per mettere alla prova questa richiesta di perdono, il Centro di studi legali e sociali (presieduto dall’autore di quest’articolo) chiese già all’epoca l’apertura degli archivi. La Conferenza episcopale rispose dicendo di avere soltanto il volantino del 1982, Chiesa e diritti umani, con “estratti di alcuni documenti”. In quell’edizione tutti i paragrafi di lusinga alla dittatura, quelli che aprivano i documenti e che finirono sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, furono censurati, mentre erano presenti quelli finali, che iniziavano con qualche “tuttavia” o “non è possibile omettere che…”. Invece sono state diffuse, come se fossero stati documenti pubblici, le lettere di critiche e di reclamo che la chiesa consegnava alla giunta militare nel massimo segreto. Così la lettera pastorale collettiva Paese e bene comune, firmata meno di due mesi dopo il colpo di stato, è stata ridotta a quattro brevi paragrafi generici, separati da righe piene di puntini di sospensione.

Questa pastorale di guerra fu elaborata durante l’assemblea plenaria dell’episcopato

È scomparsa invece la giustificazione dei procedimenti illegali diffusa il 15 maggio 1976, secondo cui gli organismi di sicurezza non potevano agire “con la purezza chimica del tempo di pace, mentre scorre il sangue ogni giorno”. Questa pastorale di guerra fu elaborata durante l’assemblea plenaria dell’episcopato, dal 10 al 15 maggio del 1976, in cui ogni vescovo informò dei sequestri, delle torture e delle persone scomparse nella propria diocesi. In mancanza di un accordo, la proposta di denunciare questi gravissimi fatti fu sottoposta al voto: diciannove vescovi si dichiararono a favore, ma altri trentotto, il doppio, si opposero. I vescovi corressero tre versioni della bozza, ognuna più compiacente di quella precedente. Nel 1982 trovarono solo alcuni paragrafi da pubblicare che non fossero vergognosi.

Il 25 maggio 2010, in occasione del Te Deum del bicentenario, quando Bergoglio era a capo dell’episcopato, uno dei suoi componenti, il vescovo di Mercedes-Luján, Agustín Radrizzani, consegnò al governo una richiesta di amnistia firmata da Videla e da un altro centinaio di detenuti per crimini contro l’umanità. Nel 2012 Videla ha ammesso i suoi crimini in diverse interviste, si è vantato del sostegno e della cooperazione della nunziatura apostolica e dell’episcopato argentino e ha detto di essere stato amico di Primatesta.

Uno dei giornalisti ha visto arrivare “un uomo dai capelli bianchi con il calice in mano”. In seguito a questo episodio, un gruppo di laici che si fanno chiamare Cristiani per il terzo millennio ha chiesto alla conferenza episcopale di mettere fine allo “scandalo” del “libero e periodico accesso all’eucarestia” dell’ex dittatore, nonostante questi avesse riconosciuto le “sue azioni criminali” senza pentirsi. Nella sua risposta, l’episcopato ha negato che “i fratelli maggiori che ci hanno preceduto” abbiano avuto “qualsiasi complicità con fatti delittuosi”.

I Cristiani per il terzo millennio avevano progettato di andare in Vaticano per insistere davanti alla Santa Sede, un proposito che è rimasto incompiuto quando Benedetto XVI ha deciso di ritirarsi e la burocrazia vaticana ha designato Jorge Bergoglio per sostituirlo. Oggi diversi Cristiani per il terzo millennio fanno parte del gruppo chiamato Laudatianos, che celebra ogni parola di papa Francesco. La chiesa cattolica vuole di più. Ora chiede applausi.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

internazionale.it

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#ParliamoneSabato @RaiUno @peregopaola ospita i preti sposati

>>>http://www.raiplay.it/video/2016/10/Parliamone-Sabato-1596014b-91b7-4f87-877f-98c3edf90c43.html

Il 5 novembre 2016 è andata in onda una puntata di “Parliamone Sabato”, il programma, condotto da Paola Perego, che promette d’intrattenere tutta la famiglia. Si tratta di un vero e proprio people-show, atto principalmente da gente comune che si racconta e si confronta. C’è stato spazio per storie emozionanti, divertenti ma anche per riflettere su temi di grande attualità. Non sono mancati momenti dedicati ad ospiti vip e interviste a personaggi noti.

Nella puntata del 5 novembre 2016 di “Parliamone Sabato”, sono stati protagonisti all’interno della trasmissione anche i preti sposati con in studio  il nostro fondatore don Giuseppe Serrone e sua moglie Albana …. che hanno raccontato a Paola Perego la loro storia e portato una testimonianza diretta di vita sulla questione dei diritti civili e religiosi dei preti sposati.   Un altro ottimo contributo al dibattito è stato l’intervento di don Antonio Rizzolo (direttore della rivista “Credere”) dei periodici San Paolo  ospite in studio.

Venale e provocatorio invece l’intervento di Ana Laura Ribas, ridimensionata dalla risposta di Albana Ruci e dai rilievi della brava conduttrice Paola Perego che insieme a Vladimir Luxuria hanno riportato il tema dello spazio della puntata sui preti sposati a un dibattito propositivo. Don Giuseppe ha concluso affermando che  “non è in gioco la questione del celibato dei preti ma la riammissione dei preti sposati al ministero pastorale. I preti sposati sono una grande ricchezza per la nostra Chiesa”

Dal link (anche in alto)  >>>http://www.raiplay.it/video/2016/10/Parliamone-Sabato-1596014b-91b7-4f87-877f-98c3edf90c43.html è possibile visualizzare tutta la puntata del 5 Novembre.

Parliamone Sabato ha raccolto 1.598.000 spettatori con l’11.9%.

 

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Preti sposati stanno peggio dei cristiani perseguitati. In Italia discriminazione sottile e nascosta

Il Movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati denuncia la persecuzione all’interno delle comunità cattoliche in Italia

Roma, Spesso come sacerdoti sposati siamo vittime di discriminazioni. I Vescovi se parliamo pubblicamente del nostro precedente stato di vita ci fanno terra bruciata, con la collaborazione di molti dirigenti scolastici compiacenti, in particolare se insegniamo religione nelle scuole.

preti.sposati.perseguitati

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Coprì i casi di abusi su minori, si dimette vescovo irlandese

Monsignor Martin Drennan non è più vescovo di Galway e Kilmacduagh. Il nome dell’ex ausiliare di Dublino, il cui nome compariva nei due rapporti governativi (Ryan e Murphy): il religioso ha coperto alcuni preti pedofili, insabbiando le prove di alcuni casi di abusi sessuali su minori. Le due inchieste spinsero nel 2010 Benedetto XVI ad avviare un drastico cambio ai vertici della Chiesa Irlandese. Le sue dimissioni, fortemente volute da Papa Francesco è arrivata due giorni dopo la notizia che anche il cardinal Pell, prefetto agli Affari economici del Vaticano, è indagato per presunti abusi sui minori.

Dei sei vescovi accusati dal rapporto Murphy, Drennan era stato l’unico a rimanere in carica. Il Pontefice però gli ha chiesto di ritirarsi e alla fine anche lui ha dovuto cedere. Prima di diventare vescovo Drennan, già professore di Sacra Scrittura nel “St. Patrick’s College” di Maynooth, era stato promotore del movimento sacerdotale “Fraternitas Jesus” e direttore della “Fraternità per i laici” di Charles de Foucauld.

Francesco ha accolto oggi anche le dimissioni di un altro presule irlandese, Seamus Freeman, per ragioni legate invece alla conduzione della diocesi di Ossory. Le due decisioni fanno parte della nuova politica della Chiesa Cattolica portata avanti fin dall’arrivo sul soglio di Pietro da Francesco, che vuole liberarsi di tutti i vescovi che non hanno seguito in modo responsabile le procedure per i casi di abusi sessuali da parte di ecclesiastici.

La Conferenza episcopale irlandese che ha diramato oggi un comunicato sulle dimissioni, e sulla accettazione del Papa, ha sottolineato però che il vescovo si è dimesso “per motivi di salute e su consiglio dei medici”. Nelle note biografiche non si fa nessun riferimento ai fatti di quegli anni.

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La chiesa apre alle istanze sociali del M5S (e isola il neoliberismo renziano)

di Marco Politi in Il fatto quotidiano
Se il Papa, il cardinale di Milano e l’Avvenire mostrano apertamente grande attenzione al Movimento 5 Stelle, le cose non si mettono bene per Matteo Renzi.

Chiuso nel suo ombelico, il premer non si accorge del lento smottamento che avviene nel mondo cattolico. Non lo ha capito al tempo del referendum sulle trivelle, non lo ha percepito – intossicato dalla sua idea personale di potere – nel corso della campagna elettorale per le amministrative.

Credendo che il mondo si esaurisca nelle sue scorribande sui social media e che il mormorio irritato proveniente dagli strati inferiori della società possa essere tacitato con qualche slogan come avviene nelle ripetitive riunioni della direzione del Pd, il premier-segretario non coglie (o non vuole cogliere) il movimento molecolare di una parte del mondo cattolico, che per ragioni sociali e valori ha cominciato ad abbandonare il Pd visto come Partito di Renzi.

“Inclusione” è la parola chiave su cui Matteo Renzi è stato battuto alle recenti elezioni. Un concetto che fa parte della predicazione sociale di papa Francesco, che tocca il malessere profondo annidato non solo nei paesi del Terzo Mondo, ma oggi specialmente acuto nelle società avanzate dell’Occidente dove cresce la massa degli “esclusi” perché l’ascensore sociale si è rotto.
Nel momento in cui la neo sindaca di Torino del Movimento 5 stelle Chiara Appendino afferma di ritenere fondamentale nel suo programma il valore dell’ “inclusione” affinché chi vive nella città “si senta parte di essa”, nel momento in cui l’altra neo sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi cita l’enciclica verde di Bergoglio per condannare lo “scempio al paesaggio fatto senza rispettare le regole” e richiamare la necessità di tener conto dello spirito di comunità e delle persone più fragili, appare evidente che la Trinità esibita da Renzi sul suo gonfalone – Marco Carrai, Davide Serra e Denis Verdini – è totalmente lontana dal sentire comune della gente.

Il Vaticano di Francesco ha deciso di non immischiarsi più nelle contese politiche italiane, appoggiandosi a un determinato partito e dandogli una benedizione ufficiale. Ma i segnali di attenzione venuti in questi giorni nei confronti del Movimento 5 Stelle sono talmente fitti che Renzi dovrebbe preoccuparsene. L’ultimo si ritrova in un’intervista del cardinale di Milano Scola al Corriere della Sera. Contrariamente alla vulgata renziana e di larga parte dei media (prima delle elezioni), che dipinge i grillini come populisti anti-sistema, il cardinale precisa secco: “Non è populismo assecondare il bisogno dei cittadini e dei corpi intermedi che la loro esperienza umana sia considerata portatrice di civiltà”. Sottile e indicativa, per chi conosce la raffinatezza con cui le gerarchie ecclesiastiche sanno vibrare un colpo di fioretto, è la risposta che Scola da una domanda di Aldo Cazzullo sul premier Renzi: “Ammiro il coraggio di questo giovane politico: si espone, dice quello che pensa, credo che sia anche sincero quando afferma che lui non vuole occupare il potere a lungo. Forse deve prendere meglio le misure“. Dove la stoccata è nella puntualizzazione finale.

Significativo è il commento dell’arcivescovo di Milano sui poteri forti (tema estraneo alla narrazione renziana, dal momento che il premier a questi poteri si è sempre appoggiato): “Capisco benissimo che la finanza è molto importante, però capisco altrettanto bene che noi del popolo siamo messi in condizione di comprendere assai poco di quello che la finanza fa. E la finanza morde sulla nostra pelle. Qui c’è qualcosa che non funziona. Ad esempio una forma di salario minimo va introdotta“. Detto da una personalità, che non è certo un rivoluzionario delle comunità di base, è un segnale da non sottovalutare.
Così come non è da sottovalutare la velocità con cui papa Francesco ha ricevuto la neo sindaca di Roma Virginia Raggi. Il pontefice poteva benissimo darle udienza dopo la costituzione della giunta o dopo le vacanze. Sarebbe stato sempre un gesto di benevola cortesia. L’aver detto sì appena la Raggi l’ha chiesto rivela un’apertura di credito alle istanze sociali del Movimento 5 Stelle ed esprime un incoraggiamento diretto alla Raggi. (Toccherà poi a lei mostrarsi all’altezza della situazione e certo in queste settimane non è parsa sicura di polso come la sua collega Appendino a Torino).

Il segnale più forte, tuttavia, dell’attenzione con cui la Chiesa guarda alle istanze sociali del M5S per invertire il trend neoliberista del governo Renzi (incapace di andare al di là dell’idea di tagliare qualche tassa, concedere gli 80 euro o la regalia dei 500 euro ai diciottenni) si ritrova sull’Avvenire. E non sta tanto nell’editoriale post-elezioni del direttore Marco Tarquinio, ma in un nuovo articolo di fondo dell’economista Leonardo Becchetti, che sottolinea positivamente – in termini di competizione sul mercato politico – alcune proposte dei pentastellati: offrire una protezione minima agli strati più fragili della popolazione come “reddito inclusivo”, propugnare la sostenibilità ambientale e la riorganizzazione degli spazi urbani (invece dell’espansione edilizia ad oltranza), resistere maggiormente alle lobby e ai poteri forti.
La campana dei temi sociali suona per Renzi. Che l’ascolti è un’altra questione.

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Gli abusi sessuali in una setta cattolica peruviana

Dal 2010 vicino a Campo de’ Fiori, a Roma, vive Luis Fernando Figari, fondatore di una setta cattolica nata in Perù 45 anni fa e ancora oggi considerata praticamente intoccabile. La setta – che si chiama “Sodalizio di vita cristiana” e nel 1997 fu approvata da papa Giovanni Paolo II – è oggi coinvolta in una serie di scandali che riguardano i suoi vecchi leader, tra cui Figari. Il mese scorso cinque ex membri della setta hanno denunciato Figari e altre sette persone dell’organizzazione accusandole di sequestro di persona, assalto e cospirazione criminale. Non hanno invece potuto formalizzare le accuse di abusi sessuali, perché in base alle leggi del Perù l’eventuale reato sarebbe prescritto in base al tempo trascorso.

Il Sodalizio fu fondato nel 1971 a Lima, la capitale del Perù: da subito l’organizzazione adottò un orientamento conservatore, in risposta alla crescita della più nota Teologia della Liberazione, una corrente di pensiero interna alla Chiesa molto vicina al marxismo e nata in Perù alla fine degli anni Sessanta. Il Guardian ha scritto che Sodalizio andò anche al di là degli altri movimenti radicali che si diffusero in quegli anni, adottando un approccio militarista. Pedro Salinas, ex membro del Sodalizio e co-autore del libro “Mitad monjes, mitad soldados” (“Metà monaci, metà soldati”), ha detto al Guardian: «Figari ammirava l’oratoria di Hitler e Mussolini. Era ispirato dalle marce naziste e aveva una fascinazione per la Gioventù hitleriana [l’organizzazione giovanile fondata nel 1926 dal Partito nazista tedesco, ndr]. Sodalizio era un’organizzazione religiosa assolutamente totalitaria, nella quale il potere era detenuto da una sola persona: Luis Fernando Figari».

Nel corso degli anni cominciarono a emergere le prime testimonianze di abusi sessuali compiuti sui membri dell’organizzazione. Austen Ivereign, biografo di papa Francesco ed esperto di chiesa in Sud America, ha detto alGuardian che abusi simili sono stati riscontrati anche in altri gruppi religiosi di destra nati nello stesso periodo in Sud America, soprattutto in quelli dove vigeva una disciplina molto rigida e il culto della leadership. Per quanto riguarda Sodalizio, la prima persona a raccontare pubblicamente gli abusi subiti fu Álvaro Urbina, che oggi ha 35 anni. Urbina ha detto di avere subìto abusi sistematici per due anni, dopo essere entrato nel Sodalizio a 14 anni; secondo la sua testimonianza, i responsabili furono diversi esponenti in vista del gruppo, ma non direttamente Figari.

Nel 2010, dopo che erano emersi i primi racconti di abusi, Sodalizio decise di mandare Figari lontano dal Perù: la destinazione scelta fu Roma. Dovettero passare però alcuni anni prima che Sodalizio ammettesse pubblicamente gli errori commessi. Nel 2015 – dopo che il Vaticano aveva ordinato un’indagine interna al gruppo – disse che le accuse di abusi sessuali contro Figari e altri esponenti religiosi erano “plausibili”. Lo scorso aprile l’attuale leader di Sodalizio, Alessandro Moroni, pubblicò un video su YouTube nel quale si scusava con le persone che avevano subìto gli abusi e che non avevano ricevuto fino a quel momento una risposta soddisfacente. Tra le altre cose, Moroni disse: «Dopo le testimonianze ricevute, consideriamo Luis Fernando Figari colpevole delle accuse di abusi che gli sono state rivolte e lo dichiariamo persona non gradita nella nostra organizzazione e condanniamo totalmente il suo comportamento».

Nonostante le pubbliche scuse, diversi ex membri di Sodalizio accusano il gruppo di voler continuare a proteggere Figari. Oggi Figari e altri membri di Sodalizio sono accusati di avere inculcato la filosofia del gruppo ad alcuni ragazzi molto giovani, privandoli della libertà, sottoponendoli ad altri abusi e costringendoli a fare i conti con seri problemi psicologici. Come scrive il Guardian, oggi la questione sembra essere se Sodalizio sarà in grado di sopravvivere, nonostante gli scandali e le accuse. Papa Francesco sembra voler dare una possibilità al gruppo di riformarsi, sotto la supervisione di Joseph William Tobin, arcivescovo di Indianapolis considerato di orientamento progressista per gli standard del Vaticano.

ilpost.it

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Concorso esterno in pedofilia

Le batoste che, specie negli Stati Uniti, la Chiesa Cattolica ha ricevuto a causa di episodi di pedofilia ascrivibili ad alcuni suoi sacerdoti, pare abbiano ottenuto un risultato probabilmente unico nella storia della Chiesa.

Intanto da una tendenza a “coprire” e negare il fenomeno ed a considerare pregiudizialmente ogni voce corrente sui casi di pedofilia e sulla loro frequenza una forma di persecuzione anticattolica, si è passati non solo ad ammettere la realtà e la frequenza di così gravi e vergognosi episodi, ma si può dire che quello della pedofilia sia diventato il problema centrale tra tutti quelli rappresentati da comportamenti disdicevoli o delittuosi ascrivibili ad appartenenti al clero cattolico.

Il venir meno della “copertura”, della sostanziale complicità, che rappresentava l’aspetto più allarmante e vergognoso del fenomeno, è certamente un fatto positivo. Resta da vedere quante altre forme di comportamenti delittuosi restano nell’ombra, oggetto di più o meno vaghi “divieti” senza che siano poste in atto forme di reazione e di rimedio da parte della Gerarchia ecclesiastica.

Come tutte le cose che diventano “di moda”, anche il fenomeno della pedofilia del clero sembra essere oggetto di qualche esagerazione. Intendo non già di esagerazione della gravità di simili delitti, quanto della estensione del fenomeno, che, a giudicare proprio dalle inconsuete reazioni che oggi suscita all’interno della Chiesa, si dovrebbe ritenere essere generalizzato.

Ma se così esteso è questo vizio, tale, si direbbe, da porre la categoria degli appartenenti al clero in testa, invece che in coda, nelle statistiche dei colpevoli di pedofilia, allora la questione non è, e non può ritenersi limitata alla repressione, alle misure di rimozione, alle denunzie, alle pene spirituali ed ecclesiastiche che si debbono aggiungere all’“abbandono al braccio secolare”, come si diceva una volta. Non conosco gli ingranaggi della Chiesa Cattolica così da poter affermare con certezza quello che però sembra potersi rilevare “ad occhio nudo”: che alla presa d’atto di questo terribile vizio che serpeggia in mezzo al clero, non segue un adeguato ripensamento della sostenibilità di questo enorme apparato di repressione sessuale e di ossessionata esaltazione della castità rappresentati dalla Chiesa Cattolica. Se il risultato della rinunzia alla naturalità del sesso finisce per produrre così estesi fenomeni di perversione quale è la pedofilia, qualcosa di sbagliato deve esserci in questa scelta della castità come pregiudiziale per la partecipazione ai livelli più elevati della vita della Chiesa.

Ed è forse proprio perché è difficile negare ciò, che la “caccia al pedofilo” sembra divenire più serrata e, probabilmente più ingiusta, come tutte le “campagne” e le lotte di giustizia, con il formarsi di mentalità di “giustizia di lotta”. Queste ed altre considerazioni mi venivano suggerite dagli ultimi provvedimenti di Papa Bergoglio, che ha annunziato misure drastiche non solo contro i pedofili, ma anche contro chi si mostri tiepido e poco attivo nell’antipedofilia ufficiale della Chiesa. I vescovi che non prenderanno severi ed immediati provvedimenti al primo manifestarsi di tali casi saranno rimossi. Siamo, sarei portato a dire, al “concorso esterno colposo in pedofilia”.

Ora tutto ciò che è “esterno” dovrebbe suscitare qualche perplessità proprio nella Chiesa. Non sono certo portato ad assumere difese d’ufficio di accusati di pedofilia senza fondamento. Mi auguro che non manchi chi, al caso, se ne faccia carico. Ma mi preoccupa il diffondersi di qualsiasi forma di “caccia alle streghe”.

Perché quasi sempre la caccia alle streghe copre qualcosa d’altro. E perché quando essa si sostituisce ad una pura e semplice giustizia, finisce sempre per colpire, se non a casaccio, certo in modo da sacrificare molti innocenti e lasciare che se la cavino molti colpevoli. Ma se non c’è da dubitare che il fenomeno, per essere ammesso e divenuto il “vizio del giorno” che turba i lunghi sonni della Chiesa, deve essere assai rilevante ed esteso nella Chiesa stessa, il mio senso della ragione sarebbe più appagato se da quelle parti ci si domandasse il perché del dilagare della pedofilia nella grande comunità sessuofobica di votati alla castità e se ne traessero le conseguenze.

fonte: opinione.it

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